sabato 21 marzo 2009

Corriere della Sera 20.3.09
Identità e destino. Il dibattito su corpo e resurrezione, su esistenza e morte. Il «prossimo» del Vangelo e la legge morale di Kant
L'inizio e la fine: ipotesi sulla vita
Fede e ragione si interrogano (e si sfidano) su che cosa definisce un essere umano
di Emanuele Severino


Quando incomincia la vita umana? Quando finisce? Cosa significa «vita umana », «uomo»? Pressoché assente, invece, quest'altra domanda: «Esiste l'uomo? ». Certo, essa sembra paradossale, un perditempo fuori luogo. Sanno tutti che un uomo è un corpo che agisce e si esprime, guidato da sentimenti e pensieri. Di uomini ne vediamo tanti ogni giorno. Ma a rendere umano un corpo sono quei sentimenti e pensieri; che però non si lasciano vedere, toccare, sperimentare, nemmeno nell'amore più profondo. Se ne deve congetturare il contenuto, l'intensità, la provenienza, la direzione. A volte si coglie nel segno; a volte no. Nella vita quotidiana, comunque, non ci si rende conto che l'esistenza stessa dei sentimenti e pensieri altrui, dunque l'esistenza stessa dell'uomo, è una congettura. Dell'uomo, dico, ossia del «prossimo» e di me stesso in quanto mi credo radicalmente legato al mio prossimo. Tanto poco «evidente», l'esistenza dell'«uomo», quanto lo è l'esistenza di «Dio». La filosofia lo sa da tempo, anche se una delle questioni più complesse è appunto il significato dell'«evidenza».
Che l'uomo, il suo esser «prossimo» esista è qualcosa di voluto. Ossia di creduto. Qualcosa di discutibile, dunque. Si ha fede nell'esistenza dell'uomo; anche se nella vita quotidiana si crede (si ha fede) che certi esseri siano indiscutibilmente degli uomini. Esistono innumerevoli «conferme» di questa fede; ma che certi eventi siano «conferme » è daccapo una fede: come è soltanto una fede che i baci siano una conferma dell'amore, visto che si può esser baciati da chi ci tradisce.
Per Gesù il prossimo è chi viene amato («Ama il tuo prossimo»); e quindi è prossimo proprio perché viene amato. Dunque è prossimo anche l'amante (il buon Samaritano lo è rispetto all'uomo derubato), giacché se l'amore rende prossimo, cioè vicino, l'amato, anche l'amante si avvicina all'amato, gli si rende prossimo. Un essere è reso «prossimo» dall'amore, ma l'amare è il contenuto della «Legge», ossia di un «Comandamento »; e non si comanda quel che si ritiene «evidente». Al sole che splende nel cielo non si comanda di illuminare la Terra, né a un albero si comanda di non essere una pietra. Se per Gesù il prossimo è l'amato-amante, l'amore è un atto di volontà (persino quando non si può fare a meno di amare); dunque anche per Gesù che il prossimo esista è qualcosa di voluto, creduto, è una fede da cui ci si può quindi allontanare. (Si può dire che il vacillare di questa fede stia all'origine del massacro che incomincia con l'uomo, ma lo si può dire stando all'interno di questa fede). Anche per Kant che certi esseri debbano essere trattati come prossimo è il contenuto della «legge morale», di un «imperativo », di un comando. È un dovere morale credere che il prossimo esista, non è la constatazione di un fatto indubitabile. All'inizio della vicenda dei mortali sulla Terra tutto è per essi «prossimo » (e demonico): luce e suolo, acque, monti, cielo, stelle, animali e piante, vento, tuono, pioggia, lampo e, certo, anche questi esseri a cui oggi abbiamo ridotto l'ampio cerchio antico del «prossimo» e che chiamiamo «uomini». Ma questa riduzione non ha fatto ancora uscire dalla semplice fede, dalla semplice volontà che certi eventi siano il «prossimo».
L'esistenza stessa della vita altrui è un grande arcano e oggi, dimenticando tutto questo, si discute con convinzione per stabilire quando la vita altrui incominci e quando finisca! Di più: si ritiene che non ci sia niente, o più niente, da dire intorno al significato dell'«incominciare» e del «finire», e a questo punto l'inadeguatezza della riflessione tocca il fondo. Dalla quale non sanno liberarsi né scienza, o cristianesimo e altre forme religiose, né arte e filosofia. Si discute con convinzione per stabilire il momento dell'inizio e della fine di qualcosa — il «prossimo» e «io» stesso in quanto mi sento legato ad esso dalle radici — che potrebbe non esserci affatto. Si può replicare dicendo che la cosa non è poi così scandalosa, giacché è lecito e tutt'altro che insensato discutere sull'inizio e la fine di qualcosa la cui esistenza è probabile; e che anzi è insensato ritenere che alle nostre certezze possa competere qualcosa di più della probabilità più o meno elevata, cioè quel di più che sarebbe la loro «verità assoluta e definitiva». Un «sogno finito»; svegliamoci. Ma — rispondiamo — è davvero finito? Sì, dato il modo in cui ci si è addormentati. No, se si riesce a scorgere che c'è dell'altro, che da sempre circonda quel sogno e quel risveglio e che è libero da entrambi.
È stato comunque, quel sogno, grandioso: il sogno della «ragione». Se lo si dimentica, il risveglio è ben poca cosa, è un altro sogno. Il sogno della ragione evoca un sapere che stia al di sopra di ogni fede e di ogni volontà, un sapere che affermi che le cose stanno in un certo modo non perché si vuole e si ha fede che così stiano, ma perché esse stanno incontrovertibilmente così. «Il morire tra ragione e fede» è appunto il tema del Convegno che si terrà in questi giorni all'Università di Padova. Ma ci si vorrà accontentare del discorso (il discorso della scienza, di cui oggi la Chiesa si fida, ossia in cui oggi ha fede) per il quale è «probabile» che l'«uomo» esista, è «probabile» che la sua vita incominci in un certo momento e in un cert'altro finisca?
Si dice che «ognuno di noi» sperimenta la morte del prossimo, non la propria. Ma poiché l'esistenza stessa del prossimo non è sperimentata, del prossimo non si può sperimentare nemmeno la morte (o la nascita). Si sperimenta il sopraggiungere di configurazioni via via diverse di ciò che chiamiamo «il corpo altrui», sino a quella, angosciante, che chiamiamo «cadavere» (e poi altre ancora, come gli scheletri e le ossa, che le feste e i riti arcaici mostrano di considerare ancora come «prossimo»).
Configurazioni via via diverse e, certo, sempre più terribili. Che tuttavia non mostrano quanto è più terribile e angosciante: l'annientamento delle precedenti configurazioni del corpo altrui. Il cadavere mostra sì qualcosa di orrendamente diverso dalla vita da cui è preceduto, ma non mostra l'annientamento di questa vita. Gli uomini hanno imparato che, quando il cadavere compare sulla scena, la vita da cui è preceduto non ha più fatto ritorno, e hanno pensato che questo mancato ritorno sia l'«annientamento » della vita. Non appare, non si fa esperienza dell'annientamento della «beltà» di Silvia («Quel tempo della tua vita mortale, / quando beltà splendea / negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi »), ma appare, dopo le configurazioni del tempo dello splendore di Silvia, il suo «chiuso morbo» e il suo cadavere.
E l'annientamento non può apparire, perché quando si crede che le cose si annientino è necessario che si creda anche che non se ne possa più fare esperienza, ed è quindi impossibile che l'esperienza mostri a quale destino siano andate incontro le cose che da essa sono uscite. Appunto per questo ogni vita e ogni cosa che dopo il proprio calvario esce dall'esperienza «può» ritornare. Se qui si potesse spingere fino in fondo il discorso, si dovrebbe dire anzi che «è necessario » che ritorni.
Sia la ragione, sia la fede (e innanzitutto la fede cristiana e delle altre due religioni monoteistiche) credono che l'annientamento delle cose e dei viventi (e il loro uscire dal niente) costituisca quanto di più «evidente» vi sia, di più manifesto, di più esperibile. Ma alterano ciò che si manifesta, gettano sul suo volto la maschera della morte-che-annienta, l'autentico «pungiglione della morte». La resurrezione dei corpi e della carne, annunciata dal cristianesimo, è certo un tratto della maschera: per risorgere, la carne deve essere diventata niente. La resurrezione è figlia legittima del pungiglione mortale. Eppure, sebbene profondamente sviante, quell'annuncio è una metafora del destino di ciò che, uscendo dalla manifestazione delle cose del mondo, non è diventato niente, ma, eterno, attende di ritornare, nella sua gloria.

All'università di Padova
Confronto tra il filosofo e il patriarca di Venezia

Si apre oggi, alle 9.15, all'Università di Padova, nella sala dell'Archivio antico di Palazzo Bo, il convegno internazionale «Il morire tra ragione e fede: universi che orientano le pratiche di aiuto». I lavori iniziano con un dibattito, moderato da Armando Torno, tra il cardinale Angelo Scola (Patriarca di Venezia) e il filosofo Emanuele Severino (del quale pubblichiamo in anteprima alcune considerazioni sull'argomento). L'iniziativa è nata da un accordo tra il rettore dell'Università Vincenzo Milanesi, il sindaco Flavio Zanonato e il preside della Facoltà Teologica del Triveneto Andrea Toniolo. La direzione scientifica si deve a Ines Testoni, con il concorso delle Facoltà di Scienze della Formazione, di Medicina e Chirurgia, del Dipartimento di Psicologia Generale.
Tra i relatori: Enrico Berti, Dora Capozza, Antonio Da Re, David Spiegel, Michael Barilan. Tra i patrocinatori figura la «World Cultural Psychiatry Research Review».

giovedì 19 marzo 2009

l'Unità 19.3.09
100 le piazze Flc-Cgil sulla Conoscenza: docenti, ricercatori, precari, collaboratori scolastici
Epifani: «L’istruzione deve tornare al centro della politica». Ma la Gelmini sceglie Mediolanum
«Per una scuola di qualità». Riparte la protesta in Italia
di Maristella Iervasi


Sciopero della Conoscenza: in migliaia nelle 100 piazze della Flc-Cgil. E la Gelmini si «blinda» a Mediolanum Corporate University. Epifani: «Contro le scelte del governo per una scuola di qualità».

Alessandra dal palco della Flc-Cigl di piazza Sant’Apostoli a Roma ha cercato il dialogo con la Gelmini maestra unica. Ha spiegato che alle elementari nelle ore di compresenza che il ministro dell’Istruzione considera spreco - «con le mie colleghe svolgiamo attività di recupero per i bambini che ne hanno bisogno. Altre volte, grazie alle compresenze - ha precisato -, riusciamo a fare attività di rinforzo linguistico con i bambini stranieri. E sempre nelle ore di compresenza ci capita addirittura di riuscire a far recuperare le lezioni agli alunni assenti per malattia». Ma la Gelmini l’accorato appello della maestra di Acilia non l’ha voluto sentire: ha preferito mettersi al riparo dalle 100 piazze d’Italia del sindacato di Guglielmo Epifani. Ha scelto l’inaugurazione di Mediolanum Corporate University di Basiglio (Milano 3) per manager finanziari. Altro che scuola pubblica.
Palloncini colorati come il 30 ottobre scorso. Il santino della «Beata Ignoranza» stampato su magliette e adesivi. Slogan e calcoli più che espliciti: «Più tagli, meno precari, meno ricerca. Uguale zero futuro». Già, perchè allo sciopero della Conoscenza c’erano anche loro: i ricercatori degli enti di ricerca, come Luigi Improta, sismologo presso l’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) che nonostante presenti lavori ai congressi internazionali e reperisce fondi per progetti è un precario a tempo, come altri 400 colleghi. Esattamente com’è la «vita» di di Francesca Assennato, ingegnere ambientale all’Ispra, in scadenza.
Il balletto dei numeri Dal Nord al Sud il trio Tremonti-Gelmini-Brunetta ha tenuto banco. Ogni piazza della Flc-Cgil è stata riempita. Nessun corteo disertato. Sulla carta ha aderito anche il Gilda degli insegnanti, ma sui blog sono in molti a scrivere: «Chi ha visto Rino Di Meglio? Nella mia città non c’era...». Secondo il ministero di Viale Trastere, l’operazione «cattedre deserte» non è andata a buon fine: «lo sciopero nella scuola - si legge in un comunicato su un dato parziale - registra l’9,56% delle adesioni». Eppure sono state molti gli istituti scolastici in sofferenza per le assenze per sciopero di docenti, personale amministrativo e collaboratori scolastici. Per la Flc-Cgil l’adesione allo sciopero è stata del 45% con punte del 60/70% nella scuola di base. A Bologna è stata chiusa la facoltà di Scienze della formazione. Idem ad Ancona per l’istuto musicale «Pergolesi». E ad Urbino c’è stata la «serrata» dell’Accademia delle Belle Arti.
Scuola al centro della politica
Epifani l’ha detto da Palermo. «Mi sembra che oggi si discuta di cose che non sono il cuore del problema, come il grembiulino o il 5 in condotta», ha precisato il leader della Cgil. «La nostra scuola ha tante magagne, va sicuramente riformata ma non cancellata. Senza formazione di qualità e il contrasto alla dispersione scolastica perderemo molte battaglie. In primo luogo quella della legalità. Sono troppe le cose che non vanno nella scuola - ha osservato Epifani -, a partire dalla riduzione degli spazi formativi, meno tempo per stare in aula, la riduzione delle risorse e il grande problema dei precari. È una emergenza molto importante che con la crisi andrebbe affrontata diversamente». Ecco spiegato il perchè dello sciopero: protestare contro le scelte del governo per «rivendicare una scuola di qualità».

Repubblica19.3.09
Tempo pieno, è boom di richieste ma non ci sono diecimila maestri
Nelle iscrizioni alle elementari ci sono 82 mila domande in più per le 40 ore settimanali
Invece d'aumentare gli organici il piano prevede una riduzione di dodicimila unità
di Salvo Intravaia


ROMA - Boom di richieste per il tempo peno alla scuola elementare ma quasi certamente mamme e papà resteranno delusi. Per soddisfare chi ha chiesto al ministero di far rimanere i figli a scuola anche nel pomeriggio occorrerebbero quasi 10 mila cattedre in più rispetto all´anno in corso ma il governo si appresta a tagliarne quasi 12 mila. Il maggior numero di istanze di tempo pieno provengono dalle regioni meridionali, dove questo servizio è ridotto al minimo.
E dire che lo scorso mese di ottobre sulle iscrizioni a scuola si era sbilanciato lo stesso capo del governo. «Il tempo pieno nella scuola italiana - spiegava da Bruxelles il presidente del consiglio Silvio Berlusconi - verrà confermato dove c´era e incrementato di circa il 50 o 60 per cento perché ci saranno più insegnanti a disposizione, dopo la decisione del governo di tornare al maestro unico: è importante reagire al sentimento di incertezza che hanno alcune madri e alcuni genitori sulla scuola».
Dai monitoraggi sulle iscrizioni delle scorse settimane si sta passando ai numeri reali. Gli istituti hanno ormai terminato di caricare nel cervellone del ministero i dati sulle iscrizioni alla scuola elementare per il prossimo anno scolastico e non mancano le sorprese: la richiesta di tempo pieno (40 ore settimanali, comprensive di mensa) alla primaria non è mai stata così forte. Sono quasi 82 mila in più, il 12 per cento, le famiglie italiane che vorrebbero fruire da settembre della scuola pubblica fino alle 16. Gli Uffici scolastici provinciali hanno chiesto di poter formare quasi 40 mila classi, ma per farlo occorrono gli insegnanti.
Il boom delle richieste si è verificato nelle prime classi, dove era possibile scegliere il maestro unico di riferimento con 24 ore settimanali, il sistema "stellare" (un insegnante che lavora 22 ore a settimana e altri docenti che completano l´orario con inglese e religione) a 27 e 30 ore o il tempo pieno a 40 ore. Secondo le richieste dei genitori, il prossimo anno bisognerebbe attivare oltre 10 mila prime classi a tempo pieno, con un incremento del 47 per cento rispetto a quest´anno. Oltre 3.200 in più, la maggior parte delle quali dovrebbe andare al Sud. Proprio nelle regioni meridionali il tempo pieno, a causa delle carenze strutturali e della cronica mancanza di refettori, è un miraggio. Se infatti al Nord e al Centro una classe su tre rimane piena anche nel pomeriggio, al Sud la situazione riguarda appena otto classi su 100.
E le richieste di classi a 24, 27 o 30 ore? Dovranno passare diversi mesi prima che i tecnici ministeriali possano venire in possesso delle effettive richieste di mamme e papà. Nel predisporre il monitoraggio sulle iscrizioni, i tecnici ministeriali hanno dimenticato di chiedere alla società che gestisce il sistema informativo l´adeguamento del programma alle nuove esigenze e gli unici dati richiesti alle scuole riguardano appunto il tempo pieno e il tempo normale, senza distinzione tra 24, 27 e 30 ore.

Corriere della Sera 19.3.09
Sapienza, corteo vietato Carica sugli studenti
Sei contusi. «Volevamo aderire allo sciopero Cgil»
di Paolo Brogi


La carica
Gli studenti dell'Onda vengono caricati dalla polizia mentre tentano di uscire dai cancelli della Sapienza per partecipare al corteo organizzato dalla Cgil. Le nuove norme varate dal prefetto limitano le manifestazioni

La manifestazione impedita dalla nuova regolamentazione varata dalla prefettura di Roma
ROMA — Hanno provato a fare come in Francia, lanciando pantofole sulle forze dell'ordine che li caricavano. Trenta paia di De Fonseca multicolori, da 3 euro, comprate dagli studenti dell'Onda con una colletta il giorno prima. Poi però alla terza carica, nel corso dell'ultimo tentativo di uscire dalla Sapienza interamente bloccata ieri da un grosso dispositivo di polizia, i 400 manifestanti hanno aggiunto sassi e pezzi d'asfalto. Niente da fare. Il corteo previsto per partecipare allo sciopero della Cgil è rimasto bloccato dentro l'ateneo. A impedirlo la nuova regolamentazione sulle manifestazioni a Roma appena varata dalla prefettura. Sei gli studenti alla fine contusi, due di loro ricorsi alle cure ospedaliere: Gianni di Lettere sottoposto a Tac per una lieve commozione cerebrale, Luca di Scienze politiche con un braccio ingessato e 25 giorni di prognosi.
Il rettore dell'ateneo Luigi Frati commenta: «Ci sono disposizioni, non si può fare come si vuole». Critica la Cgil di Roma che ha denunciato «un uso improprio del protocollo sui cortei, nato per regolamentarli e non per impedirli ». Gli studenti volevano disubbidire alle nuove disposizioni appena varate dal prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro, col consenso di un ampio arco di partiti e sindacati, per regolamentare le manifestazioni in città. Tra i sei luoghi permessi per i cortei non figura però la Sapienza. «L'Onda manifesta come vuole», così era stata convocata sul piazzale della Minerva alle 9.30 la manifestazione per raggiungere il ministero dell'Economia in via XX Settembre. Un modo con cui gli studenti dell'Onda pensavano di partecipare alla giornata di sciopero indetta dalla Cgil sulla scuola.
«Siamo usciti sul piazzale Aldo Moro alzando le mani di fronte a polizia e carabinieri racconta un manifestante -. Senza preavviso ci hanno caricato ». Emanuele, uno dei contusi, aggiunge: «Mi sono ritrovato per terra e mi hanno menato in quattro, col manganello girato dalla parte rigida...». Poi la stessa scena si è ripetuta anche ai varchi di via de Lollis e di viale Regina Elena. Più tardi è stata la vecchia Aula Uno di Lettere a registrare in un paio di assemblee la requisitoria contro le nuove disposizioni e a lanciare un nuovo appuntamento.
«Ci rivediamo il 28 marzo...». Ammaccati, ma decisi a manifestare. Ieri non ci sono riusciti, ci riproveranno a fine mese per la manifestazione sul G14 indetta da Cobas, Rdb e Sdl su lavoro e welfare.
«La Questura ci vorrebbe fare cambiare percorso - ha rivelato Piero Bernocchi dei Cobas -. Ma la nostra manifestazione resta da piazza della Repubblica a piazza Navona». Molte le critiche alla Cgil che come hanno ricordato polemicamente i Cobas ha controfirmato le misure: «La Cgil è il principale sponsor dell'accordo, il suo comunicato di solidarietà con gli studenti è una presa in giro».
«Pacta sunt servanda, ho firmato il protocollo - ha ricordato Gianni Sammarco, commissario di Forza Italia a Roma -. Se dopo solo otto giorni fosse stato consentito a qualche centinaio di persone di violare le regole sarebbe già carta straccia ». Il sindaco Gianni Alemanno ha rivolto un invito alla calma e «a disarmare qualsiasi tendenza alla violenza politica ». Aggiungendo poi: «Non possiamo ricominciare con cortei di due o trecento persone che si muovono per la città». Seccato il rettore Frati: «È stato comunque antipatico per chi voleva uscire a piedi o in auto dall'ateneo. Per un po' di tempo non si poteva transitare».

