lunedì 26 giugno 2017

SULLA STAMPA DI LUNEDI 26 GIUGNO

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nella miscellanea di oggi

Corriere 26.6.17
Orlandi, la mamma scrive al Vaticano «Non è un caso chiuso, è mia figlia»
di Maria Pezzano Orlandi

Eccellenza,
dopo avere letto le Sue dichiarazioni, voglio condividere con Lei il dolore che pulsa nel cuore di una madre ormai anziana. Risiedo in Vaticano, stavo ancora bevendo un caffè con il mio avvocato, quando le agenzie di stampa si sono scatenate con le sue durissime parole: «Per noi il caso è chiuso». Non era passata neanche un’ora da quando la mia famiglia aveva rivolto formalmente al Segretario di Stato la richiesta di vedere il fascicolo che riguarda Emanuela e il caso era già chiuso.
Io attendo da 34 lunghi anni di sapere che cosa è successo a mia figlia e la Sua risposta è giunta dopo solo una manciata di minuti. La mia bambina, il «caso chiuso», non meritava neppure qualche ora di ponderata riflessione. E tantomeno una risposta.
Le ricordo, Eccellenza, che i casi degli scomparsi si chiudono solo in due modi: o con il ritrovamento in vita di chi è sparito o con l’accertamento della sua morte. Me lo dica, allora, Eccellenza, come si è chiuso il caso di mia figlia. Perché se per Lei il caso è chiuso, allora di certo sa cosa è accaduto a Emanuela. Mi dica dove si trova mia figlia, Eccellenza, se Lei sa che è viva. Mi dica dov’è adesso, perché voglio andare subito a riabbracciarla. Attendo da troppo tempo questo momento.
Se invece Lei sa che Emanuela non c’è più, allora, Eccellenza, mi dica dove sono i suoi resti. Mi dica dove posso trovare la tomba della mia bambina. Sono sua madre, io l’ho partorita, l’ho allevata, l’ho vista crescere e poi sparire ancora prima che diventasse donna. Me lo dica, Eccellenza, dov’è sepolta Emanuela, vorrei portarle un fiore. Ogni giorno, vorrei ricoprirla di fiori. Ma se non ha risposte da darmi, allora, Eccellenza, il caso non è affatto chiuso; è ancora aperto. Dunque, la Sua frettolosa risposta è diplomatica? Invece, la Sua coscienza, l’abito che porta e il ruolo che riveste, dovrebbero obbligarLa ad aiutarmi a trovare Emanuela. Dovrebbero obbligarLa a confortare una madre desolata, ad asciugare le sue lacrime e a prodigarsi per lenire il vuoto immenso che ha lasciato Emanuela in questa famiglia quel pomeriggio di 34 anni fa, quando è uscita per andare a scuola di musica e non è più tornata.
Emanuela Orlandi non è un «caso chiuso», è mia figlia. E io la cercherò finché il Signore mi terrà in vita.

Corriere 26.6.17
L’ondata di destra conquista i ballottaggi Pd shock a Genova cade la roccaforte
Democratici battuti quasi ovunque, persi i sindaci nelle tre città lombarde. Affluenza sotto il 50%
Il centrodestra conquista le città
Un risultato e le future lacerazioni
di Massimo Franco

A caldo, il risultato sembra di facile lettura: il centrodestra ha vinto, il centrosinistra ha perso, e i Cinque Stelle si erano già spenti due settimane fa. A freddo, però, l’analisi deve spingersi oltre. Intanto, va registrato un brutto calo della partecipazione: sotto il 50 per cento. Nelle pieghe della vittoria di Lega e Forza Italia si annida la competizione tra Matteo Salvini e Silvio Berlusconi, sbilanciata a favore del primo. Quanto alle sinistre, il Pd deve prendere atto che l’effetto delle primarie è svanito; e che la finzione di unità a livello locale non ha dato i risultati sperati. Di fatto, il movimento di Beppe Grillo non c’è stato ma si sa che alle Politiche ci sarà, eccome.
A occhio, verrebbe da dire che i ballottaggi di ieri forse sono l’ultimo omaggio alle logiche del maggioritario, in vista della sua archiviazione; e che preparano mesi di lacerazioni e polemiche, a destra e a sinistra, in attesa di un sistema proporzionale dai contorni confusi. La resurrezione dell’ex Polo delle libertà, però, non può essere sottovalutata. È una conferma, dopo i segni di vitalità offerti al primo turno. E imporrà ai suoi capi di tentare un’intesa che faccia superare contrasti anche personali: sebbene difficilmente Berlusconi darà via libera a una candidatura di Salvini a Palazzo Chigi, ritenuta estremista e perdente.
Il profumo di un successo, però, fa miracoli. Per questo, il tempo che separa dalle urne potrebbe costringere Forza Italia e Lega a un’operazione di ricucitura gradita agli elettori. Lo «schema ligure» vede un Carroccio che guida e i berlusconiani in posizione subalterna: un rapporto asimmetrico che probabilmente faticherà a funzionare sul piano nazionale. Anche perché al Sud, a cominciare da Catanzaro, il centrodestra vince senza i leghisti. E fa crescere la sensazione che dalla crisi del sistema politico si esca in quella direzione; che il blocco sociale di riferimento di Berlusconi e Salvini chieda unità e sia pronto a premiarla. Il loro compito è trovare una leadership convincente e condivisa, che per ora manca. A sinistra, invece, un leader c’è. Ma appare sgualcito in maniera vistosa. Renzi è scomparso durante la campagna per le Comunali, sostenendo che il voto era solo locale: forse anche perché sentiva aria di sconfitta. Potrà dire che l’accordo con le altre sinistre non basta; e che la strada per tornare a Palazzo Chigi, il suo vero obiettivo, passa per altre alleanze. Eppure, si ritrova con un partito non pacificato: nonostante la scissione e la vittoria alle primarie; e con il suo interlocutore Berlusconi risucchiato a destra. Roccaforti storiche della sinistra come Genova e La Spezia sono state conquistate dal centrodestra. Sono caduti persino L’Aquila e alcuni piccoli bastioni «rossi» della Toscana come Pistoia. Proiettano un alone cupo su una segreteria forte all’interno dell’apparato ma incapace di calamitare elettori esterni alla sua cerchia stretta: un difetto che i ballottaggi esaltano negativamente. La domanda è dove andranno i voti perduti. Può darsi che in futuro vengano almeno in parte drenati dal movimento nascente dell’ex sindaco di Milano, Pisapia: magari per rilanciare un accordo col Pd. Ma a oggi, la prospettiva appare altamente improbabile. La sinistra non renziana tende a sconfinare in un’ostilità irriducibile verso il segretario dem. E quando chiede di ridiscutere le candidature alla guida del governo in un’ottica di coalizione, avanza una richiesta irricevibile. Renzi si sente blindato dal quasi plebiscito alle primarie, e non vuole concedere nulla agli avversari: pur senza escludere la possibilità di perdere altri pezzi. La prospettiva di un logoramento progressivo è bilanciata dalla volontà di andare alle urne e fare eleggere un «suo» gruppo parlamentare, compatto e pronto a seguirlo. Il problema è fino a quando. A novembre ci sono Regionali in Sicilia che danno i 5 Stelle in ascesa. E il «no» del presidente del Senato Grasso, a candidarsi per il Pd, è uno smacco che aggrava le incognite. Il rischio è quello di una guerra nella sinistra tra la nomenklatura renziana, minoranze sempre meno convinte della sua strategia, e la formazione di Pisapia. Ma da ieri è chiaro che le Politiche non saranno un referendum tra Renzi e Grillo. Esiste un serbatoio di voti di un centrodestra finora silente, in attesa di poter far sentire di nuovo la sua voce.

Repubblica 27.6.16
Gli errori della sinistra
di Stefano Folli

IN FONDO alle urne di un secondo turno desertificato dall’astensionismo, c’è la vittoria del centrodestra. Vittoria netta e indiscutibile, a cominciare da Genova, città simbolo di queste elezioni comunali. Era una storica roccaforte della sinistra, da oggi avrà un’amministrazione di destra, sull’asse Forza Italia-Lega- Fratelli d’Italia che già governa la regione con Toti.
Ma le liste berlusconiane e leghiste si affermano un po’ ovunque, da Nord a Sud. Berlusconi dimostra di essere politicamente immortale: un moderno “Rieccolo” come ha detto qualcuno ricordando la definizione che Montanelli aveva coniato per Amintore Fanfani. Ma è un Berlusconi che nel settentrione deve molto alla Lega e anche all’afflusso degli elettori Cinque Stelle (quelli che si sono scomodati per andare a votare, s’intende). L’esclusione del partito di Grillo da quasi tutti i ballottaggi — tranne Asti e Carrara — ha avuto l’effetto di rinforzare i candidati del centrodestra a scapito degli avversari strategici del M5S, vale a dire le liste del Pd. Certo, è una magra consolazione per il movimento anti-sistema, le cui ambizioni erano più alte e che si è ritrovato di fatto a spalleggiare uno dei protagonisti del sistema contro l’altro. Annoverando per se stesso solo la vittoria a Carrara.
PER il centrosinistra invece è una sconfitta cocente e molto dolorosa. A parte Genova, anche altrove i dati sono sconfortanti. Si è molto detto circa la pretesa di Renzi di essere autosufficiente, cioè non condizionato dai gruppi alla sua sinistra. Ma queste amministrative dimostrano che anche laddove il Pd si presenta come centrosinistra allargato, comprendendo quindi la sinistra radicale, il risultato è ugualmente negativo. Si veda il capoluogo ligure, appunto, ma non solo. La sconfitta — con l’eccezione di Padova — riguarda un ventaglio di centri troppo ampio per non suggerire urgenti riflessioni al vertice del partito renziano. Ci sono tutte le città che contano. C’è persino L’Aquila, che alla vigilia veniva data per acquisita alla sinistra come emblema di un ritrovato rapporto con l’opinione pubblica dopo gli anni travagliati del dopo-terremoto.
A questo punto il Pd deve considerare i suoi errori. A livello locale ma soprattutto nazionale. Sarebbe miope individuare qualche capro espiatorio o peggio denunciare inesistenti complotti. È evidente che il partito ha perso credibilità e non riesce più ad afferrare il bandolo della matassa. A oltre sei mesi dal referendum perso il 4 dicembre, la sconfitta in queste comunali è grave proprio perché capillare. Difficile pensare di cavarsela affermando che si tratta di “fatti locali”. Quando gli aspetti, diciamo così, locali esprimono lo sfilacciarsi di un tessuto politico e sociale tale da abbracciare una porzione così significativa del territorio, significa che la rotta è sbagliata. E non si tratta solo di alchimie, di alleanze da cercare a tavolino o di un ceto politico da riconnettere. A questo punto c’è una relazione con il proprio elettorato che va ripensata prima che sia troppo tardi. Ammesso che già non sia tardi. In verità il segnale del 4 dicembre è stato ignorato e oggi il partito di Renzi paga le conseguenze di questa sordità. Senza peraltro che altri abbiano in tasca la soluzione della crisi.
Quanto al centrodestra vincitore, il limite è che si tratta di elezioni locali. Nel senso che Berlusconi e forse anche Salvini sono i primi a sapere che l’alleanza vincente a livello locale non può essere riproposta tale quale a livello nazionale. Soprattutto se il sistema elettorale sarà proporzionale, con ciò incentivando la presentazione di liste separate. E non è solo questo. La linea di Salvini verso l’Europa non è conciliabile con quella dell’ultimo Berlusconi, di nuovo vicino al Partito Popolare e ad Angela Merkel. Prima di immaginare una lista unica del centrodestra alle politiche, qualcuno dovrà cambiare idee e posizioni in modo netto. Forse è più facile prevedere che ognuno vada per conto suo a raccogliere voti per poi discutere nel nuovo Parlamento. Un Parlamento che a questo punto potrebbe anche avere una maggioranza di centrodestra. Chissà se è lo scenario preferito da Berlusconi. Forse no: l’idea di governare insieme a un Salvini trionfante non è proprio in cima ai desideri del “Rieccolo” di Arcore.

La Stampa 27.6.17
“Non è soltanto la sconfitta di Renzi
Fallisce il modello Pisapia-Bersani”
Cofferati: il Pd è in forte calo e il centrosinistra allargato non convince
di Alessandra Costante

«Se avessero ragione gli exit poll questa non è solo la sconfitta di Renzi, ma anche del centrosinistra allargato modello Pisapia-Bersani». I seggi elettorali sono chiusi da poco e Sergio Cofferati è appena tornato a casa dopo il voto. Nei confronti di Gianni Crivello, candidato retto da una coalizione con dentro Pd, Mdp e simpatizzanti di Campo Progressista oltre che alcuni movimenti civici, l’ex leader della Cgil e oggi esponente di Sinistra Italiana nei giorni scorsi aveva speso un endorsement diversamente unitario: «Meglio fare opposizione ad un sindaco progressista che ad uno del centrodestra» aveva detto spingendo i suoi al voto.
Gli exit poll parlano della sconfitta del centrosinistra...
«È la sconfitta del centrosinistra allargato, non solo di Renzi ma anche di Pisapia e Bersani. Qui c’era un candidato scelto dal Pd, perché l’indicazione del nome è arrivata da Roma, ma che non è iscritto al Pd. Ed era anche la sperimentazione più robusta del centrosinistra allargato».
Dice che Gianni Crivello era il candidato sbagliato?
«Ho grande stima e rispetto per Crivello, però per problemi interni al Pd e alla coalizione, è stato scelto un assessore uscente di una giunta che ha dato pessima prova di sé. Ha incarnato la continuità con Doria e, sinceramente, non poteva prenderne le distanze. La sua è stata una corsa ad handicap: schieramento vecchio e un giudizio politico negativo».
Da queste elezioni amministrative, Renzi esce rafforzato o indebolito?
«Qui c’è un problema che riguarda sia il Pd sia il centrosinistra largo di Bersani e Pisapia. Se si vanno a vedere i dati del primo turno, il Pd è molto calato (risultato: 19,8%, ndr) e Mdp e Pisapia non arrivano al 3%. È una doppia battuta d’arresto».
E quindi?
«C’è bisogno di costruire con pazienza un’alternativa che esca dagli schemi».
Considera già chiusa l’esperienza di Mdp?
«Se esci dal partito con quegli argomenti e poi dici al tuo elettorato che si allei proprio con quel partito, entri in una contraddizione insanabile».
Che peso hanno avuto in queste amministrative la sconfitta del centrosinistra alle regionali?
«Non credo un peso diretto. Ma c’è un’involuzione vistosa e continua del Pd che ha portato non solo alla perdita della Regione Liguria, ma anche di Savona lo scorso anno e di Genova quest’anno. E non si è voluto prendere atto di questa involuzione che riguarda la linea politica del Pd e la democrazia interna al partito, tanto che a Genova non hanno voluto fare le primarie per paura di non governarle».
E sulla politica nazionale quanto influiranno queste amministrative?
«Difficile dirlo. Bisogna vedere nelle prossime ore il risultato complessivo. Se fosse tutto così, metterei in conto il tentativo di Renzi di andare a votare presto. Questo anche perché la finanziaria sarà molto complicata per l’Italia dovendo osservare tutti i vincoli del fiscal compact e il varo della legge di bilancio sarà difficile».

La Stampa 27.6.17
Operazione tenaglia sull’ex premier
di Marcello Sorgi

Dopo quelle di Roma e Torino del 2016 a favore dei 5 stelle, la sconfitta del centrosinistra a Genova (e non solo, praticamente dappertutto), stavolta a vantaggio del centrodestra, ha un valore politico e simbolico doppio. Significa che anche nel caso, verificatosi quest’anno nella tornata di amministrative che ha coinvolto quasi dieci milioni di elettori, di riflusso populista (Genova, non va dimenticato, è la città di Grillo, ciò che rende più amaro per l’ex-comico il risultato di ieri), il Pd e i suoi alleati - al contrario del resuscitato centrodestra - non rappresentano più una scelta credibile di governo, neppure se si presentano uniti, in un capoluogo storicamente legato alla sinistra e che avevano amministrato ininterrottamente per tutta l’epoca della Seconda Repubblica, anche quando l’amministrazione regionale aveva cambiato di segno. A voler adoperare un po’ di malizia, si può dire che ha funzionato perfettamente lo schema di gioco messo in campo dagli avversari di Renzi, che prevedeva di inneggiare al ritorno della coalizione post-ulivista in caso di vittoria, e scaricare tutta la responsabilità di un eventuale insuccesso sulle spalle del segretario.
Per quanto il leader possa minimizzare, valutando l’esito dei ballottaggi come un voto locale, e mettendo in luce qualche risultato in controtendenza, resta il fatto che all’indomani della sua plebiscitaria riconferma alla guida del partito, dopo la conclusione funesta del referendum del 4 dicembre e la precipitosa archiviazione nelle urne della stagione delle riforme, al primo e al secondo turno Renzi, anche se non da solo, è stato battuto, e così anche il Pd e i suoi alleati.
D’altra parte, mettetevi nei panni di un elettore che abbia atteso dall’anno scorso un qualche segnale di resipiscenza rispetto al suicidio calcolato e consumato a dosi regolari dal centrosinistra negli ultimi dodici mesi. Al referendum, una parte del partito, l’ex-minoranza bersanian-dalemiana che poi ha dato vita alla scissione, s’è schierata contro il governo e ha contribuito alla vittoria del «No». Poi ha chiesto il congresso, di cui, una volta ottenuto, ha proposto il rinvio; e subito dopo, capito che Renzi lo avrebbe vinto, ha preferito andarsene. Ma uscita una minoranza, se n’è subito formata un’altra, che si comporta più o meno allo stesso modo e si prepara ad allearsi con partiti e gruppi collocati a sinistra del Pd. Mentre su questo stesso terreno, l’ex-sindaco di Milano Pisapia, messosi in moto per federare l’area rissosa in cui si muove tutto l’arcobaleno dei nemici di Renzi e riportarla all’alleanza con l’ex-premier, sta finendo col mettere su un partito concorrente, che se nascerà, nascerà sulla parola d’ordine «tutto fuorché Renzi».
L’elettore di cui dicevamo ha assistito così a una singolare campagna elettorale in cui il segretario era assente e gli altri leader di sinistra suoi avversari facevano a gara a sparargli addosso e a rinnegare ogni ipotesi di recupero a livello nazionale della coalizione con cui, tuttavia, si erano presentati nelle città in cui si votava, ottenendo spesso che il candidato sindaco fosse loro espressione e il Pd si rassegnasse a fare da portatore di voti e a pagare il conto in caso di sconfitta. Ora, appunto, per quale ragione il suddetto elettore avrebbe dovuto votare per il centrosinistra, invece di astenersi, o legittimamente, come prevede il meccanismo dei ballottaggi, votare per il centrodestra per punire i campioni del suo schieramento?
Spiace davvero per Romano Prodi, l’uomo che per due volte riuscì nel miracolo di rimettere insieme tutti i cocci dell’alleanza e portarla alla vittoria, per poi esser giustiziato le stesse due volte, una terza come candidato alla Presidenza della Repubblica, e malgrado questo, non pago, ci riprova una quarta; spiace per il governo Gentiloni, che in questo marasma riesce pure ad affrontare i terribili problemi del Paese; spiace per tanti seri amministratori, a cominciare dai pochi sindaci che ieri hanno vinto. Ma c’è una cosa che va detta a questo punto: il centrosinistra è finito, e far finta che questo non sia accaduto, o sia ancora rimediabile, non è più possibile.

La Stampa 27.6.17
Renzi: destinati a perdere se l’unico nostro schema è allearci con la sinistra
“Ragionavamo in chiave anti-Grillo, ma Berlusconi c’è ancora”. Sconfitta storica anche a La Spezia
di Francesca Schianchi

A poche ore dalla chiusura dei seggi, i vertici del Pd si sono confidati con onestà: se si perde Genova ma si riescono a vincere Taranto, Padova, L’Aquila più una città in Toscana e una in Lombardia, è “solo” una sconfitta. Meno di così, è una débâcle: proprio quella che si concretizza a notte, con sconfitte da L’Aquila a La Spezia a Lodi, nonostante le sorprese positive di Padova e Lecce. Un magro bottino che oggi commenterà il vicesegretario, Maurizio Martina. Resterà in silenzio Matteo Renzi, che ieri ha atteso i risultati in famiglia a Pontassieve esprimendosi via Facebook, dialogando con gli utenti del social network ma, in una giornata così delicata per il partito, per parlare solo di sport, la Ferrari e lo «scandalo arbitrale» di cui è stata vittima l’Italia del basket femminile. Forse nemmeno oggi scenderà a Roma, a fronteggiare chi, come l’avversario interno Andrea Orlando, già nella notte dava il via a una resa dei conti: «Il Pd isolato politicamente e socialmente perde quasi ovunque. Cambiare linea. Ricostruire il centrosinistra subito».
Già due settimane fa, dopo il primo turno, ai piani alti di Largo del Nazareno avevano ragionato sui risultati. Quelli già acquisiti, e quelli che sarebbero arrivati ieri, prevedendo un’ampia vittoria del centrodestra. Convinti con disappunto che, se il M5S è uscito male da questa tornata, i voti che loro perdono non vanno verso sinistra, ma verso destra. E lì, in quell’area, dove hanno rinsaldato l’alleanza tradizionale Forza Italia-Lega hanno vinto: a partire dalla città più attesa di questo voto, Genova, persa dopo anni di dominio incontrastato. Dove pure il centrosinistra si presentava unito, una coalizione sbilanciata a sinistra, sostenuta anche dagli scissionisti di Mdp perché, spiegano dal Pd ligure, «dopo la sconfitta della Paita di due anni fa si pensava che con un renziano non si potesse vincere». Ecco, è proprio a partire dai dati del capoluogo ligure che il segretario dem ieri sera discuteva con i suoi: «Berlusconi c’è ancora. Siamo andati al voto con uno schema anti-Grillo, ora bisogna trovarne uno più efficace contro il centrodestra: dobbiamo rafforzare il profilo riformista». Frase che i suoi interlocutori hanno interpretato in un solo modo: se per fronteggiare Grillo bisognava inseguire Pisapia, contro la destra serve un Renzi più prima maniera. Alla faccia della richiesta orlandiana di «ricostruire un centrosinistra».
Perché è ovvio che dal risultato di stanotte si trarranno anche conclusioni sul piano nazionale. Prima tra le osservazioni del segretario del Pd, quindi, è che l’ex Cavaliere è tornato, è di nuovo temibile, e queste comunali potrebbero convincerlo definitivamente a tornare a braccetto con Salvini. Non solo: dal Pd sono convinti che un Berlusconi di nuovo in auge potrebbe avere conseguenze anche sull’immediato, una grande forza attrattiva, nel Palazzo, sull’area di Alfano. E poi, seconda osservazione, il rapporto con la sinistra fuori dal Pd, a partire da Pisapia. Se Genova dopo anni di vittorie di centrosinistra è persa, se mettendo insieme il largo e plurale centrosinistra di cui parla Pisapia il risultato è stato quello di consegnare la città alla strategia di Toti e Salvini, allora forse non è quello lo schema vincente per il centrosinistra. Cioè non è utile rincorrere i pezzi di centrosinistra fuori dal partito – operazione che richiederebbe, secondo Prodi, di superare robusti «veti personali» - ma occorre accentuare piuttosto il profilo più riformista, o se si vuole “di destra” del Pd. Mentre Renzi ragionava così, mentre squadernava l’ipotesi di escludere del tutto una coalizione con Bersani, D’Alema e compagni, qualcuno dei suoi ha colto in lui un sospiro di sollievo: in fondo, non tutte le sconfitte vengono per nuocere.

La Stampa 27.6.17
“Cari compagni riflettete: con la destra che avanza basta logorare Matteo”
“Pd resta unico baricentro moderato. Con Pisapia dobbiamo cercare un accordo programmatico”
di Carlo Bertini

«Che la partita fosse difficile lo sapevamo, ma siamo convinti che queste restino elezioni amministrative e che la partita si giocherà a livello nazionale, con il Pd unico baricentro per l’elettorato moderato». Debora Serracchiani accusa il colpo, ma prova a contenere i danni, «perché se si deve parlare di débâcle questa riguarda i grillini che sono stati del tutto assenti».
Una botta del genere dovrebbe comunque sconsigliare un ritorno a breve alle urne, o no?
«Non credo ci sia una volontà di andare a votare anticipatamente, anzi, credo che il lavoro fatto in Parlamento in queste settimane dimostri la volontà di completare le riforme».
E come si giocherà la partita a livello nazionale con la sinistra lacerata e divisa?
«La ricerca di un campo di centrosinistra si consolida guardando a Pisapia. E mi auguro che di fronte all’avanzata della destra leghista che dialoga con i 5Stelle qualcuno a sinistra inizi a riflettere che non è la soluzione continuare a logorare Matteo Renzi e il Pd».
Consegnare una roccaforte rossa come Genova alla destra è sintomo di un grave problema politico nazionale per Renzi?
«La leadership del Pd non è discussione, visto che abbiamo appena fatto le primarie. Queste sono state elezioni in cui le dinamiche locali sono state preponderanti ma certo la perdita di Genova deve farci ragionare sul modo per riconquistare il consenso che era abituato ad avere il Pd nelle città».
Quale è la sua lettura sulla sconfitta genovese?
«Noi abbiamo purtroppo perso la regione due anni fa, il Pd ligure è stato commissariato e in questi mesi abbiamo cercato di ricompattare il centrosinistra per presentarci uniti a Genova. Ma non possiamo nascondere la testa sotto la sabbia, che ci sia difficoltà e affanno è chiaro. Dobbiamo arrivare preparati alle politiche, anche alla luce della complessità del sistema elettorale: con i sistemi con cui andremo a votare sarà necessario ricercare un allargamento delle alleanze verso sinistra e recuperare i tanti che non sono andati alle urne votare».
Inseguirete ancora l’accordo elettorale con Pisapia?
«Con lui intendiamo trovare un accordo programmatico, che tenga insieme le scelte del governo Gentiloni e prima ancora del governo Renzi: il jobs act, il reddito di inclusione, la nuova riforma delle pensioni con l’ape. E su questi temi dovremo trovare un dialogo che c’è sempre stato, visto che Pisapia ha votato sì al referendum. Sarà più complesso tenere insieme altri pezzi di sinistra, specie se ci sono divisioni basate su pregiudizi e personalismi».
Non crede che alla luce di questi risultati tornerà la spinta al proporzionale in Pd e Forza Italia?
«L’unico che ne parla è Berlusconi. Il Pd ha fatto tutto ciò che doveva per rispondere all’input di Mattarella e abbiamo visto come è andata vista l’inaffidabilità dei 5Stelle. E quindi tentare una riforma è complicato, se non impossibile: al momento è probabile che si vada a votare con i sistemi vigenti usciti dalla Consulta».

