martedì 18 settembre 2018

l’espresso 16.9.18
Questi piccoli dipendenti
di Arianna Giunti


Le scuole medie, Riccardo, le ha viste solo da lontano. Quel giorno di settembre è arrivato davanti al cancello dell’istituto, l’ha fissato per alcuni secondi e poi se ne è andato. Per lui non ci sarebbero stati libri, compagni, compiti in classe. Aveva 12 anni e una sola necessità: farsi di coca e farlo in fretta. Oggi Riccardo, 16 anni appena compiuti, tossicodipendente da quattro, in fuga da tre diverse comunità terapeutiche, praticamente analfabeta, fa parte di quella generazione di ragazzi interrotti che aumenta giorno dopo giorno. Bambini che a 8 anni hanno già sperimentato le droghe più devastanti: colla e solventi. Tredicenni che si prostituiscono per una dose, rimangono incinte e sono costrette ad abortire. Adolescenti legati con le cinghie ai letti di contenzione, sottoposti a trattamenti sanitari obbligatori negli ospedali psichiatrici per adulti. Eroina non più fumata ma sparata direttamente in vena, così che a 13 anni hanno già il corpo massacrato dai buchi delle siringhe, si ammalano di epatite e Aids, come i vecchi tossici negli anni Ottanta. Le loro storie, raccolte dall’Espresso, fanno rabbrividire. Sono contenute nei verbali delle forze dell’ordine che ogni giorno prestano servizio nelle piazze dello spaccio e nei boschi della droga. Sono scritte nero su bianco nelle relazioni dei Tribunali per i minorenni. Escono dalla bocca di quegli stessi ragazzi che a fatica accettano di parlare, dalle comunità dove stanno cercando lentamente di riemergere dagli abissi della tossicodipendenza. Un’emergenza alla quale il nostro Sistema sanitario nazionale non riesce più a stare dietro. Secondo i dati ottenuti dall’Espresso, da Nord a Sud la presa in carico da parte dei Servizi sanitari locali dei minori che fanno uso di droga negli ultimi 5 anni è quasi ovunque raddoppiata. Anche i Tribunali per i minorenni - sia civili che penali - registrano un’impennata di baby consumatori: quasi tutti italiani, iniziano ad assumere droga in media a 12 anni. Mentre le comunità terapeutiche per minori con problemi psichici causati dalle droghe - il vero fenomeno di questi ultimi anni - si contano sulle dita di una mano. E così i bambini tossicodipendenti con disagi mentali spesso sono trasferiti a centinaia di chilometri di distanza dalle loro famiglie in luoghi non idonei. O trattenuti in reparti neuropsichiatrici per adulti, dove non potrebbero stare.
L’impennata dei Serd
In tutta Italia - secondo i dati elaborati dal Dipartimento per la giustizia minorile del ministero della Giustizia - i minori e i giovani adulti (dai 18 ai 25 anni) attualmente in carico agli uffici di servizio sociale per i minorenni sono 20.466, di cui oltre 7 mila nuovi arrivi solo nell’ultimo anno. Negli ultimi 12 mesi, quelli collocati nelle comunità dell’area penale - fra cui i minori che hanno commesso reati in materia di stupefacenti - sono stati 1.837, con un aumento di quasi 300 unità rispetto al 2015. Poco più di cento, invece, quelli ricoverati in apposite strutture per disintossicarsi. Quando si tratta di minorenni infatti - i magistrati sono i primi ad ammetterlo - le comunità sono solo l’estremo rimedio. Nella maggior parte dei casi i ragazzi vengono indirizzati verso i Serd, i servizi pubblici per le dipendenze patologiche. Ed è anche qui che i numeri degli under 18 in cura negli ultimi anni hanno avuto un’impennata, al punto che alcune Regioni si sono dovute attrezzare con dipartimenti riservati solo agli adolescenti e con la nascita di strutture private, ormai sempre più diffuse. Ma si tratta ovviamente di una panoramica sottostimata: mancano all’appello tutti i ragazzi che non sono entrati nel circuito dei tribunali e che si sono rivolti direttamente a strutture terapeutiche private. O che sono totalmente sconosciuti ai servizi sociali. In Lombardia il fenomeno è in continua crescita. A Milano nonostante le ripetute operazioni di polizia resiste il bosco della droga di Rogoredo, una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa. Le dosi di eroina vendute a prezzi stracciati - fino a 2 euro al grammo - richiamano ogni giorno adolescenti da ogni parte d’Italia. Quando non bastano i soldi, le dosi vengono pagate con la prostituzione. Non di rado, spiegano dal commissariato Scalo Romana, i fidanzatini arrivano in coppia, ma poi mandano avanti la ragazza, che ritorna dal bosco stravolta e in stato confusionale. Mentre all’ospedale Mangiagalli, racconta un’operatrice in forza agli uffici per la 194, sono sempre di più le ragazzine tossicodipendenti che si rivolgono alla clinica milanese per abortire dopo rapporti sessuali avvenuti sotto effetto della droga. I dati parlano chiaro: solo nell’ultimo anno i minorenni presi in carico dai servizi ambulatoriali della Lombardia per la cura delle dipendenze sono stati quasi novecento. Più che raddoppiati rispetto a cinque anni prima. Tanto che per correre ai ripari l’assessorato regionale al Welfare guidato da Giulio Gallera ha aumentato di 6 milioni di euro le rette destinate alle comunità. Strutture che, spiega l’assessore, devono essere ripensate per fronteggiare questa nuova emergenza sociale.
Il discorso cambia di poco in Lazio. Gli under 18 in cura per tossicodipendenza sono schizzati a quasi 300 nell’ultimo anno. Erano 78 cinque anni prima. La situazione è difficile anche in Emilia Romagna: i ragazzi che hanno avuto accesso ai Servizi per le dipendenze sono quasi raddoppiati, passando da 207 casi a 389. Qui attualmente esiste una sola comunità terapeutica pubblica riservata ai minori e accreditata dalla Regione, in provincia di Forlì-Cesena, che accoglie 12 ragazzi. Mentre la storica San Patrignano, sui colli del Riminese, fra i suoi 509 ospiti accoglie in tutto 177 giovani, fra cui minori di appena 13 anni. Ragazzi che provengono da tutta Italia, per i quali i servizi sociali dei Comuni di appartenenza rimborsano una retta di 100 euro al giorno. «Fra i 34 minorenni presenti da noi in questo momento, 30 di loro sono arrivati solo nel corso dell’ultimo anno», spiega il Presidente di San Patrignano Antonio Tinelli, «rispetto a 5 anni fa, per quanto riguarda i minori, c’è stato un aumento di ingressi del 70 per cento». In Veneto, invece, sono circa mille i ragazzini in cura nei 38 Serd della Regione. Alcuni di loro hanno appena 11 anni. Mentre a Trieste per far fronte al problema è nato il primo servizio per la cura delle dipendenze riservato esclusivamente ai più giovani, dove sono già in cura 170 ragazzi. Negli ultimi anni, poi, vista la difficoltà a trovare posti letto liberi nelle comunità pubbliche o del privato accreditato, stanno crescendo a vista d’occhio anche le costosissime cliniche “rehab” su modello anglosassone. Al momento se ne contano una cinquantina. Fra queste ci sono i 10 centri Narconon ispirati alla dottrina di Scientology, che chiedono alle famiglie dei pazienti rette da oltre duemila euro al mese.
Comunità assenti al centrosud
Ma il problema per i minorenni tossicodipendenti non è più solo la droga. Sono soprattutto le patologie psichiatriche, spesso scatenate dal policonsumo, l’utilizzo di più droghe, che provoca nella psiche giovane effetti devastanti. Una fetta di popolazione, questa, che sta raggiungendo numeri sempre più alti: secondo le stime del ministero della Giustizia, almeno il 15 per cento dei ragazzi che entra in comunità avrebbe bisogno di essere seguito per una “doppia diagnosi”: ovvero quando la tossicodipendenza si accompagna a un disturbo mentale. Però le Regioni italiane attrezzate per questa nuova emergenza sono ancora pochissime. Abruzzo, Basilicata, Calabria, Sicilia e Puglia, ad esempio, sono totalmente prive di strutture del genere. Richieste d’aiuto arrivano attraverso segnalazioni quasi quotidiane da parte dei Tribunali per i minorenni di mezza Italia, soprattutto al Centrosud. Per capire la portata del problema basta dare uno sguardo ai numeri del Dipartimento per la Giustizia minorile: nell’ultimo anno i ragazzi affidati a comunità autorizzate al trattamento della doppia diagnosi sono stati solo 6 in tutta Italia. Pochissimi e selezionati posti distribuiti in 3 strutture presenti soltanto in Liguria, Lombardia e Umbria. Più del 30 per cento dei ragazzi che dovrebbero essere ricoverati in una apposita comunità, rende noto la Società italiana di neuropsichiatria dell’infanzia, non trova posto da nessuna parte. «È una situazione che abbiamo denunciato più volte al ministero», spiega la presidente del Tribunale per minorenni dell’Aquila Cecilia Angrisano. «Riscontriamo almeno un caso a settimana di adolescenti con problematiche psichiche mediamente gravi e diversi casi all’anno di ragazzi con una psicopatologia strutturata spesso associata all’uso di droghe. Per questo abbiamo chiesto alla Regione di cercare di disporre almeno 3 posti letto per le emergenze di questo tipo. Anche se la soluzione», prosegue il magistrato, «dovrebbe essere quella di costruire una comunità di riferimento per il Centrosud»
In psichiatria con gli adulti
E così succede che Francesca, nome di fantasia di una ragazza che oggi ha 17 anni, consumatrice di crack da quando ne aveva 12, venga ricoverata per 50 giorni in un reparto psichiatrico per adulti, nel Lazio, a centinaia di chilometri da casa. Senza seguire un percorso terapeutico adatto alla sua età. E succede anche che Stefan, 18 anni, cresciuto nelle fogne di Bucarest dove ha iniziato a sniffare colla e a fumare crack all’età di 8 anni, negli ultimi 10 abbia vagato da una comunità del Centro Italia all’altra, in un crescendo di disperazione. È affetto da un lieve deficit cognitivo dalla nascita aggravato dall’uso massiccio di droga, e le strutture non abilitate a seguire i problemi psichici non sono state in grado di aiutarlo. Oggi, malato di epatite e sieropositivo, continua ad avere rapporti sessuali non protetti, prostituendosi nelle stazioni. E poi esiste il problema dei mancati controlli all’interno delle numerose comunità terapeutiche private presenti in tutta Italia, sottolineato anche nell’ultima relazione della Commissione parlamentare delle politiche antidroga. Alcune strutture si accreditano per ospitare ragazzi in cura con doppia diagnosi, ma non potrebbero farlo. Sarebbe successo per esempio nella provincia di Perugia, dove la cooperativa sociale Il Piccolo Carro è accusata - il processo è tuttora in corso - di aver truffato per anni lo Stato chiedendo rimborsi da 400 euro al giorno per ogni ospite pur senza averne titolo. Da qui, scapparono la 14enne Daniela Sanjuan e la 16enne Sara Bosco. I resti del cadavere di Daniela sono stati ritrovati, a 10 anni dalla scomparsa, a pochi metri dalla struttura. Sara è morta di overdose due anni fa, in uno dei padiglioni abbandonati dell’ex ospedale Forlanini a Roma.
Dalla colla alla coca
Per chi ha cominciato ad addentrarsi nel tunnel quando era appena un bambino, tornare indietro è difficilissimo. Lo sanno bene alla comunità terapeutica Draghi Randagi, nella campagna bergamasca, una delle strutture approvate dal circuito della giustizia minorile, costruita per volere dell’Aga, associazione nata negli anni Ottanta su iniziativa di un gruppo di genitori di tossicodipendenti. Qui da due settimane vive Kevin, che ha cominciato a sniffare colla a 9 anni in Brasile e poi, una volta in Italia, la cocaina. «Ho tentato di annegare nelle sostanze il dramma del distacco dalla mia famiglia di origine», racconta. «Ho vissuto 5 anni in cui non capivo più niente: sniffavo e mentivo». Paolo, invece, ha smesso di mentire 6 mesi fa. In 5 anni ha bruciato tutte le tappe: a 13 anni le pastiglie, a 16 la coca, a 19 l’eroina in vena. Quindi, in fumo, ha mandato tutto quello che di buono aveva al mondo: la sua famiglia, la sua ragazza, il suo lavoro. Matteo, 17 anni, un mese fa è stato fermato durante l’ennesima rapina. Quando lo hanno portato in Questura i suoi occhi erano annebbiati, continuava a ridere, come fosse impazzito. «La mia più grande fortuna», racconta oggi, «è essere stato arrestato adesso. Così sono stato costretto a curarmi. Perché io, a 20 anni, non ci sarei arrivato». Finisce di parlare, poi corre a sistemare la sala da pranzo. Seduto al tavolo c’è Carlo, il più piccolo ospite della comunità. Lui, però, non ha tempo di parlare: sta preparandosi per la terza media.

l’espresso 16.9.18
Quello che i bambini non dicono
Perché sono a disagio? Uno scrittore e un neuropsichiatra si interrogano sul silenzio degli adolescenti
 
