venerdì 23 giugno 2017

SULLA STAMPA DI VENERDI 23 GIUGNO

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Il Fatto 23.6.17
“Il dossier Orlandi agli uomini di Ratzinger”
La scomparsa di Emanuela Dopo 34 anni il fratello Pietro non si arrende e tornerà a rivolgersi alla Segreteria di Stato vaticana
di Andrea Palladino

È un dossier segreto, custodito all'intero della Città del Vaticano, il pezzo mancante che potrebbe riaprire il caso del rapimento di Emanuela Orlandi.
SONO PASSATI 34 anni dal 22 giugno 1983, quando la figlia, all'epoca quindicenne, di un commesso della Prefettura della Casa pontificia spariva senza lasciare tracce. Da allora il fratello Pietro ha inseguito voci, piste, tracce che apparivano e sparivano nelle pieghe dell'eterna Roma papalina. Tutto portava verso quel gruppo che per un decennio ha dominato la Capitale, i Testaccini, il nucleo più misterioso, potente e ricco della banda della Magliana. E  a un nome, Renatino De Pedis, il boss sepolto per quasi vent'anni nella basilica di Sant'Apollinare.
Ieri Pietro Orlandi era al presidio in via della Conciliazione, organizzato per ricordare la scomparsa della sorella e per chiedere una risposta dal Vaticano. È sicuro che un pezzo chiave della storia sia chiuso lì: “L’esistenza di quel dossier sulla scomparsa di Emanuela – spiega al Fatto Quotidiano – è confermata dalla intercettazione di Raoul Bonarelli (vice ispettore della Gendarmeria vaticana, ndr) con il suo superiore l’anno dopo la scomparsa
della ragazza”. Una telefonata agli atti dell'inchiesta, poi archiviata dal gip di Roma, su richiesta della Procura, nel 2012. “Nella conversazione telefonica – prosegue – il superiore dice che ‘la cosa è andata alla Segreteria di Stato”. La “cosa” è la documentazione sulla scomparsa di Emanuela”.
NON È L’UNICO elemento. Nel film di Roberto Faenza, “La verità sta in cielo”, la sequenza finale (citata anche nell’istanza presentata in Vaticano dai legali di Pietro Orlandi) descrive nei particolari l’incontro tra il magistrato incaricato dell’inchiesta e un alto prelato, per la consegna del dossier Orlandi in cambio della rimozione della salma di De Pedis dalla basilica di Sant’Apollinare, la cui sepoltura stava creando grave imbarazzo al Vaticano. Proprio in seguito a questa ricostruzione il fratello di Emanuela ha chiesto lo scorso anno un incontro con il segretario di Stato Parolin. Poi, nei giorni scorsi, è stato presentata una istanza della famiglia Orlandi dallo studio legale Bernardini de Pace e dall’esperta rotale Laura Sgrò. La risposta, per ora, è stata netta: “Per il Vaticano è un caso chiuso”, ha risposto monsignor Angelo Becciu, sostituto della Segreteria di Stato. Pietro Orlandi non ha nessuna intenzione di tornare indietro, di archiviare la storia del rapimento della sorella.
“MOLTE VOLTE in questi anni eravamo sicuri di essere vicini alla soluzione – spiega al Fatto– , pronti ad andare a prendere Emanuela”. Nonostante l’archiviazione dei magistrati romani e il muro che si è alzato dal Vaticano è tuttora sicuro di arrivare alla verità. Fonti autorevoli confermano che il dossier era a disposizione dei collaboratori più vicini a Benedetto XVI. Un elemento, questo, che la famiglia è pronta a presentare alla Segreteria di Stato.

La Stampa 23.6.17
La Chiesa d’Inghilterra coprì gli abusi sui minori
Il mea culpa dell’arcivescovo di Canterbury: comportamento inaccettabile
di Christopher Lamb

È come se Papa Francesco dicesse a Benedetto XVI che non può più amministrare in pubblico. L’Arcivescovo di Canterbury, il leader spirituale della comunità anglicana di tutto il mondo ha chiesto al suo predecessore, Lord Carey, di rinunciare alla carica di vescovo onorario in seguito all’accusa di non aver adeguatamente gestito le denunce contro un ex vescovo condannato per abusi sessuali su uomini e adolescenti.
È l’ultimo capitolo, clamoroso, di un nuovo scandalo pedofilia che colpisce l’establishment del Regno Unito e in questo caso è la chiesa d’Inghilterra a finire sotto accusa. Il suo leader, l’arcivescovo di Canterbury Justin Welby, ha dovuto fare un «mea culpa» senza precedenti rivelando anni di insabbiamenti e addirittura collusioni per coprire gli abusi sessuali commessi su bambini e ragazzi da Peter Ball quando era vescovo prima di Lewes e poi di Gloucester. Quello del primate della «Church of England» è stato un atto necessario dopo la pubblicazione di «Abuse of Faith», un rapporto indipendente che fa luce su uno degli episodi più oscuri del mondo protestante britannico.
«Siamo di fronte a un comportamento imperdonabile e scioccante», ha affermato Welby, sottolineando che sono state tradite le vittime che invece andavano aiutate. I risultati del rapporto sono per certi versi sconvolgenti: è emerso che la chiesa ha perfino depistato le indagini sui reati compiuti dall’ ex vescovo nel periodo che va dagli anni Settanta fino agli anni Novanta. L’85enne Ball aveva ammesso di aver abusato di 18 ragazzi - obbligandoli ad esempio a pregare nudi - ma dopo la condanna a 32 mesi di carcere nel 2015 è stato rilasciato lo scorso febbraio dopo aver trascorso solo 16 mesi dietro le sbarre.
E fra le figure ai vertici della chiesa maggiormente coinvolte c’è appunto l’ex arcivescovo di Canterbury, George Carey, che Welby ha costretto alle dimissioni dall’incarico onorario di vice vescovo a Oxford.
In una dichiarazione, il vescovo di Oxford, Steven Croft, ha dichiarato che Lord Carey, guida della comunità anglicana nel mondo dal 1991 al 2002, ha, per il momento, «volontariamente accettato di ritirarsi dal ministero pubblico».
Un anomalo capovolgimento degli eventi per un uomo ampiamente considerato fra i leader cristiani britannici più importanti. Lord Carey, 81 anni, compare spesso sulle pagine dei giornali date le sue posizioni, molto esplicite, su una serie di argomenti: il vescovo è contrario al matrimonio fra persone dello sesso, a favore del suicidio assistito e ha anche descritto il presidente Usa Donald Trump come un «buon Samaritano».
L’arcivescovo Welby, un ex dirigente petrolifero, con la missione di ripulire la Chiesa d’Inghilterra dallo scandalo degli abusi sessuali, ha dichiarato che i risultati della relazione hanno rivelato «comportamenti inammissibili e sconvolgenti».
All’epoca nessuno credette alle accuse mosse contro Ball. L’ex vescovo vantava amicizie molto potenti tra cui quella con il principe Carlo. Lord Carey si era speso dinanzi alla polizia e alle autorità in difesa del vescovo.

il manifesto 23.6.17
A Genova tortura prevedibile. L’Italia di nuovo condannata
G8 del 2001. Per la Corte di Strasburgo le violenze della polizia alla Diaz e alla Pascoli erano evitabili. Riconosciuti 1,4 milioni di danni. E la legge passa all’Aula senza emendamenti
di Eleonora Martini

Come nel 2015 e con motivazioni ancora più dettagliate, la Corte europea dei diritti umani torna a condannare l’Italia per la «macelleria messicana», come la definì l’allora vicequestore del primo Reparto mobile di Roma Michelangelo Fournier, compiuta dalle forze dell’ordine durante il G8 di Genova del 2001 all’interno della scuola Diaz e (questa volta anche) della scuola Pascoli, dove era stato allestito il centro stampa e l’ufficio legale.
«Tortura», la definiscono ormai esplicitamente i giudici di Strasburgo che hanno dato ragione a 29 dei 42 ricorrenti (Bartesaghi Gallo e altri) e, per violazione dell’articolo 3 della Convenzione, condannano lo Stato italiano a risarcire le vittime con somme che vanno dai 45 mila ai 55 mila euro ciascuno, per un totale di circa 1,4 milioni di euro.
Un’operazione, l’irruzione nelle due scuole, «pianificata» dalla polizia e nella quale perciò l’«uso di incontrollata violenza» poteva essere evitato, motiva la Cedu, ma così non è stato. Inoltre dalla sentenza Cestaro del 2015 ancora l’Italia presenta «carenze nel sistema giuridico riguardo la punizione della tortura». Motivo per il quale coloro che sono stati ritenuti responsabili di quella folle notte di violenze non sono stati puniti adeguatamente, accusati di reati minori, presto caduti in prescrizione.
Le parole di Strasburgo arrivano in commissione Giustizia della Camera, dove si sta analizzando in quarta lettura il brutto testo di legge che introduce il reato di tortura nel nostro ordinamento penale, e fanno l’effetto della maestra che torna in classe all’improvviso. Respinti tutti gli emendamenti, il ddl arriverà in Aula il 26 giugno, senza più altri rinvii. La convinzione che di questi tempi non si possa pretendere di meglio nel Belpaese, porta ad accelerare i tempi verso l’approvazione di un testo che il Consiglio d’Europa, per ultimo, e decine di associazioni che hanno lanciato un appello contro la «legge truffa», considerano inadatto e lontano dalle convenzioni Onu e dalle raccomandazioni della Cedu.
Prendiamo ad esempio il reato specifico per pubblico ufficiale, nemmeno lontanamente preso in considerazione per via delle proteste di alcuni sindacati di polizia (a danno della maggioranza delle forze dell’ordine). Nella sentenza resa nota ieri, Strasburgo fa notare che nella notte tra il 20 e il 21 luglio 2001, quando all’interno delle due scuole furono commesse «violenze multiple e ripetute, di un livello di gravità assoluta», «la polizia non stava affrontando una situazione di emergenza, una minaccia immediata che richiedeva una risposta proporzionata ai potenziali rischi». La Corte «ritiene che i funzionari hanno avuto la possibilità di pianificare l’intervento della polizia, analizzare tutte le informazioni disponibili e tener conto della situazione di tensione e dello stress a cui gli agenti erano stati sottoposti per 48 ore». Ma, «nonostante la presenza a Genova di funzionari esperti appartenenti all’alta gerarchia della polizia, non è stata emanata alcuna direttiva specifica sull’uso della forza e non sono state date consegne adatte agli agenti su questo aspetto decisivo».
In sostanza, le Corte europea fa notare stavolta che la tortura e i trattamenti inumani e degradanti inflitti, «con gravi danni fisici e psicofisici», su persone inermi non erano imprevedibili. Non sono state frutto in una situazione sfuggita di mano. E nel frattempo nulla è cambiato.
Per Amnesty international Italia, la condanna della Cedu è «una buona notizia» perché «aiuta la memoria collettiva» e «sottolinea la necessità di rafforzare la cultura dei diritti umani tra le forze di polizia». Ma il ddl in dirittura d’arrivo alla Camera anche per il senatore di Mdp, Felice Casson, tra i firmatari del testo prima che venisse «stravolto in Senato», sarà «da un punto di vista pratico difficilmente applicabile per la nostra magistratura» e «avremo episodi chiari di tortura che non verranno mai puniti».
E al Consiglio d’Europa che due giorni fa chiedeva una fattispecie esente da ogni possibile misura di clemenza, l’Unione delle camere penali risponde di non preoccuparsi, «perché a rendere ineffettiva la norma sulla tortura non c’è bisogno né di amnistie, né di indulti, né di prescrizioni: basta che il Parlamento approvi la legge sulla tortura in via definitiva così com’è».

il manifesto 23.6.17
Quando la democrazia fu affidata a criminali di Stato
di Patrizio Gonnella

