sabato 9 luglio 2016

Avvenire.it 08.07.16
Aquileia
Quando Tori e Leoni agitavano le acque del Mediterraneo
di Alessandro Beltrami

Difficile trovare un simbolo altrettanto duraturo e diffuso – al punto da essere pressoché universale – come il leone. Meriterebbe un'intera mostra apposita per la sua capacità di essere dimostrazione vivente della permanenza dei simboli. Il leone è passato da cultura a cultura incarnando intatti i valori della forza e della regalità. È una tradizione che ha origine in Egitto e passa presto in area mesopotamica e iranica, per poi dilagare. Si può ricostruire un piccolo ma significativo tassello visitando la mostra Leoni e Tori dall'antica Persia ad Aquileia, organizzata dalla Fondazione Aquileia, che da alcuni anni si occupa della valorizzazione dell'importante sito friulano, e allestita nel Museo archeologico nazionale. Si tratta di venticinque pezzi provenienti da Persepoli, il palazzo-città di Dario, e dal museo di Teheran – segno dei nuovi rapporti con l'Iran – tra elementi scultorei, bronzi e oggetti di oreficeria. Fondato da Ciro il Grande nel 550 a.C. e demolito dal turbine di Alessandro Magno – che a sua volta si presentò come suo 'erede' – tra 333 e 330 a.C., l'impero achemenide si estendeva dalle coste del Mediterraneo sino al subcontinente indiano. Le diverse etnie coperte dall'ombra persiana erano tributarie del "Re dei Re", come testimoniato dai celebri pannelli della scalinata di Persepoli, il palazzo-città che il condottiero macedone avrebbe dato alle fiamme nel 330 dopo avervi soggiornato per diversi mesi. L'architettura e l'arte achemenidi riassumono in sé la varietà culturale dell'impero, con presenze che derivano dalla tradizione mesopotamiche, elementi egizi e altri di ispirazione greca: «Non si tratta di un'architettura eclettica per scarsa originalità, come erroneamente creduto sino alla metà del Novecento – scrive in catalogo (Allemandi/Fondazione Aquileia) Pierfrancesco Callieri – ma del frutto di un abile programma teso a dimostrare la grandezza eccezionale dell'impero e la piena partecipazione di tutti i suoi popoli alla missione affidata dal Dio Ahuramazda al sovrano persiano». Un'architettura monumentale che i pezzi in pietra calcarea sia bianca che, soprattutto, nera esposti ad Aquileia suggeriscono per frammento, stimolando la fantasia a immaginarne la portata – e qui agisce in sintonia con il contesto archeologico circostante, dove è frastornante sapere che il borgo odierno di poco più di tremila abitanti era una città di 350mila abitanti, i cui resti sono quasi seminati tra i campi e le case. Enormi artigli leonini, teste bovine, torsi di tori antropomorfi in origine parte di enormi capitelli, lucidissimi e dai volumi perfettamente torniti. Dal grande al piccolo: le zampe leonine le ritroviamo in faience, la ceramica dai toni blu lapislazzuli, mentre una placca bronzea mostra l'incedere maestoso di una teoria di felini alati. Notevole poi ancora in bronzo una base composta da tre leoni a figura intera che sembrano imprimere un moto perpetuo. Il clou della mostra è però composto da una serie di ori del V secolo a.C.: un bracciale delle guardie imperiali (le cui protomi leonine hanno somiglianze impressionanti con gli affusolati leoni antelamici), lamine ornamentali (con due leoni monocefali che ritroveremo secoli dopo nel Medioevo fantastico europeo), un pugnale e soprattutto un magnifico rhyton, una sorta di "brocca" rituale, con la base costituita da un leone alato. La mostra si conclude con un salto di un migliaio di anni alla dinastia sasanide, alla testa del secondo impero persiano a partire dalla fine del V secolo d.C. e la cui storia si chiude con la conquista araba e l'islamizzazione della Persia. Le due teste leonine in stucco mostrano una decadenza della scultura ma i modelli restano sorprendentemente famigliari: non c'è reale differenza formale tra la placca decorativa con il muso in una cornice rotonda e i diffusissimi battiporta che vengono prodotti ancora oggi. Notevole invece il piatto d'argento con scena di caccia equestre al leone, del IV secolo dopo Cristo. Il cavaliere è rappresentato mentre al galoppo scaglia la freccia voltato di spalle. Il leone è mostrato due volte: in fuga e poi morto. Colpisce il nitore tecnico dello sbalzo e dell'incisione, come la ricerca di una maggiore freschezza naturalistica. Se infatti il cavaliere è ritratto nelle schematica posa di profilo, la testa del cavallo accenna a una torsione di tre quarti che ne rivela la dimensione volumetrica mentre il leone – che, quando è abbattuto, ha la testa reclinata – è una bestia guizzante. Simbolo ancora, sì, ma vivo.
Repubblica 9.7.16
Il senso di David Bowie per la scienza delle stelle
Dalle letture giovanili di Philip Dick alla passione per Tesla e per i viaggi spaziali fino al testamento pitagorico Ritratto non in musica di una rockstar
di Piergiorgio Odifreddi

Negli anni Cinquanta, quando David Jones era un bambino, uscirono due libri di fantascienza che da adolescente lo fecero sognare, come fece d’altronde tutto il genere, perché sembravano parlare proprio di lui: “Starman Jones” di Robert Heinlein (1953) e “Il mondo che Jones creò”, di Philip Dick (1956). Il primo è un romanzo di formazione che racconta di un ragazzo che voleva diventare un astronauta, e di un “cucciolo ragno” che sapeva giocare a scacchi. Il secondo è un romanzo distopico in cui compaiono mutanti umani ermafroditi che si guadagnano da vivere nell’industria dello spettacolo. Quei romanzi prefiguravano ciò che negli anni Settanta il giovane lettore David Jones sarebbe diventato, dopo aver cambiato il proprio nome in David Bowie: una scelta ispirata al pioniere James Bowie, morto nella battaglia di Alamo, e noto per il coltello da duello chiamato appunto “il Bowie”. Oltre che nella fantascienza e nel West, il futuro cantore delle stelle trovò la sua ispirazione anche in opere musicali
come I pianeti di Gustav Holst (1918): già con uno dei suoi primi gruppi, il Lower Third, Bowie ne interpretò il brano Marte, portatore di guerra.
Nel 1969 l’ancora sconosciuto cantante era ormai pronto per il proprio lancio spaziale, che scelse oculatamente (o furbescamente) di effettuare la settimana prima della missione dell’Apollo 11. Nei giorni in cui il razzo Saturno V decollava da Capo Kennedy e il modulo lunare Aquila allunava nel Mare della Tranquillità, il maggiore Tom decollava nel brano Space Oddity, “Stranezza spaziale”, lasciando però presagire una storia con un finale meno lieto, che sarebbe stata raccontata a spizzichi in seguito: in Ashes to Ashes (1980), Hello Spaceboy (1995) e Blackstar (2015).
Nonostante la semplicità del suo stile letterario e musicale, e un video rudimentale che scimmiottava il Kubrick di 2001 Odissea nello spazio (1968), Bowie catturò lo spirito del tempo dei voli spaziali, almeno per gli ingenui giovani dei “favolosi anni Sessanta”. E quasi cinquant’anni dopo la canzone originale è ancora lì, cantata dall’astronauta Chris Hadfield fluttuante nello spazio nel 2013, in un superbo video che è stato visto da trenta milioni di persone, e citata dal cardinal Gianfranco Ravasi in un tweet nel 2016, il giorno della morte del cantante.
Ma David Bowie non si accontentava di impersonare un astronauta: voleva diventare un extraterrestre, anche se per elevarsi nello spazio celeste dovette scendere nei bassifondi terrestri e prendere ispirazione da artisti maledetti come Iggy Pop e Lou Reed. Mescolandoli insieme sintetizzò nel 1972 Ziggy Stardust, che divenne per un paio d’anni il suo indistinguibile alter ego, e lo fece letteralmente uscire di senno. Bowie, accompagnato dal gruppo I ragni di Marte, raccontò L’ascesa e la caduta di Ziggy Stardust in un disco e una lunga serie di concerti, l’ultimo dei quali divenne un film.
Nel 1976 iniziò poi una carriera di attore cinematografico, che nel corso degli anni l’avrebbe portato a impersonare personaggi come il governatore Ponzio Pilato nell’Ultima tentazione di Cristo (1988), l’artista Andy Warhol in Basquiat (1996), e lo scienziato Nikola Tesla in The prestige (2006). Quest’ultimo nel film interviene per costruire una stupida macchina che produce sosia degli uomini, secondo la vulgata pop che lo presenta come uno scienziato pazzo che sfornava appunto sciocche idee, ma nella realtà è stato un fior di inventore e un pioniere dell’elettricità e della radio.
Nel suo primo film, L’uomo che cadde sulla Terra, Bowie interpretò semplicemente sé stesso, o almeno quello che ormai credeva di essere: un alieno di nome Thomas Newton, venuto sul nostro pianeta in missione (nella fattispecie, per cercare un modo di portare acqua al suo inaridito pianeta), ma rimasto intrappolato quaggiù. In una sorta di resa di favori, questa volta fu Bowie a ispirare un’ormai pazzo Philip Dick, arrivato a credere di essere scivolato nella California dei propri tempi dalla Roma dei tempi di Cristo: nel suo romanzo autobiografico Valis (1981) compare infatti una rockstar simile a Bowie. Dopo quasi dieci anni di can- zoni che un acuto John Lennon definì “rock’n’roll col rossetto”, di video e film che mescolavano astronavi e pianeti con il travestitismo bisex, di prese di posizioni filonaziste e di dipendenza dalla cocaina, nel 1977 Bowie si ripulì nell’anima e nel corpo e produsse insieme a Brian Eno due dischi di musica minimalista e strumentale: Low e Heroes. In seguito il compositore Philip Glass scoprì che essi contenevano «brani complessi mascherati da canzonette » e ne trasse due sue sinfonie omonime. Negli anni Novanta Bowie era ormai diventato un prodotto industriale, e il banchiere d’investimenti David Pullman lo immise nel mercato delle obbligazioni. In cambio di un pagamento anticipato di 55 milioni di dollari, Bowie cedette i diritti su tutta la sua produzione passata per dieci anni, e il banchiere emise dei Bowie bonds, che pagavano interessi più alti dei buoni del Tesoro decennali (7,9% contro 6,4%).
Memore del suo diploma all’Istituto Tecnico-Artistico ottenuto da ragazzo a Keston, in un sobborgo di Londra, Bowie sperimentò non soltanto con l’elettronica, ma anche con l’informatica. Poco dopo gli inizi di Internet, nel 1998, la BowieNet offrì per una decina d’anni ai propri utenti non solo un accesso tramite modem alla rete e un servizio di mail, ma anche una serie di contenuti musicali specifici, quali interviste, video e canzoni di Bowie disponibili solo in rete, in quello che fu uno dei primi social network musicali. Diventato ormai una stella pure lui, il cantante ritornò all’ispirazione delle sue origini nelle ultime opere. Anzitutto la canzone The Stars Are Out Tonight (2013), le cui protagoniste sono appunto le stelle, che vivono e muoiono mentre gli uomini le osservano da lontano. E soprattutto l’album Blackstar (2016), il cui titolo è un triplo senso che allude non solo a una stella astronomica, ma anche a una stella pitagorica a cinque punte raffigurata sulla copertina, e all’espressione che i medici usano per indicare una lesione cancerosa. Il lungo video che illustra l’omonima canzone mostra un pianeta sconosciuto sul quale ha trovato la morte un astronauta. E un Bowie bendato e atterrito canta autobiograficamente di una candela che si spegne, e del giorno dell’esecuzione di una stella nera che è anche una stella del pop e una stella del cinema, com’erano appunto sia il maggiore Tom che lui. Nel video della canzone Lazarus, invece, lo stesso Bowie bendato giace e si libra su un letto di un ospedale-obitorio, cantando tormentato di essere ormai in Paradiso, di avere ferite invisibili e di essere in pericolo, ma di non avere più nulla da perdere e di essere ormai libero.
Corriere 9.7.16
Piangere in pubblico
di Roberta Scorranese