colloquio con Stefano Benzoni di Giuseppe Genna
Pochi giorni fa, in una pizzeria milanese in cui si consumavano modeste cene per celebrare, tutti cuoiati, il rientro dalle vacanze, mi sono ritrovato accanto a un nucleo famigliare che concludeva il pasto, immolandosi a fette di pastiera napoletana. Il padre era inconsolabile, perché la figlia decenne non sfiorava la torta. Si sa, a tutti i bambini piacciono i dolci. Piacciono davvero ancora? Compitissima, la piccola rispondeva al padre: «Per noi le torte sono un problema: ce ne date in continuazione. I nonni, da piccoli, ne vedevano una ogni cinque anni, non si sognavano di avanzarne una briciola. Voi genitori avevate più dolci a disposizione, quindi eravate meno golosi dei nonni. Noi ne abbiamo quanti vogliamo, per questo siamo annoiati. Questa abbondanza ci rende tristi, credo». Eravamo stralunati tutti, di fronte all’incoercibile maturità con cui la bambina tuonava contro il regime dei consumi. La piccola si è poi immersa in una sessione di Candy Crush, silenziosa in quell’assentamento che tutti conosciamo bene. I bambini, questi enigmi luminosi, sono sempre più i santuari del pericolo imminente e dell’indecifrabilità, proiettati in una trasformazione accelerata di tecnologie e ritualità, rispetto a cui sono spiazzati i genitori e deve misurarsi con ovvie confusioni la scuola. Si assiste al paradosso di un eccesso di preoccupazione nei loro confronti e di una fuga dal dato del loro malessere. Stanno male? Sono normali? Pare che un neopuritanesimo stringa d’assedio il ragazzino contemporaneo, cancellando la possibilità stessa di provare dolore. «Un giro di orizzonte sul malessere di bambini e adolescenti non può ignorare le criticità del presente ed evitare di proporre soluzioni», afferma Stefano Benzoni, neuropsichiatra dell’infanzia e psicoterapeuta, consulente presso il Policlinico di Milano. I suoi saggi (il più recente, “Figli fragili”, è edito da Laterza) testimoniano uno sguardo articolato sulle alterazioni collettive e le pratiche mediche che concernono l’infanzia e la pubertà. I dati non spiegano, ma aiutano a fare chiarezza. I bambini oggi stanno male? «Le statistiche internazionali, a partire dall’Organizzazione mondiale della sanità, rilevano che i disturbi neuropsichiatrici infantili tendono attualmente dal 9 al 20 per cento dei minori di 18 anni. Un bambino su cinque. Sono inclusi i disturbi dell’umore, le sindromi da iperattività, le sofferenze cognitive, i deficit di apprendimento. Se discriminiamo all’interno di questa popolazione in sofferenza, risulta che il 2,5 per cento dei bambini italiani manifesta una gravità intermedia, e l’1 per cento si trova in situazioni estremamente difficoltose. Un altro dato rilevante registra negli ultimi anni un costante aumento di pazienti in carico alle neuropsichiatrie. In Lombardia, siamo passati, dal 2008 a oggi, da 65 mila minori a 114 mila, e l’aumento è stato particolarmente elevato per adolescenti e preadolescenti. Gli accessi degli adolescenti in pronto soccorso risultano aumentati del 21 registra nel biennio 2013-14. Sono ugualmente preoccupanti le statistiche sui collocamenti in comunità terapeutiche, che dati Lombardi suggeriscono che stiano incrementando del 10 per cento l’anno». Cosa motiva un disagio in crescita così esponenziale? «Molti sono i fattori, ma è probabile che l’ideologia che esprime il sistema di vita occidentale sia inscindibile dalle derive patologiche. La cultura sociale, interpretata dalle famiglie e dalle istituzioni, è determinante nella definizione della salute mentale e nel modo in cui le persone percepiscono di avere bisogno di cure. Il livello di infelicità risulta più intenso dove c’è una maggiore medicalizzazione e psichiatrizzazione. Nelle nazioni cosiddette avanzate, in cui è più forte la cultura della cura sanitaria, si registra una maggiore incidenza delle patologie e non perché le diagnostichiamo meglio: il disagio è oggettivo. Il fatto è che assistiamo a uno slittamento verso la sanitarizzazione dei discorsi sul benessere, che oggi è saturato di parole d’ordine prelevate dall’ambito medico. Parlare di benessere significa sempre di più citare radicali liberi e prevenzione sanitaria. È un dato culturale pervasivo. Interpretare i comportamenti reali alla luce di una possibile natura patologica degli stessi è una cifra tipica delle società avanzate, che determina una psichiatrizzazione della normalità. La grande enfasi dedicata al trauma, l’eccesso di pretesa di felicità o il controllo dei comportamenti sono modi in cui le discipline psicologiche e psichiatriche insediano il loro intervento nella vita generale delle persone». La reazione che può derivarne è un assalto alla scienza e alla psichiatria in particolare. «Quando si parla di psichiatrizzazione della normalità, non si può ridurre questa formula alla sua versione paranoica e complottista. La vulgata sulla lotta antipsichiatrica è ancora molto forte. Viene fatta prevalere la narrazione di una società saturata dagli psicofarmaci, per via dell’interesse delle società farmaceutiche. Ma non si tratta di una cospirazione, è la società nel suo complesso a cedere alla propria sanitarizzazione. Dagli anni Sessanta gli psicofarmaci sono un fenomeno di consumo di massa. Usciti dagli ospedali psichiatrici, sono diventati i farmaci di casalinghe avvilite, di tranvieri spossati, di manager dubitabondi. Questa cultura collettiva del lenimento, cioè dello psicofarmaco riparatore, introduce a una dialettica molto scivolosa tra cura e benessere. C’è poi da dire che le nostre classificazioni delle patologie sono pure finzioni simboliche consensuali. Ciò non significa negare la malattia, anzi. Questa finzione simbolica collettiva ci aiuta a governare il sistema delle cure, se la affrontiamo con grande spirito critico, riconoscendone i limiti, rifiutando di reificare le malattie come se fossero oggetti fisici del mondo. La depressione non è un oggetto che si trova nel mondo, è una narrazione continuamente rinegoziata con i valori culturalmente dominanti». Il processo di accelerazione tecnologica, che stiamo vivendo, è per i ragazzi un elemento esso stesso patogeno? «L’accelerazione delle trasformazioni tecnologiche e comunicative è diventata un sistema totalitario di valori, in cui sono immersi bambini e ragazzi, una sorta di nuova natura che comporta alienazioni finora inedite. Si crea un’alienazione rispetto alle azioni, perché grazie alla connessione si può agire sull’oggetto senza toccarlo. Si modifica il rapporto con il tempo, abituandosi all’uso di operatori temporali come “refresh” o “undo”. C’è anche la creazione di un nuovo tipo di alienazione rispetto agli spazi. Si è poi passati troppo velocemente dall’ethos della performatività, cioè essere abbastanza fighi, all’ethos del continuo ed esasperato cambiamento, perché essere fighi è oggi troppo effimero. E ciò incide anche sul rapporto con la morte e col ciclo di vita. L’accelerazione dei mutamenti sociali fa sì che oggi il divario non sia più intergenerazionale, ma intragenerazionale, tra fratelli che a distanza di pochi anni interpretano immaginari differenti. Questi nuovi tipi di alienazione implicano fragilità rispetto all’organizzazione del sé, alla costanza nel tempo, alla definizione della stabilità delle relazioni affettive. È una rivoluzione che non può non avere legami con le crescenti aspettative nei confronti dei figli, con nuovi tipi di malesseri e con la collettiva percezione di alcune patologie infantili, come i disturbi specifici dell’apprendimento (Dsa: dislessia, disgrafia, discalculia) e la sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd)». Si sta discutendo molto di contagio delle diagnosi della dislessia e degli altri disturbi dell’apprendimento, così come di pandemia farmacologica. «Le statistiche del ministero dell’Istruzione restituiscono una cifra del 2,1 per cento di disturbi specifici dell’apprendimento tra gli alunni. L’unico studio epidemiologico effettuato sulla popolazione italiana afetta da Dsa ci dice che la prevalenza attesa per la sola dislessia è dell’ordine del 3,2 per cento - quello è il picco. Tutti dati in linea con le statistiche internazionali. E nelle scuole si contano circa 235 mila bambini e ragazzi con disabilità. Non sono cifre differenti da quanto si rileva all’estero. Anzi, se si misura la percentuale delle scuole speciali tedesche, emerge che è più del doppio del numero dei diagnosticati in Italia. Quanto all’allarme sugli eccessi di psicofarmaci, va smontato. I dati dell’Istituto Mario Negri indicano che un bambino su mille consuma antidepressivi e in Olanda sono il doppio, mentre in Canada siamo al 15 per mille e negli Usa al 35». Negli Stati Uniti i pediatri iniziano a prescrivere il gioco. Una ricerca ha rilevato che il 49 per cento dei piccoli non gioca fuori da casa. Cos’è il gioco oggi? «C’è un’invasione di tecnologia in tutte le intercapedini della giornata, a maggior ragione nel gioco. Ciò tradisce una diffusa paura del vuoto, ovvero della noia. Questa ingiunzione a essere sempre occupati e divertiti è disfunzionale. È ingiusto colpevolizzare i genitori, che sono parte di un meccanismo sociale molto ampio, dentro al quale si trovano in grandissima difficoltà. Il gioco, insieme con l’educazione, è il braccio secolare dell’ideologia e quindi non possiamo stupirci se vi ritroviamo elementi della visione dominante. Oggi è difficile per qualunque genitore anche solo riappropriarsi di un set di valori personali, figurarsi riuscire a farci crescere dentro i figli. Le patologie infantili reagiscono anzitutto a questi mandati dominanti. Lo ha detto in modo straordinario Mark Fischer, nel suo “Realismo capitalista”: è più facile immaginare la fine del mondo, che del capitalismo. Proprio il gioco dovrebbe essere uno di quei momenti in cui lo spazio, lasciato vuoto dagli accudimenti, dalle imposizioni e dai dispositivi educativi, è riempito dalla libera iniziativa dei bambini. Quando però si vedono i bambini interagire con fogli di carta, cercando di allargare la foto su un giornale come se fosse un tablet, si comprende che questa tecnologia implica aspetti preoccupanti». Si parla di un’autentica epidemia dell’infelicità per i ragazzi di oggi. «A quel termine si appassionano molto gli allarmisti. Oggi sappiamo che non c’è un’epidemia di depressione tra i bambini, così come non c’è un’epidemia di autismo, men che meno causata dai vaccini. Però i dati segnalano un crescente disagio. Io invito a interrogarci se questa “epidemia di infelicità” non sia invece un’“epidemia di felicità”, cioè una sorta di ingiunzione morale collettiva rispetto al mantra della felicità. Bisogna essere sempre sorridenti, di successo, pieni di like. Noi trattiamo tredicenni, neanche più diciassettenni, in crisi perché il loro Instagram va male. Il problema qui non è la solitudine, ma l’opposto: l’eccesso di sovraesposizione sociale causa il disinvestimento dalle relazioni interpersonali e dai luoghi. C’è il celebre argomento del filosofo Robert Nozick, che ispirò il film “Matrix”: se venisse chiesto di legarsi a una macchina che rende eternamente felici, ma senza relazioni reali e in una pura finzione, la maggior parte delle persone risulterebbe indisponibile a quel tipo di felicità. Perché la felicità per noi c’entra con le relazioni, con l’autenticità degli scambi con l’altro. Se ciò viene meno, si creano problemi profondi». Patologie a parte, come sta mutando l’espressione emotiva nei bambini? «I bambini millennial sono molto più consapevoli dell’importanza della visibilità, il che sta radicalmente cambiando il loro rapporto con ciò che è intimo, privato e segreto. I bambini delle nuove generazioni sono molto più coscienti del fatto che l’immagine di sé, il proprio stato emotivo e il proprio corpo possono essere in ogni istante visti, registrati, condivisi. Una simile esposizione alla visibilità e all’abolizione del segreto scatena fenomeni opposti di repressione delle emozioni, ma anche una disacerbazione dell’espressività - si vedono bimbe che si fanno i selfie con la duck face o bambini che usano l’espressività corporea in senso enfatico, attingendo a registri espressivi che sono chiaramente legati allo strumento tecnologico». Che elaborazione richiede alla scuola questa emersione dei nuovi disagi? «Sarebbe bello che, insieme a una cultura degli insegnanti circa le patologie, si imponesse anche una cultura della salute, svincolata dai criteri della medicalizzazione. Sarebbe necessario enfatizzare i punti di forza e le risorse dei bambini, il che imporrebbe una rivoluzione culturale nell’insegnamento e nella valutazione dei singoli. Oggi, se si domanda agli insegnanti quali sono le linee guida sulla dislessia, le conoscono a memoria, ma, se si chiede cosa fare di un bimbo che legge meglio degli altri, nel migliore dei casi si ottengono tante risposte quanti sono i docenti. Medici e psicologi spesso non fanno di meglio. Viviamo in un sistema centrato sul problema piuttosto che sulla nobilitazione delle risorse. Riguardo all’influenza della scuola sulle patologie, ho l’impressione che talora ci si rifugi a invocare possibili disturbi dell’apprendimento, perché affrontare con i ragazzi e le famiglie l’esistenza di problemi affettivi o del comportamento è molto più difficile. Quando i ragazzi falliscono rispetto all’efficienza attesa, la scuola finisce così non di rado per esprimere giudizi di carattere sanitario. Stare bene di mente però non significa affatto non avere patologie, ma sapere anche cosa ce ne facciamo delle nostre buone qualità. La psichiatria insegna che spesso le situazioni complesse si risolvono non lavorando sui problemi, bensì intervenendo proprio sui punti di forza residuali. La sfida per il futuro è una psichiatria critica, che sappia rimettere al centro del lavoro scientificamente fondato i valori delle famiglie e una nuova cultura della promozione delle loro risorse e dei fattori di resilienza. È una prova alla nostra portata, purché ci sia la volontà politica».

lunedì 17 settembre 2018

Repubblica 15.8.11
Emanuele Severino
“Ecco perché anche morire è un festa”
Il filosofo racconta se stesso in un´autobiografia
Dall´infanzia al dolore per la perdita della moglie. "È una ferita restata aperta, la mia vita è cambiata"
Non temo la morte Ho paura dell´agonia Non voglio finire in ospedale e non voglio nessun accanimento terapeutico
L´idea che la verità possa illuminare l´individuo è un dogma. Mette al riparo, non cura il dolore ma lo circonda
Sono stato un bambino allegro fino alla scomparsa di mio fratello. È stato lui, normalista a Pisa, ad aprirmi alla filosofia
Le mie memorie non so a chi possano interessare. Quando parlo dei ricordi ecco che cominciano a suonare come falsi
di Antonio Gnoli

https://spogli.blogspot.com/2018/09/repubblica-15_17.html

BRESCIA. Ha superato con tranquilla determinazione gli ottant´anni, ha affrontato con disperata calma la scomparsa della moglie, ha scritto un´autobiografia (Il mio ricordo degli eterni, Rizzoli) che è un insieme di ricordi, ma anche un tentativo di offrire al lettore un ritratto personale di Emanuele Severino. Eppure, parlare di sé non gli piace. Non ama mettere al centro il Severino in carne e ossa, quel privatissimo individuo attraversato da passioni ed emozioni. È come se quel mondo segnato da una storia individuale non condividesse nulla con il piano della speculazione. È come se al nostro cospetto si disegnasse una netta separazione tra agire e volere da un lato e pensare dall´altro.
Le dà fastidio parlare della sua vita?
«Non so a chi possa interessare. Si tratta di un´esistenza come tante altre. Fatta di memoria ed esperienze. Ma nel momento in cui io parlo dei miei ricordi, ecco che essi cominciano a suonare falsi».
Non ci sono ricordi veri?
«Ci sono nel senso di ricordi nella cui esistenza io credo. Ma è proprio perché credo nella loro esistenza che essi sono falsi. Sono cioè stati separati dal modo concreto in cui furono vissuti. Io credo di essere stato un bambino, fino a un certo punto della sua vita, allegro. Ma questo credere non è una verità indiscutibile, bansì una fede. Per questo ho avuto molti dubbi sullo scrivere un´autobiografia».
Eppure l´ha fatto. Cosa l´ha spinta?
«Potrei risponderle che è la vanità, il bisogno che il Severino in carne e ossa sente di essere conosciuto anche negli aspetti meno noti. E potrei aggiungere che ci sono peccati ben più gravi di quello di scrivere di sé. Come voler vivere, voler parlare, voler dire la verità».
Tutte cose ben più che lecite.
«Certo, non lo discuto. Ma rientrano tutte in una forma di volontà di potenza. E la volontà non ha nulla a che vedere con la verità».
Ma possiamo distinguere tra una volontà buona e una volontà cattiva.
«La distinzione è infondata. E non posso neppure decidere, come fa certa saggezza orientale, di prendere la distanza dalla volontà. Perché anche il non volere è una forma di volere».
Lei, con un atto di volontà, scrive un´autobiografia e nel farlo si consegna all´errore, al fraintendimento, alla non verità. Non mi pare un gran risultato.
«D´accordo. Ma nessuno di noi può non vivere. E così mi è capitato di compiere quell´errare che è la scrittura e di praticare il genere autobiografico. Io so che dalle mie pagine trapelano vanità e puerilità, so di aver preferito alcuni ricordi ad altri, e di aver usato un linguaggio accattivante, quando avrei dovuto essere duro ed essenziale. Nondimeno l´ho fatto. Perché una cosa è vivere credendo che la vita non sia peccato - nel senso di errore, di non verità – altro è vivere sapendo che tutto ciò che si fa, anche il gesto più amoroso, appartiene alla follia essenziale cui l´uomo è legato».
Insomma racconta se stesso ma, al contempo, mette in guardia dal voler dare un particolare significato alla sua vita?
«Metto in guardia dal darle un significato di verità. Ovviamente anche il filosofo vive. Come tutti gli altri. Ma ciò che chiamo filosofia è lo sguardo sulla verità che è presente in ogni uomo. Questa presenza non è testimoniata dal linguaggio, che preferisce parlare del rapporto tra me e lei, o di ciò che chiamiamo vita».
A proposito del linguaggio lei non ha mancato di essere autocritico.
«Accadde in relazione al mio primo libretto: La coscienza, pensieri per un antifilosofia. Era scritto con la melassa, in uno stile che cedeva alla retorica. Mi fa rabbrividire il pensarci ancora. Ed è il rischio che posso aver corso con l´autobiografia. Il linguaggio deve essere senza fronzoli».
Parlando di lei, accennava al fatto di essere stato un bambino allegro.
«Lo sono stato fino alla tragica scomparsa di mio fratello. Fu lui ad aprirmi alla filosofia. Lui – normalista a Pisa durante la guerra – a parlarmi con entusiasmo di Gentile. La sua morte mi gettò nella costernazione. La stessa cosa, ma forse più dolorosa, l´ho rivissuta con la morte di mia moglie. Con lei siamo stati insieme per più di sessant´anni. Ho il rimorso di non averle forse dato tutto quello che avrei potuto».
Eravate una coppia solida. Viaggiavate spesso assieme.
«È vero. Per me era inconcepibile muovermi senza di lei e fino all´ultimo ci siamo spostati all´unisono. Mi torna alla mente il nostro ultimo viaggio. A Cuba. Ero stato invitato e accolto con tutti gli onori. Finita la parte professionale, ci misero a disposizione per una vacanza una stanza in uno degli alberghi più belli di Varadero. Ricordo che durante una notte si alzò un vento freddo – che lì chiamano il "fronte freddo" - che investì con furia la vetrata. Il suono di quel vento era simile all´ululato dei lupi. Esterina stava già male. Ebbe paura di quell´ululato. Mi prese la mano nel letto e me la strinse. E io ebbi il presagio che la sua vita stava finendo».
In che modo ha affrontato il dolore che ha provato quando è scomparsa?
«Come lo affronto, direi. Perché è una ferita restata completamente aperta. La mia vita è cambiata. Per certi versi è diventata intollerabile».
L´aiuta la filosofia?
«È un dogma l´idea che la verità possa illuminare l´individuo. Non sono io che capisco la verità, ma è la verità che capisce se stessa. Eppure so che la filosofia ha messo al riparo questo dolore. Non lo ha curato, ma circondato».
Mettersi al riparo è quanto cerchiamo nei momenti di crisi.
«È una delle esperienze fondamentali della storia dell´uomo. Noi veniamo al mondo e ci imbattiamo nel dolore e nella morte. Tutta la grande cultura è nata come difesa da questi eventi terribili. Prima con il mito, poi con la filosofia, infine con la scienza e la tecnica si è cercato il riparo. L´uomo, credendosi effimero, ha bisogno di protezione. Ma ciò che si cerca nel riparo è quanto di più inautentico si possa ottenere».
È anche una risposta alla paura della morte.
«Sarà parte dell´argomento che affronto nel prossimo e ultimo libro, col quale concludo la mia lunga ricerca iniziata sessant´anni fa. Morire è essere nella possibilità estrema, nel tramonto del contrasto tra verità e vita. Solo a quel punto finirà ogni dolore e ogni contraddizione. Questa idea non ha nulla a che vedere con la concezione cristiana della resurrezione».
Sembra quasi che l´attenda con gioia.
«Non temo la morte. Essa è una gran festa. Semmai ho paura dell´agonia. Il morente può esibire qualcosa di osceno. Per questo, quando sarà il momento, non vorrò una morte pubblica, in un ospedale. Ma una morte al riparo dagli occhi estranei e soprattutto priva di qualunque accanimento terapeutico. Questo per me significa morire con dignità».
Perché, contrariamente a ciò che si pensa, la morte dovrebbe essere una gran festa?
«Perché siamo destinati a una Gioia infinitamente più intensa di quella che le religioni e le sapienze di questo mondo promettono. I nostri morti ci aspettano. Esterina mi attende. Come una stella fissa del cielo».
Nei riguardi di sua moglie lei ha detto di aver provato rimorso. Cos´è che si rimprovera?
«Nel confessare il rimorso, la prima preoccupazione è stata di non voler passare per il marito perfetto, l´uomo pieno di virtù coniugali. Sono certo che avrei potuto essere migliore di come sono stato. Ma non so fino a che punto sarebbe dispiaciuto a mia moglie se io fossi stato una persona diversa».
Ma lei avrebbe voluto essere migliore?
«Forse più presente. Aver dedicato il proprio pensiero alla filosofia ha significato sacrificare in parte la vita familiare. Mio figlio, che fa lo scultore e che legge e discute i miei libri, ha criticato il mio modo di essere padre. E così anche mia moglie che pure non ha mai smesso di aiutarmi, di farmi sentire migliore di quello che probabilmente sono».
La rattrista non esserlo stato?
«Sì, anche se esito nel confessarlo. Quando sono in pubblico evito di lasciar trapelare il mio lato malinconico. Penso che sia sempre meglio non coinvolgere la gente con dei cupi pensieri».
Se ne vergogna?
«No, tanto è vero che gliene parlo. Diciamo che tendo a non voler essere compatito. Meglio forti nello stato d´animo piuttosto che patetici».
i maestri del pensiero di sinistra: Gianni Vattimo... (tutti al mare!)
La Stampa Tuttolibri 14.6.03
Non c’è più la Verità, ma possiamo metterci d’accordo
Gianni Vattimo interprete del nichilismo: venuta meno la metafisica, è la nostra mortalità a «fondare» l’ineluttabile relatività dell’etica e della politica

