L’offensiva reazionaria è sempre iniziata così
di Pietro Ingrao
Non sono sorpreso dall’affondo di Berlusconi contro il Parlamento. Ieri e oggi l’attacco alle assemblee è stato e resta un punto qualificante di ogni offensiva reazionaria. Basti pensare alla polemica di fascismo e nazismo contro la democrazia rappresentativa. L’antiparlamentarismo rappresenta un terreno chiave per le ideologie e le correnti autoritarie. Da sempre infatti il Parlamento incarna la difesa delle garanzie e del libero confronto politico. Il che disturba profondamente i conservatori. Non voglio dire che Berlusconi sia fascista, ma certe sue uscite vanno in una direzione allarmante e ben nota. Tutto ciò non significa che non siano necessarie delle modifiche all’ordinamento parlamentare. Un Parlamento di mille rappresentanti, che fanno tutti la stessa cosa, è pletorico. Ma ridurlo a cento persone, come vuole Berlusconi, sarebbe un annichilimento e uno svuotamento. Per fortuna però, su questo emergono allarmi anche a destra. E le parole di Fini a riguardo mi sono parse molto equilibrate. Da cittadino mi rivolgo perciò al Presidente della Repubblica e ai Presidenti delle Camere perché intervengano con decisione a salvaguardia delle istituzioni.
Apcom 22.5.09
Europee/ Ingrao divorzia da Bertinotti
200 firme pro-Prc. Ma per l'ex segretario "la sinistra non c'è"
Roma, 22 mag. (Apcom) - Fausto Bertinotti ha fatto appello a votare per Sinistra e Libertà e per un suo fedelissimo, Roberto Musacchio, anche se ha ammonito a non fermarsi al risultato elettorale perché la sinistra ha bisogno di essere ricostruita dalle fondamenta. Pietro Ingrao invece, dopo anni di percorso comune con l'ex leader del Prc, stavolta si distacca da Bertinotti e firma un appello al voto per la 'lista comunista e anticapitalista', che mette insieme Rifondazione, Comunisti italiani, Socialismo 2000 e Consumatori uniti. Nell'appello sottoscritto da Ingrao, storico leader della sinistra comunista tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta, ci sono circa duecento firme: tra gli altri, il fisico Carlo Bernanrdini, lo psichiatra Luigi Cancrini, lo scrittore Massimo Carlotto, i preti don Franzoni e don Gallo, il costituzionalista Gianni Ferrara, il cantante e attore Massimo Ranieri, il poeta Edoardo Sanguineti, il vignettista Vauro. 'Se sei di sinistra, dillo forte' è il titolo del documento, nel quale si legge tra le motivazioni: "Sosteniamo la lista anticapitalista e comunista per mantenere aperta la strada dell'alternativa, in Italia e in Europa. Un voto utile per proporre un'uscita da sinistra dalla crisi, per rafforzare un'ipotesi di ricostruzione della sinistra basata sulla connessione fra diversi soggetti del conflitto e culture critiche, fra vertenze territoriali e movimenti globali, fra ambiente e lavoro, fra uguaglianza e libertà: una sinistra che non abbia rinunciato ad elaborare un pensiero forte dalla parte dei deboli, alla sfida per l'egemonia e la costruzione di un nuovo senso comune". Bertinotti è schierato con Sl, ma continua a guardare al di là dell'appuntamento elettorale e ha affermato recentemente che "stavolta non ci verrà dal voto la soluzione al problema della costituzione della sinistra". "Il berlusconismo - afferma oggi in una intervista a Ecotv - ha devastato la politica classica e ha portato alla scomparsa della sinistra", della quale l'aggressione al leader della Fiom Gianni Rinaldini, consumatasi qualche giorno fa sul palco della manifestazione sindacale del gruppo Fiat a Torino, è un sintomo: "E' dovuta - spiega - alla solitudine degli operai perché c'è la crisi, ci sono i conflitti ma non c'è la sinistra, bisognerebbe riformare la cassetta degli attrezzi della sinistra". E' la prima volta dal 2005 che si manifesta in modo così significativo un dissenso fra Ingrao e Bertinotti. L'anziano leader, oggi ultranovantenne, iscrivendosi al Prc in occasione del Congresso di Venezia, aveva offerto un prestigioso appoggio alla linea bertinottiana, poi confermato più volte in occasione di appuntamenti elettorali e manifestazioni di piazza. Da quel momento in poi, in più d'una occasione pubblica Ingrao ha manifestato il suo appoggio a Bertinotti. Appoggio che oggi viene meno, dopo la sofferta scelta dell'ex segretario e di una parte dei bertinottiani di lasciare il partito (Nichi Vendola ha poi fondato il Movimento per la Sinistra e dato vita all'alleanza di Sinistra e Libertà).
l’Unità 23.5.09
«Ho visto l’Italia diventare un deserto privo di legalità»
intervista a Marco Pannella di Marco Bucciantini
Pannella beve qualche sorso, ma non assume cibi solidi. Ricorda decenni di battaglie
e non nasconde il dolore per la «strage» dei diritti e delle libertà. «Voglio un’oncia di democrazia»
Il signor Hood è ancora un galantuomo. È pronto a dare la vita per amore. Per la cosa più cara che ha: «La democrazia». Marco Pannella ha ricominciato ad alimentarsi, a sorsi, ancora niente di solido. Dopo sei giorni di digiuno assoluto, un succo di frutta scende giù come gli spinaci per Popeye. Altre volte si è sostentato con il piscio. La camicia bianca abbottonata male e tenuta a pendere fuori dai calzoni sembra una resa. Non è così. Parla come Fidel, per otto ore.
Il sognor Hood è una bella canzone di 30 anni fa che Francesco De Gregori dedicò a Pannella, «un galantuomo sempre ispirato dal sole/ con due pistole caricate a salve/ e un canestro pieno di parole». Parole nuove, aggiungeva nel refrain. «Un politico deve concepire il nuovo, non possiamo raschiare il barile». Lo dice un quasi ottantenne che si ripropone spesso nello stesso immaginario, e che trova penosamente nuovo doversi battere con il corpo, a mani nude e disarmate, con gli occhi azzurri e sgranati e il naso sempre più evidente sul viso scavato.
La scrivania disordinata offre indizi discordanti: c’è il pacchetto di Marlboro rosse, «mai meno di trenta al giorno», c’è il misuratore di pressione fai-da-te, per vedere se il cuore tiene. Ci sono i sigari alla vaniglia che - dice lui - i medici gli hanno consigliato per riattivare la salivazione e che soffiano nell’aria zaffate candide e ne annunciano la presenza. «Sente l’odore? Marco è di là». Le stanze sono raffazzonate ma c’è un calore vero, condiviso. C’è la riunione, Emma Bonino è in collegamento da Milano, Marco Cappato è l’altro uomo del tavolo principale. A ferro di cavallo, davanti, c’è il partito radicale. Si analizza la prestazione di Pannella ad Anno Zero, si programmano le apparizioni future, «quella trasmissione lì quanti la vedono? Sessantamila? Ci andiamo lo stesso?». I radicali hanno dovuto chiedere in carta bollata che fossero blindati i loro spazi negati. Devono recuperare tutto in pochi giorni. In questa normale richiesta di democrazia, Pannella si è esposto al pubblico, giovedì da Santoro, come fosse il compianto di un popolo intero.
Perchè si tortura?
«Dove c’è strage di legalità, c’è strage di popolo. Questo Paese è un deserto. Io lotto, ma sembra il 1938».
Vuole morire? Ha fatto una bella vita, è stato ed è felice, e adesso accetta anche di crepare, magari martire, quasi con gustoso menefreghismo...
«Un cazzo. Sto meglio di quarant’anni fa. I dottori mi trovano più robusto. Non fossi così forte, come potrei stare sei giorni senza bere? (e ride, si è sfidato e ha vinto ancora, Ndr)».
Si è pure operato: lei scherza col fuoco.
«Faccio politica, per strappare un’oncia di democrazia dal regime e riportarla nelle mani della gente».
Ma è felice?
«Sono fortunato, ho passato la vita in mezzo ai compagni radicali, in questo mistero cominciato con Capitini e nutrito negli ultimi anni da incontri importanti, con il buddismo, per esempio. Mi capita di sentire la comunità fra viventi e morti».
È un frasario da bilancio. E sui giornali hanno fatto i “coccodrilli”: il ricordo dell’indefesso difensore dei diritti.
«Sono quarant’anni che politici e giornalisti suonano le mie campane. Per ora, ho sempre accompagnato il campanaro al proprio funerale, al proprio riposo dalla vita pubblica».
Scriva il suo epitaffio.
«Negli anni cinquanta il verboso Pannella componeva poesie di appena 18 parole. Mi ricordo questa, avevo 27 anni: come posso dirvi che vado, senza aver prima deposto un po’ di quello che avete accumulato in me».