Una volta qui era tutta una valle di lacrime. Piangeva Ulisse, costretto a stare lontano dalla patria e piangeva Penelope, costretta a stare lontana da Ulisse; piangeva Patroclo e piangeva pure Achille, che prima aveva rimproverato l’amico perché singhiozzava «come una bambina»; piangeva persino il cavaliere Orlando, che si concesse anche un femmineo mancamento.
E oggi? Oggi qui è tutta una valle di lacrime. Piange Obama (durante il discorso sulle armi tenuto nel gennaio scorso alla Casa Bianca) e piangeva (sempre al momento giusto) Bill Clinton; piangono Barzagli e Buffon per l’eliminazione degli Azzurri all’Europeo 2016 (per non parlare del ct Antonio Conte) e piange la sconosciuta espulsa dall’Isola dei Famosi; piange la sindaca di Roma e, cosa interessante, secondo un sondaggio di «Opinium» diffuso dal Guardian , all’annuncio della vittoria del sì al referendum britannico che ha scelto l’uscita dall’Unione Europea, quasi la metà della fascia di giovani tra i 18 e i 24 anni ha pianto, a differenza degli adulti. Piangono tutti, o quasi.
Il singhiozzo inarrestabile dei calciatori dopo l’addio dell’Italia ai rigori contro la Germania ci ha ricordato che (almeno nel consumo di fazzoletti) una parvenza di parità tra i sessi il Novecento ce l’ha portata: il pianto in pubblico con tanto di nota isterica (tipico dell’eroina sventurata dell’Ottocento) appartiene sia agli uomini che alle donne. Anche se Nora Ephron, somma sacerdotessa dei cuori spaiati, ammoniva: «Gli uomini che piangono provano dei sentimenti, ma i soli sentimenti per i quali tendono a essere sensibili sono i propri». E poi: sebbene fatte delle stesse sostanze acquose e saline (pare strano ma la scienza del pianto resta un mistero: lo facciamo da tristi e da felici, forse è un primitivo codice di comunicazione non verbale, forse c’entra la quantità di testosterone, forse no), le lacrime di Ulisse e quelle di Buffon sono diverse.
Le prime sono state ben raccontate dallo scrittore Matteo Nucci nel libro Le lacrime degli eroi (Einaudi): nel mondo omerico, gli eroi non avevano vergogna nel piangere, perché era un modo per prendere coscienza della propria fragilità e ripartire da qui per compiere gesta epiche. Poi, però, Platone, nella Repubblica, mise un freno ai singhiozzi, asserendo che il vero patriota ha bisogno di coraggio e di ciglio asciutto. E «nel V secolo greco – scrive Nucci – ormai, chi piangeva non poteva essere considerato un uomo». Ovviamente la «valle lacrimarum» riaffiorò con altri mezzi e tutta la mistica medievale ci racconta di gemiti di contrizione, sia maschili che femminili. «Prendiamo il pianto di Sant’Ignazio di Loyola — suggerisce l’antropologo Franco La Cecla —: è fatto di pentimento, afflizione per il peccato. Una via alla redenzione. Diverso dal pianto puritano, di matrice anglosassone, che è invece sete di onestà, trasparenza», un fanatismo dell’autenticità. E così, nel ‘900, le lacrime private sono diventate in qualche modo teatro aperto, una sorta di marchio di integrità.
Ci si ricongiunge così al secolo scorso, dominato da mezzi di comunicazione sempre più raffinati e pervasivi. Nel 1991 il generale Norman Schwarzkopf, protagonista dell’operazione Desert Storm nella Guerra del Golfo, scoppiò a piangere in favore di telecamera. Subito i giornali presero a ipotizzare un suo imminente impegno politico, associando le lacrime a una volontà di apparire irreprensibile. E forse non è un caso che tre anni dopo, nel 1994, come ricorda Tom Lutz in Storia delle Lacrime (Feltrinelli), la rivista Time pubblicasse una foto dell’ex presidente George Bush, colto nel pianto mentre era nel suo studio. Erano anche gli anni in cui il critico americano Robert Hughes pubblicava il celebre saggio La cultura del piagnisteo (tradotto da Adelphi) in cui affermava, in sostanza, che siamo tutti figli di quel vittimismo (piagnone) di matrice puritana che finisce per premiare il politicamente corretto in nome di una eguaglianza utopistica nonché distorta. Ma, ragiona l’antropologo, anche grazie alla televisione, il pianto ha potuto diventare una specie di confessione seguita da assoluzione collettiva. E forse c’è un legame sottile tra questa rigenerazione mediante le lacrime e quella che, in un bel libro tradotto da Einaudi dal titolo Il pudore , Monique Selz definisce la «dittatura della trasparenza», la frenesia del gioco allo scoperto, del mostrarsi per intero sacrificandosi sull’altare di una presunta limpidezza scambiata sovente per incorruttibilità.
«E di sicuro – afferma La Cecla – ancora oggi si tende a identificare uno che piange in pubblico come onesto e buono. Ma, sorpresa!, ecco che qui tornano le differenze tra uomini e donne: queste ultime sono più abituate a piangere, a loro è stato concesso nel corso dei secoli, dunque conoscono bene tutte le sfumature teatrali del singhiozzo. È proprio per questo che non si fidano della lacrima pubblica. Cosa alla quale, invece, gli uomini spesso finiscono per credere, perché meno attrezzati a comprenderne le dinamiche».
La conclusione? Noi donne non ci caschiamo. E così si spiegano sia la palpebra secca di politiche di primo piano come Hillary Clinton, sia l’aumento esponenziale di maschi gementi. Un’eccezione però si può fare: quelle di Buffon e di Conte con ogni probabilità sono state lacrime vere. A chiunque avesse lottato fino all’ultimo rigore sarebbe venuto da piangere nel vedere l’allegro sfottò di Pellé a Neuer, subito punito dal portiere tedesco.
Corriere 9.7.16
La scuola cattolica batte don Milani
Strega, Albinati vince con 143 voti e si commuove ricordando Zeichen. Affinati secondo con 92
di Paolo Fallai

Senza dubbi. La scuola cattolica di Edoardo Albinati (Rizzoli) ha vinto la settantesima edizione del Premio Strega con 143 voti, confermando proprio tutte le caratteristiche dell’appuntamento, tranne sede e giorno. Che Edoardo Albinati e il suo sterminato romanzo avrebbe dominato il campo, era chiaro mezz’ora dopo che Raffaele La Capria e Sandro Veronesi lo avevano presentato. Gli Amici della Domenica, vasta platea «democratica» come l’aveva definita Maria Bellonci, è composta per lo più da addetti ai lavori, scrittori, giornalisti, direttori editoriali. Hanno capito subito che Edoardo Albinati era il «predestinato» di questa edizione. Oltre il tormentone delle 1.300 pagine, oltre le retoriche sul San Leone Magno, la scuola romana che fa da sfondo al libro, e sui protagonisti del delitto del Circeo che lo segnano, ha vinto il coraggio di un saggio romanzato sulla formazione di una intera generazione. Autore di un libro di formazione per eccellenza, «spiraliforme» ha detto un critico colto, Edoardo Albinati costringe il lettore ad una appassionante rincorsa dai tremori dell’adolescenza all’età della riflessione. E al tempo stesso lo accompagna fedelmente, ripescando uno ad uno i fili che semina, raccogliendoli con semplicità. Lascia l’unica irritazione al tempo irrituale di lettura. «M’ero preparato il discorsetto come all’Oscar — ha detto Edoardo Albinati dal palco — ma mi considero solo il redattore di questo libro, ringrazio chi mi ha dato l’idea di scriverlo, chi l’ha riletto e l’editore Rizzoli che ha deciso di pubblicarlo quando pensavo di smettere. Da tre giorni a questa parte — ha aggiunto commosso — penso che tutta questa gioia e questa fatica vada dedicata a Valentino Zeichen, una persona cara e nobile».
Maggiore attenzione al vestiario, qualche incertezza ai tornelli, il sollievo nell’individuare il buffet, la sorpresa in rosso della sala Sinopoli, l’antico Premio ha fatto un po’ fatica a dimenticare lo storico e scomodissimo Ninfeo di Villa Giulia, tanto che Francesco Piccolo lo ha evocato con nostalgia, ma si è adattato presto alle comodità del moderno Auditorium di Renzo Piano. Anche lo spostamento dal «primo giovedì» di luglio ad un venerdì sera lontano dalle semifinali del Campionato europeo di calcio.
Scontato il vincitore, la serata ha cercato di rianimarsi con la battaglia per il secondo posto vinto da Eraldo Affinati, «lo sfidante», con l’omaggio a don Milani nel suo L’uomo del futuro (Mondadori), 92 voti, appena tre in più rispetto al «fuori quota», Vittorio Sermonti, con Se avessero (Garzanti, gruppo Gems) che ne ha avuti 89. Ha prevalso la qualità del don Milani proposto da Affinati e l’ingordigia Mondadori, determinata a non lasciare nemmeno un centimetro di spazio a nessuno, sulle legittime speranze del gruppo Gems e l’ampia platea di estimatori di Sermonti. Chi invece si era prenotato una bella serata «a prescindere» sono il guastatore a nome di tutti i piccoli, Giordano Meacci con Il cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) e l’ambasciatrice della neonata Nave di Teseo, Elena Stancanelli, con La femmina nuda che hanno raccolto rispettivamente 46 e 25 voti. Erano già contenti prima di entrare anche per gli interessi cinematografici sui due romanzi .
Tra i momenti emozionanti il ricordo di Umberto Eco, scomparso il 19 febbraio scorso, vincitore del Premio Strega nel 1981 con Il nome della rosa . Un omaggio sentito, mentre suscitava curiosità la breve apparizione della sindaca Virginia Raggi, all’esordio con complimenti. «È un premio fondamentale», e ritrosie: «Non ho un libro preferito, sono un po’ anomala». Una serata fortemente «autocelebrativa», come voluto dalla Fondazione Bellonci (e dall’Unione industriali del Lazio che in questi tre anni ha risolto più di un problema con il suo contributo) con una lunga ricostruzione storica condotta in sala da Loredana Lipperini, mentre scorreva lento lo spoglio delle schede (395 su 460 votanti), guidato dal vincitore dello scorso anno Nicola Lagioia . La colta simpatia di Pino Strabioli (finalmente!), ha scandito la diretta su Rai Tre. Con le interviste ai cinque scrittori finalisti, splendidi filmati di repertorio, un affettuoso saluto a Franca Valeri presente in sala con Carla Fracci e le canzoni d’epoca, proposte dalla brava Chiara Civello, meravigliose come Arrivederci e Senza fine , anche se il titolo della seconda qualche battuta, a serata inoltrata, l’ha suscitata.
E proprio «alla fine» anche questa serata ha riproposto tutti i caratteri «genetici» dello Strega: una mondanità non ostentata, una letterarietà fin troppo esibita, un calcolo commerciale che smuove le montagne. La vittoria del Premio Strega regala un incremento di vendite intorno al 400/500%. Il resto sono chiacchiere, speranze, delusioni. Grandi partecipazioni, con tutti gli snobismi possibili, e grandi ritirate, con polemiche, una volta fallito l’obiettivo. La verità è che al Premio Strega vorrebbero partecipare tutti, ma vince solo Gian Arturo Ferrari.
Nonostante gli apprezzabili sforzi del presidente Tullio De Mauro e del direttore della fondazione Stefano Petrocchi, che in questi ultimi anni, ne hanno inventate di tutti i colori: le tre preferenze obbligatorie per la cinquina, il voto dei ragazzi, degli Istituti di cultura, delle librerie indipendenti. Niente da fare, gli «Amici» non si scuotono più di tanto. Nessuna sorpresa neanche la riunificazione degli eserciti Mondadori e Rizzoli che si sono combattuti negli ultimi decenni. Gli stessi avevano fatto scrivere, a suon di ripetute vittorie, che il Premio Strega era ormai di proprietà dei grandi editori. Quest’anno non c’è rimasto che rinunciare al plurale . D’altronde il «superstrega», concorso online su tutti i premiati è stato vinto da Il gattopardo di Tomasi di Lampedusa. Come stupirsi?

il manifesto 9.7.16
Le piccole verità di una vita piena
Saggi. «Non essere Dio. Un’autobiografia a quattro mani» di Gianni Vattimo e Giorgio Paterlini per Ponte alla Grazie
di Nicolas Martino

