«Avida, esibizionista, pazza». L’ira della Corte delle libertà
I giornali del premier e i suoi sostenitori coprono d’insulti Veronica Lario. Le ricordano il suo passato di attrice e l’accusano di essersi alleata con la sinistra per far cadere il governo, di non aver lavato i panni sporchi in famiglia, di cercare facili applausi mentre è seduta su una montagna di miliardi
di G.M.B
La furibonda lite esplosa nella casa regnante del Pdl ha coinvolto e sconvolto l’intera corte che - come da tradizione - ha preso in modo pressoché unanime le parti del sovrano. Ecco qua, ordinati alfabeticamente e titolati per facilitarne la lettura, i principali tra gli epiteti lanciati dai ciambellani e dal popolo alla regina ribelle Veronica Lario. Lettura che aiuta a comprendere l’idea del mondo, della donna, e anche della libertà di manifestazione del pensiero che a quanto pare domina nel Popolo delle libertà.
Avida «Si permette di criticare e poi sta seduta sulla montagna di miliardi del marito». (da «Spazio azzurro», il Blog del Pdl)
Becera «Offendendo tuo marito offendi te stessa a tutti quelli che credono in lui». (dal Blog del Pdl).
Capricciosa «Sicuramente è pericolosa per Berlusconi, un uomo chiamato a responsabilità da cui non può essere distratto dai capricci rumorosi della moglie». (Vittorio Feltri, Libero)
Dannosa «Pungenti, salaci dichiarazioni che danneggiano, o almeno si cimentano a farlo, non suo marito - sarebbero fatti squisitamente loro - ma il premier e il governo italiano». (Maria Giovanna Maglie, Il Giornale)
Esibizionista. «Lei stessa proviene dal mondo dello spettacolo, memorabili sono le sue esibizioni a torace nudo sul palcoscenico del teatro Manzoni». (Vittorio Feltri, Libero)
Fedifraga «Al suo posto ne avrei discusso a casa, anziché dare in pubblico giudizi ingenerosi». (Laura Comi, candidata del Pdl alle Europee)
Giuda. «Chi c’è dietro la signora Lario, i soliti sinistri?». (dal Blog del Pdl).
Ingiusta. «Insomma, cara Veronica, l’impressione è che il divertimento dell’imperatore non sia un capriccio del sultanato del XXI secolo, ma il semplice gusto di piacere agli italiani, e di vincere le elezioni con mezzi leciti. E questo è difficile rimproverarglielo». (Editoriale del Foglio)
Leggera «Ma non si era detto che la Lario era una donna matura e riservata?» (dal Blog del Pdl)
Moralista «Fuori luogo sconfinare nel moralismo. I giudizi sulle persone sarebbe meglio esprimerli a posteriori». (Gabriella Giammanco, deputata del Pdl).
Nullità «Se voleva ricordarci che esiste, l’ha fatto nel modo peggiore». (dal Blog del Pdl).
Opportunista «Entrando in scena contro il marito, si becca gli applausi più facili di tutta la sua dimenticata carriera». (Valeria Brughieri, Libero).
Pazza «Nei panni della signora avrei agito diversamente, anche solo per evitare il rischio di un ricovero coatto in struttura psichiatrica». (Vittorio Feltri, Libero).
Querula «La solita guerra tra donnicciole, la signora Lario si sarebbe mostrata più intelligente se avesse contato fino a dieci prima di dar fiato a stupidaggini». (dal Blog del Pdl).
Rompiscatole «Veronica ha rotto. Sarebbe opportuno farla vivere con 1000 euro al mese». (dal Blog del Pdl).
Scocciatrice. «Visto che la maggior parte degli italiani la pensa così, di non scocciarlo e di lasciarlo lavorare, quelli che continuano a farlo sono prima di tutto nemici della maggioranza degli italiani. Anche le gentili signore». (Maria Giovanna Maglie, Il Giornale).
Trasformista «Miriam Raffaella Bartolini, tanti anni fa si è trovata un nome d’arte: Veronica Lario. Dall’altro ieri gliene abbiamo trovato uno noi: Lario Franceschini». (Valeria Brughieri, Libero).
Venduta «Veronica Lario nuovo leader del Pd?». (dal Blog del Pdl).
Zotica «Non mi pare che quando Silvio ha scelto la Lario lei stesse facendo l’esegesi della Critica della ragion pura». (Dal Blog del Pdl).
l’Unità 1.5.09
Fascismo da copertina
di Silvia Ballestra
So riconoscere un picchiatore, anche in metafora. E leggendo Libero di ieri ne ho visto uno bello grosso, nientemeno che il direttore Feltri. Correndo in soccorso del più forte, eccolo esercitare il suo personale gusto squadristico su una donna (gusto doppio, dunque!). E allora, via con tutto il campionario. È una mezza matta, velina ingrata, pericolosa per suo marito che sta salvando il mondo, l’Italia, l’Abruzzo, l’economia, e chissà cos’altro mentre lei, l’isterica, osa disturbarlo con le sue paturnie. Argomentazioni non diverse da quelle del marito, che pronuncia a proposito della moglie la seguente frase: «A volte alle donne succede di essere un po' nervose…». Uno statista europeo! E le parole non bastano: le foto di prima pagina (la Lario che si spoglia durante uno spettacolo teatrale) pubblicate fuori contesto fanno parte del linciaggio. E non basta: l’idea evocata nel titolo che una velina debba poi essere grata (e non “ingrata” come Veronica) è un altro sasso nella lapidazione che questa volta pare autorizzata dall’alto. Insomma, la tesi di Feltri è semplice e lineare: la signora Veronica era una starlette anche lei. Eccola quando mostrava le tette a teatro per sedurre il ricco Silvio. E dunque la lezione è: soffra tacendo. Si goda la villa. Essere sposate a un grand’uomo comporta qualche sacrificio, compensato - sottolinea con eleganza Feltri - dai “dané”. Si parla a Veronica, ma la si vorrebbe Rachele. Con in più la malafede di fingere di tifare per tutte le numerose Clarette del nostro amato duce. Pardon, papi.
l’Unità 1.5.09
In velina veritas
di Maria Novella Oppo
E adesso, che fine faranno le Veline estromesse dalle liste? Vuoi vedere che rifluiranno tutte in tv e a noi pubblico toccherà trovarcele in ogni anfratto dei palinsesti? Così, a una forma di antifemminismo se ne aggiungerà un’altra. Del resto, la politica si è sempre pasciuta di carne umana, soprattutto giovane. Mentre, forse, a certi livelli di maschilismo non era ancora arrivata la stampa di un paese cosiddetto democratico. Giustamente, Alessandra Mussolini ha denunciato ieri a Omnibus la pubblicazione su Libero delle foto di Veronica Lario nuda. Un avvertimento: che la signora sappia che cosa le accadrebbe a mezzo stampa se chiedesse il divorzio. A proposito: chissà se il lodo Alfano vieta anche di fare causa di separazione nei confronti di Berlusconi. Il quale intanto, definendo i suoi oppositori «maleodoranti», ha sfondato un nuovo muro mediatico, aggiungendo alla tv (e al dibattito ideale) la dimensione mancante della puzza.
Repubblica 1.5.09
Chiara: "Me l’avevano chiesto loro". Giovanna: "Penalizzate dalle polemiche". Maria Elena: "Scelte le più protette"
La rabbia delle veline escluse "Avevo già firmato dal notaio"
di Carmelo Lopapa
Alcune avevano frequentato il corso di formazione del Pdl con i ministri Frattini e Brunetta
"Al corso io facevo le domande al ministro, la Matera invece è stata sempre zitta"
ROMA - Le più ambiziose, candidatura in tasca, avevano frequentato la quattro giorni di via dell´Umiltà, prof d´eccezione i ministri Frattini e Brunetta. Stile corso rapido di recupero, 4 mesi in quattro giorni. Di politica, s´intende. Le più scottate, nel day after del bianchetto cancella "veline", sono le sfortunate che dopo gli strali di Veronica Lario si sono ritrovate fuori dopo aver firmato davanti al notaio. Segno distintivo per tutte, neanche a dirlo, giovani, carine e alla prima (mancata) candidatura.
Ecco Chiara Sgarbossa, per esempio, 25 anni, veneta, ancora sta lì a chiedersi come le abbiano potuto «revocare» la firma apposta davanti al notaio: «Questa è una grande presa per i fondelli - protesta dalle colonne del "Mattino" di Venezia - Almeno fosse partita da me l´idea di candidarmi, mi è arrivata da loro. A Roma avanti e indietro, alberghi, aerei, treni, sempre a spese mie. Per ricevere le pacche sulle spalle da La Russa: "Signorina l´abbiamo appena candidata, mi lasci anche il numero di telefono, se ha bisogno per la campagna elettorale mi faccia uno squillo che io sono sempre disposto a dare consigli..." E la Matera, poi (unica sopravvissuta della categoria, ndr), al corso è stata sempre zitta, mentre io facevo le domande a Frattini. Ora risulterà solo che ero nel corso delle ex veline candidate da Berlusconi. Figura pessima». Le altre, la squadra di attrici, comparse tv e protagoniste di fiction si sono chiuse nell´amaro riserbo. Da Angela Sozio, la rossa del Grande fratello, a Susanna Petrone, valletta Mediaset di Guida al campionato, da Eleonora Gaggioli, l´Elisa di Rivombrosa, a Camilla Ferranti, star di Incantesimo. Giovanna Del Giudice, avvenente ex "meteorina" di Retequattro, 25enne, da un anno anche assistente di tre senatori (Ghigo, Rizzotti e Picchetto), la sua delusione invece la confessa: «Non protesto, ma un po´ ci resto male. Avevo anche firmato dal notaio. Diciamo che siamo state un po´ penalizzate da queste polemiche. Ma io tra 2 mesi mi laureo, Giurisprudenza». Ad un´altra giovane napoletana, Emanuela Romano, non ha giovato neanche il gesto estremo del padre, che ha provato a darsi fuoco davanti Palazzo Grazioli. Tra Sardegna e Sicilia si parla ancora del caso legato alla giovane cantante sassarese Cristina Ravot. Proprio lei che aveva animato più di una festa nella villa sarda di Silvio Berlusconi, è saltata in extremis sotto la scure del "repulisti", per lasciare posto a Francesca Masci, 39enne madre di tre figli che ora glissa: «La Ravot? Il suo nome non è mai stato sulle liste, solo sui giornali». A Bari, da dove proviene Barbara Matera unica starlette a risplendere nella lista Sud, si può immaginare come l´abbia presa l´europarlamentare uscente Pdl Marcello Vernola che si è dovuto fare da parte.
