lunedì 18 dicembre 2017

La Stampa 18.12.17
Cattolici in rivolta contro il biotestamento. Nosiglia, arcivescovo di Torino, appoggia la ribellione dell’Ospedale Cottolengo e chiede l’obiezione di coscienza, mentre l’arcivescovo di Trieste Crepaldi invita a battersi di più contro la legge. Dura la reazione della senatrice democratica De Biasi, presidente della commissione Sanità, nonché madrina del testo: «Nessuno può decidere la serrata di una clinica, il rifiuto dei soccorsi a chi ha registrato le sue Dat sarà considerato un reato».
L’arcivescovo di Torino: “Mai nei nostri ospedali”. La Regione: “Legge da rispettare” Dura reazione della senatrice Pd madrina del testo: “Il rifiuto sarà considerato un reato”
di F. Grignetti - A. Mondo


Per il momento sono voci isolate, ma avvisaglie di una possibile rivolta. L’arcivescovo di Trieste, Giampaolo Crepaldi, sferza il mondo cattolico perché non si è battuto abbastanza contro il biotestamento. E l’arcivescono di Torino, Cesare Nosiglia, a sua volta, appoggia la ribellione del Cottolengo. E l’associazione “Aris Piemonte” che rappresenta i 14 presidi sanitari accreditati e privati del sistema sanitario, si schiera con l’arcivescovo. José Parrella, il presidente, è pronto a una battaglia: «Ci assumeremo tutte le nostre responsabilità e dovremo tutelarci sotto il profilo giuridico». Il caso intanto è all'attenzione del ministero della Salute e non è escluso che oggi ci sia una presa di posizione del ministro Beatrice Lorenzin.
Il senatore Carlo Giovanardi, Idea, che quel mondo lo conosce bene e che in Parlamento s’è opposto allo spasimo contro la legge, si aspetta una larga sollevazione. «Avverto - dice - il disagio fortissimo dei medici cattolici a cui non è stato concessa l’obiezione di coscienza e degli istituti religiosi, specie quelli che accolgono bambini e minori disagiati. Io non condivido nulla di questa legge. Ma se è chiaro almeno il meccanismo di un maggiorenne che lascia le sue disposizioni testamentarie, qualcuno mi deve spiegare che si fa con un bambino, magari uno di quelli assistiti dalla Lega del Filo d’Oro, che non parlano, non vedono e non sentono. Oppure quei bambini che sono inconsapevoli fin dalla nascita e sono accuditi al Cottolengo o istituti simili».
Una prima risposta viene dall’assessore alla Sanità del Piemonte, Antonio Saitta, cattolico di lungo corso: «Certe uscite mi sembrano la coda di un confronto etico importante, ma il dibattito è finito. In democrazia prevale la legge e questa è una legge dello Stato». Quanto al provvedimento, «è un punto di incontro ragionevole, equilibrato, sofferto, tra umanesimo cristiano e umanesimo laico, su un tema difficile come la vita, la dignità della vita, la sofferenza e il dolore».
Ecco perchè «l’applicazione del provvedimento riguarderà anche le strutture accreditate e private del sistema sanitario». Altrimenti? «Preferirei evitare forzature». Intanto interviene il presidente dell’Ordine dei medici di Torino Guido Giustetto: «La legge è molto equilibrata». E invece è molto duro Silvio Viale, medico e radicale: «Se il Cottolengo di Torino si pone fuori dal servizio sanitario nazionale, la Regione deve revocare tutte le convenzioni».
La senatrice Emilia De Biasi, presidente della commissione Sanità, nonché madrina della legge, a sua volta è indignata. «Se ci sono problemi del genere, che facciano ricorso alla Corte costituzionale. Ma il biotestamento ora è legge dello Stato e tutti sono tenuti ad osservarla. Non possono mica decidere da soli, un vescovo qui e uno lì, la serrata di una clinica. Mi sembra un intervento a gamba tesa contro una legge sostanzialmente mite e liberale. Non si obbliga nessuno; si dà una possibilità in più. E poi, chiedo, che cosa vuol dire questa serrata? Ci sarà una clinica che rifiuterà di dare soccorso a un traumatizzato grave per incidente stradale perché ha registrato le sue Dat? Qui si va sul penale».

La Stampa 18.12.17
Tutta la Cei pronta alla battaglia
“Non applicheremo una legge così”

l cardinale Bassetti: “Si garantisca libertà ai nostri reparti”
di Andrea Tornielli


Una presa di posizione unitaria e che si annuncia decisamente contraria alla legge sarà partorita dalla discussione al consiglio permanente della Cei, all’inizio del 2018. Ma s’illuderebbe chi pensasse che posizioni come quelle prese dall’arcivescovo di Torino Cesare Nosiglia siano fughe in avanti destinate a rimanere isolate. La Conferenza episcopale italiana, dal cardinale presidente Gualtiero Bassetti in giù, appare infatti compatta nell’esprimere un giudizio fortemente negativo sul biotestamento all’italiana. E la chiamata all’obiezione di coscienza nelle strutture ospedaliere cattoliche è un dato di fatto. Una decisione annunciata in anticipo proprio da Bassetti, che ai microfoni di Radio Vaticana, prima dell’approvazione della legge, aveva dichiarato: «Come Cei ci sta a cuore anche che venga riconosciuta – oltre alla possibilità di obiezione di coscienza del singolo medico – quella che riguarda le nostre strutture». Il cardinale presidente dei vescovi italiani, pur ammettendo che «non è facile stabilire a priori un confine netto che distingua accanimento terapeutico ed eutanasia», ribadiva che dar da mangiare e da bere sono «gesti essenziali», non terapie.
Giudizi ribaditi a poche ore dall’approvazione della legge da don Massimo Angelelli, direttore dell’Ufficio Cei per la Salute, e da don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo: «di fronte ad una richiesta di morte, se saremo messi nella condizione, non applicheremo la norma».
La nuova legge sulle DAT è stata definita «censurabile» dal vescovo di Ascoli Piceno Giovanni D’Ercole; «inaccettabile» dal vescovo di Trieste Gianpaolo Crepaldi. Mentre l’ex presidente dei vescovi italiani, cardinale Angelo Bagnasco, dice: «Questa legge non mi rallegra, non è un segno di civiltà».
Nella nuova Carta per gli Operatori Sanitari, pubblicata dal Vaticano a febbraio, si afferma che eventuali legalizzazioni dell’eutanasia suscitano «un grave e preciso obbligo di opporsi mediante obiezione di coscienza». In quello stesso testo si legge pure che «la nutrizione e l’idratazione, anche artificialmente somministrate, rientrano tra le cure di base dovute al morente, quando non risultino troppo gravose o di alcun beneficio». E questo evidentemente lascia aperta la possibilità che possano essere sospese in qualche caso.
Un mese fa sul tema del fine vita era intervenuto Papa Francesco, con parole chiare sul no all’eutanasia, ma anche all’accanimento terapeutico, in una lettera indirizzata a un convegno internazionale sul fine vita in corso in Vaticano. Parole che vennero considerate una svolta aperturista, anche perché negli ultimi decenni diverse voci cattoliche non avevano più sottolineato questo aspetto tradizionale del magistero, finendo per far credere all’opinione pubblica che il rischio dell’accanimento terapeutico quasi non esista.
Se il fronte episcopale appare compatto, qualche voce diversa si leva a livello di esperti. La sezione di Milano dell’Associazione medici cattolici italiani ha affermato che in base all’articolo 5 della legge «l’obiezione del medico non si pone perché il medico può disattendere le DAT quando sono palesemente incongrue». Dunque, sarebbe garantita la sua libertà professionale e di coscienza. Mentre Francesco D’Agostino, il giurista cattolico esperto di bioetica, dalle colonne del Sole 24Ore ha definito «pregiudizi infondati» molte delle critiche rivolte alla legge.

La Stampa 18.12.17
“Fine vita, gli ospedali cattolici non possono violare la legge”
La Regione risponde all’arcivescovo. A rischio i fondi pubblici
di Alessandro Mondo


«Siamo allineati e coperti». Dicono proprio così dall’Aris, l’Associazione che in Piemonte rappresenta le strutture sanitarie religiose convenzionate o meno con il servizio sanitario pubblico. Allineati con l’Aris nazionale, con monsignor Cesare Nosiglia, il quale ha espressamente invitato i presidi cattolici a fare obiezione alla legge sul biotestamento. E prima ancora con don Carmine Arice, padre generale del Cottolengo, protagonista della prima levata di scudi. Una presa di posizione netta, costi quello che costi: anche verso la Regione, decisa a non ammettere deroghe all’applicazione del provvedimento.
Levata di scudi
Non che a José Parrella, presidente di Aris Piemonte, sfuggano le implicazioni di questa decisione: «Ci assumeremo tutte le responsabilità, e naturalmente dovremo tutelarci sotto il profilo giudiziario». Il rischio sono possibili cause, e processi. Ma per le strutture accreditate in ballo potrebbe esserci anche il convenzionamento con il servizio sanitario pubblico, che a fronte di un certo numero di prestazioni copre una quota consistente del budget dei presidi in questione. E questo, nonostante all’Aris non sfugga un altro particolare: il valore dei circa 2.500 posti-letto garantiti dalle strutture private, ai vari livelli; una valvola di sfogo di cui nemmeno la Sanità piemontese, che pure rispetto ad altre Regioni (in primis la Lombardia) ha sempre avuto un impianto essenzialmente pubblico, può permettersi di fare a meno. In Piemonte parliamo di 14 strutture, tra clinica e Rsa, nelle quali lavorano 2.700 operatori (300 dei quali medici), con un fatturato di circa 200 milioni l’anno. Quattro sono a Torino: Cottolengo, Koelliker, San Camillo, Don Gnocchi, Clinica Mayor.
La sanità cattolica
«Il mondo sanitario cattolico rappresenta la storia della Sanità piemontese», sottolinea Parrella, convinto della necessità di fare obiezione e del fatto che «nemmeno la Sanità pubblica può permettersi uno scontro ideologico: come per tutte le cose, serve un punto di incontro». Difficile capire quale potrebbe essere: «Avevamo chiesto alla Regione di individuare strutture pubbliche dove assolvere al disposto della legge così da permettere alle nostre di fare obiezione ma non se ne è fatto nulla»». E adesso? «Vedremo. Dato l’orientamento religioso delle nostre strutture probabilmente ci sarà una selezione all’origine, parlo dell’afflusso dei pazienti. In ogni caso, per noi sarebbe impossibile, anche a livello materiale, assolvere alla legge: i nostri medici condividono i nostri valori».
Parole destinate ad innescare nuove reazioni dopo quella di Silvio Viale, medico e radicale: «Se il Cottolengo si pone fuori dal servizio sanitario nazionale la Regione deve revocare tutte le convenzioni».
Altolà della Regione
L’assessore Antonio Saitta, cattolico di lungo corso, non ammette deroghe: «Certe uscite mi sembrano la coda di un confronto etico importante ma il dibattito è finito, in democrazia prevale la legge e questa è una legge dello Stato». Quanto al provvedimento, «è un punto di incontro ragionevole, equilibrato, sofferto, tra umanesimo cristiano e umanesimo laico, su un tema difficile come la vita, la dignità della vita, la sofferenza e il dolore». Il dibattito è naturale ma la legge si è posta solo lo scopo di umanizzare il morire e dice no all’accanimento terapeutico e all’abbandono. Eutanasia e suicidio assistito rimangono non consentiti».
Insomma: «Si rimette al centro, anche nel consenso informato, la relazione tra medico, sanitari e paziente, e si stabilisce un percorso di pianificazione condivisa delle cure quando si entra in una malattia degenerativa grave». Ecco perchè «l’applicazione della legge riguarderà anche le strutture accreditate e private del sistema sanitario». Altrimenti? «Preferirei evitare forzature, per questo tutti devono entrare in questa logica».

La Stampa 18.12.17
La paura che alimenta il populismo
di Marco Zatterin


La paura è il miglior nemico dell’uomo, ma anche un compagno di viaggio frequente e un consigliere inaffidabile. Alimenta le decisioni meno ragionate e, in assenza di risposte adeguate, è la madre che aggiunge timore ai timori, provocando rabbia contro avversari spesso falsi come le notizie che li raccontano.
È la paura che fomenta i populismi; è la sensazione diffusa di insicurezza e incertezza che governi e parlamenti faticano ad affrontare. È la molla della rivolta: i terremoti della politica, e della società, nascono nella paura che fa credere nel cambiamento da scatenare a ogni costo, esigenza che diffonde instabilità perché, nel mondo veloce e complesso, se non si guarda lontano, non si risolve alcuna incognita.
Nella confusione degli approcci e delle idee è facile avere la sensazione che esista un fronte monolitico populista che si batte nel nome del «tutti contro tutto». L’indagine congiunta La Stampa-Financial Times rivela che le cose stanno altrimenti, che c’è un pubblico che sa reagire e distingue.
Si scopre che a turbare i sonni degli italiani è l’arrivo dei migranti più che l’euro e l’integrazione comunitaria; si vede anche che il desiderio di costruire un Paese multietnico batte (di poco) la convinzione che le migrazioni siano una minaccia. Chi ragiona, evita il «no» di pancia. Ma vorrebbe comunque essere convinto che, per quanto possibile, le sue paure non hanno ragione di esistere.
La vittoria degli ultraconservatori austriaci è la fotografia istantanea della tempesta che può colpire l’Italia e non solo. Il Paese sta bene (al meglio), ma gli elettori non sono persuasi che continuerà. I leader che a Vienna e dintorni hanno fatto leva sulla paura hanno vinto. Per affermarsi hanno cavalcato la paura dell’«altro», quello che «arriva, porta violenza e brucia posti di lavoro». Hanno parlato allo stomaco e non alle teste, ostentando rimedi che probabilmente non avranno effetti. Hanno annunciato grandi manovre (mai fatte) al Brennero e ora titillano gli altoatesini, promettendo che «fermeremo noi i migranti». Non li fermeranno, sia chiaro. Ma ognuno crede a quello che vuole, quando ha paura. Anche all’inutile.
Le voci degli oltre mille e cento italiani che hanno interloquito con La Stampa e il FT illustrano il contesto e invitano a confrontarsi. Certo, la paura dei migranti è ben radicata, ma lo è quanto la consapevolezza che il fenomeno sia più grande di noi e non serva attaccarlo costruendo muri. Appare evidente la percezione dell’Europa come elemento che può risolvere la crisi sociale ed economica, e non come il contrario. La quarta rivoluzione industriale insieme con la globalizzazione ha riscritto radicalmente le regole del gioco. Come le false notizie che perdono capacità di attrazione, anche le false politiche possono essere sbaragliate. Il falso movimento va svelato.
Occorre affrontare l’ira con logica e calma. Nelle strade c’è anche un popolo impaurito, spesso confuso. Per cambiare la storia bisogna dire la verità, per quanto dolorosa. Vanno spiegate le dinamiche, le cause e gli effetti. La maggioranza degli interpellati non ama la Brexit e non condivide Trump. Si fida di Angela Merkel. Sarebbe il caso che, oltre ai proclami urlati, i partiti che ambiscono alla leadership tenessero conto di una maggioranza, o quasi, che fa meno rumore ed è disposta costruire, consapevole che - in genere - la paura ha le gambe corte. In giro c’è voglia di medicine per la sicurezza, come di Unione e solidarietà. Di qui bisognerebbe ripartire.

