lunedì 16 ottobre 2017

Corriere 16.10.17
«Accordi sulle liste? Matteo non ci irriti o saranno problemi»
Emiliano: dica che vuole governare con FI
intervista di Monica Guerzoni

ROMA «Il decennale è stato gestito nel peggiore dei modi».
Non hanno invitato neanche lei, presidente Emiliano?
«Io sono stato il primo segretario della Puglia e il Pd è il primo partito al quale mi sono iscritto per fare politica attiva. Per me il 14 ottobre è una giornata importante e mi dispiace se è stata un’occasione sprecata. Potevano incontrarci e riabbracciarci tutti. Ricucire».
Invece?
«Invece nessuno di noi è stato invitato all’Eliseo. Non è stata preparata una festa, ma una riunione ristretta, in un piccolo teatro e con poca gente. Segno che c’è poco da festeggiare. È già tutto scritto, si dà per scontato che arriviamo terzi e nessuno sembra sconvolgersi per questo».
Renzi ha messo nel conto la sconfitta?
«La vede come una catarsi, che consenta al Pd di purificarsi per diventare esclusivamente renziano. Pochi ma buoni. Io giro a piedi e gli elettori mi prendono in giro. Sono tutti convinti che andremo a governare con Berlusconi facendo fuori le ali estreme della destra e della sinistra».
Non è così, presidente?
«Io non lo condivido, ma la grande coalizione potrebbe anche essere un progetto politico. Il problema è che Renzi non lo vuole confessare e così non possiamo scrivere i programmi. È una situazione difficilissima, soprattutto al Sud, dove si governa con alleanze dall’Udc alla sinistra. Io sono per l’Ulivo 4.0, ma avendo perso il congresso non posso imporre la mia linea».
Può dire che non condivide quella di Renzi...
«Infatti non sono d’accordo e vedo un imbarazzo enorme. Se lui ha deciso di allearsi con Berlusconi, dobbiamo saperlo. Parliamo del governo del Paese, non di un piccolo comune della Puglia. Con quale programma mi confronto? Con quello del Pd, di FI o con un terzo, che sarà scritto dopo le elezioni? Mi appello a Matteo Renzi. Se ci aiuta a dire la verità possiamo ancora fare un buon risultato».
Quanti posti in lista le ha promesso in cambio del suo sostegno?
«Renzi non fa accordi con nessuno, quando farà le liste scopriremo cosa ha deciso. Se fosse lungimirante, cercherebbe di avere Emiliano dalla sua parte. Se invece venissimo indispettiti potrebbero esserci problemi gravi, rischieremmo di essere meno convincenti in questo tentativo di sostenere il Pd, già pieno di dubbi».
Farà una sua lista?
«Renzi ci ha chiesto di fare una grande lista civica nazionale, col sindaco di Bari e i governatori. Io ci metterò la faccia, persino rischiando di compromettere il mio consenso a causa del Pd. Ma da quali contenuti partiamo? Dal libro di Renzi, che io non ho letto?».
Quando sono cominciati i problemi del Pd?
«Renzi con la rottamazione ha deciso di non comporre più il conflitto, eliminando tutte le anime dissenzienti. Questo ha demolito il progetto originario di Veltroni e ha cambiato la storia della politica italiana».
È tutto perduto?
«Spero di no. Dopo aver sbagliato l’Italicum, che è saltato lasciandoci con una legge antiulivista, ora si tenta di recuperare con il Rosatellum, che si sforza di dare un premio. Ma non è facilissimo. Renzi dovrebbe ricucire il centrosinistra con una coalizione da Cesa a Vendola».
Lei ci starebbe?
«Certo, è la coalizione con cui governo la Puglia».
Repubblica 16.10.17
New York stories
Woody Allen: “Lo scandalo Weinstein è triste ma ora scatterà la caccia alle streghe”
Il regista presenta “Wonder wheel” e racconta la sua quotidianità: “Intellettuale io? Proprio no”
intervisa di Silvia Bizio

NEW YORK WOODY ALLEN, 81 anni, è in città per finire le riprese del nuovo film, A rainy day in New York, e si è ritrovato anche lui sconvolto dallo scandalo Harvey Weinstein, esploso anche con un’indagine sul New Yorker del figlioccio di Allen, Ronan Farrow. «È triste e tragico per chiunque coinvolto», ci dice al New York Film Festival. «È tragico per quelle povere donne vittime dei suoi abusi, triste per la vita rovinata di Harvey, di sua moglie, dei figli. Ronan ha scritto un ottimo reportage e ha fatto bene a togliere il coperchio da questa pentola da troppo tempo in ebollizione e anche a togliere il velo dell’omertà su queste odiose pratiche sessiste. Ma mi lasci dire che nessuno ne uscirà vincitore da, siamo tutti perdenti». Allen spera che le indagini migliorino le cose, ma teme che «si venga a creare un’atmosfera da caccia alle streghe, in cui ogni uomo in un ufficio che fa l’occhiolino a una donna debba ritrovarsi a chiamare un avvocato per difendersi. Non è giusto nemmeno quello».
È impressionante la continuità creativa di Allen, che sforna un film ogni dieci mesi con puntualità da orologio svizzero. Al festitval presenta Wonder wheel, in Italia atteso per Capodanno, imperniato sulle vicende di quattro personaggi nella caotica vita del parco dei divertimenti di Coney Island negli anni 50: Ginny (Kate Winslet) è un’aspirante attrice che vive di rimpianti con il secondo marito che non ama, Humpty (Jim Belushi), e ha una relazione con il bagnino Mickey (Justin Timberlake). La finta serenità è spezzata dall’arrivo della giovane figlia di Humpty, Carolina (Juno Temple). Con la fotografia di Vittorio Storaro («Conoscendo la luce calda di Roma, sa creare come pochi altri reazioni emotive »), il film è prodotto da Amazon, che ha cancellato il tappeto rosso al festival dopo la sospensione del presidente Roy Price accusato di molestie sessuali.
Cosa pensa di questa storia?
«Sì, lo so, è un’epidemia. Ma Amazon è una delle compagnie più grandi al mondo, ha sostenuto i miei film e non ho nessuna relazione con nessuno di loro in particolare. È un universo enorme e molto complesso. Non so che dirle: mi hanno dato i soldi per il film e mi hanno lasciato in pace, non ho sentito né visto nessuno. Hanno messo i soldi in una busta, me l’hanno consegnata, io ho fatto il film, loro lo fanno uscire. Fine. Non posso proprio condannare nessuno ad Amazon e sarebbe molto sciocco farlo da parte mia».
Parlando di “Wonder wheel”, perché Coney Island?
«Quando ero bambino Coney Island era già in declino. Chiedevo sempre a mio padre di portarmici e lui lo faceva ma controvoglia, diceva che non era un bel posto. Ma prima che nascessi era un posto magnifico, una cosa unica, una leggenda di cui ascoltavo racconti come si trattasse davvero di un giardino delle meraviglie. Dall’Oceano vedevi le sue luci a miglia di distanza. Coney Island era New York ancora prima della statua della Libertà o dell’Empire State Building».
Certe atmosfere sembrano omaggiare “Un tram che sichiama desiderio”.
«No, non faccio mai omaggi. Ma tutto quello che ho scritto ha legami con Tennessee Williams, un’ispirazione per me. E con Eugene O’Neill».
Ancora tanti personaggi femminili: cosa la ispira a scrivere di donne?
«Tutti abbiamo un lato maschile e uno femminile, anche io. Ma quando recitavo nei miei film non riuscivo a scrivere bene i ruoli femminili. La mia relazione con Diane Keaton mi ha insegnato molte cose sull’universo femminile e mi ha aiutato a tirar fuori la mia componente femminile».
Una volta Diane Keaton, a una domanda su chi fosse stato il suo migliore amante, rispose lei.
«Beh, io ero pazzo di Diane, ero del tutto dedito a lei, fare l’amore con lei era una piacevole “fatica d’amore”. Lei è una che illumina la stanza, l’intero isolato, quando arriva. Ha una personalità scintillante, è stata e ancora è un’icona. Forse all’epoca il mio amore per lei mi ha reso attraente ai suoi occhi».
Chi è il boss a casa: lei o sua moglie Soon-Yi?
«Mia moglie. Ha una personalità dominante, è ipercompetente ed efficiente in tutto ciò che è gestione casa e figli, e io iperincompetente. Non riesco nemmeno a cambiare i canali della tv senza il suo aiuto. Mi dà la paghetta settimanale: 35 dollari. Mi bastano: tanto sono sempre a scrivere o a dirigere, e il catering è gratis. Ogni tanto scopro uno dei miei figli a sfilarmi qualche dollaro dai pantaloni e la cosa mi diverte. Però poi devo tornare da Soon-Yi a chiederle altri soldi e lei mi dice, “ma come, li hai già finiti?” ».
Quale crede sia l’idea più sbagliata sul suo conto?
«Probabilmente che sono un intellettuale. Solo perché ho gli occhiali, i capelli scompigliati e faccio film che perdono soldi. Una bellissima immagine, ma non sono io. Io sono quello con una birra davanti alla tv a guardare il basket o il football, non nello studio con un libro di un filosofo danese esistenzialista».
E poi?
«Che sono lavoro-dipendente: passo più tempo col clarinetto o con mia moglie. Scrivo un film in poche settimane e lo giro in un mese, mai di più. Passo svariati mesi senza lavorare per niente».
Il Fatto 16.10.17
Bangladesh, l’inferno dei rohingya in fuga
Sono musulmani, scappano dalle persecuzioni in Myanmar. Viaggio nel campo profughi di Balukhali dove oltre 100 mila persone vivono in condizioni disperate
di Cosimo Caridi

