martedì 22 gennaio 2019

La Stampa TuttoSalute 22.1.19
Massimiano Bucchi
“Perfino Einstein e Google hanno preso abbagli: così si trovano vie alternative”
intervista di Emanuela Grigliè


Sbagliando raramente si impara. Anzi, l’abitudine spesso ci frega. Fanno più errori i ricci (cioè chi ha un modo univoco di vedere la cose) delle volpi (chi adatta le proprie idee in base ai risultati). Lo stesso concetto di errore è assai fluido: uno sbaglio di oggi può diventare un successo domani. Quello che è sicuro è che falliamo tutti e per un sacco di motivi diversi, troppi per essere classificati. A volte è una questione di prospettiva falsata, altre di sopravvalutare le proprie capacità. Ma, se tutti facciamo errori, alcuni sono più errori degli altri. Agli «epic fails», spaziando in ambiti diversi, si dedica il nuovo libro di Massimiano (no, non Massimiliano, evitare almeno questo errore) Bucchi «Sbagliare da Professionisti» (Rizzoli).
Professore, da dove nasce tanta passione per la tendenzaparticolarmente umana a fallire?
«È il risultato di un lavoro su un tema molto presente nelle nostre vite. Mi colpiva che la sociologia non se ne fosse mai occupata. A me interessa il ruolo dell’errore nella società, anche perché credo che non sia mai un fatto puramente individuale. Persino un rigore sbagliato come quello di Roberto Baggio ai Mondiali del ’94 è il risultato di un contesto organizzativo. A me premeva mettere in luce i modi in cui si guarda all’errore. Quello che evidenziano le 20 storie che ho raccolto è l’aspetto collettivo: si sbaglia sempre con gli altri e insieme con gli altri».
Si può imparare a diventare infallibili?
«No. Però si può migliorare. Il disastro di Tenerife, il più grande del trasporto aereo con quasi 600 morti, ha portato all’attuazione di una serie di misure di sicurezza per cui oggi si parla di un incidente ogni milione di voli. Però bisogna partire dall’ammissione. Invece l’altra lezione che si evince dai vari esempi è che l’errore è l’ultimo tabù rimasto nella nostra società e ogni volta proviamo a esorcizzarlo. E lo facciamo in due modi. O tendiamo a rimuoverlo, negandolo, giustificandolo, scaricandolo sugli altri. Oppure proviamo a nobilitarlo. Questa è una tendenza dell’ultimo decennio e che riguarda il mondo dell’innovazione e certi guru della Silicon Valley per i quali l’errore diventa parte della mitologia del successo. Così, dopo l’epic fail dei Google Glass, Sergej Brin disse: “Non abbiamo paura di fallire in modo spettacolare”».
Forse proprio le nuove tecnologie riusciranno, un giorno, ad azzerare la possibilità di prendere abbagli?
«In alcuni campi, certo, sarà limitata, ma la tecnologia introdurrà nuovi tipi di errori. Nel libro racconto di quando un segnale nel sistema di allarme, quindi uno sbaglio della tecnologia, sembrava indicare che l’Urss avesse iniziato un attacco contro gli Usa. Ma a un ufficiale venne in mente di chiedersi dove fosse Krusciov: era a New York all’Onu. Difficile, quindi, che l’Urss decidesse di iniziare la guerra. Ecco un tipico ragionamento da essere umano, non da Intelligenza Artificiale».
In quanti modi diversi si può fallire?
«Infiniti. Francesco Bacone (filosofo inglese del XVI secolo, ndr) aveva fatto una classificazione. Ci sono errori di tipo percettivo, altri a cui siamo più portati per le nostre caratteristiche personali, altri ancora a cui siamo esposti come società ed economia. Molto fanno anche le aspettative collettive che si autoalimentano. Il caso della start-up Theranos è emblematico: il mondo voleva così tanto una Steve Jobs al femminile che nessuno ha verificato che i test clinici low cost di Elizabeth Holmes funzionassero davvero».
E l’abitudine a sottostimare gli altri non aiuta: è così?
«Basta vedere il fallimento della Kodak e, in generale, delle aziende che tendono a dare per scontato che quello che funziona oggi funzionerà anche domani. Il produttore che rifiutò di mettere sotto contratto i Beatles, con il senno di poi, ci sembra un deficiente. Ma quanti di noi, assistendo al provino di quegli sconosciuti, avrebbero commesso lo stesso errore? L’autrice di Harry Potter, d’altra parte, è stata rifiutata 18 volte prima di trovare un editore. Insomma, non c’è un metodo scientifico per evitare di fallire, ma si possono adottare accorgimenti per contenere i danni».
Come dice il detto: sbagliando si impara?
«Se lo intendiamo nel senso che possiamo usare gli errori per capire meglio chi siamo, qualcosa di noi stessi e della società in cui viviamo, certamente sì».
Non sempre tutti gli errori però finiscono in tragedia, ma ci sono pure quelli fortunati: è vero?
«Il caso più noto di serendipità è quello di Pasteur, che nel 1879, per via di alcune provette lasciate aperte, trovò la cura per il colera dei polli. Ma lui, per primo, diceva che la fortuna favorisce gli spiriti preparati».
Nel libro sottolinea l’importanza di ammettere i propri errori. Quale è stato il suo più grande?
«Non saprei, perché sulle nostre azioni possiamo dare giudizi diversi a seconda del momento. Per esempio solo dopo Hiroshima Einstein giudicò che aver scritto una lettera sugli studi tedeschi sulla bomba atomica al presidente Roosevelt fu “il più grande errore della vita”. Ma nel 1939 gli era sembrata un’ottima idea. Gli errori sono soggetti a revisionismi continui. Del resto, nel 1972, quando al premier cinese Zhou Enlai fu chiesto cosa pensava della Rivoluzione francese rispose: “È troppo presto per giudicarla”. Peccato che - si scoprì anni dopo - non l’avesse mai detto. Pure questo un errore. Di traduzione».
La Stampa TuttoSalute 22.1.19
Sbaglio dunque sono
Errori, non soltanto successi “Sono quelli a farci crescere”
di Raffaella Silipo


«Se m’inganno, esisto», confessava Sant’Agostino, un millennio prima che Cartesio tirasse fuori il suo famoso «Cogito ergo sum». Il grande pensatore sapeva bene, per averlo sofferto in prima persona, che sbagliare è una componente essenziale della vita. Addirittura sono i nostri errori, più dei nostri successi, a dirci chi siamo, ammonisce la giornalista e premio Pulitzer Kathryn Schulz nell’«Arte di sbagliare. Avventure nel margine d’errore» (Bompiani Overlook), dove dimostra - in un viaggio a perdifiato tra Shakespeare e Wile Coyote, miraggi al Polo Nord, catastrofi economiche e cuori infranti - come gli sbagli siano una tappa fondamentale del processo di crescita, necessaria per arrivare al successo.
Non a caso la storia dell’uomo nasce simbolicamente dall’errore di Adamo ed Eva, quando mangiarono la mela nel Paradiso Terrestre. Sbagliare è umano proprio come morire: ma, proprio come non ci piace pensare alla nostra morte, così cerchiamo di rimuovere, minimizzare i nostri errori. Non diciamo «Ho sbagliato», diciamo «Ho sbagliato, ma...». Il fatto è che per secoli si è guardato all’errore come a un segno di stupidità - e in una società performante come la nostra, fallire spesso è un marchio indelebile. In realtà la capacità di sbagliare è una componente cruciale dell’intelligenza. «Ho provato, ho fallito - diceva Samuel Beckett -. Non importa, riproverò. Fallirò ancora. Fallirò meglio».
Scienza e letteratura
È il metodo scientifico sperimentale nato con Galileo Galilei a promuovere l’errore da «strada sbagliata» a «strada verso la soluzione giusta». A questo proposito la Schulz cita l’intuizione di Laplace: «La statistica è geniale perché, anziché ignorare gli errori, li quantifica e la risposta esatta diventa in un certo senso “funzione” degli errori». L’errore, insomma, è utile. Infatti è il mattone decisivo della teoria evolutiva darwiniana: è proprio grazie alla variazione dalla norma che una specie può adattarsi e sopravvivere a nuove condizioni.
Anche per il padre della psicanalisi Sigmund Freud l’errore è rivelatore, ci permette di gettare uno sguardo sulle verità chiuse nell’inconscio, inaccessibili alla mente razionale. Sono i «lapsus freudiani», veri e propri messaggi della parte più profonda e nascosta di noi. Una parte con cui, tipicamente, sanno dialogare gli artisti, uomini «capaci di essere nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio - diceva Keats - senza l’impazienza di correre dietro alla ragione».
E che dire degli errori in amore? Chi non ne ha mai commesso uno scagli la prima pietra, non a caso paragoniamo l’esperienza dell’innamoramento all’essere ciechi, intendendo dire che ci impedisce di percepire la verità. E se, da una parte, il massimo cronista dell'amore eterno, William Shakespeare, difende la verità dei sentimenti a spada tratta («Se questo è errore e mi sarà provato, io non ho mai scritto, e nessuno ha mai amato»), dall’altra il più grande investigatore della letteratura gialla, Sherlock Holmes, consiglia disincanto: «Quando si riferiva alle passioni umane, faceva un ghigno beffardo».
Allo stesso modo l’errore è strettamente legato alla comicità. Per Molière «il dovere della commedia è correggere gli uomini facendoli divertire». Ridiamo in situazioni in cui possiamo guardare gli altri, soprattutto i potenti, dall’alto in basso, ma anche quando guardiamo noi stessi dall’alto in basso. Ridiamo soprattutto quando c’è una distanza tra quello che ci aspettiamo (Groucho Marx: «Ho trascorso una serata davvero meravigliosa») e quello che in realtà avviene («Ma non è questa»).
Errare è umano
La verità è che l’errore è inevitabile, non riusciamo a tenergli testa. Quando le nostre credenze ci crollano addosso ci ritroviamo tutti «in uno stato di scioccata incredulità» come l’ex presidente della Federal Reserve, Alan Greenspan, chiamato a testimoniare il 23 ottobre 2008 davanti alla Camera degli Stati Uniti sulla crisi finanziaria che stava travolgendo il mondo occidentale. Come aveva potuto trascurare i segnali di allarme? Era convinto che i mercati non potessero sbagliare.
Se errare è umano, ciò non vuol dire che dobbiamo gettare la spugna, perché il prezzo di uno sbaglio può essere molto alto. Soprattutto in certi ambiti, basti pensare ai disastri aerei «per errore umano» o a quelli in sala operatoria. La nostra unica scelta è convivere con l’errore e continuare a dargli la caccia, imparando dai bambini, forse i maggiori esperti in questo campo, per cui formarsi teorie sul mondo, testarle e capire dove qualcosa è andato storto è il pane quotidiano. Come se la vita fosse un gigantesco esperimento scientifico e l’errore aiutasse a conoscerci, ma soprattutto a trasformarci, spingendoci a tirare fuori il meglio di noi attraverso la sua accettazione. L’errore ci insegna anche a diventare più compassionevoli verso gli altri: sbagliano perché sono come noi, umani. «Noi soli tra le creature del mondo - conclude la Schulz - possiamo escogitare idee folli, fare castelli in aria e rialzarci se questi collassano». Perseverare, quello, resta diabolico.
Corriere 22.1.19
In Corea vinse la Cina
Con il suo intervento Mao fermò gli usa e pose le premesse del distacco da Mosca
Un saggio di Gastone Breccia (il Mulino) sul conflitto che devastò la penisola asiatica dal 1950 al 1953. Stalin autorizzò Kim Il-sung ad attaccare il Sud ma chiarì che in caso di reazione occidentale toccava a Pechino farsi avanti
di Paolo Mieli