Il Fatto 18.12.17
Ma questo è un suicidio di Stato
Caporetto - La ex sede dello Stato maggiore dell’esercito in vendita per pochi spiccioli
Ma questo è un suicidio di Stato
di Salvatore Settis | 18 dicembre 2017


Pare una storia alla Houellebecq: in una capitale europea, il ministero della Difesa vuole cedere a un emiro del Golfo Persico la sede dello Stato Maggiore. Ma è quanto sta accadendo, e questa capitale è Roma. Un emendamento al bilancio di previsione dello Stato per il 2018, proposto dal ministero della Difesa l’11 dicembre (e ritirato ieri sera), prevede la cessione di beni immobili dello Stato, anche appartenenti al Demanio, a Stati esteri, con conseguente sdemanializzazione del bene venduto. “I proventi della cessione che si concluderanno entro il 31 marzo 2018 sono riassegnati allo stato di previsione del ministero interessato per le esigenze di funzionamento e di investimento”. Dietro l’apparente neutralità di questo linguaggio, si cela un abisso: la negazione di un carattere essenziale delle proprietà demaniali, la totale inalienabilità. Ma perché questo pubblico suicidio dello Stato? Il linguaggio generalizzante della legge (che deve comunque riferirsi a caserme o altri immobili di competenza della Difesa) cela un caso concreto assai particolare, anzi urgente dato che si allude a una trattativa da concludersi entro marzo 2018. Dato che lo Stato Maggiore si sposterà nella nuova sede di Centocelle, uno Stato del Golfo Persico (a quel che pare, il Qatar) avrebbe offerto di acquistare la sede di Via XX Settembre (per intenderci: a un passo dal Quirinale) per destinarla alla propria Ambasciata. E, con una sottomissione degna di miglior causa, la Difesa propone una norma che possa servire da foglia di fico di questa operazione. Il ministero, lo dice l’emendamento, ha evidentemente bisogno di introiti per non meglio specificate “esigenze di funzionamento e di investimento”. La relazione illustrativa prevede che la norma, se approvata, si estenda a tutti gli edifici pubblici, anche a immobili del demanio culturale: la procedura di cessione agli Stati esteri prevede un decreto del Presidente del Consiglio su proposta del ministro degli Esteri e del ministro di volta in volta interessato (oggi la Difesa, domani le Infrastrutture o la Giustizia), con l’intesa del ministro dei Beni Culturali. Tutti i ministeri sono invitati da ora in poi, se hanno esigenze di bilancio, a mendicare all’estero. Impallidisce, al confronto, il fallimentare programma di cartolarizzazioni e dismissioni avviato da Tremonti e Berlusconi nel generale ludibrio. E si inaugura, se questa norma passerà, la stagione di una grande svendita dello Stato ai petrodollari. Complimenti al ministro della Difesa, che sta provando a pugnalare alle spalle il Demanio e lo Stato. Sarà per celebrare degnamente il centenario di Caporetto?

Corriere 18.12.17
«Chi sa parli, siete sul Titanic». Di Maio sfida il Pd
Il leader M5S: la commissione non serve. Ma Brunetta: ripete le frasi di Casaleggio, da noi grande lavoro
Fabrizio Caccia


ROMA «Maria Elena Boschi è solo la punta dell’iceberg», ha detto ieri il candidato premier del M5S, Luigi Di Maio, intervistato da Lucia Annunziata a Mezz’ora in più , su Rai3. Poi, sul blog di Beppe Grillo, ha aggiunto: «C’è un filo rosso che lega Etruria, la Boschi, le banche venete, Verdini, Berlusconi e il patto del Nazareno?». Di qui, una proposta clamorosa: «Penso che il Pd stia affondando come il Titanic — le parole di Di Maio —. E prima che affondi faccio un appello a quelli del Pd: parlateci, diteci tutto sullo scandalo banche». Oggi intanto alle 11, a palazzo San Macuto, riprende il lavoro della Commissione presieduta da Pier Ferdinando Casini. Sarà audito il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, sul passaggio delle banche venete a Intesa Sanpaolo e sul salvataggio del Monte dei Paschi di Siena (Mps). Domani, poi, sarà il giorno del governatore di Bankitalia Ignazio Visco e, mercoledì, ci sarà l’audizione di Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, ancora sul caso Boschi-Banca Etruria. «Non c’è bisogno della commissione d’inchiesta», ha tuonato ieri sempre Di Maio. Così, a replicargli è stato Renato Brunetta, capogruppo dei deputati di Forza Italia e vicepresidente della Commissione banche: «Il pappagallo Di Maio ripete a memoria le frasette della Casaleggio Associati, ma noi stiamo facendo un grande lavoro e daremo tante risposte a quesiti fino a ieri irrisolti». «Mi interessa poco se è colpa solo della Boschi — la chiusa del leader della Lega, Matteo Salvini —. La verità è che 63 miliardi di euro sono stati prestati per salvare le banche di altri Paesi europei. Un governo, allora, deve andare a Bruxelles e dire: “Ora ci riprendiamo una parte dei 63 miliardi per i nostri risparmiatori”...».

Corriere 18.12.17
Incarichi ai «soliti» per 446 anni Ecco il potere nelle banche locali
di Federico Fubini


In 13 istituti sempre gli stessi nomi al vertice. E ruoli che passano di padre in figlio
M ezzo millennio per tredici cognomi: in Italia tredici piccoli banchieri locali — a volte, con l’aiuto delle loro dinastie — esprimono per la precisione 446 anni di potere sull’allocazione del credito a famiglie e imprese. Se solo la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche non si occupasse quasi solo di regolamenti dei conti politici, scoprirebbe forse che le cause profonde delle perdite subite dai risparmiatori non vanno cercate in qualche incontro riservato o complicità fra alte cariche istituzionali.
La pistola fumante è sotto gli occhi di tutti: sono i rapporti di potere locali, ossificati e debilitati dai conflitti d’interesse resi endemici dal tempo, che congelano per decenni il governo di gran parte delle banche finite in dissesto e di molte altre.
Quando per esempio nel luglio del 2015 lascia travolto dal naufragio dell’azienda e dai suoi stessi abusi, Vincenzo Consoli guida Veneto Banca da 17 anni. Quando tre mesi dopo si dimette dalla presidenza della Popolare di Vicenza, affondato dal dissesto e dalle inchieste, Gianni Zonin ha 77 anni e gli manca poco per completare vent’anni di potere nell’istituto. A Carige Giovanni Berneschi ha regnato per un quarto di secolo — direttore generale, poi amministratore delegato — prima di lasciare a 76 anni una banca in ginocchio e subire a una condanna per associazione a delinquere.
I banchieri-matusalemme d’Italia ovviamente non finiscono qui. Sembra quasi un principiante Massimo Bianconi, che guida Banca Marche (verso il crac) per appena undici anni e mezzo. Lo sembra a confronto di Denis Verdini, per vent’anni presidente del Credito cooperativo fiorentino e di recente condannato in primo grado a 9 anni per bancarotta. E a sua volta il senatore del gruppo Ala viene battuto dal cardiologo Leopoldo Costa, per 25 anni uomo forte della Banca padovana di Campodarsego salvata in extremis ad opera della Bcc di Roma (il cui presidente, l’ottantenne Francesco Liberati, è ai vertici da quando trent’anni fa diventò direttore generale). Quasi banale in questo quadro è poi il curriculum del dentista Amedeo Piva, che nel 2014 si dimette dalla Banca del Veneziano in dissesto dopo vent’anni al timone.
Non tutti i poteri interminabili finiscono in rovina, anche se spesso coincidono con situazioni delicate. Al Credito Valtellinese, che ha in corso un maxi-aumento di capitale essenziale alla sopravvivenza, il 79enne Giovanni De Censi è ai vertici da 36 anni: direttore generale, amministratore delegato, quindi presidente e dal 2016 presidente onorario. Alla Popolare di Sondrio, più robusta, Piero Melazzini ha operato ai vertici per 45 anni prima di lasciare a 84 anni, pochi mesi prima di morire. E Enrico Fabbri ha presieduto la Popolare di Lajatico (Pisa) dal primo choc petrolifero fino a dopo la crisi dell’euro.
Spiccano poi i fenomeni dinastici del Sud. La Banca Popolare Pugliese nelle varie incarnazioni viene guidata per 80 anni da un Primiceri, il padre Giorgio o il figlio Vito. La Popolare di Bari dopo 57 anni è alla terza generazione di leadership della famiglia Jacobini. Interessante anche il caso di Banca Popolare Etica: il fondatore di 19 anni fa è l’attuale presidente Ugo Biggeri, un ingegnere ambientale che da allora ha quasi sempre ricoperto cariche di vertice nel gruppo e oggi (in potenziale conflitto d’interessi) guida anche la società di gestione del risparmio a esso collegata.
In tutto fa quasi mezzo millennio di potere, e la lista potrebbe continuare. Alcune di queste aziende si trovano in un passabile stato di salute, ma nel complesso il nesso fra la lunghezza dei mandati al vertice e i dissesti bancari sembra evidente. Il passare del tempo radica reti di clientele locali, scambi di favori fra politici, notabili e manager e credito concesso a progetti improbabili. Spesso — non sempre — ciò avviene in istituti popolari o di credito cooperativo, dove una testa vale sempre un voto e la tendenza dei presidenti a concedere prestiti facili ai propri (ri)elettori in assemblea porta poi ai default bancari. Così in Italia la ricchezza si è trasferita dai risparmiatori a certi debitori insolventi. Non a caso uno studio recente di Fabiano Schivardi, Enrico Sette e Guido Tabellini rivela ciò che era legittimo sospettare: nel Paese durante la crisi le imprese-zombie, quelle improduttive, hanno ricevuto relativamente più credito di quelle sane.

Il Fatto 18.12.17
Il Pd è allergico ai concorsi. Colata di assunti a Pompei
Emendamento, firmato da 24 dem, per stabilizzare la segreteria del parco archeologico
di Vittorio Emiliani


Siamo allo scasso dello Stato e delle sue collaudate regole col grimaldello degli emendamenti alla legge di bilancio. Cominciamo dalle regole, delicatissime in un Paese di raccomandati, per i concorsi. Improvvisamente è spuntato l’emendamento 4768/VII/1.3 presentato da ben 24 parlamentari, tutti del Pd, col quale si fanno diventare dipendenti a tempo indeterminato i componenti della segreteria tecnica del direttore generale di Pompei, Massimo Osanna, senza concorso, ma soltanto con una “apposita selezione per titoli e colloquio finalizzato all’inquadramento”. Il salto a pie’ pari degli ostacoli di un concorso possono farlo quanti siano stati reclutati “a seguito di una procedura selettiva pubblica” (non un vero concorso quindi, ndr) e abbiano “prestato servizio per almeno 36 mesi presso la Segreteria tecnica di progettazione” di Pompei. Quindi un chiaro emendamento ad personas. Si tratta di 22 funzionari immessi nel 2012 per l'”emergenza Pompei”.
Ora, già al concorso interno, con varie sentenze univoche, la Corte Costituzionale ha negato legittimità per la patente violazione del principio di eguaglianza e di buon andamento della Pubblica Amministrazione oltre che del canone che impone il pubblico concorso. Figuriamoci a questa sorta di “sanatoria”. Fra l’altro gli addetti alla Segreteria tecnica hanno un contratto di lavoro autonomo che in nessun modo può essere quindi ricondotto a quello di lavoro subordinato. Ed ora invece passerebbero ad un contratto a tempo indeterminato.
Fra l’altro il ministero per i Beni Culturali sta espletando da molti mesi un maxi-concorso che, fra tante difficoltà e non poche proteste (degli archivisti, per esempio, ai quali sono riservati pochi posti): numerosi componenti della Segreteria tecnica di Pompei ora promossi vi hanno preso parte, pare, senza successo. Ovviamente gli archeologi dichiarati invece idonei al concorsone protestano in modo vibrato e chiedono di essere loro selezionati, giustamente. Fra i firmatari dell’emendamento contestato c’è la responsabile Cultura del Pd, Lucrezia Bonaccorsi, renziana di ferro (almeno fino a ieri). Quindi, una operazione dai connotati marcatamente “politici”.
Stiamo sempre più scivolando nella barbarie legislativa. L’anno scorso, dopo tre rifiuti del presidente della commissione Bilancio, Francesco Boccia, 22 deputati Pd con la solita Bonaccorsi alla loro testa, hanno preteso e ottenuto di infilare nella legge di bilancio nientemeno che la creazione del discutibilissimo Parco Archeologico del Colosseo che ha fatto a pezzi la Soprintendenza Archeologica Speciale di Roma. Senza contare che al ricco e riordinato Museo Archeologico Nazionale dell’ex Collegio Romano è stata nominata – per la prima volta nella storia gloriosa dell’archeologia romana – una storica, specialista d’arte moderna.
Quest’anno, oltre al grimaldello sui concorsi per Pompei, viene introdotto dal governo (udite) un emendamento che rispolvera le tanto discusse cartolarizzazioni di Tremonti (legge finanziaria 2005) e consente la vendita di immobili del Demanio, anche militari, ad uno Stato estero. Diventeremo un supermarket per immobiliari straniere dopo esserlo stato per industrie d’oltre confine?
di Vittorio Emiliani


Il Fatto 18.12.17
Sudafrica, l’eterna faida tra gli eredi di Mandela
L’African National Congress deve trovare il leader che governerà un Paese in crisi, corrotto e frustrato, dove all’apartheid razziale s’è sostituito quello economico
di Andrea Valdambrini


