mercoledì 21 novembre 2018

il manifesto 19.11.18
Napoleone era nero*
Ottant’anni dalla pubblicazione di "The Black Jacobins" di C.L.R. James. Mentre l’oblio del passato coloniale genera nuovi mostri e un delirio di massa su presunte «invasioni» dal sud del mondo, quel libro continua a influenzare l’immaginario e le lotte, e chi lotta continua a riscoprirlo. Non a caso uno dei rivoluzionari di Toussaint, uno qualunque, è divenuto il logo di Jacobin. E quel lascito non cesserà di spaventare i padroni
di Wu Ming 1


Compie ottant’anni The Black Jacobins di C.L.R. James, saggio storico tra i più influenti del ventesimo secolo, nonostante la sua influenza continui a suscitare imbarazzo, a essere rimossa o sminuita. È ancora incandescente la vicenda ricostruita – la rivoluzione haitiana guidata dall’ex-schiavo Toussaint L’Ouverture – ed è ancora drastica la riconsiderazione della tradizione rivoluzionaria che, fin dal titolo, il libro esorta a intraprendere.
Ispirato nella struttura e nello stile alla Storia della Rivoluzione russa di Trotsky, e scritto tendendo l’orecchio alle proteste internazionali contro l’invasione italiana dell’Etiopia, The Black Jacobins fu pubblicato nel 1938. L’anno che segna l’inizio della sconfitta dei repubblicani spagnoli, che James cita nella prefazione; l’anno del famigerato Accordo di Monaco, col quale le principali democrazie borghesi d’Europa – Francia e Regno Unito – aprirono la strada al progetto imperialista di Hitler; l’anno della “Notte dei cristalli”, i cui clangori sembrano già echeggiare nel libro. La seconda guerra mondiale era ormai dietro l’angolo.
Proprio nel Regno Unito, C.L.R. James – nero delle cosiddette «Indie occidentali», militante marxista, scrittore e drammaturgo – osava alcune «considerazioni inattuali», e potenzialmente oltraggiose: una su tutte, che senza la rivolta di massa degli schiavi di Haiti, scoppiata nel 1791, la Rivoluzione francese non sarebbe stata la Révolution che tutti conosciamo. Non contento, aggiungeva che Toussaint L’Ouverture, spinto verso l’alto da contraddizioni immani e dall’urto di tumultuose forze sociali, fu uno dei più grandi uomini del suo tempo, pari solo al suo nemico Napoleone. Un Napoleone negro!?
Quello che James stava dicendo – ora in forma allegorica, ora esplicitamente – era: non può darsi alcuna vera rivoluzione in occidente senza rivoluzioni nelle colonie.
Nel 1938, mentre gli sguardi convergevano su Hitler, sembrava una prospettiva remota, un tema non all’ordine del giorno, e per una manciata d’anni la guerra sembrò spingerlo ancora più ai margini di ogni discorso. In realtà, mettendo a dura prova i centri dei più grandi imperi coloniali, (quello britannico e quello francese) e al tempo stesso mobilitandone in massa i sudditi «di colore», la guerra acuì proprio le contraddizioni su cui James aveva gettato luce.
Nel dopoguerra, le atrocità del nazismo divennero la nuova pietra di paragone per le atrocità del colonialismo. Basti un solo esempio: nella seconda metà degli anni Cinquanta l’opinione pubblica britannica, ancora fresca di vittoria contro il nazismo, scoprì gli orrori della Pipeline, il sistema di centocinquanta lager – come altro chiamarli? – aperti in Kenya per deportarvi la popolazione Gĩkũyũ e stroncare l’insurrezione Mau Mau. Emersero casi di prigionieri bruciati vivi o castrati con pinze da bestiame. Lo scandalo portò all’indipendenza del Kenya, e accelerò la fine dell’impero «su cui non tramontava mai il sole».
Quel che il borghese europeo non perdona a Hitler, scrisse Aimé Césaire nel 1950, «non è il crimine come tale, il crimine contro l’uomo; non è l’umiliazione dell’uomo in sé, ma il crimine contro l’uomo bianco, il fatto di aver applicato all’Europa metodi coloniali finora riservati agli arabi di Algeria, ai coolies dell’India e ai negri d’Africa». Una riflessione che The Black Jacobins aveva anticipato ancor prima della guerra, come aveva anticipato quelle di un altro figlio delle Indie occidentali, Frantz Fanon, autore dell’altra grande opera anticoloniale del XX secolo: I dannati della terra (1961).
Nel mentre, The Black Jacobins circolava, talvolta illegalmente, nei paesi dove ardevano le braci della rivolta coloniale. Diviso in dispense, copiato a mano modello samizdat, fu uno dei testi più diffusi nel Sudafrica dell’apartheid, tra attivisti di più generazioni, dal massacro di Sharpeville (1960) alla rivolta di Soweto (1976) e oltre.
Riletta nel suo ottantesimo anniversario, questa storia di uno Spartaco nero, di un’armata di schiavi che fa la rivoluzione, risulta più attuale che mai, per tante ragioni. Troppe perché questo articolo possa contenerle. In Italia e in gran parte d’Europa, in una torsione paradossale, i termini «schiavi», «schiavitù» e «schiavisti» sono usati strumentalmente per difendere il privilegio bianco e attaccare le mobilitazioni antirazziste: «Siete voi buonisti a difendere la nuova tratta degli schiavi!», «Siete complici degli scafisti, i nuovi trafficanti di schiavi!», «Li portano qui per farne degli schiavi!».
Del resto, neri ammassati su imbarcazioni che compiono un viaggio drammatico… Cosa potranno mai ricordare? Ma l’allegoria è fallace: gli scafisti non sono negrieri ma passeurs, perché i migranti vogliono essere trasportati in Europa e pagano per il viaggio, cioè per avere un servizio; che lo ricevano di qualità pessima, da parte di carogne senza scrupoli, è colpa sì di quelle carogne, ma prima ancora è colpa delle leggi europee sull’immigrazione. E, sì, la situazione rende quei viaggi molto pericolosi, ma non li rende uguali al Middle Passage delle navi negriere.
Il termine «schiavi» è usato dai razzisti per negare alle persone migranti ogni soggettività, ogni autonomia di scelta. Chi compie quei viaggi è descritto come mero corpo, materia bruta trasportata da un posto all’altro. Questo è il cliché razzista e coloniale sugli schiavi, e nessuno lo ha dimostrato meglio di C.L.R. James. Nella massa derelitta degli schiavi di Haiti erano in corso, invisibili al padrone, sommovimenti profondi, prese di coscienza, insubordinazioni striscianti, e quelli che nel gergo di oggi chiameremmo «percorsi di autoformazione». Ci si formava attraverso riunioni e lezioni clandestine, attraverso il sabotaggio, attraverso la fuga per raggiungere le comunità degli schiavi fuggiti, i Maroons, e persino per unirsi a ciurme di pirati. Da tali processi emersero, al momento giusto, un soggetto rivoluzionario e un grande esercito popolare, coi suoi comandanti, coi suoi brillanti strateghi, con il suo incredibile Napoleone. Un esercito che scosse l’ordine del mondo.
Mentre l’oblio del passato coloniale genera nuovi mostri e un delirio di massa su presunte «invasioni» dal sud del mondo, The Black Jacobins continua a influenzare l’immaginario e le lotte, e chi lotta continua a riscoprirlo. Non a caso uno dei rivoluzionari di Toussaint, uno qualunque, è divenuto il logo di Jacobin. E quel lascito non cesserà di spaventare i padroni.
Chiudo parafrasando una canzone degli Stormy Six: capitalisti e razzisti «ancora non si sentono tranquilli, perché sanno / che gira per il mondo Toussaint L’Ouverture».
*Questo articolo è tratto dal primo numero di Jacobin Italia, edizione italiana della rivista che ha rilanciato il dibattito nella sinistra radicale statunitense. Il progetto, edito da Alegre, è autonomo ma federato a quello d’oltreoceano e ha già raccolto 1500 abbonati (chi non ne ha sottoscritto uno può richiedere la rivista in libreria). Una redazione trasversale a differenti culture si muove, spiegano, dentro un orizzonte delimitato da due paletti. «Non ci interessano il sovranismo di ogni colore e il riformismo liberale». Per questo debutto, Jacobin Italia mette i piedi nel piatto e si chiede cosa significhi «Vivere in un paese senza sinistra», affrontando i temi della produzione e della riproduzione sociale, smontando il falso mito dell’egemonia culturale della sinistra, osservando il doppio movimento delle emigrazioni italiane e dei migranti che arrivano da queste parti. C’è poi una sezione dedicata alle «parole contese». Nel «paese senza sinistra – spiegano i redattori – parole come cambimento, beni comuni, reddito e democrazia diretta perdono di senso e ci vengono sottratte. Siamo nati anche per riprendercele». Il dossier tratto dall’edizione Usa si intitola «Breaking Bank». Parla dei dieci anni della crisi dei mutui subprime del 2008. Come ha cambiato l’immaginario, come ha reagito l’Europa, che fine hanno fatto gli apprendisti della finanza. Per informazioni e abbonamenti: www.jacobinitalia.it.*
Repubblica 21.11.18
Il racconto
Antifascismo è non dire mai "me ne frego"
di Maurizio Maggiani

Antifascismo militante.Maurizio Maggiani è nato nel 1951 Il suo ultimo libro è L’amore (Feltrinelli)

Tanto tempo fa, in un giorno d’estate, un futuro scrittore, allora ragazzino, rispose così, sbadatamente, al papà, ricevendo in cambio il primo e unico schiaffo della vita: "Ora capisco cosa voleva insegnarmi la sua mano"
Per tutto il tempo che ha potuto esercitare la sua potestà sulla mia capoccia, mio padre ha alzato le mani una sola volta per prenderla di mira, ed è stato un gran fatto, un manrovescio, un patton nella mia lingua natale, che mi si è impresso nella mente così come nel corpo, nel corpo tra guancia, orecchio e collo, un tinnire di denti, un fischiare di orecchio, un palpitare di pupilla che ancora mi si rievocano con cristallina presenza a mezzo secolo dall’accaduto. Ricordo il tempo, era estate e andavo per la terza media, e naturalmente ricordo ragione e motivo, e ricordo molto bene come mi fossero apparsi incomprensibili e ingiustificabili, e come recriminassi, in silenti ma cogenti lacrime, la gratuità di tanta crudele violenza. Di fatto avevo solo sbadatamente risposto «me ne frego» a una qualche sua osservazione, la sostanza della quale mi parve così irrilevante che, quella sì, non riesco a farmela tornare alla mente; mio padre non era un uomo dedito a un intenso dialogo intergenerazionale, non ritenne di dover accompagnare il gesto con verbo alcuno, dopodiché fece passare un giorno intero prima di aprir bocca in merito all’accaduto, e lo fece con poche e ben scandite parole: non voglio un fascista in casa mia. Mio padre aveva dei problemi con il fascismo in generale e con i fascisti in particolare, era stato condannato a morte in contumacia dalla Repubblica Sociale come militare renitente, dopodiché lui e i fascisti si erano combattuti per due interi anni armi in pugno nella montagna che si vedeva da casa nostra, proprio dove andavamo a fare la scampagnata a ferragosto. Questo lo sapevo, mi era stato raccontato, parcamente da mio padre e più diffusamente, con ricchi e conturbanti particolari, dai suoi amici che venivano a trovarlo e che erano più propensi a darmi confidenza; potevo dunque capire come mio padre riprovasse fortemente l’idea di un fascista in casa sua, non mi capacitavo però per quale ragione il fascista dovevo essere io, per via di quel «me ne frego», possibile?
Ci dovetti pensare un po’, in effetti continuo a pensarci ancora, ci penso molto in questi giorni per il gran parlare che si fa del fascismo, e anche dell’antifascismo. Beh, sì, io sono antifascista, so che a questo punto posso articolare un ragionamento intelligentemente complesso sul perché lo sono, ma in tutta sincerità le ragioni fondanti del mio antifascismo sono di grande semplicità. Mi sono fatto una prima, rudimentale coscienza antifascista intorno ai tredici anni per vedere di risparmiarmi degli altri patriarcali manrovesci, ho poi raffinato la coscienza non molti anni dopo, lontano ormai dalle grosse mani paterne e per questa ragione propenso a considerare in libertà di cosa intendessero parlare quelle mani, le mani parlanti di un uomo che non aveva che poche parole e per il tempo che ha vissuto, con il lavoro delle sue mani aveva edificato tutto ciò che intendeva essere e intendeva che il mondo fosse, tutto ciò che di lui voleva si sapesse, e capisse. Non era il solo se è per questo, sono nato e cresciuto tra uomini e donne che gli somigliavano, che con il lavoro delle proprie mani compendiavano la loro vita e altro strumento per educarmi non avevano se non il loro agire, il loro edificare. Agivano per la vita, e nient’altro che vita edificavano; niente di che, vita da poco, vita di molta miseria e qualche speranza, e quella loro speranza nella miseria trovava ragione solo nel fatto che si incaparbivano a non fregarsene di niente e di nessuno, di nessuno che vivesse, uomo, pianta, animale e sasso. Di questo ho avuto coscienza diventato giovane uomo, giovane uomo lavoratore, di essere venuto alla luce e di vivere per mano di gente che se se ne fosse fregata di qualcosa si sarebbe sentita perduta, che se non si fosse presa preoccupazione anche solo della gallina che stava allevando per le uova dei suoi figli, come del compagno di lavoro che si era preso la pleurite, come di quei disgraziati che se n’erano venuti dal Polesine senza nemmeno una coperta addosso, sarebbe morta annegata nell’infelicità dei miserabili senza speranza, e per quello che ne potevano sapere, nell’estinzione dell’universo.
Me ne frego era proibito, me ne frego era la morte. Non ci ho dovuto lavorare molto per capire che io stesso non riuscivo a fregarmene, a fregarmene di niente e di nessuno, ero stato educato bene, figlio della speranza, inetto a vivere nell’infelicità. Geneticamente kantiano, per così dire, geneticamente antifascista; nell’insegna degli uomini che si presero e portarono a morte il fratello di mio padre c’era un teschio elevato sopra la scritta dorata me ne frego.
E oggi ancora ci penso, e so che penso rozzamente, so che il fascismo è una cosa complicata che va studiato bene per non sbagliare e confondere, che è meglio spaccare il capello in quattro piuttosto che rischiare, che ci sono strumenti adeguati per misurare e tabelle per valutare, che un conto è il fascismo e un altro conto l’antifascismo; ma io so anche, e ne ho la tattile certezza, di vivere in un tempo dell’infelicità, esco di casa e sento, sottile e ottuso e persistente, il sordo ronzio di un rumore di fondo di infelicità, quest’epoca si è ingravidata di fascismo. Si è aperto alto un balcone, i consoli del tempo della disgrazia si sono fatti avanti sul popolo e hanno ululato il loro grido di battaglia: dio è morto, afffanculo tutto, viva la morte. Me ne frego. Il popolo, sbigottito, incoraggiato dagli appositi segnali luminosi, ha preso a esultare, i miliziani della disgrazia hanno cominciato il loro giro di propaganda, ed è stato tutto un sibilare, un canticchiare, un cadenzare di me ne frego. E nel suo disperato esultare, con la stessa rapidità con cui è stato evocato, il popolo si è dissolto in un indistinto puntiforme, convenzionalmente noto come massa, la massa irresponsabile infeconda, e infelice. Un suppurare di infelicità ovunque, venduta come un investimento sicuro, dispensata come una cura, inferta come una lezione, infelicità raccattata come un’elemosina, accumulata come un capitale, comprata al prezzo di un gratta e vinci e portata a casa per avere un po’ di compagnia. L’infelice compagnia di un sussidio da spartire, di una tragedia da condividere, di un’esenzione da contendere, di un nemico alle porte da affrontare come un sol uomo. Psicologia di massa del fascismo. Quest’epoca ne è partoriente, e chi non ne intravvede le insegne consideri con più attenzione ciò che può con agio osservare: non uno, ma si possono distintamente notare montagne di teschi sotto i piedi di coloro che postano me ne frego. Ce ne fregammo un dì della galera, ce ne fregammo della brutta morte, per preparare questa gente forte che se ne frega adesso di morir.
Ci penso, e mi guardo le mani, e vedo che non sono le mani di mio padre, non sono mani adatte a edificare, a generare.
Sono diventato un lavoratore della mente, la mia parte risiede nella ragione che hanno le mie parole, se sanno essere mani ed edificare, e generare, se sanno prendersi cura e mettere in salvo, se sono abbastanza salde per questo, se sanno avere abbastanza costanza, lavorare per la vita almeno le quarant’ore, e non basta, perché chi lavora per la morte lavora a cottimo.
Corriere 21.11.18
Novecento Gianluca Falanga ricostruisce per Viella carriera e ambiguità di un uomo di fiducia di Ciano
Un fascista che protesse gli ebrei
Il percorso di Luca Pietromarchi
di Sergio Romano