Non essere Dio, ovvero rifiutare gli assoluti, ecco il compito di un’intera vita, quella di Gianni Vattimo, filosofo, ripercorsa insieme a Giorgio Paterlini in Non essere Dio. Un’autobiografia a quattro mani (Ponte alle Grazie, pp. 224, euro 15). Un ritratto di sé che può ricordare i «Saggi» di Montaigne, non solo per l’ironia che percorre tutta la narrazione e per lo stile che varia in continuazione, dall’anedotto biografico, al saggio filosofico breve e fulminante, all’intervento sull’attualità, ma anche e soprattutto per lo scetticisimo di fondo che è la cifra filosofica del nostro come già del gentiluomo perigordino del XVI secolo.
Allora erano stati soprattutto i conflitti religiosi e la scoperta del Nuovo Mondo a indurre la crisi scettica di Montaigne, quando il vecchio mondo era ormai morto e quello nuovo iniziava appena a configurarsi in una condizione sospesa tra il non più e il non ancora. Una condizione che torna a proporsi oggi, quando la forza propulsiva della modernità si è consumata e un mondo nuovo inizia lentamente a prendere forma dalle macerie di quello vecchio, tra scosse telluriche e molteplici contraddizioni. È la globalizzazione, ciò che culturalmente chiamiamo il postmoderno, da sempre tema vattimiano per eccellenza.
Nell’avventura filosofica di Vattimo, come è noto, da sempre lo accompagnano Nietzsche e Heidegger, il primo a confermare che se il mondo vero è diventato favola, allora anche il mondo apparente non è più meno vero, e che se ci si libera dalle verità assolute quello che ci rimane sono le interpretazioni. Il secondo, il mago di Messkirch, a ricordare che l’Essere si da nascondendosi, ovvero, e qui interviene l’interpretazione di Vattimo che aggiunge l’accento sulla congiunzione heideggeriana, che l’Essere è tempo, e quindi è linguaggio perché coincide con gli orizzonti storico-linguitici che si succedono nelle diverse epoche storiche, secondo la lezione di Gadamer «urbanizzatore» di Heidegger.
Ora se l’Essere, sottoposto a una cura dimagrante, si è fatto leggero, e la verità forte della metafisica si è dissolta a favore di una verità debole, l’Essere che la metafisica occidentale ha scordato a favore degli enti non va certo restaurato, ma piuttosto rammemorato. E proprio questo mondo esploso in cui le verità sono tante quante le differenze, in cui ciò che è in gioco è un conflitto di interpretazioni, questo mondo globalizzato in cui la tecnica ha colonizzato definitivamente l’esistente, è anche e soprattutto un’occasione di liberazione per Vattimo, fedele in questo al celebre verso di Hölderlin secondo il quale «là dove cresce il pericolo cresce anche ciò che salva».
Un’occasione di liberazione dalle verità forti che sono sempre anche violente, dalle identità blindate e dalle tradizioni autoritarie. Eppure, qui l’obiezione critica, questo pensiero «libertario» che scommette sulla globalizzazione e la differenza, seppur eticamente schierato dalla parte dei più deboli, rischia di diventare apologia dell’esistente quando nel suo scetticismo sembra dimenticare la verità «dura» del Capitale e dei suoi rapporti sociali, quando la celebrazione della fine della Verità con la maiuscola sembra dimenticare che la verità, dopo il moderno, non si perde in un caleidoscopio multicolore, ma è quella verità scritta con la minuscola eppure potente e concreta, quella verità materialista costruita con le nostre mani.
Un pensiero, insomma, che da libertario tende ad accomodarsi nella più classica delle tradizioni liberali quando si nasconde dietro il fumo di una «destinalità» che non è mai politicamente innocente.
In conclusione, per tornare a Montaigne, questa è una sorta di «circumnavigazione» di sé, che va dalla periferia torinese dove Vattimo è nato, figlio di un poliziotto calabrese e di una sarta, alla militanza cattolica, anche lui come molte delle menti migliori del Belpaese, nella Giac, dall’Università dove è allievo prediletto di Pareyson, alla scoperta della propria omosessualità vissuta inizialmente con difficoltà, ma senza mai rinunciare ad affermarla tanto da diventare un militante del «Fuori». Passando per la Rai degli esordi dove lavora insieme a Colombo ed Eco, alle scuole serali dove gli operai delle grandi fabbriche si preparavano alla licenza media e capitava che regalassero al giovane insegnante indimenticabili lampi di poesia, attraverso la carriera accademica internazionale, il successo mediatico, l’impegno politico e la riscoperta del comunismo. Per arrivare, infine, all’organizzazione di una vita privata retta da un’architettura amorosa delicata e commovente, attraversata dal dolore, fatta di equilibri fragili ma sempre appasionati e fondati sulla «cura» reciproca. Una vita «libera», raccontata qui con autentico trasporto.
il manifesto 9.7.16
Alla ricerca di un Politico nell’era dei piccoli Napoleone
Saggi. «La scienza politica di Gramsci» di Michele Prospero per Bordeaux edizioni. Da Grillo a Renzi, la nuova onda populista esprime la crisi della democrazia rappresentativa
di Leonardo Paggi

Da tempo ormai immemorabile la bibliografia italiana su Gramsci è dominata dal tema dei suoi rapporti con il partito negli anni del carcere. L’esistenza di una difformità, peraltro da sempre largamente nota, tra i Quaderni e i coevi indirizzi culturali e politici del partito ha generato una ricerca sempre più ossessiva sul «tradimento» che sarebbe stato giocato ai danni del prigioniero. Sull’onda di una filologia avventurosa e spericolata si è persino ipotizzato un quaderno «mancante», fatto sparire dalla censura preventiva del Pci. Si accoglie pertanto quasi con sollievo un libro come quello di Michele Prospero (La scienza politica di Gramsci, Bordeaux) che torna a cimentarsi con una lettura diretta dei testi.
La tesi del libro è che la richiesta di un politico forte e auto centrato fa da contrappunto in Gramsci ad una analisi che indugia a lungo sui modi in cui un sistema liberale di tipo parlamentare può subire un processo di progressivo corrompimento e degrado fino alla negazione di fatto del principio della rappresentanza democratica. La crisi del partito, in quanto essenziale tratto di unione tra società civile e stato, è sempre il vero epicentro di una involuzione di sistema, destinata a sfociare, prima o poi, in un mutamento della stessa forma di governo. Prospero ripercorre e commenta tutti i fondamentali passaggi dell’analisi gramsciana: la degenerazione burocratica, la disgregazione trasformistica, la fascinazione carismatica, la regressione nell’apoliticismo, l’involuzione cesarea, che può avanzare anche attraverso la formazione di grandi coalizioni di governo che tolgono al parlamento la sua precipua funzione di rappresentazione politica del conflitto sociale.
Una teoria dello Stato
Comprensiva di questa complessa fenomenologia è la più generale contrapposizione tra lo stato inteso come costituzione e il governo, tra la politica come forma in cui una società si organizza e si esprime in ottemperanza ai conflitti sociali da cui è percorsa, e la politica come macchina o tecnica (come governance nel linguaggio di oggi), ossia come potere esecutivo che ricerca nella sua separazione e nella sua razionalità esclusiva ed escludente il principio del proprio sviluppo. O ancora: tra lo stato che si allarga alla società civile e lo stato che si contrae nell’apparato burocratico. Questa linea di conflitto attraverso cui matura sempre lo svuotamento di ogni forma di sovranità popolare, ha investito, per Gramsci, anche il nuovo potere nato dalla rivoluzione d’ottobre. In questo senso si può dire che nei Quaderni ci sono i fondamenti di una teoria unica dello stato. In qualsiasi contesto sociale la democrazia avanza solo con la diffusione e l’arricchimento del politico.
Gramsci non ha letto gli ultimi corsi di Foucault al Collége de France sulla contrapposizione tra stato e governamentalità. I suoi punti di riferimento sono da un lato La filosofia del diritto di Hegel, che, nelle sue parole, interpreta la società civile come «trama privata dello stato», dall’altro Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte di Marx, che vede nel potere dell’esecutivo, sempre più dilagante con lo sviluppo di rapporti capitalistici, la causa immanente di ogni involuzione autoritaria. Il passaggio da Napoleone il grande a Napoleone il piccolo sta a testimoniare l’esistenza di un potere separato che sovrasta e condiziona la politica. Per questo l’involuzione cesarea può avanzare senza il concorso di grandi personalità.
Dinanzi all’incapacità del pensiero liberaldemocratico classico di dire una parola sulla crisi della democrazia che stiamo vivendo, i Quaderni di Gramsci, che Norberto Bobbio volle tanto tenacemente mandare in soffitta, continuano ad avere un singolare potere di illuminazione sul presente. Oggi valutiamo meglio l’effetto disarmante di una visione della democrazia che si costruiva nella più completa ignoranza del legame di ferro tra potere economico e potere burocratico che la mondializzazione e lo stesso sviluppo del processo di integrazione europeo stava già allora saldando.
La lettura dei testi gramsciani che Prospero ci propone è legittimamente, ossia senza alcuna sollecitazione dei testi, orientata all’esperienza dell’oggi. Si può dire che in essa si definisce la prospettiva critica con cui egli guarda alla crisi italiana nel suo volume immediatamente precedente Il nuovismo realizzato. L’antipolitica dalla Bolognina alla Leopolda, Bordeaux. Con particolare efficacia il capitolo intitolato «La rivoluzione passiva» suggerisce come nello smantellamento progressivo del partito politico, sempre incoraggiato e promosso dai poteri costituiti, si debba cogliere il tratto distintivo di una «crisi organica» che dall’inizio degli anni Novanta arriva, con le elezioni del febbraio 2013, al crollo del bipartitismo, assunto come principio fondante della seconda repubblica, per approdare (provvisoriamente!) all’Opa (offerta pubblica di acquisto) di Renzi sul Partito democratico.
Il ciclo populista genera un politico sempre più fragile e aleatorio, in cui il carisma di carta pesta inventato dai media si mescola con la degenerazione trasformista e con un discorso pubblico sempre più svuotato di ogni contenuto reale. Le affinità tra questi diversi episodi sono indubbiamente impressionanti. E tuttavia la fedeltà allo spirito della analisi gramsciana impone la ricerca di differenze che indiscutibilmente permangono. Con i leaderismo di Berlusconi si cementa una nuova destra di governo estranea e aggressivamente contrapposta a tutta la precedente storia repubblicana. Con il leaderismo di Grillo si esprime la protesta di vasti ceti popolari nei confronti di un sistema politico che ha abbassato drammaticamente il livello delle proprie prestazioni, disattendendo sistematicamente le aspettative della società civile. Con i leaderismo di Renzi giunge a conclusione la involuzione programmatica e politica del Partito democratico (a sua volta ultima metamorfosi del vecchio Pci) che è definitivamente precipitata nell’autunno del 2011 con il consenso dato alla formazione del governo Monti.
Stress da austerità
Nell’ondata populista che oggi investe tutti i sistemi politici europei sottoposti allo stress della politica di austerità si esprimono contenuti sociali spesso tra loro opposti. La protesta antipolitica di chi ha perso il lavoro rimane profondamente diversa da quella di chi non vuole pagare le tasse. Riuscire a mantenere il senso delle distinzioni è la vera posta in gioco sia dell’analisi che dell’iniziativa. La perenne saldatura tra contenuto e forma è in effetti il lascito più importante della metodologia gramsciana che questi due libri di Prospero ripropongono con grande forza all’attenzione della nostra cultura politica.
Il Sole 9.7.16
Elezioni politiche. La posta in gioco domani è il cambiamento della Costituzione
A Tokyo un voto che può archiviare il pacifismo
di Stefano Carrer