Piove a gocce grosse come biglie. In pochi minuti il sole si oscura e con la stessa velocità la strada si trasforma in una palude. Le capanne flettono sotto il peso dell’acqua, i viottoli che scendono per le collinette diventano ruscelli. Un mese fa questo era un bosco, oggi è il campo profughi di Balukhali, dove vivono oltre 100 mila rifugiati. Ma i numeri dell’esodo rohingya sono ancora più imponenti. Da fine agosto una violenta azione dell’esercito birmano ha messo in fuga verso il Bangladesh oltre mezzo milione di persone, tutte bloccate in una manciata di chilometri quadrati all’estremo sud del Paese. In un quarto d’ora torna il sole e illumina il fango lasciato dall’acquazzone. Il termometro schizza sopra i 35 gradi, che con l’umidità sembrano 45.
“Sono rimasto solo – Rohaman, sedici anni, non perde il sorriso nemmeno mentre racconta il massacro della sua famiglia – l’esercito è arrivato e ha iniziato a sparare, era notte. I miei genitori e mia sorella dormivano, sono bruciati con la casa”. Rohaman quella sera era da suo zio. Quando ha visto il fuoco è scappato nella foresta. “Mi sono nascosto lì per 12 giorni – continua il ragazzo – senza mangiare, senza dormire”. Ha altri otto fratelli, anche loro sono scappati: “Saranno in un altro campo o forse ancora in Myanmar”. Racconta che di Buthi Dung, il suo piccolo villaggio, non è rimasto più nulla: “Tutto è stato bruciato, le trecento persone che ci vivevano o sono fuggite o sono morte”.
La storia di Rohaman è piena di dettagli, di colpi di macete, di arti amputati, di stupri, ma soprattutto di paura. Tutto questo però non è verificabile. Il Myanmar non permette ai giornalisti e agli osservatori internazionali di visitare il Rakine, la regione interessata dagli scontri. Le immagini satellitari, analizzate da Human Right Watch, hanno registrato il rogo di oltre 65 villaggi nelle ultime sei settimane. Per chi scappa si tratta della mano incendiaria dell’esercito birmano. Per i generali, invece, sono gli stessi rohingya a dar fuoco alle proprie case per poi fuggire in Bangladesh. Ma la versione della giunta militare, che guida il Myanmar da quasi 30 anni, non convince gli osservatori internazionali: “Le operazioni della Birmania contro i rohingya, sembrano applicare i principi della pulizia etnica”, ha detto a metà settembre Zeid Ràad el Hussein, l’Alto Commissario dei diritti umani delle Nazioni Unite a Ginevra.
Le accuse della comunità internazionale fanno ancora più rumore, perché offuscano l’aura di Aung San Suu Kyi, icona mondiale della nonviolenza. Nel 1990, poco dopo che la giunta militare s’impadronì del potere, Suu Kyi si presentò alle elezioni e le vinse. L’esercito la fece incarcerare. L’anno successivo la signora di Rangoon fu insignita del Nobel per la Pace. Da lì in poi, fino al 2010, visse agli arresti domiciliari. Oggi, dopo aver vinto le elezioni del 2015, sarebbe dovuta essere il primo ministro, ma i militari le hanno assegnato un ruolo creato ad hoc: consigliere di Stato. Per tre settimane dall’inizio della crisi, Suu Kyi ha mantenuto il silenzio sulle violenze perpetrate contro la minoranza rohingya. Il 18 settembre ha, finalmente, detto la sua: difendendo le forze di sicurezza che starebbero prendendo tutte le misure necessarie per non colpire i “civili innocenti” e per evitare “danni collaterali”. Strano che dopo anni di arresti domiciliari l’eroina birmana si schieri con i suoi (ex) aguzzini.
All’ingresso del campo di Balukhali su un cartellone nero si legge “Basta omicidi. Aung San Suu Kyi riconsegna il Nobel”. Se violenze e ferite possono essere nascoste, bastano pochi passi tra i rohingya rifugiatisi in Bangladesh per vedere i segni della malnutrizione. Da ogni tenda spuntano bambini nudi da braccia, gambe scheletriche e con il ventre gonfio. In piedi davanti all’ingresso della capanna di bambù c’è una donna con un bimbo di poche settimane tra le braccia. “Siamo scappati quando lui aveva 20 giorni – spiega Nurtaz Bagan, 25anni e cinque figli – non avevo latte da dargli. Prima di arrivare qui non mangiavo da giorni”. L’esercito di Dhaka registra tutti i rohingya che entrano nel Paese e li invia verso i campi profughi, a pochi chilometri dal confine. Non è il governo a prendersi cura di loro, ma le ong. Lunghe file dall’alba al tramonto segnano il ritmo dei pasti. Dei recinti di bambù racchiudono centinaia di bambini che aspettano nel fango. Chi di loro ha un piatto lo usa per ripararsi dal sole. Dai pentoloni escono mestolate di riso e salsa piccante. Non ce n’è per tutti. Si corre, si litiga, qualcuno scoppia a piangere, molti resteranno a digiuno anche oggi.
Un mormorio ritmico e ripetitivo arriva dalla cima di una collinetta. Uomini in galabeya bianca e barba lunga appoggiano la fronte a terra. La moschea è il luogo più pulito di tutto il campo. Il trentenne Ayoub Khan sorregge il padre anziano mentre si infila le ciabatte dopo aver terminato il rito della preghiera. “Non meritava di lasciare la sua casa prima di morire – dice mentre prende sottobraccio il genitore e lo accompagna verso la tenda – ci danno la caccia perché siamo rohingya, perché siamo musulmani”. Ayoub divide la capanna con tutta la famiglia allargata, meno di 20 metri quadrati dove dormono e mangiano 13 persone. “Sono laureato, ma non mi hanno mai fatto lavorare. In Birmania noi rohingya non possiamo avere impieghi qualificati. Ci odiano e ci perseguitano”.
In Myanmar la maggioranza della popolazione è buddista. I rohingya sono confinati nel nord del Paese, alla frontiera con il Bangladesh. Nei secoli quell’area passa di mano diverse volte. Si crea così una minoranza musulmana con lingua e cultura diversa dal resto dello Stato. Durante la Seconda guerra mondiale i britannici armano i rohingya, i giapponesi fanno lo stesso con i buddisti. I massacri si susseguono per anni. Non basta la fine del conflitto mondiale: le armi continuano ad arrivare dal Regno Unito, questa volta per fermare l’avanzata dell’Unione Sovietica. Nel 1948 la Birmania diventa indipendente. Subito la maggioranza burma e buddista inizia una discriminazione sistematica contro la minoranza musulmana. Media e società civile etichettano i rohingya come migranti illegali bangladesi. La repressione genera una resistenza violenta che negli ultimi anni si riunisce nell’Arsa, un gruppo di matrice islamica che lotta per la liberazione dell’Arkan, antico regno dei rohingya. Per ogni attacco dell’Arsa l’esercito birmano colpisce i villaggi musulmani. I civili scappano. Il copione si ripete, fino a degenerare ad agosto nella più grande crisi umanitaria dei nostri giorni.
Nessuno è in grado di dare dati ufficiali né su quanti siano i rohingya entrati in Bangladesh né su quanti ce ne siano nei campi. Lungo le strade che attraversano gli insediamenti gli uomini camminano schiacciati dal peso dei lunghi bambù che trasportano. “Dieci pali lunghi quattro metri – dice un ragazzo con gli alberi in equilibrio sulla spalla – due teloni di plastica e qualche cordino. Basta questo per costruirmi casa”. Tra il fango e la pioggia i profughi stanno costruendo una città con canne di bambù. Le tagliano, legano e intrecciano, trasformandole in tetti, muri e recinti. Tutto destinato a durare meno della stagione monsonica.
Non c’è un piano di sviluppo, non ci sono bagni né acqua corrente. Mancano le scuole e le strutture sanitarie, ma si contano già decine di moschee. Le fogne non sono altro che dei canali di scolo che scaricano in mezzo alle colline, proprio accanto ai primi embrioni di negozi. L’odore acre di feci mischiate ad acqua lasciata al sole, è un campanello d’allarme importante. La organizzazione mondiale della Salute ha già annunciato un piano di vaccinazioni obbligatorie contro il colera.
I campi si snodano per una lingua d’asfalto lunga quasi dieci chilometri, alle due estremità i posti di controllo dell’esercito di Dhaka. I rohingya possono entrare, ma non uscire. Siamo nel distretto di Cox’s Bazar, la riviera romagnola del Bangladesh, 120 chilometri di spiaggia con sabbia bianca, la perla del turismo nazionale. Il mezzo milione di rifugiati ha visto quel mare solo una volta, quando lo ha attraversato scappando dalla Birmania.
Shamlapur è un villaggio di pescatori, il Myanmar dista meno di un’ora di navigazione. Sul bagnasciuga sono adagiate diverse barche lunghe una decina di metri, hanno poppa e prua affusolate verso l’alto. “Ci sono stati molti naufragi – racconta Saad Bin Hossain, regista di Dhaka che sta documentando la fuga dei rohingya – lunedì scorso l’ultimo. Sono arrivati a riva 12 cadaveri, dieci erano bambini”. L’acqua è scura, carica della terra che i monsoni gettano in mare. “Si può attraversare il confine anche a piedi – continua Saad – ma è più pericoloso. Ho visto il corpo di un ragazzo imputridire nella no man’s land, ha pestato una mina anti-uomo, con lo zoom della telecamera lo potevo vedere in faccia, i suoi resti sono ancora lì”.
Repubblica 12.10.17
Il futuro della Cina in sei domande

PECHINO. Il diciannovesimo congresso del partito comunista incoronerà Xi Jinping per i prossimi 5 anni: è la tradizione non scritta che assegna due mandati quinquennali al segretario. Ma l’appuntamento sarà decisivo per almeno 6 punti. Ecco cosa ci si aspetta da Xi.
1. Indicherà un successore? Tradizione vuole che il leader indichi un delfino tra i nuovi (o vecchi) membri del Comitato permanente: se non lo fa, è segno che punta a restare oltre i limiti.
2. Rispolvererà il ruolo di “chairman”? È il titolo che fu di Mao, “presidente”, ora sostituito da “segretario”. Xi potrebbe recuperarlo per rafforzarsi ai danni del Comitato permanente, oppure affidarlo al braccio destro Wang Qishan, che per limiti d’età dovrebbe uscire dal Politburo.
3. Sarà omaggiato nella costituzione? La menzione di una dottrina con il nome del leader è privilegio concesso solo a Mao Zedong e (post mortem) a Deng Xiaoping.
4. Confermerà il ruolo “decisivo” del mercato? Xi ha rilanciato il carattere marxista del partito e frenato il potere degli imprenditori privati: cosa succederà alle riforme?
5. Dichiarerà guerra all’inquinamento? Sull’ambiente ormai ci si gioca il consenso popolare, ma qualsiasi iniziativa rischia di minare la crescita economica: cosa sceglierà Xi?
6. Parlerà di Trump e Kim Jong-un? Probabilmente non in maniera diretta: ma tutto il mondo guarderà a Pechino e anche Kim guarderà al Congresso, si teme con un nuovo lancio. (a. aq)
Repubblica 16.10.17
Alla vigilia del congresso del Partito comunista, il presidente rafforza il proprio ruolo. Lo storico Rana Mitter: “È pronto a restare più di 5 anni”
L’impero di Xi Jinping
“Ecco come il nuovo Mao consolida il potere”
intervista di Angelo Aquaro

PECHINO Il Grande Fratello abita già qui. Ma la Cina che sta nascendo nel congresso che iscriverà il pensiero di Xi Jinping nella costituzione del partito –accanto a quello di Mao e Deng – rischia di far correre un brivido ben oltre il miliardo e 450 milioni di sudditi dell’Impero rosso. È un futuro dove il «governo elettronico» e il «controllo sociale» potranno dare vita a uno «Stato autoritario avanzatissimo », spiega Rana Mitter, lo storico di Oxford tra i più grandi esperti di Estremo Oriente. Da Mao Zedong a Philip K. Dick?
Gli occhi del mondo sul 19esimo congresso del partito che incoronerà Xi per i prossimi 5 anni: davvero proverà a restare oltre il termine del decennio?
«Lo scopriremo nella tradizionale passerella finale: vedremo solo allora se nel nuovo comitato permanente ci sarà qualcuno che possa configurarsi come il successore. Al momento i papabili sono troppo anziani: Wang Qishan e pochi fidati. La cosa più probabile è che si costruisca una squadra che gli permetta di avere sempre più il controllo della situazione ».
Lei scrive in “Modern China”, la sua storia riedita l’anno scorso da Oxford, che anche Jang Zemin provò a non mollare.
«La differenza è che il suo potere si basava sull’equilibrio tra fazioni. Xi ha lavorato sodo nei suoi primi 5 anni per consolidarsi il più possibile: tra i militari, nel partito, nell’amministrazione. Altro che compromesso: ha una struttura tale da puntare dritto al mantenimento del potere».
Un leader sempre più solo al comando: in uno scenario globale sempre più confuso. L’incubo atomico della Corea del Nord, Donald Trump che guida la ritirata degli Usa. È l’alba dello strapotere cinese?
«Lo vedremo già a novembre, alla conferenza dell’Apec, in Vietnam. Trump terrà un discorso potenzialmente decisivo. Perché dovrà dare assicurazione a Giappone, Corea del Sud, Taiwan ma anche Singapore che l’impegno degli Usa nel Pacifico resta inalterato. Oppure dirà, come continua a dire, che è tempo per l’America di ripensare il suo ruolo nel mondo ».
Regalando il campo a Xi: dalle isole contese del Mar della Cina del Sud dove passano 5mila miliardi di dollari di merci, alle Filippine che combattono l’Isis con le armi di Pechino.
«Non c’è solo l’espansionismo militare, pure enorme con 144 miliardi di dollari di spesa all’anno. Dalla nuova via della seta in giù la Cina è ormai al centro della regione. E’ una grandissima chance: il paradosso è che sono gli americani a offrirgliela».
Quali altri segnali bisognerà cogliere al Congresso?
«La riforma del sistema fiscale, mossa decisiva per affrontare l’enorme problema del debito, è la grande preoccupazione di Xi».
E la politica?
«La prossima sfida: e-government e controllo sociale. Si spingerà sul sistema dei crediti che valutano l’affidabilità dei cittadi- ni, anche grazie alle carte d’identità elettroniche. Un sistema che presto sarà così avanzato da diventare parte determinante del governo autoritario».
Con il Nobel Liu Xiaobo è morto il dissenso? Lei spiega che la miccia di Tiananmen scoppiò anche per la protesta sui salari. La Cina da allora si è arricchita: è sempre una questione di soldi?
«Più corretto dire che la legittimazione del partito continua a passare per il successo economico. Ma in 30 anni la classe media è cresciuta e oggi il vero problema sono i giovani laureati che non trovano impieghi all’altezza delle aspettative. Potenzialmente un grande rischio».
Abbracciare le riforme, dice Xi, non vuole dire “adottare valori e sistemi politici occidentali: le riforme dovranno sempre avere caratteristiche cinesi”. La traduzione di “caratteristiche cinesi” è: “senza democrazia”?
«Alla caduta dell’Impero si votò democraticamente già nel 1913: più di un secolo fa. E l’esperienza di Taiwan è un esempio di come nella cultura cinese può sorgere una democrazia aperta. Può accadere in un prossimo futuro? Io penso che andremo più verso un sistema ibrido. Non una democrazia liberale ma una qualche partecipazione attraverso il governo elettronico. Dipende dalla flessibilità del partito: riuscire a maneggiare un sistema che tenga la barra al centro cambiando i meccanismi intorno».
Riuscirà a farlo Xi, il nuovo Mao?
«Il paragone è fuorviante. D’accordo: il culto dell’immagine, il leader benevolente, Xi Dada cioè “zio Xi” come si fa chiamare – l’identificazione del partito nella sua persona. Ma per restare in sella Mao chiese al popolo di prendere la politica nelle proprie mani e provocò la Rivoluzione culturale. L’ultima cosa che Xi si sognerebbe di fare. La sua generazione è quella dei ‘figli della Rivoluzione culturale’. Il pugno duro viene anche da lì: avere vissuto il caos, i leader costretti dalle Guardie Rosse a confessare in piazza. Xi pensa che Mao cercò di distruggere il partito: lui farà di tutto per rafforzarlo».
Resta la domanda: come cambierà la Cina di Xi?
«Finora sembra più interessato ad accentrare il potere. Una volta creato un sistema più stabile potrebbe pensare di aprire. Ma è tutto da vedere».
Rana Mitter, storico di Oxford, è considerato tra i più grandi esperti di Estremo Oriente.
“Modern China”, del 2004, rivisto nel 2016, è il suo titolo principale
Corriere 16.10.17
«In Catalogna chi perde è la ragione»
di Sara Gandolfi