Repubblica 19.3.09
Allarme degli psicoanalisti sul money disorder E in Italia una linea telefonica contro il disagio
Ansia, paura e nevrosi ammalati di recessione
Quando la paura avanza anche chi può permetterselo smette di comprare e consumare
d Elena Polidori


Neurocrisi. Uomini e donne sull´orlo di una crisi di nervi, vittime della paura da recessione che non solo paralizza i consumi, frena gli investimenti ma adesso investe la psiche e influenza i comportamenti. Allarme globale degli psicoanalisti di fronte alle ansie da licenziamenti, sobbalzi di Borsa, crolli del Pil, profezie dei «guru», crac e salvataggi dei governi.
Negli States, epicentro delle turbolenze, si chiama «money disorder» il malessere della crisi, collasso emotivo da denaro che sfugge, si volatilizza, portandosi appresso i sogni dei più deboli. Chi ne è colpito soffre di mal di testa, nausea, insonnia, depressione. Talvolta si tuffa nel cibo. Oppure annega l´ansia nell´alcool. Comunque, si fa del male. L´associazione psicologi americani, in un sondaggio, scopre che il denaro e la salute economica sono al top delle fonti di stress per l´80% dei cittadini Usa. Per difendersi, raccomanda di non rintanarsi in casa, imparare qualcosa di nuovo e non farsi prendere dal panico.
In Italia, l´ordine degli psicologi lombardi, su iniziativa del presidente Enrico Molinari, docente alla Cattolica, ha attivato una linea telefonica speciale per lenire il «disagio da crisi». «E´ rivolto a chi già ne soffre, ma anche a chi ha paura della paura», spiega. «E´ uno studio virtuale». E insieme «un presidio» voluto per curare i contraccolpi interiori della grande tempesta economico-finanziaria che tanto agita gli animi di tutti. E a maggior ragione di chi (per superbia, avidità, furbizia, stoltezza,) si è lanciato sull´arena dei mercati e ora soffre per una débacle azionaria che procede a strattoni, ma dura da mesi. Oppure di chi, un brutto giorno, si scopre in mezzo a una strada o a riposo forzato, senza più riferimenti, dunque «spaesato». «E allora, conviene fermarsi a riflettere», consiglia Enrico Maria Cervellati, professore di finanza comportamentale a Bologna. Senza questa «pausa» salutare, c´è il pericolo di incappare in un «morbo» che spinge chi ne è afflitto a rischiare di più, nell´illusione di recuperare ciò che ha già perso. Un po´ come avviene al Casinò.
Quando questo accade, secondo Matteo Motterlini, professore di economia cognitiva e neuroeconomia all´Università San Raffaele, «si attivano aree del cervello deputate a intercettare emozioni negative». E sono sofferenze, anche fisiche. Ci si difende soltanto «conoscendo noi stessi e le nostre trappole mentali». Spiega: ansia, paura e panico seguono «processi cerebrali precisi che determinano le nostre decisioni». Nei momenti di crisi, «siamo in balia delle nostre emozioni, ci allontaniamo dall´agire razionale».
Paura di perdere e insieme di «mostrarsi benestante», immune dalla crisi. Cervellati è arrivato alla conclusione che questi soggetti, rari per la verità, «si vergognano» del loro stato; non investono e non consumano come chi non può permetterselo. Nella sua analisi, in tempi di vacche magre, s´attivano per ciascuno dei «conti mentali» automatici. «E´ come se mettessimo in tante piccole scatoline cerebrali, tutte ben separate, i soldi che abbiamo: si spendono solo quelli che ci fanno essere in pace con noi stessi, ciascuno secondo le proprie esigenze».
Le neurocrisi aumentano, via via che la recessione si traduce in licenziamenti, cassa integrazione. Scatta allora la paura di non riuscire più a provvedere alla famiglia, con vere e proprie «crisi d´identità». Molinari ha già notato «sfasamenti nel paterno» che «in genere si realizza attraverso la trasmissione di un ruolo, di un modello, come quello lavorativo». Dunque: «Come giustificarsi con i figli che vanno a scuola quando sei costretto a restare a casa? Ti manca il terreno sotto i piedi». Sobbalzi pericolosi anche per il «materno», pur avendo le donne «un´ancora di salvezza nella funzione primaria che consiste nell´accudire i figli». Non solo: possono «scoppiare» le coppie, che la recessione rende più traballanti. Perfino i media finiscono per «amplificare» le paure, con conseguenti «paralisi comportamentali».
La psicologia della crisi, per forza di cose, è fatta anche di numeri: sulle «percezioni» e sulle «aspettative». Per esempio, da un sondaggio Demos-Coop: gli italiani si sentono più poveri e 4 su 10 riducono i consumi. Oppure, sondaggio Censis-Confcommercio: sotto schiaffo, il 52% delle famiglie fissa proprie «soglie di sicurezza» in denaro. «Don´t panic» consiglia il Censis nel suo osservatorio sulla crisi definita per il momento «a mosaico». Sul versante delle «aspettative», s´intravede per la prima volta un «rallentamento nella velocità di peggioramento» della recessione, annunciato dal governatore Mario Draghi al G8. Questa flebile lucetta in fondo al tunnel è in un «indice» sullo stato d´animo dei manager denominato «Pmi», caro alle autorità monetarie Ue: pur restando sotto quota 50, che in gergo significa recessione, migliora ovunque. Nel caso dell´Italia è ora a 41,1, ma a dicembre era a 40,3, a novembre a 39.5. Sarà confermato? Così, mentre perfino sul sito Fmi arrivano lettere sulla «psicosi» da crisi, l´economia diventa emotiva, la recessione sposta il pendolo delle insicurezze. E, in attesa di tempi migliori, a ciascuno resta il proprio intimo «money disorder».

Repubblica 19.3.09
Intervento a sorpresa del presidente del consiglio dei beni culturali
"Mi oppongo al piano-casa, è uno scempio"
L'altolà di Carandini
di Carlo Alberto Bucci


Dal successore di Settis un "no" all´impoverimento del paesaggio
"Un intervento che rischia di far nascere nuove rughe sul volto già usurato dell´Italia"
Contrarietà davanti all´idea di "prestare" i Bronzi di Riace al G8 in Sardegna
Accordo invece per Bertolaso Commissario dell´area romana

«Il piano-casa è un allarme per il Paese». Andrea Carandini veste i panni dell´urbanista e boccia il progetto del governo Berlusconi. Seduto in pizzo alla poltrona alla quale ammette «di non essere affatto legato», tanto da «non vedere l´ora di tornare ai miei studi», il vecchio archeologo, neo presidente del Consiglio superiore dei Beni culturali, ieri ha fatto un discorso di insediamento che lo mette immediatamente in bilico sullo scranno che Salvatore Settis ha lasciato in polemica con il ministro Sandro Bondi. Il sì convinto dell´allievo di Ranuccio Bianchi Bandinelli alla proposta arrivata con una telefonata di Bondi «mentre ero in ascensore», appare infatti appannato dal "piano-casa". «L´intervento, per quanto si intravede - ha detto Carandini, aspettando di leggere la proposta nella sua forma definitiva ai primi di aprile - allarma, nel suo disordinato pointillisme, che rischia di portare nuove rughe al volto già usurato del nostro paesaggio rurale e urbano».
La "puntiforme" estensione dei condoni «viene ad aggiungersi al grande ciclo espansivo dell´edilizia dell´ultimo decennio che ha interessato soprattutto la "città diffusa"». Un pericolo incombe sull´Italia: «È ragionevole temere che venga ulteriormente impoverita la sostanza paesaggistica che potremo offrire a coloro che verranno a visitare il nostro Paese». Per Carandini «bisogna completare al più presto i piani paesaggistici». E in attesa che questi vengano messi a punto (potrebbero servire anche due o tre anni, ipotizza con una buona dose di ottimismo) «non resta che regolamentare l´attività edilizia, caso per caso attraverso le norme del Codice dei beni culturali, ricordando però che la potestà del ministero sull´autorizzazione paesaggistica, secondo la norma transitoria, ben presto si esaurisce: passati i sessanta giorni dal ricevimento del progetto, e il personale tecnico disponibile è scarso».
Davanti al ministro dei Beni culturali (dicastero «con problemi di sopravvivenza», sottolineata la penuria di fondi e personale) e ai consiglieri vecchi e nuovi (i professori Elena Francesca Ghedini, Emanuele Angelo Greco e Marco Romano, nominati al posto dei cattedratici dimissionari Andrea Emiliani, Andreina Ricci e Cesare De Seta), l´archeologo dell´Università la Sapienza ha anche, innanzitutto, sottoscritto le novità portate al Collegio romano dal ministro che starebbe pensando di tornare a occuparsi del suo partito (Forza Italia): ossia nomina di un commissario speciale, il capo della protezione civile Guido Bertolaso, per l´area archeologica di Roma, e quella di un super manager, l´ex leader di MacDonald, Italia Mario Resca, per la valorizzazione dei musei italiani. Ma, in conclusione del suo intervento, Carandini ha posto l´accento sull´ultima parola che dà corpo al Consiglio superiore dei beni culturali e paesaggistici. Il paesaggio, appunto. Per l´autore di Archeologia classica (Einaudi), dal "piano-casa" vanno esclusi: «Le aree ad alto grado di tutela o a tutela integrale previste nei pochi piani paesaggistici già adottati o approvati, i beni immobili di interesse culturale sottoposti a disposizioni di tutela del codice e le zone perimetrate come "centro storico" e "città storica" dagli strumenti urbanistici vigenti».
Il ministro Bondi ha approvato la relazione definendola «un perfetto affresco sul patrimonio culturale italiano» e ha ringraziato Carandini «per lo stimolante discorso e le utili indicazioni di lavoro». Molto apprezzata soprattutto l´analisi «sul rapporto Beni Culturali-Stato-Regioni». E già, perché Carandini ha brindato all´accordo di programma tra Bondi e Bassolino in tema di gestione delle bellezze della Campania. E ha detto che «il modello, completato per l´aspetto universitario potrebbe essere esteso, gradualmente, anche alle altre Regioni, nel quadro di una prospettiva nazionale».
Anche uno stop alle mire espositive del governo c´è nella relazione del vecchio archeologo. Che prima s´è trincerato dietro un «non è di nostra competenza» alla domanda se sarebbe d´accordo a prestare i Bronzi di Riace per il G8 in Sardegna. Ma poi, ribadendo che i prestiti si possono concedere solo per rassegne di alto contenuto culturale e scientifico, ha ammesso: «Sono contrario all´esposizione dei feticci, dirò sempre no alle mostre delle belle statuine».

Repubblica 19.3.09
L'urbanista Cervellati
L'obbrobrio chiamato "villettopoli"
di Leopoldo Fabiani


«Ha fatto benissimo Andrea Carandini a condannare il progetto del governo. Tutte le persone di cultura dovrebbero mobilitarsi contro una legge che si risolverà in un´ulteriore devastazione del nostro territorio». Pierluigi Cervellati, urbanista, docente a Venezia, autore di diversi piani regolatori, si oppone ferocemente al "piano casa" del governo Berlusconi.
Professore, non ci vede almeno un tentativo di rivitalizzare l´economia?
«Nemmeno un po´. È un condono edilizio "preventivo e gratuito". Almeno quelli degli anni ´90, comunque micidiali nei loro effetti, prevedevano una sanzione economica. Tra i costi di un´operazione del genere non si può ignorare l´impoverimento del territorio e del paesaggio, bene primario per il nostro paese».
Qual è l´aspetto più criticabile?
«L´assenza totale di qualsiasi programmazione pubblica, la privatizzazione del bene comune, la crescita senza limiti di quell´obbrobrio che chiamo "villettopoli"».
Non le piacciono le villette?
«Andrebbero proibite per legge, anzi dovrebbero essere demolite. Sono uno degli elementi che più contribuiscono al degrado edilizio del nostro paese».
Ma non esiste un problema abitativo in Italia?
«Abbiamo un numero di case esagerato, e allo stesso tempo troppe persone (specie i giovani) che non dispongono di un´abitazione. Perché abbiamo il mito della casa di proprietà, e mancano gli alloggi pubblici da dare in affitto a chi non si può permettere di pagare un mutuo. La cosa che più mi indigna è che tutti saranno favorevoli a questi ampliamenti del 20% previsti dalla legge, perché le loro proprietà aumenteranno di valore. Alla fine il risultato è che in Italia abbiamo case sempre più belle, ma delle città e un territorio che fanno schifo».

i deputati "ribelli" della Mussolini
Corriere della Sera 19.3.09
Un gesto di ostilità contro l'ipoteca della cultura leghista
di Massimo Franco


Può esserci l'intento strumentale. E di certo, una dissidenza di cento parlamentari del Pdl a pochi giorni dalla nascita del partito unico è un elemento di oggettivo imbarazzo. Ma forse bisognerebbe chiedersi perché ha successo la lettera che contesta la legge sulla sicurezza, con l'obbligo per medici ed insegnanti di denunciare gli immigrati clandestini. Il vertice considera l'iniziativa un tentativo di complicare l'unificazione FI-An, che verrà perfezionata fra il 27 ed il 29 marzo. E insinua che possa essere ispirato da un Gianfranco Fini scontento. Comunque sia, la protesta appare un gesto esplicito di ostilità culturale contro la Lega. È come se alcuni settori si ribellassero a provvedimenti che considerano il sigillo del primato lumbard
sulla maggioranza. E chiedessero a Silvio Berlusconi di non accettare leggi ingombranti per un Pdl in procinto di entrare nel Ppe. La Lega ed alcuni berlusconiani parlano di «manovre interne» per complicare i rapporti fra alleati di governo. E notano maliziosamente che le firme sono per due terzi di An, e solo per un terzo di FI.
Al punto che Fini è costretto a precisare di essersi dichiarato contrario solo alla denuncia alla quale sarebbero tenuti i medici che curano i clandestini: un modo per smentire la regìa di un documento che legittima le critiche del Pd. Ma è evidente che l'obiettivo principale è di dissociarsi da una legislazione di marca leghista; di abbozzare un profilo più garantista sull' immigrazione. Il malumore è alimentato dalla competizione con la Lega in molte regioni del Nord; e dalla sensazione che Umberto Bossi riesca ad ottenere quasi tutto da palazzo Chigi.
Non solo. L'attacco dei cento parlamentari appare anche come un segnale di scontento per il dialogo fra Lega ed opposizione sul federalismo fiscale: il cuore della strategia di Bossi. Palazzo Chigi tende a ridimensionare il caso. La tesi è che alcuni firmatari non conoscessero il contenuto della lettera. Il leader del Carroccio è certo che «il provvedimento sulla sicurezza resterà uguale a come è stato approvato al Senato». A sentir lui, si sta dando troppa importanza ad una contestazione ingigantita in modo strumentale.
Nella sua analisi pesa probabilmente la certezza che Berlusconi non possa né voglia tornare indietro. Significherebbe litigare con la Lega; e rimettere sotto osservazione quel «rapporto splendido » che giura di avere con Fini. E poi, la campagna per le europee è cominciata. Berlusconi parla di un Pdl al 42,2 per cento. Ed annuncia una procedura-lampo per entrare dentro un Ppe che conta molto sugli italiani per dominare nel Parlamento di Strasburgo. Una fronda anti-Lega in questa fase sarebbe un inciampo indesiderato.

Corriere della Sera 19.3.09
Testamento biologico
La libertà del paziente
di Luigi Manconi e Marco Cappato


Caro direttore, tutti i sondaggi finora realizzati dicono che la maggioranza degli italiani è favorevole all'istituzione del Testamento biologico, che renda effettivo il consenso informato e tuteli il fondamentale diritto all'autodeterminazione del paziente. Da qui l'esigenza di una legge sulle dichiarazioni anticipate di volontà con le quali il cittadino, fino a quando è capace di intendere e di volere, possa comunicare le proprie decisioni in merito ai futuri trattamenti sanitari.
Come si sa, la questione è oggetto di una intensa controversia di natura culturale e morale, giuridica e politica: e gli attuali rapporti di forza parlamentari fanno temere una normativa, quale quella voluta dalla maggioranza di governo, modellata su una concezione illiberale e autoritaria.
Da qui la decisione delle associazioni Luca Coscioni e A Buon Diritto di promuovere una iniziativa che consenta, a quanti lo vogliano, di far conoscere la propria opinione, oltre i vincoli restrittivi e coercitivi che la legge del centrodestra prevede (per esempio, negando la possibilità di decidere su nutrizione e idratazione forzate). Abbiamo redatto, così, una Carta di vita, un Testamento biologico nel significato proprio della parola, un documento ispirato ad analoghe proposte elaborate in questi anni e, in altri paesi, già trascritte in legge. La nostra Carta di vita si presenta come un modulo diviso in sezioni, che prevede in primo luogo l'indicazione di un fiduciario, chiamato a vigilare affinché le nostre volontà siano rispettate e in grado di integrarle e aggiornarle, quando lo richiedano i progressi delle scienze biomediche. Quella Carta prevede un percorso flessibile, tale da consentire o indicazioni molto dettagliate o più semplicemente un orientamento generale, affidato alla persona di fiducia nel suo rapporto con il medico curante e con i familiari del paziente. La Carta di vita è stata pubblicata integralmente da due giornali di media tiratura. Altri quotidiani (tra i quali, il Corriere)
hanno parlato dell'iniziativa. Con questa limitata pubblicizzazione, in pochi giorni, oltre duemilacinquecento persone hanno risposto positivamente.
Ovvero hanno ritagliato il modulo o lo hanno scaricato dai nostri siti Internet (lucacoscioni.it e abuondiritto.it), lo hanno compilato, lo hanno sottoscritto, lo hanno infilato in una busta e inviato ai nostri recapiti. Si tratta, crediamo, di un segnale estremamente indicativo. Si dirà: ma cosa sono alcune migliaia di persone in rapporto alla popolazione nazionale? La questione è mal posta.
Provate a lanciare un'altra iniziativa, anche sul più popolare dei temi (ad esempio, la corruzione dei politici) e vi accorgerete che la reattività è assai minore, tanto più se implica un'azione diretta, anche elementare come inviare una lettera. Dunque, il successo della nostra proposta è un ulteriore segnale di quanto il tema sia sentito: e proprio perché esso rimanda alla questione cruciale della tutela dell'autodeterminazione del paziente.
Questione che il disegno di legge della maggioranza di governo non sembra tenere in alcun conto: non solo a proposito di nutrizione e idratazione artificiali, ma per quanto riguarda il carattere vincolante per il personale medico delle decisioni assunte dal paziente. Ora si tratta di far «pesare» la volontà espressa da queste migliaia di persone, e dalle tantissime altre che hanno aderito a iniziative simili, laddove si assumono le decisioni pubbliche. E' quanto faremo nei prossimi giorni. Fino a prevedere azioni in sede giudiziaria, a tutela dei diritti soggettivi della persona.