Ma nell´improbabile classifica della delusione la palma l´ha conquistata Maria Elena Valanzano, 30 anni, forzista napoletana, tanto sicura di farcela da presentarsi sorridente alla conferenza stampa di presentazione delle liste mercoledì a Montecitorio. «Ero certa, mi hanno chiamato per firmare l´accettazione. Alla fine è stato penalizzato chi è meno protetto». È uscita dalla Sala del Mappamondo con gli occhi lucidi.
Repubblica 1.5.09
Il premier che ama farsi chiamare “papi”
risponde Corrado Augias
Gent. mo dott. Augias, dicendo che «la signora» ha «creduto» a quello che hanno messo in giro i giornali, il marito ha in pratica detto che la stessa è una donna da poco o, ben che vada, una credulona.
Michele De Luca m.deluca33@virgilio. it
Caro Augias, mi sembra che non sia stato centrato il problema delle cosiddette veline. A me sembra evidente che dopo avere avocato a sé il potere di decidere chi candidare, Berlusconi è passato a candidare chi voterà senza approfondire troppo quello che sta facendo.
Francesco Ivella fs.ivella@studioivella. it
L' affare veline ha molti aspetti che meritano attenzione. Per ragioni di spazio ne posso accennare due. Il primo è pubblico. Il presidente del Consiglio ha una convinzione, più volte ribadita, a proposito degli organi parlamentari e di governo: servono a poco, a volte risultano addirittura dannosi: fanno perdere un sacco di tempo. Fin dal primo governo (1994) molti uomini e donne collocati in posizioni chiave erano clamorosamente fuori posto. Per evitare ogni 'ciarpame senza pudore' ricordo un esempio alto: fare ministro per i Rapporti col Parlamento un uomo di scontro in prima linea come Giuliano Ferrara fu un evidente 'miscast'. Durò poco. L'uomo, a parte due o tre posizioni chiave, non bada a funzioni e competenze, riempie caselle, ripaga amiche e amici, soddisfa i suoi capricci. Per il resto conta soprattutto su se stesso divorato com'è dalla sua egolatria. Il risultato è che in quindici anni di vita politica, se si escludono alcuni provvedimenti di 'autotutela', non ha lasciato una sola impronta che possa definirsi non dico storica ma almeno significativa. Poi c'è l'aspetto privato, come minimo ha due facce. La moglie legittima, Veronica Lario, che ormai tratta con irata estraneità. Si deve presumere che solo il futuro patrimoniale e manageriale dei suoi tre figli (i due più grandi sono di un precedente matrimonio) impediscano una separazione definitiva. C'è infine Anna Letizia, mamma della diciottenne Noemi, la quale lancia messaggi ambigui: «Come ho conosciuto il presidente? Non chiedetemelo, per favore. Consentiteci un po' di privacy. Come persona, come famiglia e come madre. Le mie foto? No, non amo darle. Se vuole, può farle uscire lui, papi». Chissà perché Papi anche lei, come sua figlia.
il Riformista 1.5.09
Giovani Sartori. «Gli manca solo che passi il referendum, e poi sarà davvero sultano. Gli italiani o sono come lui o vorrebbero esserlo: il donnaiolo impunito».
«Il sultanato ha bisogno del suo harem»
di A.D.A.
«Auguro a Berlusconi un futuro radioso nel suo harem»: il politologo Giovanni Sartori ha appena scritto un libro dal titolo Il sultanato. Col Riformista parla del rapporto tra il «sultano» e le «donne».
Nel suo libro parla del rapporto di Berlusconi con le donne?
Il tema è incidentale rispetto alle polemiche di questi giorni. Anche se il rapporto con le donne è sempre stato decisivo nella sua vita.
Come in quella di tutti.
Certo, ma il suo potere si è consolidato anche con lo stile harem.
Ora più che mai.
Sì, perché l'uomo è sempre più onnipotente in senso psicologico e quindi esibisce l'harem. Anche se la vicenda della ragazza che lo chiama «papi» dimostra che è sempre stato molto attivo.
Non mi dica che crede…
Non è che io credo. Se una ti chiama papà…
L'unica opposizione è Veronica.
È una mamma classica che difende i suoi figli ed è preoccupata che magari non sono favoriti come gli altri. È ovvio che si arrabbia se una chiama il marito papà…
È di cattivo gusto.
Sono tanti ad avere figli illegittimi. Lui è un capo del governo, va lì in quel modo, fa quel regalo. Si può non esibire il tutto in veste non ufficiale.
Insomma è islamico.
Un sultano, appunto.
Però le candida, le mette al governo: cede il potere.
Non è escluso un rapporto intimo…
Agli italiani però piace.
Lo votano perché o sono come lui o vorrebbero esserlo. Loro hanno il desiderio, lui è il simbolo della sua realizzazione.
Una prouderie collettiva.
Sì, c'è anche una prouderie collettiva.
Come giudica l'opposizione al sultano?
Mi pare che l'opposizione ne azzecchi poche. Potrebbe ridacchiare un po'.
Il Pd tifa Veronica.
Bah. All'elettorato di Berlusconi piace il donnaiolo impunito.
Non c'è scampo.
Ha già detto che le riforme le farà da solo. Se poi passa il referendum, sultano lo diventa davvero. Può prendere la maggioranza assoluta con un partito genuflesso.
Meglio non andare a votare.
Sul referendum ho già detto che non tifo per il raggiungimento del quorum. Le buone intenzioni dei promotori sono aggirabili con la legge che ne viene fuori.
Come si torna alla democrazia?
Aspettando che Berlusconi si chiuda nel suo harem e non si occupi d'altro. Gli auguro un futuro radioso nel medesimo.
il Riformista 1.5.09
Dal vecchio Playboy a Playsilvio
Meglio l'originale
di Francesco Bonami
Un tempo ci trinceravamo dietro la patetica scusa di averlo comprato per la «bellissima» intervista con Kissinger o con Garcia Marquez, oggi è più probabile che il candidato/a alle europee si vanti di non sapere chi sono Kissinger o Garcia Marquez
Caro Bob - Il battibecco fra la prima signora italiana e il primo signore italiano la dice lunga sullo stato in cui versano la politica e la società italiane. Un tinello suburbano dove il compito di chi ci governa è quello di intercettare gli umori e le frustrazioni di una classe sociale sempre più amorfa che sogna la ragazza del canale accanto anziché quella della porta accanto come aveva capito il fondatore della rivista Playboy Hugh Hefner nel 1953. Non stupiamoci se presto da Palazzo Chigi uscirà il mensile Playsilvio. Hugh Hefner pensò alla sua rivista per addolcire la noia domenicale. Così, sul tavolo della sua cucina di Chicago, inventò il primo numero di Playboy, una rivista per il "young single man", il giovane scapolo, contemporaneo.
Playboy, che prendeva il nome da un concessionario di auto fallito, non solo fu una coraggiosa, sovversiva, intuizione, in un momento in cui il sesso non andava certo per la maggiore, ma fu anche una vera e propria rivoluzione culturale e sociale. Ancora oggi, che culi e poppe, con tutto quello che sta davanti, dietro, sotto e dentro si possono guardare su Internet gratis, Playboy continua a vendere nel mondo tra i quattro e i cinque milioni di copie, con un 14 per cento di lettrici donne.
Il nostro premier deve essersi ispirato al creatore delle famose conigliette. Il segreto del successo di Playboy e del suo coniglietto simbolo - che nel 1989 fu dichiarato, dopo quello della Coca Cola, il logo più famoso del mondo - non fu solo quello di aver capito che al maschio, giovane o vecchio, solo o sposato , che sia, ogni tanto la mano da quelle parti scappa, ma l'aver intuito che di quella mano tentatrice l'uomo si sarebbe sempre vergognato, tentando di nasconderla dietro bisogni e necessità diverse. Hefner non si sarebbe mai immmaginato che la vergogna del maschio un giorno si sarebbe trasformata in un Paese come l'Italia in strumento politico e orgoglio nazionale. Se un tempo davanti a un ospite inatteso, che vedeva Playboy spuntare da sotto il divano, ci trinceravamo dietro la patetica scusa di aver comprato il famoso mensile per la «bellissima» intervista con Henry Kissinger o quella con il premio Nobel Gabriel Garcia Marquez, oggi è più probabile che vada sotto il divano la rivista culturale e che il candidato o la candidata alle elezioni europee si vanti di non sapere nemmeno chi sono Kissinger o Garcia Marquez. Se Hefner ha costruito un impero sulle proprie ossessioni vivendo la maggior parte della sua vita in vestaglia, trasformando il suo letto circolare, nella villa di Los Angeles, in una redazione, non meravigliamoci se seguendo i propri istinti il nostro primo ministro inizierà a tenere il Consiglio dei ministri in vestaglia (gli incarichi della Rar d'altronde già si decidono attorno al camino del suo salotto ad Arcore). Ma se Playboy aveva una sua dignità, ingenua, banale ma particolare, Playsilvio la dignità, maschile e femminile, l'ha già messa nel tritacarne da tempo. La doppia pagina centrale con la coniglietta del mese si è trasformata nel manifesto elettorale affisso per le strade delle nostre città. L'innegabile, perfida, genialità del nostro premier è comunque quella di aver capito che ha a che fare con un popolo sempre più ritornato allo stato dei primati.