Parla la giallista spagnola Alicia Giménez Bartlett. Oggi scade l’ultimatum a Puigdemont
«Forse un giorno, in futuro, la letteratura riuscirà a spiegare ciò che sta succedendo oggi in Catalogna. Noi scrittori dobbiamo distanziarci nel tempo dai problemi per raccontarli, non è un’arte “calda”, serve riflessione ed elaborazione, ri-creazione». Alicia Giménez Bartlett, la regina del giallo spagnolo, autrice della seguitissima (anche in Italia) saga di Petra Delicado, ispettrice della polizia di Barcellona, dura dal cuore sensibile, è cauta però non ha dubbi: «Petra è realista e, se dovesse affrontare il “caso catalano”, saprebbe bene che individualmente non si possono risolvere problemi politici. Ma sul piano personale avrebbe mandato i due governi «al carajo» (in italiano vaff...) e forse avrebbe chiesto la nazionalità italiana. Da voi ha molti amici». Oggi scade l’ultimatum posto dall’esecutivo di Madrid al presidente catalano Carles Puigdemont.
Nelle manifestazioni di questi giorni, a Barcellona come a Madrid, l’emozione sembra aver preso il sopravvento. Dove vi porterà?
«Saremo in grado di risolvere fra noi i problemi. La grande maggioranza degli spagnoli è pacifica e ama la vita. Le minoranze che scendono in strada possono trarre in inganno riguardo la situazione reale. Tuttavia, l’emotività senza freni degli ultimi tempi è preoccupante ed è stata alimentata dal governo catalano e dalle istituzioni catalaniste. Io, personalmente, sono molto afflitta. La “rivoluzione” della mia gioventù era fondata sulla ragione, sulla razionalità. Sembra che oggi solo contino le maledette emozioni, che sono così manipolabili».
Come si è arrivati fin qui?
«Il governo spagnolo ha commesso moltissimi errori: impedire una revisione dello statuto catalano di autonomia, che a suo tempo si considerò, sottovalutare la lingua catalana, non fare attenzione ai dettagli né al finanziamento economico. Ha fatto un disastro utilizzando la polizia duramente con la cittadinanza... Ma i politici catalani stanno a loro volta sbagliando: la mobilitazione in strada, le ambiguità, i calcoli machiavellici... Mi aspetto una svolta da parte di tutti».
Qual è il ruolo della società in questo processo di radicalizzazione?
«La società non è monolitica. La frangia dei giovani è stata importante: sono stufi del “sistema”, hanno ricevuto un’educazione scolastica che, in qualche modo, li ha portati a rifiutare la Spagna e, a causa della loro situazione lavorativa precaria, pensano di aver poco o nulla da perdere. Il resto della società è molto divisa. In alcuni casi, eccitare i sentimenti nazionalisti, sia spagnoli sia catalani, è un’irresponsabilità. Peggio, una stupidità. Perderemo tutti qualcosa in questa crisi».
E qual è il ruolo degli intellettuali?
«Da tempo non contano nulla. Non solo qui e in questa crisi, in qualsiasi società del mondo. Come ho detto prima: non è tempo per la razionalità. Il mondo ha lasciato alle spalle il pensiero, la cultura, lo studio sereno e filosofico della vita».
La lingua catalana è stata uno strumento importante nel riaccendersi del nazionalismo catalano, fin dai tempi del franchismo. O come dice il suo collega Javier Cercas è solo una lotta di potere?
«Non so se è una lotta di potere, però è ovvio che il malessere mondiale dei tempi che viviamo influisce su quanto sta accadendo anche qui. Nessuno sembra stare bene al suo posto e basta un niente perché tutto il tessuto sociale salti per aria. Ciò detto, non credo che la lingua catalana oggi sia in difficoltà».
Lei vive a Barcellona ma non è catalana e scrive in castigliano. Si sente straniera oggi?
«Il mondo della letteratura in castigliano e quello in catalano sono sempre stati molto separati in Catalogna: differenti celebrazioni, differenti premi... noi abbiamo sempre saputo che tutti gli aiuti del governo della Generalitat andavano ai libri in catalano, ma finora non c’era stato alcun problema, noi scrittori in castigliano sapevamo anche che la diffusione dei nostri libri era maggiore perché raggiungeva tutta la Spagna, per cui ci sentivamo ampiamente ricompensati. Non è mai esistita fra le nostre due comunità alcuna tensione».
In Italia si dice che Lei è la Camilleri di Spagna (o forse Camilleri è il Bartlett d’Italia?). Camilleri difende la «sicilianità» della sua terra. Anche Lei crede nel potere del localismo?
«È importante conoscere le tradizioni della tua gente, è divertente rivisitarle ma i localismi in genere vengono dal passato e il passato è sempre peggiore del presente. Non credo nella forza dei regionalismi, per questo odio le corride, che in fondo sono pura tradizione, o no?».
Vargas Llosa dice che in Catalogna ha preso piede un «provincialismo senza testa né coda». Condivide?
«Credo che un grande scrittore come Vargas Llosa avrebbe dovuto usare meglio le sue parole e non abbassarsi a termini offensivi né a semplificazioni, soprattutto quando si rivolge alle folle. È evidente (e lo fu anche ai tempi delle elezioni presidenziali in Perù) che è più bravo in letteratura che in politica».
A Barcellona nei giorni scorsi si sono visti in strada centinaia di manifestanti di estrema destra, con le bandiere franchiste, le croci uncinate e le uniformi militari. Il passato che torna?
«Il passato non tornerà. Ci sono gruppi di estrema destra in tutta Europa. In Spagna sono piccoli e mancano di qualsiasi prestigio sociale. I decerebrati non sono gradevoli da osservare, ma non devono inquietarci».
Corriere 16.10.17
In Inghilterra si accende la battaglia culturale sulle identità sessuali e di genere
di Luigi Ippolito

Una nuova battaglia culturale attraversa la Gran Bretagna: e corre lungo la linea di definizione dell’identità sessuale e di genere. I fronti sono molteplici: si va dalle scuole che introducono uniformi unisex per maschi e femmine alla proposta di rendere facoltativa nel prossimo censimento la domanda sul sesso biologico di appartenenza, per non discriminare le identità fluide. Tutte iniziative che inevitabilmente hanno suscitato controversie. L’ultima polemica investe il Servizio sanitario nazionale: dall’anno prossimo i medici e gli infermieri pubblici inglesi, a ogni appuntamento con un paziente maggiore di 16 anni, dovranno informarsi sull’orientamento sessuale (etero, gay, lesbica, bisex o altro). La novità è stata promossa dagli attivisti omosessuali e ha come obiettivo quello di fornire terapie più mirate: le persone della comunità LGB sono due volte a rischio suicidio rispetto agli altri, sette volte più spesso tossicodipendenti e due volte di più dedite all’abuso di alcol. Ma la reazione non si è fatta attendere: è sicuramente fonte di imbarazzo, si fa notare, chiedere l’orientamento sessuale a un ragazzino sedicenne o a una nonnetta ultraottantenne. Per non parlare in generale dell’invasione della privacy: fuori lo Stato dalla camera da letto, ha commentato qualcuno. A questa notizia se ne accompagnano altre: come il college che ha deciso di consentire ai maschi che si sentono femmine di truccarsi e vestirsi da donna e perfino di dormire nelle camerate delle ragazze; o lo stampatore che ha rifiutato i biglietti da visita ai clienti trans. Quella che è in corso è una ridefinizione dei parametri di appartenenza sessuale e di genere: e occorre prestarvi attenzione, perché la Gran Bretagna fa spesso da apripista. È già una società post-religiosa e post-razziale: sarà anche una società post-sessuale, nel senso di andare oltre la divisione binaria maschile-femminile ?
Corriere 16.10.17
«Ma non bisogna attendere vent’anni per denunciare»
Cucinotta: uomini poveri vigliacchi, le donne imparino a dire no
di Emilia Costantini

«Un uomo che usa il suo potere per abusare di una donna è un vigliacco, un poveraccio impotente e neanche la castrazione chimica servirebbe, tanto là sotto non ha niente da castrare. Ma le donne devono imparare a dire dei no».
Maria Grazia Cucinotta, che recentemente ha creato l’associazione «Vite senza paura» insieme a magistrati, avvocati, psicologi, per assistere le donne vittime di violenza, ha conosciuto il produttore Harvey Weinstein: «Ha distribuito il film “Il postino”, ma con me si è comportato in maniera corretta. E mi meraviglio di quanto è accaduto, perché in America, dove ho vissuto a lungo, gli uomini sono terrorizzati dalle denunce e difficilmente si espongono: temono di fare complimenti o avances eccessive e addirittura ci sono quelli che evitano di prendere l’ascensore da soli con una donna!». Strano, però, che la moglie di Weinstein, Georgina Chapman, non si sia mai accorta di nulla. «Sì, strano, adesso prenderà in mano tutto lei, forse chissà...». Forse non le conveniva accorgersi delle manie erotiche del marito? «Io non giudico nessuno — ribatte l’attrice — dico solo che queste storie avvengono ovunque, in tutti gli ambienti lavorativi, e soprattutto in Italia dove non esistono leggi che tutelino seriamente il mondo femminile dai soprusi maschili. Una mia amica, per esempio, ha dovuto ripetere tante volte un esame all’università perché non cedeva alle voglie del professore: certi individui mi fanno proprio pena, il loro “cervello” basso prevale su quello alto. Ma succede persino agli uomini di essere molestati da altri uomini, occorre avere il coraggio di denunciare subito e non aspettare vent’anni, altrimenti a che serve? A meno che — aggiunge — non ti piaccia la persona che ti corteggia, e questa è un’altra questione. Insomma, in queste vicende non si sa mai dove finisce il gossip e dove inizia la storia vera».
È la paura di non ottenere un posto di lavoro, oppure un ruolo in un film che induce a subire? «Io ho detto tanti no, non sono mai stata obbligata a fare cose che non volevo e non sono mai morta — è categorica Cucinotta —. Avevo solo 19 anni quando un famoso fotografo voleva spogliarmi e ritrarmi a tutti i costi nuda, mi rifiutai e lui, con tono dispregiativo, sentenziò: “Tu puoi solo servire ai tavoli”. Be’, mi spiace per lui, ma non ho mai dovuto fare la cameriera. E non è vero che potevo permettermi di rifiutare compromessi: sono partita da Messina con 600 mila lire in tasca, guadagnate facendo la commessa in un negozio di antifurti. Certo, ci vuole carattere e soprattutto non fissarsi su certi obiettivi, altrimenti sei una perdente: io diversifico, faccio regia, produzione, volontariato...».
Maria Grazia ha una figlia di 16 anni, che non vuole seguire le orme della mamma: «Di fare l’attrice non se ne parla proprio. Quello che le ripeto spesso è di rispettare se stessa e io, come madre, potrei uccidere qualcuno che non rispetta mia figlia. Perché le madri hanno una funzione importante, anche nell’educazione dei maschi: quante volte capita di sentire una donna dire al proprio figlio “quella è una mignotta”. Purtroppo, a volte, le prime nemiche delle donne sono proprio le donne, cosa che difficilmente accade agli uomini, di solito molto complici e sodali tra loro».
L’attrice conclude: «Per reagire ai vari Weinstein che si possono incontrare, e che per quanto lo riguarda ha ormai la carriera finita, un sano “no” non fa mai male».
Il Fatto 16.10.17
“Viva Caporetto”, la rivolta del popolo contro la casta
A cento anni dalla disfatta del 1917 l’analisi più attuale resta quella provocatoria che fece a caldo Curzio Malaparte: non fu una ritirata, ma una ribellione a una élite inetta e corrotta che aveva mandato i soldati al massacro
di Filippomaria Pontani