La guerra di Corea si concluse, dopo tre anni di combattimenti, con un armistizio firmato a Panmunjom il 27 luglio del 1953. Apparentemente fu una conclusione senza vincitori né vinti. Ma in realtà la divisione tra Nord e Sud al 38° parallelo fu considerata dal campo statunitense una quasi sconfitta e da quello comunista una sostanziale vittoria. Mao la definì addirittura «una vittoria di enorme significato» per essere riuscito a non farsi piegare da 33 mesi di scontro in armi con le forze americane. Ora sul continente Mao «poteva utilizzare al meglio la propria forza militare, quantitativamente senza rivali», scrive Gastone Breccia in Corea, la guerra dimenticata, in libreria il 31 gennaio per i tipi del Mulino. Il leader cinese giunto al potere nel 1949 avvertiva che presto — occupato il Tibet nel 1951 — avrebbe avuto l’occasione di consolidare il proprio controllo sull’estesissima regione asiatica «senza dover temere reazioni decise da parte della comunità internazionale». Ai tempi era già chiaro che «il caotico processo di decolonizzazione» in Vietnam, Cambogia e Laos avrebbe offerto «ulteriori opportunità all’espansione dell’influenza cinese». E le cose andarono proprio così, effettivamente, nei trent’anni successivi.
Che valutazione si può dare oggi a quei combattimenti tra il 1950 e il 1953? La guerra di Corea fu un «gioco di specchi», scrive Breccia: ogni azione rimandava a qualcosa accaduto prima, o altrove; ogni obiettivo politico e strategico si rifletteva parzialmente distorto in quelli delle altre potenze in gioco. Sia Kim Il-sung al Nord sia Syngman Rhee al Sud volevano una sola Corea; sia Stalin sia Truman volevano evitare la terza guerra mondiale; sia Mao sia Stalin volevano un’espansione della sfera d’influenza comunista in Estremo Oriente. Si può dire che sia stata ad un tempo una «guerra civile», una «guerra limitata» e una «guerra per procura». L’ultimo conflitto con mischie corpo a corpo alla baionetta e il primo con duelli aerei tra caccia a reazione; una «tragica ma provvidenziale alternativa alla terza guerra mondiale», una semi world war, una guerra per la supremazia in Asia nordorientale.
I giapponesi erano dal 22 agosto 1910 «padroni» della Corea, che nel corso della Seconda guerra mondiale era stata una retrovia delle loro truppe, retrovia costretta a «fornire» ben 200 mila «donne di conforto» per i soldati del Sol Levante. L’Unione Sovietica era entrata in guerra contro il Giappone alla mezzanotte dell’8 agosto 1945 — due giorni dopo l’atomica su Hiroshima — e le truppe dell’Armata rossa avevano invaso la Manciuria con l’evidente proposito di penetrare anche in Corea. Gli Stati Uniti compresero all’istante che rischiavano di trovarsi di fronte al fatto compiuto (un Paese occupato per intero dalle truppe dell’Urss) e si precipitarono a proporre un accordo per la «temporanea spartizione» della penisola. Proposta che fu accettata da Stalin il 15 agosto: agli Usa sarebbe andato il controllo di un territorio vasto circa 95 mila chilometri quadrati (in gran parte coltivabile) a sud del 38° parallelo, i cui abitanti erano 21 milioni, due terzi del totale; all’Urss veniva attribuita un’area molto più grande (quasi 125 mila chilometri quadrati), ricca di risorse del sottosuolo, con la maggior parte delle installazioni industriali e tutte le centrali idroelettriche del Paese, ma con una popolazione di soli nove milioni di abitanti. I giapponesi — che erano in procinto di firmare la resa incondizionata — lasciarono entrare i russi senza opporre alcuna resistenza.
I sovietici potevano contare su una figura di prestigio: Kim Il-sung aveva combattuto i giapponesi negli anni Trenta, poi, all’inizio del decennio successivo, si era rifugiato in Urss e adesso poteva ripresentarsi in patria con una notevole credibilità. Nonostante ciò, nell’estate del 1945 gli uomini di Stalin lo accantonarono per tentare «brevemente e inutilmente» di «collaborare con elementi di orientamento politico diverso, compresi i nazionalisti». Fu solo all’inizio del 1946 che, fallito questo tentativo soprattutto per la diffidenza degli interlocutori, Kim venne ripescato e posto alla guida della Corea del Nord. All’epoca Kim aveva 33 anni (era nato nel 1912) e, alle spalle, una lunga esperienza politica: arrestato già nel 1929 dai giapponesi per «attività sovversiva» (all’epoca aveva solo 17 anni), a partire dal 1932 aveva organizzato la resistenza armata in Manciuria.
C’è un’amara ironia, ha scritto Callum MacDonald, «nel constatare il diverso atteggiamento tenuto dagli americani in Giappone e in Corea»: per i giapponesi — i quali nella Seconda guerra mondiale erano stati implacabili nemici — gli Usa vollero riforme sociali ed economiche che avrebbero fatto del loro Paese un caposaldo della modernità in Asia; per gli incolpevoli coreani scelsero invece di ripristinare in larga misura le strutture repressive dell’impero nipponico, «utilizzandole senza alcuna remora per schiacciare la sinistra». Tutto ciò perché in Corea gli Stati Uniti non riuscirono a trovare il loro Kim, un interlocutore adatto a svolgere una complicata missione politica.
L’odio diffuso per i giapponesi e «il discredito caduto su buona parte dei moderati e dei conservatori, colpevoli di aver collaborato con l’occupante» rendeva assai probabile che, in caso di elezioni su base nazionale, i comunisti avrebbero conosciuto una grande affermazione. L’unica forza capace di sostenere l’azione di contenimento dei comunisti stessi potevano essere i nazionalisti reazionari del cosiddetto governo provvisorio coreano creatosi a Shanghai nel 1919 sotto la presidenza di Syngman Rhee. Talché il generale Hodge lo fece rapidamente rientrare affinché assumesse un ruolo politico in funzione specificamente anticomunista. E Syngman Rhee operò alla sua maniera: repressione, repressione, repressione. Il vero potere nella Corea del Sud, si legge in un rapporto dell’epoca di un diplomatico australiano, «è nelle mani di una polizia spietata che opera agli ordini e sotto la direzione del quartier generale statunitense e di Syngman Rhee… Le prigioni sono più affollate oggi che all’epoca dei giapponesi, la tortura e l’assassinio degli avversari politici sono una prassi comune e accertata».
In ogni caso, per dare una parvenza di legalità alla loro impresa, gli Stati Uniti — sotto l’egida dell’Onu — organizzarono nella zona da loro controllata elezioni costituenti che si tennero il 10 maggio del 1948. Nel corso della campagna elettorale comunisti e anticomunisti provocarono un numero considerevole di morti ma il voto riuscì a dare una qualche stabilità al regime di Syngman Rhee. Dopodiché gli americani iniziarono a discutere della possibilità di un proprio disimpegno. Tra la fine del 1948 e l’inizio del 1949 i dipartimenti di Stato e della Difesa, per paradossale che possa apparire, si trovarono su posizioni opposte: i civili premevano per tenere in Corea reparti combattenti, mentre i generali sostenevano la necessità di «rischierarli rapidamente altrove». Il 23 marzo del 1949 il presidente Truman approvò un documento in cui si metteva in evidenza l’eventualità che le truppe statunitensi fossero costrette ad abbandonare la penisola in caso di attacco nemico e si perorava la causa del ritiro dei contingenti. Entro il 30 giugno. «Meglio nessuno che pochi uomini destinati ad essere sopraffatti», riassume Breccia: «La paura di una sconfitta sul campo diventava il motivo per abbandonare un alleato ancora senza difesa, per di più schierato in prima linea, praticamente a contatto con il nuovo nemico globale», la Cina.
Fu a quel punto che i sudcoreani provocarono un incidente. Il 4 maggio inviarono loro truppe a Kaesong oltre il 38° parallelo. La battaglia, racconta Breccia, durò quattro giorni; alla fine si contarono — secondo fonti ufficiali del Sud, «ovviamente sospette» — circa quattrocento caduti tra i soldati di Pyongyang e solo ventidue tra gli attaccanti. Gli Usa furono turbati dall’iniziativa. Il segretario di Stato Dean Acheson mandò un telegramma al rappresentante degli Stati Uniti in Corea dicendogli di avvertire il leader sudcoreano che, nel caso altre intemperanze del genere avessero messo a rischio i rapporti tra i due Paesi, «doveva abbandonare l’illusione che gli Stati Uniti fossero disposti a pagare un prezzo anche minimo per conservare la sua amicizia». Washington, documenta Breccia, continuò a non prendere troppo sul serio la minaccia di una invasione comunista della Corea del Sud. E Stalin «non sembrava propenso a rischiare una guerra su vasta scala per riunificare un Paese di cui controllava già quel che poteva convenirgli». Nel settembre del 1949 il Politburo del Pcus respinse alcune richieste di aiuto di Pyongyang, lasciando chiaramente intendere che considerava «secondaria» quella parte del mondo.
Cos’è che provocò un cambiamento tale da far esplodere pochi mesi dopo la guerra di Corea? All’inizio dell’autunno del 1949 trovò conferma la notizia che il 29 agosto gli scienziati sovietici erano riusciti a far esplodere il loro primo ordigno atomico, ponendo fine al monopolio statunitense di quel tipo di armi. Poco più di un mese dopo, il 1° ottobre di quello stesso anno, Mao Zedong proclamò a Pechino la nascita della Repubblica popolare cinese mentre il leader nazionalista Jiang Jieshi (noto anche come Chiang Kai-shek) si accingeva a riparare a Taiwan (10 dicembre). Il 12 gennaio del 1950, Acheson pronunciò un breve discorso al National Press Club di Washington in cui prospettò, nel caso di un attacco comunista in Corea, l’impegno «dell’intero mondo civilizzato» e un coinvolgimento dell’Onu. Stalin per parte sua cercava un’affermazione che ristabilisse il primato russo sulla Cina appena approdata al comunismo. Convocò Mao a Mosca e lo fece attendere 17 giorni prima di concedergli udienza; alla fine — dopo averlo incontrato — lo costrinse a firmare un trattato di alleanza che nei fatti riconosceva al dittatore georgiano l’indiscutibile supremazia del cosiddetto schieramento anticapitalista.
E fu per rendere evidente tale supremazia che il 30 gennaio del 1950 da Mosca partì un dispaccio cifrato per l’ambasciatore sovietico a Pyongyang, il colonnello Terentij Stykov, per esortarlo a prendere in considerazione l’eventualità di un attacco attraverso il 38° parallelo. Pur esortandolo poi a non accelerare i tempi dal momento che «una simile grande impresa» avrebbe richiesto un’accurata preparazione. Nell’aprile del 1950 Kim Il-sung fu convocato a Mosca dove concordò i dettagli della «grande impresa». Ma Stalin — nell’errata previsione che gli Stati Uniti non si sarebbero fatti coinvolgere nel conflitto — aggiunse che in Corea non avrebbe mandato uomini, solo materiale militare: «se vi prenderanno a calci nei denti», specificò, «non alzerò un dito, dovrete chiedere aiuto a Mao». Con questa mossa otteneva un «doppio vantaggio»: «avrebbe creato non pochi problemi agli strateghi americani al prezzo, per Mosca, di qualche migliaio di tonnellate di materiale bellico ormai invecchiato, senza rischiare direttamente un solo uomo»; in più, «dimostrava a tutti gli interessati che era e restava il solo in grado di dettar legge nel mondo comunista, relegando Mao Zedong nel ruolo di comprimario». Meglio ancora al ruolo di «esecutore di ordini non graditi», visto che il «grande timoniere» avrebbe preferito non doversi occupare dei problemi di Kim Il-sung, per concentrarsi invece sulla difficile impresa di eliminare l’ultima roccaforte del Kuomintang, «la cui esistenza continuava a gettare un’ombra sulla sua vittoria nella guerra civile».
Nell’estate del 1950 Kim attaccò la Corea del Sud: tra luglio e agosto occupò gran parte del Paese. A settembre Douglas MacArthur con l’operazione Chromite conquistò Inchon, riprese le terre perdute e successivamente avanzò a Nord. Allora l’esercito di Mao intervenne in Corea. MacArthur avrebbe voluto attaccare anche la Cina, ma si scontrò con il presidente Truman, che nel 1951 disse di non poter «più tollerare la sua insubordinazione» e lo destituì. Dopodiché la guerra proseguì per altri due anni sanguinosamente per concludersi lì da dove era partita: sul 38° parallelo. Mao, come si è detto all’inizio, uscì sostanzialmente vincitore da quel conflitto, consapevole di non dover temere l’esercito più forte del mondo (quello americano), ma soprattutto di non essere più costretto ad avere un ruolo subalterno all’Unione Sovietica. Se ne può dedurre che il conflitto tra Urss e Cina risale in qualche modo ai primissimi anni Cinquanta, gli ultimi della vita di Stalin. Al quale — come concordarono Henry Kissinger e Zhou Enlai in un colloquio segreto il 10 luglio del 1971 — andavano ricondotte molte responsabilità di quel che accadde tra il 1950 e il ’53. E di ciò che ne seguì.
La Stampa 22.1.19
“Ultimo tango”, la pietra dello scandalo diventa una pedina
nella battaglia degli ascolti tv
di Raffaella Silipo


