lunedì 5 giugno 2017

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Libri/università, idee d’autore per uscire dalla crisi d’identità
di Enrico Pedemonte
-Università futura
-Juan Carlos De Martin
-Codice
-pagg. 176, euro 16

La prima cosa che stupisce, arrivati all’ultima pagina del libro di Juan Carlos de Martin, Università Futura, è che se ne parli così poco. Ma non era, l’università, il settore chiave da cui dipende il futuro di un Paese, la forza delle sue risorse umane e quindi dell’economia? Eppure il libro di De Martin (docente presso il Dipartimento di Automatica e Informatica del Politecnico di Torino) non è un libro qualunque: analizza con puntiglio gli errori compiuti negli ultimi quarant’anni di politica universitaria e propone soluzioni per il futuro. Di più, propone un nuovo modello di università. E allora, perché le sue proposte non vengono discusse pubblicamente, come accadrebbe in altri Paesi? Una spiegazione –non del tutto esauriente – è che De Martin smonta diversi luoghi comuni su cui molti giornalisti hanno basato il loro storytelling sull’università italiana. Quali luoghi comuni? Per esempio quello sulla debolezza dei nostri atenei che emerge lampante dalle posizioni (non brillanti) occupate nelle classifiche internazionali. De Martin osserva che quando si parla di università italiana ci si riferisce sempre alle singole sedi, mai al sistema nel suo complesso. Ma quanti sanno che per entrare nelle prime cento posizioni è necessario un budget di circa 1,5 miliardi di euro, mentre i finanziamenti per tutte le università italiane ammontano appena a 6,5 miliardi (un quarto della Germania)? Al contrario, se si guarda al sistema nel suo complesso, si scopre che l’Italia si colloca tra i primi dieci Paesi al mondo per produzione scientifica, un risultato «quasi straordinario » – osserva De Martin – se si considera il bassissimo livello di finanziamento del sistema di ricerca italiano (che recentemente la Commissione Europea ha definito «forte nonostante un complessivo sotto finanziamento in ricerca e innovazione»). Secondo luogo comune: «le università italiane sono troppe». Falso: ne abbiamo 1,6 per milione di abitanti, meno del Regno Unito (2,3), dell’Olanda (3,4), della Germania (3,9), della Francia (8,4) e degli Stati Uniti (14,5). L’università italiana è quasi gratuita? Neanche questo è vero: secondo l’Ocse le tasse di iscrizione italiane sono tra le più costose (solo Inghilterra e Olanda ci superano). Ci sono troppi docenti? No, solo altri quattro paesi Ocse (su 34) hanno un rapporto studenti docenti peggiore di quello italiano. La critica di De Martin è globale e investe la stessa concezione dell’università che si è imposta negli ultimi quarant’anni di ideologia neoliberista. Un’ideologia che ha imposto all’università di concentrarsi sugli aspetti economici della sua missione, cioè sulla formazione di professionisti invece che di persone. Qui l’argomento si fa scivoloso perché ha a che fare con il contratto sociale che l’accademia stipula con i cittadini: creare professionisti iperspecializzati o cittadini consapevoli e lavoratori dotati di grande duttilità in un mondo che cambia rapidamente? De Martin sposa la seconda ipotesi. La sua visione si contrappone in modo radicale al modello oggi vincente: propone curriculum interdisciplinari (più contenuti umanistici nelle facoltà tecnico scientifiche, più scienza e tecnologia in quelle umanistiche) sul modello del Mit di Boston, dove gli studenti devono «dedicare due quinti del loro tempo a sviluppare la conoscenza di sé e del mondo»; ipotizza la creazione di un corso di laurea triennale di arti liberali, ispirato all’esperienza di Science et Humanités di Marsiglia; sostiene che è necessario offrire agli studenti ampia libertà nel progettare il piano di studi nel primo anno della laurea triennale (una libertà che dovrebbe ridursi in modo progressivo negli anni successivi). Un modello (ispirato al sistema americano) che prevede una vera specializzazione solo con la laurea magistrale e poi (eventualmente) con il master e il dottorato di ricerca. Secondo De Martin andrebbe radicalmente ripensato anche il sistema di valutazione del sistema universitario che –nella sua forma attuale –indica una sfiducia sistematica e strutturale verso i suoi membri. Evidentemente – dice l’autore – il sistema è considerato «corrotto oltre ogni limite» e per questo viene ingabbiato in una serie di controlli che imprigionano la vita degli atenei in una gabbia burocratica. Come farebbe l’Europa a essere piena di ricercatori italiani se davvero il nostro corpo docente fosse così moralmente degradato come viene descritto, e la nostra università così scadente? Ma –aggiungiamo noi –l’opera sistematica di svalutazione dell’università è solo un capitolo del più generale smantellamento del ruolo delle élite che va tanto di moda. L’università è una “casta” e delle altre caste ha subito la sorte. Forse per questa ragione di Università futura si parla così poco.