A cent’anni di distanza, non c’è nulla di più attuale del primo libro dedicato da un grande intellettuale italiano alla disfatta per antonomasia della Grande Guerra: Viva Caporetto, opera prima di Curzio Malaparte, fu scritto tra il 1918 e il ‘19, uscì nel ‘21, e per la sua violenza verbale fu sequestrato e ristampato subito in forma riveduta e con un altro titolo, La rivolta dei Santi maledetti (da cui cito), anch’esso peraltro sequestrato prima nell’Italia liberale del tardo 1921 e poi in quella fascista del ‘23. La tesi di fondo è semplice, anche se discutibile: Caporetto non è stata una vergognosa ritirata, ma anzi il momento culminante di una rivoluzione sociale mossa dal popolo delle trincee, quel popolo misto che un’élite politica e militare cialtrona e corrotta aveva mandato allo sbaraglio, e che con il disobbedire, col sabotare, col denunciare le inutili stragi, l’assurdità degli ordini e l’assenza di strategia, già prima della ribellione operata “gettando lo scudo” nell’ottobre del ‘17, si era esposto a ritorsioni, fucilazioni sommarie, o come minimo alla pesante accusa di disfattismo.
“Dire la verità è fare del disfattismo” pare abbia detto un giorno del ‘17 il generale Di Robilant, comandante della IV armata. La verità era che il sentimento patriottico nel Paese non lievitava, e che col passare dei mesi si approfondiva il solco di incomunicabilità e diffidenza tra le classi dirigenti (molti gli interventisti da salotto, non di rado imboscati; i pacifisti, loro, mantenevano agli occhi di Malaparte almeno una dignitosa coerenza) e le masse dei combattenti, sempre più insofferenti dei “lustri e sdegnosi ufficiali di cavalleria, dei panciuti e pettoruti ufficiali superiori”, di Cadorna “chiuso nella sua lucente armatura di princìpi e di tradizioni, alto nella sua aristocratica fierezza”. “Non amo un generale alto, che sta a gambe larghe, / fiero dei suoi riccioli e ben rasato. / Uno basso ne voglio, con le gambe storte, / ma ben saldo sui piedi, e pieno di coraggio”: forse memore della nota satira del greco Archiloco, il colto Malaparte constata la sostanziale sfiducia di Cadorna nei confronti delle sue truppe (un errore di valutazione e di ethos su cui torna oggi lo storico Marco Mondini nel fresco saggio Il capo, che tiene dietro all’imprescindibile La guerra italiana del 2014, sempre per i tipi del Mulino), e salva solo gli ufficiali di trincea, i “pastori di genti” (omericamente, i “poimènes laòn”) i quali compartivano con le reclute l’insensatezza degli ordini e l’orrore della carneficina. Quegli stessi che, passata la catastrofe, il generale Diaz mise al centro del suo piano di rivitalizzazione di un’armata destinata alla riscossa.
Interventista della prim’ora e precoce volontario in Francia, dove poi nel ‘18 fu gravemente ferito ed ebbe i polmoni corrosi dall’iprite, Malaparte non accusa però solo la “confraternita di unti dal Signore” abituati a lambiccare strategie in una concezione astratta “che risentiva molto delle ville venete, non del fango e del sangue delle trincee”. Il suo disgusto – che è quello degli antichi combattenti per nulla convertiti all’antimilitarismo – si estende al “bosco elegante ed umanitario” delle crocerossine, ai giornalisti superficiali o prezzolati, alla retorica vuota e gratuita in cui si bagna un Paese di ciurmadori e politicanti, il Paese dell’ “armiamoci e partite”. Un Paese che (come aveva ricordato, in altro senso, l’interventista Apollinaire – amico di Malaparte al “Lapin agile” di Montmartre – nell’ode All’Italia del 1915) più degli altri dovrebbe sentire responsabilità dinanzi agli uomini quando il dilemma si pone fra civiltà e barbarie: “L’Italia, dove il diritto è nato, è fra i paesi più incivili del mondo: vi manca assolutamente, cioè, il senso del diritto. Chi si sente cittadino, fra noi? Chi rispetta lo Stato?”.
La realtà della barbarie della Grande Guerra è oggi nota da molti studi; e si guarda ormai più sobriamente alla reale portata della “dissidenza” dei soldati rispetto a tale barbarie e a chi la ordinava. Tuttavia, a cent’anni di distanza, Viva Caporetto è un libro notevole per almeno due ragioni: da un lato esso aiuta a cogliere i primi germi di un sentimento di odio sociale tra il “popolo” e la “casta”, a conoscere dunque quella humus di risentimento e di insoddisfazione che portò molti reduci di ogni colore ad aderire al fascismo – un approdo cui giunse lo stesso “socialista rivoluzionario” Malaparte, per la sorpresa di Gobetti e degli ordinovisti con cui collaborava; e fu un’adesione ricca di ombre e di incomprensioni. D’altra parte, l’opera prima del giovane scrittore toscano colpisce per il coraggio di un’analisi che non aspetta le “bocce ferme” (come farà Emilio Lussu con Un anno sull’altipiano, uscito nel 1938, e a Parigi: ne fu tratto, con palese forzatura antimilitarista, Uomini contro di Francesco Rosi), ma si sobbarca a un’operazione di verità “in presa diretta”, esponendo l’autore ad attacchi e persecuzioni nei primi tempi del Ventennio. Al netto delle sue derive nazionalistiche e irrazionalistiche, e al netto di una diagnosi a tratti volutamente provocatoria, un Malaparte polemico e non ancora surrealista (né passibile della taccia di opportunismo, che spesso l’accompagnerà), pianta il cuneo in quello scollamento fra propaganda e realtà, fra narrazione delle classi dirigenti e vita dei “soldati semplici”, fra retorica e concretezza, che anche in tempo di pace resterà uno dei principali problemi del nostro Paese.
Repubblica 16.10.17
Le emergenze del Paese dimenticate dal governo
di Massimo Giannini

IL ROSATELLUM a colpi di fiducia è l’atto di forza di una partitocrazia debole. Ma soprattutto è il grido di battaglia di un centrosinistra afono. Mentre in Parlamento impazza la lotteria dei franchi tiratori su una brutta legge elettorale, nel Paese accadono cose che chiamerebbero riformisti e progressisti a una comune assunzione di responsabilità. E invece tacciono, balbettano, parlano d’altro. Di fronte a fatti che incidono sulla carne viva delle persone, dal lavoro alla scuola, dai vincoli europei alle tasse. E dunque sulla frontiera lungo la quale un centrosinistra di governo dovrebbe ripensare se stesso, coniugando protezione e innovazione.
La manovra economica all’esame del Consiglio dei ministri è lo stress test di ciò che ci aspetta in Europa. Gentiloni annuncia «una legge di stabilità per la crescita»: gli stanziamenti previsti saranno solo 5 miliardi. Assicura «una manovra per il lavoro dei giovani»: i fondi per la decontribuzione dei neo-assunti saranno solo 338 milioni. Ma la questione va al di là delle misure specifiche e dei saldi contabili. Il prossimo 9 dicembre il Parlamento europeo voterà sull’inserimento definitivo del Fiscal compact (per ora solo un Trattato intergovernativo) nell’ordinamento dell’Unione europea. Come voteranno i democratici italiani, che a Strasburgo hanno già dato via libera a due risoluzioni, e che a Roma hanno già approvato il pareggio di bilancio in Costituzione? L’unico ad esprimersi finora è stato il dem Roberto Gualtieri, presidente della Commissione economia, che ha anticipato «il veto dell’Italia», in assenza di «profondi cambiamenti». Quali sarebbero questi «profondi cambiamenti»? L’abolizione del Fiscal compact e il ritorno al solo parametro del 3% nel rapporto deficit/Pil, proposto da Renzi nel suo libro Avanti? E cosa succederebbe alle nostre richieste di “maggior flessibilità”, se l’Italia ponesse davvero il veto? Che stangate fiscali ci aspetterebbero, con due tranche di clausole di salvaguardia Iva ancora in sospeso da 11,4 miliardi nel 2019 e 19,2 miliardi nel 2020?
Il caso Ilva è un paradigma del moderno cortocircuito globale. Un’industria siderurgica ingrassata da uno statalismo senza limiti, saccheggiata da un capitalismo senza scrupoli, e infine abbandonata al miglior offerente straniero. In un Paese che sconta un tetto europeo alla produzione di acciaio da 6 milioni di tonnellate solo nell’impianto di Taranto, ma ne importa 20 tonnellate l’anno dalla Cina e dall’Iran. Nel giorno in cui i nuovi acquirenti di Arcelor- Mittal hanno disdetto unilateralmente gli accordi economici sulla riassunzione dei 9 mila dipendenti, solo Carlo Calenda ha fatto sentire la sua voce, mettendo alla porta gli indiani. In compenso, mentre 14 mila lavoratori scendevano in sciopero, la sottosegretaria Maria Elena Boschi non trovava di meglio da fare che invocare parità retributiva tra uomini e donne nel calcio. Stefano Fassina si presentava al ministero, non si sa a che titolo, insieme alla delegazione sindacale. E domani Massimo D’Alema sarà a Taranto insieme a Sergio Cofferati, a difendere quel contratto di lavoro che nel ‘98, da premier, sbatteva in faccia all’allora segretario della Cgil. Possibile che nel resto del centrosinistra regni il silenzio?
Il caso degli studenti in piazza per protestare contro l’alternanza scuola-lavoro è un paradigma del velleitarismo fallimentare della pubblica istruzione. Uno strumento buono (efficace da anni in Paesi come la Germania) declinato male (cioè all’italiana). Poche risorse, scarsa preparazione del corpo insegnante, nessuna organizzazione a livello ministeriale. Risultato: dal 2015 ad oggi, 1,5 milioni di ragazzi coinvolti nelle 200/400 ore di alternanza, la maggior parte delle quali spese a servire ai banchi di McDonald’s, a rispondere nei call center, a piantonare musei. «Una piccola riforma utile, ma irresponsabilmente gestita»: non lo dice un pericoloso bolscevico, ma un esperto come Maurizio Ferrera. E dunque, se gli studenti protestano in settanta città italiane, il centrosinistra non ha nulla da dire. La sola cosa che indigna sono le uova e qualche fumogeno lanciato da un corteo milanese. Violenze e intemperanze vanno sempre condannate. Ma se l’alternanza scuola-lavoro si rivela una parentesi inutile e incoerente con il percorso formativo dei ragazzi (nella migliore delle ipotesi), o una forma di banale sfruttamento di manodopera (nella peggiore), non sarà il caso di ragionare anche su questo?
Nonno Berlusconi col casco dei pompieri tra i terremotati di Ischia promette «pensioni minime a mille euro», «cinema e treni gratis per gli anziani», «cure gratuite per i denti e gli occhi», «esenzione del bollo auto», e via delirando. Papà Di Battista con passeggino al seguito a Marino arringa le masse dicendo che «l’unico nemico del popolo italiano sono gli italiani stessi». Se questa è la minaccia, al Pd non basta autorappresentare se stesso come “argine al populismo”, banalizzando l’ottimo discorso di Walter Veltroni all’Eliseo come “argine al massimalismo”. Non basta la “retrotopia” ulivista di due giorni fa, se il riformismo non si misura con la realtà di oggi.
Il Fatto 16.10.17
Il “modello Riace” sotto accusa. Il sindaco: “Burocrazia malata”
In Calabria - È indagato per truffa aggravata alla Ue e allo Stato italiano, concussione e abuso d’ufficio “tuttavia” consente “pacifica e serena integrazione”
di Enrico Fierro e Lucio Musolino