Dopo l’ingresso degli Alleati a Roma, nel giugno 1944, il ministero degli Esteri italiano tornò nella sua vecchia sede di piazza Colonna. Pochi mesi dopo, una commissione di epurazione si mise al lavoro per passare al setaccio vita e carriera dei diplomatici durante il Ventennio e punire con la sospensione dal servizio quelli che si erano distinti per zelo fascista o per una manifesta adesione al regime. Dopo la fine della guerra, con metodi ancora più rigorosi, lo stesso sarebbe accaduto per quelli che avevano seguito Mussolini a Salò e aderito alla Repubblica sociale italiana.
Il protagonista del libro scritto da Gianluca Falanga per l’editrice Viella (Storia di un diplomatico. Luca Pietromarchi al Regio Ministero degli Affari Esteri) aveva lasciato il ministero dopo l’armistizio dell’8 settembre, aveva trovato rifugio in una casa amica sino all’arrivo degli Alleati ed era tornato a Palazzo Chigi non appena l’ultimo tedesco era uscito dalla capitale. Non era un collaborazionista, quindi. Ma nel suo passato vi erano vicende che facevano di lui un naturale imputato della commissione. Si era iscritto al Partito nazionale fascista nel 1924 (l’anno dell’assassinio di Giacomo Matteotti), aveva firmato il manifesto dei cattolici italiani per il fascismo, era convinto che Mussolini avesse cristianizzato il fascismo e aveva persino un grado nella Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, la formazione militare creata il 23 marzo 1923. Galeazzo Ciano, ministro degli Esteri dal giugno 1936, fu colpito dalla sua intelligenza e dalle sue capacità organizzative. Quando scoppiò in Spagna la guerra civile e l’Italia intervenne contro i «rossi» con una Legione, gli affidò la direzione dell’«ufficio Spagna»: un organo che aveva stretti rapporti con il corpo di spedizione e, quindi, competenze militari. Quando scoppiò la Seconda guerra mondiale divenne capo dell’Ufficio «guerra economica».
Dopo alcune sedute della commissione di epurazione, Pietromarchi fu esentato dal servizio per indegnità. Una tale sentenza era in quei giorni inevitabile, ma non teneva conto di mentalità e circostanze che anche oggi sembrano spesso ignorate o trascurate. Luca Pietromarchi era un nazionalista cattolico. Negli anni della gioventù aveva viaggiato in Africa, era stato affascinato dalla popolazione camitiche (gli eredi di Cam figlio di Noè, fra cui gli etiopi) e aveva scritto un’opera importante sull’Abissinia. Combattente nella Grande guerra, era tornato dal fronte con una medaglia al valore. Durante il «biennio rosso», quando il massimalismo socialista invocava la rivoluzione, aveva assistito con simpatia all’ascesa del movimento fascista. Riconosceva a Mussolini il merito di un Concordato che gli aveva consentito di essere contemporaneamente cattolico romano e patriota italiano. Nella guerra di Etiopia vide il riscatto di Adua, la battaglia perduta del 1896. Nella guerra di Spagna vide la lotta contro il bolscevismo e, per l’Italia, la conquista di una posizione eminente nel Mediterraneo. Nella Conferenza di Stresa, convocata da Mussolini nel 1935, vide il lodevole tentativo di creare un fronte anglo-franco-italiano contro il revanscismo tedesco. Alcune di queste posizioni sono discutibili e criticabili, ma erano condivise da molti italiani non necessariamente fascisti.
I primi dubbi e un crescente malessere si manifestarono quando Mussolini cominciò a legare il destino del suo Paese a quello del Terzo Reich e permise a Hitler di cancellare lo Stato austriaco dalla carta geografica. Pietromarchi sperò che l’Italia, dopo l’inizio della Seconda guerra mondiale, rispettasse la non belligeranza, proclamata nel settembre del 1939, e fu tra i primi ad accorgersi che la Germania sarebbe stata, nei rapporti con l’Italia, spregiudicatamente rozza e brutale.
Vi è nella vita di Pietromarchi un interessante capitolo ebraico. Aveva sposato una ebrea convertita al cristianesimo e dovette piegarsi ai bizantinismi di una legislazione che prevedeva la discriminazione (cioè l’esenzione dai divieti previsti per gli ebrei) per alcune categorie, ma pretendeva anzitutto che i discriminabili (nel suo caso moglie e figli) presentassero un certificato di ebraismo. Più tardi, durante la guerra, Pietromarchi si servì delle sue funzioni per difendere gli ebrei che vivevano nelle zone occupate dalle truppe italiane soprattutto in Jugoslavia e in Grecia. I comandanti militari, i diplomatici italiani nei Balcani e lo stesso ministero degli Esteri resistettero sistematicamente alle continue pressioni tedesche e rifiutarono di consegnare gli ebrei alle autorità germaniche. È una pagina di storia che sarebbe stato giusto ricordare negli scorsi mesi, quando è stato commemorato l’ottantesimo anniversario delle leggi razziali.
L’esilio di Pietromarchi da Palazzo Chigi durò fino al 1947, quando il Consiglio di Stato, come in molti altri casi, annullò l’epurazione. Carlo Sforza, allora ministro degli Esteri, lo richiamò a Palazzo Chigi. Il governo De Gasperi lo nominò ambasciatore in Turchia nel 1950 e il governo Fanfani, sollecitato dal presidente della Repubblica Gronchi, lo nominò ambasciatore a Mosca nel 1958. La classe politica postfascista aveva deciso che la continuità dello Stato era più importante di qualche contingente regolamento di conti.
La Stampa 21.11.18
Le leggi razziali sulla pelle
“Alla mostra che espone i registri con i beni sequestrati a mia nonna”
di Elena Loewenthal


Se ne parla tanto, in questo periodo. È diventato una specie di slogan, un’etichetta, una pietra di paragone, l’unità di misura di un test a crocette. Per me, invece, il fascismo sta tutto in una delle quasi trecento pagine dell’inventario «Antroponimi» dell’Egeli – l’«Ente Gestione e Liquidazione Immobiliare», creato nel 1939. La voce 696 porta il nome di mia nonna Ida Falco Loewenthal, sia benedetta la sua memoria. È una cartellina opaca, irruvidita dal tempo. Dentro c’è la documentazione superstite relativa ai beni di mia nonna sequestrati dopo l’entrata in vigore delle Leggi Razziali. In fondo, in quella cartellina non trovo soltanto la mia definizione di «fascismo»: lì dentro c’è quello che sono. Mio malgrado. Ci sono le mie convinzioni e le paure che mi porto dietro, ci sono i dubbi che mi assillano, c’è il confine della mia ansia, c’è quello che voglio tramandare ai miei figli. Ci sono i silenzi che circondavano la mia infanzia, c’è lo sguardo sempre un poco smarrito di mio padre e mia madre. Questo e altro, ha fatto a me il fascismo.
Con l’entrata in vigore delle Leggi Razziali, il regime di Mussolini ordinò a una serie di banche sul territorio italiano di creare un ente apposito per inventariare, valutare e provvedere al sequestro – o alla confisca, che spesso era una pratica più breve ed efficace – dei beni ebraici. In Piemonte e Liguria toccò al San Paolo di Torino mettere in piedi questa complessa organizzazione fatta di funzionari che bussavano alle porte di case e aziende con carta e matita in mano, annotavano tutto, procedevano al sequestro, gestivano i beni e le attività incamerati. Sono centoequindici metri lineari di documenti con oltre seimila e trecento fascicoli conservati presso la «Fondazione 1563 per l’Arte e la Cultura della Compagnia di San Paolo», nella sua sede di piazza Bernini 5, dove domani si apre la mostra «Le case e le cose. Le leggi razziali e la proprietà privata».
Fra le banche italiane incaricate di creare l’Egeli e portare avanti la «consegna» imposta dalle Leggi Razziali, il San Paolo è la prima ad avere preso in mano questa scomoda storia in nome di una responsabilità umana e morale. Merito del presidente Piero Gastaldo, del direttore della Fondazione 1563, Anna Cantaluppi (curatrice dell’Archivio storico della Compagnia di San Paolo fin dalla sua costituzione nel 1986) e della squadra di lavoro. Merito del lavoro dello storico Fabio Levi, che da anni lavora su questi documenti. Il progetto è ampio, mira a creare uno spazio permanente di «Digital Humanities» intorno a questo passato, in cui discipline e documenti di diverse provenienze possano incontrarsi grazie alle potenzialità della rete.
La mostra che resterà aperta sino a fine gennaio 2019 racconta tutto il lungo processo di catalogazione, sequestro, gestione e restituzione dei beni ebraici attraverso i documenti estratti dall’archivio, con un corredo di foto per dare alle storie corpo e volti. Come quello di Primo Levi nella tenuta Saccarello (strada comunale di Superga) della sua nonna materna Adele Luzzati, fra tre degli alberi che il solerte funzionario non manca di inventariare per il sequestro, insieme alla casa, gli interni, le macchine agricole, gli arredi.
E’ tutto così terribile e doloroso, fra quelle carte. Dentro quei registri scritti a mano: c’è quello della «Rubrica per Vie – Ebrei Sequestrati», c’è la «Rubrica – Ebrei», ci sono gli «Ebraici Confiscati», e gli «Ebraici Sequestrati». Sfogliando quei libri, aprendo i fascicoli, trovo scritto «razza ebraica» talmente tante volte che mi gira la testa e devo alzare lo sguardo verso la luminosa sala di consultazione, affinare l’udito e sentire il ticchettio del computer alle mie spalle, per assicurarmi di non essere precipitata in quel passato. «Razza Ebraica» sta scritto infinite volte anche nel corposo dossier su Leone Sinigaglia e la sua casa di Cavoretto. Con quell’ottusità di cui solo la burocrazia è a volte capace, l’Egeli pensò bene di sequestrargli formalmente la casa il 23 novembre del 1944, sei mesi e sette giorni dopo che il compositore era morto di crepacuore all’ospedale Mauriziano, per paura dei tedeschi e della deportazione. Il processo disgregatore era cominciato ben prima di allora, con l’ordine di “amministrazione provvisoria” per tutti i suoi beni mobili e immobili. Dopo l’incursione aerea che si abbatté su Cavoretto l’1 dicembre del 1943, il “capo della Provincia” decretò che le ville appartenenti a persone di razza ebraica venissero messe a disposizione dei «sinistrati». Oggetti, indumenti, biancheria, mobili. Tutto. I locali di casa Sinigaglia vengono svuotati, parte dei beni assegnati agli sfollati, parte custoditi nei depositi dell’Educatorio Duchessa Isabella, per poi finire oggetto di «arbitraria appropriazione» da uomini della guardia nazionale repubblicana Leonessa e militari del comando tedesco. Persino gli alberi del giardino furono tagliati per farne legna da ardere.
Questo è ciò che dice a me la parola «fascismo». Non è uno slogan, né una pietra paragone. Non è il luogo comune che a volte è diventato. Sono quelle carte che il tempo ha reso fragili e diafane, ma l’inchiostro degli elenchi, delle cifre, dei provvedimenti è così nitido che sembra inciso sul foglio. È la sequenza di nomi dentro quei registri, in cui trovo tutti quelli della mia famiglia. Non uno di meno.
Repubblica 21.11.18
I migranti al confine
Fiumi, bus e autostop la marcia di Eduardo verso il sogno americano
Ha 24 anni, in Honduras è un disertore. Ha preso una licenza e si è unito alla Carovana: "Non devi mai guardarti indietro"
il mio stipendio non bastava mai" "Sono partito per me, mia madre, mia moglie e i miei tre figli. Per dargli un futuro, un giorno"
di Carlo Bonini