Ha reso?
«C’ho provato. Ho amato. Ho fondato questo partito. A quei tempi leggevo Paul Claudel, la sua Connaissance (la conoscenza) e anche la con-naissance: nascere insieme».
50 anni dopo Di Pietro si è preso il vostro voto, quello consapevole, degli scontenti del centro sinistra.
«No, lui è un’altra cosa. Il regime si sceglie gli avversari. Così hanno fatto per anni con Bertinotti, l’ospite più gradito dei talk show di politica. Adesso hanno selezionato Di Pietro, con il suo dito puntato contro il nemico, buono per aggregare i nemici di Berlusconi. E perfetto per compattare i suoi amici, per consentirgli di conservare i voti per comandare».
E le vostre pistole a salve dove scaricano?
«Sugli obiettivi. Mostriamo un corpo indifeso e debole perché non vogliamo vedere i muscoli degli altri. C’interessa trasferire ai cittadini il potere democratico. Abbiamo portato alla Cassazione 100 milioni di firme. La corte ha ammesso 149 referendum».
Ha fatto più referendum o scioperi della fame?
«Boh, siamo lì».
L’hanno accusata di aver sequestrato il referendum, e averlo svilito per abuso.
«Cittadini e potere: le consultazioni popolari avvicinano l’uni all’altro. Questo fluire è lo scorrere della democrazia. Abbiamo parlato dei diritti degli omosessuali, e ci chiamavano “froci”. Adesso vedo che si ascoltano le ragioni degli omofobi».
Il Paese è peggiorato?
«Sì. Ed è il dolore che scava assieme alla felicità. La partitocrazia ha creato un deserto. La prima Repubblica ha inaridito la terra. Berlusconi ha occupato questo vuoto con la sua forza, il potere mediatico, economico. Non è un genio del male. A dire il vero non è neanche un genio. Ma non è fronteggiato da oppositori autoritari. Si sceglie lui con chi duellare».
Repubblica 23.5.09
Istituzioni umiliate
di Nadia Urbinati
Per Berlusconi le assemblee larghe sono dannose. Ma parlamenti troppo esigui non sono una cosa buona per la democrazia
L´Italia si trova vicinissima a una svolta anti-democratica perché si vuole attaccare la divisione dei poteri
Cento deputati piacciono più di seicento al nostro presidente del Consiglio. Non c´è da stupirsi, perché corromperli o assoldarli o semplicemente metterli d´accordo con i suoi propri interessi sarebbe certamente meno costoso e più semplice. La relazione tra assemblee numerose e sicurezza della libertà l´avevano ben capita gli ateniesi di 2.500 anni fa, i quali proprio per evitare le scorciatoie nel nome della celerità di decisione istituirono giurie popolari numerosissime. Il loro intento principale era quello di impedire che nessun cittadino potente potesse condizionare le decisioni a suo piacimento.
Se pensavano che nessuno disponesse di tanti soldi quanti ne sarebbero stati necessari per corrompere seicento giudici (tanti erano i giudici che siedevano nelle loro giurie). E qui siamo di nuovo: il capo dell´esecutivo, abituato a comandare sottoposti e stipendiati, non ama né tollera assemblee larghe di rappresentanti che sono chiamati a rendere conto a nessun individuo o gruppo di individui ma solo alla nazione, la quale non è un padrone ma la fonte della loro autorità. Ma per il capo dell´esecutivo le assemblee larghe sono pletoriche e poi dannose agli interessi di chi decide – ovvero del suo esecutivo.
La logica del capo della maggioranza non è democratica ma è esattamente opposta a quella dei saggi democratici. Le assemblee deliberative devono essere non troppo piccole né troppo grandi, pensavano i Padri fondatori della democrazia americana. Se troppo piccole non possono più svolgere la loro funzione rappresentativa degli interessi più numerosi e diversi e inoltre possono facilmente dar luogo a unanimismi pericolosi o a "cabale" di fazioni. Se troppo grandi non possono svolgere efficacemente la funzione deliberativa, allungando i tempi di decisione e impedendo maggioranze stabili. Ma in nessun caso una manciata di rappresentanti è una cosa buona per la democrazia. La politica non va per nulla d´accordo con la semplificazione, una qualità degli apparati burocratici e di chi è chiamato a eseguire ordini e applicare pedissequamente regole che non fa; non è una qualità dei rappresentanti e dei cittadini che contribuiscono a determinare le scelte politiche con la loro diversa e complessa partecipazione. Semplificazione è una qualità per la "governance" ma non per il "government" – la prima è organizzazione di funzioni che mirano a risolvere problemi specifici; ma il secondo è azione politica che solleva problemi, crea agende di discussione e di proposte, mobilita idee e interessi, e infine decide facendo leggi che tutti, non solo chi siede in Parlamento e non solo chi è parte della maggioranza, deve ubbidire.
L´Italia si trova vicinissima a una svolta anti-democratica. L´attacco al Parlamento è un attacco alla divisione dei poteri e per affermare la centralità, anzi, il dominio di un potere sopra tutti: quello dell´esecutivo, che non ama eseguire o dover rendere conto e vuole fare quel che vuol fare senza impedimenti; che vuole fare tutto, legiferare e eseguire e, magari, anche determinare la giustizia. Semplificazione è l´equivalente di potere incontrastato.
Nel 1924, Gaetano Mosca, un conservatore di tutto rispetto, tenne un discorso memorabile nel Parlamento del Regno. Lui, che aveva sviluppato la teoria forse più corrosiva della democrazia sostenendo, con il soccorso della storia, che quale che sia la forma di governo, tutti i governi hanno come scopo evidente quello di formare e selezionare la classe politica. Che siano le guerre o le elezioni dipende dal tipo di organizzazione sociale, dalle forme di espansione e arricchimento, forme che possono essere violente e dirette oppure pacifiche e per vie di commercio. Nella moderna società di mercato, sosteneva Mosca, l´elezione e l´opinione sono forme più funzionali alla selezione della classe dirigente. Ebbene, questo critico dell´ideologia democratica e parlamentaristica, alla vigilia della fine delle libertà politiche e del parlamentarismo liberale, si schierò in Parlamento in difesa di quella istituzione, di quella forma democratica di selezione della classe politica e di governo. Non luogo in cui si perdeva tempo a chiacchierare o un "bivacco" come Benito Mussolini lo chiamava, ma istituzione di controllo e di monitoraggio senza la quale nessun cittadino poteva più sentirsi sicuro. Tra i conservatori di oggi, tra i moderati (se ancora ce ne sono) chi avrà la stessa saggezza o lo stesso coraggio del conservatore liberale Mosca? La difesa del sistema parlamentare non è una questione che interessa o deve interessare solo l´opposizione. Tutti, tutti indistintamente dovrebbero comprendere il rischio che una società corre quando chi è stato eletto per governare con il sostegno del Parlamento cerca di governare con la connivenza di una assemblea amica.
Repubblica 23.5.09
Iran. La rivoluzione colorata delle donne col velo
di Bernardo Valli
"C´è anche chi dalla stravaganza del velo misura il clima politico del paese"
"Si avverte una fierezza tutta femminile, un mix di emotività e di orgoglio"
"È tempo di elezioni, si vota il 12 giugno, il potere si mostra di manica un po´ più larga"
"Il candidato riformista, Moussavi, è il preferito dalle ragazze"
In molte zone di Teheran l´hijab imposto dalla sharia ora è a fiori, a righe o con le paillettes. E sta diventando una sfida
TEHERAN Una sera, guardando il passeggio in un quartiere a nord della città, un quartiere alto borghese, trovo una somiglianza tra l´Iran sciita e la Polonia cattolica. Non tanto perché in entrambi i paesi la religione è integrata nell´identità nazionale. La mia idea è dettata da considerazioni epidermiche, ma non per questo frivole. Avverto qui, come sentivo a Varsavia nei momenti di tensione davanti alla fierezza femminile, una miscela di emotività e di orgoglio, carica di sensualità. A creare questa sensazione è lo spettacolo delle donne che esibiscono i veli islamici, hijab, imposti dal regime clericale, con una disinvoltura equivalente a una sfida.
Una sfida tutta femminile, intelligente ed elegante, al punto da trasformare un simbolo oscurantista in un copricapo alla moda. E al tempo stesso in un´arma polemica. Con l´andatura sofisticata di modelle impegnate in una sfilata sulla passerella le ragazze esibiscono hijab a tinta unita, di colori vivaci, dal turchese al rosa , dal bianco al rosso vivo, persino il nero lucido diventa una provocazione. Ci sono anche hijab a righe, a paillettes, in armonia con i capelli biondi o corvini. E sono annodati in vario modo: il nodo può essere nascosto o esibito, sulla nuca o sotto il mento. Il velo può anche ricadere sciolto sulle spalle. E lasciare più o meno visibile la capigliatura. Alcune giovani mostrano una frangia che copre la fronte.
