venerdì 16 dicembre 2005

Liberazione, 13.12.05
Dopo il dramma di Dongzhoi, dove la polizia ha sparato sulla folla
Bertinotti, cosa ti piace della Cina? «I cinesi... »

di Simonetta Cossu

Zhengzhou [nostra inviata]
a Cina è un Paese che cammina veloce. Anzi, sarebbe meglio dire che corre. Per dare una idea di quanto corre basta dire che arrivando nella capitale della provincia di Henan, Zhengzhou, agli incroci delle strade non ci sono i semafori. Al loro posto la municipalità ha fatto mettere dei conta secondi che scandiscono il tempo che manca al verde. Questo per evitare che si perda tempo, che si sia pronti quando arriva il momento di partire.
La visita ufficiale del Prc in terra cinese ha portato la delegazione guidata da Fausto Bertinotti fuori dalla grande metropoli di Pechino.
L’ha trasportata in una Cina forse più complessa di quella che ci è apparsa al suo primo assaggio.
Due giorni nella regione di Henan, una di quelle che forse più di tutte descrive lo sviluppo modello cinese messo in moto 27 anni fa.
Henan con i suoi 100 milioni di abitanti è la provincia più popolosa della Cina. E’ una regione agricola, detta anche “La piana centrale” dove vengono coltivati 43 milioni di tonnellate di grano, uno dei beni più preziosi per una nazione con una popolazione di un miliardo e 300 milioni di persone da sfamare. E’ una regione ricca di storia, dove è possibile trovare testimonianze della grande civiltà cinese di 5000 anni fa. Su queste terre passava la via della seta, la sua capitale è uno degli snodi ferroviari più importanti del paese. E’ la Cina che meno si conosce e che si prepara più di tutte a cambiare il mondo.
Il panorama urbanistico delle città è una selva di cantieri. Grattacieli che si innalzano per 20 o più piani, nuovi edifici della pubblica amministrazione pronti ad ospitare migliaia di impiegati.
Tutti rigorosamente vuoti ma presto, dicono i rappresentanti ufficiali, si riempiranno delle migliaia di uomini e donne che stanno convergendo sulle città.
A raccontare alla delegazione del Prc (oltre al segretario ci sono Alfonso Gianni e Gennaro Migliore), cosa si muove in questa parte della Cina è Guangchun Xu, segretario del Pc cinese della provincia e membro del comitato centrale. Un personaggio influente viste le cariche. Un incontro amichevole e franco, dove due visioni si incontrano e spesso si scontrano. Xu infatti conferma che lo sviluppo economico è l’obiettivo primario, compito del governo di questo Paese è portare l’industrializzazione ovunque. La globalizzazione è il perno, e che questa porti squilibri è un dato di fatto. Il problema resta come gestirla. Ed è proprio su questi squilibri che Bertinotti insiste.
Il segretario del Prc domanda al suo ospite come intendono garantire le rappresentanze deboli di una società dove è il mercato a dettare le regole. Dove i diritti sindacali sono più un miraggio che una realtà, tema affrontato in un incontro specifico a Pechino con la Federazione dei sindacati cinesi - iperconcertativa, che respinge ogni ipotesi conflittuale che possa rallentare gli investimenti stranieri.
Alle domande Xu risponde riproponendo il tema centrale dello sviluppo «necessario ». Racconta di un processo, quello in corso, che fa registrare nella sua provincia una migrazione dalle campagne verso le città di 15 milioni di persone. Ma parla anche di un salario minimo definito per legge per gli occupati dell’industria pubblica e privata. Per la prima volta si sente parlare di un reddito di «garanzia alla vita» per chi perde il lavoro sia nel settore privato che pubblico. Un contributo che permetta di vivere ma che è basso al fine di evitare che le persone si possano sentire sicure. Ma nelle campagne? Anche in questo caso arriva una piccola novità. Xu racconta di come nella sua provincia si stia sperimentando in una zona un salario minimo anche per i contadini. «E’ solo una sperimentazione » ci tiene a precisare. Il problema, ribadisce, è la grande migrazione che dalle campagne porta migliaia di persone nei centri urbani alla ricerca di un futuro. Gente che cerca lavoro e stabilità. Per ora la risposta è dare una casa a queste persone.
Come? Costruendole, Ma questo significa trovare terreni e conseguentemente produce espropri che devono essere risarciti.
Questo può provocare proteste e il segretario del Pcc racconta di come proprio pochi giorni fa un gruppo di contadini si sia presentato alle porte del partito per protestare e della trattativa avviata. Soluzioni però non ne vengono prospettate.
Ed è proprio sui conflitti sociali che l’incontro ha un svolta interessante. Il segretario del Prc chiede al rappresentante del Pcc se ha notizie dalla provincia di Dongzhou nella Cina meridionale dove la polizia ha sparato sui manifestanti che protestavano sul risarcimento del costo della terra espropriata per costruire un impianto di energia. «Una repressione e morti che colpiscono» ha dichiarato il segretario del Prc.
Per meglio spiegare il suo interesse Bertinotti racconta di come anche in Italia in questi giorni ci sia una valle dove i cittadini sono scesi in piazza per protestare contro il progetto di portare nelle loro montagne un opera che loro ritengono inutile e dannosa.
Questa volta, a differenza di quando, pochi giorni fa, davanti alla domanda sulla pena di morte era calato un silenzio siderale, una risposta è arrivata.
Il segretario del Pcc ammette che i problemi sollevati nell’incontro riguardo agli squilibri sociali siano reali, che la grande questione che deve essere affrontata è quella degli interessi in campo. Quello collettivo e quello individuale, quello a lungo termine a confronto con quello breve, interesse delle parti o quello generale. E parlando di questo fa un esplicito riferimento al nuovo grande progetto in programma che prevede grandi canali e dighe per portare l’acqua dal sud della Cina alle province del nord. In questo caso, dice, il progetto è di interesse generale, e dovrà essere fatto.
Per quanto riguarda il caso specifico citato da Bertinotti, Xu dichiara di non conoscerlo, ma a sorpresa precisa: «Quello che vi posso dire è l’indirizzo generale del partito: bisogna che il governo locale si sieda ad un tavolo e discuta con la comunità perché deve trovare il modo di dialogare, al fine di trovare un accordo». Tuttavia, ribadisce, «Il Paese è grande, i gruppi dirigenti sono molteplici e a volte non all’altezza del compito di evitare conflitti, che, crescendo, prendono strade impreviste. In questo caso, prosegue Xu, il livello superiore del partito deve intervenire per risolvere il problema secondo la legge. Se vi sono state violazioni queste vanno punite».
Incontrando i giornalisti, Bertinotti commenta «Guanchun Xu ha parlato di un indirizzo generale del partito, volto al dialogo con i contadini quando si apre un conflitto tra loro e il governo». Tutto questo, per Bertinotti, significa che nel sistema di partito unico in Cina «non c'è una condivisione della repressione. E’ indicativo inoltre - aggiunge - che Guanchun Xu abbia parlato di questi termini davanti ad una delegazione straniera». Ma c’è qualcosa della Cina che piace a Bertinotti? Il segretario del Prc non ha esitazione: «I cinesi».




Liberazione, 13.12.05
Perché sostenere il giudice Tosti

Caro direttore, la Francia si mobilita a sostegno del giudice Luigi Tosti, condannato dal Tribunale dell’Aquila a sette mesi di prigione e ad un anno di sospensione dalle funzioni per essersi rifiutato di “giudicare” in un’aula di Tribunale in cui era appeso un simbolo religioso (vedi “Liberazione” di venerdì 18 novembre, ndr). E lo fa con un appello già sottoscritto da 555 persone. E noi cosa facciamo? Non sarebbe una bella battaglia per la libertà di pensiero?
Luciana Bordin via e-mail




Liberazione, 13.12.05
Pirati, eroi dimenticati della lotta di classe il libro
di Ermanno Gallo

Oggi i pirati arrembano gli scaffali delle librerie europee con l’impatto di battaglie oceaniche e di onde anomale. Recentemente l’editore Piemme ha tradotto di David Gardingly, Donne corsare (2005), un testo che analizza l’altra luna della corseria storica e leggendaria, dal ’700 al 1800. In Francia i testi originali, o tradotti, sui fratelli della costa non si contano più.
Bucanieri, filibustieri, pirati, emergono da chiaroscuri caraibici, albe accecanti, roghi e bottini favolosi con profili inediti, idee rivoluzionarie, regole comunitarie sorprendenti. Su uno schermo oceanico che abbraccia i continenti emersi, scorrono immagini ed epopee che a partire dal 1600, liberano gli schiavi ad Haiti, accumulano ricchezze favolose, creano roccaforti di sole e fratellanza, come la Tortuga, S. Cristoforo, Santo Domingo, Barbados, Antille e infine Barataria sul Mississipi. Come si racconta nella storia epitonomata, Dar or die “Bastides Pirates” (Aden 2005), o nei classici “omerici corsari” di M. Giard (1996), G Jaeger, (1986) e D. Pouillade, (2005) la libertà e l’egualitarismo inalberano la bandiera fantasma della corsa. Il jolly roger, rosso o nero, teschiato o abbrunito è una bandiera libertaria e rivoluzionaria che solca i mari del mondo prima di ogni rivoluzione terrestre. Uomini di ciurma, schiavi delle stive, deportati irlandesi, diggers o renters ai quali gli imperi marittimi, fra cui Spagna Inghilterra e Francia, imposero, a partire dal 1700 l’impiccagione senza processo, sono stati “free-bother” ( liberi marinai), rivoluzionari dell’oceano, antesignani dell’utopia.
Racconta il recente libro di Rediker, Canaglie di tutto il mondo. L’epoca d’oro della pirateria, (Elèuthera, euro 17,00) che i capitani Kidd, Stone e Fly furono i primi leggendari corsari a subire il processo sommario riservato ai pirati senza patria né leggi. Londra, finita la guerra della regina Anna, dopo averli privati della patente di corsa (o marco) che ne autorizzava imprese illegali e scorrerie, divenne la piattaforma legale delle forche innalzate per strangolare il loro afflato di libertà contagioso e intollerabile dall’assolutismo.
Tuttavia questo movimento protorivoluzionario, fluido e vorticoso come i marosi senza frontiere, proiettò i suoi emblemi estremi sulla comune di Parigi, sull’Internazionale comunista e tra le colonne anarchiche. La rivoluzione oceanica non nacque e morì per caso.
Il merito indiscusso delle ricerche di Rediker, che fanno da sfondo ad altri libri di tendenza, consiste nel porre la guerra di corsa e la fratellanza della costa al di la’ di facili folclori, epopee stereotipate e aneddoti romantici.
Pur non dimenticando icone di “scorridori” al femminile – come Anne Bonny, Mary Read, Mary Crickett, Charlotte Berry – divenute eroine e martiri, per amore o per forza, della spietata lotta sui mari - l’autore inanella la genesi dello sfruttamento e dell’emancipazione vissuti dagli uomini di ciurma durante due secoli. La “catena di montaggio” mercantile dell’accumulazione originaria trovò negli oceani il suo nastro veicolatore di merci e ricchezze naturali, di cui i marinai asserviti erano proletari e sfruttati senza diritti. La guerra corsara, con la sua “aristocrazia” formata, tra pari, da bucanieri e filibusta, risultò la prima espressione di emancipazione proletaria nella «aritmetica politica della vita economica». Fino a quando le aquile dei grandi imperi, sconfitti i liberi albatros marini, iniziarono a controllare zone sempre più vaste di terraferma. A trasformare il monopolio di merci pregiate nel dominio del denaro. Finiti l’utopia libertaria degli oceani e i visionari “regni” corsari che sembravano inespugnabili, tornò a regnare il patibolo sui mari che non avevano padroni ma solo divinità senza nome.
Fra i molti vinti alcuni si annodarono con sprezzo il cappio da soli gridando come Davidson: ”muoriamo come uomini, non lasciamo che ci comprino come schiavi”. La guerra di corsa abbandonò gli orizzonti fluidi.
Nella metamorfosi economica e sociale perse le ali della vela e del vento. Con la mutazione del conflitto capitalistico avvenne uno scambio di elementi, e la mattanza strisciante dello sfruttamento industriale, iniziò a falciare i proletari nelle fabbriche fumose, nelle gallerie asfissianti delle miniere. La repressione e il controllo non erano più legati al pennone di un’ammiraglia. La lotta di classe usciva dal vortex dell’oceano che l’aveva originata. Ma non cambiava polarità e bandiere: l’una rossa come il sangue della rivolta; l’altra nera come il rifiuto assoluto di ogni potere.




Le Scienze, 13.12.05
Grammatica innata
L'identificazione delle categorie grammaticali può emergere anche senza input esterni


esperienza continua. Tuttavia, determinare i ruoli specifici della capacità e dell'esperienza è molto difficile, visto che questi due fattori non possono essere separati sperimentalmente.
Marie Coppola ed Elissa Newport del dipartimento di scienze cognitive dell'Università di Rochester hanno sfruttato un caso naturale di privazione del linguaggio per esaminare alcuni aspetti inerenti alla struttura del linguaggio, in particolare il concetto del soggetto grammaticale. Le ricercatrici hanno studiato il sistema di gesti idiosincratici - chiamato "home sign" - di tre adulti del Nicaragua che erano cresciuti quasi privi di educazione formale e senza l'esposizione a una comunicazione strutturata, parlata o scritta che fosse.
I tre adulti hanno osservato brevi segmenti video e hanno poi descritto quello che avevano visto per mezzo dell'home sign. In quasi tutti i casi, gli individui hanno identificato in maniera appropriata un soggetto come tale, anche in situazioni molto diverse fra loro (per esempio di fronte a soggetti inanimati, a persone che sperimentavano uno stato emotivo oppure che eseguivano un'azione).

Marie Coppola, Elissa L. Newport, "Grammatical 'Subjects' in 'Home Sign': Abstract linguistic structure in adult primary gesture systems without linguistic input". Proceedings of the National Academy of Sciences (2005).

© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.




il Manifesto, 13.12.05
Società del rischio, la potenza recita a soggetto
La fortuna editoriale di Michel Foucault. Dalla critica radicale dell'esercizio del potere alla produzione della soggettività nelle società liberali. Un percorso intellettuale che ha avuto nei corsi al «Collége de France» le sue tappe decisive e che in Italia ha aperto inediti spazi di ricerca oltre l'ambito filosofico
Genesi del liberalismo Il punto di svolta nella riflessione del filosofo francese a partire dai corsi degli anni Settanta
Biopolitica e non solo Da Rovatti a Petrillo, da Revel a Mazzocca, una lettura critica della ricezione italiana di Foucault

ROBERTO CICCARELLI
Silenzio, ascolta, attorno a noi c'è il rumore sordo e prolungato di una battaglia che sostituisce la severa musica dell'analisi teorica. Così Michel Foucault concludeva bruscamente Sorvegliare e punire, il suo volume sull'istituzione carceraria, «una delle regioni nascoste del nostro sistema sociale, una delle caselle nere della nostra vita». La battaglia annunciata nel 1975 sarebbe proseguita per tutta la fine del decennio in cui il filosofo francese avrebbe condotto in silenzio uno smisurato lavoro di ricerca durante i suoi corsi al Collége de France. La contemporanea uscita per Feltrinelli de La nascita della biopolitica (tradotto da Mauro Bertani e Valeria Zini, pp. 352, € 35) e di Sicurezza, territorio e popolazione (tradotto da Paolo Napoli, pp. 400, € 40) restituisce oggi anche al pubblico italiano quel rumore che in tutti gli anni Settanta scorreva sottotraccia. Tra il 1975 e il 1983, l'anno di pubblicazione in Francia della Volontà di sapere e della Storia della sessualità, Foucault avrebbe infatti continuato a lavorare, ma senza pubblicare nulla, maturando la convinzione della necessità di spostare l'analisi dai poteri alla soggettività in quanto produzione di sé. E' indubbio che in Italia, ma anche nel resto d'Europa e negli Stati uniti, Foucault è stato un filosofo molto letto, arrivando ad avere un successo editoriale di tutto rilievo, come testimonia il fatto che gran parte delle sue opere sono state pubblicate da diverse case editrici, fino al progetto della Feltrinelli di tradurre i suoi corsi parigini. Ma della sua fortuna italiana c'è traccia anche in ambiti lontani dalla filosofia: e infatti non è raro incontrare sociologi, antropologi e criminologi che si rifanno proprio alle sue riflessioni. Da qui la necessità di interrogare alcuni studiosi che si occupano sì di Foucault, ma che seguono le molteplici linee di ricerca di questo filosofo inquieto, ma oggi fondamentale per comprendere la natura, e i limiti, delle nostre società liberali.

Il paradigma logorato

Il punto di partenza è da quel silenzio della metà degli anni Settanta denunciato da Foucault, che non era dovuto ad una improvvisa crisi teorica, ma ad una ridefinizione radicale dei paradigmi della ricerca fino ad allora adottati. Nei corsi al Collége de France Foucault capisce infatti di essersi occupato sino a quel momento solo dei poteri e non aveva invece descritto che cosa si produce dentro i poteri. Con questa presa di coscienza l'analisi del potere e quella della soggettività non andranno più l'una senza l'altra. «La frase sul rumore sordo della battaglia è stata molto commentata, ma credo sia stata in realtà poco compresa - commenta la filosofa francese Judith Revel - E' il rumore di fondo dei poteri disciplinari ed esiste nel quadro di una analitica del potere che arriva alla conclusione che non esiste un fuori dal potere. In Nascita della biopolitica e in Sicurezza, territorio e popolazione per la prima volta Foucault mette in causa questa sua affermazione e pone la possibilità che esista un fuori dalla griglia predisposta dai poteri disciplinari alla soggettività. Uno spazio, direi un limite, che è pur sempre dentro la griglia, ma che è anche fuori di essa».

Per Judith Revel questi due corsi hanno una grande importanza perché in essi Foucault «passa alla problematizzazione del tema della governamentalità, cioè dell'impossibilità di definire un fuori e quindi della necessità di pensare il processo di soggettivazione dentro un rapporto di potere». In Francia questi due corsi hanno suscitato un grande interesse, ma anche polemiche. Tra gli interpreti liberali di Foucault, infatti, e ce ne sono parecchi tra chi nella Confindustria francese studia la gestione attuariale in economia e il suo discorso sulla biopolitica viene usato strumentalmente come un'apologia del liberalismo. Foucault insomma che canta le lodi delle libertà individuali dell'individuo. Un'altra interpretazione sostiene invece che se gli anni Settanta sono stati anche per Foucault anni di militanza politica, questo impegno termina non a caso tra il `78 e il `79, quando inizia a occuparsi di etica, di estetica, cioè un ripiegamento su una dimensione individuale e quindi un fallimento della sua attività politica. Cosa può dire allora Foucault ai nuovi movimenti sociali? «In primo luogo - risponde Revel - per i movimenti radicali diviene urgente un discorso sull'etica in quanto materia politica. Questo non significa smettere di fare militanza, ma significa che la militanza deve mettersi all'altezza dei nuovi modi di produzione, caratterizzati da una dimensione relazionale, dove la produzione a molto a che vedere con la produzione di sé . Questo significa che la politica non può fare a meno di controntarsi con l'ontologia. Foucault direbbe che bisogna "lavorare" il potere dall'interno e conquistarsi nuovi spazi di libertà».

Anche per Roberto Esposito, nella cui analisi sulla biopolitica la filosofia del bios Foucault occupa una posizione centrale, i due corsi freschi di traduzione hanno una grande importanza. «Perché riflettono sul legame costitutivo tra biopolitica e sovranità, cioè tra il potere e la vita, tipico della modernità. Il regime sovrano infatti non limita la vita, ma la espande - continua il filosofo napoletano - Il potere e la vita costituiscono due facce contrapposte e complementari. Per potenziare se stesso il potere è costretto a potenziare la vita, l'oggetto su cui si scarica. Questa è la stessa dinamica tra liberalismo e libertà che Foucault osserva in Sicurezza, territorio e popolazione. Il liberalismo infatti rivendica la libertà degli individui da un lato, ma dall'altro deve limitarlo per evitare che la libertà del singolo interferisca con quella dell'altro. Nel liberalismo, dice Foucault, il potere non deve soltanto presupporre, ma anche produrre le condizioni di libertà dei soggetti cui si rivolge. Ma deve constatare che per proteggere queste libertà è anche costretto a distruggerne delle altre. La sua conclusione è esplicita: la dove c'è potere - dice Foucault - c'è resistenza e tuttavia essa non è mai in posizione di esteriorità rispetto al potere».

Governamentalità liberale

Nascita della biopolitica e Sicurezza, territorio e popolazione aprono dunque un percorso inaspettato che è quello dell'analisi della governamentalità liberale, ma anche del neoliberalismo lungo tutto il XX secolo fino a sfiorare il reaganismo che si sarebbe affermato poco più di un anno dopo negli Stati uniti. Per il filosofo Ottavio Marzocca «se si volesse trovare una differenza significativa nell'analisi del neoliberismo e del liberalismo classico in Foucault si può dire che quest'ultimo era partito dall'idea miracolistica secondo la quale la libertà di scambio potesse essere lo strumento principale per sostenere il benessere collettivo». Partendo da questa idea il liberalismo deve in seguito riscontrare che da questa idea restano fuori una serie di problemi che non trovano soluzione. «Il liberalismo si preoccupa innanzitutto dei limiti che l'azione di governo deve porsi - continua Marzocca - ma non è mai in grado di individuare stabilmente questo limite che il governo deve darsi. E quindi il limite si sposta in continuazione perché il liberalismo non trova mai il criterio attraverso il quale identificarlo e imporlo».

Con tutta la prudenza del caso si può allora dire che per Foucault la socialdemocrazia sia stata in qualche misura anticipata dal ceto borghese liberale. «Il liberalismo - sostiene Marzocca - è l'arte della limitazione del governo, ma questa limitazione non è mai determinata. Il liberalismo classico entra in crisi perché non riesce a frenare l'esigenza dell'intervento politico sulla società e sul mercato. Con il crollo di Wall Street nel `29 è dalla stessa culturale liberale che nasce l'idea del New deal e il Welfare State. Ancora una volta la socialdemocrazia sembra essere anticipata dal liberalismo».

Che la socialdemocrazia venga in qualche modo prefigurata dal liberalismo e dalla sua idea di governamentalità è una notizia. Ma quello che stupisce ancora di più nell'analisi foucaultiana in questi due corsi è un altro elemento: il rapporto tra libertà e liberalismo. «Il liberalismo presta molta attenzione alle libertà - continua Marzocca - prevalentemente a quelle economiche, giuridiche, ma anche a libertà concrete che in altri momenti appaiono in pericolo rispetto ad altre. Nel momento in cui ad esempio il liberalismo promuove la libertà di impresa accade prima o poi che tale promozione metta in pericolo la libertà di associazione sindacale ad esempio. I rischi per la libertà discendono dal fatto che è il liberalismo stesso a promuovere queste libertà». In questo contesto, sostiene Foucault, la cultura del pericolo e del rischio si presenta come una caratteristica del liberalismo. Al punto che si potrebbe dire che l'uomo liberale si trova a vivere pericolosamente. «Vivere pericolosamente è un portato necessario del liberalismo - conclude Marzocca - perché esso enfatizza l'inevitabilità del rischio. Il problema della sicurezza esiste perché non è mai risolvibile. Il pericolo è inevitabile perché è il prodotto stesso della libertà. Chi promuove la libertà si espone ai rischi che essa produce».

Per i sociologo Antonello Petrillo, i due corsi foucaultiani insistono in maniera particolare sulla matrice doppia e ambigua dello stato sociale liberale che si fonda sulla continuità paradossale tra il modello sicuritario di governo della popolazione e l'attenzione del liberalismo ai diritti. In questo scenario il ruolo nello stato non è destinato a scomparire ma invece a gestire i meccanismi della gestione dell'esclusione sociale. Ed è in questo senso che Foucault coglie «in maniera magistrale» la tensione interna del liberalismo. «Da questi corsi - continua Petrillo - viene fuori una San Francisco liberale, in attesa permanente di questo Big One nella tensione strutturale tra l'impulso interventista in termini di controllo e la tensione allo stato minimo da parte degli economisti. Oggi questa contraddizione nel quadro dell'intervento del governo sulla popolazione diventa di sconvolgente attualità e urgenza«. Perché? «Ma perché - risponde Petrillo - il modello liberale, proprio come quello socialdemocratico del governo, implodono quando si confrontano con i problemi legati ai centri di permanenza temporanei per i migranti ad esempio». In questo caso l'ossessione per la garanzia delle libertà individuali si trasforma esattamente nel suo contrario: nel sicuritarismo di una società che distrugge le libertà per proteggere quella dei garantiti, i cittadini nazionali. «Questa è la dimostrazione - aggiunge Petrillo - che il "sicuritarismo" non segni affatto una cesura delle garanzie dello stato di diritto. Questa convinzione in realtà andrebbe rivista alla luce di questi due corsi. Il liberalismo ha molto a che vedere con la riduzione delle garanzie dei diritti che sta avvenendo sotto i nostri occhi. I Cpt si inseriscono per molti versi nei confini ideologici del liberalismo che da una parte mira al controllo della popolazione e dall'altra parte cerca di ridurre il ruolo dello stato nella società».

Toni Negri preferisce riflettere su un altro aspetto determinante di questi due corsi. Il rapporto tra biopolitica e biopotere e sul modo in cui Foucault, alla fine degli anni Settanta, arriva ad una svolta nella sua filosofia. «Ho avuto la fortuna di seguire il corso sulla nascita della biopolitica a Parigi - esordisce Negri - L'aula del Collège de France era sempre piena e spesso non riuscivo nemmeno ad entrare. Ogni tanto si sentivano dei mozziconi di frasi che venivano dalla porta. Ma al di là dei miei ricordi di una stagione di studi e di rapporti che si sarebbe chiusa da lì a pochissimo con il mio arresto nel 1979 per il caso 7 aprile, credo che questi due corsi, e in particolare quello sulla Nascita della biopolitica, siano una specie di pompa storico-strumentale per la costruzione di alcuni concetti fondamentali sui quali ho lavorato nei decenni successivi». Di quali concetti si tratta? «Il rapporto tra la soggettività e il potere ad esempio - risponde Negri - In questo corso inizia ad emergere il discorso sulla produzione della soggettività. La costruzione del sé avviene in base ad una potenza, che è la potenza del soggetto. Quella di cui parlo è una potenza che si dà nella relazione e non certamente nella riscoperta di elementi metafisici».

La sovranità perduta

Perché allora in questo biennio '78-'79 Foucault cambia tutto? «Perché Foucault in questi corsi - risponde Negri - scopre che il soggetto si cala completamente nella dimensione della biopolitica e scopre che questa dimensione è qualcosa di diverso dalla struttura del biopotere. Qui il soggetto si costituisce attraverso un'affermazione della propria individualità talmente forte da produrre non semplicemente il proprio sé ma un'accumulazione di biopotere che a questo punto non passa più attraverso lo stato ma attraverso il mercato e la relazione sociale. Il potere non è più autonomo dalla politica e dalla soggettività. Proprio il contrario di quello che in Italia si diceva in quegli stessi anni con i teorici dell'autonomia della politica». Che cosa succedeva nel 1978 in Italia? «Siamo ad un crocicchio importantissimo - risponde Negri - perché tutti hanno ormai capito la crisi dello Stato e della sovranità. Ricordo che ci fu un numero di Aut Aut dedicato a Foucault a cui partecipai anch'io. In Italia questa idea di soggettività in quanto costruzione e trasformazione di sé viene spogliata dal pensiero debole della sua potenza costitutiva. Questo pensiero fa i salti mortali tra la teoria dell'autonomia del potere e la conflittualità sociale. Davanti al conflitto si ritrae e preferisce trovare riparo in questa idea del potere».

Dato che si parla di Aut Aut non rimane che interpellarne il direttore, Pier Aldo Rovatti, a proposito dei corsi foucaultiani, e non solo. «C'è stata una certa fatica a fare entrare Foucault in un mondo che, al tornante degli anni Settanta-Ottanta, era profondamente succube dell'ideologizzazione derivante da un linguaggio che allora era comune a sinistra». Rovatti prova a fare un bilancio della ricezione italiana di Foucault e precisa: «Quello della sinistra era un linguaggio anche intelligente che si ispirava al Marx dei Grundrisse. Foucault appariva uno scarto, un salto, ed è passato molto tempo per capirlo. In quel momento Aut Aut cercava di uscire da questo circuito ideologico e di produrre nuovi strumenti filosofici, storici, utili a ricostruire un quadro demolito dai fatti. Ricordo che facemmo un numero sulla teoria dei bisogni in cui Foucault veniva recepito. Negli anni poi abbiamo continuato a lavorare sulla sua opera. L'ultimo numero che abbiamo fatto è sul corso sul Potere psichiatrico uscito l'anno scorso anche in Italia».

C'è chi sostiene che questi corsi segnino il passaggio da un'analitica pura del potere ad un'analitica della soggettività in cui parte fondamentale del progetto foucaultiano diventa l'etica del sé. Lei è d'accordo? «Credo che sia un'interpretazione corretta, ma fino ad un certo punto - risponde Rovatti -. L'idea che ad unire questi due periodi distinti sia il concetto del governo mi sembra un'interpretazione debole. Non credo che Foucault ad un certo punto dimentichi il problema del potere a favore di un'interpretazione intersoggettiva e sociale del potere stesso. In lui da una parte c'è il potere, il politico e dall'altra c'è l'etica. Sono convinto che un intreccio esiste tra queste questioni e che non sia il governo, ma la questione della soggettività».




il Manifesto, 13.12.05
Un ordine del discorso made in Italy
Già dalla loro uscita in Francia, «Nascita della biopolitica» e «Sicurezza, territorio e popolazione» hanno riscosso un grande interesse in Italia. Già ampiamente recensiti sulle riviste (Massimiliano Guareschi sul secondo numero della rivista «Conflitti Globali», Shake, e Elettra Stimmilli sul quarto numero di «Forme di vita», DeriveApprodi ad esempio) da qualche settimana sono stati tradotti in italiano da Feltrinelli. Gli intervistati sono tutti impegnati da anni in un lavoro di scavo e di analisi nella colossale opera foucaultiana. Judith Revel è stata la curatrice dell'«Archivio Foucault 1. Interventi, colloqui, interviste 1961-1970», pubblicato sempre da Feltrinelli, è autrice anche del «Vocabulaire de Foucault» pubblicato da Ellypses in Francia. Roberto Esposito, già autore di volumi come «Bios. Biopolitica e filosofia» e di «Immunitas» (entrambi pubblicati da Einaudi) svolge da anni un confronto serrato con il filosofo francese. Ottavio Marzocca, filosofo che insegna all'università di Bari, è l'autore dell'antologia «Michel Foucault. biopolitica e liberalismo» (Medusa 2001) e uno dei curatori del «Lessico sulla biopolitica» che verrà pubblicato dal Manifestolibri il prossimo febbraio. Antonello Petrillo, sociologo, insegna al Suor Orsola Benincasa di Napoli, partecipa al volume collettaneo «Michel Foucault, un lavoro disperso e mutevole», a cura di Ciro Pizzo e Ciro Tarantino, in uscita per l'editore napoletano Elio Sellino il prossimo gennaio. Da molti anni Toni Negri conduce con Foucault un confronto che è confluito anche nei suoi volumi, scritti con Michael Hardt, «Impero» e «Moltitudine» (Rizzoli). Pier Aldo Rovatti, direttore della rivista «Aut Aut» e filosofo all'università di Trieste, è stato anche il curatore del volume collettaneo «Effetto Foucault», pubblicato a metà degli anni Ottanta sempre da Feltrinelli, che ha rilanciato il dibattito sul filosofo francese. L'integralità del dibattito riportato in questo articolo lo potete trovare sul sito: www.centroriformastato.it . Ro. Ci.

Liberazione, 15.12.05
Ecco l’America incivile e violenta
di Piero Sansonetti

Pongo una domanda un po’ provocatoria. Secondo voi, il peggior uomo politico italiano (ognuno scelga il suo: Berlusconi, Fini, Castelli, Calderoli, Gasparri, Cuffaro…) se fosse stato posto di fronte al dilemma, semplicissimo per ciascuno di noi, se graziare Tookie Williams o spedirlo sulla forca, cosa avrebbe fatto? Lo avrebbe fatto ammazzare, di lì a dodici ore, per convinzione, per sete di giustizia o di vendetta, per calcolo politico, per sadismo, per conformismo? Io credo di no: l’avrebbe graziato. Perché? Perché, mi chiedo, su temi così importanti - che riguardano il concetto che si ha della vita, del bene, del male, della vendetta, del perdono, della giustizia, della rivalsa - la peggior destra italiana è di gran lunga superiore alla destra liberale americana della quale il governatore Arnold Schwarzenegger è uno dei più brillanti esponenti?
Ho una sola risposta. Paradossale ma credo inoppugnabile. C’è una questione di civiltà. Gli Stati Uniti sono un paese giovane, con radici “corte” e un livello ancora molto irregolare di civilizzazione. Ci sono campi nei quali la civiltà americana è molto avanzata: la libertà di stampa e di espressione, i diritti civili di una parte della popolazione (i bianchi economicamente ben sistemati), il funzionamento dei servizi e della pubblica amministrazione, eccetera. In altri campi siamo appena fuori dal medioevo. Il senso comune, la cultura dominante negli Stati Uniti, ad esempio, coltiva un’idea sul diritto alla vita, sull’amministrazione della giustizia, sulla legittimità della violenza e persino sulla sacralità e intoccabilità dell’individuo, che sta molti secoli più indietro rispetto allo spirito pubblico europeo.
Ieri, in un bell’articolo pubblicato su questo giornale, il mio amico Piero Bernocchi, diceva più o meno così: sono antiamericano e rivendico il mio antiamericanismo, perché non ce l’ho con il governo degli Stati Uniti, o col loro presidente, o coi ministri, i poliziotti, i boia: ce l’ho con la nazione Stati Uniti, perché questa nazione è in grado di esprimere solo valori di sopraffazione e di morte, aspirazioni imperialiste, pulsioni autoritarie, violente, nazionaliste.
Conosco Piero Bernocchi da quando eravamo ragazzi, e da allora - diciamo la verità, con affetto - lo ho sempre considerato un estremista e un “gruppettaro”… Anche stavolta è così. Una condanna dell’America, in quanto America - quasi fosse l’impero del male - è infondata, sbagliata, priva di ragioni. Però Bernocchi, con la consueta franchezza e irruenza, pone alcuni problemi che sono veri, seri. Il primo sta in questa domanda: perché nell’analisi storica, o politica, o persino culturale e letteraria sugli Stati Uniti, omettiamo sempre di considerare il fatto che quel paese è diventato grande sulla base di uno sterminio, di un genocidio paragonabile solo a quello eseguito da Hitler sugli ebrei, e che questo genocidio ha portato alla cancellazione totale dalla storia di un popolo gagliardo, raffinato e fiero, che era il popolo padrone di quel continente (è l’unico caso nella vicenda umana, credo, nel quale un genocidio produce la scomparsa totale di una intera popolazione di milioni di individui)?

E ancora, che questo paese ha costruito le basi della sua superpotenza economica su un sistema di produzione originario basato sulla schiavitù, e che gli schiavi erano il frutto di azioni di rapina, di sequestro, poi di deportazione feroce dall’Africa? E perché omettiamo di dire che il sistema di giustizia americano in parte - ma solo in parte - è copiato da quello britannico, ma ancora oggi è fortemente condizionato da una idea di giustizia che nell’ottocento - anni dopo Beccaria - era fondato sul processo di piazza e sul linciaggio?
Cosa c’è di più obbrobrioso - si chiedeva Bernocchi - che costruire un’intera epopea di film (e anche di racconti letterari) sull’esaltazione di un genocidio, cioè del massacro dei “pellerossa”, come è avvenuto a Holliwood con la produzione di un fenomeno cinematografico e letterario che ha dilagato con straordinario successo in tutto il mondo, ha influenzato la fantasia della nostra giovinezza, ha diffuso valori (il coraggio, la forza, la violenza, la freddezza nel colpire), ha fatto da battistrada al grande cinema moderno? C’è qualcuno che sa rispondere in modo decente a questa domanda?
Badate che la glaciale spietatezza di Arnold Schwarzenegger, che in piena tranquillità ha mandato a morte il cinquantenne scrittore, poeta ed ex gangster Tookie William, non è un’eccezione. E’ così, sta nelle cose: la stragrande maggioranza degli americani non ha un’idea diversa di giustizia. Decine di associazioni, anche di giovani, hanno organizzato manifestazioni l’altra sera per gridare la propria rabbia: urlavano “friggetelo, friggete Tookie…”. E del resto, non è agghiacciante il candore con il quale, pochi giorni fa, George Bush si è presentato alla tv per dire che la guerra andava bene e che aveva ammazzato 30 mila iracheni?
Torno alla domanda iniziale: ve lo immaginate il perfido Berlusconi, o persino Storace, andare in Parlamento e dire: tutto bene, ragazzi, ne ho fatti fuori trentamila, vado avanti così…
Oggi, giustamente, in Italia ci stiamo battendo per l’amnistia. Abbiamo troppa gente in prigione, troppi poveracci. Circa 60.000, uno ogni mille italiani. E’ uno scandalo ed è inumano. Sapete quanti sono i carcerati negli Stati Uniti? Due milioni e mezzo, uno ogni cento americani. E tra i giovani neri di età compresa fra i 19 e i 45 anni, quelli che sono, o sono stati, o andranno in prigione, sono uno su tre. Non vi sembra che si possa parlare di Stato autoritario? E’ una forzatura polemica? No. Abbiamo sempre condannato Castro per le sue violazioni di diritti umani. Giustamente. Però a Cuba, nel 2004, non ci sono state esecuzioni. Negli Usa 58. Le statistiche dicono che se si leva la Cina (che è una specie di infame catena di montaggio di fucilazioni), nella classifica degli Stati assassini, ai primi posti ci sono l’Iran (con 168 esecuzioni) poi la Corea del Nord con una settantina, e poi gli Usa, appunto con 58.
Perché non ammettere che questo paese - che pure ha al suo interno delle cose meravigliose, ha il suo popolo afro-americano con grandissime tradizioni, ha la musica, ha la letteratura, ha grandi punte di eccellenza nello studio della scienza, della filosofia, della politologia, ha una formidabile macchina economica, ha dato i natali, o l’asilo, a giganti del pensiero, dell’arte come, per dire, Luois Armstrong, Einstein, John Brown, Marc Twain, MalcolmX, e tantissimi altri - non è ancora un paese pienamente civile?
E’ importante ammetterlo, per una sola semplicissima ragione: perché la tendenza della cultura politica europea è quella che dice: uniformaci agli Usa. No, per carità. Sarebbe un imbarbarimento del mondo.




Liberazione, 15.12.05
Il 18 assemblee in molte città. Parte l’inchiesta sull’aborto
Mobilitazione delle donne contro l’attacco alla 194

di Angela Azzaro

Dice che la 194 non si tocca. Che il governo non ha nessuna intenzione di cambiare la normativa sull’interruzione volontaria di gravidanza. Ma poi fa terrorismo psicologico e attacca senza tentennamenti la 194. Il ministro della Salute, Francesco Storace, ha dato il via alla cosiddetta indagine conoscitiva sull’interruzione di gravidanza portando avanti la sua offensiva contro le donne. «Dal 1978 a oggi in Italia non sono nati, per aborto, 4 milioni e 350 mila bambini» ha detto davanti alla commissione Affari sociali della Camera e ha informato che fin da ieri pomeriggio avrebbe inviato alle Regioni una proposta di protocollo con i nuovi questionari per la raccolta di dati e informazioni sulle attività di prevenzione. Una vera schedatura. Una vera e propria intimidazione.
Ma le donne non stanno a guardare. Escono con decisione dal silenzio come recita lo slogan che è stato lanciato dalla Camera di lavoro di Milano il 29 novembre scorso, durante un’assemblea affollatissima.
Il segnale di protesta espresso in quell’occasione è diventato un’onda di mobilitazione che sta coinvolgendo tutta l’Italia, dal Nord al Sud, alle isole. Molte le iniziative, con due tappe centrali. Domenica, 18 dicembre, assemblee nelle più grandi città italiane in vista della manifestazione nazionale che si farà a Milano il 14 gennaio. Si discuterà di come arrivarci e, soprattutto, con quali contenuti. Un’occasione importante. Unica. Le donne vanno in piazza e chiedono agli uomini di farlo perché pensano che la situazione sia molto grave. La legge 194 è già di fatto, in molti casi, svuotata di senso. I consultori sono presi di mira. L’embrione è diventato soggetto di diritto. E’ uno scontro di civiltà che vede le donne come obiettivo privilegiato di un patriarcato che non è mai morto. In Italia. In Europa. A Est come a Ovest. E’ un patriarcato molto crudele, invasivo, che non si ferma davanti a niente.
L’attacco all’autodeterminazione femminile è il segno, emblematico, di quale rapporto si voglia instaurare tra lo Stato (l’idea che si ha dello Stato) e i corpi delle individue e degli individui: corpi ridotti a mere funzioni di una legge che li dovrebbe, vorrebbe sovrastare nelle scelte più intime.
Le donne si riprendono la parola pubblica per contrastare questo progetto, per chiedere per tutte e tutti che l’Italia torni a essere un paese laico. E’ un progetto di civiltà che passa, come già è stato detto nelle varie riunioni delle settimane scorse, attraverso la problematizzazione del rapporto tra i sessi, attraverso la messa in discussione della (etero) sessualità. Lo ha scritto su queste pagine Lea Melandri: lo ha fatto in maniera chiara. Netta anche rispetto alle ambiguità di chi nel centrosinistra pensa che l’attacco alla legge 194 vada contrastato con politiche di aiuto alla maternità (vedi Turco o Bindi). Niente di più sbagliato. Niente di più lontano dalla radicalità che esprimono le donne, molte femministe, che si mobilitano: la loro protesta passa attraverso un’idea diversa di libertàe responsabilità femminile, attraverso un’idea diversa di società.
Domenica gli occhi saranno puntati in primo luogo su Milano, dove (ore 21, Camera del lavoro) si deciderà anche il percorso del corteo nazionale che partirà alle 14, e su Roma dove l’appuntamento è alla Casa internazionale delle donne (alle 15). E poi ancora Bologna, Firenze, L’Aquila, Genova. In molte città le riunioni ci sono state o sono previste in questi giorni. Altre ancora si terranno subito dopo il 18. La partecipazione è un altro elemento di novità. Le giovani ci sono. Vanno alle assemblee, invitano le donne più impegnate nelle loro scuole occupate. Nelle università. Il silenzio è superato con una parola che è diventata in questi decenni sempre più incisiva, ricca di esperienze, espressione di culture diverse. Il 14 gennaio è l’occasione non solo per resistere, ma anche per fare un salto in avanti. Ci sarebbe, per paradosso, da ringraziare la destra e il Vaticano, se a causa della loro offensiva non ci fosse anche la sofferenza o il disagio di molte.

Domenica 18
•Milano, Camera del lavoro, ore 21, 00
•Roma, Casa internazionale delle donne, ore 15
•Bologna, Camera del lavoro, ore 10
•tutti gli altri appuntamenti sul sito www.usciamodalsilenzio.org





Liberazione, 15.12.05

L’iraniana premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, ospite di un convegno organizzato da Telefono rosa
«Le donne sono portatrici sane della cultura patriarcale»

di Laura Eduati

Nei Paesi islamici le donne sono obbligate a portare il velo, e ne sono scontente. In Europa sono obbligate a non portare il velo, e sono scontente. Perché non lasciamo le donne libere di fare ciò che vogliono?». Shirin Ebadi è minuta ma le sue parole si fanno sentire. Ebadi è la prima donna iraniana, e musulmana, a meritare il Nobel per la pace, nel 2003.
Prima della rivoluzione di Khomeini del 1979 era una delle poche donne giudice in Iran. «Poi decisero che le donne non potevano giudicare un uomo. Dissero che era la shar’a, la legge islamica, a prevederlo. Mi offrirono il posto da segretaria nel mio tribunale. Rifiutai. Ho preferito lottare con le donne del mio Paese. Tredici anni dopo il regime ammise che, è vero, la shar’a permette alle donne di giudicare i maschi. Abbiamo lottato e abbiamo vinto. Allora vedete che non è una questione di religione ma di cultura patriarcale?».
Ebadi non è una femminista radicale. «Mi piace paragonare la cultura patriarcale all’emofilia: le donne ne sono portatrici sane e passano la malattia ai loro figli maschi ». Interviene Sophie Salamata Sedgho Sema, dell’organizzazione Voix de femmes: «Anche in Burkina Faso sono le donne le più fiere sostenitrici delle mutilazioni genitali. Da quando il parlamento, a maggioranza maschile, ha vietato l’escissione, le prigioni straboccano di donne». Sophie Salamata è un’insegnante di scienze nelle scuole superiori.
Ha deciso che nelle sue ore di lezione insegna alle alunne anche «a rispettare se stesse» e a spiegare le terribili conseguenze delle mutilazioni genitali femminili: quelle fisiche, come le emorragie, il tetano, la morte. E quelle psicologiche: difficoltà nei rapporti sessuali e nelle relazioni con gli uomini. Grazie al divieto, le donne escisse nel suo Paese sono diminuite, dall’85% al 65%.
«Oggi dobbiamo affrontare le mutilazioni eseguite nella clandestinità, su bambine che vanno dai zero ai sette anni. La difficoltà? Sta nello sconfiggere un problema che è nella testa delle persone, che pensano che una donna dai genitali integri non possa sposarsi».
Shirin Ebadi e Sophie Salamata si sono incontrate ieri ad un convegno di Telefono Rosa patrocinato dal Comune di Roma. Il titolo: “Le donne, un filo che unisce mondi e culture diverse”.
Con differenze “insospettabili” tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo: l’Italia ha una rappresentanza di donne, nelle istituzioni, minore rispetto al Burkina Faso; in Iran il fenomeno dell’asportazione della clitoride non esiste, ma nei tribunali iraniani la testimonianza di un uomo pesa come quella di due donne e l’assicurazione risarcisce una cliente femmina la metà di quanto risarcisce un cliente maschio. Khomeini lanciò una fatwa a favore dei mezzi contraccettivi e dell’aborto, per contenere il boom demografico - l’Iran è passato nei primi anni ’80 da 30 milioni di abitanti ai 70 attuali - mentre in Italia «i teo-con», accusa Daniela Colombo dell’Aidos, «cioè gli stessi fondamentalisti cristiani che in America sono riusciti ad eleggere Bush, colpiscono la legge sull’aborto». Un disegno, un complotto, insiste Colombo, che va dagli Stati Uniti all’Europa Maria Pia Garavaglia, vicesindaco di Roma, Monica Cirinnà, vicepresidente del consiglio comunale, e Gabriella Moscatelli, responsabile del Telefono Rosa, difendono i consultori («non sono i luoghi dell’aborto»), lamentano la scarsa coscienza politica delle ragazze italiane - specialmente se confrontate con il diffuso attivismo dei Paesi musulmani - («in che cosa abbiamo sbagliato nel trasmettere le nostre lotte?») ma invitano alla difesa della 194 («la commissione parlamentare in realtà salta le istituzioni, perché gli strumenti per verificare l’andamento delle interruzioni di gravidanza già c’era»).
Ebadi oggi fa l’avvocato e la docente universitaria a Teheran, e sintetizza: «I diritti delle donne sono l’indice rivelatore della democrazia di un Paese». Lei, che per recarsi in Svezia e ricevere il premio Nobel ha dovuto farsi firmare un’autorizzazione dal marito, lo sa bene. L’Iran di oggi, dice, è un Paese duro con le sue donne. «Le sue leggi discriminatorie, in contrasto con la civiltà millenaria della Persia, ammettono la poligamia maschile e il ripudio della moglie senza alcuna ragione. L’età minima per essere giudicati per un reato è 9 anni per le bambine e 15 per i ragazzi. L’Iran è un luogo dove uccidere il proprio figlio è meno grave che uccidere un bambino qualunque». Ma l’Islam non c’entra proprio nulla con queste leggi, aggiunge. Come non c’entra con le mutilazioni genitali. «Ogni uomo prepotente è stato cresciuto da una donna. E’ la cultura patriarcale la bestia da combattere».
Ebadi trasuda ottimismo. La sua esperienza di lotta, che come ultima vittoria annovera una legge più equa sull’affidamento dei figli alle madri iraniane, è positiva. A chi le chiede se la recente elezione del conservatore Ahmadinejad, che minaccia Israele e nega l’Olocausto, cambierà le cose, lei non ha dubbi: «Le donne iraniane non retrocederanno di un passo». Sì, ma gli attacchi a Israele? «L’Iran non lo farà. Comunque tutti i Paesi devono rispettare l’Onu». Cioè anche Israele.
Sorridente la ascolta Rebecca Lolosoli, che in Kenya ha fondato un villaggio dove accoglie le donne in difficoltà, ripudiate dai mariti, violentate e allontanate dalla famiglia. Il villaggio si chiama Umoja (“unità”) e si autofinanzia con il lavoro delle abitanti. Dalla Sicilia chiama Rita Borsellino, candidata alle regionali per l’Unione e presidente onoraria di “Libera”, l’associazione antimafia di don Ciotti che si dedica ai beni confiscati alle cosche. La Sicilia ha la palma nera per la rappresentanza femminile nelle istituzioni, l’augurio è che Borsellino «diventi la terza presidente di regione».




AprileOnLine, 15.12.05
Il battesimo della lobby vaticana
Santa sede. Dall'Azione cattolica alle Acli. Dai Focolarini alla Comunità di Sant'Egidio. E' nata ''Rete in Opera'', per mettere in pratica tutte le indicazioni politiche del cardinale Ruini

Paolo Giorgi

Il "partito di Dio", lo chiama con una sintesi efficace il vaticanista di "Repubblica" Marco Politi. Il laicato cattolico conservatore, con la benedizione di Ruini e del Papa stesso, rilancia la sua sfida alla politica e alla società italiana, risponde indirettamente alle critiche su un "silenzio" del laico, oppresso dal peso mastodontico della gerarchia curiale, e si associa, di fatto, in un'unica, influente, tentacolare entità politica.
E' un fenomeno nato da pochi anni, ed esploso nel 2005, l'anno del referendum, l'anno in cui sono cadute le barriere e gli indugi. C'è anzitutto il coordinamento "Rete in Opera", nato all'inizio di quest'anno, che comprende l'Acli, la Compagnia delle Opere, l'Azione Cattolica, i Focolarini, Sant'Egidio, settori della Cisl, della Coldiretti, e via dicendo. Sotto l'eloquente slogan di "prendiamo il largo", titolo del manifesto costitutivo, la Rete si presenta come "un laboratorio di riflessione e formazione, di convergenza attorno a specifici progetti ed obiettivi, di ricerca di posizioni comuni relativamente a questioni pubbliche di grande rilevanza e di promozione di conseguenti iniziative dell'associazionismo cattolico" (art. 3 dello Statuto). In pratica, un grande "Think tank", e insieme movimento di pressione (una lobby, direbbero senza pruderie gli americani), e poi un utile strumento per dettare la linea da seguire alle centinaia di migliaia di iscritti laici delle diverse associazioni che aderiscono.
Nei suoi documenti, abbondano le riflessioni sulla democrazia: citazioni di Maritain, il primo teologo che tentò di coniugare democrazia e cattolicesimo, ma anche distinguo: con la sola forza dei numeri, si chiede in uno dei seminari preparatori Padre Francesco Compagnoni, Rettore della Pontificia Università S. Tommaso, si possono accettare anche il matrimonio gay? O la ricerca sulle cellule staminali? Occorre, sottolinea il prelato, dare indicazioni ai fedeli su questi temi "perché anche i cristiani - eccome - assorbono i trends sociali relativisti, e quindi nel dialogo non sanno orientarsi fino in fondo". Un'ideologia ambigua, confermata in qualche modo dalla compresenza nella Rete di associazioni giudicate "conservatrici" (come l'Azione Cattolica) e altre ritenute "progressiste" (basti pensare a Sant'Egidio). Democrazia sì, in pratica, ma cedimento sui valori no. Al punto di lanciarsi, a mo' di falange armata dell'episcopato italiano, in battaglie politiche senza esclusione di colpi, in grado di sfruttare tutti i trucchi del parlamentarismo più vetusto, a partire dall'astensione.
Per questo il 7 dicembre scorso Ruini ha rimesso in piedi la sua creatura prediletta, quella "Scienza e Vita" che aveva contribuito, con i 300 comitati messi in piedi i tutta Italia, alla vittoria nel referendum sulla fecondazione assistita (ottenuta, come tutti sanno, grazie all'astensione). Si era sciolto dopo quella vittoria, ora ritorna più bellicoso che mai: nello Statuto si legge che l'obiettivo principale è "promuovere e difendere il diritto alla vita di ogni essere umano dal concepimento alla morte naturale, come fondamento di tutti i diritti umani e quindi della democrazia". In pratica, l'agenda politica è già scritta: volontari nei consultori, monitoraggio sulla legge 40, battaglia senza quartiere alla pillola ru480, all'eutanasia, alla ricerca con le staminali. Con la compiacenza di una classe politica di destra quasi tutta aggrappata come un naufrago alla scialuppa vaticana, ultima speranza prima del prevedibile uragano di aprile. "Rete in Opera" e "Scienza e Vita": il nuovo "vento di sintonia cooperativa" che soffia sul laicato cattolico, come lo ha definito il presidente di Azione Cattolica Luigi Alici durante la presentazione di una mostra (ironia della sorte) sul Concilio, soffia più forte che mai, per indicare la via, i principi cardine da cui è impossibile discostarsi.
Il prossimo gennaio a Napoli Rete in Opera presenterà il suo programma, un'"Agenda sociale" stilata da tutte le associazioni aderenti. Ma dietro a queste grandi manovre si cela una verità anche amara per il mondo del laicato cattolico: questa sbandierata autonomia è pura finzione. Non c'è un solo punto all'ordine del giorno del "Partito di Dio" che non sia indicato dal Vaticano, non sia avallato dalla gerarchia ecclesiastica, e non costituisca precisamente l'obiettivo strategico della Chiesa di Roma. Il grande movimento laicale sorto durante e dopo il Concilio, soprattutto a Firenze, a Bologna, a Venezia, non aveva niente a che vedere con la situazione attuale. Si confrontava apertamente, promuoveva seminari sul Vangelo, sull'applicabilità della Parola nel mondo di oggi, sulle istanze sociali, culturali, anche sessuali, del XX secolo. Oggi, nel XXI, non c'è più traccia di tutto questo. La scuola di studi storici di Bologna, nata proprio per perpetuare e divulgare gli insegnamenti conciliari, è stata completamente emarginata, e la monumentale "Storia del Concilio" promossa dal suo fondatore Giuseppe Alberigo dichiarata superata e antiquata da Ruini stesso, che ha favorito una versione storica più compiacente (e certamente più riduttiva rispetto allo scontro che divampò tra la vecchia chiesa tridentina e le nuove istanze roncalliane e montiniane, che ebbero la meglio) di quell'evento decisivo e dimenticato. Perché "quei" laici, quarant'anni fa, sostenevano con forza che il Cristianesimo non è una dottrina, ma una fede. Non una battaglia politica, ma una testimonianza anzitutto personale. E la Chiesa, la comunità degli uguali che mangiano insieme e si lavano i piedi a vicenda, non poteva certo essere una monarchia.
Ma oggi è il tempo del nuovo laicato, quello integrista, moralizzatore, obbediente. Più Fazio che La Pira. E certo più utile a questa gerarchia vaticana di milioni di preti coraggiosi.




ANSA, 15.12.05
Genitore omosex per 100 mila bimbi
Lo rivela indagine di Arcigay e Istituto Superiore Sanita'


Papa' gay, mamma lesbica: e' boom di bebe' tra gli omosessuali italiani ultraquarantenni, stando a un'indagine statistica condotta da Arcigay.Il 20,5% delle lesbiche e il 17,7% dei gay italiani over 40 infatti, secondo la ricerca, hanno almeno un figlio. L'indagine, la piu' estesa mai condotta in Italia su omosessuali e bisessuali, ha coinvolto negli ultimi mesi 10 mila persone, di cui 6.774 si autodefiniscono omosessuali o hanno avuto rapporti sessuali recenti con persone dello stesso sesso.