TIJUANA Eduardo Trochez, all’anagrafe Marcio Eduardo Trochez Ortiz, 24 anni, da Olanchito, nord ovest dell’Honduras, tra due settimane taglierà per sempre l’ultimo ponte che si è lasciato alle spalle alle due del pomeriggio di sei settimane fa.
Perché, il prossimo 3 dicembre, Eduardo non si ripresenterà al battaglione della fanteria di Marina del suo Paese, di cui è ancora ufficialmente un sergente di prima classe, e verrà dichiarato disertore. Quel giorno, il suo capitano scoprirà che la licenza straordinaria che gli aveva concesso all’inizio di ottobre non era per motivi familiari, come lui gli aveva raccontato mentendo. Ma un biglietto di sola andata verso un’altra vita e un altro mondo.
Anche per questo, tra due settimane, sarà più facile per Eduardo scacciare anche solo la tentazione di tornare indietro per riabbracciare tutto ciò che ha di più caro al mondo e che non sa se potrà mai rimettere insieme: sua madre Dunia, 49 anni, contadina in un campo di banani, sua moglie Devi, 24 anni come lui, disoccupata, e i suoi figli Elbin, 6 anni, Dilan, 4 anni, e Eithan, 3 mesi. «Non li rivedrei comunque. Da disertore finirei in un carcere», dice invitando ad allontanarsi di qualche centinaio di metri dall’ingresso del campo profughi "Benito Juarez", dove è arrivato giovedì della scorsa settimana, 15 novembre, dopo un viaggio di 4.500 chilometri, e dove consuma giornate senza fine.
Tra il giaciglio che gli è stato assegnato, i bagni, la mensa. Già, ha voglia di raccontare, Eduardo, ma senza avere occhi addosso, soprattutto in questa mattina complicata, nervosa, con la polizia messicana che si è portata via in manette 34 migranti arrivati, come lui, con la Carovana della Vita e arrestati per spaccio.
AMBASCIATORI DI CRISTO
Ha lo sguardo, la forza e la spinta vitale del giovane uomo che è, Eduardo. Ma ha le cicatrici di un vecchio. Cui il destino ha bruciato troppo in fretta il tempo delle cose. E nel posto sbagliato, per giunta. Fin dal giorno in cui è nato, 24 anni fa, quando suo padre, Raphael, sparì da casa. «Non l’ho mai conosciuto. Non so come sia fatto. Ma conosco la sua voce.
Quando ero già grande mi telefonò. Mi disse che viveva negli Stati Uniti da clandestino da quando ero venuto al mondo e lui aveva lasciato l’Honduras.
Ma non mi ha mai voluto dire dove. L’ho chiamato al telefono nelle scorse settimane mentre risalivo il Messico con la Carovana. Gli ho detto che volevo entrare negli Stati Uniti.
Gli ho chiesto aiuto. Speravo mi dicesse di raggiungerlo. E invece ha messo giù augurandomi buona fortuna. Poi, non ha più risposto neppure ai miei messaggi».
Funziona così in Honduras, un paradiso naturale stretto tra il Pacifico e il mar dei Caraibi e abitato da demoni. Il Paese più violento al mondo per percentuale di omicidi (42,8 ogni 100mila abitanti). La terra che, da un decennio, gronda del sangue dei colpi di Stato, degli squadroni della morte, e delle armi delle pandillas, le sue bande criminali — i "Maras Salbatrucha", gli "Ms", i "18" — e dove, tra il 2012 e il 2013, ci sono stati più morti che in Iraq. «Non devi mai guardarti indietro nel mio Paese. Perché quasi sempre non trovi più niente. E, soprattutto, non c’è nulla che valga la pena rimpiangere.
L’unica cosa che conta è rimanere vivi e aggrappati al sogno di poter essere un giorno altrove». Quello che Eduardo aveva cominciato a coltivare da adolescente, quando era un promettente centrocampista degli "Embajadores de Cristo", gli Ambasciatori di Cristo, una delle squadre di calcio di Olanchito. «Io e i miei amici Victor, Herlin, Carlos giocavamo insieme. E ce lo ripetevamo sempre. "Un giorno andremo negli Stati Uniti". Ma, alla fine, ce l’ha fatta solo Carlos. Mi chiamò il giorno che riuscì a entrare da clandestino qualche anno fa. Poi, come mio padre, più nulla. Non si è più voltato indietro».
FUCILIERE DI MARINA
Victor, Herlin e Carlos sono ancora vivi. «E questa è una fortuna. Non succede mai che i tuoi amici di infanzia siano ancora tutti vivi alla nostra età».
«Alla nostra età». Eduardo lo dice come fosse un’ovvietà che i ventiquattro anni, quanti lui ne ha, siano un’aspettativa tutto sommato decente per chi nasce in Honduras. Ma ha ragione. È una fortuna. E la sua ha avuto un nome: Marina Militare. «Facevo l’elettricista, mia madre lavorava nei campi di banani e non riuscivamo a mettere insieme il pranzo con la cena.
L’alternativa era tra le pandillas e la Marina. Ringraziando Dio e l’educazione che mi ha dato mia madre, ho scelto la Marina. Mi sono arruolato a 18 anni. Mi ha cresciuto come avrebbe fatto un padre, se solo lo avessi avuto. Mi ha fatto diventare un uomo. Mi ha dato da vivere». Seimila lempiras (la moneta honduregna) al mese. Duecento euro. Poco più di 6 euro al giorno. «Mille e cinquecento lempiras le davo a mia madre per aiutarla a campare, 800 le pagavo per la casa della mia famiglia e il resto servivano per comprare da mangiare ai miei figli e a mia moglie. Ma non bastavano mai». La casa di Eduardo, due stanze, una macchina per cucinare, una latrina all’esterno, e niente acqua — «La compravamo e la scaldavamo in casa con le bombole del gas» — non può essere un posto dove far crescere decentemente cinque esseri umani. «Anche per questo la Marina è stata una fortuna. Io vivevo in caserma con turni di 45 giorni consecutivi, intervallati da 10 di permesso. In questo modo io risparmiavo sul cibo. E la mia famiglia aveva anche più spazio». Si capisce dunque perché per un po’ questa che Eduardo chiama "fortuna" le sia sembrata davvero tale. Anche quando, vestendo l’uniforme da fuciliere, ha ucciso il primo di una serie di uomini di cui non ha mai voluto tenere il conto. «Il governo usava il mio battaglione per combattere le gang. In città e in mare, dove davamo la caccia ai Narcos. La prima volta che mi spararono addosso capii che o uccidevo o sarei stato ucciso. E da allora non ci ho pensato più.
Facevo fuoco sul bersaglio a cui mi veniva ordinato di tirare».
Poi, un giorno, tornando a casa durante uno dei suoi permessi, Eduardo trovò Devi, sua moglie, che piangeva a dirotto. «Mi confessò che i soldi del mio stipendio, che le avevo fatto avere qualche giorno prima, erano finiti. Che da settimane, ormai, comprava tutto a credito.
Anche i pannolini e il latte per Eithan. E allora decisi. Avrei colto la prima occasione che fosse capitata. La prima. Avrei realizzato il mio sogno di bambino. Gli Stati Uniti. Per me, per Devin, per i miei tre figli. Per dargli un futuro, un giorno. Si, sarei partito. E lo avrei fatto con Exell, mio cognato. Che la pensava come me».
UNA BIBBIA, DUE PANTALONI E TRE CAMICIE
Il 2 ottobre, il battaglione di Eduardo viene comandato di pattuglia nelle strade di Olanchito. «Ci era stato ordinato di garantire la sicurezza durante il passaggio di una carovana di migranti honduregni diretta verso il Messico. Mentre li vedevo passare, mi chiamò al telefono Exell. Mi spiegò che aveva parlato con gli organizzatori. Che potevamo unirci. Ma dovevamo farlo subito. Telefonai allora immediatamente al mio capitano dicendogli che avevo un’emergenza con la mia famiglia e avevo bisogno di una licenza straordinaria. Me la negò. Tornai a chiedergliela il giorno dopo e quello dopo ancora, finché non si convinse.
Ero un buon sergente. E lui pensò me la meritassi. Così, arrivai di corsa a casa la sera del 4 ottobre e dissi a Devin che sarei partito con Exell.
Passammo la notte in bianco. A piangere e baciarci. Poi, lei mi aiutò a fare la borsa. Ci mise dentro la Bibbia, due paia di pantaloni, due paia di scarpe e tre camicie. Alle due del pomeriggio, diedi l’ultimo bacio a lei e ai miei figli e uscii di casa con mille lempiras in tasca.
Tutto quello che mi era rimasto.
Ero vestito esattamente come sono vestito oggi».
INSEGUENDO LA CAROVANA
Quel pomeriggio del 5 ottobre, il ritardo di Eduardo e Exell sulla Carovana è di cinque giorni.
«Sapevamo quale itinerario avrebbe seguito e che avremmo dovuti riunirci da qualche parte nello Stato messicano del Chiapas. Ma dovevamo sbrigarci». Con un autobus raggiungono prima san Pedro Sula e quindi, in autostop, Santa Rosa de Copán, alla frontiera con il Guatemala, dove Eduardo e il cognato ottengono un permesso temporaneo di soggiorno di dieci giorni con l’obbligo di rientrare in Honduras alla scadenza. Le mille lempiras erano già finite.
«Incontrammo una signora guatemalteca. Le raccontammo perché stavamo scappando dal nostro Paese. E lei ci accolse in casa. Ci diede da mangiare, ci fece lavare e ci offrì anche di lavorare per la ditta di cui era impiegata. Ma la mattina dopo ci facemmo accompagnare sul ciglio dell’autostrada per continuare il nostro viaggio».
La notte del 9 ottobre, Eduardo ed Exell sono sulla riva del fiume Suchiate, al confine con il Chiapas, Messico. Entrambi stanno per diventare ufficialmente clandestini. Per traghettare, i trafficanti di uomini gli chiedono 100 pesos.
Che non hanno. Ma almeno hanno capito dove è possibile attraversare senza essere portati via dalla corrente. Lo fanno con il buio, immersi in un’acqua gelida e nera come l’inchiostro.
Il 10 sono ad Arriaga, dove si riuniscono alla Carovana. Sono riusciti a rimontare lo svantaggio.
ALLUCINOGENI
Cominciano venti giorni in cui Eduardo perde anche la cognizione del tempo. La Carovana non ha mezzi propri per procedere di conserva.
Ognuno deve arrangiarsi come può. Per tutti, l’appuntamento è fissato alla fine del mese a Città del Messico. In autostop, la rotta si fa spezzata e tortuosa. Dalla costa pacifica del Messico, i due ragazzi risalgono verso quella atlantica, attraversando lo stato di Veracruz: Acayucan, Veracruz, Tierra Blanca, Cordoba. Li carica per un lungo tratto un camionista di Monterey che, alla guida di un gigantesco tir, è in giro da una settimana per consegnare elettrodomestici. Il tipo è schizzato. Ha tempi stretti che gli impediscono di dormire troppe ore. Guida tenendosi su con la roba che ha nel cruscotto.
«Ci chiese se volevamo provare a fumare i suoi cristalli. Disse che erano più forti delle anfetamine e ci consigliò di provarli insieme alla sua erba. "Aiuta a non andare troppo su e a non sprofondare troppo giù", diceva. E intanto il camion viaggiava sbandando paurosamente. Gli dissi che non mi drogavo e che non avrei cominciato li sopra.
Ma fu come farlo. Fumava tenendo tutti i finestrini chiusi e noi che eravamo in cabina finivamo per respirare quella roba. Quando scesi capii che il mio destino era che rimanessi vivo».
"TI AMO"
Eduardo e Exell arrivano a Città del Messico in tempo per l’appuntamento. Rimangono sei giorni in una struttura sportiva messa a disposizione dal governo Messicano. E, la prima settimana di novembre, a Santiago de Querétaro, salgono su un convoglio di quaranta tra camion e bus che li porterà a Tijuana lungo la costa del Pacifico, attraversando il Sinaloa. «Ora forse capisci perché non tornerò mai più indietro», dice con un sorriso Eduardo. «Aspetterò qui tutto il tempo che sarà necessario. Ma entrerò. Se necessario, anche clandestinamente. Troverò il modo». Non sa ancora che un giudice federale sembra leggergli nel pensiero e, di lì a poche ore, ordinerà alla Casa Bianca di ripristinare il riconoscimento del diritto di asilo anche se a chiederlo sono clandestini. Eduardo ora ha un’altra urgenza. Riuscire a parlare con Devin. Non la sente da settimane, da quando ha perso o gli hanno rubato il suo cellulare durante il viaggio.
Sorride e scuote la testa con pudore quando gli viene offerto il telefono dalla persona che ha di fronte e a cui ha appena finito di raccontare la sua storia.
Compone il numero: +504-961…. «Amore, amore mio… Sono io.
Sono vivo. Sto bene, sì. E i bambini, come stanno i bambini?». Si accovaccia sul marciapiede. Ora bisbiglia.
Spinge la visiera del suo cappellino Adidas sulla fronte a coprirsi il volto. Ha le guance rigate di lacrime.
Marcio Eduardo Trochez Ortiz non tornerà indietro.
La Stampa 21.11.18
Diseguaglianze, migranti ed ex guerriglieri
La parabola della nuova Colombia
di Juan Luis Cebriàn