Corriere della Sera 19.3.09
Raccolte dal giornalista Nino Luca le segnalazioni inviate al Corriere.it sull'università italiana
Parenti in cattedra, atenei da vergogna
Favoritismi, corruzione, concorsi truccati: è l'ultimo scandalo
di Gian Antonio Stella


Se in vita vostra avete solo collaborato a un lavoro «scientifico» di una pagina (una!) scritto con altre cinque persone e presentato a un convegno ma mai pubblicato su una rivista internazionale, non disperate: potete sempre vincere un concorso universitario. Basta esser nati sotto la giusta congiunzione astrale. Come successe al «professor » Giovanni Lanteri. Che vinse appunto un posto da «associato» all'Università di Messina presentando 2 pubblicazioni. La prima («Studio preliminare sull'espressione immunoistochimica dell'Eritropoietina... ») fu subito scartata dagli stessi commissari: «Non venga presa in considerazione ai fini della presente valutazione ». La seconda («A new outbreak of photobacteriosis in Sicily») è finita nel fascicolo dell'inchiesta giudiziaria col giudizio del Ministero dell'Università consultato dai magi-strati: «Priva di rigore metodologico. Non è possibile individuare il singolo apporto di ciascuno dei sei autori».
L'episodio, sconcertante, è uno dei tantissimi raccolti da Nino Luca, un collega del «Corriere.it», in un libro appena uscito da Marsilio: Parentopoli. Quando l'università è affare di famiglia. Un reportage durissimo e spassoso su uno degli aspetti più controversi dell'università, quello dei concorsi sospetti. Che troppo spesso finiscono col consegnare la cattedra a mogli, figli, cognati, amici e amici degli amici.
Immaginiamo già l'obiezione: non ci son solo i baroni e le clientele e le apocalittiche classifiche internazionali! Giusto. È vero che la situazione «cambia drasticamente se si concentra l'analisi sulle singole aree disciplinari» (come ricorda Domenico Marinucci, direttore del Dipartimento diMatematica di Tor Vergata, 19˚ in Europa tra le eccellenze del settore e meno afflitto dalla cronica povertà di docenti stranieri), vero che nelle «hit parade» avulse la «Normale » è stabilmente nelle prime venti al mondo, vero che tanti ragazzi usciti dai nostri atenei vanno alla conquista del mondo.
Il reportage di Nino Luca, però, proprio per l'abbondanza di episodi così incredibili da risultare irresistibilmente comici, mette spavento.
A partire dalla disinvolta e allegra spudoratezza con cui tanti rettori irridono alle perplessità di chi non riesce a capacitarsi di come, ad esempio, possano essere circondati da tanti parenti.
Come Gennaro Ferrara, da 22 anni alla guida della Parthenope di Napoli: «Ma lei vuole fare un articolo serio o un articolo scherzoso? No, perché se lei vuole fare un articolo scherzoso, io ci sto». Come mai ha portato con sé all'università la seconda moglie, il di lei fratello, la figlia e i mariti delle due figlie? La risposta: «Se trattiamo “parentopoli” in termini scandalistici non va bene». Poveri figli, poi...«Devono dimostrare ogni giorno di valere...». Alcuni casi raccontati sono noti, come quello d'una torinese bocciata a un concorso che mesi fa si sfogò con «La Stampa» d'esser stata trombata, scusate il bisticcio, perché non aveva «più voluto compiacere sessualmente» il direttore della scuola di specializzazione. O quello della famiglia Massari che «porta l'Università di Bari nel Guinness dei primati» grazie al piazzamento nei dintorni della facoltà di economia di otto-Massari-otto: Antonella, Fabrizio, Francesco Saverio, Gian Siro, Gilberto, Lanfranco, Manuela e Stefania. O quello del preside di Medicina e rettore della «Sapienza» Luigi Frati («Parentopoli? Voi giornalisti sapete fare solo folclore!», ha urlato a Luca), un uomo tutto casa e ufficio dato che nella sua facoltà lavorano la moglie Luciana Angeletti, il figlio Giacomo e la figlia Paola, che nell'aula magna di Patologia ha fatto la festa di nozze.
Altri casi sono meno conosciuti. Come quello di un recentissimo concorso per due posti alla Facoltà di Medicina e Chirurgia della Bicocca di Milano con cinque soli concorrenti tra i quali tre figli (due vittoriosi, ovvio) di docenti della stessa Facoltà di Medicina e Chirurgia. O quello della condanna a un anno di reclusione per abuso d'ufficio (pena sospesa) e a uno d'interdizione dai pubblici uffici (per aver danneggiato la professoressa Antonina Alberti durante un concorso) di Fernanda Caizzi Decleva, moglie del presidente in carica della Crui, la conferenza dei rettori.
La cosa più interessante del reportage, però, al di là della sottolineatura di certe bizzarrie (come quella che riguarda l'ex rettore di Bologna Fabio Roversi Monaco, che ha incassato 11 lauree honoris causa da vari atenei mondiali distribuendone in parallelo 160 a gente varia, da Madre Teresa di Calcutta a Valentino Rossi), sono le chiacchierate tra l'autore e alcuni dei protagonisti del mondo accademico italiano.
Come quella con Augusto Preti, che diventò rettore a Brescia nel lontanissimo 1983, quando erano ancora vivi Garrincha e David Niven, e scherza: «Io sono il potere assoluto». O Pasquale Mistretta, il rettore di Cagliari, secondo il quale «molti figli illustri, proprio a causa dei complessi d'inferiorità verso i padri, a volte si sono smarriti: alcuni sono finiti anche nel tunnel della droga», quindi forse «quando un padre va in pensione, come un tempo succedeva in banca o all'Enel, è logico che ci sia un occhio di riguardo» per i figli.
Il meglio, però, lo dà il professore Giuseppe Nicotina spiegando come il suo Ludovico avesse vinto in solitaria un concorso per ricercatore: «I figli dei docenti sono più bravi perché hanno tutta una "forma mentis" che si crea nell'ambito familiare tipico di noi professori». Insomma: è una questione quasi genetica. Se poi una spintarella aiuta la forma mentis...

Corriere della Sera 19.1.09
A Roma l'opera di Gluck diretta da Muti
L'«Ifigenia in Aulide» con finale francese
di Paolo Isotta


Il rapporto tra il Teatro dell'Opera di Roma e Riccardo Muti va facendosi intenso: egli si è dichiarato disposto a dirigere alcune Opere ogni stagione, e noi sappiamo sin da ora che le prime saranno il Nabucco e l' Idomeneo. Intanto si appresta a lasciare a capo chino la carica il soprintendente Ernani, che ancora tenta macchine difensive e chiede solidarietà sindacali dopo le efferatezze di che si è reso colpevole. Il nomen juris del rapporto che vincolerà il maestro Muti al Teatro della capitale non è stato ancora trovato: si va da quello di «direttore musicale» a quello di «direttore principale ospite». Il primo è purtroppo difficile da realizzarsi atteso che il Maestro a partire dall'anno prossimo sarà, dopo una scelta effettuata entusiasticamente dai dirigenti e dai professori, il Direttore Musicale dei più importanti orchestra e coro del mondo, la Chicago Symphony. Quale che sia per essere tale nomen juris, per il Teatro della capitale si tratta di un'affermazione prestigiosa nascente dall'interesse profondissimo che il sindaco Alemanno nutre per quest'istituzione, del tutto indifferente ai suoi predecessori. Si deve purtroppo aggiungere che il ministro Bondi non ha esteso lo status particolare destinato alla Scala, al Maggio Fiorentino e all'Accademia di Santa Cecilia anche al San Carlo di Napoli e alla Fenice di Venezia, i quali lo meritano con ogni diritto per la loro importanza storica ed estetica. Il Teatro dell'Opera di Roma non ha bisogno di qualificazioni particolari giacché basta una profonda trasformazione interna a far sì che le potenzialità divengano atto. Per quanto sta facendo e farà, il sindaco Alemanno merita i migliori elogi e ringraziamenti. Non deve tacersi, tuttavia, che elogi e ringraziamenti spettano in egual misura al maestro Gianluigi Gelmetti, che da grande direttore d'orchestra ha retto il Teatro per lunghi anni realizzando spettacoli di un livello difficile a riscontrarsi in Europa.
L'Ifigenia in Aulide di Gluck è stato il secondo contatto di Muti col Teatro dell'Opera dopo l'Otello decembrino. Lo spettacolo, eccezionale sotto ogni profilo, era stato una delle inaugurazioni della Scala al Teatro degli Arcimboldi, mi pare sette anni fa. Ma ogni volta che Riccardo Muti rimette le mani su di un testo, lo fa con diversa prospettiva, approfondendo il ritratto donatoci dell'Opera. Stili diversi convergono verso un'unità soltanto potenziale se il concertatore non eserciti la sua opera unificatrice. Non sembri un paradosso affermare che differenti tipi di suono, dal «vibratissimo» di certe danze lente e piene di canto al «non vibrato» dell'orchestra resa leggerissima quando si modella sui veloci anapesti del coro, concorrono appunto a realizzare tale unità. Quando il Coro, così ben preparato dal maestro Giorgi, deve effondersi in melodia, Muti riesce a farla erompere con i suoi supporti armonici (le «seste aumentate») senza che mai la commozione nostra si ottenga di là da un rigoroso stile neoclassico. Il filo ideale è teso dal concertatore anche nei Balletti, rifiniti come non mai. Il dominio tecnico su tutto è assoluto.
La regia, i bozzetti e i figurini sono opera meravigliosa di Jannis Kokkos ripensata per il nuovo palcoscenico entro i quali si inseriscono perfettamente le coreografie di Marco Berriel. L'immobile mare è sempre in qualche modo sullo sfondo; i cantanti recitano con attitudes classiche: esemplare, sotto tal profilo, il terribile monologo di Agamennone. I rituali movimenti del coro sono ammirevoli. Il palcoscenico è ingombro di colossali e minacciose statue di Diana che fanno pensare ai numina magna deum che nel II dell'Eneide Enea, grazie al «divino collirio» (Ceronetti) concessogli dalla madre-dèa, scorge mentre si accaniscono su Troia in fiamme.
Non sono riuscito a far capire a nessuno la questione del finale dell'Opera. L'originale vede il matrimonio d'Ifigenia ed Achille e poi un lungo balletto finale. Richard Wagner, che per dedicarsi a una propria versione in tedesco dell'Opera interruppe la composizione del
Lohengrin, scrisse un finale nel quale appare Diana discendente dal cielo e ricusante l'immolazione d'Ifigenia; porterà seco la principessa affinché serva il suo culto nella barbara Tauride. Il coro si sente posseduto dal numinoso mentre si alza il vento. Sei trombe danno il segnale della partenza «Nach Troja!». Con atto di microchirurgia, il maestro Muti inserisce al punto debito tale finale ma, il che non ha capito nessuno,
ritraducendolo in francese settecentesco sotto la melodia accentuata di Wagner. Il miglioramento è straordinario.

l'Unità 19.3.09
Trent’anni dopo in un modo diverso, ma c’è stata la riconquista del territorio
Finisce An e gruppi estremisti si appropriano di zone della città. Il diverso è da combattere
A Roma avanza l’«onda nera». Tornano i luoghi off limits
di Jolanda Bufalini


L’attivismo, il ritorno di simboli un tempio considerati eversivi. E poi i successi alle elezioni studentesche. I neri nella capitale sono tornati. Sotto altre sigle, lontani da An. Giovani e non solo.

Attenti alle scritte, ai caratteri runici e agli acronimi, come acab, che non è il capitano della baleniera di Melville ma sta per «All cops are bastard» oppure - a piacimento - «all communists are bastard». Sono un indizio. Il segno che nel quartiere si «alza il livello dello scontro». Come a Portuense Arvalia, dove ha aperto a Casetta Mattei una sede di Forza Nuova. La comparsa delle scritte «Nucleo Arvales» indicano il radicamento territoriale, le aggressioni xenofobe al Trullo segnalano la costruzione identitaria di estrema destra che indica negli immigrati il nemico. A Vigne Nuove, a Borgata Fidene, dove è insediata Fiamma Tricolore, c’è la stessa difesa proprietaria del luogo: ronde e fiaccolate.
La presenza dei neri, l’intento di controllare il territorio si vede dall’intensità dell’attacchinaggio, dai manifesti sempre freschi. A piazza Giovenale, per esempio, a Balduina, o a piazza dei Giochi Delfici, incroci il gruppazzo inquietante quasi tutte le sere. Le felpe sono quelle alla Diabolik che si comprano a via Sannio, con la lampo che chiude il cappuccio lasciando solo gli occhi scoperti. Ma non siamo negli anni Settanta, la violenza, lo scontro con la sinistra non è automatica. Certo, un ragazzo con i capelli rasta non attraversa tranquillo quelle piazze, così come se entra ai giardini di Colle Oppio sa, per le croci runiche incise sui paracarri, in quale territorio sta entrando. Lo scontro, piuttosto, è programmato, calcolato politicamente. Ci fu un intensificarsi di episodi di violenza subito dopo l’elezione di Alemanno. Nell’estate del 2007 la guerra per il controllo del territorio vide l’aggressione a Villa Ada, dopo il concerto della banda Bassotti e, poi, lo scontro fra i militanti del circolo futurista di Casal Bertone e gli occupanti di sinistra di un edificio poco lontano.
Luoghi simbolo
Resistono alcune sedi storiche, come la sezione dell’Msi Fiamma Tricolore di via Acca Larentia, dove il 7 gennaio il sindaco Alemanno si è recato alle nove di mattina, per evitare la fotografia sullo sfondo dei saluti romani che concludono la fiaccolata notturna in memoria dei camerati uccisi nel 1978. Ma la ragnatela contemporanea si tesse in un altro modo. Mutuato in parte dai centri sociali di sinistra: occupazione, attività sociali, culturali, sportive. Trattativa con il Campidoglio amico. A Portuense, per esempio, Casa Pound ha occupato a gennaio il complesso destinato a una bocciofila. Poi la trattativa con il sindaco di cui Gianluca Iannone si è dichiarato soddisfatto: la bocciofila è stata liberata in cambio di una sede per la «Nuova accademia pugilistica Trastevere» e per l’associazione dei genitori della ex Anni Verdi.
I pub
Oppure con la rete dei pub. Il più famoso è il Cutty sark (nel 2003 nel locale chiuso scoppiò una bomba carta). Ma c’è anche Shamrock, vicino al Colosseo o il Maltese di piazza Epiro, vicino alla sezione di An.
Casa Pound a Esquilino, Casa Italia a via Valadier, Foro 753 a Portonaccio, le strutture madre a cui fanno riferimento anche gli studenti medi e gli universitari. Secondo la denuncia dei collettivi di Scienze Politiche a Roma Tre, nell’armadio degli studenti di destra, in facoltà, dopo l’aggressione di lunedì scorso, sono state trovate spranghe insieme agli adesivi del Foro 753 e alle scritte che inneggiano a Hitler.

l'Unità 19.3.09
Privati di ogni diritto. Arruolati con la forza, utilizzati come strumenti di morte. Bambini doppiamente traumatizzati: nelle guerre sporche e in un tormentato dopoguerra
Oltre 40 milioni ai quali è negata l’istruzione. Ieri ne hanno discusso all’Assemblea Onu Infanzia in guerra
di Umberto De Giovannangeli


Ogni bambino che «si è trovato in una situazione di conflitto, che è stato testimone, o anche peggio, ha partecipato ad azioni violente, viene disumanizzato. Quei bambini sanno che c’è qualcosa di sbagliato ma non sanno dire cosa. Si tratta di una situazione che li rende insensibili e impedisce una loro crescita normale...». È il grido d’allarme lanciato da Ted Chaiban, rappresentante in Sudan del fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef). Il Darfur e non solo. Bambini doppiamente violati: in guerra e un tormentato dopoguerra. Storie di indicibili sofferenze. In tutto il Sudan i bambini soldato sono più di 8mila, di cui 6mila solo in Darfur. E nell’inferno del Darfur due milioni di bambini sono stati colpiti dal conflitto. Un doppio trauma che non riguarda solo il Darfur. Oggi - rileva il Global Report 2008 sui «Child soldiers» - sono 9 gli eserciti che utilizzano i piccoli in guerra, per un totale di almeno 250mila minori, di cui il 40% sono bambine. Bambini combattono nell’esercito regolare in Birmania, nella lotta armata contro le minoranze etniche, ma anche in Ciad, Repubblica democratica del Congo, Somalia, Sudan, Uganda e Yemen. I guerriglieri stessi utilizzano bambini soldato: in Afghanistan, Iraq e Pakistan sono stati impiegati come attentatori suicidi. In Africa le guerriglie hanno utilizzato recentemente i minori in guerra in Burundi, Ciad, Costa d’Avorio, Liberia, Nigeria, Repubblica Centrafricana, Repubblica Democratica del Congo, Somalia, Sudan e Uganda. Storie di bambini violati, ai quali sono stati sottratti gli anni dell’infanzia. Bambini ai quali si vorrebbe rubare il futuro. Le loro storie sono state al centro dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che, ieri si è riunita al Palazzo di Vetro di New York per discutere il tema dell’istruzione e delle emergenze. «Il numero delle emergenze in tutto il mondo aumenta di giorno in giorno, dai conflitti in corso in Sri Lanka e a Gaza alle recenti calamità che hanno colpito il Bangladesh e la Birmania, e con esse aumenta il numero dei bambini che non frequenta la scuola. Ogni anno una media di circa 750.000 bambini è costretto ad interrompere o a rinunciare agli studi a causa di emergenze umanitarie e di 75 milioni di bambini al mondo che non vanno a scuola, 40 milioni di essi vivono in paesi in guerra», rileva Fosca Nomis, Responsabile Advocacy e Campagne di Save the Children Italia.
Leslie Wilson, direttore di Save the Children in Afghanistan, è intervenuto in seno all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite per sottolineare come negli ultimi anni il tasso d’iscrizione scolastica sia cresciuto nel Paese più velocemente che in qualsiasi altro luogo al mondo: il numero dei bambini iscritti è infatti passato da meno di un milione nel 2002 a più di sei milioni nel 2006. Il lavoro compiuto da Save the Children, pertanto, dimostra come consentire l’accesso all’educazione sia possibile anche nelle situazioni più difficili. In Afghanistan, ad esempio, nonostante il perdurare di violenza e instabilità, negli ultimi quattro anni quasi 3 milioni di bambini hanno beneficiato di un’istruzione di qualità grazie alla partnership sviluppata dall’Organizzazione con il Ministero dell’Istruzione, volta a pianificare la formazione di insegnanti e dirigenti scolastici. Nello Sri Lanka, nonostante l’intensificarsi dei combattimenti nel nord del Paese e imponenti migrazioni interne, più di 900.000 bambini hanno beneficiato di un’istruzione di qualità grazie alla partnership tra Save the Children e Unicef, che si è sostanziata in nuove modalità per assicurare l’educazione durante le emergenze, attraverso ad esempio la possibilità di svolgere le attività scolastiche a casa per i bambini che non possono frequentare la scuola a causa delle condizioni di sicurezza. Se non ci si concentrerà sui 40 milioni di bambini che non vanno a scuola perché vivono in Paesi in conflitto, avverte Save the Children, l’obiettivo del millennio relativo all’educazione non sarà raggiunto.

l'Unità 19.3.09
La testimonianza
Quando Kon e Ishmael deposero il mitra
Zlata era una ragazzina durante la guerra in Bosnia. Ora insieme
a Save The Children dà voce a tutti quei bambini strappati dalle
scuole e arruolati alla guerra. «Aiutiamoli a riscrivere il futuro»
di Zlata Filipovic