Corriere della Sera, 15.12.05
La variazione è stata approvata dalla commissione Lavoro del Senato
Il «sordomuto» diventa «sordo preverbale»
Il vecchio termine scompare da oggi da tutte le leggi e dai documenti ufficiali rimpiazzato dal nuovo

ROMA - Da oggi scompare da tutte le leggi e documenti ufficiali il termine «sordomuto». Lo rende noto il sottosegretario al welfare Grazia Sestini, riferendo l'approvazione della nuova terminologia in commissione lavoro, in sede deliberante al Senato. Il termine «sordomuto» lascia il posto al termine «sordo preverbale».
Sestini ha espresso soddisfazione per il provvedimento. «Si tratta infatti - ha detto - di una modifica attesa dalle associazioni delle persone affette da questa tipologia di disabilità e si tratta pertanto di un ulteriore passo avanti compiuto dal nostro Paese verso una sempre migliore tutela e verso la completa e sostanziale equiparazione di tutti i cittadini. La sostituzione del termine "sordomuto" con il termine "sordo preverbale" opera in tutte le disposizioni legislative vigenti».




Repubblica.it, 15.12.05
Ricerca dell'università di Amsterdam: per l'83% esprime questo
sentimento, al 9% la superiorità, al 6% la paura, 2% di collera
Un software decifra la Gioconda
"Quello è un sorriso di gioia"
Un software decifra la Gioconda. "Quello è un sorriso di gioia"


PARIGI - Il celebre e misterioso sorriso della Gioconda ha diviso - e molto probabilmente continuerà a farlo esperti d'arte e studiosi. Come interpretarlo? L'accordo sembra impossibile, ma almeno adesso c'è una posizione scientifica da registrare e dalla quale - pur trattadosi di arte - non si può prescindere. Secondo i ricercatori dell'università di Amsterdam - che hanno utilizzato un software creato dall'università stessa e da alcuni ricercatori dell'università dell' Illinois (Usa), quel sorriso esprime all' 83% la gioia, al 9% il senso di superiorità, al 6% la paura e al 2% la collera.
Il programma per computer che ha permesso questo risultato sull'enigmatico capolavoro di Leonardo da Vinci è stato messo a punto per decifrare gli stati d'animo delle persone: il suo scopo è infatti quello di analizzare i principali tratti del viso e metterli in relazione con sei emozioni di base. E in un futuro prossimo, come scrive il settimanale scientifico inglese New Scientist, che ha pubblicato i risultati di questa ricerca, potrebbe essere utilizzato per mettere a punto dei sistemi sofisticati di sorveglianza.

mercoledì 14 dicembre 2005

Liberazione, 14.12.05
Continua il viaggio ufficiale di Rifondazione nel paese asiatico. Visita guidata alla Yutong officina che produce 20mila pullman l’anno.
L’analisi di Bertinotti: «E’ un modello che prevede salari bassi e relazioni industriali simili al sistema tedesco, nella totale assenza di conflitti»
Cina, nella fabbrica-dormitorio dove il sindacato lo fa il padrone

di Simonetta Cossu

Zhengzhou [nostra inviata]
Negli incontri con i rappresentanti del governo e del partito comunista cinese ti senti ripetere sempre tre parole: Armonia, Sviluppo, Industrializzazione. Sono la chiave della riforma che Deng Xiaoping lanciò 27 anni fa e su cui fa perno il “socialismo cinese”. Tre semplici regole su cui punta la Cina per governare la globalizzazione.
A starli a sentire mentre snocciolano i loro dati del Pil e del commercio estero pensi che forse questi loro obbiettivi non siano totalmente irraggiungibili. Ma quando si passa dalle parole alla realtà il significato di quei termini si perde.
La visita in Cina della delegazione del Prc porta Fausto Bertinotti ancora una volta in fabbrica. Stavolta non entra da sindacalista, né da politico ma quasi da studioso per cercare di capire e vedere cosa succede in un processo di sviluppo che pare inarrestabile. La fabbrica Yutong appare linda e pulita.
Ad accogliere il piccolo drappello di italiani si presenta un vice presidente, anzi come sta scritto sul bigliettino da visita che consegna, un vice manager. Forse anche la parola inglese fa parte del nuovo processo di modernizzazione del Paese. La fabbrica produce pullman. Quelli grossi che circolano nelle città di tutto il mondo. Il nostro tour in fabbrica avviene proprio su un modello ancora tutto impacchettato ed incelofanato probabilmente già destinato ad un acquirente.
Stando ai dati la fabbrica è tra le primi produttrici in Cina, quest’anno ha sfornato 18mila pullman, ma per il prossimo già si annuncia un nuovo record di 20 mila. Oltre alla grandi capacità produttive, la Yutong copre nove aree di mercato cinesi e conta ben 30 punti vendita. Senza contare l’export, quasi tutto verso paesi in via di sviluppo tra questi Cuba, Cile e altre trenta nazioni. Queste le cifre. Ma chi produce? Stando alla hostess che ci accompagna ci sono in tutto 3mila operai impiegati. Un numero che appare un po’ esiguo, ma il drappello italiano per il momento soprassiede. Poi la gentile accompagnatrice spiega che all’interno della fabbrica naturalmente si trova anche un dormitorio. Un dormitorio? Sì, per gli operai.
Fausto Bertinotti di fabbrica ne ha vista molta. Così prende in mano la situazione da “sindacalista” incalzando il restio vice manager con domande precise. Quanti sono gli operai a tempo inderteminato? Quanti a contratto? Quanti fanno parte dell’amministrazione? Alla fine la verità viene a galla. Gli operai addetti alla produzione sono 4mila, di questi 2mila a contratto fisso, altri 2mila a tempo determinato con contratti di un anno. Nei picchi di produzione sono previsti assunzioni “fluttuanti”, a breve termine insomma. Il dormitorio è a disposizione degli operai single, quelli senza famiglia, sia fissi che a tempo indeterminato. Casa e lavoro, per chi non può permettersela. Ma anche un facile sistema di controllo e di coptazione.
L’orario è fisso, sette ore e mezza, senza turni notturni. Il salario è all’incirca di 2mila euro all’anno, il che significa 166 euro al mese. Parranno pochi agli occidentali ma per la Cina sono paghe alte, in pratica il doppio del pil pro capite.
E poi c’è la produzione. L’accompagnatrice porta la delegazione italiana nella zona di assemblaggio finale. Dove i pulman vengono rifiniti prima della consegna. Ma i pullman non sono costruiti alla Yutong. Infatti l’azienda cinese lavora su ordinazioni. Il cliente può scegliere il tipo di telaio, il motore, gli accessori tutti su un catalogo.
Sta poi all’azienda ordinare i pezzi e poi assemblarli. L’unica cosa che si produce è il rivestimento. La parte sicuramente più semplice da fabbricare, dopo l’assemblaggio.
La visita avviene mentre gli operai sono a mensa, si intravedono nel viale dell’officina mentre in fila aspettano il loro turno. Sono giovani, tutti vestiti in tuta e guardano con curiosità questi occidentali che si aggirano per la loro fabbrica.
Bertinotti chiede: «E il sindacato? » Il vice manager sorride e dice di essere anche il presidente del sindacato. Ma al consiglio di amministrazione c’è un rappresentante degli operai? Sì, si premunisce il manager. E’ un operaio eletto dagli altri. Ma non si riesce a saperne di più. Trenta minuti in una fabbrica cinese, non bastano. Molta cortesia ma porte chiuse su cosa veramente accade all’interno. In serata la delegazione del Prc, che oltre a Fausto Bertinotti comprende Gennaro Migliore e Alfonso Gianni, commenta la visita. «E’ una azienda di assemblaggio. Non è un “just in time” al solo fine di eliminare lo stoccaggio come esiste nei grandi produttori, è un Just in time estremo perché dipende dal committente.
Un sistema di produzione che risponde direttamente alla domanda » dice Fausto Bertinotti. «Ci troviamo di fronte a salari cinesi e a relazioni industriali rimodellate sul sistema tedesco, con una totale assenza di conflitti. Le retribuzioni invece rappresentano, almeno per la Cina, un tentativo di dare vita ad una aristocrazia operaia. Se un operaio - prosegue il segretario del Prc - guadagna quanto un laureato impiegato nel pubblico impiego nella capitale mi pare di poter dire che siamo di fronte ad una operazione che attraverso la remunerazione mette in atto un processo di cooptazione della parte più esposta e più coinvolta nel processo di evoluzione industriale dentro al sistema». Un modello di fabbrica modernamente a-conflittuale.
Se l’Europa e l’Italia vorranno competere dovranno decidere come e cosa produrre, modificando i loro assetti economici, altrimenti la partita appare ormai persa. Intanto l’Armonia cinese a noi appare molto lontana.



Liberazione, 14.12.05
In una sua canzone Fabrizio De Andrè cantava di quando “l’amore non era adulto, e ti lasciavo graffi sui seni”
Quei morsi sulla ragazza, inferti dai maschi in attesa

di Monica Lanfranco

Non è la prima volta, e non certo l’ultima, che si viene a conoscenza di un fatto di violenza sessuale e si inorridisce, cala addosso e dentro un cupo senso di frustrazione, di orrore, di impotenza e tristezza. Ti senti sola, anche se stai ascoltando la radio o la tv, o leggi il giornale in casa tua, al riparo, al caldo, per fortuna. Eppure, questa volta, c’è qualcosa in più che ti ferma il respiro; questa cosa l’hai già sentita, c’è un senso di allarme simile solo a quando, anni fa, si seppe dei fatti del Circeo. Izzo, Ghira, Rosaria Lopez. La prima, scioccante trasmissione tv del processo, Tina Lagostena Bassi, allora l’avvocata delle donne, incredula e battagliera mentre ascolta le madri dei violentatori che difendono i loro figli e accusano le puttanelle. La notizia della violenza di gruppo di venti anni dopo, quella degli adolescenti di Lanciano, oltre alla cronaca dello stupro, parla di quei morsi, inferti dai ragazzi in attesa che quello che stava dentro al corpo della loro coetanea finisse la penetrazione, in attesa che arrivasse il loro momento.
Per riempire lo spazio in vista del turno successivo, per avere il pezzo di carne che loro spetta, come i non dominanti in un branco affamato che sbocconcella, sbrana la vittima. Rispettando le gerarchie. Il pasto, dunque: ferino e se volete feroce, ma secondo la legge di natura istintuale per i carnivori l’unico modo di nutrirsi, procacciare il sostentamento a sé e ai cuccioli. Terribile, ma non si tratta di cattiveria, si tratta di sopravvivenza. Qui, rispetto al Circeo, due degli stupratori sono più giovani, sono ragazzi rom, più giovane è la vittima; la narrazione dell’impresa non passa solo di bocca in bocca ma è in internet appena qualche ora dopo l’aggressione, tutto il mondo può leggerla nei dettagli, la si condivide, compresi i morsi, tutto diventa interconnesso. Si ri-stupra, virtualmente, quasi a reiterare quel brivido, quella emozione. E tra i dettagli descritti ci sono, appunto, i morsi. In una sua canzone, struggente e appassionata, Fabrizio De Andrè cantava di quando “l’amore non era adulto, e ti lasciavo graffi sui seni”.
Che il sesso non sia solo carezze e tenerezza è noto, è giusto, è bello: infinite e soggettive sono le variazioni e le sensazioni che reciprocamente sono scambiate dai corpi nella passione. Ma qui, accanto alla ferocia tutta umana e solo umana dello stupro, (perché le bestie non stuprano, né mentono, né rubano, giova ricordarlo sempre, quando si fanno paragoni) c’è l’aggiunta concreta della ferinità che unisce alla violenza carnale quella della oggettivazione del corpo violato che diventa, anche, pasto.
Qui il corpo della femmina è il luogo del soddisfacimento di più pulsioni: il possesso, il piacere sessuale e, seppure a livello simbolico limitatamente al livido, il nutrimento antropofago. Che è successo nella mente di quei ragazzi? Quasi certamente le loro condizioni di vita sono più dure di quelle della maggioranza dei loro amici, ma basta questo a decifrare il loro atto violento? Sono mostri, eccezioni impazzite nelle moltitudine equilibrata degli adolescenti di oggi?
Con che parole, immagini, fantasia e rappresentazioni simboliche stanno crescendo i nostri figli e le nostre figlie rispetto alla sessualità, all’amore, alle relazioni, con l’invasione ormai assodata di tronisti, veline, pezzi di carne disponibile, che nulla ha più a che fare con la bellezza e la gratuità del dono di sé, del libero scambio di piacere, del gioco amoroso che arricchisce e fa crescere e dispone alla condivisione della vita? Che adulti avremo al fianco, quando saremo vecchie e vecchi noi che siamo vissute ponendo, senza ancora oggi avere risposte chiare né nel sociale né nel privato, il conflitto tra i generi come centrale in politica come nella vita privata? Il mio figlio più grande ha ormai quindici anni. Lo osservo, cerco di capire qualcosa in più rispetto a quello che ci diciamo, che sento dire da lui su questi argomenti. So che ogni persona ha i suoi lati d’ombra, mi auguro non di oscurità fitta; fa male ammetterlo, ma a volte ho paura. Come adesso. Mentre leggo di questo stupro non posso evitare di pensare che quei ragazzi hanno l’età di mio figlio; sono nostri figli, se ancora ha un senso pensare alla generazione che stiamo crescendo non solo come a un concetto anagrafico e statistico, ma come ad una nostra responsabilità, individuale e collettiva.
Una minaccia al mio genere sto allevando? Un potenziale pericolo per una giovane donna? Lo guardo, mi sento sola, vorrei uno spazio pubblico per discutere, con altre donne e uomini che sentono il peso e l’importanza della funzione politica della genitorialità consapevole.
La politica è lontana da qui. E quei morsi li sento addosso, troppo vicini.



Liberazione, 14.12.05
Al via l’indagine conoscitiva sulla 194 voluta fortemente dall’Udc. Valpiana
(Prc): dalla Cdl nessun intento conoscitivo solo propaganda elettorale


Aborto, oggi l’audizione di Storace nizierà con l’audizione del ministro della Salute Francesco Storace, in programma per oggi, l’indagine conoscitiva della commissione Affari sociali della Camera sull’applicazione della legge sull’aborto. Ancora nulla di stabilito sul prosieguo dei lavori, vale a dire sulle date delle sedute successive e sugli altri soggetti da ascoltare, considerando che l’indagine dovrà concludersi entro il 31 gennaio. Oltre a quella di Storace, sono state anche decise le audizioni del ministro della Giustizia, Roberto Castelli; di rappresentanti della conferenza delle Regioni e delle strutture sanitarie dove si pratica l'interruzione volontaria di gravidanza; di associazioni di medici e operatori dei consultori; dell’Associazione medici cattolici italiani; della confederazione italiana consultori familiari; del Movimento per la Vita, dell’Aied; dell'associazione Luca Coscioni e dell’Unione centri educazione matrimoniale e prematrimoniale. Ma proprio la calendarizzazione delle audizioni è stato l’oggetto di un vero e proprio scontro politico tra le forze di maggioranza e opposizione per un’indagine che suona solo e ancora come una mera propaganda eletto- I rale, voluta - senza il consenso delle opposizioni - e fortemente solo dagli ex dc. Ieri doveva essere appunto predisposto l’elenco delle associazioni da audire per l’indagine. E quello proposto dalle opposizioni - nota Tiziana Valpiana (Prc) - «non ha davvero alcun intento ostruzionistico, vuole essere - continua - un vero contributo informativo di tutti coloro che da anni lavorano su questo tema e hanno conoscenza dei reali problemi che ogni donna deve affrontare». Ma evidentemente la maggioranza non la pensa così se nelle sue intenzioni vi era solo il fatto di inserire quelle associazioni volute fortemente e solo dalla maggioranza in particolare di quella schierata sulle forti posizioni “ecclesiali” sostenute dai paladini della causa vaticana. «Purtroppo – commenta ancora la deputata Prc - gli esponenti della Casa delle libertà non hanno alcuna idea di come in questi anni di
come sia stata applicata, in ogni sua parte, la legge 194, e continuano a stupirsi del vasto numero di operatori che sono stati esecutivi sul territorio e che dovrebbero essere le fonti principali di una indagine seria. Il movimento femminista - spiega Valpiana - si occupa da trent’anni della salute riproduttiva delle donne, ed ha contribuito a costruire un percorso di conoscenza e prevenzione.
Respingere la richiesta di audire queste donne, dopo aver chiesto a gran voce l’istituzione di una commissione che non era necessaria, è un chiaro sintomo di mancanza di responsabilità».
Del resto proprio la mancata intenzione da parte della maggioranza di ascoltare le tante associazioni e i tanti operatori che da anni si occupano della materia non ne è che un sintomo evidente.
Vale a dire - conclude - che proprio la conoscenza, lo scopo principale dell’indagine conoscitiva, «non corrisponde evidentemente al fine ultimo della Casa delle libertà che sta solo cercando di avviare una campagna elettorale ». E sulla pelle delle donne.
CM




Repubblica.it, 14.12.05
Scoperta per caso in Guatemala. Una volta decifrati, i disegni ci diranno come quella civiltà vedeva la creazione dell'universo
Ecco la 'Cappella Sistina' dei Maya, svelerà i misteri di quel popolo

di LUIGI BIGNAMI

MILANO - E' la 'Cappella Sistina' dei Maya. Lì è scritta, molto probabilmente, la storia della nascita del "mondo" e la storia dei primi Re Maya. L'eccezionale scoperta è stata realizzata - vicino a San Bartolo, in Guatemala - da William Saturno, un archeologo che lavora per la National Geographic Society. Il dipinto è venuto alla luce quando l'archeologo ha scrostato un muro che nascondeva da oltre 2.000 anni quel tesoro.

"Il dipinto copre la parete ovest di una stanza attaccata a una piccola piramide. Le raffigurazioni sono così ben conservate che sembrano essere state disegnate ieri", ha spiegato Saturno. I colori dell'affresco infatti, sono ancora ben conservati nelle loro tonalità primitive. La storia che i disegni raccontano, quando verranno completamente decifrati, spiegheranno come i Maya vedevano la "creazione" dell'universo a loro conosciuto.

L'affresco è stato realizzato nel 100 prima di Cristo, forse da un'unica persona, ma dopo qualche decennio venne misteriosamente ricoperto perché la stanza venne adibita a deposito o a qualcosa del genere. Secondo gli esperti del National Geographic questi affreschi risultano essere i più antichi "murales" dei Maya così ben conservati. Prima d'oggi nessuno sapeva che questa popolazione dell'America Meridionale fosse in grado di avere una così elevata capacità artistica.

La scoperta di questa stanza ha il sapore del romanzo. Saturno, infatti, la identificò per caso nel 2001 quando si rifugiò per riposare in quello che sembrava un antro. Capì di trovarsi all'interno di una camera artificiale e lentamente la riportò alla luce fin quando scoprì che la copertura del muro della parete ovest non era quella primitiva. Dopo averla scrostata è venuto alla luce l'eccezionale dipinto. Che va letto come se fosse un libro. Su di esso appaiono quattro figure, che sono poi la stessa persona che rappresenta il figlio del dio dei raccolti. Saturno li ha così spiegati: "La prima divinità sta nell'acqua e sacrifica un pesce, a indicare la nascita degli oceani. Il secondo sta sulla terraferma e sacrifica un cervo, a indicare la nascita delle terre emerse. Il terzo sta nell'aria ad simboleggiare la nascita dei cieli e il quarto in un campo di fiori ed indica la formazione del Paradiso".

Tuttavia molti degli scritti che si vedono sono ancora da decifrare perché la scrittura è molto antica e diversa da quella che si conosceva finora. Il periodo classico infatti, va dal 250 dopo cristo al 1.000 dopo Cristo. Prima del 250 le conoscenze sono ancora oggi, molto scarse.

A coronare questa eccezionale scoperta c'è anche quella della più antica tomba di un Re Maya. Secondo la datazione essa dovrebbe risalire al 150 Prima di Cristo. La piccola piramide lì vicino è stata anch'essa esplorata e sono venute alla luce ceramiche e ossa di un uomo con alcuni monili di giada, simbolo della regalità Maya.




il Manifesto, 14.12.05
Anticipazione da un inedito di Otto Gross

Nel testo qui anticipato una esemplificazione del pensiero di Otto Gross, secondo il quale la causa dei disagi psichici va ricercata in un ordinamento sociale fondato sull'introiezione, fin dalla prima infanzia, di modelli aberranti. E i pochi che resistono, evitando di adattarsi, pagano il prezzo di un permanente conflitto interiore che si traduce in sofferenza psichica
Il testo di Otto Gross titolato Sul simbolismo della distruzione, che qui anticipiamo parzialmente, fa parte del volume Scritti di metapsicologia, curato da Michele Ranchetti, che uscirà il 15 dicembre nella nuova collana di dieci tomi, appena varata dalla Bollati Boringhieri con il titolo Sigmund Freud. Testi e Contesti, ideata dallo stesso Ranchetti. Il progetto è quello di presentare in una nuova traduzione una scelta di scritti di Freud, corredati da materiali che aiutino a inquadrarne la gestazione nel contesto di quanto, contemporaneamente, andava elaborando il movimento psicoanalitico. Il volume Scritti di metapsicologia - che si è avvalso del contributo di un gruppo di ricerca raccolto intorno al curatore - riporta, oltre a una serie significativa di scritti freudiani degli anni 1911-1917, un testo inedito del 1931, estratti da vari carteggi (con Jung, con Pfister, con Ferenczi, con Salomé, con Groddek e con Abraham) ampi stralci delle discussioni della Società Psicoanalitica di Vienna registrate nei verbali delle sedute, e una serie di scritti psicoanalitici di autori tra cui Otto Rank, Wilhelm Stekel, Sandor Ferenczi, Sabina Spielrein, Wilhelm Reich, strettamente correlati ai temi trattati da Freud. Di particolare interesse la prospettiva offerta da Gross nel testo riportato in questa pagina, che in stretto legame sia con l'orientamento mitologico di Otto Rank che con le tesi di Sabina Spielrein sulla centralità della «distruzione» nei processi della vita psichica e organica, discute le tesi di Freud sulla sessualità infantile. In questo e altri suoi scritti, Otto Gross indaga sul radicamento dei comportamenti psicologici individuali nell'ordinamento sociale, guardando tanto alle questioni sollevate dalla antropologia quanto alle prospettive etiche, o più precisamente politiche, ovvero all'efficacia pratica della critica sociale.

In un breve intervento che comparirà nello stesso volume Gross ricorda come alla sua prospettiva rivoluzionaria, secondo cui la scoperta del «principio psicoanalitico» richiedeva «l'apertura della prospettiva dell'inconscio sul problema complessivo della cultura e sull'imperativo del futuro», Freud avesse opposto una visione riduttiva: «siamo medici e medici vogliamo restare». Sia Gross che Sabina Spielrein anticipano dunque, negli anni 1911-1914, temi che saranno recepite da Freud - all'epoca fortemente critico verso qualsiasi deriva mitologica come anche sociologica della psicoanalisi - solo alcuni anni dopo.



il Manifesto, 14.12.05
Il simbolismo della distruzione
OTTO GROSS

Introduco le considerazioni che seguono con tre casi concreti, avvertendo che essi devono servire soltanto come esemplificazione e non come materiale dimostrativo tratto dall'analisi. 1) Il dottor Neumann del manicomio slesiano di Troppau mi racconta questo caso: una bambina di 6 anni mentre gioca viene improvvisamente buttata per terra da un bambino più grande con uno spintone inaspettato da dietro. La bambina cade su un ginocchio e accusa una ferita superficiale, di poco conto. In seguito le rimane una contrattura del muscolo estensore all'articolazione del ginocchio battuto, che si dimostra chiaramente psicogena e viene risolta attraverso la suggestione.

In questo caso non è stato possibile intraprendere una indagine psicoanalitica. Ma il caso è di così classica semplicità, la costruzione della malattia così evidente e così ovvia per l'esperto, che una discussione più puntuale può aver luogo qui unicamente per ragioni di esposizione.

Se ora richiamiamo i fatti psicologici che Freud ha descritto come «teorie infantili» del coito e della nascita, che attualmente qualsiasi analista considererebbe valide al di là di ogni dubbio, il significato interiore del quadro clinico e dello scopo della malattia si dà da sé. La dottrina freudiana delle «teorie sessuali infantili» afferma che nella rappresentazione dei bambini i rapporti sessuali si riflettono abitualmente nell'immagine di una violenza di qualche tipo compiuta sempre dall'uomo nei confronti della donna, nell'immagine di un atto sadico connotato come di consueto, e che la nascita e la gravidanza si proiettano nella vita rappresentativa infantile sotto forma di malattia, intervento chirurgico, ferita o morte. Il dato di questa simbologia infantile è stato documentato mitologicamente da Otto Rank in modo assai determinato, principalmente a partire dai motivi delle fiabe. (...)

Il caso che ho raccontato contiene la trasposizione immediata di questa concezione infantile della sessualità in un evento di vita. Un bambino mentre gioca butta per terra una bambina, per scherzo, per un impulso immediato. Il bambino agisce in quanto è determinato dall'inconscio, compie un atto sessuale alla sua maniera, così come il suo inconscio comprende la sessualità. E quello che lui fa viene accolto, secondo la stessa disposizione e nello stesso senso, dall'inconscio della bambina, che reagisce all'atto sessuale simbolico con una gravidanza simbolica.

Che la manifestazione patologica della bambina possa davvero essere considerata soltanto un simbolo della gravidanza deriva da un principio che dobbiamo trattare come un assioma psicoanalitico: ogni fenomeno - sintomo o sogno - che muove dall'inconscio deve significare la realizzazione di un motivo simbolico di desiderio, direi quasi di un tropismo. La concezione deterministica di fondo non ci permette di credere ad azioni psichiche prive di causalità, prive di senso, o anche non sufficientemente fondate.

Nel caso descritto il tropismo sessuale è trasposto nella vita in maniera infantile; con la confusione infantile sull'essenza della sessualità e con la sicurezza e la purezza infantile del desiderio sessuale. Resta un problema capire come mai si produca il disconoscimento infantile delle modalità dei fatti sessuali e generativi, e perché questo disconoscimento assuma regolarmente proprio il simbolismo della violenza e della malattia, cioè perché qui si debbano formare regolarmente i simbolismi della «distruzione» nel senso in cui lo intende Sabina Spielrein nel suo studio titolato La distruzione come causa del divenire.

2. Un medico mi racconta il seguente sogno: «Una femmina di animale, all'inizio è una cagna. Distesa per terra, su un fianco, ha vicino a sé un cucciolo appena nato. Io la accarezzo, le parlo e le dico che deve farmi giocare con il suo cucciolo e che io al suo cucciolo non farei alcun male, ma lei è un po' diffidente nei miei confronti. Più avanti l'animale è una scrofa. Accanto si trova una donna; potrebbe essere mia madre, e mi dice qualcosa di questo genere: che all'animale, per alleviargli il dolore, è stato inferto un taglio di distensione. Percepisco oscuramente che è stata ipotizzata un'infezione, si sarà trattato probabilmente di una lussazione inveterata, che è stato commesso un errore, una brutale negligenza, e ne provo orrore. Allora cerco la ferita: è una lesione orribile nella piega dell'inguine, dalla quale si intravede la testa del femore; la ferita non è fasciata, sembra come incisa e squarciata. Fa l'impressione di un animale macellato».

Di questo sogno è stato possibile svolgere un'analisi abbastanza approfondita. Il momento essenziale del sogno, l'espressione del motivo della nascita mediante un simbolismo di distruzione, si manifesta però in modo assolutamente chiaro - con una forza dimostrativa del tutto particolare, perché il motivo della nascita viene formulato qui una volta in modo del tutto scoperto, a partire dalla cognizione che l'adulto ha della realtà, (nell'immagine onirica della femmina di animale con un cucciolo appena nato) e una volta in modo `regressivo', nel simbolismo infantile (l'immagine onirica dell'animale ferito) - in modo del tutto evidente prima nella forma diretta e dopo in quella simbolica. Il carattere infantile del simbolismo di distruzione relativo alle circostanze della nascita viene dissimulato solo in modo superficiale, attraverso l'eleborazione secondaria in immagini tratte dall'esperienza medica.

In quest'ultimo caso restano problematici ancora due elementi: l'essenza del motivo pulsionale del desiderio e il significato del simbolismo animale, cioè della raffigurazione del principio «donna» attraverso i simboli «cagna» e «scrofa». La spiegazione è data da una seconda immagine onirica, che si è data più tardi e separatamente nel corso della stessa notte: l'immagine onirica di una situazione omosessuale. L'indagine psicoanalitica fornisce la soluzione di entrambi i problemi nell'idea spontanea immediata e del tutto inattesa per lo stesso sognatore: «Dal momento che le donne sono così simili alle cagne e alle scrofe da partorire dei bambini, io desidererei essere omosessuale».

Come motivo tropistico centrale della prima parte del sogno si dava dunque una fantasia di delitto sessuale, che andava ricondotta all'ancoraggio dell'inconscio al simbolismo infantile della distruzione per le faccende sessuali e generative. È lo stesso meccanismo del passaggio sessuale dall'inconscio dell'uno all'inconscio dell'altro, l'azione reciproca da una persona all'altra delle forme di inconsapevolezza infantile della sessualità, che qui funge da presupposto nei motivi onirici e che nel caso precedentemente descritto era stato trasposto nella vita. Il fatto che alla pulsione sessuale nella sua forma d'espressione sadica si opponga un fortissimo rifiuto interiore spiega la chiara successione, precedentemente rilevata, di raffigurazione onirica diretta e indiretta dello stesso motivo: il tropismo sessuale nella sua forma simbolizzata sadicamente si afferma con più difficoltà e dunque più tardi rispetto alla sua forma diretta, rettificata e conforme alla realtà. L'autentico desiderio onirico, secondo questo risultato, andrebbe tradotto esattamente: «Preferirei essere omossessuale anziché vivere nella eterosessualità gravata da fantasie di distruzione». In questa formulazione finale la precedente idea spontanea associativa, che inizialmente doveva sembrare un brutale paradosso, si dimostra espressione immediata del profondo conflitto tra il complessivo atteggiamento etico e le forme pulsionali deformate della sessualità che agiscono nell'inconscio.

3. Nel romanzo Kameraden! di Franz Jung una donna riassume l'essenza del suo soffrire di se stessa con queste parole: «Odio tutte le donne. Vorrei essere un uomo ed essere omosessuale». Sono in grado di aggiungere che queste parole, come più in generale la storia della nevrosi contenuta in questo capolavoro di realismo psicologico, sono state riprese direttamente dalla vita.

La dichiarazione di cui parliamo adesso ci porta direttamente al grande problema che Alfred Adler ha posto con il concetto di «protesta virile». Possiamo accennarvi riportando le parole con cui Birstein esprime il principio fondamentale del pensiero di Adler: «Come triste conseguenza del pregiudizio sociale concernente la superiorità dell'elemento maschile, si instaura la seguente contrapposizione schematica e sentimentale: da una parte ciò che è inferiore, il femminile, la debolezza, ciò che sta `sotto'; dall'altra parte ciò che ha valore, il maschile, la forza, ciò che sta `sopra'». Come conseguenza di questo atteggiamento sentimentale che domina inconsciamente si produce nella donna questa rappresentazione finale: «Protesta virile - il desiderio di essere un uomo».

In sé e per sé il fatto che una donna desideri essere un uomo va indubbiamente spiegato a partire dal «pregiudizio sociale della superiorità dell'elemento maschile» - parleremo più tardi di questo fatto di basilare importanza. Ma le parole della donna nel romanzo di Jung a cui facciamo riferimento contengono anche un secondo desiderio, che presuppone meccanismi più complicati e che non può essere spiegato soltanto con la «tendenza alla salvaguardia» nel senso di Adler, cioè dunque con «l'autodifesa della personalità, ovvero l'opposizione all'ingresso del sentimento di inferiorità nella coscienza». L'elemento problematico si trova nella seconda parte della frase: «Vorrei essere un uomo ed essere omosessuale».

È fuor di dubbio che questo secondo desiderio non può essere spiegato con il sentimento di inferiorità della donna per la sua femminilità e con la tendenza a sovracompensare questo sentimento di inferiorità. Da quella tensione puramente egoistica all'affermazione del proprio Io a qualsiasi prezzo, che Adler e la sua scuola ritengono essere l'unico principio efficace della genesi di tutte le manifestazioni del subconscio, in una donna nascerebbe probabilmente soltanto il desiderio di essere un uomo secondo il concetto tradizionale della «virilità», cioè un violentatore di donne.

La motivazione più complicata diventa comprensibile se confrontiamo l'ultimo esempio con il sogno raccontato in precedenza. Comune a entrambi, cioè all'uomo del primo caso e alla donna del secondo, è il desiderio di essere un uomo omosessuale. Alla base di questo desiderio comune deve ovviamente esserci una motivazione comune, possibile allo stesso modo per l'uomo e per la donna. E questo motivo nel caso della donna non è espresso, mentre nel caso del sogno maschile emerge chiaramente come risultato dell'analisi, e può essere ricondotto senza impaccio alla costruzione psicologica dell'ultimo caso. Abbiamo già ricapitolato la formula di questo motivo: è il desiderio di liberarsi dalla eterosessualità gravata nell'inconscio di materiale infantile, cioè di liberarsi dai tropismi del simbolismo di distruzione che gravano l'eterosessualità.

Ora vediamo quanto è emerso dai tre casi e cosa potremmo concludere. Alla base c'è ogni volta - in parte dimostrabile analiticamente, in parte deducibile in maniera univoca - l'ancoraggio dell'inconscio alla formulazione del simbolismo di distruzione per le rappresentazioni della sessualità e della nascita, dove compare come principio essenzale la violenza dell'uomo sulla donna e le cui conseguenze compaiono sotto forma di malattia e sofferenza. Nel primo caso, il caso dei bambini, la sessualità si traspone nella vita in questa forma: nell'età infantile la vitalità del desiderio immediato prevale sulla forza delle inibizioni. Negli altri due casi, che riguardano persone adulte, prevale l'inibizione: in questi due casi si manifesta come desiderio dell'inconscio l'avversione ai tropismi di distruzione. In questi due casi, nell'uomo come nella donna, siamo giunti alla ricostruzione del desiderio di non volere aver niente a che fare, da un punto di vista sessuale, con la donna, perché la sessualità con la donna significa una violenza sulla donna. E questo motivo di desiderio è, secondo la sua natura psicologica, qualcosa di etico.

La letteratura psicoanalitica ci ha reso familiare l'importanza della motivazione morale come componente dei conflitti interiori. Stekel ha chiarito che le motivazioni morali e religiose hanno l'effetto di suscitare i conflitti e Marcinowski ha spiegato con chiarezza insuperabile il carattere dei conflitti interiori che generano la malattia come conseguenza della contraddizione insolubile tra la natura umana e gli attuali giudizi sul valore morale. Ma la tendenza etica di fondo di cui si parla qui non ha niente a che vedere con i giudizi morali di valore, sui quali Marcinowski afferma: «La morale è il terrore di fronte ai demoni vendicatori», mentre io stesso li ho chiamati «la somma di tutte le suggestioni esterne che chiamiamo educazione». Si tratta piuttosto di un istinto primordiale, congenito, conforme alla natura degli uomini, diretto nello stesso tempo alla conservazione della propria individualità e al rapporto erotico-etico con l'individualità degli altri, la cui essenza può essere descritta con questa formulazione concreta: la tendenza a non farsi violentare e a non violentare gli altri.
(traduzione di Alessandro Cecchi)




il Manifesto, 14.12.05
BIOGRAFIA DELL'AUTORE

Otto Gross (1877-1920) era uno psichiatra e psicoanalista austriaco, figlio di Hans Gross, noto professore di criminologia all'Università di Graz. A partire dal 1902 venne più volte ricoverato al Burghölzli di Zurigo per cure disintossicanti da cocaina e morfina, che aveva iniziato ad assumere durante un viaggio in Sudamerica. Conobbe Freud intorno al 1904 e su suo consiglio nel 1908 intraprese una analisi con Jung, ma senza successo. Di simpatie anarchiche prima e di fede comunista poi, visse tra Monaco e Ascona, a stretto contatto con scrittori e artisti espressionisti tra i quali Franz Werfel e Karl Otten, e con anarchici e politici radicali tra cui Erich Mühsam. Nel 1903 sposò Frieda Schloffer, ma si mantenne programmaticamente poligamo: Else Jaffé, Frieda Weekley, Regina Ullmann, Marianne Kuh furono alcune delle sue compagne. Nel 1911 il padre lo fece arrestare e chiudere forzatamente in una struttura psichiatrica austriaca, finché una campagna stampa avviata dai suoi amici non gli guadagnò la liberazione: diventò psichiatra nella stessa struttura che lo aveva internato. Varie sue pubblicazioni uscirono su riviste scientifiche del movimento psicoanalitico, mentre delle progettate riviste che intendevano coniugare psicoanalisi e rivoluzione (una anche con Franz Kafka) si realizzò solo «Die freie Strasse», alla quale Gross lavorò con lo scrittore Franz Jung. Dal 1913 visse a Berlino, esercitando una forte influenza sugli artisti Dada. Nel 1914 si sottopose a un nuovo trattamento analitico con Stekel, ma nel frattempo era divenuto lui stesso un analista molto capace. Nel 1917 tuttavia, una ricaduta gli fece subire di nuovo l'internamento in una clinica psichiatrica. Nel febbraio 1920 venne ritrovato semicongelato e affamato in una strada di Berlino: pochi giorni dopo morì di polmonite.





il Manifesto, 14.12.05
A Siena la scena della nascita

«Nascere a Siena. Il parto e l'assistenza alla nascita dal Medioevo all'Età moderna» esporrà al museo del complesso Santa Maria della Scala, in quello che era l'antico ospedale della città, strumenti medici, incisioni a stampa, antichi biberon, modelli anatomici, opere d'arte, per testimoniare i modi di partorire, di essere assistite durante il parto, di curare i neonati. La mostra si inaugurerà questo venerdì e rimarrà aperta fino al 19 febbraio.




Corriere della Sera, 14.12.05
«Il Governo non modificherà la legge 194»
Storace: dal '78 a oggi 4 milioni di aborti
«Necessaria una politica nazionale di prevenzione». «Se ne sarebbero potuti risparmiare almeno 400mila»


ROMA - «Negli ultimi 26 anni, sono nati in Italia 14,5 milioni di bambini, ma nello stesso periodo ci sono stati 4 milioni 350 mila aborti. E’ un dato davvero sconcertante«. E’ quanto dichiara il ministro della Salute Francesco Storace, durante la commissione affari sociali. «Dal 78 a oggi - ha detto Storace, c’è stata una riduzione degli aborti di oltre il 40 percento e il motivo di certo non è il calo demografico. Questo però non può essere un alibi a non fare prevenzione, necessaria a livello nazionale». Storace ha, inoltre, sottolineato come per fare prevenzione sia fondamentale il ruolo delle Regioni, che devono fornire al Ministero i dati conoscitivi. «Pensate - ha detto Storace - quanti bambini sarebbero nati se fosse stata attuata una politica di prevenzione. Almeno 400 mila bambini in più».
LEGGE 194 - «Il Governo non intende modificare la legge 194 sull'aborto» ha sottolineato il ministro della Salute, che però ha voluto «fare chiarezza per sgombrare il campo da qualsiasi attribuzioni fatta all'Esecutivo», su una eventuale modifica della legge.




La Stampa, 14.12.05
Innamorati e stressati. Lo dice l’Ngf

MOLTO clamore e curiosità ha suscitato la notizia che il «nerve growth factor» (Ngf, fattore neurotrofico di crescita dei nervi, scoperto e caratterizzato nel 1952 da Rita Levi Montalcini, che per questo lavoro ha ricevuto il premio Nobel per la medicina) sia anche coinvolto in fenomeni così "umani" come l’innamoramento romantico. Un gruppo di ricercatori dell’Università di Pavia coordinato da Pierluigi Politi ha infatti pubblicato su «Psycho-neuro-endocrinology» (rivista culturalmente intrepida che già nel 1998 dedicò un intero fascicolo alla "neurobiologia dell’amore") l’osservazione che durante le prime fasi "romantiche" dell’innamoramento il livello di Ngf nel sangue sale rapidamente. Altre tre neurotrofine (proteine attive sui neuroni) restano invece immutate: l’Ngf, insomma, ancora una volta sembra svolgere un ruolo regolativo specifico su particolari comportamenti sociali. Già nel 1983, osservammo, con Rita Levi Montalcini, come topi maschi adulti che si spartivano il territorio rilasciassero in pochi minuti notevoli quantità di Ngf nel loro plasma sanguigno. Pochi anni dopo dimostrammo che proprio i roditori più stressati e ansiosi, cioè i "subordinati", sfidati da minacciosi "dominanti", ne rilasciavano quantità elevatissime. Nel 1994 dimostrammo che anche i giovani paracadutisti della Brigata Folgore di Pisa, quando - terminato un duro addestramento - veniva loro comunicato che la mattina dopo si sarebbero per la prima volta lanciati nel cielo da un aereo, rilasciavano notevoli quantità di Ngf nel sangue. E questo ben prima dell’esperienza "stressante" del salto nel vuoto: l’Ngf dunque accompagna la preparazione biologica a un evento stressante, che poi orchestra con altri ormoni e neurotrasmettitori. Negli anni successivi, molti laboratori oltre ai nostri del Cnr e dell’Istituto Superiore di Sanità hanno confermato questo ruolo dell’Ngf come regolatore dello stress sociale e dell’ansia ad esso associata, fenomeni non dissimili dalla fase di eccitato e titubante piacere che si prova nelle prime fasi dell’innamoramento. I livelli di Ngf in circolazione nel sangue vanno incontro a significativi cambiamenti in seguito a particolari comportamenti. L’Ngf aumenta in donne che partoriscono, in particolari sindromi schizofreniche, dopo trattamenti con psicofarmaci, nell’astinenza da droghe o da sigarette e, infine, a causa delle difficoltà esistenziali di gestire un parente stretto con grave handicap mentale. In conclusione, l’Ngf è una molecola che accompagna e regola, adattando il corpo, molti insospettabili aspetti della nostra complicata vita sociale. [TSCOPY](*)Istituto di neurobiologia e medicina molecolare (Cnr/Ebri) e Istituto Superiore di Sanità

Luigi Aloe e Enrico Alleva

martedì 13 dicembre 2005

articoli 08.12.05

AprileOnLine, 08.12.05
Consultori, donne mobilitate in difesa della legge
Società. Per il potenziamento e la piena applicazione della legge sui consultori rinasce, in contrapposizione all’offensiva vaticana, un movimento di donne su tutto il territorio nazionale

Francesca Koch

Alla Casa Internazionale delle donne di Roma di via della Lungara, si è mobilitato da quasi un anno un coordinamento delle donne dei consultori, con l’obiettivo iniziale di contrastare la proposta di legge regionale presentata da Olimpia Tarsia (contro cui sono state raccolte più di 50.000 firme, in breve tempo) ma soprattutto per ottenere il potenziamento e la piena applicazione della legge sui consultori familiari.
Inventati dal movimento delle donne negli anni ‘70, e considerati un modello di prevenzione anche da organismi internazionali, (dall’UNFPA, dall’UNICEF) i consultori sono oggi però fortemente indeboliti.
Gli aspetti salienti, soprattutto la presenza di un’équipe multidisciplinare (assistente sociale, pediatra, ginecologo, medico…) e la conseguente impostazione olistica della salute della donna, la presenza capillare sul territorio, la promozione di una consapevolezza della salute e della sessualità, ne hanno fatto un servizio con uno spiccato taglio di genere e un momento forte dell’empowerment femminile.
Questi aspetti si sono persi nella pratica, e la mancanza di una presenza forte delle donne ha lasciato che i consultori si trasformassero sempre di più in ambulatori, con conseguente medicalizzazione degli interventi e tendenza alla privatizzazione dei servizi.
Per questo il coordinamento romano si è impegnato a chiedere alla nuova giunta regionale, anche in base ad impegni precisi presi dal presidente Marrazzo una applicazione puntuale della legge, e quindi un aumento del numero dei consultori, un potenziamento degli organici e delle strutture in relazione al mutamento delle realtà sociali e culturali, un controllo in particolare della prescrizione del Norlevo (la pillola del giorno dopo) e immediata estensione dell’utilizzo della RU 486.
La legge sui consultori ( 405/75, le leggi regionali e i successivi aggiornamenti, fino al DM aprile 2000 sul progetto materno infantile) e la legge 194/78 rappresentano una sintesi di un modello di cittadinanza, fondata sul riconoscimento della autodeterminazione e della soggettività femminile: sono le stesse donne fonti dell’etica, un’etica della libertà e della responsabilità personale.
Il coordinamento romano stava lavorando ad una riflessione approfondita, su questi temi, a trent’anni dalla legge istitutiva, quando si sono scatenati i nuovi attacchi della destra alla 194, le ingerenze vaticane, le privatizzazioni dei servizi consultoriali, la voglia ancora una volta di controllo sul corpo e sulle scelte delle donne.
E’ chiaro come una stessa linea di inciviltà metta in relazione il fatto che le donne siano praticamente assenti dalla scena pubblica e politica, al moltiplicarsi di violenze e di stupri, all’arroganza e alla volgarità della rappresentazione simbolica nella comunicazione e nei media.
Consapevoli di questo le donne hanno ripreso con più forza e visibilità lo spazio pubblico, e la mobilitazione nel paese è ormai capillare: Milano, Roma, Bologna, Firenze, Palermo....
Domenica 18 dicembre, si svolgeranno in tutto il paese assemblee di donne, anche in vista di una manifestazione nazionale da tenersi in gennaio. In queste assemblee, il livello della riflessione politica si intreccia all’esigenza di mobilitazione, con l’obiettivo di sconfiggere finalmente la disattenzione e la disinformazione sulle pratiche politiche delle donne di cui i media si sono resi complici.



AprileOnLine, 08.12.05
Virtù repubblicane
Dall'educazione sessuale all'immacolata concezione secondo Bush

Stefano Rizzo

Alla vigilia del lungo ponte dell’ “Immacolata”, un settimanale “The Nation” ha compilato, avvalendosi del contributo dei propri lettori, un “Dizionario dei repubblicanismi” che a nostro avviso non solo è illuminante per comprendere la politica degli Stati Uniti nell’era di George Bush II , ma con gli opportuni adattamenti può anche essere di grande utilità nella campagna elettorale che ci attende. Per brevità, citiamo soltanto alcune voci, facendo affidamento sull’intuizione dei nostri lettori, che non stenteranno a riconoscere temi e parole d’ordine che accomunano i nostri due governi ben al di là della comune iniziale del cognome dei due governanti.

educazione sessuale basata sull’astinenza, n.
Educazione sessuale basata sull’ignoranza (per la versione italiana togliere “sessuale”)

bancarotta, n.
Un reato punibile se commesso dai poveri ma non se commesso dalle imprese (ver. it.: omettere la parola “punibile”)

lotta di classe, n.
Qualunque tentativo di alzare la paga minima (vers. it.: aggiungere “in particolare dei metalmeccanici”)

democrazia, n.
Prodotto esportato così diffusamente all’estero che la disponibilità in patria risulta gravemente diminuita

pigrizia, n.
Quando i poveri non lavorano (vers. it.: nessun adattamento)

tempo libero, n.
Quando i ricchi non lavorano (vers. it.: nessun adattamento)

fede, n.
La convinzione radicata che Dio approva i valori morali repubblicani nonostante la preponderante evidenza dei testi biblici in senso contrario (vers. it.: sostituire “repubblicani” con “Chiesa cattolica” oppure con “Casini, Pera, Berlusconi”, a piacimento)
crescita, n. 1. Giustificazione per tagliare le tasse ai ricchi; 2. Quello che succede al debito pubblico quando i repubblicani tagliano le tasse ai ricchi (vers. it.: fate voi)

libero mercato, n.
Contratti assegnati alla Halliburton senza gara d’appalto e a spese dei contribuenti (vers. it.: sostituire “Halliburton” con “società vicine al ministro Lunardi”)

onestà, n.
Bugie affermate con frasi concise e declamatorie (ad es. “La libertà è in marcia”) (vers. it.: “Abbiamo attuato il programma al cento per cento”)
pro-vita, a. Detto di chi attribuisce valore alla vita, ma solo fino alla nascita (vers. it.: nessun adattamento)

donna, n. 1.
Persona cui si può affidare la gravidanza di un bambino, ma di cui non ci si può fidare per decidere se voglia portarla a termine; 2. Persona le cui decisioni riguardanti le proprie funzioni riproduttive debbono essere prese da esponenti del sesso maschile, con i quali lei comunque non vorrebbe mai avere alcun rapporto sessuale (vers. it.: “persona che, per inspiegabile e colpevole debolezza propria, è incapace di Immacolata Concezione”).




Le Scienze, 08.12.05
Il ritratto di una donna Maya
Il ritratto dimostra che le donne ricoprivano posizioni di autorità


Un gruppo internazionale di ricercatori, guidato da un archeologo dell'Università di Calgary, ha scoperto il più antico ritratto conosciuto di una donna Maya. Il ritratto, scolpito nella pietra, dimostra che già all'inizio della storia Maya le donne potevano ricoprire posizioni di autorità, come regine oppure divinità patrone.
La scoperta è stata effettuata in Guatemala presso il sito di Naachtun, una città maya situata nella giungla, circa 90 chilometri a nord della più celebre Tikal. Il volto della donna, scolpito su una stele di pietra con uno stile artistico finora sconosciuto, suggerisce che le donne ricoprissero ruoli significativi nelle prime politiche Maya.
"Lavoro in questo campo da molto tempo e non avevo mai visto niente di simile", ha commentato Kathryn Reese-Taylor, direttrice del progetto Naachtun. "Abbiamo immagini di regine, che hanno regnato sia da sole che insieme ai loro mariti o figli, ritratte a partire dal sesto secolo dopo Cristo. Ma questa stele ha uno stile completamente unico e risale, con ogni probabilità, al quarto secolo".
La donna potrebbe essere una figura della storia dei Maya, ma i ricercatori ipotizzano anche che si possa trattarsi di un personaggio mitico. Le iscrizioni geroglifiche del periodo Tardo Classico (600-900 d.C.) menzionano divinità femminili, ma finora nessuna raffigurazione è mai stata scoperta su una stele. "Se si tratta di una divinità, - aggiunge Reese-Taylor - è qualcosa di estremamente raro. Quando i testi geroglifici menzionano le donne, di solito citano soltanto le mogli o le madri di qualcuno".
La stele misura due metri in altezza, uno in larghezza e cinquanta centimetri in profondità. Era stata sepolta dai Maya all'interno di un antico edificio dopo che la città era stata attaccata. La sepoltura era considerata un atto reverenziale per onorare l'individuo la cui immagine era scolpita sul monumento.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.

articoli 07.12.05

il Manifesto, 07.12.05
Legge 194, l'aborto torna in piazza
«Indagine conoscitiva» Sit-in a Roma contro la commissione di Casini. D'Alema: «Nessun fanatico nei consultori»

IAIA VANTAGGIATO

Gli striscioni sventolano di fronte al ministero della salute e l'effetto è estraniante: «L'utero è mio e lo gestisco io». Sembra di essere tornati indietro di anni. E in realtà si è tornati indietro di anni, costretti e costrette, come siamo, a difendere una legge che pareva ormai conquista acquisita. La manifestazione - promossa dal Coordinamento e dall'Assemblea donne per i consultori, dalla Casa internazionale delle donne di Roma e dalla Cgil funzione pubblica e alla quale hanno preso parte associazioni, collettivi, rappresentanti politici e sindacali - è stata presieduta da centinaia di donne di tutte le età. A nessuna delle quali deve essere andata giù la proposta balsana di costiture una «indagine conoscitiva» sullo stato di attuazione della normativa che regola l'interruzione di gravidanza nonché quella - che va grata al ministro Storace - di inserire nei consultori i volontari del «Movimento per la vita».
Puntuali e quasi ragionieristiche le critiche: «Dovrebbe esserci un consultorio ogni 20mila abitanti - ha spiegato Silvana Pisa dei Ds - mentre attualmente siamo a 0,80 su 20mila. In pratica ne mancano almeno 900. Dove sono andati a finire i 200 miliardi messi a disposizione delle Regioni con la legge 34/96?». «Una iniziativa totalmente inutile - precisa Daniela Livi della Cgil - visto che la legge prevede una relazione annuale sullo stato di attuazione». Un tentativo elettorale con obiettivi ben più ampi, taglia corto la Verde Loredana De Petris. E di ragioni per affermarlo deve averne non poche.
Perché mai, altrimenti, persino l'algido presidente dei Ds Massimo D'Alema avrebbe scelto proprio la giornata di ieri per far visita al reparto maternità e al consultorio dell'ospedale San Camillo di Roma per poi affermare: «Il parlamento è alla vigilia della sua chiusura e quindi siamo alla viglia di una campagna elettorale: non si fanno indagini in campagna elettorale. E' del tutto evidente che si tratta di una iniziativa di carattere elettoralistico». Ma la cosa più grave - precisa D'Alema - è «che si usi strumentalmente una questione delicata come quella dell'interruzione della gravidanza». Quindi il presidente diessino dà il suo via libera al contributo dei volontari «purché non esercitino nessuna attività ideologica: è aberrante che dei fanatici controllino i consultori».
E intanto parte il cosiddetto «ruolino di marcia»: le prime audizione dell'«indagine conoscitiva» sulla 194 sono previste per il prossimo fine settimana e non è detto che - vista l'importanza del tema - i politici della destra decidano di rinunciare alla loro meritata pausa natalizia per continuare a discuterne in un clima festoso e familistico che di certo porterà loro migliori consigli.




il Manifesto, 07.12.05
Storia ingrata dell'uno e del molteplice
Il confronto tra il pensiero di Martin Heidegger e Friederich Nietzsche come momento fondante di una filosofia della storia dove l'autore di «Essere e tempo» considera il movimento dal passato al futuro come riproposizione sistematica dell'origine. «La passione del ritardo», un saggio dello studioso Ferdinando Menga

ULDERICO POMARICI

In un'annotazione del 1953, Hannah Arendt paragonava Heidegger a una volpe e la sua filosofia a una trappola scambiata per tana: «C'era una volta una volpe, ma così priva di scaltrezza che non solo cadeva continuamente nelle trappole, ma non era in grado di percepire la differenza tra una trappola e ciò che non lo è [...] . Nella sua raccapricciante ignoranza su cos'è una trappola e cosa non lo è, e con la sua incredibile perizia in trappole, pervenne a un'idea nuovissima, e tra le volpi inaudita: si costruì come tana una trappola, vi prese dimora, la diede a intendere come una normale tana». Questa annotazione della Arendt sembra calzare per l'interpretazione che Heidegger ci ha lasciato della filosofia di Nietzsche. Nell'affrontare la questione, infatti, sembra che il primo, nel criticare il secondo, abbia voluto edificare una vera e propria filosofia della storia. Una «storia» che parta dal semplice e vi si arresti: l'origine come semplice. L'origine come verità, inattingibile al molteplice, a ciò che viene dopo .
Tra scolastica e misticismo
Sembrano esserci, oggi, proprio in questi nostri anni, tutti gli elementi per ritornare criticamente su questo assunto. Su questa contrapposizione insanabile fra «Uno» e «Molteplice». Forse oggi, avendo guadagnato una giusta distanza, è possibile guardare con altri occhi una filosofia spesso sfociata, nei suoi epigoni, in «scolastica» o in misticismo. Heidegger e Nietzsche: due modi di essere tedeschi o, semplicemente, due modi di essere, due possibilità. Una traccia critica molto fertile in questo senso ci è data dal bel saggio di Ferdinando Menga (La passione del ritardo. Dentro il confronto di Heidegger con Nietzsche, Franco Angeli, pp. 272, € 23) che sfugge alle sirene della filosofia accademica, riuscendo a porre il problema, politico, che nell'interpretazione heideggeriana sembra celarsi. Ma in cosa consiste dunque la questione filosofica, nel confronto fra i due «titani» del pensiero tedesco? Per Heidegger ne va dell'origine come fondamento: tutto è già da sempre in quest'istanza fondativa, anche se pensato in termini di sottrazione. Del darsi della verità nella sottrazione. Ciò che accade è comunque, sempre e solo l'essere, ciò che è. Dunque: in questa filosofia ciò che sembrerebbe venir meno è il senso del futuro.