A Genova la democrazia fu sospesa e messa nelle mani di criminali di Stato. Fu fatta carta straccia della rule of law e dell’habeas corpus. Decine e decine di corpi furono seviziati, massacrati, torturati. Dopo sedici anni arriva finalmente per quarantadue di quei corpi un risarcimento politico, giudiziario, morale, economico. La Corte europea dei diritti umani, nella sentenza resa pubblica ieri, l’ha potuta chiamare tortura. Noi, nelle nostre Corti, non possiamo ancora chiamarla così, perché la tortura in Italia non è codificata come crimine.
Il 26 giugno è la giornata che le Nazioni Unite dedicano alle vittime della tortura. È anche il giorno in cui la Camera dei Deputati inizierà a votare la brutta, pasticciata e intenzionalmente confusa proposta di legge che il Senato ha approvato giusto poche settimane fa, dando cattiva prova di sé. Sono intanto trascorsi sedici anni dalle torture della Diaz e ben ventinove da quando l’Italia ha ratificato la Convenzione Onu contro la tortura che ci obbligava a introdurre nel nostro codice il crimine di tortura. Il tempo passa ma non cambia il modo in cui le istituzioni hanno cercato di non parlare di un delitto che è tanto grave in quanto commesso su persone in stato di soggezione e dalle mani dei servitori della democrazia.
Ancora una volta da Strasburgo arriva un monito a non lasciare impuniti i torturatori sul suolo italico. L’Italia infatti è una sorta di paradiso legale per i torturatori di ogni nazionalità che qui possono sentirsi sicuri e rifugiarsi da accuse e processi nei loro confronti. La sentenza risarcisce le vittime di quello che possiamo chiamare ora a tutti gli effetti un crimine di Stato, sia perché la tortura è nella storia del diritto un reato proprio di agenti dello Stato, sia perché nel caso di Genova i carnefici non sono stati due, tre o quattro ma un plotone intero con tutti i suoi governanti. Basta riguardare la sentenza della Corte di Cassazione del 2012 per leggere i nomi dei dirigenti ad altissimo livello della Polizia che furono condannati a vario titolo, ma nessuno per tortura, perché in Italia non si può condannare per tortura.
La sentenza di Strasburgo restituisce giustizia a chi non vuole che la memoria e la verità siano violentate. Il numero delle vittime e la gravità delle condanne pongono un problema politico, non solo giuridico ed economico come forse in molti al potere vorrebbero far credere, ossessionati dalla paura dei fantasmi di Genova.
Fu Antonio di Pietro, allora capo dell’Idv e ministro delle Infrastrutture, ad affossare la legge che istituiva una Commissione di inchiesta sui fatti di Genova. Una Commissione che ancora oggi sarebbe sacrosanto mettere rapidamente in piedi per fare i nomi e cognomi dei responsabili politici, militari e di Polizia di un piano sistematico criminale.
Come altro definire un piano pensato per commettere crimini contro l’umanità? Nel frattempo impunità e immunità hanno favorito le carriere dei presunti torturatori e dei loro mandanti.
Chiediamo ai governanti dello Stato italiano di oggi di rivalersi contro i responsabili politici e di Polizia di quel 2001, di fare loro causa civile, di istituire per via amministrativa un fondo per le vittime della tortura, di consentire l’identificazione degli appartenenti alle forze dell’ordine. Si può fare subito.
Se dovesse anche questa volta prevalere la melina, l’autodifesa dei vertici, il quieto vivere vorrà dire che la democrazia è ancora sospesa.
Tanti ragazzi che oggi frequentano le Università non sanno cosa è successo a Genova in quel luglio del 2001. Va loro raccontato che lo Stato democratico italiano torturò altri ragazzi come loro. Lo fece perché aveva paura delle loro bandiere della pace.

il manifesto 23.6.17
Bruno Trentin lettore di Montaigne
Il divano. Dai «diari 1988 - 1994», le note sulla lettura degli «Essais»
di Alberto Olivetti

22.6.2017, 23:59
In libreria, a Parigi, il 2 aprile del 1992. Annota Bruno Trentin nel suo diario: «…comperare libri, il mio desiderio di riprendere letture frettolose dell’adolescenza: Montaigne. Piove a Parigi come a Roma. Un tempo triste e sfasciato come questo periodo politico». Mesi cruciali per i casi italiani questi dell’anno 1992. Le inchieste sulla corruzione. Le elezioni politiche il 5 aprile. L’uccisione di Giovanni Falcone il 23 maggio e di Paolo Borsellino il 19 luglio. La firma dell’accordo con il governo sulla scala mobile e le sue dimissioni da segretario della Cgil il 31 luglio. Il 13 agosto appunta: «Ho cominciato a leggere – in fondo per la prima volta – gli Essais di Montaigne. E sono molto colpito dall’acutezza e dalla modernità di alcuni scritti (come quello sul bisogno di transfert, di oggettivare la causa del proprio dolore o del proprio malessere, anche a costo di assumere un oggetto altro, purché funga da simbolo)».
Nei Saggi, Trentin trova un riscontro, rileva una consonanza con i suoi pensieri, tanto imprevista quanto intensa. E forse vi scopre un modo di elaborare inquietudini che lo tengono e ansie. «Leggo Montaigne nel prato verde dell’Albergo di Hans e ritrovo il piacere, l’emozione della scoperta. La scalata di domani non mi fa più paura. E nemmeno la dura prova che mi attende a settembre. Pezzo per pezzo alcune riflessioni sulle vicende di luglio si sedimentano, purgate dall’ansia e dal risentimento». Del resto, in alcune pagine del diario, è affidata alle parole di Montaigne la perfetta resa della condizione nella quale egli si trova.
Stato d’animo ma, forse più esattamente, una consapevolezza che è il risultato di quel costante interrogarsi sul senso dei suoi studi e delle sue azioni. Trentin constata lo scarto che rende vane le sue ragionate convinzioni circa il che fare. Avverte come questo vallo sia il portato storico delle mancate iniziative disegnate e non condotte a compimento; di scelte dichiarate e non perseguite; di consuetudini inerziali che fanno ostacolo. Al netto degli errori, emergono l’inettitudine e il tornaconto. Il risultato è un accumulo di scorie che si frappongono, impediscono e deformano ogni ragionevole e ponderato proposito. Perché i detriti offrono appoggio alle false soluzioni, alle suggestioni loquaci, agli espedienti prolissi e fumosi che mascherano le opzioni di personale convenienza, le operazioni di meschino cabotaggio.
Una tra le prime considerazioni di Trentin a margine della lettura degli Essais recita: «tutte le ideologie sopravvissute, dal riformismo al comunismo, nella fase che precede nella sinistra il formarsi di nuove ideologie – espressioni organiche e ideali di progetti concreti – sono destinate a essere unicamente assolutorie e giustificatorie di comportamenti politici concreti completamente avulsi dal progetto originario che le ha viste nascere». Il patto con il governo di Giuliano Amato del 31 luglio ha stritolato, secondo Trentin, «qualsiasi riferimento a principi e programmi, lasciando soltanto lo spazio a schieramenti e soldi, potere e contropartite per gli esclusi». E aggiunge: «come scrive Montaigne, con questo ‘codice’ che esprime bene la ‘perdita di senso’ della politica, almeno in forze che portano nel loro codice genetico una volontà di cambiamento e di riforma, di modifica dei vecchi equilibri di potere fra le classi e i gruppi sociali, una trattativa sindacale diventa marchander».
A dicembre, a New York, alcune righe dedicate alle iniziative della Cgil da organizzare nel prossimo gennaio. Confessa il «bisogno di molta solitudine» e trascrive un brano dal De la solitude degli Essais: «Noi ci portiamo appresso le nostre catene: questa non è libertà piena, noi volgiamo gli occhi verso quello che abbiamo lasciato, ne abbiamo piena la fantasia. Il nostro male ci afferra nell’anima: ora, essa non può sfuggire a sé stessa, così bisogna emendarla e rinchiuderla in sé: è la vera solitudine, della quale si può godere in mezzo alle città e alle corti dei re; ma la si gode più comodamente in disparte. Bisogna riservarsi una retrobottega tutta nostra, del tutto indipendente, nella quale stabilire la nostra vera libertà, il nostro principale ritiro e la nostra solitudine».

il manifesto 23.6.17
Pd nervoso, anche Zingaretti in piazza con Pisapia&Bersani
Alleanze. Orfini contro Orlando. Ma dal Nazareno riparte la proposta di un listone «Senza Mpd». L'ex sindaco: non ho avuto alcun contatto con Lotti, è singolare che dopo il fallimento della legge delle larghe intese Renzi si rivolga a me per un’intesa
di Daniela Preziosi

«Oltre a non aver avuto alcun contatto con il ministro Lotti, ribadisco: è quanto meno singolare che dopo essersi accordato con Forza Italia, Lega e M5s per una legge elettorale che avrebbe portato inevitabilmente a un governo di larghe intese, e dopo il fallimento di questa, Matteo Renzi si rivolga a me per un’intesa elettorale». Giuliano Pisapia stavolta manda una nota scritta di suo pugno per assicurare che nessun contatto c’è stato fra lui e Lotti, potenziale emissario di «una proposta» di Renzi.
Non è una vera smentita dei retroscena che lo hanno fatto arrabbiare: raccontavano in realtà di tentativi di contatto da parte del ministro dello sport, andati a vuoto. Ma l’occasione è utile per sottolineare all’indirizzo di Renzi che il tempo del dialogo è scaduto. «Le coalizioni si costruiscono su programmi condivisi e con dichiarazioni pubbliche, non con trattative sotto banco», spiega, «Continuerò a impegnarmi per un soggetto autonomo, aperto e progressista che unisca esperienze diverse provenienti dal civismo, dalle associazioni laiche e cattoliche e dall’ambientalismo, in netta discontinuità con gli anomali accordi e alleanze con destra e centrodestra che il Pd ha portato avanti negli ultimi anni».
Invece dal Nazareno continuano a filtrare proposte di un «listone anche più largo di quel che si dice oggi, a sinistra e al centro», spiega un renziano di ranco, «chi arriva primo avrà l’incarico di formare il governo e dovrà giocarsela in parlamento. Dunque tutti punteranno a fare liste più ampie possibili, per ottenere voti». Listone sì, «ma senza Mdp», è la condizione. Già respinta al mittente a suo tempo da Pisapia.
La preparazione della piazza del primo luglio – a Roma, a Santi Apostoli, sarà lanciato il nuovo soggetto «Insieme» dallo stesso Pisapia e da Bersani – innervosisce il Pd. Soprattutto la notizia che alla spicciolata annunciano la loro presenza gli esponenti della minoranza (Barbara Pollastrini, Gianni Cuperlo), Orlando in testa. Una presenza, la sua, che fa storcere il naso anche alla sinistra-sinistra che contesta il decreto immigrazione che porta la sua firma. La sua presenza in piazza invece «è un’ottima notizia» per Roberto Speranza, coordinatore di Mdp, e per Pier Luigi Bersani che ha spalancato le porte agli ex compagni della minoranza Pd. A pungerlo per ora è però l’ex compagno di corrente Matteo Orfini: «Visto che abbiamo una legge elettorale che non prevede le coalizioni, ritengo sia più utile discutere con i nostri segretari di circolo su come rafforzare il Pd più che con altre forze politiche. Rischia di essere solo una discussione accademica». Replica Orlando con una certa dose di ironia: «Sono lieto che Orfini si sia ricordato che esistono i circoli del Pd che, come è noto, sono stati investiti nelle settimane scorse di una discussione ampia e approfondita sulla legge elettorale».
Il guardasigilli annuncia che quel sabato sarà anche all’assemblea dei circoli, prevista in contro programmazione all’evento incriminato. «E ricordo che le coalizioni esistono sia nei comuni che nelle regioni, pertanto, ignorare gli alleati non è segno di lungimiranza». Infatti con lui a Santi Apostoli andrà anche un altro uomo-simbolo delle coalizioni di centrosinistra, il presidente del Lazio Nicola Zingaretti.
Quanto ai comuni, sono un’altra spina per il Nazareno. Domenica si votano più di cento ballottaggi. Il Pd è avanti in meno della metà, ma nella sede Pd già si fasciano la testa in previsione di risultati non smaglianti. Motivo che ha suggerito di evitare una manifestazione nazionale di chiusura della campagna elettorale. Insieme al fatto che i candidati al secondo turno hanno preferito tenere Renzi a distanza dai loro comizi. «È divisivo», c’è chi spiega. Certo non è il brand giusto per quelli che devono chiedere i voti della sinistra-sinistra.

il manifesto 23.6.17
Renzi ferma la concorrenza di Calenda
Alla camera. Pd contro il governo, approvati quattro emendamenti in commissione. Il disegno di legge che attende da due anni di essere convertito deve tornare per la seconda volta al senato e rischia di affondare. Il ministro, idolo di Confindustria, parla di decisione incomprensibile. Ma il messaggio è per lui
A. Fab.