Non ci sta Mimmo Lucano a passare come uno dei tanti politici malandrini e truffatori che speculano sui bisogni dei rifugiati. Riace è il paese dell’accoglienza e lui non è un Buzzi qualsiasi. Il suo borgo, che dall’alto di colline bianche di calcare guarda allo Jonio, non è Mafia Capitale. Venerdì in centinaia hanno affollato le piazze del suo paese per portargli solidarietà. “Non posso accettare che per colpa mia si mortifichi un ideale”, ha detto con le lacrime agli occhi.
Le accuse che rischiano di stritolarlo sono pesanti, “truffa aggravata allo Stato e alla Ue, concussione, abuso d’ufficio”. La morte del modello Riace. Quello che ha portato la rivista Fortune ad inserire Lucano tra le cinquanta personalità più influenti del mondo, e che fece dire a Wim Wenders che “la vera utopia non è il crollo del Muro, ma quello che sono riusciti a fare a Riace”. E allora Mimmo ’o curdu (come lo chiamano) vuole essere interrogato e subito. Martedì sarà davanti ai pm di Locri. Ma prima vuole che si passi al setaccio la sua vita. Proprietà, conti correnti, beni della sua ex moglie e dei suoi tre figli e quelli del padre, maestro elementare in pensione. Noi lo abbiamo fatto. Lucano ha una piccola casa al borgo, una Giulietta comprata a rate, e due conti alle poste, con un unico versamento fisso, poco più di mille euro, la sua indennità da sindaco. Solo a giugno di quest’anno una impennata, un bonifico di 10mila euro accreditato dalla associazione umanitaria tedesca Friends of Dresden Deutschland.
Erano il frutto di un premio, soldi suoi, quindi, che in buona parte (9500 euro prelevati ad agosto) ha destinato “ad attività di accoglienza”. Un altro premio in denaro, scrive nella lettera inviata al procuratore di Locri, ha voluto che fosse destinato ai terremotati di Amatrice. Ma la battaglia di Lucano è difficile, perché il conflitto che ha innescato è di livello altissimo. È lo scontro tra legalità formale e giustizia sostanziale, emergenza e regole burocratiche, umanità e protocolli, freddi burocrati e uomini in carne e ossa.
Leggere le varie relazioni fatte, nell’ordine dal Servizio centrale di protezione per i richiedenti asilo e i rifugiati e dalla Prefettura di Reggio Calabria, è fare un viaggio in un labirinto di articoli di legge, commi, capitolati d’appalto. Un insieme di regole formali, che così come sono non funzionano. Se si vuole assicurare una vita dignitosa e l’integrazione dei profughi, vanno cambiate radicalmente, sostiene Lucano. Destinato sempre a scontrarsi con un “tuttavia”, avverbio onnipresente nelle conclusioni degli ispettori. Relazione del dicembre 2016 della prefettura di Reggio, frutto di una ispezione richiesta dallo stesso sindaco Lucano dopo quella del Servizio centrale di protezione del 20-21 luglio. Premessa.
“Il modello Riace assicura la necessaria accoglienza e assistenza nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e della dignità degli stranieri”. Rapporti con gli abitanti: “Pacifica convivenza. Clima di armonizzazione e serena integrazione”. Lavoro degli immigrati e laboratori artigiani: “Virtuosa riqualificazione ambientale grazie a progetti sostenibili”. Tutto bene? No, perché a questo punto irrompe il mortale “Tuttavia”… “Tuttavia gli aspetti positivi non giustificano di per sé previsioni derogatorie alla normativa vigente”.
Gli ispettori venuti da Reggio, e che vogliono smontare “l’idilliaco alone” che aleggia su Riace, contestano le concessioni con gli enti esistenti (le coop sorte in paese), le strutture di ricezione (le case date ai migranti, il cui costo mensile, 300 euro, è giudicato alto), l’assunzione dei 70 operatori, la carenza di personale specializzato. Un numero consistente di profughi viene ancora ospitato nonostante la scadenza dei termini previsti dalla legge.
Poi la bomba: a Riace si batte moneta, come fosse uno Stato autonomo. Si tratta di buoni di carta che vengono dati agli ospiti per fare la spesa. Sono parte dei 35 euro destinati per ogni migrante e hanno impresso l’immagine del Che, di Berlinguer e Pasolini. I pochi commercianti di Riace li accettano in attesa di essere pagati con i soldi veri, quelli del ministero che arrivano sempre con mesi di ritardo. Quei “buoni”, si legge in un’altra relazione del Servizio centrale sono “succedanei della moneta”, acquistate i ticket, oppure ricorrete a prestiti bancari in attesa dei soldi del Viminale.
Risposta di Lucano: “Non voglio sottrarre risorse ai progetti per pagare interessi bancari”. Le controdeduzioni di Mimmo Lucano alle relazioni, sono durissime. Le ispezioni sono state “eseguite in modo approssimativo e parziale”, non sono stati sentiti gli immigrati, né le gente di Riace. “Avete controllato solo carte e documenti. Vi siete limitati alla burocrazia”. Sugli affidamenti diretti. Ad ogni sbarco, “ministero e prefettura mi chiamavano per ospitare altre persone, se c’è stata mancanza di iter trasparenti, questa può essere una responsabilità condivisa con gli organi superiori”.
Si sono utilizzate le cooperative del posto “perché avevamo bisogno di coinvolgere la popolazione locale. Non vogliamo aprire le porte alle holding dell’accoglienza che controllano il mercato, spesso illegale, della gestione di mega centri e di Cara su scala nazionale”. Noi non abbiamo “costruito ghetti”, ma “accoglienza diffusa”, da qui la ristrutturazione e l’uso delle case abbandonate del borgo. Infine la risposta sugli immigrati trattenuti oltre i tempi previsti dalla normativa. “Per evitare le critiche degli ispettori dovremmo abbandonarli?”, scrive Lucano. “ Se dopo sei mesi ci ritroviamo in strada decine di immigrati, qual è l’utilità del progetto e della relativa spesa? Questo epilogo tutela l’ordine pubblico e la legalità, oppure favorisce criminalità e disordine?”.
Gli esseri umani “non hanno scadenza”, dice Mimmo ’o curdu, “e l’accoglienza non è un valore ad orologeria”. Burocrazia e realtà. A Riace 150 rifugiati sono usciti dai progetti di assistenza e vivono stabilmente in paese, “definitivamente inseriti nel contesto sociale ed economico”. È l’utopia della normalità.
(di Enrico Fierro e Lucio Musolino)
Il Fatto 16.10.17
Lezzi (M5s): “Contro il Rosatellum pronti a manifestare al Quirinale”

“Il Movimento 5 Stelle, nel caso in cui anche il Senato votasse a favore del Rosatellum bis, manifesterà davanti al Quirinale”. Lo conferma la senatrice grillina Barbara Lezzi a L’intervista di Maria Latella su SkyTg 24, ribadendo che, alla protesta dei giorni scorsi contro la legge elettorale c’erano “migliaia” di persone a dispetto di quanto scritto dai giornali. Commentando l’ok della Camera, a colpi di fiducia, la Lezzi spiega che “di fatto c’è già un accordo Pd, Forza Italia e Lega. E che proprio Matteo Salvini, che ha vituperato così tanto le politiche dem sull’immigrazione, andrà a governare con Renzi. Insomma – sottolinea – altro che corpo a corpo, saranno abbracciati”. Tanto che al Senato, “sia da Forza Italia che dal Carroccio sono arrivati degli aiuti alla maggioranza su provvedimenti in esame o votati nei giorni scorsi”, attacca Lezzi negando che, con il Consultellum in vigore, ci sia mai stata una qualche trattativa tra il Movimnto 5 Stelle e il Carroccio.
Il Fatto 16.10.17
“Il nuovo patto tra B. e Renzi farà ancora scindere il Pd”
Emanuele Macaluso - Per l'ex esponente del Pci, consigliere prediletto di Napolitano, “Gentiloni è stato bruciato con una legge elettorale orribile”
intervista di Antonello Caporale

Sono 93 gli anni di Emanuele Macaluso. È un comunista siciliano di prima generazione formatosi durante le cruente lotte bracciantili dell’isola nel cuore del Novecento. Col tempo si è convinto che l’unica salvezza per la sinistra fosse il riformismo: un passettino alla volta, piccino piccino. Pantofole anzichè scarponi, mano aperta più che pugno chiuso. Nel ventennio appena trascorso ha formato con Giorgio Napolitano una coppia di veterani al potere: il primo amico e consigliere prediletto, il secondo presidente della Repubblica.
“Voi del Fatto avete sbagliato grandemente a considerare Napolitano un nemico. È stato l’uomo politico italiano che ha goduto della più larga reputazione, e un solido punto di riferimento internazionale. Sono suo amico ma ho sempre difeso la mia autonomia di giudizio, come del resto ama fare lui. Espongo il mio pensiero e rispetto il suo. Questo il senso ultimo e vero della nostra connessione”.
Senatore Macaluso, francamente i risultati sono stati assai deludenti. Il torto ve lo assegna la storia di questi anni, non il mio giornale. E la scelta di Napolitano di agevolare la corsa di Matteo Renzi? Che poi si è rivelata un disastro? La decisione di mandare a gambe all’aria Enrico Letta? Il referendum sulla Costituzione?
Solo io so quanto Napolitano abbia stimato e sostenuto Letta. Cosa avrebbe dovuto fare davanti a un voto della direzione del suo partito e dei gruppi parlamentari che lo sfiduciava? Quale altra scelta era plausibile?
Ora però Napolitano sfiducia Renzi.
Mi pare che già durante la campagna referendaria gli avesse fatto intendere che col personalismo non si raggiunge nessuna meta. Adesso questa orribile legge elettorale… So che interverrà al Senato proprio sul tema della fiducia posto in modo così inappropriato. Tragga lei le conclusioni.
Le tragga lei invece.
Renzi voleva togliere di mezzo Paolo Gentiloni, considerato un intralcio alla sua corsa verso la ricandidatura. Avevano mille modi per portare avanti una legge elettorale che io considero sbagliata. Potevano persino immaginare quegli emendamenti canguro, mi sembra si dica così, per annullare le resistenze. E invece gli hanno imposto di fare una cosa fuori dalle regole e dalla vita parlamentare. La fiducia del governo per una legge sulla quale aveva scelto di non immischiarsi. Risultato: bruciato Gentiloni e apertura al corso degli eventi che con ogni probabilità vedranno Berlusconi nel ruolo di alleato eterno.
Lei voterà Pd?
Io non sono stato mai iscritto al Pd e quando è nato ho dato alle stampe un libro dal titolo eloquente: Al Capolinea. Aspetto di capire cosa fa Pisapia.
Aspetti e speri.
Se Renzi, come sembra, costruisce un nuovo ponte con Berlusconi, preveda già nei prossimi mesi una seconda scissione del suo partito, oramai divenuto un luogo di incontro di personaggi minori, un ensemble contraddittorio di tesi e antitesi, una specie di partito pigliatutto senza una linea e con una leadership che bada a cucire sul suo corpo il vestito della politica.
Il Rosatellum.
Legge orribile. Vi leggo ogni giorno e devo dirvi che però avrei evitato di chiamarla Fascistellum. La legge fa schifo, ma ogni parola deve essere adeguata, appropriata. Il fascismo è stato un’altra cosa e per nostra fortuna resiste nella memoria di noi anziani.
I titoli sono fatti anche per incardinare con un’immagine il senso di una svolta autoritaria. Può negare che approvare una legge elettorale ad uso e consumo di alcuni, nello spirare della legislatura, con l’intento di fregare il concorrente più temuto, sia torcere la democrazia e il Parlamento, tenerli al cappio di interessi privati?
Il danno più grave di questa legge è, a mio avviso, di dare propulsione ed energia al movimento grillino che stava invece e fortunatamente declinando. Da questo punto di vista davvero un bel risultato, non c’è che dire.
Riformista, migliorista. Scrivo Macaluso e penso però al cuoco che, mestolo dopo mestolo, toglie sale alla minestra della sinistra. Più insipida è, meglio è. Sinistra in doppiopetto, elegante ma scoraggiante.
La solita accusa. Invece io mi sono sempre battuto per dare al socialismo una prospettiva di governo credibile. Ho diretto l’Unità negli anni di Berlinguer, ho fondato e diretto Le ragioni del socialismo. Pensa che io sia un liberale travestito? Sappia che nel Pci ero l’unico a non aver mai avuto rapporti con Bettino Craxi. Mai.
Anche Massimo D’Alema vuole dare una prospettiva di governo alla sinistra.
Al tempo della disfida con Veltroni per la segreteria del Pds votai Walter non lui (credo invece che Napolitano lo abbia votato). Più che un costruttore del socialismo mi sembra un imprenditore autonomo. Un altro che pensa a sé, al suo avvenire. Infatti doveva costruire il partito nuovo e invece badò a costruirsi la poltrona per palazzo Chigi.
E Pier Luigi Bersani?
Uomo perbene, il più rispettabile. Ha un profilo politico forse un po’ debole, ma sicuramente le sue idee sono apprezzabili. Io dissento solo dal fatto che possa immaginare di realizzare un movimento di centrosinistra senza il Pd. Se non ti allei, che fai?
Ma c’è Renzi.
Faccia leva su Giuliano Pisapia, che a Matteo Renzi sta sullo stomaco, lo considera un intralcio. Se indebolisce Pisapia, agevola la corsa solitaria e disperata del segretario tutto.
Non c’è più neanche l’opzione Gentiloni.
Purtroppo no. L’ha smacchiato Renzi.
Il Fatto 16.10.17
Ultima beffa ai portaborse. L’ennesimo voltafaccia Pd
Dopo il caso di Federica assicuravano ai collaboratori dei deputati il passaggio nei ruoli della Camera. Invece no, restano in mano ai singoli eletti che li pagano 800-1.200 euro al mese
Ultima beffa ai portaborse. L’ennesimo voltafaccia Pd
di Gianluca Roselli

È il solito Pd, che prima dice una cosa e poi fa l’esatto contrario, rimangiandosi in un sol boccone la parola data. A farne le spese questa volta sono gli assistenti parlamentari, persone che lavorano al fianco della casta ma che casta non sono, visto che per la maggior parte si tratta di un popolo di sfruttati, malpagati, senza diritti, costretti, a volte, a fare da segretari tuttofare ai loro datori di lavoro (tipo passare a prendere abiti in tintoria o accompagnare il figlioletto alla lezione di nuoto). Il tema è come regolare meglio la questione del loro stipendio. I deputati, infatti, per pagare i collaboratori intascano ogni mese 3.690 euro (4.180 euro i senatori) dalle casse della Camera, di cui solo metà deve essere rendicontata. Così con quei 1.845 euro il deputato ci fa quello che vuole. Alcuni li usano come quota da girare al partito (1.500 euro il Pd), altri se li mettono in tasca e amen. Ma la casistica vista in questi anni è notevole: ci sono deputati che pagano i portaborse (per rendicontare) e poi si fanno restituire i soldi, ci sono quelli pagati in nero e altri, con laurea e dottorato, contrattualizzati come colf e badanti. Mentre, i “più fortunati” riescono addirittura a guadagnare in media da 800 euro a 1.200 euro con i contratti più disparati: dai co co co, a partite Iva e consulenze.
Il caso è riesploso un paio di settimane fa, quando il programma Le Iene ha raccontato la vicenda di Federica, collaboratrice del deputato Mario Caruso che, non solo l’ha fatta lavorare senza pagarla, ma le ha fatto svolgere le mansioni di un’altra persona, Fabrizio Rossi, figlio del sottosegretario alla Difesa, Domenico Rossi, che al lavoro non ci andava mai. Ciliegina sulla torta, le avance sessuali di Caruso alla collaboratrice.
Sull’onda del clamore mediatico, ecco tutti i partiti mettersi di buzzo buono per risolvere la questione, spronati da Laura Boldrini, l’unica a battersi da tempo per la loro causa. Non proprio tutti in realtà, perché il centrodestra (Fi, Lega, Fdi, ma pure Alfano) sul tema è da sempre insensibile: intascare quei denari fa molto comodo, specie da quando è stato abolito il finanziamento pubblico e le casse dei partiti languono. Meglio lasciare tutto com’è. Gli altri, però, durante gli incontri con l’Associazione dei collaboratori parlamentari (Aicp) hanno detto sì alla loro proposta di equiparare il sistema italiano a quello del Parlamento europeo: il portaborse viene pagato direttamente da Montecitorio, in modo che il denaro non transiti più dalle mani dei deputati, così da non rimanerci attaccato. Mdp, 5 Stelle, Sinistra italiana hanno detto sì, e pure il Pd.
“Io ed Ettore Rosato siamo con loro e sosterremo la proposta. Arriverà una delibera prima della fine della legislatura”, l’annuncio trionfante di Titti Di Salvo (Pd), lo scorso 5 ottobre, durante la manifestazione di protesta dei portaborse davanti a Montecitorio. I voti di questi quattro partiti (12 su 22) sarebbero sufficienti a far passare la riforma in ufficio di presidenza (non serve il voto dell’Aula). Ma poi i dem hanno iniziato a frenare. La vicepresidente della Camera Marina Sereni, per esempio, si è detta scettica: i costi per il bilancio della Camera rischierebbero di aumentare. Perplessità espressa anche dal questore Stefano Dambruoso (Sc) e da Simone Baldelli (Fi). E dubbi sono giunti da altri piddini. Ma in che modo i costi aumenterebbero – se la somma resta fissa – non è chiaro. Così dai dem è giunto l’uovo di Colombo: a pagare il portaborse sarà il gruppo e non più il singolo deputato. Un voltafaccia clamoroso. “Ma così non cambierebbe nulla, i soldi passerebbero sempre dalle mani dei partiti”, dicono i rappresentanti dei portaborse.
“Non c’è stata alcuna frenata, ma va fatta una proposta organica dalla presidente, che il Pd intende sostenere”, spiega il capogruppo Pd, Ettore Rosato, rigettando la palla alla Boldrini, che però sulla vicenda si è già espressa più volte. Non sarà forse che, specie nell’anno del profondo rosso del partito (passivo di 9,5 milioni di euro), quei denari al Pd fanno molto comodo? Come diceva Andreotti, a pensar male…
Repubblica 16.10.17
Rosatellum, al Senato la fiducia sul filo servono 12 “aiutanti” dell’opposizione
Senza Mdp numero legale a rischio. Speranza a Renzi: “Traditori noi? Tu specchiati”
di Goffredo De Marchis