Tutta l'attenzione heideggeriana - nell'accezione agostiniana della parola - è volta al disastro della dimenticanza di questa discendenza dell'ente dall'essere. Disastro, per l'appunto, che sarebbe secondo Heidegger culminato con Nietzsche. L'esito ultimo del nichilismo occidentale. La differenza fra questi due pensieri è proprio sul senso dell'origine, sul suo valore: alla filosofia di Nietzsche, volta al futuro in ogni sua riga, che guarda a un congedo ormai avvenuto da ogni pensare originario come la cifra stessa dell'Occidente, avversando ogni nostalgia di quell'essere originario nel più fiero dei modi («Fratelli miei, spezzate, spezzate, ve ne prego, le antiche tavole!»), Heidegger contrappone un pensiero religioso: quello della domanda sull'essere. Che egli pone come la prima e l'ultima domanda, insieme. Dunque una domanda che ha la sola necessità di esser posta, di essere fondamento e origine, ma non ha alcun bisogno di risposta, di un'alterità che risponda, perché la risposta equivarrebbe a una ricaduta nella molteplicità dell'ente.

Un pensiero, quindi, che non mostra alcuna necessità dell'altro, di polis. Un pensiero che nell'arrestarsi alla domanda sembra in effetti «chiudere» e non aprire, sembra voler religare, conservare l'essere come fondamento, così da renderlo immune rispetto al possibile, al qualsivoglia che l'esistenza dell'ente «innanzitutto e per lo più» attesta. E in tal senso la folgorante notazione arendtiana sembra proprio cogliere nel segno. Un pensiero, infine, che sembra chiudersi - nell'esaltazione del semplice - alla comprensione del possibile.

Qui emerge, secondo Ferdinando Menga, il significato politico della riflessione heideggeriana: qual è infatti il senso che Heidegger attribuisce all'occidentale dimenticanza dell'essere? Che il pensiero sia rappresentativo, che abbia bisogno di determinazioni, di mediazioni per poter esprimersi, così come testimonia tutta la filosofia di Nietzsche, lungi dal costituire una deminutio mette in primo piano la cifra dell'umano. Questa è la condizione dell'uomo - ci dice Nietzsche -, il suo essere sempre e solo rappresentante, propriamente irredimibile nella relazionalità necessaria che ne delimita l'esistenza. Già Kant, del resto, ancora in pieno Illuminismo, affermava che «da un legno così storto come quello di cui è fatto l'uomo non si può fare nulla di completamente diritto». E quando Nietzsche afferma «che l'uomo è un ponte e non uno scopo» non dice, mutatis mutandis, qualcosa di molto diverso.

Attraverso la contaminazione del pensiero della responsività di Bernhard Waldenfels, ma partendo anche da suggestioni del primo Derrida e dell'ultimo Merleau-Ponty, Ferdinando Menga ci mostra in un'analisi serrata come ogni domanda che non attende risposta non possa dirsi tale. Non solo. Ma che essa, implicando necessariamente una risposta, mostra una struttura del domandare che capovolge l'impostazione heideggeriana. La domanda come «ri-chiesta» vuol dire non solo che la risposta è necessaria, ma che è posta prima della domanda. Che ne è all'origine. Così che all'origine non c'è un semplice, ma una mediazione. Così che non è mai possibile riguadagnare un al di qua dell'origine. Che l'origine ci è estranea. Noi saremmo già da sempre, dunque, nella risposta che ci attende, ovvero nell'alterità che tende e provoca - e in cui è posto - ogni nostro domandare. Quell'alterità che è il nostro unico e più proprio essere. Segnata, come nota acutamente Menga, dal fatto che non solo «Dio è morto», ma «resta morto», nelle parole di Nietzsche . Dunque non un evento, ma una condizione di esistenza. Quella che ha abbandonato la terra una volta per tutte e si è messa alla ricerca forse di un'India, «oppure fratelli miei, oppure?». L'esistenza è un indecidibile senza ritorno.
L'ente smarrito
Menga esplicita così l'elemento politico del discorso filosofico: il «legno storto» che rifiuta di rappresentarsi come tale - ignorando non già la domanda, come vorrebbe Heidegger nella sua critica alla metafisica, ma il fatto che noi siamo nella nostra finitezza sempre e solo risposta, risposta che esprime il nostro essere infinitamente, possibilità futura di apertura all'altro, e progetta invece un orizzonte di senso in cui pretende di poter padroneggiare il proprio destino, ponendosi alla sua origine, dis-ponendone - è quello che finisce per costruire la propria dimora dove diventare inafferrabile per gli altri e, assieme, tragicamente, preda di se stesso. L'ente che vuole padroneggiare l'origine come ciò che gli è proprio, arrestandosi in essa, è l'ente che smarrisce il senso del suo possibile, il suo senso futuro avvolgendosi in un gioco filosofico nel quale letteralmente si perde. E' un orizzonte di senso, infatti, in cui gli individui perderebbero la propria perfettibilità, il proprio «poter-essere», a favore del compimento impossibile che deve essere riguadagnato all'indietro, restando «alla guardia della verità dell'essere», sacerdoti dell'origine senza avvenire.


Liberazione, 07.12.05
Perchè i ragazzi di Lanciano dovrebbero pentirsi?
Non vi stupite degli stupri sono il conformismo maschile

di Maria Rosa Cutrufelli

«Tanto, in fondo, le donne ci stanno tutte». Questa è la stupefacente ‘giustificazione’ che i ragazzinistupratori di Lanciano hanno offerto ai poliziotti al momento dell’arresto. Una frase che esemplifica alla perfezione lo stato di profonda inciviltà che ancora caratterizza il rapporto fra i sessi. Un rapporto basato sulla paura, sull’ignoranza, sul sospetto. Come dimostrano le due notizie rimbalzate ieri sulle agenzie: lo stupro di gruppo contro una giovane disabile a Bologna e soprattutto la seconda violenza “di branco” contro un’altra ragazzina di Lanciano scoperta dagli inquirenti. Come dimostra con drammatica evidenza l’altro recente episodio di stupro avvenuto a La Spezia, dove acca- de che una giovane infermiera venga violentata per non aver prestato fede all’avvertimento di un automobilista. «C’è un individuo che ti segue», le aveva detto l’uomo, offrendole un passaggio. Un’avance fantasiosa, avrebbe pensato qualsiasi ragazza. E così ha pensato anche l’infermiera spezzina. Ma purtroppo quell’individuo esisteva davvero e l’automobilista aveva capito giusto. Lanciano, La Spezia: casi fra i tanti riportati dai quotidiani in queste ultime settimane. Stupri avvenuti per strada. Di giorno. Addirittura in pieno centro cittadino. Un’emergenza, hanno scritto in molti. Senza dubbio un impressionante elenco d’insopportabili violenze, spesso accadute nel silenzio complice dei passanti. O degli amici e delle amiche, come nel caso di Lanciano. Amiche (e amici) che quando le ragazzine sono state rapite non hanno nemmeno fatto un numero di telefono per chiedere aiuto ai genitori, se non alla polizia. E dunque: l’emergenza è soltanto lo stupro o non anche questo silenzio agghiacciante? E’ qualcosa che riguarda soltanto dei devianti, degli psicopatici, dei ‘mostri’ (magari immigrati e clandestini), o non è invece qualcosa che ci riguarda tutti, che riguarda il nostro modello di società, le regole della convivenza e in primo luogo del rapporto fra i sessi? Molti anni fa (venti, per la precisione) una sociologa scriveva: «Lo stupro non è esclusivamente l’atto di qualche psicopatico sadico: esso è assai più diffuso di quanto si creda. Anzi, si sta addirittura scoprendo che lo stupro non è un atto tanto deviante, quanto, al contrario, essenzialmente conformista». Perché “conformista”? Proprio perché sarebbe la conferma, per così dire, dell’atteggiamento sessista comune alla stragrande maggioranza degli uomini. Perché, in sostanza, non sarebbe che la riprova violenta di un ordine e di un sistema patriarcale. Questo si diceva venti anni fa. Poi il femminismo ha restituito la responsabilità dello stupro agli uomini, affinché, come ebbe a dichiarare un analista, «se ne facessero carico quelli sufficientemente coraggiosi da guardare dentro di sé». Questo coraggio purtroppo è rimasto prerogativa di pochi. Non è diventato cultura diffusa. Soprattutto, non si è trasformato in gesto politico. A chi è mai venuto in mente che ‘guardare dentro di sé’ potrebbe essere una priorità politica? Ma allora perché stupirsi se i ragazzini-stupratori di Lanciano, come scrivono i giornalisti, non hanno dato segno di pentirsi? Perché dovrebbero? La loro impresa ha una logica sociale. E’ l’attuazione pratica, per quanto estrema, delle idee correnti sul sesso e sulle donne che, dacché mondo è mondo, “devono stare al loro posto”. D’altronde, se le statistiche dicono la verità, la vera emergenza non è quella delle strade. Se tre volte su quattro la violenza non viene commessa in strada ma al riparo delle mura domestiche, allora è lì che si annida il cancro. E’ lì che cresce giorno dopo giorno. E se le cose stanno così, allora è chiaro che le tanto invocate castrazioni chimiche o la chiusura dei confini agli immigrati (sospetti proprio perché immigrati) non sono “rimedi” ma grottesche assurdità. Ciniche, quando gli stupri diventano pretesto per porta- re avanti una linea politica. Fa bene Stefania Giorgi sul “Manifesto” a sottolineare come le parole stupro e aborto «tornino a marciare in sincrono, nell’agenda politica e nel palinsesto dei media». Forse non a caso. Sicuramente non in modo innocente. Perché aborto e stupro sono parole che bruciano come marchi sulla pelle delle donne. Parole che suscitano un dibattito non proprio limpido, che tende sempre e di nuovo a vittimizzare le donne, a espropriarle della coscienza di sé, a spingerle in un’area di marginalità politica e psicologica. A fin di bene, s’intende. “Che occhi grandi hai, nonna”, diceva Cappuccetto Rosso al lupo nascosto sotto le coperte. “Per vederti meglio, bambina mia. ” Tranquille, è per proteggervi meglio, ci dicono i tanti “paladini” delle donne che vogliono leggi che introducano pene corporali ma non vogliono leggi che garantiscano una piena partecipazione delle donne alla politica istituzionale (“tanto a loro non interessa…”). E allora forse è il caso di ricordare a tutte (e a tutti) quello che sosteneva Simone Weil, e cioè che il vero nemico è colui «che dice d’essere il nostro difensore e fa di noi degli schiavi». O delle eterne vittime. Bisognose di perenne tutela. Incapaci di autodeterminarci. Nella procreazione. Nella sessualità. Nella vita.




Liberazione, 07.12.05
Accade a Vicenza, dove un Forum di associazioni femminili, organizza incontri e stampa i lavori
Un collettivo di suore e femministe

di Monica Lanfranco

Di per sé non sarebbe una notizia fuori dal comune, seppure sia prezioso ogni piccolo segno di attività politica in tempi di guerre, violenze e latitanza di luoghi di condivisione collettiva: a Vicenza esiste un Forum delle associazioni femminili che organizza incontri e, almeno una volta all’anno, pubblica gli atti del seminario più importante che ha svolto. A ben guardare, però, arrivano le prime sorprese. Vicenza, ricca e schiva città del problematico nord est, non ha un assessorato alla Cultura, il Comitato per le pari opportunità comunale non funziona, eppure da oltre undici anni esiste questa strana realtà eterogenea di donne che si ostina non solo a continuare a vivere, ma sembra proprio che stia crescendo. Negli ultimi anni i temi trattati, e pubblicati in libretti che hanno come logo un volto di donna asimmetrico che sembra disegnato da una mano infantile composto da due metà differenti, non sono per nulla scontati e leggeri: modelli culturali e identità di genere; dire, ridire: dialogare; la prostituzione coatta, nuova schiavitù; le donne e l’Europa; badanti: come e perché, e, prossimamente, donne, guerra e violenza, con i contributi di attiviste nonviolente, come Giannina Dal Bosco di Donne in Nero e la storica Sonia Residori. Temi forti, mica robetta da salotto. E anche qui, sebbene con sforzo, si potrebbe obiettare che nei collettivi e gruppi di donne italiane si discute di queste cose, dove e come si può. Ma ecco la sorpresa: una delle associazioni più importanti, e di certo più trainanti del Forum è composta da suore, per la precisione suore Orsoline, il cui collettivo si chiama Centro Documentazione e Studi Presenza Donna.
Certo, nel Forum ci sono anche le sindacaliste di Cgil e Cisl, le donne di Acli, del Cif, della Confartigianato, dei centri di aiuto alla vita, assieme a presenze laiche e femministe di lunga data.
Ma, per essere del tutto oneste, non si deve alle laiche la nascita del progetto; nel giugno 1994 furono proprio le Orsoline a chiedere «ai gruppi che, pur rispondendo a valori differenti e a vario titolo, si occupano di donne, di ritrovarsi insieme per riflettere su una tematica comune ed eventualmente organizzare attorno a questa un’iniziativa culturale cittadina», come si legge nel documento che racconta la genesi del Forum.
Suore, dunque, attiviste sugli stessi temi sui quali si impegnano le femministe, le sindacaliste, le laiche: suor Federica, suor Maria Grazia, suor Michela, sono proprio loro a ricordare che è stato un “superiore” del calibro di Pio decimo a stroncare ogni velleità femminile dentro la chiesa: «che la piasa, che la tasa, che la stagga in casa » (in dialetto veneto il ritratto della donna ideale secondo questo pontefice non proprio vicino alle donne: che sia bella, che sia zitta e che stia al focolare.) Giova ricordare che suore, questa volta comboniane, sono le fondatrici, nel web, del prezioso sito Femmis.org, un punto di riferimento fondamentale per chi si occupa dell’impatto della globalizzazione sul genere, in particolare nei continenti africano e latinoamericano. Che succede? Come fanno sostenitrici della legge 194 e acerrime oppositrici della legge 40 a lavorare fianco a fianco con donne dei centri di aiuto alla vita?
«Succede che a stare insieme ci uniscono tre fattori che difficilmente troviamo nei luoghi misti e in quelli della politica tradizionale – spiega Marina Bergamin, segretaria della Cgil di Vicenza- Il piacere, il rispetto e il metodo. Non possiamo nasconderci che nella sinistra è raro trovare l’attenzione e la cura delle relazioni che le nostre amiche suore praticano. Se non ci fosse il piacere di vedersi una volta al mese per lavorare, chi ce lo farebbe fare? Se non ci fosse il rispetto per le differenze come si potrebbe parlare di tutto, come facciamo noi da anni? Credo che il metodo che abbiamo, quello di “testare” prima tra noi i temi che affrontiamo, incontrandoci e discutendo approfonditamente prima di uscire in pubblico, sia la nostra forza. Prima del dibattito sulle badanti, per esempio, ci siamo riunite tutte per mesi invitando anche le “nostre” badanti, le donne straniere che ci aiutano nel quotidiano quando noi non ci siamo perché lavoriamo fuori casa. Ci spelliamo le une davanti alle altre, non facciamo solo teoria, quando proponiamo alla città un argomento».
Suor Michela, dottoranda in teologia con una appassionata ricerca su Elisa Salerno, femminista cristiana, racconta così il motivo del suo impegno nel Forum: «Ci credo, e credo che noi donne siamo una risorsa indispensabile e peculiare. E’ la genialità femminile che riesce ad ascoltare le differenze, senza farle diventare motivo né di guerra né di omologazione. Non cerchiamo di ridurre le asimmetrie all’uniformità; non cerchiamo di scansare i problemi e le distanze sui temi scottanti, cerchiamo di lavorare su quanto ci unisce. Vogliamo suscitare domande, specialmente qui nel nord est dove la cultura è gravemente assente, dove il rischio del silenzio e del disimpegno è un pericolo per la società». Ad ascoltarla viene alla mente il divertente e dissacrante motto di spirito della teologia femminista: “Dio è più madre che padre”. In questo caso è proprio così, con buona pace di Papa Ratzinger.




Liberazione, 07.12.05
Indagateci tutte

Cara “Liberazione”, commissione d’indagine subito, decisa in una domenica di pioggia da Casini, preceduta sabato da una manifestazione nazionale a Roma di 30mila cittadini stranieri, tutti clandestini, come avevamo detto a Genova, per i media tutti invisibili, e poi i dispacci vaticani nelle domeniche che di pace non hanno più niente. Si lavora alla domenica in parlamento, per annunciare che subito si deve passare all’indagine...
Dalla città del Vaticano la parola sempre più violenta dei sostenitori della “vita”, che conta sui suoi alleati moderatamente garbatamente fascisti, razzisti, riformisti che loro sì, hanno possibilità di voce, visibilità ed azione. Non c’è parola più violenta di questo atto nei confronti delle donne e la loro autodeterminazione.
Vergognosa maledetta domenica. Invito tutte dal nord al sud, in questa Italia flagellata dal maltempo e dal malgoverno, ad organizzarsi, ad uscire dal silenzio, noi donne maggioranza invisibile e silenziosa, chiamate a difenderci in questa ennesima guerra che non abbiamo mai dichiarato. Inquisite per conoscerci, bene, meglio.... Noi invisibili, noi indagate. Noi?
Doriana via e-mail



Liberazione, 07.12.05
Jacques Le Goff, in un libro un fascio di immagini
Nella sua ultima fatica, “Eroi & meraviglie del Medioevo”, l’autorevole storico usa l’arte figurativa per parlare di un immaginario eroico e favoloso che si estende temporalmente fino alla rivoluzione industriale

di Daniela Romagnoli

Alice, che non capiva come si potesse leggere un libro “senza le figure”, sarebbe entrata volentieri in questo “libro delle meraviglie”. L’ultima fatica di Jacques Le Goff, Eroi & meraviglie del Medioevo (Laterza, pp. 239, euro 35,00) è quel che si dice un libro “bello”, sia per la veste editoriale elegante (formato, carta, copertina), sia per la ricchezza e varietà delle immagini. Un fascio di immagini, appunto, offerto come uno specialissimo fascio di fiori alla memoria della donna con cui Jacques Le Goff ha condiviso la maggior parte della sua vita, fino al dolore del distacco, un anno fa.
Il libro è costruito come un dizionario, o una mini-enciclopedia, i cui lemmi sono presentati in ordine alfabetico (da Artù alla Walkiria), sicché le voci che appartengono ad entrambi i gruppi - eroi e meraviglie – sono frammischiati in modo casuale, ma non a casaccio: a significare la stretta embricazione dei due ambiti. Nell’introduzione l’autore stesso spiega quel che ha voluto fare: proporre le secolari reincarnazioni della memoria, attraverso «eclissi, risurrezioni, trasfigurazioni di una civiltà in ciò che ha di più brillante, di più brillantemente emblematico».
Immagini, immaginario. Vocabolo di difficile uso, che oltrepassa i limiti della rappresentazione e costruisce miti e leggende. Le Goff propone di definire il campo dell’immaginario come il sistema di sogni di una società, di una civiltà; un sistema che trasforma il reale in appassionate visioni dello spirito. Deve perciò essere distinto tanto dal simbolico quanto dall’ideologico. La storia dell’immaginario non può essere «una storia dell’immaginazione in senso tradizionale; è piuttosto una storia della creazione e dell’uso delle immagini che fanno agire e pensare una società, perché esse (le immagini) discendono dalla mentalità, dalla sensibilità, dalla cultura da cui sono impregnate, animate».
Il libro però non vuole presentare una visione globale dell’immaginario medievale, e nemmeno indagarne la natura, gli aspetti, le manifestazioni. Questi sono temi che Le Goff ha ampiamente affrontato. Proprio a partire da quegli studi (si veda ad esempio L’imaginaire médiéval, del 1985, tradotto in italiano nel 1988), ha potuto scegliere due grandi temi: gli eroi e le maraviglie. I nuovi eroi medievali - nuovi rispetto agli eroi della classicità - sono i santi e i re. Ma gli eroi presentati qui sono piuttosto i massimi esponenti del mito cavalleresco, i “preux”, i prodi cavalieri. Personaggi che, anche quando sono storicamente documentati, appartengono anche all’area del mito o della leggenda. Ecco allora re Artù, Carlo Magno, il Cid, il paladino Orlando - e i loro cantori: i trovieri, di lingua d’oil, e i trovatori di lingua d’oc, autori del romanzo cortese, delle chansons de geste, della grande poesia provenzale e della fin’amor - l’amor cortese, cui si collega il nostro “stil novo”.
Tra gli eroi troviamo anche Robin des Bois (Robin Hood), cantato già nelle ballate dei secoli XIII-XIV. Un personaggio senza alcuna radice storica - al contrario di grandi come Carlo Magno e lo stesso Artù, che un fondamento di realtà forse lo aveva - ma proprio come altri personaggi eroico-meravigliosi, maschi e femmine: da Merlino a Melusina, la donna-fata metà donna e metà serpente, che assume anche la funzione di simboleggiare la dolcezza materna: costretta ad abbandonare il mondo degli uomini per la curiosità del marito, è raffigurata mentre torna ogni notte ad allattare il suo ultimo nato.
Il termine e il concetto di meraviglie, “mirabilia”, hanno un posto importante e di lunghissima durata nella storia delle mentalità. Intorno al 1210 un inglese, Gervasio di Tilbury, scrive una specie di enciclopedia dedicata all’imperatore Ottone IV di Brunswick. Qui troviamo la definizione di “mirabilia”: è meraviglioso ciò che suscita meraviglia, ciò che stupisce perché eccezionale, al di fuori della nostra esperienza abituale. Le meraviglie si differenziano dunque dai miracoli, perché il miracolo appartiene al divino, al soprannaturale, mentre il meraviglioso appartiene all’umano, al naturale, anche se può sfuggire, almeno temporaneamente, alla nostra comprensione.
Accanto ai personaggi - storici, mitizzati o leggendari - incontriamo luoghi del meraviglioso, a loro volta sia reali sia fantastici. Così, accanto al paese di Cuccagna e alla fontana di giovinezza (l’immagine è quella dello straordinario affresco del Castello della Manta, recentemente restituito alla fruizione pubblica dal Fai) ecco gli spazi, ricchi di suggestione e di valenze simboliche, del castello, della cattedrale e del chiostro. Quest’ultimo è immagine della Gerusalemme celeste, incarnazione terrestre del paradiso, spazio chiuso dedicato alla meditazione, alla vita spirituale; ma richiama anche l’idea medievale del giardino come “hortus conclusus”, che nel monastero diviene luogo di coltivazione di piante orticole e soprattutto medicinali. E lo spazio del cuore, dell’uomo interiore, della preghiera individuale.
La cattedrale, in particolare la cattedrale gotica, si impone invece alla sensibilità della gente con la massa delle sue dimensioni, con lo slancio verso l’alto dei suoi pinnacoli, con il fiotto di luce sacrale che penetra dai rosoni e dalle immense vetrate. Immaginario eroico e favoloso di lunga durata, come di lunga durata è il Medioevo di Le Goff, che si estende fin oltre le soglie della modernità, fino alla rivoluzione industriale e per certi aspetti anche oltre. Affascina e incuriosisce il percorso delle immagini che raccontano e trasformano di volta in volta meraviglie ed eroi dalla miniatura antica al fotogramma cinematografico, dalla “chanson de geste” ai pupi siciliani, dalla roccaforte duecentesca ai castelli di Ludwig di Baviera. Sicché incontriamo anche il fenomeno del medievalismo, che comincia con la passione neogotica inglese del Settecento e attraversa il romanticismo, il restauro- ricostruzione alla Viollet- Le Duc, le feste medievali che negli ultimi decenni si sono moltiplicate, non sempre con valore filologico almeno accettabile, malgrado gli sforzi di piccoli gruppi di appassionati dell’archeologia del quotidiano. In uno studio pubblicato nel 2001 erano state rilevate tante feste “medievali”, nella sola regione dell’Emilia-Romagna, da poterne scaglionare una ogni tre giorni!
Un piccolo neo sarà individuato solo dagli appassionati di cinema e in particolare dei Monty Python, il gruppo inglese autore, negli anni Settanta, di uno straordinario film sulla ricerca del Graal. Film di stralunata comicità, ma anche di sicura informazione storica. Proprio per questo, sbaglia la didascalia che indica come re Artù il fotogramma del cavaliere- uomo selvatico: Artù è infatti il campione delle virtù cortesi e cavalleresche, l’assoluta antitesi dell’“homme sauvage”. E’ curioso che in altre edizioni (il libro è uscito contemporaneamente in tutte o quasi le lingue europee, greco compreso) l’errore non compaia. Non sempre un “libro bello” è anche un bel libro. Questo lo è.

articoli 06.12.05

Liberazione, 06.12.05
Storie di atei, negri, barboni e sfollati

di Piero Sansonetti

Nel discorso tenuto domenica mattina a San Pietro, all’Angelus, contro l’agnosticismo e il relativismo, il papa ha sostenuto due concetti. Il primo, chiarissimo, e ripreso ieri da tutti i giornali, è questo: libertà religiosa vuol dire garantire la supremazia della religione cattolica sul pensiero laico. Non c’è libertà religiosa dove non è assicurata la subalternità del pensiero laico.
Il secondo concetto, che non è stato notato da molti, ma che a noi sembra molto importante, è la messa in discussione della natura umana dell’ateo. Proprio così: la “natura umana”. Ha detto Ratzinger: “L’uomo, tra tutte le creature di questa terra, è l’unica in grado di stabilire una relazione libera e consapevole con il suo creatore”. Da questa particolare condizione “deriva la dignità dell’uomo”.
Voi capite bene che se rovesciate il ragionamento si deduce che chi non è in grado di stabilire una relazione con il suo creatore, non ha dignità di uomo. E’ paragonabile agli esseri viventi non umani. La differenza tra uomo e altre specie animali consiste nell’accettazione di Dio. Non è una teoria rassicurante per quel che riguarda la modernizzazione del pensiero cattolico. E neanche per le conseguenze che potrebbe avere nella concreta applicazione. (Speriamo almeno che in Vaticano siano vegetariani...)
La Suprema Corte di Cassazione ha sostenuto, in una solenne sentenza, che dire “sporco negro” a qualcuno - mentre lo si aggredisce e gli si procurano delle lesioni - non è una cosa molto grave e comunque non può essere considerata una espressione di razzismo. In questo modo ha annullato una sentenza di condanna nei confronti di un triestino (bianco), emessa prima dal tribunale e poi dalla Corte d’Assise.
Perché non è razzismo? Perchè il razzismo si basa solo sulla discriminazione razziale, mentre il grido “sporco negro” appartiene alla “pratica del rapporti quotidiani fra soggetti di diversa razza, o etnia, o nazionalità o religione”. Dunque - ha stabilito la Corte - dire sporco negro è un’ingiuria e basta, e - se capiamo bene - l’ingiuria sta nell’aggettivo sporco e non nella parola negro, che in fondo è solo una forma dialettale.
Con questa sentenza la Corte di Cassazione sdogana in modo formale il razzismo. Oltretutto, nella sua motivazione, la sentenza equipara l’idea di razza - idea scientificamente e giuridamente del tutto infondata - con categorie certe, quali sono la nazionalità o la religione. In questo modo, per la prima volta dopo tanti anni, restituisce valore giuridico a tutte le teorie razziste, come quelle che in Italia portarono alle leggi del ’38, che poi furono alla base dello sterminio degli ebrei.
Per quanto ci sforziamo di trovare le parole giuste, non riusciamo a commentare quello che è successo a Ostia a un senza casa polacco. Questo signore si è sentito male per strada, è stato soccorso e accompagnato in ospedale, rapidamente osservato dal personale e sistemato su una barella perchè non poteva stare sulle sue gambe. Probabilmente aveva bevuto troppo ed era ubriaco. Probabilmente ha dato di stomaco. Questa circostanza ha suggerito a qualcuno di spingere la sua barella all’aperto. E all’aperto faceva freddo. E al freddo, questo signore polacco di quarant’anni, non è stato lasciato dieci minuti, o un’ora, o due ore, o tre ore: è stato lasciato per 17 ore consecutive. Poi qualcuno ha deciso di visitarlo: era morto.
Ieri alcune decine di sfrattati hanno occupato la Basilica di San Giovanni. E’ chiaro, non è bello occupare le basiliche, che sono luoghi di culto. Però può succedere. In fondo, fino a qualche secolo fa, nelle Chiese e nella Basiliche si rifugiavano persino i manigoldi, inseguiti dai gendarmi, e trovavano protezione e soccorso. Possibile che dei poveri senza casa - colpevoli di nessun delitto se non quello di essere stati sfrattati - non debbano trovare un po’ di comprensione? Invece nessuno si è occupato di loro. Gli hanno detto di levarsi i cappelli (ai maschi) e di corpirsi il capo (alle donne) e non sono stati scortesi con loro. Questo è bene. Dopo aver letto le notizie di cui vi abbiamo parlato sopra, potrebbe persino risultare un gesto di inaudita civiltà e generosità. Però forse loro, i senza casa, dai sacerdoti si aspettavano qualcosa di più: un po’ di comprensione, un aiuto, l’impegno a sollevare il probelma. A Roma ci sono centinaia di miglia di appartamenti sfitti (sì: centinaia di migliaia; e non solo a Roma) e ciononostante migliaia e migliaia di persone non hanno un tetto. C’è qualcosa di civile in tutto questo? Davvero chiedere che le case vuote siano date agli sfrattati è pericoloso estremismo comunistoide?




Liberazione, 06.12.05
Quale Marx per il XXI secolo. Una risposta polemica ai precedenti interventi e all’opzione del cosiddetto marxismo dell’astrazione
Siate marxisti, non siate impolitici

di Luigi Cavallaro

Il dibattito su “quale Marx per il XXI secolo”, avviatosi su questo giornale grazie agli interventi di Roberto Finelli e Cristina Corradi in replica alla recensione di Tonino Buccial volume collettaneo curato da Marcello Musto (Sulle tracce di un fantasma, Manifestolibri, 2005), ha già evidenziato i nodi dai quali non può prescindere qualunque ripresa della discussione sul lascito teorico e politico del pensatore di Treviri. In primo luogo, infatti, è emersa la necessità di un approccio rigoroso (soprattutto filologicamente), che non soltanto valga a stabilire una volta per tutte “che cosa esattamente ha scritto Marx”, in modo da differenziarlo da quanto è imputabile all’intervento sul Nachlass dei suoi molteplici editori e glossatori, ma soprattutto a fissare qualche limite a quel continuo “sollecitare i testi” che assai spesso inclina a sovrapporre intentio auctoris, intentio operis e intentio lectoris, vale a dire cose che sarebbe bene tener distinte. Sotto questo profilo, ha ragione Corradi a sostenere – richiamando quanto affermato da Roberto Fineschi nell’introduzione ad un volume al quale anche chi scrive ha contribuito (Karl Marx. Rivisitazioni e prospettive, Mimesis, 2005) – che è stato «proprio un malinteso, e apparentemente più rivoluzionario, primato della prassi e della politica» a far saltare «le necessarie mediazioni tra l’analisi del modo di produzione capitalistico e la politica del movimento operaio»; l’importante, aggiungerei, è non illudersi che i frutti, che speriamo copiosi, dello scavo filologico possano poi autorizzare Tizio o Caia a professarsi, che so, “marxiano” invece che “marxista”: l’unico che poteva dire “je ne suis pas marxiste” è stato, appunto, Marx; i suoi interpreti non possono non esserlo (s’intende, ammesso che lo vogliano).
D’altra parte, è pur vero che la discussione odierna su Marx non ha nulla di quel tempo in cui – per dirla con Bucci – le «sottigliezze dialettiche», lungi dal restare «confinate nelle aule universitarie », proiettavano «le proprie conseguenze sul mondo reale degli uomini in carne e ossa», né la differenza è dovuta solo al fatto che non ci sono poi così tante aule universitarie dove si discuta di Marx.
Il problema, piuttosto, mi pare costituito dal fatto che, nonostante il “marxismo dell’astrazione” possa senz’altro rivendicare una fedeltà all’intentio operis di Marx di gran lunga superiore al “marxismo del comune” di ascendenza negriana (dominato, all’opposto, da un’intentio lectoris così prepotente da dimenticare i “diritti” del testo), sono o rischiano di essere radicalmente “impolitiche” le implicazioni che da esso si possono derivare.
Provo a spiegarmi. Quale fu l’implicazione politica principale del “marxismo della contraddizione”, cioè di quello che dominò l’epoca della Seconda e Terza Internazionale e che assumeva come proprio perno la contraddizione tra “forze produttive” e “rapporti di produzione”?
Essenzialmente, quella di porre la rivoluzione all’ordine del giorno. Il fatto che quest’ultima non sempre si sia data in forme giacobine e che là dove si diede abbia prodotto risultati talvolta perfino esecrabili nulla toglie alla capacità di questo marxismo di mobilitare milioni di donne e uomini, che avranno magari avuto come obiettivo l’“assalto al cielo”, ma intanto venivano a partecipare per la prima volta alla vita politica e sociale.
E negli anni Sessanta, quando cominciarono a circolare i testi giovanili di Marx, cosa si dedusse dal “marxismo dell’alienazione”? Essenzialmente, che le strutture politiche e sociali che erano emerse dalla guerra civile europea (e poi mondiale) del 1914-1945 erano, all’Est come all’Ovest, ancora profondamente infettate dalla Trennung (scissione, ndr), per cui né i lavoratori abitanti nel “campo socialista” né tanto meno i loro omologhi del “campo capitalista” erano riusciti a sussumersi le condizioni della propria produzione e riproduzione, che continuavano al contrario a dominarli, seppure sotto forma di movimento “politico” (e non più solo “di cose”). E fu la critica al capitale, certo, ma soprattutto ai partiti tradizionali e allo Stato, alle istituzioni universitarie, scolastiche, sanitarie, ecc.
E il “marxismo dell’astrazione”, quali possibilità schiude? Se è vero che, oggi, il capitale svuota dall’interno il mondo concreto degli oggetti e dei bisogni umani, che cose e uomini sopravvivono in superficie mentre tutto è incorporato nel meccanismo di un’accumulazione quantitativa e, soprattutto, che questo meccanismo funziona così bene che aumenta sia il numero dei salariati che la durata e l’intensità della giornata lavorativa, cosa ci resta da fare? La domanda non è oziosa. Se il capitale funziona così bene da colonizzare le nostre vite e il nostro immaginario e perfino da aumentare il numero degli occupati, “resistergli” è velleitario e, prima ancora, insensato: e in effetti, il velleitarismo è l’accusa che viene sempre più spesso mossa ai comunisti, che dal canto loro, nella misura in cui riducono il loro essere comunisti ad un generico “anticapitalismo”, di fatto danno ragione ai loro avversari. (Alcuni ecologisti l’hanno capito così bene che, per ovviare al problema, hanno sostituito alla contraddizione tra forze produttive e rapporti di produzione quella fra “capitale” e “natura”: ma codesto “ecomarxismo”, come si è voluto chiamare, non ha più titoli per rivendicare la propria discendenza da Marx di quanti ne possa vantare il “marxismo del comune”, cioè nessuno.) Intendiamoci: non vedrei nulla di male (né di “antimarxista”) nell’ammettere che da Marx non possiamo più derivare alcuna “teoria della rivoluzione”. La domanda però è: perché mai dovremmo allora pensare a un “nuovo soggetto rivoluzionario” o alla «costituzione, sociale e politica, di nuove soggettività dell’emancipazione » (Finelli), visto che il capitale funziona benissimo?
A diverse implicazioni potrebbe giungersi qualora considerassimo la crescita costante della disoccupazione negli ultimi trent’anni e, soprattutto, la circostanza che il capitale non riesce più a riprodursi ai tassi di crescita del secolo XIX (se non nelle periferie del pianeta, dove le condizioni della vita sociale ricalcano più dappresso quelle prevalenti due secoli fa in Europa e nell’America del Nord): si tratta, infatti, di evidenze empiriche che dovrebbero farci comprendere che è insensato continuare ad attribuire al capitale un potere che viceversa è solo l’espressione rovesciata di una nostra intrinseca debolezza. Ma non c’è cosa più difficile di convincere i marxisti che oggi il capitale è molto più debole di quanto non fosse ai tempi di Marx: credere in un capitalismo onnipotente è per loro molto più rassicurante, perché dispensa dalla ricerca delle proprie insufficienze teoriche e pratiche e, proiettando in futuro fantastico la plenitudo temporis, permette di eludere la resa dei conti col “comunismo realizzato” (quello statuale) e coi problemi che esso ha posto all’ordine del giorno, in Oriente come in Occidente. Di questi, uno mi pare davvero centrale, ed è quello che troppo banalmente si è definito come “fine del lavoro”. Non se ne può dire qui; c’è spazio solo per avvertire che la sua mancata comprensione fa sì che ancor oggi «il nesso interno della produzione complessiva si impone agli agenti della produzione come una legge cieca, e non come una legge compresa e dominata dal loro intelletto associato» (Marx): la diminuzione del tempo di lavoro necessario, connessa all’enorme sviluppo tecnologico del secolo appena concluso e soprattutto dai nuovi rapporti sociali entro cui esso ha potuto dispiegarsi in modo non distruttivo durante i “trenta gloriosi keynesiani”, trionfa infatti al momento «così come per esempio trionfa con forza la legge della gravità, quando la casa ci capitombola sulla testa». Non sarà per questo che aumentiamo l’età pensionabile pur essendo pieni di disoccupati e di disperati che premono alle frontiere alla ricerca di lavoro?



AprileOnLine, 06.12.05
L'intransigente Ratzinger chiede piu' libertà religiosa
Vaticano. Il papa rivendica piu' spazio contro l'agnosticismo e il relativismo. Ma, è il primo a negare la libertà di pensiero all'interno della Chiesa

Nane Cantatore

Papa Benedetto XVI, nell’indossare il triregno, si è assunto un impegno serio e profondo: quello di discutere a fondo la questione dell’identità e della prospettiva della cultura europea. Già la scelta di imporsi il nome del santo protettore d’Europa, la cui memoria è legata ai monasteri che preservavano il sapere nel furore delle invasioni e delle continue violenza del primo Medioevo, indicava una scelta forte, che ha fatto dire a molti, francamente un po’ disgustati dallo zuccheroso buonismo "urbi et orbi" del suo predecessore, che almeno ci sarebbe stato confronto.
Un papa non digiuno di filosofia, con un punto di vista intransigente ma schietto, capace di mettere in campo tutte le sue ragioni, potrebbe avere l’indiscutibile merito di promuovere, finalmente, una discussione a tutto campo con chi la pensa in modo diverso, anche perché, al momento, sui dissidenti non pende la minaccia del braccio secolare. Ci potevamo aspettare, insomma, che Ratzinger tenesse fede alla sua fama, e che un uomo della sua tempra filosofica si rendesse conto che, insomma, qualche contraddizione nelle tesi ecclesiastiche c’è, eccome se c’è.
Invece, no: l’Angelus di domenica, forse la dichiarazione più politica uscita finora dalle labbra del capo della chiesa romana, altro non fa che ripetere la solita tiritera a base di bambini non nati e mani cucciole, questa volta condita anche dalla lacrimuccia di rito per i poveri portatori di handicap eliminati dall’eugenetica laicista, per poi inventarsi una straordinaria bestialità concettuale. La libertà religiosa, secondo l’erede di Pietro, sarebbe in pericolo, “negata per motivi religiosi o ideologici; altre volte, pur riconosciuta sulla carta, viene ostacolata nei fatti dal potere politico oppure, in maniera più subdola, dal predominio culturale dell'agnosticismo e del relativismo”. Stupisce che un predominio culturale, peraltro tutto da dimostrare almeno nel Paese delle ventisette fiction su Padre pio, dei preti investigatori, delle dirette fiume dal Vaticano, della genuflessione rituale di ogni potere, politico, economico e mediatico, possa essere visto come una negazione della libertà. Per meglio dire, può pensarlo l’ipotricotico, talmente frustrato dalla mancanza di intellettuali di destra migliori di Marcello Pera da attribuirne la colpa al perfido complotto comunista. Ma la libertà, a quanto ci risulta, viene minacciata solo quando subisce una costrizione da parte dell’autorità, non quando un’opinione si deve confrontare con un’altra, magari anche più forte o più diffusa.
Anzi, diciamocela tutta: ci pare che la libertà sia proprio questo, la coesistenza e il confronto di posizioni diverse, legittimate ad esprimersi ma che, comunque, competono per affermare la forza dei loro argomenti. Questa era la libertà laica che permetteva di salutare con una certa soddisfazione l’avvento del bavarese sul soglio di Pietro. Se oltre-tevere la libertà consiste solo nell’ascoltare la verità rivelata, allora qualche problema c’è, dal momento che per dare legittimità al discorso vaticano si dovrebbero annullare tutti gli altri, e questa non sembrerebbe una così gran libertà.
Ma, in fondo, il nostro non ha tutti i torti, a dire che la libertà religiosa è in pericolo. Basti pensare al caso di padre Rodolfo Zecchini, insegnante di Etica all’istituto teologico san Zeno, “sollevato dall’incarico” dal suo superiore monsignor Flavio Roberto Carraio, perché aveva pubblicamente dichiarato che avrebbe votato sì ai primi tre quesiti dell’ultimo referendum. Ha ragione il papa: in un Paese in cui si viene licenziati per divergenze teologiche, non ci può essere vera libertà religiosa.


La Stampa, 06.12.05
Più che all’aborto pensate ai bambini
di Chiara Saraceno

Ci sono dei grandi assenti nella campagna mediatica e politica scatenata in queste settimane contro l'aborto: i bambini. Nonostante le accuse di assassinio, sterminio, strage di bambini, che vengono sollevate contro la pratica dell'aborto, i bambini effettivamente nati e in crescita sono fuori dall’attenzione. Tutti gli occhi sono puntati sulla pancia gravida delle donne (molto meno sulle donne come tali e non solo come «uteri che camminano»), sugli embrioni, sui feti. Basta che nascano, sembra, e tutto è fatto. Una volta nati, i bambini spariscono dalla preoccupazione collettiva. Come nelle favole, sembra di capire, dopo «vissero tutti felici e contenti».
Così, non crea scandalo che avere un figlio rappresenti ancora per molte donne un handicap grave agli occhi di molti datori di lavoro e che per molte donne immigrate proprio le condizioni di lavoro rendano impossibile avere un figlio, esattamente come avveniva alle domestiche di un tempo. Non preoccupa che con l'espansione dei contratti di lavoro cosiddetti atipici molte donne siano escluse di fatto o di principio dai congedi di maternità. Ma soprattutto non crea altrettanto - se non più - attenzione e scandalo dell'aborto che un quarto dei bambini nel Mezzogiorno viva in povertà e che nel nostro paese se si è poveri da bambini si ha una altissima probabilità di rimanerlo a lungo. Più in generale, non crea scandalo il fatto che il nostro sia uno dei Paesi occidentali e democratici in cui le disuguaglianze di partenza, cioè nelle origini famigliari, hanno maggior peso sul destino degli individui, a prescindere dalle capacità individuali. Perché non vi sono politiche sociali adeguate, sotto forma di trasferimenti di reddito e di servizi, che attenuino queste differenze.
Solo questa disattenzione per i bambini può spiegare la risibilità delle proposte che vengono avanzate sia dalla maggioranza sia, spiace dirlo, anche dall'opposizione, per favorire la scelta di avere un figlio: dai bonus una tantum alla nascita (con esclusione per altro delle immigrate) ad assegni di gravidanza per le donne più povere, che cessano, appunto, alla nascita. Come se il problema, per una donna, fosse solo quello di avere abbastanza soldi per portare avanti una gravidanza e non soprattutto quello di poter mantenere adeguatamente, e per diversi anni, il figlio che nascerà. E come se, appunto, ad un bambino bastasse nascere per diventare un uomo, o una donna. Purtroppo, invece, l'amore basta, anche se è necessario come il pane. Al punto che, se non c'è, forse è meglio non nascere.
Più che di una indagine sull’applicazione della legge 194 ci sarebbe bisogno di una bella indagine parlamentare sulle difficoltà che in Italia si frappongono alla libertà di scelta di procreare, sui costi sostenuti da chi (soprattutto le donne) fa questa scelta e sugli effetti delle disuguaglianze sociali alla nascita. Ma una indagine di questo genere metterebbe in luce troppe contraddizioni negli stessi programmi politici e toccherebbe troppi interessi (nel sistema di welfare, nella organizzazione del lavoro, nella individuazione delle priorità). Meglio quindi trovare qualche capro espiatorio (i consultori, le donne che abortiscono) e fare qualche elemosina una tantum.




Corriere della Sera, 06.12.05
«Sposarsi non più vergini» Le indiane contro il tabù

Sotto tiro campionessa di tennis e attrice Avevano detto sì al sesso prematrimoniale
Il sasso nello stagno lo ha lanciato per prima Khushboo, affascinante attrice di Bollywood. Seguita dalla tennista più famosa del subcontinente, Sania Mirza. E dal (finora) unico pilota di Formula Uno di New Delhi, Narain Karthikeyan. Argomento: il sesso. Tema: possono le donne fare l'amore prima di sposarsi? Khushboo: «Non vedo che cosa ci sia di male per una donna a fare sesso prima del matrimonio, a patto che sia protetto». Sania Mirza: «Non importa se prima o dopo il matrimonio, l'importante è fare sesso sicuro». Narain Karthikeyan: «Rapporti prematrimoniali? Non c'è nulla di sbagliato».
Tema scontato? Forse per il disincantato Occidente. L'India, molto semplicemente, si è infiammata fino a rasentare la rivolta, almeno nel Tamil Nadu, luogo natale della diva trentacinquenne che per prima ha osato infrangere il muro di silenzio e omertà sulla castità delle giovani indiane. Cortei, appelli, minacce. È bastata l'uscita di Khushboo perché la Procura di Chennai, capitale dello Stato, fosse inondata da quaranta e più querele a carico dell'attrice. La quale, per la cronaca, si è vista prima recapitare un ordine di arresto (è libera su cauzione) e poi aggredire in un'aula del tribunale dove era entrata per testimoniare a una delle tante udienze sul caso del momento: urla, spintoni, pomodori e uova marce in faccia, promesse di morte. Tanto che adesso, su ordine delle autorità di polizia, Khushboo gira con la scorta.
Per il resto, il Paese ha accantonato le dispute sul terrorismo o le guerre di religione. Persino il tema della pace con il Pakistan è rimasto nell'ombra mentre giornali e televisioni ospitavano dichiarazioni, smentite, precisazioni e anatemi di stelle dello spettacolo, celebrità varie e, ovviamente, politici. «Khushboo ha offeso l'intera Nazione». «Uno scandalo così non si era mai visto». «Deve essere arrestata». «Basta ipocrisie — ha rincarato Khushboo —. Quale persona istruita, in India, si aspetta che una ragazza arrivi alle nozze ancora vergine?». Persino il primo ministro Manmohan Singh, intervenendo alla giornata mondiale contro l'Aids, si è sentito di affermare che «è ora che gli indiani superino i loro tabù legati al sesso».
Argomento scottante se la tennista Sania Mirza, di religione musulmana (Khushboo è indù), spaventata dalle reazioni, si è affrettata a smentire: «Voglio dire con chiarezza che sono contraria al sesso prematrimoniale, dal momento che per l'Islam si tratta di un peccato molto grave che, ritengo, Allah non potrebbe perdonare». Parola di una sportiva finita nel mirino degli integralisti per il suo abbigliamento in campo. «A nessuno deve importare come mi vesto — si era sempre difesa — almeno finché vinco...». Più coraggioso Karthikeyan. Che a un pubblico dibattito ha difeso Khushboo: «Ha ragione, non c'è nulla di sbagliato nelle sue parole».
La più grande democrazia del mondo si interroga sul sesso. E non è solo una battaglia tra «alta società» con standard di vita occidentali e le caste inferiori più legate alle tradizioni. Per la prima volta, entra nel dibattito la nuova classe media nata dall'imponente sviluppo tecnologico degli ultimi anni. Dunque studenti e giovani professionisti di entrambi i sessi. Che si trovano più a loro agio con telefonini e computer. E che intervengono, per lo più in difesa dell'attrice e del «diritto a una vita emancipata e libera dai lacci del Medioevo», utilizzando il mezzo più semplice e immediato: Internet. Scrive per esempio Murali sul sito di attualità Rediff.com: «Per favore, svegliatevi e guardate il mondo intorno a voi: non possiamo continuare a vivere come nel Medioevo. Una donna dovrebbe scappare da un futuro marito che la sposa soltanto per la sua verginità». Una donna Tamil sottolinea: «Un recente sondaggio ha evidenziato come il 90 per cento delle indiane, anche se in ritardo rispetto ad altri Paesi, perdano la verginità intorno ai 19 anni. Ma solo il 10 per cento della ragazze si sposa prima dei vent'anni. Dunque Khushboo ha perfettamente ragione. Tanto rumore per nulla».
In realtà, l'attrice è intervenuta in un contesto particolare, intendendo mettere l'accento — rispondendo a un'indagine del portale Indiatimes — non tanto sul «sesso prematrimoniale» quanto sul concetto di «sesso protetto». Una questione importante in un Paese, l'India, che denuncia oltre 5 milioni di persone colpite dall'Hiv, il virus che provoca l'Aids. Ovviamente il discorso si è allargato: «Le ragazze — dice Khushboo — sono sempre più emancipate. Vanno al pub, in discoteca. È ora di liberarsi da concetti quali: "Una donna deve arrivare vergine al matrimonio"».
«Siamo il Paese del Kamasutra e dei bassorilievi erotici — chiosa Sethi sul forum aperto su Indiatimes —. Ciò mi fa pensare che l'India antica era più aperta di quella di oggi in fatto di sesso. Che cosa ci è successo? Perché è diventato un simile tabù?».
Paolo Salom


Corriere della Sera, 06.12.05
Quelle con famiglia sono discriminate rispetto agli uomini e alle single
Donna manager? Scordati di fare la mamma
Ricerca su un campione di 1.200 dirigenti: «La maternità è un lusso che non ci possiamo permettere. Le retribuzioni? Più basse»


ROMA - Manager e mamma? Certamente si può. Ma quanto è difficile. Il binomio tra lavoro ad alta responsabilità e impegno famigliare si verifica con grande fatica nel mondo delle imprese italiane. A certificarlo è una ricerca di Federmanager, la federazione nazionale dei dirigenti di aziende industriali, che in occasione dei propri 60 anni di attività ha realizzato una ricerca su un campione di oltre 1.200 donne con ruoli dirigenziali. Che della loro condizione tracciano un quadro tutt'altro che incoraggiante.
DONNE PENALIZZATE - L'aspetto più negativo riguarda i rapporti all'interno della famiglia e, in particolare, la maternità, definita dalle signore di Federmanager «un lusso che non ci possiamo permettere». La ricerca mette infatti in evidenza come nelle aziende le donne con famiglia siano più penalizzate rispetto ai colleghi uomini. Se il 90% dei manager maschi è coniugato o convivente, infatti, la percentuale delle donne che si trovano nella stessa condizione scende al 73%. E mentre solo il 13,9% dei
dirigenti uomini non ha figli, tra le donne sono il 43% quelle che si considerano "obbligate" a non averne.
DISPARITA' ECONOMICHE - La disparità di trattamento si verifica, secondo l'inchiesta, anche a livello economico: le donne separate o single hanno infatti una retrubuzione alle colleghe coniugate o conviventi. «E lo stesso risultato si registra per le donne senza figli rispetto a quelle con figli». La retribuzione media del dirigente italiano è infatti di 95 mila euro lordi l'anno, ma per le dirigenti donne si ferma a 83.340. Le manager single riescono però ad andare oltre la media e a raggiungere i 92 mila, mentre quelle con figli o comunque coniugate non superano gli 81 mila.
SERVONO ASILI - Come è possibile, dunque, arrivare a condizioni di pari opportunità tra dirigenti dei due sessi? Il 75% delle donne interpellate ritiene che le difficoltà oggettive nel percorso di carriera siano legate alla quasi impossibile conciliazione tra impegni professionali e impegni famigliari. Dunque gli interventi dovrebbero essere mirati nella rimozione degli ostacoli con la creazione si strutture di supporto quali asili nido aziendali e assistenza domiciliare per figli minori e anziani. Provvedimenti, questi, già adottati da alcune grandi aziende, ma di difficile applicazione per le imprese medio-piccole che costituiscono la gran parte della realtà produttiva italiana.
L'IDENTIKIT - La ricerca traccia anche un identikit della donna manager italiana: ha un'età media di 45 anni, ed è arrivata al top della carriera a 38. Ha la laurea nel 70% dei casi e almeno 20 anni di lavoro alle spalle, di cui 10 da dirigente. Dati che contrastano con la realtà dei dirigenti maschi: per loro l'età media è di 50 anni e solo il 62% possiede una laurea.




Corriere della Sera, 06.12.05
Scontro aperto tra i poli sulla legge 194
Prodi: «Sull'aborto si fa propaganda»
Il presidente della Commissione, Palumbo: «Al lavoro anche a Natale».
Botta e risposta tra Casini e Fassino


ROMA - L'inchiesta sull'aborto continua a produrre scintille nel Palazzo. Il presidente della Commissione Affari Sociali, Giuseppe Palumbo di Forza Italia, assicura - intervistato da Corriere.it - che l'indagine sul funzionamento della legge 194 sarà rapidissima, come da raccomandazione di Casini. E che produrrà risultati in tempo per non intralciare l'inizio ufficiale della campagna elettorale. «Chiederemo agli onorevoli un sacrificio, di lavorare anche a Natale durante la pausa dei lavori parlamentari», spiega Palumbo che anticipa alcuni contenuti delle audizioni che - osserva - coinvolgeranno diversi soggetti e non si limiteranno al tema dei consultori ma accenderanno un faro anche sulla pillola abortiva, definita dall'onorevole azzurro «un'opportunità per le donne». Nel frattempo continua lo scontro a distanza tra Casini e il centrosinistra.
STOP ALLA PROPAGANDA - Sull'argomento è intervenuto lunedì anche Romano Prodi. Lo ha fatto non per contestare l'indagine conoscitiva sulla 194, ma il fatto che il centrodestra l'abbia promossa sul finale di legislatura, circostanza che dal Professore viene definita una «strumentalizzazione» «In questa decisione non c'è nulla di criticabile dal punto di vista del regolamento parlamentare. Più c'è conoscenza meglio è», ha scandito il Professore in una pausa dei lavori del seminario dell'Unione a San Martino in Campo. Quello che non gli piace è che un problema così delicato come quello trattato dalla legge 194 venga affrontato in una «commissione che durerá 5 minuti. Il fatto che si faccia alla fine della legislatura dà la misura su come ci sia una strumentalizzazione su un fatto tanto delicato, importante e serio. Una strumentalizzazione che andava evitata». Altra stoccata alla Cdl sulla presunta minaccia alla libertà religiosa: «Posso solo assicurare - ha dichiarato Prodi - che non è certamente il caso della nostra coalizione».
BOTTA E RISPOSTA - In precedenza era stato Piero Fassino ad andare giù duro. «E' stato sconcertante», ha sbottato il segretario dei Ds contro il presidente della Camera finito sotto una gragnuola di critiche e sospetti per il suo via libera all'indagine parlamentare. Accuse che Pier Ferdinando Casini ha giudicato ingenerose e viziate da «considerazioni politiche ed elettorali». «È sconcertante - è stata la sua replica a Fassino - quando la polemica politica prevale sull'oggettività dei fatti».

ATTO DOVUTO - «In questa legislatura, ho fatto i calcoli questa mattina, sono state chieste al presidente della Camera 68 commissioni di indagine, il presidente della Camera ha sempre dato il concerto: su 68 richieste, 68 sì. Per cui le polemiche sono evidentemente elettorali, strumentali da parte di chi le fa», si è ribellato la terza carica dello Stato.
«L'idea se fare o meno questa indagine - ha aggiunto Casini - è della Commissione. Può essere un'idea criticabile, ma il mio atto è praticamente un atto dovuto. Vorrei che tutti, lasciando perdere la campagna elettorale, guardassero all'evidenza: 68 richieste, 68 sì». «Sono sereno - ha concluso Casini - perché come al solito ho fatto il mio dovere. Del resto sono polemiche che non mi riguardano».
LE ACCUSE - Ma Fassino non ha mollato la presa e ha rincarato. «Peraltro - ha osservato il leader della Quercia - in queste settimane si fa finta di non sapere, e Casini come presidente della Camera lo deve sapere, che la legge 194 prevede che ogni anno il governo presenti al Parlamento una relazione sullo stato di attuazione della legge. Da poche settimane Storace ha inviato al Parlamento questa relazione. Allora perché non si discute dello strumento di verifica che è già previsto dalla legge e chi si inventa invece una Commissione dalla dubbia finalità e dalla equivoca efficacia? Siamo in presenza di un comportamento molto scorretto».