Si profila il minimo storico di votanti, sotto il 50%, nelle elezioni di domani in Giappone per il rinnovo di metà della Camera Alta, che alcuni definiscono le più importanti da decenni: la campagna elettorale è stata piuttosto apatica e la maggioranza dei giapponesi non sembra rendersi conto che la posta in gioco è nientemeno che il cambiamento della Costituzione ed in particolare della sua clausola ultrapacifista (articolo 9).
Il terzo appuntamento elettorale degli ultimi quattro anni, secondo gli ultimi sondaggi, potrebbe dare al premier Shinzo Abe il destro per passare alla storia come il promotore della revisione costituzionale: la coalizione di governo, più un paio di partitini favorevoli, potrebbe conquistare 78 dei 121 seggi in palio, conquistando quindi i due terzi dei seggi della Camera Alta necessari per la riforma (da sottoporre poi a referendum).
A parte l’astensionismo, il miglior alleato di Abe appare una certa mirata disinformazione: il suo team ha messo la sordina al controverso tema costituzionale e il vicepresidente del partito Masahiko Komura è arrivato a dichiarare in un programma tv che ci sono zero possibilità di una revisione dell’articolo 9. Cosa non credibile. Altro esempio: mentre tutte le aziende hanno già dichiarato i risultati dell’anno fiscale a tutto marzo, il fondo pensione pubblico (Gpif) ha rinviato la comunicazione a dopo le elezioni, per non ufficializzare di aver perso qualcosa come 50 miliardi di dollari in un solo anno dopo il cambiamento dell’asset allocation (voluta dal governo) verso una forte esposizione ad asset di rischio (100 miliardi di dollari la perdita stimata negli ultimi 15 mesi): ce ne sarebbe abbastanza per allarmare un popolo di pensionati (26,7% oltre i 65 anni) e mettere in discussione i risultati dell’Abenomics.
Come aveva fatto nelle elezioni del 2013 e 2014, Abe parla soprattutto di economia per poi perseguire una chiara agenda politica (prima la legge sui segreti di Stato, poi leggi sulla Difesa collettiva nel 2014). Il gioco può riuscirgli una terza volta. Si focalizza sul chiedere più tempo per l’Abenomics e invoca i vantaggi della stabilità politica: congiuntura debole e venti di ritorno della deflazione sarebbero colpa di fattori esterni come il rallentamento cinese e, da ultimo, la Brexit che ha rafforzato lo yen. Si presenta come l’uomo che ha rinviato per la seconda volta l’aumento dell’Iva (previsto da un accordo bipartisan del 2011, con cui il Partito Democratico si suicidò politicamente) e capitalizza sulla recente leadership del G-7 e sulla prima visita di un presidente Usa a Hiroshima. Promette nuovi stimoli fiscali con una maggiore attenzione al welfare e vanta l’irrigidimento del mercato del lavoro (in cui però crescono solo i contratti temporanei). Così mantiene il vento in poppa a dispetto di una diffusa percezione della scarsa efficacia delle politiche economiche da lui promosse.
Ad ogni buon conto, il manifesto elettorale del suo partito non cita più la Banca del Giappone, diventata impopolare dopo l’introduzione di tassi negativi nel sistema e la cui credibilità si è appannata tra continue revisioni al ribasso delle sue stime su economia e raggiungimento del target di inflazione.
I principali partiti di opposizione restano deboli e dispersi: sono riusciti però a concordare candidati unici nei soli collegi uninominali. Non farà differenza la concessione del voto ai diciottenni, 40 anni dopo l’Italia: di 2,4 milioni di individui tra 18 e 20 anni, dovrebbero votare in meno di un milione.
L’Ldp di Abe sembra quindi vicino a conquistare da solo la maggioranza assoluta dei seggi della Camera Alta. L’eventuale avvio della revisione costituzionale è destinato a suscitare tensioni politiche all’interno e all’estero, specie presso Cina e Corea. Sembrerebbe più che normale che, dopo 70 anni, un Paese cambi una carta fondamentale nata sotto occupazione militare straniera. L’art.9 (che proibisce la stessa esistenza di forze armate) è del resto gia’ stato svuotato: oggi,ad esempio, Tokyo ha una Marina più grande di quella britannica. «Ma molti vedono nell’articolo 9 un potere residuale simbolico importantissimo, in quanto manifesta i sentimenti pacifisti come norma collettiva», afferma Jeff Kingston, direttore degli Asian Studies alla Temple University: sarebbe dunque un saldo presidio al possibile ritorno dell’autoritarismo o di avventure belliche. E la bozza di revisione rivelata dall’Ldp, secondo molti osservatori, tende a esaltare il ruolo dello Stato, enfatizzando più i doveri che i diritti dei cittadini.
Repubblica 9.7.16
“Processate i dirigenti per l’ondata di suicidi a France Télécom”
Per i tagli 60 dipendenti del gruppo si sono tolti la vita
Ora chiesto il rinvio a giudizio degli ex top manager
Secondo l’accusa il piano era destabilizzare i lavoratori per poi costringerli a dimettersi I sindacati: la definizione di mobbing è riduttiva, si è trattato di omicidio involontario
I top manager di France Télécom ricevevano premi e benefit a fine anno se riuscivano a mandare via un alto numero di impiegati
di Anais Ginori

PARIGI. Dopo sette anni di indagini, la Procura di Parigi ha chiesto il rinvio a giudizio per i manager di France Télécom che erano alla guida del gruppo durante la tragica ondata di suicidi tra i lavoratori. I dirigenti della società, diventata nel 2013 Orange, sono accusati di mobbing e potrebbero essere dunque processati. Sarebbe una prima assoluta e un precedente utilizzato in altre situazioni, anche se il caso di France Télécom è stato il più drammatico e noto.
Durante la fase di ristrutturazione aperta nel 2006 l’amministratore delegato Didier Lombard aveva annunciato il taglio di 22mila dipendenti e il trasferimento di altri 14mila. Nei tre anni successivi, sessanta impiegati del gruppo si sono suicidati, di cui trentacinque tra il 2008 e il 2009. Il sindacato interno aveva sporto denuncia contro il management, citando «metodi di gestione di una straordinaria brutalità».
Gli accusati per cui la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio sono in totale sette: l’ex amministratore delegato Lombard, l’ex numero due Pierre Wenes e l’ex capo delle risorse umane Olivier Barberot, oltre a quattro dirigenti di livello inferiore accusati di complicità. Il loro destino è ora in mano al giudice d’istruzione, che deciderà entro qualche settimana se accogliere la richiesta e dare il via al processo. In caso di condanna, rischiano fino a 2 anni di reclusione e 30 mila euro di ammenda.
Secondo la tesi dell’accusa, che ha ascoltato decine di testimoni e esaminato molte comunicazioni interne, l’eccessivo stress al lavoro, la sensazione di non riuscire a svolgere i propri compiti e la perdita di fiducia in se stessi sono stati provocati da una politica aziendale deliberata. A causa della crisi, France Télécom, controllata dallo Stato, aveva infatti bisogno di fare dei tagli al personale, ma voleva evitare di ricorrere ai licenziamenti secchi, più complicati dal punto di vista amministrativo ma soprattutto malvisti dall’opinione pubblica.
Per raggiungere gli obiettivi di riduzione del personale, sostiene la procura, i vertici della società avevano deciso di avviare una strategia di sistematica destabilizzazione dei dipendenti, in modo da farli sentire a disagio sul posto di lavoro e spingerne il più possibile ad accettare una partenza volontaria. I manager che riuscivano a mandar via impiegati erano ricompensati a fine anno con lauti premi. Tra i mezzi di pressione utilizzati la procura ha citato diversi esempi che compaiono nel rinvio a giudizio: madri di famiglia trasferite in sedi a due ore da casa, impiegati rimasti senza la scrivania a causa di lavori negli uffici, demansionamento di alcuni quadri.
La ristrutturazione è stata condotta senza indugi, continuando per anni, nonostante i primi suicidi avvenuti tra il personale. «Era una macchina di distruzione di massa» commenta Jean-Paul Teissonnière, avvocato dei sindacati, solo parzialmente soddisfatti. L’accusa di mobbing è “riduttiva”, commenta in una nota la confederazione sindacale Cfe-Cgc, secondo cui sarebbe più appropriato «un capo d’accusa multiplo per omicidio involontario, messa in pericolo della vita altrui e mobbing».
La Cgt auspica invece che il processo sia «l’occasione per riconoscere le vittime del mobbing generalizzato nel gruppo ma anche per condannare dei metodi di management autoritari e inumani». Se il processo ci sarà, potrebbero costituirsi parte civile molti altri lavoratori del gruppo che all’epoca aveva 110 mila dipendenti.
Avvenire.it 09.07.16
Gli USA del secondo emendamento
Disarmare la diffidenza
di Vittorio E. Parsi

La tragedia di Dallas, che segue le uccisioni di neri da parte di poliziotti bianchi, riapre ferite americane mai veramente rimarginatela. E che hanno una lunga storia. Il diritto dei cittadini a portare le armi è sancito dal Secondo emendamento della Costituzione ed è motivato dalla diffidenza nei confronti del "governo", così tipica della componente libertaria all'origine degli Stati Uniti d'America La dichiarazione d'indipendenza, come si ricorderà, costituì l'ultimo, doloroso, passo della lotta degli abitanti delle tredici colonie contro una Corona che si ostinava a privarli dei loro legittimi diritti posseduti in quanto sudditi britannici.Tale diffidenza si ritrova nel sentimento di ostilità nei confronti del >big government, così diffusa nella cultura politica americana. Che contro un governo tirannico il popolo debba essere in grado di insorgere anche con le armi, esattamente come accadde nel 1776, è perciò inscritto nel Dna della pur virtuosa tradizione politica americana. Grazie a una sua interpretazione estremamente estensiva, il controverso emendamento, consente, che qualunque persona, anche a prescindere dai suoi precedenti penali, possa dotarsi di un vero arsenale. Chiunque abbia provato a proporre una limitazione della vendita e del possesso di armi da guerra ha argomentato sull'inattualità di quell'emendamento, sostenendo a buon titolo che il governo federale non possiede alcuno dei caratteri tipici di un sistema tirannico. A queste richieste, dettate dal buon senso, la Corte Suprema ha sostanzialmente opposto il principio secondo cui lo potrebbe sempre diventare, considerando che neppure la Corona britannica era pensabile come una tirannia, prima che iniziasse a comportarsi come tale. D'altra parte, non dovrebbe essere mai dimenticato che anche l'altro spartiacque della storia americana, il tentativo di secessione degli Stati schiavisti del Sud che portò alla Guerra civile, venne presentato come il diritto a lottare, anche con le armi, contro l'intrusione del governo federale nella libertà della comunità. È l'altra faccia della stessa medaglia, potremmo dire. Quello che però qui interessa mettere in evidenza è che, come avvenne in occasione del più sanguinoso conflitto mai combattuto dagli Stati Uniti (la Guerra civile, appunto), danni enormi possono prodursi nel corpo sociale quando un diritto rivendicato nel nome della libertà si basa su un'idea non condivisa della libertà stessa. In quel caso, ciò che spaccava la società americana era la contrapposizione tra la visione abolizionista, che considerava la schiavitù dei neri uno sfregio alla libertà, e quella di una cultura apertamente razzista, che invece la giustificava proprio nel nome della libertà (dei bianchi). Per venire ai giorni nostri, ciò che preoccupa gli osservatori meno superficiali, a partire dal presidente Obama, è il riproporsi della questione razziale (mai completamente superata, neppure a 60 anni dalla fine del segregazionismo e a quasi 120 dalla conclusione della Guerra civile) all'interno di una società pesantemente armata. Il timore, per intenderci, è quello della riproposizione di una nuova edizione della guerra civile, in una sua versione questa volta "privatizzata", in cui i singoli cittadini e persino i singoli tutori dell'ordine, applicano una propria visione segregata della società e si muovono di conseguenza: sparando ai neri, perché la loro vita non è abbastanza "sacra", o ammazzando poliziotti, come legittima misura di rappresaglia nell'ambito di una guerra. L'elezione di un nero alla presidenza degli Stati Uniti, per la prima volta nella storia, avrebbe dovuto essere un simbolo e uno stimolo del superamento della divisione razziale. E in parte sicuramente lo è stato. Allo stesso tempo però, proprio la presidenza di un nero ha esasperato quella cultura razzista che, normalmente, si "accontenta" della segregazione (sia pure non più sancita dalla legge), ma che di fronte "all'assedio da parte degli afroamericani" si sente in diritto di reagire anche con le armi. Vedremo come la questione prenderà forma nella campagna elettorale che contrappone Donald Trump e Hillary Clinton. L'unica cosa di cui possiamo essere certi è che i rispettivi strateghi staranno già studiando come sfruttarla a proprio vantaggio. La sola vera nota di speranza sta nella nuova e diversa accoglienza che le insistenti parole di papa Francesco sulle armi stanno ricevendo su tale delicata questione, contribuendo ad aprire un dibattito che lentamente ma finalmente accetti di riconsiderare l'attualità di una libertà antica che rischia sempre più di trasformarsi in una contemporanea licenza di uccidere.