ROMA. Cercasi malati immaginari, senatori in congedo o in missione. Vanno recuperati tra i partiti favorevoli alla legge elettorale ma all’opposizione del governo: Forza Italia e Lega. Ne servono una dozzina in modo da abbassare il numero legale necessario a considerare valida la seduta del Senato.
Quella dozzina può diventare decisiva in caso di nuova fiducia sul Rosatellum anche a Palazzo Madama. Fiducia molto probabile per ottenere l’approvazione definitiva della norma prima delle elezioni regionali siciliane e prima dell’arrivo della legge di bilancio al Senato. La manovra dovrebbe essere pronta per l’esame delle commissioni intorno al 26 o 27. È il tempo che separa il varo del Consiglio dei ministri (entro i primi giorni di questa settimana)e il vaglio del Quirinale per la firma del presidente della Repubblica. L’intenzione è quella di non sovrapporre due leggi così importanti e di anticipare le scelte dei siciliani.
Il pericolo dei voti segreti, che pure esiste, al Senato si riduce di molto. Vale solo in caso di articoli collegati alle autonomie. Il voto finale non è segreto e coincide con l’eventuale voto di fiducia. Le opposizioni di Berlusconi e Salvini non voteranno contro la fiducia, ma saranno presenti. Se escono dall’aula anche Mdp, 5 stelle e le sinistre, il problema per il Pd a quel punto non sarà tanto strappare la maggioranza bensì garantire il numero legale dell’aula. Alla quarta mancanza del quorum infatti la seduta viene sospesa. Se tutte le opposizioni, sia quelle dell’accordo bipartisan sia quelle contrarie alla legge lasciano l’emiciclo, Pd e Ap rischiano di non fare il numero legale.
Qui scatta la contromossa studiata dal gruppo del Pd a Palazzo Madama e già oggetto di una discussione con forzisti e leghisti. I congedi vengono contati ai fine del raggiungimento del quorum. Per il numero legale, «è necessario che sia presente la metà più uno dei senatori (escludendo dal computo i senatori in congedo e quelli assenti per incarico avuto dal Senato o in ragione della loro carica di Ministro)», è scritto nel regolamento parlamentare. Perciò degli assenti giustificati diventano necessari per abbassare la soglia e non avere guai. Ne bastano dodici per stare sicuri. Berlusconi e Salvini non dovrebbero fare fatica a convincere alcuni di loro.
Non stupisce che il Partito democratico stia all’erta. Perché a Palazzo Madama i numeri della maggioranza sono molto risicati e perché la legge non può rimbalzare alla Camera modificata. Per questo si studiano tutte le possibilità e si tiene un occhio sull’effetto che faranno le critiche di Giorgio Napolitano. Il presidente emerito conferma che interverrà in aula contestando sia il merito (la riforma) sia il metodo (la fiducia sulla legge elettorale). E non va escluso che presenti degli emendamenti per difendere il ruolo di proposta del Parlamento. Nel Pd, con il tatto dovuto alla figura di Napolitano, si sta cercando di capire quanta “violenza” userà il senatore a vita.
Certo, i dem non potranno contare sull’appoggio di Mdp. Dopo il decennale della fondazione, si è riaccesa la battaglia con chi è uscito dal partito. «Ieri Renzi ha detto che chi è uscito dal Pd ha tradito - sottolinea Roberto Speranza -. A me non piace la categoria del tradimento usata in politica per demonizzare gli avversari. Ma quando la usa Renzi in quel modo voglio dirgli di guardarsi allo specchio e riflettere sulle scelte fallimentari di questi anni, tutte di segno opposto a un programma di sinistra».
Corriere 16.10.17
La minoranza pd riapre il fronte con Renzi
I veleni dopo l’esclusione dalla festa: vedremo come andrà in Sicilia. Sala: non sarà facile che diventi premier
di Giuseppe Alberto Falci

ROMA Finiti i festeggiamenti per i dieci anni del Pd continuano le divisioni. Rumoreggiano le opposizioni interne ed esterne ai democratici per le parole che Matteo Renzi ha scolpito dal palco del Teatro Eliseo: «Chi se ne è andato ha tradito il popolo del Pd». Replica di Roberto Speranza: «Il tradimento peggiore si commette quando si tradiscono i propri ideali». Controbatte Lorenzo Guerini: «A Speranza chiedo invece che senso ha avuto fare una scissione per inseguire rancori travestiti da velleitarie politiche».
Nel sequel di Via Nazionale si contano le ferite. Una in particolare non è stata rimarginata: il mancato invito a Romano Prodi e alle minoranze del Pd. Dalle parte di Renzi la questione viene derubricata così da un fedelissimo come Ettore Rosato: «Guardi, nemmeno io sono stato invitato».
Le minoranze dem contestano anche toni e contenuti della relazione di Renzi. Si domanda un parlamentare orlandiano: «Prima Renzi ha fatto uscire Civati e i suoi, poi ha messo alla porta Prodi e Letta, poi Bersani e Speranza. Cosa è rimasto del Dna del Pd?». Le assenze di sabato lasciano il segno. «Mi è parso — confessa Barbara Pollastrini, deputata vicina a Cuperlo — un po’ come quella festa di classe in cui manca metà della classe». Dello stesso tenore le parole di Cuperlo: «Nel momento in cui il Pd approva una legge elettorale che prevede le coalizioni, saggezza consiglierebbe di non insultare quelli con i quali dovrebbe allearsi nei collegi».
Già, il dossier coalizione si potrebbe riaprire all’indomani della tornata elettorale siciliana, dove i sondaggi prefigurano una sconfitta per i dem. «Non c’è dubbio — spiega il parlamentare orlandiano a taccuini chiusi — che una sconfitta in Sicilia avrebbe un valore politico. Da lì chiederemo di costruire un’alleanza di centrosinistra con dentro i bersaniani e tutte le forze che stanno alla nostra sinistra».
La quadra per la coalizione però ora sembra lontana, con Carlo Calenda che si sfila: «Non mi presenterò alle prossime elezioni, al 100%». E se Renzi ha ribadito che il candidato sarà lui, il sindaco di Milano Beppe Sala chiosa: «Giusto che sia il candidato, ma non penso sia facile che diventi premier». Ma il leader dem sta già limando gli ultimi dettagli in vista del viaggio in treno che inizierà martedì. Attraverserà tutto lo Stivale, visiterà oltre 100 piccoli comuni. E sabato in Puglia incontrerà oltre 1.000 giovani. «È dai ragazzi che dobbiamo ripartire», si sfoga con i suoi.
Corriere 16.10.17
La minoranza pd riapre il fronte con Renzi
I veleni dopo l’esclusione dalla festa: vedremo come andrà in Sicilia. Sala: non sarà facile che diventi premier
di Giuseppe Alberto Falci

ROMA Finiti i festeggiamenti per i dieci anni del Pd continuano le divisioni. Rumoreggiano le opposizioni interne ed esterne ai democratici per le parole che Matteo Renzi ha scolpito dal palco del Teatro Eliseo: «Chi se ne è andato ha tradito il popolo del Pd». Replica di Roberto Speranza: «Il tradimento peggiore si commette quando si tradiscono i propri ideali». Controbatte Lorenzo Guerini: «A Speranza chiedo invece che senso ha avuto fare una scissione per inseguire rancori travestiti da velleitarie politiche».
Nel sequel di Via Nazionale si contano le ferite. Una in particolare non è stata rimarginata: il mancato invito a Romano Prodi e alle minoranze del Pd. Dalle parte di Renzi la questione viene derubricata così da un fedelissimo come Ettore Rosato: «Guardi, nemmeno io sono stato invitato».
Le minoranze dem contestano anche toni e contenuti della relazione di Renzi. Si domanda un parlamentare orlandiano: «Prima Renzi ha fatto uscire Civati e i suoi, poi ha messo alla porta Prodi e Letta, poi Bersani e Speranza. Cosa è rimasto del Dna del Pd?». Le assenze di sabato lasciano il segno. «Mi è parso — confessa Barbara Pollastrini, deputata vicina a Cuperlo — un po’ come quella festa di classe in cui manca metà della classe». Dello stesso tenore le parole di Cuperlo: «Nel momento in cui il Pd approva una legge elettorale che prevede le coalizioni, saggezza consiglierebbe di non insultare quelli con i quali dovrebbe allearsi nei collegi».
Già, il dossier coalizione si potrebbe riaprire all’indomani della tornata elettorale siciliana, dove i sondaggi prefigurano una sconfitta per i dem. «Non c’è dubbio — spiega il parlamentare orlandiano a taccuini chiusi — che una sconfitta in Sicilia avrebbe un valore politico. Da lì chiederemo di costruire un’alleanza di centrosinistra con dentro i bersaniani e tutte le forze che stanno alla nostra sinistra».
La quadra per la coalizione però ora sembra lontana, con Carlo Calenda che si sfila: «Non mi presenterò alle prossime elezioni, al 100%». E se Renzi ha ribadito che il candidato sarà lui, il sindaco di Milano Beppe Sala chiosa: «Giusto che sia il candidato, ma non penso sia facile che diventi premier». Ma il leader dem sta già limando gli ultimi dettagli in vista del viaggio in treno che inizierà martedì. Attraverserà tutto lo Stivale, visiterà oltre 100 piccoli comuni. E sabato in Puglia incontrerà oltre 1.000 giovani. «È dai ragazzi che dobbiamo ripartire», si sfoga con i suoi.
Corriere 16.10.17
Storia di un partito senza ricambio Cosa resta dell’album di famiglia dem
Da Franceschini a Veltroni, si fa prima a dire chi è rimasto. E i nuovi non avanzano
I distratti, gli oppositori E il Pd senza ricambio
di Aldo Cazzullo