Chissà cosa avrebbe detto Bernardo Bertolucci nel sapere che il suo Tango tragico e maledetto, per anni discusso, censurato, bruciato, riabilitato, sarebbe un giorno diventato una pedina nella stanca battaglia di retroguardia sugli ascolti tra Rai e Mediaset, programmato ieri in prima serata dal direttore di Raidue Carlo Freccero contro Adrian, la serie animata di Celentano, previsione di share «tra il 4 e il 5%».
La storia ha uno strano modo di prendersi le sue rivincite. Ultimo Tango a Parigi costò a Bertolucci la condanna per offesa al comune senso del pudore e la privazione dei diritti civili per cinque anni, oggi viene trasmesso in prima serata, in versione restaurata, integrale e senza censure (tagliato era già passato in tv spesso, dopo la riabilitazione Anni 80), davanti a una platea distratta, assuefatta alla cruda realtà di Youporn, alla violenza visiva che accomuna videogiochi e tg e a quella verbale, piena di rabbia e sopraffazione, che si sfoga quotidianamente sui social e davanti ai parcheggi. Quale senso assume, in una società senza più inibizioni, la danza furiosa e straziante tra la sensualità sciupata di Marlon Brando e la vitalità ribelle di Maria Schneider, in quell’appartamento deserto nel cuore dell’Occidente?
Ultimo Tango a Parigi, nelle intenzioni del suo autore, era un corto circuito di passione e distruzione, «una storia tutta individuale ma rivoluzionaria in un’epoca di film molto politici», una variazione sul tema eterno di amore e morte, filtrata dalla luce enigmatica di Vittorio Storaro e dal sax del jazzista argentino Gato Barbieri. Uscì in sala nel drammatico inverno del 1972, che diede il via agli Anni di Piombo: l’anno del massacro degli atleti israeliani alle Olimpiadi di Monaco, dell’omicidio Calabresi, dell’inizio del Watergate. Fu bruciato nel 1976, quando il sangue delle vittime del terrorismo scorreva per le strade italiane. Anni di angoscia e confusione, condensati nella condanna di un’opera inquietante, che non offriva risposte ma solo altre domande.
Oggi Ultimo Tango contro Adrian non punta nemmeno a vincere la battaglia degli ascolti, dice il suo promoter Freccero, anche se è stato tra i campioni di incassi italiani, con 15 milioni di biglietti venduti. D’altronde la vittoria non è mai stata nelle carte - né nelle intenzioni - del dolente imperatore Bertolucci da poco scomparso, né del selvaggio Marlon Brando né tantomeno della sfortunata Maria Schneider, morta ancora giovane e piena di rabbia per quelle scene che fu costretta a girare. Eppure per un sedicenne del 2019, cresciuto a pane e Facebook, Ultimo tango a Parigi è solo un film «lento, noiosissimo. Lui comunque alla fine muore».
il manifesto 22.1.19
Paolo Mereghetti, la mia storia del cinema e le stellette del critico
Intervista. L’autore racconta la nuova edizione del «Dizionario dei film» che in Italia, dalla prima edizione nel '93, ha inventato un genere editoriale
di Cristina Piccino


Tutto comincia alla fine degli anni Ottanta quando l’arrivo delle tv private (berlusconiane e non solo) moltiplica l’offerta di film, una gioia per i cinefili più accaniti e voraci fino allora mortificati dalla poca varietà nei palinsesti del servizio pubblico ma che complica la scelta: come orientarsi tra titoli e autori spesso sconosciuti? A partire da questa esigenza Paolo Mereghetti, critico del «Corriere della sera», comincia a lavorare sull’idea di una «guida», il cui modello di riferimento era un po’ l’americano a Leonard Maltin’s Movie and Video Guide: schede su un certo numero di film ma soprattutto un’indicazione critica di merito certificata dal suo autore. Insomma qualcosa di più di una semplice raccolta di informazioni ove a garantire per i film consigliati e per quelli da evitare c’è la firma di Mereghetti. «Il progetto si è arenato, Livio Garzanti, l’editore a cui l’avevo sottoposto non amava per nulla il cinema» racconta. Lui però non si arrende e prova con altri editori piccoli, più attenti all’unicità di un prodotto inedito in Italia finché non incontra Dalai – «Era appena uscito da Einaudi » – che accetta la scommessa con Baldini&Castoldi. La prima edizione di Il Mereghetti. Dizionario dei film con circa diecimila titoli esce nel 1993, ne vengono tirate cinquemila copie, se ne vendono sessantamila: un successo sorprendente. Da allora fino a questa nuova edizione 2019 (Baldini±Castoldi) questa personalissima storia del cinema – sempre biennale – è cambiata a ogni edizione, si sono aggiunti nuovi titoli, e non solo tra i film contemporanei, le schede sono state riviste e ampliate, qualche volta sono cambiate le stellette che esprimono il giudizio dell’autore – tra le new entry ISVN – Io sono Valentina Nappi di Monica Stambrini – due stellette e mezzo. E nonostante la rete e i «consigli» social, Il Mereghetti – che in rete non c’è – continua a essere un riferimento. Anzi forse di più oggi nell’era di internet che se rende le consultazioni veloci spesso accumula errori nell’anonimato. Qui la garanzia è invece il nome dell’autore (oltre a un lavoro editoriale puntiglioso) e il suo punto di vista che si può non condividere ma che implica una responsabilità. Ne abbiamo parlato con Paolo Mereghetti.
Dalla prima edizione «Il Mereghetti» ha continuato a trasformarsi cercando di rispondere a quell’esigenza che tu stesso affermi nella prefazione dell’edizione 2019, costruire cioè «un possibile percorso di rilettura critica del cinema». Come avvengono le scelte – e come si determinano i ripensamenti?
A volte succede in modo casuale, rivedi un film e ti rendi conto che non ne hai colto in pieno i meriti. L’esempio che cito sempre è La vita agra (1964) di Carlo Lizzani, che è un grande film in cui l’autore fa suo trasportandolo in Italia il percorso della Nouvelle vague. La prima visione si affidava alla memoria, rivederlo ha modificato il giudizio. Altre volte quando rileggo le schede delle edizioni precedenti mi rendo conto che alcune meritavano un testo più articolato, un numero maggiore di dettagli. Di alcuni registi come Anghelopulos, Rohmer, David Lean , Kurosawa in questa edizione abbiamo rivisto la messa a punto critica, specie per i primi film di Lean che mi sembrava avessero bisogno di un maggiore approfondimento, Spirito allegro (1945) e Sogno d’amanti (1949) sono sorprendenti. Lo stesso vale per Lelouch. Poi abbiamo ripensato alcuni discorsi critici, per esempio il cinema postmoderno degli anni ’80, De Palma. E le nuove visioni cambiano anche il giudizio – ma su Leone non ho cambiato idea. L’ambizione è, appunto, di ripensare una generale storia del cinema.
Il tuo dizionario è stato il primo a utilizzare le stellette per sintetizzare il giudizio. Oggi stelle, palline e quant’altro sembrano valere più di un testo critico. Cosa ne pensi?
La stelletta all’inizio era un modo per esprimere un giudizio ultrasintetico, un po’ come quando un amico ti chiede se vale la pena di vedere un film e tu gli rispondi sì o no. Oggi nella superficialità che domina tutto si riduce a questo. Nel Dizionario dei film però le stellette continuano a avere una funzione riconoscibile che rimanda alle schede, a una riflessione critica articolata, non valgono di per sé. Ogni giudizio riflette la mia idea del cinema, lavoro con un gruppo di collaboratori scelti perché siamo in sintonia ma le schede le rivedo tutte io, spesso intervengo, riscrivo. In generale sono generoso coi film, cerco di trovare una possibile qualità anche in quello il cui giudizio si sintetizza in poche stelle. Ci sono casi «controversi», che discutiamo molto ma alla fine le stellette sono tutte mie. Non sono un fan di von Trier, ma rispetto un’idea critica positiva su di lui, e poi confrontarsi è sempre importante, aiuta a capire cose che forse mi sono sfuggite.
La rete, i molti strumenti gratuiti diffusi in questi anni hanno pesato sul dizionario?
Il lavoro offerto qui è diverso da quanto si trova in rete dove spesso i materiali sono parziali e le recensioni specie dei film recenti non sono meditate. Una cosa come Il Mereghetti in rete non c’è, e non si trovano nemmeno informazioni su tanti film del passato nemmeno sui siti più consultati come Mymovies o Rivista del cinematografo.Ci sono poi siti come imdb molto utili per i dettagli produttivi o su cast e credits ma anche lì tante cinematografie mancano e le schede non sono mai complete. Al di là di questo un elemento altrettanto importante è l’autorevolezza del critico: lo hai letto una, due, tre volte, hai voglia di confrontarti con lui pure se non sei d’accordo. Penso che la credibilità renda il Dizionario dei film uno strumento di valore.
A proposito della critica: in che modo è cambiato il suo ruolo oggi? Se i giornali vengono letti sempre meno in rete l’esercizio critico specie sul cinema è tra i più diffusi.
Chiunque può decidere di essere critico o meno, io metto a disposizione nelle recensioni la mia conoscenza della storia del cinema. A quante persone serve non so ma uno fa quello che può fare. C’è chi mi rimprovera di non mettere Il Mereghetti on line, potrei fare un sito, a volte ci penso. Però sono ancora contento quando vedo un film che mi aiuta a capire qualcosa. Un esempio? Città in agguato (di Basil Dearden, 1951, ndr), ne sono rimasto folgorato.
Il Fatto 22.1.19
Francisco Franco è “vivo” e lotta con loro
di Alessia Grossi

Esumazione sì, esumazione no. La mummia di Francisco Franco – il dittatore spagnolo morto nel 1975 – non ha più pace da quando al governo sono tornati i socialisti di Pedro Sanchez, non più disposti a seppellire – è proprio il caso di dirlo – quasi quarant’anni di regime sotto un mausoleo. C’è chi la ritiene una mossa propagandistica dell’esecutivo. Fatto sta che ormai è guerra sullo spostamento del corpo del caudillo dalla “Valle de los caidos” (la Valle dei caduti), che lui stesso fece costruire per José Antonio Primo de Rivera, fondatore della falange spagnola e per “perpetrare la memoria dei caduti per la nostra gloriosa Crociata”.
Da una parte il governo, che con il sostegno delle forze della società sempre meno convinte che quel “pari e patta” con cui si ricucì il Paese diviso dalla Guerra civile, la “transizione” abbia funzionato, come dovrebbe ricordare il monumento in cui finirono poi sepolti i caduti di entrambi gli schieramenti. Dall’altra, la famiglia Franco che minaccia Sanchez di dover passare sul loro cadavere per spostare la salma del congiunto. “Non c’è legge che li tuteli”, ha sentenziato però la Corte suprema spagnola, “la famiglia non ha alcun titolo per opporsi”. Non la pensa così il priore benedettino della Valle che si oppone all’esumazione e continua a officiare messa per il dittatore. D’altronde dove portarlo? La famiglia chiede la sepoltura nella cattedrale della protettrice di Madrid, la vergine dell’Almudena. Sia mai. Il governo ha chiesto l’intervento del papa per scongiurarlo. Il Vaticano tace, non ci vuole entrare, almeno da 80 anni. E mentre si litiga sulla salma del “generalissimo”, a tenere in vita la sua memoria ci pensa la Fondazione Franco. Finanziata da entusiasti del regime con più di 2 milioni di euro che si sommano ai 150 mila provenienti da sovvenzioni pubbliche del governo di destra di José Maria Aznar, si può dire che Franco in Spagna non ha bisogno certo di essere riesumato. Di tutte le associazioni gemelle, dedicate ad altri golpisti o falangisti, la sua risulta, infatti, la più presente in adepti e denaro: 2 milioni di euro, appunto, con cui si omaggia il caudillo in tutte le ricorrenze oltre a pagare i dipendenti che tra le altre cose tengono in ordine l’archivio. Tra le attività annoverate nei bilanci, la più curiosa è quella di lobby: soprattutto per spingere alla cancellazione della legge spagnola della “Memoria storica”. E non è un caso, visto che è proprio questo uno dei punti del programma del partito di ultra-destra Vox, appena entrato nel Parlamento in Andalusia e che promette grossi numeri nel resto della Spagna. Intanto si pensa all’apertura di nuove sedi della Fondazione: una sorta di Franco franchising da finanziare con le donazioni incentivate dal 2015 dallo Stato attraverso gli sgravi fiscali. Con questi soldi, la Fondazione organizza conferenze, dibattiti via web, via radio e invia anche una newsletter. Nel periodo d’oro del governo Aznar, con 150 mila euro della sovvenzione per la digitalizzazione di 29 mila documenti, la Fondazione comprò anche pc, mobili, estintori e soprattutto un tritadocumenti. Peccato che restino da digitalizzare altri 3 mila fogli dal contenuto sconosciuto, che, si suppone, dovrebbero essere già consultabili. Altri 159 mila euro sono destinati agli atti annuali del 20N – data della morte del dittatore – del 18 luglio – il colpo di Stato – omaggi floreali, la tomba della Valle de los Caidos ha sempre fiori freschi, o la pubblicazione di fascicoli e dvd per un totale di 26 mila euro. Ma è proprio di quest’anno la più grande donazione della storia della Fondazione: quasi 90 mila euro. Non è difficile immaginare il perché, visto che il 2018 ha dato slancio a quello che alcuni analisti politici spagnoli considerano il “lavoro di rinverdimento delle ideologie” di destra.
Costituita come Fondazione culturale l’8 ottobre del 1976, la Fondazione Francisco Franco, presieduta fino alla sua morte dalla figlia del dittatore, consta di 550 libri “su vari temi della natura”, di altri 555 specifici sulle tematiche franchiste, 2240 tra fotografie e video. Come dotazione iniziale possedeva 90 mila euro in buoni del tesoro, 20 azioni Land Rover Santana Sa e 12 obbligazioni nel Cda del Porto di Valenzia. Ma quella del caudillo non è l’unica fondazione di impronta franchista in Spagna. Altre, che mantengono viva la memoria di personaggi come il cognatissimo del “generalissimo”, Serrano Suñer o il golpista Primo de Rivera, raccolgono milioni, posseggono immobili, opere d’arte, biblioteche e addirittura hanno tentato di mettere su Università estive. A proposito di donazioni e rinverdimento degli ideali fascisti, la campagna elettorale del crescente astro politico Vox è stata finanziata con 1 milione di euro dal Consiglio della resistenza iraniana. A imperitura memoria.
La Stampa 22.1.19
Brexit, May presenta il suo piano B
Corbyn: “Non è cambiato nulla”
La premier a Westminster: il no deal è sul tavolo. Via la tassa per il permesso di residenza
di Alberto Simoni