C´è chi trova «molto sexy» questa esibizione di hijab. Nuovi conoscenti iraniani vi leggono tanti richiami. Anche politici. Dalla loro varietà, dalla loro stravaganza, di rado sfacciata, mai insolente, a volte ironica, misurano il clima politico del paese. Se gli addetti alla morale si aggirano sfaccendati tra la folla è il segno di un atteggiamento meno bigotto del regime. Quella sera, nel Nord di Teheran, i guardiani del buon costume erano presenti ma ignorati come comparse. Naturalmente parlo di quel che accade nei quartieri borghesi (in quelli popolari prevale il chador) e fuori dagli uffici pubblici, dove la legge impone hijab castigati. E´ tempo di elezioni, si vota il 12 giugno, e quindi, mi dicono, le autorità religiose hanno la manica larga. Poi si vedrà. La libertà, sia pur relativa, nell´uso dell´hijab è fiorita (fiorita è l´espressione esatta), insieme a tante altre più concrete liberalizzazioni, durante gli anni della presidenza "riformista" di Mohammed Khatami, ed è poi stata tollerata, con sbalzi d´umore, anche sotto la presidenza del suo rivale e successore, il "conservatore" Mahmud Ahmadinejad. Quella libertà è un simbolo, una conquista, non trascurabile, della tenace resistenza delle donne. Un simbolo che la brutale svolta del 2005 non ha osato cancellare, temendo di urtare la società in preda a una modernizzazione che non si poteva soffocare del tutto con il controllo clericale.
Il movimento femminile è diventato più combattivo negli ultimi anni ‘80, alla fine della guerra con l´Iraq, durante la quale Khomeini aveva chiesto alle donne di prodigarsi al massimo nel far figli, per compensare la strage dei combattenti. E questo spiega, oggi, l´eccezionale giovinezza della popolazione. Dopo quella guerra, che ha falciato generazioni e ne ha creata una superaffolata di under 25enni, la lotta per l´emancipazione femminile ha ottenuto notevoli successi. Durante gli anni di Khatami (´97- ´05) ha poi contribuito a un risveglio dell´intera società. Ma se da un lato alcune leggi, come quella autorizzante il divorzio per iniziativa della moglie, hanno aumentato i diritti delle donne (maggioranza nelle università) dall´altro la sharia, la legge islamica, resta il riferimento giuridico; una ragazza di 12 anni può andare in prigione ma non può avere il passaporto; e una di 9 anni è passibile di sanzioni penali, mentre un maschio lo è solo a 15.
Come è accaduto in altri campi, anche l´emancipazione femminile è avanzata e arretrata, mi spiegano, con brusche manovre, simili a quelle di un convoglio ferroviario all´incerta ricerca delle rotaie dirette nella giusta direzione. La sconfitta del "riformismo", alle elezioni del 2005, ha segnato l´arresto. Un arresto brutale, avvenuto con il successo del semisconosciuto Ahmadinejad, allora sindaco di Teheran e candidato dell´estrema destra. Il quale ha raccolto il 63% dei voti, contro il 33 di Rafsanjani, candidato della destra pragmatica. Adesso la figura di Khatami riemerge, non come candidato ma come sostenitore ufficiale di Mir-Hossein Moussavi. E Moussavi (67 anni) è senz´altro il preferito di gran parte delle ragazze che passeggiano con i loro variopinti hijab nei quartieri benestanti. Ed anche di molti studenti. Senza contare una buona parte della popolazione urbana. Ma si può contare seriamente su una resurrezione politica di Khatami, vale a dire del suo "riformismo", attraverso Moussavi? Entrambi non sono nel cuore di Ali Khamenei, la Guida suprema, che è il grande elettore. Non pochi sono coscienti del relativo valore del loro voto e per questo pensano di rifugiarsi nel vasto partito dell´astensione. Tanto, dicono, nulla cambierà.
Javad Shamaqdari è sicuro della riconferma di Ahmadinejad alla presidenza della Repubblica. Lo conosce bene, non solo perché è stato suo compagno d´università, alla facoltà di ingegneria, ma perché ha contribuito al suo successo nel 2005. E´ stato il suo art director, vale a dire ha curato la sua campagna elettorale. E´ lui, Shamaqdari, un cinquantenne avanzato, corpulento e barbuto (come lo descrive il New Yorker), che ha costruito il candidato, presentandolo come un amico dei poveri, ansioso di riversare sulle loro miserabili mense una consistente parte del reddito del petrolio, vistoso patrimonio del Paese, riservato fino ad allora alle classi privilegiate. Shamaqdari ha enfatizzato la semplicità di Ahmadinejad, il suo disprezzo per il lusso, il rifiuto di abitare nei palazzi del potere, la scelta di abitare nonostante la carica in una casa qualsiasi, la decisione di donare ai musei (come ha poi fatto) i preziosi tappeti della dimora presidenziale. Al linguaggio populista Ahmadinejad ha affiancato un coerente comportamento popolare, ed altresì l´atteggiamento esemplare di un devoto musulmano, il quale non dimentica mai di cominciare i discorsi con qualche versetto del Corano e si rade la barba solo ogni quattro o cinque giorni. Shamaqdari è certo che gli iraniani non gli rifiuteranno il voto, anche se dopo quattro anni di presidenza il bilancio non è esaltante. L´economia va male, i rapporti internazionali sono pessimi, la corruzione è cresciuta. Ma al tempo stesso le masse tradizionaliste del Paese apprezzano il suo modo di affrontare, di petto, il resto del mondo. Le sue provocazioni non dispiacciono al profondo Iran, nazionalista, orgoglioso e religioso.
Il termine "conservatore", per indicare Ahmadinejad, è relativo. Nel campo conservatore coesistono o si scontrano diverse destre. Un iranologo (Thierry Coville) elenca le tre principali correnti: l´estrema destra, quella tradizionale e quella pragmatica. Il presidente uscente appartiene di pieno diritto all´estrema destra, di cui fanno parte movimenti e organizzazioni che hanno come obiettivo imporre una società basata sulla sharia, e sul velayat-e faqih (il primato del teologo, del giurista religioso, principio fondante della Repubblica islamica), e con una guida considerata come designata da Dio. I suoi militanti sono violentemente anti-occidentali e sono per una jihad interna contro i nemici dell´Islam, definiti "liberali". Vogliono inoltre esportare la rivoluzione. Nella costellazione dell´estrema destra islamica si distingue l´Hezbollah, il Partito di Dio, il quale fa proseliti nelle classi sociali più diseredate. L´estrema destra è presente nei servizi segreti, nella magistratura, nei comandi dei pasdaran, i guardiani della rivoluzione, nelle fondazioni dotate di finanze solide e spesso dedite anche a opere di carità, e negli organismi religiosi che sovrastano lo Stato, come il Consiglio dei guardiani, il cui compito è di verificare, tra l´altro, la compatibilità delle leggi con la sharia. L´estrema destra non ha esitato nel passato a usare la violenza per ridurre alla ragione i "liberali". Pur avendo sempre esercitato una notevole influenza, essa è arrivata al potere per la prima volta con Mahmud Ahmedinejad ( che oggi ha 53 anni).
La destra tradizionale, in cui si possono includere tanti movimenti, non è molto distante dall´estrema destra, rifiuta l´occidentalizzazione della società, difende l´ordine morale islamico, ma è favorevole alla libera impresa e non si oppone ai rapporti con il resto del mondo. Ali Khamenei, la Guida suprema, ne è un´espressione. Della destra pragmatica fanno parte uomini d´affari e tecnocrati, che pur nel rispetto dei principi islamici, vorrebbero un controllo delle autorità dello Stato sui religiosi. L´ex presidente Rafsandjani, sconfitto da Ahmadinejad nel 2005, spesso accusato di eccessivo "affarismo", è esponente di questa destra pragmatica.
Altrettanto relativa è la definizione di "riformisti". Anzitutto, dovendo agire nell´ambito della Repubblica islamica, senza mettere in discussione le sue fondamenta, non si vede come si possa riformare il sistema. Khatami ha deluso i suoi sostenitori per non avere osato riformare neppure le istituzioni politiche. Con il termine di "riformisti" si indicano comunque gli appartenenti alle varie tendenze della sinistra islamica. Alle cui origini c´è il sociologo e filosofo Shariati che cercò di conciliare Islam e marxismo. Morto prima della rivoluzione, Shariati dominava con i suoi giganteschi ritratti le manifestazioni contro lo shah che vedevo sfilare per le strade di Teheran nell´estate e autunno 1978. La sua immagine comparve prima di quella di Khomeini. Dopo aver sostenuto con rigore i principi della Repubblica islamica, il dovere di esportare la rivoluzione, e un´economia redistributrice basata su forti interventi dello Stato, la sinistra ha compiuto una svolta negli anni ‘90 quando ha chiesto la democratizzazione del sistema politico. Domanda che ha attirato l´adesione delle classi medie urbane, e di larga parte degli studenti il cui numero si è moltiplicato nei trent´anni della rivoluzione, Ma i "riformisti" hanno perduto molti sostegni all´inizio degli anni Duemila, per la loro incapacità di attuare riforme concrete nelle istituzioni politiche. Adesso, dopo quattro di anni di governo dell´estrema destra, la sinistra tenta una difficile rivincita con l´ex primo ministro Mir-Hossein Moussavi, un intellettuale, come il suo sostenitore Khatami.