Hefner il suo impero e i suoi soldi li ha usati anche per aiutare i politici democratici a combattere la crociata reazionaria di Edward Meese che, alla metà degli anni Ottanta, nel pieno dell'era reaganiana, con miopia talebana, faceva leggi contro la pornografia che mandarono in crisi le innocue conigliette senza risolvere la vera pornografia prodotta dal degrado sociale. Da noi invece un impero economico e mediatico è stato ed è utilizzato come strumento per governare una società diventata culturalmente pornografica e degradata. Se per Berlusconi non è giusto escludere dalla politica uno o una solo perché è diventato famoso grazie alla televisione, è vero esattamente il contrario: se uno non è stato santificato dalla televisione in Italia avrà poche possibilità di essere preso in considerazione come leader politico.
Repubblica 1.5.09
La caduta degli idoli ribelli
di Natalia Aspesi
Ad uno ad uno, gli idoli ribelli degli anni ´60 sono caduti in pezzi, travolti da memoriali, rivelazioni, pettegolezzi. L´ultimo è quello che fu il massimo divo dell´antipsichiatria, il venerato e affascinante R.D.Laing, autore del celeberrimo "L’io diviso". Se ne riparla adesso perché si sta progettando un film sulla sua vita, protagonista l´attore inglese Robert Carlyle. Litigano per realizzarlo uno dei dieci figli di quattro madri diverse, Adrian Laing, autore di una biografia del detestato padre e Bob Mullan, scrittore e regista di documentari. Film comunque difficilissimo, se racconterà quello che di quella celebrità amata anche in Italia, rivela Russell Miller sul Sunday Times: la star della psichiatria che accusava la famiglia di essere la sola causa della follia, abbandonò la prima moglie e i cinque figli costringendoli a vivere miseramente, volle a tutti i costi rivelare alla figlia ventenne che sarebbe morta in pochi mesi di leucemia senza poi occuparsi della sua disperazione, si faceva talmente di alcol e di droga che alla fine gli fu impedita la professione medica. Morì a 61 anni nell´89, senza un soldo, senza un lavoro, senza fissa dimora.
l’Unità 1.5.09
Quando i lavoratori italiani non potevano festeggiare
Le testimonianze e i ricordi di Nenni, Negarville, Pertini, Lizzadri, di operai e contadini che raccontano la loro battaglia per difendere il Primo Maggio sotto il fascismo, in carcere, davanti ai gerarchi e ai padroni allineati. E l’Unità clandestina: «Torneremo a festeggiare quando sconfiggeremo Mussolini»
di Bruno Ugolini
L’autore del volume ricorda l’Unità del 23 aprile 1926, edita clandestinamente, con la parola d’ordine: “Il diritto di celebrare il Primo Maggio sarà riconquistato abbattendo il fascismo”.
C’è stata un epoca in cui festeggiare il primo maggio, era proibito, era un reato. Erano gli anni del fascismo. Eppure c’era chi sfidava il divieto. Una ricostruzione di quegli anni è contenuta nel volume appena dato alle stampe curato da Francesco Renda, “Storia del primo maggio” (edizioni Ediesse) .
Per fronteggiare quella data, ricorda Renda, “il regime fascista mobilitava tutto l’apparato repressivo”. A chi non era fascista era proibito “financo vestire a festa, incontrarsi con gli amici, coi vicini di casa o coi compagni di lavoro, bere con loro una bottiglia di vino o consumare la pietanza tradizionale preferita”. Ed ecco il racconto del pugliese Domenico Virgilio a Cerignola: “Dopo il 1926 si scriveva sui muri, per terra, si andava a mettere le bandiere rosse nella villa comunale, negli alberi, negli altri punti della cittadella”.
A Piadena (Verona), spiega un altro testimone “Per il primo maggio del 1932 avevamo organizzato un’affissione di manifesti per tutto il Paese. Il momento per poterli affiggere era la sera, ma c’erano le luci per le strade e potevano vederci. Parlammo con C. che ci insegnò come potevamo fare saltare le valvole e mettere il paese al buio. Viene la sera ed il paese restò buio e noi potevamo girare con le nostre carte. Ne avevamo attaccati su tutti i muri e su tutte le porte, fin su quella della Caserma, ai pali della luce lungo la stradone fino a Cremona. Alla mattina i fascisti si trovarono il paese addobbato di tutti quei manifesti con le scritte contro il regime che invitavano i lavoratori a resistere, a “festare” perché era la festa del lavoro. Te la immagini che rabbia! E non sapevano con chi prendersela”.
Oreste Lizzadri, segretario della Cgil, descrive il 1° maggio 1937 a Roma: “Sfoglio i miei appunti e trovo: 14 aprile 1937 riunione a Grottaferrata... Tirai fuori l’appello già preparato. Poche righe invitanti tutti i cittadini che desiderano ricordare il primo maggio a fornirsi di cravatta rossa e di portarla per tutta la giornata…I commissariati entrarono in agitazione. Uomini vestiti di scuro accigliati giravano per i cantieri edilizi diffidando e minacciando. Guai a chi porterà il primo maggio la cravatta rossa. Così dove non erano arrivati i manifestini, arrivarono i poliziotti. Il primo maggio 1937 passò tutt’altro che inosservato a Roma. I fornaciari si astennero in massa dal lavoro, su alcuni palazzi in costruzione sventolò per qualche ora la bandiera rossa; diverse vetture tranviarie, subito costrette a rientrare, uscirono dal deposito con le scritte “Viva il Primo Maggio…”.
Ed ecco un ricordo dalle carceri di Pietro Nenni. “L’ultimo primo maggio da me trascorso in patria fu quello del 1926. Ero in carcere a San Vittore a Milano per certi volantini clandestini. Fu una giornata di grande tensione giacché il carcere ospitava i sicari che avevano pugnalato Matteotti, Domini, Volpi ecc. Ci fu una specie di saluto mattutino da cella a cella a base di imprecazioni contro Mussolini e i suoi sicari, di Viva il Primo Maggio e Viva Matteotti. Da una cella fu esposto un cencio rosso che mise in subbuglio la direzione del carcere. Qualche provocazione partì dai fascisti fortemente rintuzzata dai nostri.”
“Non si trattava” – ha scritto Celeste Negarville, dirigente comunista – di fare delle manifestazioni di massa… Ciascuno di noi comprava al bettolino del carcere qualche cosa per il primo maggio. Attorno alla tavola imbandita sulla branda tutti i compagni di un camerone ci sedevamo, uno di noi faceva un discorso, e poi le nostre canzoni, che intonavamo sommessamente chiudevano la celebrazione”.
Vi è anche la testimonianza di Sandro Pertini: “Ricordo il primo maggio 1925 nella mia Savona. Quel giorno, per i segnali regolamentari, i ferrovieri addetti al movimento della stazione e del tronco ferroviario che collega questa con il porto, agitavano le bandierine rosse non più arrotolate ma accuratamente spiegate. La sera prima le bandierine erano state ben ripulite perché il loro rosso fosse fiammante”.
il Riformista 1.5.09
Primo maggio francese di lotta e di rivolta contro la crisi (e Sarkò)
di Luca Sebastiani
Club degli otto. Oggi nelle piazze d'oltralpe andrà in scena uno spettacolo inedito per la festa del lavoro: l'unità sindacale. Dopo le mobilitazioni-monstre di gennaio e marzo, il movimento tenta il tris. Per tenere viva l'agitazione "pre-rivoluzionaria".
Parigi. Quest'anno in Francia il Primo maggio sarà una giornata storica. Per la prima volta dal dopoguerra, infatti, le otto centrali sindacali francesi si sono convinte ad organizzare «insieme» le manifestazioni per la festa dei lavoratori. Certo non si tratta di una concordia improvvisamente ritrovata, ma più che altro della necessità di trasformare il Primo maggio nella terza giornata di mobilitazione nazionale unitaria contro la recessione e le politiche anticrisi messe in campo da Nicolas Sarkozy. La situazione sul territorio si stava radicalizzando un po' troppo, e bisognava dare una risposta ai lavoratori.
Il 29 gennaio, per il primo sciopero, erano scesi in piazza due milioni di persone e due e mezzo per quello del 19 marzo. Tutto lascia pensare che oggi i francesi si supereranno per la terza volta. A livello locale, tra bossnapping e azioni violente, la radicalità sembra guadagnare terreno. E mentre all'Eliseo Nicolas Sarkozy sulla questione sociale rimane muto e inflessibile - per lui le misure messe in campo dal governo per contrastare la crisi sono più che sufficienti - i cittadini che sostengono il movimento continuano ad aumentare. Secondo i sondaggi sono il 72 per cento dei francesi ad appoggiare la mobilitazione-festa di oggi, mentre erano il 69 prima del 29 gennaio e il 62 alla vigilia del 19 marzo.
Mentre i manager continuano ad attribuirsi super bonus e paracaduti dorati come se la crisi non esistesse, i francesi delle classi medie e popolari si sentono sempre più le uniche vittime di una crisi di cui non sono responsabili. Il malessere cresce e così i tempi diventano poco propensi alla rupture sarkozista. Anzi, quest'ultima non fa che incrementare il tasso di conflittualità. Da mesi le università vengono occupate qui e là per la Francia e i professori scendono in piazza contro la riforma di atenei e licei. Sul piede di guerra, la funzione pubblica chiede a gran voce la fine del blocco del turn over, e da qualche tempo anche la sanità è in agitazione contro la legge di riforma degli ospedali.
Tutto ciò, insieme alle occupazioni delle fabbriche, il sequestro dei manager, il blocco puntuale degli stabilimenti, i black out selvaggi all'Edf (l'Enel francese), contribuisce a creare un clima di mobilitazione permanente. Dall'inizio dell'anno ci sono state a Parigi 855 manifestazioni rivendicative, sette al giorno. E la cosa che turba di più le autorità, è che per un quarto si tratta di manifestazioni spontanee. I politici dell'opposizione, come Ségolène Royal, hanno parlato di clima prerivoluzionario. Ma anche a destra si sprecano le allusioni all'89. La scorsa settimana è stato l'ex primo ministro Dominique de Villepin a parlare di «rischio rivoluzionario».