Theresa May torna a Westminster e presenta ai deputati il suo piano B per portare il Regno Unito fuori dall’Unione europea entro i tempi fissati, ovvero il 29 marzo del 2019. Un passaggio obbligato quello della premier Tory dopo la rovinosa sconfitta patita ai Comuni martedì scorso con l’affossamento del piano originario di uscita dalla Ue.
Il piano B somiglia però tanto a quello bocciato sette giorni fa, le rinfacciano dai banchi dell’opposizione. Ma pure qualche conservatore, come Anna Soubry tuona: «Non è cambiato nulla». Più mugugni che consensi che anticipano una settimana di dibattiti ed emendamenti al nuovo piano in vista del voto - il 29 gennaio - che però Downing Street si affretta a dire non essere «vincolante» ma solo un passaggio. Se ci sarà un «yes» o «no» definitivo arriverà non prima di febbraio e non prima che May avrà esplorato ogni soluzione con i deputati e con Bruxelles.
May era arrivata a Westminster nel primo pomeriggio decisa nel presentare i cambiamenti al suo piano, tre essenzialmente: coinvolgere il Parlamento nella stesura dell’accordo per rafforzare la posizione britannica nei negoziati (nuovi auspica la premier) con Bruxelles; tutelare diritti di cittadini e l’ambiente. E infine lavorare a un’intesa che garantisca che la frontiera fra Eire e Ulster non venga mai costruita. «Esploriamo diverse opzioni» dice appoggiando l’ipotesi che viene da Varsavia di mettere un tetto, 5 anni, per la decadenza del backstop. Le sue parole piacciono agli unionisti del Dup, decisivi per la tenuta dell’esecutivo.
May incassa l’unico plauso bipartisan quando annuncia che le 65 sterline che i cittadini europei devono pagare per registrarsi sul nuovo portale del governo per ottenere lo status di residenti.
La premier conservatrice non indietreggia su nessun punto chiave. Dice che è contraria a un secondo referendum sottolineando che «questo Parlamento non ha i numeri per proporlo». E rifiuta l’idea di estendere l’Articolo 50 oltre la data del 29 marzo. «Senza un accordo non può esserci un’estensione» spiega la premier, che poi chiaramente dice di non poter togliere il «no deal dalle opzioni». Non è l’approdo che cerca, anzi, ma non intende escludere che dinanzi ai veti incrociati sul suo piano lo stallo possa essere tale da traghettare Londra sino alla fatidica data del «non ritorno». E su questo Amber Rudd, ministra europeista e da sempre alleata di May, la avverte: «Se la premier non consentirà a Westminster di votare una mozione che escluda il no deal, rischia di subire un’ondata di dimissioni dal suo esecutivo».
Il primo test insomma della tenuta del piano, o meglio della strategia di May, sarà proprio quando in aula approderà l’emendamento che boccia il no deal.
Il leader laburista Jeremy Corbyn ha ribadito la linea del partito: unione doganale e solo in ultima istanza il secondo referendum. Più che altro ha detto a May che il suo piano sembra ricalcare il giorno della marmotta, un eterno ritorno alla base. «E’ impresentabile e non è cambiato nulla». La Camera dei Lord vuole invece più potere e conoscere i dettagli degli accordi commerciali britannici una volta partita la Brexit. Così ha votato una norma (non vincolante) che blocca la legge sul commercio.
La strategia della premier sembra chiara: riportare alla base i 117 voti dei ribelli Tory più che appoggiarsi a maggioranza bipartisan, deleteria per la forza del governo. La determinazione sul backstop potrebbe aver fatto breccia su Jacob Rees-Mogg, leader dei brexiteers più radicali. «Gran parte dell’opposizione al piano May svanirebbe se il backstop fosse tolto dal tavolo».
La Stampa 22.11.19
La sfida di Kamala Harris
l’erede di Obama in corsa per le presidenziali Usa
di Francesco Semprini


Fioccano le candidature al femminile tra le fila democratiche per le presidenziali 2020.
Questa volta a darne annuncio è stata Kamala Harris, battagliera senatrice della California, nel corso di un intervento alla trasmissione Abc «Good Morning America». Annuncio che è arrivato nella giornata dedicata a Martin Luther King, una scelta non casuale per Harris, di madre indiana e padre giamaicano, paladina dei diritti per le minoranze.
«Corro per la presidenza degli Stati Uniti e ne sono molto emozionata», ha detto la 54enne senatrice che ha stabilito i suoi quartier generali a Baltimora e Oakland, sua città natale. È stata già procuratore generale della California e procuratore distrettuale di San Francisco, e, come l’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama, scende in campo per le presidenziali soltanto due anni dopo la sua elezione al Senato.
Per le sue caratteristiche viene del resto definita la «Obama donna», anche se l’ex presidente fu costretto a scuse nei suoi confronti perché durante una serata di raccolta fondi per le Midterm del 2014, nel tessere le lodi della collega andò un po’ oltre definendola «la più bella procuratrice generale del Paese». Parole fuori luogo, specie perché altre volte l’atmosfera che si respirava nella Casa Bianca di Obama - ricorda il «Washington Post» - era stata definita da «un club per uomini».
Il nome di Harris si affianca a quello di altri aspiranti democratici alla nomination per le presidenziali. Rispetto a loro è però considerata un «ponte» fra la generazione dei 70enni come l’ex vicepresidente Joe Biden (potenziale candidato), il senatore Bernie Sanders e la candidata liberal Elizabeth Warren, e la nuova generazione dei vari Beto O’Rourke e Cory Booker.
La senatrice è però prima di tutto anti-trumpiana di ferro. «Guardiamo al momento che stiamo vivendo: la gente merita una persona che metta i loro interessi davanti ai propri», tuona in quello che è il suo primo affondo contro Donald Trump da candidata a Usa 2020. E si dice «assolutamente certa» che gli Stati Uniti sono pronti per un presidente donna e di origini asiatiche e afroamericane: «Le persone in un leader guardano più al senso di comunanza, alle caratteristiche comuni che non al genere o alla razza».
A ventilare l’ipotesi di una discesa in campo - ma come indipendente - è anche l’ex ceo di Starbucks Howard Schultz. Schultz, 65 anni, è un anti-trumpiano tanto da aver accusato il presidente di dividere il Paese con i suoi toni «al vetriolo» parlando anche di «mancanza di rispetto e di dignità» all’interno della Casa Bianca. Durissime anche le polemiche per le politiche sull’immigrazione e quelle commerciali portate avanti dall’attuale amministrazione. Al contempo è un profondo critico dei democratici, e avrebbe già messo in piedi un suo team per le pubbliche relazioni guidato da Steve Schmidt, l’uomo che gestì la campagna del senatore repubblicano John McCain, persa nel 2008 nello scontro finale con Obama.
Il Fatto 22.1.19
Casa Bianca, Kamala Harris sulle orme di Obama
di Giampiero Gramaglia


Sono già mezza dozzina e manca ancora un anno all’inizio della stagione delle primarie per la scelta del candidato democratico alla Casa Bianca: nel lunedì dedicato a Martin Luther King, gli aspiranti alla nomination si sono messi in mostra, mentre Donald Trump non sa nascondere l’idiosincrasia per la ricorrenza. La senatrice della California Kamala Harris ha dichiarato le proprie ambizioni, altri come il senatore del Vermont Bernie Sanders e l’ex sindaco di New York Michael Bloomberg si sono messi in mostra.
Figlia di immigrati (madre indiana e padre giamaicano), Harris, 54 anni, è una senatrice al suo primo mandato, proprio come lo era Barack Obama quando si candidò e vinse. Cresciuta a Oakland, una carriera da magistrato fino a diventare procuratore generale del suo Stato, la Harris s’è detta, ed è apparsa, “molto emozionata”, nel mettere le carte in tavola a Good Morning America, programma del mattino della Abc. Se dovesse arrivare alla Casa Bianca sarebbe la prima donna e la seconda persona di colore. Ai nastri di partenza, con Harris ci sono già le senatrici del Massachusetts Elisabeth Warren, un’icona dell’America liberal, e dello Stato di New York Kirsten Gillibrand; e, poi, la deputata delle Hawaii Tulsi Gabbard, reduce della guerra in Iraq. Ma i potenziali candidati democratici, sono un gruppo molto numeroso e ancora magmatico, dove ci sono dinosauri della politica come Joe Biden, Clinton o Sanders, e volti nuovi come, oltre alla Harris, Cory Booker e Beto O’Rourke.
Se non altro per ragioni di età, Harris è nel partito un ponte fra i settantenni e i quarantenni. Il suo slogan non è contundente: “Kamala Harris, per la gente”. In un video, la neo-candidata mette nel mirino Trump senza citarlo (“chi mette i propri interessi davanti agli interessi della gente”).
il manifesto 22.1.19
Terremoto Podemos, Errejon lascia il seggio
Spagna . L’ex numero due e fondatore del movimento abbandono lo scranno ma non il partito. Madrid, verso le elezioni, apre la crisi dei viola
di Luca Tancredi Barone


BARCELLONA Íñigo Errejón è riuscito nel suo principale obiettivo: dare uno scossone a Podemos per farlo uscire dalla sua zona di comfort. La sua improvvisa decisione, comunicata al suo ex amico Pablo Iglesias e al partito solo 5 minuti prima di essere resa pubblica, di concorrere per la presidenza della Comunità di Madrid con i colori della lista messa in piedi dalla sindaca di Madrid Manuela Carmena invece che con quelli di Podemos, ha causato un terremoto senza precedenti fra i viola.
Ieri, in una conferenza stampa, l’ex numero due e fondatore di Podemos, ha fatto sapere di aver deciso di abbandonare il seggio. Ha chiarito di sentirsi ancora un militante del partito, ma ha preferito togliere dalla disputa la questione della poltrona. «Bisogna lasciare indietro le dispute e concentrarsi sulle cose importanti», ha detto. Le elezioni a Madrid, in programma il 26 maggio insieme alle europee, sono una di queste. «Non sono venuto a vivere della politica, ma a fare politica, bisogna scegliere fra la comodità e la correttezza». L’attuale numero due di Podemos, Pablo Echenique, gli aveva rinfacciato velenosamente, il giorno della notizia bomba: «Se fossi in lui, mi dimetterei, ma di qualcosa fino a maggio dovrà pur vivere».
Ma non è un caso che i toni si siano andati sfumando durante il fine settimana, una volta superato il trauma del tradimento. Lo stesso Errejón è stato molto abile a motivare la sua mossa: in fondo, ha spiegato, è mantenere lo spirito originario di Podemos, ampliare la base elettorale, fare quello che chiedevano loro stessi a Izquierda Unida, cioè abbandonare l’apparato di partito e la sigla per confluire in un progetto più inclusivo, sul modello proprio delle piattaforme che hanno portato alla vittoria nelle principali città spagnole nel 2015. Come accaduto nella stessa Madrid e a Barcellona, Cadice, A Coruña e molte altre.
Errejón, che ha negoziato con Carmena alle spalle del suo partito e dei suoi militanti che l’avevano votato per essere il candidato dei viola, ha dalla sua il crollo dei consensi di Podemos, dentro e fuori il partito, dove ormai serpeggia un crescente disagio. Il suo obiettivo dichiarato è che tutta Podemos confluisca nella piattaforma Más Madrid, sul modello di quanto sta accadendo a Barcellona per Barcelona en comú (guidato da Ada Colau). Con la differenza che fin dall’inizio la maggior parte del partito nella capitale catalana era d’accordo, e che ora comunque non avrebbe altra alternativa (dalle dimissioni di Xavier Domènech per logoramento, Podem – versione catalana di Podemos – è senza leader).
Per Errejón questa dovrebbe essere la chiave per invertire il trend elettorale a livello nazionale. Ma aver perso lo scontro con Iglesias due anni fa aveva relegato lui e i suoi in una posizione secondaria dentro il partito: di qui la mossa a sorpresa, nella speranza di riuscire a far ripensare la strategia politica.
E in effetti ieri, anche se esponenti viola difendevano l’idea di presentare un altro candidato di Podemos, non è stato scartato ancora formalmente di poter confluire in Más Madrid. In fondo, fino a tre giorni fa, Errejón era il loro candidato.
Intanto, al posto di Errejón, paradossalmente siederà Sol Sánchez, la coordinatrice di Izquierda Unida a Madrid. La stessa che doveva essere numero due di Errejón (e che lui non voleva) nella lista di Unidos Podemos alle elezioni. Era stata già unica deputata di IU con Alberto Garzón nella brevissima legislatura di sei mesi nel 2016, quando vennero ripetute le elezioni. Se verrà eletta a Madrid, dovrà comunque dimettersi di nuovo tra pochi mesi.
il manifesto 22.1.19
Il fronte bollente dell’Irlanda del Nord, a Derry torna l’incubo New Ira
L’attentato di sabato. L’esplosione dell’autobomba davanti al palazzo di giustizia non è stata ancora rivendicata, ma sono già scattati i primi cinque arresti. Condanna unanime dei partiti, soltanto Saoradh non si unisce al coro
Il luogo dell’esplosione dell’autobomba sabato sera a Derry
di Enrico Terrinoni