Ricordo che stavo tentando di scrivere una relazione su un libro quando udii i primi spari della mia vita; rumori che nessun bambino, in nessuna parte del mondo, dovrebbe mai sentire. Cercai di concentrarmi sui compiti preoccupata di quello che avrebbe potuto dirmi l’insegnante il giorno seguente. Nei due anni successivi funestati dal conflitto in Bosnia non avrei mai più scritto una relazione su un libro. La mia scuola di Sarajevo fu bombardata e chiusa e un enorme foro prodotto da un razzo faceva mostra di sé sulla parete della classe di letteratura. Lasciai alcuni bei temi da me scritti nell’armadietto che una granata fece saltare in aria. Non ho mai saputo cosa ne è stato della mia insegnante. Non la rividi mai più.
Sappiamo cosa sono le emergenze – le abbiamo sentite sulla nostra pelle, sono diventate parte della nostra vita, l’hanno distrutta, fatta a pezzi e ridotta ad uno specchio rotto. Le emergenze ci hanno rubato l’innocenza, l’umanità, la fanciullezza, la famiglia. In tutti i nostri casi i conflitti ci hanno portato via uno dei nostri diritti fondamentali di bambini e di ragazzi: l’istruzione. È la prima cosa che ci è stata sottratta quando gli orrori della guerra hanno avuto inizio. La chiusura della scuola era il segno che stava avvenendo qualcosa di tremendamente sbagliato. Un giorno lasciammo cadere la penna, abbandonammo i quaderni, disertammo i banchi di scuola. Le aule abbellite dai nostri disegni dove risuonavano le nostre risatine e dove ci passavamo dei bigliettini tra compagni di classe, si svuotarono. La paura di essere chiamati alla lavagna per risolvere un problema di matematica e la magia di scoprire la scrittura svanirono. Le scuole diventarono rifugi, luoghi dove venivano distribuiti gli aiuti umanitari, edifici spettrali bombardati, spazi vandalizzati, magazzini di armi, demarcazioni delle zone nemiche e del fronte di guerra. Chiusa in casa, terrorizzata dal mondo esterno dove la morte poteva sorprenderti in qualunque momento, non feci che leggere cercando di continuare a crescere. Poi un giorno, alcune giovani donne del mio quartiere aprirono una «scuola di guerra». Non c’erano delle vere aule, ma ci incontravamo di tanto in tanto nelle giornate relativamente tranquille e per un momento potevamo essere nuovamente bambini. Queste giovani donne non potevano assistere passivamente allo spettacolo di bambini abbandonati a sé stessi e così ci dedicarono il loro tempo e condivisero con noi generosamente la loro immaginazione, la loro creatività e il loro sapere. Non dimenticherò mai né loro né quanto fecero per noi – posso solo sperare che in circostanze analoghe saprei essere altrettanto generosa e troverei la forza di svolgere il nobile compito dell’insegnante.
Ogni giorno in tutto il mondo bambini come me, come noi, finiscono nelle celle, nei nascondigli, nei campi profughi o nell’esercito. Con loro scompare il futuro del loro Paese e del mondo intero. Muoiono, vengono mutilati, traumatizzati, piegati – e questa è la fine di futuri leader, servitori dello Stato, padri, madri e insegnanti.
I conflitti terminano e i bambini sono fortunati se sopravvivono o riescono a fuggire. Come per qualsiasi trauma il recupero è lento. Il processo di recupero poggia su molti elementi, ma è l’istruzione che garantisce un futuro alle vite e ai Paesi devastati, ai giovani piegati e alle coesistenze distrutte.
Kon ricorda il suo primo anno di scuola dopo essere fuggito dall’Esercito di liberazione del Sudan. Non era aggressivo con gli insegnanti e i compagni di classe, ma non si fidava di nessuno. Al pari di moltissimi soldati-bambini sapeva che il solo modo per risolvere i problemi era combattere. Imparare a fidarsi degli insegnanti e dei compagni di classe fu la sua salvezza – e l’inizio di una nuova vita. L’istruzione gli ha consentito di recuperare – dopo essere stato un bambino di guerra – il suo senso dell’umanità. Senza questo – dice oggi Kon – gli effetti della guerra te li porti dietro fin quando esplodono e ti inducono a fare del male ad altra gente. Quando Grace riuscì a fuggire dall’Esercito di Resistenza del Signore in Uganda, il mondo aveva già considerato la sua una generazione perduta. A peggiorare le cose il fatto che nella società in cui viveva, essere una donna non era certo un vantaggio. In Uganda le persone più emarginate e invisibili sono le madri-bambine che hanno dovuto subire quella situazione e hanno visto il loro futuro distrutto. Dopo la guerra in Sierra Leone, molte cose hanno aiutato Ishmael a riprendersi, in modo particolare il processo di reinserimento e una famiglia molto solida. Tuttavia la guarigione è stata possibile solo perché ha avuto la possibilità di frequentare la scuola. Grazie alla scuola ha imparato a recuperare il senso della sua umanità e a riaffermare che non è solo capace di violenza, come aveva finito per credere negli anni della sua fanciullezza, ma anche di altre cose.
È nelle scuole che realizziamo le nostre potenzialità, che diventiamo esseri sociali, cresciamo e ci sviluppiamo come persone funzionanti, socievoli e generose delle nostre comunità e del mondo. Dopo un conflitto è a scuola che si viene informati sul pericolo delle mine di terra, sulla prevenzione del virus HIV/AIDS e sul processo di riconciliazione. È a scuola che si scambiano le armi con il sapere e la formazione ed è a scuola che i messaggi portatori di pace si intrecciano con le conoscenze e le capacità professionali. Perché la pace sia sostenibile, siamo fermamente convinti che l’istruzione debba essere parte integrante di qualunque accordo di pace e che sia necessario dedicare la giusta attenzione ai progetti educativi nei Paesi tormentati dai conflitti e nei periodi che seguono la fine della guerra. L’istruzione consente ai bambini colpiti dalla guerra di recuperare la loro fanciullezza, di scoprire la loro umanità e di dare il loro contributo al genere umano. L’istruzione è anche un antidoto alla violenza in qualunque società. L’istruzione offre ai giovani la possibilità di usare la mente in maniera positiva e costruttiva o di ricostruire le basi dei loro sogni e delle loro speranze. Per questa ragione molti bambini colpiti dalla guerra stanno sostenendo iniziative quali “Riscrivere il futuro” di Save the Children che si propone di convincere i leader mondiali e le organizzazioni internazionali a garantire la possibilità di frequentare la scuola a tutti i bambini colpiti dalla guerra in Paesi dalle strutture statali distrutte e non funzionanti. Siamo stati fortunati. Siamo sopravvissuti e abbiamo potuto ricostruire la nostra vita grazie all’istruzione. Oggi possiamo far sentire la nostra voce e voi potete sentirci proprio perché abbiamo avuto la possibilità di tornare sui banchi di scuola.
Ogni anno 750.000 bambini sono costretti ad abbandonare la scuola o sono impediti dal frequentarla a causa di svariati disastri umanitari. Milioni di bambini non vedono un’aula scolastica da anni. Un terzo della popolazione mondiale ha meno di 15 anni. Tutti dovrebbero godere del diritto ad una istruzione obbligatoria e gratuita a dispetto delle guerre, dei disastri naturali, della povertà, delle malattie, delle epidemie e delle difficoltà conseguenti alla ricostruzione nell’immediato dopoguerra. Fidatevi di noi perché sappiamo di cosa stiamo parlando. Ci hanno strappato la penna di mano, ma per nostra fortuna ce la siamo ripresa. E abbiamo di nuovo una voce. Ci auguriamo che possiate sentirci anche a nome di tutti coloro che voce non hanno.

*Zlata Filipovic, nata a Sarajevo, Bosnia, ha scritto «Il diario di Zlata: vita di una bambina a Sarajevo durante la guerra» ed è tra i fondatori del Network of Young People Affected by War (NYPAW) insieme con Ishmael Beah (Sierra Leone), Kon Kelei (Sudan), Grace Akallo (Uganda), Emmanuel Jal (Sudan) e Shena A. Gacu (Uganda), co-autori dell’articolo.

mercoledì 18 marzo 2009

Repubblica 18.3.09
Benedetto XVI sbarca in Africa "Contro l´Aids, no ai preservativi"
"Preghiera e astinenza, ma le cure siano gratis"
di Marco Politi


YAOUNDE - Papa Ratzinger ne è convinto: la Chiesa non sbaglia a opporsi alla distribuzione di preservativi per combattere l´Aids. Anzi, insiste, incoraggiarne la diffusione rende più acuto il problema.
Nel continente simbolo del flagello della sindrome da immunodeficienza Benedetto XVI non deflette di un millimetro dalla posizione classica della Chiesa cattolica: astinenza sì, profilattico no. Per la prima volta in assoluto i giornalisti del seguito papale sentono pronunciare da un Pontefice la parola «preservativo». Finora erano sempre state usate frasi circonvolute per affrontare l´argomento ma Ratzinger parla senza perifrasi. Non si può superare il problema dell´Aids solo con i soldi, dice, e «non si può superare con la distribuzione di preservativi, al contrario aumentano il problema». Con i giornalisti il Papa rivendica con fermezza il ruolo cruciale delle organizzazioni cattoliche nell´assistere e curare i malati. Cita la comunità di Sant´Egidio, «che fa tanto visibilmente e invisibilmente», i religiosi Camilliani, le suore che sparse in tante nazioni «sono a disposizione dei malati».
Il Pontefice rilancia la sua tesi di un contrasto all´Aids che si basi essenzialmente su una diversa gestione della sessualità. Parla di rinnovamento spirituale, sottolinea l´esigenza di comportarsi diversamente con il proprio corpo e nelle relazioni con l´altro. E poi mette l´accento sulla solidarietà quotidiana, difficile ma sistematica, che bisogna avere con i sofferenti. Serve anche una disponibilità a fare sacrifici e a operare rinunce personali. E´ questa la carta che la Chiesa getta sul piatto. «E´ la giusta risposta» che produce veri progressi, replica deciso Benedetto XVI alle critiche, ringraziando tutti coloro che sono impegnati nella battaglia anti-Aids. E al suo arrivo a Yaounde, salutando le autorità, il Papa ha avuto parole di elogio per il governo del presidente cattolico Biya. «E´ encomiabile - ha esclamato - che i malati di Aids in questo paese siano curati gratuitamente».
Certo la questione non si chiude così facilmente. Jean-Luc Montagnier, lo scienziato che ha scoperto il virus, venne in Vaticano ai tempi di Wojtyla per perorare che la Chiesa almeno come soluzione di «misericordia» lasciasse educare all´uso del profilattico per porre un freno alla pandemia. E alcuni teologi moralisti, fra i quali il cardinale Tettamanzi, da tempo hanno inserito nei loro scritti la clausola della «legittima difesa»: cioè il diritto del coniuge cattolico di usare il profilattico o di esigerlo se il proprio partner è a rischio o infetto. Né Wojtyla né papa Ratzinger hanno però modificato la linea ufficiale del Vaticano. Dopo l´elezione di Benedetto XVI il ministro vaticano della Sanità, cardinale Barragan, annunciò la preparazione di un dossier sulla malattia da sottoporre al Pontefice. Non se n´è saputo più nulla.

Repubblica 18.3.09
Il tabù del pontefice
di Adriano Prosperi


Basta una parola e l´interesse si accende. Quella parola del papa: preservativo. È la prima volta. E tutto il resto passa in secondo piano.
Quella parola riassume la realtà di un intero continente in una immagine che salda rapporti sessuali e malattia. Ma è la consistenza tutta materiale dell´oggetto che colpisce: è come se all´improvviso si incrinasse l´aura di meditazione di quello studio papale dal quale siamo abituati a veder uscire libri e discorsi su temi delicati e materie spirituali. Ma nessuno sull´uso del preservativo.
Si vorrebbe evitare di cadere nella trappola che quella parola mette sul sentiero di una delle rare occasioni che si hanno in Italia di parlare delle realtà e dei problemi dell´Africa. L´Africa, infatti, ci è vicina non solo fisicamente. Il viaggio papale potrebbe richiamare l´attenzione sulla realtà e sui problemi di un continente sulle cui speranze di crescita economica e civile la crisi attuale fa gravare di nuovo lo spettro di barriere protezionistiche negli scambi commerciali e di restrizioni perfino nell´offerta di lavoro nero e più o meno apertamente schiavistico.
Ma la parola che si è affacciata sulla bocca del papa ci ricorda che quel continente ha per gli italiani il volto delle prostitute delle nostre periferie urbane, cioè quello della minaccia dell´Aids. E di associazione in associazione vengono in mente tante cose: i tentativi di qualche ministra di cancellare la vista di quelle donne a suon di circolari, accettando e nascondendo così la realtà della schiavitù femminile fatta di corpi a buon prezzo - perché intanto la prostituzione resta l´unica carta di ingresso valida per le donne, specialmente per quelle africane.
Ma la frase del papa non è certo casuale. Essa anticipa il senso di questo viaggio e gela in partenza ogni speranza di mutamento nelle posizioni ufficiali della Chiesa. Si ribadisce così una condanna ecclesiastica dei contraccettivi che dura da decenni, che ha sollevato dubbi e critiche anche all´interno del mondo cattolico e che continua a indirizzare l´azione dei missionari cattolici opponendoli all´opera di quelle organizzazioni sanitarie internazionali che insistono sulla necessità di combattere l´Aids anche con i preservativi: anche, non solo.
Perché sicuramente il papa ha ragione quando dice che l´epidemia «non si può superare con la distribuzione dei preservativi» e quando chiede cure gratis per i malati di Aids. Ma quell´aggiunta – «anzi, i preservativi aumentano i problemi» – sembra piuttosto discutibile. Non è forse vero che quella barriera meccanica tutela le donne e può impedire la trasmissione del virus dell´Hiv? E dunque perché ostinarsi a proibirne l´uso? Perché non avviare un´educazione sanitaria alla sessualità che, nelle mani delle potenti reti missionarie della Chiesa, inciderebbe rapidamente e profondamente nella realtà di quel mondo?
Abbiamo conosciuto nelle nostre università generazioni di medici cattolici che hanno dato un contributo generoso di lavoro volontario negli ospedali delle missioni, specialmente in Africa. A persone come loro è diretto l´invito papale alla condivisione fraterna, a "soffrire con i sofferenti". Ma che cosa accadrà a chi usa il preservativo?
La durezza atroce, disumana della condanna ecclesiastica che ha colpito con la scomunica la bambina brasiliana e i medici che ne hanno salvato la vita facendola abortire non è stata un bell´esempio di condivisione delle sofferenze. Perfino in Vaticano qualcuno ha avuto l´impressione che si sia esagerato: ma forse solo perché la reazione delle coscienze offese è stata immediata e unanime. Di fatto non risulta che quella scomunica sia stata cancellata. Il corpo della donna resta ancora per questa Chiesa un contenitore passivo di seme maschile, un condotto di nascite obbligatorie, segnato dal marchio biblico della maternità come sofferenza. L´anima di una bambina brasiliana o di una donna camerunense è meno importante di quella di un vescovo antisemita e negazionista.

Repubblica 18.3.09
L´immunologo Aiuti: "Si rischiano nuove epidemie"
Suore, scienziati e volontari "Così si fa solo disinformazione"
di Cristina Nadotti


Una cosa è parlare sorvolando l´Africa a bordo di un aereo, un´altra è vivere tutti i giorni a contatto con chi di Aids muore e con chi, sebbene sieropositivo, cerca di vivere una vita normale. Ancora una volta le idee di un papa sull´uso del preservativo scatenano reazioni che sottolineano la distanza tra le elaborazioni teoriche e la prassi quotidiana. Suor Laura Girotto, salesiana fondatrice e anima di una missione ad Adua, commenta dall´Etiopia: «È vero quanto afferma Benedetto XVI, l´Aids non si ferma solo con i preservativi, è necessaria soprattutto una corretta informazione scientifica, un´educazione puntuale perché qui l´ignoranza è abissale. Non si può accettare di sentire gli uomini ai quali viene consigliato di usare il preservativo dire che se lo usassero sarebbe come mangiare una caramella senza scartarla. È giusto dire che i preservativi non bastano a risolvere il problema, ma bisogna anche dare informazioni corrette». E in Africa le scelte sono spesso dettate da quello che anche la religiosa chiama «buon senso» piuttosto che dalla dottrina: «Non si può dire a una coppia di ventenni, di cui uno sieropositivo, che non dovranno più manifestare il loro amore anche attraverso la tenerezza. L´amore fisico non ce lo siamo inventato, ce l´ha dato il buon Dio. E allora in quel caso il profilattico è una sicurezza, consigliarne il suo uso non è più un fatto morale, ma una questione di buon senso».
Le parole della religiosa sono riprese anche da ong laiche. Marco De Ponte, segretario generale di ActionAid, sottolinea: «Benedetto XVI si oppone all´uso del preservativo, ma non possiamo dimenticare che esso rimane un´arma decisiva per la prevenzione, perché riduce drasticamente le possibilità di contrarre il virus durante i rapporti sessuali». Non ha dubbi sul valore scientifico dell´uso del preservativo l´immunologo Ferdinando Aiuti: «Ovunque il profilattico è stato utilizzato nelle campagne di prevenzione della malattia, adottate da alcuni governi africani, l´infezione è stata contenuta. La Chiesa può non condividere l´uso del preservativo - ha detto il medico - ma non può dire che non è un´arma o lasciare passare il messaggio che può creare più problemi: è una disinformazione che può portare alla ripresa delle epidemie»

Repubblica 18.3.09
An trasloca nel Pdl , senza rimpianti e senza resistenze al rimorchio del Cavaliere
Da impresentabili a "berluscones" la metamorfosi dei post-missini
Al posto dell'antica identità avanza la politica spettacolo
di Filippo Ceccarelli


Alemanno cede ai mascheramenti e La Russa naviga tra Fiorello e il Bagaglino
Perfino donna Assunta ha una vita mondana intensa, ma accusa: partito al traino

Dopo tutto perfino donna Assunta Almirante, che in nome della tradizione non ne fa passare una, ha un´intensa vita mondana, diffonde ottimismo, cura il look, partecipa alle feste del Riformista con Chicco Testa e soprattutto: «E´ meglio Berlusconi - dice - perché almeno prende l´iniziativa, si muove e va tra la gente. Comunque la si pensi, da impresario ha fatto un partito, si è preso delle responsabilità e ha cambiato il sistema politico. An invece va al rimorchio».
E tanto ci va, al traino del Cavaliere, e con tale spedito automatismo affronta il suo destino, e così poca resistenza sembra opporre al Pdl, da chiedersi se An non sia già ampiamente e profondamente berlusconizzata. E proprio là dove è più inaccessibile deve essere scattato il dispositivo dell´assimilazione, là dove non si raccolgono deleghe né si votano mozioni congressuali: nelle premesse simboliche e cognitive che determinano le parole e i comportamenti, nelle forme in cui si scioglie l´antica identità e si manifesta l´immaginario del tempo nuovo. Che oltretutto coincide con il potere, e nel potere colma un vuoto.
Il preambolo è impegnativo. Ma quando, per scendere in terra, anzi a terra-terra, quando il presidente Berlusconi prende da parte l´onorevole Bocchino, già pupillo di Pinuccio «birichino» Tatarella, e vivamente si raccomanda affinché conduca dal suo sarto napoletano Mazzuoccolo quello sciamannato del suo capogruppo Cicchitto, ecco che il processo appare evidente. Ecco che dopo aver perseguitato tre generazioni di post-missini, l´incubo primigenio dell´impresentabilità compiutamente si rovescia in un certificato di eleganza.
La coincidenza è che pure a sinistra, nell´ex Pci, comparve la figura del sarto napoletano, che su mandato di Velardi rivestì D´Alema. Forse le culture politiche del novecento meriterebbero qualcosa di più alto e grave, ma al giorno d´oggi la politica vive (anche) di questi segni.
Alemanno, per dire, il destro-sociale che rispetto al processo di assorbimento pare assai più restio di quanti significativamente dentro An sono chiamati «i berluscones», non solo ha definito il Foro Italico «una griffe vincente», ma mostra una sintomatica tendenza al mascheramento visivo, o se si preferisce alla trasformazione, per cui in meno di un anno si è travestito da operatore ecologico in tuta bianca, pellegrino di Compostela con cappello e bastone, e poi festoso filippino con corona di fiori al collo, maglietta gialla da Lega Ambiente, sciarpetta buddista dono del Dalai Lama.
Non vuol dire niente? D´accordo. E´ il portato di una identità incerta? Forse. Un omaggio alla società degli spettacoli politici? Probabile. E´ un fatto di suoni, colori, visioni, protagonismo compulsivo, sottogoverno da capogiro, esuberanza di modi e linguaggi. Alla conferenza di Verona, 1998, il Cavaliere si presentò con tonnellate di libri neri del comunismo «a gratis». Al congresso di Napoli, nel 2001, al termine del suo intervento una profetica regia mise sù l´inno di Forza Italia, e subito Fini lo fece spegnere. Ma è esattamente per queste vie, è attraverso questo varco che è passato lo sfondamento estetico berlusconiano. Che poi, a veder bene, è anche un modo un po´ grossolano di intendere qualcosa di più serio che investe tutti: lo spirito dei tempi.
Comunque una metamorfosi, quella della classe dirigente post-missina, che da un pezzo trascende i codici della politica per investire l´aspetto, il linguaggio, gli stili di vita e le relazioni delle persone. Per cui, sì, il rimpicciolimento della fiamma, in vista di Fiuggi, venne anticipato su certi gadget di portachiavi sull´onda del merchandising. E già da parecchio La Russa si è tolto il nome «Benito» dalla Navicella; ma poi si è fatto dare la torta in faccia al Bagaglino, si è pure lui mascherato da top-gun con Maroni, voleva portare a Lula anche i calciatori dell´Inter e mentre Bush chiedeva un maggiore impegno in Afghanistan è andato da Fiorello per l´«Ignazio jouer». Magari nessuno ricorda quel suo discorso politico, ma in via teorica è difficile che possa stridere con quello che pensa il Cavaliere.
Il sangue della storia si asciuga in fretta, la fede si smarrisce, i vuoti si riempiono (e mica solo a destra). Contano ormai altre cose. La vita, per dire, si fa più dolce - a volte anche troppo, come lasciano capire certe intercettazioni. Ma intanto Gasparri si fa un giro di danza televisiva con la Yespica. La Meloni, che da ragazza faceva la barista, ascende al villino dell´Angiolillo sotto l´obiettivo di Pizzi-Cafonal. E quelli di Azione giovani aprono la festa con una partita di Texas Hold´em, testimonial Pupo e la Ricciarelli.
Su quel mondo incerto di ex esuli in patria, su quelle inesorabili, ma inconfessabili esitazioni Berlusconi ha affondato la sua strategia come un coltello dentro il burro. Le torte, le vallette, la tribuna Vip, i party a Villa Miani, la poltroncina a Porta a porta, il pasticcino a TeleCamere, il premio Almirante su Rai2, la prima della fiction identitaria, la sbornia futurista, i ministeri, gli assessorati, gli autisti. Era fatale. «E´ lui che si prende le responsabilità - dice donna Assunta - è giusto che sia lui a comandare».