Se prevedere una nuova Rivoluzione è forse un po' esagerato, certo è che la situazione è frutto di una debolezza storica dei sindacati francesi, frammentati e poco rappresentativi. Per questo, per cercare di tenere insieme le tensioni conflittuali di questi mesi, oltre che con la storica unità ritrovata, i sindacati hanno voluto allora rispondere all'ampiezza del movimento con il numero anch'esso storico di 283 manifestazioni organizzate oggi in tutto il paese.
L'unità del Club degli 8 però, come ormai viene chiamato il raggruppamento delle sigle (CGT, CFDT, FO, CFE-CGC, CFTC, FSU, Unsa, Solidaires), nasconde una sua strtturale fragilità. Nel G8 sono infatti raggruppate sia le centrali più radicali, che vorrebbero condurre subito i lavoratori verso azioni spettacolari, sia quelle più riformiste, che sorvegliano invece le mosse del governo con un occhio ad una base sempre meno paziente. Un esercizio d'equilibrismo tra sensibilità diverse quello del G8, che si deve guardare le spalle anche dagli assalti dei partiti dell'estrema sinistra.
Olivier Besancenot in effetti, non ha fatto altro che soffiare sul fuoco. Col suo Nuovo Partito Anticapitalista ha cavalcato tutti i conflitti, si è recato presso tutte le barricate. Per il postino trotzkista il modello di lotta ideale è lo sciopero generale ad oltranza condotto dal sindacato guadalupense tra gennaio e marzo scorsi. Da settimane Besancenot dice di lavorare per la «convergenza delle lotte» e non fa che interpellare i sindacati affinché dichiarino lo sciopero generale. In attesa, il postino ha già proposto per il mese di maggio «una marcia nazionale su Parigi dei lavoratori licenziati». Oggi, per segnare la sua differenza e sottolineare la sua purezza rivoluzionaria, Besancenot non sfilerà a Parigi con col Club degli 8, ma in Guadalupa.
Nella capitale coi sindacati, sfilerà però il Partito socialista che per una volta unito - anche se poco udibile - vuole invece offrire ai lavoratori uno sbocco politico. La sua parola d'ordine del Ps oggi sarà l'abolizione dello scudo fiscale che proteggendo i grandi capitali conferisce anche una caratterizzazione di classe alla politica economica di Sarkozy.
il Riformista 1.5.09
Età della crisi. Voci da una città che ogni anno manda in scena piccole insurrezioni e scontri politici. E di questi tempi, si teme il peggio.
Scontri. Manifestante fermata durante le dimostrazioni dell’anno scorso
A Berlino sarà guerriglia ancora più tosta del solito
di Paolo Petrillo
Berlino. Primo maggio a Berlino. Grande festa dei lavoratori nella città che un tempo ospitò l'insurrezione spartachista, fu poi per oltre 40 anni capitale dello Stato Operaio e Contadino e oggi - unico esempio in Germania - è una metropoli amministrata da una giunta rosso-rosso, vale a dire da un'alleanza fra socialdemocratici e neo-comunisti? «Ma quando mai! - risponde Sabine, giornalista 40enne nata nell'ex Berlino est e rimasta fondamentalmente di sinistra - Da 20 anni a questa parte, e in modo sempre più evidente negli ultimi dieci, il Primo maggio qui non ha più alcun valore politico. Il vero significato della giornata sta nei disordini e nelle violenze da strada a cui si abbandonano giovani di sinistra e di destra, con l'aggiunta di numerose bande di ragazzi arabi e turchi. L'etichetta rimane quella del Primo Maggio Rivoluzionario, ma in realtà è soprattutto l'occasione per un grande appuntamento ludico, dove buona parte del divertimento consiste nel fare a botte con la polizia o nel bruciare qualche macchina». Naturalmente non sarà dappertutto così. Oggi, sotto la Porta di Brandeburgo sfilerà il tradizionale corteo dei sindacati, ordinato e pacifico. Mentre a Kreuzberg - uno dei quartieri a più alta presenza d'immigrati, soprattutto arabo-turchi - ci saranno per ore musica e danze, una colorata festa da strada che per molti finirà nel Goerlitzer Park, l'area verde più vicina, luogo ideale per prendere il sole e riunirsi intorno a un barbecue. E tuttavia i notiziari di domani avranno immancabilmente l'aria di piccoli bollettini di guerra: scontri fra dimostranti e polizia, numero dei feriti e degli arresti, macchine bruciate, generale conteggio dei danni inflitti alla città. Al punto che, ogni anno, c'è qualcuno che si domanda se non sarebbe in fondo opportuno vietare le manifestazioni del Primo maggio.
Quest'anno poi - ha fatto sapere la polizia tedesca - le cose potrebbero andare peggio del solito. C'è la crisi, naturalmente, con le sue conseguenze in termini di aumento della disoccupazione e dell'instabilità sociale. I senza lavoro in Germania sono ora l'8,3 per cento della popolazione e a Berlino salgono al 14 per cento: anche se la valenza politica di quest'appuntamento è ormai ridotta al minimo, si tratta pur sempre di una cornice favorevole agli slogan più radicali. «Grazie all'attuale crisi del capitalismo - ha dichiarato alla stampa un militante dei famigerati Autonomen berlinesi - noi autonomi abbiamo conquistato una nuova coscienza di noi stessi». «È nostra esplicita intenzione - quindi - dar vita a disordini sociali. Sfrutteremo l'occasione del Primo maggio per crearne il più possibile». La linea della polizia è, ormai da anni, quella della "Deeskalation": presenza di massa ma defilata, cercando di non cedere alle provocazioni dei manifestanti e ricorrendo, di solito, a cariche d'alleggerimento quando la situazione rischia di degenerare. Una strategia ben chiara alla controparte, che ama esercitarsi in lanci di oggetti contro gli agenti per poi defilarsi, divertita, ai primi accenni di reazione.
Altro elemento di tensione è rappresentato dai gruppi neonazisti che - paladini della difesa del lavoratore tedesco contro la minaccia della manodopera straniera - cercano ormai da tempo di essere parte attiva nelle risse del primo maggio. L'Npd ha annunciato una manifestazione nel quartiere di Koepenick, e i militanti di sinistra hanno risposto organizzando una contro-dimostrazione. Compito delle forze dell'ordine, in questo caso, sarà tenere separati due schieramenti che, probabilmente, faranno di tutto per incontrarsi. Infine, a completare il quadro di un Primo maggio che rischia di essere ricordato come uno dei più caldi dalla riunificazione ad oggi, interviene anche lo spettro degli hooligans greci. Questa sera a Berlino si gioca infatti la semifinale della Coppa europea di basket: Olympiakos Pireo contro il Panathinaikos Atene, due squadre fortemente avverse, accompagnate per l'occasione da circa 200 sostenitori. Sostenitori che - teme la polizia berlinese - potrebbero sia creare disordini in proprio sia unirsi al più generale evento cittadino. Quale sarà comunque il tono di questo Primo maggio lo si comincerà a capire durante la notte del 30 aprile, la tedesca "Walpurgisnacht", la Notte delle streghe. Un'antica festa celtica, dedicata alla Primavera e che con la politica non ha molto a che fare. L'abitudine vuole però che i disordini comincino questa notte, con i tradizionali appuntamenti in Boxhagenerplatz e soprattutto al Mauerpark, a due passi dal vecchio Muro. Zone che la polizia ha cominciato a presidiare già dalle prime ore di questa sera.
Repubblica 1.5.09
Mario Vegetti ha scritto un libro sulla visione politica del filosofo
"Era un illuminista, non è stato capito"
Platone tradito dal Novecento
di Antonio Gnoli
È il pensatore più controverso, accusato di totalitarismo. Ecco una lettura diversa e sorprendente
Per Hitler grecità e germanesimo erano alleati nella lotta per la civiltà
Il teorico della ‘caverna´ pensava a un governo delle élite intellettuali
Non poteva prevedere Google e l´utopia della rete. Di fronte a un oggetto di cultura di massa come Matrix sarebbe rimasto interdetto. Ve lo immaginate un dialogo tra Socrate e Neo, il predestinato della grande saga dei fratelli Wachowsky? Eppure non c´è esperienza immateriale, o complicazione virtuale, che oggi non evochi le analisi platoniche. Quando estrasse, come da un cilindro, il mito della caverna avrebbe potuto inventare il cinema, se la tecnologia di allora glielo avesse consentito. Invece ne fece un involontario format in anticipo di 2500 anni sulla televisione. In fondo, realtà platonica e reality sono più contigui di quanto si immagini. Quello che nel quinto secolo fu concepito come una grande sistema speculativo, con tanto di demiurgo, rivive oggi in molte analisi. Platone è il filosofo più letto, più cliccato, più controverso. Il Novecento ne ha fatto un´icona politica, ma al tempo stesso se ne è spaventato. Su di lui è stato detto di tutto, di più. Platone totalitario e democratico, liberale e nazista, etico e immorale, amante dell´eros e fustigatore dei cattivi costumi, elitario e tollerante (o quasi). Non amava la democrazia, ne temeva le degenerazioni, la presa retorica sul popolo. Oggi guarderebbe con orrore ai populismi mediatici. Insomma perché un libro come La Repubblica ha attraversato la storia dell´Occidente sino a giungere a noi così carico di suggestioni?
Mario Vegetti - tra i più grandi antichisti in attività - ha scritto un bellissimo libro sul Platone politico da Aristotele al Novecento. Un paradigma in cielo ne è il titolo, edito da Carocci (pagg. 181, euro 18.50).
Un paradigma in cielo richiama il modo in cui Platone nella Repubblica definisce il suo modello di società giusta. Ma quel testo, credo si possa leggere e forzare in molte altre direzioni. È d´accordo?
«La Repubblica è un repertorio ricchissimo di metafore, di immagini, di paradossi. I primi due libri presentano una teoria dell´origine della giustizia e una genealogia della morale che portano diritto a Hobbes e Nietzsche; il quarto una psicologia dell´io scisso e conflittuale che ha il suo parallelo in Freud; il quinto l´utopia comunistica, l´abolizione della proprietà privata e della famiglia; il settimo un saggio straordinario di epistemologia antiempiristica delle matematiche; l´ottavo una memorabile critica parallela della democrazia e della tirannide».