“Tutto sembra sempre impossibile, almeno finché non viene fatto”. Le parole più celebri di Nelson Mandela si cuciono perfettamente addosso al Sudafrica di oggi. Il Paese che l’eroe anti-apartheid ha visto nascere nel 1994 – e che l’arcivescovo Desmond Tutu definì significativamente Rainbow nation, nazione arcobaleno, riferendosi alla sua rinnovata proiezione verso il pluralismo – vive oggi una maturità composta di inevitabili contrasti. Il ceto politico dell’African nation congress (Anc), fattosi classe dirigente, ha formalmente superato la discriminazione etnica del governo di minoranza bianco. Eppure la presidenza di Jacob Zuma, già carismatico successore di Mandela, sembra non soltanto aver fallito nel superare di fatto le diseguaglianze economiche che dividono il Sudafrica (come già era accaduto negli anni del suo predecessore Thabo Mbeki), ma ha soprattutto esposto il Paese alla dilagante piaga della corruzione. Un terreno, quello dell’etica pubblica su cui c’è ancora davvero molto da fare. E che rischia di travolgere la presidenza Zuma in un triste e solitario declino.
In questi giorni (16-20 dicembre), l’Anc sta tenendo il meeting con cui deciderà la leadership futura del partito e con buona probabilità anche del prossimo governo del Sudafrica. A contendersela, il superfavorito attuale vicepresidente Cyril Ramaphosa e la ex moglie dello stesso presidente in carica Nkosazana Dlamini-Zuma. Quest’ultima appare certamente una candidatura di prestigio: più volte ministro (della Salute durante la presidenza Mandela, successivamente degli Esteri e attualmente degli Interni) e prima donna presidente dell’Unione africana, Nkosazana sembra però svantaggiata dalla vicinanza all’ex marito, apparendo quindi come un candidato privo di discontinuità. Da parte sua, il 65enne Ramaphosa è un ex sindacalista, protagonista negli Anni 80 della lotta contro il dominio bianco, capo negoziatore dell’Anc ai tempi della transizione democratica e oggi uomo d’affari tra i più ricchi del Paese, con un patrimonio stimato in più di 600 milioni di dollari.
Nonostante il ruolo istituzionale come vice dello stesso Zuma, Ramaphosa ha il vantaggio di apparire più lontano dal presidente, un uomo politico ormai travolto dagli scandali. Solo mercoledì scorso ha perso due cause in un solo giorno, entrambe legate ad abusi di potere per stoppare indagini sulla corruzione a suo carico. Ma i guai giudiziari del presidente hanno radici antiche. Nel 2005, Zuma viene accusato di corruzione per un affare del 1999 da 5 miliardi di dollari nell’acquisto di armi da parte del governo. Le accuse vennero prima accantonate alla vigilia del suo incarico presidenziale nel 2009, poi ripresentate dalla magistratura nel 2016. Nel 2005 fu accusato di violenza sessuale su un’amica di famiglia, e poi prosciolto l’anno dopo. La sua abitazione di Nkandla – una vera e propria magione con piscina e anfiteatro privato – è divenuta sinonimo di spreco del denaro pubblico: costretto da giudici, Zuma ha risarcito i soldi sottratti per la ristrutturazione. Ma il caso che ne ha affossato la reputazione è quello dei fratelli Gupta, ricchi industriali di origine indiana i cui affari spaziano dalle miniere, all’hi-tech, dai trasporti e i media. La connessione tra il presidente e la famiglia – a cui sarebbero state aperte le porte del governo, tanto da poter dire l’ultima parola persino sulla nomina di alcuni ministri – sono talmente profonde che gli oppositori hanno inchiodato il leader a un nomignolo eloquente: quello di Zupta. Non le credenziali migliori, per chi, come lui, è di fatto erede politico di Mandela.
Come se non bastasse, anche gli indicatori macroeconomici del decennio Zuma virano al negativo. Come sottolinea il Financial Times, il tasso ufficiale di disoccupazione è salito dal 23% al 28% e 17 su 52 milioni di abitanti ricevono forme di sussidio dal governo. La Camera di commercio sudafricana lamenta una caduta dell’indice di fiducia delle imprese all’epoca delle sanzioni internazionali contro lo stato segregazionista (prima del 1994). Anche la crescita della ricchezza del Paese, che fino al 2014 aveva sempre espresso un Pil oscillante intorno a un sostenuto 3%, si è attestato negli ultimi due anni tra lo 0 e l’1%.
Conseguenza di scandali personali e di un’economia che arranca, il partito che fu di Mandela si logora al suo interno. Ma soprattutto perde consensi: se dal 1994 in poi si era sempre attestato ben oltre il 60%, nella elezioni locali dell’agosto 2016 si è dovuto accontentare del 54%, perdendo l’amministrazione di città importanti come la capitale Pretoria. Eppure non si può dire che la figura di Zuma non sia quella di un leader carismatico.
“Le colpe di cui Zuma si è reso responsabile sono molte e note. Il suo peccato originale è quello di essere arrivato al potere dopo il tecnocrate Mbeki, un politico molto amato dai mercati e dai media internazionali. Eppure oggi, alla vigilia della passaggio di consegna nel partito, che potrebbe perfino preludere a elezioni anticipate (la scadenza naturale è nel 2019), il giudizio sui suoi anni di governo deve essere equilibrato”. Ne è convinto Rocco Ronza, docente di Geoeconomia presso l’Università Cattolica di Milano ed esperto di Sudafrica per l’Istituto per gli studi di politica internazionale. “Negli anni della crisi mondiale, in cui la contestazione e la conflittualità sociale rischiavano di spaccare il Sudafrica, Zuma è comunque riuscito a tenere insieme un Paese in cui, sotto i suoi predecessori Mandela e Mbeki, il conflitto tra ricchi e poveri è stato privato della componente era stato in parte sganciato dalla componente razziale, ma non risolto. È stato il campione di quelle realtà meno occidentalizzate, più rurali, più povere e meno comprensibili dalle élites internazionali”.
Classe 1942, di etnia Zulu, nato poverissimo, Zuma appartiene alla generazione che ha combattuto il dominio bianco. Meno che ventenne, aderisce all’Anc e al Partito comunista, viene arrestato per cospirazione e imprigionato, passando 10 anni nella prigione di Robben Island, insieme a Nelson Mandela. Dopo anni di esilio, ritorna in patria cominciando l’ascesa che lo porterà alla guida del partito nel 2007 e a quella del Sudafrica nel 2009. Il “presidente del popolo”, come lo chiama i suoi sostenitori, si è sposato 6 volte, ha 21 figli e un’abilità oratoria travolgente. “Ma nonostante l’aspetto populista, o forse proprio perché coperto a sinistra, Zuma utilizza la crisi economica del 2008 per non modificare le politiche di apertura al grande capitale internazionale del suo predecessore Mbeki – sottolinea Ronza – rappresentando in questo senso l’uomo che ha tenuto insieme le due anime dell’African national congress: quella più socialista e l’altra legata ai mercati internazionali più di ogni altra realtà in Africa”.
A dispetto dell’apparenza da estremista, la sua abilità di mediatore emerge nei giorni del massacro di Marikana, quando nell’agosto 2012 la polizia apre il fuoco sui minatori in sciopero, facendo 34 morti. Come conseguenza, Zuma espelle dal partito Julius Malema, leader radicale che ha cavalcato la strage, e che oggi guida il partito di opposizione Economic freedom fighters (Eff). Sarà però la morte di Nelson Mandela nel dicembre 2013 ad accelerare il declino di Zuma. “È con la fine del simbolo anti-apartheid, che parte la campagna contro di lui tuttora in corso”, ragiona l’esperto dell’Ispi. “Il Sudafrica ha magistratura, stampa e imprese autonome dal governo: in questo senso viene considerata una democrazia compiuta. Ma se fino alla morte di Mandela – padre fondatore e simbolo della lotta contro l’apartheid – l’egemonia dell’Anc era fuori discussione, da quel momento in poi lo scenario ha cominciato a cambiare”.
Per aprirsi, se non a un’alternanza di governo con la Democratic alliance – partito che rappresenta le minoranze urbane di bianchi, meticci, indiani e degli indiani e anche una parte anche della nuova borghesia nera – almeno a un futuro politico più frammentato.
di Andrea Valdambrini

Il Fatto 18.12.17
De Bortoli conferma: “Su Ghizzoni vale ciò che ho già scritto”


“Esiste un inizio di un’azione civile, siamo su un piano legale e quindi non vorrei dire nulla, se non ribadire quanto scritto”. A dirlo Ferruccio De Bortoli, a Borgoricco (Padova) per ritirare il premio giornalistico “Cesco Tomaselli”, a chi gli chiede un commento sulla vicenda banche e Maria Elena Boschi. De Bortoli parla delle banche. “La responsabilità – osserva – è stata di amministratori e azionisti, ma anche di chi doveva vigilare. Le banche hanno venduto prodotti articolati e obbligazioni a rischio anche alla clientela più minuta” e questo, ricorda, “ha creato instabilità nel sistema”. “Nella storia del nostro Paese – aggiunge – l’intreccio perverso tra politica e banche ha prodotto danni, ma non è solo un fattore italiano, succede anche in altri paesi. Tedeschi e spagnoli sono stati più bravi perché hanno salvato le loro banche con i soldi pubblici”. Poi è passato all’informazione: “Uno dei peggiori difetti del giornalismo, di cui mi sento colpevole, è di essere eccessivamente conformisti. Si chiede all’informazione di non parlare di ciò che va male, perché così si fa crescere il Paese. Ma così la classe dirigente non mette mano al problema e come nel caso banche si affronta quando i danni sono irreparabili”

Repubblica 18.12.17
Intervista a Doron Rabinovici
“Ombre di fascismo nella mia Austria Il doppio passaporto è revisionismo”
di Andrea Tarquini


BERLINO “Nella Mitteleuropa noi intellettuali viviamo in eventi che 4 anni fa ritenevamo inimmaginabili”. Parla Doron Rabinovici, uno dei massimi scrittori austriaci, figura di spicco del Club repubblicano, il circolo culturale antifascista.
Nuovo governo austriaco con ministri chiave dell’ultradestra, in sintonia con autocrati polacchi, ungheresi e gli xenofobi populisti in volo in molti Paesi della Ue. Perché questa svolta profonda?
«La svolta a destra non è solo mitteleuropea o europea, è anche negli Usa. È legata al dibattito sui migranti, che però non è la vera causa. In altri tempi venivano in molti da noi, senza simili reazioni.
Le élite politiche oggi non governano piú la vita delle società.
Simbolo del malessere che ciò crea sono ora le frontiere. Anche nella prospera Austria si mobilita la gente in modo razzista con paure del futuro. Paure non tutte false: i ceti medi europei non sono più sicuri di un futuro migliore, il welfare è discreditato e sconfessato dalla globalizzazione, ciò premia chi vuole distruggerlo.
La Fpö austriaca è erede lontana dei predecessori dei nazisti.
Simbolizza ogni partito che ha gettato l’Europa in catastrofi.
Vincono coi no all’Europa comune e alla società globale».
Proprio ieri c’è stato il vertice dei partiti dell’ultradestra a Praga “per distruggere la Ue”. I partiti sovranisti minacciano l’Europa?
«La Ue fu fondata dopo la catastrofe della guerra, che ebbe le sue origini nella Mitteleuropa. Da un lato la società molteplice, dall’altro le tendenze razziste.
L’impero asburgico fu insieme impero multiculturale e prigione dei popoli. Il nazionalismo lo distrusse. La Ue ebbe fondamenta economiche per impedire nuove guerre, ma la tendenza a distruggerla per stare meglio, ognuno per sé, adesso mi sembra più forte. L’Europa ha perduto peso su scala mondiale, e la globalizzazione, come lo slogan “più Europa e apertura”, nutre la paura del declino. Anche nell’Austria cuore prospero della Mitteleuropa. Il razzismo diventa un lusso che ci si vuol concedere».
E le destre convincono?
«Sì, col protezionismo che ha sempre aspetti autoritari. La Ue è debole e ciò aiuta le destre populiste. Ci vuole più Ue con più legittimazione democratica, presto».
Come si sentono gli
intellettuali mitteleuropei ed europei oggi?
«Vivendo in eventi che ritenevamo impossibili appena 4 anni fa, da Stoccolma ad Atene, da Parigi a Varsavia. I volti sogghignanti di autocrati ammiratori di Putin o Erdogan sono lo sfondo della crisi della democrazia liberale, dei media, dello Stato di diritto. Noi scrittori possiamo solo narrare il grido, non curare il male».
Perché cade il tabù dell’antifascismo?
«Parte dell’antifascismo fu sconfessato dal crollo del giogo sovietico in parte dell’Europa. Ma la caduta annunciata del tabù ha contagiato l’Europa occidentale.
Emozioni e correnti razziste e antisemite e antidemocratiche sembravano il passato, invece erano solo rimaste in ombra. Non basta dire “mai più”: strutture autoritarie che portarono alla Catastrofe restarono dopo il 1945. Ad esempio l´Austria non ebbe il regolamento dei conti col passato vissuto dalla Germania.
Si dice che i tedeschi si salvarono guardando col pessimismo al futuro, gli austriaci guardarono con ottimismo al passato, facendo finta che Hitler fosse tedesco e Beethoven austriaco».
La doppia cittadinanza offerta dall’Austria agli altoatesini è provocazione?
«La Fpö è ispirata a un nazionalismo germanofilo, che distrugge il principio dell’Europa.
La doppia cittadinanza è diritto legittimo ma loro la negano ai turchi e la offrono ai sudtirolesi in uno spirito di revisionismo storico, non di apertura. Non è ancora tardi per difendersi, ma adesso occorre una visione di democrazia europea più forte. Ricordando anche che tradizioni antisemite sono nel DNA di forze come la Fpö, sebbene il primo bersaglio oggi siano i musulmani».

Repubblica 18.12.17
La mossa pro-palestinesi
Erdogan fa Trump e annuncia un’ambasciata turca a Gerusalemme (Est)
di Marco Ansaldo


STANBUL Quando un turco minaccia una cosa, bisogna sempre dar credito al suo proposito, che di lì a poco è sicuro seguirà. Così per Recep Tayyip Erdogan, al termine del recente vertice islamico a Istanbul convocato dopo la decisione di Donald Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Ora la Turchia, annuncia il Capo dello Stato, aprirà la propria ambasciata nella parte Est della Città santa, dando seguito per prima alla rivolta dei Paesi musulmani contro la decisione americana.
« Se Allah vuole — ha detto Erdogan a Karaman, nel sud ovest dell’Anatolia, in un incontro del suo partito conservatore di ispirazione religiosa — è vicino il giorno in cui ufficialmente, con il suo permesso, apriremo lì la nostra ambasciata » . Un pizzico di retorica, forse, del resto congeniale al Sultano che sa come compiacere il proprio elettorato, ma condito di intenzioni concrete. « Il summit dell’Organizzazione dei Paesi Islamici ha già riconosciuto Gerusalemme Est capitale della Palestina. Ma non abbiamo potuto aprire la nostra ambasciata perché Gerusalemme è occupata dalle forze israeliane. Con l’aiuto di Dio ora lo faremo».
Una dichiarazione che farà scalpore, anche perché in Israele le ambasciate straniere, Turchia inclusa, hanno sede a Tel Aviv proprio a causa dello status non risolto di Gerusalemme. Ed è l’ultima reazione scatenata dalla decisione del Presidente americano.
Erdogan era stato il più acceso oppositore della mossa americana. Capitalizzando, da animale politico con grande fiuto, lo sviluppo che ne sarebbe arrivato. In modo fulmineo, mentre la Turchia si trovava esposta a critiche di vario tipo sul piano internazionale, il Sultano si è incuneato fra le incertezze degli arabi, mettendosi a capo della coalizione anti- Usa e convocando a casa il vertice dei Paesi islamici. Sotto la sua egida è uscita la dichiarazione comune del summit, che vedeva Gerusalemme Est come capitale della Palestina. La dichiarazione di ieri in Anatolia ne è un semplice corollario.
Con l’oratoria già sperimentata su molti leader europei nella recente crisi per i ministri di Ankara impediti a fare comizi preelettorali in Germania, Austria, Svizzera e Francia, Erdogan si è lanciato con identica veemenza contro Trump. La sua decisione, ha ammonito, è « una disgrazia » , « una violazione del diritto internazionale » , e il Capo della Casa Bianca il «responsabile della fine del processo di pace». Aspre poi le accuse a Israele, definito uno Stato «terrorista», «killer di bambini » , « invasore » e che agisce « in totale spregio dei diritti umani » . Nel 2010 la crisi fra Turchia e Israele eruppe con forza quando le teste di cuoio israeliane attaccarono la nave Mavi Marmara andata a portare aiuti a Gaza, con un blitz costato la vita a 10 cittadini turchi: Gerusalemme disse che era stato violato il proprio spazio marittimo, i due Paesi ruppero le relazioni diplomatiche e sulla Striscia il Sultano si guadagnò il titolo di “Re di Gaza”.
L’altro giorno a Konya, la città dei dervisci rotanti, in Anatolia, Erdogan ha promesso ancora: « Faremo di tutto in sede di Consiglio di Sicurezza Onu e nell’Assemblea Generale per annullare questa decisione illegale, disgrazia per l’intera regione. La Turchia si opporrà a chi si sente superiore alla legge». E ha aggiunto: « Siamo musulmani, non siamo mossi né da razzismo né da voglia di vendetta, ma solo da desiderio di giustizia » . È certo che il Sultano, adesso, proseguirà la sua nuova battaglia studiando nuove mosse.