Le Scienze, 06.12.05
Un legame fra Alzheimer e sindrome di Down
I livelli elevati di mioinositolo risultano associati a una ridotta capacità cognitiva


Alcuni ricercatori dell'Istituto di Psichiatria del King’s College di Londra hanno identificato una molecola che potrebbe suggerire nuovi trattamenti per i pazienti con la sindrome di Down. Lo studio, pubblicato sulla rivista "Archives of General Psychiatry", ha rivelato che questi pazienti presentano livelli più elevati di mioinositolo nel cervello rispetto ai soggetti di controllo, e anche alti livelli di questa molecola sono associati con una ridotta capacità intellettiva.
Gli scienziati sospettano inoltre che i livelli elevati di mioinositolo possano svolgere un ruolo nella predisposizione dei pazienti con la sindrome di Down allo sviluppo prematuro del morbo di Alzheimer. La molecola, infatti, è nota come promotrice della formazione di placche amiloidi, una caratteristica dell'Alzheimer.
Una volta raggiunti i 40 anni di età, quasi tutti i pazienti con la sindrome di Down esibiscono le caratteristiche formazioni cerebrali del morbo di Alzheimer, anche se non tutti sviluppano la demenza. Secondo Declan Murphy, che ha guidato lo studio, "gli adulti con la sindrome di Down presentano nella regione ippocampale del cervello una concentrazione di mioinositolo significativamente più alta del normale. Questo incremento è associato con una ridotta capacità cognitiva. Stiamo ora effettuando ulteriori studi per vedere se è possibile ridurre terapeuticamente la concentrazione di mioinositolo: forse potrebbe rivelarsi un nuovo modo per trattare questa condizione".

Felix Beacher, Andy Simmons, Eileen Daly, Verinder Prasher, Claire Adams, Maria Luisa Margallo-Lana, Robin Morris, Simon Lovestone, Kieran Murph, Declan GM Murphy, "Hippocampal myo-inositol and cognitive ability in adults with Down Syndrome: an in vivo H-MRS study". Archives of General Psychiatry, Volume 63, No.12 (dicembre 2005).
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.


Le Scienze, 06.12.05
L'efficienza degli impianti cocleari
Possono restaurare alcune caratteristiche strutturali del nervo uditivo


Quando si tratta di ripristinare la funzionalità dell'udito, il tempismo è tutto. Gli impianti cocleari funzionano bene per i bambini con sordità congenita, o per gli adulti che hanno perso l'udito in tarda età, ma possono fare poco per gli adulti sordi dalla nascita. Ora alcuni ricercatori credono di aver scoperto il perché.
Gli apparecchi cocleari bypassano le cellule ciliate danneggiate nell'orecchio interno e stimolano direttamente i nervi uditivi. Ma perché sono più efficaci se impiantati in giovane età? La risposta potrebbe essere fornita dai gatti. Come gli esseri umani, infatti, i gatti congenitamente sordi presentano una struttura anomala del nervo uditivo, con le estremità nervose prive di gran parte delle vescicole sinaptiche che trasportano i trasmettitori chimici da una cellula all'altra. Le poche vescicole presenti, fra l'altro, sono malformate o eccessivamente grandi.
Per scoprire perché gli impianti cocleari sono più efficaci nei mammiferi giovani, il neuroscienziato David Ryugo del Center for Hearing and Balance della Johns Hopkins University di Baltimora e colleghi hanno impiantato i dispositivi in tre gattini di 3 mesi con sordità congenita. Dopo l'operazione, i ricercatori hanno fatto ascoltare ai gatti per tre mesi suoni ambientali e dialoghi in laboratorio. Per assicurarsi che gli impianti migliorassero l'udito dei gatti, gli scienziati hanno registrato le risposte neurali degli animali in seguito a stimolazione elettrica, un test standard che viene usato anche per i pazienti umani. Dopo il periodo di sperimentazione, gli scienziati hanno confrontato il cervello dei gatti trattati con quelli di tre gatti normali e di tre gatti sordi senza impianti. Hanno così scoperto che le strutture sinaptiche in un gruppo di fibre del nervo uditivo dei gatti normali e di quelli trattati erano indistinguibili fra loro. Ciò suggerisce che durante lo sviluppo del sistema nervoso è possibile fare "risorgere" queste sinapsi.
Lo studio, descritto sul numero del 2 novembre della rivista "Science", dimostra che l'impianto di questi dispositivi in giovane età può contribuire a preservare o a restaurare alcune caratteristiche strutturali fondamentali per l'udito. E che i benefici dell'inserzione di impianti cocleari possono essere superiori ai rischi delle operazioni chirurgiche nei bambini.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.



Corriere della Sera, 06.12.05
La ricerca sui neurotrasmettitori che influenzano la socialità e l’affettività
Drogati dall’amore
Gli stessi meccanismi chimici che producono dipendenza e assuefazione inducono la monogamia. Da uno studio sui topi


TALLAHASSEE (Florida) - «Amor è uno desio che ven da core» cantava Giacomo da Lentini, sbagliando. Oggi la scienza ribadisce che viene dal cervello e in particolare da un neurotrasmettitore, la dopamina. A dimostrarlo – spiega la BBC – sarebbe un animale assai poco poetico, un topo. Sì, siamo lontani anni luce dallo Stil Novo di Dante, e precisamente dentro i laboratori asettici della Florida State Univeristy. Qui un gruppo di scienziati ha scoperto che alla base dell’amore, e più specificamente della monogamia, soggiacciono gli stessi meccanismi chimici attivi nel tossicodipendente. Dal balcone di Giulietta al tunnel della droga il passo è dunque breve.
IL TOPOLINO MONOGAMO - La pietra dello scandalo è il Microtus ochrogaster, un topolino di campagna diffuso nel sud degli Stati Uniti che da tempo solletica le fantasie dei ricercatori a causa della sua ferrea, struggente fedeltà al partner. Una caratteristica presente anche nella razza umana, seppur in modo spesso vacillante, che deve aver suscitato l’interesse dell’uomo di scienza: perché per questi mammiferi è così facile l’amore eterno mentre noi siamo a combattere ogni giorno col suo fantasma?
EFFETTO DOPAMINA - Il topino, si è scoperto, ha dalla sua la dopamina. Ogni volta che l’animale maschio si accoppia con una partner, nel suo cervello - e precisamente in un’area che abbiamo anche noi umani, il nucleo accumbens - viene rilasciata della dopamina, il neurotrasmettitore della ricompensa, lo stesso che ci fa sentire bene quando mangiamo una tavoletta di cioccolata o ci iniettiamo una dose di eroina. Lo stesso che alimenta la dipendenza dalla fonte di piacere. La controprova è che bloccando nei roditori la proteina attivata dalla dopamina questi improvvisamente smettono di essere monogami. E anche per loro l’amore torna ad essere tragica illusione. Ecco dunque spiegata tanta fedeltà. Ed ecco individuato forse anche per noi il responsabile, anzi il colpevole, di centinaia d’anni di struggimenti, tormenti romantici, odi et amo dell’umana schiatta. Galeotto fu il neurotramettitore. Averlo saputo prima ci saremmo messi in fila ai Sert per la disintossicazione.
Carola Frediani

articoli 02/03.12.05

AdnKronos Salute, 02.12.05
Sant'Internet: quando il proselitismo si fa online
di Ignazio Ingrao

Francesco Diani, 46 anni, ex seminarista: otto anni fa ha lasciato l'incarico di dirigente d'azienda per dedicarsi a tempo pieno al censimento della Chiesa su internet
Con 10 mila siti esplode la spiritualità online. La parte del leone la fanno i siti parrocchiali (circa 2.400) e quelli di movimenti e associazioni (2.000), seguono gli ordini religiosi con oltre 1.200 siti. Mentre sacerdoti, teologi e suore scelgono i blog

I tempi cambiano e la Chiesa italiana sale sul pulpito elettronico per richiamare le pecorelle smarrite. Sono passati appena dieci anni dalla prima benedizione urbi et orbi di Giovanni Paolo II impartita via internet, a Natale 1995, e in questi giorni si festeggia un nuovo traguardo: sono 10 mila i siti cattolici italiani censiti e «certificati».
La parte del leone la fanno i siti parrocchiali (circa 2.400) e quelli di movimenti e associazioni (2.000), seguono gli ordini religiosi con oltre 1.200 siti. Sono 600 quelli di diocesi e istituzioni religiose e altrettanti quelli personali di sacerdoti, teologi, suore, singoli devoti, molti dei quali corredati da blog.
«Negli ultimi due anni abbiamo registrato il boom dei siti dedicati ai musei di arte sacra e alla musica religiosa» aggiunge Francesco Diani, 46 anni, ex seminarista, che otto anni fa ha lasciato l'incarico di dirigente d'azienda per dedicarsi a tempo pieno al censimento della Chiesa su internet.
E con l'aiuto di una speciale commissione dottrinale ha stilato anche una classifica dei siti più visitati, di quelli consigliati e di quelli da evitare (www.siticattolici.it).
I nomi dei portali religiosi più cliccati parlano da soli: Profeta, Totustuus, Noicattolici, La Parola, Korazym, Santiebeati.
Il record continua a detenerlo il portale della Santa Sede (www.vatican.va). Molti siti ospitano chat e forum a contenuto religioso dove si discorre di tutto, dai Vangeli al celibato dei preti.
E non mancano monaci e suore di clausura pronti a fare direzione spirituale online.
È stato anche lanciato il sondaggio su quale santo eleggere a patrono di internet: dopo un lungo testa a testa l'ha spuntata il beato Giacomo Alberione su San Giovanni Bosco.




Corriere della Sera, 02.12.05
Primo trapianto facciale. L'animo non muta

La Francia anticipa gli Usa: intervento su una donna di 36 anni sfigurata dai cani. È probabile che la nuova faccia si modelli sulla vecchia personalità, che questa si modelli sulla nuova faccia
Edoardo Boncinelli
Chi sono io? In che cosa mi identifico? Quale parte di me non è essenziale per la mia identità, e la posso perdere o sostituire senza smettere di essere io? E che cosa è essenziale per riconoscere come tale un'altra persona, compreso un figlio o l'innamorata/o? Domande che l'uomo di tanto in tanto si è posto.
Ma se le è poste in maniera, diciamo così, accademica e talvolta salottiera. Domande che oggi stanno divenendo sempre più attuali e pressanti, dal momento che il trapianto — o la restaurazione capitale — di intere parti del corpo umano stanno divenendo realtà.
In diverse occasioni mi è stato di fatto chiesto, con un tono più o meno apprensivo, se la sostituzione di questa o quella parte del corpo potrebbe alterare o tradire l’identità di chi subisce l’intervento. La risposta è sempre stata, per me, piuttosto facile. Per quale motivo la sostituzione di un rene, di una parte dell’intestino, del cuore o di parte del fegato dovrebbe incidere sulla mia o sull’altrui identità? Io sono io, con i miei ricordi, le mie preferenze e le mie avversioni, le mie spinte interiori e il complesso dei miei affetti. Che cosa c’entra in tutto questo il cuore—quello organico intendo — o un rene. Lo stesso discorso può valere per un dito, per un piede o per un braccio, mentre più complicato si fa il discorso quando si passa — e si passerà presto — a sostituire o riparare completamente qualcosa che ha a che fare con i sensi o con il sistema nervoso.
In questo caso il discorso deve essere un po’ più cauto. Buona parte della nostra identità si appoggia sulla nostra percezione della realtà e sulla sua elaborazione originale e personale operata dal nostro sistema nervoso. Quando si entra in questa sfera indubbiamente si comincia a entrare nella stanza più segreta del nostro io, nel sancta sanctorum della nostra identità. Certo non si può intaccare il grosso del nostro sistema nervoso centrale senza mettere in discussione dalle fondamenta la nostra identità.
Che dire allora della sostituzione completa della faccia, di cui si sta parlando in questi giorni? La faccia è la faccia. È la prima cosa che guardiamo osservandoci in uno specchio. È la prima cosa che guardiamo in un altro. È attraverso quella, e talvolta anche attraverso una piccola parte di quella, che riconosciamo gli altri. Per le persone che conosciamo poco è tutto, per le persone che conosciamo benissimo è il messaggio di benvenuto quotidiano. Conosco a mente il volto di mia moglie, ma ogni volta che lo vedo è un tuffo al cuore. Sono pervaso da un senso di gratitudine: Grazie al cielo lei è qui anche oggi. E con il suo volto. Ogni giorno un po’ nuovo, ogni giorno diversamente ricco, sempre centrato sulla mia immagine di lei e sempre nunzio della sua esistenza e peculiarità. Saprei amarla con un altro volto? «L’amore—dice Elena nel Sogno di una notte di mezz’estate di Shakespeare—non guarda con gli occhi, ma con l’animo». Una bella frase, indubbiamente, e forse anche una frase guida in questa circostanza. L’amore, l’affetto, il rispetto e la deferenza, ma anche l’antipatia e l’odio, si affiggono su un volto, anche perché noi uomini siamo esseri spiccatamente visuali e diamo alla vista un primato unico fra tutti i viventi. Ma se poco poco questi sentimenti si appoggiano su una qualche consuetudine, non amiamo o odiamo più un volto, ma una personalità, un’interezza che comprende certamente il volto ma non solo quello. Se è proprio necessario, se l’alternativa è l’inguardabilità e la non identità, penso che si possa tollerare come extrema ratio anche la sostituzione della faccia, considerando che questa è comunque in buona parte una sorta di plastilina deformabile e «informabile». Esistono anche le espressioni e quei piccoli e perfino impercettibili movimenti di una parte del volto che vogliono dire tanto e che a volte ci conquistano più di un colore o di una forma. È molto probabile che una faccia diciamo così «estranea» acquisti nel tempo le espressioni, i moti e i tic che appartenevano alla faccia originale e che provengono dalla personalità più profonda di chi portava quella e ora porta questa. È molto più probabile che la nuova faccia si modelli sulla vecchia personalità, che questa si modelli sulla nuova faccia. E tutto così ridiventerebbe nel tempo più normale, più usato, più consueto, più familiare. La forma prenderebbe così il sopravvento sulla materia e si affermerebbe come la vera essenza dell’io, mio e altrui.


Corriere della Sera, 03.12.05
Libertà e ragione l’unico passaporto
Amartya Sen

Lo scontro delle civiltà più pericoloso è negare le identità altrui deformando la propria. Per ammazzare i Tutsi si diceva alle reclute Hutu di dimenticare la comune origine africana e del Ruanda. Le scuole etniche o religiose che praticano l’odio si contrastano con un multiculturalismo fondato sulla libertà e la ragione. Così i bambini del futuro impareranno la comune storia delle civiltà
I fatti di violenza e le atrocità di questi ultimissimi anni hanno avviato un periodo non soltanto di conflitti spaventosi, ma anche di notevole confusione. La politica dello scontro globale viene spesso interpretata come corollario delle divisioni religiose o culturali del mondo. C’è la convinzione che la popolazione del pianeta possa essere divisa in categorie.
Categorie definite secondo un metodo di partizione al di sopra di tutto. Una visione a senso unico è un ottimo sistema per riuscire a non comprendere praticamente nessuno al mondo. Nelle nostre vite quotidiane, ci consideriamo membri di svariati gruppi. La stessa persona può essere cittadina britannica, originaria delle Indie Occidentali, d’ascendenza africana, musulmana, vegetariana, socialista, donna, amante del jazz, insegnante e matematica. Ciascuna di queste categorie le conferisce un'identità particolare; sta a lei decidere quale importanza relativa attribuire a ciascuna di queste affiliazioni, in ogni particolare contesto. Nella vita le responsabilità della scelta ragionata sono centrali.
Al contrario, la violenza è alimentata dal senso di priorità che viene data a una pretesa identità. Quando arruolavano gli Hutu per ammazzare i Tutsi, alle reclute potenziali veniva soltanto detto che erano Hutu («odiamo i Tutsi»), e non anche Kigaliani, Ruandesi, Africani ed esseri umani (identità che anche un Tutsi può condividere). Purtroppo, anche parecchi tentativi organizzati per fermare la violenza e il terrorismo hanno il difetto di una visione a senso unico. I tentativi di politicizzare l’Islam non sono venuti solo dai reclutatori di terroristi, maanche da quegli oppositori secondo cui l’identità islamica è l'unica identità di una persona musulmana. Questo ha davvero ingigantito il potere e la voce delle guide religiose, talvolta a spese della società civile.
I problemi globali hanno un effetto rilevante sulla politica interna della Gran Bretagna. Per molti versi, la Gran Bretagna ha avuto grandissimo successo nell’integrare persone di origini e retroterra differenti in confronto a certi altri Paesi europei. Le radici dell’integrazione possono essere trovate nei vari impegni per sostenere le opportunità e le libertà di tutti i residenti legali, immigrati come nativi. Il contributo forse più significativo, la cui importanza spesso non è sufficientemente riconosciuta, viene dalla concessione piena e immediata del diritto di voto a tutti i residenti britannici del Commonwealth, che costituiscono la maggior parte dell’immigrazione non-europea. Questa conquista è stata rafforzata da un trattamento largamente non discriminatorio nella sanità, nell’istruzione e nella sicurezza sociale: tutto ciò ha contribuito ad integrare piuttosto che a dividere.
Fin qui, tutto bene. Ma anche la Gran Bretagna è sempre più minacciata dal pericolo di una visione a senso unico, in particolare per quanto riguarda le religioni e le comunità. Una visione che sta guadagnando terreno anche nella politica ufficiale. Non si tratta di stabilire se il multiculturalismo sia andato «troppo oltre». Il punto è quale direzione debba prendere. Se cioè debba garantire alle persone la libertà di una scelta culturale invece di insistere sulla salvaguardia di un’identità definita dalla comunità religiosa di provenienza, ignorando tutte le altre priorità e affiliazioni.
L’attuale politica statale di promozione attiva delle nuove «scuole della fede» per bambini musulmani, hindu, sikh e anche cristiani non è problematica solo dal punto di vista educativo; incoraggia una percezione frammentata delle aspirazioni di vita dei nuovi cittadini inglesi. Molte tra queste nuove istituzioni sono state create proprio nel momento in cui l’importanza attribuita alla religione era diventata una delle principali fonti di violenza nel mondo. Si ripercorre una strada conosciuta dalla Gran Bretagna con la divisione tra Cattolici e Protestanti nell’Irlanda del Nord che fu causata anche da una scolarità segmentata.
Fa certamente bene il premier Tony Blair a notare che «in queste scuole c’è un senso fortissimo dell’etica e dei valori». Ma l’istruzione non consiste soltanto nel tenere i bambini, anche quelli molto piccoli, immersi in un’etica vecchia, ereditata. Consiste anche nell’aiutarli a sviluppare la capacità di ragionare sulle decisioni che dovranno prendere da adulti. Uno scopo ben più importante del raggiungimento di qualche parità stereotipata rispetto ai britannici.
Le azioni della gente sono influenzate da molte affiliazioni, non solo da quella religiosa. Per esempio, la separazione del Bangladesh dal Pakistan era collegata alla fedeltà manifestata alla lingua e alla letteratura bengalesi, assieme ad altre priorità laiche condivise da tutti gli schieramenti politici del Pakistan prima che il Paese fosse diviso. I musulmani del Bangladesh che vivono in Gran Bretagna o in qualsiasi altro posto possono benissimo essere orgogliosi della loro fede islamica, ma questa non offusca la dignità delle altre affiliazioni. Il multiculturalismo che pone l’accento su libertà e ragione va distinto dai «monoculturalismi plurimi» con rigida cementazione delle divisioni. Alle madrassa, le scuole religiose islamiche, può interessare poco il fatto che quando unmatematico moderno invoca un algoritmo per risolvere un problema di calcolo difficile, aiuta a commemorare il contributo laico del grande matematico musulmano del IX secolo Al-Khwarizmi, dal cui nome deriva quel termine («algebra» viene dal suo libro, Al Jabr wa-al-Muqabilah). Non esiste alcun motivo per cui i vecchi britannici, come i nuovi, non debbano celebrare questi grandi collegamenti. Il mondo non è una federazione di appartenenze etniche religiose. Né lo è, si spera, la Gran Bretagna.
(Traduzione di Laura Toschi)




Apcom, 03.12.05
E' stato lanciato nel corso del IV Congresso dell'Associazione Luca Coscioni, che ieri ha approvato la partecipazione alla Rosa nel pugno, un manifesto politico firmato da alcuni tra i maggiori professori, ricercatori e scienziati italiani a favore della sperimentazione e della libertà di cura su questioni come la ricerca sulle cellule staminali embrionali, l'accesso alla fecondazione assistita per le coppie portatrici di malattie genetiche, la pillola abortiva RU486, la terapia del dolore, la cannabis terapeutica e il ricorso all'eutanasia.
Tra i firmatari: Mauro Barni, Elena Cattaneo, Gilberto Corbellini, Giulio Cossu, Carlo Flamigni, Antonino Forabosco, Luca Gianaroli, Demetrio Neri, Piergiorgio Strata.
Secondo questo Manifesto "la libertà di ricerca scientifica è obiettivo irrinunciabile di uno stato di diritto democratico e laico. In Italia, purtroppo, tale libertà viene costantemente violata e condizionata attraverso leggi e scelte politiche ispirate da pregiudizi ideologici e dogmi religiosi".
Gli scienziati con il loro Manifesto intendono rivolgersi "ai responsabili politici e istituzionali di ogni partito e schieramento, e in particolare a coloro che in occasione delle imminenti elezioni politiche 2006 si candideranno a governare il nostro Paese, affinché - si legge nel manifsto - si impegnino da subito davanti alle elettrici e elettori italiani per consentire la ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali finalizzata alla comprensione e alla cura di malattie che colpiscono centinaia di milioni di persone nel mondo"
E' necessario continuano "garantire la libertà terapeutica, affidata al rapporto tra medico e paziente, nella effettiva somministrazione di farmaci ampiamente testati e autorizzati in tutti i Paesi civili, ma ostacolati (e in alcuni casi proibiti) nel nostro Paese, quali: pillola abortiva RU486, cannabis terapeutica,trattamenti farmacologici per i cittadini tossicodipendenti e oppioidi per il trattamento del dolore".
E infine secondo gli scienziati italiani è necessario "consentire autonomia e responsabilità individuale nelle scelte relative alla fine della vita, innanzitutto per abbattere il fenomeno dell'eutanasia clandestina attraverso il rispetto della volontà individuale liberamente e inequivocabilmente espressa, anche attraverso il riconoscimento delle direttive anticipate di trattamento e forme di regolamentazione dell'eutanasia sul modello olandese, belga, svizzero o secondo l'orientamento che sta assumendo anche il parlamento britannico".



Adnskronos Salute, 03.12.05
FECONDAZIONE: STUDIO, DOPO LEGGE 40 MENO 10% GRAVIDANZE
Cresce, intanto, il numero di coppie italiane che si recano all'estero per sottoporsi alle tecniche di procreazione medicalmente assistita, senza dover 'sottostare' alle regole, per molti troppo restrittive, della legge 40. ''Ma la scelta del 'turismo procreativo' non è giustificata, nella maggior parte dei casi, da livelli qualitativi superiori - sottolinea Mauro Schimberni, del dipartimento di Scienze ginecologiche, perinatologia e puericultura dell'università La Sapienza di Roma - anzi, una coppia su cinque affronta inutilmente estenuanti trasferte. Questo soprattutto quando ci si sottopone a cicli di fecondazione 'gold standard', cioè di altissima qualità, possibili anche in Italia. Oltre ai costi economici e allo stress psicologico di chi cerca la gravidanza oltralpe, non sempre si ricevono cure di maggior successo''. Gli aspiranti genitori vanno principalmente in Svizzera, Belgio e Spagna, ma, a sorpresa, anche in Tunisia e Albania. ( ... )





LIBRI
Se il disagio si esprime nel corpo
Laura Dalla Ragione
La casa delle bambine che non mangiano. Identità e nuovi disturbi del comportamento alimentare
Il Pensiero Scientifico Editore, 2005
pp. 158, €16,00
Ordina su Ibs


Quello del comportamento dell'alimentazione è un disturbo "patoplastico", adattabile, flessibile ai decorsi storici. In altre parole l'attenzione esasperata all'immagine del corpo, da parte per esempio degli anoressici, il loro culto della magrezza, non è "la causa" della loro malattia ma piuttosto la forma attraverso cui un malessere profondo, grave, e strutturale si esprime e cerca di risolversi. In altre epoche le strade sarebbero state diverse, avrebbero portato a forme depressive o nevrotiche, a stati isterici o ansiosi, oggi invece che l'immagine della donna è al centro di messaggi pressanti e a volte contraddittori, il disagio si esprime nel corpo. "Anoressia e bulimia appaiono legate a valori e conflitti specifici della cultura occidentale, connessi in particolare alla costruzione dell'identità femminile e al ruolo familiare e sociale della donna", scrive Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, responsabile di "Palazzo Francisci" a Todi, l'unica struttura pubblica sul territorio italiano che accoglie questo tipo di pazienti, nel libro in cui descrive la sua esperienza.
Ad aumentare la difficoltà di chi è chiamato a intervenire c'è la comparsa sempre più frequente di disturbi mutanti, come dei virus, di forme di disordini alimentari difficilmente inquadrabili all'interno di una definizione. Tanto che l'ultima versione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali riporta una nuova categoria, quella dei "disturbi del comportamento alimentare non altrimenti specificati". Tra anoressia e bulimia quindi si distendono tutta una serie di manifestazioni divise solo da una soglia quantitativa lungo una scala di severità clinica. Il caso da manuale è sempre più una rarità, e le forme ibride allungano le liste di attesa nei centri specialistici.
Palazzo Francisci rappresenta quindi una particolarità, che presto verrà "copiata" anche in Basilicata. Forte, infatti, è il bisogno di residenze del genere: dal momento dell'apertura nel maggio 2003 sono state ricoverate 230 persone, di cui la metà provenienti dall'Umbria, mentre l'altra metà da tutta Italia, in prima battuta da Toscana, Lazio, Marche, dove sono presenti strutture ambulatoriali ma sono assenti strutture residenziali di cura. Il bacino di utenza si è poi allargato al Sud dell'Italia, particolarmente Sicilia e Puglia, dove i pazienti non possono fare affidamento neanche su un ambulatorio dedicati e la situazione si può definire davvero drammatica.
Il modello di cura della Residenza umbra, ben spiegato nelle pagine del libro, è complessivo: garantisce un lavoro di tipo psicoterapico, un attento monitoraggio nutrizionale, e un lavoro con la famiglia della paziente, tanto più necessario quanto più la paziente è giovane. Sull'efficacia terapeutica tutti gli studi più recenti concordano con la maggiore capacità di cura di un trattamento combinato psicologico, nutrizionale, familiare, di un attacco congiunto e sistematico alla patologia, che aggredisca ed eroda su più fronti i fondamenti del disturbo. Nessuno spazio invece per psicofarmaci, sia per motivi etici - la maggioranza delle ospiti è minorenne - sia perché sono deboli secondo i professionisti di Palazzo Francisci le prove di un effettivo vantaggio terapeutico.
Prima che di una terapia le bambine, ragazze, giovani donne descritte in questa pagine sono in cerca di un'identità e di un luogo a cui appartenere. Un luogo che a Todi riescono a costruire e ad amare.
Letizia Gabaglio


Repubblica.it, 03.12.05
Sempre più psichiatri per chi non riesce a staccarsi dalla rete
"E' un problema grave come quello della droga o dell'alcol"
Depresso, solo e abbracciato al pc l'identikit dell'internet-dipendente
Su 189 milioni di utenti americani i "malati" sarebbero
tra il 6 e il 9% Ma non tutti gli esperti sono d'accordo


ROMA - Hanno difficoltà a relazionarsi, provano un forte senso d'attaccamento al computer, mentono su quante ore passano online, spesso sono sovrappeso. E ancora: in alcuni casi sono depressi o ansiosi, hanno frequenti dolori alla schiena e non coltivano hobby e interessi al di fuori della rete. E' questo l'identikit, forse impietoso, dell'internet-dipendente tracciato una corrente di psichiatri americani. Quella che sostiene il costante aumento di questa nuova patologia mentale il cui nome completo è "Internet addiction disorder".
Uno dei medici specializzati in questo tipo di cure, il dottor Cash di Redmond (la città sede di Microsoft), sostiene che gli internet-addicted americani sono tra il 6 e il 9% del totale dei 189 milioni di utenti, e che questa forma di dipendenza non è assolutamente da sottovalutare. Anzi, è grave quanto quella da droga e alcol. Non a caso molti dei metodi utilizzati per combattere questa patologia, come le terapie di gruppo, sono simili a quelli utilizzati per curare gli altri tipi di dipendenza.
Ma accanto a questi allarmi c'è il forte scetticismo nel mondo accademico. La maggioranza degli psichaitri, infatti, non non ritiene assolutamente grave questa patologia poiché non ha ripercussioni nel mondo reale. A questi il dottor Cash risponde argomentando che dall'internet-dipendenza discendono altre forme di ossessioni compulsive, come quella per la pornografia o il gioco d'azzardo online. E che hanno, queste sì, conseguenze da non sottovalutare sul piano familiare.
Sempre secondo gli psichiatri convinti dell'esistenza di questa 'malattia' da rete, i pericoli non vengono solo dal computer. Ci sono anche i nuovi gadget tecnologici come BlackBerry, smartphone e palmari di nuova generazione, visto che allargano le condizioni di questa dipendenza anche alla connessione in rete in mobilità. Per questo il dottor Zehr, del Proctor Hospital di Peoria, afferma: "Non credo proprio che il trend di questo nuovo tipo di dipendenza si fermerà, anzi penso proprio che sarà sempre più marcato".
Le tesi degli psichiatri però non si fermano qui: molti sostengono che anche tecnologie come i telefoni cellulari, gli sms e i programmi di instant messaging provochino dipendenza e possano avere conseguenze negative nella vita di chi ne abusa, specialmente se ragazzi. E portare - anche qui - a forti deficit di attenzione e a difficoltà di socializzazio


Repubblica.it, 30.11.05
Psicologi britannici dimostrano con una ricerca su 425 soggetti
che le persone creative hanno una più intensa vita sessuale
E' l'artista il vero Don Giovanni
L'arma segreta è la creatività


ROMA - Essere artisti dalla spiccata creatività può significare avere un numero doppio di partner sessuali. Quello che in molti avevano intuito leggendo le biografie di celebri poeti e pittori, ora secondo un gruppo di psicologi dell'università inglese di Newcastle è anche una verità scientifica. I ricercatori hanno preso in esame in particolare la vita sentimentale di Pablo Picasso, Lord Byron and Dylan Thomas, giungendo alla conclusione che le loro capacità artistiche agivano sulle donne come un magnete sessuale.
Per realizzare il loro studio gli piscologi Daniel Nettle e Helen Clegg hanno intervistato 452 cittadini britannici di entrambi i sessi, compresi artisti professionisti, poeti e pazienti affetti da schizofrenia, facendo domande sulla loro attività creativa, sulla loro attività sessuale e la loro salute mentale. Alla fine sono giunti alla conclusione, pubblicata sulla rivista The Proceedings of the Royal Society, che artisti e poeti hanno mediamente dai 4 ai 10 partner sessuali, contro i tre delle persone "comuni". Risultato che vale tanto per gli uomini quanto per le donne.
"E' possibile - ha commentato il dottor Nettle - che le persone molto creative conducendo una vita in stile bohemian, agiscano maggiormente sulla base di impulsi sessuali, spesso semplicemente per arricchire il loro campo di esperienze". Un tipo di condotta di vita che secondo Nettle è ben esemplificato da tre artisti come Picasso, Byron e Thomas "famosi per la loro pittura o la loro poesia, ma anche per il fascino che esercitavano sulle donne".
Quali i motivi di tanto successo? Gli psicologi si spingono in varie interpretazioni dei risultati. In primis, arte è un po' follia e questo è un connubio che affascina circondando l'individuo di un'aureola di mistero che diventa il suo asso nella manica, magari supplendo a qualche carenza nell'aspetto fisico. L'artista eccentrico è proiettato al centro dell'attenzione e spicca anche se non ha il corpo scolpito.
D'altra parte però, questa maggiore facilità di rapporti potrebbe semplicemente essere parte di un copione o di stile di vita: il creativo è lontano dagli schemi usuali che di solito sono legati al rapporto di coppia, frequenta ambienti più libertini e quindi ha semplicemente maggiori possibilità di incontri. Inoltre può essere anche meramente più incline a trasmettere questa immagine di sé, cioè a tener vivo lo stereotipo. Viceversa un individuo "medio" tende a non osannare le "scappatelle" perché da lui ci si aspetta maggiore serietà e fedeltà col partner.
E gli psicologi azzardano anche una ragione evoluzionistica del fatto che menti al limite tra salute e follia, o anche personalità tendenzialmente schizofreniche non siano state falcidiate dall'accetta della selezione naturale del più "sano": la loro verve e, quindi, il loro successo sessuale gli avrebbero garantito di perpetuare le basi del disturbo psichico.




L'Unità online e MicroMega, 03.12.05
A chi appartiene la tua vita?
di Paolo Flores D'Arcais

A chi appartiene la tua vita? La stessa formulazione grammaticale e sintattica tradisce l'assurdità della domanda. Per essere tua, la tua vita non può appartenere che a te. Se appartiene ad altri non è più tua, e tu sei semplicemente lo schiavo di colui, o coloro, cui la 'tua' vita appartiene. La risposta alla domanda 'a chi appartiene la tua vita?' non può essere, dunque, che ovvia e scontata. Nella lingua italiana, una domanda la cui risposta è scontata si definisce domanda retorica.
Eppure, dare nei fatti la risposta ovvia e scontata a questa domanda retorica può costare, in Italia, fino a quindici anni di carcere. Tale è la pena massima prevista per il reato di assistenza al suicidio. Se io, tu, lui, lei, vogliono decidere sulla propria vita, e considerandola ormai non più esistenza ma tortura, mero bios di sofferenza inenarrabile, decidono di porvi fine, e in questa decisione chiedono l'aiuto della persona più cara (solo un amore davvero grande sa dare un tale tragico aiuto, sa rispettare fino all'estremo l'autonomia della persona amata, sa sacrificare il proprio egoismo, che spinge a tenere la persona amata comunque in 'vita', anche contro la sua volontà), questa persona dovrà scegliere: o condannare la persona amata al prolungamento della tortura cui la sua 'vita' è ridotta (e se sia insopportabile tortura o meno, solo chi vive la propria sofferenza ha titolo per pronunciarsi) o spingere il proprio amore fino a fornire l'aiuto richiesto. E - in aggiunta al dolore della perdita più cara - rischiare quindici anni di carcere.

Il nostro civilissimo mondo, insomma, non prende affatto sul serio (a parte la veramente civile Olanda) che la tua vita appartiene a te (appartiene: non uso il congiuntivo pour cause), presupposto di ogni tua altra libertà. Nel nostro civilissimo mondo la tua vita appartiene allo Stato e alla Chiesa. Cioè ad altri uomini come te, mortali e fallibili come te, e che mai accetterebbero che sulla loro vita decidessi tu, ma che sulla tua vita si arrogano la sovranità ultima e suprema. Per il 'tuo' bene, ça va sans dire, cioè per il loro bisogno (il loro 'bene'!) di imporre la loro ideologia anche a te che la rifiuti, e riguardo a ciò che ti è esistenzialmente (cioè essenzialmente) più proprio.

Questa pretesa, un tempo, si chiamava totalitarismo. Non ha nessun senso, infatti, replicare che la vita non appartiene a chi la vive ma è un dono di Dio. A parte la circostanza che un dono che non si può rifiutare non è più un dono ma una condanna (una 'condanna a vita' è non a caso l'espressione che si usa per l'ergastolo, non per la democratica 'ricerca della felicità' che la Costituzione americana mette tra i diritti umani imprescrittibili). Se la tua vita non appartiene a te, infatti, appartiene inevitabilmente a qualcun altro, in carne e ossa come te, mortale e fallibile come te. E prepotente su di te.

Cosa significa, infatti, che la vita non appartiene a chi la vive ma appartiene a Dio? A quale Dio? Al Dio di chi lo invoca per decidere sulla tua vita, evidentemente. Ma il suo Dio può non essere il tuo Dio. E il tuo e il suo possano essere lo stesso Dio, ma l'interpretazione della sua parola può essere agli antipodi tra voi che pure lo invocate entrambi (a proposito di suicidio assistito è quanto accade tra cristiani valdesi e cristiani della gerarchia cattolica). Oppure il suo Dio è per te solo flatus vocis, creazione cangiante delle culture umane, poiché il tuo umanesimo radicale non contempla Dio come creatore e la sua parola (sempre pronunciata da un uomo, mortale e fallibile come te, sia esso Profeta o Pontefice) come legge. E in una democrazia il credente e il non credente e il diversamente credente hanno gli stessi diritti.

Ma il primo dei diritti, anzi il meta-diritto che rende possibile qualsiasi altro diritto, è il diritto alla vita, alla propria vita, non alla 'ideologia della vita' di qualcuno. Se in nome di una ideologia 'altruistica' qualcuno volesse porre fine alle tue sofferenze, grideresti giustamente all'orrore: la tua vita appartiene a te (o al Dio che tu hai scelto, il che è equivalente). Eppure, in nome della tua ideologia, vuoi imporre la tortura a chi invece non vuole subirla perché non la considera più 'vita'. Vuoi dunque espropriarlo della sua vita, e della decisione ultima e più propria.

Eppure a scuola leggiamo classici dove farsi uccidere (da uno schiavo, o da un amico) è sublime eroismo, eppure al cinema impariamo che lasciare il commilitone atrocemente ferito e impossibilitato alla fuga, anziché esaudire la sua invocazione al colpo di grazia, sarebbe atroce sadismo, e sadismo sarebbe non equipaggiare di pasticca al cianuro l'agente paracadutato oltre le linee, che rischia, con la cattura, la tortura. Eppure, nessuno ha voluto condannare la decisione dei medici di un ospedale di New Orleans di sopprimere con la morfina malati terminali che sarebbero stati abbandonati (e anzi nessuno ha voluto più parlare dell'episodio, e meno che mai perseguire i medici).

Perché in realtà siamo tutti perfettamente consapevoli che se non si può invocare la sovrana volontà di Dio (e non si può, se non in una teocrazia totalitaria) non resta più un solo argomento per sanzionare penalmente il suicidio assistito, cioè la decisione di chi non vuole più scegliere la tortura anziché la morte. Di questo su MicroMega abbiamo scritto da tempo (sul numero 2/97, e 1/99, e infine - in dialogo con il cardinal Tettamanzi - sul numero 1/2001). Ogni cittadino che scelga il primato dell'uomo in carne ed ossa contro le sopraffazioni totalitarie dell'ideologia (teocratica o meno) deve dunque ringraziare il professor Veronesi, che con il suo libro sull'eutanasia, cioè contro la tortura di Stato e di Chiesa, costringe l'omertà del pensiero unico a venire allo scoperto. Il suo è un libro dalla parte della vita, poiché è purtroppo parte della vita la possibilità di una condanna a morte non preceduta da reato alcuno, e accompagnata da tortura insopportabile. E sarà difficile accusare il clinico italiano forse più famoso nel mondo (e famoso per aver salvato infinite vite) di voler replicare gli orrori nazisti (si è sentita anche questa, e senza vergogna), di voler diffondere una cultura omicida, o anche solo di voler banalizzare la morte.
[Il presente articolo di Paolo Flores d’Arcais apre il numero in uscita di MicroMega]




Liberazione, 03.12.05
Proposta ai Ds: scambiate Turco con Prestigiacomo (e Pininfarina con un metalmeccanico...)

Stefania Prestigiacomo, ministra ed esponente di spicco di Forza Italia, ha proposto, in una intervista a “Repubblica”, di distribuire gratuitamente i preservativi. E’ una buona idea, sia per combattere l’Aids, sia contro le gravidanze non volute. Con queste dichiarazioni, però, la ministra Prestigiacomo ha fatto infuriare le gerarchie ecclesiastiche. Perché il Vaticano - da sempre, e per motivi misteriosi - è contrario, fermamente contrario all’uso del preservativo. E se ne infischia un po’ del fatto che il mancato uso del preservativo aiuti in modo robusto la diffusione dell’Aids tra milioni di donne, uomini e bambini, in Africa e in America latina, e sospinga anche, in modo altrettanto robusto, l’aumento incontrollato della popolazione nei paesi poveri, e quindi l’aumento della carestia, della fame, della sete, della morte. Livia Turco, ex ministra, esponente di spicco dei Ds, ha proposto invece un assegno che premi la gravidanza e induca ad evitare l’abor- to. Badate bene, l’assegno dura solo finché la donna è incinta, poi, quando nasce il bambino - e il rischio di aborto è evitato - l’assegno scompare: il bambino si arrangi. Cantava De Andrè: “Poi la voglia sparisce e il figlio rimane, e tanti ne uccide la fame... ”. La proposta di Livia Turco non ha fatto arrabbiare per niente il Vaticano, che anzi ne è entusiasta. Al Vaticano pare che sia un’ottima idea ricattare le donne, con un po’ di soldi, perché siano fedeli alla dottrina cattolica e rinuncino ad abortire. L’idea di Livia Turco è anche molto piaciuta al ministro Francesco Storace. Logico che gli sia piaciuta: Storace è un feroce anti - abortista. Storace è di destra, come Stefania Prestigiacomo. Stefania Prestigiacomo ha detto che l’aborto non si tocca. Lo hanno detto anche molte deputate diessine (come Gloria Buffo, Katia Zanotti, Grazia Labate) che si sono mostrate un po’ sgomente per l’idea della loro compagna di partito Livia Turco. Ora a noi viene una idea. Per evitare che la politica italiana sia così confusa, e che si accendano lotte fratricide nei partiti, e che la gente vada alle urne per votare contro i preti e si trovi ad eleggere un deputato/ a “ruinista”, o viceversa che vada a votare con spirito clerico-fascista (come si diceva una volta) e finisca per fare eleggere Prestigiacomo, per evitare tutto questo noi proponiamo una semplice misura: lo scambio. I Ds potrebbero cedere Livia Turco in cambio di Prestigiacomo. Alla pari, senza conguagli. Poi si potrebbero fare moltissimi altri scambi (evitiamo l’elenco, sennò si arrabbia troppa gente con noi: Livia ormai è già arrabbiata, perché da un mese l’attacchiamo un giorno si e uno no, e quindi è meglio prendersela solo con lei...). Però, alla fine degli scambi le cose sarebbero più chiare, in tanti campi. Magari anche in campo economico. Per esempio si potrebbe evitare la figuraccia di trovarsi Pininfarina, Confindustria, che parla contro i metalmeccanici alla conferenza dei ds proprio nel giorno dello sciopero generale dei metalmeccanici.




Liberazione, 03.12.05
Ruini, versione soft. Darwin si salva
di Fulvio Fania

Don Camillo cambia marcia, non direzione. Ieri il cardinale Ruini ha introdotto il VII Forum del “Progetto culturale” della Cei. I cardini del suo discorso restano immutati ma ci si prepara ad una lunga marcia. Il ragionamento di fondo è ormai noto. Secondo il cardinale Ruini, «l’anima cattolica» dell’Italia è emersa più forte di quanto si pensasse nella grande emozione per la morte di Wojtyla e nell’astensione al referendum. La Chiesa, osserva ancora il porporato, ha incontrato una parte dei laici, i vari Pera o Ferrara, ma nel frattempo si è «aperta una non desiderabile fase di tensione» con tutta un’altra parte. Il conflitto Stato-Chiesa, più che «il contenzioso classico» - come il Concordato - riguarda il concetto stesso di laicità e ciò dipenderebbe dal fatto che «stanno emergendo in maniera prepotente le questioni della soggettività personale». Si propone in termini nuovi il tema dell’etica pubblica. Una volta la morale civile e quella cristiana coincidevano largamente, perciò si poteva fare “come se Dio non esistesse”, oggi invece la coincidenza è saltata e la religione non può essere separata dalla vita pubblica. Ha dunque ragione Ratzinger a chiedere alle democrazie di regolarsi “come se Dio esistesse” per tutti. Nella descrizione di Ruini da un lato ci sono fautori del «criterio relativistico», dall’altro quelli di «un’etica d’ispirazione cristiana o di altra matrice religiosa». Ad una razionalità scientifica che pretende di trasformarsi in concezione antropologica ed esclude «le questioni del bene e del male» si contrappone l’incalzante riemergere di grandi interrogativi sull’uomo e sulla vita. A parte la discutibile equazione tra ispirazione cristiana e umanesimo in generale, ciò che conta è la previsione di Ruini: questo conflitto «si protrarrà assai a lungo» e troverà sempre nuovi argomenti di scontro. Ne sappiamo già qualcosa e certo la Cei ci ha messo del suo. Ma ecco che il cardinale fa il buono: «Superiamo a livello pratico - questa è la sua “proposta” - la contrapposizione tra sostenitori e avversari dell’approccio relativistico», prepariamoci «tutti» a rispettare gli esiti democratici del confronto senza «accusarci reciprocamente di oltranzismo antidemocratico». Pronti ad andare in minoranza, benché il termine sia stato bandito dal glossario Cei fin dal giorno in cui lo stesso Ruini si lasciò scappare che il cattolicesimo è ormai minoritario. L’importante per la Chiesa – lascia intendere il cardinale - è che l’etica religiosa penetri e si stabilisca nel campo delle scelte pubbliche. Il resto verrà da sé. Ammesso e non concesso - ma questo pensiero è nostro – che quanti vi si oppongono accettino di essere bollati come relativisti incalliti. Il Ruini del “Forum” vola alto sopra la contingenza politica. E’ solito comportarsi così: quando parla ai Consigli Cei passa in rassegna l’agenda parlamentare e appone un calcolato aggettivo su ogni aspetto; quando invece introduce i convegni pensa alla strategia più che alla tattica, come si direbbe in un linguaggio che appartiene a Peppone più che a Camillo. Stavolta però il presidente dei vescovi aveva qualche altro motivo per mantenersi su altri livelli. Il primo è appunto la lunga marcia che la Chiesa di Ratzinger ha intrapreso. Non c’è più la figura “pastorale” di Wojtyla, ora la battaglia per la “Verità” si combatte sul piano delle visioni antropologiche e dell’etica pubblica. Seconda ragione: i vescovi - lo ha riconosciuto il segretario Cei Giuseppe Betori - cominciano a temere una sovraesposizione politica. Molti cattolici se ne lamentano e di questo passo si finisce a parlar di otto per mille e Concordato. Bisogna moltiplicare le voci fuori dal clero. Non è bastato mobilitare i movimenti cattolici nel comitato anti-referendario per ridare fiato al laicato. Il direttore di “Avvenire” Dino Boffo, non sospettabile di contraddire il cardinale, ha detto ieri che i cattolici hanno praticato poco il «discernimento» con laicità e che non devono esserci solo le prolusioni del cardinale. Terza ragione: il rapporto con la scienza, che per Ruini sarà la protagonista del futuro insieme alla fede. Molte pagine della sua relazione sono dedicate all’evoluzionismo. Non la pensa come i creazionisti e i teo-con americani, nemmeno evidentemente come il cardinale Schönborn. Ricorda infatti che Giovanni Paolo II riconobbe all’evoluzionismo il rango di «teoria», non «mera ipotesi». «Non è certo il caso - afferma - di fare passi indietro». Piuttosto - prosegue - bisogna stare attenti all’ateismo che fa dell’evoluzione una filosofia e con ciò nega un’Intelligenza creatrice. Ma cade nello stesso «sconfinamento» anche chi attribuire alla ricerca scientifica l’obiettivo opposto. Ora che si tratta di fecondazione, di clonazione e di cento altre questioni bioetiche forse è inopportuno lasciare aperti troppi fronti con la scienza; meglio chiuderne qualcuno.




Liberazione, 03.12.05
«Distribuiamo preservativi gratis», propone la ministra. E Storace: «Ma che dice? Meglio i vaccini»
Aborto, il dibattito si fa trasversale. Storace contro Prestigiacomo. E Bondi appoggia Bindi

di Castalda Musacchio

Certo il discorso è più complesso». E’ Tiziana Valpiana (deputata Prc) a inserirsi nell’ultima polemica aperta sul fronte abortista. Ad averla sollevata ieri con una specie di provocazione è niente di meno che il ministro per le pari opportunità Stefania Prestigiacomo (Lega). Sì, proprio lei, la “ministra” delle quote rosa. «Molte donne lo fanno per ragioni di salute, moltissime sono immigrate. E poi ci sono le giovanissime che conducono una vita sessuale da adulte senza conoscere la contraccezione. Anche perché‚ di questi tempi non si parla più di preservativi, ad esempio. Farei una campagna dandoli gratuitamente». E’ proprio così, con un’intervista rilasciata a “Repubblica”, che il ministro leghista ha aperto all’ultimo infuocato dibattito su un tema quanto mai dirimente, l’aborto e la 194, al centro dell’attuale polemica politica. Una polemica che di fatto è diventata assolutamente trasversale all’interno degli opposti schieramenti. Non è un caso che se da un lato sono le dichiarazioni di Livia Turco che a spron battuto torna a difendere l’emendamento “evita aborto” a trovare guarda caso sostegno nella maggioranza, sono quelle della Prestigiacomo a tirarsi addosso l’ira funesta del centrodestra. Certo i “distinguo” sono d’obbligo. Eppure al termine di una giornata convul- sa il dibattito ha assunto toni quanto meno fuorvianti. Come non prescindere del resto da questa annotazione? Che dire di Storace e di Volonté o dello stesso La Loggia che vorrebbero quanto meno mettere il bavaglio a questa donna che a dire poco straparla? «Io? I soldi dello Stato - tuona Storace - vorrei spenderli in vaccini, che è la cosa più importante, altro che preservativi...». E Volonté, il presidente dei deputati Udc, dal canto suo non ci va giù meno duro. «La proposta di Prestigiacomo? Non ha alcun fondamento. Sarebbe ora di finirla con queste ”boutade“ ». Al contrario dal ministro Volonté si attende «una forte campagna mediatica sul “parto in anonimato”. Gli italiani sanno bene dove lasciare un cucciolo di cane, meno, molto meno conoscono la norma sui neonati lasciati in ospedale. Tutti temi e impegni sui quali una parola e un impegno anche di Rutelli sarebbe auspicabile». E La Loggia? Il collega di partito del ministro non è da meno. Il suo commento è lapidario sintetico e ”oscurantista“ quanto basta. «La mia posizione rimane quella espressa da tempo, vale a dire quella della Cei che punta sul lavoro di prevenzione» il che vuol dire se non si fosse capito «evitare rapporti a rischio fuori dal luogo naturale della coppia ». Alla fine, l’unico animo laico del centrodestra pare proprio essere Giorgio La Malfa, il ministro per le politiche comunitarie che nonostante un cauto «non sono esperto della materia» alla fine dice «a me sembra una buona idea». «Il discorso francamente - nota Valpiana (Prc) - personalmente mi sembra più complesso. L’educazione sessuale è un diritto che va tutelato come il resto della salute. E ne fa parte l’educazione nelle scuole, la politica nei consultori e quindi il loro rifinanziamento, così come è vero e sacrosanto che la prevenzione dovrebbe essere gratuita perché tutela una diritto basilare. Insomma - sottolinea – preservativi gratis va bene ma non si può dimenticare di inserirli all’interno di una reale programmazione politica». Sul fronte opposto, guarda caso, alla Turco che «chiede rispetto da parte del quotidiano “Liberazione”» e alla Bindi vanno niente di meno che gli applausi del forzista Bondi. «La proposta di Livia Turco e Rosy Bindi - afferma il coordinatore “azzurro” – va guardata con favore e interesse ». Così come la stessa piace ad An che promuove il cosiddetto “bonus maternità” dei Ds e della Margherita. «An - dice il ministro – dà una valutazione positiva del “bonus maternità” dell’opposizione perché si tratta di un rafforzativo della politica cominciata dalla maggioranza». La stessa che affila le armi ed è pronta a sostenere a spadatratta l’indagine conoscitiva sulla legge 194 voluta fortemente dai centristi contro il parere delle opposizioni. Ad essere pronta è già una lista informale delle audizioni per l’indagine. Ad essere ascoltati per primi saranno - e come non poteva essere altrimenti - i rappresentanti del movimento per la vita, del forum delle famiglie e dell’Aied, oltre che il ministro della Salute e le regioni. «Il tempo è poco - dice Francesca Martini, membro della Lega in commissione - e bisogna ottimizzarlo ». Anche se resta tutta l’assurdità oltre che dal punto di vista politico e ideologico di un’indagine da fare in poco meno di tre settimane e al termine di legislatura. Dal canto suo Cesa, il paladino centrista che attendeva il via libera all’indagine da parte di Rutelli proprio ieri ha ricevuto dal leader Dl una risposta negativa. Una risposta – non ha mancato di replicare il segretario Udc - a dir poco deludente. Sta di fatto che il dibattito ha assunto toni da vera crociata. E ad accorgersene è stato infine il presidente Casini che al decimo congresso del movimento cristiano dei lavoratori ha rilanciato una ferma opposizione «a guerre di religione sulle spalle delle donne». Ogni strumentalizzazione - ha ribadito Casini - è assolutamente inaccettabile ma sta di fatto che nei consultori preferirebbe mettere a sorveglianza i paladini del movimento per la vita. Naturalmente sulla vicenda non poteva alla fine che intervenire anche il presidente del Senato Marcello Pera. «Preservativi gratis? - commenta - non so ma è giusto il richiamo del papa sui diritti della persona». «La 194 - è infine il commento del segretario di Rifondazione - è una delle leggi testimoni della civiltà del Paese. Le donne testimoniano con un’esperienza straordinaria e anche difficile la bontà di questa legge e il lavoro che viene fatto nei consultori, chiunque lo conosca, e sarebbe dovere di tutti i politici conoscerlo, fa che si tratta di un lavoro degno di encomio». Ma - conclude - «qualunque altra cosa è solo un attacco a questa legge di civiltà e va respinto con determinazione».


Liberazione, 03.12.05
Vendola intitola l’aeroporto a Karol Wojtyla

Il presidente della regione Puglia Nichi Vendola ha deciso di dedicare l’aeroporto di Bari a Papa Wojtyla. Il segretario del pontefice polacco ha espresso viva soddisfazione: «In Polonia abbiamo dedicato l’aeroporto di Cracovia al “nostro” Papa. Dedicare ora anche l’aeroporto di Bari a Giovanni Paolo II è una cosa molto positiva: una dimostrazione del profondo affetto che l’Italia nutre per un Papa che per questa terra ha dato tanto». Il segretario di Papa Wojtyla saluta con soddisfazione la decisione del presidente della Regione Puglia Nichi Vendola di intitolare l’aeroporto di Bari a Giovanni Paolo II. E ricorda che al Pontefice scomparso il Sindaco di Roma Walter Veltroni avrebbe voluto dedicare la stazione Termini. Una proposta appoggiata all’unanimità dal Consiglio Comunale ma che poi si è arenata. L’aeroporto pugliese invece cambierà ufficialmente nome il 5 dicembre.