https://spogli.blogspot.com/2018/09/i-maestri-del-pensiero-di-sinistra.html

QUANDO si parla di ermeneutica, o meglio quando si prende in considerazione e si riflette sulla lunga vicenda della teoria dell'interpretazione, il pensiero non può non correre ai motivi d'un grandioso confronto con la tradizione letteraria e religiosa: dall'esegesi omerica in età ellenistica, a quella della Bibbia (e alla possibilità di una sua autonoma interpretazione) che è stata scaturigine della Riforma protestante, per giungere al rinnovato proporsi della questione dell'essere nelle filosofie di Martin Heidegger e di Hans Georg Gadamer. Ciò che invece non sempre si ha in mente, né si coltiva in prima battuta, è l'idea che nella teoria dell'interpretazione sia (in modo più o meno esplicito) contenuta una portata in senso lato politica, e segnatamente emancipativa. Questa via, nell'ambito del panorama filosofico contemporaneo, è stata aperta anzitutto (anche se non esclusivamente) da Gianni Vattimo, i cui lavori da tempo insistono sul fatto che un cammino di questo genere assume la propria peculiare configurazione in primo luogo quando si riconosca l'opportunità di un accostamento dell'ermeneutica al nichilismo, e all'idea - maturata con terrore per la prima volta nell'ambito del romanticismo tedesco - che dell'essere non ne è più nulla.. È quanto avviene anche nel volume edito da Garzanti, che reca per l'appunto il titolo Nichilismo ed emancipazione. Etica, politica, diritto: libro che raccoglie, fornendo loro un'adeguata cornice, saggi e scritti risalenti all'ultimo decennio. Ora, come Vattimo autorevolmente sottolinea (non solo in questo libro), per quanto ciò possa sembrare paradossale, prendere adeguatamente partito in favore del nichilismo implica anche una netta presa di posizione a favore della democrazia. Naturalmente si tratta, in questo senso, d'intendersi anzitutto sul termine "nichilismo", e su che cosa si intenda fare quando lo si adotta esplicitamente come dimensione programmatica. Nichilismo, in questo caso (e cioè nell'interpretazione che Vattimo offre di questo concetto), sulla base principalmente delle filosofie di Nietzsche e di Heidegger, significa anzitutto l'acquisita consapevolezza che la storia della metafisica è giunta alla fine: laddove questo comporta, tuttavia, che l'apparente scacco che ne deriva, ossia il perdersi del fondamento ultimo della realtà, apre il cammino a una dimensione positiva. Ma in che modo avviene tutto ciò? E in che senso questo evento ha a che fare anche con la democrazia? Di fatto, dice Vattimo, la consumazione del fondamento ultimo e unico cui aspirava la storia della metafisica apre la via al dissonante coro dell'alterità, che ha nella democrazia il proprio emblema politico. Rinunciare al fondamento ultimo, dando dunque credito al nichilismo come esito storico di un lungo cammino, significa disporsi a scoprire la pluralità dell'essere e dunque delle opinioni. Ciò tuttavia di per sé non basta, poiché in tal modo resteremmo prigionieri di un orizzonte sostanzialmente astratto, all'interno del quale il pluralismo non significherebbe né comporterebbe altro che una sorta di accettazione della molteplicità, orientata da un principio d'indifferenza. Il che vorrebbe dire: non importa quale delle tesi in ballo sia quella vera, ma ciò che conta è che tutte possano accampare la loro pretesa di legittimità. Eppure, prosegue Vattimo, nulla è peggio (sia dal punto di vista teoretico, sia dal punto di vista morale e assiologico) del ritenere che la libertà si radichi nel principio d'indifferenza, cioè nell'idea che ogni scelta è consentita purché contemperi formalmente le altre, senza che essa venga tuttavia radicata in un più profondo background. E seguendo la vicenda fondamentalmente unitaria della redazione di questi saggi, il lettore si avvede di come, in realtà, non è possibile acquisire una concezione pluralistica senza radicarla in una dimensione più profonda, che è quella costituita dalla nostra mortalità. Mortalità significa infatti confronto con il tempo, e dunque anche con la storia e con la politica. Solo attraverso un'adeguata riflessione su questa forma di indebolimento delle pretese di definitività del pensiero una politica e una storia sono in grado di scoprire in modo compiuto che il declino dell'idea fondamento ultimo su cui si fonda la vicenda metafisica è anche, insieme, possibilità positiva di accedere a una vicenda di concreta emancipazione nella quale il dialogo e la politica costituiscono le chances di un accordo e dunque di un'unità non definitiva e asseverata sin dall'inizio. Una possibilità, si è detto, che rinvia al tempo come alla dimensione propria del nostro esistere, e sulla cui dolorosa, ineluttabile relatività si fonda anche la vicenda dei significati e la pluralità delle interpretazioni. Certamente questo modo di vedere può comportare anche un congedo dalla nozione di "verità", almeno se ci si ostina nella pretesa di pensare quest'ultima in termini metafisici, ossia ultimativi; alla nozione di verità qui si affianca e quasi si sostituisce infatti quella di mortalità. Essa costituisce il culmine di una paradossale e affascinante vicenda che fonda la verità sul nichilismo, che intende il nichilismo come una chance di emancipazione, e quest'ultima come il motivo di una visione religiosa che vive non nella presenza dell'eterno ma nella rammemorazione della sua scomparsa. L'origine perduta riaffiora così sotto le vesti che Mnemosyne ha voluto donargli.
Il Fatto 17.9.18
Appia scordata e senza fondi. La Grande Bellezza è perduta
Le meraviglie abbandonate - Per la Regina Viarum si è passati dall’idea (sbagliata) Benetton al totale nulla. Però c’è chi combatte
di Tomaso Montanari


“O via Appia, consacrata da Cesare venerato sotto l’effigie di Ercole, tu che superi in celebrità tutte le italiche vie …”: l’invocazione di Marziale risuona oggi come una disperata richiesta di aiuto. Sembra quasi che all’Appia Antica si voglia far pagare il no di quattro anni fa alla Società Autostrade. Pochi oggi lo ricordano, ma nell’estate del 2014 divampò furiosa una battaglia di opinione intorno al tentativo di aggiungere la Regina Viarum al vasto regno dei Benetton.
Lo scopo di Autostrade era evidente: ripulire la propria immagine associandola alla Grande Bellezza. Lo stesso perseguito dalla Fondazione Benetton, che promuove da anni un progetto dedicato all’articolo 9 della Costituzione (i signori dell’asfalto paladini del paesaggio!), e che anche dopo Genova continua a proporre con ammirevole disinvoltura la “cittadinanza attiva attraverso la cultura e il patrimonio artistico”. Ma in quel 2014 la campagna di Autostrade dovette fare i conti con la sollevazione delle associazioni e dei cittadini che hanno a cuore il bene comune. Se mi è permesso, ricordo che io stesso mi chiesi, su questo giornale: “Siamo proprio sicuri che sia opportuno permettere ad Autostrade di sommare al monopolio sulle scelte infrastrutturali strategiche del Paese anche il governo dell’Appia? Ed è giusto che chi mangia (per esempio) il prezioso territorio del Parco Agricolo di Milano Sud con la costruzione della Tangenziale Esterna, voluta da Maurizio Lupi e legata all’Expo, possa poi presentarsi ai cittadini come il generoso paladino del verde dell’Appia?”. Alla fine l’operazione Grand Tour si fermò: ma il prezzo da pagare fu alto, e la vendetta dei vertici del ministero di Dario Franceschini prese le forme più tipiche del non governo democristiano: la più totale inerzia.
Oggi è Rita Paris, l’esemplare archeologa che dirige il Parco dell’Appia Antica, a fare i conti con i danni provocati da questo abbandono politico e da una stagione di riforme concepite in odio alla tutela del patrimonio culturale. Lungo vent’anni Rita Paris ha proseguito le battaglie del grande apostolo dell’Appia, Antonio Cederna: che denunciò con forza i gangsters (parola sua) che avevano ridotto la strada più bella del mondo a “canale di scolo dei nuovi quartieri: tagliata, sminuzzata, sventrata”, e sognò che essa potesse diventare, attraverso un collegamento pedonale continuo con il Colosseo e i Fori Imperiali, un unico grande polmone verde e archeologico per Roma. Ebbene, Paris ha riportato l’Appia alla condizione di monumento, liberandola dall’asfalto su cui sfrecciavano le auto di lusso dei gangsters, scavando, restaurando e acquisendo pezzi di patrimonio, aprendo al pubblico monumenti e siti che prima erano il simbolo del degrado e dello sfregio al patrimonio. E non basta: con un’opera instancabile di comunicazione e di accoglienza, sotto la sua direzione si è messa al centro la creazione e la redistribuzione della conoscenza attraverso un laboratorio continuo indirizzato alla conservazione del patrimonio all’aperto e allo studio del paesaggio, che qui è davvero straordinario. Insomma, un lavoro eccellente: che dimostra che lo Stato può anche funzionare alla grande, pur con mezzi risicatissimi. Ma ora anche quei mezzi sono esauriti: manca il personale, e (a causa del dissennato spezzatino a cui la riforma Franceschini ha ridotto le soprintendenze romane) mancano drammaticamente gli spazi, le sedi e gli strumenti di lavoro, così che anche i nuovi archeologi rimangono inutilizzati.
Soprattutto mancano i finanziamenti: e le conseguenze potrebbero essere drammatiche. Ricordate la scena della Grande Bellezza in cui Anita Kravos prende a testate l’Acquedotto Claudio, uno dei monumenti più celebri dell’Appia? Ebbene, oggi potrebbe essere rischioso anche solo passeggiarci sotto: il collasso dei grandi blocchi che coprono il canale delle acque potrebbe determinare la caduta di frammenti di pietra dalle arcate. E dunque o si interviene subito, o si sarà presto costretti a transennare l’acquedotto: un’immagine devastante, che farebbe il giro del mondo.
Oltre a tamponare le urgenze, e a mettere in sicurezza molti altri luoghi cruciali del Parco, i soldi servirebbero a rendere visibili parti immense del parco: come la straordinaria Villa di Sette Bassi, con un’area archeologica estesa quanto Pompei e oggi del tutto inaccessibile. E poi la ricerca: un lusso che nel patrimonio culturale nessuno può più permettersi. Non si possono catalogare e studiare i nuovi reperti né si riesce a far funzionare l’archivio di Cederna che proprio lì è conservato.
E la divulgazione: le condizioni del bilancio dell’Appia sono tali che non si possono più nemmeno ristampare le guide e l’eccellente materiale didattico. L’aspetto paradossale della vicenda è che i soldi ci sarebbero: a partire dai venti milioni di euro (pari a oltre quindici anni di bilancio dell’Appia!) stanziati (ma mai erogati) dal Ministero per il progetto Appia Regina Viarum nato dall’ispirato libro di Paolo Rumiz: un’esperienza, importante e celebratissima, cui però nulla è seguito. Se il ministro Alberto Bonisoli vuole davvero dare quel segnale di inversione di rotta che stenta a farsi sentire, può cominciare dall’Appia: ascoltando Rita Paris, e dandole gli strumenti per continuare il suo straordinario lavoro.
Quando Cederna fu eletto deputato della Repubblica, la Società Autostrade gli fece recapitare una delle prime mountain bike. Cederna la donò a don Guanella, rispedendone la ricevuta di consegna ad Autostrade: perché non voleva essere in debito con i suoi avversari. Per la sua coerenza Cederna fu sempre un isolato: oggi non vorremmo che fosse l’Appia a dover pagare il prezzo della propria libertà. Che è la nostra.
Corriere 17.9.18
No ai cellulari a scuola? ma la responsabilità è anche dei genitori
di Paolo Di Stefano


L’iniziativa del liceo paritario San Benedetto di Piacenza, bloccare i cellulari dei ragazzi durante le ore di lezione, è ammirevole anche se in realtà l’uso del telefono mobile a scuola sarebbe vietato da una direttiva ministeriale del 2007: ma in tutta evidenza è una norma che viene normalmente aggirata. Fatto sta che il provvedimento di Piacenza gioverà sicuramente alla concentrazione e alla socialità, sarà una sorta di ecologica disintossicazione dall’abuso domestico. Non che la tecnologia sia il male assoluto, ma favorisce comunque alcune cattive abitudini in crescita non solo a scuola e non solo presso la popolazione giovane. I genitori, dal canto loro, approvano la decisione del preside. Una madre ammette che l’uso dello smartphone da parte dei ragazzi è eccessivo e che, grazie alla risoluzione della scuola, sarà meno perseguitata dal figlio abituato a mandarle messaggi ogni ora per dirle di andare a prenderlo prima o di arrivare in orario. «Se sta sempre sul cellulare — aggiunge — non ascolta la lezione». Nel loro candore, queste frasi rivelano ciò che molti padri e madri riscontrano quotidianamente con pudica autocommiserazione: l’impotenza della famiglia nel trovare un rimedio alla bulimia tecnologica dei figli. Dunque, la altrettanto candida speranza (o pretesa) che sia almeno la scuola a porre un argine o un limite alla dipendenza digitale dei pargoli. Ed è curioso (ma non sorprendente) notare come la famosa alleanza educativa funzioni quando diventa una delega di responsabilità.
Corriere 17.9.18
Gite scolastiche: 6.511 bus irregolariautisti ubriachi, omesse revisioni,
gomme lisce, assicurazioni scadute: dai controlli della stradale
il 15 per cento dei mezzi non è sicuro
«Diffidate dei prezzi troppo bassi»
di Milena Gabanelli e Alessio Ribaudo


L’ultimo in ordine di tempo è stato bloccato il 28 maggio a Turano Lodigiano, in Lombardia. Alle 8 del mattino, un conducente di autobus che doveva accompagnare a Genova una scolaresca di 80 bambini, aveva un tasso alcolemico di 1,79 grammi per litro di sangue: era praticamente ubriaco. Secondo il codice della Strada il tasso deve essere zero. Ad aprile, in provincia di Chieti, gli agenti della Stradale hanno fermato, prima della partenza, un bus con due pneumatici completamente lisci e tre cinture di sicurezza rotte. A Torino, invece, un pullman del 1996 era stato riverniciato, ritargato e aveva la revisione scaduta. Purtroppo, non si tratta di tre casi isolati.
Il bilancio dei controlli
Dal febbraio del 2016 al 31 maggio 2018 la Stradale ha controllato il 43 per cento del parco veicolare adibito a trasporto scolastico (43.061 bus) e 6.511 presentavano irregolarità (circa il 15 per cento). «Di questi 31.023 erano stati segnalati dai presidi nell’ambito della campagna “Gite scolastiche in sicurezza” — spiega Roberto Sgalla, a capo di tutte le specialità di polizia — che è nata in collaborazione con il ministero dell’Istruzione».
Ebbene, 3.226 veicoli presentavano un ampio campionario di infrazioni: 1.948 multe sono state comminate per pneumatici lisci, cinture di sicurezza non funzionanti, fari guasti, estintori inefficienti e uscite di sicurezza inagibili. I verbali per mancata revisione sono stati 93; 55 per l’assicurazione e 84 per irregolarità nel servizio di noleggio con conducente. Gli autisti, invece, non avevano rispettato le alternanze fra tempi di guida e riposo 985 volte e avevano superato i limiti di velocità in 739 casi. Sono state infine ritirate 121 patenti e 158 carte di circolazione.
Il giro d’affari e il calo
Secondo i dati dell’Associazione nazionale autotrasporto viaggiatori (Anav) e Isfort, il 96 per cento delle scuole medie e il 54 per cento delle Superiori scelgono l’autobus per le gite, anche per mete estere (55%). Il bacino potenziale coinvolge circa sette milioni di studenti, anche se negli ultimi otto anni c’è stato un calo nelle partecipazioni del 13 per cento. I motivi? I timori dei genitori legati alla sicurezza, la crisi economica e la minore disponibilità degli insegnanti di accollarsi un eccesso di responsabilità.
Le gite e le leggi
Dal 1999, gli istituti hanno piena autonomia e all’inizio dell’anno stabiliscono mete e date. Per la compilazione dei bandi devono rispettare una ragnatela di norme generali, atti negoziali delle istituzioni scolastiche, decreti ministeriali, linee guida dell’Autorità nazionale anticorruzione e del Miur. Per esempio, i dirigenti scolastici «devono accertare con la massima diligenza l’assoluta affidabilità e serietà dell’agenzia di viaggio o della ditta di autotrasporti» e la scelta di un servizio di trasporto deve basarsi «non solo su criteri di carattere economico ma deve tenere in primaria considerazione alcune garanzie di sicurezza». Le gare devono rispettare poi il codice degli appalti e le procedure cambiano a seconda degli importi. Sotto i 2mila euro, la gara si può affidare direttamente; fra i 2mila e i 135 mila euro, ovvero nella maggior parte dei casi, serve la «procedura negoziata semplificata» a cui vanno invitate almeno cinque società.
«I bandi sono spesso diversi fra loro — spiega Simona Bigli del Touring club italiano — e le graduatorie sono stilate sommando i punteggi assegnati, per esempio, alla categoria degli hotel o ai mezzi di trasporto. Alle volte il prezzo ha una valutazione più alta delle altre voci».
La gara si aggiudica con riserva, sino a quando le scuole non ricevono tutta la trafila di documenti, fra cui quelli che attestano la regolarità contributiva dell’impresa, e poi l’assicurazione del mezzo e la revisione. Sulla «carta», quindi, spesso è tutto perfetto.
Le carte in regola ma in strada?
«In strada però poi scopriamo dei “trucchetti” — racconta Luigi Altamura, comandante dei vigili di Verona — come la reimmatricolazione per partecipare a gare che prevedono mezzi più nuovi o autisti pensionati non contrattualizzati, dopolavoristi, o quelli che non rispettano il tempo di pausa obbligatorio perché non hanno accanto il secondo guidatore facoltativo. Per questo le scuole veronesi entro 30 giorni dalla gita, possono scriverci una mail e, mezz’ora prima della partenza, arriva una nostra pattuglia».
Per il presidente di Anav, Giuseppe Francesco Vinella «gli imprenditori scorretti sono pochi ma le scuole devono comunque mettersi in allarme quando il preventivo è troppo basso perché la maggior parte dei costi sono fissi. Spesso la differenza fra una gita insicura e una sicura è di 5 euro a persona. Se consideriamo i morti in incidenti, un viaggio su un bus da turismo è 40 volte più sicuro che in auto». L’Anav lancia un appello al Miur: «Stabiliamo uno schema d’appalto unico che metta dei paletti come l’obbligo di usare mezzi EuroV o VI».
Il ruolo di presidi e insegnanti
Oggi il protocollo «Gite in Sicurezza» suggerisce ai dirigenti scolastici di segnalare alla Stradale del capoluogo di provincia, con qualche giorno di anticipo, la data del viaggio, il tragitto, il numero di alunni e pullman impiegati. Ma non tutti lo fanno. In più, il Miur ha diffuso un vademecum, stilato dalla Stradale insieme all’Anav, che spiega come riconoscere le anomalie del mezzo e invita i docenti a essere «sentinelle» civiche segnalando, durante il viaggio, comportamenti sbagliati dell’autista.
I docenti, però, sono sempre meno disponibili ai viaggi. «E per forza! — tuona Pino Turi, segretario della Uil Scuola — hanno già la responsabilità della scolaresca giorno e notte, senza ricevere un cent in più. Se si aggiunge il ruolo di “sentinella”, si scaricano responsabilità su una figura professionale che non ha competenze per farlo».
Insomma, il rischio è quello di vedere tramontare i viaggi d’istruzione e, con loro, esperienze di alto valore educativo.
Le soluzioni
Come se ne esce? Basterebbe che il Miur, anziché limitarsi al «suggerimento», rendesse «obbligatorio» il protocollo sul controllo dei mezzi la mattina della gita. Magari coinvolgendo pure i carabinieri e i vigili perché, da sole, le pattuglie della Stradale non bastano. Certo, si dirà, l’obbligo va contro l’autonomia delle scuole ma la sicurezza di milioni di ragazzi vale ben più di una deroga.
La Stampa 17.9.18
Fuorilegge sette scuole su dieci
Pochi controlli e niente sanzioni: divieti aggirati con le proroghe
In Italia il 70% dei 42.435 edifici che ospitano una scuola è fuorilegge, il 68% è stato costruito prima del 1975 e soltanto il 39% ha ottenuto il certificato di agibilità. Dal 1971 il collaudo statico è obbligatorio, ma la metà degli istituti non è a norma.
di Andrea Rossi