Il Pd che appena 48 ore fa accusava i bersaniani di mettere in difficoltà il governo, blocca alla camera uno dei provvedimenti più attesi dell’esecutivo, il disegno di legge sulla concorrenza. La concorrenza in questo caso è quella che Matteo Renzi teme possa arrivargli da Carlo Calenda, ministro titolare del dossier e recente idolo di Confindustria (per la quale è passato, e poi per l’associazione di Montezemolo e il partito di Monti, prima di fermarsi sulla soglia del Pd). Proprio raccogliendo gli applausi degli industriali, Calenda aveva detto che il disegno di legge sulla concorrenza andava approvato «senza modifiche». Aggiungendo, profetico: «Non vorrei finire come l’ultimo dei Mohicani».
Ieri le commissioni sesta (finanze) e decima (attività produttive) di Montecitorio hanno approvato invece quattro emendamenti del Pd (e identici di Forza Italia) su quattro aspetti – mercato libero dell’energia, rinnovo tacito delle assicurazioni, telemarketing e odontoiatri – che secondo il ministro «non sono sostanziali ma di mera chiarificazione, il governo era disponibile ad affrontare i punti sollevati in fase di attuazione». Tutto questo per evitare un’altra navetta e il quarto passaggio parlamentare. Che adesso invece ci sarà.
In che tempi? Con la pausa estiva dietro l’angolo e la legislatura avviata a conclusione, la preoccupazione del ministro è che il rinvio possa equivalere a un affondamento. Tanto più che al senato nessun passaggio è semplice per la maggioranza. Calenda voleva la fiducia, Gentiloni ha ascoltato Renzi e non l’ha accontentato. Ieri in commissione il sottosegretario allo sviluppo ha provato a respingere gli emendamenti (precedentemente accantonati) ma il Pd ha imposto le modifiche. Con il relatore Andrea Martella, già portavoce della mozione Orlando, costretto ad andare contro il governo. Alla fine la ministra per i rapporti con il parlamento, Anna Finocchiaro (anche lei area Orlando) ha dato l’ok alle modifiche, assicurando però un rapido via libera del senato. Intanto alla camera, dalla prossima settimana in aula, non si parla più di fiducia, ma di«rapida approvazione».
Il sottosegretario che ieri si è inutilmente opposto in commissione alle manovre del Pd è l’altrimenti noto Antonio Guidi, rappresentante di quel partito di Alfano che sta portando avanti un corteggiamento serrato a Calenda, identificato dal fiuto del ministro degli esteri (e da un po’ di giornali) come il possibile Macron italiano. Quella che adesso Alfano chiama «agenda Calenda» è solo un altro terreno dello scontro tra Renzi e l’area centrista dell’ex delfino di Berlusconi. Mentre Berlusconi in persona ha detto in tv di voler incontrare Calenda, peraltro appena uscito da un incontro con Prodi. Il ministro dello sviluppo ha fatto sapere che non negherà la visita.
Sul disegno di legge concorrenza si è morso la lingua – «altrimenti mi deprimo» -, ma assai esplicito è stato il presidente della prima commissione di Montecitorio Andrea Mazziotti, che gli è vicino: «Il Pd sui temi della concorrenza è oramai all’opposizione rispetto al governo», ha detto. Un problema in più per Gentiloni, che peraltro si trova a Bruxelles per il consiglio europeo: proprio da lì era arrivata all’Italia la raccomandazione di chiudere con la legge sulla concorrenza «che è del 2015 e non è ancora stata perfezionata». La legge in effetti attende di essere approvata da 850 giorni, fu presentata nell’aprile 2015 della allora ministra Guidi e avrebbe dovuto essere una legge annuale. «Con tutto il rispetto per il parlamento la decisione di riaprire il disegno di legge – ha concluso il ministro Calenda, facendo direttamente riferimento al prossimo esame europeo sui conti italiani – è difficilmente comprensibile e rischia di trasmettere l’ennesimo segnale negativo a cittadini, imprese e istituzioni internazionali».
Il messaggio di Renzi, invece, è proprio per Calenda ed è probabilmente più esplicito di quello consegnato al ministro da Romano Prodi. Come d’abitudine Renzi si muove blandendo e colpendo, non si può escludere neanche il puro gesto di ritorsione. «Abbiamo migliorato il testo, in alcuni passaggi creava problemi invece di risolverli. Approvare una norma imperfetta sarebbe stato, questo sì, un segnale negativo al paese», ha detto il presidente del Pd Matteo Orfini. Mentre il capogruppo del partito – alla camera – Ettore Rosato, assicurava che «non c’è spazio per la polemica politica, l’approvazione anche al senato sarà rapida». L’ultima previsione del genere riguardava la legge elettorale.

il manifesto 23.6.17
Sinistra, per accendere la luce serve un programma
Unità. Una Costituente di sinistra consisterebbe semplicemente in questo: su cosa siamo d’accordo? Su cosa non siamo d’accordo? I disaccordi sono componibili o no?
di Alberto Asor Rosa

In un articolo sul manifesto di poco tempo fa (8/6/2017) avanzavo una previsione che è risultata, inconsuetamente, azzeccata e formulavo un auspicio che invece, a quanto sembra, stenta non dico a concretizzarsi, ma più semplicemente a farsi strada.
La previsione era quella di un progressivo, sempre più rapido e sempre più insolentemente dichiarato, slittamento del Movimento 5 Stelle verso posizioni praticamente coincidenti con quelle dell’estrema destra. Le testimonianze, nel corso degli ultimi giorni, sono numerose.
Ma preferisco fermarmi all’ultima, per il suo carattere davvero speciale. E’ la posizione assunta sulla legge dello ius soli. In politica, com’è noto, esistono, a seconda delle prospettive, posizioni giuste, sbagliate, discutibili, contraddittorie, ecc… Ma se una posizione non è né giusta né sbagliata ma semplicemente disumana, come quella sostenuta da Grillo sulla richiamata legge, significa che tra quella forza e le altre, più o meno discutibili, ma che non la pensano come lui, s’è aperto un fossato invalicabile (come ovviamente per gli stessi motivi, e ancor più, con la Lega di Salvini ecc…).
Il brutto è che ciò era chiaro, chiarissimo fin dal giorno in cui Grillo emise il suo primo strillo incoerente su di una piazza italiana (si potrebbe manifestare qualche stupore perché tra gli attuali sostenitori di una sinistra “dura e pura” ce ne siano che se ne sono accorti con impressionante ritardo, per essere degli innovatori…).
IO, INVECE, SULLA BASE di una forse settaria ma alla fin fine fondatissima preveggenza, mi permetto di reiterare, anzi, di raddoppiare la previsione: con posizioni di questa natura Grillo perderà più voti di quanti pensa di acquistarne. Ossia: il declino del Movimento 5 Stelle sarà lento, ma è ormai inevitabile.
Quanto all’auspicio, mi auguravo che le sinistre, disunite, trovassero un’occasione o un luogo comune per discutere. Non sarebbe solo un problema di correttezza etico-politica, è molto, molto di più. E’ un problema di sopravvivenza. Si direbbe che, al contrario, ognuna di quelle sinistre si sforzi sempre più puntigliosamente di dimostrare e dichiarare come e perché sia diversa da tutte le altre. E’ ancora possibile invertire questa micidiale tendenza?
Avanzerò qualche sommaria riflessione.
UNO DEI MOTIVI del contendere, e perciò della divisione, è, a quanto sembra, la parola d’ordine del centro-sinistra. Si può cominciare a ragionarne, confrontando due apparentemente contrari ma in realtà simmetrici, e anzi convergenti, punti di vista.
Innanzi tutto: la parola d’ordine del centro-sinistra rappresenta una prospettiva strategica per la sinistra in Italia. Infatti quando mai la sinistra può aspirare a diventare in Italia forza di governo, localmente e nazionalmente, se non in una prospettiva di centro-sinistra? Non ignoro che nella sinistra esistono componenti e posizioni le quali, del tutto legittimamente, puntano su di un altro versante della lotta politica, quello movimentista, che nasce dal basso e agisce sul basso, ecc… Ma cosa impedisce ad un centro-sinistra di governo di avere rapporti e scambi molto proficui, anzi essenziali, con quest’altra sinistra? Ma il centro-sinistra di cui stiamo parlando è quello che si batte per arrivare a gestire il paese e le sue lotte da una posizione di governo. Quindi, è a questa prospettiva che l’unità delle sinistre dovrebbe innanzitutto guardare.
MA: UN CENTRO-SINISTRA, nella pienezza delle sue forze e potenzialità, non si può fare con Matteo Renzi. Perché Matteo Renzi è la negazione vivente del centro-sinistra: cultura, ideologia (più o meno profonda), metodi e pratiche di governo spingono in lui, strumentalmente, nella direzione opposta. La battaglia per il centro-sinistra coincide dunque perfettamente – questo dev’essere chiaro – con la battaglia contro l’egemonia nel Pd, e fuori del Pd, di questo personaggio.
E’ ANCORA POSSIBILE questa battaglia? E cioè: è il Pd, innanzitutto, prima di qualsiasi altra componente di sinistra, recuperabile a una prospettiva di centro-sinistra (certo, con lacerazioni interne anche profonde e la liquidazione di ogni tipo di “giglio magico”)? Difficile dirlo. Ma di certo, se non ci si prova, i tempi si allungheranno, tenderanno di diventare semisecolari.
Ma: una battaglia di questa portata e natura, che va ben al di là delle contingenze elettorali, di oggi e di domani, si può iniziare e vittoriosamente condurre senza mettere le carte in tavola? E cioè: noi chiediamo legittimamente il cambiamento, chiediamo di abbattere Renzi per renderlo possibile, solo se discutiamo, progettiamo e propagandiamo un vero e proprio programma, appunto, una serie di punti chiari e definiti intorno a cui far quadrato e, come si diceva una volta, “chiamare alla lotta”.
Di tutto ciò per ora non c’è traccia, né da una parte né dall’altra. Una Costituente di sinistra consisterebbe semplicemente in questo: su cosa siamo d’accordo? Su cosa non siamo d’accordo? I disaccordi sono componibili oppure no? L’unità è una conseguenza di questo, non il presupposto.
Se si passa da qui, una luce si accende. Altrimenti resteremo nell’oscurità profonda che circonda i “quattro dell’Orsa maggiore”: Renzi, Grillo, Berlusconi, Salvini.
Mamma mia.

il manifesto 23.6.17
Sinistra con i piedi per terra, in cerca di senso e cittadinanza
di Alfonso Gianni