La Stampa 27.6.17
Scotto (Mdp): il Pd perde quando fa la guerra alla sinistra
“Così si afferma il centrodestra, bel risultato”
di Alessandro Di Matteo

Arturo Scotto, Mdp, le amministrative non vanno bene per il Pd ma nemmeno per chi è a sinistra di Renzi…
«Intanto vorrei dire una cosa sull’astensione: ormai metà degli elettori non vota più nemmeno per il proprio sindaco. Ci troviamo di fronte a una vera e propria emergenza democratica, una sconfitta per tutti ma che pesa soprattutto per il campo della sinistra e del centrosinistra. Complessivamente c’è il centrodestra in campo: torna ad avere un radicamento nel territorio e sembra l’unico in grado, oggi, di vincere le elezioni politiche. Avevamo detto nel corso degli ultimi mesi che bisognava guardare di là, al consolidamento di una destra aggressiva e protezionista, mentre il principale problema che sembrava affliggere il capo del Pd era come fare fuori la sua sinistra. Un bel risultato».
Tutta colpa di Renzi? Ma il centrosinistra perde anche a Genova, nonostante si sia presentato unito e con un candidato tutt’altro che renziano e dove il sindaco uscente viene da sinistra…
«La sconfitta a Genova è paragonabile alla sconfitta di Bologna di 15 anni fa. La sconfitta di Crivello va inserita in un flusso che portò due anni fa il centrosinistra a crollare con la Paita, e quest’anno il Pd a prendere meno del 20% al primo turno, mentre le liste civiche del candidato sindaco arrivano al 14%. Il Pd è un partito in profonda crisi in una regione dove prendeva percentuali tosco-emiliane. Il fatto è che pesa un giudizio nazionale, gli elettori sono molto critici rispetto a questi anni di governo. Se ti presenti alle amministrative dicendo viva il Jobs Act e la Buona scuola… Senza una svolta progressista il centrosinistra non ce la fa».
Non peserà anche la rissa continua? Voi non volete Renzi, Sinistra italiana e Montanari-Falcone non vogliono Pisapia e gli ex Pd. Prodi dice che ci sono troppi rancori personali…
«Il tema non è la rissa, ci sono divergenze politiche strategiche probabilmente insormontabili. Noi pensiamo che il tema non siano i rapporti personali a sinistra, ma una diversa idea del governo dell’economia. Renzi è ancora intrappolato in una visione subalterna al mercato, noi pensiamo che sia il tempo della solidarietà e della redistribuzione. Sabato primo luglio lanciamo una proposta larga al Paese. Non una sinistra che si chiude, ma una sinistra che vuole fino in fondo misurarsi con la sfida del governo insieme a Giuliano Pisapia e a tanti altri. Siamo autonomi e alternativi a questo Pd. Sarà una piazza aperta a tutti, anche a quelli che a sinistra considerano impossibile un centrosinistra nuovo e alternativo. E Pisapia avrà la funzione del federatore».


Repubblica 26.6.17
Cuperlo: “Una frattura con il nostro elettorato folle andare avanti così”
Ignorare questo allarme rosso che arriva dalle urne significa andare a sicura sconfitta anche alle politiche
di Mauro Favale

ROMA. «C’è una frattura tra noi e un pezzo della società che nel Pd dovrebbe riconoscersi. È inutile negarlo». Gianni Cuperlo, ex sfidante di Matteo Renzi alle primarie del 2013, esponente della minoranza Dem, non getta tutta la croce di questo risultato elettorale addosso al segretario.
Eppure i primi dati ci restituiscono la fotografia di un centrosinistra sconfitto nelle città più importanti. Di chi è la responsabilità?
«Se si perde la ragione non è mai una soltanto. Alle amministrative i candidati e il giudizio sui temi locali contano ma pesa anche il clima generale, il sentimento del Paese. Bendarsi gli occhi non aiuta a capire e meno ancora serve cercare un colpevole su cui rovesciare le colpe. L’errore più grave però sarebbe rimuovere l’eventuale sconfitta perché è la premessa per perdere di nuovo ».
Una sconfitta del genere non potrebbe fornire un argomento a Renzi? Queste Comunali dimostrano che nemmeno con le coalizioni il centrosinistra vince.
«Servirà ragionare sui numeri ma vedo tre questioni. Un’astensione sempre più massiccia che incrina la democrazia. Una successione di risultati negativi che investe il Pd da tre anni: le Regionali in Veneto, il trauma di Torino e Roma, e poi Perugia, Venezia, il referendum di dicembre e adesso lo schiaffo di Genova. Fingere che si tratti di eventi senza un legame vuol dire negare la realtà. La terza questione è come rilanciare oggi il centrosinistra perché la coalizione in diverse realtà c’era e non è bastato. Quindi la riflessione riguarda tutti e se ne esce solo con una grande volontà comune».
Il segretario è rimasto defilato in questa campagna: doveva spendersi di più?
«La rottura tra noi e un pezzo della società che nel Pd dovrebbe riconsocersi dura da alcuni anni e senza aggredire questo limite non si torna a vincere. Tanto più che la destra è viva e non vedo spazi per alcuna operazione alla Macron. La sola strada è ripartire dai nostri principi, da una discontinuità di contenuti, stile, linguaggio e ricostruire così una fiducia che si è smarrita».
Cosa succede adesso? Proverete a dare uno scossone alla segreteria Renzi?
«Toccherebbe a chi è alla guida farsi carico di questo warning, questo allarme rosso uscito dalle urne. Non vederlo equivale a spingere il Pd a una probabile sconfitta alle Politiche. La saggezza di una classe dirigente è nel coraggio di correggere i propri errori. Questa capacità finora non vi è stata ma continuare a passare col rosso a questo punto sarebbe un atto di incoscienza».
Qual è la prospettiva per la minoranza del Pd? Provare a convincere Renzi a cambiare linea? Oppure approfondire il dialogo con Pisapia?
«Non sono due cose in contraddizione. Continuo a battermi per un partito diverso e sabato saremo in piazza con Pisapia e molti altri per dire che un centrosinistra largo, civico, vincente si deve costruire e per riuscirci serve un Pd disposto a riaprire quel cantiere. Io non chiedo abiure a nessuno ma di ripartire dall’intelligenza e passione che fanno mettere il bene di tanti davanti a quello di uno».

Repubblica 27.6.17
Perché l’esaltazione del mercato resiste anche alle crisi più profonde
La morte annunciata (e mai avvenuta) del neoliberismo
di Roberto Esposito

Fra tante analisi, accuse e difese del neoliberismo, la vera domanda è quella posta da un celebre saggio di Colin Crouch, sulla sua “strana non-morte”. Come ha fatto a sopravvivere al suo palese fallimento, uscendo rafforzato da una crisi che avrebbe dovuto distruggerlo? Perché, dopo tanti avvisi di sfratto, continua a restare il paradigma di riferimento delle politiche globali – una specie di zombie, come lo chiamò Paul Krugman sul “New York Times”? Se l’interpretazione del neoliberismo si fermasse alle formule correnti che lo dipingono solo come generatore di povertà, nemico della democrazia e fomentatore di conflitti sociali, la sua lunga resistenza resterenne inspiegata. Probabilmente
c’è qualcosa di più da comprendere, prima di contrastarlo con strumenti adeguati al reale livello in cui si muove.
Già Pierre Dardot e Christian Laval, nel loro Guerra alla democrazia. L’offensiva dell’oligarchia neoliberista (DeriveApprodi), fanno un primo passo in questa direzione. Diversamente da quanti vedono nel neoliberismo un meccanismo puramente economico, essi lo considerano un vero sistema di governo della società, che modella in base alle proprie esigenze. Esso penetra nella stessa vita del lavoratore, facendone una sorta di imprenditore di se stesso. L’individuo non deve limitarsi ad avere un’impresa, ma deve esserlo, adoperando la sua medesima vita come un capitale umano su cui investire. In questo quadro la politica non si è eclissata, come spesso si dice, ma adeguata a tale orientamento. Siamo lontani dalle analisi economicistiche di Thomas Piketty, che attribuisce l’aumento delle disuguaglianze alla divaricazione tra tassi di crescita del reddito nazionale e tassi di rendimento del capitale. In realtà la strategia neoliberista è assai più capillare. Essa richiede da un lato interventi politici coerenti; dall’altro una modificazione radicale delle rappresentazioni simboliche che incidono profondamente sulla psicologia degli individui.
Un contributo ancora più sottile alla comprensione del fenomeno viene adesso dall’ultimo libro di Massimo De Carolis, Il rovescio della libertà( Quodlibet 2017). Tutt’altro che essere una forza negativa, impegnata soltanto nello smantellamento dello Stato sociale, il neoliberismo ha colto le potenzialità innovative contenute nella crisi della civiltà moderna. Contrariamente ai filosofi che vi hanno visto soltanto nichilismo e alienazione, esso ne ha legato i passaggi traumatici a un vero e proprio progetto antropologico. Piuttosto che condannare gli animal spirits, vale a dire la potenziale concorrenza degli individui, li ha valorizzati, incanalandoli in istituzioni capaci di contenerne la carica conflittuale entro limiti accettabili. Da qui una netta svolta rispetto al liberismo classico. Se questo intendeva ridurre al minimo ogni regolamentazione, immaginando che la libera fluttuazione dei prezzi determinasse un equilibrio ottimale, il neoliberismo affida alle istituzioni il compito di governare tale processo, proteggendolo, almeno in teoria, dall’ingerenza di fattori devianti.
Intanto bisogna distinguere, all’interno della galassia neoliberista, la scuola austriaca di Friedrich von Hayek e Ludwig Mises, influente soprattutto nel mondo anglosassone, da quella tedesca rappresentata da Walter Eucken, Alexander Rüstow, Wilhelm Röpke, riunita, già negli anni Quaranta del secolo scorso, intorno alla rivista Ordo. Se i primi si muovono ancora nel solco classico della riduzione al minimo dei vincoli sociali, i secondi abbandonano la via tradizionale del laissez faire, sostenendo un forte interventismo da parte dello Stato, che deve garantire la stabilità monetaria, difendere l’economia dall’inflazione, imporre il pareggio di bilancio. Che tale ideologia governi ancora la società tedesca è facile vedere.
Se si leggono libri come Civitas humana di Röpke e Human Action di Mises con gli occhiali fornitici da Michel Foucault vi riconosciamo una vera e propria “politica della vita”, tesa a disciplinarla secondo le esigenze del mercato. Al suo centro l’assunzione in positivo degli istinti biologici degli individui, destinati a produrre una continua dinamizzazione dei processi sociali. Quelle stesse mutazioni profonde delle società ipermoderne, interpretate dai filosofi primonovecenteschi come sintomi regressivi dello spirito europeo, vengono valorizzate come risorse innovative dai teorici neoliberisti.
Come tale progetto sia andato incontro a una serie di fallimenti epocali è dimostrato dagli effetti distruttivi delle attuali politiche neoliberiste, sempre più gestite da grandi agglomerati economico- politici a vantaggio dei ceti più abbienti con uno spettacolare incremento delle disuguaglianze. Quella in atto è una sorta di rifeudalizzazione del mercato che tende ad atrofizzare le stesse potenze che ha liberato, in un intreccio opaco tra affari e potere. In questo modo la crisi, assunta come forma di governo, alimenta nuove crisi, spingendo fasce sempre maggiori di popolazione verso la soglia di povertà. Ma la resistenza a questi processi involutivi deve essere condotta allo stesso livello di discorso. E cioè deve basarsi sulle medesime potenzialità innovative evocate, e tradite, dal progetto neoliberista. Le dinamiche di globalizzazione e i processi di tecnologizzazione delle competenze sono troppo avanzati per tentare di bloccarli dall’alto. Non resta che cercare di guidarli in una direzione diversa. Le nostre classi politiche appaiono largamente inadeguate. Ma, se si vuole spezzare l’avvitamento della crisi su se stessa, non c’è altra strada.

Repubblica 27.6.17
Marco Damilano racconta in un libro il male oscuro della politica italiana
E l’insostenibile leggerezza del nuovismo
di Massimo Giannini

Fu un tormentone, all’epoca. «Nuovo? No, lavato con Perlana!». Non c’era dibattito pubblico o chiacchiera tra amici in cui l’astuto slogan della Henkel non si intrufolasse, a proposito o a sproposito. I Magnifici Ottanta stavano per finire. Il lavacro di Tangentopoli stava per portarsi via tutto: gli yuppies e l’edonismo reaganiano, la Milano da bere e “la nave va” del Caf. Come spesso capita, i pubblicitari avevano fiutato il cambio di vento. Non buttare. Non cambiare. Lava, piuttosto. E il vecchio sembrerà nuovo. Che c’è di più vero, in tempi di marketing applicato alla politica? Chi potrebbe
negare che, da Tomasi di Lampedusa in poi, invece di acciuffare pantere studentesche o smacchiare giaguari bersaniani, continuiamo a cavalcare gattopardi italioti? Ci siamo illusi di attraversare almeno Tre Repubbliche, inseguendo leggiadri le solidissime Cinque della Francia semipresidenzialista e maggioritaria di cui in questi giorni celebriamo le meraviglie macroniane. E invece, dopo tanto vacuo peregrinare tra presunti e pretesi “cambiamenti”, ci ritroviamo sempre alla Prima. Ora persino con lo stesso sistema elettorale: un bel proporzionale, che spinge all’ammucchiata consociativa. Ma con un dramma in più che nel frattempo si è già consumato, rispetto alla Repubblica dei padri (e dei padrini): l’eclissi dei grandi partiti di massa.
Benvenuti nell’Italia Trasformista del Sempre Uguale, che dall’assassinio di Moro in poi è cambiata tante volte senza cambiare mai. Ce la racconta, con la competenza e la passione di sempre, Marco Damilano nel suo Processo al Nuovo. Più che un processo, una sacrosanta requisitoria contro i tanti «uomini dell’eterno presente» che popolano il nostro Truman Show. Che usano lo storytelling per manipolare la realtà e mutarla in reality. Che abusano degli annunci di trasformazioni epocali con l’unico scopo di mantenere il potere qui ed ora, raccontandosi come “innovatori permanenti”.
Le passa in rassegna tutte, il vicedirettore dell’Espresso, le velleità nuoviste degli ultimi decenni. Dai “ragionamendi” del criptico De Mita alla gioiosa macchina da guerra di Occhetto, dalle ambizioni del Craxi della Grande Riforma alle frustrazioni del D’Alema dimissionato dal voto regionale del 2000. Cosa è rimasto, di “cotanta speme”? Poco e niente. E se qualcosa è cambiato, è cambiato in peggio. La somma dei progetti traditi o falliti ci ha portato fin qui. Alle “note caratteristiche” del leader contemporaneo. Che è post-ideologico (la contrapposizione destra-sinistra appartiene al passato). È pragmatico (i fatti vengono prima degli ideali). È personale (il programma non c’è, lo incarna lui medesimo). È sentimentale (parla agli elettori per messaggi emotivi). È sempre innovatore (è un outsider, si candida per abbattere il vecchio). Se questo è il profilo, i “moderni” con i quali abbiamo a che fare oggi ci stanno dentro alla perfezione. Berlusconi, e dopo (o insieme a lui) quelli che Damilano chiama i “tre alieni”: Monti il Tecnico (al quale come ai tempi di Ciampi il Paese ricorre prima dell’estrema unzione), e poi Grillo il Comico e soprattutto Renzi il Giovane.
La metafisica pentastellata è complessa. Il Comico aveva promesso: «Apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno». L’impresa si sta rivelando più ardua del previsto. Il non-partito con il non-statuto continua ad essere “l’Isola che non c’è”, sospeso tra rivoluzione e conservazione. Ma è la patafisica renziana, che in questo libro è più stimolante. Il Giovane aveva promesso: “Rottamazione!”. Distruzione creativa di tutto ciò che non aveva funzionato. “Un’ambizione titanica”, simulata a stento da una comunicazione amichevole ma realizzata da un network di potere spregiudicato e votato a «impossessarsi di pezzi dello Stato, enti pubblici, consigli di amministrazione ». Il Giglio Magico, il pasticcio Consip, lo scandalo Banca Etruria. Eccolo, il Nuovo che è avanzato. In questo Processo la sentenza è già scritta: ed è una condanna, forse definitiva. Renzi è «intelligenza innata, istinto sano e talento per l’inganno, mancanza di vita interiore», una «mescolanza ormai non più distinguibile tra quello che c’è dentro, i valori, la biografia personale, l’esperienza, e quello che è necessario mostrare fuori: la tattica, la comunicazione, la propaganda». Matteo il Giovane è «il primo leader generalista che si muove senza confini visibili», senza «limiti ideologici e personali». Per costruire il suo totem, il “Partito della Nazione”, abbatte i tabù della sinistra, eletta a nemico irriducibile. In un crescendo di “contro”. Contro la Cgil («quelli che mettono il gettone nell’iPhone»). Contro l’articolo 18 (trasformato nella IV Clausola dello statuto del Labour, che Blair distrusse per rifondare l’Old Party). Contro l’associazione partigiani di Carlo Smuraglia. Contro Maurizio Landini. E infine contro Gustavo Zagrebelsky, nella dissennata battaglia ai “professoroni” che gli costerà la sconfitta referendaria.
Damilano, giustamente, sceglie proprio la disfatta del 4 dicembre come epilogo del renzismo, e come apologo del nuovismo. “L’uragano di no” alla riforma costituzionale rivela «tutti i limiti del Nuovo renziano: fragilità intellettuale, fiducia eccessiva nei media che prima ti creano e poi ti distruggono, nessun radicamento sul territorio, classe dirigente alle spalle del leader inadeguata ». Il Nuovo che consuma se stesso, e che per questo perde il consenso. E stavolta la delusione è più forte, perché davvero il ragazzo di Rignano sull’Arno, insieme a tante promesse, aveva alimentato anche tante speranze.
Dopo aver cullato per decenni “il mito del nuovo inizio”, ora precipitiamo nel Nuovo Trasformismo che, indifferente ai programmi e ai contenuti, «tutto accoglie, assorbe, divora»: Tocchiamo con mano che la politica del Nuovo ha solo «un grande avvenire dietro le spalle». Sognavamo l’Innovazione, torniamo alla Restaurazione. Eppure, in questo viaggio al termine della notte repubblicana, Damilano scorge ancora un fioco bagliore a sinistra. È il riformismo, «umile, tenace, paziente». Per farlo rinascere gli “uomini del Nuovo” non servono più. Servono gli «uomini della transizione, gli eroi della ritirata », gli «uomini del ponte», capaci «di rinunciare a qualcosa di se stessi» e soprattutto «di puntellare il tessuto che tiene insieme una società». Marco non lo scrive. Ma leggendo quest’ultima pagina del suo Processo ho pensato a Romano Prodi. Il Vinavil ulivista di cui, e non sarà un caso, si riparla in questi giorni. È lavato con Perlana, pure il Professore. Ma vuoi mettere la differenza?
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IL LIBRO Marco Damilano,
Processo al Nuovo, (Laterza, pagg. 114, euro 14), Il volume sarà presentato il 4 luglio a Roma, alla Casa internazionale delle donne

La Stampa 27.6.17
Un patto anti-Cina con l’India
Trump va in soccorso di Modi
Oggi il faccia a faccia alla Casa Bianca. Il premier preoccupato dall’espansionismo di Pechino nella regione: “Donald è un amico”
di Francesco Semprini

«La comunità indiana e gli hindu avranno un vero amico alla Casa Bianca». Con queste parole Donald Trump, a pochi giorni dall’appuntamento con le urne l’8 novembre scorso, costruiva il suo ponte verso New Delhi alla ricerca del consenso (e dei voti) della vasta comunità di origini indiane degli Stati Uniti. Un impegno suffragato dalla promessa di «lavorare in sintonia con il primo ministro Narendra Modi e di lottare al suo fianco per sconfiggere il terrorismo, specie quello proveniente dal vicino Pakistan».
«Abki Baar Trump Sarkar», «Questa volta un governo Trump», diceva il futuro 45esimo presidente Usa mutuando proprio lo slogan di Modi. E questo ponte all’«amico» Modi fa davvero comodo specie dinanzi all’espansionismo sino-pachistano nella regione. Tanto da essere stati definiti «strategicamente importanti» i punti dell’agenda che oggi pomeriggio (sera in Italia) saranno discussi nel bilaterale alla Casa Bianca, oltre ai colloqui a livello di delegazioni. Tra gli altri ci sono cooperazione in tema di Difesa, sviluppo delle relazioni economiche, nucleare, terrorismo, sicurezza nella regione.
Il nazionalista Modi vede con preoccupazione ciò che sta accadendo nella regione, con il progetto di Pechino pronta a realizzare un corridoio che da Kashgar in Xinjiang, terminerebbe a al porto di Gwadar, in Beluchistan, attraversando le zone occupate dal Pakistan in Kashmir, e Gilgit-Baltistan, Punjab, Sindh e Khyber Pakhtunkhwa. Un progetto dalle opportunità economiche e strategiche pericolose, una sorta di spina nel fianco per New Delhi. Il disappunto di Modi è sempre stato chiaro in tal senso, come conferma la sua assenza al «Belt and road Forum» di Pechino dove, assieme a 29 capi di Stato, tra cui quelli di Pakistan, Turchia e Russia, erano rappresentati persino gli Usa con l’inviato speciale Matt Pottinger.
L’iniziativa riguarda il progetto «One Belt One Road» (Obor) col quale Pechino mira a creare un corridoio intercontinentale in connessione con molte città dell’Asia centrale e occidentale, Mediterraneo ed Europa, attraverso la «nuova via della seta» di terra e di mare: ognuno delle quali passerebbe attraverso o intorno all’India stessa. A partire dal «China Pakistan Economic Corridor» (componente dell’Obor), che farebbe entrare Pechino di diritto nei territori del Kashmir occupati dal Pakistan conferendole una sorta di legittimazione del controllo. Delhi è inoltre convinta che l’obiettivo di Pechino sia quello di rafforzare il cosiddetto «filo di perle», ovvero costruire basi in Sri lanka, Africa orientale, Maldive e Bangladesh che la renderebbero vulnerabile in caso di conflitto. Oltre a depotenziarne l’influenza su quei Paesi e altri come Nepal e Buthan.
Trump, che da parte sua con la Cina ha un lungo conto aperto, ragiona secondo il principio del «nemico del mio nemico», oltre al fatto che mostrare al mondo di volere costruire un ponte, dopo tanti progetti di muri (a partire dal Messico), è un ottimo restyling di immagine della sua dottrina pseudo-protezionista, specie in questi tempi. Ecco perché è pronto a far valere quella promessa da «amico degli Hindu». Il presidente sembra disposto a fare concessioni persino su uno degli argomenti tabù, i visti di lavoro (a professionisti indiani). Non è un caso forse che Modi abbia dedicato la giornata di ieri alla comunità degli affari indo-americana.

domenica 25 giugno 2017

SULLA STAMPA DI DOMENICA 25 GIUGNO

http://spogli.blogspot.com/2017/06/corriere-25.html

Corriere 25.6.17
Il crollo dei favorevoli allo «ius soli»
di Nando Pagnoncelli

In sei anni la situazione si è ribaltata: nel 2011 il 71 per cento degli italiani era favorevole a dare la cittadinanza ai figli di immigrati nati in Italia, adesso sono in maggioranza i contrari: il 54 per cento.
Finora il tema degli stranieri è stato caratterizzato da una forte ambivalenza tra gli italiani. In generale infatti la loro presenza suscita preoccupazione perché sono giudicati troppo numerosi, gravano sui conti pubblici e competono con gli italiani nel mercato del lavoro. Per non parlare dei rischi per la sicurezza, non solo per gli episodi di microcriminalità (scippi, furti negli appartamenti, spaccio, ecc.) ma anche per la possibile presenza di terroristi. Tuttavia, spostando l’attenzione dalla percezione generale del fenomeno all’esperienza diretta e alle persone straniere con cui si hanno rapporti quotidianamente (dalla badante all’operaio, ai compagni di scuola dei propri figli o nipoti), le minacce paventate spariscono, gli atteggiamenti cambiano e risultano più orientati all’inclusione. Insomma, da un lato si registra una chiusura determinata dall’allarme sociale e dall’altro un’apertura favorita da una pacifica convivenza. Il sondaggio odierno sullo ius soli sembra segnare una discontinuità rispetto a questa contraddizione: infatti oltre la metà degli italiani (54%) è contraria al riconoscimento della cittadinanza italiana ai figli di immigrati stranieri nati nel nostro Paese, con almeno un genitore che abbia un permesso di soggiorno permanente in Italia, mentre il 44% si dichiara favorevole. Nell’arco di sei anni le opinioni si sono rovesciate: da un sondaggio Ipsos pubblicato nel 2011 emergeva che i favorevoli allo ius soli (71%) prevalevano nettamente sui contrari (27%).
Il tema è fortemente al centro del dibattito politico attuale e ha prodotto una netta polarizzazione delle opinioni. Gli elettori del Pd sono in larga misura favorevoli (78%) mentre tra quelli della Lega e di FI prevale nettamente la contrarietà (86%). L’elettorato del Movimento 5 Stelle che, come noto, è più trasversale, presenta sensibilità diverse sulla questione e risulta più diviso: 58% i contrari allo ius soli a fronte del 42% di favorevoli. Ed è interessante soffermarci sulle differenze nei diversi segmenti sociali: i favorevoli prevalgono tra i più giovani (al di sotto dei 35 anni), tra i residenti nelle regioni del Nord Ovest, tra i laureati, i ceti dirigenti e impiegatizi, tra gli studenti e, sia pure di poco, tra le casalinghe. Mentre i contrari allo ius soli sono nettamente più presenti tra i commercianti, gli artigiani e i piccoli imprenditori, tra gli operai, i disoccupati e i pensionati. Inoltre, se analizziamo i credenti, coloro che hanno una partecipazione settimanale alla messa domenicale sono favorevoli allo ius soli, sia pure di poco, mentre chi ha una frequentazione meno assidua si dichiara nettamente contrario, nonostante la posizione da sempre assunta da papa Francesco sul tema dei migranti. L’ipotesi di riconoscere la cittadinanza a bambini e ragazzi figli di immigrati che abbiano frequentato per almeno cinque anni la scuola italiana modifica in parte gli atteggiamenti: in questo caso i favorevoli al riconoscimento della cittadinanza prevalgono sui contrari 51% a 47%, confermando la divisione nell’opinione pubblica. Divisione che si registra anche rispetto ad altre due questioni affrontate nel sondaggio odierno.
La prima riguarda la nostra cultura e le nostre tradizioni: la presenza degli immigrati rappresenta una minaccia per il 50% degli italiani mentre il 49% è di parere opposto, ritenendo il confronto tra le culture uno dei fattori di crescita del Paese.
La seconda è una questione più complessa, di cui negli ultimi tempi si è iniziato a discutere e ha a che fare con aspetti economici e sociali, in particolare gli effetti positivi della presenza degli stranieri in termini di demografia (contrasta l’invecchiamento della popolazione), gettito fiscale e contributivo (contribuiscono al pagamento delle pensioni di molti italiani), crescita del Pil e dei consumi. In sintesi, la presenza degli stranieri è necessaria per il nostro Paese ma a questo proposito la maggioranza degli italiani (54%) si dichiara in disaccordo.
Le opinioni sono influenzate dall’orientamento politico ma non solo. Sono soprattutto i ceti più in difficoltà, e le persone meno istruite e quelle meno giovani a mostrare maggiore chiusura, dettata da una forte preoccupazione. Il dibattito acceso, lo scambio di accuse tra «buonisti» e «cattivisti», come pure l’appello agli aspetti etici produce più una radicalizzazione delle posizioni piuttosto che un confronto. E in questo scenario la partita tra emozioni e paure da un lato contro razionalità e pragmatismo dall’altro è tutta a vantaggio delle prime.