Avvenire.it 08.07.16
Mezzo secolo di diritti civili, ma questa ferita non guarisce
di Giorgio Ferrari

La violenza, le proteste, le vittime della lunga partita – a volte letale, com'è accaduto nelle ultime ore a Dallas, a St Paul nel Minnesota, a Baton Rouge in Louisiana – fra i neri e i bianchi, i neri e la polizia, i neri le istituzioni non ci devono stupire. Perché la questione razziale negli Stati Uniti è ancora una ferita aperta. Fin dai tempi del Proclama di Emancipazione di Abraham Lincoln il rapporto fra l'etnia dominante dei bianchi e quella subalterna dei neri ha conosciuto stagioni di altissima tensione e reciproca diffidenza. Sebbene già nel 1864 il Tredicesimo emendamento della Costituzione avesse abolito la schiavitù, per quasi un secolo – fino agli anni Sessanta del Novecento – le relazioni fra bianchi e neri furono scandite dalle cosiddette "Jim Crows Laws", ovvero le leggi locali che di fatto istituivano una segregazione razziale per i neri americani e per gli altri gruppi etnici diversi dai bianchi. Come è noto, negli Stati del Sud si protrasse a lungo il divieto di contrarre matrimoni misti, di votare, di utilizzare gli stessi bagni pubblici, gli stessi mezzi di trasporto, di frequentare le medesime scuole, anche dopo che nel 1954 la Corte Suprema aveva dichiarato incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole. Un anno dopo vi fu il clamoroso gesto di disobbedienza civile di Rosa Park, la donna di colore che si rifiutò di cedere il proprio posto su un autobus a un bianco. Ma ci sarebbero voluti altri dieci anni – tra la resistenza di governatori segregazionisti come Wallace in Alabama, la marcia su Washington di Martin Luther King, attentati e disordini, chiese bruciate e un orribile massacro di attivisti neri nel Mississippi ad opera del Ku Klux Klan – prima che il presidente Johnson vedesse approvato il Civil Rights Act del 1964, la legge che dichiarava illegali le disparità di registrazione nelle elezioni e la segregazione razziale nelle scuole, sul posto di lavoro e nelle strutture pubbliche in generale. Ma quello che de jure veniva definitivamente sancito, non liberava per nulla l'etnia nera (quella dei nativi americani era troppo esigua per creare reali problemi e quella asiatica è sempre stata di relativamente rapida assimilazione) da una sorta di diffusa e spesso inconfessa diffidenza che permane tuttora in molte aree del Midwest e del profondo sud americano, soprattutto in quella "Bible Belt" dove più accanita è stata la difesa dei privilegi dei bianchi. E se forte era stata la resistenza dei democratici del Sud ai cambiamenti imposti dal Congresso, anche gli afroamericani avevano espresso politicamente i loro anticorpi: non solo Martin Luther King, ma anche l'attivista radicale del Nebraska Malcom X, fondatore della Nation of Islam. Poco dopo la sua morte (venne assassinato a New York nel 1965) scoppiò la prima vera grande rivolta razziale nel quartiere di Watts a Los Angeles. Sei giorni di devastazione e un bilancio ufficiale di 34 morti e 1.032 feriti. L'anno successivo nascevano a Oakland in California i Black Panthers, movimento radicale per l'affermazione dei diritti degli afroamericani. Celebri quei due pugni guantati di nero ai Giochi Olimpici di Città del Messico dei due velocisti Tommy Smith e John Carlos, immobili sul podio nel saluto delle Pantere Nere. Accanto alla cronologia delle tante piccole e grandi rivolte innescate immancabilmente dalla morte di qualche membro della comunità afroamericana (le più importanti: 23 morti e 700 feriti a Newark nel 1967, 43 morti e 1.189 feriti a Detroit nello stesso anno, 54 morti e 2.000 feriti a Los Angeles nel 1992 in seguito alla morte di Rodney King) prosegue strisciante la diffidenza reciproca fra la comunità afroamericana e i quella bianca. Un sondaggio ordinato lo scorso anno dal New York Times rivelava che 6 americani su 10 reputano problematiche le relazioni fra le diverse razze e 4 su 10 che durante il doppio mandato di Barack Obama siano addirittura peggiorate. In certi giornali del nord, come nel Wisconsin o nel Minnesota, al nome Barack viene sempre fatto seguire il secondo nome, Hussein, a segnalare la provenienza "non-wasp" (white, anglo-saxon, protestant) del primo presidente nero americano. Impietosa e a suo modo esemplare la radiografia del voto che lo ha portato nello Studio Ovale: il 95% degli afroamericani e il 43% dei bianchi. Ma quattro anni più tardi solo il 39% dell'elettorato bianco aveva votato per il presidente, contro il 93% dei neri. #BlackLivesMatter, le vite dei neri contano. È l'hastag e il nome di un movimento nato all'indomani della morte del diciassettenne Trayvon Martin, ed è un dito d'accusa puntato contro ciò che sopravvive della discriminazionee della diffidenza razziale in America. La strada da percorrere, come si vede in questi giorni è ancora molto lunga.
Corriere 9.7.16
«Non chiamatela guerra razziale»
Dice lo scrittore Percival Everett: «Tragedia, non una guerra razziale»
intervista di Viviana Mazza.

Da una parte le uccisioni di giovani afroamericani in Minnesota e in Louisiana: «È troppo, continua ad accadere. Ho due figli maschi e non so cosa dire loro: non voglio che si muovano nel mondo con paura, ma devono muoversi con grande cautela». Dall’altra la strage di poliziotti a Dallas, «cinque uomini che hanno perso la vita», una cosa «inaccettabile quanto il linciaggio dei neri» ma legata al problema della «facilità dell’accesso alle armi e alla vergognosa incapacità del Congresso di legiferare per cambiare le cose».
Lo scrittore Percival Everett, intellettuale afroamericano, docente di scrittura creativa alla University of Southern California analizza così la violenza di questi giorni in America, ma non ha fiducia nella volontà dei media americani di spiegare ciò che sta accadendo.
Quale messaggio arriva dai media?
«I nostri media sono sensazionalistici, vogliono vendere le notizie, e la mia paura è che vendano questa come una guerra razziale in modo irresponsabile, anziché spiegare che le azioni di Dallas sono opera di un individuo o di un paio di individui. E lo scenario più estremo e terrificante è che servono solo pochi pazzi che credano che questa sia una guerra razziale per farla diventare in qualche modo tale, specialmente in un ambiente saturo d’odio e di discorsi di Donald Trump».
Il killer ha detto di aver agito in risposta alle uccisioni di giovani neri. Può diventare un modello per altri?
«Posso credere che questo individuo sia arrabbiato, ma non ci rappresenta. Anche io sono arrabbiato, quante volte puoi sentire la notizia che qualcuno come te è stato ammazzato dalle persone che dovrebbero proteggerci tutti? Ma il problema rivelato da Dallas è la facilità con cui le persone hanno accesso alle armi. È imbarazzante che nel XXI secolo il nostro Paese non riesca ad affrontarlo. Mentre la questione dei giovani neri uccisi dalla polizia è il risultato di un sistema che consente a persone bigotte che hanno paura dei neri di diventare poliziotti».
Quali sono le conseguenze immediate per il movimento Black Lives Matter?
«Dallas rischia anche di allontanare l’attenzione dal problema dell’uccisione di giovani per mano della polizia in tutto il Paese. È un atto isolato di qualcuno che era fuori controllo, non una cosa sistematica. In totale 505 giovani, la stragrande maggioranza afroamericani, sono stati assassinati dalla polizia quest’anno. Mentre non chiamerei gli attacchi di Dallas e di New York (nel 2014) rappresentativi di una tendenza sistematica alla violenza contro la polizia».
C’è il rischio che si delegittimi la protesta pacifica degli afroamericani?
«La protesta pacifica è una delle cose buone del nostro Paese, senza questo diritto siamo schiavi della società. Ora tutti saranno tesi e spaventati. Si ha paura degli agenti in ogni caso, ma sapendoli nervosi, sarà ancora più pericoloso».
Cosa pensa del discorso del capo della polizia di Dallas, David Brown, afroamericano?
«Ha perso cinque colleghi con cui lavorava da anni. È doppiamente triste perché, da quello che sento, il suo dipartimento di polizia era progressista e cercava di evitare i problemi presenti in altri dipartimenti. Il killer ha rubato delle vite e ha creato un’atmosfera in cui altre ancora potrebbero essere rubate».
Viviana Mazza
Repubblica 9.7.16
La guerra civile non è finita
di Vittorio Zucconi

WASHINGTON A TRE isolati dalla Daley Plaza, lungo la stessa strada che John F. Kennedy percorse verso la morte un mezzogiorno di cinquantatré anni or sono, riesplode nelle vie di Dallas l’eco della guerra civile che non finisce mai: quella dell’America in bianco e nero contro se stessa.
NON IMPORTA se il casus belli, l’occasione per questa nuova battagia condotta con fucili d’assalto, così come Lee Harvey Oswald sparò dal sesto piano del deposito di libri, sia stato oggi la reazione violenta alla quotidiana esecuzione di uomini di colore — 123 dall’inizio dell’anno, quasi uno al giorno — da parte di polizie che dovrebbero «proteggere e servire» tutti i cittadini, di qualsiasi pelle siano. La battaglia di Dallas 2016 è parte di un “continuum” nel tempo, e ora anche simbolicamente nello spazio urbano, che l’elezione di un presidente nero non ha spezzato.
Il peccato originale, la colpa storica dello schiavismo che neppure i 650 mila caduti nella Guerra civile, il sangue di soldati bianchi e neri mescolato insieme sulle spiagge della Normandia o nelle valli dell’Afghanistan ha mai lavato, riaffiora puntuale dal sottosuolo di una società che è chiamata, generazione dopo generazione, a pagarlo. Lo sparse JFK, andato in visita in un Texas 1963 dove il rancore, l’odio per la sua conversione ai diritti civili dei neri, sincera od opportunistica che fosse stata dopo la sua opposizione negli anni Cinquanta come senatore, aveva spinto molti dei suoi assistenti a cercare di dissuaderlo. «Ho visto che il Texas mi ama», furono le sue ultime parole scivolando lungo Main Street, la stessa della sparatoria di ieri l’altro, verso i proiettili nella nuca, 200 metro dopo. Lo hanno versato George Wallace, governatore dell’Alabama dichiaratamente razzista, paralizzato dai colpi dell’attentatore che gli troncò la spina dorsale, Martin Luther King, Robert Kennedy, Malcolm X e continua a sgorgare dalle arterie di giovani e meno giovani afroamericani, abbattuti impunemente da agenti di polizia nelle strade delle città per la sola colpa di essere neri e degli stessi agenti di polizia, come quelli uccisi giovedì a Dallas. Sono stati 53 gli uomini e le donne della pubblica sicurezza bianchi come neri, abbattuti in conflitti a fuoco in questo 2016 e dunque il sangue degli uni come degli altri continua a mischiarsi, come nei mattatoi della Guerra Civile dove fratelli morivano gli uno accanto agli altri, divisi dal colore delle uniformi.
Questo fiume carsico di sangue che ora è riemerso nel Texas e ha fatto più vittime tra gli agenti di polizia dai caduti nell’attacco al World Trade Center del 2001 e per un giorno ha fatto dimenticare l”Is e il terrorismo islamista, trasporta, con i cadaveri della guerra infinita, i detriti micidiali della follia a mano armata che sta facendo strage di innocenti illudendoli di proteggerli. Non era mai stato difficile impugnare un’arma da guerra, come dimostrò Oswald acquistando da un catalogo per posta il suo fucile da cecchino Mannlicher Carcano, ma l’epidemia di mitragliatrici, armi automatiche, fucili a pompa, rivoltelle è la benzina che il lobbysmo e la viltà morale della classe politica permettono di gettare sul fuoco, nascondendosi dietro l’ambiguità del diritto costituzione a possedere armi. Al racial profiling, all’identificazione ormai illegale, ma instintiva che collega la razza alla criminalità e fa di ogni nero un potenziale deliquente, si è aggiunto il timore, questo ben fondato, che quell’automobilista fermato un segnale di stop bruciato, quel ragazzo che ciondola davanti a minimarket, quel vecchio che trascina una borsona di sigarette di contrabbando ed “erba” possa nascondere un’automatica e sia pronto a usarla. I poliziotti, ai quale viene insegnato nelle Accademie a sparare sempre al bersaglio grosso, al torace, applicano il principio del «prima spara e poi chiedi», a volta sparando senza neppure chiedere. Perché l’uomo nero è la minaccia, il nemico, l’estraneo. Come Obama che ancora un terzo degli elettori di Trump considerano un usurpatore, lo schiavo ribelle che occupa la piantagione.Africano abusivo con falsi certificati di nascita.
Era solo questione di tempo perché le sagome bersaglio diventassero esseri umani capaci di tirare sul tiratore, trasformando lui nel bersaglio. Era naturale, logico nella follia, che il luogo dove scoppiasse la battaglia fosse la fatale Dallas, il nome, la stella nera che risucchia gli spettri. Ma la domanda che dalla sparatoria dal garage del Texas, come da quella di 53 anni fa, esce, non è il chi, il perché, il come, che sono parte di semplici investigazioni giudiziarie. La domanda è il «cosa accadrà adesso», quali effetti il riaffiorare delle rapide di sangue dal fiume sotterraneo provocherà. Dall’assassinio di JFK eruttò la decade più horribilis del dopoguerra americano, quella che avrebbe partorito l’esportazione delle guerra interna nelle risaie di Indocina, le stragi di soldati americani e civili vietnamiti, gli omicidi politici, la drastica svolta a destra verso la promessa bugiarda di “Legge e Ordine” fatta da Nixon che avrebbe veleggiato sul vento nuovo della paura fino a naufragare nel Watergate. Ora siamo in piena campagna elettorale, stagione velenosa, intossicata dall’implicito messaggio di odio razziale che Trump ha diffuso, nascosto dietro la paura dell’islamico terrorista e del messicano «ladro e stupratore », metafora fin troppo evidente perché non osa dire esplicitamente che il ritorno alla grandezza dell’America, significa il ritorno alla sua America, quella bianca. Una nazione “nostra” finalmente purificata dall’africano usurpatore Obama e dalla sua erede designata, quella donna “corrotta”, come lui definisce Hillary. La visione del sangue di Dallas, il suono raggelante dei fucili automatici secchi e ripetitivi nella notte, lo sguardo nell’abisso di una guerra civile potranno riportare il fiume rosso nel sottosuolo, nasconderlo, spingere i vari dipartimenti di polizia a rivedere le procedure, i magistrati a processare e forse condannare i poliziotti dal colpo facile, i leader delle comunità nere, i pastori, gli attivisti a predicare calma, ma il fiume continuerà a scorrere, seducente e denso nel suo richiamo di guerra. Ieri mattina, nelle prime ore di Borsa, il titolo della Smith & Wesson, grande spacciatrice di armi, era balzato in alto, prima di calmarsi, in vista della corsa dall’armaiolo che sempre segue le sparatorie. La guerra continuerà.
Neppure il sangue di soldati bianchi e neri mescolato in Normandia oppure in Afghanistan ha mai lavato la colpa storica dello schiavismo Era solo questione di tempo perché le sagome bersaglio diventassero esseri umani capaci di “tirare sul tiratore” trasformando lui nel bersaglio
Repubblica 9.7.16
Isabel Wilkerson
“La questione razziale qui non è mai stata davvero affrontata”
intervista di An. Lo.