L’assemblea del Brancaccio ha avuto il merito essenziale di porre con i piedi per terra il tema della costruzione di una «lista di cittadinanza a sinistra». Il percorso è tutto da costruire, né poteva essere preconfezionato.
Ma alea iacta est, indietro non si deve e non si può tornare. Il percorso non sarà facile e il tempo è breve. Proprio per questo conviene da subito affrontare alcuni nodi. La contraddizione nella quale si dibatte la costruzione della lista di cittadinanza a sinistra è chiara e non va sottaciuta.
Da un lato si tratta di favorire il massimo dell’unità possibile, perché il risultato elettorale non risulti deprimente e perché la rappresentanza parlamentare che ne consegue sia dotata di forza e consistenza. Dall’altro lato bisogna garantire la sua autonomia in particolare da qualunque sogno di riedizione di un fantomatico centrosinistra, che ucciderebbe la nuova creatura prima del parto. Tenere insieme e conciliare questi due elementi non è semplice, ma neppure impossibile e soprattutto necessario.
Le ragioni non sono solo elettorali, ma più profonde. Comincerei da queste ultime. Qui non si tratta di (ri)unificare forze di sinistra già esistenti. Non che queste manchino e che non debbano in primo luogo unirsi.
Sarebbe ingeneroso oltre che autolesionista dimenticarlo o pensare di farne a meno. Ma esperienze comprovate dimostrano che la somma non fa il totale. Anche se lo facesse, rischierebbe di essere troppo poco persino per superare l’inevitabile asticella del quorum, peraltro per ora ignota come il resto della legge elettorale con cui si voterà, ma soprattutto per reggere la sfida della stagione politica che si apre. La quale appare contrassegnata dal fronteggiarsi di diversi e spesso opposti populismi: lo scontro tra destra e sinistra non sparisce affatto – come dimostrano anche le recenti esperienze di voto europee – ma avviene su quel terreno, ovvero nella crisi della politica, entro un senso diffuso di distacco dalle istituzioni e di diffidenza – eufemismo – verso l’establishment politico-istituzionale ai suoi vari livelli.
L’unico punto fermo sono i valori di fondo della Costituzione, lo abbiamo ben visto con il voto popolare il 4 dicembre, quello stesso però che non si è ripresentato nella stessa misura alle urne delle recenti amministrative facendo lievitare ancora una volta l’astensionismo.
D’altro canto la recente crisi del M5Stelle, cui il gruppo dirigente reagisce con una evidente virata destrorsa, può liberare voti a sinistra (e non solo a destra, come sembra stia ora avvenendo) solo se lì vi è una forza in grado di attrarli. Il compito che ci sta di fronte è quindi ben più complesso: costruire senso, più che cercare consenso.
Infatti va ben al di là dell’appuntamento elettorale. Lo trascende in un auspicabile, ma non predeterminato, processo costituente di un nuovo soggetto di sinistra, senza però poterlo bypassare perché la politica non prevede il salto del turno, ma al contrario che di volta in volta si spenda tutto quello che si ha in tasca.
Che senso avrebbe anteporre la scelta delle alleanze – il centrosinistra – senza avere dimostrato che una sinistra autonoma e riconoscibile per profilo politico-programmatico e qualità dell’agire, esiste? E poi centrosinistra con chi? Con un centro – il Pd – che guarda a destra (per parafrasare e capovolgere la celebre espressione di De Gasperi) come dimostrano politiche e recenti sostegni parlamentari? Propugnatore del più ambizioso quanto fallimentare progetto di stravolgimento oligarchico dell’ordine costituzionale?
Non sottovaluto affatto l’importanza delle scissioni e delle diaspore avvenute in campo Pd. Sono il frutto diretto o indiretto delle battaglia politiche e soprattutto referendarie di questi mesi. Queste ultime tanto temute da costruire la truffa del voucher reloaded. Un fatto positivo, dunque. Che andrebbe aiutato a liberarsi definitivamente dai fili vischiosi del bozzolo del passato. Non promuovendo l’abiura, ma una politica senza piombo sulle ali. Se invece si pensa a un centrosinistra senza Renzi, o ci si illude – visti gli esiti delle ultime primarie – o si finisce in bocca ai vagheggiamenti (à la Repubblica) di chi vuole semplicemente cambiare di spalla al fucile, sapendo che un Calenda sparerebbe nella stessa direzione.
La contraddizione di cui sopra può essere superata solo spostando la definizione, da subito e nei modi necessari, di programmi e candidature ai livelli della partecipazione popolare diretta. Da qui la centralità del carattere «di cittadinanza» della lista, che pratica un diverso agire nel momento stesso in cui lo proclama.
Significa costruire la sinistra a partire dalla responsabilizzazione del suo popolo diffuso, che non ha mai smesso di esistere anche se la sua espressione come forza e soggetto politico ancora non c’è.

La Stampa 23.6.17
Dimettititù
di Mattia Feltri

L’ex sindaco di Roma, Gianni Alemanno, ieri ha chiesto le dimissioni di Virginia Raggi. Che problema c’è? Qualche anno fa era Beppe Grillo a chiedere le dimissioni di Alemanno. Ieri Renato Brunetta ha chiesto le dimissioni del ministro Padoan. Matteo Salvini invece ha chiesto le dimissioni del premier Gentiloni. Questo solo ieri. Nell’ultima settimana, il Movimento cinque stelle ha chiesto le dimissioni del senatore Formigoni, del presidente della Rai, Monica Maggioni, e di tutto il Cda, metà Parlamento ha chiesto le dimissioni di Luca Lotti, Roberto Calderoli ha chiesto le dimissioni di Chiara Appendino, la forzista Giammanco ha chiesto le dimissioni del presidente Piero Grasso, la Lega ha chiesto le dimissioni di Dario Franceschini, Grillo ha chiesto le dimissioni di Angelino Alfano e Roberto Speranza ha chiesto le dimissioni di Maria Elena Boschi. Vabbè, le dimissioni di Boschi sono state chieste da tutti. Comunque, per restare all’ultimo mese, sono state chieste le dimissioni dei ministri Fedeli, Minniti, Orlando, Pinotti, Poletti e Lorenzin, del presidente della Repubblica, dei presidenti di Camera e Senato, del direttore del Tg1, del direttore della Repubblica, e forse non ve ne siete accorti ma l’europarlamentare Gianni Pittella ha chiesto le dimissioni del premier inglese Theresa May. La destra chiede le dimissioni della sinistra, la sinistra della destra, i cinque stelle di tutti e tutti dei cinque stelle. Il che spiega perché la qualità di una democrazia si vede anche (o specialmente) dalla qualità dell’opposizione.

Corriere 23.6.17
Frenata sulla concorrenza, l’ira di Calenda
No del governo alla fiducia, la Camera approva quattro modifiche. E ora il ddl tornerà a Palazzo Madama
Il ministro in rotta con l’ex premier: spero che il Pd non voglia rottamare la riforma. Rosato: ok entro l’estate
di  Francesco Di Frischia

ROMA Si allontana l’approvazione definitiva del disegno di legge sulla concorrenza: ieri le commissioni Finanze e Attività produttive della Camera hanno dato il via libera al testo modificando 4 emendamenti (su energia, telemarketing, assicurazioni e società di odontoiatri). Ora il provvedimento, che era stato promosso dal governo Renzi nel febbraio del 2015, deve tornare per la quarta lettura al Senato. E il ministro dello Sviluppo economico (Mise), Carlo Calenda, che ne voleva una rapida approvazione e nei giorni scorsi aveva premuto sul governo per mettere il sigillo della fiducia provvedimento, sbotta a Radio24 : «Spero che il Pd non si trasformi nel partito che vuole rottamare la concorrenza». In effetti le modifiche fatte a Palazzo Madama dal Pd vanno a incidere su alcuni capitoli che lo stesso partito aveva cambiato a Montecitorio rispetto al testo iniziale.
Quando nel primo pomeriggio la riapertura del cantiere della legge sulla concorrenza è cosa fatta, Calenda commenta: la mancata approvazione «a più di 850 giorni dalla sua presentazione, con tutto il dovuto rispetto per il Parlamento, è difficilmente comprensibile e rischia di trasmettere l’ennesimo segnale negativo a cittadini, imprese e istituzioni internazionali». Infatti «era stata la Ue due anni fa a chiederci di approvare subito questa legge — ricorda Antonio Gentile, sottosegretario al Mise —. Anche la scorsa estate e anche due estati fa sembrava che l’approvazione fosse a un passo. Ora siamo con le spalle al muro: di certo non si capisce perché al Senato il governo ha messo la fiducia e alla Camera no...». Segno evidente che le ruggini dei mesi scorsi tra Renzi e Calenda hanno lasciato il segno.
Ma le modifiche al ddl concorrenza erano proprio indispensabili? Erano «di mera chiarificazione», sostiene Calenda. Quindi, a suo parere, non così importanti da rischiare di fare naufragare definitivamente una norma che dovrebbe stimolare l’economia e aprire i mercati. Alternativa popolare e Civici e innovatori temono che al Senato il ddl possa rimanere di nuovo impantanato, ma Anna Finocchiaro, ministra per i Rapporti con il Parlamento, prima ribadisce la contrarietà alla fiducia e poi assicura che «il governo ne chiederà la più rapida calendarizzazione al Senato». «Sarà legge entro l’estate», garantisce il capogruppo alla Camera Ettore Rosato. «Vedremo se gli impegni troveranno riscontro», taglia corto Calenda. Il muro contro muro va avanti.

Il Sole 23.6.17
La Spd vuole aumentare le tasse sui redditi più alti
Proposta una nuova aliquota del 48% oltre i 250mila euro
di Alessandro Merli

Francoforte Cinque mesi dopo la sua trionfale irruzione sulla scena politica tedesca, che lo aveva portato testa a testa con il cancelliere Angela Merkel, il leader socialdemocratico Martin Schulz è già alle prese con la scelta della carta della disperazione per rientrare in gioco nelle elezioni del 24 settembre. E ha scelto la riforma fiscale, con più tasse sui redditi alti e un taglio delle imposte per i contribuenti dai redditi medio-bassi. «Un Paese più giusto», è lo slogan dell’ex presidente del Parlamento europeo, ma è tutto da dimostrare che tocchi le corde giuste per risuonare alle orecchie di un elettorato che sembra ancora una volta orientato ad affidarsi alle mani sicure della signora Merkel. E le sue proposte in materia di tasse sono già nel mirino di destra e sinistra.
L’arrivo di Schulz, dopo la rinuncia dello spento Sigmar Gabriel, aveva ridato un senso alla corsa della Spd, fiacco vassallo dell’unione democristiana (Cdu/Csu) del cancelliere nella grande coalizione. L’oratoria più vigorosa, la novità del politico quasi sconosciuto in patria avendo speso quasi tutta la sua carriera in Europa, l’affaticamento di Angela Merkel dopo quasi dodici anni al potere avevano contribuito a un recupero di consensi inopinato. Poi però la realtà ha preso il sopravvento: gli sconquassi provocati da Brexit e dall’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti hanno rimesso in cima alle preferenze dei tedeschi l’esperienza del cancelliere, che, sempre ignorando, come da sua abitudine, l’avversario, ha fatto valere il suo ruolo sulla scena internazionale. Fino a rubare, con l’immediato abbraccio al neo-eletto presidente francese Emmanuel Macron (dopo tutto, un ex socialista) e il rilancio dell’asse franco-tedesco in chiave europea, anche quella carta dell’Europa, che avrebbe dovuto essere l’atout migliore nelle mani di Schulz.
In mezzo, ci sono state tre elezioni regionali che si sono trasformate per la Spd in altrettante sconfitte, la più grave delle quali il mese scorso nel Nord Reno-Vestfalia, stato natale del candidato cancelliere, feudo storico della socialdemocrazia ed elettoralmente il più pesante della Germania. L’elettorato ha respinto alcune scelte del nuovo leader, come quella di far balenare un’alleanza rosso-rosso-verde. Psicologicamente, la campagna di Schulz ha faticato a riprendersi. I sondaggi sono impietosi: la Cdu/Csu è rimbalzata al 37,6%, la Spd al 23,1 è appena al di sopra dei livelli di prima dell’arrivo dell’uomo nuovo.
In questo contesto si colloca il lancio, lunedì scorso, del programma fiscale che dovrà essere approvato domenica dal congresso della Spd.
La parte centrale della piattaforma è un piano di ridistribuzione del reddito. Per i contribuenti più ricchi, sopra i 250mila euro, viene creata una nuova aliquota del 48%. La fascia successiva viene portata al 45% dal 42, alzando però la soglia da 54mila a 76mila euro. In compenso, per i redditi medio-bassi verrebbe abolita, a partire dal 2020, l’imposta di solidarietà con la quale i contribuenti dell’Ovest continuano a finanziare l’economia dell’Est dalla riunificazione tedesca. Complessivamente, si tratterebbe di tagli fiscali di 15 miliardi di euro, secondo la Spd. L’imposta sui capital gain verrebbe ancorata alle aliquote delle imposte sui redditi, e non più una ritenuta secca del 25%. Sull’altro piatto della bilancia, il programma mette investimenti pubblici per 30 miliardi di euro nei prossimi quattro anni, per far fronte alle lacune emerse in questi anni in cui l’obiettivo dello Schwarze Null, il deficit zero, “feticcio” del ministro delle Finanze, Wolfgang Schäuble, ha avuto la priorità di investimenti in infrastrutture per far funzionare l’economia. Sono previsti anche ritocchi alla legislazione sul lavoro e sul welfare Hartz IV, che i socialdemocratici approvarono, obtorto collo, sotto il cancelliere Gerhard Schröder, ma di cui ha tratto vantaggio, in termini di creazione di posti di lavoro, Angela Merkel.
La sinistra, potenziale alleata di Schulz dopo le elezioni, una prospettiva che peraltro si allontana di giorno in giorno, ha criticato il piano per la mancanza di coraggio nel non aver proposto una patrimoniale e una tassa sulle grandi fortune, la destra lo ha bollato come la solita ricetta socialista. Gli economisti ne vedono un impatto modesto. Se questa era l’ultima carta di Schulz, difficilmente servirà a ribaltare il gioco.