Corriere 25.6.17
Leader (e coalizioni) Quanto pesa il voto ?
di Antonio Polito

I ballottaggi non cambieranno il corso della politica italiana, anche perché la politica italiana oggi non ha un corso. Il 2017 è l’equivalente della drôle de guerre : un anno di snervante attesa del conflitto vero e proprio, da tempo dichiarato ma rinviato all’anno dopo. Crisi di governo sono da escludere perché nessuno le vuole, nemmeno i parlamentari di opposizione, temendo che portino ad elezioni prima del tempo.
Il governo si trova nella invidiabile situazione di non rischiare niente neanche se il partito di maggioranza perde le Amministrative. Anzi, più Renzi si indebolisce e più Gentiloni è sicuro di durare. Voterà poca gente, però i risultati di stasera possono dare qualche indizio su che corso seguirà il fiume quando riprenderà a scorrere. Azzardiamo un pronostico.
Sono tornate le coalizioni?
Sì. Il primo turno ha dato un responso molto chiaro: chi si è alleato, è andato al ballottaggio. Chi è andato da solo, come i Cinque Stelle, li ha falliti tutti tranne Carrara. Il ritorno all’antico ha avuto l’effetto di uno choc sul centrodestra, da tempo impegnato a far di tutto per dividersi, nella convinzione che non restasse altro che rubarsi voti a vicenda.
Come alle Amministrative di un anno fa, invece, Forza Italia e Lega hanno visto i loro elettori miracolosamente sommarsi, e ora sembrano riscoprire le virtù del passato. Berlusconi è tornato mattatore in tv col cagnolino, e Salvini si è messo a fare l’agnellino. Se stasera vincono insieme sotto la Lanterna, e magari anche a La Spezia, nel laboratorio politico della Liguria di Toti, fanno un risultato storico e si condannano a trovare un modo per stare insieme anche alle Politiche. Il popolo di centrodestra sembra più forte dei suoi leader.
Anche nel centrosinistra il primo turno ha fatto cantare le sirene dell’unità, risvegliando nostalgie di Ulivo e rimettendo in cammino l’altro dioscuro del bipolarismo che fu: Romano Prodi. È stato lui, a sorpresa, il vero protagonista di questa campagna elettorale, col suo tentativo di ricostruire, sulle macerie presunte del renzismo, una grande chiesa che va da Che Guevara a Madre Teresa (nella fattispecie da Giuliano Pisapia a Carlo Calenda). Per ora senza successo .
Renzi può uscire sconfitto?
Sì. Ma assorbirà il colpo. Mentre Prodi batteva l’Italia, e perfino Veltroni andava a fare un comizio a Sesto San Giovanni per non perdere la battaglia di Stalingrado di ciò che resta della sinistra, il segretario del Pd ha passato la maggior parte del tempo sul bordo della piscina della casa del padre, a Rignano. Disimpegno quasi ostentato. Un po’ è il tentativo, come si dice oggi, di non metterci la faccia, presentendo un brutto risultato. Ma è anche la certezza che, dovesse stasera perdere perfino a Pistoia o a Lucca, il Pd(r) resta suo: nessuno può insidiarne la leadership appena ripresa con le primarie.
Il segretario del Pd si trova oggi nella per lui singolare condizione di essere più popolare nei circoli del suo partito che tra gli elettori. Dal referendum perso in poi, è come se il Pd avesse divorziato dall’opinione pubblica in attesa della vera rivincita elettorale, quando il leader spera di poter convogliare su di sé tutti i voti contro Grillo. La improvvisa competizione del Cavaliere sullo stesso terreno anti-grillino e il ritorno della tela di Prodi, creano però più di una complicazione al piano.
È l’inizio della fine del M5S?
No. Per niente. Guai a confondere le elezioni. Queste sono amministrative, si sceglie tra candidati sindaci, e il Movimento l’ha dimenticato, anteponendo le vendette interne alla credibilità esterna.
Così ha perso Genova, che poteva essere sua, si è condannato all’irrilevanza a Palermo, capitale della Sicilia che vorrebbe conquistare a novembre, e ha fatto harakiri a Parma, dove si è lasciato stracciare dal suo ex sindaco, Pizzarotti, cacciato solo perché è un essere pensante. Ma se guardate ai sondaggi, capirete che le elezioni politiche sono un’altra cosa. Il M5S è un animale strano, un predatore che approfitta delle debolezze altrui e prospera in un ambiente adatto alla caccia. Solo una robusta ripresa economica, un forte calo della disoccupazione giovanile, una stretta su corruzione e malaffare, potrebbero segnarne un rapido declino. Tutte condizioni auspicabili ma, ne converrete, difficili da realizzarsi entro l’anno nuovo .

La Stampa 25.6.17
Bersani: “Prodi si sbaglia non è una lite tra comari”
Oggi i ballottaggi in 111 comuni, oltre 4 milioni di elettori alle urne
Alla vigilia nuovo scontro a sinistra. Pisapia: “L’avversario non è il Pd”
di Francesca Schianchi

«Mi irrito quando i nostri sforzi vengono descritti come simpatie, antipatie, acrimonie personali. Qui non ci sono comari sul ballatoio: qui parliamo di politica». È l’ora di pranzo nella grande sala della Stazione marittima di Napoli, Pier Luigi Bersani parla dal piccolo podio con la faccia scura. Ospite d’onore insieme a Giuliano Pisapia all’assemblea di Centro democratico, la formazione di Tabacci, questa ulteriore tappa di avvicinamento a un centrosinistra nuovo e plurale è appannata dalla lettura dei giornali del mattino: quel colloquio di Prodi con il “Corriere della Sera” in cui il Professore denuncia i tanti «veti personali» del centrosinistra. Di Renzi contro altri, ma anche, «tantissimi», di altri contro di lui. «Non voglio fare polemica con Prodi, ma sto dicendo anche a lui, con l’amicizia di sempre, che non si tratta di questioni personali», taglia corto l’ex ministro prima di salire in auto per andarsene.
Succede così che l’irritazione di Bersani sia tutta, e per niente nascosta, per un vecchio amico. Di più, il nume tutelare del centrosinistra, il «vinavil» che vorrebbe tenere insieme i tanti pezzi scoppiati di un’area su cui lui, fondatore dell’Ulivo, ha tutt’oggi un grande appeal. Si vedrà già nei voti di stamane quanto gli elettori apprezzino alleanze di centrosinistra, presenti in molte città. Si tengono i ballottaggi delle comunali, vanno al voto 111 centri, 22 capoluoghi di provincia, oltre quattro milioni di italiani. Un primo test, anche se qui, nell’evento «Verso il nuovo centrosinistra» organizzato dal segretario campano di Centro democratico Michele Pisacane, ex Udeur, ex Udc ed ex Pdl, l’orizzonte vuole essere più lungo, guardare alla manifestazione del 1° luglio di Pisapia e da lì verso il futuro. Con una questione sempre aperta, come posizionarsi nei confronti del Pd, rappresentato in sala dal prodiano Franco Monaco e da Gianni Cuperlo, che approva l’ipotesi di primarie di coalizione beccandosi la bacchettata di Guerini: «Le primarie le abbiamo già fatte».
«Ci vuole discontinuità: noi col centrodestra non ci andiamo, il Pd andrà dove lo porta il cuore», è l’opinione di Bersani, e per quanto riguarda il leader, «sarebbe strano se fosse Renzi a interpretare una discontinuità». Basta parlare, invita Pisapia, «facciamo cose di sinistra. Ce la possiamo fare solo se sapremo unire mettendo paletti precisi: i nostri avversari sono le destre, non posso credere che si continui a pensare che chi è più vicino a te è il tuo nemico», dice l’ex sindaco di Milano, incoronato da Tabacci come «l’anti-leader» perfetto per la fase, «la persona giusta».
Ma anche lui deve essere rimasto colpito dalle parole di Prodi sui personalismi: «Dicono che parliamo solo di asti personali, ma idee ce le abbiamo», dice in un passaggio. Perché i rimproveri del professore bolognese non cadono nel vuoto. Anche quando, come ieri dentro a Mdp, è opinione comune che siano ingiusti: «Rappresentare le divisioni nel centrosinistra come animate da ragioni personalistiche è un’incomprensibile cantonata, semmai sono motivazioni politiche», scrive su Facebook di buon mattino il capogruppo Francesco Laforgia. Lasciando la manifestazione napoletana, anche Arturo Scotto sospira: «Prodi ha detto cose gravi, entrando a gamba tesa in una dinamica politica». Ma il più chiaramente infastidito è Bersani, da sempre legato al Prof. «No, no, non l’ho chiamato, non gli ho scritto», garantisce. «Se mi sono offeso? Lasciamo stare le offese, ma non mi piace venga tutto ridotto a questioni personali. Lo dico a tutti quelli che lo fanno». Prodi per primo.

La Stampa 25.6.17
Il rischiatutto di Renzi  e Berlusconi
di Federico Geremica

È vero che i numeri non sempre dicono tutto, ma quelli della tornata di ballottaggi che va in scena oggi sono così netti da non poter essere ignorati. Dei 22 Comuni capoluogo in cui si torna al voto, infatti, 13 erano amministrati dal centrosinistra, 4 dal centrodestra, 3 da liste civiche e due erano retti da commissari.
Nelle sfide di oggi, invece, la situazione è del tutto capovolta, con il Pd in vantaggio in solo sei città ed all’inseguimento in tutte le altre. Ci sarebbero molte buone ragioni, insomma, per scrivere di un Partito democratico in difficoltà e di un centrodestra che sembra cominciare a tirar fuori la testa dalla lunga crisi attraversata. Solo che, alla prova dei fatti, non sono questi i sentimenti che attraversano i due schieramenti: né questa campagna, va detto, sarà ricordata come tra le più aspre della storia repubblicana.
Certo, vincere o perdere non sarà, la stessa cosa, ma a destra come a sinistra si respira un’aria che - più che di battaglia - profuma di ritorno all’antico, di vecchie certezze e di scampato pericolo: come se il pesante rovescio subito dal Movimento Cinque Stelle due settimane fa, fosse una notizia così inattesa e rilevante da far passare in secondo piano perfino l’esito dei ballottaggi di oggi.
Forse è anche per questo che Matteo Renzi si è tenuto così distante dalla contesa. Del resto, il segretario del Pd considera già scritto - e probabilmente non sbaglia - il copione del dopo voto: «Comunque andrà - ha confidato - useranno i risultati contro di me». Lo schema è già pronto: dove i candidati della sinistra saranno battuti, lo sconfitto sarà lui; dove vinceranno, al contrario, sarà stato grazie a quel «centrosinistra largo» della cui ricostruzione - a torto o a ragione - Matteo Renzi è considerato l’ostacolo numero uno.
È un po’ il tipo di lettura, del resto, che andrà per la maggiore anche nei quartieri del centrodestra, dove - tra moderazione e radicalismo - Berlusconi e Salvini affrontano un altro round della loro competizione infinita. Un buon risultato al Nord dei candidati leghisti potrebbe risultare forse decisivo per quella corsa alla leadership nella quale il leader del Carroccio è impegnato da mesi; così come, al contrario, una vittoria a Genova del centrodestra «unito e moderato» rappresenterebbe un successo importante e quasi personale di Silvio Berlusconi.
Ma siamo, come si vede, ai dettagli: o all’uso distorto e di parte di una consultazione che - soprattutto nel passaggio dei ballottaggi - è fortemente segnata, più che da temi politici nazionali, dal profilo e dall’appeal dei candidati-sindaco. Nulla che - per peso e valenza politica - sia insomma paragonabile ai risultati-shock fatti registrare dal voto di Roma e Torino. È anche per questo che, a destra come a sinistra, aver fermato in questa occasione la valanga-M5S è considerato un successo già quasi sufficiente.
E al di là dei risultati che otterranno i rispettivi candidati, dunque, c’è da scommettere che per i leader di centrodestra e centrosinistra sarà comunque una piacevolissima sensazione attendere in poltrona i risultati - in particolare - di Genova, con i Cinque Stelle ridotti al lumicino proprio nella città di Beppe Grillo: circostanza effettivamente inimmaginabile ancora solo un paio di mesi fa.

Corriere 25.6.17
Le parole di Prodi agitano Bersani e Pisapia: con Renzi divisioni politiche, non personali
L’ex segretario dem: «Non siamo comari sul ballatoio». Mdp: incomprensibile cantonata
di Simona Brandolini

Napoli «Non ci sono comari sul ballatoio, ma politica e idee». Pierluigi Bersani è visibilmente contrariato dalle parole di Romano Prodi sui «veti personali che dividono il centrosinistra». Non lo nasconde neanche, sfoggiando a Napoli il suo miglior repertorio. «Non solo Prodi, ma tanti pensano che siamo qui a pettinare le bambole per questioni personali. Rifiuto l’idea, non c’è nessun personali, qui si parla di politica. Sono tre anni che dico che c’è una mucca nel corridoio, che c’è un problema che si chiama nuova destra protezionista e sovranista. Sono tre anni che dico queste cose, quindi non mi piace che tutto questo venga ridotto a questioni personali. Se fosse così mi riposerei, andrei al mare».
Le preoccupazioni confidate al Corriere dall’ex presidente del Consiglio sulla difficoltà di tenere insieme i cocci del centrosinistra si palesano nella sala della Stazione marittima partenopea dove Bruno Tabacci ha riunito il Centro democratico al fianco di Bersani e Pisapia, anfitrione quel Michele Pisacane, non più deputato, ma recordman di cambi di casacca (dal Cdu a Forza Italia, dai Responsabili a Campo progressista).
Anche l’ex sindaco di Milano in un passaggio, senza mai nominarlo, lancia un messaggio a Prodi: «Dicono che parliamo di astio personale, invece abbiamo le idee, eccome se ce le abbiamo». Passo dopo passo, verso l’iniziativa del primo luglio, data in cui i confini del nuovo «soggetto di sinistra» saranno più definiti. E, a quanto si sussurra nelle file di Mdp, sul palco di Roma, accanto a Pisapia, potrebbe salire proprio Bersani. «Ripeto, non voglio fare polemica con Prodi — dice ancora l’ex segretario del Pd — glielo dico con l’amicizia di sempre: bisogna guardare in faccia il problema politico e sociale enorme che si è aperto nel Paese». E da Bologna anche Enrico Rossi risponde: «Non esistono veti personali, ma un lungo elenco di differenze programmatiche». Il malumore cresce, il capogruppo di Mdp alla Camera La Forgia definisce le parole di Prodi «un’incomprensibile cantonata».
A Napoli intanto si piantano paletti difficili da superare per il Pd e Renzi. La parola d’ordine è, infatti, «discontinuità». Lo è per Bersani e Pisapia, ma anche per il dem Cuperlo che usa costantemente il «noi» per parlare alla platea. «È necessaria una discontinuità con gli errori di questi anni — dice—. Le primarie aperte come chiesto da Pisapia hanno questo significato. Un vero leader deve avere l’umiltà di capire anche chi è la personalità più giusta per federare tutte le anime». Non è Renzi, insomma. «Mi parrebbe assai strano che fosse Renzi a interpretare una discontinuità con questi tre anni, poi nella vita può succedere di tutto», ancora Bersani.
E allora chi? Prodi, che si è tirato già fuori? L’esponente di Mdp taglia corto: «Sono qua con Pisapia». Tabacci, che di Pisapia è stato assessore a Milano, ancor più chiaramente: «Abbiamo visto Sanders nelle elezioni Usa e Corbyn in Inghilterra. Questi due personaggi che sono quasi anziani hanno avuto il consenso proprio tra i giovani. Ecco, Pisapia è la persona giusta». Ma quella della leadership è una partita tutta ancora da giocare .

Il Fatto 25.6.17
I tre ostacoli per la lista unica
Frantumazione, la presunzione di superiorità e la nostalgia del centrosinistra che fu
di Nicola Fratoianni

Ha ragione Padellaro, basta con la cacofonia. Essa, oltre ad essere giustapposizione incomprensibile di dichiarazioni, è anche frutto di una discussione su politica ed alleanze in cui scompaiano il merito e i problemi della vita reale. Molta parte dei media ha cancellato i tanti contenuti emersi dall’assemblea del Brancaccio, rigettandoci nel teatrino della politica che oppone schemi ad altri schemi: è una trappola in cui non dobbiamo cadere.
Andiamo dunque al sodo della questione: serve una lista unitaria della sinistra, una proposta larga e inclusiva, tra politica e società, con i soggetti organizzati e quella forza, cresciuta in tante città, che nella partecipazione e nel civismo sta reinventando la politica. Perché abbia successo occorre superare tre ostacoli: la frantumazione, la presunzione di superiorità, la nostalgia del centro-sinistra che fu. Dobbiamo prendere atto del problema, correggere e sapere che oggi non sarà il potere di una leadership a risolverli (perché non ne esiste alcuna democraticamente legittimata), né una guerra di posizionamenti.
La frantumazione: un florilegio di sfumature e altrettante forme più o meno organizzate, il cui numero cresce nell’ambiguità e nella diffidenza reciproca. Serve quindi chiarezza per fare unità, da costruire non a partire da un’omogeneità culturale che manca, non dalle biografie, ma dal ‘che cosa e perché’ del nostro ‘pensare e fare’ insieme.
La presunzione di superiorità: è figlia della tentazione di sostituire la lettura dei processi politici con un album di fotografie immobili. Così chi in passato è stato fotografato in una posizione pare non possa in futuro trovarsi in una diversa. È un errore grave, che rischia di generare solo impotenza.
La nostalgia del centro-sinistra che fu: la nostalgia non è mai un collante, ma produce divisione contrapponendo giudizi sul passato e rimuovendo il futuro. Le grandi manovre per una coalizione da Calenda a Pisapia sono un ostacolo all’unità della sinistra, anche quando alludano alla rimozione di Renzi, perché dopo la sua vittoria alle primarie, pensare di rimuoverlo senza superare le idee che hanno fondato le sue scelte riduce la politica a personalismo. Questa idea non va lontano, perché ignora il vissuto reale dei cittadini maturato in dieci anni di crisi economica, di governi di larghe/piccole intese, di riforme che hanno peggiorato la vita di milioni di persone. Rimuove i processi storici, l’analisi che ci viene persino dalle parole di Giuliano Amato sul fallimento della terza via.
Superati questi ostacoli c’è solo una forza da cogliere e sviluppare. Lo dicono i sondaggi, ma ancor di più le persone comuni che incontriamo nelle strade. Discutiamo tutti insieme una piattaforma che parli alla loro vita reale – lavoro, reddito, lotta alla diseguaglianza, giustizia fiscale, cambiamenti climatici, lotta alla corruzione, sanità – facciamoci guidare da essa, dalla partecipazione, dal nuovo attivismo che genererà. Smettiamola con dispute e ambiguità. Insieme si può stare, ma non insieme a Renzi e al Pd. Non siamo in campo per concepire ossimori e figure retoriche ma bella e buona politica. Non vorrei che ce ne ricordassimo solo quando sarà troppo tardi. Unità, umiltà, ma soprattutto credibilità.

Il Fatto 25.6.17
“Insieme” a sinistra ci sono Pisapia, Bersani e gli ex Dc
L’ex sindaco abbraccia l’ex leader Pd con cui vuole costituire gruppi comuni in Parlamento Il tutto all’assemblea del Centro democratico di Tabacci, con i vecchi capibastone
di Tommaso Rodano

Stazione marittima di Napoli, all’ombra del Maschio Angioino. È una delle ultime tappe del faticoso tour che conduce verso la nuova lista di sinistra. Si chiamerà “Insieme”: è la creatura di Giuliano Pisapia e Pier Luigi Bersani, ospiti d’onore.
Siamo all’assemblea nazionale del Centro democratico, il partitino da zero virgola di Bruno Tabacci. Ma il padrone di casa – che ha fatto gremire la sala da 200 e passa persone – è un politico locale di lungo corso: Michele Pisacane. Prende la parola per ultimo, quando l’auditorio si sta per svuotare. L’eloquio non è raffinatissimo, ma grintoso: “Il Pd ci ha usati come un taxi! Qui in Campania De Luca ha vinto coi nostri voti: abbiamo preso il 2,7% ma non veniamo mai citati”. Tabacci perde colore e deglutisce a fatica. “Prima c’erano De Luca e Renzi – strilla Pisacane – ora Bersani e Pisapia”. Si calma. “D’Alema è intelligente e arrogante, Pisapia invece è intelligente e dolce”. Sintesi politica.
Pisacane è un personaggio mitologico della politica campana. Ex sindaco di Agerola (8mila anime nella città metropolitana di Napoli) è nato democristiano, cresciuto nell’Udc di Casini e invecchiato nell’Udeur di Mastella, grazie al quale è entrato in Parlamento nel 2006. Oggi è un soldato di Tabacci. Tabacci è nel Campo Progressista di Pisapia. Pisapia è “Insieme” a Bersani. Dunque, per sillogismo, Pisacane è con Bersani.
A queste latitudini, Michele è una piccola macchina da voti (qualcuno, volgarmente, direbbe “capobastone”). In occasione delle europee del 2014 ha fatto campagna elettorale persino a un candidato leghista, e fu miracolo ad Agerola: il Carroccio prese il 12%. Nel 2010 è riuscito a far eleggere la moglie Annalisa Vessella in consiglio regionale (sui manifesti elettorali, ovviamente, c’era il nome “Pisacane”). La ribalta nazionale è arrivata nel 2011: fu uno dei “responsabili” che cambiarono gruppo in Parlamento per salvare il governo Berlusconi. Poi la disavventura radiofonica con la Zanzara di Cruciani, cui ha confessato: “Il deputato fa una vita da cani, guadagna poco: solo 4.400 euro al mese”. Infine, una piccola condanna a 1 anno e 10 mesi per peculato, per l’uso improprio dell’auto blu del suo comune. Il nome di Pisacane aiuta a capire fin dove si estende il Campo progressista di Pisapia. Domenica scorsa il sindaco di Milano aveva preferito non partecipare alla manifestazione del Brancaccio, a Roma, organizzata dai movimenti di sinistra con Tomaso Montanari e Anna Falcone. “Non ci sono le condizioni”, aveva fatto sapere. Qui a Napoli le condizioni invece ci sono.
Nei posti riservati delle prime file siedono diversi reduci della Prima Repubblica. Il più esimio è Angelo Sanza, colonna della Dc, parlamentare nel 1972, 1976, 1979, 1983, 1987, 1992, 1994, 1996, 2001, 2006; sottosegretario nei governi Andreotti, Cossiga, Forlani, Spadolini, Fanfani, Goria e De Mita. Ha avuto un po’ di guai con la giustizia, ma nemmeno una condanna: nel ‘93 è stato accusato di aver preso una mazzetta da Paolo Pizzarotti, ma il Parlamento votò contro l’autorizzazione a procedere; nel ‘94 è stato accusato di un’altra tangente da 200 milioni di lire, ma fu assolto in primo grado e prescritto in appello; infine è stato processato – e ancora assolto – nella “tangentopoli lucana”. Ora è pure lui con Tabacci e Pisapia. E quindi con Bersani (e Civati, e forse Fratoianni).
Di buon carattere, Sanza si concede al Fatto Quotidiano, malgrado un vecchio articolo poco benevolo (un collaboratore lo informa sotto voce, lui si arrabbia: “Guarda che lo so! Lo so che è del Fatto!”).
“Il mio – ci dice – è puro volontariato, non mi voglio candidare. Sono qui per dare un contributo: gli anziani hanno qualcosa da insegnare ai giovani. Sono contro la rottamazione”.
Oltre a Sanza, c’è il deputato sardo Roberto Capelli, ex Ccd e Udc, sotto indagine nella “rimborsopoli” della sua Regione per 130mila euro non rendicontati. Insiste su un concetto molto caro da queste parti: “Nel 2013 abbiamo fatto vincere il Pd con una percentuale (lo 0,49% alla Camera, ndr) che ha fatto scattare il premio di maggioranza. Quel debito non è mai stato saldato”.
Poi c’è Francesco Attaguile, ex sindaco Dc di Catania negli anni ‘80: pure lui fu arrestato per tangenti nel ‘93, pure lui è stato assolto.
Si sbraccia Pino Riccio, notabile casertano in abito blu e scarpe sportive, che ha trascinato in sala una cinquantina di concittadini armati di bandiere del Centro democratico (alcuni giovanissimi, che levano le tende alla prima occasione). C’è gloria anche per Salvatore Maria Pisacane, ovviamente figlio di Michele, giovane avvocato entusiasta, che ringrazia Pisapia “per averci dato una limpida prospettiva politica”. Chiudono i grandi: interviene a sorpresa Gianni Cuperlo. Poi tocca a Bersani e Pisapia. L’ex capo della Ditta è ispirato. Un discorso alto, serio, su una nuova sinistra “che offra protezione” e parli di lavoro. Chissà che c’azzeccano Pisacane e Sanza.

Repubblica 25,6.17
Basta giochi è ora che la sinistra italiana faccia l’Europa
di Eugenio Scalfari