Pare una delle vecchie foto di inizio Novecento, che ritraggono famiglie numerose destinate a essere disperse dalla vita e dalla storia. Per il momento sono ancora tutti insieme, ma tra poco lo zio emigrerà in America, il cugino in Australia, il nipote andrà in guerra, il figlio passerà al clan rivale…
Allo stesso modo, a soli dieci anni dalla fondazione, molti padri e madri del Pd hanno disconosciuto il figlioletto. Il progetto ambizioso che doveva unire i discendenti di Moro e di Berlinguer non ha avuto una sorte tanto diversa da quello che sull’altro fronte doveva mescolare liberali e postmissini; e se l’Italia oggi non ha una destra moderna, ma un’alleanza forse provvisoria tra europeisti moderati e sovranisti radicali, anche la sinistra riformista è debole e divisa come e forse più che in passato.
Il bambino compiva dieci anni, ma la festa è andata maluccio. Prodi, il papà del Partito democratico, aveva altro da fare: un convegno all’Aspen. Per il padrino, Parisi, è stato «un giorno di lutto». Enrico Letta è nella commissione che deve riscrivere l’architettura dello Stato, ma non il nostro, un altro, la Francia; e l’uomo con cui girava in tandem i distretti industriali del Nord, Pier Luigi Bersani, ha fondato un partito concorrente, il cui leader-ombra è considerato un altro transfuga, Massimo D’Alema, accanto a mediani faticatori come l’emiliano Migliavacca e portatori di voti come il romagnolo Errani. Cofferati si è rifatto una vita a Genova, Del Turco ha avuto i suoi guai in Abruzzo, Rosy Bindi è sul piede d’uscita, Bassolino ci sta pensando, Rutelli è fuori da tempo, Dini è tornato a destra, Gad Lerner consiglia Pisapia. Il gigante buono Angelo Rovati, l’economista Marcello De Cecco e la grande Tullia Zevi sono morti. Rosa Russo Iervolino è stata condannata dalla Corte dei conti a una punizione da girone dantesco: versare 560.893 euro al Comune di Napoli, di cui è stata sindaca, per le centinaia di lavoratori socialmente utili chiamati per la raccolta differenziata dei rifiuti, rimasti inattivi con i noti risultati. Carlin Petrini è tornato al lardo di Colonnata e alla cipolla di Tropea. Anna Finocchiaro ha annunciato che non si ricandiderà, il poligrafo Follini scrive libri, Amato boccia leggi elettorali alla Consulta, Soru si è dimesso da tutto pure dalla segreteria del Pd sardo (gli è rimasta solo la tessera), Soro vigila sulla privacy degli italiani anche se noi non ce ne siamo accorti.
Si fa prima a dire quelli che sono rimasti. Franceschini, sempre in maggioranza (al mesto compleanno di sabato girava una battuta: «Trovato l’accordo con l’Isis, Dario resta ministro»). Gentiloni, che ha il suo da fare. Fassino, sia pure ammaccato, anche lui fresco di pubblicazione («Pd davvero» il titolo del saggio). E Veltroni, l’unico tra i padri fondatori a essere venuto e ad aver preso la parola per difendere la fragile creatura.
Poi c’è l’uomo al comando. Matteo Renzi dieci anni fa non c’era. Faceva il presidente della Provincia di Firenze, e non lo chiamarono in un gruppo in cui avrebbe se non altro abbassato l’età media. La sua ascesa è avvenuta non nella scia dei capi, ma contro. Lui comprese che il segno del tempo era la rivolta contro le élites, l’establishment, il sistema. La rottamazione — parola appena più gentile di quella che Grillo andava urlando nelle piazze — l’ha messo in sintonia con un elettorato e un’opinione pubblica che chiedevano un profondo rinnovamento della politica e della classe dirigente. Ma se oggi siamo qui a parlare degli assenti, degli oppositori e dei distratti è anche perché il ricambio non c’è stato, o almeno non abbastanza. E quando il ricambio manca, la colpa non è mai dei vecchi che non vogliono ritirarsi; è sempre dei nuovi che non riescono ad avanzare.
Corriere 16.10.16
Parte l’operazione per le urne il 4 marzo
Ultimo passaggio il Bilancio. Il presidente potrebbe sciogliere le Camere a cavallo della fine dell’anno
di Marco Galluzzo

ROMA Fra le ipotesi che circolano, calendario alla mano e scadenze istituzionali probabili, Sergio Mattarella potrebbe sciogliere le Camere negli ultimi giorni dell’anno. Il capo dello Stato ne potrebbe parlare agli italiani durante il discorso di Capodanno. La comunicazione avrebbe un carattere solenne, perché accompagnata dalle considerazioni del capo dello Stato sulla legislatura che si chiude, incluso ovviamente un bilancio della stessa, e su quella che si aprirebbe due mesi dopo, con il ritorno alle urne.
È uno dei passaggi cruciali dei prossimi mesi, sui quali in queste ore si fanno i calcoli, insieme alla data esatta delle Politiche, che a meno di sorprese, con una campagna elettorale che sarebbe di 60 giorni, dovrebbe cadere il 4 marzo. Di sicuro la fine della Legislatura, dal punto di vista politico, avverrà con l’approvazione della legge di Bilancio. La stessa legge dovrà essere poi controfirmata dalla prima carica dello Stato, che a quel punto attenderà un gesto da parte del premier.
Paolo Gentiloni potrebbe salire al Quirinale, dichiarare che per l’esecutivo il compito è esaurito, con due mesi di anticipo, anche senza dichiararsi dimissionario. Porterebbe alla prima carica dello Stato anche le considerazioni dei partiti che lo hanno sostenuto, concordi nel ritenere chiusa la Legislatura. A quel punto il premier resterebbe comunque in carica per gestire gli affari correnti. Mattarella, prima di sciogliere le Camere dovrebbe convocare sia il presidente di Palazzo Madama sia quello di Montecitorio, per verificare che effettivamente non esistono forze politiche maggioritarie intenzionate ad andare avanti. Dopo qualche giorno si aprirebbe la campagna elettorale, la cui durata viene regolata dal ministero dell’Interno.
In questo scenario si dà per scontato che la legge elettorale, appena approvata alla Camera, venga approvata anche al Senato, nei prossimi giorni, scongiurando il rischio di un intervento per decreto legge da parte di Palazzo Chigi. La data del 4 marzo consentirebbe al capo dello Stato di gestire con serenità, almeno temporale, l’esito delle elezioni. Se qualcuno pronostica difficile, in base ai sondaggi, la formazione di un governo, ancorché di coalizione, non meno facile potrebbe essere l’elezione dei presidenti delle Camere.
Repubblica 16.10.17
Nel sondaggio Demos il M5S è il primo partito
Le sigle a sinistra dei democratici valgono otto punti, ma non possono essere inseriti in una coalizione
Destra in pole position
FI-Lega -FdI salgono al 34%. Pd al 26% Referendum, l’autonomia fa presa
di Ilvo Diamanti

SI È APERTA una lunga stagione elettorale. Si concluderà con le prossime elezioni politiche. Probabilmente, in marzo. Intanto, altre scadenze si susseguono, a ritmo serrato. La prima, domenica prossima: il referendum sull’autonomia di Lombardia e Veneto. Quindi: il rinnovo del Presidente e dell’Assemblea regionale in Sicilia. A inizio novembre. Mentre altre elezioni, che si svolgono in altri Paesi, suscitano tensione anche da noi. Il risultato di ieri, in Austria, allunga l’ombra della destra populista. Anche su di noi. Mentre il voto in Catalogna, a favore dell’indipendenza, espresso una settimana fa, continua a produrre dibattito e conflitti. Non solo in Spagna. Nel frattempo, la Camera ha votato sul nuovo sistema elettorale. Il (cosiddetto) “Rosatellum” (bis). Approvato, tra polemiche accese, nei giorni scorsi. Questo sondaggio dell’Atlante politico di Demos è stato condotto proprio mentre si svolgeva il dibattito parlamentare. La cronologia è importante per chiarire che il clima d’opinione rilevato dai dati potrebbe risentire di questi eventi. Destinati, comunque, a produrre altri effetti, più avanti. Ce ne occuperemo, certamente, nelle successive rilevazioni. In questa occasione, però, non emergono grandi scostamenti, rispetto agli ultimi mesi. E alle settimane recenti. Le stime elettorali segnalano, invece, grande stabilità. Come la fiducia nel governo, intorno al 41%. Il M5S e il Pd continuano a contendersi il primato, anche se entrambi perdono qualcosa. Il M5S si conferma primo partito, con il 27,6%, seguito, a poco più di un punto percentuale, dal Pd. Mentre Lega Nord e Forza Italia seguono, distanziati. Con circa il 14-15% dei voti ciascuno. Entrambi i due principali partiti della destra, però, mostrano una crescita, per quanto limitata (un punto). Infine, le altre formazioni (minori, per peso elettorale), a Sinistra e a Destra, risultano stabili. Oppure mostrano variazioni molto lievi. Tuttavia, i partiti a sinistra del Pd, insieme, sfiorano l’8%. Ma, viste le tensioni politiche di questo periodo, è difficile immaginare che i loro voti siano sommabili a quelli del Pd. (Salvo, forse, nel caso del Campo Progressista di Pisapia). Mentre i partiti della Destra risultano ben più compatibili. Insieme, FI, Lega e Fd’I sfiorano il 34%. Lo scorso marzo non raggiungevano il 30%. Il Centrodestra appare, dunque, l’area politica maggiormente in crescita. Emerge, così, una rappresentazione “tripolare” del sistema politico italiano e si delinea uno scenario molto incerto. Che difficilmente verrà chiarito dalle prossime elezioni. Tanto più (o tanto meno) dopo l’approvazione della nuova legge elettorale, di impianto prevalentemente proporzionale.
È, dunque, lecito attendersi un periodo di grande instabilità e im-prevedibilità. Anche dopo le elezioni. Tanto più perché le prossime, imminenti, scadenze elettorali sono destinate a produrre tensioni territoriali molto marcate. In particolare, il referendum sull’autonomia regionale, che si svolgerà fra una settimana in Lombardia e in Veneto. Dove non sappiamo se otterrà il quorum necessario. Cioè, se andrà a votare la maggioranza degli aventi diritto. (In Lombardia non è richiesto). I sondaggi possono approssimare l’esito del voto, molto difficilmente il grado di partecipazione. (Perché i cittadini intervistati si dimostrano reticenti. E, spesso, preferiscono sottrarsi all’intervista, preventivamente). Tuttavia, il sondaggio di Demos mostra come il grado di informazione, al proposito, sia molto esteso ed elevato. Quasi 7 elettori su 10, in Lombardia, e quasi 8 in Veneto, infatti, dicono di essere a conoscenza della scadenza elettorale e della questione sulla quale saranno chiamati a votare. Tuttavia, dicono di esserne informati anche (più di) 4 italiani su 10. Pressoché tutti, inoltre, conoscono la ragione della consultazione. Sanno, cioè, che si voterà per rivendicare non la secessione, ma maggiore autonomia. Dunque, per attribuire più poteri alla regione. È questa, d’altronde, la prospettiva auspicata da una larga maggioranza di lombardi e soprattutto veneti. Tra i quali, peraltro, emerge una componente significativa di “secessionisti”: 15%. Un dato che marca la specificità veneta, anche rispetto alla Lombardia. Perché in Veneto la distanza dallo Stato nazionale appare – come in passato - più forte e radicata. (Il fenomeno leghista, d’altronde, venne anticipato dai risultati ottenuti dalla Liga Veneta, nei primi anni Ottanta. Per la precisione: alle elezioni politiche del 1983).
Le conseguenze dell’autonomia attesa e desiderata, peraltro, vengono considerate vantaggiose, anzitutto, per i cittadini di queste regioni. Molto meno per l’Italia. Tuttavia, c’è un’ampia maggioranza di persone che sottolinea le implicazioni “politiche” del referendum. Finalizzato, senza troppi sottintesi, a rafforzare il consenso dei governatori e del partito di governo, in queste regioni. In altri termini: la Lega.
Così non sorprende il favore verso le ragioni dell’indipendenza catalana espresso da un’ampia componente di lombardi e di veneti. Un orientamento particolarmente forte fra gli elettori della Lega, com’era prevedibile. Ma soprattutto dalla base del M5S. Anche, riteniamo, per adesione al referendum, in quanto metodo di democrazia diretta. Peraltro, la rivendicazione “secessionista” risulta molto estesa fra i leghisti (20%). Ma il sentimento autonomista, insieme a quello separatista, supera il 60% dei consensi anche fra gli elettori del M5S. E contribuisce a precisare il significato della spinta autonomista che si leva nel Nord. In particolare nel Lombardo- Veneto. Ma soprattutto in Veneto. Sottende un’identità radicata insieme a valutazioni di interesse. In particolare: la domanda di ri-negoziare, a proprio vantaggio, lo scambio fiscale con lo Stato. Infine, riflette insoddisfazione e protesta contro le istituzioni e contro il sistema dei partiti. Così conviene prendere sul serio questo referendum. Anche se la spinta (ultra)autonomista del Lombardo-Veneto non prevalesse: il solco che separa i cittadini dallo Stato centrale rischia di allargarsi.
Corriere 16.10.17
Lo specchio di un malessere che è europeo
di Claudio Magris