La scuola primaria Frediani di Seravezza, provincia di Lucca, è stata dichiarata inagibile e non riaprirà. A Melgnano, nel milanese, gli alunni della scuola primaria dovranno migrare in altre sedi perché tra amianto e cedimenti le loro classi sono in pericolo. Al liceo classico D’Annunzio, a Pescara, durante i lavori di ristrutturazione quest’estate si sono staccate intere porzioni di soffitto e la preside ha ritardato l’inizio delle lezioni per 900 studenti. A Napoli, nel quartiere Pianura-Soccavo, sei scuole restano chiuse perché senza certificati.
A guardarla da questa prospettiva, la scuola italiana che riapre per tutti oggi (anche se in dodici regioni, Piemonte compreso, è già ricominciata) ha un aspetto pericolante e i segnali evidenti di una resa. Il 70% dei 42.435 edifici che ospitano una scuola è, teoricamente, fuorilegge. Non è in regola con almeno uno di questi parametri: verifiche di vulnerabilità sismica, analisi di solai e controsoffitti, collaudo statico, certificato di prevenzione incendi, agibilità, piano di emergenza. Spesso non ne soddisfa più di uno. E dire che sarebbero tutti obbligatori per legge.
L’obbligo di mettersi in regola
Il 27 settembre Cittadinanzattiva pubblicherà il suo sedicesimo rapporto sulla sicurezza nelle scuole, realizzato su un campione di quasi 7 mila edifici. Il quadro che emerge dalle anticipazioni è desolante. Ad esempio, solo una scuola su tre ha eseguito le verifiche di vulnerabilità sismica, con picchi negativi in regioni come Calabria (2%), Campania (4%), Sicilia (7%), guarda a caso territori a elevata sismicità.
«Se pensiamo che la verifica di vulnerabilità sismica è stata resa obbligatoria nel 2003, e più volte prorogata fino al 2013, è evidente un grave ritardo da parte degli enti proprietari degli edifici», spiega Adriana Bizzarri, responsabile scuola di Cittadinanzattiva. I termini sono slittati più volte per dare modo a province e comuni di mettersi in regola: l’ultima proroga sposta la scadenza al 31 dicembre 2018 ma l’Anci, l’associazione dei Comuni, ha già fatto sapere che le risorse sono scarse e 3 mila Comuni resteranno a secco. È una pratica abusata: siccome le scuole continuano a non essere in regola, anziché sanzionare i proprietari (per l’84% Comuni, per il resto province o città metropolitane) si prorogano continuamente i termini per adeguarsi. Succede anche con il certificato di prevenzione incendi: la nuova scadenza è il primo gennaio 2019, ma a oggi solo una scuola su tre è a norma e una su dieci ha la pratica in corso.
Sarà inevitabile un’altra proroga. Normative e piani straordinari sono un’estenuante rincorsa per riparare mali che si trascinano da decenni. Le scuole sono vecchie: il 68% è stato costruito prima del 1975. Appena il 57% è accatastato per non parlare del certificato di agibilità o abitabilità, di cui appena il 39% è dotato. Metà degli edifici risale a prima che diventasse obbligatorio il collaudo statico, nel 1971. Quasi mezzo secolo dopo le scuole a norma con il collaudo sono il 53%, di fatto solo quelle costruite dagli Anni 70 in poi. Per le vecchie è come se la legge non fosse mai entrata in vigore.
Destinazioni differenti
C’è poi un peccato originale: il 30% degli edifici, prima di essere una scuola, aveva un’altra destinazione. Il liceo Darwin di Rivoli, ad esempio, era un seminario: il 22 novembre di dieci anni fa un ragazzo di 17 anni, Vito Scafidi, rimase ucciso nel crollo di un controsoffitto; un suo compagno di classe da allora è su una sedia a rotelle. «Molti edifici non nascono come scuole. Hanno spazi, a cominciare dalle scale, non dimensionati per il numero di persone che ospitano», ragiona Bernardino Chiaia, ordinario di Scienza delle costruzioni al Politecnico di Torino e responsabile del nascente Centro sulla sicurezza di edifici e infrastrutture.
A dieci anni dal Darwin è sconsolante sapere che solo il 26% delle scuole ha effettuato una indagine diagnostica su solai e controsoffitti. La fondazione Scafidi, con il ministero dell’Istruzione e il Politecnico, sta per avviare un progetto sperimentale sulla sicurezza delle scuole, con l’obiettivo di definire linee guida per la manutenzione delle strutture esistenti e la progettazione di quelle nuove. «L’edilizia scolastica ha alcune grandi criticità», spiega il professor Chiaia. «Ci sono problemi strutturali, di sito (una scuola su dieci sorge in zona sismica 1, a pericolosità massima, ndr), di invecchiamento e degrado, di impianti e controsoffitti, di messa a norma e distribuzione degli spazi».
Infine c’è un evidente problema di gestione del patrimonio: «Le norme consentono allo stesso professionista di essere responsabile della sicurezza di cento scuole. E tutte le segnalazioni che un istituto invia al suo ente proprietario confluiscono in un unico calderone, si tratti del rubinetto che perde o di un soffitto che rischia di crollare».
Questa disgregazione burocratica rischia di vanificare lo sforzo compiuto negli ultimi anni. Dal 2014 al 2017 lo Stato ha investito sull’edilizia scolastica più che nel precedente ventennio: 10 miliardi stanziati, di cui 5,2 miliardi affidati agli enti locali per finanziare 11.500 interventi. Il neo ministro dell’Istruzione Marco Bussetti dieci giorni fa ha sbloccato un miliardo e ne ha promessi altri due. Ha anche avviato un programma con l’agenzia spaziale e il Cnr per il monitoraggio satellitare degli edifici grazie a una tecnologia che permette di misurare al decimo di millimetro lo spostamento di un immobile. «Finora è però mancata una strategia complessiva», riflette Chiaia. «Il modello che abbiamo in mente punta a creare un ranking delle scuole basato su una griglia di criticità, in modo che lo Stato abbia un quadro della situazione e sappia quali sono le priorità».
L’anagrafe degli immobili
Sarà durissima. Il primo requisito per intervenire e stabilire un elenco di urgenze è avere un quadro nitido della situazione. Ma nessuno ce l’ha, altrimenti associazioni come Cittadinanzattiva non avrebbero alcuna ragione di mettersi in proprio e raccogliere i dati. E dire che lo strumento c’è. Nel 1996 è stata costituita l’anagrafe dell’edilizia scolastica: ogni ente locale avrebbe dovuto inserire i dati delle proprie scuole e lo Stato li avrebbe resi pubblici. È accaduto solo vent’anni dopo, nel 2015, ma mancano ancora 8 mila edifici su 42 mila. Quelli inseriti, poi, presentano dati incompleti: non indicano l’anno in cui è stata accertata la situazione dell’edificio (rendendo impossibile capire se il quadro è aggiornato), non includono le certificazioni su agibilità, collaudo e vulnerabilità sismica.
Dati mai inviati al ministero
«Il sistema è farraginoso, ci sono troppe lacune», osserva Adriana Bizzarri. «Ogni comune o provincia una volta l’anno dovrebbe trasmettere i dati alla regione, a sua volta tenuta a girarli al ministero. Ma non accade». Ci sono Comuni (Roma) che faticano a reperire i dati; altri (Milano) li custodiscono in centinaia di faldoni senza il personale necessario per riversarli su database informatico.
Il caso Messina
Si procede in ordine sparso, a maggior ragione ora che, con il cambio di governo, è stata smantellata la struttura di missione Italia Sicura, il cui ruolo era anche assistere quegli enti - come i piccoli Comuni - privi del personale e delle competenze per gestire le pratiche.
Per di più, della situazione di alcune regioni - Campania, Calabria, Sicilia - si sa poco o nulla perché comuni e province non rispondono alle richieste. E allora non c’è da stupirsi se si verificano disastri: a Messina 26 scuole (una su quattro) sono chiuse perché manca il certificato di vulnerabilità sismica. E circa 10 mila studenti sono ancora a casa.
Il Fatto 17.9.18
I “buchi neri” della Cina di Xi, dove spariscono i dissidenti
Imperialismo economico e politiche opposte al neo-protezionismo trumpiano, ma rimangono nella Repubblica popolare le violazioni dei diritti umani e, anzi, la repressione cresce
di Antonio Carlucci


Michael Caster è uno studioso dei diritti umani e un militante appassionato. Quanto avviene in Cina è il centro della sua attività. La fotografia che offre sulla situazione attuale è questa: “Nell’era di Xi Jinping, l’assalto della Cina ai gruppi che si occupano di diritti umani ha raggiunto punte estreme, non viste neanche ai tempi del movimento pro democrazia del 1989 (la protesta e la strage di centinaia di giovani a piazza Tien An Men, ndr). Insieme ai progressi tecnologici, possibili anche per la complicità di società non cinesi, si è verificato un aumento senza precedenti nella capacità di controllo da parte della polizia e dello Stato”.
Chi immaginava che la politica imperiale del leader cinese avrebbe portato oltre che crescita economica anche qualche libertà nel Paese, dovrebbe leggere il saggio di Carter sui protagonisti del movimento per i diritti umani che sono stati vittime della repressione del regime capital-comunista. Si tratta di dodici storie di militanti per i diritti umani, in gran parte avvocati che avevano tra i loro clienti dissidenti accusati di “sovversione” ed “incitamento al disordine”. Undici di queste sono state scritte in prima persona dai protagonisti, tutti scomparsi nel nulla e riaffiorati dopo mesi davanti ai tribunali o con l’annuncio che erano sotto “sorveglianza in località designate” e “sotto inchiesta per crimini contro la sicurezza dello Stato”. Una storia è stata scritta da Carter: quella di Xie Yang, avvocato della regione dello Yunan che aveva difeso molti attivisti. Scomparso nel 2015, dopo sei mesi di detenzione non comunicata, incontrò un legale e raccontò terribili torture. Ma al processo nel 2017 dichiarò di essere stato manipolato da potenze straniere e negò le torture subite, confessando le “colpe”.
Molti hanno ceduto a pressioni e privazioni nei “buchi neri”, le prigioni segrete dove i militanti vengono segregati. Molti altri non si sono piegati e sono scomparsi nel nulla, come l’avvocato Wang Quanzhang, sequestrato nel 2015 e riapparso a luglio del 2018 solo attraverso il racconto di un altro dissidente che sostiene di averlo visto nel centro di detenzione di Tianjin. La svolta repressiva è del 2015, quando il regime di Xi Jinping decise un’operazione in grande stile contro gli oppositori. Pochi mesi prima c’era stato un grande risveglio del movimento pro democrazia in ricordo di Tien An Men. Il governo cinese prese di mira soprattutto coloro che difendevano in giudizio gli attivisti perché rappresentavano un pericoloso passaggio che avrebbe amplificato in ogni momento la protesta portandola dalla piazza al luogo deputato per l’atto finale della repressione, il tribunale. Scomparvero decine di avvocati e, a seguire, le loro famiglie furono oggetto di intimidazioni e rappresaglie, giunte fino a viltà come negare l’iscrizione alla scuola elementare al figlio di un dissidente.
Fu con quello che è stato definito il “709 crackdown” che venne alla luce il nuovo sistema di repressione, ovviamente definito nel codice penale. È la norma chiamata con il suo abbreviativo Rsdl, ovvero “sorveglianza residenziale in un luogo designato”: puoi essere prelevato e sparire in un buco nero della detenzione senza regole, perché la Rsdl stabilisce che la polizia non è obbligata a comunicare il luogo di detenzione, il diritto a ricevere la visita di avvocati e parenti è sospeso, neanche il magistrato può visitare il detenuto “per non ostacolare le indagini”.
Si tratta di un arbitrio totale, nato per riparare la falla che si era creata nel 2003 quando era in vigore il cosiddetto “custodia e rimpatrio” che permetteva alla polizia di arrestare chiunque senza dover comunicare il fatto. Accadde però che nel marzo del 2003, Sun Zhigang, lavoratore emigrato dalle campagne alla città di Guangzhou, morì in seguito ai maltrattamenti subiti dopo un arresto non reso pubblico. Ne seguì, in una non prevista catena di eventi gestiti da persone perbene, il processo ai poliziotti e la condanna delle autorità a risarcire il danno. Bisognava evitare altri avvenimenti simili. Ed ecco la Rsdl.
Oggi, alle meraviglie sbandierate da Xi Jinping della nuova via della seta, del progresso economico, degli aiuti miliardari all’Africa, fa da contraltare una guerra sistematica e senza tentennamenti contro qualsiasi atto che metta in discussione le libertà civili negate, la censura, la libertà di religione. La macchina repressiva si muove lungo cinque direttrici e altrettanti obiettivi: i militanti dei diritti umani a cominciare dagli avvocati; tutti coloro che cercano di usare la rete per conquistare spazi di libertà, discussione e critica al regime; gli autonomisti del Tibet, con i monaci al primo posto; gli uiguri di religione musulmana che vivono nello Xinjiang, il nord ovest della Cina; i democratici di Hong Kong che si rifiutano di piegarsi all’arbitrio di Pechino.
Se gli avvocati scompaiono nei “buchi neri”, coloro che cercano libertà attraverso la rete se la devono vedere con la censura che ha trovato un inaspettato alleato nelle grandi società occidentali del settore a cominciare da Apple e Google: la prima ha accettato di chiudere i Vpn – le reti di comunicazioni private – utili per bypassare la censura, la seconda fornisce al governo tutte le informazioni sugli utenti e sulle loro attività in rete. Sul Tibet c’è sempre una cappa di piombo, e l’ultima invenzione per stroncare la protesta degli uiguri dissidenti, accusati di terrorismo solo perché musulmani, è quella dei campi di rieducazione religiosa. In questa situazione, il disinteresse sempre più manifesto dei Paesi occidentali alimenta la repressione. Abbagliati dal miraggio di fare affari coi cinesi, i governi statunitense ed europei hanno messo nel cassetto politiche attive di sostegno ai diritti umani in Cina. Basterebbe vedere le tiepide reazioni alla notizia che il dissidente e premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo era morto (luglio 2017) per tumore, in stato di detenzione in ospedale, e la moglie era scomparsa in qualche “buco nero” della polizia. Il regime di Xi ha approfittato di questa ritirata occidentale.
Nell’aprile 2017 Dolkun Isa, attivista uiguro, è stato cacciato dalle Nazioni Unite mentre era in attesa di parlare di minoranze etniche. Tre mesi dopo, a Roma, mentre si recava al Senato dove era stato invitato, Isa è stato fermato da agenti in borghese e portato via per le procedure di identificazione. La lunga mano del regime fa di tutto per portare dalla sua parte gli altri governi. A giugno del 2017 era atteso un intervento dell’Unione europea all’assemblea annuale del Consiglio per i diritti umani delle Onu di Ginevra. Ma la Ue non ha parlato perché la Grecia ha posto il veto a un discorso in cui si criticava la Cina per la violazione sistematica dei diritti umani. Pochi giorni dopo, sempre Atene, si è opposta a controlli più accurati sugli investimenti cinesi nella Ue. Atene ha spiegato che il suo governo non è mai d’accordo con iniziative che contengano “critiche non costruttive”. Ma la verità sta nei 500 milioni di euro che Pechino ha pagato per il porto del Pireo e nei contratti milionari che il premier Alexis Tsipras ha firmato in Cina.
Il Fatto 17.9.18
Con omicidi e “affari” la Russia di Putin dilaga in mezza Africa
Nella Repubblica Centrafricana gli uomini di Mosca si propongono come garanti di equilibri, di “cessate il fuoco” provvisori, di intermediazioni. E forniscono armi, con l’ok dell’Onu, aggirando embarghi
di Michela A. G. Iaccarino


Sopra la terra. Al loro funerale a Mosca, gli amici che stringevano tra le mani i ritratti in bianco e nero, erano vestiti dello stesso colore. Sotto la terra. Tre tombe, tre giornalisti russi, tre omicidi in un’imboscata sotto i cieli d’Africa ad inizio agosto. Tre lapidi: Orkhan Djemal, ex reporter di Novaya Gazeta (lo stesso giornale di Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca nel 2006), corrispondente veterano di guerre d’Africa, il suo cameraman Kiril Radchenko e Aleksandr Rastorguev, autore di un documentario sull’opposizione russa. Proprio come la loro patria, la Russia, anche l’Africa si è rivelata terra fatale per i giornalisti. Sono morti nell’ex colonia francese, la Repubblica Centrafricana, a 300 km da Bangui, la capitale, lungo la strada sabbiosa per Sibiut. Uccisi in quella che le forze dell’ordine del luogo hanno bollato come rapina, ma che ai loro colleghi sembra un’imboscata.
È una storia russa di armi e soldati sopra la terra, di oro, uranio e cadaveri sotto. I giornalisti indagavano sui mercenari russi spediti nella zona, ma come tutti quelli che si avvicinano ai contractor del gruppo Wagner, sono tornati indietro cadaveri. Già avvistati in Siria e Ucraina, i Wagner sarebbero foraggiati anche in varie zone d’Africa dallo “chef di Putin”, l’oligarca Yevgheni Prigozhin, amico del presidente. Il Cremlino smentisce da sempre non solo il legame con i mercenari, ma la loro stessa esistenza. Prima di morire i tre giornalisti russi si dirigevano forse proprio alla base Wagner in cui avevano già una volta provato ad entrare o forse, scrive Vedomosti, alla miniera di Ndassim, ex base dei gruppi armati musulmani Seleka.
Ancora un tre. Dopo tre settimane dal loro assassinio, invece di investigare la loro morte, Mosca ha firmato un accordo di espansione della cooperazione militare con il Paese dove i tre reporter hanno perso la vita. È il ministro della Difesa Serghey Shoigu ad agosto a dichiarare che nuovi accordi col Centrafrica “hanno rafforzato i legami nella sfera della difesa tra i due Paesi”. Il governo centrafricano ha un potere di controllo molto limitato sul suo stesso territorio, per gli scontri tra bande armate di cristiani e coalizioni di milizie musulmane. La Russia si propone come garante di protezione parziale di equilibri, di cessate il fuoco conciliatori e come intermediaria con le milizie ribelli che occupano le miniere. Mosca offre ciò di cui abbonda. Forgiati nelle lande siderali dagli Urali all’estremo Est, i fucili russi diventano roventi sotto il sole dei deserti. Vengono impugnati dalle Faca, le forze armate della Repubblica Centrafricana. Le armi sono state consegnate con il consenso Onu dopo le pressioni di Mosca, nonostante l’embargo del 2013.
La Russia offre difesa, ma anche protezione ed “esperienza”. Armi e uomini: istruttori ufficiali dell’esercito. O i Wagner, ma nessuno può provarlo e chi ci ha provato è morto. Mentre il mondo li osserva sugli schermi nelle guerre d’Ucraina e di Siria, sono in pochi a notarli laggiù: pallidi ragazzi russi in divisa mimetica tra le dune sabbiose del continente nero. Ma solo almeno 175 gli istruttori di Mosca in Centrafrica e su di loro investigava il trio di reporter del gruppo Icm, Investigation Management Center: la fondazione finanziata da Mikhail Khodorkovsky, magnate del petrolio della compagnia Yukos nella sua prima vita, detenuto politico in Siberia perché nemico di Putin nella seconda e russo in esilio nella dorata Londongrad nella sua terza ed ultima esistenza, dedicata alla sovvenzione di media indipendenti che indagano sugli “affari” del Cremlino.
Quando le sanzioni anti-russe hanno ridotto i flussi di denaro in entrata ed uscita verso Europa e America, quando l’urgenza economica è diventata somma, i russi hanno cominciato a voltare piano le spalle all’ovest, cercando nuovi alleati più sud. Il 2018 è stato per Mosca l’anno di accordi sotterranei in Africa che sono diventati negoziati firmati in conferenze ufficiali. Zimbabwe, Sudan e Centrafrica, non amati dall’ovest e dalle sue sanzioni, ora sono legati alla diplomazia militare del Cremlino.
E se oggi la Russia è in Africa è anche perché ieri l’Africa era in Russia: nelle università sovietiche l’educazione era gratuita come la formazione politica per attivisti dei movimenti di liberazione o per guerriglieri comunisti in armi in arrivo dal Senegal fino al Mali, che poi tornavano indietro con dottrina, istruzione e appoggio finanziario per le rivolte popolari. Rispolverare quei legami storici, rinsaldare i vecchi contatti della Guerra fredda, dopo il ritiro delle risorse dal continente per il collasso dell’Unione sovietica è stato difficile, ma non troppo. Se oggi Mosca media tra Centrafrica e gruppi armati in Sudan, senza l’Unione africana stessa, è per tentare di riservarsi una via d’accesso privilegiata a riserve di diamanti, oro, uranio nelle zone al momento controllate dai ribelli.
Sono state le visite ufficiali di Serghey Lavrov e Valentina Matviyenko, presidentessa del Consiglio federale russo, a rendere saldi tutti questi rapporti lo scorso marzo. Dall’Angola al Namibia, dal Mozambico all’Etiopia, fino allo Zimbabwe. Accordi di cooperazione militare reciproca e di perforazione per la ricerca di minerali sono stati stretti come le mani del ministro degli Esteri russo ai suoi colleghi omologhi africani. Ora lungo tutto il Corno d’Africa sulla mappa c’è l’ombra di Mosca, che solo una settimana fa ha chiesto la rimozione delle sanzioni al Consiglio di Sicurezza “per i processi di regolarizzazione e i profondi cambiamenti positivi degli ultimi anni, in particolare tra Eritrea ed Etiopia che hanno ripreso i contatti diretti”. A quelle latitudini diplomazia e commercio vengono confusi spesso o combaciano del tutto. Non si dove, non si sa quando, si sa solo che succederà: è stato riferito a inizio di questo settembre dalla Duma russa di uno sbocco militare sul Mar Rosso e una base logistica russa è in fase di avvio in Eritrea.
Sotto la terra d’Africa i russi scavano e cercano: idrocarburi, diamanti, uranio, oro, tutto ciò di cui l’Africa è piena. Sopra la terra li armano. Più che un omicidio di tre reporter, ad agosto c’è stato un assassinio del giornalismo nel continente e il lavoro dei tre sulle armi russe in Africa non è stato continuato da nessuno. Erano andati ad investigare sui Wagner, poi nessuno è andato ad investigare sulle loro morti.
Repubblica 17.9.18
Il ragazzo morto per un selfie
Quel figlio senza rete
di Massimo Recalcati