E il Platone più familiare, quello delle idee, del bene e dell´immortalità dell´anima?
«C´è anche quello. Ma la cosa impressionante è lo sforzo di tenere tutto questo insieme, se non in un sistema almeno in un movimento dialettico unitario. Certo, un progetto eccessivo, che avrebbe destato la comprensibile irritazione di Aristotele. Ma l´eccesso credo sia la cifra dello stile filosofico di Platone, al quale egli rimedia spesso attenuandolo con un certo distacco ironico».
A proposito di eccesso, il Novecento è sceso a valanga su questo filosofo.
«C´è stata un´orgia di appropriazioni e di usurpazioni di Platone per motivi ideologici che risultano alla fine intollerabili».
Pensa alle letture "totalitarie" del suo pensiero?
«Nonostante l´assimilazione proposta da Popper fra i "totalitarismi", bisogna distinguere. I nazisti negli anni Trenta hanno trovato un´immagine di Platone in qualche modo già predisposta al loro abuso. Questa storia comincia con Hegel che aveva negato il carattere utopistico della Repubblica e vi aveva letto lo spirito del tempo, il riflesso dell´eticità sostanziale del popolo greco. E questa eticità consisteva nell´unità organica della comunità statale, la sua incommensurabile superiorità rispetto all´individuo. Quello che per Hegel era un limite di Platone, fu considerato un suo merito, un´idea forza nella Germania della crisi post-bellica, ostile tanto al capitalismo liberale quanto all´anarchismo socialista».
Ma in che modo il nazismo se ne appropriò?
«Platone divenne una bandiera ideologica già con illustri filologi "umanisti" come Wilamowitz, Jaeger e Stenzel. Quando il programma del partito nazional-socialista diceva che i nazisti si proponevano di "governare l´ordine come guardiani nel più alto senso platonico del termine", o quando Hitler scriveva nel Mein Kampf che "grecità e germanesimo" sono alleati nell´imminente lotta per la "civiltà", essi non facevano che citare parole già scritte dai professori berlinesi di filologia classica».
C´era anche Nietzsche alle spalle.
«C´era, ma con questa precisazione: l´idea che si dovesse formare un uomo nuovo e superiore, una "razza di signori", i nazisti la trovarono in parte almeno nella lettura nicciana di Platone».
Nietzsche se ne serve, Marx invece liquida Platone. Perché?
«Marx lo descrive come "l´ideologo ateniese del sistema egiziano delle caste". Sfortunatamente quel Platone divenne una specie di mantra nelle interpretazioni marxiste-leniniste».
A cosa si deve la fortuna della lettura popperiana di Platone?
«Più che di fortuna direi che si debba parlare di impatto. L´aggressione di Popper ha turbato il sonno di tanti che consideravano Platone, come dice Gadamer, "uno dei padri fondatori della nostra tradizione cristiana e liberale". Ma come, abbiamo da sempre avuto in casa il nemico totalitario e non solo non ce ne siamo accorti, ma l´abbiamo studiato e onorato? Si trattava di un attacco alle radici stesse della cultura occidentale, troppo forte per venire accettato. La seconda metà del Novecento ha quindi assistito a una sequenza interminabile di tentativi di difendere Platone da Popper».
Difesa legittima?
«Credo che un nemico come Popper aiuti a pensare Platone meglio di tanti suoi pretesi amici che ne fanno una caricatura perbenista per renderlo simile a se stessi e al loro "pensiero unico". La questione non è di capire se Popper ha bene interpretato Platone, e di segnalare i suoi errori con la matita rossa. La questione è di confrontare i presupposti teorici del pensiero politico di Platone con quelli di Popper, non dando per scontati né gli uni né gli altri: per esempio egualitarismo e antiegualitarismo, liberalismo democratico e governo delle élites, individualismo e comunitarismo. A questo livello, per contrasto, la critica di Popper ci aiuta a capire meglio Platone, e forse Platone può aiutarci a capire i limiti del pensiero liberal-democratico».
Leo Strauss fornì una lettura ironica e dissimulatrice di Platone. Nel farlo pose al centro il complicato legame tra l´intellettuale e il potere. È un rapporto che ha ancora senso?
«Strauss pensava che la filosofia fosse superiore alla politica perché il suo oggetto non è storico umano ma eterno e trascendente, e che quindi l´intellettuale non dovesse farsi coinvolgere nel gioco politico. Al contrario, il suo amico-rivale Kojève pensava hegelianamente che un filosofo non può rimanere estraneo alla storia e alla grande riflessione sulla verità che accade solo nel movimento storico. Questa discussione è interessante, ma a me pare molto viziata dal fatto che entrambi hanno un´idea del tutto astratta dei termini "intellettuale" e "potere", come se in ogni epoca si trattasse sempre delle stesse figure. Quanto a Platone, il suo era un progetto in fondo illuministico: il governo delle élites dell´intelligenza e della conoscenza. Chi crede che oggi governino i tecnocrati pensa che in qualche modo il progetto sia stato realizzato. Chi pensa invece che siamo in preda all´anarchia capitalista e ai suoi imbonitori populisti, può ancora nutrire qualche nostalgia per quel programma».
Fu un bersaglio di Popper
Il primo volume dell´opera di Karl Popper "La società aperta e i suoi nemici" è interamente dedicato a Platone. Si chiama infatti "Platone totalitario" ed è un violento attacco al platonismo politico e filosofico, per il suo carattere autoritario e teso a costruire una società piegata al volere dei governanti. Popper definisce la posizione di Platone come "radicalismo estremo".
l’Unità 1.5.09
Medie, Gelmini bocciata dal Tar sull’inglese «potenziato»
di Maristella Iervasi
La Gelmini scivola sull’inglese potenziato: fermata dal Tar del Lazio. Ha reso obbligatorio una misura in assenza di un decreto del Presidente della Repubblica. In arrivo uno stop anche sugli organici dei docenti alle scuole?
L’inglese pigliatutto della Gelmini è stato bocciato dal Tar del Lazio. I giudici amministrativi hanno accolto la richiesta di sospensiva ai fini del riesame presentata da quasi 300 professori di seconda lingua comunitaria di tutt’Italia, dicendo chiaro e tondo al ministro dell’Istruzione che è sicuramente «illegittimo» che una scuola pubblica faccia only english, impedendo anche ad una sola famiglia di far studiare al figlio la lingua di Stendhal, Goethe o Cervantes.
Come si ricorderà, Gelmini maestra unica con la circolare sulle iscrizioni, la n.4 del 15 gennaio scorso, ha deciso che la scuola media deve «parlare» solo inglese.
Il troppo stroppia
Viale Trastevere ha proposto così, delegando alle famiglie la scelta, la messa in liquidazione dall’istruzione pubblica della seconda lingua comunitaria. La Gelmini punta infatti all’inglese «monopolio» linquistico con 5 ore settimanali invece che le attuali 3, lasciando facoltative le 2 ore di altre lingue straniere purché vi sia «organico disponibile» e non si crei «esubero» dei docenti di francese, spagnolo e tedesco.
Ma c’è di più. Il provvedimento in questione è stato anticipato in assenza del decreto della Presidenza della Repubblica che a tutt’oggi non è stato emanato. Un modus operandi che l’amministrazione Gelmini ha adottato anche per il decreto interministeriale sugli organici che non è definitivo, idem per le nuove norme sul voto in condotta, la circolare sulle iscrizioni nonché per i libri di testo. La prossima settima potrebbero esserci quindi altre sorprese di stop per la maestra unica. Giovedì 7 maggio il Tar del Lazio si pronuncerà sul ricorso della Flc-Cgil sugli organici che il sindacato della Conoscenza ha impugnato chiedendo la sospensiva. Ed è atteso un pronunciamento anche sul ricorso ricorso presentato da un gruppo di prof milanesi per quanto riguarda i libri di testo.
Soddisfatti i docenti di seconda lingua comunitaria, dopo la motivazione dell’ordinanza n.1590/09 del Tar. Che precisano: «Non siamo contrari all’inglese potenziato - spiegano Filippo Perini, docente a Firenze e Giacomo Bartoletti di Montecatini. Entrambi insegnano spagnolo - purchè però questa scelta non ricada a discapito di altre discipline». Anche perché 5 ore settimanali di inglese (e neppure con lo stesso insegnante) non possono avere lo stesso peso di 5 ore di Lettere o di Matematica e Scienze. E via dicendo.
Confusione
Nelle scuole la confusione regna sovrana. Anzi, dopo il pronunciamento del Tar sulla seconda lingua comunitaria tutti i disagi dei presidi stanno venendo al pettine. Gli uffici scolastici infatti stanno fornendo agli istituti la dotazione organica e nelle tabelle figurano anche i numeri delle classi prime alle medie che si avvalgono dell’inglese potenziato. Ci sono scuole ad esempio, come in provincia di Pistoia e Montecatini, che hanno deciso formare solo classi di inglese, lasciando fuori le altre lingue. Cosa accade adesso? Di certo il ministero dell’Istruzione è chiamato a correre ai ripari. Dovrà quantomeno riesaminare la situazione e vigilare su come saranno formati gli organici.
Mimmo Pantaleo, segretario della Flc-Cgil: «Le scelte della Gelmini sulla seconda lingua comunitaria vanno contro l’Europa. È una scelta anacronistica. La mobilitazione non è vero che non serve a nulla. Le improvvisazioni della Gelmini danneggiano la scuola pubblica. Non non sono conforme alle leggi. Non si può con un regolamento mettere in discussione un impianto legislativo».
Corriere della Sera 1.5.09
Gli studi di storia e letteratura, l’antifascismo, le condanne. Per la prima volta il figlio Carlo racconta Leone, a cento anni dalla nascita
Ginzburg, mio padre. Filologo della libertà
Sognava un continente diverso. Prima di morire, ucciso dalle SS, confidò: non odio i tedeschi.
di Dino Messina
Le leggi razziali gli apparvero una ferita all’eredità risorgimentale cui si sentiva fortemente legato
BOLOGNA — «Mi terrò lontano dall’ambito del privato». Con questa precisa indicazione comincia la prima intervista che Carlo Ginzburg, uno dei maggiori storici italiani, il più noto in campo internazionale, abbia mai dedicato a suo padre Leone.