«TRAGEDIA dopo tragedia, in America si è venuta a creare un’atmosfera mefitica. La stessa che ha probabilmente dato linfa anche all’estremismo di un attacco feroce come quello di giovedì sera a Dallas».
Isabel Wilkerson, 55 anni, è l’ex giornalista del New York Times che nel 1994 fu la prima reporter nera a vincere il Pulitzer. Ma anche la storica che ne Al calore di soli lontani (Il Saggiatore) ha raccontato la grande migrazione degli afroamericani che fuggirono dal Sud per cercare riscatto al Nord. «Fatti come questi accadono perché l’America ancora non riesce a fare i conti col passato. È il frutto di una storia, quella dei neri in America, mai veramente affrontata e risolta».
Sì, ma qui ci troviamo di fronte a una strage senza senso.
Siamo tutti inorriditi, proprio come ha detto il presidente Obama...
«Naturalmente è un atto ingiustificabile di cui sappiamo ancora poco. Come poco sappiamo della stabilità mentale dell’uomo che ha sparato. Ma certo all’interno della comunità afroamaricana la gente è sempre più stanca, frustrata. Si sente spezzata. È insieme arrabbiata e spaventata».
Pensa che si sia il rischio di una deriva estremista?
«No,oppure almeno non è una conclusione a cui possiamo arrivare sulla base di un singolo attacco. Sto seguendo il dibattito sui socia media e fortunatamente non c’è nessuno che approva, che dice “andiamo a fare fuori i poliziotti”. La gente è semmai traumatizzata. Quello che vedo è che si rafforza un’attitudine difensiva, di chiusura, il “diamoci una mano l’un l’altro”, non certo “rovesciamo il sistema”. La mia impressione è che gli aforamericani si sentano come cento anni fa: indifesi, in balia».
Ma questa volta le vittime sono dei poliziotti. E qualche commentatore già insinua: la comunità afroamericana sarà pronta a piangerli, a essere solidale nei loro confronti?
«Questa è una domanda che viene posta continuamente agli afroamericani. Ma credo sia sbagliata. Qui c’è un’intera società che deve assumersi la responsabilità di reagire alle ingiustizie verso altri esseri umani, a prescindere dal colore della loro pelle. Anche grazie ai social oggi nessuno può dire di non sapere. I pestaggi, le uccisioni di persone innocenti, sono ormai sotto gli occhi di tutti. Se non fai qualcosa per fermare la violenza diventi parte di quel processo violento. Ne sei responsabile ».
Certo, i social ormai fungono da testimoni oculari di ingiustizie. Ma la propagazione senza filtri di certe immagini non rischia di contribuire a creare quella stessa atmosfera di violenza che denunciano?
«Un tempo i neri venivano linciati e impiccati per strada: e la gente accorreva per vedere. Ora con i social si mostra semplicemente quel che è sempre accaduto. Come l’agonia di Philando Castile che la sua compagna ha trasmesso su Facebook Live, mentre non le veniva nemmeno permesso di soccorrerlo. Queste immagini replicano un orrore antico. L’assassinio dei neri si reitera e mostrarlo credo che in qualche modo umanizzi le statistiche. Ma allo stesso tempo rende l’orrore normale. E questo non può che portare ad altro orrore».
Il Sole 9.7.16
Riesplode il conflitto razziale
Il pericolo del ritorno di un conflitto ideologica
di Mario Platero

Non ho mai visto l’America accasciata su stessa come in questi ultimi due giorni. Il conflitto razziale ha raggiunto apici inimmaginabili, si piangono vittime fra i neri e fra i bianchi senza poter intravedere una soluzione possibile se non quella della rassegnazione.
Gli assassinii di innocenti neri continueranno e le vendette sui bianchi potrebbero aumentare. Anche perché ora siamo davanti al pericolo di una nuova guerra interna, di una resurrezione di movimenti di ribellione che non manifestano pacificamente, ma con le armi.
La svolta di Dallas, la vendetta armata, ci porta al pericolo del ritorno di un conflitto ideologico. Da una parte chi si identifica con le Pantere Nere, attivisti che negli anni 60-70 proponevano reazioni violente all’insolubile problema razziale. Dall’altra chi si identifica con il movimento pacifista ispirato da Martin Luther King. I fatti di Dallas, di Baton Rouge e di Falcon Hights ci riportano a quel conflitto ideologico: un attivista violento che vuole uccidere bianchi a Dallas per vendetta, in mezzo a una dimostrazione assolutamente pacifica per cercare il dialogo in alternativa alla violenza.
Che si sia arrivati è anche un segno dei tempi. Il passaggio da un estremo all’altro di queste ultime ore è stato rapidissimo, anche per l’America. La velocità della comunicazione e delle evoluzioni di una notizia o di una tendenza non consentono di riflettere. Producono reazioni impulsive, spesso in contraddizione. Così abbiamo visto in poche ore un passaggio dal ribrezzo della Nazione per il poliziotto che ha ucciso a sangue freddo a Falcon Hights Philande Castille, guidatore afroamericano innocente, alll’orrore della stessa Nazione per l’omicidio plurimo a Dallas, dove i 5 poliziotti bianchi, a loro volta innocenti, sono stati uccisi da un cecchino afroamericano.
Siamo perciò a un bivio, siamo davanti all’incubo di un doppio fronte: quello aperto e terrificante, di un’influenza esterna e religiosa rappresentato dalll’Isis, e quello interno che potrebbe peggiorare. Di nuovo, gli eventi di Dallas ci hanno dato una fotografia chiara di quello che potrebbe succedere: i poliziotti sapevano che la dimostrazione sarebbe stata pacifica. Non avevano allerte per possibili attacchi terroristici e dunque in una calda serata di estate sono andati al lavoro in maglietta, senza giubbotti antiproiettile o altri equipaggiamenti di protezione. Quando c’è poi stato l’attacco, si è subito pensato al terrorismo di matrice islamica. E le forze dell’ordine hanno cominciato a proteggere la folla e a correre verso l’origine apparente del fuoco per affrontarlo. Gli agenti bianchi in questo caso proteggevano i dimostranti neri. E cinque di loro si sono immolati facendo il loro dovere. Solo dopo lunghissimi minuti hanno capito che l’obiettivo erano loro, i poliziotti bianchi. Ma alla fine di questa due giorni da incubo, il Paese riflette, e capisce che il sangue sparso per le strade di Dallas, per quelle di Baton Rouge o nell’auto fermata a Falcon Hights in Minnesota è solo sangue americano.
Ed è proprio di questo che ha voluto parlare ieri Barack Obama: del sangue americano, delle ferite aperte. Curiamole, perché far finta di nulla non aiuterà nessuno. Michael Eric Dyson, un professore afroamericano di sociologia a Georgetown ci ha dato ieri lo spaccato della paura quotidiana che pervade la vita degli afroamericani: «Se un bianco è perquisito sa di non rischiare la vita. Se la perquisizione riguarda un nero, sa che rischia la morte».
È questa la prima divisione su cui lavorare. Sfida difficile perché invece di migliorare, le cose sono peggiorate con un presidente afroamericano alla Casa Bianca. Obama doveva essere il simbolo stesso dell’emancipazione dei neri negli Stati Uniti d’America. Ieri dagli scritti di Michael Eric Dyson abbiamo capito che i neri intellettuali sono delusi e preoccupati, appunto rassegnati. Ma la speranza deve restare viva. E contro le forze della divisione, della vendetta, della violenza, in ambo le direzioni schieriamo lo spirito di Dallas, che ha visto dimostranti neri e poliziotti fronteggiare un nemico comune. Uno specchio di paura e sgomento, ma anche un simbolo del dialogo possibile.
Corriere 9.7.16
Le crepe nella diga sociale
«Guerra civile» titola il New York Post
di Massimo Gaggi