In questo caso, nel caso del quindicenne precipitato dal tetto di un centro commerciale, non sembra esserci alcun determinismo evidente, né psichico, né sociale: no droga, no indigenza economica, no cattiva educazione, no genitori irresponsabili, no traumi, no isolamento, no disturbi psichiatrici. Tutto nella norma. Un gruppo di giovani amici dalle vite regolari sfida la morte. Potrebbe essere nostro figlio. È un nostro figlio. Non conviene scandalizzarsi, non conviene pensare che non toccherà mai a noi il dolore sordo che sta dilaniando i suoi familiari. Certo, i suoi post che lo ritraggono sui tetti di condomini, a penzoloni nel vuoto, sono inquietanti, ma radicalizzano, in realtà, una inquietudine che si può facilmente provare di fronte al disagio di ogni adolescente. Perché sfidare la morte, sfidare il pericolo, cercare il brivido dell’impresa impossibile, immortalarsi eroe di fronte allo sguardo dei social? Voler apparire senza paura di fronte alla morte, non è una semplice deviazione psicopatologica della burrascosa transizione adolescenziale, ma un’ombra che accompagna questo difficile passaggio della vita. La spavalderia dell’adolescente, come recitava un bel libro di Charmet, non è mai separabile dalla sua fragilità, anzi, spesso il loro rapporto è inversamente proporzionale: più è avvertita una fragilità di fondo più si incentivano comportamenti spavaldi.
L’impresa che attende ogni adolescente è difficile: abitare un nuovo corpo, trovare una nuova lingua, inventarsi un nuovo stile. Il sesso e la morte, dormienti nell’età dell’infanzia, irrompono nell’adolescenza sulla scena. Come abitare un corpo animato dalla pulsione sessuale? Come sopportare l’angoscia dell’incontro con la nostra finitezza, con la vulnerabilità della vita? Questioni decisive per ogni adolescente che impongono innanzitutto il lutto dell’infanzia, la rinuncia alla sua condizione narcisistica e l’esposizione all’avventura del mondo. Ogni adolescente, come ricordava Rimbaud, si trova gettato in un esilio: deve abbandonare i territori conosciuti e familiari dell’infanzia per incamminarsi verso una terra straniera, verso lo splendore e l’orrore del mondo. Abbiamo durante l’infanzia equipaggiato bene i nostri figli per questo difficile ma necessario viaggio? L’esigenza di libertà che essi devono avere il diritto di manifestare cozza contro la preoccupazione per un mondo che sembra essere divenuto tanto ricco di opportunità quanto insidioso. È stato notato da tempo e da molti autori che la carenza di riti di passaggio collettivi, in un Occidente che sponsorizza ciecamente il mito del successo e dell’affermazione individuale, lascia i nostri figli a sé stessi. Devono inventarsi allora queste ritualizzazioni simboliche assenti in prove di coraggio, in prestazioni " mitiche", in esibizioni private che i social rendono pubbliche. La cultura speculare del selfie, dell’immagine di sé, sostenuta da una tecnologia che favorisce l’espandersi di un sentimento artefatto di onnipotenza, insieme al declino generale del valore della parola e della sua Legge, amplificano questa condizione di solitudine. Se i dispositivi simbolici che accompagnavano l’adolescente al passaggio verso la vita adulta si sono dissolti, resta l’atomizzazione individualista dei legami. Ne sono un esempio limite i cosiddetti Neet o gli ipponici Hikikomori, dove la sconnessione da ogni legame collettivo assume la forma grave di una vera e propria regressione autistica. La verità è che non possiamo evitare né le turbolenze dell’adolescenza, né i suoi rischi, né, tanto meno, i suoi dolori. La verità è che non possiamo garantire la felicità dei nostri figli. Possiamo solo vegliare affinché esistano attorno a loro degli adulti che sappiano offrirsi come destinatari della parola. È il ruolo cruciale giocato innanzitutto dalla Scuola che quando è davvero buona favorisce la possibilità di tradurre in parole la sofferenza e il disagio. Si dovrebbe sempre ricordare l’importanza che nei momenti di maggior caos, di caduta, di fallimento, di delusione vissuti dai nostri figli esistano adulti capaci di dare e di ascoltare la loro parola. Non si tratta di sponsorizzare la retorica del dialogo e dell’empatia, ma di insistere sull’importanza di non lasciare cadere nel nulla i nostri figli. Di testimoniare che non sono soli. Anche la spavalderia provocatoria può essere una forma di invocazione.
Repubblica 17.9.18
Le insidie del decreto Salvini
Immigrazione militarizzata
di Mario Morcone

Caro direttore, le notizie ormai diffuse sui contenuti normativi del decreto legge in materia di immigrazione destano sinceramente preoccupazione e in qualche caso sconcerto. Mi sembra di poter individuare tre gruppi di misure: la prima di interventi su cui si possono avere opinioni diverse ma che si muovono tuttavia nel quadro normativo internazionale e nazionale. Una seconda sostanzialmente contraria, a mio avviso, al buon senso e agli interessi del nostro Paese, e una terza, quella più sconcertante, che ha un vago sapore sudamericano.
In ordine alla prima si risolvono una serie di vecchie questioni sulle quali non si era mai deciso di intervenire. Mi riferisco alla mancata iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, alla reiterazione delle domande di protezione e anche all’introduzione delle procedure di frontiera che certamente ci fanno arretrare sul piano della tutela dei diritti, ma che purtroppo sono presenti in alcuni paesi amici tra cui in primo luogo la Francia. Nel secondo gruppo collocherei gli interventi finalizzati a irrigidire i presupposti per concedere forme di protezione complementari a quelle previste dalle norme internazionali ( protezione umanitaria) e la modifica del sistema di accoglienza. Parlo di buon senso perché trovo singolare che un grande Paese rinunci alla possibilità di realizzare forme di coesione sociale e di inclusione attraverso la valorizzazione di percorsi di inserimento e di lavoro che i migranti possono aver conseguito nel periodo di attesa del loro destino. Non capisco bene perché dovremmo rinunciare a riconoscere un permesso di soggiorno a un migrante che, pur in assenza dei presupposti della protezione internazionale, ha ottenuto con buona volontà e senza infrangere le regole della nostra convivenza civile un posto di lavoro e sta concorrendo allo sviluppo del nostro Paese. Dobbiamo sperare di espellerlo, facendo venir meno così il contributo positivo che sta dando a tutti noi e creare maggiore irregolarità? In Germania e Francia hanno un approccio ben più flessibile. Ma quello che più mi preoccupa è il terzo gruppo di misure, davvero straordinario. Proporre il trattenimento amministrativo di persone destinate all’espulsione fuori dai Cpr in strutture idonee nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza realizza, da un lato, il venir meno di tutte le garanzie offerte dalla gestione civile del trattenimento stesso e, dall’altro, avvia una sorta di militarizzazione del tema richiedenti asilo contraria ai princìpi costituzionali e alla storia e alla cultura di questo Paese. Anche la categoria dei reati individuati come presupposto per la revoca dello status di protezione internazionale e per l’espulsione del cittadino sembra talmente vasta da far tornare in mente storie lette nella nostra adolescenza come La capanna dello zio Tom. Non so dove sia finita poi la presunzione di innocenza se si interrompe il percorso di riconoscimento della protezione internazionale per i richiedenti che hanno in corso un procedimento penale prima che una sentenza definitiva ne certifichi una condizione di colpevolezza. Infine, un’altra vicenda straordinaria: stiamo costruendo due categorie di cittadini. Una di serie A e una di serie B. E in quella di serie B vanno a collocarsi tutti coloro che acquistano la cittadinanza italiana e ai quali potrebbe essere revocata per una condanna di cinque anni. Il fondamento di legittimità viene tratto per analogia da un’ineccepibile posizione del Consiglio di Stato che ritiene legittimo il diniego della cittadinanza in considerazione dei rapporti di uno straniero con movimenti e organizzazioni potenzialmente offensivi della sicurezza della Repubblica. Ma una cosa è il diniego, una cosa è la revoca. Credo che, indipendentemente dalla sensibilità di ciascuno di noi su temi vivi come questi, non ci sia stata un’attenta rappresentazione ai nostri vertici di Governo della strada che stiamo imboccando e delle conseguenze che verranno.
Mario Morcone è direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati
Repubblica 17.9.18
In campo l’ex stratega di Trump
La Chiesa a scuola di Bannon per creare una fronda anti- Papa
Al via un corso presso l’Istituto Dignitatis Humanae, presieduto dal cardinale Burke
di Paolo Rodari


CITTÀ DEL VATICANO
Piomba sul Vaticano alle prese con la stesura di una risposta al dossier dell’ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò la notizia che l’ex stratega di Trump, Steve Bannon, sta organizzando in collaborazione con l’Istituto " Dignitatis Humanae" di Roma un corso di leadership per " politici cattolici conservatori", una vera e propria fazione populista, nazionalista e conservatrice che dall’intero del mondo cattolico va nella sostanza a contrastare il magistero di papa Bergoglio.
Bannon, cattolico su posizioni oltranziste e contrastanti al papato, legato al cardinale statunitense ultraconservatore Raymond Burke e al mondo che ha prodotto il dossier Viganò. E anche se apparentemente prende le distanze da Viganò dicendo che Francesco «non dovrebbe assolutamente dimettersi» perché «è il vicario di Cristo sulla terra», in realtà l’azione dei conservatori americani in opposizione a Francesco appare studiata e frontale e assume sempre più i contorni di una strategia studiata a tavolino. La volontà di Bannon di lasciare il Papa al suo posto sembra motivata più che altro dal fatto che così la leadership del vescovo di Roma si logora meglio. Bannon, non a caso, dice senza remore che la risposta del Papa sulla pedofilia è insufficiente e che «la gente deve capire la portata del danno inferto dalla e alla Chiesa cattolica » . Per questo invoca « un Tribunale indipendente dalla Chiesa » sulla pedofilia. Anche perché, dice, la convocazione a Roma a febbraio dei capi dell’episcopato mondiale «è troppo tardi».
L’Istituto " Dignitatis Humanae" non è fondazione neutrale. Compagine religiosa di orientamento conservatore, ha scelto come sua base di lavoro l’abazia di Trisulti, passata all’ala tradizionalista dopo che gli ultimi tre monaci ormai anziani sono rientrati a Casamari. L’antico convento, a un centinaio di chilometri a Sudest di Roma, potrà ospitare anche 250- 300 studenti alla volta e, secondo quanto ha dichiarato il direttore Benjamin Harnwell, porterà avanti i lavori di quello che è a tutti gli effetti un think tank di stampo catto- tradizionalista che vuole proteggere e promuovere la dignità umana sulla base della « verità antropologica » che l’uomo sia nato a immagine e somiglianza di Dio. L’obiettivo è di favorire questa visione sostenendo i cristiani nella vita pubblica «aiutandoli a presentare risposte efficaci e coerenti a sforzi crescenti per zittire la voce cristiana nella pubblica piazza » . Un’attività che viene svolta coordinando anche i gruppi di lavoro parlamentari «affiliati sulla dignità umana in tutto il mondo».
E forse non è un caso che una settimana fa il cardinale di riferimento Burke (presiederà il think tank) abbia scelto il Senato per presentare il suo ultimo libro Chiesa Cattolica, dove vai? Una dichiarazione di fedeltà ». Come a dire: è da qui che certi valori debbono essere annunciati. A soffiare contro il magistero di Bergoglio c’è anche quell’ala cattolica italiana che non ha remore a guardare a Salvini e al suo mondo. Bannon, lanciando a Roma " The Movement", ha dichiarato: « Salvini è un leader mondiale».
La Stampa 17.9.18
“Bannon ha scippato alla sinistra la bandiera della rivoluzione populista”
di Paolo Mastrolilli


«Trump è lo strumento del nuovo autoritarismo. Se non lo fermiamo alle elezioni midterm di novembre, rischiamo di perdere la democrazia». Michael Moore è scatenato. Lo incontro all’anteprima del suo nuovo documentario, e mette in guardia anche l’Europa: «Viviamo un momento terribile, e ognuno ha la sua battaglia. Ho parlato a lungo con Steve Bannon, e mi ha fatto capire che l’obiettivo del suo movimento in Europa è resuscitare il fascismo, sotto mentite spoglie».
Il nuovo documentario di Moore si intitola «Fahrenheit 11/9», facendo il verso a «Fahrenheit 9/11», con cui aveva attaccato Bush figlio per la risposta agli attentati di Al Qaeda. Ora invece usa la data 11/9 (il 9 novembre), cioè quella dell’elezione di Trump alla presidenza, per lanciare l’allarme sulla democrazia a rischio. Il film uscirà in 2.000 sale durante il prossimo fine settimana, e Moore spera di sfruttarlo per lanciare una campagna nazionale: «Stiamo come i francesi nel 1940, quando i carri armati nazisti erano alle porte di Parigi. Bisogna mobilitarsi ora. I figli alla partita di calcio li porterete l’anno prossimo: adesso dobbiamo sospendere tutto, e attivarci per sconfiggere i repubblicani a novembre. A salvarci non sarà il procuratore Mueller, ma la volontà degli elettori».
Lei nel documentario dice che Trump non è piovuto dal cielo.
«La vera ragione per cui si era candidato era che voleva essere pagato di più dalla Nbc per il suo show. Si era arrabbiato quando aveva scoperto che Gwen Stefani guadagnava meglio di lui, e voleva dimostrare di essere più popolare. Poi però la risposta del pubblico lo ha sorpreso, convincendolo a provarci sul serio».
Perché ha vinto?
«Gli insegnanti delle scuole pubbliche americane guadagnano così poco, che hanno bisogno dei “food stamp”, cioè la carità pubblica, per comprare da mangiare. Così vivono milioni di persone, di cui il Partito democratico non si è mai curato. Trump invece sì. Ha parlato a questa gente, che lo ha scelto come ultima disperata via di salvezza».
Nel documentario si vedono immagini di Hitler che parla, ma dalla sua bocca esce la voce di Trump.
«Era un passaggio umoristico. Trump non è Hitler, però è la faccia casuale del nuovo autoritarismo. Il fascismo non tornerà con le svastiche o l’olio di ricino, ma col populismo, e sarà la gente a volerlo. La Costituzione è solo un pezzo di carta, se abbastanza persone si convincono di stracciarla. Prima o poi accadrà un’emergenza nazionale, che Trump e i suoi alleati useranno per iniziare a ridurre progressivamente la democrazia».
Cosa ha sbagliato l’opposizione?
«Se Trump è la faccia del nuovo autoritarismo, il Partito democratico è il governo di Vichy. Non solo perché ha commesso tutti gli errori possibili per aprire la strada a Donald, ma anche perché è stato suo complice».
Come?
«Non ha capito che Hillary era il contrario di ciò che sarebbe servito per rispondere alle ansie della gente, e ha soffocato la democrazia interna. Per fare un esempio, alle primarie Sanders aveva vinto tutte le contee della West Virginia, ma alla Convention i superdelegati la assegnarono a Hillary. Queste cose hanno depresso il voto, come peraltro ha fatto anche Obama, quando è venuto a Flint per negare l’emergenza dell’acqua contaminata».
Cosa le ha detto Bannon?
«Mi ha detto: “Non capisco come voi liberal siate riusciti a farvi fregare da noi la rivoluzione populista. Doveva essere il vostro pane, ma per fortuna nessuno nel Partito democratico lo ha capito. Voi liberal - ha aggiunto - perdete sempre perché fate le battaglie a cuscinate, mentre noi puntiamo alla ferita mortale alla testa”».
Andrà così anche alle midterm di novembre?
«Bannon mi ha spiegato la strategia che useranno per vincere, magari conservando anche un solo seggio di maggioranza alla Camera. Le elezioni verranno presentate come il vero voto per la rielezione di Trump: non il 2020, ma il 2018. Tutto si gioca a novembre. Donald andrà ovunque nel Paese, comportandosi come se fosse candidato alla presidenza delle contee locali. In ogni distretto convinceranno gli elettori che la sfida non è tra il candidato repubblicano e quello democratico, ma fra Trump e il candidato democratico».
Ce la faranno?
«Sono atterrito dalla genialità di questa strategia, ma non credo che funzionerà. Ci sarà uno tsunami di affluenza delle donne, anche perché hanno capito che l’aborto diventerà illegale se Kavanaugh verrà confermato alla Corte Suprema, e dei giovani. I liberal in America sono la maggioranza: se andranno a votare vinceremo, e hanno capito che questa è l’ultima occasione».
Il Fatto 17.9.18
Ma chi come me vuole bene a Mussolini, non lo rivede certo in Salvini né in altri
In piedi o capovolto il ragazzaccio di Predappio non passa mai di moda, il ministro dell’Intero passerà
di Pietrangelo Buttafuoco


Pierre Moscovici, il commissario europeo che per insultare dà del Mussolini ai gialloverdi del governo italiano, mi ricorda quelli che al mio paese davano del “frocio” a un omosessuale solo che questi, spiritoso assai, rispondeva loro: “Mi avete detto barone, mi avete detto. Onore mi fate a chiamarmi così…”. Il morto tra noi per antonomasia è sempre e solo Benito Mussolini. Proprio il caso di ripetere M.s.i., e non tanto il partito della Fiamma tricolore ormai scomparso, piuttosto il sottinteso con cui – nel dopoguerra – se ne restava pittato nei muri, nascosto nelle sigle, l’esito metafisico più che politico: Mussolini sei immortale.
Quasi come il W V.e.r.d.i. in vista del Risorgimento: la gendarmeria austriacante passava di ronda nottetempo, annotavano la passione melomane dei lombardo-veneti e questi, invece, volevano sottintendere Viva Vittorio Emanuele re d’Italia. Quasi come, anzi, di più. Non passa mai di moda, infatti, il Figlio del Fabbro.
In piedi, o capovolto – a testa in giù, nel macabro sabba di piazzale Loreto – il socialista rivoluzionario, il ragazzaccio che si unisce in coppia a diciassette anni con Rachele Guidi per poi sposarla davanti a un prete anni dopo, quando è diventato anche interventista (dopo essersi fatta la galera per avere contestato la guerra di Libia) è rimasto quello che al congresso del suo partito – il Psi – ai riformisti che ne chiedevano l’espulsione, sibilava: “Voi mi odiate perché mi amate ancora”.
Quando nelle sale arriva il film Lui è tornato nella versione italiana, adattato al Duce, c’è un inciampo falsificante, quello di incastrarlo – per annaspare con la narrazione corrente – nella questione dell’immigrazione. Ne risulta un Mussolini totalmente asincrono e non plausibile perché “Il razzismo”, per come diceva davvero lui, giusto lui che era stato emigrato, muratore in Svizzera, “è un solo problema per i popoli biondi”. Il nuovo Salvini di Maurizio Crozza si affaccia dal balcone di palazzo Venezia, a Roma, al grido di “ita-li-ani!”.
L’ora delle decisioni ir-re-vo-ca-bi-li diventa l’ora della diretta social e gli “utenti” di terra, di cielo e di mare del celebre discorso dal balcone aggiornano la folla oceanica nella forma inedita. Sono, appunto, “italiani di Twitter, di Instagram e di Facebook”.
E prende la vena giusta, allora, Antonio Scurati, scrivendo M. Il figlio del secolo (edizioni Bompiani), come un tentativo – al fondo sentimentale – di romanzo totale a uso di tutti noi: la biografia del figlio di Alessandro, il fabbro di Predappio, scritta apposta per restituirci tutti – noi che lo amiamo per odiarlo ancora, e voi tutti, la maggior parte, che lo odiate perché comunque lo amerete sempre – alla sincronia col più vivo dei morti tra noi. Non ci sono nuovi Mussolini tra noi, non ci saranno mai. L’unico è solo Lui.
Il Fatto 17.9.18
Ma chi come me vuole bene a Mussolini, non lo rivede certo in Salvini né in altri
In piedi o capovolto il ragazzaccio di Predappio non passa mai di moda, il ministro dell’Intero passerà
di Pietrangelo Buttafuoco