Corriere 23.6.17
Giorgione
Il dominio del cuore
di Carlo Bertelli

L’amore è una virtù per pochi nei due amici di Giorgione l’aristocrazia dei sentimenti

Un giovane indubbiamente bello, perduto in sogni e pensieri lontani, appoggia la guancia alla mano sinistra. È la posa della musa Polimnia, la musa che presiede, anche, alla poesia. Non si capisce bene a cosa il giovane appoggi il gomito. Certamente ha davanti a sé un piano, forse uno scrittoio, sul quale posa la sinistra in cui tiene un frutto, per l’esattezza un melangolo, ossia un’arancia amara. La desiderata dolcezza dell’agrume è tradita dal forte sapore amaro. Anche altre volte, nella pittura del Cinquecento, gli agrumi compaiono come simboli dell’amore.
Sul melangolo il giovane medita. Lo stringe appena (il pollice emerge al di là del frutto) e sembra tastarne la buccia rugosa, quasi la leggesse col tatto. Il giovane è chiuso in una stanza, e di chiusura ci parla la stessa angolosità della composizione, con l’orlo di seta dorata della veste, o l’angolo che formano il polso e il palmo della mano. Una mano certamente non quieta, che con il mignolo perlustra le palpebre, mentre proietta la sua ombra sullo zigomo. La stessa luce, da sinistra e dall’alto, illumina la folta chioma rossa che scende a cascata oltre la mano, e allora ci rendiamo conto dell’incongruenza del cappello che il giovane indossa. È ornato di due gioielli d’oro pendenti, forse distintivi di un’appartenenza.
Perché quel cappello, se è chiuso in una stanza, anzi quasi costretto tra il tavolo e il probabile leggio? Ha la testa nuda, i capelli un po’ più corti, il giovane che appare in piena luce alle spalle. Ha sguardo vispo e, sotto la peluria che ne vela il labbro, un sorriso appena abbozzato. La sua camicia è aperta, e questa è d’un bianco niveo che costituisce il momento più esaltante di tutta la composizione. Questo secondo personaggio si trova al di là d’una colonna, e dietro di sé ha il cielo azzurro con appena qualche nube.
Ma non è quello sfondo celeste a illuminare il quadro. Una luce scrutatrice ne collega tutti gli elementi significativi, dalla mano che tiene il melangolo all’orlo squillante della camicia del secondo giovane, che si affaccia così spavaldo come sarebbe piaciuto a Caravaggio. La differenza degli incarnati è davvero notevole. Si direbbe: Giorgione ha dipinto il contrasto tra la vita attiva e la vita contemplativa. Anche se così fosse, non si tratterebbe in nessun modo di allegorie. Qui sono persone vere, caratteri autentici. Tanto che molta critica ha trattato male il giovane che, con la sua vitalità, interrompe bruscamente il tono contemplativo della composizione.
Di contrasti tra volti bellissimi e nobili e altri più sanguigni e volgari si era interessato in più disegni Leonardo, il cui breve soggiorno a Venezia aveva sconvolto tutti e aveva avuto un’importanza assoluta per la pittura di Giorgione. Anche nel nostro caso Leonardo è sullo sfondo. Basta a dirlo la massa di capelli del giovane in primo piano, che ricade con la mobilità dei flutti.
Non si sfugge però alla certezza di trovarci di fronte a persone vere. E persone che sono state ritratte con un programma. Questo è, sembra evidente, il proposito della gioventù aristocratica veneziana che aveva fatto del petrarchismo un costume.
Dove la malinconia degli Asolani di Pietro Bembo si fa manifesto di compagnie giovanili maschili e guida di un modo di vivere. «Amore, la tua virtute / Non è dal mondo e dalla gente intesa», si legge negli Asolani , i dialoghi neoplatonici che Pietro Bembo aveva meditato tra i fiori, le piante e i portici luminosi nel «barco» delle regina Cornaro ad Asolo. L’amore è virtù ed è milizia riservata ai pochi che si staccano dal «mondo» e dalla «gente»: l’amore come coraggio virile di chi affronta le amarezze che procura. Il melangolo lo riassume tutto. Il contrasto, enunciato teoricamente dal Bembo, è nel dipinto di Giorgione sofferta realtà. Meditabondo isolamento.

Repubblica 23.6.17
Le idee
L’Occidente considera universali i suoi concetti della mente, del sé, della sessualità. Ma lo studioso e terapista indiano Sudhir Kakar ci spiega come questi elementi variano in base alle diverse culture
Shiva sul lettino di Freud la nostra psiche vista da Oriente
SUDHIR KAKAR

La cultura non è un sistema astratto di idee ma qualcosa che informa le nostre attività quotidiane mentre allo stesso tempo ci guida lungo il percorso della vita. Come comportarsi verso i superiori e i sottoposti nelle organizzazioni, i tipi di cibo più adatti per una vita sana, la rete di doveri e obblighi verso la famiglia - tutte queste cose sono influenzate dalla nostra cultura tanto quanto lo sono le idee che riguardano una vita realizzata, rapporti adeguati tra i sessi o la nostra relazione con la divinità. Per oltre un secolo il “terroir” della psicoanalisi, per usare il termine del mio collega Anurag Mishra, è stato e continua ad essere occidentale. Contiene numerose idee e ideali culturali dell’Occidente che permeano
le teorie e la pratica psicoterapeutica. Condivise da analisti e pazienti e presenti nello spazio analitico in cui i due si muovono, le idee fondamentali sui rapporti umani, la famiglia, il matrimonio, il maschile e il femminile e così via, che sono essenzialmente di origine culturale, spesso non vengono analizzate e vengono considerate universalmente valide. Ora, noi sappiamo che ogni forma di terapia è anche una inculturazione. In psicoanalisi un paziente alle prese con l’amore di transfert diventa particolarmente sensibile ai suggerimenti del suo analista sui valori. L’analizzando fa presto a cogliere i suggerimenti che inconsciamente modellano le sue reazioni perché è spinto dall’obiettivo primario di far piacere e di essere gradito agli occhi dell’amato analista. Il suo bisogno chi essere “capito” dall’analista dà origine a una forza inconscia che lo spinge a tenere sottotono le parti culturali del suo sé che pensa siano troppo lontane dall’esperienza dell’analista.
Permettetemi a questo punto di fare un solo esempio sul ruolo fondamentale della cultura nel modellare la psiche e sui problemi che ciò pone per la teoria e la pratica psicoanalitica: l’importanza nella cultura indù-indiana della connessione. Che si riflette sull’immagine del corpo, un elemento fondamentale nello sviluppo della mente. Secondo Ayurveda il corpo è intimamente connesso alla natura e al cosmo e non c’è nulla nella natura che non sia rilevante per la medicina. L’immagine del corpo degli indiani quindi sottolinea un incessante interscambio con l’ambiente. Inoltre, secondo gli indiani, non c’è una sostanziale differenza tra il corpo e la mente. Il corpo è semplicemente una forma grezza di materia ( sthulasharira), così come la mente è una forma più tenue della stessa materia ( sukshmasharira); entrambi sono forme diverse della stessa materia corpo-mente, sharira.
Invece l’immagine occidentale è quella di un corpo chiaramente conchiuso, nettamente differenziato dal resto degli oggetti dell’universo. Questa idea del corpo come una roccaforte sicura dotata di numero limitato di ponti levatoi che mantengono un tenue contatto con il mondo esterno ha notevoli conseguenze. Sembra che il discorso occidentale, sia scientifico che artistico, si occupi principalmente di ciò che avviene dentro la fortezza del corpo dell’individuo. Gli aspetti naturali dell’ambiente - la qualità dell’aria, la quantità di luce solare, la presenza di uccelli e animali, di piante e alberi - se mai vengono presi in considerazione, sono considerati a priori come irrilevanti per lo sviluppo intellettuale ed emotivo. A volte mi chiedo se l’assenza dell’ambiente nei casi clinici o nelle teorie degli occidentali sia anche connessa all’ubicazione della psicoanalisi, alle sue origini in un paese freddo in cui terapista e paziente hanno bisogno di stare chiusi in una stanza al caldo e in cui anche il modello più antico, quello del confessionale, prevedeva uno spazio chiuso. Se la psicoanalisi fosse nata in India, mi domando se non avrebbe seguito il modello tradizionale del guru e del discepolo le cui interazioni avvengono all’aperto, all’ombra di un albero.
Per tornare al corpo, vorrei anche dire che la cultura organizza la differenziazione tra i sessi e la profonda convinzione che gli esseri umani sono maschi o femmine. Ciò appare evidente se pensiamo alle sculture greche e romane che hanno tanto influenzato la rappresentazione dei generi in Occidente. In essa gli dei maschi sono rappresentati con corpi duri e muscolosi sul cui petto non c’è traccia di grasso. Confrontiamoli con le rappresentazioni scolpite delle divinità indù o del Budda che hanno corpi più morbidi e flessuosi con un accenno di seno, più vicini alle forme femminili. Questa minimizzazione della differenza tra la rappresentazione dei maschi e delle femmine culmina nella forma del grande dio Shiva, mezzo maschio e mezzo femmina, che viene rappresentato con le caratteristiche sessuali secondarie di entrambi i sessi.
La connessione indica anche un’altra direzione per spiegare il mistero della coscienza, il sacro Graal sia della biologia che della psicologia. Nella attuale posizione elevata goduta dalle neuroscienze si ritiene che la coscienza sia un epifenomeno del cervello che deriva dai processi che avvengono in un cervello incapsulato. Secondo gli indiani il cervello non può essere visto come l’origine della coscienza ma come un filtro attraverso il quale una coscienza che tutto pervade passa per diventare la coscienza personale.
A differenza di quella dell’Occidente contemporaneo, l’idea indiana del sé non è quella di un’individualità unica auto-conchiusa. La persona indiana non è un centro di consapevolezza auto- contenuto che interagisce con altri individui simili. Invece nell’immagine dominante della cultura il sé è costituito da rapporti. Tutti gli affetti, i bisogni e le motivazioni sono relazionali. E le sofferenze sono disturbi delle relazioni – non solo con l’ordine umano ma anche con quello naturale e cosmico.
Il mio progetto personale di “traduzione” negli ultimi quarant’anni di lavoro con pazienti indiani e occidentali è stato guidato da un’immagine della psiche in cui l’inconscio individuale dinamico e l’inconscio culturale sono strettamente collegati e l’uno arricchisce, vincola e modella l’altro mentre evolvono contemporaneamente insieme nella vita.
L’autore, classe 1938, è uno psicoanalista, studioso e scrittore indiano. In Italia è appena uscito il suo libro Cultura e Psiche ( Alpes, prefazione di Alfredo Lombardozzi, pagg. 142, euro 15) da cui questo testo è tratto

Repubblica 23.6.17
A Roma, un percorso diviso tra Palazzo Venezia e Castel Sant’Angelo dedicato al pittore e al suo tempo
Giorgione
Il viaggio sentimentale di un genio del colore
CESARE DE SETA