«Guerra civile» titola il New York Post. E adesso l’America teme che l’estate delle Presidenziali divenga una stagione torrida di disordine e violenza, a cominciare dalla convention repubblicana di Cleveland, tra nove giorni. Ma il fuochista capo di questa campagna elettorale, Donald Trump, percepisce la gravità del momento e sceglie una linea assai meno incendiaria, esprimendo cordoglio e chiedendo il ritorno alla legalità e a condizioni di sicurezza nelle strade. Parole che, in questo caso, non sono troppo diverse da quelle di Hillary Clinton e dello stesso Obama che, dopo aver criticato gli eccessi della polizia nei casi che hanno sconvolto gli Stati Uniti nei giorni scorsi, condanna con estrema durezza ogni vendetta e rende omaggio al sacrificio delle forze dell’ordine. Ma le parole di responsabilità dei politici rischiano di avere un peso relativo in questo clima arroventato e davanti all’apparente fallimentodei tentativi di spingere le polizie che adottano i comportamenti più brutalie discriminatori a cambiare rotta. Il rischio è che qualcuno trasformi il cecchino di Dallas nell’angelo vendicatore che incarna una selvaggia visione della giustizia popolare. La sensazione è che proprio nell’ultima estate della presidenza Obama, il leader che doveva essere l’uomo della riconciliazione, sistiano pericolosamente moltiplicando le crepe nella diga che fin qui ha contenuto le manifestazioni di odio di una società violenta come quella americana .
Colpa delle violenze della polizia ma anche di chi, come Jesse Jackson, condanna i killer di Dallas ma li vede come la reazione ai «linciaggi legali» perpetrati dagli agenti. E adesso, con l’incubo che in altre manifestazioni pacifiche di «Black Lives Matter» spuntino imitatori degli assassini di Dallas, ci si chiede come sia stato possibile che l’America sia stata di nuovo scossa dalla discriminazione razziale, almeno nel mantenimento dell’ordine pubblico, proprio negli anni della presidenza Obama. Tra le promesse mancate dell’uomo andato al potere otto anni fa promettendo cambiamenti profondi e il superamento delle divisioni, l’insuccesso sul fronte della comunità nera è quello che brucia di più.
Un insuccesso che è frutto di un’impressionante concatenazione di eventi negativi. I più appariscenti sono stati quelli a sfondo politico: l’America conservatrice non ha mai digerito l’elezione di un presidente nero e ha fatto di tutto per mettergli i bastoni fra le ruote, impedendogli di governare: due ministri della Giustizia di colore determinati e competenti, Eric Holder e Loretta Lynch, non sono riusciti a fare nulla per riformare un sistema di giustizia criminale squilibrato ed eccessivamente punitivo, soprattutto per la non collaborazione del Congresso. E in questo clima gli Stati e le contee più conservatori si sono sentiti ancor più liberi di adottare il «pugno di ferro».
Nell’era del terrorismo globale e delle infiltrazioni «jihadiste» in quasi tutto l’Occidente, poi, gli Usa fino a poco tempo fa avevano dovuto fare i conti solo coi lupi solitari razzisti sostenitori della supremazia dei bianchi. I disordini razziali, da Ferguson a Baltimora, per quanto gravi, non avevano mai prodotto sconfinamenti nel terrorismo, salvo, forse, nella notte dei roghi nel sobborgo di St. Louis.
Ma un ruolo importante ce l’hanno altri due fattori «ambientali» che complicano il rapporto tra forze dell’ordine e cittadinanza. Da un lato la diffusione sempre più capillare delle armi da fuoco. I casi di uso eccessivo della forza da parte degli agenti sono in continuo aumento (più 7 per cento dall’inizio dell’anno secondo l’ultima indagine del Washington Post ) nonostante tutti gli appelli alla calma e i corsi di «rieducazione» nelle caserme. Mano pesante dei poliziotti, ma è difficile non essere nervosi e sospettosi quando si sa che la persona che viene fermata con ogni probabilità ha un’arma in tasca col colpo in canna.
L’altro fatto è la diffusione delle «body camera» dei poliziotti e dei video girati nei luoghi dei conflitti. Dovevano funzionare da deterrente anti-violenza, ma per adesso non è successo. Così queste immagini che inchiodano gli agenti, alimentano anche l’odio e allargano le crepe della diga sociale.
Corriere 9.7.16
Una lettura solo economica del terrorismo è sbagliata la religione resta centrale
di Giovanni Belardelli

Dopo la strage di Dacca, abbiamo scoperto ancora una volta che i terroristi non sempre vengono dai ceti diseredati, non appartengono ai «dannati della terra». Lo abbiamo ri-scoperto nel senso che qualcosa, nella nostra cultura profonda, ci impedisce di prendere atto una volta per tutte del fatto che non è, o è solo in parte e neppure quella principale, il disagio sociale ad armare la mano del terrorismo jihadista. Nel caso del Bangladesh, uno dei Paesi più poveri del globo, i terroristi erano figli addirittura delle classi agiate; e ce ne siamo molto stupiti, quasi avessimo dimenticato che Salah Abdeslam, protagonista degli attentati parigini del novembre scorso, veniva pur sempre da una famiglia di ceto medio che abitava in un dignitosissimo palazzo borghese. Gli esempi ulteriori non mancherebbero, almeno da quando la strage dell’11 settembre fu guidata dall’ingegnere egiziano Mohamed Atta, agli ordini di Osama Bin Laden, figlio di un miliardario.
Ma è come se fossimo rimasti tutti discepoli di Marx e della sua idea che ideologie e religioni (dunque anche il fondamentalismo islamista) appartengono al mondo della «sovrastruttura», laddove invece le cause vere dei fenomeni sociali e della storia in generale andrebbero cercate altrove, a livello della «struttura», cioè dei rapporti sociali di produzione e, in sostanza, dell’economia. Un’idea particolarmente in sintonia del resto con i caratteri più profondi della cultura occidentale, che pone appunto l’economia al vertice di tutto, che da tempo ne ha fatto la dimensione centrale dell’esistenza (non si regge soprattutto sull’economia, da ciò forse la sua fragilità, l’intero assetto dell’Unione Europea?).
Per di più, la centralità dell’economia si è accompagnata soprattutto in Europa a un processo impetuoso di secolarizzazione che ha reso un luogo comune l’idea che la religione sia il regno dell’illusione e della mera apparenza, quando non della superstizione; qualcosa che i «lumi» della modernità presto cancelleranno definitivamente, sicché non è da cercare lì, nei riferimenti religiosi, alcuna vera motivazione dell’agire umano, neppure dell’agire di un terrorismo che proclama apertamente la guerra santa contro i «crociati» e risparmia chi si mostra in grado di recitare i versetti del Corano. C’è davvero qualcosa di singolare nel fatto che un’Europa che è stata dilaniata tra 5 e '600 dalle guerre di religione, e prima ancora – nella Francia meridionale del XIII secolo – è stata testimone di una crociata contro gli eretici (sterminati, a quel che dicono le cronache del tempo, al grido: «uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi»), c’è qualcosa – dicevo – di singolare nel fatto che ora quella stessa Europa non riesca a considerare seriamente la componente evidentemente religiosa del terrorismo islamico. Siamo così dimentichi di quel passato, che per timore d’essere tacciati di islamofobia ci sentiamo in dovere di dire e scrivere sempre una cosa ovvia, cioè che non tutti gli islamici sono terroristi. Come se dovessimo precisare che al principio del XIII secolo c’erano in Provenza i crociati che sterminavano gli eretici, ma c’era anche altrove San Francesco che faceva tutt’altre cose.
Naturalmente la differenza tra il fondamentalismo cristiano (chiamiamolo così) della guerra agli eretici di allora e il fondamentalismo islamista di oggi risiede in gran parte nella differente, per molti aspetti mancata, evoluzione della cultura e della religione dell’Islam rispetto a ciò che è accaduto nel continente europeo nel corso di svariati secoli.
Fatto sta che è attraverso il riferimento alla religione islamica – naturalmente una religione interpretata secondo le sue letture più estremiste e violente – che oggi i giovani jihadisti ritengono di dare una risposta al «risentimento dei musulmani di fronte all’arrogante e imperialistica civiltà occidentale», come ha scritto di recente Luciano Pellicani (L’Occidente e i suoi nemici, Rubbettino). Il fondamentalismo islamico si presenta così come l’ultima, e in un certo senso al momento unica, ideologia radicalmente anticapitalistica e antioccidentale.
Corriere 9.7.16
La Nato e il problema russia le incognite di una strategia
di Franco Venturini

Nel ’39 le potenze democratiche dell’Occidente decisero di fermare Hitler anche a costo di «morire per Danzica» . Oggi, in un mondo molto diverso, la Nato vuole prevenire tragedie come la Seconda guerra mondiale. Vuole convincere Vladimir Putin, che non è Hitler, della determinazione occidentale a morire se necessario per Varsavia, per Vilnius, per Riga, per Tallinn. E nell’intento di creare una deterrenza militare capace di pesare sulle intenzioni del Cremlino, schiera quattromila soldati dell’Alleanza nei Paesi più esposti, crea depositi di armi nei loro territori, irrobustisce la nuova forza di intervento rapido, accresce la sorveglianza aerea sulle Repubbliche Baltiche e quella navale nel Mar Nero. Mentre con l’altra mano offre a Mosca la piena ripresa di un dialogo interrotto due anni fa dopo l’annessione della Crimea.
Il vertice atlantico che si tiene da ieri a Varsavia ha reso operative queste misure. E nel clima di normalità burocratica che sempre accompagna gli appuntamenti della Nato, anche i più importanti, è possibile che l’Articolo 5 non sia nemmeno citato, o lo sia soltanto di sfuggita. Eppure nel campo occidentale molto, moltissimo viene da quel testo.
L’Articolo 5 del Trattato di Washington è la ragione stessa dell’esistenza della Nato. Stabilisce che tutti gli alleati (gli Usa per primi) correranno obbligatoriamente in soccorso di un Paese membro aggredito. E’ stato attivato soltanto una volta, dopo l’11 Settembre, quando gli alleati degli Usa vollero mostrare la misura della loro solidarietà con l’America colpita dagli stragisti. Ma in maniera meno palese l’Articolo 5 è anche al centro delle decisioni che ora vengono prese a Varsavia.
Dopo l’annessione della Crimea da parte della Russia nel 2014 e la cronicizzazione della rivolta del Donbass nell’Ucraina orientale, le Repubbliche Baltiche e la Polonia hanno posto alla Nato una questione che può essere riassunta così: la Russia ci minaccia e noi non siamo sicuri che voi siate davvero pronti a morire per Varsavia, per Vilnius, per Riga e per Tallinn. Vogliamo una garanzia, un pegno umano sulla piena applicazione dell’Articolo 5 se veniamo attaccati da Mosca. L’ideale sarebbe schierare da noi forze multinazionali dell’Alleanza, così le potenze atlantiche sarebbero coinvolte e dovrebbero reagire per forza.
La Nato ha acconsentito, limitando però il numero dei soldati e prevedendo un sistema di rotazioni per non violare gli accordi con Mosca che vietano la presenza di forze alleate «permanenti» ai confini della Russia. La sicurezza dell’Europa ne guadagna, si rafforza la credibilità dell’Alleanza, il deterrente anti Russia funzionerà? La Nato prova a risolvere una equazione diabolica — rassicurare gli alleati più a rischio senza innescare il boomerang di una reazione violenta di Mosca — e non possiamo che augurarci un pieno successo delle misure adottate. Ma qualche dubbio è lecito. Per quattro motivi.
Primo. L’allargamento della Nato verso est dopo la vittoria nella Guerra fredda e il crollo dell’Urss è stato storicamente inevitabile e moralmente giusto. Ha avuto luogo nel segno della libera scelta, non in quello dell’Armata Rossa come avvenne in opposta direzione di marcia alla fine della Seconda guerra mondiale. Ma il vantaggio che la geografia concede alla Russia non è stato né poteva essere superato. E schierando ora pochi uomini in prima linea, l’Alleanza ammette implicitamente che il patto solenne e cruciale dell’Articolo 5 può non bastare se non appoggiato da «garanzie» sul terreno. La credibilità dell’impegno subisce un vulnus, non una esaltazione.
Secondo. Non è detto che sia destinata a crescere la sicurezza dei Paesi che si vuole tranquillizzare. La Russia dispone dell’enclave di Kaliningrad, l’ex Könisberg che dette i natali a Immanuel Kant e che confina con Polonia e Lituania. Missili russi Iskander a gittata variabile e con capacità nucleare sono probabilmente già presenti a Kaliningrad, o lo saranno presto nell’ambito delle «contromisure» di Mosca. La sicurezza non aumenterà, si affiderà invece ancor più di oggi al livello delle risposte atomiche confermando nel cuore dell’Europa l’equilibrio del terrore tra Russia e Occidente.
Terzo. Cresce la possibilità di incidenti militari tra le parti o di provocazioni, per esempio nell’ambito di quella «guerra ibrida» con utilizzo di soldati senza insegne cui la Russia ha già fatto ricorso in Crimea. E uno scontro con i mille uomini della Nato in un Paese scelto dal Cremlino potrebbe essere l’inizio di una escalation incontrollabile.
Quarto. Non sarà un incontro tra ambasciatori in calendario a Bruxelles mercoledì prossimo a dare sostanza al dialogo con la Russia. Così come non è bastata la telefonata tra Putin e Obama, dedicata alla Siria. Eppure quasi tutti in Occidente riconoscono che Mosca rimane un interlocutore indispensabile in Medio Oriente, contro il terrorismo jihadista, nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, nel disarmo. Ora è invece possibile che la Russia si ritiri dal trattato Inf sui missili intermedi, quelli che maggiormente coinvolgono l’Europa.
Tutto ciò non può in alcun modo condurre a una eccessiva arrendevolezza della Nato nei confronti del Cremlino. Vladimir Putin ha giocato sporco in Ucraina anche se oggi non è l’unico responsabile della mancata applicazione degli accordi di Minsk. Con l’annessione della Crimea ha violato il diritto internazionale malgrado i particolari e secolari legami storici della penisola con la Russia. E in casa guida un regime nettamente più totalitario che democratico. Putin ha attirato su di sé la perdita di fiducia dell’Occidente, come ha detto Angela Merkel. Ma proprio per questo, accanto a una fermezza meglio calibrata, la priorità dovrebbe essere quella di capire se la fiducia possa essere ristabilita, senza far rinascere in Russia complessi di accerchiamento atavici e davvero pericolosi. Sarà questo il dossier più caldo che il prossimo presidente degli Stati Uniti dovrà affrontare, e l’Europa resterà ancora una volta ai margini. A dispetto dell’indispensabile Nato.
Corriere 9.7.16
Di Maio e la visita ai palestinesi
«Noi condanniamo la violenza di Hamas»
Davide Frattini