Pierre Moscovici, il commissario europeo che per insultare dà del Mussolini ai gialloverdi del governo italiano, mi ricorda quelli che al mio paese davano del “frocio” a un omosessuale solo che questi, spiritoso assai, rispondeva loro: “Mi avete detto barone, mi avete detto. Onore mi fate a chiamarmi così…”. Il morto tra noi per antonomasia è sempre e solo Benito Mussolini. Proprio il caso di ripetere M.s.i., e non tanto il partito della Fiamma tricolore ormai scomparso, piuttosto il sottinteso con cui – nel dopoguerra – se ne restava pittato nei muri, nascosto nelle sigle, l’esito metafisico più che politico: Mussolini sei immortale.
Quasi come il W V.e.r.d.i. in vista del Risorgimento: la gendarmeria austriacante passava di ronda nottetempo, annotavano la passione melomane dei lombardo-veneti e questi, invece, volevano sottintendere Viva Vittorio Emanuele re d’Italia. Quasi come, anzi, di più. Non passa mai di moda, infatti, il Figlio del Fabbro.
In piedi, o capovolto – a testa in giù, nel macabro sabba di piazzale Loreto – il socialista rivoluzionario, il ragazzaccio che si unisce in coppia a diciassette anni con Rachele Guidi per poi sposarla davanti a un prete anni dopo, quando è diventato anche interventista (dopo essersi fatta la galera per avere contestato la guerra di Libia) è rimasto quello che al congresso del suo partito – il Psi – ai riformisti che ne chiedevano l’espulsione, sibilava: “Voi mi odiate perché mi amate ancora”.
Quando nelle sale arriva il film Lui è tornato nella versione italiana, adattato al Duce, c’è un inciampo falsificante, quello di incastrarlo – per annaspare con la narrazione corrente – nella questione dell’immigrazione. Ne risulta un Mussolini totalmente asincrono e non plausibile perché “Il razzismo”, per come diceva davvero lui, giusto lui che era stato emigrato, muratore in Svizzera, “è un solo problema per i popoli biondi”. Il nuovo Salvini di Maurizio Crozza si affaccia dal balcone di palazzo Venezia, a Roma, al grido di “ita-li-ani!”.
L’ora delle decisioni ir-re-vo-ca-bi-li diventa l’ora della diretta social e gli “utenti” di terra, di cielo e di mare del celebre discorso dal balcone aggiornano la folla oceanica nella forma inedita. Sono, appunto, “italiani di Twitter, di Instagram e di Facebook”.
E prende la vena giusta, allora, Antonio Scurati, scrivendo M. Il figlio del secolo (edizioni Bompiani), come un tentativo – al fondo sentimentale – di romanzo totale a uso di tutti noi: la biografia del figlio di Alessandro, il fabbro di Predappio, scritta apposta per restituirci tutti – noi che lo amiamo per odiarlo ancora, e voi tutti, la maggior parte, che lo odiate perché comunque lo amerete sempre – alla sincronia col più vivo dei morti tra noi. Non ci sono nuovi Mussolini tra noi, non ci saranno mai. L’unico è solo Lui.

La Stampa 17.9.18
“Bannon ha scippato alla sinistra la bandiera della rivoluzione populista”
di Paolo Mastrolilli


«Trump è lo strumento del nuovo autoritarismo. Se non lo fermiamo alle elezioni midterm di novembre, rischiamo di perdere la democrazia». Michael Moore è scatenato. Lo incontro all’anteprima del suo nuovo documentario, e mette in guardia anche l’Europa: «Viviamo un momento terribile, e ognuno ha la sua battaglia. Ho parlato a lungo con Steve Bannon, e mi ha fatto capire che l’obiettivo del suo movimento in Europa è resuscitare il fascismo, sotto mentite spoglie».
Il nuovo documentario di Moore si intitola «Fahrenheit 11/9», facendo il verso a «Fahrenheit 9/11», con cui aveva attaccato Bush figlio per la risposta agli attentati di Al Qaeda. Ora invece usa la data 11/9 (il 9 novembre), cioè quella dell’elezione di Trump alla presidenza, per lanciare l’allarme sulla democrazia a rischio. Il film uscirà in 2.000 sale durante il prossimo fine settimana, e Moore spera di sfruttarlo per lanciare una campagna nazionale: «Stiamo come i francesi nel 1940, quando i carri armati nazisti erano alle porte di Parigi. Bisogna mobilitarsi ora. I figli alla partita di calcio li porterete l’anno prossimo: adesso dobbiamo sospendere tutto, e attivarci per sconfiggere i repubblicani a novembre. A salvarci non sarà il procuratore Mueller, ma la volontà degli elettori».
Lei nel documentario dice che Trump non è piovuto dal cielo.
«La vera ragione per cui si era candidato era che voleva essere pagato di più dalla Nbc per il suo show. Si era arrabbiato quando aveva scoperto che Gwen Stefani guadagnava meglio di lui, e voleva dimostrare di essere più popolare. Poi però la risposta del pubblico lo ha sorpreso, convincendolo a provarci sul serio».
Perché ha vinto?
«Gli insegnanti delle scuole pubbliche americane guadagnano così poco, che hanno bisogno dei “food stamp”, cioè la carità pubblica, per comprare da mangiare. Così vivono milioni di persone, di cui il Partito democratico non si è mai curato. Trump invece sì. Ha parlato a questa gente, che lo ha scelto come ultima disperata via di salvezza».
Nel documentario si vedono immagini di Hitler che parla, ma dalla sua bocca esce la voce di Trump.
«Era un passaggio umoristico. Trump non è Hitler, però è la faccia casuale del nuovo autoritarismo. Il fascismo non tornerà con le svastiche o l’olio di ricino, ma col populismo, e sarà la gente a volerlo. La Costituzione è solo un pezzo di carta, se abbastanza persone si convincono di stracciarla. Prima o poi accadrà un’emergenza nazionale, che Trump e i suoi alleati useranno per iniziare a ridurre progressivamente la democrazia».
Cosa ha sbagliato l’opposizione?
«Se Trump è la faccia del nuovo autoritarismo, il Partito democratico è il governo di Vichy. Non solo perché ha commesso tutti gli errori possibili per aprire la strada a Donald, ma anche perché è stato suo complice».
Come?
«Non ha capito che Hillary era il contrario di ciò che sarebbe servito per rispondere alle ansie della gente, e ha soffocato la democrazia interna. Per fare un esempio, alle primarie Sanders aveva vinto tutte le contee della West Virginia, ma alla Convention i superdelegati la assegnarono a Hillary. Queste cose hanno depresso il voto, come peraltro ha fatto anche Obama, quando è venuto a Flint per negare l’emergenza dell’acqua contaminata».
Cosa le ha detto Bannon?
«Mi ha detto: “Non capisco come voi liberal siate riusciti a farvi fregare da noi la rivoluzione populista. Doveva essere il vostro pane, ma per fortuna nessuno nel Partito democratico lo ha capito. Voi liberal - ha aggiunto - perdete sempre perché fate le battaglie a cuscinate, mentre noi puntiamo alla ferita mortale alla testa”».
Andrà così anche alle midterm di novembre?
«Bannon mi ha spiegato la strategia che useranno per vincere, magari conservando anche un solo seggio di maggioranza alla Camera. Le elezioni verranno presentate come il vero voto per la rielezione di Trump: non il 2020, ma il 2018. Tutto si gioca a novembre. Donald andrà ovunque nel Paese, comportandosi come se fosse candidato alla presidenza delle contee locali. In ogni distretto convinceranno gli elettori che la sfida non è tra il candidato repubblicano e quello democratico, ma fra Trump e il candidato democratico».
Ce la faranno?
«Sono atterrito dalla genialità di questa strategia, ma non credo che funzionerà. Ci sarà uno tsunami di affluenza delle donne, anche perché hanno capito che l’aborto diventerà illegale se Kavanaugh verrà confermato alla Corte Suprema, e dei giovani. I liberal in America sono la maggioranza: se andranno a votare vinceremo, e hanno capito che questa è l’ultima occasione».

Repubblica 17.9.18
In campo l’ex stratega di Trump
La Chiesa a scuola di Bannon per creare una fronda anti- Papa
Al via un corso presso l’Istituto Dignitatis Humanae, presieduto dal cardinale Burke
di Paolo Rodari


CITTÀ DEL VATICANO
Piomba sul Vaticano alle prese con la stesura di una risposta al dossier dell’ex nunzio a Washington Carlo Maria Viganò la notizia che l’ex stratega di Trump, Steve Bannon, sta organizzando in collaborazione con l’Istituto " Dignitatis Humanae" di Roma un corso di leadership per " politici cattolici conservatori", una vera e propria fazione populista, nazionalista e conservatrice che dall’intero del mondo cattolico va nella sostanza a contrastare il magistero di papa Bergoglio.
Bannon, cattolico su posizioni oltranziste e contrastanti al papato, legato al cardinale statunitense ultraconservatore Raymond Burke e al mondo che ha prodotto il dossier Viganò. E anche se apparentemente prende le distanze da Viganò dicendo che Francesco «non dovrebbe assolutamente dimettersi» perché «è il vicario di Cristo sulla terra», in realtà l’azione dei conservatori americani in opposizione a Francesco appare studiata e frontale e assume sempre più i contorni di una strategia studiata a tavolino. La volontà di Bannon di lasciare il Papa al suo posto sembra motivata più che altro dal fatto che così la leadership del vescovo di Roma si logora meglio. Bannon, non a caso, dice senza remore che la risposta del Papa sulla pedofilia è insufficiente e che «la gente deve capire la portata del danno inferto dalla e alla Chiesa cattolica » . Per questo invoca « un Tribunale indipendente dalla Chiesa » sulla pedofilia. Anche perché, dice, la convocazione a Roma a febbraio dei capi dell’episcopato mondiale «è troppo tardi».
L’Istituto " Dignitatis Humanae" non è fondazione neutrale. Compagine religiosa di orientamento conservatore, ha scelto come sua base di lavoro l’abazia di Trisulti, passata all’ala tradizionalista dopo che gli ultimi tre monaci ormai anziani sono rientrati a Casamari. L’antico convento, a un centinaio di chilometri a Sudest di Roma, potrà ospitare anche 250- 300 studenti alla volta e, secondo quanto ha dichiarato il direttore Benjamin Harnwell, porterà avanti i lavori di quello che è a tutti gli effetti un think tank di stampo catto- tradizionalista che vuole proteggere e promuovere la dignità umana sulla base della « verità antropologica » che l’uomo sia nato a immagine e somiglianza di Dio. L’obiettivo è di favorire questa visione sostenendo i cristiani nella vita pubblica «aiutandoli a presentare risposte efficaci e coerenti a sforzi crescenti per zittire la voce cristiana nella pubblica piazza » . Un’attività che viene svolta coordinando anche i gruppi di lavoro parlamentari «affiliati sulla dignità umana in tutto il mondo».
E forse non è un caso che una settimana fa il cardinale di riferimento Burke (presiederà il think tank) abbia scelto il Senato per presentare il suo ultimo libro Chiesa Cattolica, dove vai? Una dichiarazione di fedeltà ». Come a dire: è da qui che certi valori debbono essere annunciati. A soffiare contro il magistero di Bergoglio c’è anche quell’ala cattolica italiana che non ha remore a guardare a Salvini e al suo mondo. Bannon, lanciando a Roma " The Movement", ha dichiarato: « Salvini è un leader mondiale».

Repubblica 17.9.18
Le insidie del decreto Salvini
Immigrazione militarizzata
di Mario Morcone

Caro direttore, le notizie ormai diffuse sui contenuti normativi del decreto legge in materia di immigrazione destano sinceramente preoccupazione e in qualche caso sconcerto. Mi sembra di poter individuare tre gruppi di misure: la prima di interventi su cui si possono avere opinioni diverse ma che si muovono tuttavia nel quadro normativo internazionale e nazionale. Una seconda sostanzialmente contraria, a mio avviso, al buon senso e agli interessi del nostro Paese, e una terza, quella più sconcertante, che ha un vago sapore sudamericano.
In ordine alla prima si risolvono una serie di vecchie questioni sulle quali non si era mai deciso di intervenire. Mi riferisco alla mancata iscrizione anagrafica dei richiedenti asilo, alla reiterazione delle domande di protezione e anche all’introduzione delle procedure di frontiera che certamente ci fanno arretrare sul piano della tutela dei diritti, ma che purtroppo sono presenti in alcuni paesi amici tra cui in primo luogo la Francia. Nel secondo gruppo collocherei gli interventi finalizzati a irrigidire i presupposti per concedere forme di protezione complementari a quelle previste dalle norme internazionali ( protezione umanitaria) e la modifica del sistema di accoglienza. Parlo di buon senso perché trovo singolare che un grande Paese rinunci alla possibilità di realizzare forme di coesione sociale e di inclusione attraverso la valorizzazione di percorsi di inserimento e di lavoro che i migranti possono aver conseguito nel periodo di attesa del loro destino. Non capisco bene perché dovremmo rinunciare a riconoscere un permesso di soggiorno a un migrante che, pur in assenza dei presupposti della protezione internazionale, ha ottenuto con buona volontà e senza infrangere le regole della nostra convivenza civile un posto di lavoro e sta concorrendo allo sviluppo del nostro Paese. Dobbiamo sperare di espellerlo, facendo venir meno così il contributo positivo che sta dando a tutti noi e creare maggiore irregolarità? In Germania e Francia hanno un approccio ben più flessibile. Ma quello che più mi preoccupa è il terzo gruppo di misure, davvero straordinario. Proporre il trattenimento amministrativo di persone destinate all’espulsione fuori dai Cpr in strutture idonee nella disponibilità dell’autorità di pubblica sicurezza realizza, da un lato, il venir meno di tutte le garanzie offerte dalla gestione civile del trattenimento stesso e, dall’altro, avvia una sorta di militarizzazione del tema richiedenti asilo contraria ai princìpi costituzionali e alla storia e alla cultura di questo Paese. Anche la categoria dei reati individuati come presupposto per la revoca dello status di protezione internazionale e per l’espulsione del cittadino sembra talmente vasta da far tornare in mente storie lette nella nostra adolescenza come La capanna dello zio Tom. Non so dove sia finita poi la presunzione di innocenza se si interrompe il percorso di riconoscimento della protezione internazionale per i richiedenti che hanno in corso un procedimento penale prima che una sentenza definitiva ne certifichi una condizione di colpevolezza. Infine, un’altra vicenda straordinaria: stiamo costruendo due categorie di cittadini. Una di serie A e una di serie B. E in quella di serie B vanno a collocarsi tutti coloro che acquistano la cittadinanza italiana e ai quali potrebbe essere revocata per una condanna di cinque anni. Il fondamento di legittimità viene tratto per analogia da un’ineccepibile posizione del Consiglio di Stato che ritiene legittimo il diniego della cittadinanza in considerazione dei rapporti di uno straniero con movimenti e organizzazioni potenzialmente offensivi della sicurezza della Repubblica. Ma una cosa è il diniego, una cosa è la revoca. Credo che, indipendentemente dalla sensibilità di ciascuno di noi su temi vivi come questi, non ci sia stata un’attenta rappresentazione ai nostri vertici di Governo della strada che stiamo imboccando e delle conseguenze che verranno.
Mario Morcone è direttore del Consiglio Italiano per i Rifugiati

Repubblica 17.9.18
Il ragazzo morto per un selfie
Quel figlio senza rete
di Massimo Recalcati


In questo caso, nel caso del quindicenne precipitato dal tetto di un centro commerciale, non sembra esserci alcun determinismo evidente, né psichico, né sociale: no droga, no indigenza economica, no cattiva educazione, no genitori irresponsabili, no traumi, no isolamento, no disturbi psichiatrici. Tutto nella norma. Un gruppo di giovani amici dalle vite regolari sfida la morte. Potrebbe essere nostro figlio. È un nostro figlio. Non conviene scandalizzarsi, non conviene pensare che non toccherà mai a noi il dolore sordo che sta dilaniando i suoi familiari. Certo, i suoi post che lo ritraggono sui tetti di condomini, a penzoloni nel vuoto, sono inquietanti, ma radicalizzano, in realtà, una inquietudine che si può facilmente provare di fronte al disagio di ogni adolescente. Perché sfidare la morte, sfidare il pericolo, cercare il brivido dell’impresa impossibile, immortalarsi eroe di fronte allo sguardo dei social? Voler apparire senza paura di fronte alla morte, non è una semplice deviazione psicopatologica della burrascosa transizione adolescenziale, ma un’ombra che accompagna questo difficile passaggio della vita. La spavalderia dell’adolescente, come recitava un bel libro di Charmet, non è mai separabile dalla sua fragilità, anzi, spesso il loro rapporto è inversamente proporzionale: più è avvertita una fragilità di fondo più si incentivano comportamenti spavaldi.
L’impresa che attende ogni adolescente è difficile: abitare un nuovo corpo, trovare una nuova lingua, inventarsi un nuovo stile. Il sesso e la morte, dormienti nell’età dell’infanzia, irrompono nell’adolescenza sulla scena. Come abitare un corpo animato dalla pulsione sessuale? Come sopportare l’angoscia dell’incontro con la nostra finitezza, con la vulnerabilità della vita? Questioni decisive per ogni adolescente che impongono innanzitutto il lutto dell’infanzia, la rinuncia alla sua condizione narcisistica e l’esposizione all’avventura del mondo. Ogni adolescente, come ricordava Rimbaud, si trova gettato in un esilio: deve abbandonare i territori conosciuti e familiari dell’infanzia per incamminarsi verso una terra straniera, verso lo splendore e l’orrore del mondo. Abbiamo durante l’infanzia equipaggiato bene i nostri figli per questo difficile ma necessario viaggio? L’esigenza di libertà che essi devono avere il diritto di manifestare cozza contro la preoccupazione per un mondo che sembra essere divenuto tanto ricco di opportunità quanto insidioso. È stato notato da tempo e da molti autori che la carenza di riti di passaggio collettivi, in un Occidente che sponsorizza ciecamente il mito del successo e dell’affermazione individuale, lascia i nostri figli a sé stessi. Devono inventarsi allora queste ritualizzazioni simboliche assenti in prove di coraggio, in prestazioni " mitiche", in esibizioni private che i social rendono pubbliche. La cultura speculare del selfie, dell’immagine di sé, sostenuta da una tecnologia che favorisce l’espandersi di un sentimento artefatto di onnipotenza, insieme al declino generale del valore della parola e della sua Legge, amplificano questa condizione di solitudine. Se i dispositivi simbolici che accompagnavano l’adolescente al passaggio verso la vita adulta si sono dissolti, resta l’atomizzazione individualista dei legami. Ne sono un esempio limite i cosiddetti Neet o gli ipponici Hikikomori, dove la sconnessione da ogni legame collettivo assume la forma grave di una vera e propria regressione autistica. La verità è che non possiamo evitare né le turbolenze dell’adolescenza, né i suoi rischi, né, tanto meno, i suoi dolori. La verità è che non possiamo garantire la felicità dei nostri figli. Possiamo solo vegliare affinché esistano attorno a loro degli adulti che sappiano offrirsi come destinatari della parola. È il ruolo cruciale giocato innanzitutto dalla Scuola che quando è davvero buona favorisce la possibilità di tradurre in parole la sofferenza e il disagio. Si dovrebbe sempre ricordare l’importanza che nei momenti di maggior caos, di caduta, di fallimento, di delusione vissuti dai nostri figli esistano adulti capaci di dare e di ascoltare la loro parola. Non si tratta di sponsorizzare la retorica del dialogo e dell’empatia, ma di insistere sull’importanza di non lasciare cadere nel nulla i nostri figli. Di testimoniare che non sono soli. Anche la spavalderia provocatoria può essere una forma di invocazione.