(3 - fine. Le precedenti puntate sono state pubblicate il 13 e il 18 maggio)
Repubblica 23.5.09
Se la storia diventa un museo
il novecento e la memoria. Un saggio di Tony Judt
Nelle ricostruzioni del secolo prevale l´aspetto commemorativo Un modo per liquidare le lezioni che se ne possono trarre
Un racconto fatto con leggerezza Sperando solo che si possa aprire un´era migliore
Un atteggiamento nostalgico e celebrativo che allontana dalla vera comprensione
Non abbiamo fatto in tempo a lasciarci alle spalle il ventesimo secolo, che i suoi dissidi e i suoi dogmi, i suoi ideali e le sue paure stanno già scivolando nelle tenebre dell´oblio. Invocate continuamente come «lezioni», in realtà queste vengono ignorate e non insegnate. La cosa non dovrebbe sorprenderci più di tanto. Il passato recente è il più difficile da conoscere e comprendere. Va detto, inoltre, che dopo il 1989 il mondo ha subìto notevoli trasformazioni, e i cambiamenti provocano sempre un senso di distanza e di distacco in coloro che ricordano com´erano prima le cose.
Nei decenni successivi alla Rivoluzione francese, i commentatori più anziani sentivano una gran nostalgia della douceur de vivre del defunto ancien régime. Un secolo dopo, le commemorazioni e i ricordi dell´Europa precedente alla Prima guerra mondiale celebravano (e ancora celebrano) una civiltà perduta, un mondo le cui illusioni erano state letteralmente spazzate via: «Never such innocence again».
Ma c´è una differenza. I contemporanei potevano anche rimpiangere il mondo così com´era prima della Rivoluzione francese, o lo scomparso clima culturale e politico dell´Europa prima dell´agosto 1914, ma non li avevano dimenticati. Tutt´altro: per buona parte del diciannovesimo secolo, gli europei furono ossessionati dalle cause e dal significato delle trasformazioni rivoluzionarie francesi. I dibattiti filosofici e politici dell´Illuminismo non si consumarono durante i fuochi della rivoluzione. Al contrario, la Rivoluzione francese e le sue conseguenze furono largamente attribuite all´Illuminismo che dunque era riconosciuto, tanto dai sostenitori quanto dai detrattori, come l´origine dei dogmi politici e dei programmi sociali del secolo successivo.
Allo stesso modo, mentre tutti concordavano che dopo il 1918 le cose non sarebbero state mai più le stesse, la forma concreta che il mondo postbellico avrebbe dovuto prendere era unanimemente concepita e criticata all´ombra del pensiero e dell´esperienza del diciannovesimo secolo. L´economia neoclassica, il liberalismo, il marxismo (e il suo figliastro, il comunismo), la «rivoluzione», la borghesia e il proletariato, l´imperialismo e l´«industrialismo» – in breve, i fondamenti del mondo politico del ventesimo secolo – erano creazioni del diciannovesimo secolo. Anche chi, come Virginia Woolf, credeva che «intorno al dicembre del 1910 mutò la condizione umana», che la confusione culturale dell´Europa fin de siècle avesse modificato radicalmente i termini dello scambio intellettuale, dedicava una sorprendente quantità di energia a lottare con i fantasmi dei loro predecessori. Il passato incombeva minacciosamente sul presente.
Oggi, al contrario, prendiamo il secolo scorso con leggerezza. Certo, lo commemoriamo in ogni modo: musei, santuari, iscrizioni, «patrimoni dell´umanità», persino parchi tematici storici sono promemoria pubblici del «Passato». Ma c´è una qualità straordinariamente selettiva del ventesimo secolo che abbiamo scelto di ricordare. La grande maggioranza dei luoghi della memoria del ventesimo secolo sono dichiaratamente di carattere nostalgico-trionfalista – esaltano uomini illustri e celebrano famose vittorie – o, il più delle volte, sono opportunità per riconoscere e ricordare una sofferenza selettiva. In quest´ultimo caso, sono l´occasione per insegnare un certo tipo di lezione politica: su quel che è stato fatto e non dovrebbe mai essere dimenticato, su errori che sono stati commessi e non dovrebbero essere ripetuti.
Il ventesimo secolo è quindi sulla buona strada per diventare un palazzo della memoria morale: una Camera degli Orrori Storici di valore pedagogico le cui stazioni sono «Monaco», «Pearl Harbor», «Auschwitz», «Gulag», «Armenia», «Bosnia», «Ruanda»; con l´«11 settembre» come una specie di coda superflua, un poscritto sanguinoso per chi avrà dimenticato le lezioni del secolo passato o per coloro che non le avranno apprese a dovere. Il problema con questa rappresentazione lapidaria del secolo appena trascorso come un periodo eccezionalmente nefasto dal quale, fortunatamente, siamo usciti non è la sua descrizione – il ventesimo secolo è stato sotto diversi aspetti un´epoca realmente orribile, un´età di brutalità e di sofferenze di massa che forse non ha precedenti negli annali degli storici. Il problema è nel messaggio: che ormai ci siamo lasciati tutto alle spalle, che il suo significato è chiaro e che adesso dobbiamo entrare – liberi dal peso degli errori del passato – in un´epoca nuova e migliore.
Ma queste commemorazioni ufficiali, per quanto animate da buone intenzioni, non migliorano la comprensione e la consapevolezza del passato. Sono surrogati. Invece di insegnare ai bambini la storia recente, li accompagniamo nei musei e a visitare i monumenti. Peggio ancora, incoraggiamo i cittadini e gli studenti a vedere il passato – e i suoi insegnamenti – attraverso il particolare vettore delle loro sofferenze personali (o dei loro antenati). Oggi, l´interpretazione «comune» del passato recente è dunque composta da tanti frammenti di passati distinti, ognuno dei quali (ebreo, polacco, serbo, armeno, tedesco, asiatico-americano, palestinese, irlandese, omosessuale...) è caratterizzato da una condizione assertiva e distintiva di vittima.
Il mosaico conseguente non ci lega a un passato comune, ce ne allontana. Qualunque fossero le carenze dei vecchi racconti [narratives] nazionali che in passato venivano insegnati nelle scuole, per quanto selettiva fosse la loro centralità e strumentale il loro messaggio, almeno avevano il vantaggio di fornire alla nazione i riferimenti del passato per vivere nel presente. La storia tradizionale, così come è stata insegnata a generazioni di alunni e studenti, dava un significato al presente riallacciandosi al passato: i nomi, i luoghi, le iscrizioni, le idee e le illusioni di oggi potrebbero essere inseriti in un racconto memorizzato dello ieri. Ai giorni nostri, tuttavia, questo processo si è invertito. Il passato non ha una forma narrativa propria. Assume un significato solo in riferimento alle numerose e spesso contrastanti inquietudini del presente.
Senza dubbio, questo sconcertante carattere atipico del passato - al punto che, prima di poterlo avvicinare, dobbiamo addomesticarlo con qualche significato o lezione del nostro tempo - è in parte il risultato della velocità dei cambiamenti contemporanei. La "globalizzazione", un termine che comprende qualsiasi cosa, da internet alla scala senza precedenti degli scambi economici transnazionali, ha scombussolato la vita della gente in modi che i nostri genitori o nonni stenterebbero a immaginare. Molto di quello che per decenni, secoli persino, è sembrato familiare e permanente, adesso si sta rapidamente dirigendo verso l´oblio.
Corriere della Sera 23.5.09
Un articolo del Premio Nobel: lo studio del genoma sta cambiando il mondo
Ho messo in rete il mio Dna Solo così saremo in grado di capire le nostre differenze
Watson: no a imposizioni, la genetica resti libera
di James D. Watson
Il Premio Nobel James D. Watson ha ricevuto il Premio Capo d’Orlando assegnato a Vico Equense (Na) da un comitato scientifico guidato dal Nobel Riccardo Giacconi. Pubblichiamo il testo scritto per l’occasione
Proprio come Barack Obama, io stesso sono un prodotto di Chicago- sud, essendo cresciuto in due camere e cucina del quartiere di South Shore, dove i libri, gli uccelli e Franklin Delano Roosevelt ci permettevano di guardare con fiducia al futuro. Da mio padre e da mia madre ereditai i quattro valori familiari di base: la ricerca della conoscenza, l'onestà, la lealtà verso il prossimo e la responsabilità civile nei riguardi dei meno fortunati.