C’È SEMPRE molto da dire in un mondo che sta attraversando una crisi epocale come di rado accade nella storia del nostro pianeta. L’ho già scritto più volte, approfondendo l’analisi su vari aspetti che è difficile completare. La scelta di oggi è la sorte della sinistra italiana e anche europea e anche il valore della cittadinanza europea che è ancora ben lungi dall’essere stata realizzata.
Ma comincerò segnalando un fatto che è passato del tutto inosservato, mentre a me sembra inconcepibile. Il fatto è la strage di piazza della Loggia che avvenne quarantatrè anni fa. Ce lo ricordiamo ancora noi vecchi e molti giovani l’hanno appreso dal racconto dei padri. Ebbene: la Cassazione ha condannato pochi giorni fa i due superstiti autori alla pena dell’ergastolo in varie modalità esecutive, data anche la loro vecchiaia.
Oltre quarant’anni per una sentenza definitiva. Vi sembra possibile una lentezza di quel genere? Quale effetto ha sull’apprezzamento della giustizia nel nostro Paese? Non ho sentito nessuna voce critica, segno che gli italiani considerano normale una giustizia che impiega quasi mezzo secolo per una sentenza di questa gravità.
Lo ripeto: sono stupefatto e allibito. Fine.
E veniamo al tema di oggi: la sinistra in Italia e in Europa e la cittadinanza del popolo europeo. Comincio da questa seconda questione.
SI DICE ormai abitualmente che tutti noi nati in Europa in una delle Nazioni che fanno parte dell’Unione, siamo naturalmente cittadini della Nazione, con tutti i diritti e i doveri che essa ci ha attribuito.
Qualche diritto in questo senso lo abbiamo: in quegli Stati europei che hanno aderito alla moneta comune (sono 19) i loro cittadini vivono con quella moneta, che è stata chiamata euro. La guadagniamo, la spendiamo, abbiamo una Banca centrale comune, che sovraintende alle Banche centrali nazionali. Otto Stati dell’Unione non hanno invece aderito alla moneta comune e conservano le proprie. Questo li rende alquanto diversi ma non li priva affatto di quella parte di sovranità che prescinde dalla moneta comune, compresa anche la politica economica.
I Paesi dell’Unione erano fino ad un anno fa 28; poi il Regno Unito (Inghilterra, Scozia, Galles, Irlanda del Nord) si è staccato dall’Unione europea ed ha perso i diritti e i doveri che finora aveva, tra i quali quello di partecipare al Parlamento europeo. Le trattative per perfezionare questo distacco, che comporta la perdita dei diritti e dei doveri di stampo europeo, sono ancora in corso. Sono previsti due anni per completare questo discorso a meno che non accada entro il suddetto periodo l’impossibile e cioè la sconfitta elettorale dell’attuale governo inglese e la decisione dei vincenti di rientrare nell’Unione europea come se nulla fosse accaduto.
Personalmente mi sembra improbabile, ma non si può escludere. Secondo me sarebbe un fausto evento, anche se non privo di alcune complicanze.
Ma torniamo ai cittadini dei 27 Paesi dell’Unione. Quali sono i veri loro diritti e i relativi doveri che li accompagnano? Nessuno, quasi nessuno.
***
Quasi in tutti gli Stati d’Europa c’era un monarca assoluto, i cittadini erano merce se non addirittura schiavi. Il monarca era tutto e aveva tutto. Le famiglie nobili avevano qualche loro diritto, ma mai concesso dal popolo, ma dal Re. Potevano avere la loro milizia, un loro diritto sui contadini che lavoravano i campi, insomma il loro feudo, ma lo governavano in nome del Re ed erano sempre e comunque agli ordini del sovrano, salvo che non si ribellassero e non disputassero il potere col Re e/o con i loro competitori.
In Inghilterra ci fu la guerra delle due Rose, in Francia la rivolta della Borgogna e quella della Normandia. In America, inizialmente colonia in parte inglese, in parte francese nel Nord e in parte spagnola nel Sud, la prima guerra si chiamò di Indipendenza, guidata da Washington che riscattò l’America del Nord dal colonialismo. Poi, parecchi anni dopo ci fu la guerra di Secessione guidata da Lincoln che era alla testa dei nordisti contro i sudisti e fu vinta dopo molti anni con almeno 600 mila morti, una cifra immensa.
Insomma affinché il popolo si componga di cittadini occorre che vi sia uno Stato democratico, gestore del governo e depositario degli interessi generali.
Esiste uno Stato europeo di questo tipo? No, non esiste. C’è una Confederazione composta dai 27 Stati e da un Parlamento composto da delegati eletti in ciascuna delle 27 Nazioni in proporzione alla loro popolazione, all’estensione del loro territorio e alla misura del reddito nazionale. Infine esiste la Commissione europea i cui membri sono indicati dai 27 Paesi con l’approvazione del Parlamento.
Questo è tutto. I cittadini? Eleggono la loro quota di parlamentari europei, possono circolare liberamente in tutti i Paesi dell’Unione esibendo un documento d’identità. In questo modo sono effettivamente cittadini europei? Direi assolutamente no. Per essere cittadini ci vuole l’esistenza di uno Stato. Ai tempi nostri e in Occidente, quello Stato dev’essere democratico, cioè i suoi dirigenti devono essere eletti dai cittadini o dal Parlamento eletto dai cittadini medesimi. Ma uno Stato europeo è ben lungi dall’esistere. Questo è anzi il punto centrale e su di esso credo debba misurarsi, almeno in Italia, la sinistra. Ed ecco l’altro tema col quale dobbiamo confrontarci.
Il Partito democratico nasce dall’Ulivo creato da Romano Prodi che riuscì a mettere insieme i cattolici democratici e i laici post-comunisti. L’Ulivo affrontò le elezioni del 1996 ed ebbe la meglio su Berlusconi che era andato al potere nel 1994. Dopo l’Ulivo Veltroni fondò il Partito democratico. Questa storia l’ho già raccontata domenica scorsa e non starò dunque a ripeterla.
Ma osserviamo la situazione di oggi. Ci saranno proprio oggi le elezioni amministrative in un migliaio di Comuni piccoli e grandi. Il loro peso amministrativo è importante, ma politicamente limitato.
Il vero voto politico avverrà nell’aprile del 2018, cioè alla fine della Legislatura e del governo Gentiloni che — si spera — lascerà un ricordo positivo per le molte cose ben fatte.
Al suo posto si presenterà Renzi. Da solo o in compagnia? Il Pd è, almeno in teoria, un partito di sinistra, anche se in questi mesi è una sinistra piuttosto decaduta. Ma c’è anche una sinistra dissidente, formata da piccolissime formazioni che rispondono a varie persone. Giuliano Pisapia sta tentando di unificare queste piccole formazioni. L’obiettivo sembrava quello di un’alleanza o addirittura di una coalizione con Renzi e il Pd. Come è la situazione di oggi della sinistra dissidente? Si tratta di cinque o sei piccoli gruppi: Rifondazione comunista, Vendola e i suoi amici politici, Civati, Pisapia e il suo gruppo, Bersani, D’Alema, Cuperlo (che però è ancora dentro il partito). Dei vari incontri alcuni osservatori presenti riferiranno a Franceschini, a Zingaretti, e forse anche a Calenda. Veltroni è fuori gioco, ma osserva con attenzione. Prodi guarda anche lui agli incontri e non più come federatore ma come persona interessata alla sinistra.
Il primo luglio all’iniziativa di Pisapia finalmente sapremo cosa faranno le frazioni dissidenti. Potrebbero arrivare a un 8 per cento tutte insieme o addirittura a un 10 e forse più. Sommato al Pd che conta oggi il 25 per cento ma potrebbe crescere fino al 30-35, l’alleanza con le frazioni di sinistra unificate avrebbe un senso politico. Tutti insieme potrebbero arrivare al 40 per cento. Ma per fare che cosa? In Italia certo, ma a mio avviso soprattutto in Europa.
La cosa più strana di tutti è che questa sinistra che s’intitola ora a Pisapia, dell’Europa non parla affatto. Se li interroghi, rispondono: «L’Europa? Ma certo, noi siamo europeisti». E che farete? «Tutto quello che bisogna fare». E se insisti ancora nella domanda alla fine ripetono quella risposta ma nulla più.
Renzi il tema europeo lo conosce invece a fondo, ma dovrebbe parlarne soprattutto con Macron. L’ha fatto? Sì, un colloquio sull’Europa c’è stato. A fondo? Con un programma d’azione che coinvolga anche la Merkel e, per la parte che lo riguarda, anche Draghi? No, questo discorso non risulta che ci sia stato. E invece il tema è questo che giustifica anzi rende indispensabile l’alleanza con la sinistra dissidente. Il resto sono baggianate. Come diceva Spinelli e come dissero molto prima Mazzini e Garibaldi: o si fa l’Europa o si muore. Tenetelo presente, amici di Pisapia. Il resto sono giochi da bambini che attirano purtroppo anche Renzi.
Mazzini, Garibaldi e Cavour. Questa è la triade che dovrebbe essere la bandiera di tutta la sinistra italiana.

Repubblica 25.7.16
Ballottaggi, roccaforti rosse in bilico Pisapia al Pd: idee, nessun odio
Sfide chiave a Genova, in Veneto e a Taranto. Centrodestra avanti in 13 città su 22 Nel centrosinistra Prodi chiede lo stop ai veti. Il capo di Mdp: qui non ci sono comari
di Carmelo Lopapa

ROMA. La partita di ritorno è un affare tutto loro, come ai vecchi tempi: centrosinistra
versuscentrodestra. Con Beppe Grillo alla finestra, perfino nella sua Genova. Ma con l’elettorato Cinquestelle che potrebbe risultare decisivo, soprattutto se disattenderà l’invito del leader a disertare le urne dove non sono presenti. Cioè quasi ovunque (tranne Asti e Carrara nei medi-grandi centri).
Proprio la lotta all’astensionismo sarà una delle chiavi dei ballottaggi che oggi dalle 7 alle 23 interesseranno 111 comuni, tra cui 22 capoluoghi di provincia. Quanti dei 4 milioni 304 mila elettori sfideranno il caldo record di questo week end per eleggere i sindaci?
Il centrodestra redivivo ci crede, eccome. Silvio Berlusconi (in tv) e Matteo Salvini (nelle piazze) non si sono risparmiati negli ultimi giorni per tentare di spuntarla, intanto nei 13 dei 22 capoluoghi in cui partono in vantaggio, rispetto ai 6 del centrosinistra. Intanto nella roccaforte rossa di Genova (con il loro Marco Bucci contro Gianni Crivello) e a La Spezia, città del ministro Andrea Orlando. Lo stesso Salvini e con lui il governatore ligure Giovanni Toti si preparano a lanciare l’opa decisiva sulla coalizione e sulla leadership, se stanotte dovessero avere la meglio, lì come altrove. Per esempio a Padova o a Verona, altre città clou di questa seconda tornata. Non è un caso se ieri il presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani ha tenuto a rapporto a Fiuggi davanti a 250 militanti e svariati parlamentari (da Schifani a Giro, da Carraro a Marin e De Siano e tanti altri) il nuovo “correntone Ppe” di Forza Italia. Tutto in chiave anti Salvini e anti populisti. Con tanto di benedizione a distanza del Cavaliere: «Noi il partito guida», «unico leader Berlusconi », «ci riconosciamo nel Ppe», «l’immigrazione non si combatte con le ruspe», alcune delle parole d’ordine lanciate da Tajani. Toti, altro capocorrente ma filo leghista, è avvertito.
Nel centrosinistra ha fatto “rumore”, a chiusura di campagna, il silenzio di Matteo Renzi. Eppure il Pd è in partita in quasi tutte le grandi città in cui si rivota. A Parma, dove Paolo Scarpa, sostenuto dai dem, sfida l’ex M5S Federico Pizzarotti. Ma parte in testa ad Alessandria, L’Aquila, Pistoia. Tenterà la rimonta invece a Catanzaro, a Taranto e Piacenza. A Verona sostiene Patrizia Bisinella, compagna dell’uscente ex Lega Flavio Tosi, contro Federico Sboarina del centrodestra. Rischiano di pesare nelle urne i rapporti tesissimi tra Mdp e dem. «Manterremo la fiducia nel governo finché possibile», avverte dall’assemblea del Centro democratico a Napoli Pierluigi Bersani, che respinge l’analisi di Prodi (sul Corriere di ieri) sugli eccessi di personalismi a sinistra: «Non ci sono comari sul ballatoio ». In linea con Giuliano Pisapia: «Non siamo mossi da asti personali ma dalle idee». Tabacci di Cd invita a puntare proprio sull’ex sindaco, Cuperlo a rifare le primarie. No a provocazioni, stroncano i vertici pd, da Guerini a Martina.
Avrà un’incognita in più il ballottaggio di Trapani, dove l’unico candidato rimasto dopo l’ecatombe giudiziaria, Pietro Savona (Pd), dovrà avere il 50,1 dei votanti perchè la tornata sia valida. Altrimenti arriva il commissario.

Il Fatto 23.6.17
Campagna elettorale? No, Renzi è sparito. Anzi, è in vacanza
Chi l’ha visto? - Il segretario Pd non è mai andato in tv. Ha rifiutato pure l’invito di Vespa
di Wanda Marra

Matteo è in vacanza per tre giorni con la famiglia”. Gli uomini del premier rispondono così alla domanda: “Ma Renzi dove sta?” Oggi si vota e il segretario del Pd sembra talmente poco interessato a come andranno i candidati del suo partito al ballottaggio che nell’ultima settimana è letteralmente sparito. Nessun comizio, nessuna intervista, nessun evento pubblico. Non ha neanche fatto Ore Nove, la Rassegna stampa del Pd in diretta Facebook, venerdì mattina, come le scorse settimane. Non è andato da Bruno Vespa, martedì sera, che pure lo aveva invitato in vista dei ballottaggi.
Non è dato sapere dove sia. Qualcuno dice che è al mare, qualcuno smentisce. C’è chi racconta che sta chiuso da qualche parte per finire il libro. Ancora? Teoricamente, ogni week-end, negli ultimi mesi era dedicato a questo. Ma il dato certo è che non si è visto. “Forse in questa fase non si sta sentendo amato, ecco”, afferma in un’intervista a Repubblica Gianni Crivello, il candidato del centrosinistra a Genova, a proposito del fatto che non è andato in città per sostenerlo nella corsa per il ballottaggio. Il timore di perdere il capoluogo ligure in casa dem è alto. Così come di finire dietro il centrodestra in Toscana (a Lucca, a Pistoia, a Carrara). E un po’ ovunque. Ma fa un certo effetto la motivazione dello stesso Crivello: “Per me non sarebbe stato un problema se fosse venuto”. Come dire, meglio se non si è fatto vedere. Non proprio normale, visto che si tratta del segretario. Ancora: “Ci siamo sentiti dieci giorni fa. Mi ha detto in bocca al lupo. Con il vice, Maurizio Martina, ci siamo sicuramente confrontati di più durante la campagna elettorale”. Crivello, soprattutto nella campagna per il ballottaggio, si è spostato sempre di più su posizioni di sinistra. Tanto che molti del Pd neanche lo voteranno, considerandolo egemonizzato da Mdp. Ma il caso è emblematico. Durante le Regionali di 2 anni fa, Renzi non si risparmiò, andò ovunque. La Liguria la perse comunque, ma era ancora la fase in cui veniva considerato un vincente, uno che portava voti. Impegno ridotto per le amministrative dell’anno scorso, in gioco Roma, Milano, Torino, Bologna: tirava una brutta aria ed era già chiaro che il vento era cambiato.
Il segnale era talmente evidente che l’avvertimento all’allora premier di amici, consulenti, sondaggisti, fu: “Se vuoi vincere il referendum, sparisci il più possibile”. Consiglio ignorato, sovra-esposizione massima, sconfitta rovinosa. Da allora, l’ex premier almeno questa lezione pare averla imparata. Una “non” campagna elettorale, con presenza ridotta al minimo, l’ha portato a vincere le primarie. E per queste amministrative, la campagna il leader non l’ha proprio fatta. Sui territori, hanno girato invece gli altri, da Matteo Richetti, a Maurizio Martina, a Lorenzo Guerini. Parola d’ordine: sottovalutarne il più possibile il valore politico. Già da prima del congresso, dalla minoranza (e non solo), si ragionava così: “Comunque vada, il Pd perderà le amministrative, poi le politiche. E allora, Renzi dovrà lasciare la segreteria”. Tanto è vero che proprio ieri Gianni Cuperlo e Andrea Orlando hanno cominciato a chiedere le primarie di coalizione. Ecco Cuperlo: “Una vera leadership deve avere l’umiltà di offrire a un campo più ampio la possibilità, mi riferisco alla società civile, di decidere insieme. Le primarie aperte per un nuovo centrosinistra come chiesto da Giuliano Pisapia hanno questo significato”. Replicano sia Guerini che Richetti: “Le primarie ci sono appena state e il risultato è stato nettissimo”.
di Wanda Marra

Repubblica 25.6.17
Il Tesoro assicura che il conto sarà molto inferiore a 10 miliardi. Ma la mossa italiana crea nuove tensioni
L’ira di Berlino su Roma “No agli aiuti pubblici Così aggirate le regole”
di Francesco Manacorda

ROMA. Berlino non ci sta: la Germania non vuole troppi aiuti di Stato alle banche da parte dell’Italia. Alle opposizioni che protestano contro il governo per l’intervento pubblico su Popolare di Vicenza e Veneto Banca si aggiunge dunque anche la pressione internazionale.
La trattativa in extremis tra il Tesoro e Intesa Sanpaolo, che rileverà le parti migliori delle due Popolari al prezzo simbolico di un euro è così incentrata in queste ore su quelli che per Roma sono due obiettivi vitali e collegati tra di loro: il primo è ottenere un accordo che oggi permetta al Consiglio dei ministri di varare un decreto a prova di esame della Commissione europea, anzi già con il sigillo di approvazione di Bruxelles; il secondo è abbassare al massimo l’esborso di fondi pubblici per l’operazione trattando con Intesa il sostegno agli esuberi previsti e i «pezzi» delle due banche venete che rileverà. Anche per questo al Tesoro si aspettano che a cifre ferme l’intervento pubblico sarà molto inferiore ai 10-12 miliardi di cui si è parlato in questi giorni.
Interpellate da Repubblica sul caso, fonti del governo tedesco spiegano comunque che «di fronte all’insolvenza di una banca, l’utilizzo di fondi pubblici deve essere evitato il più possibile. Questo perché l’obiettivo principale della nuova regolamentazione bancaria è la protezione del contribuente ». Nessun commento, come da galateo istituzionale, sulle singole banche, ma parole che pronunciate in questo momento non si prestano a equivoci. Dalle stesse fonti arriva poi una richiesta, anch’essa significativa: «Adesso la Commissione europea avrà la responsabilità di sorvegliare che questo intervento pubblico sia limitato al massimo, per evitare che le regole europee siano aggirate attraverso un ricorso a regole nazionali».
Il effetti il «salvataggio» delle due Popolari venete, con allegato pedaggio per i contribuenti appare a molti – tra Bruxelles, Francoforte, dove ha sede la Bce, e alcune capitali europee – uno slalom del Tesoro italiano tra le nuove regole dell’Unione bancaria entrate in vigore nel 2016 che avrebbero dovuto evitare una volta per tutte proprio il ricorso agli aiuti pubblici e – in ultima analisi – l’intervento della politica su vicende bancarie.
Così non è stato, perché l’Italia ha appunto utilizzato una Comunicazione della Commissione Ue, effettuata nel 2013, che permette di applicare le regole nazionali per la liquidazione di una banca: in questo modo salva gli obbligazionisti delle Popolari usando la fiscalità generale.
Il Tesoro sostiene che quello slalom se lo sarebbe evitato volentieri: avrebbe preferito una “ricapitalizzazione precauzionale” da 6,4 miliardi già decisa per le due venete, come era stato fatto per Mps, a cui si è però opposto l’Antitrust europeo, chiedendo anche l’intervento dei privati e facendo saltare il banco. Anche nel caso della “ricapitalizzazione precauzionale” si sarebbero usati fondi pubblici, ma almeno lo Stato sarebbe diventato azionista unico - o quasi - delle due banche nella loro interezza e non solo della parte peggiore e nessuno si sarebbe preso la parte migliore a un prezzo simbolico.
Resta il fatto che mentre l’Europa si è attrezzata per far sì che non fossero più i contribuenti a pagare i conti delle crisi bancarie, l’Italia ha deciso che ancora una volta quelle perdite vanno invece socializzate. Perché? Un indizio, più di un indizio, sta nelle statistiche della Banca Centrale Europea; anzi in un’istantanea scattata dalla Bce poco più di un anno fa. Nella Financial Stability Review pubblicata dalla Banca centrale nel novembre scorso si vede che nel primo trimestre del 2016 le famiglie europee hanno in mano circa 280 miliardi di titoli di debito emessi dalle banche della zona euro che in caso di bail-in, rischiano di essere toccate o addirittura azzerate. Si tratta infatti delle celebri obbligazioni subordinate e di quelle “unsecured”, cioè prive di particolari garanzie in caso di fallimento.
Ma il dato significativo è che di quella cifra più della metà, oltre 150 miliardi di euro, è in mano alle famiglie italiane. Quelle tedesche, con un settore bancario ben più forte, ne hanno meno di 50 miliardi, quelle francesi arrivano malapena a 30 miliardi. In quei Paesi le scelte politiche hanno bloccato o ostacolato il rapporto tra i risparmiatori e i bond bancari più rischiosi. Da noi no, anche in quei 150 miliardi ci sono obbligazioni sicurissime di istituti assai solidi. Con questi numeri in mente diventa più facile capire che un salasso di alcuni miliardi distribuito su chi paga le tasse possa avere un prezzo alto in termini di credibilità e consenso politico, ma che un eventuale rischio bail-in possa – almeno potenzialmente – coinvolgere una platea molto più ampia di investitori che sono anche elettori.
Quali saranno i risultati della mossa italiana e dell’irritazione tedesca lo si vedrà solo con il tempo. Certo è che il progetto di assicurazione europea per i depositi la garanzia che le banche di tutti i Paesi dell’euro pagherebbero per salvare i conti correnti fino a 100 mila euro in caso di crisi in una di loro - molto spinto dalla Bce, appoggiato da Italia e Francia e osteggiato invece dalla Germania, da oggi farà un passo indietro.

Il Fatto 25.6.17
Venete, sale il regalo a Intesa. Mistero Padoan sui fondi Usa
Il Giallo - Il Tesoro spedì all’Ue l’offerta di 4 gruppi esteri, ma non rispose. Oggi il Cdm per il decreto che darà Vicenza e Veneto Banca a Intesa, ma la dote ora supera i 12 miliardi
Venete, sale il regalo a Intesa. Mistero Padoan sui fondi Usa
di Carlo Di Foggia

Il salvataggio delle banche venete – regalando ciò che di buono resta a Intesa Sanpaolo più una corposa dote, e scaricando il resto allo Stato in concorso con azionisti e obbligazionisti subordinati – somiglia sempre più a uno scandalo finanziario. Oggi il governo approverà il decreto che serve a far partire l’operazione, che costerà a Intesa 1 euro e alle casse dello Stato, stando a quanto risulta al Fatto, oltre 12 miliardi. I contorni, però, non tornano e dietro le quinte si è svolto un giallo che spiega meglio di qualunque altra cosa i metodi di lavoro delle autorità italiane.
Venerdì, quando il governo ha annunciato l’arrivo del decreto che manderà in liquidazione le banche – dichiarate insolventi dalla Bce – la Popolare di Vicenza ha licenziato un gelido comunicato ricopiato ieri da Veneto Banca: “Il CdA, riaffermando la validità del progetto messo a punto dal management, si è rammaricato che il tempo trascorso dalla sua messa a punto, e la deteriorata situazione della Banca, abbiano reso impossibile reperire i fondi privati che, a giudizio della Commissione europea erano necessari a coprire le perdite subìte o probabili”. Il presidente della Popolare di Vicenza, Gianni Mion si è sfogato: “Tutti adesso pensano basti 1 euro. Io sono stato bocciato. È stato bocciato tutto, le persone, il piano e pure io”.
I vertici delle banche hanno così deciso di mettere online il piano di salvataggio (“Tiepolo 2.0”). Quello presentato dall’ad di Vicenza Fabrizio Viola il 17 marzo, con la richiesta del soccorso pubblico, prevedeva di salvare le due banche con una ricapitalizzazione di 6,4 miliardi, di cui 4,7 messi dallo Stato. Nei colloqui con il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, la Dg Competition della Commissione europea ha richiesto che almeno 1,2 miliardi venissero messi da privati. Richiesta arrivata a voce, mai nulla di scritto.
Padoan non è riuscito a convincere Intesa, Unicredit e il settore bancario a tassarsi per arrivare a quella cifra ed è scattato il piano B, con l’offerta “guai ai vinti” della banca guidata da Carlo Messina. Eppure almeno una strada alternativa c’era. Venerdì Reuters ha rivelato che un gruppo di quattro fondi d’investimento internazionali aveva offerto un’iniezione di capitali freschi per 1,6 miliardi ai primi di maggio. La proposta prevedeva la sottoscrizione di circa 1,3 miliardi in bond subordinati di nuova emissione e altri 300 milioni in azioni. In questo modo, con i 3,1 miliardi rimanenti messi dallo Stato, avrebbero avuto il 15% della banca ma con la specifica condizione di avere il controllo della governance.
I fondi sono Sound Point Capital, Cerberus, Attestor e Varde, che avevano scelto come advisor finanziario Deutsche Bank: in totale gestiscono attivi per oltre 35 miliardi di dollari. Il primo, il più grosso, Sound Point Capital è attivo negli investimenti in società in ristrutturazione. Dopo le trattative iniziali, però, i fondi non hanno mai ricevuto risposta.
I contatti con il Tesoro italiano sono partiti il 5 maggio, a cui sono seguiti subito diversi incontri con gli uomini di via XX Settembre – guidati da Alessandro Rivera, capo della direzione Sistema bancario e finanziario – e di Banca d’Italia, coordinati dal capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo. Incontri e conference call si sono ripetuti per settimane. Sono stati loro a mettere in contatto i fondi con i vertici delle due banche, in particolare con Viola, che ha illustrato il piano. Il 30 maggio i fondi, per tramite di Deutsche Bank hanno inviato l’offerta formale (“Term sheet”) al Tesoro.
Dopo una fase di silenzio, ai primi di giugno le autorità italiane hanno fatto sapere di aver inviato l’offerta a Bruxelles e di stare discutendo con la Commissione. Una fonte vicina al dossier spiega cosa è successo: “L’offerta prevedeva di investire la quota maggiore in bond subordinati perché era rischioso metterli tutti in azioni, che rischiavano di essere incenerite da nuove perdite. Tesoro e Bankitalia volevano più capitale. Cosa che i fondi erano pronti a discutere, e lo hanno detto, anche aprendo ad altri investitori, ma misteriosamente le autorità italiane non si sono più fatte sentire”. Nessuno ha più risposto. “Difficile che lo stop sia arrivato da Bruxelles, perché l’advisor Deutsche Bank ha strutturato l’offerta seguendo casi già andati in porto con l’ok della Dg competition, con cui ha un dialogo quasi quotidiano. Tesoro e Bankitalia non hanno poi mai messo per iscritto nulla negli incontri e nelle interlocuzioni: tutto era fatto a voce”.
I Fondi devono aver appreso dalla stampa, con l’uscita delle indiscrezioni su Intesa, che l’offerta era stata scartata. Il paradosso è che il comunicato con cui mercoledì Intesa spiegava di volersi predendere solo la polpa delle due banche, lasciando lo Stato a coprire le perdite è stato il primo documento scritto offerto al mercato su tutta questa vicenda.
Col senno di poi il silenzio andrebbe spiegato. Il conto del salvataggio studiato da Intesa vale almeno 4 volte l’importo che avrebbe scucito lo Stato. Il Tesoro fa sapere che oggi ci sarà il Consiglio dei ministri per l’ok al decreto che manderà in liquidazione le due banche venete – insieme ai crediti deteriorati, le azioni, i bond subordinati – e consegnerà gli asset di valore a Messina. Venerdì il conto ammontava a quasi 7 miliardi come dote a Intesa, che non vuole ripercussioni sul suo patrimonio, più 5 alla bad bank. Dopo uno scontro durissimo, che ha sfiorato la rottura personale tra Padoan e Messina, in serata si è ripreso a trattare. Il conto, però, a ieri era salito parecchio: dal Tesoro flitra che superi i 12 miliardi, ma, la novità, in gran parte come dote (anche fiscale) a Intesa. La banca milanese, da parte sua, ha accettato di muoversi subito, senza aspettare la conversione del decreto. Resta da superare l’ostacolo Ue: ieri il commissaria Margrethe Vestager ha mandato una letteraccia alle autorità italiane. E i tempi sono slittati ancora.

Il Fatto 25.6.17
Adusbef: “I 2 istituti hanno creato un buco da 40 miliardi di euro”

Il crac delle banche venete costerà ai conti pubblici tra i 10 ed i 12 miliardi di euro; ma il buco generato negli anni dai due istituti ammonta complessivamente a più di 40 miliardi. A fare i conti l’Adusbef secondo la quale nell’ultimo quadriennio tra perdite nei bilanci, aumenti di capitale, azzeramento del valore delle azioni le due banche hanno bruciato 28,8 mld di euro. L’associazione definisce “inaccettabili” le condizioni di Banca Intesa ed evoca “i quattro fondi d’investimento internazionali, che avevano offerto una iniezione di capitali freschi per 1,6 miliardi in Popolare di Vicenza e Veneto Banca a fine maggio, senza ricevere alcun riscontro dalle autorità italiane”. Adusbef ricorda come il conto per il pubblico arrivi a 12 mld: “1 mld per 3.500 esuberi programmati, circa 1,5 miliardi di crediti fiscali lasciati al compratore, il finanziamento di sofferenze e crediti problematici che Banca Intesa non vuole accollarsi che finiranno in una bad bank statale sul modello della Rev, nata dalle ceneri delle quattro banche ponte. Una mole di attivi fino al doppio dei 10 miliardi di sofferenze effettive, e da finanziare con almeno 6 miliardi. In aggiunta, c’è lo ‘sbilancio’ delle attività residue di Vicenza e Montebelluna”.

Il Fatto 25.6.17
Parla l’ex segretario pd
Bersani:“Da Etruria in poi serviva lo scontro con l’Ue”

“Il governo sarebbe dovuto andare in contenzioso con l’Unione Europa sulla natura del fondo di garanzia a tutela dei consumatori, per consentire che intervenisse su Banca Etruria prima e sulle banche venete oggi”. Lo ha detto ieri Pier Luigi Bersani a margine dell’assemblea di Centro Democratico a Napoli. Secondo l’ex segretario Pd, ora leader di Mdp, molte di queste situazioni “derivano da un cavillo e cioé se il fondo di garanzia a tutela dei risparmi, che è una sorta di fondo consortile delle banche, sia o no un soggetto privato. La vigilanza Europa ha detto che è un soggetto pubblico. Ma se fosse stato riconosciuto che quel fondo ha una natura privata, il meccanismo di risoluzione sarebbe stato molto meno costoso”. Pier Luigi Bersani dichiara che sarebbe andato “alla corte di Lussemburgo per dirimere questa cosa che è stata importante sia ai tempi di Banca Etruria e lo è anche adesso sul caso delle Venete. Non essere andati fino in fondo su questo problema è stato un guaio molto serio”. Ora, senza contenzioso per l’ex segretario del Pd “ci siamo bevuti quell’affermazione della Vigilanza europea e siamo a questo punto”.