Alle 20.10 di sabato sera è esplosa un’autobomba nel centro di Derry, a due passi dalla sede di una loggia massonica e di fronte al palazzo di giustizia. Il veicolo, usato da una pizzeria per le consegne a domicilio, era stato rubato nel pomeriggio. Come di norma, l’attentato era stato anticipato da una telefonata. Qualcuno ha chiamato l’associazione benefica The Samaritans, ma a rispondere è stato un operatore di un call centre nelle English Midlands, in Inghilterra, riducendo così il tempo a disposizione della polizia per evacuare la zona. Sono state fatte allontanare circa 150 persone dalla Masonic Hall. Il congegno è esploso durante le operazioni di polizia, ma senza causare vittime.
Tutte le forze politiche hanno condannato l’attentato, stigmatizzandolo come violenza cieca inferta alla popolazione di Derry. Soltanto il partito Saoradh, ritenuto da molti analisti vicino alla New Ira, non si è unito al coro. Molti suoi membri sono da qualche tempo nell’occhio del ciclone e vengono marcati stretti dalla polizia nordirlandese.
Nel comunicare sui social la notizia dell’esplosione, Saoradh ha ricordato la coincidenza con il centenario dell’attacco di Soloheadbags, nella contea di Tipperary, che il 21 gennaio del 1919 diede il via alla guerra d’Indipendenza, o guerra Anglo-Irlandese.
In quell’occasione, importanti esponenti degli Irish Volunteers (la formazione da cui nasce l’Ira) come Dan Breen e Séan Tracey, uccisero due irlandesi appartenenti alle forze di polizia britanniche. L’intento di quell’imboscata non ufficialmente autorizzata dal comando centrale, era di provocare una reazione da cui scaturisse una guerra vera e propria, che però, a differenza del passato, sarebbe stata condotta con le tecniche più efficaci della guerriglia.
Dell’attentato di sabato è ritenuta responsabile la New Ira, la più pericolosa delle organizzazioni di dissidenti repubblicane attive sul suolo dell’Irlanda del Nord, che proprio a Derry sembra avere una delle sue roccaforti. Tuttavia, all’oggi non è ancora pervenuta alcuna rivendicazione, sebbene siano state arrestate già cinque persone ritenute coinvolte.
Sempre a Derry ieri è scattato per ben due volte l’allarme sicurezza, dopo che due veicoli, uno in mattinata e uno nel primo pomeriggio, sono stati sequestrati da due commando rispettivamente di tre e quattro uomini con i volti coperti da passamontagna. Le forze dell’ordine hanno blindato le zone di Creggan e di Southway, e la situazione è ancora in evoluzione, e sul primo dei due furgoni la polizia ha operato una detonazione controllata.
Analisti sui media irlandesi si dicono scettici della coincidenza simbolica tra l’attentato di sabato e quello di cento anni fa, ma gli avvenimenti odierni sembrerebbero confermare una connessione.
Scetticismo viene anche esternato nei confronti di un’altra coincidenza, quella tra queste azioni paramilitari scomposte, che chiamare resistenza sarebbe fuorviante, e il possibile fallimento definitivo delle negoziazioni tra i Britannici e la Ue in vista della Brexit. È indubbio tuttavia che gli scenari immaginabili, determinati dall’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, non sono affatto rassicuranti.
L’opzione del referendum sull’unità irlandese, che in molti ora caldeggiano, porterebbe con tutta probabilità a una qualche forma di reazione degli ancora bene armati gruppi paramilitari lealisti che ancora si muovono indisturbati in tante zone del nord. La possibilità, invece, di un ritorno al confine inviterebbe a nozze chi, come la New Ira, non ha mai avallato la strategia del processo di pace.
Nel frattempo, a Soloheadbags si è tenuta oggi una manifestazione commemorativa dell’attentato di cento anni fa, organizzata proprio da Saoradh, e trasmessa in diretta sui social. Il video è stato visionato in meno di tre ore da quasi duemila persone. Il post che lo annuncia, ricorda i cento anni dall’inizio della guerra e si conclude con le parole: «Stand up and fight back! Join Saoradh! Unfinished Revolution!» (Reagite e combattete! Unitevi a Saoradh! La rivoluzione incompiuta!).
Repubblica 22.1.19
Medio Oriente
Perché Israele mostra i raid
di Daniele Bellasio


La guerra di attrito tra Israele e Iran si combatte da mesi in Siria, dove le forze di Teheran stanno mettendo basi e radici con l’invio di esperti pasdaran a supporto del regime di Damasco e con l’intento di fare un po’ come Mosca: porre più di un piede sulle sponde del Mediterraneo (e a ridosso di Israele). Per lo Stato ebraico una presenza così ravvicinata di forze iraniane, sebbene in territorio siriano e dissimulate in ruoli da consiglieri e in postazioni defilate, è inaccettabile dal punto di vista della propria sicurezza ai confini, soprattutto se si considera la contemporanea presenza di Hezbollah, tra Libano e Siria, e il patto d’acciaio tra le milizie sciite del partito di Dio e il regime degli ayatollah. Così da tempo l’aviazione israeliana colpisce le minacciose ombre iraniane in Siria.
Adesso però assistiamo a una svolta particolare: Israele non nega più i raid, ma anzi li ammette e li spiega fin nei dettagli del loro obiettivo strategico, colpire l’Iran in Siria. Questa comunicazione così diretta e sincera è una novità non soltanto nell’ambito della crisi siriana, ma anche nel contesto della tradizionale riservatezza propria dell’esercito e dei servizi d’intelligence israeliani nel corso della loro storia, dalla nascita dello Stato a oggi. Perfino l’esistenza e la reale entità del potenziale nucleare israeliano sono da sempre considerati misteri da noir geopolitici e se chiedete a una guida sul confine libanese quanti soldati nel tal avamposto vigilano sulle milizie di Hezbollah otterrete questa ironica ma netta risposta: « Soltanto il cuoco della base militare lo sa».
Perché dunque ora governo e forze armate israeliane sono diventate ciarliere a proposito dei raid in Siria? Per tre ragioni innanzitutto. La prima è una ragione di politica interna: il premier Benjamin Netanyahu, che va verso le elezioni anticipate del 9 aprile inseguito da scandali e inchieste per corruzione, ha interesse a ricordare agli elettori che è bene rieleggere un leader di destra attento alla sicurezza nazionale, visto che c’è una guerra al confine, quella contro gli iraniani in Siria.
La seconda è una ragione geopolitica: Israele ribadisce a tutto il vicino oriente che se anche gli Stati Uniti si stanno disimpegnando dalla Siria e dall’area nei paraggi resta Tsahal, l’esercito dello Stato ebraico, pronto a mettere ordine se serve.
La terza è una ragione tattica: Netanyahu ha un buon rapporto con il presidente russo Vladimir Putin, con cui si sente e s’incontra spesso, e segnalando che gli attacchi sono contro gli iraniani in sostanza spiega che non vuole interferire con l’opera di altre forze nella zona, quelle russe, ma che sta attuando un’azione di contenimento dell’Iran, obiettivo cui la stessa Mosca è interessata, anche se non può manifestarlo per non guastare le relazioni con Teheran.
C’è infine un’altra novità nello scacchiere mediorientale. Il graduale disimpegno degli Stati Uniti, iniziato con la presidenza di Barack Obama e proseguito con accenti più gravi e carichi di conseguenze da Donald Trump, sta derubricando la questione palestinese a questione ora irrisolvibile e comunque non più prioritaria, liberando anche il campo dallo schema tradizionale delle alleanze: con o contro Washington. Così ciò che un tempo era impensabile — Israele protagonista " normale" nelle partite in quest’area incandescente — oggi diventa possibile al punto da lasciar intravedere dialoghi a distanza tra sauditi e israeliani. Anche per questo motivo di fondo Netanyahu mette sul tavolo un obiettivo che altre potenze regionali possono condividere: frenare l’Iran.
La Stampa 22.1.19
Israele colpisce i Pasdaran in Siria: cacceremo l’Iran
Dopo i missili delle milizie sciite sul Golan scatta il raid Netanyahu: chiunque ci minaccia pagherà le conseguenze
di Giordano Stabile


La battaglia aerea fra Israele e Iran in Siria si gioca per la prima volta a viso aperto, con lo Stato ebraico che rivendica gli ultimi raid come mai ha fatto prima e illustra le operazioni con tweet, foto e filmati per dimostrare che è in grado di contrastare i Pasdaran fino alle porte di Damasco, e che il prossimo ritiro americano dal territorio siriano non pregiudicherà la sua volontà di impedire «il radicamento iraniano» a poche decine di chilometri dalle sue frontiere.
L’ultimo scambio fra le due potenze regionali in lotta si articola fra domenica e l’alba di ieri. Prima «da sei a otto missili» vengono lanciati a Sud della capitale, diretti verso la base di Kiswah. Parte degli ordigni sono intercettati e sembra finita lì. Ma nel pomeriggio milizie sciite, o gli stessi Pasdaran, lanciano razzi e missili verso il Golan. Uno viene abbattuto dal sistema Iron Dome di fronte al Monte Hermon e filmato persino da alcuni sciatori. Poco prima dell’alba di ieri scatta la rappresaglia dei cacciabombardieri con la Stella di David, con almeno «tre ondate di missili e bombe teleguidate», su basi iraniane e depositi all’aeroporto internazionale di Damasco.
Le difese vengono attivate con tutta la loro forza. Trenta ordigni, secondo i comandi militari russi, sono «abbattuti». La reazione allarga ancor più il conflitto. Gli israeliani, come hanno poi precisato in un comunicato ufficiale, avevano preavvisato i siriani di non «interferire». A questo punto prendono di mira anche le batterie anti-aeree. Almeno due, compresa una di moderni Pantsir S-1, sono distrutte. Le stesse forze armate israeliane mostrano i filmati, registrati da telecamere montate sulle bombe, dei mezzi disintegrati dalle esplosioni. In questa fase almeno quattro militari siriani rimangono uccisi, mentre il bilancio complessivo, secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, è di undici vittime, alcune civili, forse anche consiglieri militari iraniani.
Ma è soprattutto la comunicazione israeliana a colpire. Per anni, per lo meno dal 2013, jet e missili terra-terra hanno preso di mira postazioni Hezbollah, convogli di armi, poi basi con presenza di Pasdaran delle forze d’élite Al-Quds. Israele non ha mai negato né confermato, fino all’abbattimento di un suo F-16 il 10 febbraio 2018. Dopodiché, prima l’ex ministro della Difesa Avigdor Lieberman e poi il premier Benjamin Netanyahu hanno ammesso che «centinaia» di raid erano stati compiuti. Ora però il nuovo capo delle Forze armate Aviv Kochavi parla di «migliaia» di obiettivi colpiti e tutto viene pubblicizzato come ai tempi dell’operazione americana Tempesta nel Deserto in Iraq. Il messaggio all’Iran è chiaro. Anche se gli Usa si ritirano, gli ayatollah non avranno campo libero in Siria.
La replica arriva dal comandante delle Forze aeree iraniane, generale Aziz Nasirzadeh, che assicura come «le attuali e future generazioni di piloti sono impazienti e pronte a combattere Israele per cancellarlo dalla faccia della Terra».
Alla provocazione risponde Benjamin Netanyahu. Colpiremo, ribatte, «chiunque cerchi di farci del male, chiunque minacci di eliminarci ne pagherà le conseguenze». Analisti israeliani, come Anshel Pfeffer, notano però il «disinteresse» americano, mentre la Russia non va oltre il plauso all’efficacia dei sistemi anti-aerei, tutta da verificare. Mosca, nonostante abbia fornito a Damasco i più potenti S-300, evita di usarli per non innescare una escalation incontrollabile.
A complicare ancora di più lo scenario è il fronte iracheno. L’Intelligence occidentale ha notato nell’autunno scorso lavori per costruire rampe di lancio per missili a media-lunga gittata vicino a Baghdad. Già nel 1991 Saddam Hussein riuscì a raggiungere Israele con i suoi Scud posizionati nella parte occidentale del Paese e ora Teheran dispone di missili più sofisticati, come gli ultimi Zulfiqar, con una portata di 700 chilometri.
Questi ordigni sono stati testati dall’Iran contro obiettivi dell’Isis in Siria, lo scorso novembre. Dall’Iraq potrebbero raggiungere lo Stato ebraico. In più, se l’Iran ha la possibilità di colpire il territorio israeliano, Israele non ha la stessa libertà d’azione, perché lo spazio aereo attorno alla Repubblica islamica è controllato dagli Stati Uniti ed eventuali raid dovrebbero essere coordinati e concordati con Washington.
il manifesto 22.1.19
Israele e Iran, rotta di collisione in Siria. La guerra è più vicina
Medio Oriente. Sarebbero almeno 11 i morti provocati dai bombardamenti israeliani su presunte postazioni iraniane nei pressi di Damasco. Netanyahu ribadisce diritto all'autodifesa dopo le dichiarazioni del capo dell'aviazione iraniana su preparativi in corso per la distruzione di Israele
di Michele Giorgio