Solo venti minuti di macchina mi separavano dalla grande università di Chicago. Lì, fra il 1943 e il 1947, mi immersi nei Grandi Libri del suo carismatico Rettore, Robert Maynard Hutchins, e divenni schiavo dell'incessante bisogno di risolvere dispute usando la ragione e sfruttando le conoscenze del passato e del presente, giungendo così ad affrontare i problemi di oggigiorno. Nei miei primi anni di università la mia giovanile passione per la storia naturale mi portò a specializzarmi in zoologia, incontrando così le leggi di Mendel sull'ereditarietà. Grazie a queste, mi resi conto di non essere soltanto il risultato dell' educazione datami dai miei genitori, né dell'eccellenza dei miei insegnanti e dei libri. Forse ero solo il prodotto della natura: il complesso di geni trasmessi da mia madre e mio padre.
A metà degli Anni 80, il dilemma ambiente/genetica mi investì con maggior forza, quando scoprimmo che il nostro altrimenti intelligentissimo figlio Rufus non era in grado di scrivere saggi sufficientemente coerenti quand'era all'università di Exeter. Forse che mia moglie Liz ed io avevamo posto su di lui una pressione eccessiva affinché eccellesse all'università? O aveva piuttosto ereditato un gene difettoso da uno dei due, o ancora era diventato vittima di nuovi eventi mutazionali?
Avevo quindi abbondantemente ragione di diventare un pioniere del Progetto Genoma Umano, in quel periodo appena proposto. I progressi delle tecnologie di sequenzializzazione del Dna in quel momento lasciavano sperare di poter ordinare esattamente i tre miliardi di lettere del messaggio genetico umano, in soli 15 anni e con fondi per tre miliardi di dollari. A partire dall'autunno del 1988, per quattro anni, oltre al mio lavoro a Cold Spring Harbor, sono stato a Washington a collaborare per il lancio del progetto. Per la gioia di tutti, il progetto fu completato nel 2003. Oggi, grazie ai sempre più rapidi progressi delle tecnologie del Dna, la nuova era dei genomi personali ci fornirà solide argomentazioni per risolvere razionalmente la controversia natura/ ambiente.
Il mio genoma personale fu il primo ad essere studiato, avendolo messo a disposizione di tutti su Internet nel 2007. Quando Jonathan Rothberg, il fondatore del 454 Life Sciences di New Haven, venne nel mio ufficio per chiedermi se avessi permesso di sequenziare il mio Dna, acconsentii immediatamente. Essere sequenziato non era una questione di vanità personale, ma era una necessità molto personale. Mi resi conto che fra i suoi tre miliardi di informazioni genetiche ci sarebbero potuti essere gli indizi che un giorno avrebbero permesso a Rufus di condurre un'esistenza più indipendente o all'altro mio meraviglioso figlio Duncan di affrontare il futuro con maggiore sicurezza. Da solo o anche con l'aiuto di molti amici, non sarei stato capace di interpretare i dettagli straordinariamente complessi del mio genoma personale. Meglio metterlo sul web e ricevere l'aiuto di tutti i ricercatori del mondo per capire com'era fatto. Il mio genoma personale è costato un milione di dollari. Oggi, grazie a tecnologie sempre più moderne, non si spendono più di 100.000 dollari. In meno di dieci anni, con 100 dollari ciascuno potrà acquistare il proprio genoma.
Le uniche sequenze genetiche che non volevo che qualcuno (me compreso) potesse conoscere erano quelle dei miei due geni Apo E, le cui varianti specifiche predispongono fortemente al morbo di Alzheimer. Proprio dopo che fu scoperta la Doppia Elica, mia nonna Nana morì a novant'anni con questa brutta malattia che distrugge il cervello. Se dietro ai suoi ultimi difficili anni di vita c'è stata una variante del gene Apo E, c'è una probabilità su quattro che io vi sia predisposto.
Più determinante per il mio benessere immediato fu l'apprendere dal mio genoma che avevo due copie della variante 10 (allele) dell'importante gene citocromo farmaco- metabolizzante (CYP2D6), che si incontra molto più facilmente nelle popolazioni asiatiche che in quelle caucasiche, dove predomina l'allele 1. Gli individui che possiedono gli alleli 10 metabolizzano più lentamente molti importanti farmaci medicinali rispetto alle persone che hanno la variante 1. Meglio tardi che mai, ho imparato che i betabloccanti, che prendevo per abbassare la pressione arteriosa, mi facevano venire sonno, quindi li ho abbandonati.
La società trarrà enormi benefici se altri individui, oltre a Craig Venter e me stesso, renderanno pubblico il loro genoma. Solo quando centinaia di migliaia di genomi saranno studiati approfonditamente, potremo cominciare a comprendere il significato di molte, molte differenze sequenziali che distinguono un essere umano dall'altro. Spero tanto che la decisione di sequenziare il nostro genoma o quello di bambini affetti da particolari patologie resti una decisione personale, non un'imposizione dettata dall'alto di autorità regolamentari. Che la genetica resti libera, così che ci possa aiutare a costruire un mondo migliore.
Rabbrividisco al pensiero di un futuro in cui comitati di «saggi» mi dicano quello che è bene per me e la mia famiglia. Mentre il governo può essere sicuramente l'ente più appropriato per costruire le nostre autostrade o gestire le nostre prigioni, non può certo essere quello che ci dice che cosa fare delle nostre conoscenze genetiche. Il modo in cui risponderemo ai tanti dilemmi impegnativi che il futuro ci porrà in questo campo, dovrebbe dipendere dai nostri valori personali. Per il futuro prevedibile, gli Stati Uniti potrebbero saggiamente seguire il vecchio suggerimento del pioniere del genoma, Maynard Olson, che ha chiuso la recente conferenza sul Genoma Personale al Cold Spring Harbor Laboratory incitando tutti a «Democratizzare, Decentrare e Darwinizzare» approcci futuri per la gestione delle informazioni genetiche.
Corriere della Sera 23.5.09
Perché i teologi non capirono Galileo
Dibattiti Il teorico delle particelle, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze, giudica gli errori che portarono al processo
Alla Chiesa del Seicento mancò un pensatore illuminato come Tommaso d’Aquino
di Nicola Cabibbo
Quando nel 1610 si spostò da Padova a Firenze presso la corte dei Medici, Galilei insistè per ricevere il titolo di Filosofo e Matematico primario del Gran duca. Non solo Matematico, come Keplero presso la corte imperiale di Praga, ma anche e anzitutto Filosofo. Questa richiesta è fondamentale per capire la vastità del progetto galileiano: una scienza che non si accontenta di esplorare e descrivere fenomeni ma aspira a una comprensione totalizzante della natura. Un tale programma diviene necessariamente una filosofia; alla sua base il famoso passo de Il saggiatore (Feltrinelli) in cui Galilei afferma che il grande libro della natura è scritto in caratteri matematici. È dalla matematica che bisogna ripartire per capire il mondo.
Gli sviluppi della scienza e delle tecniche, rappresentati da scienziati come Nicola Copernico o William Gilbert, o dai grandi scienziati- artisti-ingegneri del Rinascimento italiano, da Leonardo a Guidobaldo del Monte, non potevano essere inquadrati nella filosofia allora dominante, quella di Aristotele. In Aristotele la natura era descritta in termini di «forma» e «sostanza», concetti che non permettono di andare oltre una discussione puramente qualitativa dei fenomeni naturali. Il passaggio dal qualitativo al quantitativo richiedeva una filosofia diversa, quella di Pitagora, secondo cui tutto è numero.
Ancora oggi l’innegabile successo della descrizione matematica della natura è fonte di meraviglia. Quando nel 1960 Eugene Wigner, uno dei padri della meccanica quantistica, scrisse un saggio, ormai divenuto un classico, sulla Irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali dovette conchiudere che «we do not know why our theories work so well», non sappiamo perché la matematica funzioni così bene.
La nuova filosofia della natura si scontrava quindi con quella dominante, ma anche con il pensiero teologico che, tramite la scolastica, proprio nella filosofia di Aristotele aveva trovato le sue fondamenta razionali.
Essere contro Aristotele nel Seicento era estremamente rischioso. Come sappiamo, lo scontro portò alla messa all’indice delle opere di Copernico nel 1616 e al processo contro Galilei del 1633. Lo sviluppo delle conoscenze scientifiche che si trasformava necessariamente in filosofia della natura aveva gettato un forte sospetto di eresia su Galileo e i suoi seguaci. Alla Chiesa mancò all’inizio del Seicento una personalità del calibro intellettuale di un Tommaso d’Aquino, che sapesse valutare correttamente l’impatto filosofico della nuova scienza, a cominciare dalle scoperte astronomiche di Galilei del 1609. Fondamento del metodo di Galilei è un’immagine del funzionamento della natura in cui inquadrare i fenomeni particolari. Galilei è atomista convinto, vede tutta la materia come composta da particelle che si muovono nel vuoto, e questa immagine del mondo guida la sua ricerca. L’atomismo fa da sfondo agli studi sul galleggiamento, è centrale ne Il saggiatore, e ispira la discussione della resistenza dei materiali nei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze del 1637. Non soltanto il pitagorismo, anche l’atomismo si scontra con Aristotele.