Il Fatto 25.6.17
Mps: il “suicidio” di Rossi rischia l’oblio, la famiglia si oppone. Domani il verdetto
L’inchiesta bis - Il misterioso suicidio del manager del Monte nel 2013. I pm archiviano
di Davide Vecchi

Prima di lanciarsi nel vuoto dalla finestra del suo ufficio, David Rossi si è picchiato. Da solo. Questo sarebbe accaduto la notte del 6 marzo 2013 al manager del Monte dei Paschi se domani il tribunale di Siena accoglierà la richiesta di archiviazione presentata dai pm Nicola Marini e Aldo Natalini.
A scrivere che prima di morire David aveva avuto una colluttazione sono stati, fra l’altro, proprio i periti della procura. Nella loro relazione hanno attestato come ferite e lesioni rinvenute sulla parte posteriore del corpo sono “ampiamente giustificate” dall’impatto al suolo, ma “non è possibile dire altrettanto per le lesioni al volto, all’addome, alle ginocchia, alle braccia”. Per concludere che “tali lesioni se non giustificabili da eventi accidentali o volontari porterebbero a far pensare a un intervento da parte di terzi, ad esempio una colluttazione, avvenuta prima della precipitazione”.
Ci sono poi i rilievi dei periti di parte, depositati dall’avvocato dei familiari di David, Paolo Pirani del foro di Civitavecchia; e dall’avvocato della vedova, Antonella Tognazzi, il legale senese Luca Goracci.
Dopo aver presentato opposizione alla richiesta di archiviazione, gli avvocati nei giorni scorsi hanno depositato nuovi atti. In particolare Pirani ha prodotto un dettagliatissimo studio in 3D del vicolo dove è stato trovato morto Rossi e misurazioni del volo, concludendo che non sarebbe precipitato dalla finestra del suo ufficio ma da quella del piano sopra. Una perizia che sostanzialmente demolisce i rilievi svolti dalla procura: i pochi realizzati sono stati effettuati ben tre anni dopo la morte di David che sin da subito venne ritenuto un suicidio e già archiviato una prima volta e con estrema rapidità nel 2014.
Solo grazie alla tenacia dei familiari (e a un cambio di vertici e pm nel tribunale senese) nel 2015 si è arrivati alla riapertura delle indagini che però non hanno accertato cosa accaduto nelle ultime ore di vita di David: è passato troppo tempo per cercare tracce di Dna, impronte, compiere rilievi. Operazioni che solitamente si eseguono nell’immediato ma che a Siena, quel sei marzo, non vennero fatte. Anzi. Qualcuno degli inquirenti, che quella notte accorsero nell’ufficio di David usò il suo cellulare, rispondendo pure a Daniela Santanché. Questo dicono i tabulati telefonici.
I buchi dell’indagine iniziale devono ancora essere colmati. Per questo i legali dei familiari hanno chiesto ulteriori perizie. Anche sul video della caduta ripresa da una telecamera di sorveglianza di Mps, l’unica di 12 presenti in banca di cui sono state acquisite le immagini. Un solo video dal quale però molto si evince, secondo i periti di parte. Qualcuno entra nel vicolo e si affaccia a controllare il cadavere di David pochi minuti dopo essere precipitato. Ci sono poi i tabulati telefonici. E quelle telefonate partite dal cellulare di David mentre lui era già cadavere. Alcune compiute dopo le 22.00, quando i pm erano nell’ufficio, altre tra le 20 e le 21.40, quando nessuno avrebbe dovuto essere lì. Nuovi approfondimenti su video e tabulati li invoca anche l’avvocato Goracci, che chiede l’acquisizione di altre utenze, tra cui quella della figlia della vedova, Carolina Orlandi.
Infine i legali chiedono che siano sentite le segretarie dell’ex ad Fabrizio Viola. Con lui David nei giorni precedenti la morte aveva avuto un intenso scambio via mail. L’ad ha recentemente dichiarato che la sua posta elettronica era controllata e letta anche dal personale della sua segreteria. Rossi, tra le altre cose, gli aveva annunciato la volontà di andare a parlare con i pm: “Io ho lavorato con tutti, so tutto, posso aiutarli”. Gli aveva anche scritto altro. Due giorni prima di morire aveva mandato a Viola una mail fin troppo chiara ma che l’ad ha sempre negato di aver visto o letto: “Stasera mi ammazzo, aiutatemi”.

Repubblica 25.6.17
M5S all’attacco sul compenso di 11,2 milioni in 4 anni L’azienda: “È lo stesso di prima per più ore e aveva già firmato a La7”
Rai, scontro sul contratto di Fazio Fico: sinistra col portafogli a destra
di Mauro Favale

ROMA. Fabio Fazio è «il classico comunista col cuore a sinistra il portafogli a destra» e il suo comportamento, sostiene Roberto Fico presidente della Vigilanza Rai ed esponente di spicco dei 5 Stelle, è «vergognoso, uno scandalo ». Meno di 24 ore dopo l’approvazione da parte del cda dei nuovi palinsesti, esplode la polemica contro il compenso milionario del conduttore di Che tempo che fa che l’azienda è riuscita a trattenere nonostante le sirene della concorrenza e una firma sotto a un contratto con La7 “sospesa” in extremis. A innescarla è, appunto, l’M5S in inedita accoppiata con alcuni esponenti del Pd (ma anche Lega e Forza Italia protestano), a partire dal renziano Michele Anzaldi che annuncia esposti ad Anac e Corte dei conti sul contratto di Fazio, un quadriennale da 11,2 milioni di euro, di cui 8,8 a Fazio, 2,2 l’anno, e il resto alla produzione dei suoi show che passano da Rai 3 a Rai 1.
In totale, fa sapere l’azienda, lo stipendio dell’artista, uno dei volti di punta della tv di Stato, è identico a quello dell’anno passato, con la differenza che sulla rete ammiraglia Fazio verrà impiegato per 32 puntate da 3 ore, la domenica sera in prime time, e altrettante da un’ora, il lunedì in seconda serata. «Stesso compenso di un anno fa per più ore di lavoro », è la posizione della Rai, «in linea col taglio del 10% stabilito per quei contratti che sforano il tetto dei 240 mila euro». Affermazioni contestate da Anzaldi che nel suo esposto parla di uno stipendio che per Fazio «passa da 1,8 milioni di euro annui a 2,8. Un aumento del 50%», accusa il parlamentare Pd che insiste: «La produzione delle puntate verrà affidata ad una costituenda società: il Cda di un’azienda pubblica può deliberare di stipulare un appalto con una società che ancora, a quanto risulta, non esiste? Società di cui, peraltro, sarà socio lo stesso soggetto già beneficiario del contratto principale?». Ma la Rai del nuovo direttore generale Mario Orfeo difende Fazio che su Rai 1 dovrebbe garantire una copertura pubblicitaria più significativa rispetto a Rai 3. Non solo: perdere il conduttore sarebbe stato per la Rai «un danno grave». Prospettiva che stava per realizzarsi visto che, raccontano in azienda, Fazio aveva già firmato un contratto con La7. Firma, però, “congelata” all’ultimo momento. «Un comportamento simile a Icardi — attacca il senatore Pd Salvatore Margiotta — e a quei calciatori che alimentano le voci sul trasferimento ad altra squadra fino a che non gli viene ritoccato l’ingaggio».
Ma nel Pd non sono tutti su questa linea. Il rappresentante dei Dem in cda, il renziano Guelfo Guelfi, è convinto che il contratto della discordia sia «un’ottimizzazione, non uno spreco: passare dalla terza alla prima rete con lo stesso costo è un processo di valorizzazione». Ma la battaglia è destinata a proseguire, dentro e fuori il cda. Dentro, con Carlo Freccero che l’altro giorno ha lasciato la riunione senza partecipare al voto e che oggi promette battaglia contro Orfeo. Non tanto (o non solo) sul compenso di Fazio quanto sull’eccessiva «dimensione governativa dell’azienda, la cui agenda viene dettata dalla politica». Per Freccero i nuovi palinsesti sono «disorganici » e Orfeo «applica le strategie del tg alla programmazione: il suo modello è il “panino” dell’informazione unica». Fuori, invece, tocca a Fico che da una parte, martedì, ascolterà in Vigilanza il cda e dall’altra annuncia interrogazioni «su tutta la questione dei palinsesti».

Il Fatto 25.6.17
“Il dg Orfeo non capisce nulla di palinsesti. Sa fare il panino”
Il consigliere d’amministrazione: “Via perfino Giletti dalla domenica per evitare ‘incidenti’. La tv di Stato è manipolata da Renzi”
di Giampiero Calapà

“Non capisco l’uscita di Roberto Fico, sarà mica colpa di Fazio se l’azienda gli offre più soldi?”. Carlo Freccero, consigliere d’amministrazione della Rai reagisce così alle parole del presidente della Vigilanza, che ha definito Fazio “il classico comunista col portafogli a destra” per il nuovo contratto da 11,2 milioni di euro concesso dalla tv di Stato al conduttore per quattro anni. E anche per il resto Freccero, che ha lasciato l’ultimo consiglio d’amministrazione sbattendo la porta, ha le idee molto chiare: “Il nuovo direttore generale Mario Orfeo non capisce nulla di palinsesti e la tv di Stato è manipolata dall’ex premier Matteo Renzi”.
Su Fazio si è scatenato un ciclone, giusto o sbagliato?
Quegli stessi membri del cda – uno fra tutti Marco Fortis, nominato dal Tesoro – che erano contrari a rimuovere il tetto con Campo Dall’Orto, si sono improvvisamente convinti del contrario con Orfeo. Pare non interessi tanto la legge, in quanto tale, ma appoggiare o rimuovere un manager più o meno gradito a quella politica che fa le nomine. Il vero problema che stava dietro al teatrino dei compensi alle star era l’esito del referendum.
Perché?
È dopo il 4 dicembre che Renzi decide di togliere la spina ad Antonio Campo Dall’Orto, ritenendo che la Rai avrebbe dovuto fare di più per il “Sì”.
Addirittura…
Renzi manipola la Rai. Dalla nomina di Campo Dall’Orto ad oggi, ci siamo dovuti misurare, noi consiglieri, con la natura ambigua della Rai divisa tra servizio pubblico e televisione commerciale. Io volevo che fosse salvata sia la dimensione culturale del servizio pubblico che la sua redditività di grande azienda statale. Ora è emersa, però, una nuova dimensione della Rai che Renzi si era proposto di rimuovere: la dimensione politica, se non governativa. In breve, è la politica a dettare l’agenda al Cda, in base alla presenza di persone più o meno gradite. Questo Cda ha un mandato che scade tra un anno, avremmo dovuto fare contratti di non oltre dodici mesi.
Sì, ma così si sarebbe rischiato di perdere Fazio.
Ci possono essere eccezioni. Ma, soprattutto, io ho chiesto che un contratto importante come quello di Fazio, per cui il dg Orfeo ha parlato di coerenza con il servizio pubblico, fosse alla base di una precisa strategia di programmazione. Faccio l’esempio clamoroso della seconda serata di Fazio programmata su Rai1. Era l’occasione per richiedere la rimodulazione della seconda serata per armonizzarla con quella di Fazio.
In che modo?
Se Fazio va il lunedì, allora Bruno Vespa il martedì, il rilancio del settimanale d’inchiesta Tv7 il mercoledì, un programma sperimentale di Michele Santoro il giovedì e Renzo Arbore il venerdì: proposte che ho fatto a Orfeo.
E invece di questa Telesogno-Freccero?
Constato che son rimaste le tre seconde serate di Vespa e addirittura il programma Petrolio è stato spostato il sabato sera alle 23.30, che io avrei trasferito a Rai3 per restituire lustro e importanza anche alla terza rete. L’impressione è che non interessi a nessuno né la linea editoriale dell’azienda, né le sue esigenze economiche. La Rai è oggi vista in chiave propagandistica per il governo e per i partiti.
La domenica sparisce L’Arena di Massimo Giletti.
Certo, un contenitore dove potevano succedere “incidenti”. Meglio non avere nessun problema. Ho addirittura proposto Vespa per la domenica pomeriggio, ma niente. Questi palinsesti sono disorganici. Orfeo è un giornalista competente, ma non può applicare le sue strategie dell’informazione alla programmazione, perché dimostra di non capire nulla di palinsesti. Il suo modello è il “panino” dell’informazione unica, sadico con le opposizioni che disturbano la maggioranza.
Report rischia di ritrovarsi di nuovo al lunedì su Rai3, contro le fiction di Rai1.
La sua collocazione naturale sarebbe la domenica, ma tutto ciò che può dar fastidio va eliminato o contenuto per il direttore generale Orfeo.

Il Sole 25.6.17
La «sfida» tra Renzi e Pisapia che va oltre i ballottaggi e lo spettro 25%
di Lina Palmerini

Dalle discussioni che animano il Pd in questi giorni, si capisce che l’esito dei ballottaggi forse non basterà a dare un verso definitivo all’assetto futuro del centro-sinistra. Nonostante ci siano in ballo sfide decisive, come quella di Genova, qualsiasi sarà il risultato verrà tirato da una parte o dall’altra da chi oggi duella sulla forma che dovrà assumere un’alleanza (o non alleanza) a sinistra. Si parla già di nuove primarie, si accelera o si boccia un listone con Pisapia, o ci si spinge a immaginare una nuova coalizione anche con una formazione di centro: tutte discussioni che scavalcano le amministrative e tornano su un centro di gravità, la legge elettorale. O meglio l’impianto con il quale si vogliono affrontare le nuove elezioni nazionali: salvando o no un principio maggioritario? Oppure confermando la logica proporzionale?
In sostanza, nel partito e a sinistra ci si è già portati avanti anche rispetto all’esito delle urne di oggi. Tant’è che più che del rischio di sconfitte brucianti, pure ieri si parlava di quante adesioni sta raccogliendo l’iniziativa di Giuliano Pisapia dentro al Pd e quali implicazioni avrà per lo stesso partito. Martedì ci sarà un’iniziativa del ministro Orlando che riunisce la sua area ma che ha già dichiarato che sarà con l’ex sindaco di Milano così come faranno altri esponenti come Gianni Cuperlo o Cesare Damiano, segno di quanta presa ha già la sua discesa in campo prima ancora che se ne capiscano i contorni. Ed è proprio questo il punto. Perché la facilità con cui alcuni dirigenti si espongono a favore di un progetto ancora nebuloso dimostra come la storia del Pd di Renzi non sia conclusa con le primarie dell’aprile scorso, come invece ripetevano ancora ieri sia Guerini che Richetti.
No, i giochi non si sono chiusi e l’ultima parola non sono stati i gazebo che hanno confermato la leadership di Renzi. C’è una fibrillazione che scavalca quel risultato per rimettere in discussione proprio il ruolo del segretario che si vorrebbe non più dominus ma uno dei protagonisti di una coalizione più ampia che salvi anche il principio maggioritario e dell’alternanza. A questo serve sbilanciarsi sul progetto di Pisapia e l’iniziativa dell’ex sindaco di Milano è fatta per rimettere una misura al potere che ha avuto Renzi finora nel centro-sinistra. Ma qual è l’argomento che può indurre il segretario Pd - dal quale comunque non si può prescindere - ad accettare questo schema? Il rischio di vedere intaccato il patrimonio di consensi su cui oggi si attesta il Pd secondo i sondaggi. Perché l’obiettivo che il segretario non può permettersi di mancare alle prossime elezioni è di superare i voti presi da Bersani. Dire - come fanno alcuni renziani - che la sfida a sinistra è debole e rischia di non superare la soglia di sbarramento all8% al Senato, non è un punto convincente. Perché anche con una percentuale più bassa, i consensi verrebbero “rubati” tutti al Pd renziano (intorno al 30%) che rischia di scivolare verso quel 25% del 2013. Prima o poi, insomma, l’ex premier dovrà fare i conti con le “sirene” di Pisapia: per quanto di piccola entità sarebbero comunque dannose per i suoi fini. Probabilmente accadrà in autunno quando i sondaggi aggiorneranno le quotazioni di Pisapia e del Pd, allora si imboccherà un bivio che i ballottaggi di oggi forse non indicheranno con certezza.

Il Fatto 25.6.17
Orgoglio arcobaleno
A Napoli e Milano in migliaia ai Pride: Sala in testa al corteo

I colori dell’arcobaleno hanno dominato ieri nei “Pride” di Milano, il sindaco Beppe Sala in corteo, e Napoli, gonfalone del Comune alla testa della manifestazione. Milano Pride ha sfilato per le strade del capoluogo lombardo. Al corteo, nel caldo opprimente di Milano, hanno preso parte alcune migliaia di persone. Alla testa della parata lo striscione del coordinamento Arcobaleno con lo slogan della manifestazione #Dirittisenzaconfine. Centinaia le bandiere del movimento Lgbt e i palloncini colorati, in mezzo ai carri con la musica techno, revival anni Novanta e all’italiana. Vietate alla manifestazione bottiglie in vetro e la distribuzione di superalcolici nelle aree vicine al corteo. Così Sala: “Vi prometto che Milano sarà sempre una guida tra le città italiane e internazionali per i diritti, saremo sempre da stimolo al governo. Milano ci sarà”. A Napoli il Pride è stato dedicato al tema del corpo e della mente: #LiberaMenteCorpo. Alla manifestazione dell’orgoglio arcobaleno, organizzata da Campania Rainbow, slogan e cartelli: “Mio zio è gay e io ne sono fiero”, c’è scritto in uno di questi mostrato da due bambini, al corteo con il loro zio.

La Stampa 25.6.17
Assegno di divorzio, serve una linea unica
di Carlo Rimini*

Da quando, poco più di un mese fa, la Cassazione ha rivoluzionato i rapporti economici fra i coniugi dopo la fine del matrimonio, cancellando il diritto del coniuge debole a mantenere il tenore di vita matrimoniale, la suprema Corte ha già ribadito altre due volte il proprio nuovo orientamento. Innanzitutto ha precisato che ha diritto a ricevere l’assegno colui (o più frequentemente colei) che non è autosufficiente in quanto non è in grado di procurarsi redditi che consentono una vita «autonoma e dignitosa» aggiungendo che l’assegno deve essere contenuto in una misura che permetta, appunto, una vita dignitosa (sentenza n. 11538/2017). L’ultima novità (con la sentenza n. 15481 del 22 giugno) è l’affermazione per cui il nuovo principio si applica anche ai divorzi passati, cioè quelli già pronunciati con sentenze definitive. La legge prevede che una sentenza di divorzio possa essere modificata se sopravvengono giustificati motivi. Ebbene, la Corte ha chiarito che, anche nei giudizi di modifica di sentenze di divorzio definitive, il giudice deve revocare l’assegno a favore dell’ex coniuge più debole se questo ha ora, o può procurarsi, redditi che garantiscano l’autosufficienza economica, a nulla rilevando il tenore di vita passato.
Leggendo l’ultima sentenza, si trova inoltre menzione di un contrasto fra la Prima Sezione della Corte e il Procuratore generale. Il Procuratore generale ha chiesto che la questione relativa ai criteri per l’attribuzione dell’assegno di divorzio sia sottoposta alle Sezioni Unite. La legge infatti prevede che una questione sia decisa dalle Sezioni Unite se vi è stato un contrasto nella giurisprudenza precedente e se il problema è «di particolare importanza». I giudici della Prima Sezione hanno invece rigettato l’istanza del Procuratore generale. Una decisione singolare, sia perché la questione è effettivamente di grandissima importanza per il diritto di famiglia (e per i diritti dei coniugi che alla famiglia hanno dedicato una parte della loro esistenza), sia perché la sentenza che aveva affermato la necessità di fare riferimento al tenore di vita matrimoniale era stata pronunciata, nel 1990, proprio dalle Sezioni Unite. Il nuovo orientamento giurisprudenziale si pone quindi in contrasto con una interpretazione indicata dalle Sezioni Unite e il codice prevede che, in questi casi, la questione sia nuovamente rimessa alla decisione delle Sezioni Unite.
L’Italia è uno strano Paese: da noi è diventato più facile sciogliere un matrimonio e risolvere i rapporti economici con l’altro coniuge piuttosto che liberarsi di un inquilino moroso. È necessaria una pausa di riflessione ed è necessario che i nuovi principi relativi al riconoscimento e alla determinazione dell’assegno di divorzio - richiesti dall’evoluzione della nostra società e della famiglia - siano definiti, nell’inerzia del legislatore, dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione.
*Ordinario di diritto privato
nell’Università di Milano

Corriere 25.6.17
Come affrontare il terrorismo (e i terrorismi)
di Sergio Romano

Dall’Atlantico all’Oceano Indiano passando per il Mediterraneo e l’Africa, il significato di «terrorismo» non è sempre necessariamente lo stesso. Se un governo si riferisce all’Isis, non ci sono dubbi. Ma diverse sono le formazioni terroristiche che agiscono nel mondo.
L a lotta contro il terrorismo è la parola d’ordine di molti governi, dall’Atlantico all’Oceano Indiano passando per il Mediterraneo e per l’Africa. Ma il significato di «terrorismo» non è sempre necessariamente lo stesso. Se un governo lo denuncia riferendosi all’Isis, non ci sono dubbi. L’Isis (noto anche come Isil o Daesh) è uno Stato che ha istituzioni e strutture con cui da qualche anno controlla brutalmente un territorio a cavallo fra Iraq e Siria; ma contemporaneamente ricorre sul piano internazionale a metodi terroristici. Dispone di una armata delle ombre composta da volontari infiltrati che non esitano a sacrificare la propria vita per seminare terrore tra le popolazioni civili del Paese in cui vivono. Rivendica generalmente la paternità di ogni attentato e ha capi di cui conosciamo il nome e il curriculum. Ha una strategia riconoscibile ed è tanto più attivo come entità terroristica quanto più viene sconfitto sul terreno. Combatterlo non è facile, ma noi sappiamo che la sua efficienza dipende in larga parte da strutture e da catene di comando che possono essere distrutte.
È probabile che l’ala terroristica dell’Isis possa sopravvivere alla scomparsa dello Stato ma si tratterà, sperabilmente, di un problema generazionale, destinato a divenire meno minaccioso nell’arco di un paio di decenni. Così è accaduto in passato a quei movimenti nazionali che si servivano del terrorismo per rivendicare una patria perduta o auspicata e vincevano la partita o abbandonavano la lotta: il Fronte di liberazione nazionale (FLN) in Algeria, l’Irish Republican Army nell’Irlanda del Nord, l’Irgun zvai Leumi in Israele e altri irredentismi. I risultati furono alquanto diversi. Il FLN vinse la partita grazie al generale De Gaulle, ansioso di chiudere il capitolo algerino per fare una grande politica estera su scala mondiale. L’Ira cedette alla stanchezza, probabilmente, quando capì di avere perduto l’appoggio della grande diaspora irlandese negli Stati Uniti. L’Irgun fu messo in riga dalla fermezza e dalla saggezza di Ben Gurion. Anche il PKK (il partito curdo dei lavoratori), potrebbe rinunciare alle armi, se il problema curdo trovasse una soluzione internazionale, per essere soltanto una forza politica.
Il problema diventa molto più complicato se il terrorismo si propone irraggiungibili obiettivi religiosi: la redenzione dell’umanità, la conversione o la punizione dell’infedele, la eliminazione dell’apostata, la ricerca del martirio, l’arrivo del Messia. Ma l’Europa conosce le guerre di religione per averne fatto una drammatica esperienza nei 130 anni che vanno dalla Riforma di Lutero al Trattato di Westfalia; e sa che ogni dissidio religioso può essere usato per obiettivi politici, che la frontiera tra politica e religione è spesso facilmente scavalcabile in un senso o nell’altro. È questo, ancora più dello scontro di religioni, che rende la grande crisi medio-orientale un nodo così imbrogliato. Le grandi potenze hanno molte responsabilità. La guerra degli Stati Uniti contro l’Iraq di Saddam Hussein, nel 2003, ha avuto effetti che Washington non aveva previsto: la vittoria della maggioranza sciita contro la minoranza sunnita e la crescente influenza dell’Iran sul Paese. L’involontario successo iraniano ha allertato tutti i sunniti della regione e ha provocato in Iraq una guerra civile che non è ancora terminata.
Nelle grandi rivolte arabe del 2011, la Turchia di Erdogan ha intravisto la possibilità di creare una grande area sunnita di cui sarebbe stata la guida, come all’epoca dell’Impero Ottomano, e ha sostenuto per qualche anno tutti i jihadismi sunniti (fra cui l’Isis e le componenti più radicali della Fratellanza Musulmana) che combattevano in Siria contro il regime laico di Bashar Al Assad. L’Arabia Saudita è sunnita, ma considera la Fratellanza Musulmana una minaccia all’Islam wahabita, di cui è la maggiore espressione territoriale, e la teme anche in piccoli Paesi come il Qatar. Dall’inizio di queste crisi non vi è stato un terrorismo sunnita o sciita che non abbia goduto del sostegno o della complicità di qualche Paese della regione. In questo imbrogliato intreccio di interessi che cercano, per meglio combattersi, una nobilitazione religiosa, tutti i combattenti hanno sul loro scudo lo stesso motto: il nemico dei miei nemici, quale che sia la sua fede, è mio amico. È questa la ragione per cui la creazione di un coerente fronte anti-terrorista, in Medio Oriente, è stata sinora impossibile.

Repubblica 25.6.17
Parla Monsignor Ravasi: fede e scienza devono allearsi per battere la superficialità del momento
“La tecnica corre troppo e ci cambierà l’anima”
di Elena Dusi

ROMA. «La tecnologia corre e ci propone nuovi mezzi con una velocità che la teologia e gli altri canali della conoscenza umana non riescono a seguire». Il cardinale Gianfranco Ravasi, 74 anni, teologo, biblista, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, non è però uomo che si dia per vinto. Con il “Cortile dei Gentili” e il “Tavolo permanente per il dialogo fra scienza e religione” sta cercando “alleati” fra coloro che hanno ancora fiducia nell’uomo e nel suo pensiero. «Atei, scienziati, persino chi ancora crede nelle ideologie. Non è più tempo di contrapposizioni ma di dialogo». Nell’ultimo incontro del “Tavolo” si è parlato di intelligenza artificiale e del rapporto fra umani e umanoidi.
Perché questo dialogo fra fede e scienza?
«Religione e scienza sono spesso considerati magisteri indipendenti, due rette parallele. E dal punto di vista del metodo è giusto che sia così. Ma condividono lo stesso soggetto e lo stesso oggetto. Non possono non incontrarsi, prima o poi».
Scienza e fede sono due tonalità di una stessa musica?
«La conoscenza del mondo da parte dell’uomo avviene attraverso molti canali: la scienza e la razionalità, ma anche la teologia, l’estetica, l’amore, l’arte, il gioco, il simbolismo, che è poi il primo modo di conoscere che abbiamo da bambini. Perderli o semplificarli vuol dire impoverirsi. E purtroppo è quello che sta avvenendo oggi».
Per colpa della scienza?
«No, per colpa dell’ignoranza. Stiamo vivendo una globalizzazione della cultura contemporanea dominata solo dalla tecnica o dalla pura pratica. C’è, ad esempio, una sovrapproduzione di gadget tecnologici di fronte alla quale non riusciamo a elaborare un atteggiamento critico equilibrato. Ci ritroviamo in un’epoca di bulimia dei mezzi e atrofia dei fini. La formazione scolastica e universitaria si occupa troppo poco degli aspetti relativi all’antropologia generale. Così, l’insegnamento di arte, letteratura, greco e latino, filosofia viene progressivamente ridotto».
Con quali conseguenze?
«Ci ritroviamo spesso appiattiti, schiacciati su un’unica dimensione. Un certo uso della scienza e della tecnologia hanno prodotto in noi un cambiamento che non è solo di superficie. Se imparo a creare robot con qualità umane molto marcate, se sviluppo un’intelligenza artificiale, se intervengo in maniera sostanziale sul sistema nervoso, non sto solo facendo un grande passo avanti tecnologico, in molti casi prezioso a livello terapeutico medico. Sto compiendo anche un vero e proprio salto antropologico, che tocca questioni come libertà, responsabilità, colpa, coscienza e se vogliamo anima».
La scienza corre troppo?
«Non tanto la scienza, quanto la tecnologia: corre e ci propone nuovi mezzi con una velocità che la teologia e gli altri canali della conoscenza umana non riescono a seguire. Per questa via si può finire in una civiltà mediatica e digitale che sta diventando totalizzante. Parliamo di transumanesimo come una delle paure del futuro, ma per certi versi è già iniziato. I nativi digitali sono funzionalmente diversi rispetto agli uomini del passato. Capovolgono spesso sia il rapporto fra reale e virtuale, sia il modo tradizionale di considerare vero e falso. È come se si ritrovassero dentro a un videogioco. Inoltre, l’uomo, che è sempre stato un contemplatore e custode della natura, oggi è diventato una sorta di con-creatore. La biologia sintetica, la creazione di virus e batteri che in natura non esistono sono un’espressione di questa tendenza. Tutte queste operazioni hanno implicazioni etiche e culturali che devono essere considerate».
Scienza e fede come possono collaborare?
«Fra spiritualità e razionalità, tra fede e scienza, può instaurarsi una tensione creativa. Diceva Giovanni Paolo II che la scienza purifica la religione dalla superstizione e la religione purifica la scienza dall’idolatria e dai falsi assoluti».
L’ecologia è un altro terreno di incontro?
«Gli accordi di Parigi sono ora in difficoltà. Anche molti “laici” si riconoscono invece nella Laudato si’ di papa Francesco, che mi pare stia diventando il punto di riferimento della questione ecologica. D’altronde è scritto nei primi passi della Genesi che Dio ha affidato la Terra all’uomo per “coltivarla” ma anche per “custodirla”».
I suoi incontri con i laici ormai proseguono da qualche anno. Qual è il suo bilancio?
«Il fondatore del cristianesimo, Gesù di Nazaret, era un laico, non un sacerdote ebraico. Egli non ha esitato a formulare un principio capitale: “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”. La contrapposizione fra clericali e anticlericali ormai è sorpassata. Alcuni aspetti della laicità ci accomunano tutti e la teologia ha smesso da tempo di considerare la filosofia e la scienza solo come sue ancelle. I problemi piuttosto sono altri. Semplificazione, indifferenza, banalità, superficialità, stereotipi, luoghi comuni. Una metafora del filosofo Kierkegaard mi sembra adatta ai tempi di oggi: la nave è finita in mano al cuoco di bordo e ciò che dice il comandante con il suo megafono non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani. È indispensabile riproporre da parte di credenti e non credenti, i grandi valori culturali, spirituali, etici come shock positivo contro la superficialità ora che stiamo vivendo una svolta antropologica e culturale complessa e problematica, ma sicuramente anche esaltante».