Repubblica 18.3.09
La nuova destra in un'inchiesta su Repubblica.Tv


ROMA Chi sono oggi i nuovi fascisti? Un´inchiesta televisiva di 50 minuti per Repubblica-tv firmata da Carlo Bonini, Valeria Teodonio, Fabio Tonacci, Corrado Zunino, ("Fuori dalle fogne", da oggi disponibile sul sito Repubblica.it) prova a rispondere alla domanda, documentando come non esista una sola risposta. Il punto di osservazione è Roma. Perché è Roma che della nuova destra estrema è tornata ad essere un laboratorio. L´inchiesta di Repubblica-tv è «un racconto da dentro» che apre alle immagini luoghi normalmente non accessibili.

il Riformista 18.3.09
Cari nemici. Mentre si scioglie An, amarcord di un'altra Italia decisamente peggiore
Quante ne ho prese dai "fasci"
di Peppino Caldarola


Uno fa il presidente della Camera dei deputati, un altro il sindaco di Roma, un altro ancora il ministro. I nostri carissimi nemici di una volta hanno fatto carriera. Eppure quante botte abbiamo prese quando erano fascisti e quante gliene abbiamo date! Siamo stati due piccoli eserciti che si sono fronteggiati nelle scuole e nelle strade d'Italia per quasi mezzo secolo. Gianfranco Fini ha ricordato di essere diventato un giovane missino quando gli impedirono di vedere, nella sua città, il film di John Wayne "Berretti Verdi" che inneggiava ai marines invasori del Vietnam. Molti di noi possono citare altri episodi simili ed opposti.
Nei primi anni Sessanta c'erano le scuole e i quartieri in cui spadroneggiavano i "neri" e le scuole e i quartieri in cui comandavano i "rossi".
Nel mio liceo scientifico a Bari i comunisti eravamo in due, tutti gli altri stavano a destra o tifavano per la destra. Era il 1962, l'anno dopo il terribile massacro dei quattordici aviatori italiani caschi blu dell'Onu a Kindu nell'ex Congo belga. I fascisti avevano organizzato uno sciopero per celebrarli, alcuni giorni dopo averci fatto scioperare anche per Trento e Trieste. Stesero una bandiera italiana davanti all'ingresso della scuola per non farci passare. Avevo quindici anni e passai calpestando la bandiera. Ne presi tante che ancora me le ricordo.
Qualche anno fa ricordavo quei tempi con il mio amico Gennaro Malgeri che era stato direttore del Secolo d'Italia più o meno nello stesso periodo in cui io ho diretto l'Unità. E Gennaro mi raccontava i suoi anni giovanili quando nel suo liceo girava, lui lettore onnivoro, con libri di pensatori di destra e veniva emarginato e spesso punito dai ragazzi di sinistra.
È stata la "guerra civile dei piccoli". Spesso alle spalle dei fasci e dei rossi c'erano ragazzi più grandi. Nel nostro album di famiglia abbiamo ben stampati in mente i nomi dei fascisti che ci perseguitavano, che davano vita alle spedizioni punitive contro di noi e che subivano i nostri agguati. Bari era una città di destra. Alla domenica mattina, sempre nei primi anni Sessanta, ci si vedeva tutti al cineforum. Ci avvelenavamo la domenica con i film sovietici. Ricordo che mi feci due maroni così con "Tre canti a Lenin" di Dziga Vertov, pochi giorni prima di vedere la "Corazzata Potemkin" e due decenni prima del grido liberatorio di Paolo Villaggio. Ogni domenica un film e un dibattito. E fuori dalla sala ci aspettavano, ogni domenica, i fascisti. Noi eravamo molti meno di loro e scappavamo.
Le squadre fasciste erano composte di giovani della città-bene e di coatti terrificanti. La polizia li trattava con una certa indulgenza, mentre noi, spauriti cinefili, eravamo i "sovversivi". Questa storia durò anni. Ci liberò il '68. Nel giro di pochi mesi i fascisti sparirono e spesso ce li trovavamo nel Movimento al nostro fianco. Poi la bolla del '68 finì e nuovi eserciti presero la strada. I più esagitati dell'una e dell'altra parte finirono nella lotta armata. La grande maggioranza sfidò quotidianamente la legalità dandosele di santa ragione.
La "guerra dei piccoli" fu una stagione cruenta. I nostri e i loro capi erano strateghi militari che organizzavano l'autodifesa nei cortei e l'agguato serale sotto casa. Qui noi, là loro. I territori erano inviolabili. Chi attraversava la sottile linea di confine veniva bastonato. Molti ragazzi di destra e di sinistra morirono. Altri continuarono a inseguirsi nelle aule scolastiche o fuori dagli atenei. A Bari i fascisti erano fortissimi. L'intero centro cittadino era off limits. Un giorno decidemmo di liberarlo capitanati da un operaio comunista, Tommaso Sicolo, che faceva il segretario del Pci. Diffondemmo l'"Unità" nella centralissima via Sparano a due passi dal teatro Petruzzelli che sarebbe bruciato qualche decennio dopo. Noi vendevamo l'"Unità" ai pochi passanti che si facevano avvicinare e loro dai balconi della sede giovanile ci lanciarono addosso tutto quel che avevano sotto mano.
I ragazzi più giovani cominciavano ad aver paura. Bisognava fare qualcosa. La tenaglia fascista stava stringendo anche le nuove periferie. C'era una sezione del Pci intitolata a "Ruggiero Grieco", dirigente contadino per qualche mese segretario del Pci nell'emigrazione, che ogni sera veniva fatta oggetto di lancio di pietre. Ero il segretario della federazione cittadina del Pci mentre Franco Giordano dirigeva la Fgci. Organizzammo una manifestazione di protesta. Fu grandiosa e combattiva, come si diceva allora quando si usavano le maniere forti. Passammo davanti alla sezione del Msi da dove partiva l'Intifada fascista e molti ragazzi "rossi" entrarono e la devastarono. Loro, i fasci, non reagirono subito. Dopo un paio d'ore eravamo tutti a casa, tranne due o tre che abitavano lontano dal luogo dello scontro. Erano arrivati vicino piazza Prefettura, nel pieno centro dove la città murattiana confina con la città vecchia. Un gruppo di ragazzi uscì dalla sede del Msi e si lanciò all'inseguimento. Il più debole dei nostri rimase indietro. Era poliomielitico. Fu accoltellato e morì poco dopo. Si chiamava Benedetto Petrone.
Toccò a me portare la notizia ai suoi genitori. La città sgomenta scese in sciopero tutta quanta. La "Gazzetta del Mezzogiorno" interruppe, d'accordo con il sindacato, lo sciopero sindacale e pubblicò poche pagine commosse. I funerali furono grandiosi. Parlò Massimo D'Alema proprio davanti alla città vecchia. Sui tetti c'erano nostri compagni a controllare il territorio. Eravamo pronti a tutto. Fu quel delitto a spegnere l'incendio. I fascisti poco alla volta si ritirarono. La politica prese il sopravvento. Qualche anno dopo, quando Giorgio Almirante andò a Botteghe Oscure a rendere omaggio alla salma di Enrico Berlinguer, accolto da Giancarlo Pajetta, capimmo che era tutto finito e che iniziava un'altra storia.

Repubblica 18.3.09
Presentata al Senato l´associazione "Per Eluana". Il Pdl protesta: atto di presunzione
Englaro si appella a Napolitano "Neghi la firma al bio-testamento"
Anche D´Alema critica il consiglio al Colle: "Il capo dello Stato sa bene da solo che fare"
di Piero Colaprico


ROMA - L´associazione "Per Eluana" è apolitica, lui non entra in alcun partito, non fa nemmeno da testimonial ai vari leader che lo cercano. Evita di finire nel rogo delle polemiche la "strega" Beppino Englaro, però non arretra d´un passo: «L´esperienza di mia figlia può servire per aprire gli occhi di fronte alla realtà».
Ieri, seduto nella sala Nassyria del Senato, accompagnato dai medici Giandomenico Borasio e Carlo Alberto Defanti, il papà di Eluana, la donna in stato vegetativo per oltre diciassette anni e morta il 9 febbraio scorso, è intervenuto a gamba tesa sulla legge sul testamento biologico. Ha detto di sperare che «il presidente Napolitano non la firmi, o che la Consulta la ritenga incostituzionale e la bocci».
«Noi – precisa Borasio, docente in un´università tedesca – vogliamo far presente che in Europa nutrizione e idratazione sono considerate ovunque terapie», e quindi possono essere rifiutate, e non imposte senza fine, come vorrebbe la legge in discussione. «Lo Stato – continua il docente - non può sostituirsi al malato nelle scelte del fine vita. Non esiste un paese civile in cui i sondini hanno più diritti dei malati». Sono frasi pronunciate, ci tiene lui stesso a precisarlo, «da un cattolico praticante e membro dell´Accademia cattolica di Baviera». Papà Beppino, serio, a tratti emozionato, ascolta i medici come se non avesse sentito gli stessi discorsi varie volte. Nonostante alcuni politici e i giornalisti provino a spingerlo un po´ più in là, resta fedele alla missione dell´associazione: «La confusione e la disinformazione hanno raggiunto il loro apice in questi mesi. Il nostro scopo è contribuire alla chiarezza scientifica su queste problematiche ancora irrisolte. Non impedire che la natura faccia il suo corso non ha nulla a che fare con l´eutanasia. Significa accettare la "finitudine" della vita». É il professor Defanti a mettere i puntini sulle i, ricordando che «noi a proposito di Eluana e della sua salute abbiamo detto sempre le cose come stanno, come sono scritte nella cartella clinica. Se poi altri hanno detto bugie agghiaccianti, sulla paziente che reagisce e sorride o può deglutire, noi non c´entriamo. Non possiamo ribattere a ogni follia».
Nella sala di Palazzo Madama c´erano, tra gli altri, Anna Finocchiaro, Ignazio Marino e Carlo Pegorer e Franca Chiaromonte (Pd), Ferruccio Saro e Antonio Paravia (Pdl), Pancho Pardi (Idv), il radicale Marco Perduca e il direttore di Micromega Paolo Flores D´Arcais. Nel merito delle questioni sollevate da Beppino non è entrato nessuno. Anzi, dal centrodestra, Gaetano Quagliarello bolla la conferenza stampa come «un atto di presunzione nei confronti della sovranità popolare». Maurizio Gasparri rilancia: «Non ci faremo intimidire da palesi speculazioni politiche». E una tirata d´orecchi per lo stile arriva anche da Massimo D´Alema: «Nessuno può parlare di quello che deve fare o non deve fare il capo dello Stato, che sa benissimo cosa fare». Papà Beppino, però, non si rammarica: «Non sono un diplomatico, quello che devo dire, come cittadino, lo dico e lo dirò sempre».

Corriere della Sera 18.3.09
Scontro sul «fine vita» Il Pdl attacca Englaro: «Aveva promesso il silenzio, non ci faremo intimidire da speculazioni». Roccella: no alla moratoria
«Biotestamento, la legge è incostituzionale»
Il padre di Eluana: «Napolitano potrebbe non firmarla». D'Alema: il Parlamento si fermi
Buttiglione: «Il ddl è migliorabile. Bossi chiese alla moglie di farlo morire, ma ora la ringrazia»
di Alessandro Trocino


ROMA — La giornata comincia con Beppino Englaro che al Senato spiega che «piuttosto che fare una legge così sul testamento biologico, sarebbe meglio non fare alcuna legge». E che comunque «non è detto che il capo dello Stato decida di non firmarla». E finisce con Massimo D'Alema che si dice pronto a votare la pregiudiziale di costituzionalità, ma chiede anche al Parlamento di fermarsi: «È irragionevole andare avanti così. Nessuno avverte la terribile urgenza di provvedere sulla materia. Finita la prova ideologica muscolare, ci si prenda una pausa di riflessione. Il Parlamento non vada avanti come un carroarmato. Apriamo un dibattito, andiamo nelle università, ascoltiamo la società civile».
Proposta subito respinta da sottosegretario Eugenia Roccella: «Non è necessaria alcuna moratoria». Alle parole di Englaro rispondono duramente Maurizio Gasparri («Non ci faremo intimidire dalle speculazioni ») e Gaetano Quagliariello («Englaro aveva promesso il silenzio »). Nel Pd si leva invece la voce di Franca Chiaromonte, che ribadisce l'incostituzionalità della legge e chiede un relatore di minoranza per l'Aula.
Ma al convegno organizzato dalla Fondazione presieduta da Massimo D'Alema, Italianieuropei, va in scena anche un tentativo di riflessione comune. Ad aprire un varco ci prova Rocco Buttiglione che, tra una citazione di Kelsen e una di Habermas, dichiara «migliorabile» il ddl e fa sua la convenzione di Oviedo. Quella secondo la quale il medico deve «tener conto» delle precedenti dichiarazioni di volontà del paziente. Il vicepresidente della Camera rivendica il principio del «noli me tangere». Per quanto riguarda i Dat, cita Aldo Moro: «Avrebbe davvero scritto quelle lettere da libero?». E il caso Bossi: «Chiese alla moglie di farlo morire, ma ora la ringrazia».
Anche D'Alema cita Moro, ma in tutt'altra direzione. Rievocando il discorso alla Dc, durante il dibattito sul divorzio, quando spiegò che «lo spirito del tempo consigliava di vivere i valori cattolici più come testimonianza che come imposizione di legge». D'Alema si rivolge ai suoi, spiegando che «non ci si può nascondere dietro alla libertà di coscienza, pure giusta: serve una linea politica». Ora per lui una legge «è meglio non farla: il contesto giuridico è sufficiente e si rischia un'altra legge 40, inapplicabile». D'Alema considera «apprezzabili » le aperture di Buttiglione, non molto lontane dalla terza via rutelliana, ma spiega che «di fronte al mistero della morte, lo Stato dovrebbe stare alla larga». Poi un accenno alla sua storia personale: «La vera scelta morale è di chi chiede al medico di sospendere o no le cure. È quando un genitore dice — e a me è capitato — lasciatemi morire in pace».

Corriere della Sera 18.3.09
Vigilia del voto dominata dai veleni del caso Englaro
di Massimo Franco


Il dubbio di costituzionalità è, più che accennato, quasi gridato. Piomba sulla legge che deve regolare il cosiddetto «testamento biologico» alla vigilia del suo approdo nell'aula del Senato. E schiera il Pd su una linea di resistenza al provvedimento, puntellata ed esasperata da Giuseppe Englaro, il padre di Eluana, la ragazza morta dopo diciassette anni in stato vegetativo. Ieri si è corso il rischio che nello scontro fosse coinvolto maldestramente perfino il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il modo incauto col quale Englaro ha detto che il capo dello Stato potrebbe non firmare la legge, ha costretto il centrosinistra a prendere le distanze, seppure con un pizzico di ambiguità; ed è stato accolto dal silenzio gelido del Quirinale.
L'atteggiamento dell'opposizione, infatti, è quello di chi si prepara a subire l'approvazione della legge voluta dal governo; ma poi sembra dare per scontato che verrà sconfessata dalla Corte costituzionale. «Noi ci atteniamo alla Carta fondamentale », sostiene il capogruppo Anna Finocchiaro presentando l'emendamento del Pd. E Massimo D'Alema premette che nessuno può dire a Napolitano quello che deve fare, perché «lo sa benissimo». Concede che «è prematuro » definire incostituzionale il disegno di legge presentato da Calabrò. Ma aggiunge che voterà le pregiudiziali di illegittimità.
A meno che dopo l'eventuale «sì» del Senato si blocchi tutto. «Il Parlamento si fermi» chiede D'Alema. «Diamo la parola ai cittadini. Meglio nessuna legge che questa legge ». È una posizione con la quale il Pd cerca di evitare insieme la sconfitta parlamentare ed una spaccatura interna. Non a caso l'ex premier torna a dire che «la libertà di coscienza non può essere la linea politica» del partito. Si preannuncia dunque un braccio di ferro nelle stesse aule parlamentari, destinato forse a riservare altre sorprese.
Rocco Buttiglione, dell'Udc, invita D'Alema a «non sequestrare la Costituzione»; e a non forzarne la lettera. La tensione, tuttavia, è legata al fatto che nella stessa maggioranza affiorano resistenze sull'opportunità di procedere in un clima così infuocato. Il governo teme che il Pd voglia radicalizzare le polemiche per agitare lo spettro di un referendum e spaventare i dubbiosi. L'obiettivo sarebbe quello di ottenere il rinvio. Per ora, però, il risultato è di rafforzare la determinazione del Pdl. Per il sottosegretario Eugenia Roccella, non ci può essere «nessuna moratoria» dopo anni di tentativi di fare una legge. La decisione della Corte di Cassazione sul caso Eluana, con la quale sono state sospese idratazione e alimentazione, viene additata come una spinta decisiva a legiferare.
A D'Alema che accusa la maggioranza di perseguire una «prova muscolare», il senatore Gaetano Quagliariello risponde in modo caustico. Per l'esponente del Pd, ironizza, «quando si è in maggioranza si va avanti senza problemi. Se invece si rischia di perdere ci si ferma per non essere sconfitti». L'irritazione è accentuata dalle parole di Giuseppe Englaro, accolte come uno sfogo irrispettoso nei confronti delle istituzioni. Viene respinto il tentativo di strattonare il capo dello Stato in modo improprio, e di anticipare una pronuncia negativa da parte della Corte costituzionale. Sembra di capire che gli spazi per mediare si sono esauriti: almeno per il centrodestra; e che ogni ulteriore tentativo di dialogo da parte del centrosinistra sia considerato strumentale. Lo scontro parlamentare è nelle cose. E probabilmente non offrirà un bello spettacolo.

l'Unità Firenze 18.3.09
Englaro resta «cittadino onorario»
Scoppia il caso Mussolini
di Tommaso Galgani


In consiglio comunale stavolta la maggioranza vota compatta e attacca le «strumentalizzazioni» della destra. Caffaz: «Ora cancelliamo la macchia dell’onorificenza al capo fascista». Gelo tra assemblea e Curia.