Il Fatto 17.9.18
Con omicidi e “affari” la Russia di Putin dilaga in mezza Africa
Nella Repubblica Centrafricana gli uomini di Mosca si propongono come garanti di equilibri, di “cessate il fuoco” provvisori, di intermediazioni. E forniscono armi, con l’ok dell’Onu, aggirando embarghi
di Michela A. G. Iaccarino


Sopra la terra. Al loro funerale a Mosca, gli amici che stringevano tra le mani i ritratti in bianco e nero, erano vestiti dello stesso colore. Sotto la terra. Tre tombe, tre giornalisti russi, tre omicidi in un’imboscata sotto i cieli d’Africa ad inizio agosto. Tre lapidi: Orkhan Djemal, ex reporter di Novaya Gazeta (lo stesso giornale di Anna Politkovskaja, uccisa a Mosca nel 2006), corrispondente veterano di guerre d’Africa, il suo cameraman Kiril Radchenko e Aleksandr Rastorguev, autore di un documentario sull’opposizione russa. Proprio come la loro patria, la Russia, anche l’Africa si è rivelata terra fatale per i giornalisti. Sono morti nell’ex colonia francese, la Repubblica Centrafricana, a 300 km da Bangui, la capitale, lungo la strada sabbiosa per Sibiut. Uccisi in quella che le forze dell’ordine del luogo hanno bollato come rapina, ma che ai loro colleghi sembra un’imboscata.
È una storia russa di armi e soldati sopra la terra, di oro, uranio e cadaveri sotto. I giornalisti indagavano sui mercenari russi spediti nella zona, ma come tutti quelli che si avvicinano ai contractor del gruppo Wagner, sono tornati indietro cadaveri. Già avvistati in Siria e Ucraina, i Wagner sarebbero foraggiati anche in varie zone d’Africa dallo “chef di Putin”, l’oligarca Yevgheni Prigozhin, amico del presidente. Il Cremlino smentisce da sempre non solo il legame con i mercenari, ma la loro stessa esistenza. Prima di morire i tre giornalisti russi si dirigevano forse proprio alla base Wagner in cui avevano già una volta provato ad entrare o forse, scrive Vedomosti, alla miniera di Ndassim, ex base dei gruppi armati musulmani Seleka.
Ancora un tre. Dopo tre settimane dal loro assassinio, invece di investigare la loro morte, Mosca ha firmato un accordo di espansione della cooperazione militare con il Paese dove i tre reporter hanno perso la vita. È il ministro della Difesa Serghey Shoigu ad agosto a dichiarare che nuovi accordi col Centrafrica “hanno rafforzato i legami nella sfera della difesa tra i due Paesi”. Il governo centrafricano ha un potere di controllo molto limitato sul suo stesso territorio, per gli scontri tra bande armate di cristiani e coalizioni di milizie musulmane. La Russia si propone come garante di protezione parziale di equilibri, di cessate il fuoco conciliatori e come intermediaria con le milizie ribelli che occupano le miniere. Mosca offre ciò di cui abbonda. Forgiati nelle lande siderali dagli Urali all’estremo Est, i fucili russi diventano roventi sotto il sole dei deserti. Vengono impugnati dalle Faca, le forze armate della Repubblica Centrafricana. Le armi sono state consegnate con il consenso Onu dopo le pressioni di Mosca, nonostante l’embargo del 2013.
La Russia offre difesa, ma anche protezione ed “esperienza”. Armi e uomini: istruttori ufficiali dell’esercito. O i Wagner, ma nessuno può provarlo e chi ci ha provato è morto. Mentre il mondo li osserva sugli schermi nelle guerre d’Ucraina e di Siria, sono in pochi a notarli laggiù: pallidi ragazzi russi in divisa mimetica tra le dune sabbiose del continente nero. Ma solo almeno 175 gli istruttori di Mosca in Centrafrica e su di loro investigava il trio di reporter del gruppo Icm, Investigation Management Center: la fondazione finanziata da Mikhail Khodorkovsky, magnate del petrolio della compagnia Yukos nella sua prima vita, detenuto politico in Siberia perché nemico di Putin nella seconda e russo in esilio nella dorata Londongrad nella sua terza ed ultima esistenza, dedicata alla sovvenzione di media indipendenti che indagano sugli “affari” del Cremlino.
Quando le sanzioni anti-russe hanno ridotto i flussi di denaro in entrata ed uscita verso Europa e America, quando l’urgenza economica è diventata somma, i russi hanno cominciato a voltare piano le spalle all’ovest, cercando nuovi alleati più sud. Il 2018 è stato per Mosca l’anno di accordi sotterranei in Africa che sono diventati negoziati firmati in conferenze ufficiali. Zimbabwe, Sudan e Centrafrica, non amati dall’ovest e dalle sue sanzioni, ora sono legati alla diplomazia militare del Cremlino.
E se oggi la Russia è in Africa è anche perché ieri l’Africa era in Russia: nelle università sovietiche l’educazione era gratuita come la formazione politica per attivisti dei movimenti di liberazione o per guerriglieri comunisti in armi in arrivo dal Senegal fino al Mali, che poi tornavano indietro con dottrina, istruzione e appoggio finanziario per le rivolte popolari. Rispolverare quei legami storici, rinsaldare i vecchi contatti della Guerra fredda, dopo il ritiro delle risorse dal continente per il collasso dell’Unione sovietica è stato difficile, ma non troppo. Se oggi Mosca media tra Centrafrica e gruppi armati in Sudan, senza l’Unione africana stessa, è per tentare di riservarsi una via d’accesso privilegiata a riserve di diamanti, oro, uranio nelle zone al momento controllate dai ribelli.
Sono state le visite ufficiali di Serghey Lavrov e Valentina Matviyenko, presidentessa del Consiglio federale russo, a rendere saldi tutti questi rapporti lo scorso marzo. Dall’Angola al Namibia, dal Mozambico all’Etiopia, fino allo Zimbabwe. Accordi di cooperazione militare reciproca e di perforazione per la ricerca di minerali sono stati stretti come le mani del ministro degli Esteri russo ai suoi colleghi omologhi africani. Ora lungo tutto il Corno d’Africa sulla mappa c’è l’ombra di Mosca, che solo una settimana fa ha chiesto la rimozione delle sanzioni al Consiglio di Sicurezza “per i processi di regolarizzazione e i profondi cambiamenti positivi degli ultimi anni, in particolare tra Eritrea ed Etiopia che hanno ripreso i contatti diretti”. A quelle latitudini diplomazia e commercio vengono confusi spesso o combaciano del tutto. Non si dove, non si sa quando, si sa solo che succederà: è stato riferito a inizio di questo settembre dalla Duma russa di uno sbocco militare sul Mar Rosso e una base logistica russa è in fase di avvio in Eritrea.
Sotto la terra d’Africa i russi scavano e cercano: idrocarburi, diamanti, uranio, oro, tutto ciò di cui l’Africa è piena. Sopra la terra li armano. Più che un omicidio di tre reporter, ad agosto c’è stato un assassinio del giornalismo nel continente e il lavoro dei tre sulle armi russe in Africa non è stato continuato da nessuno. Erano andati ad investigare sui Wagner, poi nessuno è andato ad investigare sulle loro morti.

Il Fatto 17.9.18
I “buchi neri” della Cina di Xi, dove spariscono i dissidenti
Imperialismo economico e politiche opposte al neo-protezionismo trumpiano, ma rimangono nella Repubblica popolare le violazioni dei diritti umani e, anzi, la repressione cresce
di Antonio Carlucci


Michael Caster è uno studioso dei diritti umani e un militante appassionato. Quanto avviene in Cina è il centro della sua attività. La fotografia che offre sulla situazione attuale è questa: “Nell’era di Xi Jinping, l’assalto della Cina ai gruppi che si occupano di diritti umani ha raggiunto punte estreme, non viste neanche ai tempi del movimento pro democrazia del 1989 (la protesta e la strage di centinaia di giovani a piazza Tien An Men, ndr). Insieme ai progressi tecnologici, possibili anche per la complicità di società non cinesi, si è verificato un aumento senza precedenti nella capacità di controllo da parte della polizia e dello Stato”.
Chi immaginava che la politica imperiale del leader cinese avrebbe portato oltre che crescita economica anche qualche libertà nel Paese, dovrebbe leggere il saggio di Carter sui protagonisti del movimento per i diritti umani che sono stati vittime della repressione del regime capital-comunista. Si tratta di dodici storie di militanti per i diritti umani, in gran parte avvocati che avevano tra i loro clienti dissidenti accusati di “sovversione” ed “incitamento al disordine”. Undici di queste sono state scritte in prima persona dai protagonisti, tutti scomparsi nel nulla e riaffiorati dopo mesi davanti ai tribunali o con l’annuncio che erano sotto “sorveglianza in località designate” e “sotto inchiesta per crimini contro la sicurezza dello Stato”. Una storia è stata scritta da Carter: quella di Xie Yang, avvocato della regione dello Yunan che aveva difeso molti attivisti. Scomparso nel 2015, dopo sei mesi di detenzione non comunicata, incontrò un legale e raccontò terribili torture. Ma al processo nel 2017 dichiarò di essere stato manipolato da potenze straniere e negò le torture subite, confessando le “colpe”.
Molti hanno ceduto a pressioni e privazioni nei “buchi neri”, le prigioni segrete dove i militanti vengono segregati. Molti altri non si sono piegati e sono scomparsi nel nulla, come l’avvocato Wang Quanzhang, sequestrato nel 2015 e riapparso a luglio del 2018 solo attraverso il racconto di un altro dissidente che sostiene di averlo visto nel centro di detenzione di Tianjin. La svolta repressiva è del 2015, quando il regime di Xi Jinping decise un’operazione in grande stile contro gli oppositori. Pochi mesi prima c’era stato un grande risveglio del movimento pro democrazia in ricordo di Tien An Men. Il governo cinese prese di mira soprattutto coloro che difendevano in giudizio gli attivisti perché rappresentavano un pericoloso passaggio che avrebbe amplificato in ogni momento la protesta portandola dalla piazza al luogo deputato per l’atto finale della repressione, il tribunale. Scomparvero decine di avvocati e, a seguire, le loro famiglie furono oggetto di intimidazioni e rappresaglie, giunte fino a viltà come negare l’iscrizione alla scuola elementare al figlio di un dissidente.
Fu con quello che è stato definito il “709 crackdown” che venne alla luce il nuovo sistema di repressione, ovviamente definito nel codice penale. È la norma chiamata con il suo abbreviativo Rsdl, ovvero “sorveglianza residenziale in un luogo designato”: puoi essere prelevato e sparire in un buco nero della detenzione senza regole, perché la Rsdl stabilisce che la polizia non è obbligata a comunicare il luogo di detenzione, il diritto a ricevere la visita di avvocati e parenti è sospeso, neanche il magistrato può visitare il detenuto “per non ostacolare le indagini”.
Si tratta di un arbitrio totale, nato per riparare la falla che si era creata nel 2003 quando era in vigore il cosiddetto “custodia e rimpatrio” che permetteva alla polizia di arrestare chiunque senza dover comunicare il fatto. Accadde però che nel marzo del 2003, Sun Zhigang, lavoratore emigrato dalle campagne alla città di Guangzhou, morì in seguito ai maltrattamenti subiti dopo un arresto non reso pubblico. Ne seguì, in una non prevista catena di eventi gestiti da persone perbene, il processo ai poliziotti e la condanna delle autorità a risarcire il danno. Bisognava evitare altri avvenimenti simili. Ed ecco la Rsdl.
Oggi, alle meraviglie sbandierate da Xi Jinping della nuova via della seta, del progresso economico, degli aiuti miliardari all’Africa, fa da contraltare una guerra sistematica e senza tentennamenti contro qualsiasi atto che metta in discussione le libertà civili negate, la censura, la libertà di religione. La macchina repressiva si muove lungo cinque direttrici e altrettanti obiettivi: i militanti dei diritti umani a cominciare dagli avvocati; tutti coloro che cercano di usare la rete per conquistare spazi di libertà, discussione e critica al regime; gli autonomisti del Tibet, con i monaci al primo posto; gli uiguri di religione musulmana che vivono nello Xinjiang, il nord ovest della Cina; i democratici di Hong Kong che si rifiutano di piegarsi all’arbitrio di Pechino.
Se gli avvocati scompaiono nei “buchi neri”, coloro che cercano libertà attraverso la rete se la devono vedere con la censura che ha trovato un inaspettato alleato nelle grandi società occidentali del settore a cominciare da Apple e Google: la prima ha accettato di chiudere i Vpn – le reti di comunicazioni private – utili per bypassare la censura, la seconda fornisce al governo tutte le informazioni sugli utenti e sulle loro attività in rete. Sul Tibet c’è sempre una cappa di piombo, e l’ultima invenzione per stroncare la protesta degli uiguri dissidenti, accusati di terrorismo solo perché musulmani, è quella dei campi di rieducazione religiosa. In questa situazione, il disinteresse sempre più manifesto dei Paesi occidentali alimenta la repressione. Abbagliati dal miraggio di fare affari coi cinesi, i governi statunitense ed europei hanno messo nel cassetto politiche attive di sostegno ai diritti umani in Cina. Basterebbe vedere le tiepide reazioni alla notizia che il dissidente e premio Nobel per la Pace Liu Xiaobo era morto (luglio 2017) per tumore, in stato di detenzione in ospedale, e la moglie era scomparsa in qualche “buco nero” della polizia. Il regime di Xi ha approfittato di questa ritirata occidentale.
Nell’aprile 2017 Dolkun Isa, attivista uiguro, è stato cacciato dalle Nazioni Unite mentre era in attesa di parlare di minoranze etniche. Tre mesi dopo, a Roma, mentre si recava al Senato dove era stato invitato, Isa è stato fermato da agenti in borghese e portato via per le procedure di identificazione. La lunga mano del regime fa di tutto per portare dalla sua parte gli altri governi. A giugno del 2017 era atteso un intervento dell’Unione europea all’assemblea annuale del Consiglio per i diritti umani delle Onu di Ginevra. Ma la Ue non ha parlato perché la Grecia ha posto il veto a un discorso in cui si criticava la Cina per la violazione sistematica dei diritti umani. Pochi giorni dopo, sempre Atene, si è opposta a controlli più accurati sugli investimenti cinesi nella Ue. Atene ha spiegato che il suo governo non è mai d’accordo con iniziative che contengano “critiche non costruttive”. Ma la verità sta nei 500 milioni di euro che Pechino ha pagato per il porto del Pireo e nei contratti milionari che il premier Alexis Tsipras ha firmato in Cina.

La Stampa 17.9.18
Fuorilegge sette scuole su dieci
Pochi controlli e niente sanzioni: divieti aggirati con le proroghe
In Italia il 70% dei 42.435 edifici che ospitano una scuola è fuorilegge, il 68% è stato costruito prima del 1975 e soltanto il 39% ha ottenuto il certificato di agibilità. Dal 1971 il collaudo statico è obbligatorio, ma la metà degli istituti non è a norma.
di Andrea Rossi