Nel Palazzo Venezia, o più propriamente di Venezia, e nel Castel Sant’Angelo si tiene (da domani al 17 settembre) un’originale mostra che rimanda a Giano bifronte: la prima sezione è centrata sul celebre ritratto i “Due amici” (1502 c.) di Zorzi da Castelfranco, che assunse poi il nome di Giorgione, tra i più celebri pittori del Rinascimento. Zorzi era figlio di un notaio che in seconde nozze aveva sposato una donna originaria di Conegliano che gli aveva dato un pargolo il cui destino sarà luminoso. Nel 1489 il piccolo è già orfano del padre, e lo si sa perché la madre per sopravvivere è costretta a vendere una parte delle terre che possedeva per riscattare dalla prigione Zorzi che s’era cacciato a Venezia nei guai. Il giovane torna a Castelfranco nel 1493, e col suo lavoro mantiene la madre e nel 1497 si fa cassare dal registro dei contribuenti per trasferirsi a Venezia. Per Giorgione “li maggiori suoi” furono Gentile e Giovanni Bellini, Cima da Conegliano, Vittore Carpaccio: Giorgio Vasari ricorda, nella prima edizione delle Vite (1550), che suonava il liuto, frequentava il patriziato della Serenissima, era assai stimato da Isabella d’Este. Gli erano vicini i più giovani Tiziano e Sebastiano del Piombo. Non ebbe mai una bottega con praticanti come d’uso, faceva tutto da solo. Nella seconda edizione delle Vite (1568) Vasari ne amplia il profilo biografico, posticipando la data di nascita al 1478, e l’arricchisce di nuovi dati. Giorgione è artista di cui poco si sa, ma è certo che morì di peste nell’hospitale di Nazareth a Venezia nel 1510.
Palazzo Venezia fu la prima residenza romana di Domenico Grimani, collezionista e proprietario di varie opere di Zorzi. Assai bello il ritratto dei fratelli Grimani, in vesti cardinalizie, di Jacopo Palma il Giovane. Domenico fu uno dei protagonisti dei rapporti politici, diplomatici e culturali tra i due stati tra la fine del Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento: il rapporto con Giorgione dové essere intenso e suo era l’Autoritratto in figura di David. I Due amici sono il baricentro dell’appartamento di papa Paolo II Barbo, figura altrettanto rilevante nei rapporti tra Venezia e Roma che conosciamo in un bel busto di Mino da Fiesole. Ed è proprio nell’appartamento di papa Barbo che si sviluppa la prima sezione della mostra, dedicata alle vicende storiche e allo straordinario Due amici, caposaldo nelle vicende artistiche di questi primi anni del secolo XVI. Ma di Zorzi non meno rilevanti sono Fetonte davanti ad Apollo (1496-98) National Gallery, Londra: nel gruppo in primo piano con un musico sulla destra incombe un’enorme roccia, dietro un paesaggio; in Leda e il cigno, pressoché coevo, il tema mitologico non appanna l’eccezionale qualità del grande paesaggista della Tempesta.
La mostra ha per titolo Labirinti del cuore. Giorgione e le stagioni del sentimento tra Venezia e Roma ed è a cura di Enrico Maria Dal Pozzolo (nel comitato scientifico: Lina Bolzoni, Miguel Falomir, Silvia Gazzola, Augusto Gentili e Ottavia Niccoli), a cui si deve una fondamentale monografia (2009) che l’autore – in contributi successivi e in premessa al ricco catalogo Arte’m – articola con numerose novità. Ma l’idea originale del curatore, in sintonia con la direttrice del Polo Museale del Lazio (che organizza la mostra in collaborazione con Civita) Edith Gabrielli, è stata quella di associare una seconda sezione negli appartamenti papali di Castel Sant’Angelo, in cui sono raccolte non solo opere di grandi artisti veneziani, ma di alcuni dei più migliori pittori del Cinquecento. Un percorso esposi- tivo che comprende 45 dipinti, 27 sculture, 36 libri e manoscritti, oltre a numerosi, disegni e stampe. Dalle edizioni di Aldo Manuzio alle incisioni di Albrecht Dürer, il monumentale “ritratto” xilografico di Venezia (1500) di Jacopo de’ Barbari.
La ritrattistica ha un rilievo significativo da Gentile e Giovanni Bellini, a Tiziano, a Domenico Tintoretto, ad Alessandro Allori con Bianca Cappello e il figlio, al Bronzino con Eleonora di Toledo con il figlio, che ci conducono in area fiorentina. La pittura di storia si alterna a opere che illustrano i sentimenti: l’amore declinato in forme che possono essere ritratti come la tela di Bernardino Licinio che raffigura l’intera famiglia (1535-40) del fratello. Dello stesso Bernardino è il ritratto di Donna che scopre il seno (1536), tema esibito con grazia da Domenico Tintoretto in una bella tela di fine Cinquecento del Prado. Questo oscillare di tematiche conduce il visitatore in un labirinto esistenziale che è parte dei sentimenti che segnano la vita umana. Il Doppio ritratto di Federico Barocci è un segno d’amore coniugale. Carlo V chiese a Tiziano nel 1548 un ritratto della defunta consorte Isabella del Portogallo. Una Gentildonna si fa effigiare da Bernardino Licinio mentre abbraccia il ritratto del coniuge assente o defunto. Due storie d’amore che solo il conforto dell’arte può lenire. Il potere della parola è esaltato nel ritratto di un Uomo con una lettera di Paris Bordon. Se la parola ha il suo ruolo, la musica le è compagna nello splendido ritratto del
Musicista di Tiziano (1513-14) nel quale il gioco di luci e ombre è un miracolo. S’è ricordato che lo stesso Giorgione era un musico e questo rimando al maestro ricorre in più opere, di cui sempre si va scoprendo qualcosa di nuovo. Ora i rapporti tra Venezia e Roma sono più chiari e visti con un’ottica inedita. L’allestimento in entrambe le sedi è progettato dello studio De Lucchi con rara eleganza e rispetto di ambienti così prestigiosi: contributo rilevante al felice esito della mostra.

Il Sole 23.6.17
La Storia sepolta tra le macerie di Mosul
di Alberto Negri

Scavando tra le macerie dell’Iraq e della Siria tra qualche anno sembrerà persino anacronistico parlare di “responsabilità” e indagare su vincitori e vinti di un conflitto che coinvolge tutte le potenze regionali e internazionali.
Baghdad accusa l’Isis di avere fatto saltare la moschea del 12° secolo di Al Nouri a Mosul - dove Al Baghdadi nel giugno 2014 proclamò il Califfato - per impedirne la riconquista, i jihadisti sostengono che sono stati i raid Usa, gli americani smentiscono.
La verità è brutale: da anni è in corso la distruzione di intere nazioni e del loro patrimonio artistico, archeologico e culturale che ciascuna delle parti in guerra rivendica di volere “proteggere” in nome delle più diverse bandiere ma in realtà contribuisce a sgretolare, giorno dopo giorno. Per il Medio Oriente questi conflitti contemporanei sono ancora più devastanti della seconda guerra mondiale quando qui le ferite dei bombardamenti furono assai più limitate che in Europa.
Al viaggiatore che conosce da decenni la regione oggi si stringe il cuore. E lo sguardo, che un tempo si alzava verso il cielo ad ammirare i monumenti di tante civiltà millenarie, adesso si abbassa sconsolato al suolo per scrutare con angoscia le macerie che riempiono le strade e le piazze di città come Aleppo, Homs e Palmira in Siria, Mosul e Ninive in Iraq.
Non abbiamo più la moschea costruita nel 715 dagli Omayyadi ad Aleppo, insieme alla Qalat, la cittadella, e al bazar, sono stati sbriciolati i leoni, le colonne e i templi di Palmira, abbattuti dall’Isis che ha fatto saltare anche le mura di Ninive, saccheggiato le rovine assire di Dur Sharukkin, la città di Hatra, la Chiesa Verde di Tikrit, uno dei più antichi monumenti della cristianità, i mausolei sciiti di Mosul e Tikrit con 40 tombe omayadi, il monastero di Sant’Elia a Qaryatain in Siria.
Ma questo è un elenco assai incompleto. Insieme ai monumenti i jihadisti hanno dato alle fiamme anche i libri e dove si bruciano i libri, come diceva il poeta Heinrich Heine, si bruciano anche gli uomini. Un’estate incendiarono la biblioteca di Mosul, come era già accaduto a Sarajevo nel 1992 e a Baghdad nel 2003 quando per giorni le fiamme inghiottirono antichi manoscritti e l’archivio del regime baathista. Eppure proprio in Mesopotamia quattromila anni fa furono aperte le prime biblioteche con le tavolette d’argilla di Sumeri, Assiri e Babilonesi. A Ninive venne fondata dal re Assurbanipal la più grande biblioteca del mondo antico, ricca di ventimila tavolette tra cui quelle recanti la narrazione dell’epopea di Gilgamesh. Una conservazione del sapere proseguita con la civiltà araba degli Abbassidi quando a Baghdad si contavano 63 biblioteche. A spazzare via tutto nella capitale ci pensarono i mongoli nel 1258. I volumi gettati nel Tigri erano così numerosi da permettere il passaggio, per lungo tempo, da una riva all’altra attraverso le cataste di libri affioranti sulla corrente.
Sotto queste macerie contemporanee non si stanno seppellendo soltanto i popoli, con centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, ma anche la ragione stessa della loro esistenza futura e le speranze delle nuove generazioni: i monumenti sono la testimonianza concreta e visibile di una storia e di una memoria che le guerre stanno cancellando. Erano queste pietre con la loro presenza la motivazione intima che faceva dire a ogni abitante: «Sono di Mosul, sono di Aleppo». Distruggere il passato vuol dire rubare il presente e il futuro.
La guerra mondiale del Medio Oriente coinvolge in pieno le superpotenze, Stati Uniti e Russia, rende ancora più acceso lo scontro Iran-Arabia Saudita, tra sciiti e sunniti, lacera tutto l’universo musulmano e fa coltivare pericolose tentazioni di conquista, di rivincita ed eliminazione degli avversari. Convivenza e tolleranza, le parole della cultura, sono abolite da chi vuole nuove frontiere, muri e territori. L’estremismo scorre come un veleno mortale nelle vene aperte di questa regione, l’occupazione di truppe straniere diventa una presenza forse necessaria ma umiliante, le società sono frammentate da conflitti settari, etnici, economici e di potere. Le distruzioni materiali sono eclatanti, quelle morali forse lo sono ancora di più e tra qualche tempo sembrerà persino assurdo rintracciare le colpe.

il manifesto 23.6.17
Orban gela il vertice: «Mai le quote»
C. L.

ROMA «Non potremo mai dare il nostro accordo alle quote europee per ripartire i migranti». Ci ha pensato Viktor Orban a scaldare subito il vertice dei capi di stato e i governo che si è aperto ieri a Bruxelles. Più infastidito che intimorito dalla procedura d’infrazione avviata nei giorni scorsi dalla Commissione europea contro Budapest e Varsavia, il premier ungherese ha ribadito il rifiuto ad accogliere migranti dall’Italia e dalla Grecia, una posizione che certamente non aiuterà il confronto tra i 28 leader europei.
Di immigrazione a Bruxelles in realtà si comincerà a parlare solo oggi, quando i capi di stato e di governo entreranno nel vivo delle questioni. Sul tavolo ci sono tutti temi delicati sui quali – considerata l’aria che tira – sarà difficile trovare una posizione unanime: dalla riforma di Dublino (sulla quale manca l’accordo e che continua ad attribuire al paese di primo sbarco l’onere della gestione dei richiedenti asilo), ai ricollocamenti. Per finire con la proposta italiana di far sbarcare i migranti tratti in salvo anche in altri paesi europei che si affacciano sul Mediterraneo, come Spagna e Francia. Sarà interessante su questo punto vedere quale sarà la posizione del presidente francese Emmanuel Macron, al suo primo vertice da capo di stato, che in un’intervista apparsa ieri su alcuni quotidiani europei ha ribadito come l’Europa non sia un supermercato in cui ognuno prende ciò che vuole, e quindi le responsabilità vanno condivise (frase risultata indigesta a Orban, che oggi incontrerà Macron insieme agli altri paesi del gruppo Visegrad).
Tutt’altro discorso è invece quello che riguarda la possibilità di aumentare gli investimenti in Africa. Il premier italiano Paolo Gentiloni ne ha parlato ieri appena arrivato a Bruxelles con il presidente della Commissione Ue Jean Claude Juncker e con il premier libico Fayez al Serraj. Al primo ha ribadito la sua irritazione per lo scarso impegno dell’Europa nel fronteggiare la crisi dei migranti e chiesto di spendersi per un rifinanziamento del Fondo per l’Africa. Al secondo ha chiesto invece maggiore impegno nel fermare le partenze dei migranti. «L’obiettivo è contenere i flussi migratori – ha spiegato il premier – mettere in condizione le autorità libiche di esercitare un maggiore controllo del loro territorio, dare un contributo alla lotta contro i trafficanti di esseri umani». Più esplicito, nel chiarire gli obiettivi europei, è stato Angelino Alfano. Annunciando per i primi di luglio un vertice a Roma con i rappresentanti di alcun paesi di transito, il ministro degli esteri ha spiegato: «L’obiettivo non è impedire ai migranti di partire dalla Libia, ma proprio di farli entrare in Libia. Credo che questo sia un avanzamento reale».