Figura cruciale dell’antifascismo e della cultura italiana fra le due guerre, uno di quei personaggi che hanno avuto una vita breve e intensa, come Piero Gobetti (che non conobbe) e Giaime Pintor, che invece incontrò nei primi anni Quaranta, Leone Ginzburg nacque a Odessa il 4 aprile 1909 e morì il 5 febbraio 1944 nell’infermeria del carcere romano di Regina Coeli, in seguito alle percosse subite durante gli interrogatori da parte dei nazisti. Trasferitosi a Torino con la famiglia, superò gli esami di ammissione al liceo Massimo D’Azeglio e continuò il brillante percorso di studi con ragazzi che si chiamavano Norberto Bobbio, compagno di classe e coetaneo, Cesare Pavese, di un anno più grande, che lo avrebbe considerato come il suo migliore amico, Massimo Mila, Giorgio Agosti, Vittorio Foa, Carlo Dionisotti, Giulio Einaudi, col quale avrebbe dato un impulso decisivo alla costruzione della casa editrice. Un gruppo in cui svolgeva una funzione di maestro e guida spirituale Augusto Monti.
«Monti — dice Carlo Ginzburg — commentava il Breviario di estetica di Benedetto Croce, che per quei ragazzi fu la via verso l’antifascismo». Come ha notato Norberto Bobbio nella introduzione agli Scritti di Leone Ginzburg editi nel 1964 (poi ristampati nel 2000 con un’importante prefazione di Luisa Mangoni), «l’adesione a Croce ci faceva sentire estranei alle convenzioni». La precocità intellettuale, politica e persino morale di Leone è sottolineata in questo saggio di Bobbio: «La sua sicurezza era frutto non soltanto di una cultura più ampia e più solida, ma anche di una consapevolezza del proprio compito». In giovanissima età tradusse Taras Bul’ba di Nikolaj Gogol, Anna Karenina di Lev Tolstoj e cominciò a pubblicare saggi sulla letteratura russa. Si laureò con una tesi su Guy de Maupassant e incontrò Carlo Rosselli esule a Parigi. Ma prima del 1931, anno in cui ottenne la cittadinanza italiana, non volle impegnarsi nella cospirazione antifascista. «Fu Vittorio Foa — ricorda Carlo — a segnalarmi l’importanza di questo punto. Leone Ginzburg non era venuto in Italia per caso. Il suo padre naturale era un ebreo italiano, e da bambino aveva vissuto alcuni anni a Viareggio. Ma la decisione di diventare italiano fu fondamentale nella costruzione della sua personalità intellettuale e politica. Aveva un legame fortissimo con la tradizione risorgimentale, come Vittorio Foa, che ne parla ripetutamente nelle lettere dal carcere. Quando era a Pizzoli, il paese vicino all’Aquila dove era stato internato dopo lo scoppio della guerra, lavorava a una raccolta di scritti sul Risorgimento, di cui è rimasto il saggio incompiuto La tradizione del Risorgimento.
Immagino che anche mio padre, come Vittorio Foa, abbia reagito all’ignominia delle leggi razziali come a una cesura rispetto alla tradizione risorgimentale».
L’attenzione al Risorgimento andava di pari passo con gli studi sulla letteratura italiana dell’Ottocento: curò l’edizione dei Canti di Leopardi per la collana Scrittori d’Italia di Laterza fondata da Croce. Nel periodo di internamento passato a Pizzoli stava raccogliendo materiale per un libro su Manzoni, che è andato perduto quando, dopo il 25 luglio 1943, lasciò Pizzoli per andare a Roma, dove durante l’occupazione tedesca diresse l’edizione clandestina dell’Italia Libera, giornale del Partito d’Azione. Gli studi sull’Ottocento italiano s’intrecciavano con quelli sull’Ottocento russo: così nacquero l’accostamento tra Puskin e Manzoni e il saggio Garibaldi e Herzen. La scelta di essere italiano venne rinnovata quando, dopo le leggi razziali, gli arrivò dagli Stati Uniti, credo attraverso Max Ascoli e la fondazione Rockefeller, l’offerta di espatriare. Lui rifiutò, disse che il suo posto era qui». Di quel periodo a Pizzoli Carlo Ginzburg conserva una foto, appesa di fianco a una delle librerie della grande casa bolognese, che lo ritrae bambino di due anni, con una matita in mano, in braccio al padre. Sul retro c’è un messaggio di Leone al filologo Santorre Debenedetti, che in quel periodo (come risulta dalle Lettere dal confino curate da Luisa Mangoni) era il direttore occulto, per via dei divieti razziali, della raccolta di classici Einaudi. A Pizzoli Leone era stato raggiunto dalla moglie Natalia, la scrittrice da cui ebbe tre figli.
«Leone, la sua passione vera era la politica — scrive Natalia in Lessico famigliare —. Tuttavia aveva, oltre a questa vocazione essenziale, altre appassionate vocazioni, la poesia, la filologia e la storia». Quale di queste vocazioni era la più forte? «Il letterato e lo storico erano molto intrecciati. Resta il problema di capire se la vocazione politica fosse imposta dalle circostanze, dall’esigenza morale di contrapporsi al fascismo, o se fosse qualcosa di originario. Per rispondere a questa domanda di nuovo mi viene in mente Vittorio Foa e quel che mi disse una volta parlandomi di Piero Gobetti. 'A differenza di Gobetti tuo padre era un filologo', mi disse. Questa vocazione alla filologia non emerse subito, ma negli anni, anche grazie al decisivo incontro con Santorre Debenedetti, che dopo Croce, con cui mio padre ebbe un rapporto intenso e diretto, divenne il suo secondo maestro. Forse 'il maestro'. La vocazione di filologo in qualche modo definisce un atteggiamento che si può trovare sia negli studi sulla letteratura sia in quelli di storia, e forse, paradossalmente, anche nell’azione politica. Mi spiego: qui non penso alla filologia in senso tecnico ma alla filologia in senso ampio di cui parla Giambattista Vico (qui tra i libri di mio padre conservo una copia dell’edizione 1744 della Scienza nuova): un abito mentale che consente di ascoltare e interpretare la voce degli altri, del passato ma anche dei contemporanei, senza prevaricare. Mi è parso di ritrovare questo atteggiamento anche nello scritto politico del 1932, Viatico ai nuovi fascisti, di cui parlò Carlo Dionisotti (lo ricorda Giorgio Panizza nell’introduzione agli Scritti sul fascismo e sulla Resistenza di Dionisotti). A proposito delle iscrizioni forzate al Partito nazionale fascista dei dipendenti pubblici mio padre scriveva: 'Le settecentomila persone, che sentono come un marchio quest’iscrizione forzata (al Partito nazionale fascista, ndr) hanno modo di non dare al fascismo che il guadagno del prezzo annuale della tessera. Dinanzi alla loro vendetta, Mussolini si avvedrà di quel che significhi ridurre la gente per bene alla vergogna e alla disperazione'. Era un discorso duro e generoso: io non faccio le vostre scelte ma non le condanno moralisticamente; esse però non devono diventare un alibi per una vita di compromessi». Nel 1934 Leone Ginzburg avrebbe lasciato il posto di libero docente di letteratura russa rifiutando di prestare giuramento al fascismo. Nel novembre di quell’anno sarebbe stato arrestato, accusato di cospirazione antifascista e condannato a quattro anni (ne scontò due nel carcere di Civitavecchia).
Il rigore filologico e la capacità di guida intellettuale di Leone Ginzburg si vedono soprattutto nella collaborazione alla neonata Einaudi: «Gli studi di Luisa Mangoni hanno dimostrato inequivocabilmente ciò che lo stesso Giulio Einaudi riconobbe più volte: mio padre, uscito di prigione nel 1936, diede un’impronta decisiva alla casa editrice con la creazione di collane come la Biblioteca di cultura storica, i Narratori stranieri tradotti, i Saggi, la Nuova raccolta di classici italiani annotati. La severità dell’atteggiamento filologico di mio padre traspare anche nella critica alle straordinarie traduzioni che Giaime Pintor aveva fatto delle poesie di Rainer Maria Rilke».
Giaime sarebbe morto il 1˚dicembre 1943 nel tentativo di attraversare sul Volturno le linee naziste e unirsi alla Resistenza romana. Leone era stato catturato il 20 novembre nella tipografia dell’Italia Libera. Diede il falso nome di Leonida Gianturco, ma fu riconosciuto, perché schedato come antifascista, e consegnato ai nazisti. «Sandro Pertini — ricorda Carlo — ha scritto nella sua autobiografia Sei condanne e due evasioni che mio padre, che aveva incontrato sanguinante dopo l’ultimo interrogatorio, gli disse 'che non bisognerà, in avvenire, avere odio per i tedeschi'. Perché questa frase? Io mi sono dato due spiegazioni. La prima rinvia alle sue convinzioni politiche: nella costruzione di una federazione europea la Germania avrebbe naturalmente avuto un posto importante. La seconda rinvia a un imperativo di genere diverso: la necessità di distinguere tra tedeschi e nazisti. Anche in quel momento, penso, imponeva a se stesso il distacco critico di cui parla nell’ultima lettera scritta a mia madre, poi raccolta nel volume Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana. Dal carcere scriveva: 'Una delle cose che più mi addolora è la facilità con cui le persone intorno a me (e qualche volta io stesso) perdono il gusto dei problemi generali dinanzi al pericolo personale'».
Repubblica 1.5.09
Se Veronica diventa preda
di Adriano Sofri
Gentile Silvio B., le dirò alcune cose sincere, da uomo a uomo. Noi uomini non siamo abituati a dirle, e tanto meno ad ascoltarle. Vale per quasi tutti noi, non solo per i bugiardi più spericolati come lei. Noi (con qualche rarissima eccezione: ci sono anche uomini davvero nobili d´animo, ma non ci riguarda) sappiamo bene di che porcherie si tratti, sia che le pratichiamo, come lei ostenta di fare, sia che ci rinunciamo, perché abbiamo imparato a vergognarcene, o semplicemente perché non abbiamo il fisico. Lo sa lei, lo so io.