AprileOnLine, 03.12.05
"Una preghiera per tutti"

A Montescaglioso (MT) un preside impone il frate cappuccino in classe. Un salto indietro nel tempo contro il progresso e la laicità della scuola pubblica
Leo Palmisano
La ricaduta del dibattito nazionale sull’ingerenza della chiesa cattolica nell’amministrazione quotidiana dello Stato, in tutte le sue manifestazioni materiali e spirituali, sembra cominciare a diffondersi capillarmente sul territorio italiano, a partire dalla scuola dell’obbligo, cioè dalla prima agenzia educativa formalizzata.
È del 18 ottobre una circolare interna alla scuola media statale Salinari di Montescaglioso, in provincia di Matera, che impone a tutti i docenti, segnatamente a quelli di lettere, l’intervento in classe di un cappuccino, tale Padre Flaviano, per “discutere con i ragazzi i valori fondanti della vita”.
In una discutibile premessa alla circolare di otto punti, snocciolando una overdose di senso comune di chiara ispirazione cattolica e nazional popolare, il dirigente scolastico – il ‘preside’ -, Nunzio Nicola Pietromatera, esibisce il suo fermo proponimento a chiamare ogni studente a “motivare il senso della propria vita […] sui valori dell’uomo inteso come persona che interagisce con gli altri”. E come lo fa? Richiamando tutto il collegio docenti a prendere atto della sua ferma volontà: il prete in classe e la preghiera a inizio mattinata “come spinta per avviare la giornata con i migliori auspici”. Già, il cappuccino e la preghiera. Sembrerebbe un’accoppiata sacro-profana, se quel cappuccino fosse, però, non un frate ma una bevanda da bar!
E come se ciò non bastasse, nella stessa circolare il preside, annullando i diritti dell’altro, del non cattolico, concede a chi professa un credo ‘diverso’ di “espletare il proprio dovere con le loro preghiere”. Dove l’assurdo? In tre punti: nell’imporre la preghiera a tutti, senza eccezione, dimenticando che non tutte le fedi pretendono di addolcire la giornata con delle orazioni mattutine; nell’istituire la preghiera come un ‘dovere’, quasi fosse un esercizio utile all’apprendimento come recitare il Cinque Maggio; infine, fatto forse ancora più grave, nel calpestare il diritto al dissenso, al dubbio, al pensiero critico e/o ateo.
Evidentemente, siamo di fronte a una palese violazione della laicità dell’insegnamento pubblico come principio sul quale incardinare la programmazione didattica e l’offerta formativa, non fosse altro per la severità con cui viene imposto dall’alto un provvedimento all’intera scuola, adottando una metodologia clerico-fascista che fa fare un salto indietro di oltre sessanta anni alla scuola pubblica italiana.
Queste sono le premesse con cui si annuncia il nuovo clericalismo di matrice liberale, frutto di un sodalizio politico tra il reazionario Ratzinger e il potere politico. Viene da chiedersi perché non si sia già provveduto a sconfessare questo preside con le armi della Costituzione, di quella carta dei diritti e dei doveri degli italiani che eguaglia tutti i cittadini davanti allo stato e mai davanti a dio, che li sottopone a un rigido rispetto dell’altro nelle sue manifestazioni di civiltà e di progresso. Se questo preside ritiene la ‘lezione’ di un frate cappuccino più utile di quella di un docente di lettere, opera una mistificazione del suo ruolo e snatura quello dell’intera istituzione scolastica. È inammissibile che gli si conceda l’agio di interferire con la programmazione dei suoi docenti e di interrompere il fluire del progresso di un paese verso l’accoglienza, l’integrazione e, soprattutto, verso il rispetto dei valori laici dello stato. Valori per altro condivisi dai padri costituenti, che certamente non erano tutti atei o anti-clericali.
Pertanto, alla luce di questo episodio indecente, intollerante e intollerabile c’è da chiedersi se non sia il caso di rimettere in discussione l’intero impianto dell’autonomia scolastica.



Corriere della Sera, 03.12.2005
«Si facilita l'eliminazione dell'embrione senza guardare a limiti morali»
Il papa: «La scienza non minacci l'umanità»
Benedetto XVI interviene su Pacs e aborto: «Salvaguardare i valori di matrimonio e famiglia. No all'uso arbitrario del progresso»


CITTA' DEL VATICANO - «Tutti gli uomini di buona volontà si devono impegnare per salvare e promuovere i valori e le necessità dela famiglia». È l'appello di Benedetto XVI fatto oggi nel discorso al presidente delle commissioni episcopali per la famiglia e la vita dell'America Latina. In particolare, il papa ha chiesto ai vescovi di impegnarsi nella «salvaguardia dei valori fondamentali del matrimonio e della famiglia, minacciati dal fenomeno della secolarizzazione» e che invece sono come «istituzioni naturali» un «patrimonio dell'umanità».
«In America Latina, come in tutte le altre parti del mondo, i bambini hanno il diritto di nascere e crescere nel seno di una famiglia fondata sul matrimonio, dove i padri siano i primi educatori dei figli e questi possano raggiungere la loro piena maturità umana e spirituale». Figli che, secondo Benedetto XVI, sono «la maggiore ricchezze e il bene più prezioso della famiglia».
Nell'ambito della vita, ha detto il papa, stanno nascendo nuove impostazioni che mettono a rischio «questo diritto fondamentale». Facile leggere un riferimento ai pacs, i patti civili di solidarietà che permetterebbero di ufficializzare le unioni di fatto, anche quelle omosessuali. Ma le parole di Ratzinger hanno affrontato anche il tema della vita e dell'aborto. «Come conseguenza - ha detto nel discorso in spagnolo - si facilità l'eliminazione dell'embrione o il suo uso arbitrario sugli altari del progresso della scienza che, non riconoscendo i suoi limiti e non accettando tutti i principi morali che consentono di salvaguardare la dignità della persona, si converte in una minaccia per lo stesso essere umano, ridotto ad oggetto o mero strumento».



Corriere della Sera, 03.12.2005
Prolusione all'incontro del Progetto Culturale della Cei
Ruini apre ai laici: «Dialoghiamo»
Il presidente dei vescovi: «Mi auguro che le due visioni non si contrappongano sistematicamente»


ROMA - Affidarsi al «libero confronto delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli». È la «proposta» fatta dal cardinale Camillo Ruini, presidente della Cei, per «superare, a livello pratico» le contrapposizioni tra «laici» e «credentì».
Parlando in apertura dell'incontro del Progetto culturale della Cei, dedicato al «cattolicesimo italiano e futuro del paese», Ruini ha detto che «fortunatamente e nella sostanza, avviene di fatto, «in un Paese democratico come il nostro» questo «confronto di idee», ma «è bene che tutti ne prendiamo più piena coscienza, per stemperare il clima di un confronto che prevedibilmente si protrarrà assai a lungo, arricchendosi di sempre nuovi argomenti».
«I fautori del relativismo - ha aggiunto il presidente dei vescovi italiani - continueranno a pensare che in certi casi siano stati violati i diritti di libertà», mentre i sostenitori di un approccio collegato all'essere dell'uomo continueranno a ritenere che in altri casi siano stati violati diritti fondati sulla natura, e perciò antecedenti ad ogni umana decisione, ma non vi sarà motivo di accusarsi reciprocamente di oltranzismo antidemocratico».



Ansa, 03.12.05
Usa: aperta una citta' del cervello
E' il piu' grande centro di neuroscienze del mondo

NEW YORK, 1 DIC- Aperta negli Usa dal Mit, l'ateneo dei cervelli del Massachusetts una citta' del cervello, il piu' grande centro di neuroscienze del mondo. Il nuovo centro e' da Guinness anche per gli standard dei laboratori di Mit. Sorge su 38 mila metri quadrati in uno degli incroci a piu' alto potenziale cerebrale del mondo. Crocevia di cervelli offre un potenziale interazione con al lavoro 500 scienziati, la maggior parte pionieri nel campo delle scienze del cervello gia' affiliati a Mit.



Il Manifesto, 03.12.05
Preservativi gratis, tutti contro Prestigiacomo
Per il ministro sarebbero un buon metodo per prevenire l'aborto ma per i «suoi» è solo una provocazione
Imbarazzo bipartisan sul condom La proposta del ministro per le Pari opportunità spiazza anche l'Unione. C'è chi preferisce tacere (Turco, Ds), chi si nasconde dietro la complessità dell'argomento (Bindi, Dl) e chi la stronca (Deiana, Prc).

LUCA FAZIO

La legge 194 non si tocca. Piuttosto, preservativi per tutte e per tutti. Gratis. Il ministro per le Pari opportunità, Stefania Prestigiacomo, naturalmente deve vedersela ancora una volta con i suoi colleghi maschi del centrodestra, eppure il suo ragionamento mette in imbarazzo anche la strana coppia Livia Turco e Rosi Bindi, che per non dispiacere troppo il cardinale Ruini ha proposto una specie di mancia per tutte le donne in gravidanza con un reddito non superiore a 25 mila euro annui (oggigiorno una cifra da ceto medio, ma anche questo i parlamentari non lo possono capire, tanto sono distanti dalla vita e dai portafogli dei cittadini). Invece Stefania Prestigiacomo, con molto buon senso, se non altro ha dimostrato di sapere che possono servire anche un euro e un preservativo per evitare una gravidanza indesiderata, e lo ha detto sapendo di scontentare il cardinale Ruini. «Non sono convinta - ha spiegato il ministro - che siano tante le donne che decidono di interrompere la gravidanza per motivi economici. E poi, ci sono le giovanissime che conducono una vita sessuale da adulte senza conoscere la contraccezione. Anche perché di questi tempi non si parla più di preservativi, ad esempio. Farei una campagna dandoli gratuitamente...». Apriti cielo. Quanto al bonus «evita aborto», come è stata battezzata la desolante proposta delle ex ministre dell'Ulivo, Prestigiacomo non ha nulla in contrario, «ma una politica a favore della maternità è fatta soprattutto di servizi efficienti, mi sono battuta perché ci fosse la deducibilità di una parte delle spese per gli asili nido, posto che questi ci siano». Si batte ma sempre da sola e con scarsi risultati, e nella parte sbagliata.
Detto questo, non è certo il caso di invidiare un ministro come Prestigiacomo, spiace però che nessuno nel centrosinistra, non fosse altro che per una mossa propagandistica, abbia pensato che se «i giovani» per fare l'amore con la testa devono spendere un euro alla volta magari avrebbe anche senso agitare l'argomento «preservativi gratis». I giovani? Eh già, troppo lontani dalla politica...E si capisce - ma è solo un esempio - da come l'hanno presa Rosi Bindi e Livia Turco; se per la prima, «il problema della sessualità responsabile nei giovani è un po' più complesso», per la seconda invece l'argomento deve essere troppo delicato: non commenta. Elettra Deiana (Prc), che giustamentamente punta su prevenzione e educazione - e ci mancherebbe - boccia però la proposta dicendo che «ridicolizza la questione». E questo perché, secondo l'ottimista Deiana, «le persone adulte e consapevoli sanno come evitare la gravidanza». Appunto, e gli altri? E così Prestigiacomo, dopo aver fatto arrossire la componente più pesante della politica al femminile dell'Unione, è stata abbandonata al tiro incrociato dei suoi uomini di governo.
Solo il ministro Giorgio La Malfa, che però «non me ne intendo», si è lasciato scappare che i preservativi gratis sono una buona idea. Il ministro della Salute Storace, ha fatto Storace: «I soldi dello stato si usino per i vaccini e non per i preservativi, può essere un consiglio ma non una politica». Tutti hanno bocciato la «provocazione» del ministro Prestigiacomo. E il «pensiero» della Casa delle Libertà sta tra il «non siamo mica in Africa» della leghista Francesca Martini e il ministro Enrico La Loggia che dice «la mia posizione è quella della Cei che punta sul lavoro di prevenzione, di evitare rapporti a rischio fuori dal luogo naturale della coppia». In mezzo sta Pera, il presidente del Senato, lui semina dubbi perché è filosofo e anche un po' fissato, «non so, dovremmo essere cauti perché in molti casi si stanno toccando i principi fondamentali della nostra tradizione cristiana».
L'idea di Prestigiacomo ha ricevuto il pieno sostegno di Chiara Moroni (Nuovo Psi) e di Luana Zanella (Verdi), la quale ha ricordato all'uomo Storace che in fondo è anche ministro della Salute: «Ma lo sa che l'uso dei preservativi è la maggiore forma di prevenzione contro la diffusione dell'Hiv? Le sue sono dichiarazioni ancora più gravi perché pronunciate appena dopo la giornata mondiale contro l'Aids».


Il Manifesto, 03.12.05
ABORTO- I presidenti delle camere in camera da letto
PERA ALLA CONQUISTA DI CIVILTÀ

A Lecce, al secondo convegno su laicità e libertà della fondazione Magna Carta, il presidente del senato Marcello Pera torna sull'aborto: «Non sono d'accordo con chi dice che l'aborto è una conquista di civiltà, perché la civiltà consiste nel tutelare la vita e non nell'autorizzare la morte. E non c'è donna che non testimoni che l'aborto è talvolta una necessità tragica perché, in ogni caso, rappresenta la soppressione di una vita. La civiltà è fare sì che chi si trova in quella condizione sia aiutata, in modo che quella tragica necessità venga eliminata o ridotta al minimo».




Il Manifesto, 03.12.05
CASINI CERCA VOLONTARI

«Bisogna evitare guerre di religione sulle spalle delle donne», dice il presidente della camera Pierferdinando Casini al congresso del Movimento dei lavoratori cristiani. «Le strumentalizzazioni sono inaccettabili, tutti i partiti sono d'accordo che non c'è nessuna alternativa alla 194. Però a volte le madri sono lasciate sole, per cui non si tratta di mettere le guardie svizzere nei consultori ma di trovare dei professionisti dell'accoglienza che aiutino a trovare la soluzione per tutelare la vita».




Il Manifesto, 03.12.05
RUINI BENEDICE E GUARDA OLTRE

«Il confronto tra laici e credenti si protrarrà assai a lungo e si arricchirà di sempre nuovi argomenti, è bene che tutti ne prendiamo più piena coscienza» Il cardinal Camillo Ruini apre così l'incontro sul progetto culturale della Cei dedicato al «cattolicesimo italiano e al futuro del paese». «La proposta per superare le contrapposizioni - dice - è affidarsi al libero confronto delle idee, rispettandone gli esiti democratici pure quando non possiamo condividerli. Ma il grande compito che sta davanti ai cristiani laici è di rendere Dio credibile in questo mondo, proponendo ai laici di vivere `come se Dio ci fosse'».

articoli 04.12.05


Corriere della Sera, 04.12.05

Non basta il bello, ci vuole la malattia
La decadenza inventata dagli Scapigliati

«Malati!»: sarà un caso, ma è questa la definizione accusatoria con cui sono costantemente additati coloro che cercano il nuovo o che situazioni politico-sociali portano a optare per espressività ripiegate su se stesse. Era accaduto con gli anni dopo il 1830, quando, in seguito alle sanguinose conclusioni dei moti carbonari, tutta una nuova generazione poetica si era trovata a identificare quale oggetto di poesia non più la patria o l’impegno, ma il proprio Io. Ed ecco allora il virile e risorgimentale Tenca parlare di «capricci individuali» di «giovani che anneghittiscono nella sfiducia», non cogliendo che in quel ricorrere a forme metriche spigliate come a una maschera o a un’ancora di salvezza si celava una certa inquietudine. Trent’anni dopo, con la sospirata Unità, tocca al Prati di Armando (1865-68), in cui si canta il tedio, figlio dell’insoddisfazione e dell’incapacità di cogliere un senso nelle cose e nelle diverse esperienze che si attraversano, frutto anche delle disillusioni intervenute col tradimento e la sepoltura degli ideali indipendentisti da parte del nuovo Stato unitario, a ritrovarsi definito da De Sanctis «ancor più profondamente malato di Armando: perché Armando si sente malato e il Prati si crede sano». Ed è un ritornello destinato a durare a lungo, almeno ogni volta che a pronunciare giudizi è l’esponente d’un pensiero forte, sia esso risorgimentale, filosofico, politico o ideologico: come nel caso di impostazioni critiche marxiste, che vedono Petronio definire «putrefazione» tutta questa lirica riversata sull’Io; che è poi una variante di quanto si leggeva degli scrittori lirico-decadenti negli editoriali di Società nel 1945; o dell’Io sbandierato dopo i furori sessantottini nei ripiegamenti epistolari e narrativi nel 1977. Eppure è proprio in quell’Io, che subito dopo il 1830 si presenta tanto lagnoso e languoroso da cadere in una vera ipertrofia della lagrima e della sensibilità, d’un sentimentalismo vago e indeterminato, che s’annidano i germi d’una inquietudine destinata a fermentare gradualmente, di pari passo con la coscienza della situazione, dapprima nelle varie tendenze dell’arcipelago scapigliato e poi nelle poetiche del Decadentismo. Un Io che con gli Scapigliati sperimenta con pienezza esistenziale la coscienza della propria dissociazione: vissuta come dolorosamente tale in un Praga o un Tarchetti; tesa invece alla ricomposizione degli opposti nel più acculturato Boito, il cui «dualismo» poggia sulla tradizione gnostica della Y pitagorica e della «congiunzione degli opposti». Ma lì la malattia, non più solo clinica ma anche metaforicamente inclinata ad altro (come nella Fosca di Tarchetti), è nell’anima e sono gli Scapigliati stessi a dichiararlo. E a cercare di uscirne con tematiche nuove che «alle regolari leggi del Bello» prediligono «i Quasimodi» e l’«orrendo»; ma anche con modalità stilistiche nuove, che destrutturano la forma romanzo (Praga, Dossi), la forma racconto (con «schizzi a penna», «acquerelli», «figurine», «gocce d’inchiostro») e puntano su un’espressività nuova, bassa, da parlato e dialogato (il Praga poeta) o espressionista (Dossi) o baroccheggiante (Boito). Che son poi le intuizioni ponte che consentono il passaggio dal romanticismo al decadentismo (ed è significativo che il 1892 veda apparire sia Decadenza dello scapigliato Gualdo col suo inetto protagonista Paolo Renaldi sia Una vita di Svevo); così come l’affacciarsi degli Scapigliati democratici, col loro utilizzo politico del romanzo in veste di denuncia, recupera sì la forma romanzo tradizionale, ma puntando a quel realismo ben noto anche al Verga «milanese».
E Pascoli e d’Annunzio e altri minori son lì, pronti a raccogliere quelle eredità. Ma con un Io fattosi ancor più complesso, impalpabile e sfuggente, luogo d’un «torbido universo» in cui il poeta s’«affisa» per coglierlo e chiuderlo «in lucida parola e dolce verso» (Pascoli; la variante ungarettiana sarà «il porto sepolto» col poeta «che torna alla luce con i suoi canti / e li disperde»). Una nuova realtà che gli spiriti più avvertiti della generazione precedente percepiscono e colgono pure, anche magari sbattendoci contro il naso (il panismo dell’ultimo Prati; il Carducci di Nevicata ; l’Oriani di Vortice ): ma con l’ostacolo d’una formazione culturale che non consente loro d’attraversare il traguardo. Un Nuovo - quello espresso da Pascoli, d’Annunzio, Fogazzaro, ma pure Verlaine o Rimbaud - che però, ancora una volta, vien letto come stato di malattia e di rinuncia; come (ed è Croce che parla) «abbassamento verso la carne, l’animalità e la libidine». Ove invece quel Nuovo nasceva positivamente proprio da ciò che veniva additato negativamente: ossia da un’anima giudicata «frammentaria, squilibrata, disgregata, disumana», producente «mere e materialissime oscenità tutt’insieme immorali e stupide e anzi immorali perché stupide». Insomma: uomini malati produttori di una letteratura malata.
E però è sempre la letteratura - quando è vera, «sana» letteratura - a vendicarsi dei suoi giudici e fors’anche dei suoi stessi autori. Nei modi più strani, a volte. Penso ad esempio a Pinocchio (1881-83), che nasce assai meno pedagogico di quanto si dica, visto che è come lo conosciamo solo per costrizione di editore e lettori. Perché certamente ad altro pensava Collodi quando concludeva la sua Storia di un burattino al capitolo XV: con un Pinocchio che muore impiccato con le medesime movenze del Golgota evangelico (vento impetuoso, tre ore; invocazione al babbo), a specchio con analoga sua nascita cristologica; e comunque vendicandosi, dato che il prosieguo, Le avventure di Pinocchio , è ricco come non mai di corse e immagini di morte tentata o effettuata.
E che dire di quel libro insieme educativo e diseducativo coi tanti suoi mutilatini fisici, mentali, sociali e familiari che è Cuore di De Amicis (1886), «dai molti tratti decisamente immorali nonostante le baldanzose intenzioni moralistiche» e dal «contenuto così chiaramente reazionario» (così Giulio Cattaneo)? Perché poi Cuore , presto tradotto nella Russia zarista nel 1889 e 1892, si ritrova una terza versione nel 1898 intitolata Compagni di scuola. Dal diario d’uno scolaro di città , con tre «racconti mensili» sostituiti da tre altri, tra cui uno dell’italiana Cordelia. Una versione che va in molte mani e quanto mai speciali. Mani operaie. E al fine d’una educazione socialista. Il fatto è che la terza traduzione portava il nome della «rivoluzionaria di professione» Anna Ilinichna Ulianova. E a chiedergliene continuamente copie da distribuire in Siberia agli operai era suo fratello minore. Il nome? Lenin, ovviamente.



Corriere della Sera, 04.12.05
MODELLI MASCHILI
Massimo e le lacrime di Piero Duello tra uber ed emo boy


Forse D’Alema in fondo è buono (è possibile) e però quando gli viene una battuta non si tiene (è possibilissimo). Però magari i due sono più avanti di quel che si crede; tipi maschili appena lanciati dagli analisti americani di tendenze. Uno è un ubersexual, l’altro è un emo boy. O qualcosa del genere. Vale a dire: - Secondo l’Urban Dictionary (www.urbandictionary.com) un ubersexual è «un maschio simile al metrosexual ma che mostra qualità tradizionali maschili, come forza e sicurezza di sé», e fin qui ci siamo: Max D’Alema, notoriamente curato (anni fa criticò un cane che mordicchiava le sue scarpe fatte a mano) ha un’identità maschile forte, nervoso-sardonica-velistica, con rigidità rivendicate. A ragione, direbbe l’inventrice del termine, la pubblicitaria Marion Salzman: nel suo libro The Future of Men sostiene che gli uomini «attaccati agli aspetti positivi della mascolinità» creano identificazione «in un segmento demografico significativo», i maschi giovani o quasi. Dissociarsi dalle altrui lacrime avrebbe quindi un suo perché;
- Ma anche l’emo boy ha un suo perché. Lo spiega una ricerca della University of Michigan, secondo cui le donne preferiscono affidarsi a maschi «comprensivi, disponibili, capaci di piangere». In più (Urban Dictionary) gli emo boys sono «generalmente alti e sottili», come Piero Fassino, e sempre aggiornati (Fassino è attento alle mode culturali, da poco si sa che è privatamente credente). Quindi può funzionare in lacrime, l’elettorato femminile può darsi che apprezzi;
- Ovvio: l’uno-due neanche concordato tra l’uber e l’emo è solo una sotto-trama del reality show dell’Unione. C’è un candidato (Prodi) che poveruomo non è neanche metrosexual, e due riserve di complessa definizione: Walter Veltroni (l’emo boy più furbo di tutti, non ha bisogno neanche di mostrarsi pio, ma volendo è attivissimo e cattivissimo come certi santi) e Francesco Rutelli (ubersexual teocon esibito ma con nascoste fragilità-lieti narcisismi da emo boy). Come cast è gustoso; certo funzionerebbe meglio con qualche personaggio femminile - anche non ubersexy - in più, ma questa al solito è un’altra storia.
Maria Laura Rodotà



Corriere della Sera, 04.12.05
CASO UNITA’/ Parla Alessandro Dalai, ex consigliere delegato del quotidiano
«L’inciucio contro l’Unità? Fu un piano targato ds»
«Mi chiamò Veltroni, ma D’Alema era ostile al progetto»


ROMA - Racconta la sua storia coniugando i verbi al presente, come se non fossero passati già due anni da quando è stato rimosso. E si capisce che Alessandro Dalai teneva al progetto della «nuova Unità», che il suo allontanamento da consigliere delegato della società è una ferita non del tutto rimarginata, sebbene oggi - ripensandoci - ritenga sia stato «un errore aver accettato la proposta». Perché secondo l’editore di Baldini Castoldi Dalai , la guerra attorno al quotidiano che portò al dimissionamento del direttore Furio Colombo, non si scatenò dopo il ritorno del giornale in edicola, «ma prima». Sul punto non concorda con la tesi espressa da Peter Gomez e Marco Travaglio nel libro l’ Inciucio : «Il progetto - a suo dire - è minato fin dall’origine». «Quando il banchiere Massimo Ponzellini mi contatta, prospetta l’idea di una public company, e nel disegno i Ds - allora proprietari del quotidiano - cederanno la testata a una nuova società, e non avranno più alcun ruolo». Così lei decise di accettare.
«Mi pare un’idea geniale, un’operazione di mercato con un chiaro intento di aiutare comunque i Ds. L’obiettivo è dar vita a un giornale indipendente, da posizionare alla sinistra di Repubblica . Lì c’è uno spazio, e per occuparlo mi affido a due giornalisti liberal come Colombo e Antonio Padellaro. In quel momento i Ds si tengono lontani, hanno solo l’interesse a evitare il fallimento. L’ Unità è una società in liquidazione con 200 miliardi di debiti. Cosa grave è che la società del quotidiano è la stessa del partito: se fallisse, in qualche modo fallirebbe anche il partito. Il segretario della Quercia Walter Veltroni annuncia ai suoi parlamentari che "l’ Unità non è più nostra, ma di una nuova società e dei suoi nuovi azionisti". La Nie . Tutto sembra andare per il verso giusto».
Invece cambiò tutto.
«Mi accorgo che il partito sta rimettendo le mani sul giornale e già prima di arrivare in edicola il progetto è mutato. L’autonomia - garantita attraverso un solo membro del cda come rappresentante dei soci, e i restanti consiglieri espressi da intellettuali non solo italiani - viene sorpassata dall’ingresso dei soci nel Consiglio. Questo minaccia l'indipendenza di gestione. Forse dovrei lasciare, ma così l’ Unità non vedrebbe la luce. Proseguo ma intravedo un rischio forte, che a discorsi di mercato si risponda con logiche di partito».
Criticavano la linea editoriale?
«Se fossi segretario dei Ds mi potrei rabbuiare, ma la vecchia Unità è fallita, la nuova dev’essere un’altra cosa. E il partito non dovrebbe criticarne la linea».
Poteva chiedere conto a Ponzellini del cambio di programma .
«Lo chiedo più volte anche a Veltroni. Ho la netta sensazione che mi abbia passato il cerino. Il suo ruolo è particolare nella vicenda: si è adoperato per salvare il giornale ma per riuscirci ha chiamato un veltroniano come me inviso a Massimo D’Alema, che fin dall’inizio è contrario al progetto perché erroneamente lo interpreta come una minaccia».
E Veltroni non si mosse per lei?
«Ha già lasciato la segreteria del partito. Quanto ai rapporti tra lui e D’Alema, si sa, sono complicati. Ma siccome ero stato chiamato da Veltroni e Folena, mi ero adoperato, ed ero andato a illustrare il progetto anche a D’Alema, rendendomi però conto della sua ostilità. D’altronde, se penso all’ingresso dell’Unipol nell’ Unità ...».
Cosa vuol dire?
«Appena arrivato, su consiglio di Veltroni, chiedo all’Unipol di far parte della società. L’Unipol rifiuta, tranne entrarci quando esco io. E nella fase che precede la mia rimozione vengo a sapere che dirigenti della compagnia assicurativa partecipano a riunioni per coordinare l’ingresso delle coop rosse».
D’Alema non la voleva?
«Subito dopo la mia uscita, Marialina Marcucci rivela l’esistenza di un accordo tra Veltroni, D’Alema e Folena, in base al quale io sarei rimasto solo per tre anni come consigliere delegato. L’unico a smentire e ad avere verso di me parole di stima è Folena. Dunque...».
Lei era già fuori dall’ Unità quando il giornale ebbe un calo secco di cinquemila copie, su cui persino il cdr volle vederci chiaro.
«Non sono un’amante della dietrologia, ma ricordo un incontro riservato con D’Alema, durante il quale mi venne prospettata una situazione: nel caso il giornale avesse assunto una linea sgradita, il numero delle copie vendute si sarebbe ridotto drasticamente. Non credo che le copie mancanti siano copie "dalemiane", bensì di quanti avvertono che è in atto un processo di normalizzazione, che con Padellaro alla direzione sono certo - in base ai risultati - non avverrà».
Insomma, chi furono gli avversari del vostro progetto, quelli che Colombo chiamava «loro»?
«Non so a chi si riferisce Colombo. Ognuno ha i propri «loro». I miei sono quelli con cui non parlo più, cioè i maggiorenti dei Ds, un partito che ho votato, ma i cui vertici si sono rivelati ostili al progetto della nuova Unità perché lo ritenevano un’usurpazione. Se ci penso, nemmeno Prodi si è speso. Insomma, mi spiace per come sia finita, anche con Piero Fassino, perché lo conosco da sempre. Ricordo persino che pensava di collaborare in Electa, società di cui sono stato consigliere delegato».
Francesco Verderami



Corriere della Sera, 04.12.05
Liberazione : scambio Turco-Prestigiacomo. La diessina: mi deludono

Dopo aver definito il suo emendamento a favore della maternità «politica familista del periodo fascista», Liberazione va di nuovo all’attacco di Livia Turco. E lancia una provocazione: i Ds la diano a Forza Italia e si prendano in cambio Stefania Prestigiacomo «che ha proposto di distribuire gratuitamente i preservativi». Risponde la diretta interessata: «Non sapevo che i preservativi fossero di sinistra. Ad ogni modo se la Prestigiacomo fa politiche di sinistra alzi la voce in Consiglio dei ministri perché il governo istituisca il fondo per le politiche sociali che è stato cancellato nel 2005». Esprime poi la sua delusione verso Liberazione : «Pensavo che per quel giornale la distinzione fra destra e sinistra passasse per cose molto più serie. Ma evidentemente mi sbagliavo».




Corriere della Sera, 04.12.05
Romano risponde
Lei partecipò, insieme ad altri intellettuali, alla ...


Lei partecipò, insieme ad altri intellettuali, alla compilazione di una delle voci presenti nel libro «Bianco, rosso e verde» curato dal giornalista Giorgio Calcagno. In particolare si è occupato della figura del baciapile. Mi piacerebbe sapere se concorda ancora oggi con quello che scrisse in quel libro o se invece i baciapile sono tornati di nuovo alla riscossa!
m.tinti1983@libero.it
Caro Tinti,
per i lettori che non lo conoscono ricorderò che Calcagno, morto nell’agosto 2004, fu una delle persone più affabili e simpatiche in cui mi sia imbattuto negli anni in cui scrivevo per La Stampa e avevo maggiori occasioni di frequentare Torino. Possedeva una virtù, la cortesia, che i piemontesi indossano talvolta come una divisa e che era in lui, invece, una disposizione naturale, l’abito di tutti i giorni. Non era soltanto un eccellente giornalista culturale. Aveva anche spiccate doti di narratore e di poeta che esercitò con grande discrezione e con qualche successo. Dopo avere diretto per alcuni anni le pagine culturali della Stampa e Tuttolibri , divenne uno dei principali animatori della Fondazione Filippo Burzio, creata per onorare l’intellettuale che aveva diretto il giornale torinese dopo la fine della guerra, e contribuì a organizzare interessanti convegni nel vecchio Arsenale militare di Torino.
Una delle sue iniziative più intelligenti fu la pubblicazione del libro che lei ricorda nella sua lettera. Vi sono elencati e descritti da diversi autori alcuni tipi della società italiana: l’ammanigliato, il burino, il campanilista, il Cipputi, il gattopardo, il lottizzato, il mafioso.
A me toccò per l’appunto il baciapile. Scrissi che la parola, nei dizionari, è generalmente sinonimo di bigotto, ma con una importante differenza. Mentre il bigotto può essere severo, rigoroso, intransigente anche e soprattutto con se stesso (oggi diremmo fondamentalista), il baciapile esibisce una devozione untuosa, appariscente, formale. Esiste dappertutto, ma è un personaggio del cattolicesimo latino e in particolare italiano. È l’espressione di una religiosità cortigiana e sensuale che non riesce a immaginare Dio se non sotto la forma di preti, monache, abiti talari, oggetti di culto, santini e reliquie. Mentre il bigotto pensa alla vita eterna, il baciapile ha un orizzonte più ristretto (la sacrestia, l’oratorio, l’anticamera del vescovo, l’udienza papale) e pensa ai vantaggi terreni più che alle gioie celesti.
Esistono ancora i baciapile nella società italiana? Dopo le barricate studentesche, il movimento femminile, i referendum sul divorzio e sull’aborto, l’Arcigay e l’ondata dei culti New Age, ho l’impressione che il loro numero sia considerevolmente diminuito. Credo del resto che i buoni sacerdoti, spesso difficilmente distinguibili dai laici, siano i primi a scoraggiare i comportamenti baciapileschi. Eppure qualche residuo storico di questo vecchio personaggio italiano sopravvive nello stile di una parte della classe politica e nei riti delle istituzioni nazionali. Penso al deferente saluto che i presidenti della Repubblica indirizzano al Papa dagli schermi della televisione in occasione del messaggio di Capodanno. Penso al fervore con cui i leader politici corrono alla proiezione di un film su Giovanni Paolo II. Penso alla udienza semiprivata del presidente del Consiglio con il Sommo Pontefice. Penso alla solennità con cui è stato celebrato il terzo anniversario (che cosa accadrà in occasione del decimo?) della visita che Giovanni Paolo II fece a Montecitorio. E penso alla targa devotamente collocata nel palazzo in memoria dell’evento. Ecco che cosa scriverei, caro Tinti, se dovessi aggiornare la voce «baciapile» nel libro ideato da Giorgio Calcagno.




Famiglia Cristiana n 49, 04.12.05
di Simonetta Pagnotti
QUASI TRE MILIONI DI ITALIANI SONO CORSI DALLO PSICOLOGO ALMENO UNA VOLTA. UN POPOLO SUL LETTINO


Solo per un consiglio, per avere un sostegno o una vera e propria terapia. Una ricerca svela il nostro rapporto con i figli di Sigmund Freud.

A parte l’immagine, è quasi vero. Lettino escluso, richiesto solo nel caso in cui ci si sottoponga ad analisi, lo psicologo è una figura destinata a entrare sempre di più nella nostra vita. Il 6 per cento degli italiani maggiorenni, infatti, nel corso dell’ultimo anno, ha sentito la necessità di rivolgersi a uno psicologo o a una psicologa. In proiezione, sarebbero circa 2.700.000 gli italiani che hanno consultato un professionista per sé stessi o per un familiare. In media, con circa 48.000 psicologi, risulterebbero 56 contatti per professionista. La percentuale dell’utenza cresce fino al 7,3 per cento nei comuni con più di 100.000 abitanti, cala al 4,6 per cento nei centri sotto i 20.000. Inoltre, varia con l’età. Si va dallo psicologo soprattutto dai 35 ai 45 anni (l’8,1 cento), molto meno dopo i 65 (1,8 cento).
I contatti aumentano con il crescere del titolo di studio, passando dall’1,2 per cento (licenza elementare) al 7,4 per cento (diploma di scuola media superiore) e al 14,8 per cento (laurea).
Si tratta di un dato complessivamente importante, se si pensa che solo l’1,3 per cento, nello stesso periodo, ha consultato un pediatra di base e il 3,4 per cento si è rivolto a un day hospital. È un risultato che ha preso un po’ alla sprovvista gli stessi autori della ricerca, la prima indagine completa sulla professione dello psicologo, realizzata dall’Ordine degli psicologi del Lazio, in collaborazione con l’Università La Sapienza, di Roma, partner dell’Osservatorio sul mercato della psicologia. I dati sono stati raccolti a partire dall’utenza, per capire quanti hanno bisogno dello piscologo e perché. «Per noi è stato un modo di sottoporci a verifica», spiega Gianluca Ponzio, psicologo e curatore della ricerca, «siamo stati confortati non solo dal dato quantitativo, ma soprattutto dal livello qualitativo che ci riconosce la maggior parte degli intervistati».
L’indagine è stata realizzata su un campione nazionale di 4.350 persone differenziate per sesso, età, titolo di studio e collocazione geografica. Se il 6 per cento degli intervistati ha dichiarato di essersi rivolto a uno psicologo nel corso degli ultimi 12 mesi, per esempio, il 23 per cento di questi l’ha incontrato in uno studio o in un centro privato, il 16,4 per cento nella scuola e solo il 14,8 per cento in un ospedale o in una struttura pubblica. Molto al di sotto, nelle percentuali, il rapporto con questa figura professionale per formazione o orientamento al lavoro. Significa che lo psicologo, il buon Freud insegna, è percepito soprattutto come "pompiere" delle situazioni critiche, e molto meno come colui che aiuta a prevenirle. Le cure di tipo clinico superano il 90 per cento delle prestazioni registrate dalla ricerca.
Problemi familiari
Il 39,7 per cento degli intervistati si è rivolto allo psicologo per consultazione e diagnosi, il 29,1 per cento per una psicoterapia breve di sostegno, il 22 per cento ha affrontato un percorso di psicoterapia o di psicoanalisi, il 4,7 per cento ha scelto la strada della psicoterapia di gruppo. Solo un 4,3 per cento vi ha fatto ricorso per questioni legate alla mediazione familiare o a pratiche di affidamento, percentuali ancora minori per prevenzione, orientamento e counseling, psicoterapia di coppia e altre prestazioni che riguardano in genere il mondo della relazione e del lavoro.
A conferma della tendenza a considerare la professione dal punto di vista clinico, il 38 per cento degli intervistati va dallo psicologo per guarire da un disturbo specifico, e il 25 per cento per affrontare un malessere. Solo l’11 per cento ritiene sia utile come «supporto nella gestione dei problemi quotidiani», il 9 per cento per un percorso di crescita personale.
Chi si rivolge allo psicologo non lo farebbe poi in modo avventato. Il 46,1 per cento, infatti, dichiara di avere fatto la sua scelta dietro il consiglio di un medico, il 38 per cento su suggerimento di un parente, amico o collega. Solo il 6,2 per cento si è affidato alle pagine gialle e l’1,1 cento a Internet.
Venendo al livello di soddisfazione e gradimento, anche in questo caso i dati risultano incoraggianti. L’83,5 per cento delle persone che hanno avuto a che fare con lo psicologo, infatti, si dichiarano soddisfatte o molto soddisfatte.
«E questo sarebbe ancora poco», spiega Gianluca Ponzio, «perché la soddisfazione è relativa anche al sentirsi o meno a proprio agio, quasi uno stereotipo quando si ha a che fare con chi esercita la nostra professione. È importante che più del 68 per cento dichiara di avere conseguito un risultato concreto, per il 76,8 per cento sono stati identificati i punti chiave e per il 70,7 per cento l’intervento è stato efficace».
Quei professionisti stimati
Queste le valutazioni di chi effettivamente ha avuto contatti con un professionista. La ricerca ha anche cercato di verificare lo status sociale dello psicologo, confrontando la professione con altri mestieri equivalenti per titolo di studio.
Nell’immaginario collettivo, quella dello psicologo risulta ancora una professione "debole", collocandosi per impegno di studi al terz’ultimo posto, prima di Economia e Commercio e Scienze della comunicazione. Ai primi posti fanno la parte del leone, nell’ordine, i medici, gli ingegneri, i veterinari, i laureati in Giurisprudenza, e biologi e gli architetti. Le cose cambiano quando si parla di fiducia. In questo caso gli psicologi salgono infatti al quinto posto, preceduti dai medici, sempre in testa, dagli ingegneri, dai veterinari e dai magistrati.





Famiglia Cristiana n 49, 04.12.05
di Simonetta Pagnotti
SOCIETÀ
INTERVISTA AL PRESIDENTE DELL ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL LAZIO
SCUSI, MI PUÒ DARE UN TRANQUILLANTE?


Per Emanuele Morozzo della Rocca c è ancora molta confusione sul ruolo esercitato da medici e specialisti.
«In realtà c’è ancora molta confusione: c’è chi va dallo psicologo e chiede un tranquillante perché non riesce a dormire». Non ci sono rose senza spine. Se i dati della ricerca sono positivi, Emanuele Morozzo della Rocca, presidente dell’Ordine degli psicologi del Lazio, non ci nasconde le ombre della professione.

• Presidente, perché la gente fa tanta confusione?
«Perché oggi c’è un grande bisogno di psicologia e un grande interesse, ma nel nostro Paese c’è ancora poca cultura psicologica autentica. E la confusione può essere pericolosa».
• Cominciamo a fare chiarezza. Come si diventa psicologi?
«Oggi il percorso è molto chiaro: è necessaria una laurea quinquennale in Psicologia seguita da un anno di tirocinio e dall’esame di Stato. Ci si può iscrivere all’albo anche con la laurea triennale, ma in questo caso non si è psicologi, ma "tecnici di psicologia". In altre parole non si può esercitare la professione di psicologo, ma lavorare nel campo della propedeutica. Le faccio un esempio: il tecnico di psicologia può preparare un test, ma non formulare una diagnosi sui risultati. Devo dire che, sui circa 12.000 iscritti all’albo nel Lazio, abbiamo solo 19 tecnici. Significa che la laurea triennale è un fallimento».
• E per diventare psicoterapeuta?
«Dopo la laurea quinquennale, bisogna frequentare una specializzazione di quattro anni, o presso la stessa università o presso una scuola di psicologia riconosciuta. Chi sceglie una scuola a indirizzo psicoanalitico diventa psicoanalista e può sottoporre il paziente ad analisi. Quella sul lettino, per intenderci. Ma ci sono anche scuole psicoterapeutiche a indirizzo diverso».
• Lo psicologo non è un medico, però voi dividete questa specializzazione psicoterapeutica con i medici...
«Infatti, anche i medici, dopo la laurea, possono diventare psicoterapeuti o psicoanalisti: o frequentando una scuola o specializzandosi in psichiatria. In questo caso diventano medici psicoterapeuti o medici psicoanalisti».
• L’offerta è vasta. Come scegliere?
«Dipende dalle esigenze. L’unico consiglio è di verificare che il professionista cui ci si rivolge sia iscritto all’albo e sia effettivamente psicoterapeuta quando la richiesta è quella della psicoterapia. Per il resto ci sono bravi psicoterapeuti, sia medici sia psicologi. È evidente che chi non è medico non può prescrivere farmaci. L’importante è evitare quanti s’improvvisano ed esercitano senza titolo».
• Perché si va dallo psicologo?
«Negli studi professionali la domanda è molto varia. Uno dei motivi più frequenti riguarda l’attacco di panico, ma in generale parlerei di problemi legati alla fatica di vivere. Chi viene da noi molto spesso non riesce ad avere legami affettivi, si blocca davanti alle decisioni. Ci sono casi di depressione e di anoressia. In generale direi che il panorama è molto più complesso e sfumato rispetto alla classica nevrosi di cui parlava Freud. Nella maggior parte dei casi prevale un senso di vuoto, di desolazione».
• Se per quanto riguarda l’aspetto più "clinico" della professione subite la concorrenza dei medici, per altri aspetti subite la pressione delle cosiddette "professioni brevi". Penso alla mediazione familiare, al counseling. In questi campi esercita anche chi non è psicologo...
«Lei ha toccato un punto dolente: questo è tema di conflitto. Noi stessi, come Ordine degli psicologi, stiamo per uscire con un documento. Abbiamo anche tante cause, in giro per l’Italia. Bisogna chiarire che, quando si tratta di una mediazione familiare o di un counseling di carattere psicologico, questo deve essere fatto da uno psicologo. Diverso è il caso in cui si tratti di altri problemi come, per esempio, di un supporto legale alla coppia. Così, la selezione del personale, quando viene fatta attraverso test che riguardino il profilo psicologico dei candidati, deve vedere presente lo psicologo. È una questione di correttezza e anche di deontologia professionale».
• E per quanto riguarda il futuro della professione?
«Siamo ottimisti, ma dobbiamo anche dire con chiarezza che bisogna porre un limite alle iscrizioni all’università. Attualmente abbiamo 70.000 studenti: una follia. Ci sono numeri programmati gonfiati e si continuano ad aprire corsi in tutte le facoltà, mentre nel nostro mestiere c’è ancora tanto precariato e tanti sono costretti a un doppio lavoro per sbarcare il lunario. Dobbiamo chiederci se vogliamo formare dei professionisti o sfornare degli infelici».
Simonetta Pagnotti




La Stampa Tuttolibri 3, 04.12.05
Pound, la formica solitaria folgorata in una calda estate
Alla riscoperta del poeta: i «Canti pisani», opera poliglotta e barbara; «Carte italiane», letture, impressioni e invettive; «Indiscrezioni», ritorno alla primissima infanzia; una biografia critica

di Massimo Bacigalupo

«LINGUE e persone di Ezra Pound» è il titolo di un convegno internazionale che si è tenuto a Rapallo lo scorso luglio. Oltre sessanta relatori hanno indagato il pluringuismo poundiano e l'abitudine del poeta di parlare attraverso «maschere»: gli innumerevoli personaggi le cui voci poliglotte costellano i Cantos (opera che è poliglotta e barbara fin dal titolo: un plurale all'inglese da un singolare italiano). «Hay aquì mucho catolicismo... y muy poco reliHion» leggiamo sulla prima pagina dello splendido canto 81, culmine dei Canti pisani (recentemente ristampati da Garzanti, pp. 316, e9,50, tradotto da Alfredo Rizzardi, con una prefazione di Giovanni Raboni, certo uno degli ultimi scritti di un poeta che ha sempre avuto una non sospetta fedeltà poundiana). La citazione spagnola, ci informa subito Pound, è dell'amico prete José Elizondo, «nel 1906 e 1917». E la dice lunga sul progetto religioso non confessionale che a suo modo Pound tenta nel poema. Naturalmente Elizondo non è solo una maschera ma una persona vera, una delle tante voci che ci parlano nella babele dei Cantos, non sempre a dire il vero altrettanto saggiamente. Ma nei Canti pisani Pound è molto vicino alla «nota giusta» che il poeta cerca tutta una vita. Randall Jarrell, il critico americano degli anni di mezzo del Novecento, disse che il grande poeta è quello che in una vita di star fuori nei temporali è colpito un paio di volte dal fulmine. E questo indubbiamente capitò alla «formica solitaria dal formicaio distrutto» in quella calda estate pisana rinfrescata d'ogni tanto da «favonus vento benigno» (così nel testo). Dietro stavano gli anni di lavoro e organizzazione culturale a Londra, Parigi, Rapallo, specialmente il ventennio fascista che corrisponde quasi esattamente al primo soggiorno italiano di Pound, e che gli parve rispondere alla sua esigenza tutta americana di impegno sociale. Donde quel notevole breviario di politica poetica che è Jefferson e/o Mussolini (1935), che come tanti instant book di Pound è un diario di letture impressioni invettive, cui manca solo la forma del verso per divenire una pagina dei Cantos. E infatti spesso li leggiamo per trovare la chiave di alcune immagini ermetiche. Gli anni del ventennio videro anche Pound sempre più impegnato a scrivere in italiano, su testate via via più autorevoli: da «L'Indice» di Genova al «Mare» di Rapallo, di cui diresse un «Supplemento Letterario» e per cui scrisse spesso di musica, al «Meridiano di Roma», versione fascistizzata della «Fiera Letteraria». Luca Cesari ha ora raccolto questa mole notevole e preziosa di scritti (ad eccezione di quelli musicali) nel volume Carte italiane 1930-1944. Pound scrive un italiano sapido e emette sentenze non di rado memorabili, racconta la sua storia di cui è sempre l'eroe principale. Eccolo sulla traduzione: «Non si deve accettare parole chiuse. Si deve schiacciare la parola per estrarre la polpa dal guscio. Scrivo interrogando, non pronunciando». E continua: «Quanto perdo io su queste colonne stesse, tentando di scriver una lingua letta invece che intesa dalle labbra della mia nera bambinaia». La poesia infatti per Pound va scritta in una lingua effettivamente parlata, radicata, colloquiale. Uno dei grandi pregi delle pagine dei Canti pisani è che vi si sentono le voci dei soldati del campo militare americano di Metato dove Pound era internato: «Non dirlo a nessuno che ti ho fatto questo tavolo», gli fa una «maschera Baluba» (parola che nel 1945 non aveva il senso deteriore che ha nell'italiano di oggi). Quanto alla «mia nera bambinaia», Pound ne parla nelle pagine autobiografiche di Indiscrezioni, operetta umoristica del 1920, ben tradotta e curata da Caterina Ricciardi. Qui torniamo addirittura nell'Idaho della primissima infanzia del poeta giramondo, nei pressi di Hailey e Ketchum, dove finì l'avventura di uno dei suoi maggiore discepoli, Hemingway. Sicché vide bene quel professore tifoso dell'Idaho che dettò questa lapide ideale del «modernismo» angloamericano: NATO A HAILEY NEL 1885 - MORTO A KETCHUM NEL 1961. Un tuffo nel primo Novecento americano e nelle origini delle avanguardie letterarie ci offre Jacob Korg con “Un amore in inverno”, una biografia critica di Ezra Pound e della sua compagna di avventure sentimentali e poetiche Hilda Doolittle, che Pound ribattezzò definitivamente «H.D.» quando nel 1912 lanciò l'Imagismo. H.D. scrisse poesie brevi in verso libero centrate su poche immagini simboliche, e come Pound passò la vita in Europa, legandosi a vari uomini, fra cui Richard Aldington (che sposò) e D.H. Lawrence, ma soprattutto a donne, ed ebbe un sodalizio stabile con la scrittrice e mecenate Bryher, che praticamente adottò sia H.D. che la figlia di lei Perdita, e si accollò tutte le spese del menage (fra l'altro offrì a H.D. due serie di sedute con Freud a Vienna). Dai brevi cammei imagisti H.D. passò a lunghi poemi a sfondo mitico (Trilogia, Sciascia 1993), sempre decantati e preziosi nella forma, tutto il contrario del coacervo dei canti poundiani, anche se entrambi si dilettavano di esoterismo e di un pantheon personale. Fin da ragazzi, come H.D. ricorda nel tardo memoriale Fine al tormento (Archinto, 1994), si scambiavano libretti di Swedenborg, la Séraphita di Balzac e idilli provenzali e stilnovisti di Morris e Rossetti. Erano «fidanzati» ventenni sotto lo sguardo preoccupato del padre di lei, professore di astronomia a Filadelfia, che in una scena memorabile li sorprese a baciarsi sul sofà di casa Doolittle e tirò le orecchie ad Ezra... Korg ricostruisce tutto ciò con chiarezza e vigore, sempre attento all'opera poetica, e forse questo libro desterà maggiore attenzione in Italia intorno alla poesia di H.D., rivalutata da tempo in America e Inghilterra, anche se forse più in ambiente accademico (femminismo, teorie di genere) che presso il pubblico dei lettori, che continua a ritenerla autrice di poche liriche esili e perfette.




La Stampa Tuttolibri, 04.12.05
DISCORSO AI VESCOVI BENEDETTO XVI SE LA PRENDE CON LA SECOLARIZZAZIONE E I SUOI PERICOLI
Il Papa all’attacco dei Pacs
«Sono un falso matrimonio»
«Se la scienza non riconosce i suoi limiti si può trasformare in una minaccia per l’umanità»
«Pillola Ru486 e aborto, crimini che aggrediscono la società»

di Marco Tosatti

CITTÀ DEL VATICANO - No all’eliminazione dell’embrione e al «crimine» dell’aborto, no a nuove forme di unione che alterano la «natura specifica» del matrimonio, sì a «una coraggiosa e leggibile testimonianza dei valori cristiani» da parte dei credenti, nel quadro di una «legittima autonomia tra stato e chiesa». Ieri Benedetto XVI in diversi momenti, e a interlocutori differenti, ha ribadito la sua «linea» sui temi caldi del momento; un intervento che pur se indirizzato ai latinoamericani e alla Polonia, è valido per tutto il mondo ed entra in pieno nel dibattito politico italiano, centrato proprio in queste ore sulla «pillola del giorno dopo, la Ru486, l’aborto e i «Pacs».
«False concezioni del matrimonio e della famiglia, che non rispettano il progetto originario di Dio»: così, ai presidenti delle commissione episcopali per la famiglia e la vita dell’America Latina Benedetto XVI ha descritto la situazione dovuta alla «secolarizzazione», lamentando la pressione di «leggi ingiuste che disconoscono i diritti fondamentali» della famiglia. Un attacco, secondo il Papa, che mette in pericolo diritti fondamentali. «Come conseguenza, ha continuato, si facilita l’eliminazione dell’embrione o il suo uso arbitrario al servizio del progresso della scienza che, non riconoscendo i suoi limiti, e non accettando i principi morali che permettono di salvaguardare la dignità della persona, si trasforma in una minaccia per l’essere umano stesso, ridotto a oggetto o a mero strumento».
Bisogna inoltre, ha suggerito Papa Ratzinger, «aiutare tutti a prendere coscienza del male intrinseco del crimine dell’aborto, che attentando alla vita umana al suo inizio, è anche un’aggressione contro la società stessa». Per questo motivo politici e legislatori, «come servitori del bene sociale hanno il dovere di difendere il diritto fondamentale alla vita». «In America Latina, come in tutte le altre parti del mondo, i bambini hanno il diritto di nascere e crescere nel seno di una famiglia fondata sul matrimonio, dove i padri siano i primi educatori dei figli e questi possano raggiungere la loro piena maturità umana e spirituale».
Sono toni anche più duri di quelli pronunciati nelle settimane passate dai vescovi italiani, quando si è discusso della pillola Ru486 e di aborto. E naturalmente presuppongono, nella visione del Papa, una presenza attiva nella vita sociale. Il come l’ha spiegato ai vescovi polacchi in visita «ad limina». La Chiesa «non si identifica con nessun partito, con nessuna comunità politica né con un sistema politico». Sono i laici che devono impegnarsi, per dare una «coraggiosa e leggibile testimonianza dei valori cristiani, che vanno affermati e difesi nel caso che siano minacciati. Lo faranno pubblicamente, sia nei dibattiti di carattere politico che nei mass media». I vescovi avranno il compito di appoggiare questo sforzo: «Il dialogo condotto dal laicato cattolico a livello di questioni politiche si dimostrerà efficace e servirà il bene comune quando alla base ci saranno: l’amore della verità, lo spirito di servizio e la solidarietà nell’impegno a favore del bene comune. Vi esorto, cari Fratelli, a sostenere questo servizio del laicato, nel rispetto per una giusta autonomia politica».
Non è un problema solo polacco, ha tenuto a precisare Benedetto XVI, perché, citando Giovanni Paolo II, ha detto che viviamo in tempi «in cui la cultura europea dà l’impressione di una “apostasia silenziosa” da parte dell’uomo sazio che vive come se Dio non esistesse». Ma Chiesa e Stato devono operare in maniera distinta: lo ha ricordato il Papa in un messaggio a firma del Segretario di Stato Angelo Sodano. Benedetto XVI ha parlato di «legittima autonomia che deve contraddistinguere le relazioni tra Chiesa e Stato».



La Stampa Tuttolibri, 04.12.05
DOPO IL 2006 BERTINOTTI POTREBBE COSÌ TIRARSI FUORI DALLA MISCHIA POLITICA ED EVITARE NUOVI DUELLI CON PRODI
E Fausto cerca riparo sotto la poltrona di Casini
Un modo anche per portare il «suo mondo» nelle istituzioni

di Riccardo Barenghi

Se vince le elezioni, Prodi farà il presidente del Consiglio, D’Alema il ministro degli Esteri, Fassino il vicepremier restando così anche segretario del suo partito, Rutelli pure o forse sarà ministro dell’Interno, all’Economia ancora non si sa (un tecnico-politico o un politico un po’ tecnico?), seguono tutti gli altri compresi un paio di ministri di Rifondazione comunista. Bertinotti no, lui non entrerà al governo come ha sempre detto. Forse però farà il presidente della Camera. E allora la domanda è: perché Bertinotti vuole fare il presidente della Camera?
Le ragioni ovvie sono appunto ovvie: la terza carica dello Stato è un ruolo di enorme prestigio per chiunque, tanto più per un comunista rifondatore come lui, uno che ha nel sangue la cultura dell’opposizione, del movimento, della lotta aperta su qualsiasi fronte, operaio, ambientale, sociale. Sedersi su quello scranno sarebbe un riconoscimento non solo all’uomo ma direttamente alla sua politica. Sarebbe come se fisicamente quei movimenti e quelle lotte che Bertinotti vuole rappresentare si sedessero lì con lui, diventassero anch’essi la terza carica dello Stato. Aggiungiamoci pure che il primo comunista a occupare quel posto è stato Pietro Ingrao nel ’76, che di Bertinotti è un maestro, e si capisce perché la prospettiva interessi molto al segretario di Rifondazione.
Ma non basta, c’è un’altra ragione che spinge Bertinotti verso la presidenza della Camera. Più politica, o se vogliamo psico-politica. Occupando quel posto, il leader comunista riuscirebbe in un colpo solo a portare il suo mondo fin nei vertici delle istituzioni e nel medesimo istante a staccarsi da quel mondo. Separando se stesso non solo dalla gestione del suo partito ma soprattutto dai conflitti che dentro e intorno a quel partito nasceranno. Conflitti che prenderanno di mira le scelte politiche di un governo che sarà sì di centro-sinistra ma non certo di sinistra-sinistra, di sinistra radicale. Saranno anche scelte impopolari e che quindi provocheranno qualche problema alla Rifondazione di governo. Verrà contestata dalla sua sinistra, contestata - questo almeno è il rischio - proprio da quel mondo che Bertinotti avrà nel frattempo idealmente portato con sé nel cuore delle istituzioni.
E se per il suo partito non sarà un compito facile gestire un conflitto del genere, per un Bertinotti che ne fosse ancora il segretario operativo sarebbe al limite della praticabilità, una scelta dilaniante. Proprio per la sua storia e la sua cultura politica, la terza o quarta volta che si trovasse costretto a scegliere tra il (suo) governo e il suo movimento, la sua lotta, la sua opposizione, è probabile che sceglierebbe questi ultimi. La tentazione sarebbe troppo forte, irresistibile. L’unica maniera per sfuggire al dilemma allora è chiamarsi fuori, salire un gradino più in alto, mettersi in un’altra posizione. E la posizione di presidente della Camera è perfetta, ti consente di vedere e di sentire, anche di parlare ma ti tiene legato, impedisce al richiamo tentatore di trascinarti via. Proprio come Ulisse con le sirene.