GERUSALEMME Sorvolavano il Libano, quasi sulla testa dei rappresentanti dei Paesi arabi che avevano appena lasciato la sede del vertice economico di Beirut, i cacciabombardieri israeliani che nella notte tra domenica e lunedì hanno lanciato un nuovo pesante attacco contro la Siria, ancora una volta nei pressi di Damasco e del suo aeroporto. Una concomitanza che in qualche modo sottolinea le divisioni profonde esistenti sulla Siria alleata dell’Iran tra i paesi arabi, alcuni dei quali a metà febbraio parteciperanno alla conferenza sulla “sicurezza” in Medio oriente che l’Amministrazione Trump sta organizzando a Varsavia per creare un’alleanza politica, economica e militare contro Tehran la cosiddetta “Nato araba”.
La pioggia di missili israeliani che, secondo fonti legate all’opposizione siriana, domenica notte si è abbattuta su postazioni e depositi di munizioni della milizia iraniana al Quds, facendo 11 morti – Damasco sostiene di aver fermato con la sua difesa antiaerea buona parte dell’attacco e altrettanto afferma la Russia alleata della Siria – è solo un anticipo di ciò che vedremo nelle prossime settimane. Sono state musica per le orecchie del premier israeliano Netanyahu le dichiarazioni fatte dal comandante dell’aviazione iraniana sulla preparazione della Repubblica islamica all’eliminazione di Israele e dei «nemici sionisti». Parole simili quelle pronunciate tante volte in questi anni da esponenti politici e militari iraniani ad evidente scopo di propaganda interna ma hanno generato una immediata ondata di solidarietà dei politici europei, italiani in testa, nei confronti di Israele. Alcuni di questi hanno parlato di «legittimo diritto all’autodifesa» per lo Stato ebraico, avallando una nota teoria: Israele bombarda in continuazione in Siria al solo scopo di difendersi.
Dall’Africa, dove ha riallacciato le relazioni con il Ciad, Netanyahu è stato perentorio: «Non possiamo ignorare le esplicite dichiarazioni di Teheran sulla sua intenzione di distruggerci così come sostenuto dal comandante dell’aviazione iraniana…non consentiremo il radicamento dell’Iran in Siria». «Chi cerca di colpirci, noi lo colpiamo. Chi minaccia di distruggerci – ha concluso – subirà le conseguenze». Israele ha compiuto centinaia di attacchi in Siria. E i raid proseguiranno intensi nel corso della campagna per le elezioni politiche del 9 aprile, durante la quale le forze di governo, con Netanyahu in testa, adotteranno un approccio persino più duro nei confronti dell’Iran e dei suoi alleati, forti del sostegno dell’Amministrazione Trump.
La mano pesante Netanyahu intende usarla in vista anche della conferenza internazionale incentrata sul Medio oriente annunciata lo scorso 11 gennaio dal segretario di Stato Usa, Michael Pompeo in un’intervista rilasciata alla Fox News. L’incontro in realtà non affronterà le varie crisi mediorientali. Il tema sarà pressoché unico: la “minaccia iraniana”. Si terrà a Varsavia il 13-14 febbraio a livello di ministri degli esteri e sono stati invitati i rappresentanti di 70 paesi, alcuni dei quali arabi, in particolare le monarchie sunnite schierate contro Tehran e alleate di Washington. Accanto a loro troverà posto Netanyahu, a rappresentare quell’alleanza dietro le quinte (e neanche più tanto) tra alcuni paesi arabi, con in testa l’Arabia saudita, e lo Stato ebraico in funzione anti-Iran di cui Netanyahu parla da almeno tre anni. Della “Nato araba”, alla quale Pompeo spera di dare vita, Israele ovviamente non può far parte in via ufficiale. Tuttavia considerati l’enorme interesse nella questione e le capacità belliche di Tel Aviv è evidente che Netanyahu può garantire, assieme a Donald Trump, la copertura militare esterna di cui i petromonarchi necessitano se e quando andranno alla guerra contro l’Iran.
Tra gli obiettivi sotto traccia della conferenza voluta dagli americani ci sono il ridimensionamento del peso di Mosca in Medio oriente – non sorprende che la Russia abbia annunciato che non vi prenderà parte – e spaccare la fragile unità dell’Unione europea sulla difesa dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano siglato nel 2015. Accordo dal quale lo scorso maggio Trump è uscito annunciando la ripresa delle sanzioni Usa contro Tehran e i paesi che continueranno ad avere rapporti con l’Iran. Alla conferenza non sarà presente l’Alto rappresentante della politica estera, Federica Mogherini, che facendo irritare Trump e Netanyahu è stata fautrice del meccanismo per aggirare, almeno in parte, le sanzioni Usa contro Tehran. Tuttavia il fronte europeo non è blindato. La convocazione a Varsavia della conferenza è indicativa del tentativo dell’Amministrazione Usa di mettere gli europei gli uni contro gli altri, con i paesi dell’Est, più vicini di quelli occidentali alla linea di Trump e di Netanyahu di scontro duro con l’Iran.
Il Fatto 22.1.19
Siria, la guerra all’Iran che piace a Bibi
Scontro aperto - Tel Aviv ammette di aver colpito, e le ragioni non sono solo militari
di Fabio Scuto


L’escalation nello scontro tra Israele e Iran nei cieli della Siria tra domenica e lunedì notte ha riportato alla luce la guerra segreta che si è combattuta negli ultimi due anni.
Domenica scorsa, Israele ha effettuato una rara serie di attacchi aerei nell’area dell’aeroporto di Damasco, seguita da un tentativo iraniano di sparare un missile a medio raggio verso il nord di Israele, che è stato intercettato dall’Iron Dome. Lunedì notte poi, all’1 del mattino, Israele non solo ha lanciato una seconda serie molto più ampia di attacchi contro obiettivi iraniani in Siria, ma per la prima volta ha annunciato in tempo reale ciò che stava avvenendo. Undici le vittime dei raid israeliani contro 10 obiettivi diversi sul territorio siriano secondo fonti indipendenti. Le immagini più surreali di questo ennesimo scontro sono i video pubblicati lunedì mattina sui social media d’Israele. Gli sciatori che scendevano dal Monte Hermon hanno colto l’attimo in cui si vedono le scie dei missili israeliani che intercettano un missile sparato dalla Siria. Subito sul lato israeliano della montagna sono suonate le sirene di allarme, e anche le piste da sci sono state chiuse. Israele e Iran sono adesso impegnati in un conflitto diretto e aperto in Siria, il che forse non è così sorprendente, se si considerano come tutti gli eventi degli ultimi otto anni di guerra civile in Siria abbiano portato a questo momento. Ma è grave che questa pericolosa crisi si stia sviluppando senza che né Stati Uniti nè Russia stiano cercando di esercitare un’influenza significativa sul risultato.
L’ennesimo scontro e l’aumento delle tensioni tra Israele e Siria, e il suo principale sostenitore, l’Iran, arrivano in un momento in cui la situazione interna in Siria sta cambiando rapidamente a causa del recente ordine di disimpegno delle truppe Usa ordinato dal presidente Donald Trump. La Russia finge di avere piani per il futuro della Siria ma non sembra che stia facendo molto per attuarli. Gli Stati Uniti non fanno nemmeno finta di averne.
La minaccia di uno scontro diretto tra Israele e Iran è incombente da quando in Siria le forze armate iraniane hanno costruito una presenza importante per aiutare Bashar al-Assad. Ancora ieri il capo dell’Aviazione iraniana da Teheran minacciava Israele, annunciando che i suoi piloti “non vedono l’ora di combattere”. Da parte israeliana il primo ministro Benjamin Netanyahu, che ha sempre lanciato accuse contro il regime iraniano – dalla costruzione della bomba atomica al build-up militare in Siria – ha i piani d’attacco pronti da tempo. È un momento delicato per il premier, sta per affrontare le accuse di corruzione in quattro diversi casi ed è già in campagna elettorale per le elezioni del 9 aprile. Una guerra – sia per le accuse al premier che per le elezioni – congelerebbe tutto fino a data da destinarsi.
L’Iran si sta muovendo velocemente per consolidare la sua presenza in Siria. Le sorti della guerra civile vanno in modo sempre più deciso a favore del regime di Assad, e le recenti decisioni dell’amministrazione Trump appaiono come un disimpegno militare e strategico che rischia di essere colmato, avvicinando ancora di più le truppe iraniane del generale Qassem Suleimani ai confini dello Stato ebraico. E questo Israele non può permetterlo.
il manifesto 22.1.19
Israele, licenza di uccidere
L'arte della guerra. Dopo che Israele ha ufficializzato l’attacco contro obiettivi militari iraniani in Siria, sui media italiani nessuno ha messo in dubbio il «diritto» di Tel Aviv di attaccare uno Stato sovrano per imporre quale governo debba avere
di Manlio Dinucci