Mi hanno raccomandato di non perdermi i giornali a lei vicini: non li ho persi. Ho scorso gli editoriali, ho guardato le fotografie. Sa che cosa ho pensato? No, non che mi trovavo di fronte a qualche colonna infame, questo era ovvio, l´ha pensato chiunque. Ho guardato le fotografie –una giovane donna, un´attrice, che si scopre il seno- e mi sono chiesto come sia stato possibile che una giovane donna così bella dedicasse la propria vita a uno come lei. E´ successo anche a me, mi interrogo anch´io: come sia possibile che giovani donne così belle e intelligenti dedichino la propria vita a uomini come noi. Naturalmente, un po´ lo sappiamo come succede. Che carte abbiamo in mano, per barare. Siamo volgari abbastanza per riconoscere la reciproca volgarità. Semplicemente, ci teniamo a bada un po´ di più di quanto faccia lei. Dicono tutti che gli italiani la invidiino. Sinceramente, nemmeno a questo credo. La guardo, dalla testa ai piedi, e non ci credo. Gli italiani hanno, come tanti maschi del mondo, un problema con la caduta dei capelli. Ma sanno bene che la sua non è la soluzione. Lei stesso lo sa, e non deve farsi troppe illusioni. Il cosiddetto populismo è traditore. Uno crede di aver sostituito ai cittadini un popolo, al popolo un pubblico, al pubblico una plebe: ed ecco, proprio mentre passa sotto l´arco di trionfo del suo impero di cartapesta e lancia gettoni d´oro, parte un solo fischio, e la plebe d´un tratto si rivolta e lo precipita nel fango. L´Italia è il paese di Maramaldo, e io non voglio maramaldeggiare su lei: benché sia ora di rovesciare le parti di quel vecchio scurrile episodio, e avvertire, dal suolo su cui si giace, al prepotente che gl´incombe sopra che è un uomo morto. Noi c´intendiamo: abbiamo gli stessi trucchi, dimissionari o no, pentiti o no. Siamo capaci di molto. Di esibire le nostre liste alle europee, e vantarcene: "Dove sono le famigerate veline?" dopo aver fatto fare le ore piccole ai nostri esasperati luogotenenti a depennare capigliature bionde. Di dire: "La signora" (non so se lei ci metterebbe la maiuscola: fino a questa introspezione non arrivo), sapendo che la signora di noi sa tutto, e anche delle liste elettorali prima della purga. Magari la signora la lascerà, finalmente, e lei le scioglierà addosso la muta dei suoi cani. Diventerà la loro preda prediletta. Ma nel Parlamento Europeo (le maiuscole ce le metto io: un tocco di solennità non fa male) ci si ricorderà di Veronica. Capaci perfino di chiamare "maleodoranti e malvestite" le deputate dell´altro schieramento: ci ho pensato, e le dirò che almeno a questo non credo che avrei saputo spingermi. In fondo lei è fortunato: le circostanze le permetteranno fino alla fine di restare soprattutto un poveruomo desideroso di essere vezzeggiato e invidiato e lusingato da ammiccamenti e colpi di gomito dei suoi sudditi, a Palazzo Chigi o sul prossimo colle, mentre padri di famiglia minacciano di darsi fuoco perché la loro bellissima bambina non è stata candidata, e vanno via contenti con la sua camicia di ricambio. In altre circostanze avrebbero potuto succederle cose terribili. Nel giro d´anni in cui lei e io nascevamo morirono chiusi in due distanti manicomii, perfettamente sani di mente, la signora Ida Dalser e suo figlio Benitino, che facevano ombra al capo del governo. Allora lo Stato era più efficiente di oggi, e misero mano a quella soluzione medici, infermieri, direttori di ospedali, questori, prefetti, commissari di polizia, segretari di fiducia. Altro che lo scherzo delle belle ragazze nelle liste elettorali. Dipende tutto dall´anagrafe.
Per ora molti italiani (e anche parecchie italiane: le è riuscito il gioco di far passare la cosa come una rivalità fra giovani e belle e attempate e risentite) ricantano ancora il vecchio ritornello: "Tra moglie e marito...". Di tutti i vizi nostri, quello è il peggiore. E´ la incrollabile Protezione civile dei panni sporchi da tenere sporchi in famiglia, delle botte e delle violenze a mogli e bambini, delle malefatte di padri spirituali al segreto del confessionale, fino a esploderci nelle mani quando il delitto d´onore appena cancellato dal nostro codice si ripresenta nelle figlia ammazzata in nome di qualche sharia. Non mettere il dito: no, a condizione che non si sentano pianti troppo forti uscire dalle pareti domestiche. O, anche quando la casa è così ricca e i muri così spessi, non sia la moglie a far sapere che cosa pensa. Che né il denaro né il soffio della Storia (Dio ci perdoni) le basta a tacere il suo disgusto. Invidiarla, gentile presidente? Mah. Ammetterò che, reietto come sono, una tentazione l´ho avuta. Non mi dispiacerebbe avere un ruolo importante nell´Italia pubblica di oggi, per le nuove opportunità che si offrono a chi sappia pensare in grande. E´ da quando ero bambino che desidero fare cavallo uno dei miei senatori.

Marco Bellocchio
Vado a Cannes per presentare il mio film più antifascista
Il regista è in concorso con «Vincere», storia ella donna che diede un bambino a Mussolini. Uno scandalo soffocato, che portò madre e figlio a morire in manicomio. E una riflessione sul potere di sempre
intervista di Paola Zanuttini
Roma. Marco Bellocchio si è innamorato di Ida Dalser perché era una seccatrice. Irresistibile, nel senso che non si arrese mai. Tragica, perché finì malissimo. Nella fossa comune del manicomio in cui l'aveva spedita Benito Mussolini che, avendola un tempo amata, non trovò altro modo per levarsela di torno.
«È una di quelle donne per cui gli uomini alzano le spalle sospirando che se l'è cercata, fosse stata un po' zitta e al suo posto, avrebbe potuto fare la bella vita. Invece no, è un'eroina anomala, tra melodramma e mito greco: un po' Antigone e un po' Medea. Una piccola donna antipatica, rompiscatole, che diventa irriducibile per non essere cancellata. Va contro il buon senso, suscita un orrendo sentimento di sufficienza, per questo mi ha esaltato».
Bellocchio si è innamorato di lei il 14 gennaio 2005, vedendo su RaiTre il documentario di Fabrizio Laurenti e Gianfranco Norelli Il segreto di Mussolini, ricostruzione di una vicenda ignobile, risaputa e sottaciuta per quasi un secolo che, sebbene riesumata più volte con inchieste e libri, sembrava desinata a restare un non detto della nostra Storia.
Il segreto è quello di Benito Albino Dalser Mussolini, primo e scomodissimo figlio maschio del Duce, nato nel 1915 dall'unione con Ida e, in seguito, internato come la madre in manicomio. Dove, a 26 anni, morì e fu sepolto, anche lui in una fossa comune.
Il regista non ne sapeva niente: ha deciso di farci un film, Vincere, con Giovanna Mezzogiorno e Filippo Timi, unico titolo italiano in concorso a Cannes. Famiglia, identità, follia, potere, morale cattolica, ragion di Stato, rabbia. E il fascismo nelle sue forme pubbliche e private: sembra il compendio delle tematiche di Bellocchio. «Non vorrei sembrare retorico, ma un amico mi ha detto che è il film più antifascista che ha visto».
Il suo amico ha letto molte analogie con i nostri giorni?
«In una delle prime scene, Ida assiste, nel 1907, al dibattito in una Casa del Popolo fra il giovane Mussolini socialista e anticlericale e un sacerdote: discutono sull'esistenza di Dio, che lui nega. Poi, quando è rinchiusa nel manicomio di Pergine, sente alla radio l'annuncio della firma dei Patti Lateranensi. Mussolini sposò Ida in chiesa, ma poi, poco dopo la nascita di Albino, sposò, stavolta in municipio, anche Rachele, peraltro madre di Edda da cinque mmi: questa è bigamia».
Pensa ai nostri ex liberi pensatori sposati in chiesa o ai pluridivorziati che si scagliano contro le unioni di fatto?
«Penso al cinismo. Ida aiutò molto Mussolini, vendette il suo salone di estetica a Milano per finanziarlo, ma lui poi scelse Rachele: era la moglie che ci voleva. Forse non aveva ancora prefigurato l'ideale della donna fascista, ma, da un certo punto in poi, la custode del focolare che parlava in dialetto era più funzionale alla sua ascesa di quanto non lo fosse Ida, così istruita e intraprendente. Per proteggere la sua immagine e la famiglia ufficiale, strappò Albino alla madre, facendolo adottare, mettendolo in collegio, impedendogli di dire chi fosse. E quando, prima Ida e poi il ragazzo, iniziarono a dar troppo scandalo con le loro richieste di riconoscimento, lì sacrificò. Mussolini usava tutto e tutti. Non fu lui a dire che gli serviva qualche migliaio di morti da gettare sul tavolo della pace?».
Qualcuno ci vedrà il cinismo della nuova politica italiana, che usa tutto per il consenso.
«Riproporre l'asse Mussolini-Berlusconi mi sembra banale, trovo più interessante chiedersi come mai l'Italia allora accettò questa situazione. Parlando con Sergio Luzzatto, che ha scritto quel bellissimo libro, Il corpo del duce, è emerso chiaramente che Mussolini intuì la potenza dell'immagine... ».
Riecco l'asse.
«Attenzione. La conquista del potere attuata da Mussolini anche attraverso la potenza della sua immagine è un fatto. Aveva uno stile nuovo rispetto ai politici con la barba lunga del tempo: rasato, fisico, seduttore. Ma la grande differenza rispetto a oggi è che lui, sebbene legittimato in qualche modo dal re, si impose con una dittatura e gli orrori che l'accompagnarono. Adesso assistiamo al trionfo dell'immagine in senso lato, un'immagine controllata da una certa parte, ma questo avviene in una specie di regime democratico. La gente può ancora parlare, votare. Ma c'è un regime. Democratico».