In Cent’anni di solitudine, l’opera di fama mondiale che gli valse il premio Nobel per la Letteratura, Gabriel García Márquez chiude il racconto affermando che «le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra». Pentito forse di tanto pessimismo, alla fine del suo discorso di accettazione del premio, a Stoccolma, rivendicò con emozione «una nuova e radicale utopia della vita», che offra «finalmente e per sempre una seconda opportunità». L’incarnazione di questa utopia sembra ora possibile nella patria dell’autore, la Colombia, adesso che il Paese si apre al futuro dopo gli accordi di pace con i guerriglieri firmati dal presidente uscente Juan Manuel Santos. Ma il subcontinente americano rimane un territorio di paradossi e contraddizioni.
La prima in assoluto è che le elezioni dello scorso giugno le abbia vinte l’esponente della formazione politica che più duramente ha criticato quegli accordi. Il successore di Santos, Iván Duque, ha trionfato grazie alla sponsorizzazione dell’ex presidente Alvaro Uribe, che incarna l’alternativa più a destra dell’arco politico colombiano. Ha vinto il secondo turno delle elezioni contro il leader della sinistra, un ex guerrigliero inevitabilmente contaminato dalla retorica populista, in un Paese polarizzato sulle conseguenze della cosiddetta giustizia di transizione che permette ai guerriglieri di partecipare alla vita politica.
Sessant’anni di guerra civile
Duque sta facendo uno sforzo meritorio per allontanarsi dall’«uribismo» e porre il suo governo al centro dello schieramento. Il suo difficile compito è quello di iniziare a ricostruire un Paese che ha sofferto sessant’anni di sanguinosa guerra civile, con milioni di sfollati, ottantamila dispersi e decine di migliaia di vittime. Un periodo nel quale praticamente metà del territorio è sfuggito al controllo dello Stato che, tuttavia, è stato in grado di resistere a decenni di violenze e corruzione, assediato dalla guerriglia politica e dal crimine organizzato del traffico di droga, che hanno finito per associarsi.
È ammirevole che, nonostante tutto, le istituzioni colombiane siano state in grado di mantenere in quei decenni una certa stabilità politica e che finalmente la democrazia ne emerga rafforzata. Rafforzata sì, ma grazie a un patto: perché la guerra non si è conclusa con una vittoria, ma con accordi di pace la cui attuazione non sarà facile. Santos con la sua firma ha ottenuto un notevole successo, che gli è valso il Nobel assegnato dal Parlamento norvegese, il suo miglior contributo per la continuità del processo è stato il programma di restituzione delle terre ai contadini sfollati. Duque ora si trova ad affrontare l’aumento della criminalità dovuto agli uomini costretti a deporre le armi ma che non conoscono altro mestiere che il loro uso, e la riluttanza a smobilitare di parte delle residue forze dell’Esercito di Liberazione Nazionale.
Corruzione e migranti
In un contesto economico di stabilità e crescita, le sfide della nuova Colombia sono soprattutto la lotta alla corruzione, alla povertà e alla disuguaglianza sociale. Marta Lucia Ramirez, la prima donna eletta alla vicepresidenza nella storia del Paese, ha anche pubblicamente insistito sulla necessità di rafforzare le istituzioni democratiche per riconquistare la fiducia perduta dei cittadini «che non si sentono rappresentati». Ma la principale minaccia che il suo governo sta affrontando sono le conseguenze del massiccio afflusso di rifugiati dal Venezuela. Dei tre milioni di emigranti che, secondo i dati delle Nazioni Unite, hanno lasciato quel Paese negli ultimi dodici mesi, almeno la metà è entrata in Colombia.
Le autorità e i cittadini colombiani si sforzano di andare incontro ai bisogni di coloro che fuggono dalla catastrofe umanitaria di una delle nazioni più ricche della regione. L’instabilità e l’insicurezza del confine sono considerate la principale minaccia all’attuazione degli accordi di pace da parte del governo di Bogotà.
Il Venezuela, insieme a Cuba e al Nicaragua, continua a essere fattore di enorme disturbo nella politica latinoamericana. Anche se il presidente Duque recentemente a Parigi ha chiesto che venga esercitata una pressione internazionale su Maduro perché si aprano delle trattative sul futuro del Paese, la debolezza della stessa opposizione venezuelana e gli eccessi del presidente, definito da Felipe González un «tiranno arbitrario», insieme ai dubbi di molti Stati sull’opportunità di comminare delle sanzioni, non permettono di vedere una via d’uscita dalla situazione.
Ex combattenti da integrare
Delle sei maggiori economie dell’America Latina tutte, ad eccezione del Messico, negli ultimi anni e mesi si sono orientate verso governi conservatori a favore di politiche neoliberiste. L’unicità di Ivan Duque è che, mentre la maggior parte dei suoi colleghi si trovano di fronte alla violenza su larga scala e al crimine organizzato, lui deve farsi carico del processo inverso: come integrare gli ex combattenti, capaci solo di usare le armi, e come farlo senza che le vittime dei loro crimini si sentano umiliate e defraudate. Tutto questo con un’opinione pubblica ormai molto polarizzata, come ovunque, e mobilitazioni popolari e studentesche che a malapena gli hanno regalato i cento giorni di luna di miele con l’elettorato a cui aspira ogni neo eletto. Non sarà facile.
Traduzione di Carla Reschia

Il Fatto 21.11.18
I veterani russi all’Aia: “Mosca, i suoi mercenari sono illegali”
di Michela A.G. Iaccarino


Da Mosca all’Aia. Il cosacco Evgeny Shabayev vuole chiarezza sui “migliaia di mercenari russi impiegati all’estero” in missioni ufficiose, operazioni segrete russe e chiede che si indaghi alla Corte Penale Internazionale. Shabayev, a capo dei veterani plurimedagliati, sovietici e russi, dell’Associazione panrussa degli ufficiali, richiama l’attenzione sui “crimini contro l’umanità”, vietati dall’articolo 7 dello statuto di Roma, ma anche sulla giustizia russa, che ufficialmente, vieta con una legge severissima, l’impiego o il raggruppamento di mercenari. Shabayev dice di conoscerne invece personalmente migliaia che sono stati impiegati per conto del Cremlino come “fantasmi”. Questi fantasmi russi in mimetica sono ovunque: soprattutto in Siria e Ucraina, ma anche nella Repubblica Centraficana, Sudan e Sud Sudan fino a Yemen e Gabon. Un’operazione sarebbe attiva anche in Libia sotto il camuffato tricolore di Mosca. Alcuni di loro sono pronti a testimoniare, dice Shabayev, in cambio di protezione: si sono rivoluti a lui “per mancanza di diritti sanitari e privilegi economici garantiti invece ai veterani del Paese”. Se il cosacco conosce così bene la questione è perché era un rappresentante delle repubbliche autoproclamate del Donbass, sa che i mercenari come quelli impiegati al confine ucraino sono definiti semplicemente dobrovolzy, volontari.
“O li legalizziamo o li perseguiamo – dice Serghei Krivenko, membro del Consiglio per i diritti umani in Russia – questo problema esiste, lo Stato usa mercenari di aziende private in conflitti dove non è ufficialmente coinvolto, loro hanno diritto ai benefici di tutti gli altri combattenti”. Si può fare chiarezza, ma comunque non giustizia: il potere della Corte Internazionale si estende solo sul territorio dei suoi Stati membri e la Russia non è uno di questi.
Il Fatto 21.11.18
Come Gomorra e Suburra: droga, tigri e cavalli d’oro
Le residenze - Una marea di kitsch dietro edifici anonimi. E addirittura l’arco di un antico acquedotto trasformato in magazzino per utensili
dagli agenti di Roma Capitale
di A. Man.


Ènascosto in cima a una collinetta tra la fitta vegetazione del vicino parco di Tor Fiscale uno dei “feudi” cittadini del clan Casamonica. In fondo alla popolare via del Quadraro, periferia Est di Roma, lontano da occhi indiscreti, nei primi anni 90 una delle famiglie criminali più temute della città – negli ultimi decenni diversi appartenenti hanno accumulato denunce e processi soprattutto per spaccio di sostanze stupefacenti ed estorsione – ha costruito una piccola enclave occupando 2 mila metri quadri di terreno. Con il tempo sono state tirate su 8 villette, grandi dai 150 ai 400 metri, completamente abusive, la prima determina del Municipio VII che ne chiede l’abbattimento risale al 1997, l’ultima al 2017. Ci sono voluti 20 anni per sanare questa ferita urbanistica e ripristinare la legalità.
A giudicare solo dall’esterno non ci si aspetterebbe di essere in un luogo sfarzoso: una serie di palazzine di due piani con un cortile e le inferriate di fronte, disposte a ferro di cavallo. Le mura perimetrali sono scrostate, ogni casa ha un colore differente e bisogna fare attenzione a non inciampare negli oggetti sparsi tra un’abitazione e l’altra. Una volta entrati però l’atmosfera cambia completamente, tra arredamenti barocchi, bagni e testiere dei letti in marmo, lampadari di Murano e soprammobili dal gusto kitsch. Tutto ordinatissimo, nonostante il blitz che ha svegliato i residenti all’alba. Girando tra i corridoi assieme agli agenti della Polizia locale ci si imbatte in un susseguirsi di tigri in ceramica, grandi statue di cavalli dorate, pesanti tendaggi e soffitti del soggiorno affrescati con angioletti.
Il color oro, come quello del denaro da ostentare, sparso ovunque, dalla tappezzeria alle pareti. Tutto il repertorio di arredamento e oggettistica già ritrovato nelle altre roccaforti del clan, nei vicini quartieri di Romanina e Porta Furba, sequestrate negli anni scorsi dalle forze dell’ordine. In un angolo di una casa gli agenti hanno trovato anche un modulo con la richiesta di assegno familiare da parte di uno dei residenti.
In un crescendo di abusi edilizi era stato colonizzato anche l’acquedotto Felice, costruito alla fine del Cinquecento, dato che alcune delle case sono state costruite praticamente a ridosso. Un fornice del monumento trasformato in un magazzino per utensili e chiuso con una porta. Uno sfregio anche al patrimonio artistico che si aggiunge alle violazioni edilizie.
Nella roccaforte della Romanina altri 6 immobili sequestrati alla famiglia da alcuni anni attendono di essere assegnati dall’Agenzia per i beni confiscati alla criminalità organizzata, ma la “presenza” ingombrante del clan sul territorio sembra rendere difficile per chiunque convertirli ad altro uso. Un muro di omertà scalfito dai titolari del Roxy Bar, che ad aprile hanno subito un raid nel loro locale, per il quale il mese scorso sono stati condannati per lesioni e violenze private, con l’aggravante del metodo mafioso, tre componenti della famiglia Di Silvio, legata al clan. L’operazione avviata ieri dai vigili urbani del Campidoglio richiederà almeno 30 giorni di tempo per arrivare a conclusione per via della fragilità del contesto circostante.
Le ruspette, a partire da questa mattina, abbatteranno progressivamente gli immobili facendo attenzione a non causare danni al vicino acquedotto e alla linea ferroviaria che passa poco distante dalle abitazioni. Prima è stato necessario che i residenti portassero via tutti i mobili, le suppellettili e i vestiti. A pagare l’intervento è il Municipio VII, che ha stanziato circa 600 mila euro per far abbattere i manufatti abusivi e poi rimuovere le macerie.
Il Fatto 19.11.18
Abbattono le case dei Casamonica
Otto ville sgomberate dai vigili saranno demolite. Esulta la Raggi: “È una giornata storica”. Salvini tenta di rubarle la scena: “È solo l’inizio”. Alla fine media il premier Conte
di Andrea Managò