«Con una mossa davvero insolita, Israele ha ufficializzato l’attacco contro obiettivi militari iraniani in Siria e intimato alle autorità siriane di non vendicarsi contro Israele»: così i media italiani riportano l’attacco effettuato ieri da Israele in Siria con missili da crociera e bombe guidate. «È un messaggio ai russi, che insieme all’Iran permettono la sopravvivenza al potere di Assad», commenta il Corriere della Sera.
Nessuno mette in dubbio il «diritto» di Israele di attaccare uno Stato sovrano per imporre quale governo debba avere, dopo che per otto anni gli Usa, la Nato e le monarchie del Golfo hanno cercato insieme ad Israele di demolirlo, come avevano fatto nel 2011 con lo Stato libico.
Nessuno si scandalizza che gli attacchi aerei israeliani, sabato e lunedì, abbiano provocato decine di morti, tra cui almeno quattro bambini, e gravi danni all’aeroporto internazionale di Damasco, mentre si dà risalto alla notizia che per prudenza è rimasta chiusa per un giorno, con grande dispiacere degli escursionisti, la stazione sciistica israeliana sul Monte Hermon (interamente occupato da Israele insieme alle alture del Golan).
Nessuno si preoccupa del fatto che l’intensificarsi degli attacchi israeliani in Siria, con il pretesto che essa serve come base di lancio di missili iraniani, rientra nella preparazione di una guerra su larga scala contro l’Iran, pianificata col Pentagono, i cui effetti sarebbero catastrofici.
La decisione degli Stati uniti di uscire dall’accordo sul nucleare iraniano – accordo definito da Israele «la resa dell’Occidente all’asse del male guidato dall’Iran» – ha provocato una situazione di estrema pericolosità non solo per il Medio Oriente. Israele, l’unica potenza nucleare in Medioriente – non aderente al Trattato di non-proliferazione, sottoscritto invece dall’Iran – tiene puntate contro l’Iran 200 armi nucleari (come ha specificato l’ex segretario di stato Usa Colin Powell nel marzo 2015).
Tra i diversi vettori di armi nucleari, Israele possiede una prima squadra di caccia F-35A, dichiarata operativa nel dicembre 2017. Israele non solo è stato il primo paese ad acquistare il nuovo caccia di quinta generazione della statunitense Lockheed Martin, ma con le proprie industrie militari svolge un ruolo importante nello sviluppo del caccia: le Israel Aerospace Industries hanno iniziato lo scorso dicembre la produzione di componenti delle ali che rendono gli F-35 invisibili ai radar.
Grazie a tale tecnologia, che sarà applicata anche agli F-35 italiani, Israele potenzia le capacità di attacco delle sue forze nucleari, integrate nel sistema elettronico Nato nel quadro del «Programma di cooperazione individuale con Israele».
Di tutto questo non vi è però notizia sui nostri media, come non vi è notizia che, oltre alle vittime provocate dall’attacco israeliano in Siria, vi sono quelle ancora più numerose provocate tra i palestinesi dall’embargo israeliano nella Striscia di Gaza. Qui – a causa del blocco, decretato dal governo israeliano, dei fondi internazionali destinati alle strutture sanitarie della Striscia – sei ospedali su tredici, tra cui i due ospedali pediatrici Nasser e Rantissi, hanno dovuto chiudere il 20 gennaio per mancanza del carburante necessario a produrre energia elettrica (nella Striscia l’erogazione tramite rete è estremamente saltuaria).
Non si sa quante vittime provocherà la deliberata chiusura degli ospedali di Gaza. Di questo non ci sarà comunque notizia sui nostri media, che hanno invece dato rilievo a quanto dichiarato dal vice-premier Matteo Salvini nella recente visita in Israele: «Tutto il mio impegno per sostenere il diritto alla sicurezza di Israele, baluardo di democrazia in Medio Oriente».
Il Fatto 22.1.19
Il colonialismo monetario di Parigi
L’origine - Nei Sessanta il franco Cfa fu lo strumento per tenere legati all’Occidente i nuovi Stati
di Mario Giro


La polemica antifrancese di Di Maio e Di Battista è una vecchia storia. Il dibattito sul neocolonialismo alla parigina parte negli anni Sessanta. Dc e Pci furono sempre ostili. Le sinistre europee ne fecero una loro battaglia così come i liberisti anglosassoni contrari al monopolio del mercato protetto franco-africano. Nella sinistra francese la questione fu molto lacerante, tra chi teneva alla grandeur e chi contestava. Gli ultimi a usare il tema sono state le estreme (sinistre e destre) occidentali: per ragioni opposte sovranisti e no-global non vedono di buon occhio la vecchia “françafrique”.
In Africa francofona la moneta comune, il franco CFA (acronimo da Colonie Francesi d’Africa a Comunità Finanziaria Africana), comprende 14 Paesi, in due zone. Fu istituito dopo la decolonizzazione degli anni Sessanta. Nella Guerra fredda gli Usa non potevano permettere libertà di scelta ai nuovi Stati africani. Così alla Francia fu affidata la “sua” parte di continente da tenere legata all’Occidente. Il Franco Cfa era uno strumento di tale politica, ma ci fu bisogno anche di invio di truppe, colpi di Stato e intrighi vari. Provarono a ribellarsi in molti. Il più noto è Thomas Sankara del Burkina Faso. Ma aveva iniziato il guineano Sekou Touré che nel 1958 si schierò con Mosca. I regimi burkinabé e guineano finirono in dittature. Ci furono anche polemiche economiche: senza una propria moneta – alcuni obiettavano – non si poteva svalutare, favorendo così le importazioni da Paesi senza Cfa, come la Nigeria o il Ghana.
La massa monetaria del Cfa è controllata da Parigi ed è costata e costa molto ai francesi. Ogni volta che c’è deficit, il bilancio nazionale francese copre le spese pazze dei “suoi” leader africani. Con l’euro le cose sono più controllate.
Chi ci ha guadagnato davvero con il franco Cfa è stata la parte del settore privato francese che investe in Africa (ha potuto eliminare i concorrenti europei). Fino al ’94 non fu possibile nessun aggiustamento, proprio per la contrarietà delle leadership africane che si erano costruite una fortuna sul franco ma che difendevano anche il monopolio sulle materie prime conquistato con una moneta stabile legata al franco francese. Dopo la morte del più influente tra loro, l’ivoriano Houphouet-Boigny, Parigi impose la svalutazione del 50%, l’unica finora. Fu un compromesso tra ministeri, Esteri (sostenitori della vecchia politica) e Finanze (stufi di pagare). Da Mitterrand a Chirac le cose non sono cambiate ma la volontà francese di difendere la propria “zona” a suon di milioni di euro è diminuita. Gli scandali (valigette di Cfa che facevano la spola tra Africa e Parigi per finanziare campagne elettorali o i diamanti di Giscard…) e la conoscenza che i leader africani avevano maturato degli intrighi politici francesi, alla fine hanno messo in luce un effetto boomerang: era l’Africa a influire sui processi politici parigini e non più il contrario.
La maggioranza della pubblica opinione francese non ha mai amato la Françafrique, men che meno le Ong o le chiese. L’ha solo sopportata fino a che le leadership della Quinta repubblica hanno avuto la forza di imporla. Con Sarkozy, Hollande e Macron le cose sono cambiate: con la fine della Guerra fredda e la globalizzazione, l’interesse francese è scemato. Restano in piedi solo reliquie dell’interesse privato franco-africano, alcune morenti altre ancora forti ma pronte a disinvestire all’occorrenza.
Corriere 22.1.19
L’intercettazione di un carabiniere: aiutiamo i colleghi
Cucchi e i depistaggi a processo in corso:
«Serve spirito di corpo»
di Giovanni Bianconi


ROMA Le pressioni e i depistaggi nell’inchiesta e nel processo-bis sulla morte di Stefano Cucchi sembrano non finire mai. Continuano anche a dibattimento in corso, dopo gli inquinamenti già svelati e le testimonianze che hanno aggravato le posizioni dei carabinieri imputati per omicidio preterintenzionale e falso, nonché coinvolto nuovi militari dell’Arma ora indagati per favoreggiamento e altri reati. Ieri il pubblico ministero Giovanni Musarò ha scoperto alcune carte che rivelano nuovi tentativi di sviare il lavoro di inquirenti e giudici: intercettazioni e verbali che risalgono a neanche tre mesi fa, ma pure a novembre 2015 e a ottobre del 2009, a ridosso dei fatti. Come anelli di una catena di protezioni che da quasi 10 anni non si riesce a spezzare.
Il 22 ottobre 2018 Musarò interroga il maresciallo Ciro Grimaldi, nel 2009 in servizio alla Stazione di Roma-Tor Sapienza, dove Cucchi transitò la notte dell’arresto. Al pm riferisce una confidenza del collega Colicchio: la cinta dei pantaloni, gli aveva detto il detenuto, «me l’hanno rotta gli amici tuoi». Un ulteriore indizio del pestaggio subito dai carabinieri, per l’accusa.
Chiamato a deporre in aula il 6 dicembre scorso, i ricordi di Grimaldi sono improvvisamente confusi: «Disse che gliel’avevano rotta o gli amici tuoi o gli amici miei». Il pm gli contesta le precedenti dichiarazioni, lo incalza per sapere se qualcuno l’abbia aiutato nei suoi ripensamenti, e a quel punto il carabiniere fa marcia indietro: «Confermo quanto detto in istruttoria».
Ma un mese prima, il 6 novembre, gli investigatori della Squadra mobile di Roma avevano intercettato una telefonata in cui il vicebrigadiere Mario Iorio, in servizio alla stazione di Napoli dove oggi lavora Grimaldi, aveva riferito al testimone che il comandante del gruppo era andato a trovarlo e gli aveva lasciato un messaggio: «Ha detto “Mi raccomando, dite al maresciallo che ha fatto servizio alla stazione dove è successo il fatto di Cucchi, di stare calmo, tranquillo”... Ha detto “dovete avere lo spirito di corpo, se c’è qualche collega in difficoltà noi lo dobbiamo aiutare”». Difficile non collegare questa telefonata al tentativo di Grimaldi di aggiustare la prima deposizione.
Il nome sbianchettato
Nel 2015 non fu acquisito il registro
manomesso del fotosegnalamento
Quando nel 2015 avviò la nuova indagine sulla morte di Cucchi, la Procura di Roma chiese ai carabinieri del Nucleo investigativo di acquisire tutti i documenti nelle diverse caserme in cui transitò l’arrestato. Il capitano Tiziano Testarmata si recò alla stazione Casilina dove c’era il registro delle operazioni di fotosegnalamento, luogo del pestaggio confessato dal carabiniere Francesco Tedesco. L’allora comandante di compagnia, il maggiore Pantaleone Grimaldi (omonimo dell’altro testimone) ha ora raccontato al pm di essersi accorto allora, insieme a Testarmata, che il registro era stato sbianchettato per cancellare il nome di Cucchi e scriverci sopra quello dell’arrestato successivo: «Invitai il capitano a portare con sé il registro in originale, perché era palese che dovesse essere analizzato con maggiore attenzione... La cancellazione del nominativo, oltre ad essere irrituale, era fortemente sospetta... Non poteva essere casuale che l’anomalia riguardava proprio il giorno che interessava a loro».
Ma Testarmata, riferisce Grimaldi, si allontanò per fare una telefonata e tornò dicendo che «la direttiva restava quella di fare una copia conforme, senza prendere l’originale». Più o meno la stessa scena riferita dal luogotenente Colombo quando dichiarò che lo stesso capitano (ora indagato per favoreggiamento) non prese la copia della e-mail che certificava la manipolazione di due annotazioni di servizio. E la versione di Grimaldi è confermata dal Capitano Carmelo Beringhelli: «Sembrava chiaro che poteva essere la prova di quello che stavano cercando... Il sospetto era fortissimo... A me sembrò assurdo che non avessero sequestrato l’originale, e rappresentai le mie perplessità al capitano Testarmata, il quale non mi rispose». Solo dopo aver visto le fotocopie il pm Musarò ordinò di acquisire il registro sbianchettato, divenuto una delle prove principali nel processo contro i carabinieri.
Il maresciallo Davide Speranza, già in servizio alla Stazione Appia, ha spiegato che nel 2009 gli fu chiesta una relazione relativa al trasporto di Cucchi dopo l’arresto, ma il maresciallo Roberto Mandolini (imputato di falso e calunnia) «disse che non andava bene e avrei dovuto cestinarla». Dopo i due già svelati nel dibattimento, siamo al terzo rapporto manipolato: «La seconda annotazione fu redatta lo stesso giorno, il contenuto fu dettato da Mandolini e lo scrissi io, alla presenza anche di Nicolardi (altro carabiniere imputato, ndr). Quindi stampammo e firmammo».
Nella nuova versione compare la frase: «È doveroso rappresentare che, durante l’accompagnamento il prevenuto (cioè Cucchi, ndr) non lamentava nessun malore né faceva alcuna rimostranza in merito». Nell’ordine di servizio è scritto anche che nella traduzione del detenuto non si era riscontrato «nulla di anormale» e sotto, nello spazio riservato alle annotazioni dei superiori compare un commento scritto a mano da Mandolini: «Bravi!».
La Stampa 22.1.19
Caso Cucchi nelle telefonate le pressioni sul carabiniere
di Francesco Grignetti