Filippo Timi ha un'aria innegabilmente simpatica: il suo Mussolini non è un po' troppo seduttivo, oltre che seduttore?
«Nell'ultima parte del film abbandoniamo il Filippo Timi bello e accattivante e passiamo al Duce reale, quello dei filmati di repertorio.
Filippo torna nel ruolo del figlio Benito Albino da giovane: la somiglianza tra i due, del resto, era impressionante. Il ragazzo faceva l'imitazione del padre a scuola».
Un film con il Duce non rischia di sembrare una fiction storica?
«Di quelle che quando compare uno famoso si dice "Ciao Togliatti" per far capire chi è? Sì, la sfida era questa: trovare una forma che tenesse conto dei limiti produttivi, neanche stretti per la media italiana, sette milioni di euro, e utilizzare con uno stile non troppo illustrativo il repertorio. Ci sono immagini anche notissime che abbiamo cercato di elaborare in modo originale: il montaggio è fondamentale in questo film. Detto questo, i film assomigliano sempre più ai prodotti per la tv e non solo in termini formali».
Ci spieghi.
«L'ideologia e la censura televisiva hanno reso mediocre il cinema. Una volta in un film si potevano dire cose che non si potevano dire in tv; ma oggi, visto che questa è il medium principale, il circuito principale, la produzione principale, se voglio fare un fIlm di un certo costo devo sviluppare la metafora, l'allusione, perché la televisione ha le sue regole. Oppure faccio un film indipendente a basso costo e, visto che con le nuove tecnologie il cinema si è molto democratizzato, questo è possibile, ma poi chissà che distribuzione trovo ... Viviamo nell'ipocrita paradosso per cui in tv non possono passare film che un bambino non possa vederee, ma centinaia di migliaia di italiani si sparano un porno sul satellite o sul web prima dì andare a dormire».
A 26 anni, con I pugni in tasca, lei fece il debutto più arrabbiato del cinema italiano. A settanta che si fa della rabbia?
«La rabbia è già qualcosa, ma da,sola non basta, porta alla sconfitta. L'importante è salvare la libertà»,
È salva, la libertà?
«Non tutto è perduto».
Coraggiosa. Ida Dalser combattè fino alla morte per affermare la verità
Quella donna indomabile che il Duce temeva
Ida Dalser nacque a Sopramonte, nel Trentino austriaco nel 1880. Studiò medicina estetica a Parigi e poi aprì il suo Salone orientale di igiene e bellezza a Milano, città in cui rincontrò Mussolini, allora direttore dell'Avanti, che l'aveva già affascinata a Trento, dove aveva lavorato come giornalista. Il futuro Duce aveva già una bambina da Rachele, Edda, ma ciò non gli avrebbe impedito di sposare in chiesa Ida (anche se non tutti gli storici sono certi che questo matrimonio sia davvero avvenuto).
L'anno successivo fu la volta delle nozze civili con Rachele, poco tempo dopo
la nascita di Benito Albino, il figlio avuto da Ida nel 1915, riconosciuto e citato in un documento del Comune di Milano, che gli passò un sussidio mentre
il bersagliere Mussolini era in guerra. Dopo le nozze con Rachele, i rapporti
tra Ida e il futuro Duce divennero tempestosi. Più lui tentava di mettere a tacere lo scandalo più lei scriveva lettere e petizioni. Ida, una delle prime sostenitrici e finanziatrici del fascismo, diventò una nemica, arrestata quando cercava di incontrare il Duce. Nel 1926 finì in manicomio, benché sana di mente. Morì nel 1937. Per Albino adozioni, collegi, arruolamenti in Marina. Poi, visto che era impossibile ridurlo al silenzio, fu internato anche lui. Morì nel 1942, a 26 anni.
il manifesto 30.4.09
Il Pd come una famiglia allargata
di Luigi Manconi
Non mi ha affatto stupito che il manifesto abbia pubblicato una recensione assai positiva di un mio recente libro (Un'anima per il Pd, Nutrimenti 2009).
Leggo questo giornale da oltre trent'anni, e da oltre trent'anni vi collaboro: e non ho mai pensato che si ispirasse al modello-pravda (anzi, se non ricordo male, proprio contro quel modello si formarono movimento e quotidiano). Oltretutto, penso che anche all'interno della redazione del manifesto e tra i suoi lettori le posizioni che io espongo in quel libro siano in qualche modo condivise (probabilmente da un'esigua minoranza: ma dov'è la novità?). In ogni caso, l'impostazione criticata da Eliana Bouchard sul manifesto di domenica scorsa circola tra chi si colloca a sinistra, a prescindere dall'identificazione o meno nella cultura e nel programma del Partito democratico, come interrogativo sul «male minore» al lato della scelta elettorale (ciò che produsse, già nelle elezioni politiche del 2008, un certo flusso di voti che si volevano «utili» verso il Partito democratico).
Comunque, non intendo ribattere punto per punto alle critiche della lettera di Eliana Bouchard e alla risposta di Valentino Parlato - pubblicate nella rubrica «Scritto&Parlato» di domenica scorsa - perché chi scrive un libro ad esse deve esporsi, facendone tesoro, se crede. Mi limito, pertanto, a due precisazioni.
La prima. Non sono un apologeta del «disordine creativo»: non ritengo, di conseguenza, che la pluralità e la contraddittorietà delle ascendenze culturali e politiche e delle opzioni ideologiche e etiche garantiscano di per sé alcunché di buono.
Mi limito a notare che oggi questo è il magma nel quale si ritrova una parte significativa della sinistra: e, dunque, con questa realtà frammentata vanno fatti i conti. Su una questione, ha certamente ragione Valentino Parlato, e è questione assai cara ai Radicali, che pure hanno avuto un certo numero di parlamentari eletti nelle liste del Partito democratico e che al suo interno - conflittualmente, assai conflittualmente - si ritrovano.
Differenze e metodo democratico
La questione, indubbiamente cruciale, è appunto quella delle regole di democrazia all'interno di un partito, e specificatamente del Partito democratico. Questo è davvero decisivo. E, invece, secondo Valentino Parlato, l'eccessiva pluralità interna porta inevitabilmente al «culto di un capo». Io non ritengo affatto che ciò sia fatale: le differenze possono «sciogliersi» attraverso il metodo democratico.
Nel mio libro scrivo (dieci volte) che sulle questioni controverse si deve decidere a maggioranza: e ribadisco (dieci volte) che anche sui temi di bioetica, alla fine, si deve votare.
In proposito, ricordo a Eliana Bouchard, che mi chiede un «esempio che faccia vedere dentro il concreto», un esito positivo della convivenza tra opzioni differenti: al Senato, l'intero gruppo democratico - con appena due eccezioni - ha votato contro il disegno di legge della maggioranza in materia di Testamento biologico. Poca roba? Non ho alcun imbarazzo a replicare: meglio di niente.
Il «bravo entrismo»
Seconda precisazione, più di fondo e che più dovrebbe interessare i lettori del manifesto. Gran parte del ragionamento del mio libro ruota intorno a due temi: quello dell'immigrazione e quello del Testamento biologico. Sono le questioni (unitamente a quella della giustizia e del sistema penitenziario) alle quali dedico tutte le mie energie politiche e intellettuali, da decenni: e sulle quali ho posizioni che, secondo un linguaggio convenzionale e francamente insopportabile, vengono definite di «estrema sinistra». Ebbene, sospetto che il vero contenzioso tra me e i miei critici sia esattamente questo: quelle posizioni di estrema sinistra risultano più efficaci all'interno del Partito democratico o all'interno di un partito che si voglia di estrema sinistra? Con tutti i dubbi e con tutti i rischi del mondo, sono per la prima opzione.
Ma ritengo che la risposta a quell' interrogativo debba passare attraverso la caduta di un pregiudizio assai resistente: ovvero quello che, seguendo una concezione toponomastica della politica, vorrebbe l'Italia dei Valori o, per dire, il Partito dei comunisti italiani come partiti radicali, schierati «alla sinistra» del Partito democratico. Ma quando mai? Io penso che quelle due formazioni tutto siano tranne che due partiti di estrema sinistra o anche solo definibili come radicali. Sono formazioni, piuttosto, ispirate al massimalismo ideologico o moralistico: e su alcune questioni dirimenti (per me e, se non erro, per il manifesto) - come, i diritti, le garanzie, le libertà - hanno posizioni moderate quando non schiettamente «di destra» (per ricorrere, ancora, a un linguaggio convenzionale).
Come dimenticare le indimenticabili parole di Antonio Di Pietro (se l'immigrazione irregolare non verrà sanzionata come reato, «l'Italia diventerà il Vespasiano d'Europa») o le tante posizioni anti-garantiste dei Comunisti italiani?
Insomma, per buona parte della sinistra italiana è più importante e più urgente battersi contro il «lodo Alfano» che contro la qualificazione dell'immigrazione irregolare come fattispecie penale (certo, l'ideale sarebbe mobilitarsi contro entrambi gli obiettivi, ma se devo scegliere una priorità, non ho il minimo dubbio). Ma mi rendo conto che questa risposta è parziale e non esaurisce un altro interrogativo: perché non collocare quelle posizioni di estrema sinistra (sui temi prima ricordati) all'interno di una formazione di estrema sinistra, come il Partito della rifondazione comunista o Sinistra e Libertà? Io mi auguro di cuore che queste due formazioni raggiungano il quorum, ma temo che l'esperienza delle elezioni politiche del 2008 e la sindrome scissionistica che ha determinato non siano state sufficientemente analizzate. E che il destino di quelle due formazioni sia comunque strettamente legato a quello del Partito democratico.
All'esterno o all'interno di quest'ultimo. Da qui la mia ipotesi di «partito-famiglia allargata». Insomma a me sembra che, da trentacinque anni, tutti più o meno pratichiamo il nostro «bravo entrismo». Basta dirselo.