Come ha dimostrato Pietro Redondi, nel suo Galileo eretico (Einaudi), l’atomismo di Galilei giocò un ruolo non indifferente dietro le quinte del processo del 1633. Galilei era convinto che tutta la materia, sia sulla terra che nei corpi celesti, obbedisce alle stesse leggi. E questa convinzione, confermata dalle sue scoperte astronomiche, lo aveva portato al sistema copernicano, secondo cui la terra gira intorno al sole e ruota su se stessa.
Un elemento essenziale del metodo di Galilei consiste nel semplificare al massimo i fenomeni che si desidera studiare, sfrondandoli per quanto possibile da effetti secondari che oscurano il risultato cercato.
Per studiare la legge che regola il moto dei corpi conviene concentrarsi su oggetti pesanti, meno influenzati dalla resistenza dell’aria. E poi conviene rallentare la velocità della caduta, studiando il rotolamento su un piano inclinato. L’ultimo passo consiste nello studiare il moto di un pendolo, che elimina l’attrito.
Affrontando lo stesso problema da più punti di vista, in condizioni sperimentali diverse — il moto di un proiettile, il rotolamento su un piano inclinato, il pendolo — Galilei arriva a isolare il cuore del fenomeno, a determinare le leggi del moto. I Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze contengono alcuni bellissimi esempi di esperimenti mentali. Si tratta di uno strumento del tutto originale, che è forse il massimo contributo di Galilei allo sviluppo delle scienze: immaginare un esperimento, anche se non facilmente realizzabile, il cui risultato è tuttavia evidente. Un esempio tra tanti: se un oggetto si muove verso il basso, il suo moto è accelerato, se si muove verso l’alto il moto è ritardato, quindi Galileo può affermare che su un piano orizzontale l’oggetto non sarebbe né accelerato né ritardato, ma si muoverebbe a velocità costante. Tanto evidente è questa conclusione che non è necessario eseguire l’esperimento. Anzi l’esperimento non riuscirebbe perché non è possibile eliminare del tutto l’attrito, ma la conclusione resta.
Esperimenti mentali di questo tipo sono alla base della scoperta della gravitazione universale di Newton — la Luna cade come una mela? — o della teoria della gravità di Einstein — che cosa succede in un ascensore in caduta libera?
La fertilità del lavoro di Galileo per lo sviluppo delle scienze è impressionante, e si sviluppa già nei decenni successivi alla sua scomparsa. Nelle ricerche di Galilei troviamo i semi della scoperta del barometro di Torricelli, o della legge della gravitazione universale di Newton.
Intorno al 1675 Giovanni Cassini e il danese Ole Rømer, che studiavano un metodo proposto da Galilei per la determinazione della longitudine, osservarono delle irregolarità nel periodo di rotazione dei satelliti di Giove. Ottennero così la prima misura della velocità della luce, rispondendo a una precisa domanda posta da Galilei nei Discorsi. È conoscendo la velocità della luce che James Bradley, studiando l’aberrazione stellare, un piccolo spostamento della posizione apparente delle stelle, potè trovare nel 1729 una dimostrazione del moto della terra intorno al sole, quella dimostrazione che Galilei aveva inutilmente cercato cent’anni prima.
l’Unità 23.5.09
Partita doppia per Beato Angelico
di Renato Barilli
A 500 anni dalla morte di Fra’ Giovanni da Fiesole una mostra a Roma
con opere che arrivano da lontano
550 anni dalla morte di un personaggio illustre sono una ricorrenza alquanto artificiosa, se oltretutto viene realizzata ancora qualche anno dopo, come è nel caso di Fra’ Giovanni da Fiesole, universalmente noto sotto lo pseudonimo del Beato Angelico (1395-1455), ma il pretesto è opportuno in quanto consente di rifare i conti con una figura d’artista un po’ trascurata dalla critica, e di rendergli omaggio a Roma, tappa ultima del percorso di questo pittore. Il quale fu oppresso dal peso della santità che compariva fin nel soprannome assegnatogli. E dunque, siamo in presenza di un artista più che altro intento a compiti devozionali, a illustrare visioni di angeli, di beati o di reprobi, in luoghi magici alquanto lontani dalla nostra ribalta mondana? In parte è stato così, ma secondo un destino che non appartenne in esclusiva al nostro Beato, bensì venne condiviso dai suoi compagni di generazione, nati sul finire del Trecento e nei primi anni del Quattrocento, una generazione capeggiata da Masaccio ma nel cui ambito trovano posto altre figure di grande valore, Filippo Lippi, Paolo Uccello, Domenico Veneziano, e si aggiunga che proprio sul filo di quegli arditi ed avanzati esperimenti fu possibile a Leon Battista Alberti impostare la sua prospettiva, la celebre piramide rovesciata, con un vertice aguzzo, il punto di fuga, in cui andavano a convergere le linee che nella realtà scorrevano tra loro in parallelo. Una camicia di forza, in cui l’intero Occidente, al seguito della pattuglia degli sperimentatori fiorentini, in sintonia con i lontani colleghi delle Fiandre, andò a cacciarsi con supremo stoicismo, intuendo però che così, attraverso quel rigorismo matematico, ci si muniva di un perfetto strumento per inoltrarsi nelle lontananze geografiche, per stabilire le vie maestre dei traffici, dell’espansione mercantile. Fu insomma, quella del Beato Angelico, una generazione che patì su di sé un trauma, una scissione crudele. Col cuore, con l’apparato dei sensi, erano ancora i figli dell’età gotica, impacciata nel trattare la natura, monti aguzzi, rocce affilate come coltelli, schiere di angeli o demoni ordinate in lunghe file come su un pallottoliere. E questo versante era senza dubbio in carattere con una visione di paradisi o di inferni che non sono di questa terra. Ma per altro verso questi artisti ragionavano già in perfetta intesa con uno spirito mercantile e protoborghese, che intendeva apprestare lucide vie comunicative per conquistare le distanze, e che voleva fare ordine anche nel libro dei conti, magari imponendovi la logica stringente della partita doppia.
DUE DESTINI
La mostra romana ha il merito di non aver saccheggiato quel museo naturale dell’opera dell’Angelico che è, a Firenze, il Convento di San Marco. Le opere qui esposte vengono da sedi disperse ai quattro angoli del pianeta, ma ribadiscono questo doppio destino del Santo, perduto nel cuore dietro visioni celestiali, ben fermo nella mente a fare i conti con la realtà.
Beato Angelico a cura di A. Zuccari, G. Morelli, G. de Simone Roma Musei Capitolini Fino al 5 luglio Catalogo: Skira
il Riformista 23.5.09
Soru minaccia di chiudere l'Unità tre giorni prima delle elezioni
Ultimatum. Senza nuovi capitali Mr. Tiscali porterà i libri in tribunale il 3 giugno
di Tommaso Labate
Che Renato Soru voglia "disimpegnarsi" dall'Unità è cosa nota ormai da mesi. La sua volontà di liberarsi della testata rilevata esattamente un anno fa, ventilata già alla fine del 2008, è diventata ufficiale dopo la sconfitta di mister Tiscali alle regionali sarde.
La novità maturata nelle ultime quarantott'ore riguarda lo sfogo che Soru ha affidato a più d'un amico. «Per me la misura è colma. O arrivano nuovi capitali - è stato il ragionamento dell'ex governatore - oppure porterò i libri tribunale». Soru ha fissato una data, il 3 giugno prossimo. Tre giorni prima delle elezioni.
L' «avvertimento» ha trasformato l'ennesimo sos di mister Tiscali in un vero e proprio ultimatum. Indirizzato al Pd. Stavolta non si tratta di voci di corridoio né di messaggi in bottiglia. La dead line del 3 giugno, posta come data ultima prima di dare il via libera alla procedura di fallimento, Renato Soru l'ha fatta mettere nero su bianco nel corso dell'ultimo consiglio d'amministrazione del giornale. Nell'ultimatum affidato a suocera (i membri del board del quotidiano fondato da Gramsci) affinché nuora (Franceschini) intendesse, Mister Tiscali e i suoi uomini hanno chiarito il senso della loro richiesta. Della serie, «servono almeno quattro milioni di euro per mettere in sicurezza il giornale e noi non possiamo più mettere mano al portafoglio». Per cui è necessario «individuare entro pochi giorni la cordata disposta a impegnarsi per la ricapitalizzazione». Altrimenti, è il sottotesto, il Pd rischia di rimanere impelagato nella matassa Unità a soli tre giorni dall'apertura delle urne. Un rischio tutt'altro che calcolato, finora, ai piani alti del fortino democrat. Una grana decisamente più problematica della sfida fratricida in corso per il controllo di Rai Tre, che ieri Franceschini ha negato (ai microfoni di Repubblica tv) derubricandola a «cretinata».