L’avvio dell’operazione della Polizia locale del Campidoglio che entro Natale porterà all’abbattimento di otto ville della famiglia Casamonica in zona Quadraro, a Roma, segna un atto tangibile nelle politiche del Campidoglio di contrasto alla criminalità organizzata. Ma rappresenta anche un nuovo passaggio della contesa a distanza, che prosegue da quest’estate, tra Virginia Raggi e Matteo Salvini sulla gestione della Capitale.
Ieri mattina all’alba 600 agenti dei vigili, guidati dal comandante Antonio Di Maggio, hanno avviato lo sgombero delle abitazioni, dove vivevano circa 40 persone, in esecuzione di un’ordinanza del Municipio VII, in previsione della loro demolizione visto che si tratta di un complesso di case abusive. Inizialmente i membri del clan, svegliati dall’arrivo delle pattuglie, hanno pensato che si trattasse di una perquisizione di routine, poi gli è stato comunicato che si trattava di uno sgombero, come preannunciato dalla notifica dei giorni precedenti. “È da un anno che lavoriamo a questa operazione, gli abitanti non hanno opposto resistenza, sono stati trovati circa 7 grammi di sostanze stupefacenti, si suppone cocaina, una persona è stata fermata”, spiega il comandante dei Vigili.
All’avvio delle operazioni e fino a metà mattinata è presente sul posto anche la sindaca Raggi, che parla di “giornata storica per Roma e i romani”. Poi sottolinea: “Alcuni procedimenti erano conclusi ma poi sono rimasti chiusi in un cassetto, silenti, nessuno ha fatto niente, probabilmente la volontà politica impediva si procedesse”. Il primo provvedimento del Campidoglio che chiede la demolizione dei manufatti risale al 1997, era in carica la seconda giunta comunale di Francesco Rutelli. Nel frattempo sono passati altre tre sindaci e le ville dei Casamonica al Quadraro sono rimaste in piedi.
Poco prima delle 8 di mattina ad assistere allo sgombero arriva anche il ministro dell’Interno, che rilancia: “È un ottimo segnale, e siamo solo all’inizio. Per i delinquenti la pacchia è finita”. Niente ringraziamenti pubblici però al Campidoglio a 5 Stelle. Quasi a sottolineare un disappunto, visto che l’operazione di ieri anticipa quella prevista per il 26 novembre, quando Salvini avvierà la demolizione, a opera della Regione Lazio, di una mega-villa dei Casamonica nel quartiere della Romanina che verrà sostituita da un parco di 2.700 metri quadri.
Quasi uno “scippo” della ruspa tanto cara al leader della Lega. A fare da pontiere ci pensa il premier Giuseppe Conte: “Ringrazio l’amministrazione comunale che ha deciso di voltare pagina e anche il vicepresidente del Consiglio Salvini per aver supportato questa iniziativa”. Che però, a differenza del suo ministro, aggiunge i “complimenti a Virginia Raggi, che con coraggio sta lavorando per riportare legalità e rispetto delle regole”.
il manifesto 21.11.18
Ascesa e declino di un clan
Roma. Il blitz è scattato ieri all’alba, con un ingente schieramento di forze dell’ordine. Sequestrate, nella borgata semiperiferica del Quadraro, otto villette appartenenti ai Casamonica
di Giuliano Santoro


Il blitz avviene nottetempo, in una zona della città non degradata e neanche popolare, a cavallo tra centro e periferia. A passeggiare oggi tra la Tuscolana e il bel parco di Tor Fiscale, pare quasi impossibile ricordare di quando Roma era una città fatta di baracche. E pensare che ancora alla metà degli anni Settanta 830 mila persone, un terzo degli abitanti della capitale, viveva dentro mura costruite abusivamente. Proprio attorno all’antico Acquedotto Felice – dove prima che sorgesse l’alba si sono presentati 600 agenti di polizia e 20 automezzi blindati per sgomberare e sequestrare alcune ville appartenenti al clan dei Casamonica – sorgeva una città di lamiera e abitazioni di fortuna. Qui anche allora vivevano i Casamonica.
È IN QUEL PERIODO, negli anni Settanta del secolo scorso, che la famiglia di origine sinti dei Casamonica si trasferisce dall’Abruzzo nella capitale. La storia parrebbe analoga a quella dei tanti altri arrivati a ridosso delle mura della città storica e costretti a vivere nello slum della borgata. C’era il popolo dell’abisso dei baraccati e c’era il resto della città.
All’Acquedotto Felice in quegli anni Luigi Comencini scelse di ambientare Lo scopone scientifico. Nel film, lo straccivendolo Alberto Sordi e la di lui consorte Silvana Mangano si spostano a bordo di un’Ape smarmittata per raggiungere la villa della «vecchia», una ricca Bette Davis, sedersi al tavolo verde e giocare d’azzardo con le carte napoletane. «Tutta la storia di Roma è la storia della spinta centrifuga di chi sta meglio contro chi sta peggio», diceva Giorgio Caproni. Comencini rappresenta quella distanza, enorme e al tempo stesso ridotta, tra le due città attraverso il viaggio a bordo del treruote che conduce la coppia di sottoproletari dalle baracche fino alla villa di lusso dove abita l’anziana ludopatica alla quale Sordi spera di «portare via tutto».
La storia dei Casamonica si muove in questo spazio, assomma nello stesso luogo quelle due tipologie abitative: non c’è bisogno neanche di spostarsi perché basta qualche lustro e le baracche diventano ville di lusso. Questa trasformazione costituisce una trama alternativa, un esito parallelo di quel conflitto, un altro modo per arraffare il bottino. «Noi abitiamo qui da cinquant’anni», urlavano ieri notte i membri della famiglia ai giornalisti, come se le loro zucche diroccate si fossero trasformate in lussuose carrozze per magia alla stessa maniera in cui l’incoscienza sottoproletaria e l’arroganza aristocratica si sono mescolate nel giro di qualche decennio.
IL FALDONE DI QUASI MILLE pagine con le ordinanze di arresto dell’inchiesta di Mafia Capitale prendeva le mosse dalla mitopoiesi della Banda della Magliana. Nelle prime pagine delle carte si citava la forza evocativa, la narrazione diremmo oggi, del sodalizio criminale che qualsiasi pesce piccolo di qualsiasi bar di periferia a Roma ad un certo punto si vanta con ogni avventore di aver frequentato. Quel Romanzo Criminale, epopea ellroyana e italianissima al tempo stesso, è stato divulgato in forma di fiction dal magistrato Giancarlo De Cataldo. Il suo libro, secondo altri magistrati colleghi di De Cataldo, ha alimentato il mito dell’invincibile Massimo Carminati, incrementandone il capitale sociale da spendere negli affari loschi.
Anche il nome dei Casamonica circola da tempo a mezza bocca tra i coatti di periferia e nelle brevi di cronaca romana. Solo che fino a poco tempo fa finiva sempre fuori dai radar delle grandi inchieste giudiziarie. Ricostruendo la storia delle reti criminali di Roma, il sociologo delle mafie Vittorio Martone ricorda di quando, solo qualche anno addietro, questa ampia rete familiare che «sistematizza il metodo delle piazze di spaccio in diversi quartieri della città» venne derubricata da un magistrato romano come «banda radicata sul territorio che non ha, però, la struttura verticistica e la capacità di affiliazione delle organizzazioni criminali mafiose».
Si capisce che il clima cambia nel 2015: al funerale di Vittorio Casamonica compare una banda che suona la colonna sonora del Padrino, Rolls Royce, cavalli e un elicottero che lancia sulla chiesa di don Bosco petali di rosa.
L’ostentazione di potere crea polemiche e mette la famiglia che conta circa mille affiliati sotto i riflettori. In una recente relazione della Direzione investigativa antimafia si segnalano, nel Lazio e a Roma, «diverse formazioni criminali ben strutturate». Assieme ai Di Silvio, agli Spada e ai Fasciani compare il nome dei Casamonica e si tracciano alleanze con mafia, camorra e ‘nrangheta. Nella città che fa da camera di compensazione tra diverse organizzazioni, e dove quindi non esiste un gruppo dominante, i Casamonica si segnalerebbero per usura, estorsioni, traffico di droga e per il riciclaggio di capitali. Risale a poco più di un anno fa la confisca di varie auto di lusso e di una villa e terreni in provincia di Roma. Poi scattano i sigilli su 430 beni per un valore di oltre 4 milioni di euro.
Particolari delle villette sequestrate ai Casamonica, Foto LaPresse
LE VILLE DEI CASAMONICA rappresentano il mutamento e la crescita di un’economia criminale che dalla bassa manovalanza e la semplice fedeltà al clan familiare è passata a volumi di affari imponenti.
«È un giorno storico», spiega soddisfatta Virginia Raggi che fin dalle prime ore del mattino si presenta in via del Quadraro. «Alcune case avevano persino inglobato interi tratti dello storico acquedotto romano», prosegue la sindaca per denunciare l’abuso per eccellenza. Ma questa particolarità edificatoria deriva proprio dal modo in cui le baracche venivano erette. Ancora oggi, passeggiando lungo il Mandrione, le strisce di mattonelle lungo le colonne romane consentono di riconoscere il modo in cui le mura portanti delle baracche si appoggiavano alla via dell’acqua romana.
Lo slum diventa villa, la stamberga si trasforma negli anni fino a diventare una residenza di lusso e cattivo gusto, con tigri di porcellana, carrozze di cartapesta, secchielli argentati per le bollicine, calici smeraldo, porte imbottite di Swarovski e troni dorati. La Suburra delle serie tv prende forma dentro gli otto villini sequestrati nottetempo dalla sindaca e dal ministro Matteo Salvini, che non si lascia sfuggire il set televisivo e promette di tornare a bordo di una ruspa, quando scatteranno le demolizione vere e proprie.
il manifesto 21.11.18
L’ingombrante economia del capitale che svuota la realtà
«Resistenze dialettiche. Saggi di teoria della critica e della cultura, di Marco Gatto» per manifestolibri
di Roberto Finelli