Corriere La Lettura 25.6.17
«C’è un eccesso di reati e pene La politica è troppo emotiva»
di Luigi Ferrarella

«Ci vorrebbe un “fermo normativo” di non breve durata delle leggi che stabiliscono reati e pene, per ripensare in maniera più razionale, organica e sobria il diritto penale sostanziale». Come per i pesci quando bisogna ripopolare il mare, sembra pensare il professor Giovanni Fiandaca, fresco autore di Prima lezione di diritto penale (Laterza), che il sessantanovenne docente di diritto penale all’Università di Palermo, già presidente di commissioni ministeriali ed ex componente del Consiglio superiore della magistratura, dichiara di aver scritto «per i non specialisti» sul cosa punire, come e perché.
È un diritto penale inflazionato?
«Per effetto di frequenti rattoppi e aggiunte, sempre più somiglia a un vestito d’Arlecchino, o a un quadro dadaista nel quale prospettive e figure e colori si sovrappongono in maniera disordinata».
La società sta male e vive angosciata, allora le si somministra la pillola calmante di nuovi reati o di pene aumentate: siamo al diritto come ansiolitico?
«Come strumento per sedare le ansie collettive provocate dall’allarme-criminalità. Anche se la funzione di rassicurazione collettiva può risultare illusoria: non esistono riscontri empirici idonei a suffragare l’idea che pene draconiane servano davvero a distogliere dal commettere reati. Ragion per cui le forze politiche sbagliano nell’assecondare acriticamente le richieste collettive di maggiore punizione, le quali spesso riflettono reazioni emotive e pulsioni aggressive che sfuggono a ogni controllo razionale».
È pur sempre un modo della politica di «parlare» ai cittadini-elettori.
«La pena è sempre stata e continua a essere un potente “medium comunicativo”, il che spiega la ricorrente tentazione di due suoi usi politico-comunicativi. Primo: creando nuovi reati o inasprendo reati preesistenti, il ceto politico veicola il duplice messaggio di prendere sul serio l’allarme sociale e di farsi carico del bisogno di sicurezza dei cittadini, e perciò confida di poter così lucrare consenso elettorale. Secondo: il ricorso allo strumento penale comporta difficoltà e richiede costi assai inferiori — in risorse materiali, tecniche ed umane — rispetto alla attuazione di strategie d’intervento basate sulla prevenzione extra-giuridica e sulle riforme economico-sociali».
Da uomo di sinistra la colpisce che il «panpunitivismo» dilaghi anche lì?
«La tendenza all’impropria strumentalizzazione politica del diritto penale è in realtà da tempo trasversale. Ma rilevo che, mentre fino a un recente passato la tendenza repressiva delle forze di sinistra prendeva di mira soprattutto i reati di criminalità organizzata e quelli tipici dei colletti bianchi, queste stesse forze oggi scimmiottano la destra nell’incrementare il rigore repressivo della stessa delinquenza comune. Il che, dal mio punto di vista, segna un regresso politico-culturale. Si pensi all’impegno profuso dal Pd renziano per introdurre in una ottica populistico-vittimaria il nuovo e discutibilissimo reato dell’omicidio stradale, che rischia paradossalmente di risultare controproducente proprio rispetto al contrasto dei danni da incidenti stradali».
C’è una relazione tra sistemi elettorali e qualità della legislazione? Il maggioritario di questi anni ha giovato alla formazione del diritto penale?
«È una bella domanda. Premesso che mancano puntuali studi storico-ricostruttivi, mi limito a rilevare che la garanzia democratica sottostante alla riserva di legge in materia penale è volta a che le deliberazioni politiche su reati e pene siano frutto di un confronto dialettico il più possibile rappresentativo di tutte le posizioni. Da questo punto di vista, la logica della riserva di legge penalistica sembra compatibile più con la democrazia proporzionale che con quella maggioritaria. Ciò premesso in linea di principio, osservo che il maggioritario di questi anni, oltre a non risultare pienamente consonante con l’esigenza costituzionale di coprire col massimo di rappresentatività politica possibile la produzione di norme penali, non mi pare abbia per altro verso giovato a rendere più chiara, univoca o di approvazione più spedita la legiferazione penale, che ha dovuto accettare compromessi forse in misura maggiore che in passato».
Come giudica l’appena approvata nuova legge sul processo penale?
«A maggior ragione se guardata con le lenti del professore, va incontro a più di un rilievo. A parte gli ormai consueti aumenti di pena, spot pubblicitari a scopo elettoralistico, certo in teoria si poteva fare di meglio e di più. Quanto alla prescrizione, è poco corretto considerarla isolatamente dagli altri problemi di funzionamento del sistema giudiziario e, comunque, la soluzione non può consistere nell’allungarne sempre più i tempi, neppure nei reati di corruzione. Accade non di rado che le indagini, anziché prendere le mosse da ipotesi di reato sufficientemente profilate sin dall’inizio, impieghino molto tempo nell’andare alla ricerca di possibili reati. Inoltre, i tempi si allungano ulteriormente perché i pm non sempre dispongono delle conoscenze e competenze per risolvere con ragionevole tempestività i nodi sulla legittimità degli atti e sulle frequenti incertezze connesse alla fitta e oscura boscaglia delle disposizioni amministrative dietro cui si celerebbero gli accordi corruttivi».
Ma voi professori siete innocenti o è vero pure, come in Radbruch da lei citato, che il diritto «ha perso la sua buona coscienza»? Ormai quasi a ogni cattedratico si può appiccicare in partenza l’appartenenza a un ambito politico del quale si sa già farà la stampella.
«La scienza del diritto penale non si basa su conoscenze certe e neutrali, ma è una scienza debole e composita a sua volta ancorata a postulati politico-ideologici, e intrisa di giudizi di valore non sempre supportati da basi empiriche. Ma una cosa è esserne responsabilmente consapevoli. Altra cosa è che il cattedratico di turno si riduca a operare come un servo del principe, al servizio di una parte politica rinunciando in anticipo a ogni autonomia di giudizio e pensiero critico, così violando ogni regola di moralità professionale. Devo ammettere che, purtroppo, in alcuni casi questo completo asservimento si è verificato e continua a verificarsi, con conseguente pericolo di perdita di credibilità da parte di tutti».
I magistrati hanno da guardarsi più dall’esterno o da se stessi?
«Ritengo incomba più il rischio di possibili derive che non di minacce esterne. Andrebbe arginata una certa tendenza giudiziale a eludere basilari principi garantistici quali riserva di legge e tassatività, la quale sfocia in applicazioni così estensive da equivalere in alcuni casi a vere e proprie creazioni giurisprudenziali di nuove ipotesi di reato: un libertinaggio ermeneutico che, per quanto praticato anche in buona fede per soddisfare ritenute esigenze di tutela trascurate dal legislatore, viola il principio costituzionale della divisione dei poteri. Un’altra possibile deriva la riconnetterei alla persistente pretesa di una parte della magistratura, che può estendersi per contagio alle toghe più giovani, di assolvere ruoli di attori politici e educatori collettivi, nella convinzione anche sincera che la giustizia penale abbia tra i suoi compiti il rinnovamento politico e la moralizzazione pubblica. Dall’esterno, invece, non mi pare in questo momento il potere politico vagheggi riforme volte a limitare l’autonomia e l’indipendenza del potere giudiziario. Se mai, mi sembra insidiosa minaccia esterna da scongiurare la perdurante tentazione della politica di corteggiare magistrati-star promettendo loro ruoli politici di primo piano, come la recente offerta da parte del Movimento 5-Stelle al pm Nino Di Matteo della candidatura a presidente della Regione siciliana o del Ministero della Giustizia in un eventuale governo grillino. È un perverso circuito giudiziario-politico che danneggia e discredita sia la giustizia, sia la politica».
Primo a criticare radicalmente i presupposti giuridici del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia, su ciò lei è stato a sua volta assai criticato.
«Da quella stessa parte di pm che io ho criticato nei miei scritti? Se è così, non sorprende. Ma è più rilevante che le mie critiche siano del tutto condivise da pm assai autorevoli e noti, di entrambe le aree, conservatrice e progressista, della magistratura. Continuo a ritenere che questo processo infinito, su storia e politica dei primi anni Novanta più che su plausibili ipotesi di reato — che rischia di avvitarsi sempre più su se stesso riproponendo teoremi accusatori più volte smentiti in altri processi e ribadendo con insistenza verità frutto più di fede che di logica probatoria — costituisca un grande laboratorio di analisi e riflessione per tutti i giuristi interessati a studiare al microscopio i possibili straripamenti e le mutazioni funzionali del processo penale».
Forse per questo però è stato pure «arruolato» da garantismi pelosi.
«Respingo fermamente, per il suo carattere decisamente illiberale, l’obiezione secondo cui non è lecito muovere critiche che possono oggettivamente prestarsi a essere strumentalizzate dal fronte dei garantisti pelosi: se le critiche sono fondate, lo studioso che le muove deve anche accettare il rischio di una possibile strumentalizzazione. Un eccesso di “correttezza politica”, più che giovare, nuoce a quell’impegno per la verità cui ogni sistema democratico non può rinunciare».
lferrarella@corriere.it

Corriere La Lettura 25.6.17
Sei personaggi in cerca di Pirandello

«E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell’averla scoperta (...), ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore». Sotto lo stesso cielo di Sicilia dove il suo innocente personaggio scopre la Luna, la notte del 28 giugno 1867 nacque Luigi Pirandello. Scettico, razionale, cerebrale, eppure poetico come in questa novella del 1907, il drammaturgo, narratore e saggista, premio Nobel nel 1934, venne alla luce nell’allora Girgenti (dal 1929 Agrigento) in un podere di campagna detto il Caos. Nome che l’intellettuale stesso avrebbe considerato simbolico negli anni a venire. Nel 1892 si stabilì a Roma, dove avrebbe vissuto la maggior parte della vita e dove morì nel 1936.
Numerose dall’inizio del 2017, in Italia e all’estero, le attività, tra mostre, convegni, rappresentazioni, per i 150 anni dalla nascita dell’autore. Come il concorso Uno, nessuno e centomila del ministero dell’Istruzione, dedicato a sceneggiature di studenti ispirate a una novella di Pirandello. O le iniziative della Farnesina con gli Istituti italiani di cultura. Ancora più fitte, le proposte in vista del «compleanno». Il 28 giugno in contrada Caos, vicino alla casa natale, si terranno letture dalle 3 e un quarto del mattino (ora in cui, da atto da poco pubblicato dal Comune, nacque l’autore). Il 6 luglio arriveranno il capo dello Stato, Sergio Mattarella, il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, degli Esteri Angelino Alfano (che ad Agrigento è nato), lo scrittore Andrea Camilleri, presidente onorario del Comitato per le celebrazioni.
Di abitazione in abitazione, il 28 giugno l’Istituto di studi pirandelliani e per la drammaturgia contemporanea organizzerà a Roma, tra le diverse attività in programma, La casa ispirata : progetto a cura di Annamaria Andreoli, Dina Saponaro e Lucia Torsello, grazie a cui la dimora-museo del Nobel si animerà con proiezioni e voci che ne racconteranno la storia, attraverso testi dello stesso Pirandello. Scopo delle celebrazioni è anche attualizzare l’autore. A Torino, durante il Festival Pirandello, in corso fino al 13 luglio, il dramma Sei personaggi in cerca d’autore è stato riletto da un gruppo di studenti musulmani «in cerca di un luogo dove approdare».
Anche «la Lettura» ricorda il Nobel, chiedendo a sei personalità della narrativa, del cinema, del teatro, dell’università, che lo hanno interpretato, messo in scena, analizzato, di raccontare chi era (o pareva) Pirandello.

Corriere La Lettura 25.6.17
La lezione di Eschilo: addomesticare la violenza
di Laura Zangarini

Un maestoso teatro da settecento posti e per tetto un cielo di stelle. Dopo Sogno di una notte di mezza estate , che ha inaugurato la nuova Arena Shakespeare di Teatro Due di Parma, il calendario prosegue con la messa in scena, il 5 e 6 luglio in prima nazionale, di I Persiani di Eschilo affidati alla regia di Andrea Chiodi e a un cast di dieci attori guidato da Elisabetta Pozzi. A introdurre i temi della più antica tragedia greca, Teatro Due ha invitato Pierre Judet de La Combe (nella foto), fra i massimi ellenisti al mondo, che terrà un seminario per attori e drammaturghi ( Il teatro greco e «I Persiani» di Eschilo , dal 26 al 28 giugno) e una lezione aperta al pubblico ( «I Persiani» e il pianto della vittoria , il 29 giugno alle 18.30).
Che cosa racconta la tragedia?
«Eschilo, che aveva combattuto contro i Persiani, mette in scena un dramma in cui i vinti vivono il trionfo del nemico con immenso dolore. Con gli strumenti emozionali della tragedia — musica, pianto, lunghi e orribili racconti — sottopone agli Ateniesi l’esperienza della perdita, della morte, della sconfitta, mostrando la realtà con gli occhi del nemico».
Eschilo mette in scena una guerra di civiltà?
«No, affatto».
Come si sviluppò il teatro?
«La tragedia è una creazione moderna, rivoluzionaria. L’iniziatore di questa creazione è stato, nel VI secolo a.C. il tiranno d’Atene Pisistrato, che voleva essere moderno e, con l’appoggio del popolo, rompere il vecchio modello aristocratico. Il dialogo che, sulla scena, è sempre confrontato alla presenza di un pubblico, il coro, riproduce la struttura di base della comunicazione politica in democrazia».
Chi lo finanziava?
«Era un’arte pubblica, ma il finanziamento era privato. I cittadini ricchi potevano scegliere se finanziare il teatro o pagare per la costruzione di una nave da guerra. Si trattava dunque di un’arte costosa, con un grande sfoggio di costumi e macchinari, che ricorda il teatro musicale barocco».
Quale forma d’arte è oggi l’erede del teatro greco?
«Credo ancora il teatro. Anche se nella maggior parte dei casi oggi si rinuncia al coro. Non siamo più in una cultura in cui la collettività, come gruppo il cui canto è una sola voce, crea realmente senso. Ma la distanza fra palcoscenico e spettatore rimane il fondamento del teatro. Crea possibilità di estraneità, di ritorno verso se stessi dopo una sorta di percorso iniziatico dove provvisoriamente diventiamo altri; definisce sempre un luogo d’esperienza decisivo per l’espansione degli individui, per l’invenzione di un nuovo immaginario che fa appello all’insieme dei sensi».
Che cosa insegna oggi Eschilo?
«A non bloccarci su un’identità, collettiva o individuale; a capire che quello che siamo dipende da situazioni che non abbiamo previsto e che siamo noi stessi solo se sappiamo immaginarci come diversi. Ci insegna anche la violenza, ad anticiparla, ad addomesticarne gli effetti più nocivi. Dopo la Seconda guerra mondiale, le democrazie hanno disimparato la familiarità con la violenza. Oggi, di fronte al suo riaffacciarsi quotidiano, non sappiamo come trattarla, come viverla. I Persiani , al di là dei grandi temi geopolitici del conflitto mondiale fra Grecia e Asia, è una tragedia che insiste sull’esperienza intima dei fatti di guerra e dà l’occasione, grazie alla bellezza dell’artificio teatrale, di comprenderla, senza snaturarla, senza ideologizzarla».

Corriere La Lettura 25.6.17
L’uomo-lupo era donna Sulle tracce del primo serial killer della Spagna
di Irena Alison

C’è un lupo che si aggira per i boschi della Galizia. Ma non è un predatore qualsiasi. Quel lupo era un uomo (o una donna?) che quasi due secoli fa ha terrorizzato la Spagna lasciandosi dietro una scia di omicidi, e che ancora aleggia nelle credenze popolari e nelle disquisizioni degli antropologi. A questa figura tra mito e cronaca nera, Manuel Blanco Romasanta, primo serial killer spagnolo, presunto licantropo e probabile ermafrodita, la fotografa Laia Abril ha dedicato il suo ultimo progetto, Lobismuller , diventato un libro e un’installazione ora in mostra a Roma, al Macro la Pelanda, nell’ambito del festival Fotoleggendo.
Concepito come un thriller, i cui indizi visivi si rivelano lentamente nel susseguirsi delle pagine, Lobismuller è un viaggio dark nella memoria e nell’inconscio collettivo. Un tentativo, in bilico tra documentazione e libera reinterpretazione, di disseppellire memorie, paure ancestrali, verità celate: chi era in realtà Romasanta? Cosa lo ha spinto a uccidere? E come si crea un mostro?
«Quella di Romasanta è una storia molto famosa in Spagna, oggetto di romanzi, film, ricerche — racconta Abril, a Roma per la mostra —. Io, però, pur essendo per metà galiziana, non ne avevo mai sentito parlare fino a quando, nel 2012, non ho letto il suo nome sul giornale». L’uomo-lupo era una donna. È bastato questo — a una fotografa il cui lavoro ruota tutto intorno al corpo, le identità di genere e la traduzione visiva dell’invisibile — per maturare il desiderio di calarsi nelle pieghe di questa storia nera. Basato sulle ultime ricerche effettuate, l’articolo riportava un’evidenza sconcertante: Manuel Romasanta era nato Manuela, e all’età di 8 anni il suo nome da bambina era stato cambiato in quello di un uomo, quando un dottore aveva riscontrato in lui l’emersione tardiva dei caratteri maschili. «Ma davvero il più celebre, folle e sanguinario serial killer di Spagna era nato donna? Immaginiamo i genitori, il dottore e il prete che decisero di cambiargli il nome: non avendo gli strumenti per comprendere la sua condizione di intersessuale, forse hanno pensato che fosse un mostro». E Manuel un mostro lo diventa davvero: una volta adulto, adesca giovani donne povere e sole con la promessa di un impiego in una città lontana. Il viaggio è lungo, e lui si propone di scortarle. Ma una volta calata la notte sui boschi della Galizia, Antonia, Josefa, Manuela, Benita e i loro figli, diventano le sue vittime. Le uccide, le divora e ne asporta il grasso, per trasformarlo in sapone. Nell’oscurità di quei luoghi, e di quella mente, Laia Abril ha deciso di immergersi con il suo obbiettivo: per ricostruire, proiettando il suo sguardo sul paesaggio, la vicenda e i conflitti interiori di Romasanta. «Il mio problema era rendere questa storia visibile, perché non c’è alcuna immagine che la documenta. Ho deciso allora di partire dall’osservazione del paesaggio. Lì ho cercato l’assassino».
Nel libro, evanescenti visioni in bianco e nero della Galizia contemporanea — in molti angoli, dice l’autrice, rimasta identica a quella dell’epoca — si alternano a elementi, stampati in negativo sul rosso, che formano, pagina dopo pagina, una pista da seguire per ricostruire il modus operandi e la psicologia del serial killer: un’ampolla con del grasso, un ramo di aconito, il teschio di un lupo. Ogni frammento racconta chi era Romasanta, o chi credeva di essere: devotissimo e efferato, femmineo negli atteggiamenti e bestiale negli appetiti. «Quando finalmente fu arrestato, e gli furono imputati 17 omicidi, Manuel ammise di averne commessi 13, ma si dichiarò non colpevole. Secondo la sua versione, a causa di una maledizione lanciatagli dalla sua famiglia, era infatti diventato un licantropo, e uccideva all’unico scopo di sfamare il lupo». Primo processo per licantropia della storia spagnola, la Causa 1.778, Contro Hombre Lobo , dura più di un anno e mezzo. «La sentenza è una condanna a morte, ma Manuel sarà poi graziato dalla regina Isabella II per poter diventare oggetto di studio».
Così come l’inizio, anche la fine, sopraggiunta secondo la versione ufficiale nel 1863 a causa di un cancro, sfuma nelle congetture del mito. Secondo alcuni, sarebbe stato ucciso da una guardia con cinque proiettili d’argento. Per altri, fuggito dal carcere, si sarebbe fatto una nuova vita nei panni di donna. Ma secondo gli abitanti della Galizia, sarebbe tornato lupo e continuerebbe ad aggirarsi nei boschi. Il finale di Lobismuller , dunque, resta aperto. E il corpo di Romasanta, a oggi, non è ancora stato trovato.

Il Fatto 25.6.17
Un piccolo appunto per De Benedetti

Carlo De Benedetti si è congedato dopo quasi 40 anni dalla guida del suo impero editoriale – affidato ora al figlio Marco – con una lunga intervista a Repubblica, comprensibilmente autocelebrativa. “Ho sempre pensato che bisogna organizzare la propria successione imprenditoriale e familiare finché si è in vita e si ragiona con lucidità. Ho visto troppe catastrofi accadere dopo la morte di fondatori che non hanno saputo o voluto preparare questo passaggio”, ha spiegato l’ex padrone del Gruppo Espresso. De Benedetti non ha negato la crisi, che però “non è di Repubblica né solo italiana, è una sofferenza che coinvolge l’intero sistema dell’editoria mondiale”. Ha descritto con enfasi la parabola del suo quotidiano e il suo ruolo nella cultura nazionale: “Senza dubbio, Repubblica è un giornale che sa trasmettere il proprio Dna. Grazie a Scalfari, Caracciolo e Ezio Mauro l’Italia, per me, è diventata un Paese migliore”. Tutto bello, tutto (più o meno) condivisibile. Solo un appunto, se l’ingegnere consente: quando dice “Siamo l’unica impresa editoriale italiana che non ha mai perso in un solo trimestre”, ecco, si dimentica qualcuno. Nel nostro piccolo, ci tenevamo a farglielo notare.

Il Sole Domenica 25.6.17
I demoni della mia cameretta
Siamo tutti dei sopravvissuti alle nostre paure dell’infanzia: quella di trasformarci in lupi mannari, della fine del mondo, di non essere amati, della morte...
di  Michael Cunningham