domenica 17 dicembre 2017

Repubblica 17.12.17
Donald Sassoon
L’amore per Gramsci (e l’Inter). Il ’68 perduto. Lo storico si racconta: Dickens o Dan Brown? “La cultura deve vendere: pure Oscar Wilde faceva pubblicità alle creme per signora”
di Antonio Gnoli


Nel suo ottimo italiano dice che il tempo cancella un po’ per volta la vita ma lo storico tra i vari compiti ha anche quello di ridisegnarla. In fondo il lavoro di Donald Sassoon — che martedì sera riceverà il Premio Napoli Internazionale — lo si può collocare dentro questa esperienza che è insieme mentale e oggettiva. Come storico dice di essersi occupato di parecchie cose relative al secolo scorso: «Non è facile trovare una definizione che soddisfi interamente la domanda su cosa sia stato il Novecento. Un quadro plausibile fu credo quello che disegnò Eric Hobsbawm con l’espressione “secolo breve”».
Lei è stato allievo di Hobsbawm. Che ricordo ne conserva?
«Il ricordo è eccellente, anche se in realtà non ho avuto un rapporto diretto del tipo allievo- maestro. Presi con lui a Londra il PhD, in pratica il vostro dottorato, ma senza una particolare frequentazione. Apprezzavo le sue opere e in seguito continuammo a sentirci e a vederci abbastanza spesso. Si parlava di politica e di storia ed ero colpito dalla sua tolleranza verso coloro che non la pensavano come lui. Ai suoi occhi bastava che fossero delle persone intelligenti».
Ma la definizione di “secolo breve” la convince?
«Le periodizzazioni hanno sempre un certo grado di arbitrarietà. Potrei risponderle che il Novecento è nato effettivamente nel 1914 come pensava Eric, ma anche nel 1870 con la guerra franco-prussiana. Potrei perfino aggiungere seguendo i libri di storia che tra il 1914 e il 1945 si esaurisce l’egemonia mondiale dell’Europa. E che nel secondo dopoguerra si assiste al tramonto degli imperi coloniali inglese e francese. Il bello dei cicli storici è che nascono e finiscono».
E tutte queste date non la convincono?
« Se smettessimo di essere eurocentrici e vedessimo le cose, che so, dal punto di vista della Cina, dovremmo raccontare una storia ben diversa. L’impero cinese ha avuto una longevità sconosciuta agli altri imperi. Arriva fino ai primi del Novecento. Poi c’è la fase del maoismo. Mao muore nel 1976. Ancora oggi il paese è sotto la guida di un partito che si dice comunista, ma che ha completamente cambiato il volto della Cina, sposando un’economia che non ha niente a che vedere con i suoi principi ideologici».
Ritiene che una contraddizione del genere sia a lungo sostenibile?
«Non lo so, quello che posso dire è che l’unico elemento che ha fatto da collante per tutto il secolo è stato il capitalismo. Nasce in Gran Bretagna nel Settecento, si espande notevolmente nell’Ottocento e diviene mondiale dalla fine dello scorso secolo. Non ha avversari salvo forse sé stesso. Quando ero giovane ritenevo che delle forze alternative si sarebbero opposte e avrebbero potuto prevalere, ho l’impressione di essermi sbagliato».
Di quali anni sta parlando?
« Della fine degli anni Sessanta. Si era entrati in un ciclo di pensiero e di convinzioni ideologiche che avevano posto al centro l’analisi di Marx sul modo di produzione capitalistico».
Viene spontaneo chiederle, visto che ci avviciniamo al cinquantenario, come giudica oggi il Sessantotto.
«In quel periodo ero a Londra, le confesso che mi sarebbe piaciuto molto di più essere a Milano, dove avevo vissuto, o a Parigi, cioè in città politicamente molto più eccitanti. All’epoca il Sessantotto sembrava l’inizio di un cambiamento epocale. Da tempo è chiaro che non è stato così. Se si pensa ai grandi cambiamenti che sono avvenuti nel Novecento — la fine del comunismo sovietico, la crescita del fondamentalismo islamico, l’affermarsi di potenze economiche come Cina e India — il Sessantotto non è poi stato così importante. Anche se una qualche propensione al cambiamento del costume glielo possiamo riconoscere».
A cosa pensa?
«Al femminismo, e al modo nuovo di intendere le convenzioni sociali: in particolare il ruolo della famiglia».
La sua famiglia da dove viene?
«Sono nato al Cairo, ma provengo da una famiglia ebrea di origini medio- orientali: Bagdad, poi India, da qui mio nonno emigrò ad Aleppo e infine al Cairo. Mio padre aveva un commercio import-export di cotone. In Egitto era una delle attività più floride. Dal Cairo i miei si trasferirono in Francia e poi in Italia. Ci stabilimmo a Milano. A diciassette anni decisi di continuare i miei studi in Inghilterra, prima in un college poi all’università studiando economia. Infine maturai il passaggio alla storia».
Favorito da cosa?
«La mia prima laurea aveva come sfondo le relazioni internazionali, poi con il master negli Stati Uniti cominciai a occuparmi di scienze politiche. In America scoprii Louis Althusser e i testi di Antonio Gramsci. Quando tornai a Londra programmai un dottorato sul partito comunista italiano. Proposi la tesi a Hobsbawm e lui, che amava il Pci, ne fu entusiasta».
Era un lavoro ideologico?
«No, mi interessava analizzare le costrizioni con cui un partito come quello comunista doveva fare i conti. Era chiaro che se voleva sopravvivere in occidente non poteva prescindere da una buona dose di realismo politico che lo mettesse al riparo da qualsiasi illusione o tentazione rivoluzionaria. Sto parlando di lucidità e disincanto: due qualità che non sempre la sinistra ha avuto».
Ritiene che questo ne spieghi i conflitti e le divisioni?
« Fin dall’inizio della sua storia la sinistra ha camminato divisa. Non è una novità di questi ultimi tempi. È una difficoltà che in questo momento non riguarda solo l’Italia, ma l’Europa tutta».
Si è passati dall’Europa sognata a quella attuale, più simile a un incubo.
« Bisognerebbe tener presente che l’Europa fu fatta, nel dopoguerra, diciamo meglio fu fondata, su delle basi costruite da partiti conservatori: Adenauer, Schuman, De Gasperi erano leader di partiti di destra, anche se moderata. La sinistra di allora era nettamente contraria all’idea di un’Europa unita. Oggi assistiamo al ribaltamento delle posizioni. La destra è diventata euroscettica, la sinistra — a parte qualche frangia — difende l’europeismo».
Si può spiegare l’euroscetticismo come effetto di una globalizzazione pesante, forzata e sbagliata?
«Non metterei le due cose sullo stesso piano. Gli euroscettici cavalcano la montante ostilità nei riguardi dell’establishment. La rivolta contro le élite. Qualunque cosa esse propongano è sbagliato per definizione. La globalizzazione è un fenomeno che nasce molto prima. Recente, semmai, è il suo enorme sviluppo. In questa versione non si può parlare di globalizzazione senza il motore del capitalismo ».


Corriere La Lettura 17.12.17
Toni Negri è troppo moderato secondo De Benoist


Nel libro Populismo (traduzione di Giuseppe Giaccio, Arianna Editrice, pp. 297, e 14,50) Alain de Benoist si compiace per la crisi dei sistemi politici europei. Ostile alle idee liberali, difensore delle specificità culturali contro l’omologazione individualista, il teorico della cosiddetta «Nuova destra» francese (da non confondersi con il Fronte nazionale lepenista) ha sempre criticato le istituzioni rappresentative e l’economia di mercato. La ribellione contro l’establishment incarnata con successo dai partiti populisti gli appare quindi un colpo mortale all’ormai obsoleta dialettica tra destra e sinistra. Il vero conflitto, per lui, è altrove: oppone fautori e avversari «del capitalismo globalizzato come sistema di dominio e disumanizzazione totale».
Secondo de Benoist «il mercato non va d’accordo con la democrazia», quindi è logico che le classi lavoratrici insorgano contro l’insicurezza cui le condannano il liberismo esasperato, l’immigrazione di massa e il permissivismo morale. Bisogna però osservare che di solito le forze populiste, pur favorevoli al protezionismo, non rinnegano l’iniziativa economica privata e l’obiettivo della crescita. Anche quelle d’ispirazione egualitaria (vuoi vedere che la parola sinistra significa ancora qualcosa?) riadattano un dirigismo che de Benoist rigetta: lo stesso Toni Negri, a suo parere, in fondo ricicla la pia illusione «di un capitalismo che possa essere messo al servizio dei lavoratori». L’autore francese è ben più radicale: si tratta, scrive, di «liberarsi delle pratiche costitutive delle forme feticizzate di soggettività indotte dalla mediazione del denaro» e di «liberarsi del lavoro in quanto forma di organizzazione del rapporto sociale». Programma ambizioso quanto nebuloso, che sembra eccedere le possibilità di qualsiasi forza politica e anche la comprensione dei cittadini che dovrebbero approvarlo.

Repubblica 17.12.17
Scandalo nella Santa Sede
Coca e film pedofili l’arresto che scuote gli uffici vaticani
di Giuseppe Scarpa


Usciere fermato a pochi passi da piazza San Pietro Gli inquirenti: droga e video non erano per lui Caccia ai reali destinatari del materiale illecito

Roma Quando lo hanno arrestato, carico di cocaina e con cinque pennette usb piene zeppe di filmati e foto pedopornografiche, Ostilio Del Balzo, dipendente del Vaticano, ha fatto scena muta. Usciere di lungo corso per il prestigioso Pontificio consiglio della cultura, i carabinieri lo hanno fermato mentre saliva in auto a Borgo Santo Spirito. A due passi da piazza San Pietro. Ora gli investigatori si chiedono: « A chi erano destinati droga e filmini in cui sono vittime i minori?» I militari hanno scandagliato il suo passato e la sua vita privata. Del Balzo è un incensurato di 47 anni. E prima della brutta faccenda in cui è caduto lo scorso primo settembre non aveva mai avuto guai con la giustizia. Nessuna macchia sulla fedina penale. Gli investigatori che l’hanno arrestato sono sicuri, tra l’altro, che l’uomo non sia un abituale consumatore di filmini pedo. Infatti quando gli hanno sequestrato computer e telefonino non hanno trovato nessun video memorizzato nel suo pc, niente nemmeno sul suo cellulare. Di solito, quando del materiale simile viene sequestrato a un pedofilo, tutti i supporti sono carichi di video e di siti che rimandano ai filmini in cui sono protagonisti i minori abusati. Lo stesso gip scrive nell’ordinanza che «il materiale è chiaramente detenuto a fini di cessione a terzi». È una storia avvolta dal mistero quella dell’usciere del Pontificio consiglio della cultura, al cui vertice siede il cardinale Gianfranco Ravasi, che ha sede in via della Conciliazione, il vialone che porta verso piazza San Pietro.
Il primo settembre era stato arrestato proprio al termine del suo orario di lavoro. Uscito dal palazzo, considerato territorio Vaticano, quindi inaccessibile alle forze dell’ordine italiane, si è diretto verso la sua Ford Focus. Qui i carabinieri lo hanno bloccato. Gli hanno messo sottosopra l’automobile e hanno trovato droga e filmini. « Una pochette viola con strisce bianche nel cui interno rinvenivano una busta con trenta involucri termosaldati di cocaina per un peso complessivo di quindici grammi e cinque mini pen drive aventi tutte lo stesso contenuto » , si legge nel verbale dei carabinieri della stazione San Pietro.
Dopodiché Del Balzo si è chiuso nel mutismo più assoluto. Ha trascorso tre mesi di carcere a Regina Coeli che non sono bastati a fargli raccontare la verità. Chi lo ha rifornito di droga e di video hard, e a chi erano destinati?
Anche per questo il giudice delle indagini preliminari, Daniela Caramico D’Auria, pochi giorni fa, il quattro dicembre, gli ha negato la libertà (come richiesta dal suo avvocato Angelo Staniscia) e ha deciso di dargli i domiciliari rafforzati dal braccialetto elettronico motivati in questo modo: « Si tratta di una persona che lavora in ambito extraterritoriale come usciere del Pontificio consiglio della cultura sotto la giurisdizione — sottolinea il gip D’Auria — dello stato Vaticano e che potrebbe godere anche di appoggi che lo spingano a trovare ospitalità in ambienti protetti ».
Intanto all’orizzonte si profila un processo, probabilmente con il rito immediato, con imputazioni pesantissime. Il pubblico ministero è Eugenio Albamonte e accusa il dipendente del Vaticano: Detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti e detenzione di materiale pedopornografico aggravata dall’ingente quantità. Una possibile condanna per questi reati superiore ai cinque anni potrebbe nuovamente spalancare le porte del carcere di Regina Coeli.