L’ultimo libro di Marco Gatto, Resistenze dialettiche. Saggi di teoria della critica e della cultura (manifestolibri, pp. 352, euro 24), approfondisce e conferma la maturità e la risolutezza teorica di un giovane autore, che si muove a mezzo tra critica letteraria, estetica, sociologia del moderno e antropologia politica, e che già ha scritto, in tale ambito, opere significative come Frederic Jameson. Neomarxismo, dialettica e politica della letteratura (2008), Glenn Gould. Politica della musica (2014), Nonostante Gramsci. Marxismo e critica letteraria nell’Italia del Novecento (2016).
LA TESI DI FONDO che anima la ricerca di Gatto, confermata in questo nuovo libro, è che il congedo dalla soggettività che ha caratterizzato le presunte filosofie dell’emancipazione degli ultimi decenni, come in primo luogo quella dell’anarchismo rizomatico di Gilles Deleuze e di quelle iscrivibili nell’orizzonte di una valorizzazione postmodernista della soggettività liquida e relazionale, anziché essere prospettive di critica e di superamento del capitalismo, ne siano state, al contrario, «fattori di legittimazione sul piano del senso comune e della coscienza intellettuale più diffusa». Non perché Gatto, con la sua sensibilità articolata e sottile, non riconosca positivamente il lavoro critico svolto dal postmodernismo nei confronti delle precedenti valorizzazioni moderne delle filosofie dalla forte e inconcussa identità: tra cui in primo luogo quella del marxismo classico, con la sua celebrazione della classe produttrice, quale soggettività storica a forte base identitaria, capace per definizione di universalità d’interessi e di trasformazione emancipativa.
Ma perché la credenza fondamentale del postmodernismo – che non si diano, ne debbano più darsi, «strutture dialettiche di profondità e differenziazione del reale» (quali differenze ed opposizioni di classe, dualismo tra inconscio e conscio, esteriorizzazione dell’agire e venir meno dell’interiorità rispetto a un mondo, «che, come vogliono i più, dovrebbe coniugarsi in una dimensione solo orizzontale», fatta di scambio e circuiti di comunicazioni, di reti e intelligenze diffuse, di circolazione di denaro, merci ed esseri umani) -rispecchia, senza rendersene conto, la superficializzazione del mondo, che deriva dallo svuotamento della vita umana e della vita naturale a seguito dell’imporsi sempre più esteso del capitale come accumulazione di una ricchezza astratta.
QUANTO PIÙ il capitalismo diventa sistema generalizzato di vita, identico di fondo in ogni luogo quanto a sue leggi e protocolli costitutivi, tanto più ogni contenuto di realtà viene svuotato e assimilato alla logica accumulativa dell’astratto, lasciando apparire solo una veste superficiale di sé, solo un residuo esteriore e frammentato di apparenza, che per compensazione viene sovrastimato e inflazionato di valore e di ridondanza. È quello che l’autore definisce nuovo «impressionismo capitalistico», quale rappresentazione della realtà da parte di una soggettività che non è più abilitata a pensare e a percepire secondo profondità di sguardo e secondo interiorità di emozioni.
Ma che vive, il mondo e sé medesima, secondo la dimensione dell’esteriore, condannandosi a una estetizzazione della propria esistenza che caratterizza sia il suo conoscere che il suo consumare-godere. Di questo processo di svuotamento da parte dell’economia del capitale del mondo concreto e, contemporaneamente, di ridondanza della superficie è effetto passivo e subalterno, secondo Marco Gatto, un’intera generazione di intellettuali, in buona parte di origine marxista, che, rimuovendo ogni precedente familiarità con la tradizione dialettica (imperniata sul rapporto tra essenza profonda dei rapporti sociali e loro apparenza ideologica di nascondimento), si è rivolta alla cultura soprattutto francese contemporanea, caratterizzata, com’è noto, nei suoi tratti fondamentali da una battaglia senza residuo contro la dialettica d’ispirazione tedesca.
LA CULTURA in questo modo è divenuta fondamentalmente un universo di segni e di pratiche comunicative, di destrutturazioni e moltiplicazioni rizomatiche, che non attingono mai un contenuto e una significazione materialistica, ormai scomparsi da ogni possibile orizzonte di senso, ma che rimandano ad altri segni e ad altre connessioni simboliche. In tal modo il linguaggio e il pensiero di molti intellettuali, che sono caduti davanti ad Heidegger come Saul davanti a Cristo, è divenuto un insieme di linguaggi gergali, separati nella loro raffinatezza ed estenuazione estetica da ogni riferimento alla pratica materiale dei corpi e delle menti, e chiusi nel loro riconoscimento circolare e reciproco: quali adepti di un’ermeneutica universale, fatta di invenzioni simboliche, sovente incomprensibili (si pensi a Jacques Lacan), costruite su miti teologici dell’inoperosità (si pensi a Giorgio Agamben), così come di ridisegnazione del reale, non secondo essenza-apparenza, ma secondo il dentro/fuori (si pensi a Roberto Esposito).
Come se insomma, una cultura che rifiuta ogni «prospettiva fatta di totalità e di sistemi di permanenza» – che rifiuta cioè la categoria stessa di soggettività, appunto, sia nel verso di fattori universalizzanti di natura storico-sociali, sia nel verso di strutture invarianti della persona individuale – non sia che l’altra faccia di un’unica medaglia: quella, appunto, dell’ipermodernità del capitale che, attraverso la rivoluzione informatica, ha messo in campo la vera intellettualità, reale e diffusa, secondo Gatto, dei nostri tempi. Ossia quella di una forza-lavoro mentale a cui, nell’esposizione costante all’informazione e ai comandi delle macchine computerizzate, è venuta progressivamente meno la capacità di sentire se stessa, di esperire cioè una propria profondità e individualità di emozioni.
COSÌ attraverso il confronto con una serie molto ampia di intellettualità critiche (Jameson, Harvey, Sartre, Lacan, Fortini), Marco Gatto dimostra in questo testo di saper stringere insieme critica dell’estetica culturale e critica dell’estetica reale, intesa come complesso di modi del comune sentire, e testimonia, nello stesso tempo, tutta la necessità e la drammaticità di prendere sul serio il capitalismo contemporaneo, quale «soggetto capace di neutralizzare e inglobare le contraddizioni e di degradare la vita civile, le relazioni umane, le possibilità di rappresentazione del conflitto».
Il Fatto 21.11.18
Libia, proiettili di gomma sui migranti della nave Nivin
La Guardia costiera nordafricana sbarca con la forza 79 persone. Circa 10 feriti – 5 secondo fonti Unhcr – tutte persone intossicate dal gas o colpite dagli spari
Libia, proiettili di gomma sui migranti della nave Nivin
di Antonio Massari


Dieci feriti, la prospettiva del carcere, l’accusa di pirateria. Quel che è accaduto ieri nel porto di Misurata è l’ennesima prova che non basta rifornire di motovedette la Guardia costiera nordafricana, né è sufficiente addestrare i militari, perché nessuno potrà mai convincere i migranti che l’inferno libico sia un “porto sicuro”. Se lo fosse, i militari libici non avrebbero dovuto sparare proiettili di gomma e lacrimogeni, per convincerli a scendere dalla Nivin, la nave di bandiera panamense che tredici giorni fa ha soccorso 79 migranti a circa 80 miglia dalla costa libica. Per dodici giorni si sono barricati nel mercantile poi attraccato a Misurata. Per dodici giorni si sono rifiutati di sbarcare in Libia. Finché non li hanno sgomberati con la forza. Circa dieci feriti – 5 secondo fonti Unhcr – ricoverati in ospedale, persone intossicate dal gas e colpite dai proiettili in caucciù, il resto trasferito nel centro di detenzione di Kararin e destinati al carcere, con l’accusa di pirateria. Dopo giorni e giorni di trattative, dei 94 migranti somali, eritrei, sudanesi e bengalesi, soltanto in 18 di loro avevano accettato di scendere dalla Nivin.
Due giorni fa uno dei migranti a bordo della nave mercantile ha spiegato in un video, pubblicato dalla giornalista Francesca Mannocchi, il motivo per cui aveva deciso, con i suoi compagni, di non sbarcare: “Vengo dall’Eritrea”, dice Cristin Igussol, “e sono in Libia dal 2016. Mi hanno venduto tre volte, mi hanno punito, mio fratello è morto tra le mie braccia. Se sbarco da questa nave mi ammazzano. Come posso sbarcare? Possono fare quello che vogliono, ma io non scendo. Anche se non mi danno da mangiare. Ho deciso così. Non è solo la mia decisione. È quella di tutti i 79 migranti che sono a bordo. Non scenderemo. Fino alla morte.
Ci serve una soluzione. Una soluzione in fretta perché siamo in cattive condizioni. se vedeste in quali condizioni, anche per un microsecondo… nessuno può vivere in questo paese”. Nessuna soluzione. Ieri è arrivato l’intervento dei militari libici. Credevano di essere fuggiti dal loro inferno, quando la Nivin li ha soccorsi dal barcone che rischiava l’affondamento: “Quelli della Nivin – hanno riferito i sopravvissuti – ci hanno detto che ci avrebbero portato in Italia, non a Misurata. Abbiamo avvistato Malta.
Poi ci hanno riportato indietro”. L’organizzazione Mediterranea – alla quale partecipano la Ong Sea Watch, Arci, Ya Basta Bologna, e parlamentari eletti con Leu Erasmo Palazzotto e Nicola Fratoianni – il 16 novembre ha segnalato che le “autorità italiane, fin dall’inizio, sono state coinvolte nel caso, ordinando alla Nivin di deviare dalla sua rotta, operare il salvataggio e contattare la Libia attraverso il centralino del centro di coordinamento italiano ubicato a Roma”. Niente di irregolare, considerato che la Libia s’è vista riconoscere una propria zona di salvataggio – Sar zone – ed è legittimata a intervenire. Il punto è che, per quanto possa esserlo sulla carta, nella realtà non è considerata un porto sicuro né dai migranti né dall’Onu che, in più di un’occasione, ne ha denunciato i crimini – stupri, rapine e torture – sulle persone, perpetrati nei centri di detenzione gestiti dalle milizie.
“Siamo profondamente rattristati – è la posizione dell’Unhcr interpellata dal Fatto – dalle notizie che giungono da Misurata dove si contano feriti dopo l’uso della forza. La riluttanza dei migranti a lasciare le condizioni di sicurezza a bordo della nave, la paura di essere destinati alla detenzione, è una reazione umanamente comprensibile. Non conosciamo le loro singole storie. Ma sappiamo che alcuni di loro potrebbero avere bisogno di protezione internazionale. Seguiremo i loro casi e ribadiamo la nostra richiesta alle autorità di istituire strutture d’accoglienza che offrano, per chi è sbarcato in Libia dopo un salvataggio in mare, un’alternativa alla detenzione”.
il manifesto 21.11.18
Violento blitz dei militari libici sulla nave Nivin, «11 migranti feriti»
La denuncia di Mediterranea. I 79 profughi che resistevano a bordo costretti a scendere con la forza. Sono accusati di pirateria
I migranti a bordo del cargo Nivin
di Alessandra Sciurba*


Ieri mattina i profughi che resistevano asserragliati sul cargo Nivin a Misurata sono stati violentemente sbarcati.
Da 10 giorni rifiutavano di scendere da questa nave commerciale alla quale il centro di coordinamento marittimo italiano (Imrcc) «da parte delle autorità libiche» aveva ordinato, nella notte tra il 7 e l’8 novembre, di soccorrere un gommone con 94 persone che si trovava nel Mediterraneo poco distante dalla sua posizione. La Nivin aveva obbedito ed effettuato il salvataggio, ma poi, sotto scorta delle motovedette libiche, aveva riportato i profughi proprio nel paese da cui stavano fuggendo, a quanto pare dicendo loro che sarebbero stati invece portati in Italia.
MEDITERRANEA, allertata da Alarm Phone la notte stessa del naufragio, ha seguito la storia della Nivin fin dall’inizio. Ha cercato di amplificare la voce di quei ragazzi che chiedevano aiuto all’Europa, continuando a ripetere: «Meglio morire che tornare in Libia». La maggior parte di loro, peraltro, proviene da paesi come il Sudan, retto da un dittatore condannato per crimini contro l’umanità, o dall’Eritrea, da dove migliaia di giovani sono costretti alla fuga per salvarsi la vita.
La loro resistenza ha rappresentato la scelta tra rischiare tutto per cercare di rimanere esseri umani, oppure arrendersi alla violenza di un sistema che prevede la riduzione di donne, uomini e bambini a rifiuti. Solo una donna con il suo bambino di pochi mesi e alcuni minori erano scesi quasi subito dalla Nivin, e il mondo ha letto, senza battere ciglio, di come fossero stati riportati nei centri di detenzione libici.
Mediterranea, fornendo costanti aggiornamenti sulla situazione di crisi sanitaria a bordo, ma anche testimoniando della catena di comando che tramite MrccIta aveva segnato la sorte dei profughi della Nivin, ha chiesto da subito ai governi dell’Ue, a partire dal nostro, di intervenire per una soluzione pacifica conducendo queste persone in un porto finalmente sicuro. La stessa richiesta è stata fatta da Amnesty International, ma anche da agenzie Onu come l’Oim. Ma nessuno ha ascoltato.
SI TEMEVA DA GIORNI l’irruzione a bordo delle forze libiche contro i 79 profughi che non avevano accettato di essere nuovamente imprigionati, dopo che i capi libici (come parlare di autorità in un paese governato da milizie contrapposte?) avevano dichiarato di considerarli semplicemente come terroristi e pirati. E di pirateria sono infatti accusati adesso, con conseguenze prevedibilmente terribili.
Non è ancora chiaro il livello di violenza usata sulle persone che erano sulla nave nel momento del blitz. Francesca Mannocchi, unica giornalista italiana sul posto, che è sempre stata in contatto con Mediterranea ed è la fonte delle testimonianze pubblicate su mediterranearescue.org, ha parlato fin da subito di feriti portati in ospedale, almeno 11 di cui 3 in gravi condizioni, e di molte persone ricondotte nei centri detentivi.
LA LOTTA DEI PROFUGHI della Nivin riaccende le luci sull’aberrazione giuridica di avere riconosciuto alla Libia una zona di ricerca e soccorso in mare senza che questo paese possa essere in nessun modo considerato un porto sicuro. Mentre si continua a criminalizzare le ong, da ultimo il caso Aquarius, i governi europei, e l’Italia innanzitutto, hanno non solo consentito, ma legittimato e messo a sistema la violazione dei diritti fondamentali.
Nel 2006, quando esistevano canali di ingresso legali, 550.000 migranti sono entrati in Italia con un visto: quasi tre volte quelli arrivati nel 2016, l’anno della «crisi dei rifugiati». I trafficanti, a quei tempi, non facevano buoni affari, perché le persone arrivavano sui loro piedi e in modo più sicuro per tutti. I profughi della Nivin ci hanno ricordato cosa è la dignità, hanno fatto appello alla nostra umanità. Proviamo ad ascoltarli adesso.
*Mediterranea Saving Humans
Libia, minori detenuti con fondi della Ue
Arrestiamo umani. Denuncia dell'Unhcr e nuova inchiesta del Guardian nei centri di detenzione di Tripoli
Sono ragazzini di 15-16 anni, per lo più somali, eritrei, sudanesi, richiusi nei centri di detenzione libici che ricevono i soldi dal Fondo fiduciario dell’Unione europea e vengono picchiati, maltrattati e nutriti con mezzo piatto di pasta scondita al giorno, tenuti a dormire per terra, ammassati senza alcuna igiene. La nuova inchiesta questa volta pubblicata dal Guardian ieri e denuncia come in queste condizioni – definite inaccettabili da Amnesty ma anche dall’Unhcr – vengano tenuti anche con i finanziamenti del governo britannico. «Sono qui da quattro mesi. Ho cercato di scappare tre volte per attraversare il mare e andare in Italia ma ogni volta sono stato catturato e riportato al centro di detenzione. Stiamo morendo qui ma a nessuno sembra importare, dobbiamo essere portati in un posto sicuro, ma siamo rinchiusi qui. Non vediamo l’alba e non vediamo il tramonto», dice un sedicenne.
Risale al 24 ottobre scorso l’ultima disperata protesta nel centro di detenzione di Triq al Sikka documentata dall’Irish Times tramite la testimonianza dell’Unhcr: un giovane di 20 anni si è dato fuoco dopo essere stato riportato dentro dalla Guardia costiera di Tripoli mentre cercava di raggiungere l’Italia. L’ottavo caso del genere lì nel 2018.
il manifesto 21.11.18
Msf: «È l’ennesima campagna strumentale contro di noi»
Intervista. «Viviamo esclusivamente di contributi privati, a ogni campagna di delegittimazione le donazioni calano del 20%, significa danneggiare il nostro lavoro in 72 paesi», spiega il responsabile delle relazioni istituzionali dell'ong, Marco Bertotto
Volontari di Msf, sotto Marco Bertotto
di Adriana Pollice