BILIN «Si sono persi tutta l’azione». È dispiaciuto Abdallah che gli ospiti italiani non abbiano potuto assistere alla protesta messa in scena ogni venerdì da undici anni. I palestinesi che risalgono la strada tra i campi della Cisgiordania, i soldati israeliani che li aspettano in tenuta antisommossa, gli slogan e le bandiere, le maschere antigas da dove escono strizzati i capelli biondi delle attiviste straniere dell’International Solidarity Movement. Almeno non ci sono stati scontri, quando un ragazzo prova a raccogliere una pietra gli altri lo fermano: sanno che la risposta sarebbero i lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo.
Questa parte del viaggio di cinque giorni tra Israele e Palestina non è stata organizzata per i tre politici del Movimento 5 Stelle dall’ambasciata e dal consolato italiani come gli altri incontri o la visita di ieri mattina al memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme. Abdallah Abu Rakhme spiega di essere stato contattato da Luisa Morgantini, che aveva guidato i grillini nel primo giro in queste terre tre anni fa. Tour che aveva fatto infuriare Naor Gilon, l’ambasciatore israeliano a Roma, proprio per il ruolo dell’ex europarlamentare di Rifondazione comunista: «Ben nota per le sue posizioni estremiste», aveva scritto in una lettera di protesta.
Questa volta la delegazione è composta da Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera, dalla senatrice Ornella Bertorotta e da Manlio Di Stefano che era già stato in Palestina nel 2013 e aveva conosciuto gli abitanti di Bil’in. Insieme siedono all’ombra degli ulivi, i palestinesi raccontano della lotta non violenta contro la barriera che ha tagliato in due le colline dove sono cresciuti, delle tattiche per fermare l’espansione delle colonie israeliane. I palazzi in costruzione stanno dall’altra parte delle lastre di cemento alte nove metri che turbano Di Maio: «La politica dei muri va superata, la stiamo vivendo in Europa e va superata».
Il sindaco del villaggio sta appoggiato al tronco centenario e racconta come funziona il sistema elettorale locale. È di Fatah, il partito laico del presidente Abu Mazen, che dal 2007 bisticcia per il potere con i fondamentalisti di Hamas. «Noi condanniamo le azioni terroristiche di Hamas», commenta Di Maio.
Il Sole 9.7.16
Le infiltrazioni mafiose. Faro sui controlli preventivi a Milano
Expo, spunta il «giallo» dei certificati antimafia
di Sara Monaci

MILANO Nell’inchiesta sulle infiltrazioni mafiose in alcuni subappalti per gli allestimenti e lo smontaggio di Expo - che martedì ha portato all’arresto di 11 persone con l’accusa di riciclaggio, reati tributari e appropriazione indebita - rimane da chiarire il perché il consorzio Dominus riuscì a superare i controlli antimafia delle istituzioni locali e della prefettura, oltre che della Dia e dell’Anac. Un centinaio di aziende sono state infatti interdette durante l’Expo (e talvolta il braccio di ferro si è spostato al Tar o al Consiglio di Stato, che hanno riammesso nei cantieri società che invece la prefettura espelleva). Ma per la Dominus, i cui referenti Giuseppe Nastasi e Liborio Pace sono finiti in custodia cautelare in carcere, le cose sono andate diversamente. E qualche errore nella catena dei controlli preventivi probabilmente è stato fatto. ?
La prefettura di Milano, che nel corso del 2014-2015 ha rilasciato i certificati antimafia per le aziende impegnate nel sito espositivo di Expo e nelle opere connesse, sottolinea di non aver mai esaminato la società Dominus. Ha però dato il certificato a due aziende ad essa consorziate, la Map e la Job Service. All’epoca, fanno sapere dalla prefettura, non c’erano motivi per avere dei sospetti. Quindi furono legittimate a lavorare per Expo.
Del consorzio Dominus invece nessuna traccia, per il semplice motivo che non fu inserita nella lista di imprese che la prefettura doveva analizzare. In queste ore ci si sta interrogando nelle istituzioni se questo elenco doveva essere predisposto dalla Nolostand o dall’azionista di riferimento, Fiera Milano, che rappresentava per l’Expo il referente per alcuni affidamenti diretti. Fiera Milano inviò alla prefettura un elenco di 216 fornitori.
Ricostruzione simile arriva anche dalla Direzione investigativa antimafia di Milano, che può chiedere approfondimenti su alcune aziende e dare pareri alla prefettura. Da questi uffici non sarebbe mai partito alcun nulla osta nei confronti della Dominus. E questo perché, come è stato riferito da fonti giudiziarie, la società non figurava nella piattaforma informatica delle imprese (la Si.Prex) operanti per l’evento universale.
Possibile dunque che Fiera Milano abbia prima scritto la Dominus in un elenco ma poi non l’abbia correttamente inserita nella piattaforma informatica?
Alcuni controlli antimafia sarebbero stati intanto eseguiti dalla Dia anche sulla Nolostand, la controllata della Fiera, ma le infiltrazioni mafiose sono state escluse. Sembra comunque che alcune informazioni su Nastasi e possibili sospetti di infiltrazioni mafiose vennero comunicate il 30 luglio 2015 dalla Gicex, il gruppo interforze creato per l’Expo.
Altra questione. La Dominus ha realizzato alcuni allestimenti in subappalto per il Padiglione Francia. I francesi firmarono un protocollo di legalità con la cooperativa italiana Cmc che ha realizzato la struttura, ma l’ambasciata francese sottolinea che il documento non vale per i subappalti e che quindi probabilmente la responsabilità del controllo spettava alla Cmc prima e alla Nolostand dopo.
Intanto ieri sono iniziati gli interrogatori di garanzia in carcere. L’avvocato di Nastasi, Leonardo Tammaro, «ha respinto fermamente qualsivoglia collegamento con cosche mafiose, perché ha insistito sul fatto che lui, con i suoi pregi e i suoi difetti, nel bene e nel male, è un imprenditore e non vuole essere collegato con contesti di criminalità organizzata».
Nastasi è accusato di avere messo in piedi un sistema di società cartiere che ruotava attorno al consorzio Dominus. Con le fatture false per creare fondi neri avrebbe poi finanziato la cosca mafiosa di Pietraperzia. «Per quanto riguarda le sue attività - ha aggiunto il difensore - Nastasi si riserva di chiarire che tutti gli appalti con il gruppo Fiera sono stati ottenuti legittimamente».
Ieri, davanti al gip Cristina Mannocci, è stato sentito anche l’avvocato ed ex presidente della Camera penale di Caltanisetta Danilo Tipo, accusato di riciclaggio con l’aggravante di aver favorito la mafia perché avrebbe trasportato 300mila euro in contanti in macchina verso la Sicilia. Anche Tipo, difeso dal legale Giuseppe Vaciago, così come Pace e Nastasi, davanti al giudice ha sostenuto che «con la mafia non c’entro nulla».
Il Sole 9.7.16
L’inchiesta «Labirinto». Gli interrogatori di garanzia per i due principali indagati per riciclaggio e frode fiscale
Orsini collabora, Pizza non risponde al gip
Il referente delle società chiarisce la sua posizione e chiede un confronto con il Pm
di Ivan Cimmarusti

ROMA Raffaele Pizza si è avvalso della facoltà di non rispondere. Il presunto «faccendiere», agli arresti da lunedì scorso con altre 23 persone, non ha voluto chiarire la sua posizione nell’interrogatorio di garanzia di ieri, che si è svolto davanti al giudice per le indagini preliminari Giuseppina Guglielmi.
Il suo ruolo, come «promotore e organizzatore» di una ipotizzata associazione per delinquere, risulterebbe nitido per la Procura di Roma. Il procuratore aggiunto Paolo Ielo e il sostituto Stefano Rocco Fava hanno ricostruito una rete di rapporti di cui Pizza - forte dei suoi paventati contatti con politici di primo piano, come il ministro dell’Interno Angelino Alfano - sarebbe stato il grande manovratore. Il nucleo valutario della Guardia di finanza, al comando del generale Giuseppe Bottillo, ha disegnato la mappa delle sue presunte «influenze» sugli assetti politici, intelligentemente sfruttati per ottenere un ruolo di primo piano nel valzer delle nomine nelle società pubbliche strategiche, quelle in grado di muovere milioni di euro con appalti. Ed è proprio nella sua scheda investigativa che è illustrato il suo presunto ruolo di «burattinaio», in quanto è indicato come un soggetto in grado di «condizionare le scelte politiche di nomina dei manager e dei dirigenti pubblici, ottenendo poi da costoro l’indizione di gare pubbliche e la loro aggiudicazione a imprese “vicine” che, a loro volta, subappaltavano fittiziamente in parte le commesse a società del sodalizio». Lo scopo sarebbe stato quello di incamerare «ingenti somme di denaro pubblico senza realizzare alcun lavoro».
Sotto la presunta sopraffazione di questa associazione sarebbero finiti Inps, Inail, ministero della Giustizia, ministero dell’Istruzione, Poste Italiane e Consip. Ma anche l’Agenzia delle entrate, vittima in quanto due suoi dipendenti sono accusati di aver ottenuto tangenti per fare controlli fiscali di comodo. Le informative giudiziarie illustrano anche gli stretti rapporti che Pizza avrebbe tentato di sfruttare per i suoi tornaconti.
È il caso del manager Massimo Sarmi, ex ad di Poste, che, per le Fiamme gialle, sarebbe passato alla guida di Milano Serravalle-Milano Tangenziali spa grazie all’intermediazione politica di Pizza e Davide Tedesco, collaboratore di Alfano, in cambio dell’assunzione in Poste di Alessandro Alfano, fratello del ministro.
Sotto la lente degli inquirenti ci sono anche i rapporti di Pizza con Roberto Rao - consulente del ministro della Giustizia Andrea Orlando - che avrebbe cercato di sfruttare per le sue mire legate alla diffusione negli uffici giudiziari italiani del software Tiap, un programma di gestione dei documenti giudiziari messo a punto dall’imprenditore Gianni Nastri, di Siline spa, e ceduto a titolo gratuito al ministero nel 2003. «Quando sarà in condizione di sostenere un interrogatorio - hanno commentato i suoi legali, gli avvocati Antonio Villani e Michele Montesoro - si metterà a disposizione degli inquirenti. Al momento la scelta di non rispondere è dettata dall’esigenza di analizzare con più calma l’intero quadro di accuse della Procura».
Diversamente da Pizza, ha deciso di rispondere alle domande del gip il consulente fiscale Alberto Orsini, sospettato di essere il manovratore dei conti della presunta associazione per delinquere. Orsini, che condivide gli avvocati con Pizza, avrebbe già chiarito alcuni fatti. Ha illustrato il suo ruolo di consulente fiscale, che svolge anche per altre società. Gli avvocati hanno annunciato che Orsini intende essere ascoltato nuovamente ma dai pm.
Intanto il ministero della Giustizia ha voluto smentire la ricostruzione contenuta nelle informative investigative, secondo cui Nastri - l’amministratore della società Siline che voleva far estendere a tutti gli uffici giudiziari italiani il software Tiap di cui poi avrebbe gestito la manutenzione - ha incontrato nel 2015 Matteo Bianchi, attuale caposegreteria del ministro Orlando ed ex segretario particolare. Bianchi ha escluso «di aver mai incontrato queste persone, così come di aver voluto da loro informazioni sul Tiap».