No alla revoca della cittadinanza onoraria a Beppino Englaro. In vista, la proposta di togliere piuttosto quella conferita, durante il fascismo, a Benito Mussolini (nel dibattito in aula si sono levati anche saluti romani). È il verdetto della seduta di ieri del consiglio comunale di Firenze.
ENGLARO RESTA «ONORARIO»
L’assemblea respinge la delibera proposta dal centrodestra per revocare la cittadinanza onoraria concessa a Giuseppe Englaro. La delibera è stata respinta con 10 voti favorevoli (Pdl) e 31 contrari (tutto il centrosinistra, che applaude alla fine del voto). Lo scorso 9 marzo la concessione della cittadinanza onoraria al padre di Eluana era stata approvata con 22 sì, 16 no e 3 astenuti. In quell’occasione cinque consiglieri comunali del Pd avevano votato con il centrodestra e tre si erano astenuti. A questo punto, è probabile che la cerimonia di onorificenza a Beppino Englaro sia celebrata dall’assemblea il 30 marzo (e che lui arrivi in città il giorno prima), come da programma del presidente del consiglio comunale Eros Cruccolini.
ESULTA LA SINISTRA. CURIA, È GELO
«Il voto conferma la sovranità del consiglio», commenta la Sinistra. «Salva la laicità delle istituzioni», dice il capogruppo dei Verdi Giovanni Varrasi, in riferimento agli attacchi arrivati dalla Diocesi fiorentina al consiglio comunale dopo che l’assemblea aveva conferito l’onorificenza al padre di Eluana. Sulla questione, Cruccolini ha scritto una lettera all’arcivescovo Giuseppe Betori per ricordargli l’autonomia del consiglio. Ieri gli ha anche telefonato (il monsignore sta preparando la replica). Intanto a Palazzo Vecchio i consiglieri Anna Nocentini (Prc) e Marco Ricca (Ps) presentano la nascita della consulta sulla laicità, che dovrà diffondere il principio di laicità su problemi etici, bioetici, politici.
IL PD FA IL PUNTO. IL PDL FURIOSO
Dopo il voto di ieri, il capogruppo del Pd Rosa Maria Di Giorgi fa l’analisi di tutta la vicenda: «La delibera del Pdl è stato un passaggio poco rispettoso per il ruolo delle istituzioni. Nel Pd si sono evidenziate più posizioni: da chi apprezzava il percorso umano e pubblico di Englaro, ritenendo giusta la decisione, a chi dissentiva sul tipo di riconoscimento, ritenendo altre forme più appropriate, per finire a chi non condivideva il percorso da lui seguito». Non manca una stoccata ad Alessandro Falciani, consigliere comunale del Ps nonché padre della cittadinanza onoraria a Beppino Englaro (incassa il sì dell’assemblea anche alla sua proposta di far votare i sedicenni per i Quartieri): «In consiglio c’era accordo sulla necessità di portare avanti un approfondimento. L’unica forzatura è stata di Falciani, che ha voluto accelerare la delibera», dice Di Giorgi. Dal Pdl continuano a gridare alla «strumentalizzazione» e pensano che «saranno i fiorentini nella prossima legislatura a togliere l’onorificenza a Beppino Englaro».
IL CASO MUSSOLINI
Dopo la denuncia de l’Unità, in aula Falciani ricorda al centrodestra: «Voi volete togliere la cittadinanza onoraria a Beppino, ma non quella al padre del fascismo Benito Mussolini». Tra il pubblico partono saluti romani da parte di appartenenti a dei movimenti di estrema destra: Cruccolini manda subito i vigili a monitorare la situazione. Nicola Rotondaro del Pdci parla di «atto indegno» circa l’onorificenza al Duce. Ugo Caffaz del Pd annuncia: «In settimana proporrò una delibera per chiedere l’annullamento della cittadinanza onoraria a Mussolini, che ha privato l’Italia della libertà e si è alleato con Hitler: per Firenze si tratta di una macchia da cancellare». Con Caffaz si schiera la Sinistra (l’Anpi scriverà al sindaco Leonardo Domenici affinché intervenga sulla linea di Caffaz, come hanno fatto già altre decine di Comuni italiani), mentre dai banchi del Pdl si sollevano urla dopo l’intervento del consigliere del Pd. «Il centrosinistra continua a strumentalizzare. Su Mussolini bisogna storicizzare: allora potremmo proporre come provocazione di intitolare una strada a Stalin o di togliere le vie con riferimenti al comunismo», ribatte Paolo Amato, consigliere del Pdl.

Corriere della Sera 18.3.09
Chicago Indagine su 200 casi. La storia di Kurt
L'Fbi trova la rete dei tremila «aiutanti suicidi»
di Alessandra Farkas


NEW YORK — Aveva già scelto il metodo e il luogo della sua morte, che avrebbe dovuto consumarsi lo scorso 26 febbraio nella casetta vicino a Chicago dove vive con la madre. Ad aiutarlo: un flacone di elio puro e due guide spirituali di Final Exit, un'associazione non profit di tremila persone che dal 2005 assiste gli aspiranti suicidi in decine di Stati. Finora aveva agito nell'ombra, ma ora questo caso l'ha messa sotto i riflettori dell'America: si teme che possa già aver aiutato duecento persone a farla finita.
Ma a rovinare i piani di Kurt Perry, un 26enne affetto da Charcot-Marie- Tooth (CMT), una sindrome neurologica ereditaria a carico del sistema nervoso periferico, è stata l'Fbi che a meno di 24 ore dall'ora X ha costretto Final Exit a chiudere i battenti. All'alba del 25 febbraio, in un paesino sperduto della Georgia, due guide avevano bussato alla porta di un presunto malato di tumore, che aveva chiesto il loro aiuto per porre fine al suo calvario.
In realtà l'uomo era un agente undercover del Georgia Bureau of Investigation,
che li monitorava dallo scorso giugno, quando avevano aiutato un altro malato. Oltre a incriminare i due volontari per violazione della legge statale sul suicidio assistito, le autorità hanno congelato i beni dell'organizzazione, in attesa del processo.
«Per noi è la fine: senza soldi non potremo pagare gli avvocati e perderemo », profetizza Jerry Dincin, il 78enne psicologo in pensione e presidente ad interim dopo l'arresto dell'ultimo presidente. Proprio Dincin, insieme alla 76enne Rosalie Guttman, avrebbe dovuto accompagnare Perry nel suo ultimo viaggio. Per il giovane, che da tre anni si stava preparando a morire con loro, è una tragedia.
«Final Exit è come una famiglia — spiega al Chicago Tribune —. Mi impegnerò per farli assolvere. Farò il possibile per aiutare il movimento del diritto a morire». La sua storia ha già spaccato in due l'America, dove solo l'aborto e le nozze gay scaldano gli animi quanto ciò che i detrattori chiamano «suicidio assistito».
«Non ci interessa aiutare gente che ha rotto col fidanzato o perso il lavoro», si difende Dincin, convertitosi alla filosofia della «morte con dignità » dopo un tumore alla prostata. «Offriamo solo conforto, mai partecipazione — insiste —. Siamo esseri umani che assistono altri esseri umani mentre passano dalla vita alla morte».
Ma se i depliant di Final Exit promettono aiuto solo a «gente che soffre a causa di una condizione intollerabile », persino la Charcot-Marie- Tooth Association fa notare che, pur portando alla perdita di tono muscolare e sensibilità al tatto (in particolare agli arti inferiori al di sotto del ginocchio), la sindrome di Perry non è mortale e non lede le funzioni cerebrali.
E adesso persino la Guttman, una delle sue due exit guides, si dice contenta che Perry non sia morto. «Due settimane fa, durante una vacanza a Washington e Baltimore, si è divertito come un bambino — spiega —. Penso che sia ancora una persona vitale, che può provare momenti di gioia e di vero piacere nella vita».

Corriere della Sera 18.3.09
Lussemburgo L'eutanasia ora è legale


BRUXELLES — Dopo Belgio e Olanda, anche il Lussemburgo, terzo paese in Ue, ha una legge sull'eutanasia. «Non è sanzionato penalmente e non può dar luogo ad un'azione civile per danni il fatto che un medico risponda ad una richiesta di eutanasia o di assistenza al suicidio», si legge all'articolo 2 della normativa pubblicata ieri sulla Gazzetta ufficiale del Granducato. Padre di cinque figli e marito della cattolicissima Maria-Teresa, il cinquantenne granduca Henri, che regna dal 2000, pur di non controfirmare la legge, ha accettato una sostanziale riduzione dei suoi poteri, sanciti dalla Carta costituzionale.

Corriere della Sera 18.3.09
«Ai credenti terapie più dure»


ROMA — I malati terminali che credono in Dio ricevono cure più aggressive fino all'ultimo: trattamenti per prolungare la vita come la rianimazione cardiopolmonare e la ventilazione meccanica. È il risultato di uno studio pubblicato dal Journal of the American Medical Association e condotto da Holly Prigerson, dell'ospedale di Boston. A 345 malati terminali di cancro è stato sottoposto un questionario sulla fede in Dio: si è scoperto che chi crede ha il triplo di possibilità di ricevere terapie intensive nell'ultima settimana di vita. Queste terapie, però, spesso implicano una minore qualità degli ultimi giorni di vita.

Repubblica 18.3.09
Dacci oggi il nostro giornale quotidiano
L'informazione è in crisi. Il Financial Times provoca scrivendone il necrologio. Ma il futuro non è solo cupo. Ecco perché essere ottimisti
di Enrico Franceschini


Londra Il necrologio è sormontato da due date: 1764-2009. «Dopo una lunga battaglia con pubblicità in declino, età anagrafica dei lettori troppo avanzata, concorrenza di Internet, sconsiderati livelli di indebitamento, costi inflessibili, ambizioni esagerate e crisi di nervi, l´industria dei giornali è passata a miglior vita», annuncia il testo. Humour nero, specie se stampato su un giornale: il Financial Times, che ieri ha aperto a questo modo un´inchiesta sulla crisi dell´informazione quotidiana. Dal New York Times alle gazzette di provincia, la carta stampata è in declino: alla sua crisi strutturale, provocata dall´avvento del web, si è aggiunta la mazzata della crisi ciclica, la peggiore recessione economica a memoria d´uomo. Negli Stati Uniti, grandi giornali vanno in bancarotta uno dopo l´altro; ovunque, tutti perdono copie e profitti, e cercano di sopravvivere riducendo le spese.
Al tempo della crisi, anche la stampa quotidiana è in forte difficoltà, e il Financial Times lancia la sua provocazione annunciandone la morte. Ma la realtà è più complessa: gli introiti sono in calo, ma i lettori sono in aumento Le ricette per uscire dai guai sono diverse, ma passano tutte per Internet

Il problema dell´"online" è che genera entrate pubblicitarie troppo basse.
Negli Stati Uniti tutte le testate storiche sono state costrette a fare tagli pesanti.
Eppure la stampa quotidiana non ha mai avuto tanti lettori come oggi: grazie alle edizioni online, che tuttavia nella maggior parte dei casi sono gratuite e generano entrate pubblicitarie ancora troppo basse. «Dacci oggi il nostro giornale quotidiano», continuano a dire i cittadini del mondo, però si sono abituati a leggerlo sullo schermo di un computer o di un telefonino, senza sborsare un soldo.
Ma è proprio vero che il quotidiano è morto, come suggerisce l´articolo del Financial Times (2,5 per cento di copie in meno, rispetto a un anno fa)? Il New York Times ha venduto la nuova sede, disegnata da Renzo Piano, per pagare i debiti; il Philadelphia Enquirer, 180 anni di vita, è fallito; il San Francisco Chronicle è sull´orlo della chiusura; il Los Angeles Times ha ridotto i giornalisti da 1.300 a 700. E nel vecchio continente la musica non è diversa. Il paradosso, osserva Timothy Egan, esperto di media dell´Herald Tribune (l´edizione internazionale del New York Times), è che la crisi dei giornali arriva mentre la loro audience globale sta crescendo più velocemente che mai. I siti dei quotidiani americani hanno attirato nell´ultimo trimestre del 2008 più di 66 milioni di visitatori, un record e un aumento del 12 per cento sull´anno precedente. Il 40 per cento di coloro che navigano su Internet si trovano sul sito di un giornale. In Europa, la tendenza è simile. «È in crisi il formato dei quotidiani, non la sostanza», avverte Egan. «Occorre solo aspettare che emerga un nuovo modello».
Purché non si debba attendere troppo. Due economisti di Yale, David Swensen e Michael Schmidt, osservano che la libertà di informazione è un bene troppo importante per lasciarlo alla mercé del mercato: perciò propongono che siano filantropi illuminati a salvare i giornali. Il Nieman Journalism Lab di Harvard ha calcolato quanto ci vorrebbe, soltanto per i quotidiani americani: 114 miliardi di dollari. Un po´ tanto, anche per i filantropi, e non tutti i giornalisti si fiderebbero di avere poi mano libera. In Francia, di questo si fa parzialmente carico lo Stato, che ha iniettato 600 milioni di euro in tre anni nella carta stampata, raddoppiando la pubblicità messa sui giornali. Ma non tutti gli Stati sarebbero disposti a farlo, e non è detto che basti. Una diversa proposta viene da Walter Isaacson, ex-direttore del settimanale Time, il quale dice che continuare a dare gratis informazioni agli utenti, su Internet, è una scelta suicida per i giornali.
Una soluzione è offrire abbonamenti digitali, come fanno in tanti, ma i guadagni così ottenuti sono stati finora modesti. Isaacson pensa a un altro sistema: un metodo di «micropagamenti», di semplice uso, per permettere di scaricare sull´esempio di iTunes non l´intero giornale ma anche un solo articolo. «Viviamo in un mondo in cui qualunque adolescente non ci pensa due volte a pagare per inviare un messaggino», ragiona l´ex-direttore di Time, «non dovrebbe essere tecnologicamente e psicologicamente impossibile convincere la gente a pagare 10 centesimi per ricevere informazioni».
Nella fase di transizione che stiamo vivendo tra vecchio e nuovo (qualunque sarà) modello di giornale, Isaacson prevede che alcuni quotidiani abbandoneranno del tutto la carta, passando in blocco al digitale, altri usciranno in edicola solo il sabato o la domenica, come ha fatto il Christian Science Monitor di Boston, altri ancora tenteranno semplicemente di contenere i costi. Ma su questo punto la discussione si infervora. «Non si produce buon giornalismo a basso prezzo», s´arrabbia Bill Keller, premio Pulitzer e direttore del New York Times, «non troverete tanti blogger che vanno per proprio conto ad aprire un ufficio di corrispondenza a Bagdad». Non tutti i media, ovviamente, hanno e continueranno ad avere i mezzi per mantenere uffici di corrispondenza in mezzo mondo, e più in generale per spendere i soldi necessari a dare un´informazione ricca e approfondita.
«Ma se diminuisci il valore del tuo prodotto, diminuisci le tue possibilità di avere successo, nel giornalismo online come in quello cartaceo», ammonisce John Morton, un altro analista di media. «Nel lungo termine, questo danneggia il brand di un giornale, che è la cosa più importante che un giornale ha. È un circolo vizioso: i giornali soffrono per calo delle copie e della pubblicità, rispondono offrendo ai lettori un giornale più povero per tagliare i costi e cercare di mantenere margini di profitto irrealistici, e in tal modo accelerano il processo di declino. È una strategia di graduale chiusura».
Qualcosa d´altra parte bisogna pur fare, quando calano copie e pubblicità, e nessuno nega che ci siano aree dove è possibile, anzi necessario, tagliare i costi. Una è la necessità di ridurre il debito accumulato, un debito che si porta via ogni anno un´ingente quota di ricavi.
Uno studio dell´agenzia Moody ha scoperto che il debito della Gannett, catena di decine di giornali americani, è quattro volte superiore ai guadagni, prima di interessi, tasse, deprezzamento e ammortizzazione. Quello della Tribune, un´altra catena, è dodici volte più alto. Le cure variano e alcune sono forse ancora da scoprire, ma si potrebbe concludere, parafrasando Mark Twain, che le notizie sulla morte dei quotidiani sono esageratamente premature.
«Per me i giornali», afferma Timothy Egan, il columnist dell´Herald Tribune, «restano il migliore diario quotidiano per informare e interpretare la realtà che ci circonda, uno strumento che sarà sempre più necessario in un mondo in cui l´economia della conoscenza diventa sempre più importante per decidere chi guadagna e chi ha il potere nel mondo». Perciò, a suo parere, rimane valida la massima di Thomas Jefferson: «Se spettasse a me decidere tra avere un governo senza giornali e giornali senza un governo, non esiterei un secondo a preferire la seconda opzione».

il Riformista 18.3.09
Seattle, il primo grande giornale Usa dice addio all'edicola per il web
di Luigi Spinola


Carta stampata. Il futuro è on-line. E il passaggio a un prodotto 100% digitale è un esperimento da seguire. L'ultimo giorno del "P-I" però - dopo 146 anni di vita - è carico di tristezza. La crisi morde. I giornali vacillano. C'è un mondo che se ne va.

«L'ultima copia del New York Times in edicola si venderà nel 2012». La profezia-shock di Arthur Sulzberger jr., editore della "Grey lady" della stampa Usa, è diventata lo slogan della nuova età del giornalismo on-line. A quelle confidenze Sulzberger al Forum di Davos del 2007 aggiunse una chiosa illuminante. «Sapete una cosa? Me ne infischio». Perchè a fronte della crisi della carta stampata la nuova era digitale già oggi garantisce al quotidiano newyorkese più lettori, pubblicità in crescita e costi minori.
Sarà, ma adesso che il primo grande giornale americano ha davvero fatto lo storico passo, gli umori sono più foschi. Almeno in redazione. Il Seattle Post - Intelligencer dopo 146 anni di vita è andato ieri in edicola per l'ultima volta. Da oggi esiste solo all'indirizzo www.seattlepi.com. E sebbene l'apertura del sito sia pomposamente dedicata alla «Nuova Era che inizia», foto e racconti dell'ultimo giorno testimoniano un addio doloroso.
Non si tratta di romanticismo rétro. La redazione passa da 150 a 20 persone. E l'editore ha deciso di chiudere dopo aver messo in vendita il giornale a gennaio, senza trovare compratori. I 14 milioni di dollari di perdite dell'ultimo anno di vita avranno dissuaso eventuali acquirenti. La morte del Seattle Post-Intelligencer cartaceo - 115.000 lettori circa, 80 centesimi (meno se si è abbonati) a copia - è solo l'ultimo atto del declino della carta stampata. Prima indebolita da una crisi strutturale, poi colpita al cuore dalla recessione e dal crollo delle entrate pubblicitarie. La notizia della morte del primo "vero" giornale in America, il Rocky Mountains News di Denver - è di meno di un mese fa. Sabato esce l'ultimo numero del Tucson Citizen, il più vecchio giornale dell'Arizona. Soffrono anche i giganti. La Tribune Company, proprietaria del Chicago Tribune e del Los Angeles Times, ha avviato a dicembre la procedura di bancarotta. Il mese scorso il San Francisco Chronicle ha annunciato una radicale ristrutturazione, pena la vendita o la chiusura. Il New York Times per far fronte ai debiti ha deciso di ipotecare - e ora prova a vendere - la nuova sede firmata da Renzo Piano.
Il destino del quotidiano di Seattle chiama in causa un gruppo-editoriale simbolo dell'epopea mediatica americana. Il giornale è di proprietà della Hearst Corporation, creatura del fu William Randolph Hearst - alias Citizen Kane per Orson Welles - l'incarnazione più riuscita del "Quarto potere" a inizio novecento. Oggi la Hearst Communications è uno dei gruppi media più articolati del mondo. Oltre 28 stazioni televisive, 49 settimanali, circa 200 riviste etc. E sedici quotidiani. Credenziali sufficienti per dare alla transizione a un prodotto 100% digitale le sembianze di un pioneristisco esperimento. Un percorso che sarà certo seguito con attenzione dagli altri editori, alla ricerca di una exit strategy dalla crisi.
Per Seattle però - e non solo per i giornalisti - sono giorni tristi. La città ha perso la sua impresa più antica. Rimane affacciato sul Pacifico il globo luminoso che troneggia in cima al quartier generale del Seattle Post-Intelligencer - simbolo anacronistico della città e del giornale (e di un certo giornalismo), a cui ieri anche il New York Times dedicava l'estremo omaggio.

Corriere della Sera 18.3.09
Luxor Trovata una camera funeraria decorata di 3.500 anni fa
La «Cappella Sistina» dell'Antico Egitto


MADRID — È la Cappella Sistina dell'antico Egitto. Così la stampa spagnola ha definito la nuova scoperta effettuata a Luxor (un tempo Tebe) dall'archeologo iberico Josè Manuel Galan. Il team di ricercatori ha messo in luce una camera funeraria con scritture geroglifiche risalenti a circa 3.500 fa anni e costruita in memoria di Djehuty, un nobile egiziano alto dignitario della regina Hatshepsut.
I lavori di scavo sono durati otto anni nella località di Dra Abu el-Naga. Galan ha scoperto vari reperti di grande valore, ma la vera sorpresa è arrivata quest'anno, quando l'équipe ha individuato un pozzo che conduceva a una sala mortuaria affrescata con geroglifici scritti in corsivo.
«Al di là dell'indubbio valore estetico, il fatto ancora più importante è che in quell'epoca, all'inizio del XVIII secolo avanti Cristo, non si decoravano le camere funerarie. Si conoscono solo altri quattro esempi di camere decorate» ha detto Galan a El Mundo.
«Il fatto che Djehuty abbia fatto decorare il proprio sepolcro lo colloca fra i personaggi più importanti e influenti del momento».
La camera mortuaria di Djehuty ha le pareti e il tetto decorati con disegni e geroglifici che riproducono diversi passaggi del Libro dei Morti. Sul soffitto la dea dei cieli Nut, accanto a una rondine o al dio del sole, Ra, che accompagna i morti nell'aldilà. È una vera «Cappella Sistina del 1500 avanti Cristo» ha spiegato Galan ad Abc.
Resta però un mistero. Gli archeologi hanno rinvenuto anche vari oggetti d'oro, ma non il sarcofago e neppure la mummia del defunto. Si escludono furti. Almeno non nel periodo in cui si sono svolti gli scavi.