La Stampa Tuttolibri, 04.12.05
LA PROVOCAZIONE IL GIORNALE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA ALL’ATTACCO DELLA QUERCIA
«Cari Ds, scambiate Turco e Prestigiacomo»
«E potreste anche prendere una tuta blu al posto di Andrea Pininfarina»


Proposta provocatoria ma non troppo, ieri sulla prima pagina del quotidiano di Rifondazione, rivolta ai «cugini» Ds: prendetevi la Prestigiacomo e date la Turco al Polo. Anzi, già che ci siete, scambiate anche il vicepresidente di Confindustria, Andrea Pininfarina, con un metalmeccanico. Ha scelto un titolo-choc, il giornale «Liberazione», per «bacchettare» con pesante ironia quello che il partito di Bertinotti ritiene uno sfoggio eccessivo di riformismo da parte del partito di Fassino.
All’origine della polemica le ultime proposte della deputata della Quercia e dell’esponente del governo in materia di aborto, oltre all’intervento dell’industriale all’assemblea programmatica dei Ds proprio nel giorno dello sciopero dei metalmeccanici.
«Stefania Prestigiacomo, ministra ed esponente di spicco di Forza Italia - scrive il giornale del Prc - ha proposto di distribuire gratuitamente i preservativi. È una buona idea, sia per combattere l’Aids, sia contro le gravidanze non volute. Livia Turco, ex ministra, esponente di spicco dei Ds, ha proposto invece un assegno che premi la gravidanza e induca ad evitare l'aborto. Badate bene, l’assegno dura solo finchè la donna è incinta, poi, quando nasce il bambino -e il rischio di aborto è evitato- l’assegno scompare: il bambino si arrangi. Cantava De Andrè: “Poi la voglia sparisce e il figlio rimane, e tanti ne uccide la fame...”».




La Stampa, 04.12.05
CALENDARIO CON FOTO LA DENUNCIA CONTRO L’ISOLAMENTO DI COLORO CHE SOFFRONO. LO PSICHIATRA: «SONO PERSONE, NON MATTI»
Disagio mentale, i malati sono in continuo aumento

Barbara Cottavoz

«Anche quelli che appaiono diversi hanno diritto a una vita normale»: lo dice Marzo. Ovvero la didascalia alla foto che rappresenta il terzo mese nella campagna lanciata da Asl 13 e ospedale «Maggiore» in occasione della Giornata dedicata alla salute mentale in calendario lunedì. Questa volta, sarà una Giornata che dura tutto l’anno.
Ogni mese, infatti, sui muri e in alcune scuole del Novarese appariranno manifesti con le immagini scattate da dodici artisti per lanciare un messaggio contro l’isolamento di chi soffre di disturbi mentali. «Non sono matti, sono persone con una storia, un volto e loro problemi. Persone con una vita da vivere e parole da comunicare» ha detto Domenico Nano, psichiatra responsabile del Dipartimento di salute mentale di Novara e Galliate dell’Asl 13.
Di loro, però, si parla poco o se ne parla soltanto in occasione di tragici fatti di cronaca: «Contro lo stigma può l’educazione. Nelle università con i giovani futuri medici - precisa il professor Eugenio Torre, dell’università Avogadro - e fuori attraverso l’attività di collegamento con la medicina generale». E saranno proprio i dottori di base uno degli obiettivi della campagna che la Regione avvierà. Gli altri sono le scuole e i cittadini: «Si parla poco del problema mentale - commenta Michele Vanetti, responsabile del Dipartimento di salute mentale Nord dell’Asl -, nell’opinione pubblica ma anche nel mondo sanitario. Questa Giornata significa l’impegno di riportare a tutti notizie concrete su quanto facciamo».
Collaborano con i Dipartimenti alcuni gruppi di volontari. L’Alsp è l’Associazione lotta contro la sofferenza psichica: supporta le famiglie: ««Il disagio mentale è in crescita e colpisce in modo trasversale - ha commentato la presidente Valeria Neri -. Servono buone cure che si prendano in carico in modo forte e duraturo i problemi di chi sta male. L’insulto peggiore per il malato mentale è la solitudine». Il sodalizio «Aiuta pische» raggruppa familiari di malati di Borgomanero e Arona: «Nella nostra zona mancano gruppi-appartamento e comunità protette - ha denunciato Michele Ventura -. Spesso il fatto di abitare con la famiglia può rendere più difficili le cure». E il vicesindaco Mario Ferullo ha sottolineato: «La salute mentale è anche un problema sociale che crea nuove povertà».Nell’ex ospedale psichiatrico oggi ci sono comunità protette e centri diurni


RICETTE La Stampa, 04.12.05
Successo del «libro delle ricette». Già esaurito, subito si ristampa
Successo! Un successo incredibile: il libro «Le ricette di Saper spendere» in poche ore, giovedì, è andato esaurito. Lo ha avuto chi lo aveva prenotato presso l’edicolante di fiducia quando ancora non era in vendita, ma molti che hanno cercato di acquistarlo in alcuni punti di distribuzione poco dopo mezzogiorno non l’hanno più trovato: esaurito. Non preoccupatevi però: è già stato dato il via alla ristampa e tutto saranno soddisfatti prestissimo. E’ una promessa.
Un consiglio: dite al vostro edicolante di tenerlo da parte per voi. Questo è per tranquillizzare tutte le amiche e gli amici di Saper spendere, che hanno telefonato per sapere dove potevano trovarne una copia (il telefono diretto con Simonetta 011-6568226 è in funzione ogni lunedì e ogni venerdì ore 10,30-14,30). Tutti sarete avvertiti appena tornerà in edicola.
Quei lettori che, purtroppo esclusi dalla vendita in edicola (possibile solo in Piemonte, Liguria Riviera di Ponente, Valle d’Aosta), devono rivolgersi al numero verde de La Stampa 800011959 e in questi giorni lo hanno trovato sempre occupato, non si spaventino: occorre soltanto un po’ di pazienza, come ho detto al telefono a una gentile lettrice di Genova che ci segue «dall’inizio della rubrica nel ‘69», e a due simpatici lettori, uno del Veneto e uno di Milano. In questi giorni le telefonate si sono susseguite a ritmi pazzeschi. Vi assicuro che tutti sarete accontentati.
A tutti va il mio grazie di cuore: quella di Saper spendere è veramente «una grande famiglia» di amici e compagni curiosi e interessati a tanti aspetti della vita quotidiana. Una «grande famiglia» che in occasione dell’uscita del libro «Le ricette di Saper spendere» si è ritrovata compatta e ne ha decretato il successo tanto da dover subito provvedere alla seconda edizione.
Molti hanno telefonato e scritto email per sottolineare che l’iniziativa è piaciuta e per congratularsi con Simonetta; alcune lettrici addirittura sostengono di avere provato la sera stessa di giovedì una delle ricette pubblicate «e con grande soddisfazione per il successo a tavola».
L’email più divertente, tra le tante ricevute, è quella di Grazia da Ivrea (Torino): «Sono Grazia, tempo fa le avevo richiesto una ricetta che avevo perso per fare un budino di arance al moscato e non avendo saputo darle molte indicazioni lei non era riuscita a ritrovarla. Ebbene, stamane (giovedì, ndr) mio marito ha acquistato il libro delle ricette e con mia grande felicità ho trovato la ricetta: è a pagina 188 "Flan di arance al moscato"». Splendido!
A tutti voi, amici, dò appuntamento a presto con la seconda edizione del libro di ricette.
Tra tante lodi, non è mancata una nota di biasimo a Saper spendere. Un lettore ha chiesto notizie di una lettera spedita a ottobre 2004 con foto di un «quadretto» (la parola è sua) alla quale non aveva avuto riscontro. Non è stato soddisfatto della risposta, anzi si è molto irritato. Simonetta chiede scusa, ma ripete, per tutti gli interessati, alcune regole che ci siamo dovuti dare con i periti per poter gestire la marea di richieste: se l’opera per la quale si desidera la stima vale, secondo l’esperto, più di 400 euro, il proprietario che ha firmato la lettera e ha scritto anche il suo numero di telefono sarà chiamato direttamente da Simonetta, appena il perito avrà fornito la risposta. Ma se l’opera vale meno di 300 euro, non ci sarà alcuna telefonata e per valori ancora inferiori, in molti casi, la risposta eventuale non sarà nemmeno pubblicata.
Lo abbiamo riferito anche l’altro giorno a un lettore che ha una tempera, ma lui non si è offeso: «E’ naturale, ne avete troppe, quindi se non ricevo risposta entro un anno, vuol dire che la mia tempera vale poco dal punto di vista venale, anche se ha per me un grande valore affettivo». Lo ringraziamo per la comprensione.
In breve, per Tiziana D.B: purtroppo non abbiamo un esperto di monete per poter rispondere alla sua richiesta.
Per Carlo S. di Saluzzo: ha dimenticato di accludere la fotografia del suo quadro, ma attento, i nostri esperti non rispondono su opere di pittori viventi.
simonetta.conti@lastampa.it




Corriere della Sera, 04.12.05
Particolare sensibilità
Chi sa leggerci negli occhi
La tendenza al pessimismo aiuta a capire gli altri


Ci sono occhi che ridono, occhi che odiano, occhi che piangono anche senza lacrime. Gli occhi sono lo specchio dell'anima, ma non tutti sono capaci di leggere ciò che dicono.
Se riuscite a farlo con facilità, secondo uno studio pubblicato sull'ultimo numero della rivista Cognition Emotion dai ricercatori canadesi della Queen's University dell’Ontario diretti da Kate Harkness, potreste essere un po' depressi e anche un po' ansiosi.
La capacità di leggere le emozioni che trapelano dagli occhi degli altri deriverebbe, infatti, da una condizione chiamata "disforia", in cui si vede tutto nero e si è sempre in allerta, pronti a cogliere gli aspetti peggiori della vita e gli stimoli sociali o gli stati mentali con valenze negative.
Un po' il contrario di quanto avviene nell'innamoramento, che, dal punto di vista della neurochimica cerebrale, assomiglia al "disturbo maniacale" (l’opposto della disforia), in cui tutto va, patologicamente, sempre bene, tant'è che l'innamorato vede dovunque rose e fiori e si rispecchia nel cuore dell'amata attraverso i suoi occhi.
I ricercatori canadesi hanno sottoposto 124 studenti universitari di ambo i sessi a una valutazione utilizzando due questionari-test (Beck Depression Inventory e Mood-Anxiety Symptoms Questionnaire) per individuare il livello del loro umore.
Poi, hanno mostrato agli studenti una serie di facce in cui era visibile solo l'area degli occhi, chiedendo loro d'interpretare lo stato d'animo del volto ritratto nella foto, senza vedere il resto della faccia.
Gli studenti, sia i maschi sia le femmine, risultati disforici ai test, erano poi anche quelli che "leggevano" meglio gli occhi delle foto, soprattutto se si trattava di facce tristi, una interpretazione in cui risultavano enormemente più accurati rispetto agli altri.
Si potrebbe pensare che chi ha dei problemi è più attento e sensibile nel cogliere dallo sguardo degli altri quei tratti di malinconia che è pronto a cogliere in se stesso.
Cesare Peccarisi



Corriere della Sera, 04.12.05
sintomi
I disturbi in tre aspetti


I sintomi dell’autismo possono essere presenti solo in parte come numero e in forme più o meno attenuate. Come per tante malattie psichiatriche, oggi si parla di "spettro" dell'autismo, la diagnosi contempla un continuum che va dalle forme più lievi a quelle più gravi e invalidanti. I sintomi dell'autismo sono raggruppabili principalmente in tre aree

DISTURBO SOCIALE
Non essere teso a - e capace di - condividere le normali esperienze con gli altri
DISTURBIDEL LINGUAGGIO
A volte questi ragazzi non parlano affatto o parlano in modo peculiare; possono ripetere tale e quale quel che gli si dice (ecolalia); incapaci di usare il pronome io, parlano di sé in terza persona
RIPETITIVITÀDEGLI INTERESSI
In genere estremamente limitati. Un bimbo grave può far oscillare un oggetto in mano senza cercarne mai altri e senza tentare di utilizzarlo in alcun modo


Corriere della Sera, 04.12.05
definizione
Chiusi in sé, staccati dal mondo A volte geniali


La parola "autismo", creata dallo svizzero Eugen Bleulel nel 1911, voleva indicare la "fuga dalla realtà" caratteristica di una particolare forma di schizofrenia. All'origine del termine, autòs, in greco sé; dunque, "rinchiuso in se stesso". Il disturbo che intendiamo oggi con quel termine fu individuato molto tempo dopo, quasi in contemporanea ma in modo indipendente, dall'americano Leo Kanner nel 1943 e dal viennese Hans Asperger nel ’44. Il primo si accorse dei bambini con particolari caratteristiche, oggi considerate le più gravi, e scelse "autismo" come nome della nuova malattia individuata; il secondo osservò sintomi analoghi ma in ragazzi tutti padroni del linguaggio e parlò di "Psicopatia autistica nell'infanzia".
Nella comunità scientifica oggi è in uso dire "Asperger's children" - i bambini/ragazzi di Asperger - per indicare i giovani autistici meno gravi e spesso dotati di talenti particolari. Nel film "Rain Man" il bravissimo Dustin Hoffman impersona appunto uno di questi malati, staccato dal mondo, ma con tratti geniali.

lunedì 12 dicembre 2005

articoli 11.12.05

Le Scienze, 11.12.05
L’ormone della fiducia
Agisce indebolendo il circuito cerebrale della paura


L’ossitocina, una sostanza chimica presente nel cervello, sembra favorire la fiducia riducendo l’attività e indebolendo le connessioni del circuito cerebrale che elabora la paura. Lo rivela uno studio di ricercatori del National Institute of Mental Health (NIMH) degli Stati Uniti, pubblicato sul numero del 7 dicembre della rivista “Journal of Neuroscience”. Usando immagini di scansioni cerebrali, Andreas Meyer-Lindenberg e colleghi hanno scoperto che l’ossitocina reprime il centro della paura del cervello, l’amigdala, attenuando la sua risposta agli stimoli. Lo studio potrebbe suggerire nuovi approcci per il trattamento delle malattie che coinvolgono disfunzioni dell’amigdala e della paura sociale, come fobia sociale, autismo ed eventualmente schizofrenia.
“Molti studi negli animali - commenta Elias Zerhouni, direttore del National Institutes of Health - avevano rivelato che l’ossitocina svolge un ruolo chiave in alcuni comportamenti emotivi e sociali complessi. Adesso, per la prima volta, possiamo letteralmente vedere all’opera questi meccanismi in un cervello umano. I cambiamenti osservati nell’amigdala ci suggeriscono che una sostanza analoga all’ossitocina, ma con un’azione più prolungata, potrebbe avere un valore terapeutico per i disturbi caratterizzati dalla scarsa socializzazione”.
Ispirati da uno studio svizzero pubblicato la scorsa estate, secondo il quale l’ossitocina aumentava i livelli di fiducia negli esseri umani, Meyer-Linderberg e colleghi hanno utilizzato tecniche di brain imaging per chiarire l’effetto dell’ormone a livello dei circuiti cerebrali. I ricercatori hanno scoperto che nei soggetti che osservano immagini minacciose si innesca una forte attivazione dell’amigdala, ma anche che l’ossitocina attenua la comunicazione dell’amigdala con le altre regioni del cervello coinvolte nel meccanismo della paura.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.




ANSA, 11.12.05
Nomi al femminile? E' dibattito
Per l'Academie francaise sono aberrazioni linguistiche

(ANSA) - PARIGI, 11 DIC - Torna alla ribalta, grazie al quotidiano 'Le Figaro', la questione della femminilizzazione dei nomi della lingua francese. L'Academie francaise ha gia' dato il suo verdetto: 'sia l'orecchio sia l'intelligenza grammaticale' dovrebbero evitare quelle che definisce come 'aberrazioni linguistiche'. Ma la lingua - osserva il quotidiano - e' lo specchio di una societa' che vede le donne impegnate in attivita' fino a qualche tempo fa di prerogativa essenzialmente maschile.

sabato 10 dicembre 2005

articoli 09.12.05

Le Scienze, 09.12.05
Depressione ed epilessia
Dopo un'operazione chirurgica migliora anche la salute mentale


Ansia e depressione sono problemi comuni per i pazienti la cui epilessia non può essere controllata con i farmaci. Uno studio pubblicato sul numero del 13 dicembre della rivista "Neurology", però, rivela che dopo un'operazione chirurgica si riscontrano miglioramenti significativi.
Il neurologo Orrin Devinsky dell'Università di New York e colleghi hanno scoperto che i tassi di ansia e depressione possono calare di oltre il 50 per cento nei due anni successivi all'intervento chirurgico. I pazienti che non hanno più avuto attacchi epilettici dopo l'operazione avevano probabilità ancora maggiori di non essere più soggetti ad ansia e depressione.
"Sono risultati molto importanti, - commenta Devinsky - perché la depressione e l'ansia possono avere un impatto significativo sulla qualità della vita. Molti studi hanno dimostrato che nei pazienti che soffrono delle forme più ostiche di epilessia la depressione ha un effetto maggiore sulla qualità della vita rispetto agli attacchi veri e propri".
Lo studio ha coinvolto 360 volontari in sette centri di epilessia negli Stati Uniti. I pazienti si sono sottoposti a interventi chirurgici per rimuovere l'area del cervello che produceva gli attacchi. Questo tipo di operazione è riservata di solito a coloro i cui attacchi non possono essere controllati con i farmaci. I ricercatori hanno valutato la salute mentale e gli eventuali sintomi di depressione e di ansia prima degli interventi chirurgici e nei due anni successivi, scoprendo che i tassi di questi disturbi sono sostanzialmente calati.
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il Manifesto, 09.12.05
«Senza peccato, l'uomo si annoia»
Anatemi, citazioni e celebrazioni conciliari: il papa festeggia il suo primo 8 dicembre
Pierferdinando Casini s'inchina e bacia l'anello papale. Ma la nuova papamobile, nera ed austera, non convince i fedeli

IAIA VANTAGGIATO

I nostalgici della candida ed eterea papamobile di wojtyliana memoria saranno rimasta delusi: nera ed austera - come l'uomo che la cavalcava - era l'auto con cui papa Ratzinger ha attraversato, ieri pomeriggio, le strade di Roma diretto a piazza di Spagna per rendere il consueto omaggio pontificio alla statua dell'Immacolata Concezione. «Porto con me - ha detto Benedetto XVI - le ansie e le speranze dell'umanità di questo nostro tempo, e vengo a deporle ai piedi della celeste madre del Redentore». Davanti ai suoi piedi, invece - e più prosaicamente - «inciampano» il sindaco di Roma Walter Veltroni e il prefetto Achille Serra mentre il presidente della Camera Pierferdinando Casini, abbandonato ogni freno, s'inchina e bacia l'anello papale. E' una giornata piena quella di Joseph Ratzinger che, però, ben si destreggia tra celebrazioni conciliari, rimbrotti etico-teologici ed ammiccanti evoluzioni in lingua (e preghiera) araba. Il primo 8 dicembre del nuovo papa inizia infatti con la messa solenne celebrata nella Basilica di san Pietro per ricordare il 40esimo anniversario della conclusione del Concilio Vaticano II. E le sue parole sono rivolte - più che a Giovanni XXIII che di di quel concilio fu l'anima indiscussa - a Paolo VI: «Resta indelebile nella mia memoria - ha detto durante l'omelia - il momento in cui, sentendo le parole del pontefice - i Padri si alzarono di scatto dalle loro sedie e applaudirono in piedi, rendendo omaggio alla Madre di Dio». Era l'8 dicembre del 1965. Un'altra Immacolata di cui tenere conto perché «La Madre del Capo - come ieri ha affermato Ratzinger - è anche la Madre di tutta la Chiesa».
Ma è solo l'inizio. A mezzogiorno, Benedetto XVI si affaccia dalla seconda finestra del Palazzo Apostolico per recitare l'Angelus. Benedice la fiamma olimpica dei Giochi di Torino 2006 che giunge a san Pietro grazie a un alacre tedoforo delle Guardie Svizzere e poi si lancia nel biblico anatema: «Il male avvelena sempre, non innalza l'uomo, ma lo abbassa e lo umilia, non lo rende più grande, più puro e più ricco, ma lo danneggia e lo fa diventare più piccolo». Non è chiaro a cosa si riferisca - per una volta ci vengono risparmiati aborto, pacs, unioni di fatto e matrimoni preteschi - ma sono comunque le fiamme dell'inferno a tormentarlo: si fa strada nell'uomo, precisa Ratzinger, «il sospetto che una persona che non pecchi affatto sia in fondo noiosa, che manchi qualcosa nella sua vita, che faccia farte del vero essere uomini la libertà di dire di no, lo scendere giù nelle tenebre del peccato e del voler fare da sé».
Il carico è da novanta. In fondo è quasi Natale e - come da copione - siamo tutti più buoni. Ma il tedesco non demorde e - tanto per marcare la differenza intellettuale coi suoi predecessori italiani che raramente, per la verità, si sono ispirati a Dante - cita Goethe: «Chi si abbandona a Dio non diventa un burattino nelle sue mani ma può esercitare in spazi più ampi la sua libertà per il bene del mondo, come ci racconta la storia di Maria Immacolata a differenza di Mefistofele che ci chiede di patteggiare un pò con il male nell'illusione di trarne un beneficio».
La Madonna, Goethe, Mefistofele e poi il serpente, la lotta tra il bene e il male, le tenebre e l'abisso. Difficile fare cronaca quando a parlare è la Vergine Maria. Unico elemento di realtà di tutta la giornata, uno striscione e mazzi di fiori dei detenuti di Regina Coeli e di Rebibbia: «Indulto, un atto di clemenza negato».

sabato 3 dicembre 2005

Liberazione, 02.11.05
L’emendamento alla Finanziaria sulle gravidanze a pagamento
“Evita-aborto”: le donne ds in rivolta contro Livia Turco
di Castalda Musacchio

«Parlate con la Turco». Risposte piuttosto stizzite all’ultima conferenza programmatica Ds. La Quercia è andata in fibrillazione. Quell’emendamento “evita aborto” a firma Bindi, Turco, Fioroni,nonvapropriogiù.L’aria si taglia con il coltello. E a sentire le deputate, non solo della minoranza diessina, quel testo – dicono tutte arrivato a “sorpresa” sul tavolo della commissione – rischia di far esplodere un “caso” e non da poco tra le donne della Quercia. «E diciamola tutta - replica una deputata che non vuole essere citata - non ci trova affatto d’accordo». La netta sensazione è che il dito sia puntato: e contro quella gestione un po’ “autodafé” che Livia Turco ha fatto propria e su temi dirimenti come la tutela della maternità e quella delle donne. n definitiva è un emendamento che ha spiazzato proprio tutte le donne di casa Ds e in tutti i sensi. Le critiche giungono da tutte le parti sia da destra sia da sinistra. «Nessuna polemica - precisa subito Katia Zanotti - ma lo debbo dire avrei preferito una discussione sincera e aperta su un tema come la tutela della maternità su cui non si possono attuare scelte autonome. E’ pur vero che manca una sede di discussione ma davvero questo emendamento è calato dall’alto e senza preavviso. Questa proposta comunque non mi trova assolutamente d’accordo». E i motivi sono molteplici. tutti ben definiti: «Stiamo andando in giro ad attaccare una finanziaria che prevede a sostegno delle famiglie solo dei bonus. E questa proposta a mio parere è persino peggiore dei bonus. Innanzitutto - precisa – partiamo dal linguaggio del testo. In un certo senso è raccapricciante. E’ stato utilizzato un lessico sbagliato colpevolizzante nei confronti della donna. E il punto politico, cui non si può proprio venire meno, è che non si può presentare una proposta decontestualizzandola dal contesto e dalla polemica antiaborista e oscurantista che è in corso ». Il centrosinistra - aggiunge - aveva già fatto delle politiche sugli assegni di maternità sulle quali si poteva procedere. E questo intervento non ha affatto quel carattere di strutturalità cui hanno fatto cenno sia Rosi Bindi sia Livia Turco. «L’Unione - continua - dovrebbe dare un segnale molto netto e poco ambiguo per il sostegno delle famiglie e questo non può che stare nella espansione della rete dei servizi, perché la monetizzazione - lo abbiamo detto noi – è esclusione e sostanzialmente non tutela le donne in quanto tali anche quelle che desiderano fare un figlio e hanno ostacoli per farlo. Comunque – conclude - per quanto mi riguarda se mi presentano un emendamento di questo tipo non sono in condizione di votarlo. Su questi temi è necessario aprire un dibattito, che vi sia all’interno del nostro partito una seria discussione che non può essere lasciata all’autonomia di qualcuno». Sarebbe meglio dire di qualcuna. Ora per la verità a sentire altre voci pare proprio che in commissione si sia compiuto un vero “blitz” e da parte di Rosi Bindi. «Io - dice ancora un’altra deputata - so che la Bindi ha telefonato alla Turco chiedendole di firmare questo emendamento. E lei l’ha fatto». Gettando tutte nel panico. Colleghe di “linea” o meno. Grazia Labate per esempio è della maggioranza Ds. La sua è una posizione limpida e priva di voglia di polemica. «Per quanto mi riguarda - spiega – io quell’emendamento non l’ho firmato anche perché avevo proposto altri emendamenti che ritengo vanno nel senso discusso all’interno dei tavoli del centrosinistra. Del resto – spiega - la posizione dell’Unione su questo è piuttosto chiara: pensiamo sia indispensabile per esempio dare piena attuazione al primo articolo della legge 194 potenziando la rete dei consultori sul territorio. Ad oggi ve ne sono appena 0,8 ogni ventimila abitanti. Personalmente ho presentato un emendamento pensando di collegarci a quella norma che prevede di diminuire del 10% gli emolumenti dei parlamentari, e con questi fondi andare a finanziare la rete dei servizi sul territorio. E comunque - precisa alla fine - di questo emendamento nessuno di noi ne sapeva nulla. E nessuno ma proprio nessuno ne ha parlato prima». «Un emendamento - sostiene ancora Gloria Buffo - che non mi convince affatto». E a chiedere ora con forza che si ritiri è la Cgil o meglio le donne della Cgil. «Eviteremo volentieri - precisano Marigia Maulucci e Morena Piccinini - che si desse ulteriore spazio a coloro che stanno attaccando i consultori e la 194. Al contrario, questi attacchi andrebbero contrastati e su tutti fronti». Vallo a dire alla Turco però. La stessa Barbara Pollastrini, “intima” della ex ministra, tace. “No comment” sulla questione ma la polemica è esplosa. E a questo punto si potrebbe proprio ricorrere a un vecchio slogan: “Giù le mani dal corpo delle donne”.

Liberazione, 02.11.05
Il tesoriere della Quercia propone candidature a pagamento. Roba da ricchi...
Dimmi, compagno, cosa vendi?
«Un seggio a Montecitorio, 60.000 euro»
di Rina Gagliardi

Una proposta indecente. Non trovo altro aggettivo per definire l’idea del tesoriere diessino Sposetti che ha fatto sua una pratica del resto tipicamente berlusconiana e ha proposto, appunto, di regolamentare per via pecuniaria le candidature del postUlivo al prossimo Parlamento. In sintesi: giacchè la nuova legge elettorale prevede liste bloccate e ridimensiona la necessità di una costosa campagna elettorale personale, i nuovi o vecchi “candidati sicuri” dovranno preventivamente versare nelle casse del partito la bellezza di sessantamila euro. Un anticipo sui loro futuri emolumenti, dice Sposetti. Un acquisto in contanti, in denaro sonante, di un seggio parlamentare, diciamo noi. Grazie al quale, la Quercia contribuisce ad avviare una nuova fase della democrazia: la rappresentanza censitaria. E’ pur vero che anche l’Assemblea Costituente stabilì, nei dintorni dell’89 (1789) il suffragio universale (maschile) proprio sulla base del censo (il marco d’argento fiscale era la condizione per diventare elettori). Ma è anche vero che dalla rivoluzione francese sono passati più di duecento anni – e in mezzo aveva preso piede una concezione, chiamiamola così, un po’ più avanzata dei meccanismi attraverso i quali si esercita la “sovranità popolare”. Che cosa rischia, ora, di accadere? Intanto, si produrrà nei fatti una selezione dei candidati eccellenti (per intenderci: quelli che si presenteranno nelle circoscrizioni dell’”Italia rossa”, Toscana, Umbria, Emilia) interamente a svantaggio di quei (pochi?) per i quali sborsare di botto 120 milioni di vecchie lire è un problema. E’ chiaro di chi stiamo parlando: degli operai, dei disoccupati, dei giovani precari, degli insegnanti e dei maestri elementari, dei borsisti a contratto, delle commesse, insomma, di quel pezzo (grande) di classi subalterne che – solo in teoria, certo – la sinistra, anche la sinistra liberale, dichiara di voler rappresentare. Naturalmente, una rappresentanza non è, in sé e necessariamente, una rappresentanza sociale diretta – lo sappiamo anche noi, Sposetti. Ma non vi sfugga il salto di qualità formale, cioè sostanziale, che ora si sta per produrre: soltanto da un certo livello di reddito in su, si può entrare a far parte degli eletti. Da una certa soglia di reddito in giù, all’opposto, si è tagliati fuori in via programmatica e “definitiva”. Non è, nient’affatto, un passaggio indolore. Noi sappiamo bene quanto questa società sia nutrita di disuguaglianze e di discriminazioni reali: ma se venisse eliminato l’articolo 3 della Costituizione, se in una nuova - e riformista – formulazione, si scrivesse che i cittadini sono “diseguali” davanti alla legge, con molte distinzioni di “sesso, razza, religione, opinione”, e “reddito”, non faremmo tutti un salto sulla sedia? Nel suo piccolo, Sposetti ha operato una revisione delle regole della rappresentanza mica da ridere. C’è dietro una visione neooligarchica – e neoscambista - della politica. E un rischio serio di regressione democratica – almeno di ciò che noi intendiamo per democrazia repubblicana, sancita dalla nostra carta costituzionale. Senza contare che, se questa sciagurata prospettiva dovesse avere corso, non potremmo non assistere a un rigoglioso “mercato delle vacche”, pardon delle circoscrizioni elettorali con annessi seggi e marchi, pardon euro, più o meno d’argento. Quando si dovrà stabilire – solo per fare il primo esempio che capita – a chi tocca il pregiatissimo territorio di Siena, che elegge con certezza quasi matematica un folto numero di parlamentari ulivisti, ci saranno trattative cruente tra Dl e Ds, tra prodiani e rutelliani, tra aree e controaree. Ma se alla fine prevalesse il criterio neocensitario, perché escludere un’asta? Chi offre di più, va a farsi eleggere a San Quirico d’Orcia. Chi offre di meno, viene sbattuto in Sicilia. Una fiction improbabile? Ma di sicuro, dalle parti di Forza Italia, succederà – sta quasi già succedendo. E ahimè, se il centrodestra diventa un modello da copiare sulle forme del far politica, non si può escludere nulla, nemmeno a sinistra. Sembra perfino superfluo far notare che, per questa via, il disastro in cui oggi consiste la politica non può che ulteriormente aggravarsi. Il problema, grave, dei costi della politica (affrontato da Cesare Salvi in un libro appena uscito) viene così “risolto” con cinismo quasi ammirevole: enfatizzando uno stile già assai diffuso, anzi dando ad esso la dignità di un nuovo statuto formale. La gente fa cose da pazzi per diventare parlamentare? S’indebita, si corrompe, si lega a lobbies oscure, svuota le tasche di chiunque, pur di avere uno scranno a Montecitorio? Invece di cominciare ad affrontare davvero il problema, si decide, più o meno, di “lecitizzare” quel comportamento: se vuoi far politico a livello istituzionale, se vuoi diventare un rappresentante del popolo, devi pagare. Devi ricompensare il tuo “committente”: cioè quel partito che dispone del potere concreto di farti diventare deputato e con il quale realizzi anche un patto mercantile – uno scambio in piena regola. I partiti, quel potere, ce l’hanno sempre avuto, s’intende (solo i cultori religiosi del maggioritario hanno spacciato il sistema come “più vicino” al popolo, come se i candidati del collegio uninominale fossero decisi dalla “società civile” e non dai palazzi) - ora, semplicemente, hanno un piccolo potere in più, visto che hanno inventato un meccanismo psedudoproporzionale senza nemmeno una preferenza – una preferenza piccola così per una o uno che ti è un po’ più più simpatico. Così, il cerchio oligarchico si chiude, a perfezione: c’è un ceto garantito, che prende tutte le decisioni, fin le più minute, e non vuole nessun ostacolo concreto, od umano, sulla loro strada. Ora c’’è un “salario d’ingresso” in questo stesso ceto, che coopta i nuovi membri del club sulla base dell’antico criterio del censo. Naturalmente, sul campo c’è anche una vittima: la politica.

Liberazione, 02.11.05
Scienza araba, le radici della cultura europea
Dalla matematica alla medicina, dall’astromomia alla farmacopea: una mostra a Parigi racconta, attraverso manoscritti ed oggetti vari, i secoli d’oro tra l’VIII e il XV. Fino al 19 marzo presso l’Istituto del mondo arabo
di Monia Cappuccini

Durante le faticose trattative per buttar giù la liberal-liberista Costituzione europea, da parte del Vaticano e delle sue dependance romane, Montecitorio e Palazzo Madama, si fece pressione perché venisse inserito un richiamo alle radici cristiane dell’Europa. Fortunatamente la richiesta fu respinta (anche se ciò non è servito a evitare la bocciatura dei cittadini francesi). D’altra parte, perché le radici cristiane e non quelle, per esempio, greche? Ricordiamo che fino a pochi anni fa i medici giuravano su Apollo medico, e che la Bibbia cristiana è comunque composta anche da un Vecchio testamento di origine ebraica. A studiare la storia, non ci si può non rendere conto della natura necessariamente “meticcia” della cultura. E ancora di più in uno spazio come quello europeo, dove periodicamente si assiste a maldestri e funesti tentativi di ritrovare una purezza biologica e culturale. La ricerca di un mito delle origini, che inevitabilmente si scontra con un realtà sfumata, “sporca”, fatta di contaminazione e diversità, di radici che vanno ben oltre la superficiale e artificiosa unità che la Chiesa o vari nazionalismi vorrebbero. Non fa eccezione la scienza, che per quanto abbia avuto nell’Occidente europeo uno sviluppo vorticoso, ha un pedigree che la porta molto lontano, temporalmente e geograficamente. Risalendo all’indietro è inevitabile fermarsi sulle sponde meridionali del Mediterraneo e da lì andare da un lato verso la Spagna, dall’altro verso oriente, fino all’India e la Cina. Cioè, è inevitabile incontrare la scienza araba, cui in questi giorni è dedicata una bella mostra all’Institute du Monde Arabe di Parigi (www.imarabe. org), aperta fino al 19 marzo 2006. L'âge d'or de la science araberacconta del grande periodo di sviluppo conosciuto dalla cultura araba tra l’- VIII e il XV secolo. Le dinastie che regnarono sull’impero arabo ebbero in effetti un importante ruolo di mecenati, permettendo
la creazione di una cultura araba originale che ha raccolto eredità molto antiche. Nell’ottavo secolo, il califfo al-Mansûr riunì attorno a sé studiosi di ogni provenienza e confessione religiosa, allo scopo di accrescere il proprio prestigio e della corte, appena stabilitasi a Baghdad. Nel secolo successivo, proprio a Baghdad, al-Ma'mûm fece costruire la celebre Casa della Saggezza, che riuniva scienziati e umanisti, dediti non solo alla ricerca ma anche alla traduzione e alla conservazione dell’immenso patrimonio culturale che ebbero a disposizione. Un patrimonio che proveniva da tradizioni millenarie, come quelle cinesi, indiane, babilonesi, o che stavano scomparendo a seguito del crollo dell’impero romano, come il sapere greco. L’enorme estensione geografica e una lingua comune favorirono così lo sviluppo di una sapienza composita e capace di assimilare conoscenze preesistenti. Ad esempio, in ambito matematico si adottò - con qualche modifica - il sistema numerico indiano (decimale e posizionale), introdotto dal matematico Al-Khwârismî, dal cui nome deriva il termine “algoritmo”, il quale scrisse nel IX secolo il “Libro sul calcolo indiano”, poi tradotto in latino tre secoli dopo. Vennero riprese tecniche di calcolo assire, mentre furono tradotti e aggiornati gli “Elementi di Euclide”, compendio del sapere geometricomatematico greco. Grazie ai contatti con la Cina vennero poi adottati innovazioni importanti per la produzione della carta, che permisero quindi un’ampia diffusione delle nuove traduzioni di queste opere, rendendole disponibili per un’élite culturaleche andava dalla Cina fino alla Spagna. Fu grazie a questo intenso lavorio che si preservò e trasmise il sapere antico, giunto infine del tardo Medioevo che aveva perso le tracce di molte opere e conoscenze. Tuttavia, la scienza araba non ebbe solo un ruolo di trasmissione, sterile pur se importante. La riorganizzazione del sapere precedente fu infatti accompagnata da innovazioni tecnologiche e scientifiche notevoli. E’ l’esempio della medicina: i trattati ippocratici vennero tradotti e commentati da grandi autori, ma insieme alla revisione dei testi antichi fu scoperta la circolazione polmonare. Così per il “De materia medica” di Dioscoride, grande farmacopea ellenica che fu arricchito dalle grandi conoscenze chimiche sviluppate in India e in Cina, oltre che dagli Arabi stessi. E poi fu sviluppata l’arte sanitaria, con la creazione dei primi ospedali. Lo stesso processo si è ripetuto per tutte le discipline, con l’astronomia che ha avuto un’enorme influenza fino all’Europa del Seicento. Le opere di Tolomeo vengono prima tradotte e riviste in arabo e poi tra il XII e il XIII secolo vengono volte in latino e in ebraico, diffondendosi in tutto il bacino mediterraneo, e portando con sé le grandi innovazioni tecnologiche: l’astrolabio soprattutto, strumento di origine greca ma perfezionato dagli Arabi. La passione per l’osservazione celeste fu d’altra parte uno dei prodotti della religione, che pretende un orientamento preciso nella costruzione degli edifici e delle preghiere quotidiane: sapere dove si trova La Mecca non rappresentava quindi solo un problema scientifico. Va inoltre sottolineato il fatto che alcune opere arabe non furono conosciute in Europa fino all’Ottocento, ma rappresentano delle punte molto avanzate del sapere: come sottolineano i curatori della mostra, «il sapere universale è anche arabo». Concluso il giro nelle sale dell’esposizione, che raccolgono manoscritti, modelli di macchine idrauliche, astrolabi, attrezzi medici, strumenti musicali, provenienti da molte collezioni, rimane un interrogativo: quali le cause del declino della scienza araba a partire dal XV secolo? E’ una questione che mette insieme scienza, cultura in generale, società e politica. Le crociate, le invasioni mongole, l’espulsione degli Arabi e degli Ebrei dalla Spagna e poi la presa di potere turca, hanno eroso la base socioculturale su cui era stata costruita la fioritura scientifica precedente. A dimostrare che la scienza dipende crucialmente dalla società che la circonda. Sul lungo periodo, senza la presenza di un sistema di ampio respiro capace di sostenere la ricerca, questa è destinata al declino. Viceversa, un alto livello scientifico e tecnologico non garantisce lo sviluppo futuro. E’ un circolo chiuso da cui non si può uscire, e che deve essere sempre tenuto presente, al di là delle miopie necessarie dell’agire politico. Piuttosto “terrorista”, sarebbe utile studiare la storia e favorire l’incontro tra culture, scambiando saperi e arricchendosi reciprocamente. Inviare eserciti e imporre modelli sociali e culturali, non potrà che rivelarsi una strategia sbagliata.

il manifesto, 01.12.0.5
A che serve
Ida Dominijanni

O sotto accusa o sotto tutela, grazie al centrodestra e al centrosinistra uniti nella rincorsa al cardinal Ruini le donne italiane vengono retrocesse dal discorso politico allo statuto di soggetti minori, deboli e potenzialmente criminali. La realtà per fortuna è cosa diversa dal discorso, ma il discorso produce effetti di realtà e dunque questa retrocessione va presa sul serio, contrastata e rispedita ai mittenti e, ahinoi, alle mittenti. Quando nelle stesse ore alla camera la mano destra dà il primo via all'indagine sull'applicazione della 194 e la mano sinistra propone un assegno di sostegno alla gravidanza; e tutte e due, la mano destra e la mano sinistra, giurano di agire «per aiutare le donne», c'è una sola risposta possibile a tutte e due ed è «no, grazie». L'indagine sulla 194, brillante idea del neoeletto segretario dell'Udc che altra via non aveva per accedere agli onori della cronaca, non servirà a sapere nulla che già non si sappia sull'applicazione della legge (peraltro già annualmente monitorata dal ministero della sanità), ma serve a rimettere le donne sul banco degli imputati, supportando istituzionalmente la campagna di criminalizzazione dell'aborto che imperversa su media potenti e meno potenti. L'assegno di sostegno alla gravidanza non servirà a estendere un diritto alle lavoratrici precarie (perché Livia Turco e Rosi Bindi non si stendono sul tavolo programmatico di Romano Prodi per imporgli l'impegno all'abrogazione della legge 30?), serve a consentire al ministro Storace di dare a entrambe, Livia Turco e Rosi Bindi, il benvenuto nel fronte della «prevenzione» dell'aborto. Tutt'e due, indagine e assegno, servono a rafforzare il messaggio che da ogni parte risuona, che le donne non sono soggetti sovrani ma oggetto di cura statale e curiale. Siamo nelle loro mani, e in che mani.

Le stesse mani che in parlamento si rinviano da uno schieramento all'altro la palla delle quote rosa, ripetendo all'infinito una pantomima ipocrita e ineffettuale che non servirà a candidare più donne, serve a strumentalizzarle a fini di schermaglia politica e ad alimentare un'immagine di miseria femminile che ricade in primo luogo sulle parlamentari stesse, di destra e di sinistra parimenti. Le stesse mani che si rincorrono e si stringono per entrare nelle grazie non dei cattolici ma delle gerarchie vaticane, e prontamente rispondono agli ordini di Ruini quali che siano. Il cardinale ricorda che la vita è un dono di Dio di cui la donna è puro contenitore e veicolo, e il giorno dopo partono l'indagine sulla 194 e l'assegno per la gravidanza: mai si ricorda tanta solerzia nella politica italiana.

Il discorso della politica istituzionale sulle donne da molto tempo non dice e probabilmente non ha mai detto granché sulla realtà delle donne. Ma dice molto sulla realtà della politica istituzionale: de vobis, non de nobis fabula narratur. A sostegno dell'assegno di gravidanza Rosi Bindi ha sostenuto ieri che è un'anticipazione della prossima politica di governo del centrosinistra. Il buongiorno si vede dal mattino: se questo è il mattino, sarà buio a mezzogiorno.

il manifesto, 01.12.05
Ruini
La parola assente
Roberta Carlini

Invito all'astensione sulla fecondazione assistita, no alla salva-Previti, no alla clonazione, sì alle radici cristiane nella costituzione dell'Europa, no ai Pacs, no alla sperimentazione della pillola abortiva negli ospedali pubblici italiani, critiche alla devolution, perplessità sulla nuova legge elettorale, no ai matrimoni misti, critiche ai tagli della finanziaria alla cooperazione, sì ai volontari nei consultori, stop all'uso di droghe e alcolici e alle sfide in auto. L'infaticabile cardinal Ruini, dopo aver preso in soli undici mesi tutte le posizioni appena riportate - oltre a quelle che riguardano gli interna corporis della chiesa: la malattia del vecchio papa, la sua morte, i pellegrini, il conclave, il nuovo papa, la beatificazione del «santo subito», il nuovo catechismo, l'eliminazione del limbo etc. etc. -, all'inizio del dodicesimo mese ha fatto sapere: non tacerò. Rivendicando il diritto della Chiesa cattolica di dire la sua sui temi «della vita e della famiglia». E chi glielo nega? L'onda lunga del successo mediatico della morte di Wojtyla non si è ancora abbassata, mentre la fame di voti e la malriposta speranza che vescovi e parroci ne gestiscano a pacchi garantisce la simpatia o l'acquiescenza di quasi tutto il mondo dei partiti (nel quale però l'unica novità, la Rosa nel pugno, si è creata non a caso proprio attorno alla difesa di un grumo di laicità residua). Nessuno nega a Ruini il diritto di dire la sua opinione e la sua verità, semmai troppo pochi sono coloro che gli contrappongono il diritto e il dovere di dire le proprie opinioni e posizioni, anche se non hanno il marchio della verità rivelata - e tanti quelli che gli corrono dietro ansimando, come i portatori della misera proposta di una paghetta mensile «anti-aborto».

C'è una cosa però su cui Ruini non ha ancora parlato. Una cosa che da ieri è legge dello stato: l'esenzione dall'obbligo di pagare l'Ici per i beni immobili della Chiesa e degli enti ecclesiastici adibiti a scopi non di culto. Alberghi, centri sportivi, ostelli, edifici adibili ad attività ricreative: anche posti in cui si paga per entrare, e dai quali i pii istituti ricevono compensi. Su questi suoli e immobili non si pagherà il balzello che pagano tutti i proprietari italiani. Il risparmio per la Chiesa cattolica sarà di 300 milioni, secondo le prime stime: un terzo dell'intero gettito dell'otto per mille, che fu introdotto con grandi discussioni pubbliche e sul quale almeno i cittadini italiani hanno una piccola possibilità di scelta, con la firma nella dichiarazione dei redditi. Su questo dono piovuto dal cielo il cardinal Ruini tace. Peccato. Potrebbe spiegare perché è giusto non pagare le tasse su quegli immobili, e visto che c'è anche come i comuni potranno tappare il «buco» che si apre nelle loro casse. Potrebbe risalire a San Tommaso oppure a Milton Friedman, illuminare ed esaltare lo scopo collettivo del «meno tasse, più Chiesa». Oppure, e più sinceramente, potrebbe dirci almeno: grazie.

il manifesto, 01.12.05
chiesa
I vescovi: «Nessun silenzio». E parlano a tutto campo

C'è di tutto di più nel documento conclusivo dei lavori della 50esima Assemblea generale della Cei. I vescovi, che si sono riuniti ad Assisi dal 14 al 18 novembre, non si limitano a difendere il loro diritto ad intervenire sui temi legati al rispetto della vita umana, ma lanciano affondi a destra e a manca su legge elettorale, riforme istituzionali, finanziaria. «In merito al dibattito in atto sul tema della laicità e sul rapporto tra Stato e Chiesa», spiega il documento, i vescovi sono in sintonia con quanto detto da Ratzinger in Parlamento, in occasione del terzo anniversario della visita di Giovanni Paolo II. E' necessaria «una `laicità positiva' che abbia come riferimento i diritti fondamentali dell'uomo, compreso quello della libertà religiosa». Quindi i vescovi promettono «da parte della Chiesa l'impegno aperto e concreto a favore della persona umana», che non rappresenta «una violazione della laicità della nostra Repubblica, ma piuttosto un contributo, offerto alla libertà di ciascuno, per il suo bene autentico». D'altronde: «Una Chiesa che tacesse su questi temi, per salvaguardare i propri pur legittimi interessi istituzionali, non farebbe invero molto onore né a se stessa né all'Italia». Iniziano poi le preoccupazioni su tutto il resto: la Finanziaria perché toglie fondi «alle fasce più povere e alla cooperazione internazionale». Il Mezzogiorno, con una richiesta di maggiori infrastrutture e di un deciso impegno contro la mafia. Ma anche le riforme. I presuli si dicono preoccupati dai «toni duri» che stanno caratterizzando la scena politica e le «forti polemiche che stanno accompagnando la nuova legge elettorale e la riforma della seconda parte della Carta costituzionale, che richiederà un ricorso a referendum popolare confermativo».

Corriere della Sera, 01.12.05
Uno studio di psicologi dell'Università del Wisconsin
Usa, solo le segretarie possono essere sexy
Le donne in carriera che mettono in mostra il loro fascino suscitano diffidenza. Le loro sottoposte no

NEW YORK - Sharon Stone di Basic Instinct; Demi Moore in Rivelazioni; Reese Witherspoon nel più recente «Una bionda in carriera», che sfida le apparenze sexy per sfondare prima ad Harvard e poi come avvocato di grido? Semplici prodotti della fiction Hollywoodiana in un Paese – l’America – dove nella realtà le donne dotate di sex-appeal faticano a far carriera perché non vengono prese sul serio. Lo rivela uno studio guidato da Peter Glick, docente di psicologia alla Lawrence University del Wisconsin, e pubblicato nell’ultimo numero della rivista Psychology of Women Quarterly. «Una donna manager la cui apparenza nel corso dello studio sottolineava il desiderio di apparire sexy ha sollecitato emozioni meno positive, reazioni più negative e percezioni di minor competenza su una scala soggettiva», spiega Glick, «nonché di minor intelligenza su una scala oggettiva».
DOPPIO PARAMETRO - Ottantacinque anni dopo l’introduzione del voto alle donne e quarantuno dalla creazione della legge sulle Pari Opportunità, l’America continua insomma a trattare i sessi con un doppio parametro, conferendo agli uomini prerogative off limit per le donne. Che possono essere anche molto più competenti dei colleghi maschi e sapere tutto del lavoro che svolgono ma, se indossano un abbigliamento provocante, non vengono rispettate e spesso sono giudicate poco abili nelle loro mansioni.
LE DIFFERENZE TRA DONNE IN CARRIERA E SEGRETARIE - Ancora più sconcertante il risvolto della medaglia cui è pervenuta la giuria di uomini e donne che hanno partecipato all'esperimento del Wisconsin: se a presentarsi in ufficio con abiti osé che ne esaltano le forme femminili sono le segretarie, nessuno trova nulla da ridire. «L’effetto negativo si limita alle donne ai vertici della scala aziendale», spiega il prof Glick, «il look sexy ha provocato sentimenti di ostilità e una valutazione di scarsa intelligenza solo nei confronti delle executive, non delle loro subordinate».

Corriere della Sera, 01.12.05
Benedetto XVI in occasione della giornata mondiale di lotta al virus
Il Papa: «Contro l'Aids serve la castità»
Il Pontefice ha ricordato le strategie di prevenzione basate su «continenza e promozione della fedeltà nel matrimonio»

CITTA' DEL VATICANO - Il Papa, in occasione della Giornata mondiale di lotta contro l'Aids, ha voluto ricordare che funzionano bene le strategie per la prevenzione basate «sulla continenza, la promozione della fedeltà nel matrimonio, l'importanza della vita familiare, l'educazione, l'assistenza ai poveri». Incontrando la nuova ambasciatrice del Sudafrica presso la Santa Sede, Benedetto XVI ha voluto rivendicare il contributo della Chiesa Cattolica nella battaglia contro il terribile virus. Ed ha sottolineato la necessità di una strategia basata su più elementi, compreso la castità. «In questo contesto - ha spiegato - la Chiesa Cattolica offre la sua cooperazione ovunque possa dare assistenza».
UN DOVERE L'ACCOGLIENZA DEI RIFUGIATI - Il Papa inoltre ha parlato del drammatico problema dei rifugiati, ricordando alla ambasciatrice che l'accoglienza di quanti fuggono da «povertà, tensioni politiche e violenza» è un dovere delle nazioni ed è «segno di una società autenticamente civile». «La politica del Sudafrica nell'accettare gli altri - ha sorrolineato - è stata esemplare per l'intera regione». Da Papa Ratzinger infine anche un incoraggiamento al Governo di Pretoria affinchè si impegni a «promuovere la dignità dell'essere umano dal concepimento alla morte».

Corriere della Sera, 01.12.05
Proposta di modifica alla Finanziaria firmata da Ds e Margherita
L'Unione: un assegno per non abortire
Duecentocinquanta euro alle donne in gravidanza, a partire dal sesto mese, con un reddito basso. Sì di Storace. No dei Verdi

ROMA - Un assegno mensile di 250 euro per le donne in gravidanza, a partire dal sesto mese, con un reddito familiare non superiore a 40mila euro annui. È la proposta di modifica alla Finanziaria presentata da Ds (Livia Turco) e Margherita (Giuseppe Fioroni, Rosi Bindi) che, nel dettaglio, è rivolta sia alle cittadine italiane che a quelle comunitarie ed extracomunitarie «in possesso di regolare permesso di soggiorno che si trovino nella condizione di disoccupazione, non iscritte alle liste di collocamento, interessate dalle tipologie contrattuali» della legge Biagi.
Per le ragazze madri «in presenza di gravi condizioni di disagio sociale ed economico e comunque con un reddito non superiore a 25mila euro annui» l'emendamento prevede «un assegno di 350 euro mensili e a partire dal terzo mese di gravidanza». Sará uno o più decreti emanati dal ministero del Welfare (entro 60 giorni dall'approvazione) di concerto con l'Economia e con la Conferenza delle Regioni e autonomie liocali a fissare le modalitá di riconoscimento dei requisiti e di erogazione dell'assegno.
LE REAZIONI - «Se l'opposizione evolve a me non fa che piacere». Il ministro della Salute, Francesco Storace, commenta così la proposta dei Ds-Dl di inserire in Finanziaria un contributo per le donne in stato di gravidanza che prevede un assegno per scongiurare l'aborto. Nettamente contraria Luana Zanella, deputata Verde della commissione Affari Sociali, che dice: «Quella dei Ds e della Margherita mi pare una iniziativa strumentale». Secondo Zanella, «le politiche di sostegno a favore della maternità sono sacrosante e vanno realizzate attraverso finanziamenti agli Enti locali e al Fondo Sociale, entrambi taglieggiati dal governo di destra. L’emendamento in questione, invece, presta il fianco alla demagogia politica di Storace e del rinato fronte anti-aborto: mi pare - conclude - piuttosto un autogol».