La Stampa 17.12.17
“Rischio Austria anche da noi Pronti a intese per il governo”
D’Alema: oggi la Francia ha un atteggiamento quasi coloniale
intervista di Francesco Bei


La Francia coltiva tentazioni egemoniche riguardo all’Italia e ha un’attitudine «quasi coloniale». Il governo italiano è debolissimo e sta sbagliando tutto, dalla politica sull’immigrazione all’atteggiamento con la Russia. Sulla quale Massimo D’Alema ha idee chiare: via le sanzioni e dialogo. Ecco le linee di politica estera sulle quali Liberi e Uguali cercherà convergenze per il prossimo governo.
In Austria si forma un governo con l’ultradestra, al primo punto del programma c’è la «battaglia contro l’immigrazione illegale». È un campanello d’allarme di quello che può accadere anche in Italia?
«Sicuramente sì. Ciò che sta accadendo in una parte d’Europa è preoccupante e l’Italia non è estranea a questi rischi».
Siamo alla vigilia di una campagna elettorale che rischia di essere inutile: nessun vincitore e l’Italia esposta di nuovo a ogni rischio. Non la preoccupa questa situazione?
«Certo che mi preoccupa. Purtroppo, questo rischio deriva dalle contraddizioni del governo e dalla politica di questi anni. Tuttavia, a mio parere la legge attuale non produrrà una maggioranza di governo. Nessuno stavolta compete davvero per vincere: il governo sarà frutto di intese che verranno dopo».
E voi sarete disponibili?
«Siamo una forza riformista che, a determinate condizioni, è pronta a prendersi le sue responsabilità. Non ci sentiamo affatto fuorigioco».
Quali condizioni porrete per formare una maggioranza?
«Potrei parlare di molte cose, a partire dal lavoro e dal welfare. Ma limitiamoci alla politica estera: pretenderemo una rinnovata capacità di iniziativa internazionale dell’Italia, un rilancio dell’europeismo, federalista e comunitario, e una più forte difesa dei principali asset del Paese. Su questi punti cardine misureremo le possibili convergenze».
Intanto si assiste a un protagonismo russo su tutto l’arco geopolitico che va dal Nord Africa all’Asia passando per il Medioriente. Vede il pericolo di una supremazia russa?
«Il pericolo vero è il vuoto occidentale, la Russia riempie uno spazio».
L’Europa come dovrebbe confrontarsi con Mosca, fermezza o dialogo?
«Vedo un’Europa incagliata in una posizione di principio che rende difficile il dialogo con la Russia. Che invece secondo me è necessario. Anche perché si è visto che le sanzioni non limitano in nulla l’espansionismo russo e quindi sono una misura sostanzialmente autolesionistica».
Quindi le sanzioni a Mosca andrebbero tolte?
«Andrebbe aperto un negoziato serio con la Russia, naturalmente difendendo l’integrità territoriale dell’Ucraina. Quando hai di fronte un interlocutore necessario per la stabilità in Europa e in Medio Oriente affrontare questa interlocuzione con le sanzioni non è una soluzione».
I rapporti della Cia e persino quelli dell’intelligence della Ue ci raccontano di ingerenze dei russi nei processi democratici: dalle elezioni Usa alle presidenziali francesi . C’è una questione che riguarda anche l’Italia?
«I nostri servizi escludono queste ingerenze per l’Italia. Ma è chiaro che più si mantiene un clima di ostilità con la Russia e più questi rischi aumentano».
I russi possono avere interesse a puntare in Italia sulle forze più antieuropee?
«Ripeto, in Italia non sembra ci sia stato questo. Poi qualche politico italiano è andato lì, si è messo a disposizione. E questo sicuramente dovrà essere valutato».
Intanto è scoppiato di nuovo il conflitto fra palestinesi e israeliani e molti, a partire da Turchia e Iran, soffiano sul fuoco…
«Questa situazione nasce dall’abbraccio fra la destra americana e la destra israeliana, che ha prodotto da ultimo l’annuncio sconsiderato sul trasferimento dell’ambasciata Usa a Gerusalemme. Anche una parte della società israeliana è preoccupata dal fatto che la liquidazione della prospettiva dei due popoli-due Stati determini uno scenario sudafricano che metterebbe alla fine in discussione lo stesso Stato ebraico».
In che modo?
«L’idea di chiudere i palestinesi dentro delle enclaves, una sorta di Bantustan, era stata l’idea dei boeri in Sudafrica, e poi si è visto come è andata a finire. Fallirebbe anche in Israele. Questo lo capisce una parte importante dell’opinione pubblica israeliana, anche sionista».
L’Italia può ambire a giocare un ruolo in Medio Oriente?
«L’Italia è un Paese che per la sua collocazione e per la sua storia potrebbe giocare un ruolo importante rispetto all’evoluzione della situazione mediorientale, ma abbiamo perduto moltissima influenza».
Colpa del governo?
«Be’, fino a qualche anno fa eravamo il Paese che più aveva fatto per salvare migliaia di vite umane nel Mediterraneo, adesso la priorità è diventata quella di non farli venire qua. E, pur di riuscirci, abbiamo accettato accordi che secondo Amnesty International ci hanno reso complici di terribili violazioni dei diritti umani».
La prima cosa da fare in Libia?
«È necessario, innanzi tutto, affidare i campi profughi all’Unhcr e alle organizzazioni umanitarie, che invece stiamo espellendo dal Mediterraneo. Anche la nostra immagine si è appannata, pensiamo al caso Regeni».
Cosa c’entra Regeni?
«Tutta la vicenda dell’Egitto è stata condotta in un modo abbastanza penoso. Se quello che è accaduto a Regeni fosse accaduto a un giovane inglese o francese non so se il governo egiziano avrebbe potuto comportarsi nello stesso modo».
In Libia la strategia di Minniti è sostenere il governo Sarraj e blindare il confine Sud attraverso un accordo con le tribù e un sostegno (anche militare) al Niger. Può avere successo?
«Sinceramente mi rifiuto di porre il tema delle migrazioni in questi termini. Questa è la narrazione della destra. Ma se guardiamo a quello che dicono i demografi, l’Italia sta subendo un progressivo spopolamento: negli ultimi due anni abbiamo perso tra i 40 e i 50 mila abitanti. È una grande sfida che non si può affrontare reagendo “di pancia” così come, naturalmente, non si può avallare l’utopia delle frontiere aperte. È evidente che senza una politica dell’immigrazione legale non si può contrastare l’immigrazione clandestina».
Macron ha rilanciato l’idea di una rifondazione europea. L’Italia cosa può dire al riguardo?
«Che la dimensione intergovernativa non va bene, che bisogna rafforzare il potere federale, che il Fiscal Compact non può entrare a far parte dei trattati europei ma deve essere drasticamente riformato, che il Parlamento europeo deve diventare un pilastro centrale della costruzione unitaria».
E non lo stiamo già dicendo?
«Veramente io ho visto governanti che hanno passato anni a baciare la pantofola della Merkel e adesso sono passati alla pantofola di Macron».
La Francia intanto fa shopping in Italia e prova a espandersi in ogni direzione, da Generali fino a Mediaset. Siamo tornati ai tempi di Bonaparte?
«I francesi sono francesi, c’è da parte loro una forte visione egemonica, direi quasi coloniale. Il problema è la fragilità della classe dirigente italiana mentre gran parte dei principali asset nazionali stanno finendo nelle mani di capitale straniero, soprattutto francese ma non solo. Non sono un nazionalista, se ci fosse reciprocità… ma non c’è! A noi non è consentito andare a fare shopping in casa d’altri. Ma, nella storia italiana, non è una novità che una parte della classe dirigente sia subalterna allo straniero».

il manifesto 17.12.17
Vienna, la notte più lunga: varato il governo nero-blu
Estrema destra. Lunedì per il giuramento dell’esecutivo Kurz sei cortei di protesta nella capitale austriaca
Il giovane premier Sebastian Kurz e il suo vice Heinz Christian Strache
Angela Mayr


VIENNA Tutto il potere armato dello Stato, i servizi segreti, giusto le cose più sensibili, sono finite in mano all’estrema destra. Agognava avere quei ruoli e li ha avuti. È il dato più «inquietante e spaventoso» – come commenta il quotidiano Der Standard – dell’accordo di governo concluso venerdì sera tra i popolari (Oevp) di Sebastian Kurz, cancelliere in pectore, e la Fpoe di Heinz Christian Strache, ora vicecancelliere.
AGLI INTERNI il nuovo ministro si chiama dunque Herbert Kickl ed è niente di meno che ideologo e mente della Fpoe. Colui che escogita le campagne, i manifesti provocatori e gli slogan razzisti fin dai tempi del defunto Joerg Haider. Nell’ultima campagna elettorale aveva giocato su un profilo più morbido, meno aggressivo, più consono all’ambito ruolo di governo. In deciso contrasto invece con il nuovo incarico, la sua partecipazione al congresso internazionale dell’ estrema destra dei Difensori d’Europa che si è svolto l’anno scorso a Linz, con tanto di gruppi apertamente neonazisti tra i partecipanti.
MINISTRO DELLA DIFESA è diventato Mario Kunasek, ufficiale dell’esercito e capo della Fpoe in Stiria. È considerato un pragmatico che oscilla tra diversi poli. Ha espulso dalla Fpoe esponenti che erano vicini al gruppo estremista «die Identitaeren», ma nello stesso tempo ha lui stesso contatti con gruppi neonazisti.
Il presidente della Repubblica, Alexander van der Bellen, ha dato sabato mattina il suo beneplacito al nuovo esecutivo, riservandosi ancora dei colloqui con i ministri che non conosce.
VAN DER BELLEN era intervenuto nel corso dei negoziati di governo ponendo alcune condizioni che Oevp e Fpoe hanno accettato: collocazione pro europea dell’Austria, osservanza dei diritti fondamentali sanciti dalla Convenzione europea dei diritti umani, il veto su un paio di nomi di ministri voluti dalla Fpoe, il non conferimento contemporaneo di Giustizia Interni alla Fpoe. Molti elettori dell’ex capogruppo dei Verdi van der Bellen però si aspettavano un suo intervento più forte.
MIGLIAIA DI APPELLI chiedono al presidente di bocciare i nomi insostenibili dei nuovi ministri di Interni e Difesa. «Van der Bellen, agisci!», hanno scandito sabato gli universitari della Oesterreichischen Hochschuelerschaft (OeH), la rappresentanza eletta da tutti gli studenti che ieri hanno sfilato in corteo a Graz promettendo Widerstand, resistenza, contro il governo. Manifestazioni di studenti ci sono già state i giorni scorsi anche a Vienna, appena saputo del piano del costituendo governo di introdurre tasse all’università il cui accesso è stato finora gratuito. Un regresso come tutto «il nuovo», tanto proclamato dall’enfant prodige Kurz.
Con il programma di governo della nuova coalizione nero-azzurra ora incombe in tema di istruzione un ritorno ai voti nelle scuole elementari. Ancor più grave è quanto potrà toccare ai lavoratori che pure massicciamente il 15 ottobre hanno dato il loro voto alla Fpoe: la giornata lavorativa di 12 ore e la settimana di 60 ore concepiti come nuova flessibilità i cui termini precisi non sono ancora noti. Una richiesta della confindustria, sostenuta da sempre dalla Oevp, che nel precedente governo guidato dal socialdemocratico Christian Kern è stata bloccata con particolare forza dal ministro uscente Alois Stoeger, ex sindacalista.
IL SETTORE SOCIALE ora che, accorpato alla Sanità, è andato alla Fpoe, a Beate Hartinger, già consulente per l’industria dei farmaci, insomma: pharma lobby goes government, come si poteva leggere nei tanti commenti critici che affollano la rete. Anche sulla legge che finalmente vietava il fumo nei locali pubblici in Austria, c’è la marcia indietro voluta in particolare dalla Fpoe: per la gioia dell’industria del tabacco si potràe continuare a fumare nei locali pubblici in stanze separate dai non fumatori.
«STOP ALL’IMMIGRAZIONE nel sistema sociale» è il titolo del riassunto del programma presentato ieri dal nuovo governo. Come si poteva aspettare bastona ulteriormente immigrati e richiedenti asilo tagliando servizi e contributi.
Sei sono i ministri della Fpoe, 7 dei popolari più il 31enne cancelliere, Sebastian Kurz.
LUNEDÌ IL GIURAMENTO e la nomina ufficiale del governo da parte del presidente della Repubblica. Ma fin dal primo giorno non avrà vita facile. In concomitanza col giuramento 6 cortei partendo da punti diversi attraverseranno Vienna per poi insieme «chiudere la rotta del Ballhausplatz» che è la sede del governo, con allusione alla chiusura della rotta balcanica rivendicata da Kurz. Con video, manifesti e concerti da settimane è in corso la mobilitazione per «la manifestazione del giorno x» convocata da un crescendo di sigle, studenti universitari (Oeh) e delle scuole, organizzazioni pro-immigrati e diritti umani, sinistra radicale.

il manifesto 17.12.17
Vertice dei nazionalisti a Praga, no alle migrazioni sì al liberismo
di Jakub Hornacek


PRAGA Si sono riuniti ieri a Praga i partiti nazionalisti e xenofobi che a Strasburgo aderiscono al gruppo Europa delle Nazioni e delle Libertà (Efn).
A fare gli onori di casa il movimento Libertà e Democrazia Diretta guidato dall’ex imprenditore Tomio Okamura. La formazione ha ottenuto nelle ultime elezioni della Repubblica Ceca ben mezzo milione di voti e 22 deputati, formando il terzo gruppo più forte alla Camera.
Le principali mascotte del meeting sono la presidente del Front National Marine Le Pen e il leader del Partito per la Libertà olandese Geert Wilders. A Praga sono arrivati anche leader minori di altri partiti, ad esempio Lorenzo Fontana della Lega Nord e i rappresenti del Fpoe austriaco.
La scelta di Praga non è casuale.
Nei movimenti e partiti anti-Islam e anti-migranti i paesi del centro Europa vengono visti sempre di più come un modello da seguire in polemica con l’approccio «multiculturalista». «Noi oggi in Occidente siamo completemente distrutti» ha detto Wilders. Soprattutto sul tema dei profughi, i «Paesi di Visegrad» (Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e Ungheria) sono visti come il bastione contro le politiche di Bruxelles.
Questi partiti agitano spettri che si rifanno, in parte, alle tesi sul «grande rimpiazzo» dovuto a una forte crescita della popolazione di fede islamica in Europa. Per contrastarli propongono muri ma anche interventi legislativi.
A Praga, ad esempio, il movimento di Okamura aveva proposto la messa al bando della Sharia e dell’Islam dichiarato non una religione ma un’ideologia politica. Una proposta in palese contrasto con la Costituzione.
Più difficile trovare l’accordo sull’Europa. «Non rinunceremo mai allo stato nazione ha avvertito Marine Le Pen – Ogni paese deve decidere per conto suo. Auspichiamo che ci siano forme di cooperazione tra gli stati ma queste collaborazioni non devono essere obbligatorie». La presidente del Fronte Nazionale ha anche accusato l’Unione Europea di aver fallito sui temi come la povertà o la disoccupazioni.
Dal canto loro, i padroni di casa mettono in chiaro che nella loro visione di un’Europa a moltissime velocità il capitale deve continuare a godere dei suoi privilegi. «Vogliamo mantenere il libero movimento delle merci, del capitale e dei servizi» dichiara il movimento Libertà e Democrazia Diretta.
La formazione Europa delle Nazioni e delle Libertà non è molto influente nel Parlamento Europeo e Marine Le Pen e Geert Wilders hanno registrato di recenti cocenti perdite elettorali.
Non è così però per tutti i soci della compagnia. Gli austriaci della FPOE sono entrati al Governo, la Lega vorrebbe farlo grazie all’accordo con Berlusconi e Okamura potrebbe fare il socio silente nel voto di fiducia al nuovo governo ceco (Okamura è diventato vicepresidente della Camera dei Deputati e ha strappato la presidenza della Commissione Difesa grazie alla complicità con il movimento del nuovo premier Andrej Babis).
rep ceca praga no destra nazi no europa AP 2
Il meeting è stato accolto però anche da proteste e critiche di altre formazioni politiche.
Molto dure le parole del presidente del Partito Pirata, anch’esso terza formazione alla Camera, Ivan Bartos. «Costruiscono la loro politica alimentando la paura nelle persone per ottenere voti – ha scritto Bartos – Non portano alcuna soluzione ma diffondono paura e odio. La loro unica risposta e offerta è solo la ricerca di un colpevole».
Contro la riunione dei partiti nazionalisti hanno protestato anche le associazioni antirazziste e antisessiste, che hanno dato vita due manifestazioni partecipate da centinaia di persone. Gli organizzatori avvertono che nel Paese sta montando un pessimo clima .
A ottobre si è scatenata una campagna d’odio in seguito alla foto di una classe di prima elementare con alunni di orgine rom, araba e vietnamita a Teplice diffusa su un quotidiano locale. Inoltre nelle ultime settimane si sono verificati a Praga e a Ostrava alcuni attachi contro stranieri e persone di colore.
Anche in Repubblica Ceca il nazionalismo ha cominciato a picchiare forte.