Corriere della Sera 18.3.09
Narrativa Nel nuovo romanzo lo scrittore muove da episodi di cronaca per illustrare l'Italia di oggi
Il contagio collettivo del Male
Scurati: «Racconto la pedofilia per spiegare a cosa può portare la paura»
di Cinzia Fiori


La pedofilia è una piaga che suscita nella gente un'enorme paura.

Lo facciamo di continuo. Eppure civettare con la paura è pericoloso. Talmente pericoloso, che il delirio psicotico di una madre in crisi può condurre un'intera comunità a cercare sicurezza nel demonio, a ricadere nelle derive maniacali di scenari arcaici. È già successo. Ed è la storia che racconta Antonio Scurati nel suo nuovo romanzo, Il bambino che sognava la fine del mondo (Bompiani, pp.195, e 18). In un'atmosfera d'inquietudine ballardiana, l'autore scrive ex post, come se raccontasse una pestilenza passata. Usa toni millenaristi, anche se le visioni di San Giovanni, rievocate dalla collettività, c'entrano poco. È di un'apocalisse umana che si narra: il cataclisma della ragione.
All'inizio era soltanto un bacillo, ma il timore della pedofilia a scuola, insufflato da una madre, stava per dilagare veloce in un contagio delle menti. Il clima a Bergamo, la città teatro del romanzo, non era sereno. I giornali avevano già diffuso l'idea della pedofilia, provocando uno scandalo che s'era abbattuto sul seminario vescovile. A completare il quadro, l'arrivo di due maestre, esuli dalla materna Abba e dall'asilo Sorelli di Brescia, dove erano state per due volte assolte da accuse di pedofilia basate sulla presunzione di colpevolezza.
Antonio Scurati cita le scuole bresciane, s'ispira alla vicenda di don Gelmini, attinge all'inchiesta sulla materna di Rignano e a casi simili capitati in Francia, da smaliziato
bricoleur, assembla materiali differenti ma, tiene a precisare: «La pedofilia è una metafora che mi serviva per raccontare gli effetti della politica della paura.
Viviamo buona parte della nostra esistenza soggiogati da fantasmi spaventosi, da universi mediatici che si sviluppano come bolle intorno a fatti caricati emotivamente ma non verificabili. Pensiamo all'epidemia di Sars o allo spettro del terrorismo globale che ci prospettava stravolti i nostri giorni futuri. Siamo prede di una paura indefinita che ci toglie energie civili».
Scurati è particolarmente abile nel ricostruire le tappe della diffusione della paura e del preconcetto. Con accuratezza ricrea il progressivo spaesamento del senno, fino alla completa perdita del senso della realtà. Ci saranno aule trasformate in incubatrici di terrori arcaici, assemblee con genitori stremati da fantasie terrificanti ormai incapaci di sentire ragioni, vogliosi soltanto di falò redentori che distruggano i responsabili delle loro sofferenze; e arriveranno gli arresti, le confessioni a cascata dei bambini, si penserà al complotto, finché il clima diverrà tale che qualsiasi bruttura pronunciata, verrà presa per verità provata. Il fascino sinistro della tragedia avvolge il lettore. Scurati lo tiene allacciato alla trama narrando l'evolversi di una psicopatologia collettiva. Scrive un romanzo civile, rivelando come avviene la colonizzazione delle nostre menti. Riesce nell'impresa di raccontare quest'Italia sfiduciata e insicura, smarrita nelle pieghe della postmodernità.
«La pedofilia si presta a illustrare come noi adulti, vinti da fantasmi terrorizzanti, regrediamo allo stato mentale dell'infanzia. È dei bambini, infatti, l'incapacità di discernere la realtà dalla fantasia. Superata l'adolescenza, si tratta di una condizione insidiosa». Infantile è persino il lessico di rispettabili massaie e professionisti che per l'assemblea preparano il cartello: «Gli orchi sono tra noi», gli stessi che ne condurranno un'altra imitando le vocine dei propri figli per descrivere fantasie raccapriccianti. E un bambino che sogna la fine del mondo nel fuoco sarà il tassello fragile della mente del protagonista. Come nel suo secondo romanzo, Il sopravvissuto, anche qui il personaggio principale è un calco di Scurati. Come lui, al tempo dei fatti narrati, ha 38 anni, scrive commenti sui giornali e insegna a Bergamo Teorie e tecniche del linguaggio televisivo. Di volta in volta, il protagonista, riluttante, viene convinto dal giornale ad andare alla scoperta di quanto accade intorno a lui. Osserva la vita, se stesso, i suoi concittadini con acume, ma la sua preparazione da intellettuale critico non lo dispenserà dalla follia collettiva. Si ritroverà a dichiarare agli spettatori di Matrix: «Il Male esiste». Siamo tutti coinvolgibili, dunque. E già coinvolti. Il pubblico che guarda il cadavere della morale in tv e con sollievo torna alla sua vita stordita è complice dei bergamaschi che hanno scoperto la sostanzialità del Male. Il diavolo ormai è una certezza, un'idea terribile ma, in tanta angoscia, è perlomeno qualcosa di chiaro. La presenza di Satana è sinistramente consolatoria, specialmente se al Male si possono dare nomi e cognomi di prelati o insegnanti.
«Tra le origini della nostra fragilità e del nostro smarrimento — dice Scurati — c'è il fatto che siamo privi di un'idea condivisa del male. Abbiamo modelli, divi e politici, che basano il loro successo su comportamenti che dovrebbero apparire portatori di disvalori. Siamo confusi, perciò sentiamo il bisogno di vedere il male per identificarlo. È questa la radice della passione morbosa che alimenta programmi televisivi su casi come Cogne o Erba». Il castello crollerà e a Bergamo il Male tornerà a essere sfuggente, incerto, poco più di un'opinione. Persino gli indizi da fine del mondo si riveleranno mistificatori. La descrizione dei padri di famiglia drogati di Cialis per le amanti giovani, la narrazione del fallimento di un modello d'istruzione, le osservazioni sulla crisi dell'amore romantico non hanno scopi moralisti. Sono, piuttosto, la rivelazione di un autoinganno generalizzato: cerchiamo sicurezza in grandi valori che abbiamo smesso di praticare da tempo perché, in fondo, non ci crediamo più. «Viviamo da laici, da libertini, da immorali eppure continuiamo a raffigurarci come una società basata sui valori cattolici, per esempio. È una scappatoia deleteria. Pensiamo al caso Englaro. Dovremmo sforzarci di ricostruire una morale adatta a noi. Fingere di credere in Dio per una società che l'ha perso è pericoloso». Già, si finisce per capitare in un'apocalisse senza riscatto, perché Dio non s'è presentato. E quel che resta dei giorni della suggestione collettiva è il dolore di tanti, abbandonato, come sempre, al suo nonsenso.

il Riformista 18.3.09
La grande fuga dei governatori
Niente bis per Vendola. Il miracolo della vittoria del 2005 è preistoria. E il centrodestra sente già in tasca la rivincita.
di Michele Mascellaro


Dopo aver fondato un suo partito e aver chiuso il cartello con altri cespugli di sinistra, il futuro di "Nichi" si allontana dalla Puglia.

Bari. «Buttare il quorum oltre l'ostacolo». È questa la parola d'ordine del presidente della giunta regionale pugliese, Nichi Vendola, ormai quasi certo capolista per il Mezzogiorno («Non vorrei candidarmi, ma sono a disposizione», dice lui) del neonato cartello elettorale Sinistra e Libertà alle elezioni europee di giugno.
Uno slogan che nelle intenzioni di Vendola assume il significato di un auspicio, considerata la gravità dell'impresa. Una parte della quale è già compiuta: è cosa fatta l'alleanza del partito del governatore, l'Mps, con Socialisti, Verdi, Sinistra Democratica e un pezzo fuoriuscito dal Pdci. Una parte è invece tutta da costruire: superare lo sbarramento del 4 per cento. Impresa ardua non solo per la quota in sé, ma soprattutto alla luce del flop dell'Arcobaleno alle ultime politiche e della concorrenza a sinistra di Rifondazione comunista, da cui il governatore si è scisso poche settimane fa insieme a buona parte della corrente bertinottiana. E tuttavia non è il problema del quorum che impedisce a Vendola di sciogliere definitivamene ogni riserva, quanto piuttosto il messaggio che la sua candidatura europea trasmetterà all'elettorato pugliese e, soprattutto, al centrosinistra.
Da tempo il presidente, pur non avendolo mai detto esplicitamente, non nasconde di non essere tentato da una ricandidatura alle elezioni regionali dell'anno prossimo. Il centrosinistra, Pd in testa, è finora sempre corso a smentire ogni ipotesi alternativa. La candidatura alle europee, a maggior ragione con la sua eventuale elezione, disegnerebbe però uno scenario completamente diverso, rafforzando nei fatti la volontà inespressa di Vendola di non voler guidare la coalizione alle regionali e, come diretta conseguenza, aprendo la strada ad una probabile guerra intestina per la successione. Guerra che finirebbe con il facilitare ulteriormente il centrodestra del redivivo Raffaele Fitto, già avvantaggiato dal fatto che tutte le situazioni in cui un presidente o un sindaco in carica rinuncia volontariamente a un secondo mandato trasmettono un messaggio di fallimento e spalancano la via al successo dell'opposizione.
Dopo un periodo di appannamento, dalla sconfitta elettorale alle elezioni regionali del 2005 proprio contro Nichi Vendola fino ai guai giudiziari, l'attuale ministro per i rapporti con le Regioni sta lavorando da tempo per riorganizzare il Pdl in Puglia, sia in vista delle ormai prossime scadenze europee ed amministrative (si vota anche nei principali capoluoghi e nelle Province), sia, e soprattutto, per riprendersi la Regione Puglia. In questa direzione l'alleanza con il potente sottosegretario salentino dell'Interno, Alfredo Mantovano, la battaglia (vinta) contro l'ex ministra e pericolosa antagonista Adriana Poli Bortone, infine l'operazione Udc con la quale ha praticamente dimezzato il partito di Casini in Puglia (che si presenta fuori dai poli) drenando voti e risorse verso la propria lista ed il Pdl.
Se a tutto questo, che è già tanto, si dovesse aggiungere la non ricandidatura di Vendola, non è difficile ipotizzare per il centrosinistra pugliese una sconfitta annunciata. Ecco perché la scelta del presidente di candidarsi o meno come capolista alle elezioni europee diventa vitale. E questo è anche il motivo per il quale in molti tenteranno fino all'ultimo secondo utile di convincerlo a desistere. Inutilmente, con tutta probabilità. Gli indizi sono chiari: il primo, perché in Consiglio regionale il braccio destro di Vendola, l'assessore ai Lavori Pubblici Onofrio Introna, sta già lavorando alla costituzione di un gruppo unico o di un coordinamento di Sinistra e Libertà; il secondo è che il neo partito di Vendola sarà presente anche alle elezioni amministrative. Insomma, il dado è tratto.

Corriere della Sera 18.3.09
Adozioni: via libera in Danimarca a coppie gay


COPENAGHEN — Il parlamento danese ha approvato un provvedimento che rende possibile l'adozione di bambini danesi o stranieri da parte di coppie omosessuali.
Il progetto di legge del deputato indipendente Simon Emil Ammitzboell è passato con 62 sì e 53 no. Il governo di centrodestra e il suo alleato, il Partito liberale, di estrema destra, erano contrari. Ma i liberali hanno lasciato libertà di coscienza ai loro deputati, e alcuni hanno votato con l'opposizione. «È un grande passo avanti, che ha rimosso il penultimo ostacolo verso la piena eguaglianza fra coppie gay ed eterosessuali», ha detto Ammitzboell.
L'ultimo ostacolo è il matrimonio in chiesa per gli omosessuali e Ammitzboell si augura che cada «in un futuro non lontano». La Danimarca, nel '89, fu il primo Paese al mondo ad adottare il matrimonio civile fra omosessuali, accordando loro gli stessi diritti dei coniugi eterosessuali tranne quello all'inseminazione artificiale (divieto tolto nel 2007) e all'adozione.

Corriere della Sera 18.3.09
Il saggio di Michele Brambilla, «Coraggio il meglio è passato», è un'invettiva contro un vizio nazionale
Ora il conformismo è «politicamente corretto»
di Dino Messina


Gaetano Afeltra diceva che il bravo giornalista oltre ad avere il senso della notizia deve essere scapolo e figlio di buona donna. Michele Brambilla, con cinque figli avuti da una sola moglie, smentisce il detto del grande collega di Amalfi e con il suo nuovo saggio Coraggio il meglio è passato (Mondadori, pagine 182, e 18) si iscrive nella categoria dei giornalisti-scrittori, in particolare in quella degli «anti-italiani», tali non perché non amino l'Italia ma perché denunciano il male nazionale che si chiama conformismo. La lista degli anti- italiani in tal senso va da Giuseppe Prezzolini, inventore del club degli apoti, coloro che non se la bevono, a Giovanni Guareschi e Indro Montanelli. Dopo aver lavorato un ventennio al Corriere della Sera, Brambilla ha diretto La Provincia di Como, è stato il vice di Vittorio Feltri a Libero e ora è vicedirettore del Giornale. Ma qui non è la sua carriera che ci interessa, quanto la coerenza del percorso di scrittore cominciato nel 1990 nel segno dell'anticonformismo — il suo libro inchiesta
L'eskimo in redazione sollevò un velo sulle amnesie di un certo giornalismo di sinistra che era giunto a negare l'esistenza delle Brigate rosse quando queste uccidevano dirigenti, magistrati, operai e anche colleghi. Molti ci rimasero male per quel libro. Così i fanatici del politicamente corretto troveranno indigesto questo caustico saggio, tra autobiografia e critica di costume, che registra sguaiataggini e maleducazioni nella società del post-Sessantotto. Per evocare una figura educata, Brambilla che è cattolico e forse da ragazzo votava Dc, cita il capo dei comunisti Palmiro Togliatti, il quale zittì un compagno che lo aveva interrotto — «nel tuo discorso c'è un errore» — con un «mi aiuti a ricordare quando io e lei ci siamo dati del tu». Una battuta impensabile oggi: i bambini vanno a scuola e incontrano non un'autorevole maestra ma la Claudia e la Monica...
Questi bambini poi faticano a crescere e si ritrovano per il 59 per cento tra i 18 e i 34 anni ancora in famiglia, mentre la media europea dei bamboccioni di quell'età scende sotto il 29 per cento. E mentre l'America elegge presidente il quarantasettenne Barack Obama, noi continuiamo a chiamare «giovani» Casini, Fini e Veltroni, che in tre fanno quasi 170. Intendiamoci, Brambilla non è per il mito della «giovinezza» che ci portò qualche guaio. Né è un bacchettone che vuole tutti a messa la domenica. Ma si domanda se non sia un segno di decadenza il fatto che molti laureati sappiano tutto sul proprio ascendente e poco sull'Ascensione. Non celebriamo Ognissanti né onoriamo il giorno dei morti ma festeggiamo la notte di Halloween.
Abituato a leggere criticamente i fatti di cronaca per sottolineare il cambiamento sociale, Brambilla si chiede con ironia quale sia lo scandalo, rimbalzato sulla stampa internazionale, se un sindaco multa una donna italiana convertita all'Islam perché indossa un burqa che la rende irriconoscibile. Oppure si interroga perché pochi abbiano osato criticare la discutibile trasformazione da vittima a star del tunisino Azouz Marzouk, che ha avuto la famiglia distrutta dalla furia omicida di Rosa e Olindo, e perché sia passato quasi sotto silenzio il lungo calvario dell'italiano Elvo Zoritto, accusato senza prove di essere Unabomber. Misteri del politicamente corretto.

Il Foglio 16.3.09
Sono tutti ex, post, neo pannelliani


Nel 1983, sul Manifesto, Luigi Pintor scrisse un editoriale per dire che non saremmo morti democristiani e, in effetti, ventisei anni dopo, malgrado il gran parlare di ingerenze politiche della chiesa, siamo sulla strada di un “fine vita”, come si usa dire oggi, più radical pannelliano che democristiano. A destra come a sinistra, infatti, il tema della bioetica che in questi anni ha diviso e appassionato il paese è dominato da neo, ex, post pannelliani. La posizione laicista ovviamente è dei radicali doc di via di Torre Argentina, ma anche il fronte opposto, quello della vita, è puntigliosamente guidato da radicali storici. Fateci caso. Sul testamento biologico, i tre leader della battaglia che i radicali doc pensano sia dettata dal Vaticano sono stati Eugenia Roccella e Gaetano Quagliariello per il Popolo della libertà e Francesco Rutelli per il Partito democratico.
Eugenia Roccella, sottosegretario berlusconiana al Welfare, è figlia di uno dei fondatori del Partito radicale pannelliano, l’avvocato e deputato Franco Roccella. A diciotto anni, la giovane Roccella è diventata una delle leader del Movimento per la liberazione della donna, oggi è la più autorevole esponente della maggioranza sui temi pro-life. Il braccio politico, invece, è di Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato immortalato a fare la faccia feroce e a urlare in aula che Eluana non era morta, ma era stata uccisa.
Eppure, nel 1981, Quagliariello era uno dei due vice del segretario del Partito radicale Marco Pannella. L’altro vicesegretario era Francesco Rutelli, oggi leader del fronte pro-life del Partito democratico. Ma anche lo sparuto fronte laicista del centrodestra è guidato da un radicale di più recente militanza, il deputato Benedetto Della Vedova che sabato, alla presenza telefonica di Silvio Berlusconi, ha aperto il congresso di Libertiamo, il ritrovo laico del centrodestra. L’elenco potrebbe continuare, con il ministro Elio Vito e la presidente della Regione Piemonte Mercedes Bresso, con il deputato e genio dei sistemi elettorali Peppino Calderisi, l’onorevole del Pd Roberto Giachetti e Giorgio Stracquadanio, senatore e direttore del Predellino, l’organo dell’ortodossia rivoluzionaria del Cav. Ma la stranezza è proprio la guida radicale del fronte pro-life. Sono tutti ex pannelliani, ci sarebbe anche da chiedersi perché.