il manifesto 23.6.17
Arabia Saudita: il principe ereditario è amico di Trump e Israele ed è schierato contro Teheran
Arabia Saudita. La sua nomina è stata accolta con favore dalla Amministrazione Trump e anche in Israele. Zvi Barel, analista del quotidiano Haaretz di Tel Aviv, scrive che l’erede al trono saudita è un partner ideale nella lotta contro Tehran
di Michele Giorgio

Qualcuno lo definisce un colpo di stato «morbido», altri una «rivoluzione». Quello che conta è che l’81enne re Salman dell’Arabia Saudita, con un decreto ha eliminato dalla successione diretta il nipote 57enne Mohammed bin Nayef per sostituirlo con il figlio 31enne Mohammed bin Salman, ora nuovo principe ereditario. E non passerà molto tempo prima che re Salman annunci la volontà di farsi da parte a favore del figlio.
Si è parlato di una decisione che vuole rinnovare la monarchia sunnita: il balzo generazionale è di 50 anni. Mohammed bin Salman è considerato un «riformatore». È stato lui a proporre di mettere sul mercato il 5% di Aramco e la creazione di un fondo sovrano di 2mila miliardi di dollari, il più grande al mondo.
Ma ci sono ben altri obiettivi dietro la decisione di re Salman. Mohammed bin Salman, già ministro della difesa e ora anche vice primo ministro, viene proiettato «ufficialmente» alla guida dell’Arabia saudita. Da tempo aveva già preso il posto del cugino messo da parte da re Salman, che manteneva i rapporti con Washington. La sua influenza in politica estera, già elevata, è perciò destinata a crescere. Il neo principe ereditario è un falco e, secondo gli osservatori, è lui il principale artefice della linea di scontro aperto con l’Iran.
La sua nomina è stata accolta con favore dalla Amministrazione Trump e anche in Israele. Zvi Barel, analista del quotidiano Haaretz di Tel Aviv, scrive che l’erede al trono saudita è un partner ideale nella lotta contro Tehran. Diversi siti web arabi riferiscono che bin Salman si è incontrato con vari esponenti israeliani, in almeno un caso a Eilat nel 2015. Un blogger saudita molto noto, Mujtahidd, ha scritto che il principe ereditario bon Salman e l’erede al trono di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, intendevano organizzare un colpo di stato in Qatar con mercenari della Blackwater e degli Emirati ma sono stati fermati dagli Usa. Mohammed bin Salman è il più accanito ai vertici sauditi nel sostenere l’isolamento del Qatar accusato di «sponsorizzare il terrorismo» e di non partecipare con determinazione al fronte arabo sunnita schierato contro Tehran.
Proprio ieri l’Arabia Saudita e i suoi alleati del Golfo hanno elaborato una «lista di richieste» da presentare al Qatar per risolvere la crisi scoppiata all’inizio di questo mese. E non può essere dimenticato che dopo essere stato nominato vice principe ereditario il 29 aprile 2015, il giovane Mohammed è stato il principale fautore dell’intervento saudita in Yemen, rinsaldando i rapporti con gli Usa, stabilendo relazioni personali speciali con il presidente Trump. Sarebbe stato lui a sollecitare l’acquisto per oltre cento miliardi di dollari di armi di produzione statunitense in modo da sancire la rinnovata alleanza.
Con lui la politica estera dell’Arabia saudita non potrà che farsi più aggressiva. Lo scontro con l’Iran è perciò destinato ad aggravarsi e con esso il rischio di un altro conflitto in Medio Oriente.

il manifesto 23.6.17
La lezione dell’islam in Senegal
Reportage. Con l’arabo che guadagna terreno rispetto al francese, i movimenti d’ispirazione wahabita puntano su un settore chiave, un tempo dominio esclusivo della potente confraternita muride
Elisa Pelizzari

SAINT-LOUIS
Politologo e arabista, docente all’università di Saint-Louis (la seconda del Senegal, con 15 mila iscritti), Bakary Sambe coordina l’Osservatorio dei radicalismi e dei conflitti religiosi in Africa (Orcra). Da anni denuncia la minaccia di estremizzazione che incombe sull’islam del suo paese, tradizionalmente legato alle confraternite mistiche (sufi), pur ricordando come, a livello internazionale, siano riconosciuti lo spirito di tolleranza e la solidità dell’ordinamento democratico locale.
Già in un intervento dell’ottobre 2008, questo studioso tracciava il profilo di un processo dal quale emergeva come i movimenti d’ispirazione wahabita, propugnatori di una marcata de-laicizzazione della società (la fede musulmana ha una lunga storia in Senegal e concerne il 90% dei cittadini), abbiano puntato su un tema cruciale: l’istruzione scolastica.
OSSERVA SAMBE: «La non conformità della politica educativa del governo alle esigenze dell’islam è deplorata da molte associazioni e spinge le più radicali a negare ogni legittimità» alle istituzioni in carica. Eppure, il Senegal è una repubblica aconfessionale, dove l’insegnamento viene dispensato in francese, l’idioma ufficiale. Sfioriamo qui un nodo dolente, a partire dal quale alcune correnti esprimono il proprio disaccordo: la lingua francese rappresenta un’eredità coloniale e, pertanto, è tacciabile di veicolare valori «occidentali», estranei, se non ostili, alla cultura africana. La questione di fondo è però più complessa: all’istruzione francofona, gruppi di matrice religiosa – quali l’Organizzazione per l’azione islamica (Oai), al-Falah (o Movimento per la cultura e l’educazione islamica autentica in Senegal), l’Associazione degli studenti musulmani di Dakar (Aemud, legata alla rete della Jamat Ibad al-Rahman) – contrappongono la volontà di “arabizzare” l’insegnamento, col pretesto di renderlo più consono alla mentalità e alle istanze della popolazione.
ORA, L’ARABO non è un idioma autoctono (al contrario, ad esempio, del wolof, ampiamente parlato), ma costituisce piuttosto la lingua «sacra», lo strumento per eccellenza tramite cui passa il messaggio di fede e si prega. Rivendicarne l’apprendimento diffuso significa promuovere un discorso confessionale e lo dimostra il fatto che, nel variegato panorama nazionale, le scuole dove l’arabo è utilizzato hanno sempre un carattere religioso. Tale aspetto viene rivendicato con orgoglio e i direttori degli istituti lo sottolineano, agli occhi dei genitori, per incoraggiarli a iscrivere i figli.
VEDIAMO ALLORA come si configura il sistema scolastico nel suo insieme. Paese di circa 15 milioni di abitanti, il Senegal vanta un tasso di scolarizzazione nei bambini dell’84% (con differenze marginali fra maschi e femmine); il 40% degli alunni completa l’istruzione di livello secondario; mentre circa il 4% dei diplomati s’iscrive in uno dei cinque atenei pubblici (presenti a Dakar, Saint-Louis, Thiès, Bambey e Ziguinchor) o in una delle cinque università private aperte in varie regioni.
DA NOTARE come l’Université Cheikh Anta Diop di Dakar, la più grande, eretta dai francesi nel 1957, accolga 100 mila studenti, con un rapporto problematico docenti/alunni pari a 1/172 (l’unesco stima la condizione ideale a 1/30). I programmi sono calcati sul modello francese, ma gli insegnanti delle scuole pubbliche si trovano di fronte ad aule affollatissime, sin dai livelli elementari (anche 90 allievi per classe) e a una penuria cronica di strumenti pedagogici. Per questo le famiglie urbanizzate della classe media preferiscono impartire ai loro figli la formazione offerta dagli istituti privati parificati (alcuni cattolici).
VA PRECISATO che l’introduzione dell’islam come materia d’insegnamento ufficiale, accanto a nozioni di lingua araba, è recente: risale al 2002, su iniziativa dell’ex presidente Abdoulaye Wade, che si è avvalso, nella scalata al potere, dell’appoggio dei marabutti di obbedienza muride, ossia delle figure a capo di una delle maggiori confraternite musulmane, creata alla fine del XIX secolo da Cheikh Ahmadou Bamba. Da rilevare che il figlio cadetto di questi, Cheikh Mouhamadou Mourtada Mbacké, è stato l’ideatore della principale rete di scuole private religiose del paese, gestita con fondi propri e comprendente istituti diffusi un po’ ovunque, per un totale di 70 mila alunni, i più poveri dei quali frequentano gratuitamente.
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Pellegrini adepti del muridismo all’ingresso della Grande Moschea di Touba, Senegal (foto di Ben Curtis/Ap)
L’EDUCAZIONE in senso confessionale non concerne tanto il sistema di apprendimento pubblico, quanto un ambito privato, che ambisce a esercitare la sua concorrenza nei confronti dell’istruzione in lingua francese. Tale realtà ha solide basi nella cultura popolare e s’ispira a un modello informale antico: quello delle scuole coraniche o daara. Sorte, da secoli, per permettere ai fedeli, sin da piccoli, di memorizzare il Corano in arabo e di conoscere gli elementi essenziali per la pratica rituale, le daara hanno talvolta dato origine a centri di alto prestigio, seppure rigidamente orientati a materie teologiche o affini (ad esempio la grammatica araba). Dagli anni 1970, l’affermarsi del francese come idioma ufficiale e strumento di lavoro, dunque di modernità e sviluppo, ha emarginato le scuole coraniche.
SONO LE DISILLUSIONI del presente, legate a un’economia che non offre sbocchi per tutti, e tanto meno ai giovani che hanno ultimato gli studi, ad aver modificato, ancora una volta, le strategie delle famiglie, spingendole a tornare a un tipo d’istruzione che salvaguarda i valori tradizionali e preserva la moralità dei ragazzi, a dispetto di garantirne la riuscita in termini occupazionali. Ce l’ha spiegato Djim Dramé, ricercatore al laboratorio d’islamologia dell’Ifan, presso l’università di Dakar. Lui stesso è il prodotto di detta tendenza: ha studiato in una daara molto famosa (situata a Koki, accoglie quasi 4 mila studenti dai 4 ai 17 anni e, fra loro, anche alcuni provenienti da famiglie emigrate in Italia, che preferiscono crescere i figli in patria, nella stretta osservanza dell’islam). Dramé si è poi laureato in arabo all’università di al Azhar in Egitto e ha conseguito un dottorato in scienze dell’educazione al rientro in Senegal.
SOTTO LA PRESSIONE di un revival religioso concepito in termini identitari, la politica del governo è di aprire spazi all’insegnamento arabo-musulmano, evitando di urtare le suscettibilità sia degli ambienti sufi, sia di quelli wahabiti, ben più agguerriti e forniti di appoggi esterni, di ordine materiale e dottrinale (Arabia Saudita ed Emirati arabi). Per questo, ci racconta Ramatoulaye Diagne Mbengue, docente di filosofia all’università di Dakar e ispettrice generale dell’educazione e della formazione, alla maturità francese, cui si era gradualmente sommata la maturità franco-araba, si è aggiunta da tre anni la maturità araba, conseguibile in médersas confessionali.
Un rischio, per l’apertura in senso critico delle menti giovanili?

giovedì 22 giugno 2017

SULLA STAMPA DI GIOVEDI 22 GIUGNO

http://spogli.blogspot.com/2017/06/il-fatto-22.html

Il Fatto 22.6.17
Il Vaticano predica cittadinanza per tutti, ma se la tiene stretta
Ius soli - Nella Città-Stato non nascono bambini e chi entra e chi esce lo decide il Papa: persa la residenza si torna semplici “italiani”
di Luciano Cerasa