Messa così, la vicenda Unità assomiglia a una bomba con il timer già azionato. Con un'aggravante: il progetto di ristrutturazione del quotidiano - approvato recentemente anche dall'assemblea dei redattori - è «tarato» su un'asticella di vendite fissata a cinquantamila copie. Di conseguenza il «piano Soru» - che si basa su molti tagli alle spese e la cassa integrazione a rotazione tra i giornalisti - andrebbe rivisto nel caso in cui le vendite scendessero dalla soglia fissata. Da qui la domanda: cosa potrebbe succedere quando l'Unità sarà costretta a rinunciare alle firme che sono pronte ad trasferire armi e bagagli nella redazione del Fatto, diretto da Antonio Padellaro, che esordirà a settembre? Detto altrimenti: quanti lettori perderebbe l'Unità se il quotidiano fondato da Gramsci dovesse fare a meno - tanto per fare un esempio - della firma di Marco Travaglio? Domande a cui è difficile dare una risposta, almeno per ora. Come è difficile stabilire se - come sostengono più fonti autorevoli - il direttore Concita de Gregorio ha già in mano il biglietto di ritorno verso la sua scrivania di Repubblica.
A differenza dei mesi scorsi, stavolta il «caso Unità» ha fatto scattare l'allarme rosso anche nella stretta cerchia di Franceschini. È Piero Fassino l'uomo a cui il leader del Pd ha affidato il compito (che conosce, tra l'altro molto bene) di sbrogliare l'intricata matassa. Una pista sui possibili nuovi soci porta a Marialina Marcucci, l'ex azionista di maggioranza, che sarebbe disposta a reinvestire sul quodiano di Gramsci i crediti ancora vanta da Renato Soru. Poi c'è una seconda pista, che lascia intravedere nell'ombra anche la manina di Walter Veltroni: quella che parte dal senatore democrat Raffaele Ranucci. Per anni punto d'incontro tra rutellismo d'antan e veltronismo, l'imprenditore romano starebbe lavorando ventre a terra per cercare imprenditori disposti a investire per salvare l'Unità.
Dietro l'attivismo di Ranucci, più d'uno intravede la scommessa che - per dirla con un autorevole fonte del Pd - «il tridente Franceschini-Veltroni-Fassino è disposto a giocare sul quotidiano in vista della battaglia congressuale d'autunno». Scommessa editoriale o base di un progetto politico? Chissà. Una cosa è certa: come garanzia di fronte alle banche, l'Unità ha bisogno del contributo pubblico del Pd. Lo stesso contributo cui Soru disse che avrebbe rinunciato, esattamente un anno fa, prensentandosi come il Salvatore.
il Riformista 23.5.09
Il Bellocchio che può Vincere
Magari Bellocchio poteva risparmiarsi quello scatto di nervi: «Siamo stati pugnalati alla schiena dalla stampa italiana». Pugnalati perché, nelle prime recensioni scritte a caldo, non si parlava del suo film come di un capolavoro? Poi, sull'onda degli entusiastici commenti stranieri, il giudizio è un po' cambiato, e vedremo che succederà domani sera a Cannes. Di sicuro "Vincere" è un film spiazzante, volutamente démodé nel suo andamento da "melodramma futurista", molto meditato sul piano della ricerca stilistica e visiva. Ridurlo a una cosuccia su Berlusconi e le donne è una sciocchezza, e farebbe bene il regista a non alimentare il cortocircuito con sornioni riferimenti. All'inizio amata appassionatamente e presto disconosciuta e vessata, Ida Dalser, incarnata da Giovanna Mezzogiorno con pose da film muto, finirà in manicomio, dove muore nel 1937. Testarda e rompiscatole fino all'ultimo, decisa a ribadire la "sua" verità. Cinque anni dopo tocca al figlio Benito Albino. Intanto, baffuto e non ancora pelato, vediamo il giovane Mussolini di Filippo Timi urlare a una riunione di socialisti: «Questa guerra è rivoluzionaria. Darà, col sangue, alla ruota della storia il movimento». Citazioni a effetto da "Christus" e "Maciste alpino", le parole d'ordine di Marinetti, i cinegiornali Luce a evocare la faccia pubblica di un Duce ormai distante e inavvicinabile, l'anticlericalismo bellocchiano che si stempera nel ritratto di suore gentili e complici, Ida come "un'eroina" antipatica, squilibrata, a suo modo purissima.
Repubblica Torino 23.5.09
Bellocchio da Cannes al Po "Qui è nato l´ultimo film"
La cosa più difficile è stata riuscire a evitare i riferimenti al presente e le sovrapposizioni tra Benito e Silvio
di Clara Caroli
La Film Commission ci ha molto agevolati, a Roma non avremmo trovato le location e le facce giuste
«In fondo è lei a vincere. Questa piccola donna italiana che nessun potere riesce a piegare», dice Marco Bellocchio di Ida Dalser, la prima moglie di Mussolini, della quale parla con passione e ammirazione. Appena tornato da Cannes, il regista dei Pugni in tasca, che ha fatto del coraggio e della battaglia contro l´ignavia il suo manifesto intellettuale, arriva questa sera sotto la Mole ad accompagnare Vincere, il film sulla moglie e il figlio segreto del Duce, in concorso sulla Croisette, girato lo scorso anno a Torino e in Piemonte col sostegno di Film Commission e da ieri nelle sale. Unica data promozionale in omaggio alla città che ha ospitato il set. Proiezione alle 20.30 nella sala uno del Massimo, dove prosegue la retrospettiva "La rabbia e l´amore". In sala anche i protagonisti: il tenebroso Filippo Timi - che rende di Mussolini una versione quanto mai sanguigna e tempestosa - e la lunare Giovanna Mezzogiorno che interpreta la Dalser, eroina di profilo pucciniano, dunque dal destino massimamente infausto (amata da Mussolini, poi ripudiata e infine rinchiusa in manicomio dove muore sola e abbandonata).
Sul filo tra grande storia e melodramma, una «tragedia omessa dalla storiografia ufficiale». Ma soprattutto il ritratto di una madre coraggio, di una piccola donna indomita, ribelle, estranea ad ogni tipo di mediocrità e compromesso, che non accetta un destino che non sia d´amore e combatte fino alla fine per difendere la verità dell´esistenza di sé e di suo figlio, diventati per il regime uno scandalo prima da nascondere e poi da annientare.
Bellocchio, si è innamorato anche lei, come il Duce, di Ida Dalser?
«Il Duce se ne innamorò per un tempo brevissimo, in un momento di fragilità. Io di questa donna ho amato il coraggio, la volontà ostinata, al limite della follia, di non arrendersi all´ingiustizia».
Riconosce in lei, oltre al coraggio, la passione, la ribellione, elementi presenti nelle sue biografie di regista?
«Riconosco la coerenza, il credere nelle strade meno facili, il rifiutare la soddisfazione che nasce dal semplice successo. Ma io, che pure non sono pavido né vigliacco, sono molto meno coraggioso di lei».
Quanto è stato difficile mantenere il film in equilibrio tra grande storia e melodramma?
«È stato più difficile evitare le semplificazioni e i riferimenti al presente, le sovrapposizioni tra Mussolini e Berlusconi, che avrebbero certo creato molte chiacchiere attorno al film. Un elemento pubblicitario al quale ho scelto di rinunciare».
A proposito. Anche Veronica Lario è una vittima del potere?
«Domanda classica. No, è una signora borghese che con l´aiuto di buoni avvocati sta divorziando dall´uomo più potente d´Italia. Ida Dalser era sola, con tutto il fascino di un´eroina sola contro tutti, con la statura di un´Antigone, di una Medea».
Perché ha scelto di girare a Torino?
«La Film Commission ci ha molto agevolati. Ho trovato le location adatte. Strade, paesi, monumenti, che fortemente modificati sono risultati perfetti. Le ragazze del casting sono state bravissime a trovare le facce giuste, i corpi gusti. A Roma non sarebbe successo, girano sempre i soliti».
Che rapporto ha con la città?
«Non la conosco molto bene, ma durante le riprese mi ci sono affezionato».
Al Museo del Cinema è in corso la sua personale. C´è un titolo al quale è particolarmente legato? O li ama tutti allo stesso modo come figli?
«Ogni tipo di risposta è ad alto rischio di retorica. Forse quello che amo di più è l´ultimo, forse bisognerebbe amarli e rivederli tutti. E più di una volta. La mia storia di artista è fatta di film apprezzati sempre con un po´ di ritardo. Ma, come si dice, il tempo è galantuomo».