Aprile on line 16.3.09
La "dieta" di Liberazione


Meno pagine, chiusura entro le 20.30, riduzione del personale con prepensionamenti, uscite volontarie e Cig, diffusione militante. E' la ricetta per salvare il quotidiano del Prc
"Questa mattina - spiega Sergio Boccadutri, tesoriere del Prc e amministratore unico della Mrc Spa (società editrice di Liberazione) - ho presentato alla direzione nazionale del partito il nuovo piano per la riorganizzazione e il rilancio del giornale".
Il piano prevede: la riduzione dei costi di industriali e tipografici che verrà effettuata con una foliazione inferiore del 20 per cento rispetto al 2008; la chiusura del giornale inderogabilmente alle 20.30; la piena utilizzazione del sistema editoriale attuale.
Per quanto riguarda il costo complessivo del personale è prevista una riduzione del 45 per cento, che sarà attuata attraverso recessi consensuali, pensionamenti di vecchiaia e prepensionamenti e Cigs, per i dipendenti che rimarranno in produzione con contratti di solidarietà difensivi. Sul personale va comunque ricordato che risultano ancora in organico l'ex direttore Sansonetti, Rina Gagliardi, ed altri giornalisti che hanno seguito i vendoliani nella recente scissione. E dunque possibile che, al momento della messa in opera del piano di salvataggio, la riduzione non superi il 20 - 25% effettivo del personale.
Gli investimenti invece punteranno alla riqualificazione formativa e tecnologica.
Al fine di aumentare la fidelizzazione al giornale si lavorerà per rafforzare il sito del quotidiano, puntando anche ad aumentare la presenza di servizi e contenuti interattivi sul web. Rifondazione comunista si impegna ad incrementare gli abbonamenti e la vendita attraverso la "diffusione militante". Senza tralasciare l'obiettivo comune: salvare Liberazione, riducendo le ulteriori perdite per il Partito. A tal fine si impegneranno i militanti del Partito e le organizzazioni territoriali.
L'amministratore unico della Mrc Spa ha infine sottolineato "la necessità di giungere quanto prima ad un'intesa con le rappresentanze dei lavoratori, così da avviare con la massima urgenza le procedure necessarie all'attivazione del piano, e non pregiudicare la già precaria situazione economico-finanziaria dell'azienda".


il manifesto 17.3.09
Democrack - Ultime volontà. La legge sul biotestamento arriva in aula al senato. E trova i democratici divisi in tre
Pd, la lite è prevalente
di Micaela Bongi



Per il dibattito a palazzo Madama Rutelli ripropone i suoi emendamenti per la «terza via», ma il Pdl lo gela: «Di via c'è solo la nostra». La teodem Baio: «La proposta della mia capogruppo Finocchiaro apre all'eutanasia». Valanga di emendamenti radicali. Da domani discussione generale, il voto finale previsto per fine mese
Circa tremila emendamenti, e di questi ben 2.500 presentati, alla scadenza fissata per le 15 di ieri, solo dai radicali, grazie anche ai suggerimenti arrivati sul web. Mentre il Pd si presenta alla discussione sul testamento biologico nell'aula di palazzo Madama - a partire da domani - con 173 proposte di modifica. Sono 75 quelle firmate da tutti i membri democratici della commissione sanità, mentre altri 82 sono gli emendamenti firmati da singoli senatori. La capogruppo del Pd al senato, Anna Finocchiaro, riesce a ottenere, in calce al suo emendamento su alimentazione e idratazione, la firma di tutti gli esponenti del direttivo del gruppo e di quelli della commissione sanità, esclusi Emanuela Baio e Claudio Gustavino. Questa volta firma anche la capogruppo in commissione, Dorina Bianchi, che pone l'accento sulla «posizione prevalente» del gruppo sui punti fondamentali, eppure presenta anche un suo emendamento che va in tutt'altra direzione. Se nella proposta Finocchiaro si prevede in via eccezionale la sospensione dell'idratazione e della nutrizione nel caso in cui questa «sia espressamente oggetto della dichiarazione anticipata di trattamento», nell'emendamento Bianchi, sottoscritto anche dai senatori Claudio Gustavino, Luigi Lusi e Luigi De Sena, idratazione e alimentazione non solo non possono essere oggetto di Dat, ma ne è consentita la sospensione solo «qualora si verifichi perdita irreversibile e duratura della funzione propria dell'individuo di assorbimento e metabolismo». Allo stesso tempo Bianchi sostiene gli emendamenti della «posizione prevalente» in base ai quali le dichiarazioni anticipate di trattamento devono valere non solo per i pazienti in stato vegetativo, come prevede il ddl Calabrò, ma per tutti i pazienti in uno stato di incapacità di intendere e di volere. 
Contro l'emendamento Finocchiaro su idratazione e alimentazione tuona poi la teodem Baio: «Non lo convido, non ritengo che sia una mediazione ma che apra in modo sproporzionato alla possibilità di sospendere idratazione e alimentazione con il rischio di provocare forme di eutanasia passiva». Per questo Baio e Gustavino hanno presentato un loro emendamento simile a quello di Dorina Bianchi, ma, a differenza di quello della capogruppo in commissione sanità, senza i riferimenti al principio di autodeterminazione e al secondo comma dell'articolo 32 della Costituzione («nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana»), perché «su questi concetti c'è una valutazione ideologica che non è nel mio modo di ragionare».
La senatrice teodem ha anche firmato alcuni degli emendamenti presentati da Francesco Rutelli, sei in tutto per riproporre la «terza via» cercando una mediazione con la maggioranza. L'ex leader della Margherita ripropone due menedamenti in base ai quali nelle fasi terminali il medico non deve dar corso a accanimento terapeutico, sempre confrontandosi con il fiduciario e i familiari, e tenendo comunque conto delle volontà del paziente anche se le dat sono scadute.
Ma dal Pdl risponde secco il vicecapogruppo al senato Gaetano Quagliariello: «Sul testamento biologico in aula non ci sarà una terza via. C'è la via che abbiamo intrapreso. Su questa linea si riconoscono anche alcuni settori dell'opposizione le cui proposte saranno laicamente valutate e, se del caso, fatte proprie anche dalla maggioranza nel corso del dibattito». Tornando al Pd, Umberto Veronesi e Ignazio Marino presentano un emendamento nel quale alimentazione e idratazione sono indicate come terapie, dunque sempre oggetto di Dat.
Visti i numeri, come dice la radicale Emma Bonino, «l'esito è scontato, ma ci batteremo soprattutto per una questione di trasparenza, per far sapere all'opinione pubblica che ci sono leggi che attengono alla libertà delle persone dei cittadini e non possono essere abrogate nemmeno da una maggioranza del 90 per cento». In aula non si comincerà a votare prima di martedì prossimo. Il voto finale è previsto dalla maggioranza per fine marzo.

il manifesto 17.3.09
Presentato a Roma il simbolo dell'alleanza rosso-verde: il 21 in piazza a Roma e Napoli. E Ferrero incontra il socialista Cesare Salvi (Sd)
Nasce «Sinistra e libertà». Nichi Vendola si candida ma resterà in Puglia
di Matteo Bartocci



Pronti si parte. Svelato a Roma il simbolo di «Sinistra e libertà», la lista per le europee formata dal movimento per la sinistra di Vendola, Sinistra democratica di Fava e Mussi, i Verdi di Grazia Francescato, i socialisti di Riccardo Nencini e gli ex Pdci di «Unire la sinistra» guidati da Umberto Guidoni e Katia Bellillo. Queste cinque formazioni si presenteranno tutte insieme con un simbolo mezzo bianco e mezzo rosso, unico logo di partito il Sole che ride al fianco dei riferimenti dei gruppi parlamentari europei. 
Al debutto all'Hotel Nazionale di Roma, a due passi da Montecitorio, c'erano tutti o quasi i dirigenti di questa «nuova sinistra». «Non è un nuovo partito ma neanche un cartello elettorale - spiega il coordinatore della segreteria socialista Marco Di Lello - è un progetto tra forze coese che in questi mesi hanno lavorato insieme, con l'obiettivo di riportare a sinistra la parola libertà che è stata scippata da Berlusconi e dalla destra». Il primo appuntamento pubblico del nuovo movimento sarà a Napoli sabato 21 marzo alla manifestazione di Libera contro le mafie. A seguire, alle 16 a Roma, l'apertura della campagna elettorale con una festa a piazza Farnese. 
Per arrivare a Strasburgo bisognerà superare la soglia impervia del 4%. Un'asticella contro cui il prestigio di Nichi Vendola potrebbe essere decisivo, almeno al Sud. Il governatore pugliese infatti non ha escluso ieri per la prima volta la sua candidatura a Strasburgo anche se ovviamente il suo cuore e il suo impegno resteranno a Bari anche da giugno. 
Il quorum preoccupa non poco anche l'altra lista, quella di Rifondazione, Pdci e Sinistra critica. Qui sempre ieri è partito ufficialmente il tavolo delle trattative. Con un interlocutore a sorpresa come l'associazione «Socialismo 2000» dell'ex Ds Cesare Salvi. «Ferrero mi ha chiamato e ci ha chiesto un incontro - racconta l'ex ministro del Lavoro - mi ha fatto piacere ma voglio capire se dietro c'è un progetto politico che vada oltre le europee». Salvi - dirigente e fondatore di Sd, di cui fu il presentatore dal palco all'atto di nascita all'Eur - preferisce non commentare l'arrivo di «Sinistra e libertà». Esclude però sviluppi politici «immediati» anche se precisa che «i cardini di 'Socialismo 2000' sono l'unità della sinistra e la critica del capitalismo». Dal punto di vista di Paolo Ferrero, chi parla di una lista falce e martello come pura «unità dei comunisti» è servito.

il manifesto 17.3.09
Né buona né cattiva, la Natura è indifferente

Questioni di vita e di morte
di Maurizio Mori



Testamento biologico. Una tappa necessaria di quel grande processo storico chiamato rivoluzione biomedica, che a sua volta è una sorta di prosecuzione della rivoluzione industriale. Come questa ha prodotto l'Illuminismo e la filosofia moderna, sgretolando il millenario sistema aristocratico, così la bioetica, come movimento culturale, sta mandando in frantumi l'antico vitalismo ippocratico
Come è stato riconosciuto anche dai vescovi tedeschi in un documento spacciato oggi come «apertura all'eutanasia» (documento datato già dal 1999, la cui traduzione viene anticipata dalla stampa italiana e sarà integralmente pubblicata sul prossimo numero di «Micromega») la richiesta del testamento biologico, sul quale si dibatte in questi giorni, dipende dal fatto che è aumentata l'esigenza di controllo sulla fase finale della propria vita. Mentre il normale testamento dà corpo alla volontà dell'interessato per quanto riguarda i beni materiali, il testamento biologico pretende di dar corso alla volontà dell'interessato circa la propria esistenza. Il termine americano esplicita ancor meglio questo aspetto: «living will» è la «volontà sul vivente» e allo stesso tempo «volontà vivente». Il volere dell'interessato è sovrano. Ma proprio questa sovranità disturba i fautori del vitalismo (oggi difeso dai cattolici) che preferiscono parlare di regolazione del «fine vita», espressione compatibile con posizioni che danno scarso o nullo rilievo alla nostra volontà. Mentre parlare di «testamento biologico» pone subito al centro, come sovrana, la volontà dell'interessato, parlare di «fine vita» potrebbe anche prescinderne o metterla in posizione marginale. 
Un salto di paradigma morale 
La terminologia usata non è innocente, e rimanda invece a un vero e proprio salto di paradigma morale, forse analogo a quello che si è avuto nel XIX secolo circa il diritto di voto. Come osservava Antonio Rosmini «la dottrina della rappresentanza personale fu recata al suo colmo dalla Rivoluzione francese ...(quando) poche centinaia al più di prepotenti sofisti decidevano la sorte di trenta milioni .... La massa del popolo non cerca e non cercherà mai tanto (di investigare le ragioni della legittimità dei sovrani) ma si sottometterà ben volentieri a que' padroni che comandano, e se fosse altramente sarebbe ben presto distrutto il mondo. ... il popolo (è) ... nato per venir diretto e condotto da capi ... (per) un sentimento ... infuso dalla benefica natura ... sentimento comprovato dai fatti di tutti i tempi ... (che) smentisce tutti i diritti che i ragionatori politici dei nostri tempi danno ai popoli».
Oggi qualcosa di simile si dice dell'autodeterminazione in campo biomedico, e in particolare della fonte del testamento biologico: il consenso informato. C'è chi lo considera il punto cruciale, e chi invece ritiene che valga solo nel rispetto del disegno proprio del processo vitale - l'analogo della legittimità dei sovrani. Si suppone che la vita corra su dei propri binari, così la libertà umana sarebbe «autentica» o «vera» solo quando rispetta gli scambi previsti: come un locomotore è libero se viaggia rispettando i segnali e seguendo gli scambi, così l'uomo può dare il consenso informato solo per le scelte previste dal disegno insito nella vita, e la libertà (morale) sta nell'accettare o rifiutare quanto già indicato. Per questo il consenso dovrebbe essere solo «attuale» ossia dato quando si è già malati, e non prima.
Si può anche dire, però, che l'uomo somiglia, più che a una locomotiva, a un fuoristrada o a un overcraft capace di andare ovunque, e che la libertà gli consente di spingersi anche nei terreni più scoscesi e accidentati. Grazie al consenso informato può esercitare questa libertà e scegliere tra diverse forme di contraccezione, di riproduzione, di modificazione del corpo e via dicendo. Nelle fasi finali della vita il consenso prende corpo nel testamento biologico, che consente all'individuo di far valere la propria libertà e le proprie volontà anche ove non fosse più in grado di scegliere di persona. 
Il testamento, quindi, allarga il consenso informato, e questo ampliamento è richiesto dal principio di eguaglianza che impone di trattare in modo uguale situazioni uguali: sarebbe incongruo, infatti, che la libertà valesse fino a che il soggetto è in grado di esercitarla e poi cessasse al punto che le volontà precedenti non contino e gli operatori sanitari o chi per essi possano operare in modo difforme da quelle volontà solo perché l'interessato ha perso la forza fisica di farle valere. L'eguaglianza richiede che ciò che vale nelle situazioni di coscienza continui a valere anche ove questa sia venuta meno.
L'esito di un lungo processo 
Il testamento biologico estende il principio del consenso informato in due direzioni diverse: verso il futuro, in quanto consente la scelta «ora per allora»; e verso altre persone, perché consente all'interessato di scegliere un «fiduciario» che decida al suo posto in caso di incapacità. Dati gli elementi nuovi di questo ampliamento della libertà umana, sembra auspicabile una qualche norma che ne regoli la pratica. Ma deve essere una norma rivolta a garantire la puntuale esecuzione della volontà sovrana dell'interessato, e non studiata per far rientrare dalla finestra il vecchio paradigma che rimanda solo alla scelta del binario previsto dallo scambio. Purtroppo, l'attuale disegno di legge Calabrò in discussione in Parlamento sembra essere un attacco esplicito alla dottrina del «consenso informato» prima ancora che una farsa di regolazione del «testamento biologico». 
Il dibattito in corso nella politica italiana è di grande interesse perché non fa altro che dar voce al profondo contrasto tra i due paradigmi morali delineati. Il testamento biologico è un portato della bioetica come movimento culturale, e va visto non come evento isolato ma come tappa all'interno di quel grande processo storico chiamato rivoluzione biomedica, ossia una sorta di prosecuzione della rivoluzione industriale: come quest'ultima ha consentito un ampio controllo sul mondo inorganico, la rivoluzione biomedica sta consentendo un più puntuale controllo sul mondo organico. Come la rivoluzione industriale è stata «la più grande trasformazione dell'umanità di cui abbiamo documenti scritti» (Hobsbawm), così la rivoluzione biomedica comporterà trasformazioni di enorme portata (forse, ancor più sconvolgenti). Come la rivoluzione industriale ha prodotto l'Illuminismo e la filosofia moderna, sgretolando il millenario sistema aristocratico, così la rivoluzione biomedica sta producendo la bioetica come movimento culturale e mandando in frantumi l'antico vitalismo ippocratico. 
La concezione della vita che informa il paradigma vitalista risale a una protoreligione naturale che sta alla base delle diverse religioni storiche (ebraismo, cristianesimo, Islam, ecc.), le quali declinano in modo diverso la comune base della sacralità della vita (umana). Sacro e inviolabile, però, è il finalismo proprio del processo vitale, non la vita della persona. La sacralità della vita non vieta affatto l'«omicidio», dal momento che il divieto che lo riguarda ammette eccezioni, mentre i divieti derivanti dalla sacralità sono divieti assoluti, ossia che non ammettono mai deroghe. Ecco perché i fautori della sacralità si scagliano con forza contro la contraccezione, l'aborto, e così via, mentre possono tranquillamente avere reazioni più blande verso la guerra e altri attentati alla vita delle persone. 
Il cattolicesimo romano è l'indirizzo religioso che più di ogni altro ha elaborato con organicità e sistematicità il vitalismo ippocratico, la cui dottrina a molti appare essere una «cifra dell'umano» essendo stata da sempre presente nelle attuali condizioni d'esistenza. Ogni interferenza col disegno vitale appare quindi una profanazione, un atto contro la religiosità naturale che sgorgherebbe dall'osservazione del mistero della vita. Per questo i cattolici romani sostengono che le loro posizioni non sono affatto «religiose» (di fede) ma che sono semplicemente «umane» (di ragione), e sottolineano che gli argomenti addotti non si basano sulla Rivelazione, ma su considerazioni concernenti la natura della vita. Protestano di fronte ai tentativi di relegare nella dimensione «di fede» le loro pretese, osservando che la religiosità ha una valenza pubblica e una imprescindibile dimensione sociale, proprio perché sarebbe insita nella struttura dell'umano.
Si può riconoscere che in effetti i cattolici romani tendono a evitare il ricorso a tesi rivelate, ma questo non risolve la difficoltà al riguardo. Il punto cruciale, infatti, sta nel fatto che le nuove conoscenze e capacità di controllo introdotte dalla rivoluzione biomedica stanno togliendo l'alone di mistero che ha avvolto il vivente fino a pochi anni fa. Assistiamo così ad un ampliamento del processo di secolarizzazione, che dopo aver coinvolto il mondo astronomico e fisico viene ora a coinvolgere il mondo biologico e biomedico. 
Se la rivoluzione astronomica ha reso silenziosi i cieli generando lo sgomento di Pascal, la rivoluzione biomedica rende silenziosi i finalismi vitali, sconvolgendo gli animi di molti abituati al vecchio paradigma vitalista.
Dal punto di vista etico il nodo dirimente è che l'applicazione del metodo scientifico al vivente dissolve l'assioma cardine del vitalismo ippocratico, ossia che la vita (umana) sia buona in sé, e che la morte sia il peggiore dei mali. Al contrario, la concezione scientifica assume il principio di indifferenza della natura, che ci porta a distinguere tra la mera «vita biologica», che in sé non è né buona né cattiva, e la «vita biografica» che è buona o cattiva a seconda dei contenuti che presenta: è buona se i contenuti sono positivi, ed è cattiva se sono negativi. Per questo il consenso informato diventa il cardine dell'esistenza del cittadino. Non possiamo più presumere di sapere a priori se un dato intervento sia buono o cattivo per l'interessato. Per saperlo bisogna spiegarglielo e chiedergli il parere al riguardo, perché nessuno meglio dell'interessato può sapere che cosa gli interessa veramente. È vero che talvolta le persone sono confuse e non sanno discernere. Ma questa situazione è transitoria, e non può essere assunta come emblematica. 
Tra lasciar accadere e causare
Per ora la richiesta avanzata nel testamento biologico riguarda solo la sospensione delle terapie o il rifiuto di interventi non voluti. Questo perché secondo alcuni c'è una significativa differenza logica tra il «lasciar accadere» e il «causare», cosicché in certe circostanze il lasciar morire sarebbe lecito, mentre l'uccidere sarebbe sempre illecito. Tralasciando qui le analisi fatte per mostrarne la sostanziale equivalenza, si può dire che l'idea che ci sia una radicale differenza sembra essere una sopravvivenza culturale derivante dall'idea che la natura è in sé buona e che l'uomo non è responsabile dell'azione della natura. Se, invece, si assume il principio d'indifferenza della natura, allora a parità di conseguenze la presunta differenza sfuma, perché cambia poco che un determinato effetto (stato del mondo) sia frutto di un «lasciar accadere» o invece di un «fare». Questo significa che, una volta riconosciuta all'individuo la facoltà di sospendere le terapie o di rifiutare gli interventi, questi possa legittimante richiedere anche atti positivi che comportino gli stessi effetti. Il passaggio dall'una all'altra richiesta non è di carattere logico, e dipende dalla presenza di condizioni storiche favorevoli al non lasciar accadere: per esempio lunghe e penose agonie. Laddove queste condizioni si determinassero, invece, trova giustificazione la richiesta di eutanasia (attiva), ossia di un atto che causi la morte.
* Professore di bioetica all'Università di Torino e direttore di «Bioetica. Rivista interdisciplinare»

Letture sui problemi relativi alla fine della vita
Qualche titolo per approfondire gli argomenti trattati in questa pagina. Un libro che nasce dal vissuto personale, ma teoricamente articolato è quello di Mario Riccio e Gianna Milano, «Storia di una morte opportuna. Il diario del medico che ha fatto la volontà di Welby» (Sironi Editore, Milano, 2008). Per maggiori notizie sull'ippocratismo è utile la lettura del volume di Maurizio Mori, «Il caso Eluana Englaro. La "Porta Pia" del vitalismo ippocratico» (Pendragon Edizioni, Bologna, 2008). Il ventaglio più completo delle posizioni riguardo ai problemi del fine vita è quello voluta dal senatore Ignazio Marino: Dichiarazioni anticipate di volontà sui trattamenti sanitari. Raccolta dei contributi forniti alla commissione igiene e sanità del Senato della Repubblica aggiornata al 21 febbraio 2007 (Libreria del Senato, Roma, 2007). Altri studi si trovano in vari fascicoli di «Bioetica. Rivista interdisciplinare» (Vicolo del Pavone editore, Piacenza), tra cui segnaliamo quello a cura di Mariella Immacolato, «Sul diritto di autodeterminazione», 2008, no. 1. Per altri contributi che hanno aperto la strada agli ultimi sviluppi nel campo, (a cura di) Borsellino, Patrizia, Dominique Feola e Lorena Forni, «Scelte sulle cure e incapacità: dall'amministratore di sostegno alle direttive anticipate», (Insubria University Press, Varese, 2007). 
Per una chiara esposizione della posizione cattolica prima del cambiamento a favore della legge, Casini Carlo, Marina Casini e Maria Luisa Di Pietro, «Testamento biologico: quale autodeterminazione?» (Società Editrice Fiorentina, Firenze, 2007). Per quanto riguarda 
la riflessione etica, e dunque anche l'entrata in campo di questioni metafisiche, Hilary Putnam ha scritto un celebre libro, «Ethics Without Ontology» (Harvard University Press, 2004).