La scuola primaria Frediani di Seravezza, provincia di Lucca, è stata dichiarata inagibile e non riaprirà. A Melgnano, nel milanese, gli alunni della scuola primaria dovranno migrare in altre sedi perché tra amianto e cedimenti le loro classi sono in pericolo. Al liceo classico D’Annunzio, a Pescara, durante i lavori di ristrutturazione quest’estate si sono staccate intere porzioni di soffitto e la preside ha ritardato l’inizio delle lezioni per 900 studenti. A Napoli, nel quartiere Pianura-Soccavo, sei scuole restano chiuse perché senza certificati.
A guardarla da questa prospettiva, la scuola italiana che riapre per tutti oggi (anche se in dodici regioni, Piemonte compreso, è già ricominciata) ha un aspetto pericolante e i segnali evidenti di una resa. Il 70% dei 42.435 edifici che ospitano una scuola è, teoricamente, fuorilegge. Non è in regola con almeno uno di questi parametri: verifiche di vulnerabilità sismica, analisi di solai e controsoffitti, collaudo statico, certificato di prevenzione incendi, agibilità, piano di emergenza. Spesso non ne soddisfa più di uno. E dire che sarebbero tutti obbligatori per legge.
L’obbligo di mettersi in regola
Il 27 settembre Cittadinanzattiva pubblicherà il suo sedicesimo rapporto sulla sicurezza nelle scuole, realizzato su un campione di quasi 7 mila edifici. Il quadro che emerge dalle anticipazioni è desolante. Ad esempio, solo una scuola su tre ha eseguito le verifiche di vulnerabilità sismica, con picchi negativi in regioni come Calabria (2%), Campania (4%), Sicilia (7%), guarda a caso territori a elevata sismicità.
«Se pensiamo che la verifica di vulnerabilità sismica è stata resa obbligatoria nel 2003, e più volte prorogata fino al 2013, è evidente un grave ritardo da parte degli enti proprietari degli edifici», spiega Adriana Bizzarri, responsabile scuola di Cittadinanzattiva. I termini sono slittati più volte per dare modo a province e comuni di mettersi in regola: l’ultima proroga sposta la scadenza al 31 dicembre 2018 ma l’Anci, l’associazione dei Comuni, ha già fatto sapere che le risorse sono scarse e 3 mila Comuni resteranno a secco. È una pratica abusata: siccome le scuole continuano a non essere in regola, anziché sanzionare i proprietari (per l’84% Comuni, per il resto province o città metropolitane) si prorogano continuamente i termini per adeguarsi. Succede anche con il certificato di prevenzione incendi: la nuova scadenza è il primo gennaio 2019, ma a oggi solo una scuola su tre è a norma e una su dieci ha la pratica in corso.
Sarà inevitabile un’altra proroga. Normative e piani straordinari sono un’estenuante rincorsa per riparare mali che si trascinano da decenni. Le scuole sono vecchie: il 68% è stato costruito prima del 1975. Appena il 57% è accatastato per non parlare del certificato di agibilità o abitabilità, di cui appena il 39% è dotato. Metà degli edifici risale a prima che diventasse obbligatorio il collaudo statico, nel 1971. Quasi mezzo secolo dopo le scuole a norma con il collaudo sono il 53%, di fatto solo quelle costruite dagli Anni 70 in poi. Per le vecchie è come se la legge non fosse mai entrata in vigore.
Destinazioni differenti
C’è poi un peccato originale: il 30% degli edifici, prima di essere una scuola, aveva un’altra destinazione. Il liceo Darwin di Rivoli, ad esempio, era un seminario: il 22 novembre di dieci anni fa un ragazzo di 17 anni, Vito Scafidi, rimase ucciso nel crollo di un controsoffitto; un suo compagno di classe da allora è su una sedia a rotelle. «Molti edifici non nascono come scuole. Hanno spazi, a cominciare dalle scale, non dimensionati per il numero di persone che ospitano», ragiona Bernardino Chiaia, ordinario di Scienza delle costruzioni al Politecnico di Torino e responsabile del nascente Centro sulla sicurezza di edifici e infrastrutture.
A dieci anni dal Darwin è sconsolante sapere che solo il 26% delle scuole ha effettuato una indagine diagnostica su solai e controsoffitti. La fondazione Scafidi, con il ministero dell’Istruzione e il Politecnico, sta per avviare un progetto sperimentale sulla sicurezza delle scuole, con l’obiettivo di definire linee guida per la manutenzione delle strutture esistenti e la progettazione di quelle nuove. «L’edilizia scolastica ha alcune grandi criticità», spiega il professor Chiaia. «Ci sono problemi strutturali, di sito (una scuola su dieci sorge in zona sismica 1, a pericolosità massima, ndr), di invecchiamento e degrado, di impianti e controsoffitti, di messa a norma e distribuzione degli spazi».
Infine c’è un evidente problema di gestione del patrimonio: «Le norme consentono allo stesso professionista di essere responsabile della sicurezza di cento scuole. E tutte le segnalazioni che un istituto invia al suo ente proprietario confluiscono in un unico calderone, si tratti del rubinetto che perde o di un soffitto che rischia di crollare».
Questa disgregazione burocratica rischia di vanificare lo sforzo compiuto negli ultimi anni. Dal 2014 al 2017 lo Stato ha investito sull’edilizia scolastica più che nel precedente ventennio: 10 miliardi stanziati, di cui 5,2 miliardi affidati agli enti locali per finanziare 11.500 interventi. Il neo ministro dell’Istruzione Marco Bussetti dieci giorni fa ha sbloccato un miliardo e ne ha promessi altri due. Ha anche avviato un programma con l’agenzia spaziale e il Cnr per il monitoraggio satellitare degli edifici grazie a una tecnologia che permette di misurare al decimo di millimetro lo spostamento di un immobile. «Finora è però mancata una strategia complessiva», riflette Chiaia. «Il modello che abbiamo in mente punta a creare un ranking delle scuole basato su una griglia di criticità, in modo che lo Stato abbia un quadro della situazione e sappia quali sono le priorità».
L’anagrafe degli immobili
Sarà durissima. Il primo requisito per intervenire e stabilire un elenco di urgenze è avere un quadro nitido della situazione. Ma nessuno ce l’ha, altrimenti associazioni come Cittadinanzattiva non avrebbero alcuna ragione di mettersi in proprio e raccogliere i dati. E dire che lo strumento c’è. Nel 1996 è stata costituita l’anagrafe dell’edilizia scolastica: ogni ente locale avrebbe dovuto inserire i dati delle proprie scuole e lo Stato li avrebbe resi pubblici. È accaduto solo vent’anni dopo, nel 2015, ma mancano ancora 8 mila edifici su 42 mila. Quelli inseriti, poi, presentano dati incompleti: non indicano l’anno in cui è stata accertata la situazione dell’edificio (rendendo impossibile capire se il quadro è aggiornato), non includono le certificazioni su agibilità, collaudo e vulnerabilità sismica.
Dati mai inviati al ministero
«Il sistema è farraginoso, ci sono troppe lacune», osserva Adriana Bizzarri. «Ogni comune o provincia una volta l’anno dovrebbe trasmettere i dati alla regione, a sua volta tenuta a girarli al ministero. Ma non accade». Ci sono Comuni (Roma) che faticano a reperire i dati; altri (Milano) li custodiscono in centinaia di faldoni senza il personale necessario per riversarli su database informatico.
Il caso Messina
Si procede in ordine sparso, a maggior ragione ora che, con il cambio di governo, è stata smantellata la struttura di missione Italia Sicura, il cui ruolo era anche assistere quegli enti - come i piccoli Comuni - privi del personale e delle competenze per gestire le pratiche.
Per di più, della situazione di alcune regioni - Campania, Calabria, Sicilia - si sa poco o nulla perché comuni e province non rispondono alle richieste. E allora non c’è da stupirsi se si verificano disastri: a Messina 26 scuole (una su quattro) sono chiuse perché manca il certificato di vulnerabilità sismica. E circa 10 mila studenti sono ancora a casa.

Corriere 17.9.18
Gite scolastiche: 6.511 bus irregolariautisti ubriachi, omesse revisioni,
gomme lisce, assicurazioni scadute: dai controlli della stradale
il 15 per cento dei mezzi non è sicuro
«Diffidate dei prezzi troppo bassi»
di Milena Gabanelli e Alessio Ribaudo


L’ultimo in ordine di tempo è stato bloccato il 28 maggio a Turano Lodigiano, in Lombardia. Alle 8 del mattino, un conducente di autobus che doveva accompagnare a Genova una scolaresca di 80 bambini, aveva un tasso alcolemico di 1,79 grammi per litro di sangue: era praticamente ubriaco. Secondo il codice della Strada il tasso deve essere zero. Ad aprile, in provincia di Chieti, gli agenti della Stradale hanno fermato, prima della partenza, un bus con due pneumatici completamente lisci e tre cinture di sicurezza rotte. A Torino, invece, un pullman del 1996 era stato riverniciato, ritargato e aveva la revisione scaduta. Purtroppo, non si tratta di tre casi isolati.
Il bilancio dei controlli
Dal febbraio del 2016 al 31 maggio 2018 la Stradale ha controllato il 43 per cento del parco veicolare adibito a trasporto scolastico (43.061 bus) e 6.511 presentavano irregolarità (circa il 15 per cento). «Di questi 31.023 erano stati segnalati dai presidi nell’ambito della campagna “Gite scolastiche in sicurezza” — spiega Roberto Sgalla, a capo di tutte le specialità di polizia — che è nata in collaborazione con il ministero dell’Istruzione».
Ebbene, 3.226 veicoli presentavano un ampio campionario di infrazioni: 1.948 multe sono state comminate per pneumatici lisci, cinture di sicurezza non funzionanti, fari guasti, estintori inefficienti e uscite di sicurezza inagibili. I verbali per mancata revisione sono stati 93; 55 per l’assicurazione e 84 per irregolarità nel servizio di noleggio con conducente. Gli autisti, invece, non avevano rispettato le alternanze fra tempi di guida e riposo 985 volte e avevano superato i limiti di velocità in 739 casi. Sono state infine ritirate 121 patenti e 158 carte di circolazione.
Il giro d’affari e il calo
Secondo i dati dell’Associazione nazionale autotrasporto viaggiatori (Anav) e Isfort, il 96 per cento delle scuole medie e il 54 per cento delle Superiori scelgono l’autobus per le gite, anche per mete estere (55%). Il bacino potenziale coinvolge circa sette milioni di studenti, anche se negli ultimi otto anni c’è stato un calo nelle partecipazioni del 13 per cento. I motivi? I timori dei genitori legati alla sicurezza, la crisi economica e la minore disponibilità degli insegnanti di accollarsi un eccesso di responsabilità.
Le gite e le leggi
Dal 1999, gli istituti hanno piena autonomia e all’inizio dell’anno stabiliscono mete e date. Per la compilazione dei bandi devono rispettare una ragnatela di norme generali, atti negoziali delle istituzioni scolastiche, decreti ministeriali, linee guida dell’Autorità nazionale anticorruzione e del Miur. Per esempio, i dirigenti scolastici «devono accertare con la massima diligenza l’assoluta affidabilità e serietà dell’agenzia di viaggio o della ditta di autotrasporti» e la scelta di un servizio di trasporto deve basarsi «non solo su criteri di carattere economico ma deve tenere in primaria considerazione alcune garanzie di sicurezza». Le gare devono rispettare poi il codice degli appalti e le procedure cambiano a seconda degli importi. Sotto i 2mila euro, la gara si può affidare direttamente; fra i 2mila e i 135 mila euro, ovvero nella maggior parte dei casi, serve la «procedura negoziata semplificata» a cui vanno invitate almeno cinque società.
«I bandi sono spesso diversi fra loro — spiega Simona Bigli del Touring club italiano — e le graduatorie sono stilate sommando i punteggi assegnati, per esempio, alla categoria degli hotel o ai mezzi di trasporto. Alle volte il prezzo ha una valutazione più alta delle altre voci».
La gara si aggiudica con riserva, sino a quando le scuole non ricevono tutta la trafila di documenti, fra cui quelli che attestano la regolarità contributiva dell’impresa, e poi l’assicurazione del mezzo e la revisione. Sulla «carta», quindi, spesso è tutto perfetto.
Le carte in regola ma in strada?
«In strada però poi scopriamo dei “trucchetti” — racconta Luigi Altamura, comandante dei vigili di Verona — come la reimmatricolazione per partecipare a gare che prevedono mezzi più nuovi o autisti pensionati non contrattualizzati, dopolavoristi, o quelli che non rispettano il tempo di pausa obbligatorio perché non hanno accanto il secondo guidatore facoltativo. Per questo le scuole veronesi entro 30 giorni dalla gita, possono scriverci una mail e, mezz’ora prima della partenza, arriva una nostra pattuglia».
Per il presidente di Anav, Giuseppe Francesco Vinella «gli imprenditori scorretti sono pochi ma le scuole devono comunque mettersi in allarme quando il preventivo è troppo basso perché la maggior parte dei costi sono fissi. Spesso la differenza fra una gita insicura e una sicura è di 5 euro a persona. Se consideriamo i morti in incidenti, un viaggio su un bus da turismo è 40 volte più sicuro che in auto». L’Anav lancia un appello al Miur: «Stabiliamo uno schema d’appalto unico che metta dei paletti come l’obbligo di usare mezzi EuroV o VI».
Il ruolo di presidi e insegnanti
Oggi il protocollo «Gite in Sicurezza» suggerisce ai dirigenti scolastici di segnalare alla Stradale del capoluogo di provincia, con qualche giorno di anticipo, la data del viaggio, il tragitto, il numero di alunni e pullman impiegati. Ma non tutti lo fanno. In più, il Miur ha diffuso un vademecum, stilato dalla Stradale insieme all’Anav, che spiega come riconoscere le anomalie del mezzo e invita i docenti a essere «sentinelle» civiche segnalando, durante il viaggio, comportamenti sbagliati dell’autista.
I docenti, però, sono sempre meno disponibili ai viaggi. «E per forza! — tuona Pino Turi, segretario della Uil Scuola — hanno già la responsabilità della scolaresca giorno e notte, senza ricevere un cent in più. Se si aggiunge il ruolo di “sentinella”, si scaricano responsabilità su una figura professionale che non ha competenze per farlo».
Insomma, il rischio è quello di vedere tramontare i viaggi d’istruzione e, con loro, esperienze di alto valore educativo.
Le soluzioni
Come se ne esce? Basterebbe che il Miur, anziché limitarsi al «suggerimento», rendesse «obbligatorio» il protocollo sul controllo dei mezzi la mattina della gita. Magari coinvolgendo pure i carabinieri e i vigili perché, da sole, le pattuglie della Stradale non bastano. Certo, si dirà, l’obbligo va contro l’autonomia delle scuole ma la sicurezza di milioni di ragazzi vale ben più di una deroga.

Corriere 17.9.18
No ai cellulari a scuola? ma la responsabilità è anche dei genitori
di Paolo Di Stefano


L’iniziativa del liceo paritario San Benedetto di Piacenza, bloccare i cellulari dei ragazzi durante le ore di lezione, è ammirevole anche se in realtà l’uso del telefono mobile a scuola sarebbe vietato da una direttiva ministeriale del 2007: ma in tutta evidenza è una norma che viene normalmente aggirata. Fatto sta che il provvedimento di Piacenza gioverà sicuramente alla concentrazione e alla socialità, sarà una sorta di ecologica disintossicazione dall’abuso domestico. Non che la tecnologia sia il male assoluto, ma favorisce comunque alcune cattive abitudini in crescita non solo a scuola e non solo presso la popolazione giovane. I genitori, dal canto loro, approvano la decisione del preside. Una madre ammette che l’uso dello smartphone da parte dei ragazzi è eccessivo e che, grazie alla risoluzione della scuola, sarà meno perseguitata dal figlio abituato a mandarle messaggi ogni ora per dirle di andare a prenderlo prima o di arrivare in orario. «Se sta sempre sul cellulare — aggiunge — non ascolta la lezione». Nel loro candore, queste frasi rivelano ciò che molti padri e madri riscontrano quotidianamente con pudica autocommiserazione: l’impotenza della famiglia nel trovare un rimedio alla bulimia tecnologica dei figli. Dunque, la altrettanto candida speranza (o pretesa) che sia almeno la scuola a porre un argine o un limite alla dipendenza digitale dei pargoli. Ed è curioso (ma non sorprendente) notare come la famosa alleanza educativa funzioni quando diventa una delega di responsabilità.

Il Fatto 17.9.18
Appia scordata e senza fondi. La Grande Bellezza è perduta
Le meraviglie abbandonate - Per la Regina Viarum si è passati dall’idea (sbagliata) Benetton al totale nulla. Però c’è chi combatte
di Tomaso Montanari


“O via Appia, consacrata da Cesare venerato sotto l’effigie di Ercole, tu che superi in celebrità tutte le italiche vie …”: l’invocazione di Marziale risuona oggi come una disperata richiesta di aiuto. Sembra quasi che all’Appia Antica si voglia far pagare il no di quattro anni fa alla Società Autostrade. Pochi oggi lo ricordano, ma nell’estate del 2014 divampò furiosa una battaglia di opinione intorno al tentativo di aggiungere la Regina Viarum al vasto regno dei Benetton.
Lo scopo di Autostrade era evidente: ripulire la propria immagine associandola alla Grande Bellezza. Lo stesso perseguito dalla Fondazione Benetton, che promuove da anni un progetto dedicato all’articolo 9 della Costituzione (i signori dell’asfalto paladini del paesaggio!), e che anche dopo Genova continua a proporre con ammirevole disinvoltura la “cittadinanza attiva attraverso la cultura e il patrimonio artistico”. Ma in quel 2014 la campagna di Autostrade dovette fare i conti con la sollevazione delle associazioni e dei cittadini che hanno a cuore il bene comune. Se mi è permesso, ricordo che io stesso mi chiesi, su questo giornale: “Siamo proprio sicuri che sia opportuno permettere ad Autostrade di sommare al monopolio sulle scelte infrastrutturali strategiche del Paese anche il governo dell’Appia? Ed è giusto che chi mangia (per esempio) il prezioso territorio del Parco Agricolo di Milano Sud con la costruzione della Tangenziale Esterna, voluta da Maurizio Lupi e legata all’Expo, possa poi presentarsi ai cittadini come il generoso paladino del verde dell’Appia?”. Alla fine l’operazione Grand Tour si fermò: ma il prezzo da pagare fu alto, e la vendetta dei vertici del ministero di Dario Franceschini prese le forme più tipiche del non governo democristiano: la più totale inerzia.
Oggi è Rita Paris, l’esemplare archeologa che dirige il Parco dell’Appia Antica, a fare i conti con i danni provocati da questo abbandono politico e da una stagione di riforme concepite in odio alla tutela del patrimonio culturale. Lungo vent’anni Rita Paris ha proseguito le battaglie del grande apostolo dell’Appia, Antonio Cederna: che denunciò con forza i gangsters (parola sua) che avevano ridotto la strada più bella del mondo a “canale di scolo dei nuovi quartieri: tagliata, sminuzzata, sventrata”, e sognò che essa potesse diventare, attraverso un collegamento pedonale continuo con il Colosseo e i Fori Imperiali, un unico grande polmone verde e archeologico per Roma. Ebbene, Paris ha riportato l’Appia alla condizione di monumento, liberandola dall’asfalto su cui sfrecciavano le auto di lusso dei gangsters, scavando, restaurando e acquisendo pezzi di patrimonio, aprendo al pubblico monumenti e siti che prima erano il simbolo del degrado e dello sfregio al patrimonio. E non basta: con un’opera instancabile di comunicazione e di accoglienza, sotto la sua direzione si è messa al centro la creazione e la redistribuzione della conoscenza attraverso un laboratorio continuo indirizzato alla conservazione del patrimonio all’aperto e allo studio del paesaggio, che qui è davvero straordinario. Insomma, un lavoro eccellente: che dimostra che lo Stato può anche funzionare alla grande, pur con mezzi risicatissimi. Ma ora anche quei mezzi sono esauriti: manca il personale, e (a causa del dissennato spezzatino a cui la riforma Franceschini ha ridotto le soprintendenze romane) mancano drammaticamente gli spazi, le sedi e gli strumenti di lavoro, così che anche i nuovi archeologi rimangono inutilizzati.
Soprattutto mancano i finanziamenti: e le conseguenze potrebbero essere drammatiche. Ricordate la scena della Grande Bellezza in cui Anita Kravos prende a testate l’Acquedotto Claudio, uno dei monumenti più celebri dell’Appia? Ebbene, oggi potrebbe essere rischioso anche solo passeggiarci sotto: il collasso dei grandi blocchi che coprono il canale delle acque potrebbe determinare la caduta di frammenti di pietra dalle arcate. E dunque o si interviene subito, o si sarà presto costretti a transennare l’acquedotto: un’immagine devastante, che farebbe il giro del mondo.
Oltre a tamponare le urgenze, e a mettere in sicurezza molti altri luoghi cruciali del Parco, i soldi servirebbero a rendere visibili parti immense del parco: come la straordinaria Villa di Sette Bassi, con un’area archeologica estesa quanto Pompei e oggi del tutto inaccessibile. E poi la ricerca: un lusso che nel patrimonio culturale nessuno può più permettersi. Non si possono catalogare e studiare i nuovi reperti né si riesce a far funzionare l’archivio di Cederna che proprio lì è conservato.
E la divulgazione: le condizioni del bilancio dell’Appia sono tali che non si possono più nemmeno ristampare le guide e l’eccellente materiale didattico. L’aspetto paradossale della vicenda è che i soldi ci sarebbero: a partire dai venti milioni di euro (pari a oltre quindici anni di bilancio dell’Appia!) stanziati (ma mai erogati) dal Ministero per il progetto Appia Regina Viarum nato dall’ispirato libro di Paolo Rumiz: un’esperienza, importante e celebratissima, cui però nulla è seguito. Se il ministro Alberto Bonisoli vuole davvero dare quel segnale di inversione di rotta che stenta a farsi sentire, può cominciare dall’Appia: ascoltando Rita Paris, e dandole gli strumenti per continuare il suo straordinario lavoro.
Quando Cederna fu eletto deputato della Repubblica, la Società Autostrade gli fece recapitare una delle prime mountain bike. Cederna la donò a don Guanella, rispedendone la ricevuta di consegna ad Autostrade: perché non voleva essere in debito con i suoi avversari. Per la sua coerenza Cederna fu sempre un isolato: oggi non vorremmo che fosse l’Appia a dover pagare il prezzo della propria libertà. Che è la nostra.