Liberazione, 01.12.05
Bindi e Turco arruolate nel partito di Ruini: soldi per finanziare la gravidanza
di Angela Azzaro

Ieri alla Camera è stata fatta una proposta che richiama le politiche familiste del periodo fascista. Non l’ha avanzata la Cei dei Vescovi, né la Casa delle libertà. Ma i Democratici di sinistra e la Margherita: Livia Turco (Ds), Rosy Bindi e Giuseppe Fioroni (Margherita) hanno presentato un emendamento alla Finanziaria che prevede l’ennesimo assegno, questa volta per le donne durante la gravidanza. E’ stato definito «evita-aborto». La proposta in sintesi è questa: duecentocinquanta euro, a partire dal sesto mese, per coloro che non hanno un reddito superiore ai 40mila euro o sono disoccupate. Trecentocinquanta euro per le «ragazze madri» a partire dal terzo mese. Un’elemosina, una mancia, che viene sospesa appena il figlio o la figlia viene al mondo. Una misura non per consentire alle donne di scegliere liberamente, ma per dissuaderle. Per tentare di metterle sotto tutela. Soprattutto un regalo all’ideologia della Chiesa. Il tentativo da parte dei Ds e della Margherita di accreditarsi presso la Santa Sede, sostenendo col denaro la sua campagna anti-abortista. Non a caso il ministro della Salute, Francesco Storace, plaude all’iniziativa con toni - supponiamo - sarcastici: «Se l’opposizione evolve, a me non fa che piacere». Ma che cosa è accaduto perché si arrivasse a questo punto? Bisogna essere realiste e riconoscere che la Chiesa ha fatto e sta facendo scuola anche nel centrosinistra. La proposta Turco-Bindi è in linea con Ruini, ne assume i dettami, se ne fa portavoce. Supera a destra, non a sinistra, l’assegno della Casa delle libertà per i bambini già nati. L’assegno per non abortire vuole far politica strumentalizzando il corpo della donna, la sua vita, nel momento più delicato, più esposto. E’ umiliante che donne delle istituzioni ritengano duecentocinquanta euro (o trecentocinquanta) la misura di una scelta. E’ umiliante ritenere che la scelta di una donna, giovane o meno giovane, dipenda da un assegno e non da un incontro - complesso - tra desideri e bisogni, tra aspirazioni personali, contesto sociale, immaginario collettivo. La politica in questo caso deve fare un passo indietro, deve garantire la possibilità di decidere liberamente, non può invece dettare norme, indurre comportamenti. Avrebbero fatto meglio le due parlamentari e il loro collega dell’Unione a battersi per i consultori, per dire una parola chiara in difesa della salute psicofisica delle donne. Di fronte all’attacco che ogni giorno viene portato avanti dalla Chiesa e dal suo partito trasversale c’è bisogno di altrettanta radicalità in nome della difesa della legge per l’interruzione di gravidanza e di tutti i sostegni che quella normativa prevede. La coalizione che si candida a governare in alternativa alla destra è a un bivio: continuare a farsi del male e inseguire la Casa delle libertà sul suo terreno o costruire una reale alternativa. La proposta Turco-Bindi interpreta nel peggiore dei modi la deriva fondamentalista della destra, si rende complice di un attacco alle donne che non può lasciare indifferenti. Nessuna, nessuno. L’autodeterminazione delle donne rimanda, ieri come oggi, al Paese che vogliamo costruire, al livello di civiltà che consideriamo necessario. Non è un fatto secondario. E’ il cuore della politica. E’, dovrebbe essere, il cuore delle scelte che l’Unione si appresta a fare. O si affronta questo nodo o sarà una lunga stagione di conflitti. Le donne, come hanno detto martedì sera a Milano, non ci stanno. Durante una riunione alla Camera del lavoro sono arrivate in mille. Si sono autoconvocate. Qualche mail, una risposta straordinaria per dire che si ribellano, che faranno pesare la loro presenza sulla scena della politica. E chiamano le altre donne per una manifestazione nazionale, il 14 gennaio a Milano. Ora la parola passa a loro. Passa a tutte noi. Non possiamo più stare a guardare. La proposta Turco-Bindi dimostra che non c’è da stare tranquille, che anche con l’Unione l’orizzonte di senso è ancora da costruire. E’ arrivato il momento di rimboccarsi le maniche. La mobilitazione deve crescere, l’Unione, la politica, devono stare a sentire.

Liberazione, 01.12.05
E da destra parte l’attacco alla 194. Sì all’indagine conoscitiva sulla legge. Le opposizioni contrarie ma è polemica sull’emendamento a firma Bindi, Turco e Fioroni
Dall’Ulivo l’“evita-aborto”.
Il Prc: «Sconcertante»
di Castalda Musacchio

Storace si dice d’accordo (il che è tutto dire, ndr). Dopo aver imposto di inserire i volontari (del movimento per la vita) nei consultori - «altrimenti interverrà lo Stato» - ieri ha plaudito e anche con una certa soddisfazione all’ultima “trovata” dell’Ulivo: l’emendamento “evita-aborto”. Ora, a dirla tutta, pare che ieri in commissione affari sociali più di qualcuno, anzi qualcuna, tra i banchi delle opposizioni sia sobbalzata sulla sedia quando sul tavolo è giunta quella modifica da inserire in finanziaria a firma Rosy Bindi, Livia Turco e Giuseppe Fioroni. E abbia anche esclamato: «E’ davvero troppo, non bastano Ruini e quelli dell’Udc ora ci mettiamo pure a fare la guerra tra noi», ma sta di fatto che più o meno è andata così. Del resto in commissione ieri si sono verificati due fatti gravissimi. Da un lato a spron battuto la maggioranza ha pensato bene di far varare – senza l’appoggio dell’opposizione - un’indagine conoscitiva sulla legge 194. Dall’altra - e, questa volta, è inevitabile aggiungere un po’ a “sorpresa” - è giunta la proposta dei Ds e della Margherita: una modifica da inserire nella finanziaria. Vediamo di che si tratta. Si intitola, o meglio è stato subito soprannominato, emendamento “evitaaborto”. Il perché è presto detto. Si tratta in sostanza di un testo che prevede varie forme di assegno a sostegno della gravidanza. Per la precisione due: per le “ragazze madri” - così è scritto - con un reddito non superiore a 25mila euro annui e che intendano portare a termine la gravidanza l’assegno è di 350 euro mensili dal terzo mese al momento del parto. Di 250 dal sesto mese in poi in favore - e ancora questo è il linguaggio usato nell’emendamento - «in favore delle donne cittadine italiane, comunitarie ed extracomunitarie, in possesso di regolare permesso di soggiorno che si trovino in condizioni di disoccupazione, non iscritte alle liste di collocamento (le normali casalinghe ndr)» o che abbiano - ma la cosa non è del tutto secondaria a ben vedere in una chiara lettura politica - uno dei nuovi contratti di lavoro previsti dalla legge Biagi. La condizione è che non abbiano un reddito familiare superiore a 40mila euro. «Personalmente? – commenta Tiziana Valpiana (Prc) - Personalmente sono indignata e anche sconcertata. Abbiamo condotto insieme alle altre colleghe una battaglia durissima contro l’attacco alla legge 194 abbandonando l’aula al momento del voto su quest’indagine conoscitiva che la maggioranza vuole fare a tutti i costi e in meno di 15 giorni, dato che prima dell’epifania non potrà partire. Ma questo testo, tra l’altro già discusso al tavolo dell’Unione sul Welfare, lo considero davvero offensivo nei confronti delle donne stesse e on riesco inoltre a concepire il fatto che vi sia all’interno delle opposizioni chi pensi di dover rincorrere e a tutti i costi il dettato dei vescovi mettendo da parte la tutela e la dignità delle donne stesse. Non possiamo che essere contrarie alla proposta dei Ds e della Margherita». I motivi? Quest’emendamento - spiega Valpiana - presta inevitabilmente il fianco alla demagogia e al rinato fronte antiaborto. «Come Rifondazione - precisa – non abbiamo proprio nulla da rimproverarci sul fronte delle politiche di sostegno alle donne in gravidanza. Per esempio abbiamo suggerito non solo di dare forza alla rete dei servizi sociali ma anche alla tutela delle donne proponendo quella che io stessa chiamai “il salario sociale del bebé” che non ha nulla a che fare con questo testo “evita aborto”. La mia proposta consisteva in un assegno da versare al neonato, sì proprio a lui, speso da chi effettivamente si occupa del bambino vale a dire la madre o i genitori e che versa in condizioni di disagio sociale. Ma non si può, non possiamo accettare di essere d’accordo con chi vuole tutelare solo le donne che intendano portare a termine la gravidanza. Questa è una scelta che spetta solo ed esclusivamente alla donna stessa. Sulla violazione di temi come la libertà e l’autodeterminazione della donna non possiamo assolutamente essere d’accordo con le colleghe del centrosinistra ». «Per me – aggiunge Elettra Deiana (Prc) - si tratta di un’iniziativa davvero molto grave. Che nasce da una cultura che considera le donne prive della dimensione della responsabilità. L’idea stessa che la gravidanza venga quasi considerata come merce di scambio che non attenga alla libera autodeterminazione della donna grida allo scandalo. Ritengo sia davvero necessario - conclude - affrontare al più presto una ampia discussione su questi temi». Sulla proposta è stato “da destra” il ministro Giovanardi a polemizzare con Bindi. «Quella dell’Ulivo - ha detto Giovanardi - è solo una variazione sul tema, una proposta mascherata sul bonus bebé presentato dalla maggioranza». «La nostra - replica l’esponente Dl - è una misura strutturale non una lotteria una-tantum sulla nascita di un figlio». Ma la vera impressione, come dichiara alla fine anche la deputata “Verde” Luana Zanella, è che questa volta le colleghe del centrosinistra «abbiano solo fatto un autogol». E che autogol.

Liberazione, 01.12.05
Riflessioni sugli attacchi teo-con a Ru 486, legge sull’aborto, embrioni-persona. Il 14 gennaio manifestazione nazionale
Milano, mille donne (e uomini) si incontrano per difendere la libertà di scelta femminile
Emanuela Cirant

Non c’è una sedia libera nella sala della Camera del lavoro di Milano. Tutto lo spazio è affollato, palco compreso. Più di mille donne, con una discreta presenza maschile, si sono raccolte qui per affermare la volontà politica di difendere la libertà femminile. Se il referendum sulla procreazione assistita aveva ottenuto risposte freddine e indifferenza, tutto quel che è avvenuto dopo e che ci sta travolgendo ha forse colmato la misura e dato la spinta necessaria per riprendersi lo spazio pubblico. Gli ostacoli posti all’introduzione della pillola abortiva Ru486, gli attacchi alla legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza, le esternazioni di Storace sui consultori, la proposta di destinare ingenti somme di denaro pubblico al Movimento per la vita, l’adottabilità degli embrioni congelati -che ne ribadisce così la personalità giuridicasono alcuni dei fatti più clamorosi che fanno dire alle donne qui riunite di trovarsi di fronte ad un’offensiva guerresca. Si parla da subito di una manifestazione nazionale. A Milano o Roma? L’assemblea risponde: Milano! Da anni le politiche sulla famiglia e sulla sanità realizzate dal governo Formigoni applicano il manifesto teo-con che si sta imponendo a livello nazionale. La data? Il 14 gennaio. E’ differente che i soldi siano destinati al Movimento per la vita, che appresta funerali pubblici di feti abortiti, oppure a progetti di donne per donne che subiscono violenza, ad iniziative che trasmettono la memoria storica delle lotte femminili, agli spazi di autogestione. Ma come difendere la libertà se le donne per prime non la ricercano nelle relazioni quotidiane, con i compagni di vita, di partito, di gruppo, coi colleghi di lavoro, e se al tempo stesso non si chiede responsabilità maschile nella procreazione e nella paternità? Sì alla manifestazione, perché dà forza, visibilità, aggregazione. Diamoci al tempo stesso il coraggio di aprire il conflitto, non con gli uomini in senso astratto, ma con un modello di sessualità maschile scomodo ormai anche per molti uomini, come mostra il dibattito sulla violenza ospitato dalle pagine di questo giornale. Difendere la 194 significa chiederne l’applicazione ma anche attivare capillarmente iniziative di confronto sui modi in cui si vive la sessualità. L’assemblea organizzata in Statale da un gruppo di studenti nella stessa giornata del 29 ha mostrato proprio la difficoltà e allo stesso tempo il bisogno delle giovani generazioni di confrontarsi su ciò che riguarda sessualità e relazioni. Sono portate in questa assemblea le proposte del comitato per laicità e autodeterminazione Facciamo Breccia, che su queste due parole d’ordine propone iniziative locali (10 dicembre) e una mobilitazione nazionale. Un altro gruppo, opponendosi alla decisione di conferire l’Ambrogino d’oro a Oriana Fallaci, sta organizzando per il 7 gennaio un’iniziativa al teatro Dal Verme, dove si leggeranno testi di altre culture per indicare che Milano è multiculturale. La maternità consapevole si difende anche denunciando che la legge 194 ha portato, negli anni, alla diminuzione degli aborti tra le italiane, mentre tra le donne straniere è in aumento. In assemblea si propone anche la costituzione di un Osservatorio sulla salute delle donne, per realizzare un’inchiesta (stato dei servizi, leggi che li regolamentano, stanziamento fondi) e rafforzare la rete (operatrici, utenti, donne delle istituzione e della società civile) per essere presenti nei consultori nei reparti ginecologia prima che si imponga il Movimento per la vita. La miccia si è accesa. Ora sta lasciarla spegnere e trasformarla in un fuoco dilagante. La prossima riunione di coordinamento è prevista per il 15 dicembre. Per aggiornamenti, cercate sul sito www. usciamodalsilenzio.org.

lunedì 28 novembre 2005

sinistra: ieri al Teatro Colosseo
Aprilenline.info 29.11.05

Primo passo verso la Sinistra Europea lanciata da Bertinotti
Rifondazione. A Roma si riunisce la Sinistra europea: "No al partito democratico, si al nuovo soggetto politico radicale"

E’ stata l’occasione per dare visibilità e gambe all’idea lanciata da Fausto Bertinotti al comitato politico di Rifondazione Comunista dello scorso fine settimana. Creare in Italia la “sezione” della Sinistra europea, il partito continentale che riunisce le forze comuniste e socialiste di sinistra dell’UE. L’assemblea di “Sinistra romana”, ieri al Teatro Colosseo, con lo stesso Bertinotti e Pietro Folena, ha raccolto l’appello lanciato dal segretario di Rifondazione per “riorganizzare la sinistra di alternativa” quella, spiega Bertinotti “che intende porre di nuovo il tema della trasformazione della società”. L’occasione è stata data dall’uscita dei fondatori dell’associazione romana dai Ds. Pino Galeotta (consigliere comunale), Alessandro Cardulli (presidente della direzione regionale della Quercia) ed altri dirigenti e militanti del correntone diessino hanno lasciato il partito di Fassino per quello bertinottiano. “Non aderiamo a Rifondazione in quanto tale” – hanno spiegato – “ma al progetto lanciato dal lader del Prc” per la creazione della “sezione italiana della Sinistra europea” nella quale confluiranno, oltre a Rifondazione stessa, diverse realtà associative e di movimento sorte in questi anni intorno al partito e quelle nuove, come “Sinistra romana”, nate dalle costole del correntone, che si sono riunite principalmente nella rete “Uniti a sinistra” fondata dagli ex diessini Pietro Folena e Antonello Falomi, dall’ex verde Francesco Martone e da molti sindacalisti di primo piano della Cgil.
“Per la prima volta dopo la Bolognina – ha sottolineato Bertinotti - stiamo invertendo la tendenza alla diaspora e alla divisione, stiamo unendo a sinistra. E' un nostro merito contribuire a questa inversione di tendenza”. Bertinotti ha descritto il nuovo soggetto politico che vuole costruire insieme a movimenti, comitati e organizzazioni politiche come “Uniti a Sinistra” e “Sinistra Romana”, come un “soggetto unitario e plurale di sinistra alternativa, un luogo comune che non ha la presunzione di cancellare le differenze che rappresentano una grande ricchezza della sinistra”.
Il segretario di Rifondazione ha poi sottolineato che le componenti che entreranno a far parte del nuovo soggetto politico avranno pari dignità perché indipendentemente da dove si viene “è importante la strada su cui si va e la direzione, cioè il tentativo di arginare la deriva moderata della sinistra italiana. Veniamo da strade diverse ma e' ora di farle incontrare”.
Infine il segretario di Rifondazione ha aspramente criticato Piero Fassino per l’ “apertura” alla costruzione del ponte di Messina: “Non si può dire che il ponte se lo fa Berlusconi fa schifo, ma se lo facciamo noi va bene”, ha concluso.

altrove...
il manifesto 29.11.05

Politica o quasi
All'inizio della fine
Ida Dominijanni

Nello scorso settembre l'Ars, associazione per il rinnovamento della sinistra, organizzò un seminario intitolato «Politica e pratiche politiche. All'origine della questione morale», che rilanciava la questione del rapporto fra politica e pratica politica, già messa a tema nei mesi precedenti da alcuni editoriali di Critica marxista. L'ultimo numero della rivista pubblica adesso, precedute da un editoriale di Aldo Tortorella sulla sempre più accentuata separatezza e autoreferenzialità del ceto politico italiano, alcune relazioni a quel seminario, di Giacomo Marramao, Gianni Ferrara, Maria Luisa Boccia, Enrico Melchionda. La prima e la terza in particolare mi sembrano da segnalare per alcuni tratti che le accomunano. Il primo è il legame che stabiliscono fra crisi politica e crisi culturale della sinistra - o meglio, per dirla con Marramao, fra la crisi e la «deculturalizzazione» della politica. Il secondo è la capacità di leggere alcune dinamiche della crisi italiana con le lenti di alcuni classici - da Max Weber a Gramsci a Simone Weil e Hannah Arendt - , sottraendole così alla riduzione a fenomeni di breve periodo o dell'ultim'ora cui tende il chiacchiericcio politologico sulla transizione infinita. Il terzo è il legame fra politica, forme di vita e pratiche politiche che entrambi mettono al centro del discorso, e il rilievo che di conseguenza assumono, in una prospettiva di valutazione storica che abbraccia ormai più di un trentennio, il pensiero-pratica della differenza sessuale e il suo impatto, diretto o indiretto, sulla crisi e le trasformazioni della politica. Punto di partenza è una diagnosi netta sullo stato di degrado in cui versa nell'Italia di oggi non solo la politica istituzionale, ma anche la vita civile: siamo fuori, e per fortuna, dalla retorica della contrapposizione fra una politica ammalata e una società civile che scoppia di salute. Tuttavia la responsabilità prima è della politica, e in specie, secondo Marramao, di quella tendenza della sinistra post-Pci a deculturalizzare la politica, così screditandola e rendendola una faccenda da ceto separato preoccupato soprattutto della propria autoriproduzione. Max Weber, con le sue due famose conferenze del 1918 sulla politica e la scienza come professione-vocazione, e Gramsci, con le note dei Quaderni sugli intellettuali e sul «moderno Principe», tornano utili da un lato per ripristinare il nesso fra lavoro intellettuale e pratica politica, conoscenza e potenza, azione trasformatrice e general intellect, specialismi e competenza politica. Dall'altro per ricondurre l'origine della «questione morale» italiana a dinamiche di lungo periodo, aggravate dalle ma non riducibili alle nefandezze craxian-berlusconiane: alla perdita di vocazione della professione politica, sì che a destra e a sinistra aumentano, secondo una distinzione weberiana, quelli che vivono di politica rispetto a quelli che vivono per la politica; e al fallimento di quella funzione di riforma intellettuale e morale del «moderno Principe» gramsciano, che doveva consistere nel promuovere l'«accumulazione etica originaria» in altri paesi aiutata dall'imperativo protestante ma mancata nell'ingresso dell'Italia nella modernità. Per ragioni storiche e interne alla sua stessa storia, dunque, la sinistra emersa dalle ceneri del Pci non può chiamarsi fuori dalla crisi della politica, ma ne è parte centrale e cruciale.

L'analisi dell'oggi non può perciò saltare quello snodo cardinale che fu, già negli anni Settanta, la crisi della forma-partito. Lì ritorna infatti Maria Luisa Boccia, anche lei a partire, sulla scia di Gramsci, del frammento hegeliano su politica e destino riletto da Mario Tronti e di Simone Weil, dal nesso fra politica e vita: la forma-partito regge finché realizza quel nesso, crolla quando lo perde o lo costringe in una organizzazione automatizzata e svuotata di passione, giacché, come Gramsci stesso segnalava, la passione politica organizzata deve diventare razionalità, ma la razionalità dev'essere a sua volta continuamente nutrita e «superata» da una passione che la eccede. Quando questo circolo si spezza, il Pci finisce. Ma non di sole dinamiche interne: potente fattore di crisi è la scommessa femminista «di dare stabilità, continuità, forma all'agire singolare e plurale senza costruire un'organizzazione» e puntando sull'invenzione di nuove pratiche basate sul rapporto fra vita e politica. Fattore di crisi, e apertura di un'altra prospettiva: per Marramao, la «frattura longitudinale» introdotta dal femminismo della differenza è imprescindibile perché «insegnandoci a distinguere fra sfera pubblica e dimernsione statuale ci ha indicato le vie di una politica diversa», che passa per quella pluralità di esperienze, pratiche e soggetti neutralizzati dalla logica della politica tradizionale. Anche se, sottolinea Boccia, il rischio del riconoscimento della rivoluzione della differenza è sempre lo stesso, ossia che se ne assumano alcuni contenuti prescindendo dalle sue pratiche. E tornando a separare la parola e la cosa, il discorso e l'esperienza, la politica e la pratica politica.

boh!?
Apcom 29.11.05

Vaticano
Preti gay. Capezzone: violenza ideologica
"Siamo all'inquisizione, rogo di campo de' Fiori ancora acceso"

Città del Vaticano, 29 nov. (Apcom) - "Rischia di passare sotto silenzio una scelta che lascia letteralmente increduli per la carica di violenza ideologica, da inquisizione, che l'ha determinata". Così il segretario dei Radicali italiani, Daniele Capezzone, commenta il documento, reso pubblico oggi dal Vaticano, che vieta agli omosessuali l'ingresso nei seminari.
"Siamo dinanzi ad un atto letteralmente anticristiano, crudele, senza carità", aggiunge Capezzone. "Lascio da parte l'"accertamento" delle "tendenze": non voglio neppure immaginare come avverrà - aggiunge in una nota - e mi limito a pensare al dramma di chi è in cerca di Cristo, e vorrebbe servirlo anche nella forma sacerdotale, e si vede invece sottoposto a un simile tribunale delle coscienze".
"Voglio invece solo sottolineare, per oggi, la cosa che mi pare più infame. Si lascia intendere, da parte vaticana - prosegue il segretario dei Radicali - che questa sarebbe una prima risposta ai casi di violenza contro i minori di cui si sono resi responsabili alcuni ecclesiastici. E quindi si stabilisce un nesso, un legame di causa ed effetto, tra l'omosessualità e la violenza contro i bambini o i ragazzi. Ripeto: c'è da rimanere increduli. Mi auguro che, in primo luogo nella comunità dei credenti, si levino voci contro questo autentico scempio. Ma intanto, pur con "tecnologie" diverse - conclude - il rogo di Campo de' Fiori è ancora acceso".

per la prima volta in Italia
Il Messaggero 29.11.05
Condannato lo psichiatra dell'assassino

BOLOGNA - Il delitto era avvenuto la mattina del 24 maggio 2000 in una comunità psichiatrica nei pressi di Imola: Giovanni Musiani, che soffriva di schizofrenia, uccise a coltellate Ateo Cardelli. A cinque anni dall'omicidio, e dopo che lo stesso assassino è deceduto nell'ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo Fiorentino, è arrivata la sentenza con la quale per la prima volta in Italia, è stato condannato il medico che lo aveva in cura. Lo psichiatra Euro Pozzi è stato condannato a quattro mesi di reclusione (pena sospesa) e alla provvisionale di 120.000 euro ai parenti dell’operatore dell'Albatros di Imola. Mai fino ad ora un medico era stato ritenuto responsabile della condotta giudiziaria di un proprio paziente.
«Sconcerto di fronte alle nuove inaspettate responsabilità per i medici che la sentenza induce, come se un barista fosse condannato perchè un suo cliente poi fa un incidente stradale» è il commento di Michele Ugliola, vicepresidente della Frer, la Federazione degli ordini dei medici. Soddisfatto l’avvocato della famiglia Cardelli, Massimo Jasonni, che ha espresso soddisfazione perchè «il medico sottovalutò la gravità patologica di Musiani, diminuendo anche la terapia farmacologica. Il giudice ha accolto le nostre tesi».
Ugliola invece esprime sconcerto: «Pozzi dunque ha armato la mano dell'omicida per via di un inadeguato trattamento psichiatrico».

retina
ricevuto da Silvia Branzi

Repubblica 29.11.05
Mostra una marcata diversità da individuo a individuo, fino al
40%, nella parte dell'occhio che ha il compito di percepire i colori
Foto svela i segreti della retina, mai un'immagine così da vicino
Ma tutti li vediamo allo stesso modo. È il cervello che compensa
di Luigi Bignami

MILANO - Per la prima volta è stata realizzata un'immagine della retina di una persona vivente con particolari mai rivelati sinora. Sorpresa tra gli scienziati: non si attendevano di avere di fronte un simile quadro di una parte così fondamentale del nostro occhio, che ha il compito primario di percepire i colori. Fino ad ora gli studiosi non immaginavano affatto che le migliaia di cellule responsabili nel rilevare i colori nella parte più profonda dell'occhio, fossero così diverse da individuo ad individuo. Tutti gli uomini infatti, ad eccezione di chi ha problemi di visione, vedono i colori nello stesso modo.
Ma in cosa consiste questa differenza? La retina è un tessuto nervoso contenuto all'interno dell'occhio che serve a registrare le immagini che saranno poi inviate al cervello. L'immagine viene catturata da particolari cellule nervose chiamate fotorecettori. Questi sono di due tipi: i coni e i bastoncelli. I coni sono cellule nervose che funzionano in condizioni di piena illuminazione e il loro compito è quello di produrre immagini molto dettagliate e a colori. I bastoncelli, invece, sono responsabili della visione notturna o comunque in condizioni di scarsa illuminazione. Lo strato dei fotorecettori si trova nella parte più profonda della retina e appoggia su uno strato detto epitelio pigmentato. In media ogni persona possiede 7 milioni di coni in una retina, il 64% dei quali sono rossi, il 32% verdi e il 2% blu, i colori che servono per raccogliere la luce dell'intero spettro luminoso. Questo almeno è quanto pensavano gli scienziati prima di aver visto questa straordinaria immagine.
Ma le immagini catturare dal Center for Visual Science della University of Rochester (Usa), pubblicate su Journal of Neuroscience sono molto diverse e per questo molto sorprendenti. Le fotografie della retina infatti, mostrano che da persona a persona c'è una differenza nel numero dei coni dei vari colori che giunge addirittura al 40%. Spiega Joseph Carrol, uno dei ricercatori della University of Rochester: "In un primo momento ci siamo chiesti se in conseguenza a questa variabilità le persone vedessero i colori in modo differente. Ma non è così. Allora si deduce che il cervello interviene in modo diverso in ciascun individuo nel compensare il numero dei coni al fine di offrire ad ogni persona la visione dei medesimi colori". Ora bisognerà capire come fanno diversi cervelli a lavorare per dare ad ogni individuo la medesima tonalità di colore o al più una piccola differenza.
I ricercatori sono riusciti in questi intento utilizzando 'ottiche adattative' che correggono nelle macchine fotografiche usate i difetti presenti nell'occhio così da ottenere immagini ad altissima risoluzione. "Le ottiche adattative sono utilizzate dagli astronomi che vogliono osservare oggetti molto lontani e che appaiono sfuocati dopo che la loro luce ha attraversato l'atmosfera", spiega David Williams, direttore del Center for Visual Science.
La tecnica verrà ora utilizzata per studiare le malattie che colpiscono la retina, le cui ricerche erano fino ad ora ostacolate proprio dall'impossibilità di avere una visione precisa della parte più profonda dell'occhio.

violenze sulle donne
Corriere della Sera 29.11.05
Duecento milioni di donne «sparite»
Un rapporto denuncia gli orrori del genocidio nascosto
Alessandra Farkas


NEW YORK - E' stato ribattezzato «The Hidden Gendercide» , il genocidio nascosto delle donne ed è lo sterminio di massa più spaventoso e drammatico della storia: più micidiale, per numero di vittime, sia dell'Olocausto ebraico, sia di tutte le guerre e i conflitti armati del XX secolo - secondo gli storici il periodo più cruento della storia umana - messi insieme.
Ad occuparsi, per la prima volta, del problema è il Centro per il controllo democratico delle Forze armate (Dcaf) di Ginevra, una fondazione internazionale che si batte da anni per un mondo più sicuro. «La comunità internazionale sta assistendo inerte al massacro di Eva», punta il dito il Dcaf in un rapporto di 335 pagine intitolato «Donne in un mondo insicuro». Mentre tra il 1992 e il 2003 il numero di conflitti armati «gravi» (con più di mille morti in battaglia) sono scesi dell'80%, la guerra quotidiana delle donne si è fatta ovunque più cruenta e mortale.
DESAPARECIDAS - Le statistiche parlano chiaro: circa 200 milioni di donne, ragazze e bambine sono «demograficamente scomparse». Un eufemismo che nasconde uno dei più scioccanti crimini contro l'umanità: la sistematica eliminazione delle femmine, solo in quanto tali, vittime di omicidi, fame, povertà e discriminazioni di ogni tipo. L'inoppugnabile «soluzione finale», per molte, inizia già prima di nascere. «Almeno 60 milioni di bambine sono state "cancellate" in seguito ad infanticidi o aborti selettivi di feti femmine, resi possibili dai progressi tecnologici», spiega Amartya Sen, premio Nobel per l'Economia 1998 e uno degli studiosi interpellati dal rapporto, che si avvale delle statistiche delle maggiori organizzazioni internazionali, dall'Onu all'Oms.
In Paesi quali Cina, Corea del Sud, India e Nord Africa le pratiche anti-bambine sono all'ordine del giorno. Tanto che nell'ultimo censimento cinese il rapporto maschio-femmina era di 119 a 100, mentre le normali percentuali biologiche sono di 103 bambini ogni 100 bimbe. Lo stesso avviene in India, dove il commissario del censimento stima che «parecchi milioni di feti» sono stati abortiti negli ultimi due decenni «in quanto di sesso sbagliato».
VIOLENZA - Ma la «condanna in base al sesso» prosegue anche dopo la pubertà. Ogni anno 3 milioni di donne e ragazze sono uccise perché femmine. Ovvero più dei 2.8 milioni di individui stroncati dall'Aids e dei 1,2 milioni falciati dalla malaria. Per non parlare delle 5 mila donne che ogni anno muoiono bruciate in «incidenti di cucina» provocati dalla famiglia dello sposo, quando la dote è giudicata «insufficiente». Dalla Cambogia agli Usa e dalla Thailandia alla Svizzera, la violenza domestica resta, in assoluto, la più diffusa. Tanto che dal 40% al 70% delle donne assassinate intorno al mondo sono vittime di mariti e fidanzati. La maglia nera appartiene ai paesi islamici. Il 47% delle donne uccise in Egitto sono eliminate da un parente dopo uno stupro che «infanga la reputazione della famiglia». E in Pakistan almeno tre donne vengono freddate ogni giorno in «omicidi d'onore» che restano impuniti al 100% perché, come denuncia l'attivista Nahida Mahbooba Elahi, «la polizia li giudica affari privati e si rifiuta regolarmente di perseguirli».
STUPRI E SALUTE - Nel 2005 la violenza sessuale contro le donne continua ad affliggere una donna su cinque, e non solo nei Paesi in via di sviluppo, portando il totale delle donne violentate ad oltre 700 milioni; 25 milioni delle quali solo negli Stati Uniti. Un netto peggioramento si è registrato anche nel commercio illegale di «schiave del sesso» che oggi affligge tra i 700 mila e i 2 milioni di donne e ragazze, vendute ogni anno attraverso i confini internazionali. Un incremento del 50% rispetto a cinque anni fa. Nonostante le tante crociate internazionali, in aumento un po' ovunque sono anche i casi di mutilazione genitale: 6 mila al giorno (oltre 2 milioni l'anno per un totale di 130 milioni nel mondo). E nei Paesi dove solo i maschi hanno un adeguato accesso alla sanità, sono 600 mila le donne che muoiono durante il parto: una cifra uguale al genocidio del Rwanda nel ’94, ma ripetuta anno dopo anno.
Secondo il Dcaf questo quadro sconcertante è strettamente legato alla mancanza di potere politico-economico «rosa» in un mondo dove le donne costituiscono oltre i due terzi dei 2.5 miliardi di persone costrette a vivere con meno di 2 dollari al giorno, nonché il 66% degli analfabeti. Dove nonostante le battaglie decennali del femminismo hanno in mano soltanto l'1% delle terre del pianeta, il 14% dei seggi parlamentari e il 7% dei ministeri di governo.

Corriere della Sera 29.11.05
senza diritti
Noi discutiamo di quote rosa e la strage si compie in silenzio
Dacia Maraini

Centinaia di migliaia di donne non rispondono all'appello demografico, secondo le ultime ricerche dell'Onu. Si calcola che siano oltre 600.000 i feti femminili uccisi prima che vengano al mondo nei Paesi dove la nascita di una femmina comporta spese considerate inutili. Altre bambine muoiono per mancanza di cibo. In molte famiglie poverissime, che cercano di sopravvivere, quando si trova qualcosa da mangiare, si dà la precedenza ai figli maschi. Il risultato è che sono molte di più le bambine dei bambini a morire di fame ogni anno. Perfino le cure mediche vengono dedicate prima ai figli maschi, considerati più utili per il futuro delle famiglie. Ragazze nell'età della pubertà vengono uccise per delitti di onore, o di dote. Il paradosso è che tutto questo non lo denuncia un portavoce del femminismo europeo, ma niente di meno che il Geneva Centre for the Democratic Control of the Armed Forces. Dopo avere constatato che le grandi guerre sono diminuite del 40% dal 1992 al 2003. La domanda è: possiamo dire che la diminuzione delle guerre abbia reso il mondo più sicuro per tutti? In parte sì, è la risposta del Dcaf. Ma non per le donne che vedono aumentare ogni anno il livello di schiavitù e di violenza.
Oggi sappiamo, attraverso gli strumenti di rilevazione di dati sempre più sofisticati ed estesi, che ogni anno fra un milione e mezzo e tre milioni di donne e ragazzine vengono torturate e uccise per «gender based violence», ovvero «violenze di genere». Non viene perdonato loro di essere nate femmine, diverse, dotate di una sessualità propria, di un bisogno di indipendenza che evidentemente fa paura. «Donne fra i 15 e 44 anni hanno molto più probabilità di essere uccise o deturpate, che di morire di Aids, di incidente di auto, di malaria o di guerra». Parole del Dcaf, riportate dall'Economist del 26 novembre.
Noi discutiamo sulle quote rosa, chiusi come siamo in un giardino privilegiato che è l'Europa. Senza pensare che il giardino sta per essere devastato dalle conseguenze della globalizzazione. E non si tratta solo di nuove e vecchie discriminazioni, ma di assassinio rituale delle donne da parte di culture ancora fortemente patriarcali che non vogliono nemmeno sentire parlare di diritti delle donne, di qualsiasi tipo.
Il timore è che, cacciata dalla porta, la guerra fra i sessi rientri dalla finestra, funestando la convivenza fra uomini e donne. Di fronte agli integralismi che premono da ogni parte, invece di rinforzarci nelle nostre conquiste di democrazia e parità, molti cedono alla tentazione di rispondere ad un fanatismo con un altro, ad una repressione con un'altra. Il mercato che si fa del corpo femminile per alcuni sarebbe una risposta di libertà, ma rischia di essere solo una provocazione inutile e controproducente. La libertà non consiste nell'accettazione di quel linguaggio della seduzione di cui si fa bella la pubblicità, ma nel riconoscere la dignità della persona femminile, dotata di un pensiero prima ancora che di un corpo disponibile e muto.

Emanuele Severino
Corriere della Sera 29.11.05

Il Concordato? Anticostituzionale
di Emanuele Severino

Buon lavoro il Concilio Vaticano II, seguito da altri documenti. Il buon lavoro starebbe andando però in malora per la tendenza della Chiesa a influire, invece che sulle coscienze, sugli apparati politici; e per la loro tendenza a ottenere l’appoggio delle gerarchie ecclesiastiche. Un processo, questo, che travolgerebbe il Concordato, «corrodendone le basi di legittimità». Cinque anni fa avevo sostenuto sul Corriere che, per quanto riguarda il Concordato, quel buon lavoro non c’era, perché ancora oggi è il Concordato a essere ambiguo, ed è questa ambiguità a corroderne le basi di legittimità - in modo ben più grave degli inconvenienti giustamente indicati da Zagrebelsky. Richiamo l’argomentazione che allora avevo sviluppato (e ora riportata nel mio libro Nascere , Rizzoli, 2005).
L’art. 7 della Costituzione dice che i rapporti tra Stato e Chiesa «sono regolati dai Patti Lateranensi» del ’29 e che «le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale». Nell’84 Stato italiano e Chiesa hanno modificato i Patti del ’29, ma - ecco il punto - in modo così profondo da distruggerne il contenuto essenziale. Dirò subito perché. Ma intanto è chiaro che se nell’84 il contenuto dei Patti è stato distrutto, allora è stato distrutto anche l’articolo 7 della Costituzione, per il quale i rapporti tra Stato e Chiesa sono, appunto, «regolati dai Patti Lateranensi».
Perché, dunque, affermo che nell’84 il loro contenuto è stato distrutto? La sostanza dei Patti era costituita dal duplice principio che la religione cattolica «è la sola religione dello Stato» e che «l’Italia riconosce la sovranità della Santa Sede», cioè l’esistenza di uno Stato pontificio. Ma la cosiddetta «revisione» dei Patti, dell’84, dichiara che non è più in vigore il principio della religione cattolica «come sola religione dello Stato italiano». Non è cosa da poco. Non si tratta di una semplice «modificazione» dei Patti: viene abbattuto uno dei due pilastri che li sorreggono: l’Italia non è più uno Stato cattolico. Pertanto i Patti non solo vacillano, ma crollano, non ci sono più. E invece il testo della nostra Costituzione continua, imperterrito, ad affermare che i rapporti tra Stato e Chiesa «sono regolati dai Patti Lateranensi», ossia da ciò che con la «revisione» dell’84 è stato buttato fuori dalla porta. Se si volesse tenere in casa tale revisione, bisognerebbe dire che il testo della Costituzione afferma il falso.
Si aggiunga che, poiché nell’84 non c’è stata «modificazione» ma annullamento dei Patti, nell’84 è stata fatta valere impropriamente, e dunque contraddittoriamente, anche la norma costituzionale sopra riportata per la quale «le modificazioni dei Patti, accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale» (cioè non richiedono la modifica del testo costituzionale). Non essendosi infatti trattato, nell’84, di semplici «modificazioni», ma di distruzione dell’essenza dei Patti, ne risulta infatti che tale distruzione richiede un procedimento di revisione costituzionale. Ma questo procedimento non è mai stato effettuato: la distruzione dei Patti è stata camuffata e fatta passare come loro semplice «revisione» o «modificazione».
L’ambiguità dell’attuale rapporto tra Stato e Chiesa è una vera e propria contraddizione. È cioè contraddittoria l’attuale convivenza tra art. 7 della Costituzione e «revisione» dell’84. Se la Costituzione è la legge suprema che giudica della legittimità o meno delle altre leggi, la «revisione» dell’84 è anticostituzionale. La riforma del Concordato si impone non perché sia richiesta da qualche schieramento politico, ma perché la forma attuale del Concordato è contraddittoria e quindi è priva di legittimità.
Per la Chiesa non è conveniente, oggi, approfittare esplicitamente di questa conclusione (per la quale essa potrebbe sostenere che, dopotutto, non è così chiaro, giuridicamente, che l’Italia non sia più uno Stato cattolico). La Chiesa preferisce giustificare la propria presenza nella società italiana col principio che una società non può vivere prescindendo dai valori cristiani - il principio, espresso da Tommaso d’Aquino, dell’armonia tra ragione e fede e pertanto tra Stato e Chiesa.
Secondo tale principio tutte queste dimensioni sono autonome, purché ragione e Stato non siano in contrasto con la fede e la Chiesa. Una precisazione quest’ultima che, certo, distrugge la conclamata autonomia della ragione e dello Stato, ma che si presenta in un contesto che consente di mascherare dignitosamente questa distruzione.
Tempo fa, l’allora cardinale Ratzinger sostenne la tesi non tomistica che la ragione non può con i soli propri mezzi dimostrare l’esistenza di Dio. Una tesi che non mascherava adeguatamente la convinzione che uno Stato e una ragione che vogliano essere autonomi rispetto al cristianesimo sono un fallimento. È sintomatico che proprio in questi giorni il Pontefice abbia invece di nuovo additato la concezione tomistica come la vera soluzione del problema del rapporto tra fede e ragione, tra Chiesa e Stato. È più adatta a mascherare la tesi che ogni voce del mondo debba adeguarsi a quella della Chiesa.

lacrime di coccodrillo: cattolici e depressione
ricevuto da Franco Pantalei
Repubblica 28.11.05
L'Associazione dei docenti cattolici lancia l'allarme: "Poche ancora le diagnosi corrette". Anna Oliverio Ferraris: "Aiutiamoli a non sentirsi inadeguati"
Allarme depressione tra i giovani: "800mila, e in costante aumento"
di Tullia Fabiani

Che stress. Che ansia. Che depressione. I ragazzi usano spesso certe esclamazioni, in molti casi come un intercalare, in altri come reale espressione di malessere. Anche se il "male di vivere" che può colpire gli adolescenti non sempre è dichiarato a voce alta. Tanto da passare inosservato. In Italia sono almeno 800 mila i giovani depressi: manifestano intenzioni di suicidio e soffrono di disturbi della personalità, di tipo ansioso o maniaco-depressivo. E il fenomeno sembra essere in aumento. A lanciare l'allarme è l'Associazione dei docenti cattolici, preoccupata per gli effetti che le pressioni sociali o i problemi familiari possono provocare sui ragazzi. "Gli ultimi dati forniti dagli istituti di psichiatria - spiega il professor Alberto Giannino, presidente dell'Associazione - indicano un forte aumento della depressione fra i giovani: l'8% dei giovani soffre di nevrosi d'ansia e il 5% di depressioni gravemente limitanti. Inoltre per sette ragazzi su cento, che hanno oggi fra i 18 e i 24 anni, la malattia è cominciata prima della maggiore età". Lo stress da competizione, i ritmi di crescita accelerati, la solitudine, gli ambienti relazionali più complessi, le minori occasioni di gioco: sono tutti sintomi che intaccano la vita quotidiana dei bambini e degli adolescenti e che, secondo i docenti, finiscono per avere pesanti ripercussioni sulla loro salute mentale.
"Questa sofferenza - commenta Giannino - non sempre è colta dalla famiglia, anzi ci risulta che spesso venga nascosta e non curata per vergogna o pregiudizio. Anche per questo probabilmente sono ancora pochi i casi che vengono diagnosticati in modo corretto e ancora meno quelli trattati correttamente. Dal manifestarsi dell'ansia alla cura del giovane sofferente passa molto, troppo tempo. In media da nove mesi a cinque anni, con un 30% di pazienti che non riceve cure adeguate e un 40% che non assume alcuna terapia". E ciò non fa che aggravare la malattia.
Del resto per i genitori come per i docenti è difficile fare una diagnosi chiara e precoce perché i sintomi di una depressione adolescenziale sono atipici o vengono facilmente mascherati da problemi fisici o da altre condizioni in apparenza completamente estranee a questo tipo di patologia. Ad esempio i disordini alimentari (anoressia e bulimia), il desiderio di dormire continuamente, l'insonnia, i dolori cronici, le cefalee e i disturbi gastro-intestinali possono nascondere una causa più profonda. Come pure l'abuso d'alcol e di droghe leggere. O i problemi di concentrazione e l'iperattività. Ma in particolare nella diagnosi sembra fondamentale la giusta valutazione degli umori. "Uno dei motivi per cui non si riconosce la depressione - precisa il professor Mario Di Pietro psicoterapeuta e autore di numerose ricerche sulla prevenzione del disagio giovanile - è perché si associa il problema a un umore triste (presente negli adulti) mentre nei ragazzi il malessere si manifesta soprattutto con un umore collerico e irritabile e il forte calo di interesse per attività che prima li coinvolgevano".
I comportamenti anomali, l'ostilità, l'aggressività possono dunque essere avvisaglie da non sottovalutare e da prevenire, secondo Di Pietro, con screening scolastici e programmi di educazione socio-affettiva; necessari anche per distinguere i casi di depressione, da altri particolari stati d'animo pure fisiologici negli adolescenti. Ed evitare eccessi di allarmismo. "In generale c'è un abbassamento della soglia dello stress negli adolescenti di oggi, dovuto probabilmente alle troppe ore passate davanti alla tv - commenta la professoressa Anna Oliverio Ferraris, psicologa dell'età evolutiva -. I ragazzi sono bersagliati da messaggi che li condizionano e li spingono al consumo e alla percezione di nuovi bisogni. Ci si sente inadeguati se non si è uguali al modello rappresentato".
Che possono fare allora la famiglia e la scuola? "Dovrebbero rendere i ragazzi più consapevoli della realtà di questi due mondi e della loro differenza - risponde la Ferraris - aiutarli a separare la vita reale da quella virtuale della tv con i suoi personaggi". Ma la prevenzione passa anche attraverso l'attivazione di una rete complessiva che riguardi le strutture sociali e quelle propriamente scolastiche. "In ogni scuola - ricorda Giannino - c'è una Commissione Salute e una nuova figura di docente della Funzione strumentale per la salute. Ed è importante che queste realtà lavorino per attivare tutti gli strumenti di prevenzione e cura della patologia depressiva. Serve perciò una maggiore collaborazione con le Asl e con lo sportello psicologico". Perché in questi posti, quando serve, i ragazzi trovino l'aiuto di cui hanno bisogno.

aborto
l'Unità 29.11.05
Il padre della Ru486: «Io e Ratzinger»
Sonia Renzini

Sostiene l'efficacia della Ru486 e la legittimità del suo uso. Il padre della pillola abortiva e membro dell'Accademia delle scienze di Francia Etienne Baulieu, ieri a Pisa al forum organizzato dall'Università, dall'azienda ospedaliera, dalla Asl 5 e dalla Regione Toscana, difende la scelta di milioni di donne che in tutto il mondo usano il farmaco. Negli Stati Uniti, in Cina, in Israele e in Europa. Con l'eccezione dell'Italia dove il suo uso ha riportato il dibattito sull'aborto indietro di 50 anni, riesumando toni e anatemi da Santa Inquisizione. «Le controversie sulla pillola hanno influito in modo immorale sul suo utilizzo in Italia - dice - ci sono milioni di donne che se ne servono e l'esperienza è molto positiva ovunque, l'uso del farmaco non cambia la condotta morale delle donne». Non la pensa così la Chiesa cattolica che molto prima delle cronache degli ultimi mesi spiegò a Baulieu la sua posizione. Papa Benedetto XVI era ancora il cardinale Ratzinger e la pillola abortiva non era diventata un caso nazionale. «Sono più di 15 anni che parliamo con il Vaticano della Ru486 - ricorda Baulieu- ma il dialogo non ha ancora fatto passi avanti perché dalla Santa Sede c'è sempre stato detto che la vita va salvaguardata fin dal primo istante». Ma alla morale cattolica il professor Baulieu oppone la morale dei medici: «I medici sono tenuti a far soffrire i pazienti il meno possibile e non è morale che si impedisca l'utilizzo dei farmaci che migliorano la salute della donna». E le morti sospette negli Stati Uniti? «Tutto è dovuto a un dosaggio insufficiente di Ru486 che è stato compensato con prostaglandine per via vaginale, cosa che non è mai stata fatta in Europa». Eppure l'Italia è l'unico paese europeo che non può disporre del prodotto. «Sono stupito che una nazione come l'Italia, con una scuola di medicina così eccellente, sia l'unico paese in Europa a non disporre del prodotto». Una circostanza che per il presidente dell'associazione radicale Libera Pisa Marco Cecchi la dice lunga sull'influenza della Chiesa nel nostro paese: «I motivi della mancata registrazione del farmaco non hanno nulla a che vedere con i rischi presunti per la salute della donna, ma piuttosto con le pressioni della Chiesa cattolica». Qualcosa potrebbe cambiare. La Excelgin fa sapere che intende registrare il farmaco in Italia. Fino ad allora la strada possibile per acquisire il farmaco rimane quella adottata dalla Asl 5 di Pisa per l'ospedale Lotti di Pontedera dove negli ultimi 20 giorni sono arrivate cento telefonate per informazioni sulla Ru486. E da dove sono partite 25 richieste nominali di acquisizione del farmaco e sono stati eseguiti 9 interventi farmacologici. 4 non sono avvenuti per decorrenza dei termini e 1 per rinuncia. Le telefonate per avere informazioni invece incalzano a ritmo frenetico.

«la verità vi prego sull'amore»...
Il Messaggero 29.11.05

Le neutrofine accendono la passione, che presto si esaurisce
L’amore? Dura un anno
di Alberto Oliverio

SULL’amore sono stati versati fiumi d'inchiostro, ne hanno parlato poeti e filosofi ma ora l'ultima parola proviene dai neuroscienziati che, più prosaicamente, hanno voluto guardare all'interno del cervello degli innamorati. E' quanto ha fatto l'équipe di Pierluigi Politi all'Università di Pavia che ha studiato la “chimica cerebrale” dell'amore, o almeno delle prime fasi dell'innamoramento, quando ci si sente presi come non mai dalla passione e si prova una specie di turbinio che investe cuore e psiche. Questo “turbinio”, secondo i ricercatori di Pavia, si rispecchia nella produzione di alcune molecole, le neurotrofine, tra cui il Nerve Growth Factor scoperto da Rita Levi Montalcini. Queste molecole sono una spia importante delle alterazioni cui va incontro il cervello di un innamorato.
Intendiamoci, che l'amore si traducesse in alterazioni del sistema nervoso lo si sapeva da tempo. Ci rendiamo conto di essere innamorati, soprattutto quando siamo in giovane età, in quanto il nostro sistema nervoso vegetativo, il cui controllo sfugge alla nostra volontà, si attiva e comunica al corpo che la sua mente è in preda alla passione: così il cuore batte più velocemente, il respiro cambia ritmo, l'umore si modifica e la parola si fa esitante, al punto che secondo William Shakespeare «il vero amore non sa parlare». D'altronde, se la fisiologia del nostro corpo non fosse alterata dall'amore, questa passione sarebbe ben più lieve ed eterea, un “fatto di testa” meno coinvolgente e totalizzante. Da poco tempo sappiamo anche che il fuoco della passione amorosa trova un suo combustibile in un mediatore nervoso, la dopamina, che contribuisce, insieme agli ormoni, a stimolare il desiderio e ad avvertirci che questo è stato soddisfatto: quando ovviamente si avvera questa eventualità, quando la dimensione eterea dell'amore trapassa in quella più concreta del sesso. E sappiamo anche che, quando si fa sesso, si verificano altre alterazioni della chimica cerebrale, ad esempio viene liberata l'ossitocina, un ormone che favorisce l'attaccamento con un'altra persona: se vogliamo, l'ossitocina è una piccola trappola per tramutare la sessualità in qualcosa di più duraturo, in un rapporto affettivo.
Ma quanto dura l'amore? Se lo chiede in una sua ben nota canzone Lucio Dalla ma se lo sono anche chiesti, forse più prosaicamente, i ricercatori di Pavia. La loro risposta è che se le neurotrofine sono un indicatore di una passione amorosa recente, la loro alterazione è di breve durata: poco più o poco meno di un anno quando la chimica cerebrale è simile a quella delle coppie ormai stabili e tanto peggio! dei single. Dunque il turbinio dell'amore romantico è passeggero: probabilmente vorremmo che la nostra passione durasse più a lungo, ma alle neurotrofine non si comanda...

solo una questione di tossicologia...
Corriere della Sera 29.11.05

Van Gogh, il giallo della malattia
Adriana Bazzi

Com’è bello il giallo, scriveva Vincent Van Gogh verso il 1880. Ad Arles la sua camera era completamente dipinta di giallo. E negli ultimi quadri, come «La sedia con pipa», predominava questo colore. La sua non era una semplice predilezione: il celebre pittore olandese «vedeva giallo» perché era intossicato dal liquore d’assenzio. E dalla digitale, un farmaco che assumeva per curare l’epilessia. Medicine, droghe, malattie hanno sempre condizionato la creatività degli artisti e oggi gli strumenti della chimica di laboratorio e della scienza medica permettono di capire meglio questo complesso rapporto. L’assenzio contiene un composto chimico, chiamato tujone, della famiglia dei terpeni, che in quantità eccessive è tossico per il sistema nervoso e provoca xantopsia, appunto la visione gialla degli oggetti bianchi e violetta di quelli scuri. A questo si aggiungeva l’inalazione di vapori di canfora (un altro terpene) che l’artista teneva nel suo cuscino convinto che lo aiutasse a vincere l’insonnia. Oggi i segreti dell’assenzio sono stati svelati dalla biochimica: il tujone blocca un recettore cerebrale per una sostanza conosciuta come acido gamma-aminobutirrico A e il risultato è un’anomala attivazione del cervello. La tossicità della digitale, invece, si manifesta direttamente sulla retina dove danneggia un enzima indispensabile per il funzionamento dei bastoncelli, le cellule retiniche deputate alla visione dei colori. Van Gogh è uno dei tanti nomi di una lista di artisti compilata da Paul Wolfe, direttore del Dipartimento di patologia e di medicina di laboratorio all’Università della California di San Diego, e appena pubblicata su Archives of pathology. Benvenuto Cellini, per esempio, uno dei più grandi scultori di tutti i tempi, aveva la sifilide, ma rifiutava di curarsi con il mercurio perché lo riteneva tossico. Un giorno stette malissimo, ma si riprese e miracolosamente la sua sifilide migliorò. Alcuni malfattori avevano tentato di ucciderlo aggiungendo mercurio alla salsa di un’insalata. Oggi l’avvelenamento sarebbe stato scoperto grazie all’identificazione del metallo nelle urine con la spettrometria. Ma Cellini aveva già capito tutto: la famosissima scultura di bronzo «Perseo con la testa di Medusa» poggia su un piedestallo dove è raffigurato Mercurio accanto alla Venere dalle molte mammelle, dea dell’amore e della bellezza, ma anche delle malattie veneree. Così Cellini ha voluto rappresentare la causa e la cura della sua malattia.
Anche Michelangelo proiettava i molti disturbi che lo affliggevano nelle sue opere. Soffriva di depressione o meglio di sindrome maniaco-depressiva e il volto di Jeremiah, una delle oltre quattrocento figure che affrescano la volta della Cappella Sistina, è il ritratto della malinconia. L’epidemiologia e la genetica ci dicono oggi che la sindrome maniaco-depressiva e la creatività sono correlate tant’è vero che tendono a manifestarsi nella stessa famiglia e la farmacologia ha trovato il farmaco che a Michelangelo mancava per curare la sua malattia: il carbonato di litio. La moderna chimica di laboratorio avrebbe anche scoperto che la gotta di cui soffriva Michelangelo era provocata da un’intossicazione da piombo. Ossessionato dal suo lavoro, l’artista si alimentava per giorni con solo pane e vino. Ma il vino a quell’epoca era conservato in contenitori di terracotta rivestiti di piombo e gli acidi della bevanda, come l’acido tartarico, sono ottimi solventi per questo metallo. Quest’ultimo è tossico per il rene e inibisce l’eliminazione di acido urico che aumenta così nel sangue e si deposita nelle articolazioni provocando la gotta. Il famosissimo «L’urlo» del pittore norvegese Edvard Munch potrebbe sì essere stato ispirato dagli effetti di un’esplosione vulcanica nell’isola di Krakatoa, proiettati nel cielo della Norvegia, ma potrebbe essere interpretato diversamente. Secondo Wolf è la rappresentazione dello stato psicotico del pittore o forse della sorella Laura che soffriva di schizofrenia. La psichiatria moderna ha trovato che molti disturbi psichiatrici hanno radici genetiche che spiegano il perché possono colpire membri di una stessa famiglia. Il compositore Louis Hector Berlioz fumava oppio per stimolare la creatività, ma anche per alleviare i suoi frequenti mal di denti. E la sua sinfonia più famosa, «La Sinfonia fantastica», rimanda alle esperienze di un giovane musicista, presumibilmente l’autore, sopravvissuto a un’overdose di oppio. O secondo un’altra ipotesi, deciso a uccidersi con questa droga.

staminali
Tempo Medico 29.11.05

Il modello asiatico per la ricerca
Nasce a Seul una fondazione per le cellule staminali
di Donatella Poretti - Tempo Medico n. 803


Il 19 ottobre 2005 è stata battezzata a Seul la Fondazione mondiale per le cellule staminali. Fornirà un servizio di clonazione su misura per il paziente, creando coltivazioni cellulari embrionali da utilizzare per la ricerca e per le future terapie. In particolare, la Banca mondiale delle staminali rappresenterà il cuore di un consorzio che include alcuni tra i principali centri attivi del settore, tra cui strutture negli Stati Uniti e in Gran Bretagna.
I laboratori avranno la capacità di generare fino a 100 linee cellulari all'anno, ma le richieste hanno da subito sommerso il centro e mandato in tilt il sito internet (www.worldstemcellhub.org). "Abbiamo già ricevuto 9.500 richieste, al di là di ogni nostra capacità" ha detto il portavoce della Fondazione Lim Jong-Pil. Per il momento saranno presi in considerazione solo casi di trattamento del morbo di Parkinson e delle lesioni della colonna vertebrale.
La Corea del Sud ha destinato alla Fondazione un finanziamento pubblico di "soli" 24 milioni di euro. Poca cosa se paragonati ai 3 miliardi di dollari della California, ma con la differenza in quest'ultimo caso che i fondi potranno essere distribuiti e utilizzati solo dopo aver superato una serie di ostacoli e ricorsi legali frapposti da chi si oppone a queste ricerche.
Un modello, quello asiatico, che si muove con tempi velocissimi. Nel febbraio 2004 Hwang Woo-Suk, il professore dell'Università nazionale di Seul che sarà il direttore della Fondazione, annunciò la prima clonazione terapeutica e a un anno di distanza la Corea aveva una legge che regolamentava gli esperimenti. La Gran Bretagna ha dovuto attendere tre anni dalla legge perché fosse concessa la prima autorizzazione all'International Centre for Life di Newcastle. Gli Stati Uniti, con le limitazioni dei finanziamenti federali, sono rallentati da veti politici e freni economici e restano alla finestra a guardare come l'area della biotecnologia venga dominata dall'Asia. Da Singapore, che dà vita a Biopolis, luogo ideale per la ricerca, alla Cina che avanza in maniera poco appariscente, alla Corea del Sud che apre i propri laboratori agli altri ricercatori, investe politicamente e si schiera per la scienza.