Paura n.1

Come molti bambini, ho dormito in una camera da letto infestata dai demoni. Uno viveva sotto il letto, l’altro nel ripostiglio.
Le loro mani erano sinistri bouquet di artigli neri, più lunghi del tagliacarte d’ebano di mio padre. I loro volti ricordavano quello del clown col suo ghigno folle nella scatola a sorpresa che i miei genitori mi avevano regalato a Natale. Non facevo mai saltar fuori il clown da quella scatola dipinta a righe e pois dall’aria innocua, ma la scatola era sempre lì, su una mensola della mia stanza, con il pagliaccio intrappolato al suo interno, in attesa che qualcuno girasse la manovella e lo facesse uscire.
C’erano diversi metodi per evitare di essere catturati dai demoni. Dovevo zompare a letto da circa un metro di distanza, in modo che il demone sotto il letto non potesse agguantarmi il piede e trascinarmi laggiù. La porta del ripostiglio doveva restare sempre chiusa affinché il demone restasse lì dentro. Bastava che si vedesse uno spiraglio, e bisognava chiamare mia madre o mio padre per chiudere la porta – io non potevo rischiare di avvicinarmi tanto.
Una volta saltato a letto e assicuratomi che la porta del ripostiglio fosse perfettamente chiusa, dovevo continuare a fissare il lumino da notte a forma di stella sul comodino finché non mi addormentavo. La luce era una forza che mi proteggeva. I demoni, per motivi che conoscevo ma non riuscivo a capire, non potevano avvicinarvisi.
Credo di associare ancora la sicurezza a un lumino a batteria a forma di stella, leggermente più piccolo di un dischetto da hockey.
Paura n.2
In fondo all’isolato del quartiere della mia infanzia, una signora decrepita veniva spinta in carrozzina sulla veranda ogni giorno e lasciata lì, per ore, dalla figlia. La vecchia era cieca, e così restava semplicemente rivolta verso la strada, senza poterla vedere. Nonostante ciò, dava l’impressione di star guardando qualcosa con muta disapprovazione, attraverso occhi che erano fessure bianco-azzurre in un volto che pareva quasi di carta spiegazzata, di un rosa pallido.
Era l’incarnazione della rabbia e del dolore in un sobborgo residenziale che per il resto era riuscito a bandire qualunque stato d’animo non fosse un blando buonumore. I prati erano di un verde vivo, falciati ogni sabato da uomini cordiali che salutavano con un cenno chiunque passasse di lì. I quotidiani venivano portati in casa tutte le mattine, e per quanto terrificanti potessero essere le notizie, nessuno mai usciva di corsa, urlando, da quelle case ben curate.
La vecchia proveniva da un universo parallelo di furibonda, inacidita disfatta. Dovevo passarle davanti due volte al giorno, mentre andavo a scuola e ne tornavo, e pensavo sempre che non solo mi vedeva attraverso quegli occhi vuoti, ma sperava – e persino sapeva – che stava per accadere qualcosa di tremendo, a me, alla mia famiglia o all’intero isolato.
Come poi si scoprì, non è questo fosse del tutto sbagliato.
Paura n.3
Con la pubertà, quando i peli cominciarono a spuntare là dove c’era stata solo pelle liscia e pallida, pensai di star attraversando una metamorfosi, come quella di un lupo mannaro – di star diventando letteralmente un mostro.
I miei genitori non mi avevano parlato della pubertà – la nostra non era una famiglia in cui si discutesse di simili argomenti. Per quasi un anno credetti fermamente che da bambino innocente mi sarei tramutato in creatura pericolosa, e che una volta compiuta la metamorfosi mi sarei ritrovato interamente ricoperto di ruvido pelame, una bestia feroce e famelica, irriconoscibile; che sarebbe stato necessario rinchiudere nel seminterrato il mostro in cui mi sarei trasformato per evitare che sbudellasse e divorasse chiunque vedeva.
Mi sbagliavo, ovviamente, ma non del tutto. Il bambino innocuo di un tempo divenne in effetti un adolescente, un estraneo imbronciato in seno alla famiglia, un ragazzino capace di commettere crimini – crimini emotivi, ma pur sempre crimini. Rinfacciavo a mia madre di amarmi troppo, schernivo implacabilmente la mia sorellina, tanto che a volte passava giornate intere da sola nella sua stanza, criticavo tutto quello che mio padre faceva o diceva.
Da allora in avanti sono stato un lupo mannaro. Ho finito per abituarmici – dopo tutto, è la condizione nota anche come maturità. Il dolce bambino se n’è andato, e non c’è ragione di credere che tornerà.
Paura n.4
Ho cominciato a temere la fine del mondo nella tarda adolescenza. Fino a quel momento, tutti i possibili disastri mi erano sembrati locali e personali; mi ci volle più tempo per capire che il mondo sarebbe potuto perire a causa della sovrappopolazione, dell’inquinamento o della guerra atomica, per citare solo alcune delle numerose catastrofi plausibili. Quando divenni un po’ più grande mi resi conto che il mondo sarebbe potuto morire anche d’odio, fanatismo, crudeltà, o semplicemente di dolore e della stessa disperazione.
Quella paura, naturalmente, è ancora viva in me, come in tutti noi.
Paura n.5
Quando avevo poco più di trent’anni, ero convinto che non mi sarei mai innamorato. C’era stata qualche storia, qualche infatuazione, e un paio di relazioni, ma quello che intendevo con amore – il pugnale conficcato nel cuore; il giubilo così intenso da rasentare il dolore; l’urgente bisogno di sapere tutto di un’altra persona, di sapere cosa si provi a essere quest’altra persona, di indossare la sua pelle e guardare il mondo attraverso i suoi occhi – nulla di tutto ciò mi era mai capitato.
Avevo provato desiderio. Avevo provato affetto. Ma non avevo provato quello che sapevo essere il vero amore; non avevo provato quello che Tristano aveva provato per Isotta, o quello che Jay Gatsby aveva provato per Daisy Buchanan.
Sembrava non ne fossi capace. Il mio era uno spirito limitato, abbastanza caloroso, ma non fatto della materia ardente, profonda, da cui sorge un amore così forte da trascendere la condizione mortale. La mia sarebbe stata una vita prosaica. Avrei conosciuto l’amicizia e il cameratismo, ma non la trasfigurazione romantica o erotica.
Questa paura si dimostrò infondata. Anche se ci sono ancora certi giorni, giorni in cui sono irritato da mio marito, giorni in cui mi reputo misconosciuto, trascurato, indesiderato... ci sono ancora giorni in cui pare, per quanto fugacemente, che quell’antica paura fosse fondata.
Paura n.6
Adesso ho superato i sessanta, e la mortalità non è più l’astrazione che sembrava essere quando ero più giovane. Non sono mai stato, di certo non da adulto, ignaro del fatto che la vita ha un termine, però mi pareva un evento remoto, qualcosa che si trovava al di là della linea dell’orizzonte; un evento così lontano nel futuro quanto il giorno in cui il sole sarebbe esploso in una supernova, incenerendo il sistema solare.
La morte era qualcosa che capitava agli altri.
Sospetto arrivi un momento in ogni vita – in ogni vita che dura quanto la mia, quantomeno – in cui la condizione mortale cessa di essere qualcosa di estraneo, che non ci riguarda; in cui capiamo (come è potuto sfuggirci, prima?) che non solo capiterà a noi ma capiterà a noi come ci conosciamo; che difficilmente ci trasformeremo in un’altra forma di vita, una forma di vita cui la fine della vita non fa alcun effetto, essendosi rassegnata a quello che troverà al di là di essa, qualunque cosa sia.
Questa paura è adesso una strana compagna per me. È un po’ come un cane indisciplinato, dato che può risultare molesto ma, essendo sempre con me, offre paradossalmente una consolazione che nasce dalla familiarità.
Quella creatura mordace raggomitolata lì nell’angolo, a ringhiare con quello sguardo minaccioso... Non farci caso. È la mia condizione di mortale.
Paura n.7
Non ce la faccio a scrivere il suo nome.
Coraggio, numeri dall’uno al sette.
Ogni storia di paura è anche una storia di coraggio. Per il momento limitiamoci a dire che con coraggio intendiamo la sopravvivenza alla paura.
Ci vuole coraggio anche solo per vivere. E così, chiunque senta o legga queste parole è coraggioso per definizione, perché chiunque senta o legga queste parole è sopravvissuto alla propria autobiografia di paure. Io sono sopravvissuto alla mia, e non ho più fegato della media.
Non voglio dire che siamo così coraggiosi da essere immuni alle nostre paure. Non voglio dire che siamo privi di paure. Però continuiamo a vivere. Teniamo testa ai demoni della nostra infanzia, in un modo o nell’altro cresciamo e – cosa più importante – esistiamo in questo momento in un mondo così minaccioso che chiunque tra noi potrebbe ragionevolmente abbandonarsi alla disperazione, o all’alcol, o a qualunque altro conforto si presenti al posto del nudo e crudo coraggio che ci vuole per ostinarsi a sopravvivere.
Sigmund Freud, che su alcune cose aveva ragione, disse «La vita, così come ci è imposta, è troppo dura per noi».
Possiamo accettare di riconoscere il coraggio quotidiano che ci unisce, anche mentre viviamo vite troppo dure per noi? Mi sia concesso di aggiungere la speranza che a ciascuno di noi, a suo modo, sia stata data una piccola luce, in una forma o in un’altra, per aiutarci a superare il terrore delle notti della nostra infanzia, e che quel lumino, sebbene più luminoso certe notti che altre, non si sia mai del tutto spento, per nessuno di noi.
– Traduzione Licia Vighi

Il Sole Domenica 25.6.17
Come immunizzarsi dalla paura
di Paolo Legrenzi

Nella sua rassegna enciclopedica sull’ansia e la paura, Joseph LeDoux, studioso di New York che ha dedicato la vita a queste problematiche, racconta di un coniglio che, in un pomeriggio d’estate, va ad abbeverarsi all’acqua fresca di uno stagno. Improvvisamente, viene attaccato e ferito da una lince. Riesce però a fuggire. Il coniglio memorizza l’informazione collegata a questa esperienza: l’odore della lince, i suoni e lo scenario in cui è avvenuto l’attacco. Questa situazione è stata scomposta in laboratorio in tutti i suoi fattori fin dai tempi di Pavlov (1849-1936): il ricercatore russo, primo psicologo premio Nobel (per la medicina, 1904), misurava la forza delle associazioni tra uno stimolo spiacevole e un certo stato di cose. In laboratorio si può anche riprodurre il processo che Pavlov ha chiamato “estinzione”.
Se il coniglio visita la pozza d’acqua diverse volte e non succede nulla, i segnali minacciosi a suo tempo associati all’attacco della lince perderanno la loro efficacia. Il coniglio, tranquillizzatosi, tornerà a bere. E poi, in un attimo, la lince ricompare e lo attacca di nuovo! Questa volta riesce a salvarsi perché si rifugia in un piccolo buco di un albero. Il coniglio si ricorderà del successo di questa manovra e potrà farvi affidamento ogni volta che un pericolo lo richiederà. Un animale o un uomo, una volta appresa una strategia di salvezza, possono ricorrervi evitando preventivamente le possibili fonti di minacce. Quest’abitudine, se sistematica, ha la contro-indicazione di non metterci mai nelle condizioni di dis-imparare le paure quando le potenziali fonti di pericolo sono scomparse per sempre.
Capita così che le persone sviluppino false credenze a proposito di azioni evitanti che si crede impediscano esiti negativi. Un adattamento ai pericoli del mondo, nel frattempo scomparsi, fissa paure inutili di cui diventa impossibile scoprire l’inutilità. L’assenza di coraggio può trasformarsi in ansie ineliminabili quando le false credenze sono condivise, come nel caso dei vaccini.
L’equilibro è delicato anche nel corso dell’educazione dei bambini: è giusto insegnare loro come evitare i pericoli. Bisogna tuttavia impedire che l’evitamento diventi automatico al punto da essere messo in atto anche quando è inutile, o addirittura disadattivo. In un mondo complesso, come quello in cui ci muoviamo oggi, le fonti di pericolo non sono sempre bene identificabili. Molte persone con disturbi d’ansia fanno di tutto per evitare situazioni ritenute potenzialmente minacciose. E tuttavia, poiché si crede in tal modo di prevenire la minaccia, in realtà inesistente, la risposta volta a sfuggire ai presunti scenari pericolosi è rinforzata al punto che non si riesce più a smontarla per quanto inutile (o dannosa).
La difficoltà di tale smontaggio risiede nel fatto che molti dei segnali erroneamente interpretati innescano processi mentali automatici, di cui oggi conosciamo bene le basi neurali. Qui, ancora una volta, opera la famosa distinzione di Daniel Kahneman tra Sistema 1, che utilizza scorciatoie mentali rapide, e Sistema 2, più riflessivo e lento. La collaborazione, per solito benefica, tra questi due Sistemi può talvolta venir meno. Poniamo di trovarci in pericolo di fronte a un orso su una strada di campagna. Potremmo decidere di correre via più in fretta possibile sulla base dell’intuizione (Sistema 1) che un animale grande e grosso a quattro zampe non sia agile e corra meno veloce degli animali a due zampe. La decisione viene presa sulla base dell’euristica: “4 zampe e grosso = lento”, senza ricorrere al giudizio ponderato del Sistema 2. In effetti, gli orsi possono correre assai velocemente. Le paure si trasformano in ansie per un eccesso d’uso del Sistema 1 rispetto al 2.
Le nuove tecniche di ricerca hanno permesso di identificare i circuiti neurali che sono responsabili di questi meccanismi. E siamo in grado di specificare le diverse funzioni dello striato ventrale (NAcc), dell’amigdala estesa (BNST), dell’ippocampo e di varie zone della corteccia prefrontale. Sappiamo come, perché e dove (nel cervello) l’elaborazione dei segnali di pericolo può incepparsi.
Le persone ansiose mostrano una maggiore attenzione alle minacce e non sanno discriminare bene tra pericoli reali e scenari sicuri. Inoltre eccedono nelle strategie di evitamento delle minacce e, soprattutto, sopravvalutano le loro probabilità e conseguenze. Infine manifestano un’esagerata reattività alle incertezze presenti in questo mondo complesso e alla loro vulnerabilità rispetto a tali fonti d’incertezza. Tutti questi meccanismi, che possono diventare patologici, non solo sono stati localizzati a livello neurale ma sono anche utilizzabili per frantumare esperienze soggettive come quella descritta da Patrick McGrath.
Lo scrittore esce di casa, inciampa e cade. Non gli era mai capitato e si deprime perché prende coscienza della sua vulnerabilità personale. La storia non finisce con la disattenzione di un pedone. Da allora, quando McGrath esce di casa, annusa il pericolo circostante e si sente vulnerabile anche a minacce che non dipendono dalla sua disattenzione: parchi, bar e, soprattutto, altre persone. Poi per fortuna non succede nulla per giorni e giorni, e le minacce lentamente si estinguono. Qualcosa però è cambiato per sempre nella testa di McGrath: dai tempi delle elezioni presidenziali tutta l’America è diventata minacciosa. Se uno si convince di questo, è arduo instillargli dubbi. È scattato un parallelo tra fenomeni inconfrontabili: la graffetta dimenticata dal chirurgo in testa e il frammento di insicurezza infilato nel corpo politico americano.
Il romanziere Mark Haddon, ne I ragazzi che se ne andarono di casa in cerca della paura, ci fa precipitare in nove racconti diversi che hanno in comune lo scivolo della paura nel mondo incerto di oggi. Non solo non siamo invulnerabili ai pericoli, ma non riusciamo neppure a immaginare strategie per ridurre la vulnerabilità perché l’inatteso è sempre in agguato. Come nel caso di McGrath, Haddon mostra che non è il mondo a privarci del coraggio ma la nostra testa.
La più bella dimostrazione del fatto che paure e ansie le costruiamo noi, è presentata nella fiaba dei fratelli Grimm: Storia di uno che se ne andò in cerca della paura. Si narra di un ragazzo che desidera provare la pelle d’oca ma non riesce a vedere nel mondo nulla di minaccioso. Non è né coraggioso né incosciente. Semplicemente non riconosce i pericoli, proprio come il celebre personaggio dei fumetti Mr. Magoo. L’indimenticabile Magoo attraversa i guai ma non prova paura perché letteralmente semicieco. Lascia una scia di catastrofi alle sue spalle, ignaro degli scampati pericoli. A differenza di McGrath che inciampa e pensa che tutta l’America stia inciampando, Magoo procede imperterrito.
L’israeliano Kahneman, quello del Sistema 1 e 2, premio Nobel dell’economia (perché anche nel 2002 non c’era per la psicologia), durante la guerra dei sei giorni, era il tipico anti-Magoo perché vedeva guai in eccesso. Il suo amico, e compagno combattente, Amos Tversky lo prendeva in giro perché soffriva due volte: prima per l’assenza di coraggio e poi perché, talvolta, il guaio temuto capitava veramente .
Joseph LeDoux, Ansia. Come il cervello aiuta a capirla , Raffaello Cortina editore, Milano, 2015, pagg. 629, € 36
Mark Haddon, I ragazzi che se andarono di casa in cerca della paura , Einaudi, Torino, pagg. 292, € 20

Il Sole Domenica 25.6.17
Seneca, la conquista della felicità
di Armando Massarenti

«Quando la Pirelli cominciò a farmi girare per il mondo, non ci misi molto a rendermi conto che l’ubriacatura consumistica della business community e il materialismo reaganiano degli anni Ottanta ricordavano proprio quella società augustea a neroniana che Orazio e Seneca prendevano di mira. Da vizio privato, il tradurre si trasformò per me in pubblica virtù». Così commenta Gavino Manca il suo “pubblico servizio” di manager e al contempo anche di traduttore di testi classici latini: nel leggere la sua versione del dialogo La vita felice (De vita beata) di Lucio Anneo Seneca (da poco riproposta da Einaudi), ci accorgiamo che anche lui, come Seneca – pedagogo e consigliere personale dell’imperatore Nerone -, è un uomo “al vertice” che trova solo nella filosofia quel riparo sicuro dai marosi che l’esistenza non risparmia a nessuno, ma che infligge abbondantemente a chi vive a contatto con qualsiasi forma di potere. Non ci stupisce sapere dunque, come sottolinea Carlo Carena nella sua brillante introduzione, che questo trattato filosofico fu suggerito nel 1645 da Cartesio alla principessa Elisabetta di Boemia quale utile lettura, forse, per sopportare con maggior forza morale i disagi del suo status aristocratico. «Tutti gli uomini vogliono essere felici, ma nessuno riesce a vedere bene cosa occorra per rendere la vita felice». Il tema del dialogo dedicato al fratello Gallione è la difficile ricerca della felicità, da intendersi non certo in senso moderno, ma quale eudaimonia, cioè quel benessere psicofisico o equilibrio interiore che è assolutamente necessario per non cadere in mezzo ai rivolgimenti continui della sorte: la filosofia stoica - incentrata sul principio dell’autarchia - vi è presentata come un “esercizio spirituale” quotidiano, rivolto soprattutto alla sfera pratica del vivere. Le circostanze che spinsero Seneca a comporre questo testo, a ben guardare, furono tempestose: il filosofo, allora ancora precettore di un promettente giovane Nerone, si trovò a dover difendersi dalle accuse di un tal Publio Suillio Rufo, che criticava nel filosofo stoico una vita vissuta nei lussi e nelle ricchezze, assai lontana, nella sua essenza, dalla rigidità dei precetti della dottrina stoica. Per questo, nella lettura, rintracciamo talvolta una certa acrimonia che non è consueta del tono di Seneca: per esempio quando leggiamo le accuse rivolte ai filosofi epicurei, dediti più al piacere del corpo che non a quello dello spirito, ormai lontani dal modello virtuoso del loro frugale predecessore Epicuro. Ma la forza argomentativa maggiore consiste nel dimostrare come la ricchezza materiale non debba affatto considerarsi un male per la virtù: al contrario, le ricchezze, quando guadagnate onestamente, diventano un’opportunità in più per il sapiente che può dedicarsi liberamente all’otium filosofico senza l’oppressione dei gravami della penuria economica e, soprattutto, i beni in quantità divengono per la sua virtù un banco di prova, quando il saggio ricco dimostra al mondo di essere capace di resistere alle passioni e ai desideri che spesso accompagnano la ricchezza. Ma, autodifesa a parte, il vero senso di questo prezioso saggio di filosofia morale - da accostare alle Lettere a Lucilio, proposte quest’anno all’esame di maturità - lo troviamo nella definizione della virtù come pratica intellettuale, un sapiente uso della ragione per affrontare di volta in volta le asperità concrete del vivere. Il valore del discorso senecano consiste nel presentarci tale virtù come un lunghissimo cammino lungo il quale tante volte si cade, ma si diviene tanto più saggi quanto più si è capaci di rialzarsi. È questa, infatti, la nota fondamentale: Seneca non sale in cattedra, non si presenta come un saggio, ma come un uomo qualunque alle prese con la conquista lenta e continua della saggezza. Quest’ultima potrebbe non essere mai raggiunta, ma il fatto stesso di avere tentato di realizzarla, ci ha reso la vita meno invivibile, ci ha reso un po’ meno nemici di noi stessi. In questa ricerca consiste la virtù, in questa condizione interiore di ricerca filosofica pratica consiste la felicità, che è un equilibrio che va riassestato momento dopo momento e non si dà una volta per tutte. «I filosofi – scrive Seneca - non mettono in pratica sempre quello che predicano. Fanno già molto, proprio perché predicano e perché nutrono pensieri elevati: se agissero anche come parlano, chi sarebbe più felice di loro? Intanto non c’è ragione per disprezzare le parole virtuose e gli animi ricchi di buone intenzioni. La meditazione sulla saggezza è sempre lodevole, anche a prescindere dai risultati».

Il Sole Domenica 25.6.17
Cercando merito e trasparenza
di Gilberto Corbellini

Dove stia andando la scienza, nessuno lo sa. Anche perché non era previsto che la selezione naturale portasse all’evoluzione dell’uomo, né che questi evolvesse culturalmente conoscenze che consentiranno presto di cambiare la propria genetica dell’uomo e forse di far funzionare ancora meglio le società. Fino a quando i nostri discendenti non prenderanno in mano un certo controllo della natura umana, ci si può aspettare che la scienza continuerà a progredire nelle forme che ci sono note, con gradi diversi di efficienza ed efficacia a seconda della sussistenza di alcune precondizioni economico-sociali, cioè politiche. Sarebbe nell’interesse della comunità scientifica capire quali sono questi fattori e quale ruolo la ricerca ha svolto e svolge nel mondo umano. C’è la tendenza a dare la scienza per scontata, ma la storia racconta di civiltà del passato che erano tra le più illuminate, e che nel volgere di poche generazioni sono diventate delle teocrazie o autocrazie sanguinarie.
Il libro di Pacchioni è un eccellente riassunto dei temi più discussi, di natura sociologica e politica, sull’organizzazione dell’impresa scientifica. L’autore trascura del tutto la discussione sullo statuto epistemologico-politico della scienza nell’ambito dei Science and Technology Studies. Peccato, perché si tratta di idee accademicamente molto influenti, particolarmente nel trasmettere un’immagine deturpata dell’impresa scientifica, e per far circolare non poche insensatezze relativiste (vedi anche articolo di Massarenti sulla Domenica del 4 giugno scorso). Sarebbe tempo di capire che tra le cause delle manipolazioni politiche della scienza c’è la deriva costruttivista, che ha contagiato il mondo umanistico e non pochi professionisti di ambito istituzionale, che quando si trovano a decidere, fraintendono o depotenziano, nel nome di un dissennato relativismo, le ricadute della ricerca e della cultura scientifica per la convivenza civile.
Nel sottotitolo del libro c’è anche la parola «mercato»ma di come le dinamiche economiche interagiscono davvero con la struttura epistemologia delle scienze non si parla. Il libro si sviluppa raccontando com’è cambiata la scienza e illustrando le degenerazioni cui sono andate incontro le procedure per valutare la ricerca. L’autore riconosce che la scientometria funziona male, ma non spiega come mai sia diventata quasi un culto religioso, che pretende ottusamente sacrifici rituali per oggettivare quel che non può esserlo. Molto pertinenti sono le analisi delle trasformazioni demografiche, in particolare la crescita del numero di scienziati e di aspiranti tali (verosimilmente più di quanti ne servono, o che si possono pagare e far lavorare), che stanno interessando la comunità scientifica sul piano internazionale: cambiamenti che esercitano «pressioni» psicologiche e generano comportamenti scorretti di vario genere. Nel capitolo sulle frodi, il fenomeno, attribuito anch’esso alle pressioni esercitate dal contesto, è descritto sulla base dei dati statistici e delle analisi più generali, per concludere che il riguarda solo «poche mele marce». Non è così, e c’è una seria emergenza di indebolimento dei processi di formazione e addestramento morale e professionale dei ricercatori da parte di chi guida un laboratorio o un gruppo di ricerca.
Ci sono nel libro affermazioni sul futuro della scienza che di primo acchito paiono sensate. Ma dopo cinquant’anni che gli scienziati le ripetono, senza essere riusciti a cambiare niente nella percezione sociale della scienza, che è peggiorata, forse sono inutili ai fini di accreditare meglio socialmente la scienza. Per esempio, agli scienziati piace dire che la scienza «non è democratica». Così, però, dimostrano di intendere, riduttivamente, la democrazia come «decisione a maggioranza»: è banale dire che una teoria scientifica o una scoperta non si mettono ai voti. In realtà, la democrazia liberale è anche, se non soprattutto, «stato di diritto»”. E da questo punto di vista, le modalità di auto-governo della scienza hanno probabilmente ispirato e possono continuare a nutrire l’idea che il governo fondato sulla legge, modificabile a fronte di ripetuti controlli, vada preferito a quello incarnato in persone capaci di accendere tribali istinti populisti.
Un rischio che la scienza corre è la politicizzazione. Da sempre gli scienziati fanno accordi coi politici, e cercano di portar via vantaggi personali. Si possono citare decine di scienziati che hanno trafficato con la politica per primeggiare nei finanziamenti o nella visibilità pubblica. I danni causati dalle ingerenze della politica sono stati però più spesso gravissimi, e non pochi ricercatori si sono giocati la reputazione. I politici non sanno distinguere tra uno scienziato che ha idee buone e un mediocre, e, se non usano procedure oggettive e trasparenti, scelgono su basi soggettive e opportunistiche. Da mezzo secolo almeno, comunità scientifica e legislatori o decisori che hanno a cuore l’efficienza e l’efficacia della ricerca scientifica reclutano o finanziano, nell’interesse comunie, attraverso la competizione e in modo che chi valuta o consiglia sia esente da conflitti di interesse.
In Italia questa etica pubblica, applicata alla ricerca, non ha mai decollato. Forse perché non siamo diventati protestanti? Può darsi. In ogni caso, in nessuno stato liberale una fondazione di diritto privato, riceverebbe quantità ingenti di denaro pubblico in eterno, cioè tasse degli italiani, senza dover competere e senza rispondere di come lo usa. In nessun paese civile la comunità scientifica accetterebbe l’assegnazione non competitiva o un reclutamento per le vie amicali, per progettare realizzare infrastrutture complesse e di frontiera. Non esiste stato liberale privo di un’agenzia della ricerca o che consenta a enti privati di comportarsi come un’agenzia, usando soldi pubblici per appropriarsi nel proprio interesse della ricerca di scienziati il cui stipendio è pagato dallo stato. In nessun paese liberale si consentirebbe che la governance di un ente che amministra circa 100milioni di soldi pubblici all’anno rimanga sempre la stessa per quasi tre lustri. Eppure questo accade con IIT, che il compianto Nanni Bignami, che di politica della ricerca ci capisce vedeva come una minaccia per la libertà della scienza in Italia.
Il valore morale e civile delle procedure competitive trasparenti nell’assegnazione di denaro pubblico, in Italia, proprio non si vuole capire. E se non meraviglia che certi comportamenti li mettano in atto dei manager, rattrista che formidabili ricercatori che a parole invocano meritocrazia, sia disposti a calpestare i principi del merito, se dalle manovre irregolari derivano vantaggi anche per loro.
Gianfranco Pacchioni, Scienza, quo vadis? Tra passione intellettuale
e mercato , il Mulino, Bologna,
pagg. 146, € 11

Il Sole Domenica 25.6.17
I luoghi dell’aldilà
Benvenuti nel Limbo
Storia di un «settore intermedio» e delle sue implicazioni dogmatiche, teologiche, culturali e sociali. E la sua iconografia
di Salvatore Settis