Alla conferenza di pace di Parigi, dopo la Seconda guerra mondiale, mentre De Gasperi diceva, con straordinaria dignità, che sentiva come tutto fosse contro di lui quale rappresentante dell’Italia, l’Austria veniva onorata quale vittima del nazismo e dell’annessione, l ’Anschluss .
Andreotti se ne sarebbe dichiarato ironicamente stupito, perché diceva di ricordare bene le folle tripudianti, compresi eminenti porporati che avevano accolto l’ingresso di Hitler a Vienna nel marzo 1938. Pure il referendum sull’annessione si concluse con un plebiscito.
È sterile evocare la doppia anima dell’Austria, l’affascinante impero plurinazionale, ancorché lacerato da contraddizioni esplosive, con la sua grande e aperta cultura e la torva Austria di molte ringhiose chiusure. Dopo il 1918 e la dissoluzione dell’impero, l’Austria si è trovata a essere una testa amputata del corpo, con una fisiologia politica dissestata che ha vissuto con particolare e disordinata intensità le contraddizioni che laceravano e infettavano l’intera Europa. Lo scatenarsi dei nazionalismi, i fascismi di vario genere — risposte paurosamente sbagliate a problemi reali che le democrazie non sapevano affrontare — mentre il comunismo sovietico sempre più spietato indeboliva direttamente o indirettamente, il socialismo democratico.
Nel ventennio fra le due guerre mondiali la neonata Repubblica austriaca ha visto lotte intestine e scontri militari tra formazioni di vario genere, fasciste, comuniste, genericamente nazionaliste, tutte l’una contro l’altra. Anni di guerra interna, il Palazzo di Giustizia di Vienna incendiato nel 1927, le repressioni sanguinose del ministro Schober. Un cancelliere austrofascista, Engelbert Dollfuss, ha bombardato la ribelle «Vienna rossa», la Vienna dei quartieri operai la cui umana edilizia è uno dei vanti dell’umanesimo politico; i nazisti hanno assassinato il cancelliere fascista; il regime austrofascista pateticamente difeso dalle divisioni schierate alla frontiera nel 1934 da Mussolini — allora molto critico nei confronti di Hitler — ha creato dei Lager dove venivano rinchiusi insieme nazisti, comunisti, liberali, socialisti.
Tutto questo ha lasciato ferite e spurghi velenosi nel piccolo Paese, come è accaduto analogamente pure in altri Paesi. Nonostante questo, la piccola Repubblica austriaca ha scritto, nel secondo dopoguerra, pagine gloriose di tutela sociale, premessa necessaria di ogni ordine e di ogni pace. Il Welfare austriaco ha fatto, a suo tempo, della piccola Austria il Paese forse più europeo, perché il Welfare — che in Austria ha avuto pure i suoi eccessi, alla lunga fatali per un Paese — è una creazione europea per eccellenza, un prodotto umano e politico che l’Europa ha dato al mondo.
Ora l’Austria è inquinata da un malessere simile a quello che si diffonde, come un’epidemia, in tanti Paesi del nostro mondo, rischiando di rendere quest’ultimo non più il nostro mondo. I vincitori di oggi non sono dei protagonisti; sono un fenomeno, una febbre, un rigurgito del peggior passato nutrito dei mali più drammatici del presente. Sono un nostro specchio, in cui la nostra faccia non è molto gradevole. Non una pagliuzza, ma una trave nell’occhio dell’Europa. Finis Austriae? Come disse il cancelliere Schuschnigg, abbandonando il Paese dopo l’Anschluss, «Dio protegga l’Austria». Non solo l’Austria.
Il Fatto 16.10.17
Austria al trentenne centrista. Testa a testa socialisti e destra
Il giovane popolare Kurz vince ma non troppo, potrebbe allearsi con gli xenofobi in crescita
Austria al trentenne centrista. Testa a testa socialisti e destra
di Leonardo Coen

Ha vinto la Kurzmania, ma non troppo: il 31enne scalpitante Sebastian Kurz, capo della diplomazia austriaca e leader dell’OeVP, il partito popolare, ha ottenuto nelle Legislative di ieri, secondo le proiezioni finali, il 31,6 per cento dei voti, meno tuttavia del 33 previsto dai sondaggi. “Una vittoria storica, il popolo vuole cambiare il Paese”, ha dichiarato euforico Kurz. Sarà il prossimo cancelliere, il più giovane capo di governo dell’Occidente? Dovrebbe, potrebbe. Ma con chi governerà? Avendo annunciato il “Vero Cambiamento” – la fine della Proporzystem, il sistema di spartizione tra i socialdemocratici e i popolari – non gli resta che il patto con l’ultradestra dell’Fpö del fumantino Heinz-Christian Strache, il liberal-nazionalista considerato l’erede di Haider. C’è però un dettaglio: l’ex-odontotecnico di 48 anni con militanza giovanile neonazista ha preso il 26 per cento, ma non ha superato i socialdemocratici (26,9%) del cancelliere uscente Christian Kern, sempre che il conteggio dei voti dall’estero non ribalti la classifica. L’estrema destra populista, al grido di “Austria sempre”, si è già candidata a governare coi popolari, e Kurz avrebbe offerto a Norbert Hofer la presidenza del Parlamento (quasi un risarcimento dopo la sconfitta per la presidenza della Repubblica…). Però, c’è anche un’opzione B: i populisti di Strache potrebbero allearsi addirittura con la sinistra del cancelliere Kern, del resto sono due anni che tale eresia politica funziona nel Burgerland. Insomma, i valzer per le alchimie di governo soltanto all’inizio. Determinanti i conteggi definitivi e i patti sottobanco.
Rimane il fatto che queste elezioni annunciate come “cruciali” e seguite con apprensione da tutta Europa, hanno confermato la svolta a destra (con forte olezzo di populismo ed euroscetticismo) e il ridimensionamento del centrosinistra (con un crollo dei Verdi che rischiano di non entrare in Parlamento). Resteranno tracce purtroppo socialmente indelebili. Le urne del bel Danubio blu hanno decretato il trasversale no “all’invasione” dei profughi (quasi due terzi degli elettori vuole le frontiere controllate) e la conferma di una forte islamofobia. Ha vinto cioè l’egoismo di un popolo ricco (il reddito pro capite degli 8,7 milioni di austriaci è 40.420 euro) e prossimo al pieno impiego (la disoccupazione è appena il 5,4 per cento) ma che non vuole le quote di migranti stabilite dall’Unione Europea.
Ha speranza Strache di diventare vicecancelliere e di dare una forte sterzata a destra? Dipende da Kurz che è molto sensibile agli umori della gente. A Vienna lo considerano un Wunderwuzzi, un “enfant prodige”: sottosegretario a 24 anni, a 26 deputato, a 27 ministro degli Esteri. Si è impadronito del vecchio partito conservatore-cristiano e lo ha trasformato in una sorta di La République EnMarche!, il movimento macroniano che ha sbaragliato in Francia i partiti tradizionali. Intendiamoci, ne ha imitato il modello, non i contenuti: Kurz, infatti, si oppone all’allargamento automatica della zona Euro, alla creazione di un ministro europeo delle Finanze e, soprattutto, al progetto di una ridistribuzione equa delle quote gestite da Bruxelles. Anzi Kurz, in campagna elettorale, ha evitato la questione dell’Ue. Quanto a Stracher, il rischio è che con lui Vienna aderisca al gruppo dei Quattro di Visegrad (Ungheria, Polonia, Slovacchia, Repubblica Ceca).
Repubblica 16.10.17
Hofer esulta: “Costruiremo una nuova Mitteleuropa”
intervista di T. M.

VIENNA. Norbert Hofer ha sfiorato per un pelo la presidenza della Repubblica, l’anno scorso. Nell’eventualità che il suo partito, la destra nazionalista Fpö, entri nel prossimo governo, Hofer è il candidato più accreditato per il ministero degli Esteri. Oppure potrebbe diventare presidente del Parlamento, secondo alcune indiscrezioni. Figura centrale del partito di Heinz-Christian Strache, intercettato da Repubblica nella sala stampa della Hofburg, Hofer sostiene apertamente che la Fpoe al governo punta a creare una «grande Mitteleuropa».
Hofer, quale sarà la sua priorità, se andrete al governo?
«Vogliamo che si rafforzino gli strumenti per la democrazia diretta, sarà quella la nostra priorità. Più referendum».
C’è il timore che possiate voltare le spalle alla Ue per diventare il quinto anello del quartetto di Visegrad, dei ‘signori no’ dell’Est, Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia.
«Ciò di cui abbiamo veramente bisogno è il ritorno di una grande e forte Mitteleuropa, dobbiamo guardare anche ad Est. Ovviamente abbiamo anche bisogno di buoni rapporti con la Germania e con la Francia, ma dobbiamo irrobustire questa parte centrale dell’Europa».
A parte la Polonia, sembra la riedizione dell’impero asburgico… E preferirete Budapest a Bruxelles?
«Siamo politici di mondo, dobbiamo parlare con tutti».
In Italia c’è molta preoccupazione per l’eventualità che emergano nuove tensioni al Brennero, dove il governo viennese ha mandato persino dei blindati, nei mesi scorsi.
Con voi al governo la linea sarebbe ancora più dura?
«Anzitutto dobbiamo impegnarci a blindare le frontiere esterne dell’Unione europea. È l’unico modo per garantire Schengen in quelle interne».
C’è ancora il rischio che il suo partito si batta per un referendum per chiedere l’uscita dell’Austria dalla Ue?
«Non discutiamo affatto di questo. Dobbiamo discutere, invece, di come rafforzare questa Ue molto indebolita».
E come si fa?
«Bisogna porsi degli obiettivi economici precisi e battere le diseguaglianze ».
Qual è la vostra posizione su sull’immigrazione?
«Bisogna distinguere tra profughi che hanno veramente bisogno di essere protetti e i migranti economici. Tutto questo va verificato all’origine. I flussi vanno controllati meglio».
Repubblica 16.10.17
Le preoccupazioni della Ue e di Merkel: così il gruppo euroscettico di Visegrad acquista un membro
Lo scossone di Vienna e quel “blocco nero” a Est che fa tremare Bruxelles
di Andrea Bonanni

BRUXELLES L’AUSTRIA, uno dei Paesi più ricchi e più felici d’Europa (secondo il World Happiness Report), volta a destra inseguendo i fantasmi delle proprie immaginarie paure. Ed ora potrebbe allontanarsi da Bruxelles e avvicinarsi a Varsavia e Budapest, iscrivendosi in quel circolo di euro-egotisti che, sotto il nome di “gruppo di Visegrad”, riunisce alcuni staterelli mitteleuropei accomunati da una sprezzante chiusura mentale e politica di fronte al mondo che cambia.
Il risultato delle elezioni, anche se non definitivo, parla chiaro. La destra democristiana dell’Övp è il primo partito: una vittoria strappata dallo spregiudicato e giovanissimo leader Sebastian Kurz che ha scippato all’estrema destra la bandiera della crociata xenofoba. I socialdemocratici, che erano maggioranza nella precedente legislatura, si contendono il secondo posto con i populisti ultrareazionari di Heinz-Christian Strache, che conquistano più di un quarto dell’elettorato.
Anche se non è un tracollo, come in Francia o in Germania, la crisi delle socialdemocrazie europee si conferma anche qui una tendenza di lungo periodo, apparentemente inarrestabile. E questo nonostante la coalizione di centro-sinistra avesse garantito all’Austria sviluppo economico, bassa disoccupazione e una invidiabile stabilità sociale.
Il Paese che esce dalle urne appare invece ossessionato dallo spettro dei migranti, dalla voglia illusoria di chiudere le proprie frontiere e di arroccarsi in un dorato isolamento. Una fobia non dissimile da quella che ha spinto i britannici a votare per lasciare la Ue e che accomuna i Paesi del gruppo di Visegrad nel rifiutare di accogliere i rifugiati in fuga dal massacro siriano. L’Austria ospita, è vero, un dieci per cento di stranieri. Ma questo non le ha impedito, come non aveva impedito alla Gran Bretagna, di avere una florida crescita economica e livelli di disoccupazione tra i più bassi d’Europa.
Sebastian Kurz, arrivato alla guida dei popolari austriaci nel maggio scorso, ha saputo cogliere e dare forma alle ombre che attraversano l’anima del suo popolo. Ha rotto l’alleanza di governo con i socialdemocratici, ha spostato nettamente a destra un partito che in passato occupava il centro democratico, e ha impostato una campagna elettorale all’insegna della paura. In questo modo ha potuto arginare l’avanzata dei populisti del Partito della Libertà impedendo loro di conquistare la maggioranza relativa. Ma ora rischia di trovarsi prigioniero delle proprie manovre politiche e costretto a formare una coalizione con l’ultra-destra, visto il fossato apparentemente incolmabile che la sua campagna elettorale ha scavato rispetto agli ex alleati socialdemocratici. Del resto, già da ministro degli Esteri nel precedente governo di coalizione, il giovane leader rampante non aveva fatto mistero delle affinità che lo legano al gruppo di Visegrad.
Ma una scelta di coalizione che spostasse l’Austria nell’orbita populista di Budapest e di Varsavia non è una decisione che Kurz possa prendere a cuor leggero. Il Partito popolare europeo, per bocca del suo presidente Joseph Daul e del presidente del Parlamento di Strasburgo, Antonio Tajani, ha già cominciato a fare pressioni sul cancelliere in pectore perchè mantenga Vienna nell’alveo dei Paesi europeisti. E si sa che, quando il Ppe parla in modo così esplicito, dà voce al pensiero di Angela Merkel. Nei progetti franco-tedeschi, l’Austria è sempre stata considerata parte integrante di quel “nocciolo duro” destinato a rafforzare la propria integrazione sulla base di una comune visione e di interessi condivisi, lasciando indietro i governi più retrogradi, nazionalisti o euroscettici.
Uscire da quel progetto potrebbe avere per Vienna un costo non solo politico ma, alla lunga, anche economico e di immagine che rischia di essere molto salato. Può darsi che il giovane leader austriaco, dopo aver sottratto le tematiche populiste ai populisti, conti di imbarcarli in un governo filo-europeo riuscendo a neutralizzare le loro pulsioni anti-democratiche e anti-Ue. Ma non è una scommessa facile. Tra il 2000 e il 2002, quando il padre dell’ultradestra austriaca Jörg Haider andò al governo con i democristiani, l’Austria venne pubblicamente sanzionata dalla Ue. Oggi Bruxelles non lancerebbe anatemi ufficiali. Ma l’isolamento di Vienna non sarebbe per questo meno severo.