Corriere 17.12.17
Tensioni nel Pd sul caso Boschi Il partito al 23,4%
Affondo di Orlando: non vedo Renzi premier
di Nando Pagnoncelli


Pd ancora in calo. Perso un altro punto in otto giorni: adesso i democratici sono al 23,4%: questo l’esito dell’ultimo sondaggio Ipsos. Centrodestra al 36, perde punti anche il M5S ora al 28,2. Stabile Grasso al 6,6. Tensioni nel Pd per la candidatura di Maria Elena Boschi. Fronda in Toscana e Trentino dove dovrebbe presentarsi. Renzi sta lavorando sui collegi. E il ministro Orlando lo attacca: non lo vedo premier.
A distanza di una settimana gli orientamenti di voto degli italiani fanno registrare alcuni cambiamenti di non poco interesse, soprattutto se analizzati nell’insieme.
Il Pd conferma il momento critico in una fase piuttosto delicata sia sul fronte della definizione di una coalizione (a seguito della rinuncia di Pisapia e della decisione di Alfano di non ricandidarsi), sia sul fronte delle banche: i dem fanno registrare un’ulteriore flessione (-1%) e si attestano sul livello più basso degli ultimi 5 anni (23,4%).
In compenso, nel centro sinistra aumentano le formazioni minori, potenzialmente alleate del Pd, che nell’insieme raggiungono il 2,8%. Ap dopo la «separazione consensuale» tra le due componenti, dovuta alle diverse strategie elettorali, arretra nei consensi scendendo al 2%. Liberi e uguali rimane stabile (6,6%) come pure il centrodestra sia nel complesso (36%), sia nei rapporti tra i partiti che fanno parte dell’alleanza (Forza Italia prevale del 2,4% sulla Lega). Il Movimento 5 Stelle si conferma il primo partito, sebbene in lieve flessione rispetto alla scorsa settimana, mantenendosi tuttavia in linea con i risultati di fine giugno.
I sondaggi, si sa, sono fotografie (talora sfuocate), non oracoli. Tuttavia possono influenzare le opinioni e i comportamenti di voto di molti elettori, incerti e non. Galvanizzano i sostenitori dei partiti in salute e deprimono quelli dei partiti dati per perdenti. In tal senso il pronostico degli italiani è emblematico: uno su tre (33,7%) prevede che alle prossime elezioni si affermerà il centrodestra, il 23% il M5S e solo il 12% ritiene che vincerà il centrosinistra. Ed è questo, e non tanto la flessione nelle intenzioni di voto attuali, il dato che dovrebbe preoccupare maggiormente il Pd, perché lo «sconfittismo» porta con sé tre rischi: innanzitutto l’astensione nelle proprie fila, giacché un elettore rassegnato alla sconfitta potrebbe essere tentato di disertare le urne, nella convinzione che il proprio voto non conti nulla e non possa rovesciare l’esito infausto. In secondo luogo la scarsa mobilitazione dei militanti, la cui azione è di grande utilità in campagna elettorale, soprattutto per i partiti che hanno un forte radicamento territoriale. Da ultimo, il rischio del «voto utile»: infatti, tenuto conto che tra gli elettori si fa strada la percezione che la competizione elettorale sia una sfida tra centrodestra e M5S, con il centrosinistra che sembra stare alla finestra, una parte degli elettori dem potrebbe quindi essere tentata di rinunciare al voto per il Pd, orientando la propria scelta su altri pur di scongiurare la vittoria del partito o della coalizione più invisa.
Il Pd si trova quindi ad affrontare due sfide: ridare fiducia e orgoglio ai propri sostenitori, per frenare la disaffezione e favorire la mobilitazione, e attrarre nuovi elettori attraverso proposte originali, orientate al futuro ed evocative di una visione del Paese. Al contrario, la questione banche non sembra affatto giovare al Pd, perché appare una battaglia di retroguardia che accende gli animi ma non sposta voti, radicalizzando le posizioni indipendentemente dal merito.

Corriere 17.12.17
La prova di responsabilità che attende la sinistra
di Paolo Franchi


Nel bel libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli appena uscito da Harpo (Al lavoro e alla lotta, le parole del Pci) non si trova, alla lettera «S», la parola: «Sinistra». Una clamorosa dimenticanza? Ma no. Da noi non c’è mai stato qualcosa di simile alla gauche . In Italia, i comunisti e a lungo anche i socialisti («le sinistre», si diceva, al plurale) davano per scontata la loro appartenenza al campo in questione, naturalmente. Consideravano però il concetto di sinistra un po’ troppo vago, e persino un po’ troppo ambiguo, per dare conto dell’azione e della cultura politica di comunità vaste e corpose come i partiti, i sindacati, le organizzazioni di massa in un Paese in cui lo scontro politico si imperniava su fascismo e antifascismo, comunismo e anticomunismo, molto più che su sinistra e destra.
La sinistra ha cominciato a parlare e a far parlare di sé, fino ad annoiare e ad annoiarsi, solo da qualche decennio, da quando cioè i suoi partiti sono entrati in crisi, e i mondi che rappresentavano si sono dispersi: chi siamo, che cosa vogliamo, perché dobbiamo stare insieme o, all’opposto, separarci. Ma non deve essere un caso se queste discussioni si sono fatte sempre più estenuate ed estenuanti, sino alla tristissima situazione attuale. Forse questa assoluta improduttività deriva, in qualche modo, dall’inconsistenza teorica e pratica della contesa. Dal fatto cioè che oggi non è chiaro a nessuno che cosa precisamente si intenda quando ci si definisce di sinistra.

Si potrebbe anche dire che non è la prima volta. In fondo, questa parola è entrata in politica quasi casualmente quasi 230 anni fa, il 28 agosto 1789, a Versailles, quando, all’Assemblea costituente, i sostenitori del veto reale andarono a sedersi a destra del presidente, e gli oppositori alla sinistra, per facilitare il conteggio dei voti: sarebbe potuta andare anche al contrario. Ma nel tempo questo termine di per sé meno che generico, e in origine pure assai poco rassicurante (nel Vecchio e nel Nuovo Testamento, la destra è il bene, la sinistra è il male; e l’aggettivo «sinistro» tuttora sta per bieco, minaccioso) ha fatto in tempo a incarnarsi prima, a reincarnarsi più volte poi. Nata liberale e progressista, la sinistra è diventata democratica e radicale. Poi ha incontrato il movimento operaio: un incontro non facile e nemmeno esclusivo, se è vero, come è vero, che ci sono state pure, per restare all’Italia, una sinistra democristiana, una sinistra liberale, una sinistra repubblicana e anche, eccome, una sinistra fascista, ma destinato a durare nel tempo, e a segnare in profondità il Novecento.
Divagazioni? Forse. Fino a un certo punto. Perché è difficile negare che i guai sono cominciati proprio quando questo sodalizio, sin lì litigioso, certo, e però solido, è andato in pezzi, per mille e un motivo, ma soprattutto perché era cambiato il quadro di riferimento: anche il più ortodosso dei marxisti non ce la faceva più a descrivere la classe operaia come l’erede della filosofia classica tedesca che, rompendo le sue catene, libera, e riscalda al sol dell’avvenire, l’umanità intera. Il movimento operaio ha subito un colpo almeno all’apparenza mortale nella sua variante comunista, e quasi contemporaneamente ha cominciato a deperire in quella socialdemocratica. E la sinistra senza radici si è ritrovata nei panni di Anteo, il gigante figlio di Poseidone che traeva tutta la forza necessaria a sgominare gli avversari dal contatto con la madre Terra, quando Eracle riuscì a tenerlo sospeso dal suolo e a strozzarlo. Poteva anche appassionarsi alle riflessioni di Norberto Bobbio, secondo il quale a distinguerla chiaramente dalla destra c’era e ci sarebbe sempre stata la sua connaturata propensione all’eguaglianza. Ma restava incapace di nutrire ambizioni più significative di quella, rivelatasi poi inconsistente, di essere più brava di una destra nel migliore dei casi pasticciona a governare il tempo nuovo della globalizzazione e del neo liberismo.
Chi, dalle parti della sinistra, volesse capire, per provarsi a prendere seppure tardivamente le misure del caso, dove ha origine il cambiamento di paradigma che ha terremotato il terreno della contesa politica (sempre meno sinistra/destra, sempre più basso/alto, cosiddetti populismi/cosiddette élites ), di qui dovrebbe prendere le mosse. Anche per rendere più comprensibili, e comunque meno elettorali, i perché delle divisioni attuali. Magari (magari!) fino a scoprire che il punto sostanziale non è stabilire quanti amano e quanti detestano Matteo Renzi, ma se si stia riproponendo o no il pericolo mortale di una questione sociale e di una questione democratica in aperto conflitto: è già successo, e proprio in quegli anni Trenta di cui tanti sproloquiano a vanvera. Forse, per dirla alla Bersani, la mucca di una nuova destra intollerante e rancorosa, indifferente e sempre più spesso ostile alla democrazia, non si è ancora installata nel corridoio di casa. Ma comunque sta sul pianerottolo: bisognerebbe discutere, e magari anche accapigliarsi, su come cercare di accompagnarla fuori. Il tempo per evitare che questo sia il tema di un aspro confronto successivo a qualcosa di ben peggiore di un disastro elettorale, se non è già scaduto, è a un passo dalla scadenza. Ed è difficile credere che di questioni simili si possa venire a capo in tre mesi o giù di lì. A non provarci nemmeno, però, ci si assumerebbe una responsabilità politica e morale inaudita.

Repubblica 17.12.17
Banche e politica
Ma l’effetto Etruria spaventa tutto il Pd
Timori di un danno nelle urne anche tra i renziani. La minoranza di Orlando: “ Il leader crea trappole e ci finiamo”
di Paolo G. Brera


ROMA Troppi giorni sulla graticola: cominciano a scricchiolare le difese alzate dal Pd intorno a Maria Elena Boschi per il caso banche. I Dems del guardasigilli Andrea Orlando, la minoranza che coagula il grosso dell’ala sinistra del Pd, sfidano direttamente Matteo Renzi: « Chiediamo ai dirigenti che hanno vinto il congresso di smettere di costruire trappole dentro le quali cadiamo costantemente » , dice Orlando aprendo l’Assemblea generale, riunita ieri a Roma. Ma il dibattito sul passo da compiere è aperto anche dentro l’inner circle del segretario del Pd.
Alla vigilia delle audizioni delicatissime in Commissione banche del presidente di Bankitalia Vincenzo Visco e dell’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, il caso Boschi sta rosolando a fuoco lento i nervi dei democratici, renziani compresi. Il dibattito su un eventuale passo indietro della sottosegretaria è aperto, e tuttavia la strategia è portare la battaglia direttamente in Commissione. Se arriveranno le dimissioni, non sarà prima di allora: la linea è ribattere punto su punto, e portare a casa una vittoria piena. Anzi, il giglio magico è convinto di avere un asso nella manica da mettere sul tavolo della Commissione al momento opportuno.
Fino ad allora, però, sarà durissima. La minoranza è stanca delle « trappole » , come le definisce Orlando, che stanno sgretolando il consenso: « Prima il referendum, ora la commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche - spiega un delegato Dems - che si è ritorta contro di noi...». «Non vogliamo rifare le primarie - dice Orlando ai suoi - quelle le ha vinte Renzi e non lo mettiamo mica in discussione. Ma ormai è chiaro: è la nostra la linea politica che ha vinto, e non abbiamo alcuna intenzione di lasciare il partito democratico. Abbiamo le carte in regola per guidarlo, semmai; e la credibilità per farlo, mentre altri l’hanno perduta».
L’ultimo brandello, per Orlando, è volato via con la gestione del capitolo bancario: « Se dopo tutto questo casino non avanziamo una proposta di riforma del sistema, e soprattutto della vigilanza, in campagna elettorale saremo in grandissima difficoltà » . Ma convocare quella commissione d’inchiesta, per il guardasigilli, rischia di essere un errore imperdonabile: « Non può essere un modo di fare un processo in parallelo, quello lo fanno i giudici: ha senso solo se ne emerge una proposta politica». E la sottosegretaria? Fa bene a resistere o dovrebbe lasciar il campo? « Non è il tema - taglia corto il ministro - quello che dobbiamo fare è riflettere se politicamente sia stata una cosa sensata, la commissione d’inchiesta » . L’onda di critiche Dems punta ai presunti errori politici di Renzi: « Come la nomina di Visco: che si dia ragione a Renzi o a Gentiloni - dice il vicesegretario romano del Pd, Enzo Foschi - ha comunque perso il Pd » . E su Boschi: « Tocca a lei decidere: quando un calciatore si infortuna, solo lui può valutare se scendendo in campo claudicante aiuta la squadra, o nuoce».
«Non chiedo le dimissioni di nessuno - incalza Cesare Damiano ma la situazione è preoccupante. Ci mette nei guai per la campagna elettorale». E Sergio Lo Giudice, di ReteDem, avverte: « Boschi ha il diritto di ricandidarsi, ha chiarito in modo convincente, ma il Pd ha un grosso problema politico, deve uscire dall’accerchiamento». Chissà se basteranno le rassicurazioni del presidente della Commissione banche, Pier Ferdinando Casini: « Non consentirò » , garantisce, che la Commissione diventi « sede impropria della campagna elettorale ».
Maria Elena Boschi ribadisce di avere sempre agito « con onestà e trasparenza», ma il caso è al centro di una raffica di sms e telefonate fra Renzi e i suoi fedelissimi. « Pur essendo certi della bravura e dell’onestà di Maria Elena, è giusto rimanere in balia degli eventi?», si chiede un esponente di governo. L’obiettivo ora è ridurre il danno: le polemiche divampate non consentono di escludere le dimissioni, anche se potrebbero essere scambiate per ammissione di colpa.