È possibile fare la storia del paradiso o dell’inferno, luoghi che si suppongono ab aeterno e in aeternum immutabili? Per un cristiano almeno, è possibile: perché la Redenzione è un colpo di spada che taglia in due l’intera vicenda del genere umano, e il Dio che s’incarna e s’immola sulla Croce innesca una nuova demografia dell’aldilà. Primo iscritto all’anagrafe del Paradiso cristiano è il Buon Ladrone (Dismas secondo gli Apocrifi), dato che nel Vangelo di Luca Gesù gli dice «In verità ti dico, oggi sarai con me in paradiso». Ma se fu la morte e la resurrezione del Cristo ad aprire le porte del paradiso, quale era stato il destino dei profeti dell’Antico Testamento? E dove mai saranno andati a finire gli antichi pagani che non poterono esser redenti? Che destino avranno i bambini che muoiono prima di ricevere il battesimo? A dirigere il traffico delle anime nell’oltretomba ci vogliono regole sicure, e dove la Bibbia tace ci pensano i fedeli. Nasce così un’immaginosa topografia di luoghi intermedi, il Purgatorio e il Limbo, che per essere meno codificati meglio si prestano al racconto storico, all’analisi in termini di storia sociale. A raccontare La nascita del Purgatorio, si sa, ci ha pensato Le Goff in un libro famoso (1981), che però lasciava al margine la questione del Limbo. Un tema tornato di prepotenza sulla scena della dottrina cattolica con un documento di Benedetto XVI del gennaio 2007, che chiude una volta per tutte «l’ipotesi teologica del Limbo». Il poderoso studio di Chiara Franceschini affronta ora la storia del Limbo, la sua iconografia, le implicazioni dogmatiche e teologiche della discussione sul tema, i suoi molteplici significati religiosi, culturali e sociali.
Maneggiando con sapienza e con grazia una documentazione impressionante per varietà e per mole, Franceschini (ottima studiosa italiana i cui meriti sono stati riconosciuti con una cattedra all’università di Monaco di Baviera) intende la storia del Limbo come un terrain vague che si presta a incrociare con inconsueta intensità tre filoni troppo spesso disgiunti: la storia delle credenze, quella delle rappresentazioni e la codificazione dottrinale. La Chiesa romana fu a lungo «refrattaria a pronunciarsi chiaramente riguardo al destino dell’umanità non battezzata ma innocente, un’umanità il cui statuto divenne così residuale». Ogni lettore di Dante ricorderà con emozione il IV canto dell’Inferno, dove «gente di molto valore / conobbi che ’n quel limbo eran sospesi», anime che vivendo «sanza speme ... in disio» «sembianza avean né trista né lieta». Senza colpa ma senza battesimo, il Paradiso era loro precluso: ma dove altro avrebbe potuto stare lo stesso Virgilio, i poeti suoi compagni da Omero a Ovidio, gli «spiriti magni» da Cesare ad Aristotele, da Avicenna al Saladino? Il Limbo di Dante è «un nobile castello / sette volte cerchiato d’alte mura», immagine squisitamente cortese col suo debito paesaggio terreno, «un bel fiumicello» e «un prato di fresca verdura»: l’estensione nell’aldilà di una vita spirituale mondana, anche se ferita dalla mancata visione di Dio. Una concezione che offriva una risposta “naturale” alla suprema ingiustizia di una vita immacolata, ma senza retribuzione eterna.
Franceschini insiste giustamente sulla «debolezza sistematica» del discorso dottrinale sul destino dei morti innocenti: e sullo sfondo di questa secolare incertezza si dispiega la sua esplorazione delle credenze e delle rappresentazioni figurate del Limbo, qui indagate come mai prima si era fatto. Perfino Dante esita, menzionando appena gli infanti nella sua lunga descrizione del Limbo in Inferno, IV, e mettendo invece in primo piano nel canto di Sordello (Purgatorio, VII) i «pargoli innocenti / dai denti morsi della morte avante / che fosser da l’umana colpa esenti», cioè prima del battesimo. A questa divergenza interna si annodano alcune fra le più antiche immagini del Limbo, come la grotta affollata di bambini miniata da Francesco Traini a illustrare il commento di Guido da Pisa alla Commedia in un codice di Chantilly (1335-40) e l’assemblea degli spiriti magni in un manoscritto di Altona un po’ più tardo. Uno dei capitoli più intensi e convincenti del libro analizza questi ed altri passi di Dante, per esempio quello in cui Traiano e il troiano Rifeo sono collocati senz’altro in Paradiso; o l’ardua collatio, di sapore scolastico, di Paradiso, XIX, dove la voce corale dell’Aquila «che nel dolce frui / liete facevan l’anime conserte» condanna il dubbio radicale di Dante. «Ché tu dicevi: un uom nasce a la riva / de l’Indo, e quivi non è chi ragioni / di Cristo (...). Muore non battezzato e senza fede: / ov’è questa giustizia, che ’l condanna?».
In questo libro, le voci altissime come quella di Dante s’intrecciano con testi ed episodi “minori” che però le illuminano di luce nuova. Sul versante figurativo spicca Michelangelo, in alcune belle pagine sul Tondo Doni, a cui l’Autrice aveva già dedicato un articolo accolto dal «Journal of the Warburg and Courtauld Institutes» (2010), e subito premiato da Harvard Center for Renaissance Studies come il miglior articolo di storia dell’arte dell’anno. Nel famoso dipinto (1506-7), è difficile capire che cosa ci stiano a fare i cinque ignudi sullo sfondo. Furono davvero dipinti solo «per mostrar l’arte sua esser grandissima» (Vasari)? Non saranno invece angeli senza ali, o allusioni all’antichità pagana, o all’umanità ante legem? O ha ragione chi li considera una «biasimevol licenza» dell’artista, che toglie valore alla composizione? Franceschini segue un’altra strada: valorizzando le difficoltà interpretative emerse dalla storia degli studi, propone di leggere il Tondo alla doppia luce della sua commissione e del genere a cui appartiene, il tondo devozionale (illuminante, fra gli altri, il confronto con la Madonna Medici di Luca Signorelli). Dipinto dopo le nozze tra Agnolo Doni e Maddalena Strozzi (i loro stemmi s’intrecciano negli intagli della cornice), il quadro di Michelangelo allude alla sorte dei loro figli, almeno quattro, «morti subito dopo la nascita, e tutti battezzati Giovanni Battista». Rappresentati in età adulta, perché secondo una diffusa credenza alle anime dei bimbi «morti nel corpo de la madre si accrescerà la statura tanto quanto fussero morti di 33 anni» (Gilio), gli ignudi dello sfondo, scrive Franceschini, possono perciò «rappresentare una consolante e salvifica prefigurazione della terra luminosa “ben purgata” e “glorificata” dove i morti senza battesimo, una volta risorti, potranno comunque godere dei beni naturali in eterno».
Organizzata in sequenza cronologica ma richiamando spesso le grandi e ricorrenti questioni teologiche e sociali di fondo (in particolare la natura della giustizia divina), la Storia del Limbo di Chiara Franceschini è ricca di medaglioni come questo, squarci vivacissimi e ricchi di interesse anche umano in una vicenda millenaria. Essa si aggancia ormai, com’era fatale, alle dispute intorno all’aborto, condannato dalla Chiesa romana. Forse per questo, come dichiara il documento papale del 2007, nell’aldilà non può più aver posto «un destino intermedio e naturale, guadagnatoci dalla grazia di Cristo» come il Limbo. «Nonostante sia concepibile un ordine puramente naturale, di fatto nessuna esistenza umana viene mai vissuta in un tale ordine. L’ordine attuale è soprannaturale, e dal primissimo momento in cui ha inizio ogni vita umana ci vengono aperti canali di grazia». Meglio dunque, semmai, garantire anche nei casi più difficili che la gravidanza non venga interrotta: perciò il miracolo che consentì la beatificazione di Paolo VI, il papa della Humanae Vitae, fu la guarigione di un feto in California (2014), ed è in attesa di conferma un suo secondo e simile miracolo, stavolta in Italia, annunciato dal Corriere (31 marzo). «Può accadere che i feti periclitanti vengano salvati per miracolo, ma un destino naturale, intermedio e buono, non ordinato dalla Chiesa, non può esistere» (Franceschini). Chiuse per sempre le porte del Limbo, era davvero tempo di tracciarne la storia.
Chiara Franceschini, Storia del Limbo , Feltrinelli, Milano, pagg. 560, € 45

Il Sole Domenica 25.6.17
Il fantasma di Ovidio
Da duemila anni s’aggira nell’aldilà e non s’è mai placato. È stato il poeta messo da parte. Come oggi i classici
di Paola Mastrocola

Mi è capitato di evocare Ovidio, qualche giorno fa. Ero a Napoli, ospite dell’Altra Galassia. Valeria Parrella, che dirige il festival, s’è inventata questa modalità: Evocazione d’autore. Si scende nei sotterranei ombrosi di un monastero, buio, qualche candela accesa, il pubblico si dispone intorno e lo scrittore ospite evoca un autore che gli piace, morto non importa da quanto, può essere un mese o un millennio. Dialoga con lui, gli dice cosa pensa delle sue opere, gli fa domande. E il pubblico ascolta. Tra il pubblico anche le padrone di casa, le monache di Santa Chiara, in prima fila, attente, divertite, per nulla stupite che si dialoghi coi morti. Hanno ragione: in fondo, cos’altro è leggere se non la sfida eterna, e il miracolo, di dialogare con gli assenti?
Ovidio si fa poco a scuola. La scena del periodo augusteo è dominata da Virgilio, e Orazio. Ovidio passa in secondo piano, è soltanto il poeta dell’amore, raffinato, mondano: liquidato tra il frivolo e il decadente. È anche il poeta dei miti, certo, colui che ha messo un po’ d’ordine nello sterminato campo mitologico fornendo, di 250 miti, una versione narrativa: per questo nei secoli è stato ampiamente ripreso, citato, ri-raccontato, dal medioevo a oggi, da narratori e poeti. È il poeta frivolo dell’amore, dunque, e anche il poeta del mito, forse più saccheggiato dell’antichità.
Io l’ho scoperto quando studiavo Petrarca all’università: ho letto per conto mio Le metamorfosi, stupita di così rara bellezza. Ovidio ha cercato, legando i miti tra di loro attraverso l’idea di metamorfosi, di suggerire una possibile soluzione alla morte: noi oggi siamo esseri umani, domani saremo un fiore, un cigno, una nuvola… Nulla muore, tutto si trasforma. Questo raccontano i miti: Dafne tramutata in alloro, Batto in sasso, Scilla in gabbiano. Un’idea pacificata del nostro destino mortale. E, anche, l’idea che il mondo che ci circonda non sia soltanto quel che appare: un narciso, per esempio, può esser stato un bellissimo ragazzo che amava specchiarsi; e la fonte a cui andiamo a bere, un tempo era una ninfa che fuggiva per non essere amata da un fiume.
(I fiumi s’innamorano delle ninfe, nei miti…).
Ovidio è arrivato, a un certo punto della nostra seduta spiritica. È apparso, s’è sentita la sua presenza nell’aria. S’è fermato al fondo della sala, nella zona più buia. Elegante, un mantello porpora buttato sulle spalle. Il volto un po’ reclinato, e lo sguardo avanti, perduto nel nulla. È rimasto lì, appoggiato al muro, in disparte.
Ovidio è sempre stato in disparte. E ora è un’ombra triste. È da duemila anni che si aggira tristemente nell’aldilà, non s’è mai placato, non s’è dato ragioni. È stato il poeta messo da parte. Nella sua vita, a un certo punto, si apre una ferita, ed è inguaribile: quando lui ha già cinquant’anni, di colpo, Augusto non lo vuole più, gli manda l’ordine di lasciare Roma, lo relega sul mar Nero, in un posto inospitale, sperduto tra i barbari. In esilio. Senza famiglia, senza amici. I suoi libri banditi da ogni biblioteca. Cancellato! Non si sa il perché. Ovidio non lo ha raccontato, se non per cenni, vaghe allusioni: forse la sua opera, il suo pensiero libero, la sua idea che l’amore travalichi ogni legge davano fastidio al programma augusteo di restaurazione moraleggiante; forse una complicità negli amori illeciti di Giulia minore, nipote dell’imperatore. Chissà. Forse non si conoscono mai le ragioni per cui si viene allontanati, respinti, ostracizzati, esiliati dal mondo che conta e messi da parte, come soprammobili che di colpo non piacciono più, indesiderati, dimenticati, impolverati: morti viventi, abitanti in angoli sperduti d’inesistenza. Oggi come ieri? Forse sì. Si appartiene all’establishment, o non si appartiene. Nel qual caso non si esiste, ovvero si conduce un’esistenza marginale, periferica. Il potere domina, e occulto dirige le nostre sorti, senza fornire le ragioni. Il dolore di Ovidio è eterno, inconsolabile.
Lo evoco leggendo alcuni passi delle sue opere, passi che ho amato, o passi dimenticati, o che non conoscevo, mai letti (questo è evocare gli autori morti: leggerli!). Per esempio un passo dell’Ars amatoria, l’opera incriminata, invisa ad Augusto, un passo dove Ovidio dice agli uomini che per conquistare una donna è bene essere gentili. Essere gentili, che idea… fuori dal tempo! E fornisce questo esempio di gentilezza: «E se per caso, come succede, a lei si posa in grembo un granello di polvere, tu, pronto, cogli con le tue dita quel granello; e se non c’è nulla, coglilo lo stesso».
Ovidio, poeta della gentilezza… e della amorosa finzione. Poeta del granello di polvere che, reale o fittizio, si posa o non si posa sul grembo ella donna, e l’uomo raccoglie, comunque, per sempre, da due millenni…
Stavo pensando, mentre scrivevo: ma chi legge oggi Ovidio? Chi va alla Feltrinelli e si compra un’opera di Ovidio? E di Seneca, o di Properzio?
Voglio dire chi di noi, gente comune, non specializzata in studi classici, si accorge che esistono ancora libri tipo La brevità della vita o i Tristia, e li sceglie, decide di comprarli e portarseli a casa al posto dell’ultimo romanzo del noto giallista o dell’ultimo saggio del noto giornalista o psicanalista? Eppure sono librini maneggevoli ed economici, edizioni tascabili modernissime, BUR, Oscar; non sono tomi polverosi rilegati in pelle. Sono classici vestiti da contemporanei (quali sono, in effetti…).
Forse stiamo commettendo un grosso errore: forse dovremmo smettere di incitare alla lettura dei classici! Smettere di dire che è bello leggerli, che dobbiamo farlo, che se non lo facciamo chissà cosa ci perdiamo.
Dovremmo far finta di niente, e non distinguere i classici da tutti gli altri libri: lasciarli indistinti, non contrassegnati, mescolarli all’ultimo romanzo del noto romanziere contemporaneo, disporli in libreria in ordine alfabetico e basta: Seneca sotto la S, come Stancanelli, Starnone e Sorrentino. Mettere gli autori di duemila anni fa in competizione diretta con noi viventi, e stare a vedere cosa succede. Non relegarli invece in uno scaffale a parte con la dizione «Classici greci e latini». No. Questo è metterli in disparte, esiliarli: renderli marginali, periferici, inesistenti. Lasciamoli liberi, a concorrere in un libero mercato. L’ignoranza può giocare a favore, in questo caso (dico l’ignoranza di tutti noi oggi, infinitamente meno colti delle generazioni precedenti, cattivi studenti, irretiti nella rete dell’utopia digitale, promossi e mai bocciati, laureati e poi, da subito, smemorizzati): voglio dire che magari uno entra in libreria (negozio vero o scaffale online, fa lo stesso), ignora, non sa chi sia questo Ovidio… e lo compra! Magari perché attirato dalla copertina, o dal titolo, o dalla quarta di copertina. Lo compra perché gli va di comprarlo, o perché lo confonde con un cantautore, o perché nello scaffale sta nella O accanto a Odifreddi. Non importa, lo compra e se lo porta a casa, e probabilmente, visto che se l’è comprato, se lo leggerà pure!
Smettiamo di esortare ai classici. Smettiamo di chiamarli classici. Non distinguiamoli dagli altri. Lasciamo che siano felicemente e atemporalmente indistinguibili.
Ecco, chiamiamoli gli Indistinguibili.

La Stampa 25.6.17
Teatro vecchio togliti gli occhiali
A 150 anni dalla nascita, il discorso pronunciato nel ’34 all’inaugurazione della nuova sede dellaStampa
di Luigi Pirandello

Sarà forse nota anche a voi l’avventura di quel povero campagnuolo, il quale, avendo sentito dire al suo parroco che non poteva leggere perché aveva lasciato a casa gli occhiali, alzò l’ingegno e concepì la peregrina idea che il saper leggere dipendesse dall’aver un pajo d’occhiali; per cui se ne venne in città ed entrato in una bottega d’occhialajo domandò:
- Occhiali per leggere!
Ma poiché nessun pajo d’occhiali riusciva a far leggere il pover’uomo, l’occhialajo alla fine spazientito, dopo aver buttato giù mezza bottega, sbuffò:
- Ma insomma, sapete leggere?
Al che, meravigliato, il campagnuolo:
- Oh, bella! E se sapessi leggere, sarei venuto da voi?
Orbene, di questa ingenua maraviglia del pover’uomo di campagna dovrebbero avere il coraggio e la franchezza tutti coloro che, non avendo né un proprio pensiero né un proprio sentimento da esprimere, credono che per comporre una commedia, un dramma o magari una tragedia, basti semplicemente mettersi a scrivere a modo d’un altro.
Alla domanda: - Ma, insomma, avete qualche cosa di proprio vostro da dirci? - dovrebbero avere il coraggio e la franchezza di rispondere: - Oh, bella! E se avessimo qualcosa di proprio nostro da dire, comporremmo forse così, a modo d’un altro?
Ma comprendo che questo sarebbe veramente un chieder troppo.
Basterebbe forse che questi tali non s’indispettissero tanto allorché qualcuno fa loro notare pacatamente che nessuno vieta, è vero, l’esercizio di fare e rifare un teatro già fatto, ma che questo esercizio significa che non si hanno occhi propri, bensì un pajo d’occhiali tolti in prestito altrui.
È stato detto e ripetuto che la facoltà imitativa o decorativa nella natura dell’ingegno latino in generale è superiore alla inventiva o creativa, e che tutta quanta la storia del nostro teatro, e in genere, della nostra letteratura, non è altro in fondo che un perpetuo avvicendarsi di maniere imitate; e che, insomma, cercando in essa si trovano certo moltissimi occhiali e pochissimi occhi, i quali tuttavia non sdegnarono spesso, anzi ebbero in pregio di munirsi d’antiche lenti classiche per vedere a modo di Plauto o di Terenzio o di Seneca, che a loro volta avevano veduto a modo dei tragici greci e di Menandro e della commedia di mezzo ateniese. Ma questi - diciamo cosi - ausili visivi erano almeno fabbricati in casa nostra dalla Retorica che tenne sempre da noi bottega d’occhiali; e questi occhiali passarono da un naso all’altro per generazioni e generazioni di nasi, finché all’improvviso, con l’insorgere del romanticismo, non si levò il grido: - Signori, proviamoci un po’ a guardare con gli occhi nostri! - Si tentò; ma, ahimè, si riuscì a vedere ben poco. E cominciò allora l’importazione degli occhiali stranieri.
Storia vecchia. E non ne avrei fatto parola, se veramente un po’ da per tutto non si fosse arrivati a tal punto che, per entrare nel favore del pubblico, non giovi tanto avere un pajo d’occhi proprii, quanto esser forniti d’un pajo di occhiali altrui, i quali faccian vedere uomini e vita d’una certa maniera e di un dato colore, cioè come vuole la moda o come il gusto corrente del pubblico comanda. E guaj a chi sdegni o ricusi comunque d’inforcarseli, a chi s’ostini a voler guardare uomini e vita a suo modo: il suo vedere, se semplice, sarà detto nudo; se sincero, volgare; se intimo e acuto, oscuro e paradossale; e la naturale espressione di questo mondo nuovo apparrà sempre piena di grandissimi difetti.
Riparlerò di questi difetti. Il più grosso e il più notato, è stato sempre - in ogni tempo - quello dello « scriver male». È una pena riconoscerlo, ma tutte le visioni originali della vita sono sempre espresse male. Cosi almeno furono sempre giudicate al loro primo apparire, segnatamente da quella peste della società che è la così detta gente colta e perbene. [...]
Signori, per il colto Quattrocento Dante scriveva male, la Divina Commedia era scritta male, e non soltanto perché non composta in latino ma in volgare, ma proprio scritta male anche in quello stesso volgare; e Machiavelli? Scrive Il Principe e deve con vergogna scusarsi e confessare di non esser colto abbastanza di lettere per scriverlo meglio. E ai fanatici del fioritissimo Tasso non sembrava forse scritto male anche L’Orlando furioso dell’Ariosto? E scritta non solo male, ma pessimamente apparve La Scienza Nuova del Vico, a cui avvenne il caso ben curioso di mettersi a scrivere in tutt’altro modo, da parere un altro, quando volle piacere a tutti coloro che erano soliti leggere con gli occhiali di quella Retorica, che egli stesso poi abitualmente professava.
Per concIudere questo discorso d’cchi e d’occhiali, il bello tuttavia è che quelli che han gli occhiali (e tutta Ia gente coIta li ha o almeno si presuppone che debba averli, e tanto più, quanto più finga di non avvedersene) predicano che in arte bisogna assolutamente aver occhi proprii; e intanto danno addosso a chi, bene o male, se ne serve; perché - intendiamoci! - occhi proprii sì, ma debbono essere e vedere in tutto e per tutto come gli occhi loro, che viceversa sono occhiali, tanto che se cascano, felice notte. [...]

La Stampa 25.6.17
Figlio del Caos contro la “gente perbene”
Lo scrittore a Torino, tra le prime teatrali e una stroncatura preventiva
di Maurizio Assalto

Quando il 12 maggio 1934, inaugurando la nuova sede torinese della Stampa, in via Roma angolo via Bertola, Luigi Pirandello pronunciò il suo discorso sul teatro nuovo e il teatro vecchio, mancavano soltanto sei mesi alla consacrazione del premio Nobel. Il «figlio del Caos» - come si definiva emblematicamente, dal nome della contrada di Girgenti in cui aveva visto la luce il 28 giugno 1867 - era all’apice della fama, una celebrità internazionale contesa dai teatri di tutto il mondo e corteggiata dal cinema. Eppure la sua prosa era intrisa di pungente ironia contro «quella peste della società che è la così detta gente colta e perbene», la stolida «onesta borghesia» che fino a pochi anni prima lo aveva contestato sonoramente.
Anche se - come continuava il discorso - ormai era richiesta «un po’ dovunque una certa lente Pirandello a detta dei maligni diabolica, che fa veder doppio e triplo, e di sghimbescio, e insomma il mondo sottosopra», nelle orecchie dello scrittore dovevano ancora risuonare gli schiamazzi del pubblico che alla prima dei Sei personaggi, nel 1921 al Teatro Valle di Roma, lo aveva costretto alla fuga in carrozza con la figlia Lietta, fatto bersaglio di monetine, mentre alcuni giovani tra i quali Galeazzo Ciano e Orio Vergani (la cui sorella Vera recitava nei panni della Figliastra) avevano formato una nerboruta squadra in sua difesa (l’episodio fu rievocato da Lucio Ridenti sulla storica rivista Il dramma, da lui fondata e diretta fino al ’68).
Al teatro, Pirandello si era volto dal 1910, quando su sollecitazione di Nino Martoglio aveva composto Lumìe di Sicilia, subito realizzando che i proventi del palcoscenico superavano di gran lunga quelli della narrativa. A Torino, dove all’inizio del secolo l’editore Streglio gli aveva pubblicato le novelle di Quand’ero matto e di Bianche e nere, lo scrittore era di casa. Qui, il 27 novembre 1917, al Teatro Carignano, esordì in prima nazionale Il piacere dell’onestà, con la compagnia di Ruggero Ruggeri. Nelle pagine torinesi dell’Avanti! Antonio Gramsci lo recensì con favore, ben cogliendone la portata eversiva: «Luigi Pirandello è un “ardito” del teatro. Le sue commedie sono tante bombe a mano che scoppiano nei cervelli degli spettatori e producono crolli di banalità, rovine di sedimenti di pensiero». E ancora Torino, nel giro di un mese, nel 1929, ospitò la prima di due testi meno noti, O di uno o di nessuno e Lazzaro.
Ma nel frattempo, a partire dai Sei personaggi, il drammaturgo dinamitardo aveva fatto saltare anche l’invisibile «quarta parete» tra gli attori e il pubblico, e le elucubrazioni meta-drammaturgiche del palcoscenico avevano messo a dura prova le platee più tradizionaliste. E proprio la pièce conclusiva della trilogia del «teatro nel teatro», Questa sera si recita a soggetto, vide sotto la Mole la sua prima nazionale (dopo l’esordio a Königsberg), il 14 aprile 1930 al Teatro di Torino, con la compagnia appositamente costituita da Guido Salvini.
Nel bene e nel male, Pirandello incrocia più volte la strada per la capitale subalpina. Già vi era transitato nel 1901 (e se ne sarebbe ricordato tre anni dopo nel Fu Mattia Pascal, rievocando un tramonto sul Lungo Po), diretto a Coazze per un mese di villeggiatura. Nel paese della Val Sangone lo colpì il motto vergato sul campanile della chiesa, «Ognuno a suo modo», che nel 1924 gli ispirò il titolo della seconda commedia della trilogia, Ciascuno a suo modo. Ma da Torino, e proprio per questa pièce, gli venne quell’anno un dispiacere, quando dalle colonne della Gazzetta del Popolo Domenico Lanza, fondatore e direttore in città del primo Teatro Stabile italiano, fine critico singolarmente chiuso alle novità del lavoro pirandelliano, stroncò lo spettacolo prima ancora dell’esordio, il 22 maggio al Teatro dei Filodrammatici di Milano.
Già due giorni prima, tuttavia, in una lettera al Corriere della Sera, l’autore si era vendicato con uno sberleffo del «feroce e riveritissimo nemico», informandolo di avere provveduto a inserire la sua stroncatura «nel primo degli intermezzi corali della commedia», in cui «sono introdotti anche i critici drammatici a dare il loro parere». Così «il signor Domenico Lanza, di qua a venti giorni, allorché la commedia sarà rappresentata a Torino, potrà risparmiarsi di scriverne ancora sulla Gazzetta del Popolo, constatando con soddisfazione come io abbia dal palcoscenico reso noto il suo anticipato giudizio anche a quella parte del pubblico che per caso non avesse letto il giornale».

La Stampa 25.6.17
Dalle contestazioni violente alla celebrazione mondiale
Nel 2000 Time ha scelto i Sei personaggi come migliore pièce del ’900. Oggi è con Shakespeare il più rappresentato in Italia
di Masolino D’Amico

Per salutare l’anno 2000 la rivista americana Time tracciò alcuni bilanci del secolo precedente, e come miglior pièce teatrale del ’900 scelse I sei personaggi in cerca d’autore. Con questa motivazione: «Realizza le principali preoccupazioni del secolo circa la vita e l’arte: la condizione esistenziale dell’uomo, la linea tra illusione e realtà». Ottant’anni prima, al debutto romano il capolavoro di Luigi Pirandello aveva provocato contrasti violenti, addirittura scazzottate in strada tra ammiratori e avversari, e aveva avuto tre sole repliche.
Le cose andarono meglio con la ripresa di Milano; in ogni caso, la risonanza oltralpe fu quasi subito impressionante. A Londra, è vero, il Lord Censore lo vietò e lo si dovette allestire in un club privato. Ma l’edizione parigina di Georges Pitoeff fu osannata dalla critica e batté il record di incassi; quella di New York ebbe 134 repliche consecutive, e fu seguita da una versione in yiddish. Da allora in poi Pirandello incontrò all’estero più attenzione che nel suo Paese, al punto che si trasferì per un lungo periodo in Germania e poi a Parigi. Alcuni suoi lavori debuttarono in terra straniera, e il cinema inglese e americano lo corteggiarono spesso, specie dopo l’avvento del sonoro, anche se con pochi risultati davvero soddisfacenti (se vi par poco un Come tu mi vuoi con Greta Garbo e Erich Von Stroheim). Nel 1934 il premio Nobel sancì una reputazione mondiale indiscussa.
Audacia innovativa
A parte l’audacia innovativa del suo teatro, audacia che non si compendia certo nella rottura della barriera tra spettatori e pubblico nei Sei personaggi, è probabile anche che Pirandello rendesse di più in traduzione, almeno agli orecchi del pubblico di allora. Che da noi era sintonizzato sulla magniloquenza dannunziana, ovvero sulla prosa d’arte, e non trovava ammirevole la secchezza di un autore così concreto nell’espressione come sfuggente nei concetti.
Oggi è il contrario, dagli anni 1960 in poi Pirandello è, con Shakespeare, il drammaturgo più eseguito in Italia. Prima di dedicarsi al teatro, dove giunse in età relativamente avanzata, aveva scritto parecchio, anche un bestseller, il romanzo Il fu Mattia Pascal, ristampato ininterrottamente da allora (1904): libro che la critica ufficiale prese sottogamba. Inoltre l’uomo di Girgenti aveva prodotto, sempre senza ostentazioni di eleganza formale, decine e decine di racconti nella tradizione del suo predecessore Giovanni Verga (che fu tra i suoi primi estimatori), impressionanti per varietà di temi e personaggi di tutte le età e condizioni sociali, vivacissima commedia umana dalla quale avrebbe poi tratto spunti per il suo teatro. Al quale arrivò quando negli anni 1910 l’amico Nino Martoglio gli chiese qualcosa per una sala che dirigeva, e per il quale si scoprì subito un talento anche di attore - famose le sue letture alle compagnie - e di manager.
Mal sopportato dal Duce
Gli oltre quaranta testi che firmò spaziano in più generi, tra cui la farsa, anche gustosissima (L’uomo, la bestia e la virtù) e l’idillio paesano in dialetto (Liolà). Ma quelli che meglio lo caratterizzano trattano casi umani fondati sull’impossibilità di raggiungere una verità soddisfacente per tutti. Per Pirandello le persone non «sono», ma «recitano» una parte, e la società non consente loro di uscirne. Quando una comunità si coalizza per costringere una sconosciuta a rivelare chi sia - Così è (se vi pare) -, ella risponde: «Io sono colei che mi si crede».
Audace nella costruzione, con primi atti in cui spesso, diversamente dalla consuetudine, non solo non si chiarisce la situazione ma si confondono le acque, Pirandello si fece una fama di causidico, di cavillatore. Benedetto Croce non lo prese sul serio come pensatore, dal che secondo alcuni il suo clamoroso voltafaccia al Manifesto degli intellettuali e l’adesione al Fascio subito dopo il delitto Matteotti. Da quel gesto Pirandello si aspettava che il regime aiutasse finanziariamente le compagnie teatrali che fondò, ma non ottenne mai altro che promesse. Del resto la sua sconsolata visione di un mondo in cui non possono esservi certezze, dell’uomo come creatura in grado di vedere solo entro il raggio del «lanternino» che si porta appresso, non poteva piacere alla fiera e progressista propaganda del regime.