«La procura di Catania ha deciso di fare indagini, nessuno di noi si sente al di sopra della magistratura ma sono quasi due anni che la nostra attività è scandagliata in ogni dettaglio. Ci difenderemo raccontando la nostra verità. Non siamo preoccupati perché veniamo da anni di tempesta e altri ne abbiamo davanti» così commenta il responsabile delle relazioni istituzionali di Medici senza frontiere Italia, Marco Bertotto, l’inchiesta che ha messo nel mirino la sua Ong per traffico illecito di rifiuti.
Bertotto, è un’accusa molto grave.
La procura sostiene che la nostra attività, l’attività di un’organizzazione premio Nobel per la Pace, è finalizzata a ottenere guadagni dai rifiuti. Siamo stupiti e indignati. Per lo smaltimento ci affidiamo a operatori portuali, seguiamo le operazioni standard. Verificheremo se ci sono stati comportamenti scorretti ma al massimo si tratta di errori. Abbiamo iniziato i soccorsi in mare nel 2015, per tre anni non abbiamo mai ricevuto una contestazione o una multa. A maggio c’è stata un’operazione di polizia con il sequestro di un camion che portava rifiuti provenienti dalle nostre navi, nessuno ci ha chiesto spiegazioni, abbiamo avuto solo l’avviso di chiusura indagini. In tre anni si sono avvicendate 5 navi che hanno soccorso 80mila persone gestendo 200 sbarchi. Saremmo stati veramente stupidi a mettere su un traffico illecito di rifiuti quando le operazioni di sbarco dei migranti sono le più sorvegliate d’Italia: a bordo salgono polizia, carabinieri, guardia di finanza e nessuno ha mai eccepito nulla.
La procura ritiene che abbiate smaltito in modo fraudolento indumenti infettivi. Eppure il ministro Salvini ad agosto ha tenuto i migranti bloccati dieci giorni sulla nave Diciotti della Guardia costiera.
Si tratta di una contestazione che non può esistere nella realtà dei fatti. Quando le navi con i migranti entrano in porto si issa la bandiera gialla e nessuno può sbarcare fino a che le autorità sanitarie non accertato il cessato pericolo. Quindi nessuno dei migranti che abbiamo salvato costituiva un pericolo e tantomeno i loro indumenti. È vero che cerchiamo di dare loro rapidamente abiti puliti ma il motivo non sono le infezioni: hanno addosso vestiti intrisi di benzina e acqua di mare che provocano ustioni, vanno tolti per l’incolumità dei migranti stessi e non per chi sta loro intorno. Del resto i naufraghi in condizioni gravi non restano a bordo delle navi delle Ong ma vengono evacuati in elicottero o sulle motovedette della Guardia costiera.
Come ha spiegato il nostro medico Gianfranco De Maio, ci accusano di aver esposto la popolazione a malattie che si trasmettono solo per via orofecale, cioè avrebbero dovuto mangiare gli indumenti per ammalarsi, oppure per via respiratoria o tramite il sangue. Il trattamento dei rifiuti e delle acque nere è centrale per la nostra attività: per due anni abbiamo operato in Africa durante l’epidemia di Ebola, i nostri protocolli sono presi a esempio da realtà come l’Organizzazione internazionale della Sanità.
La procura ha disposto il sequestro della nave Aquarius.
L’Aquarius non è operativa da mesi, bloccata a Marsiglia prima dalle politiche dei governi che hanno chiuso i porti e poi dalla revoca della bandiera: prima Gibilterra e poi Panama hanno ritirato l’iscrizione al registro navale su pressione dell’esecutivo italiano, avallato in ambito europeo. Ora ha la bandiera liberiana che però ci consente solo di tenere l’assicurazione con la barca in mare ma non possiamo effettuare operazioni di Ricerca e soccorso.
E ha sequestrato anche i conti correnti.
Il blocco dei conti riguarda i depositi di Msf Olanda e Msf Belgio in Italia. Il problema non è la ridotta liquidità ma il danno reputazionale. Viviamo esclusivamente di contributi privati, a ogni campagna di delegittimazione le donazioni calano del 20%, questo significa danneggiare il nostro lavoro in 72 paesi nel mondo. La procura ci contesta un illecito che vale meno del 2% del nostro budget. Siamo vicini ai sette colleghi rimasti coinvolti nell’inchiesta. È l’ennesima campagna strumentale contro di noi, contro la solidarietà, il nostro pensiero va a chi è bloccato nei campi di detenzione in Libia.
Il Fatto 21.11.18
La maturità a prova di costituzione
di Tomaso Montanari


“Professore, nell’alternanza scuola-lavoro sono stato a fare fotocopie negli uffici di un cantiere che da quasi trent’anni prepara il traforo di una montagna per farci passare un treno veloce per spostare verso un pascolo alpino merci che non ci sono. Mi pare che tutto ciò sia un po’ insensato, e anche contro l’articolo 9 della Costituzione, che tutela l’ambiente. Ho imparato che si possono avere contratti (e dunque diritti) diversissimi per fare lo stesso, identico lavoro: ho il sospetto che questo violi l’articolo 3, quello che mi piace di più perché dice che tutti siamo uguali. A proposito, anche il professore di matematica, che è un precario, mi pare trattato come uno schiavo: gli articoli 1 e 4 forse non valgono più? E, con tutto il rispetto, perché c’è il crocifisso in aula, nonostante l’articolo 7? Ho poi un dubbio: un mio compagno di classe (che ha il padre che ha la residenza fiscale a Montecarlo) ha usato il bonus cultura per comprare i dischi dei neomelodici, vedersi Vacanze di Natale 14 e comprarsi il biglietto del Motor Show: non sono sicuro di aver capito se è l’attuazione dell’articolo 34, che dice che i capaci e meritevoli privi di mezzi possono raggiungere i gradi più alti degli studi. Infine: ma lo sa che il cugino del mio compagno di classe Ibrahim è appena arrivato su un barcone dalla Libia, è stato espulso e trova che questo sia contro i suoi diritti, ma non ha più tre gradi di giudizio perché uno glielo ha tolto l’ex ministro dell’Interno (sì, il predecessore di questo che sequestra le navi con dentro i neri), uno che ora vuole guidare il suo partito per aiutare ‘i più deboli’? Ho sentito dire che quel ministro era contento di avere la scrivania di Mussolini: ho paura che in quei cassetti la Costituzione non ci fosse…”.
Chissà se alla prossima maturità sentiremo qualche colloquio di questo tenore: teoricamente è finalmente possibile, perché da quest’anno scolastico entra in vigore il decreto 62 del 2017 (governo Gentiloni) che riforma le materie d’esame introducendovi anche “Cittadinanza e Costituzione”. Solo a gennaio sapremo come l’attuale ministro Bussetti deciderà di organizzare in pratica l’esame, e soprattutto come vorrà sostenere l’insegnamento di una materia cruciale, per la quale il suddetto decreto non stanziava alcun finanziamento. Come sempre, una riforma a costo zero: e dunque inattuabile. È evidente che, perché venga presa sul serio e sia seriamente insegnata e studiata, anche “Cittadinanza e Costituzione” avrebbe bisogno di chiarezza su quali siano i docenti di riferimento, sul numero delle ore, sui programmi, sull’esame stesso: e sui soldi con cui pagare tutto questo.
Se l’aspetto pratico è cruciale non lo è tuttavia di meno quello teorico: cosa significa insegnare la Costituzione? Di solito si risponde: il rispetto delle istituzioni, il senso civico, la legalità. Giusto: ma è come dire che insegnare la storia dell’arte significa insegnare la cronologia degli stili, la tecnica dell’affresco, gli ordini architettonici. Sacrosanto. Però insegnare davvero la storia dell’arte significa dare ai ragazzi il desiderio, prima ancora dei mezzi, per riappropriarsi del tessuto vivo del Paese in cui vivono ogni giorno: del rapporto tra città e campagna, di quello tra città storica e periferie, del senso della bellezza dello spazio pubblico. Sapere chi era Giotto, certo: ma anche sentire perché Giotto è vivo e urgente per la loro vita.
Ecco, la stessa cosa vale per la Costituzione. Si può e si deve insegnarne l’architettura formale, ma soprattutto si deve fare capire che la “Costituzione che è una polemica contro il presente, contro la società. Perché quando l’articolo 3 vi dice: ‘È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli d’ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana’, riconosce con ciò che questi ostacoli oggi ci sono, di fatto, e che bisogna rimuoverli. Dà un giudizio, la Costituzione! Un giudizio polemico, un giudizio negativo contro l’ordinamento sociale attuale, che bisogna modificare attraverso questo strumento di legalità, di trasformazione graduale che la Costituzione ha messo a disposizione dei cittadini italiani”. Sono parole di Piero Calamandrei, tratte dal celeberrimo discorso del 1955 con cui spiegò proprio agli studenti quale fosse il senso profondo della Costituzione che aveva collaborato a scrivere. “La Costituzione è un pezzo di carta – diceva ancora – lo lascio cadere e non si muove. Perché si muova bisogna ogni giorno, in questa macchina, rimetterci dentro l’impegno, lo spirito, la volontà di mantenere quelle promesse, la propria responsabilità. Per questo una delle offese che si fanno alla Costituzione è l’indifferenza alla politica, l’indifferentismo”. Una scuola che formi cittadini sovrani capaci di attuare il progetto di giustizia della Costituzione: questa è la sfida.
Corriere 21.11.18
Roulette russa con il treno, muore a 15 anni
Milano, la sfida con gli amici a sdraiarsi sui binari. I pendolari: «C’è stato un urlo, poi la frenata»
Il macchinista è stato sentito dagli inquirenti Decisive le analisi dei video di sorveglianza
di Sara Bettoni Francesco Sanfilippo


MILANO C’è chi dice di averlo visto sdraiarsi sui binari. Una volta, poi un’altra, mentre gli amici ridevano. E poi ancora, l’ultima volta, quando gli altri ragazzi hanno visto arrivare in lontananza i fari del treno. Le luci farsi sempre più vicine, il rumore a coprire le loro grida per dirgli di stare immobile, di non alzarsi dalle rotaie. Ci sarebbe un’assurda sfida, una folle scommessa tra amici dietro la tragedia che è costata la vita ieri sera a un quindicenne italo-marocchino, Abdul El Sahid, alla stazione di Parabiago. Il ragazzo è stato investito e ucciso da un treno diretto a Domodossola. L’allarme è scattato alle 19.18 quando il convoglio «Trenitalia 2154» partito alle 18.29 dalla stazione Centrale di Milano ha investito il 15enne sul terzo binario della stazione di Parabiago, al confine tra le province di Milano e Varese.
In quel momento sulla banchina, in una zona un po’ isolata della stazione, c’era un gruppetto di ragazzi. In particolare, insieme alla vittima, c’era anche un adolescente di 13 anni anche lui di origini magrebine che ha assistito da vicino alla scena ed è stato portato in ospedale dal 118 perché sotto choc. Sembra — ma questa è solo la prima ricostruzione dei fatti — che la vittima stesse «giocando» proprio con il 13enne in una sorta di sfida a chi aveva il coraggio di restare sui binari più a lungo in attesa dell’arrivo del treno. Per questo alcuni testimoni hanno raccontato agli investigatori della Polfer e dei carabinieri della compagnia di Legnano di aver visto Abdul El Sahid sdraiarsi e alzarsi più volte sulle traversine dei binari fino al fatale impatto con il convoglio. «Abbiamo sentito un urlo, poi la frenata del treno appena passata la stazione di Parabiago», hanno raccontato alcuni pendolari. Il macchinista ha attivato immediatamente la frenata di emergenza ma non c’è stato nulla da fare. Il treno doveva attraversare Parabiago proseguendo la sua corsa fino a Busto Arsizio. In quel momento tuttavia il convoglio viaggiava a velocità moderata.
Il macchinista è stato ascoltato dagli inquirenti, coordinati dalla Procura di Busto Arsizio (Varese), per cercare di capire se quanto accaduto sia dovuto a una «bravata» o a un incidente. Per chiarire la dinamica sarà necessaria anche l’analisi dei filmati delle telecamere di sorveglianza della stazione che potrebbero aver ripreso la scena. La madre del ragazzo, che vive a San Giorgio su Legnano, è arrivata insieme ad alcuni parenti in stazione e qui ha avuto un mancamento quando ha scoperto della morte del figlio. Ma ci sono stati attimi di tensione anche quando nei dintorni dello scalo ferroviario sono arrivati altri giovani amici della vittima che hanno iniziato a inveire contro il 13enne e contro l’ambulanza che lo stava trasportando in ospedale. I pendolari sono stati trattenuti sul treno fino alle 22, la circolazione sulla linea bloccata per due ore.
La Stampa 21.11.18
“Necessari più controlli sull’utilizzo del denaro”