Corriere 17.12.17
Classici Gli scritti sulla guerra del filosofo empirista scozzese tradotti per la prima volta da Mimesis nel nostro Paese
Povera Italia oberata di tasse Così la commiserava Hume
di Giulio Giorello


«Credo che in Europa, da San Pietroburgo a Lisbona, da Bergen a Napoli, il mio nome venga menzionato solo in termini positivi per quanto riguarda la morale e l’ingegno. Tra gli inglesi, invece, neanche uno su cinquanta si dispiacerebbe se venisse a sapere che stasera mi sono rotto l’osso del collo». Forse è «perché sono scozzese», concludeva nel 1764 David Hume. I suoi tre Scritti sulla guerra (1745-1748), ora in libreria per l’attenta cura di Spartaco Pupo (Mimesis), offrono un ritratto insolito di uno dei maggiori rappresentanti dell’empirismo, qui alle prese con questioni di tattica e strategia. Non viene meno l’acume filosofico: «Una guarnigione, più o meno debole, in un luogo scarsamente fortificato (…), non è che la sintesi di tutte le debolezze». E come «siamo inibiti dalla logica di ricercare più di una ragione necessaria alla spiegazione di qualsiasi fenomeno», così ci appare ovvio «considerare del tutto inutile una terza causa», cioè «un infido governatore», quando si tratta di capire come sia caduta Edimburgo nelle mani dei ribelli.
Il primo scritto, finora inedito in italiano, è la difesa che Hume ebbe a scrivere del «prevosto» (il capo degli amministratori) della capitale scozzese, l’amico Archibald Stewart. Nel 1745 il «Giovane Pretendente» — Carlo Edoardo Stuart, nipote del re Giacomo cacciato con la «Gloriosa Rivoluzione» del 1688-89 — era sbarcato sulla costa occidentale della Scozia e aveva formato un esercito di oltre 2.500 uomini, soprattutto highlander (ovvero guerrieri delle «terre alte», che Hume giudica «soldati integrali in tutto, tranne che nell’arte della disciplina»). Nell’autunno eccoli a Edimburgo e per il prevosto sarebbe irresponsabile tentare la resistenza! Il 30 novembre Stewart — nota Pupo — «viene tratto in arresto dai ribelli con l’accusa di aver resistito; quando la rivolta fallisce, è imprigionato per il motivo opposto: essersi arreso». Sarà prosciolto solo il 2 novembre 1747.
Agli inizi del 1746 Hume ha accettato di far parte di uno staff che dovrebbe accompagnare una spedizione, «inizialmente progettata contro il Canada» (allora possesso francese) e poi mutata in un’incursione sulle coste della Bretagna per distrarre l’esercito nemico impegnato nei Paesi Bassi. Il 24 luglio scrive che «dipendiamo ancora dai venti e dai ministri»! Un mese dopo l’ordine è di distruggere Lorient, la bretone «città dei porti». Nel resoconto che però non darà alle stampe (e che finora è rimasto anch’esso inedito in italiano) Hume narra della follia di dirigersi verso una «costa sconosciuta, marciare su un Paese sconosciuto e attaccare le città sconosciute della nazione più potente al mondo». Il 28 settembre «le truppe vennero tutte reimbarcate».
E il terzo scritto? «Si ricavano grandi vantaggi dal viaggiare, e niente è più utile a rimuovere i pregiudizi», dice Hume in una lettera al fratello John del 7 aprile 1748, mentre naviga lungo il Danubio. Fa parte di una missione che mira a rinsaldare le alleanze della Gran Bretagna. In Olanda Hume ha preso atto della disfatta dei «repubblicani», decisi alla pace con l’invasore francese «anche a prezzo della schiavitù e della sottomissione», e della rinascita del Paese sotto il principe di Orange, statolder (alla lettera, «luogotenente») dei Paesi Bassi; ha proseguito visitando città tedesche «protestanti» o «cattoliche» che siano; è giunto a Vienna, «un po’ piccola per essere una capitale». Con Trento è in Italia. A maggio visita Mantova e Cremona, i cui cittadini sono gravati da tasse «esorbitanti oltre ogni limite». Di Milano e di Torino si riserverà di raccontare a voce; del resto, «non ho neanche disfatto le mie valige». Ad Aquisgrana è stata firmata la pace (18 ottobre).
Pupo ricorda che per Hume il «governo civile segue cronologicamente oltre che logicamente al governo militare anche nella riposizione dell’autorità in una sola persona». Lo Hume monarchico è anche pronto a riconoscere che la guerra può venir giustificata come mezzo per impedire a uno Stato di assumere i caratteri di una monarchia universale. Scriverà nel 1752 che lo scontro armato è scoppiato quando una potenza ha tenuto «più all’onore della supremazia sugli altri che alle speranze di autorità», e che tale conflitto può venir evitato se tale potenza deve fare i conti con qualche «confederazione, spesso composta dai suoi stessi ex amici e alleati».
Pupo precisa «che Hume non cerca pretestuosamente di promuovere il dominio dell’Inghilterra sul mondo, come pure è stato insinuato da qualche suo interprete». Lo prova il suo atteggiamento nei confronti delle colonie nordamericane, la cui libertà gli appare «inevitabile» e «desiderabile». La Dichiarazione di indipendenza di quelli che diverranno gli Stati Uniti d’America verrà adottata il 4 luglio 1776; Hume si spegnerà il 4 agosto. Aveva scritto già nel Trattato della natura umana che «l’accampamento è il vero padre della città». Che avrebbe detto, però, del ruolo di guida sotto il profilo bellico rivendicato negli ultimi due secoli dai presidenti di quella «confederazione»? E di ogni pretesa del «destino manifesto» a imporre un ordine, seppur «democratico», a tutte le altre potenze di questo nostro «imperfetto» mondo?

La Stampa 17.12.17
Trump censura sette parole
L’ultimo colpo all’Obamacare
I ricercatori americani non potranno più usare “feto”, “transessuale” e “diritto”
di Francesco Semprini


Sette parole, tante quanti sono i vizi capitali puniti nell’Alto Inferno di Dante Alighieri. Ispirazione o coincidenza, forse, non lo sapremo mai, ma Donald Trump ha individuato sette parole da bandire nel linguaggio della pubblica amministrazione. E con una peculiarità non irrilevante visto che il veto è stato imposto al lessico utilizzato nei documenti ufficiali del Center for Disease Control and Prevention, l’equivalente dell’Istituto superiore di sanità, nell’elaborazione dei prossimi documenti programmatici.
A sostenerlo è il «Washington Post», che ha rivelato il contenuto dell’ultima riunione di bilancio al Cdc di Atlanta, sulla base di rivelazioni fornite da un analista che ha partecipato al simposio. I termini in questione sono «vulnerabile», «in diritto di», «diversità», «transessuale», «feto», «basato sui fatti», «basato sulla scienza». In alcuni casi sono state suggerite espressioni alternative, spiega la fonte che ha voluto mantenere l’anonimato. Ad esempio, al posto di «basato sui fatti» o «basato sulla scienza» si suggerisce la frase «il Cdc basa le sue raccomandazioni sulla scienza in compatibilità con gli standard e i desideri della collettività».
Per altri termini non sono state fornite alternative. Un vuoto lessicale che crea difficoltà evidenti, specie quando le autorità sanitarie trattano temi relativi a malattie trasmissibili sessualmente, o legate alla riproduzione, o casi endemici di natura collettiva. La decisione del presidente ha spiazzato gli esperti presenti alla riunione durata novanta minuti e dedicata alla stesura dei documenti per il bilancio del prossimo anno. E ha infiammato gran parte dell’opinione pubblica che accusa la Casa Bianca di «voler sottomettere la scienza a questioni di opportunità politica, e di voler imbrigliare il dibattito sulle questioni di bioetica e sui diritti civili».
Il programma di Trump sui temi di bioetica era chiaro sin dall’inizio, ovvero difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale e sostegno revocato alle associazioni Lgbt. «Nella mia esperienza non ho mai ricevuto alcuna pressione di tipo ideologico», ha detto al Washington Post la fonte interna all’agenzia che gestisce un budget di circa 7 miliardi all’anno e impiega 12 mila dipendenti. Da un punto di vista politico si tratterebbe di un’altra picconata all’architettura dall’amministrazione Obama che si era prodigata per tutelare le tematiche relative all’orientamento sessuale e all’identità di genere. Ma non è il primo caso visto che dal sito del dipartimento della Sanità sono scomparse le pagine dedicate alle informazioni sulla salute delle persone omosessuali e transessuali, mentre il settore che si occupa di Infanzia e Famiglia ha rimosso sia le sezioni che fornivano informazioni sui servizi disponibili per le persone Lgbt e aiuto alle vittime dei trafficanti del sesso sia la pagina dedicata ai nuclei Lgbt. Secondo quanto riferito dal Washington Post, infine, altri dipartimenti chiave, come quelli di Giustizia e Istruzione, hanno modificato alcune politiche federali e le modalità di raccolta di informazioni su lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

Corriere La Lettura 17.12.17
Dimenticare Protagora La verità si può cercare
di Mauro Bonazzi


Quando il disordine sotto il cielo è grande, le carte si rimescolano. Fino a poco tempo fa dominava il verbo di Nietzsche, e non si parlava volentieri della verità («un esercito mobile di metafore, illusioni delle quali si è dimenticato appunto che sono illusioni») né tantomeno di principi universali. In nome della verità — o meglio della convinzione di stare dalla parte della verità, anche a costo di mentire — sono state commesse troppe violenze e prevaricazioni; meglio prendere congedo da un’eredità così ingombrante, riconoscendosi reciprocamente nella propria diversità. Coltivando la propria differenza, senza giudicare gli altri, e senza costringersi entro le maglie di un pensiero identico per tutti. Così scrivevano in tanti, da Derrida a Vattimo e Rorty, gli alfieri del post-moderno, un pensiero che voleva emanciparsi dalla vocazione totalizzante della razionalità moderna. Basta con le celebrazioni trionfalistiche del progresso, via dalla pretesa di ergersi a giudici (moralistici) della storia! La convinzione non detta era che prima o poi, più prima che poi, tutti si sarebbero adeguati a questo modello di libertà e tolleranza. «L’addio alla verità — scriveva Vattimo — è l’inizio, e la base stessa, della democrazia».
E se gli «altri», quelli che non la pensano come «noi», non si fossero adeguati?
Sono passati pochi anni, ma sembra un’eternità, e intanto tutto si è confuso. Il nemico comune è rimasto lo stesso: quei principi universali, figli dell’Illuminismo, che avrebbero dovuto regolare la convivenza pacifica tra le persone e che continuano a essere criticati, perché considerati come uno strumento di sopraffazione di una parte contro l’altra, come tentativi di imporre una visione del mondo contro altre, non meno legittime: lo sostenevano i postmoderni, lo ripetono oggi in tanti esponenti di società che fino a ieri pochi si preoccupavano di ascoltare. Non che non manchino di qualche ragione: basta pensare ai vari tentativi (neocolonialisti) di «esportare la democrazia» per ricordarsi che troppo spesso dietro alle parole altisonanti si nascondono interessi molto meno nobili. Giusto. Il rischio però è di finire in un vicolo cieco.
Lo potremmo chiamare il paradosso di Protagora. Tutte le opinioni sono legittime, sosteneva, perché nessuno può pretendersi in possesso della verità assoluta. Dunque è valida, replicavano i suoi avversari, anche l’opinione di chi pensa di avere ragione lui e solo lui: dal relativismo al dogmatismo il passo è breve, a volte. È una bella descrizione di quello che sta accadendo in questi tempi, in cui tutti vogliono tornare «padroni a casa loro», al sicuro nei recinti delle proprie tradizioni, esigendo che nessuno li giudichi — chi potrebbe farlo, del resto, perso il riferimento della verità e in assenza di regole generali? Può piacere o no, ma il problema rimane lo stesso: questa soluzione rimane impraticabile. Nel mondo in cui viviamo la distinzione tra «noi» e «loro» non ha più senso, perché tutto è ormai interconnesso e mescolato. La barca è la stessa; e le decisioni degli uni comportano necessariamente conseguenze per gli altri. Come regolare allora il conflitto che inevitabilmente si produrrà?
Curiosamente, per uno di questi corsi e ricorsi che caratterizzano la storia umana, sembra che siamo tornati al punto di partenza, all’inizio della vicenda che avrebbe portato a stabilire quei valori universali e illuministici oggi tanto biasimati. In effetti, osserva Roberto Mordacci in un libro appena pubblicato da Einaudi, La condizione neomoderna , la situazione attuale non è poi così diversa da quella in cui si trovò l’Europa alle soglie della modernità, circa cinquecento anni fa. Improvvisamente tutte le certezze su cui si fondava l’esistenza collettiva venivano sgretolate, una dopo l’altra. Le scoperte scientifiche (l’eliocentrismo) e geografiche (il Nuovo Mondo) dispiegavano davanti agli occhi sgomenti di tutti un’immagine completamente diversa del cosmo; i conflitti religiosi (la Riforma protestante) e politici (la crisi del modello imperiale romano e medievale) privavano gli uomini dei punti di riferimento tradizionali. Credevano di vivere al centro di un universo perfetto, in una società organizzata secondo principi divini eternamente validi. Si ritrovavano in un mondo che appariva ora immenso, silenzioso, privo di punti di riferimento, in cui «tutto era inestricabilmente legato» (Montesquieu) e la prova della forza sembrava l’unica soluzione possibile per dirimere i contrasti.
Furono secoli drammatici, da cui però l’Europa è uscita rinnovata, non distrutta. E se questo è accaduto è anche grazie alla capacità di stabilire, per via razionale, una serie di principi comuni, e uno spazio condiviso in cui confrontarsi. Senza pretendere di possedere la verità e tanto meno volerla imporre con la forza agli altri; ma senza neppure rinunciare alla possibilità di trovarla. Fiduciosi, ma non illusi, nella capacità umana di ragionare, perché consapevoli, per averne fatta esperienza diretta, che quando viene meno questo spazio comune non resta che la strada della forza.
Sembrano idee ingenue che la brutale realtà dei fatti smentisce. Ma davvero è così? Quella del giudizio apocalittico è una tentazione sempre ricorrente, un pensiero «che è insieme terrificante e sublime», osservava perfido Kant. Intanto, però, le condizioni generali dell’umanità stanno migliorando, anche se meno velocemente di quanto vorremmo: la vita si allunga, le malattie diminuiscono, il benessere si diffonde. Sarebbe bene ricordarsene. Perché la sfida che dobbiamo affrontare oggi non è diversa — e non più in Europa soltanto, ma su scala globale: costruire un nuovo spazio comune in cui tutti possano far valere la propria prospettiva, in cerca di principi condivisi. Consapevoli che la ragione non può tutto e che a volte sbaglia, ma che senza di essa non si costruirà niente.