Bertolucci
Panorama 28.11.05
Bertolucci: dopo il '68 narro dei tupamaros
di Manuela Grassi

Il suo prossimo film racconterà l'assalto dei guerriglieri peruviani all'ambasciata giapponese nel '96. Il grande regista parla di periferie parigine, intellettuali, poesia e psicoanalisi. E di cinema italiano: quello di Crialese, Garrone, Sorrentino, Moretti...

Bernardo Bertolucci, regista di film molto amati e qualche volta molto odiati, è cresciuto respirando poesia. I versi del padre Attilio gli restituivano rivestito di sogno il microcosmo in cui viveva: la gramigna che bruciava nei campi, la nebbia fra le gaggie, i ragazzi smemorati intorno a un fuoco, le ginestre «grame e splendenti» sulle pendici dell'Appennino. «Per non far trascolorare quel mondo, per fermare la sparizione di quei valori», il 27 novembre a Parma, città d'origine della famiglia, verrà consegnato il premio internazionale di poesia intitolato al padre.
Nella sua silenziosa casa romana Bernardo si muove impugnando due lunghi e sottili bastoni. Gli servono per camminare dopo una faticosa riabilitazione: «Sono molto in voga tra gli anglosassoni perché invitano a una corretta postura. La chiamano nordic walking» sorride. La sua fama internazionale non ha soffocato le radici parmensi, amate, rifiutate e di nuovo apprezzate, quelle di cui la sua vena si alimenta per raccontare il Novecento emiliano ma anche L'ultimo imperatore di Cina, i sognatori sessantottardi di Parigi, o i tupamaros del prossimo film.
Dopo i ragazzi del '68 i tupamaros?
La settimana scorsa ho finito la prima versione della sceneggiatura. È tratto da un romanzo americano che si intitola Belcanto, di Ann Patchett. In Usa è stato un grande successo, più di 1 milione di copie (in Italia è edito da Neri Pozza, ndr). Come sempre quando un mio film è tratto da un libro c'è una grande libertà di reinterpretare. Insomma, di ritrovare l'occasione, come fosse la prima volta.
Che storia racconta?
La storia di Belcanto è ispirata a un fatto di cronaca. Anni fa la residenza dell'ambasciatore giapponese a Lima venne invasa dai tupamaros durante una grande festa con ospiti importanti, musica, abiti da sera, smoking. I guerriglieri cercavano il presidente Alberto Fujimori, che non c'era, e rimasero bloccati con una cinquantina di ostaggi per più di tre mesi. È interessante, nel romanzo, quello che accade tra gli ostaggi e i rapitori, dopo un po' non si distinguono più gli uni dagli altri. L'atmosfera ricorda un po' L'angelo sterminatore di Luis Buñuel. Alla fine le forze speciali fecero irruzione e uccisero in blocco il commando.
Lei ha detto che il cinema parla sempre del presente...
Questo film parlerà della differenza che c'è tra quello che accade oggi e ciò che è accaduto pochissimo tempo fa. L'episodio a cui mi ispiro avvenne tra la fine del 1996 e l'aprile del 1997, eppure c'è una distanza enorme. Penso che i tupamaros fossero più guerriglieri che terroristi. Ma non voglio dire di più.
C'è una grande differenza anche tra la rivolta degli anni Sessanta, Settanta e quella esplosa oggi nella banlieue francese.
Quello del 1968 era un movimento borghese e piccolo borghese, con una testa, un'avanguardia che prendeva decisioni, mentre questo movimento mi dà una sensazione di pura spontaneità, non esiste un'élite che guida i ragazzi della banlieue. Sa qual è l'etimologia di banlieue? Lieu, luogo; banni, bandito, escluso. I «banlieusard» vengono da un luogo per definizione stessa emarginato. Quello che li fa infuriare è questa finta identità francese: sono nati in Francia, hanno passaporto francese, hanno studiato lì e alla fine non sono veramente francesi perché non trovano lavoro. Per loro la nazionalità è una pura illusione.
Non le piacerebbe come soggetto?
È un film che hanno fatto, e continuano a fare, i francesi. L'odio di Mathieu Kassovitz era qualcosa di abbastanza profetico, come a volte il cinema sa essere. Le scene di caccia in La regle du jeu di Jean Renoir, un film del 1939, erano una profezia sulla tragedia che stava per esplodere in Europa. Il cinema, proprio per il suo carattere visionario, ha questa capacità di guardare avanti.
Dei cineasti italiani lei parla poco. Si riferisce a volte con affetto a Marco Bellocchio, divergenze a parte, ma non cita altri. E Nanni Moretti? E Marco Tullio Giordana?
Non è così, probabilmente sono ormai così defilato, proprio perché non sopportavo più questo soffoco, che non mi capita di entrare nel merito. Oggi c'è un cinema italiano che fa finalmente respirare: Respiro, per l'appunto, di Emanuele Crialese, L'imbalsamatore di Matteo Garrone, e poi Paolo Sorrentino, Pappi Corsicato. Qualche Giordana... Moretti è un caso a sé, ha fatto un suo percorso molto speciale.
A quale «soffoco» allude?
Gli anni della corruzione hanno innescato un processo di soffocamento, è stato il momento in cui l'incubo di Pier Paolo Pasolini si è materializzato.
Il 27 novembre, a Parma, il video dello spettacolo diretto da suo fratello Giuseppe e recitato da Fabrizio Gifuni «Na specie de cadavere lunghissimo» ricorderà Pier Paolo Pasolini. Che cosa l'ha colpita di più delle commemorazioni a trent'anni dalla morte?
La cosa che mi colpisce di più, dal giorno della sua morte, il 2 novembre 1975, è l'incredibile presenza della sua assenza: c'è un buco, una ferita in nessun modo rimarginata. Nella musica generale manca quella voce. Negli ultimi tempi c'è stata in molti la tentazione di buttare via il Pasolini poeta e di salvare il regista. Operazione miserella. Il fatto che fosse un poeta civile, attento alle ideologie politiche, non vuol dire che non è stato un grande poeta. Dove ritrovare quella febbrile intensità? I suoi film sono bellissimi, le odi straordinarie. Nel periodo in cui girava Salò, collaborava al Corriere della sera, ha avuto una visione implacabile di quello che sarebbe accaduto nel nostro Paese.
Qualche giovane si chiede se Pasolini oggi avrebbe capito i leghisti...
Avrebbe parlato di sottocultura, un vocabolo che usava spesso.
Lei esordì come poeta, poi passò al cinema come assistente di Pasolini in «Accattone». Che cosa le ha insegnato?
Lasciai la poesia perché mio padre era più bravo di me. Per un certo momento non sopportai più neppure la parola poetico, che lui usava moltissimo. Poi arrivò Pasolini: anche lui diceva sempre «poetico/a», era un modo per tagliare corto, se una cosa era poetica, voleva dire che andava bene. Allora io ero molto preso dalla Nouvelle vague e da Jean-Luc Godard, quello era il cinema che sognavo di fare un giorno, di sperimentazione, di rischio. Con Pier Paolo è stato come vedere la nascita del cinema, come essere accanto a David Griffith, un primo film che sentivo essere già un classico.
Il suo cinema è molto vicino alla psicoanalisi.
A Londra la British Psychoanalitic Society mi ha appena dato una honorary fellowship. Non è mai stata conferita a un non psicoanalista. La motivazione era che i miei film sono molto vicini alla lezione freudiana. Li ho fatti ridere dicendo: «Credevo mi aveste dato questa onorificenza in quanto unico sopravvissuto di quella che Freud chiamava analisi interminabile». Quella che dura tutta la vita. Io infatti ho cominciato a 28 anni e a 64 non ho ancora smesso. In Italia l'anno prossimo mi daranno il premio Cesare Musatti, il patriarca.
C'è anche Woody Allen.
Sì, ma lui ha il dente avvelenato, gli analisti li tratta male.
Lei ha una moglie inglese, Clare Peploe, e vive spesso a Londra.
Londra è una città con una offerta culturale che è quasi uno spreco. Ma negli ultimi tempi Roma ha cominciato a scuotersi dal torpore millenario.
Parla bene di Walter Veltroni perché da ragazzo fu l'unico a difendere «Novecento»?
Non era solo, c'era un gruppetto. E c'erano altri che difesero il povero Novecento, massacrato dai vecchi comunisti, condannato senza possibilità di redenzione, da Gian Carlo Pajetta, Giorgio Amendola, perché veniva a rompere le scatole in un momento in cui si parlava di compromesso storico, perché aveva un'aria in qualche modo estremistica. E poi Veltroni tra tutti i politici è quello che si interessa più di cinema, ne scrive addirittura.
Che cos'era Parma per suo padre?
C'era un microcosmo di cui era il monarca assoluto, fatto da borghi come Baccanelli, Casarola e da Parma, con qualche blitz fuori, a Roma, considerata luogo d'esilio. Aveva creato intorno a Parma, che chiamava «la petite capitale d'autrefois», a queste case, un'aura molto speciale. Aveva recuperato tutto quello che c'è di straordinario nel passato della nostra città, dagli scalpellini del Battistero, tra i quali l'Antelami, ai sublimi Correggio e Parmigianino, per poi arrivare all'impronta francese di Maria Luigia, una traccia questa, rimasta anche nel dialetto. Era così forte il suo attaccamento a quei luoghi, che quando mi sono trovato a passare di là meno frequentemente, ho avuto la sensazione che fossero frutto di un suo sogno, che stava un poco svanendo. Perciò quando il critico Paolo Lagazzi ha proposto a me e Giuseppe di creare una fondazione e un premio, ci è parsa un'ottima idea.
Ha senso oggi la condizione dell'intellettuale?
L'intellettuale è spesso contro tutto per mestiere, ma è anche quello che meglio capisce che cosa vuol dire la conservazione in senso positivo, la conservazione della memoria.
Lei è snob?
La parola mi fa subito venire in mente una cosa ridicola «La signorina snob», grande invenzione di Franca Valeri... Esistono persone che sono più vicine a espressioni di grande sofisticazione, sottigliezza. Io non mi sento affatto snob. Mi sento che ho un bisogno terribile di fare un film, sapere che ci sono ancora.

Le Scienze, 28.11.2005
Le conseguenze biologiche di un'infanzia trascurata
L'isolamento sociale può influenzare direttamente la neurobiologia di un bambino

L'assenza di una figura affettiva che si prenda cura del bambino nei primissimi anni di vita può influenzare la normale attività di due ormoni - la vasopressina e l'ossitocina - che svolgono un ruolo essenziale nella capacità di formare legami sociali sani e nell'intimità emozionale.
La scoperta, annunciata da psicologi dell'Università del Wisconsin di Madison in un articolo pubblicato online sulla rivista "Proceedings of the National Academy of Sciences", dimostra per la prima volta che trascurare e isolare socialmente un bambino può influire direttamente sulla sua neurobiologia, in modo da influenzarne potenzialmente il comportamento emotivo.
"La questione di come i bambini regolano le emozioni e formano i legami sociali - spiega lo psicologo Seth Pollack, uno degli autori dello studio - non è mai stata affrontata in maniera esauriente dalle neuroscienze. Ma il nostro studio rivela un'associazione fra i comportamenti emozionali complessi e lo sviluppo del cervello". "Abbiamo studiato in maniera più meccanicistica - aggiunge Alison Wismer Fries, l'autore principale - un aspetto dello sviluppo infantile che finora era stato analizzato soltanto in maniera descrittiva".
La ricerca giunge in un momento in cui le famiglie dei paesi sviluppati stanno ricorrendo sempre di più alle adozioni internazionali. Ma gli orfanotrofi nelle nazioni in via di sviluppo sono spesso affollati, e molti bambini adottati hanno trascorso i primi anni di vita in questi istituti senza il contatto emotivo e fisico così fondamentale per lo sviluppo sociale.
Fries e colleghi hanno lavorato con 18 bambini di quattro anni che avevano vissuto in orfanotrofi in Russia e in Romania prima di essere adottati da famiglie dell'area di Milwaukee, negli Stati Uniti. Nonostante adesso i bambini vivano in case stabili - alcuni da più di tre anni - essi manifestano ancora alcuni dei comportamenti che i ricercatori hanno associato con la trascuratezza nei primi anni di vita. Lo studio si è basato su una tecnica sviluppata dall'endocrinologo Toni Ziegler per determinare i livelli di vasopressina e ossitocina attraverso l'analisi delle urine. La procedura è meno invasiva degli attuali metodi di analisi del sangue o del fluido cerebrospinale, e potrebbe un giorno trovare applicazioni in diverse aree della ricerca sui bambini, per esempio nel campo dell'autismo.
I risultati finali mostrano che il contatto fisico con le madri fa salire i livelli di ossitocina nei bambini vissuti da sempre in famiglia, mentre questi livelli rimangono gli stessi nei bambini con un'infanzia trascurata. Questo potrebbe spiegare alcune delle difficoltà che essi incontrano nel formare relazioni stabili.
© 1999 - 2005 Le Scienze S.p.A.

Liberazione, 27.11.05
Di che parliamo? Dell’abolizione dell’ordine presente delle cose...
Rina Gagliardi

Potrebbe finalmente nascere, a tempi brevi, un nuovo soggetto politico, che raccolga il bisogno diffuso di sinistra alternativa? Una forza capace di coniugare la pratica della trasformazione sociale (dell’anticapitalismo) con l’innovazione della cultura politica? Questa è la proposta che ieri Fausto Bertinotti ha avanzato al Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista e che, con ragionevole certezza, sarà oggi fatta propria dallo stesso Cpn. Un fatto nuovo, e politicamente rilevante, ben oltre la scadenza delle prossime elezioni. Un fatto che potrebbe rimettere in moto gli equilibri attuali della sinistra italiana - e non solo.
Sia chiaro. Non siamo ad una proposta di ordinaria routine, o alla necessaria, tante volte auspicata, “accelerazione di volontà politica”. Siamo, come ha detto con chiarezza il segretario del Prc, alla fase conclusiva di un percorso incominciato anni fa: siamo oltre, cioè, “il tempo della ricerca e della sperimentazione”. Entro una stagione definita – la primavera del prossimo anno - la nuova soggettività politica dovrà prender forma concreta e avviare l’“avventura della nascita”. Rifondazione comunista ne sarà parte co-stitutiva e co-protagonista, insieme a coloro che ne vorranno far parte, nell’arcipelago attuale della sinistra critica, dei movimenti, del sindacalismo di lotta, dell’intellettualità singola od organizzata. A nessuno si chiede come condizione preventiva il proprio scioglimento, a tutti si domanda invece l’impegno ad andare oltre quella pur essenziale convergenza programmaticache, finora, ha caratterizzato tante iniziative e tante battaglie della sinistra alternativa. Insomma, nascere è difficile, ma è ormai necessario - proprio per crescere, trasformarsi, trasformare.
Ma quali sono le caratteristiche peculiari, le grandi discriminanti, della forza alla quale si propone di dar vita? Il rifiuto della guerra e la scelta strategica della pace, certo. L’antiliberismo e l’anticapitalismo, cioè il superamento della logica dell’impresa e del mercato, certo. Ma, come si è potuto constatare nel corso di questi anni, e di tante pregevoli esperienze, questi pur essenziali riferimenti non bastano nè a far scattare un processo politico concreto nè a consolidarlo. Serve, allora, una novità di orizzonte - che è l’Europa, il teatro reale, oggi, anzi il teatro minimo della politica. E serve, ancora, un’intenzione comune - che è un’idea, un bisogno, di nuova politica, che ha al suo centro la partecipazione, l’autodeterminazione soggettiva, la sfida alla logica “mortifera” dei Palazzi autoreferenziali e della logica riproduttiva dei ceti dirigenti. Senza l’assunzione di questa sfida, in buona sostanza, la sinistra alternativa rischia di rimanere o un’esigenza astratta, o un’istanza politicista (che poi non a caso partorisce solo ipotesi di cartelli elettorali, mischiati ad una buona dose di cinismo e perfino di opportunismo).
Da qui, l’ipotesi di costruire una “sezione italiana” del Partito della sinistra europea, che in un anno e mezzo ha raccolto speranze e successi crescenti - non solo in Francia e in Germania, ma in tutto il vecchio continente, con un pluralismo mai banale, se così si può dire, che va da forze storiche rinnovate, come il Partito comunista francese, al britannico “Respect”, appena arrivato.
Da qui, l’assunzione dell’esperienza delle primarie, il solo vero “fatto nuovo” che l’opposizione sociale e politica abbia saputo (o dovuto) mettere in atto - per cominciare a spezzare, in positivo, le gabbie oligarchiche e restituire al popolo il diritto di dire la sua. Insomma. Nascere è necessario, ma per nascere bisogna proprio essere nuovi - ci si perdoni la tautologia, che tale non è. E’ pur vero che si può anche nascere ripetendo tutti gli errori del passato, tutti i vizi peggiori del ’900, tutte le tentazioni della “politica” professionale: in questo caso, però, il destino pressoché certo è quello di diventare una forza di complemento - marginale, testimoniale, inessenziale. Ma la sinistra alternativa - nella fase storica in cui il modo di produzione capitalistico incontra i suoi limiti insormontabili e il socialismo, la marxiana “abolizione dell’ordine presente delle cose” si ripropone nella sua piena attualità - merita ben altra sorte. Ben altra nascita.

Liberazione, 27.11.05
Il presidente Cei conclude un congresso sulla fertilità secondo la morale cattolica.
Ad organizzare l’incontro, inclusa la sessione “pastorale”, anche due università pubbliche
Il “metodo naturale” di Ruini, niente Pacs
Fulvio Fania

Ruini contro il riconoscimento delle coppie di fatto, la fecondazione assistita, la contraccezione e la clonazione; Ruini che assieme ad un «impegno pastorale» su questi argomenti, chiede «interventi sul piano politico», ricordando il discorso di Wojtyla al Parlamento italiano. E’ accaduto ieri all’Università Cattolica, nella stessa aula in cui il giorno prima aveva parlato Benedetto XVI.
E tutto nel nome dei coniugi Billings. I due anziani sposi sono ricercatori dell’università di Melbourne e hanno dedicato una vita a indagare i segni della fertilità femminile nell’arduo tentativo di far quadrare il cerchio tra il Magistero cattolico che vieta pillole, spirali e preservativi e la ragion pratica di non mettere al mondo un figlio ad ogni rapporto d’amore, pur rigorosamente coniugale. Metodo naturale, insomma, confidando in Dio prima ancora che nella scienza. Evelin e John Billings, che hanno dato il nome ad un sistema basato sull’esame empirico dei “segni” sul corpo femminile, sembrano entusiasti dell’intervento del cardinal
Ruini. John lo definisce addirittura il miglior discorso ascoltato nella sua lunga esistenza. Ma che cosa ci fanno i Billings a Roma? Hanno ricevuto una laurea honoris causa dall’Università di Tor Vergata, che non è un ateneo pontificio bensì pubblico.
Così Ruini può legittimamente osservare che l’alto riconoscimento dimostra la «rilevanza scientifica» del metodo naturale. Sebbene all’osservatore laico risulti assai difficile comprendere perché mai non sia contraccettivo far l’amore col calcolo regolatore e lo sia invece l’assunzione di un farmaco, dall’enciclica “Humanae vitae” di Paolo VI (1968) in poi i teologi morali ci vedono una grande differenza. Resta il fatto che un’università pubblica ha premiato i Billings, i quali polemizzano aspramente con l’uso del preservativo anche come protezione dall’Aids. I meriti scientifici vanno comunque valutati dagli esperti. C’è però dell’altro. Il convegno internazionale concluso da Ruini “Scienza ed etica per una procreazione responsabile”, con al centro i “metodi naturali” e l’etica cattolica, è stato organizzato dall’Università del Sacro Cuore e dal Campus biomedico di Roma, creazione dell’Opus Dei, insieme a due università pubbliche - Tor Vergata e “La Sapienza” - col patrocinio dei ministeri della sanità e della ricerca. Tutto compreso, sessioni scientifiche e seduta “etico-pastorale” con l’intervento del presidente della Cei. Il cardinale ribatte i suoi chiodi: «C’è una diffusa tendenza - osserva - a depotenziare il valore dell’istituto del matrimonio assimilando ad esso altri tipi di unioni e convivenze». In questo modo, secondo il porporato, anche la vita coniugale viene declassata a semplice «convenzione». Gli rispondono a stretto giro di posta il cattolico Castagnetti e Franco Grillini, presidente onorario di Arcigay. «E’ normale che la Chiesa confermi la sua linea - afferma il primo - ma la politica deve tener conto di altre forme di convivenza in cui ci sono diritti da proteggere ». Grillini aggiunge: «Norme inclusive hanno effetti positivi sulla società e nell’esperienza smentiscono Ruini, il quale prima o poi dovrà accettare l’idea di un pluralismo di forme familiari ». Il cardinale non tratta soltanto di Pacs. Polemizza con la «cosiddetta liberazione sessuale», ribadisce il rifiuto della fecondazione assistita, paventa che la clonazione riduca l’uomo a «cavia» e che l’umanità, impadronitasi della «mappatura del menoma », smarrisca quella «dell’essere umano». Su quest’ultima preoccupazione Ruini incrocia anche una parte del pensiero laico. Su questo, ad esempio, il verde Cento gli dà ragione.
Ma lo scopo principale dell’intervento ruiniano è orientare gli scienziati, un fronte meno appariscente di quello politico ma essenziale nell’offensiva culturale della Chiesa di Ratzinger. Il quale, ieri sera durante i Vespri per l’inizio d’Avvento nella basilica di San Pietro, ha usato una di quelle espressioni che fanno la gioia dei teologi. Ha detto infatti che Dio ci segue «come un padre e una madre», ha parlato cioè di «maternità» di Dio. Antica questione, tra gli altri ne trattò Wojtyla in un’udienza del gennaio 1999.

Liberazione, 27.11.05
Comitato politico nazionale di Rifondazione comunista
Roma, 26 - 27 novembre 2005
La relazione di Fausto Bertinotti

Lo sciopero generale del 25 novembre ha visto un successo e una partecipazione enormi, addirittura superiore alle attese che pure erano già particolarmente ottimistiche. Il mondo del lavoro esprime una capacità di mobilitazione importante. La circostanza che questo elemento sia così scarsamente considerato, anche nella comunicazione di massa, è certamente segnale di una contraddizione tra un sentire diffuso dentro il corpo sociale profondo del Paese e parte consistente anche dell’intellettualità democratica. Fatto che è, al tempo stesso, conseguenza di un ciclo lungo e di un più breve momento. Il ciclo lungo è quello che ha lavorato, anche dentro componenti importanti delle sinistre, e che ha sostenuto l’esaurimento del conflitto di classe o la sua residualità (elemento esso stesso di una operazione culturale tesa a rendere invisibile il mondo del lavoro). Il riferimento
a breve è quello che coinvolge aree importanti dell’intellettualità progressista e componenti politiche significative dell’Unione che hanno rifiutato la centralità del conflitto di lavoro nell’opposizione al governo Berlusconi. Una opposizione che ha messo tra parentesi la questione sociale, come se quella del governo delle destre in Italia potesse essere ricondotta a patologia italiana in un contesto europeo fisiologicamente sano. Ma la questione di fondo, che la riuscita dello sciopero e delle manifestazioni mettono in evidenza, è il protagonismo del mondo del lavoro che si ripresenta con grande forza. Qui c’è l’occasione di un vero lavoro politico poiché, in questo protagonismo, si esprime una forza di mobilitazione e una disponibilità al conflitto fondamentali, specialmente in questa fase. Anche da qui, dobbiamo produrre un vero sforzo per accentuare l’impegno per la più grande riuscita dello sciopero e la manifestazione nazionale dei metalmeccanici, per il merito della loro vertenza contrattuale e per il ruolo che il sindacato dei metalmeccanici svolge dentro il conflitto sociale nel Paese. Il tema della democrazia dei lavoratori, infatti, è questione centrale, che, non a caso, assume un rilievo importante dentro il congresso della Cgil. Va riproposto con grande forza il tema della centralità del contratto nazionale di lavoro come punto di fondo del conflitto aperto con la Confindustria. Non è un caso che, da parte del padronato, venga riproposto uno scambio tra contratto e flessibilità, scambio inaccettabile in quanto, proprio la mano libera sulla flessibilità, che vuol dire fare regola dell’eccezione alle norme della contrattazione, equivarrebbe a una sorta di eutanasia del contratto nazionale.
La necessità dell’unificazione delle lotte
Insomma, il lavoro è questione centrale dell’alternativa alle destre. Una situazione, quindi, promettente dal lato della partecipazione e della capacità di mobilitazione che, però, dall’altra parte, mostra il lato della difficoltà nel versante dell’efficacia. Lavora a rendere difficile questo passaggio dalla mobilitazione all’ottenimento di risultati concreti, il carattere della crisi (la frantumazione
sociale, i processi di delocalizzazione, la generalizzazione della precarietà). Ma ci sono, evidenti, il riflesso dell’inadeguatezza delle politiche sindacali, specialmente nella ricaduta delle concrete piattaforme, e una difficoltà anche nostra a contribuire a costruire l’orizzonte per far uscire le lotte dalla separatezza. Il nostro impegno deve, quindi, vedere un salto di qualità. Innanzitutto nel sostegno alle lotte, un sostegno che deve essere non stanco e ripetitivo ma, ogni volta, reso cosciente e reindagato nella sua forza ed efficacia, per esempio nel rapporto tra le lotte e la capacità di essere incidenti sulle scelte del governo, a partire da quelle fondamentali come la legge finanziaria. Ma il punto di applicazione principale consiste nel riaprire e riannodare pazientemente circuiti di comunicazione. Un solo esempio. Nelle scuole e nelle università del Paese si sta svolgendo una stagione eccezionale di mobilitazione (gli studenti che invadono le piazze, gli insegnanti, i ricercatori e così via). Dello sciopero e della manifestazione dei metalmeccanici, della loro centralità, ho parlato in precedenza. Il fatto, però, è che queste lotte sono separate e questa è una debolezza da superare. Ecco, l’impegno di un lavoro politico: costruire ponti di relazioni tra le lotte, tessere un ordito, fare dell’inchiesta, non l’elemento di lavoro specifico di un settore di partito, ma la regola generale della nostra iniziativa. La grandi campagne sono occasioni straordinarie per costruire nessi, basti pensare, per fare un esempio, a quella contro la direttiva Bolkestein. Allo stesso modo, non solo cronologicamente, ma politicamente la manifestazione dei metalmeccanici del 2 dicembre e quella dei migranti del 3 si danno la mano. La condizione migrante esprime, infatti, una doppia sfida: sul terreno della valorizzazione del lavoro e su quella della chiusura securitaria.
Uguaglianza e democrazia
La rivolta nelle banlieues francesi non può non interrogarci a fondo sul tema della crisi sociale. Ritengo fuorviante la discussione se quella rivolta, in quelle forme, possa coinvolgere il nostro Paese. La domanda di fondo, invece è la seguente, ovvero se essa vada indagata come un caso a sé o, pur nella sua specificità, come espressione della crisi di civiltà che attraversa l’Europa. In questo senso, la discussione sull’intervento securitario, che si è acceso in alcune città del nostro Paese, mostra tutto il suo provincialismo.
Da parte nostra, un punto di applicazione deve consistere nel declinare una nuova stagione di ripresa del conflitto sociale, fondandola sulla connessione dell’idea dell’uguaglianza con quella della democrazia. Sul carattere comunitario delle lotte e delle vertenze territoriali abbiamo avviato una discussione. Questa modalità di organizzarsi delle comunità in quanto tali, l’espressione di una identità che si afferma nel vivo di una lotta, che abbiamo visto in particolare nel Sud del Paese, da Terlizzi, a Scanzano, a Melfi, si ripropone, oggi, con una forza straordinaria in Val di Susa. Questa lotta muove questioni di fondo che riguardano la politica delle infrastrutture, il complesso della logistica, il problema della salute. Ma c’è un punto che va ulteriormente sottolineato: è proprio il tema della democrazia e del rapporto tra i territori, le comunità, le scelte dei governi. Ciò che colpisce in maniera sconcertante è l’incapacità di ascolto che i poteri frappongono all’ascolto delle comunità, come se fossero elemento trascurabile della decisione. La lotta in Valle di Susa, come gli altri esempi prima ricordati, ha di fronte a sé una grande prospettiva ma anche rischi gravissimi. La sua sconfitta avrebbe conseguenze devastanti, non solo per le opere che si realizzerebbero ma per la rottura della coesione democratica che ne sarebbe conseguenza. Penso, quindi, che il nostro impegno debba continuare con grande vigore e energia ai fini di avviare canali di relazioni e il riconoscimento del diritto delle comunità locali a essere parte di una vera trattativa. Una iniziativa che serva a disarticolare il fronte favorevole all’opera anche sulla questione della necessità dell’ascolto delle popolazioni e dal punto di vista culturale. Come insegna una esperienza lunga e consolidata, che ha portato anche a interventi legislativi importanti, sul punto fondamentale della difesa della salute, il diritto della popolazione esposta a dover esprimere un parere vincolante è decisivo. Dobbiamo, quindi, vedere le motivazioni di fondo che stanno dietro a questo rifiuto pregiudiziale di un confronto con le popolazioni: sterilizzare il conflitto e marginalizzare le forze politiche, come il Prc, che se ne fanno carico.
Partire dai diritti e dai soggetti
Adeguatamente dobbiamo riconoscere la forza con la quale nuovi avversari cercano di far pesare i contenuti regressivi di un rigurgito fondamentalista. E’ questo il caso delle gerarchie vaticane che, spaventate dalla crisi prodotta dalla precarizzazione, che penetra fin dentro il vivente, prodotta dalle politiche neoliberiste, sembrano preferire il rifugio nella riproposizione di un integralismo che imponga una morale e un costume. Credo sbagliata una risposta simmetrica a questa offensiva: contrapporre l’anticlericalismo a un rinnovato clericalismo. Noi dobbiamo partire dai diritti e dai soggetti. L’intransigenza con la quale difendiamo la legge 194 trae da questo un punto di forza. Anzi, dobbiamo coniugare la difesa senza alcuna incertezza delle conquiste di civiltà degli scorsi anni, con l’estensione di nuovi diritti, dal riconoscimento dei Pacs a una serie di interventi antidiscriminatori nei confronti delle differenti scelte nella affettività e nella sessualità. Anche la discussione sulla Costituzione Europea, dopo il fallimento della Convenzione, sancita dai referendum popolari in Francia e Olanda, deve ripartire da qui: l’affermazione di nuovi diritti del lavoro, sociali e di cittadinanza.
Rilanciare l’iniziativa internazionale
Anche i punti di sofferenza internazionali, la lotta decisiva contro la guerra, non possono essere indagati secondo una ripetizione stanca di obiettivi che non colgono come la situazione vada modificandosi di fronte a noi. Ne cito due: l’Iraq e la Palestina. La guerra dimostra chiaramente il fallimento della strategia nordamericana. In Iraq cresce la forza dell’opposizione alla occupazione militare, segnalata anche dai sondaggi, da dove emerge che l’80% del popolo iracheno chiede la fine dell’occupazione militare. Negli Usa medesimi, il disagio e la critica alla guerra crescono. Ma è altrettanto evidente come la crisi non determini di per sé la fine dell’occupazione militare. Anzi, è aperto anche lo scenario opposto che prospetta un devastante ampliamento del teatro di guerra. In questo contesto, dobbiamo mettere il tema del ritiro delle truppe come elemento di vera discontinuità e come uscita dal sistema di guerra. Anche il rapporto Israele Palestina chiede di essere indagato dentro le novità che si sono prodotte. L’ispirazione di “Due Stati per Due Popoli” mantiene tutta intera la propria validità, così come è centrale il nostro sostegno ai palestinesi e alle ragioni della pace. La novità del ritiro da Gaza va posta non nelle conseguenze sul conflitto ma, invece, su quelle che investono Israele (la fine della strategia della “Grande Israele”) e la sua configurazione politica. La rottura nel Likud e le novità dentro il Labour parlano di queste ricadute che terremotano la situazione. Dentro questo nuovo quadro, dobbiamo riproporre la capacità di una forte iniziativa politica proponendo la trattativa, il negoziato come rottura del sistema di guerra. La sinistra critica, il Partito della Sinistra Europea in particolare, possono essere protagonisti di questa iniziativa. Il Partito della Sinistra Europea dimostra la sua forza e la sua capacità di rappresentare una novità importante nel panorama internazionale. Lo sguardo è sempre quello della centralità dei diritti del lavoro e delle persone e con questo spirito affrontiamo il viaggio che ci apprestiamo a compiere in Cina e che è un segno del rilievo assunto dalla Sinistra Europea. Il lavoro comune che ci ha proposto Chavez, per un incontro tra la Sinistra Europea e la sinistra latinoamericana sui temi di fondo del rifiuto della guerra e della globalizzazione neoliberista, rappresenta un punto di applicazione che riteniamo di grandissimo valore per le potenzialità che si possono esprimere ed attivare.
Il nostro programma
Il tema del rapporto tra il programma dell’Unione e il nostro programma va precisato. Il nostro programma lo possiamo ritrovare nelle elaborazioni più recenti, il programma presentato alle recenti elezioni europee e il profilo dell’impostazione che abbiamo presentato alle primarie. Proponiamo unaggiornamento di questo nostro programma, non come alternativo a quello dell’Unione ma che sia “oltre “ quello. Un “oltre” che va declinato in senso temporale (non solo un programma di legislatura ma un programma che guarda all’Italia dei prossimi 10-15 anni), un “oltre” che va declinato nel rapporto tra il programma di governo e il percorso di trasformazione, l’alternativa di società che è l’ispirazione della nostra iniziativa. Un nostro programma che vada nella direzione della costruzione del programma fondamentale. Un nostro programma nel senso, non solo di un programma di Rifondazione ma della sinistra di alternativa. Proponiamo, cioè, una precipitazione della costruzione della sinistra di alternativa, dentro il contesto della definizione del nostro programma.
Il programma dell’Unione
La discussione sul programma dell’Unione è entrata nella sua fase decisiva. I tavoli di discussione tematica stanno dando contributi, frutto di un lavoro importante. Un lavoro che le nostre compagne e i nostri compagni hanno attraversato con un impegno significativo che trova nelle acquisizioni raggiunte primi punti di vero avanzamento. Un miglioramento netto, su tanti punti generali e specifici, rispetto al dibattito pubblico in cui spesso l’Unione si dibatte. La nostra divisa, quella con la quale abbiamo affrontato questo lavoro, è stata non la caratterizzazione del Prc (non abbiamo bisogno di questo, lo faremo nel “nostro” programma come prima delineato) ma la ricerca dello spostamento a sinistra dell’asse programmatico dell’Unione. Proponiamo, dopo il seminario unitario degli inizi di dicembre, un punto di verifica seminariale dell’intero gruppo dirigente del Partito, un seminario congiunto con le realtà dell’associazionismo e dei movimenti che ci hanno chiesto questo rapporto come leva fondamentale per alimentare un rapporto vero con il Paese reale. Per questo non abbiamo intenzione di determinare elementi di centralizzazione del confronto ma di mantenerne il carattere decentrato e di coinvolgimento ampio dei soggetti. Accanto a elementi di importante avanzamento, registriamo una criticità di fondo che riguarda la politica macroeconomica e l’impianto complessivo della politica economica e sociale. Lo diciamo con grande chiarezza: la politica dei due tempi non è accettabile e non è proponibile, così come non è accettabile l’assolutizzazione del tema del risanamento e della riduzione del deficit come elemento sovraordinatore, specialmente nella prima fase del nuovo governo. Consideriamo questo, una sorta di boicottaggio dell’Unione. La prima fase del governo, infatti, deve caratterizzarsi sull’elemento della distribuzione del reddito (l’aumento delle retribuzioni reali per salari e pensioni e interventi diretti a colpire le rendite, l’evasione, la speculazione finanziaria). Anche l’intervento demolitorio delle principali norme varate dal governo Berlusconi, intervento che riproponiamo con forza, ha un senso in quanto è indirizzato lungo la linea di una acuta discontinuità sulle politiche macroeconomiche.
Una precipitazione nella costruzione della sinistra di alternativa
Il cuore della proposta politica che avanziamo, a nome della segreteria, a questo Cpn è la seguente: determinare una precipitazione nella costruzione della sinistra di alternativa. Il tempo dell’attesa e della discussione astratta è finito. Proponiamo quindi un salto: l’avvio di una fase per una prima configurazione della sinistra di alternativa attraverso una proposta compiuta in un tempo breve, concentrato e definito (due, tre mesi). Cosa non proponiamo? La federazione tra forze politiche, peggio che mai, una federazione tra forze politiche a fini elettorali, tale che, cambiando la legge elettorale, si modifica pure il carattere della proposta, come sta avvenendo per altri. Proponiamo, al contrario, di dare vita a una soggettività politica condivisa tra forze differenti, che si sono incontrate in questi anni in un comune percorso dentro i movimenti e, in questa fase recente, dentro il confronto delle primarie. Una aggregazione per la quale non è sufficiente un’intesa programmatica ma serve una cultura politica condivisa e che trova come riferimento l’irruzione dei movimenti e gli elementi di innovazione che Rifondazione ha contribuito a promuovere. Su questa base condivisa la sinistra critica può ridefinirsi in un rapporto di connessione stabile. I riferimenti per questa costruzione sono rappresentati dal Partito della Sinistra Europea e dalla straordinaria esperienza delle primarie. Sul successo del congresso di Atene della Sinistra Europea, abbiamo già parlato. Vorrei solo segnalare la crescita di consenso (basta vedere l’espansione della Linkspartei in Germania) e l’interesse che è segnalato anche dalla richiesta di nuovi ingressi (come è il caso della formazione britannica di Respect). Le primarie hanno rappresentato una vera occasione di partecipazione popolare, hanno attivato una ricchezza di esperienze il cui patrimonio non va disperso (comitati, laboratori territoriali, ecc.). Ciò che proponiamo, per dirla con una sintesi, è la costituzione di una Sezione italiana del Partito della Sinistra Europea nella quale il Partito della Rifondazione Comunista, soggettività (in quanto tali o nelle loro espressioni più rilevanti) che sono disponibili a questa esperienza, singole personalità che già hanno aderito alla Sinistra Europea o che intendano farlo, possano incontrarsi, darsi una configurazione e compiere un percorso comune che attraversi le scadenze elettorali, facendo di esse una tappa importante della costituzione e della visibilità di questa soggettività ma che sappia proiettare questo percorso oltre quelle scadenze. In questo senso, decidiamo una vera apertura delle nostre liste. Il segno dell’apertura delle liste non è per noi una novità, il punto però non è solo la consistenza di questa apertura ma il suo diverso carattere: essa non consiste nell’aggiungere agli eletti di Rifondazione una quota di indipendenti cui il Partito offre una possibilità, ma nell’essere quelle candidature espressioni delle soggettività e delle esperienze che, con Rifondazione Comunista, decidono di costituire una relazione stabile dentro il Partito della Sinistra Europea. Le elezioni politiche possono essere un momento catalizzatore di una prima fase di questo progetto che prende così una forma e una visibilità. Un confronto e una apertura che non mettano in discussione il carattere unitario dei gruppi parlamentari che andremo ad eleggere, così come il simbolo del Prc con il quale ci presenteremo al confronto elettorale.

horror!
Liberazione, 27.11.05

I troppi silenzi dietro l’aborto
Lea Melandri

Dell’aborto e delle questioni legate alla maternità - legge 194, pillola abortiva, consultori e movimento per la vita, adozione degli embrioni - parlano oggi all’impazzata le massime autorità della Chiesa, dello Stato, della medicina, della giurisprudenza, della cultura e dell’informazione. Tacciono le dirette interessate, le donne che si sono già trovate o che potrebbero trovarsi nella condizione di dover rinunciare a una maternità e quelle che, pur non avendo mai abortito o non avendo più questo problema, ritengono comunque di dover sostenere la scelta delle proprie simili. Più le voci si alzano, da destra e da sinistra, in nome di Dio o della laicità calpestata, per rispetto di una “natura” immodificabile o della libertà delle donne di disporre del proprio corpo, più si allarga la zona d’ombra e di silenzio in cui va a cadere un’esperienza di vita e di relazione tra gli esseri umani che non a caso suscita un interesse così esteso, un così impellente bisogno di definire limiti, concessioni e divieti. Nel momento in cui il loro corpo, e le traversie che l’accompagnano, diventa “pubblico”, le donne spariscono dalla scena, come se si fosse concluso un millenario esilio nell’unica ricomposizione prevista dalle polarizzazioni della storia, tra maschile e femminile, cultura e natura, privato e pubblico, ecc., e cioè l’assorbimento del “diverso”, dell’“anomalo”, del “minaccioso”, dentro l’orizzonte del sesso che ha imposto il suo dominio, e quindi il suo modello di civiltà.
Ma come capita quando si è troppo assuefatti al rumore, è il silenzio che finisce per sorprenderci e per farsi ascoltare. E allora viene immediata la domanda: perché le donne tacciono? Perché, anche quando parlano, è così impercettibile la consapevolezza che dovrebbe distinguerle dallo sguardo oggettivante con cui la scienza, la politica, la cultura in generale, hanno guardato alla loro vita, natura senza storia, umanità minore da sottomettere o da proteggere? Perché appaiono così lontane, perse nel mito di una stagione senza ritorno, le appassionate discussioni che portarono all’approvazione della Legge 194, le testimonianze di esperienze vissute, rese nei luoghi meno protetti dalla riservatezza, come le assemblee e le manifestazioni? Ma, soprattutto, per quale inspiegabile ottenebramento, o rimozione, si parla dell’aborto come se le donne si mettessero incinte da sole, e per leggerezza o sadismo decidessero poi di sgravarsi di quel peso? Che si chieda a gran voce la loro ribellione, come ha fatto qualche illustre ginecologo, che si pretenda il rispetto della loro sofferta decisione, che si sostenga il diritto all’autodeterminazione in fatto di maternità, si tratta pur sempre di proclami che parlano di un soggetto considerato di per se stesso debole, bisognoso di tutela e di rappresentanza, e, soprattutto, di un soggetto che porta in solitudine quel potere e quella condanna che è la capacità biologica di fare figli.
Maternità e aborto sono, senza ombra di dubbio, legate a un modello di sessualità penetrativa e generativa, contrassegnata, all’interno del dominio storico dell’uomo, da un carico di violenza materiale e psicologica che non accenna a diminuire neppure in presenza di culture altamente civilizzate.
Come scrisse Carla Lonzi, in uno dei brevi saggi di Rivolta femminile del 1971, «la donna gode di una sessualità esterna alla vagina, dunque tale da poter essere affermata senza rischiare il concepimento. L’uomo sa che il suo orgasmo nella vagina la donna lo accoglie più o meno coinvolta emotivamente e fisiologicamente, sa che in conseguenza di questo la donna può restare incinta…ugualmente l’uomo fa l’amore come un rito della virilità e alla donna accade di restare feconda nel momento stesso in cui le viene sottratto il suo specifico godimento sessuale».
Non ci sono anticoncezionali né politiche famigliari che riescano a impedire a un atto d’amore di trasformarsi nella realtà drammatica di una gravidanza non voluta. Se va salvaguardata la scelta della donna di poterla interrompere senza incorrere in sanzioni penali, non bisogna tuttavia dimenticare la limitatissima libertà che sembra ancora esserci nel rapporto più intimo tra i sessi, sia che essa derivi da antica soggezione, ignoranza del proprio piacere, esitazione a esigerlo da parte femminile, oppure da violenza sessuale manifesta da parte dell’uomo. Limitarsi ad affermare il primato della donna nella procreazione, il diritto a decidere su una vicenda che trasforma non solo il suo corpo, ma la sua vita intera, tanto più quanto più “naturale” si continua a ritenere la cura materna dei figli (oltre che di mariti, genitori, suoceri, ecc.), vuol dire mettere al centro della scena pubblica, dello Stato e delle sue leggi, i due protagonisti dell’origine, la madre e il figlio, e sfocare fino a farlo sparire in una nuova rimozione quel rapporto uomo-donna che i movimenti femministi del novecento hanno portato faticosamente alla coscienza storica. Ma significa anche, purtroppo, offrire un’occasione facile alla misoginia di ogni tipo, e alle paure infantili più profonde di ogni individuo, per affermare il diritto del bambino a nascere, sulla base di quel gioco di identificazioni che agiscono quasi sempre inconsapevolmente e in modo diverso nella vita di ognuno.
La svolta che le forze conservatrici, incoraggiate e sostenute, non solo nel nostro paese, dal rinnovato interessamento della Chiesa per questioni che spetterebbero allo Stato, persegue in modo esplicito la volontà di affermarsi sul terreno che la cultura laica ha esitato a far proprio, nonostante sia stata in tempi non lontani attraversata da movimenti che ne hanno fatto il centro delle loro pratiche politiche. Tra i “valori” su cui le destre, cattoliche e ateisticamente devote, intendono impostare la loro campagna elettorale, campeggia, come già si può vedere, il corpo femminile, il suo “naturale” destino di continuazione della specie, di negazione di sé per il bene dell’altro, di cerniera immobile tra la famiglia e la società, di urna domestica depositaria di tutte le virtù che vengono sistematicamente disattese dalla vita pubblica. Se ci fa orrore e ci riempie di indignazione che i più accesi sostenitori della guerra e della superiorità dell’Occidente siano anche gli zelanti San Cristoforo ansiosi di traghettare neonati fuori dalle infide acque materne, dobbiamo anche chiederci se, opposto e speculare a questo atteggiamento, non sia la difesa a oltranza della donna “vittima”, l’insistenza sulla figura materna e sull’aborto come “questione femminile”, anziché portare l’attenzione, come sarebbe logico, alla forma che ha preso storicamente il rapporto tra i sessi.

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Corriere della Sera 28.11.05
Valentino Parlato
«Da Armando mi aspetto poco E Bertinotti fa solo l’aggiustatore»
Lorenzo Salvia


ROMA - I soldi, certo. «Gli stipendi di luglio e agosto li abbiamo pagati solo tre giorni fa. Se entro dicembre non arrivano 500 abbonamenti rischiamo di chiudere davvero» borbotta Valentino Parlato, una Marlboro rossa dietro l'altra, mentre la stanza si riempie del suono («suono, non rumore») della sua Olivetti linea 98. Per questo al manifesto si studia il rilancio: «Cambieremo formato, - dice Mariuccia Ciotta, uno dei due direttori - aumenteremo le doppie pagine tematiche, dedicate ad argomenti come il lavoro e la tecnologia, stiamo pensando ad una storia del cinema in dvd...». Ma dietro la crisi del «quotidiano comunista» c'è anche altro. Qualcosa di più profondo, di più importante. Qualcosa di sinistra.
Cosa, Parlato?
«Quando il nostro giornale è nato, quasi 35 anni fa, si sentiva ancora la spinta del '68, la rottura con lo stalinismo. La sinistra aveva una sua identità, criticarla era più facile e costruttivo».
Oggi invece?
«Uno degli ultimi articoli di Luigi Pintor si intitolava "La sinistra non c'è più". Da allora sono passati due anni e le cose sono peggiorate. La sinistra è un oggetto sfuggente: noi siamo testimoni e prova di questa crisi di identità».
Perché crisi di identità?
«Perché Ds e Margherita sono minimalisti. Fassino dice che la legge Biagi va mantenuta, Prodi dirà che da Berlusconi ha ereditato un disastro e quindi prometterà lacrime e sangue per poi cambiare qualcosina. Piano piano, però. Cossutta vuole rinunciare a falce e martello».
Ecco, Cossutta. Cos’è il suo, un tradimento?
«È una parola che non mi piace, mi limito a dire che l’età fa brutti scherzi»
Fu proprio lui a radiare il manifesto dal Partito comunista. Si aspetta un’autocritica?
«No e anche se dovesse arrivare sarebbe inutile, una minestrina riscaldata».
Minimalista anche lui, quindi. Bertinotti?
«Lui si limita a fare l'aggiustatore: ha paura di ripetere lo stesso numero del 1998 quando fece cadere Prodi e questo lo rende troppo prudente».
E invece cosa bisogna fare, la rivoluzione?
Ride. «Non fare la rivoluzione, ma non perdere lo spirito rivoluzionario».
Cosa vuol dire, oggi, essere rivoluzionari?
«Non accettare senza fiatare il fatto che il mondo occidentale ci offra la miglior vita possibile. Provare a cambiare i valori della società: oggi uno è buono se è ricco, non se è preparato e se lavora».
Accadeva anche prima.
«Sì, ma ora anche la sinistra lo ha accettato, scegliendo la strada della riduzione del danno. Ed è per questo che, una volta battuto Berlusconi e tornata l'Italia un Paese normale, finalmente si riprenderà a discutere: viste le premesse saremo contro il partito democratico, o come si chiamerà, e critici con Rifondazione».
Rischiate di rimanere soli a sinistra.
«Il rischio c'è e ci siamo abituati. Ma proprio per questo il futuro del manifesto ci racconterà anche un pezzo di futuro della sinistra. Possiamo essere la cellula che fa capire se il cancro vince o regredisce».
Il cancro?
«Sì, il cancro: non capire che l'antagonista è sempre cosa fertile. Anche i sovrani assoluti avevano il buffone di corte che gli dava addosso. Mentre oramai tutti quelli che comandano vogliono un popolo di pecore: è proprio questo che li porta al suicidio, da Stalin a Mussolini».
Anche la sinistra di oggi?
«Certo. Nel governo Prodi del 1996 siamo stati messi ai margini, sul marciapiede come quando passa la carrozza del Re. E stavolta andrà ancora peggio perché il prossimo governo della sinistra sarà ancora più di centro di quello del 1996. Allora Rutelli non c'era».
Scusi Parlato, anche Libération in Francia se la passa male. Un anno fa era stata salvata dai 20 milioni di euro investiti dal banchiere de Rothschild. Voi accettereste?
«Un riccastro che ci salva? Solo se ci desse quei danari senza mai mettere bocca nel nostro lavoro. Ma questo non è un riccastro, è Babbo Natale».

Corriere della Sera 28.11.05
Psicologi e preghiere, la clinica per preti pedofili
Brasile, nel centro aperto in segreto da italiani. «Curiamo i fratelli, senza scandali»

LO SCANDALO Dieci giorni fa scoppia in Brasile lo scandalo dei preti pedofili. È il settimanale Istoè (Così è) a pubblicare il diario del prete pedofilo padre Tarcisio Tadeu Spricigo, che avrebbe anche compilato le dieci regole per restare impuniti
Sempre secondo le rivelazioni del settimanale brasiliano il Papa, Benedetto XVI, avrebbe inviato ai primi di settembre una commissione in Brasile per indagare sulle denunce di abusi sessuali compiute ai danni soprattutto di bambini poveri
BARRETOS (Brasile) - Luis, Jaime, Felipe e gli altri pranzano in dieci minuti, scambiando poche parole. Sulla tavola riso e fagioli, carne, manghi e banane del giardino. Fa caldo a Barretos, come tutti i giorni dell’anno. Padre Mario si alza e tutti fanno il segno della croce, sparecchiano, Felipe corre in cucina a lavare i piatti, è il suo turno, poi tutti salgono in camera. Iniziano le attività del pomeriggio, lettura, preghiera, computer, qualche lavoretto. Qualcuno ha appuntamento con Nilda, la psichiatra. Luis e gli altri hanno tra i 30 e i 40 anni, vestono maglietta e jeans, sono di pelle olivastra. Accenti del Sud, ma anche del lontano Nordest. L’accordo per passare una giornata con loro è stato chiaro: niente nomi veri, niente dettagli sul motivo della permanenza qui, in una casa parrocchiale qualunque, in una cittadina qualunque del Brasile. Questo posto è come se non esistesse, non ha un nome, le sue attività non sono mai apparse nei documenti ecclesiastici. Ma i vescovi brasiliani con qualche gatta da pelare lo conoscono, o ne hanno sentito parlare, hanno il numero di telefono sull’agendina. Esiste da qualche anno, è gestito da sacerdoti italiani.
La loro caparbia discrezione si allenta a fatica, ma con grande cortesia. «Nemmeno noi sappiamo bene come chiamarlo - spiega padre Angelo Fornari, cremonese -. Diciamo centro di accompagnamento di sacerdoti in difficoltà? Ma anche piccola clinica di provincia va bene...». Suona malissimo, invece, clinica dei preti con devianze sessuali, peggio ancora pedofili. Ma è una parte importante di questa storia. In quello che è tuttora il più grande Paese cattolico del mondo, i casi di abusi sui minori si ripetono. Squarci che rivelano una realtà tenuta quasi sempre sotto silenzio. Proprio come è discretissima l’esistenza di centri specializzati come questo.
Barretos, a 400 chilometri da San Paolo, è un Brasile poco brasiliano, non ci sono spiagge, favelas e al posto del samba risuonano le ballate sertanejas , il country dei cowboy che parlano portoghese. Attorno alla cittadina solo distese di canna da zucchero e aranceti. I sacerdoti della Congregazione di Gesù Sacerdote sono arrivati 40 anni fa: in Italia si chiamano padri Venturini, dal nome del fondatore, un sacerdote trentino che istituì il gruppo nel 1926. In Brasile hanno portato la missione per cui sono nati, preti che aiutano altri preti, quando le vocazioni barcollano sotto il peso delle debolezze umane, o i comportamenti sono fuori dalle regole. A Barretos siamo giunti seguendo le indicazioni di alcuni esperti sui problemi della pedofilia nella Chiesa brasiliana, ma anche di famiglie colpite dalla tragedia. Queste ultime urlano spesso contro le gerarchie del clero: nascondono i preti, dicono, li sottraggono alla giustizia, li fanno sparire nelle «cliniche»...
I sacerdoti italiani negano con forza. «Non ci sono latitanti qui», dice padre Angelo, il superiore della Congregazione. Ma allo stesso tempo sostiene che la questione esula dagli obiettivi del centro. «Riceviamo le segnalazioni dai vescovi, richieste per accogliere sacerdoti con problemi seri. Non conosciamo e non vogliamo conoscere la loro posizione con la giustizia. La Chiesa copre? Non vuole far scandalo, questo sì. È giusto che il recupero della persona venga prima di ogni altra cosa. Crede che il carcere serva a qualcosa?». Padre Angelo cita il caso di un uomo, un laico, la cui moglie ha scoperto dopo 20 anni di matrimonio che violentava regolarmente le figlie. «Siamo venuti a saperlo, non abbiamo chiamato la polizia, ma uno psicologo».
La «clinica» dei preti è una casetta a due piani, a due passi dalla chiesa di Nossa Senhora do Rosario. Nessuno a Barretos ne conosce le attività, solo la normale vita parrocchiale. Gli ospiti vengono accolti solo dopo un periodo di prova e un test. Padre Mario Revolti, 70 anni, trentino, è il responsabile-psicologo. La permanenza non supera mai i 6-7 mesi.
Negli ultimi tre anni sono passati d