Una nuova intercettazione imbarazza l’Arma. Era il 6 novembre scorso, quando il colonnello Vincenzo Pascale, comandante dei carabinieri a Napoli, va in visita in una stazione del Vomero. Qui è in servizio un sottufficiale che nel 2009 era a Roma-Casilina, la stazione dove il povero Cucchi passò la notte e dove presumibilmente fu pestato, il maresciallo Ciro Grimaldi. Ebbene, di lì a qualche giorno il maresciallo Grimaldi sarebbe stato ascoltato come testimone dai pm di Roma. E il colonnello Pascale si raccomanda: «Dite al maresciallo che ha fatto servizio alla stazione, lì dove è successo il fatto di Cucchi, di stare calmo e tranquillo. Mi stanno “abboffando” le palle, loro e Cucchi... Dovete avere spirito di corpo, dovete aiutare i colleghi in difficoltà».
In verità, il maresciallo Grimaldi non è presente. Ma del discorso gli riferisce immediatamente un suo amico, il vicebrigadiere Mario Iorio, perchè è ovvio l’interesse di Grimaldi. E la polizia, che indaga sui depistaggi, da Roma intercetta. Potrebbe essere stato un generico appello allo solidarietà di corpo, il discorso del colonnello Pascale. Ma inquieta il riferimento esplicito al «fatto di Cucchi». A questo punto la procura di Roma sospetta che i depistaggi attorno al caso Cucchi non siano terminati, anzi. E così questa nuova intercettazione è finita agli atti del processo Cucchi-bis in corso.
L’inchiesta non si ferma, insomma. Un altro carabiniere, Davide Antonio Speranza, ha ammesso di aver scritto una annotazione di servizio «sotto dettatura del maresciallo Mandolini (imputato)... perché la prima versione, quando la lesse, disse che non andava bene e che avrei dovuto cestinarla». Ne venne redatta una seconda annotazione alla presenza anche di Vincenzo Nicolardi (altro imputato), più edulcorata. «Ripensandoci, a posteriori, all’epoca peccai di ingenuità», sostiene il carabiniere Speranza.
E ancora: in una prima fase, quando i carabinieri indagavano su sé stessi, un importante documento, ossia il registro degli arrestati da fotosegnalare, non fu portato in originale ai magistrati, ma in fotocopia. Peccato che così non si notasse più che da una pagina era stato «sbianchettato» il nome di Cucchi. Intanto uno dei principali testimoni d’accusa, l'appuntato Riccardo Casamassima, ha denunciato il comandante generale, Giovanni Nistri, che nello studio del ministro Trenta, alla presenza di Ilaria Cucchi, lo avrebbe definito «persona non per bene».
Il Fatto 22.1.19
Cucchi, ancora depistaggi. “Ci vuole spirito di corpo”
Nuove intercettazioni - Un sottufficiale soltanto tre mesi fa disse al testimone: “È venuto il colonnello, aiutiamo i colleghi in difficoltà”
Cucchi, ancora depistaggi. “Ci vuole spirito di corpo”
di Valeria Pacelli


Non solo nel 2009 e durante le indagini. La Procura di Roma sospetta che ci sia stato un tentativo di depistaggio sulla morte di Stefano Cucchi anche di recente, poco più di tre mesi fa, con il processo in corso in primo grado a cinque carabinieri, di cui tre accusati del pestaggio. Il sospetto nasce dall’intercettazione del 6 novembre 2018 di una telefonata tra il vicebrigadiere della stazione Vomero-Arenella di Napoli, Mario Iorio e il maresciallo Ciro Grimaldi, anche lui ora in Campania ma nell’ottobre del 2009 a Tor Sapienza (Roma). Esattamente un mese dopo, il 6 dicembre, Grimaldi sarà sentito in aula come testimone nel processo Cucchi bis.
Il 6 novembre 2018 quindi, Grimaldi – come annota la Squadra mobile – chiama Iorio il quale, dopo aver parlato di una denuncia, dice che sta arrivando il comandante del gruppo, ossia “il tenente colonnello Vincenzo Pascale”, del tutto estraneo alle indagini. I due si risentono poche ore dopo e Iorio riferisce, continua l’informativa, “quanto detto da Pascale nel corso della visita”.
Dice Iorio a Grimaldi: “Ha detto: ‘Mi raccomando, dite al maresciallo che ha fatto servizio alla stazione… lì dove è successo il fatto di Cucchi… di stare calmo, tranquillo’… Me stanno abbuffando ‘e pall, loro e ’o fatt’ ’e Cucchi. (…) Ha detto: ‘Mi raccomando, dovete avere lo spirito di corpo, se c’è qualche collega in difficoltà lo dobbiamo aiutare’”.
Un mese dopo Grimaldi si presenta nell’aula, che diventa un ring per lui e il pm Giovanni Musarò. Il maresciallo racconta che la sera dell’arresto di Cucchi era di turno. Il pm a un certo punto però chiede: “Ricorda se, quando la notizia è diventata pubblica, Colicchio (un altro carabiniere, ndr ) ha avuto modo di commentare con lei?”.
Grimaldi ricorda: “(Colicchio, ndr) notò che la cinta dei pantaloni (di Cucchi, ndr) era rotta (…) Mi disse: ‘Sono stati o gli amici tua o gli amici mia’”. Il pm non sembra convinto: in passato Grimaldi ha raccontato infatti che Colicchio gli disse che Cucchi aveva riferito: “Me l’hanno rotta gli amici tuoi”.
“Dopo l’istruttoria ho avuto modo di pensare”, spiega in aula Grimaldi. E Musarò affonda: “C’è qualcuno che l’ha aiutata a pensare? Ha cambiato versione?”. Il maresciallo nega. Ma quel giorno, in aula, Musarò nelle sue domande sembra far riferimento, senza rivelarlo, alla telefonata tra Grimaldi e Iorio. La prende alla lontana: “Chi è il comandante del Gruppo dove è in servizio?”, chiede. “È cambiato da poco, non mi ricordo – dice il maresciallo – Ah, è il colonnello Pascale”. Lo stesso – secondo l’intercettazione della Squadra mobile – dal quale sarebbe partito un mese prima il consiglio di “stare tranquillo” e “aiutare i colleghi”.
Da lì il pm chiede di ricostruire la scala gerarchica, fino al suo attuale comandante interregionale: “È il generale Tomasone”, dice Grimaldi in aula. Estraneo alle indagini, Tomasone era il comandante provinciale di Roma che nell’ottobre 2009 convocò una riunione sul caso Cucchi in cui non emerse nulla di quanto oggi è al centro del processo ai carabinieri.
Il maresciallo: “Mandolini mi dettò la nota”
La conversazione tra Iorio e Grimaldi fa dunque parte di una serie di atti nuovi depositati nel processo. C’è anche il verbale del maresciallo Davide Speranza, nel 2009 in servizio alla stazione Quadraro di Roma. Il militare ha tirato in ballo due degli imputati: Roberto Mandolini, accusato di calunnia e falso, e Vincenzo Nicolardi, a processo solo per calunnia. Parlando di una nota di servizio del 16 ottobre 2009, Speranza dice: “Mandolini mi disse che non andava bene e che avrei dovuto cestinarla perché avremmo dovuto redigerne una seconda in sostituzione della prima. (…) Il contenuto fu dettato da Mandolini”. Parlando delle due versioni, Speranza ricorda che nella prima si affermava che “Cucchi era in stato di escandescenza”, mentre nella seconda è scritto: “È doveroso rappresentare che, durante l’accompagnamento, non lamentava nessun malore né faceva alcuna rimostranza”. Il maresciallo viene sentito anche su un ordine di servizio in cui compare la scritta “bravi” nello spazio dedicato alle note dei superiori. “Non so dirvi per quale ragione è scritto ‘Bravi’ – ha spiegato –, considerato che avevamo fatto una mera azione di routine”.
“Magari morisse” la telefonata nascosta
Ma c’è anche un’altra novità che emerge dai nuovi atti depositati. Riguarda gli accertamenti sulle comunicazioni telefoniche “intercorse sull’utenza del 112” la sera dell’arresto di Cucchi. Alcune di queste telefonate non sono state individuate durante le indagini del 2009. Nella nota del reparto operativo dei carabinieri, come scrive la Squadra mobile, non è stata riportata per esempio neanche la telefonata tra Nicolardi e il capo turno della sala operativa, quella in cui l’attuale imputato ad un certo punto dice: “Magari morisse, li mortacci sua”.
Casamassima: interrogate la ministra Trenta
Intanto l’appuntato Riccardo Casamassima, la cui testimonianza ha riaperto le indagini su Cucchi, ha presentato una denuncia per chiedere ai magistrati di chiarire se il comandante generale dell’Arma, Giovanni Nistri, lo avesse diffamato durante un incontro riservato con Ilaria Cucchi e il ministro della Difesa Elisabetta Trenta. La sorella di Stefano parlò di uno “sproloquio contro gli unici tre pubblici ufficiali che hanno deciso di rompere il muro di omertà”. Circostanza negata da Nistri. Il legale di Casamassima, l’avvocato Serena Gasperini, ha chiesto di ascoltare anche il ministro Trenta.
il manifesto 22.1.19
Paradossi del “reddito di cittadinanza”: seimila precari cercheranno lavoro ad altri precari
Workfare all'italiana. Saranno assunti con contratti co.co.co dall'Anpal e cercheranno, insieme ad altri 654 precari già operativi, di operare in attesa che i centri per l'impiego saranno pronti. L'attesa potrebbe durare per un tempo ancora non definito. Le regioni, che ieri hanno incontrato Di Maio, dovranno assumere altre 4 mila persone, ma si saprà quando "alla fine dell'estate". E il reddito parte ad aprile...
di Roberto Ciccarelli


Saranno seimila i «navigator» precari (co.co.co. per due anni) assunti tramite l’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro (Anpal).
Si aggiungeranno ai 654 esistenti per sopperire al periodo, ancora indeterminato, che serve ai centri per l’impiego per andare a regime. Precari che aiuteranno altri precari – trasformati in veicoli per gli sgravi alle imprese – a cercare un lavoro.
Per realizzare l’opera saranno convocate, sostiene il ministro del lavoro Di Maio, «agenzie private».
Il cosiddetto «reddito di cittadinanza» rischia di continuare, ingigantendolo, un paradosso. Per arrivare a realizzarlo sono stati annunciati tempi record. Da aprile ci sarà, dunque, un nuovo esercito di precari.
«Ci sono tempi incomprimibili per la selezione del personale, non meno di sei mesi» ha osservato Cristina Grieco – coordinatrice degli assessori regionali arrivando ieri al primo incontro dopo il 16 ottobre con il ministro del lavoro Di Maio.
Le regioni hanno in mano le politiche del collocamento (i centri per l’impiego) dovrebbero infatti assumere altre 4 mila persone. Ma per saperlo bisognerà attendere «la fine dell’estate».
Anche se il «decretone» non ha avuto ancora il «bollino» della ragioneria, i Cinque Stelle lo festeggeranno oggi dalle 11 a Roma in via Palermo 12 con Conte, Grillo, Davide Casaleggio, Di Maio e Di Battista
il manifesto 22.1.19
Cgil, quel gettone speso bene
di Norma Rangeri


Fare sindacato oggi in Italia è una missione per spiriti coraggiosi. La crisi economica globale, associata alle dissennate politiche confindustriali del partito democratico, ha prodotto nel nostro paese una condizione di inedita subalternità del lavoro all’impresa.
Non è questa la sede per ripercorrere le tappe di una vera e propria débâcle dei diritti dei lavoratori (a cominciare dal famigerato decreto-Poletti fino al jobs-act). Tuttavia alcuni dati incontrovertibili raccontano la condizione del lavoro oggi in Italia.
Negli ultimi dieci anni la crescita dei lavoratori poveri è stata davvero enorme: dal 9,3 al 12,2%, vale a dire con un incremento del 30% (dati Eurostat).
Parliamo di una condizione salariale che non consente di mantenere una famiglia pur lavorando.
Parliamo di un paese, il nostro, con il più basso tasso di occupazione d’Europa, di un paese segnato da una debole ripresa dovuta a una crescita esponenziale, dal 35 al 60%, del lavoro part-time.
In questo contesto, di fronte a un tema salariale che purtroppo disegna le nuove povertà, certo non meraviglia il successo elettorale di una forza politica come il Movimento 5 Stelle che proprio di questo tema ha fatto il suo cavallo di battaglia in Italia. Così come è proprio il tema salariale a infiammare la protesta dei gilet-jaunes in Francia. Hic Rhodus hic salta.
E la Cgil di Susanna Camusso proprio su questo terreno dei diritti, come sul terreno della battaglia contro la precarietà e il lavoro povero, ha saputo tenere ferma la barra, così da presentarsi all’appuntamento importante del passaggio del testimone congressuale con le carte in regola, portando a chi le succederà alla guida della Cgil una organizzazione in buona salute.
Non sono certo stati anni facili, ma specialmente se confrontata con la situazione disastrosa in cui versa la sinistra in Italia, la vicenda della Cgil offre una visione e una prospettiva di lotta.
Da una parte abbiamo un’organizzazione sindacale che ha affrontato gli anni della grande crisi cercando di rinnovarsi sia dal punto di vista teorico (la Carta dei diritti), sia sul versante politico e della partecipazione democratica (i referendum, la consultazione tra gli iscritti e i delegati di base).
Dall’altra osserviamo un Pd ripiegato su se stesso, sull’orlo di una scissione, che stenta a rianimarsi dopo la batosta del 4 marzo, con il rito sempre più residuale delle primarie tra candidati che è assai difficile distinguere l’uno dall’altro.
Quel famoso gettone del telefono di cui parlava Renzi per stigmatizzare l’arretratezza della Cgil di Camusso a ben vedere è stato speso bene, capace di chiamare a raccolta 5 milioni e mezzo di iscritti verso l’approdo di un congresso che promette una battaglia vera, trasparente e importante per tutto il paese.