E alla fine Ida Dalser che cosa vince?
«Niente, peggio di così non le può andare. Ma l´altro cade nella polvere e lei s´innalza nella grandezza».
Liberazione 22.5.09
Prove di regime
di Imma Barbarossa
Sono tra quante/i non pensano che dai guai giudiziari del potente di turno si possa uscire a sinistra, o per lo meno con una indignazione di massa diffusa che chieda moralizzazione della società e che da tale richiesta sia in grado di impostare un progetto politico alternativo. Sono, cioè, convinta che dalla fogna della arrogante immoralità non ci si solleva incontaminati e pronti ad una vera svolta. Il fango sporca, contamina, corrompe, offusca i possibili punti di riferimento alternativi, copre le vere responsabilità, fa di tutt'erba un fascio, mescola corrotti e corruttori, sparge qualunquismi ed egoismi corporativi; il fango è la base melmosa dell'antipolitica, in varie forme, le rivolte corporative, l'invidia nei confronti del potente, l'ammiccamento nei confronti di chi ci sa fare (ricordate l'epoca del craxismo?), la rassegnazione del cattivo realismo. E il fango ai giorni nostri è quello in cui ci hanno immersi Berlusconi e il berlusconismo: l'amplificazione da parte dei media delle sue spudorate menzogne, personali, economiche, finanziarie, politiche, con il conseguente staff di avvocati e portavoce prezzolati, coinvolge gran parte della società italiana, contribuisce a diffondere quel senso reazionario di massa, quel furbesco opportunismo che in forme inedite porta alle estreme conseguenze la passivizzazione persino dei potenziali soggetti della trasformazione. Certo, l'offuscamento non è generalizzato; anche ieri in una intervista al manifesto Piero Ottone ha abbozzato una analisi impietosa dello stato dei media in Italia, sorvolando pudicamente, ma esplicitamente, sul Corriere della Sera e - aggiungo io - sul suo aristocratico ed enigmatico direttore. Il corpo del tiranno avanza dappertutto, circondato dalla sua foltissima e maschia guardia del corpo, portavoce e body guard teste rasate con occhiali neri che si guardano intorno in cerca di qualche malcapitato che protesta, per allontanarlo e schiacciarlo.
Terra 23.5.09
Il caso Galileo. Storia di una conciliazione impossibile
di Noemi Ghetti
Dal 26 al 30 maggio, per la prima volta dopo 400 anni istituzioni religiose e scientifiche a confronto a Firenze in un convegno internazionale organizzato dalla Fondazione Stensen
Tra le numerose iniziative promosse nell’Anno Internazionale dell’Astronomia, proclamato dall’ONU per celebrare i quattrocento anni della reinvenzione astronomica del cannocchiale da parte di Galileo, il convegno internazionale di studi “Il caso Galileo” che si tiene a Firenze dal 26 al 30 maggio presenta una fisionomia piuttosto sorprendente. Organizzato dai gesuiti della Fondazione Stensen con lo scopo dichiarato di pervenire alla «fine di una secolare incomprensione», vede raccolti sotto lo stesso egida l’Accademia dei Lincei e l’Accademia pontificia delle scienze, università statali e cattoliche ed importanti enti di ricerca, come il CNR, l’Osservatorio di Arcetri e l’Istituto e museo di Storia della scienza di Firenze. Quattro giornate di lavori, a partire dall’inaugurazione alla presenza del Presidente della Repubblica nella basilica di Santa Croce, dove è sepolto lo scienziato, per arrivare alla villa “il Gioiello” di Arcetri, dove trascorse gli ultimi anni della sua vita. Allo stesso tavolo si avvicenderanno e si confronteranno i più qualificati specialisti mondiali della cultura scientifica e religiosa, dopo secoli di uno scontro ininterrotto, che ha visto momenti molto aspri.
Galileo è stato occasione di accese polemiche anche in tempi assai recenti, quando alla fine del 2007 l’invito a papa Benedetto XVI a tenere una “lectio magistralis” all’università statale La Sapienza scatenò la protesta nell’ambito del mondo accademico e studentesco. In quell’occasione venne ricordato infatti come nel 1990 l’allora cardinale Ratzinger, utilizzando una frase del filosofo della scienza Paul Feyerabend, avesse dichiarato: «All'epoca di Galileo la Chiesa rimase molto più fedele alla ragione dello stesso Galileo, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. Il processo contro Galileo fu ragionevole e giusto». E come, citando Carl Friedrich von Weizsäcker, Ratzinger si fosse spinto addirittura a proporre un collegamento diretto tra Galileo e la bomba atomica. Due anni dopo, nel 1992, Giovanni Paolo II tentò di porre fine a quasi quattro incresciosi secoli di «tragica reciproca incomprensione» con una tardiva “riabilitazione” di Galileo. Ma le argomentazioni addotte dal papa, di fatto tese ad addossare le maggiori responsabilità a Galileo e a circoscrivere quelle della Chiesa, suscitarono non poche critiche tra gli studiosi, e lasciarono il caso aperto a successive revisioni da parte cattolica.
Tra quelle attualmente in voga in ambito cattolico, forse la più paradossale è quella che pretende che Galileo sia stato miglior teologo che scienziato. Il suo errore non sarebbe stato, come sostiene Paolo Rossi, quello di essersi incautamente avventurato nel terreno minato dell’esegesi biblica. Al contrario, Galileo sarebbe stato un buon interprete delle Sacre scritture, rilevandone per primo il carattere di documento legato alla mentalità del tempo storico in cui furono redatte, successivamente accettato anche dalla Chiesa. Ma fu un cattivo scienziato, per aver sostenuto che il sistema copernicano era una verità fisica, e non semplicemente un’ipotesi matematica, venendo meno al carattere congetturale che deve caratterizzare la ricerca scientifica. Da questo punto di vista il cardinale Bellarmino invece sarebbe stato parimenti ottimo teologo e ottimo scienziato.
Ma, obietta Paolo Galluzzi (il Sole 24 Ore, 10.5.09): «si dimentica che il contrasto tra Chiesa e nuova scienza e quello tra Galileo e Bellarmino non si sviluppò affatto sul terreno dell’epistemologia; esso fu molto più semplicemente la conseguenza della ferma volontà delle autorità ecclesiastiche di negare a Galileo, così come a chiunque altro, la libertà di sostenere dottrine diverse da quelle insegnate da Santa romana chiesa».
Il caso Galileo si è prestato ad essere nei secoli un banco di prova della laicità molto frequentato, più di quello dell’eretico irriducibile Bruno, sul quale evidentemente non esiste alcuna possibilità di mediazione e riabilitazione. I due «martiri del libero pensiero» saranno messi a confronto al convegno da Michele Ciliberto, mentre Adriano Prosperi porterà il proprio contributo di storico dell’inquisizione e dei movimenti ereticali, e di esperto dei rapporti tra Chiesa e moderna scienza.
Galileo processato abiurò ed ebbe salva la vita. Memore del rogo di Giordano Bruno, che era stato condannato per avere aperto la strada alla possibilità di pensare l’origine della realtà umana dalla materia infinita e sensibile, Galileo escluse dal campo della sua ricerca l’uomo, indirizzandola più prudentemente al mondo fisico. Questo non bastò a metterlo al riparo dall’occhiuta Inquisizione.
La nostalgia per una ricerca abbandonata, quasi un senso di colpa risuona in un passo del Dialogo dei massimi sistemi del mondo, che gli era costato il processo, e che fino al 1835 rimase nell’Indice dei libri proibiti. La corruttibilità della materia, afferma Sagredo, spregiata dal pensiero aristotelico-cristiano, è dinamismo, vita. La vantata incorruttibilità dei corpi celesti, è morte. Non c’è principe, afferma poeticamente il nobile veneziano, che non darebbe tutti i suoi gioielli e i suoi ori per avere due carrate di terra, e «piantare in un picciol vaso un gelsomino o seminarvi un arancino della Cina, per vederlo nascere e produrre sì belle frondi, fiori così odorosi e sì gentili frutti». Ma il tono vibra di indignazione quando conclude: «E questi che esaltano tanto l'incorruttibilità, l'inalterabilità, etc., credo che si riduchino a dir queste cose per il desiderio grande di campare assai e per il terrore che hanno della morte; e non considerano che quando gli uomini fussero immortali, a loro non toccava a venire al mondo. Questi meriterebbero d'incontrarsi in un capo di Medusa, che gli trasmutasse in istatue di diaspro o di diamante, per diventar piú perfetti che non sono».
Bellarmino era un ottimo scienziato, sapeva cogliere molto acutamente le implicazioni nascoste in queste righe. Ci auguriamo che anche questa volta nessuna cristiana e hegeliana conciliazione riesca a cancellare l’irriducibile opposizione che separa religione e libera ricerca.
Terra 23.5.09

clicca sull'immagine per renderla leggibile