Corriere Salute 17.12.17
Siamo programmati per non ricordare (tutto)
Non dimenticare mai quello che si è letto una sola volta, oppure un viso, o una via. Un sogno che si trasformerebbe in un incubo. E non perché non avremmo spazio per nuove informazioni , ma perché l’enorme mole dei ricordi ci paralizzerebbe impedendoci alla fine di prendere decisioni
di Danilo Di Diodoro


Un sogno poter ricordare tutto quello che si è letto anche una sola volta vero? Per gli studenti sarebbe una pacchia. Fine di tante ore sui libri e del patema da esame. Letto, uguale studiato, uguale mai più dimenticato. Peccato che questo sogno sarebbe allo stesso tempo un incubo, perché la mente ha bisogno di imparare ma anche di dimenticare, altrimenti non sarebbe in grado di svolgere uno dei suoi compiti più importanti: prendere decisioni fondate.
In altre parole, la mente deve trovare un equilibrio tra persistenza e transitorietà delle sue memorie, per essere in grado di fare le generalizzazioni necessarie che servono per prendere delle decisioni. Ecco perché da un punto di vista dell’evoluzione della mente umana si è giunti nel corso dei millenni a questo equilibrio, ed ecco perché sarebbe impossibile e anche svantaggioso ricordare tutto.
«Negli ultimi anni c’è stato un incremento del numero delle ricerche focalizzate sui meccanismi della transitorietà della memoria», dicono Blake Richards e Paul Frankland, psicobiologi dell’University di Toronto, autori di un articolo sull’argomento pubblicato sulla rivista Neuron . E citano il caso di un famoso paziente del neuropsicologo sovietico Aleksandr Lurija, che poteva dimenticare solo attraverso uno sforzo attivo della mente, ma che era incapace di generalizzazioni e quindi di prendere decisioni. L’interesse verso la transitorietà, dopo che per molto tempo i neuroscienziati si erano concentrati soprattutto sulla persistenza delle informazioni, segnala un cambiamento nell’approccio allo studio della memoria, dei meccanismi di apprendimento e delle abilità decisionali.
Oggi i neuroscienziati cominciano ad avere un’idea chiara della neurobiologia dell’apprendimento. Imparare qualcosa vuol dire provocare un cambiamento in un network di neuroni, che rafforzano i collegamenti tra di loro, sostenuti dalle sinapsi, punti di contatto e comunicazione tra queste fondamentali cellule del sistema nervoso.
Quando la mente va a ricercare nella memoria quell’informazione, in pratica sta andando a riattivare quello specifico network. Lo stesso succede, al contrario, quando quell’informazione viene dimenticata. In tal caso si perde il rafforzamento delle connessioni in quello specifico network di neuroni che si era creato al momento in cui il ricordo era stato fissato.
Un sistema straordinario, che riesce a bilanciare in maniera automatica dimenticanza, e apprendimento, riuscendo a far funzionare la mente così come la conosciamo.
In passato si è creduto per diverso tempo che i processi di dimenticanza servissero a «fare spazio» a nuove informazioni più recenti e quindi potenzialmente più importanti, ma ora si sa che di questo fare spazio il cervello umano non ha bisogno. «Quando consideriamo il numero di neuroni e di sinapsi che ci sono nel cervello, ci rendiamo conto che esiste la potenzialità di immagazzinare molte più informazioni di quelle effettivamente conservate — spiegano i due neurobiologi canadesi —. Il cervello umano possiede circa 80-90 miliardi di neuroni. Se solo ne dedicassimo un decimo a fissare ricordi di specifici eventi, allora, in accordo con stime di capacità in network auto-associativi, potremmo immagazzinare approssimativamente un miliardo di ricordi individuali. Inoltre, se consideriamo i ricordi registrati in maniera diffusa, questo numero potrebbe crescere di diversi ordini di grandezza». Quindi non è un problema di spazio di memoria, come capita con l’hard disk di un personal computer.
«Noi ipotizziamo che la transitorietà della memoria sia richiesta in un mondo che cambia e che ha un alto livello di rumore informativo di fondo» spiegano i ricercatori.
È solo così che gli esseri umani possono avere un comportamento flessibile; se la nostra mente dovesse fotografare tutto indistintamente, prenderebbe decisioni troppo rigide e potrebbe fare ipotesi sul futuro completamente sbagliate.
«La persistenza — affermano Richards e Frankland — è utile solo quando conserva quegli aspetti dell’esperienza che risultano stabili o che sono utili per predire come andranno nuove esperienze».
Se vogliamo provare a limitare la perdita di informazioni di ciò che ci interesserebbe trattenere dopo averlo studiato, si deve per forza passare attraverso la fatica delle continue ripetizioni. Secondo Robert Bjork, del Department of Psychology, University of California a Los Angeles, l’unico modo conosciuto per tentare di frenare questo colabrodo della memoria è ripetere e ripetere, per rinforzare così le tracce mnemoniche. Ma bisogna ripetere in maniera da creare spazi temporali adeguati tra una ripetizione e l’altra, che devono essere né troppo lunghi né troppo brevi, altrimenti l’effetto di rinforzo si perde.
E comunque, alla fine, quando si smetterà di ripetere, una gran parte delle informazioni colerà via. È la temuta «curva della dimenticanza».

Corriere Salute 17.12.17
Come l’esperienza rimodella la mente
di D.d.D.


Vista l’estrema complessità del cervello umano, anche i neuroscienziati hanno bisogno di semplificare per capire, proprio come fanno a volte gli artisti nel rappresentare un’immagine complessa. Basti pensare ad alcuni quadri di Mirò e Matisse.
È per questo che gli studi sull’apprendimento e la memoria hanno utilizzato, tra gli altri, il cervello di una lumaca di mare, l’Aplysia, che per attivare l’azione riflessa di protezione della sua branchia può contare su 24 neuroni sensitivi e 6 neuroni motori.
Con questo semplice organo nervoso, l’Aplysia, adeguatamente istruita, è in grado di imparare che quando riceve uno stimolo su una certa parte del corpo deve proteggere la branchia ritraendola.
Sfruttando la semplicità del suo organo nervoso, i neuroscienziati sono riusciti a capire che lo stimolo ripetuto può attivare uno specifico gene che porta alla crescita di nuove connessioni tra il neurone sensoriale e quello motorio. È la base biochimica dell’apprendimento.
«Sono queste connessioni che permettono la persistenza di una memoria — spiega Eric Kandel, neuroscienziato della Columbia University di New York, autore del libro “Arte e neuroscienze. Le due culture a confronto” , e premio Nobel per la medicina nel 2000.
«Quindi se ricordate qualcosa di quello che avete letto fin qui — aggiunge Kandel — è perché il vostro cervello è leggermente diverso da quello che era prima di iniziare a leggere». Questo meccanismo così evidente nella lumaca di mare, si ripete all’infinito anche nel cervello degli esseri umani fin dal primo momento in cui arrivano al mondo.
L’utilizzo del cervello ne modifica costantemente l’architettura, e questa è anche la base delle differenze esistenti tra le persone.
«Dal momento che tutti noi siamo cresciuti in ambienti diversi, siamo stati esposti a differenti combinazioni di stimoli, abbiamo imparato cose diverse, e tendiamo a esercitare le nostre capacità motorie e percettive in modi variabili, l’architettura del nostro cervello ne risulterà modificata in modo unico — dice ancora Kandel.— Ognuno di noi ha un cervello leggermente diverso, perché abbiamo esperienze di vita diverse. Anche i gemelli identici, che hanno geni identici, avranno esperienze diverse e quindi cervelli differenti. Questa distintiva modificazione dell’architettura del cervello, insieme con la nostra distintiva genetica, costituisce la base biologica dell’espressione dell’individualità».
Oggi si sa che il patrimonio genetico fornisce l’impalcatura sulla quale si costruisce l’apprendimento, ma è superata la vecchia idea della mente come «tabula rasa».
Allo stesso tempo, anche l’idea del patrimonio genetico come un insieme di istruzioni fisse, impermeabili al mondo esterno, è stata modificata dallo sviluppo delle conoscenze su come esso è influenzato da fattori ambientali.
«È la nuova prospettiva dell’ epigenetica , che rivoluziona l’annoso dibattito sul contrasto biologia-ambiente — spiega Stefano Cappa, professore di neurologia all’Istituto Universitario di Studi Superiori di Pavia e direttore scientifico Irccs Fatebenefratelli di Brescia —. Infatti, se le vicende della vita sono in grado di indurre delle modificazioni nell’espressione di geni che possono essere trasmessi alla progenie, è evidente che la distinzione perde di significato. Al di là degli studi nei modelli animali, cominciano a comparire evidenze importanti anche nell’uomo, come la dimostrazione che i discendenti dei sopravvissuti all’olocausto presentano alterazioni degli ormoni dello stress, del tutto inspiegabili sulla base della loro diretta esperienza di vita».

Corriere Salute 17.12.17
Il metodo
Questionari, visite e tracciato Ecg per la diagnosi
di M.G.F.


Lo studio FAI evidenzia il ruolo importante del medico di medicina generale e la validità degli screening di popolazione nella diagnosi della fibrillazione atriale. «Agli anziani coinvolti nello studio è stato inviato un questionario per rilevare, tra l’altro, possibili sintomi di fibrillazione atriale anche attraverso l’autopalpazione del polso arterioso (con vignette esplicative su come fare) e segnalazione di alterazioni del ritmo — spiega Antonio Di Carlo, ricercatore all’Istituto di neuroscienze del Cnr — . Inoltre ai pazienti che nei 12 mesi dello studio si sono recati spontaneamente dal medico di famiglia per un qualsiasi motivo sono stati monitorati tastando il polso e controllando i battiti del cuore col fonendoscopio. Alle persone risultate positive a uno dei criteri utilizzati negli screening è stato fatto un elettrocardiogramma per confermare la diagnosi di fibrillazione atriale».

Corriere Salute 17.12.17
Il cuore di un milione di anziani in Italia batte a ritmo sbagliato
La fibrillazione atriale è all’origine di un quarto degli ictus. Ma oggi ci sono diversi rimedi efficaci
di Maria Giovanna Faiella


Un cuore “matto” che batte in modo irregolare per colpa della fibrillazione atriale, l’aritmia cardiaca più frequente, soprattutto tra gli anziani, che si stima responsabile di oltre un quarto degli ictus che si verificano ogni anno nel nostro Paese.
A soffrire di quest’anomalia del ritmo del cuore sono un milione e 100 mila anziani , secondo i recenti risultati del «Progetto FAI: la Fibrillazione Atriale in Italia», promosso dal gruppo di ricerca sulle malattie vascolari cerebrali del Dipartimento Neurofarba dell’Università di Firenze in collaborazione con l’Istituto di neuroscienze del Cnr-Consiglio nazionale delle ricerche, e finanziato dal Ccm-Centro nazionale per il controllo e la prevenzione delle malattie del Ministero della Salute.
Lo studio ha coinvolto un campione di 6 mila persone con più di 65 anni, assistite da medici di medicina generale e seguiti per la parte specialistica in tre Unità operative situate rispettivamente al Nord, al Centro e al Sud della penisola per garantire la rappresentatività nazionale. Tutti i partecipanti sono stati sottoposti a una doppia procedura di screening, domiciliare e ambulatoriale, seguita da una fase di conferma diagnostica con l’esecuzione dell’elettrocardiogramma presso lo studio del medico di famiglia (si veda l’articolo in alto).
«Il progetto FAI ha permesso di stimare, per la prima volta nel nostro Paese, la frequenza della fibrillazione atriale in un campione rappresentativo della popolazione anziana — spiega il responsabile scientifico, Domenico Inzitari, professore di neurologia presso il Dipartimento Neurofarba dell’Università di Firenze —. Ebbene, 1 anziano su 12 soffre di fibrillazione atriale, si conferma una prevalenza più alta tra gli uomini e un aumento con il progredire dell’età, ma il dato più allarmante è che 1 paziente su 3 non segue una terapia appropriata».
Si calcola che nel nostro Paese la fibrillazione atriale sia la causa di circa il 25% dei ricoveri ospedalieri per ictus acuto (circa 40mila casi l’anno). Quando il cuore batte in modo irregolare non riesce a pompare bene il sangue, che così ristagna favorendo la formazione di coaguli dai quali si staccano emboli che possono arrivare al cervello e provocare l’ictus. «È dimostrato che i farmaci anticoagulanti, di vecchia e nuova generazione (quest’ultimi utilizzati da circa la metà dei pazienti trattati nello studio), riducono il rischio di ictus da fibrillazione atriale fino al 70% — spiega Inzitari —. Ma dal nostro studio emerge che il 30% dei pazienti fibrillanti non è trattato con anticoagulanti». I motivi? «In alcuni casi si tratta di ragioni valide perché i pazienti fibrillanti hanno avuto precedenti complicanze emorragiche o sono a maggior rischio emorragico per malattia renale o epatica — risponde il neurologo —. In 2 casi su 3, invece, i pazienti sono senza trattamento per convinzioni ormai superate dalle linee guida più recenti, come la presenza di fibrillazione atriale parossistica, considerata talvolta meno pericolosa, o la convinzione che i soli farmaci antiaritmici o antiaggreganti forniscano una buona protezione, oppure perché i pazienti hanno un’età avanzata». In ogni caso si tratta di terapie delicate che vanno somministrate sotto stretto controllo medico. «Il trattamento della fibrillazione atriale si compone di due aspetti — chiarisce Claudio Tondo, responsabile dell’Unità di aritmologia dell’Irccs Centro Cardiologico Monzino di Milano —. Da un lato, ci sono terapie indicate per prevenire e contrastare la fibrillazione atriale, come i farmaci antiaritmici o, se i sintomi sono persistenti e non c’è risposta ai farmaci, si ricorre all’ablazione, procedura utilizzata per eliminare i circuiti elettrici responsabili della fibrillazione atriale; dall’altro, si utilizzano i farmaci anticoagulanti, che non agiscono sui meccanismi dell’aritmia, ma sulle sue conseguenze, tra cui il più temibile è l’ictus tromboembolico. Rispetto alla terapia anticoagulante,— continua il cardiologo — da qualche anno sono disponibili nuovi farmaci più maneggevoli perché non richiedono il frequente controllo dello stato di coagulazione col test ematico, possono essere assunti senza temere interazioni con alimenti e interferiscono in misura minore con altri farmaci, quindi c’è una più alta aderenza alla terapia da parte dei pazienti. Inoltre, sono altrettanto efficaci rispetto agli anticoagulanti tradizionali e hanno una minore incidenza di eventi emorragici. Il cardiologo — sottolinea Tondo — li prescrive in base a un piano terapeutico valutando attentamente le condizioni del paziente». Per chi non può assumere la terapia anticoagulante perché ad alto rischio di emorragie è oggi disponibile un intervento terapeutico per scongiurare la formazione di trombi, e quindi il rischio di embolia o ictus: la chiusura dell’auricola sinistra del cuore — dove tendono a formarsi i coaguli di sangue — attraverso un mini dispositivo inserito per via percutanea che assolve la funzione di “tappo”, impedendo così che si formino trombi.