1 Lella Palladino, presidente di D.i.Re la più grande rete italiana di centri antiviolenza: i fondi sono pochi e in ritardo. Quando arrivano come vengono spesi?
«Il 33% dei fondi devono essere utilizzati per la realizzazione di nuovi centri. Era un modo per costringere i territori a dotarsi di strutture ma si è rivelato uno spreco. C’è stata un’esplosione di centri gestiti da chi si è occupato di tutt’altro. Utilizzano i fondi per un anno e poi chiudono, impedendo a chi da tempo lavora sulla violenza di genere di avere i finanziamenti necessari e alle donne di ricevere l’assistenza competente di cui hanno bisogno ».
2 Ci sono segnali che possa cambiare qualcosa?
«Nel Piano operativo che ci è stato presentato abbiamo trovato gli stessi problemi di sempre». f. ama.
La Stampa 21.11.18
Fondi antiviolenza sulle donne, la burocrazia blocca 2 euro su 3
La denuncia di ActionAid Italia: poco personale e procedure complesse Le Regioni hanno liquidato ai centri solo un quarto delle risorse
di Flavia Amabile


I fondi ai centri antiviolenza? Ne arrivano pochi, tardi e male. È la conclusione a cui è giunto il secondo monitoraggio messo a punto da ActionAid Italia sui fondi antiviolenza nazionali ripartiti tra le Regioni per il 2015-2016 e per il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere 2015-2017.
In base al rapporto «i fondi antiviolenza per il triennio 2015-2017 del Dipartimento Pari Opportunità e dei soggetti partner ammontano a 85.774.736 euro». È una cifra importante, avrebbe permesso ai centri di lavorare meglio e più di quanto sia accaduto. Se fosse arrivata.
In realtà, prosegue il rapporto, «in base alla documentazione consultata disponibile al 20 ottobre 2018, risultano essere stati erogati 30.842.006 euro, corrispondenti al 35,9% del totale». Due euro su tre di quelli stanziati restano bloccati altrove, tra burocrazia, lentezze e procedure, come spiega il rapporto. Sono stati stanziati 59,1 milioni di euro per la Protezione, circa il 74% delle risorse totali. Di questi fondi, la quota più importante, il 50,2%, è stata destinata al potenziamento dei centri antiviolenza e delle case rifugio: 32.659.140 euro (pari al 38,3%) per i centri antiviolenza e case rifugio già esistenti e 10.177.861 euro (pari a circa il 12%) per l’istituzione di nuovi centri antiviolenza e nuove case rifugio.
Va ancora peggio se si considerano soltanto i fondi attribuiti direttamente alle Regioni. Al 31 ottobre 2018, a circa due anni di distanza dalla pubblicazione del decreto che ripartiva i fondi «le Regioni hanno liquidato solo il 25,9 % delle risorse. Nello specifico, è stato erogato il 30,6% dei fondi destinati al potenziamento dei centri antiviolenza, delle case rifugio esistenti e degli interventi regionali già operativi, e il 17% dei fondi per l’istituzione di nuove strutture», è scritto nel rapporto.
Insomma, in questo caso, ai centri arriva effettivamente 1 euro su 4 di quelli stanziati. «Ci troviamo di fronte a un ritardo generale, in alcuni casi anche grave, in tutte le fasi di programmazione, stanziamento ed erogazione delle risorse», spiega Isabella Orfano, esperta Programmi Diritti delle Donne di ActionAid Italia. Il ritardo riguarda il Piano 2015-2017 che avrebbe dovuto concludersi a luglio di un anno fa ma è ancora in pieno svolgimento e, anzi, prevede attività che ancora devono partire. E riguarda già il piano successivo, quello 2017-2020, che alla vigilia del 2019 è ancora soltanto un pezzo di carta.
Perché non vengono assegnati? «Ci troviamo di fronte a procedure molto complesse - risponde Isabella Orfano- Sarebbe stato giusto dotarsi di personale adeguato per garantire l’attivazione di tutte le procedure. Invece assistiamo a ritardi di mesi da parte del Dipartimento Pari Opportunità e ulteriori ritardi da parte delle Regioni., Per fare un esempio, il Dpcm del 2016 si riferiva a fondi del 2015 che sono arrivati soltanto nel 2017. È impensabile che si vada avanti così. Si tende a credere che si tratti soltanto di numeri o di atti burocratici, invece questa è la vita delle donne. Questi ritardi possono avere un’incidenza notevole nelle singole situazioni: dalla presenza o meno dei fondi può dipendere la possibilità di una donna di essere assistita oppure no. È necessario che l’amministrazione inizi ad assumersi la responsabilità del rispetto delle scadenze».
La Stampa 21.11.18
“Per evitare questi fenomeni bisogna controllare le famiglie”
di Stefano Galeotti


«C’è sempre un fallimento degli adulti dietro a questi episodi. Le famiglie sono frammentate e si scordano di ascoltare i ragazzi, che sono sottoposti senza guide a una miriade di modelli di riferimento. Se non c’è qualcuno che mette ordine, i comportamenti aggressivi e violenti non hanno nessun argine». Dal suo osservatorio privilegiato, Filomena Albano, Garante per l'infanzia e l’adolescenza, prova a dare un senso ai fatti di Varese.
Come si può spiegare tanta ferocia in ragazzi così giovani?
«In casi come questo quello che emerge è che i responsabili non considerano che le loro vittime sono persone come loro. La prima raccomandazione che faccio è quella di parlare: non solo le vittime, ma anche i testimoni devono rompere il silenzio. Il problema è che non sempre gli adulti ascoltano».
Cosa manca ai ragazzi?
«Tutto dipende dai modelli di riferimento scorretti che possono essere letali nel periodo adolescenziale. In questa fase si agisce per emulazione: se i ragazzi hanno sempre davanti agli occhi delle condotte scorrette, la rabbia interiore rischia di non avere freni».
Un tempo il primo argine era la famiglia.
«Ora sono sempre più minacciate e frammentate, e a volte le scelte sui figli non si condividono più. Gli adulti sono travolti dai loro problemi e non hanno tempo di pensare ai ragazzi».
Che ruolo ha la rete?
«Amplifica la solitudine, particolarmente pericolosa in questa fase della vita. Oramai i rapporti a questa età si sviluppano in gran parte su Internet. E così le relazioni fisiche rischiano di essere scomposte».
Come si possono prevenire queste situazioni?
«Bisogna tenere sotto controllo le famiglie in condizioni di fragilità. La scuola poi deve intercettare questi casi, così come la comunità in sè dovrebbe educare i ragazzi proponendo modelli di comportamento corretti. Senza dimenticare il peso del linguaggio che utilizziamo: è fondamentale, plasma tutto».
Come si superano questi episodi?
«La risposta con i ragazzi non è mai la repressione. In quel periodo la personalità è in evoluzione, non hanno capacità di interrogarsi sulle proprie azioni. Per questo l’unica strada è quella della mediazione».
La Stampa 21.11.18
Quattro ore di terrore in un garage
Baby gang tortura un quindicenne
Calci, pugni e coltelli: sequestrato da quattro coetanei per strappargli informazioni su un amico
di Emilio Randacio


«Non si scherza con la mia family». Il profilo sui social è da subito minaccioso. «Se fai il grosso ti spegniamo»; si capisce, è un tipo con cui non si può scherzare. Un vero bullo. La sua foto è ancora più sfrontata: un ragazzo che a stento dimostra i suoi quindici anni, fissa l’obiettivo fumando una sigaretta. È lui il capo della banda.
Periferia ovest di Varese, prefabbricati e condomini in fila. Il suo nome non si può fare, ma da queste parti, chi frequenta la scuola media, lo conosce bene. E, soprattutto, lo teme. La sua famiglia proviene da un Paese del centro Africa. Diverse segnalazioni, nessun precedente, e a scuola già due bocciature. Secondo le accuse, sarebbe lui l’ispiratore del raid che, venerdì 9 novembre, ha portato al sequestro di un suo coetaneo. Un giovanissimo preso a caso, probabilmente, dal mucchio di ragazzini che di solito dal piccolo boss e i suoi amichetti, cercano di stare alla larga. Giovanni (nome di fantasia per tutelare i suoi anni e un trauma psicologico da cui non si è ancora ripreso) frequenta un istituto professionale. Quel venerdì, all’una, sta andando a scuola a prendere un amico. «Erano d’accordo di andare a pranzo in un fast food», racconta l’avvocato di famiglia, Augusto Basilico. Ma davanti alla scuola, mentre sta ancora aspettando, Giovanni viene circondato. Loro sono in quattro, hanno la sua stessa età ma sembrano più grandi, più decisi, lo minacciano. E lui è costretto a seguirli in un garage di un casermone popolare. Sopra c’è l’appartamento del capo. Ci vive anche la nonna e due rottweiler.
Passeranno circa quattro ore prima che Giovanni riesca a tornare a casa. I bulli gli chiedono informazioni su un compagno di scuola da cui «piangono» 30 euro, forse per del «fumo» non saldato. Ma sembra un pretesto per iniziare un gioco tanto macabro quanto violento. Nel suo racconto ai genitori, Giovanni non ricorda tutto. «Deve aver perso anche conoscenza», sottolinea il padre nella denuncia. Oltre al capo, ci sono un ragazzo albanese e due italiani. Gli puntato un coltello alle gola, lo minacciano con un una bomboletta infiammabile spray e un accendino, gli levano le calze e gli colpiscono il collo del piede con una spranga, lo prendono a calci. Ma Giovanni non sa cosa dire, non vuole tradire l’amico. E allora il “capo” gli strappa un orecchino e lo indossa come un trofeo. Il giovane viene spogliato sul pavimento del garage e cosparso con dosi massicce di acqua e sapone. Lo studente timido, senza problemi a scuola, non risponde più , è annichilito, sotto choc. I quattro quindicenni si accendono anche degli spinelli e costringono Giovanni a fumare.
«Mio figlio non ne ha mai fatto uso», giura ora il padre distrutto dal dolore. Il capo, non contento, decide di salire in casa e prendere i cani, poi desiste. Prima di rilasciare il coetaneo la banda lo minaccia: «Se racconti qualcosa a qualcuno, noi andiamo in riformatorio, ma quando usciamo ti uccidiamo». Prima di lasciarlo andare, gli prendono il cellulare e i soldi che tiene nella custodia dello stesso.
Sono passate da poco le 17 quando Giovanni rientra a casa. Ha segni sul corpo, una pedata sulla giacca, è sfinito e spaventato. Ma trova il coraggio di raccontare tutto alla madre. I genitori da tre anni si sono trasferiti a Varese, fanno gli operai. Gente per bene, senza ombre nella vita. Giovanni viene portato subito al pronto soccorso. Il referto parla di 15 giorni di prognosi. Ma sono le ferite dell’anima quelle che pesano davvero. Così Giovanni, dimesso dal pronto soccorso, il lunedì successivo, in preda agli attacchi di panico, viene ricoverato nel reparto di neuropsichiatria infantile. «La notte non dormiva per gli incubi, si svegliava e urlava», racconta ancora il padre. Giovanni verrà dimesso cinque giorni dopo, ma la guarigione non è ancora arrivata. Serviranno mesi prima di riuscire a mettersi alle spalle questo trauma. Anche perché la banda di quindicenni nel frattempo non dimentica. Questa settimana sul profilo social di Giovanni arriva un video. Nello stesso garage delle torture, il capo e il coetaneo albanese, fumando uno spinello lo avvertono ancora, mostrandogli un coltello e garantendogli vendetta se parla. Citano il fratello di Giovanni come possibile vittima.
La Questura di Varese indaga, il branco viene identificato e gli atti trasmessi al Tribunale dei minori di Milano: più che di un gruppo di spacconi minorenni, raccontano le gesta di un clan della mala. Sequestro di persona, rapina, lesioni gravi e minacce le ipotesi d’accusa. «No comment» è il mantra dei pm, innervositi dalla fuga di notizie. Il padre di Giovanni è ancora scosso. «Siamo distrutti e preoccupati per nostro figlio». Ma non vuole sentir parlare di vendetta. «Solo giustizia e una pena esemplare per quello che è successo». Spiega «di non aver mai pensato di risolvere la vicenda andando a trovare personalmente quei ragazzi, non sarebbe servito a nulla. Ma, ora, mi aspetto delle risposte»