Esiste uno Stato in cui la popolazione è composta da soli immigrati e dove non vi è mai nato un bambino, perché quando capita si partorisce all’estero. Di conseguenza lo ius soli, anche volendo, non avrebbe materia di applicazione. La cittadinanza viene accordata o revocata a discrezione dal capo dello Stato. Anzi, se sei figlio di un cittadino, al compimento dei 18 anni di età regredisci a residente e ti danno il permesso di soggiorno. Di clandestini neanche a parlarne, i muri costruiti intorno ai confini sono così alti e ben sorvegliati da scoraggiare chiunque. E poi, anche se riuscissero a scavalcare, le guardie di frontiera, tra le più efficienti del mondo, li individuerebbero in pochi minuti e li riaccompagnerebbero subito all’accesso più vicino. Altro che Trump.
Secondo il diritto costituzionale, tecnicamente è una “monarchia assoluta a carattere vitalizio”, quindi niente diritti politici connessi all’acquisto della cittadinanza. Per chi non lo avesse capito stiamo parlando della Città del Vaticano, lo Stato più piccolo del mondo per estensione territoriale (solo 44 ettari). Le gerarchie ecclesiastiche si sono schierate apertamente in questi giorni nella polemica, suscitata dalla proposta di legge, a favore di una maggiore liberalizzazione nella legislazione italiana in materia. Tuttavia il filtro steso intorno alla Città del Vaticano è ferreo. Regolato originariamente dai patti Lateranensi del 1929, il diritto di cittadinanza vaticano è stato riammodernato in base alle nuove esigenze da una legge promulgata da Benedetto XVI il 22 febbraio 2011. Secondo la legge “sulla cittadinanza, la residenza e l’accesso nello Stato della Città del Vaticano” sono cittadini vaticani prima di tutto i cardinali che risiedono nel comune di Roma e dentro le mura leonine. Godono della cittadinanza anche i laici o i prelati che si sono stabiliti nel territorio vaticano per ragioni di dignità, carica, ufficio o impiego, ma sempre autorizzati dal pontefice. Possono acquistare e conservare la cittadinanza su autorizzazione anche il coniuge, i figli e i fratelli di un cittadino vaticano purché siano conviventi. Diventano automaticamente concittadini del Papa a tutti gli effetti e accantonano la loro cittadinanza originale, che paradossalmente è il motivo principale della loro assunzione, anche le 109 guardie svizzere accasermate nella Casa Santa Marta. Il diritto ad avere la carta d’identità con le chiavi di San Pietro si perde invece per i cardinali quando si trasferiscono altrove, per i diplomatici, per il personale e i prelati residenti quando cessano dalla carica o dal servizio in ragione dei quali si aveva acquistato la cittadinanza vaticana.
Inoltre coniuge e figli di un cittadino vaticano vengono cancellati dall’anagrafe a seguito della perdita della cittadinanza da parte del cittadino stesso. Carta d’identità scaduta per i figli anche al compimento del 18esimo anno di età, ma possono chiedere di continuare a risiedere nello Stato. Stesso destino per i coniugi che non sono più tali dopo l’annullamento del matrimonio o a seguito della separazione legale. Il residente che perde per qualsiasi motivo la sua cittadinanza riottiene quella d’origine, ma se non ha alcun titolo per essere cittadino di un altro paese diventa ipso facto italiano.
La popolazione attuale, spiega il sito della Santa Sede, comprende circa 800 persone, delle quali oltre 450 godono della cittadinanza vaticana. Circa la metà dei cittadini vaticani non risiede nello Stato, ma in altri Paesi, soprattutto per motivi di servizio. Una curiosità: anche Papa Francesco è diventato cittadino del Vaticano solo al momento dell’elezione al conclave.


La Stampa 22.6.17
“Figlio mio, ti risparmio per tenerti legato a me”
Un’interpretazione laica del sacrificio di Isacco da parte di Abramo
L’intervento dello scrittore israeliano al festival Taobuk di Taormina
di Abraham B. Yehoshua

In quanto scrittore israeliano la Bibbia è uno dei cardini della mia identità (nel bene e nel male) e pertanto ho deciso di proporre una mia interpretazione personale e trasgressiva di uno dei miti fondanti dell’identità ebraica: il sacrificio di Isacco, che fu di ispirazione al racconto della crocifissione di Cristo. Tale mito non ha solo un significato religioso ma anche nazionale per gli ebrei. Religione e nazionalità sono infatti strettamente intrecciate nella nostra identità.
[...] Una delle prime frasi che salta all’occhio nel leggere il brano biblico è la promessa fatta da Dio ad Abramo: «Io ti colmerò di benedizioni e renderò molto numerosa la tua discendenza, come le stelle del cielo e come la sabbia che è sul lido del mare». Questa profezia non si è avverata. La fede ingenua e ubbidiente di Abramo in Dio, che lo aveva portato ad assecondare la richiesta di sacrificare il figlio senza alcuna spiegazione ragionevole, avrebbe dovuto, secondo il racconto, garantire a lui e ai suoi discendenti una progenie numerosa. Ma il numero degli ebrei è rimasto limitato e, considerata la loro antica origine, la profezia si è forse avverata non tanto in termini di incremento demografico quanto piuttosto di capacità di sopravvivenza.
Le domande
È questo un piccolo dettaglio non strettamente connesso all’essenza della storia ma che tuttavia dà un’indicazione del tipo di dialogo fra Abramo e Dio, della sua forza e della sua concreta efficacia. Se infatti i criteri di prolificità e di entità numerica di un popolo rappresentano un valore in sé – almeno per il narratore del racconto biblico – ecco che la positiva riuscita della prova di Abramo non ha portato l’auspicata ricompensa, forse persino il contrario. Prenderò ora in esame la vicenda in sé, una vicenda che solleva gravi questioni morali. E, dicendo questo, non dico nulla di nuovo. Se io fossi un uomo di fede e credessi nell’esistenza di Dio che parlò ad Abramo e nella provvidenza divina individuale, l’episodio del sacrificio di Isacco potrebbe sostanzialmente compromettere la mia fede da un punto di vista etico, posto che l’assunto di ogni credo religioso è che Dio non è solo fonte di vita, ma anche di moralità e di giustizia. È anche noto che la fede religiosa non dipende unicamente da valori etici e, laddove esiste, è di solito in grado di superare qualunque tipo di inibizione morale. [...]
Bene, torniamo all’episodio del sacrificio di Isacco. A mio parere chiunque crede in Dio ed è convinto che Dio è anche fonte di moralità e di giustizia, si trova a dover affrontare un grave problema dinanzi a questa vicenda. Il comportamento di Abramo è infatti moralmente orribile. È vero che la prima frase: Dio mise alla prova Abramo addolcisce la brutalità di Dio, lasciando intendere che il Signore non aveva intenzione di sacrificare Isacco senza una ragione ma solo di verificare la devozione di suo padre. In ogni caso, però, Dio sarebbe da biasimare per aver condotto questo tipo di esperimento. [...] Dio dimostra chiaramente di potere essere ingiusto. E senza tenere conto per ora della reazione di Abramo, ecco che l’intenzione divina di sottoporlo a una prova simile è moralmente distorta. Infatti anche dopo che si chiarisce che si trattava solo di una prova, il fatto che ci sia stata una simile richiesta indica che potrebbero essercene altre, di tipo concreto.
Modello immorale
La teoria secondo la quale la richiesta di Dio di sacrificare Isacco è stata fatta per insegnare ad Abramo che nel giudaismo non ci sono sacrifici umani non è a mio parere corretta. Innanzi tutto la questione del divieto di sacrifici umani non è menzionata in questo episodio e, in secondo luogo, Abramo non riceve nessun rimprovero ma solo parole di elogio per la sua disponibilità a immolare il figlio e a eseguire l’ordine divino. La pecca morale di Abramo è quindi più grave di quella di Dio. Senza discutere, senza fare domande e senza recriminare è pronto a eseguire un ordine insensato e ingiusto, ad abbandonare ogni logica e ogni naturale senso di giustizia, ad ammazzare un innocente per dimostrare la propria devozione e fiducia in Dio.
Questa disponibilità e assoluta obbedienza sono di ispirazione a molte atrocità commesse in nome di un ordine divino. Abramo, da un punto di vista religioso, rappresenta un modello assolutamente immorale per le generazioni future e il suo comportamento getta un’ombra sulla sua personalità di difensore della giustizia, rivelatasi, per esempio, durante il colloquio con Dio sulla distruzione di Sodoma e Gomorra, quando lui giustamente domanda: «Davvero sterminerai il giusto con l’empio?» (Genesi, 18, 23) E: «Forse il giudice di tutta la terra non praticherà la giustizia?» (Genesi, 18, 25).[...]
Il mito del sacrificio di Isacco va dunque fermamente respinto da un punto di vista morale? Forse lo si può parzialmente salvare partendo da una posizione secolare che sostiene che Dio non esiste e Abramo ha agito in piena autonomia, per propria decisione e volontà.
La deterrenza
Abramo ha lasciato la casa di suo padre Terach quando era ormai uomo fatto per seguire una nuova fede. Ha reciso i suoi legami familiari, tribali, ha abbandonato la sua patria, ha voltato le spalle alla fede dei suoi avi ed è partito per un paese straniero per fondare una nuova religione. A un’età ormai avanzata, e dopo aver finalmente avuto un figlio dalla moglie Sara, poteva certamente ipotizzare che suo figlio Isacco si sarebbe comportato con lui come lui aveva fatto con suo padre Terach. Vale a dire avrebbe potuto abbandonare la fede in un unico Dio a favore di altri dei e forse se ne sarebbe andato altrove.
Come poteva allora Abramo scongiurare una simile eventualità? Anziché rivolgersi agli abitanti della terra di Canaan e convincerli della bontà e della verità della sua nuova fede ha optato per una strada più facile, scegliendo di garantire la continuità del suo nuovo credo per mezzo della sua discendenza. E per ottenere questo obiettivo ha organizzato la messinscena del sacrificio del figlio: ha condotto il ragazzo su un monte, ha costruito un altare, ha legato Isacco e ha brandito il coltello come a dire: «Io sono pronto a ucciderti. Nonostante ti ami potrei ammazzarti se tu cambiassi fede. Potrei fare a te quello che mio padre, Terach, non fece a me per tenermi stretto al suo credo». All’ultimo momento, però, finge un ripensamento, come se Dio gli avesse parlato tramite un angelo e gli avesse detto: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente» (Genesi, 22, 12). Il messaggio a Isacco è quindi chiaro: «Io, da parte mia, avrei potuto ucciderti ma il Dio in cui credo ha avuto pietà di te e non me lo ha permesso. Da oggi in poi sappi, Isacco, che non a me, che ti ho messo al mondo, devi la vita, ma al Dio che ti ha salvato». [...]
La paura
Secondo questa interpretazione laica Abramo, che non ha nessuna intenzione di uccidere il figlio ma vuole solo minacciarlo e intimidirlo, non può essere quindi accusato di tentato omicidio o di cieca obbedienza a una richiesta «divina» di un omicidio. Non è invece esente dall’accusa di avere terrorizzato Isacco. E in ebraico l’espressione «la paura di Isacco», nata da questo episodio, è presente in numerose preghiere e salmi liturgici. Il poeta Haim Gori ha ben espresso il terrore provato da Isacco in una sua famosa poesia intitolata Eredità. E così scrive nell’ultima strofa:
«Isacco, come narrato, non fu offerto in sacrificio.
Visse per lunghi anni.
Vide il bene, finché gli occhi non gli si oscurarono.
Ma lasciò il ricordo di quell’attimo in eredità ai suoi discendenti.
Che nascono
Con un pugnale conficcato in cuore».
Traduzione dall’ebraico di Alessandra Shomroni©
Il sacrificio di Isacco (c. 1598) attribuito a Caravaggio

La Stampa 22.6.17
Tronti e Cacciari incrociano le lame per attualizzare l’eredità di De Sanctis
L’incontro, martedì prossimo a Palazzo Chigi, celebrerà i duecento anni dalla nascita dello storico della letteratura, attivista politico e ministro
di Mirella Serri

Adolescente diligente ma intollerante nei confronti dei suoi pedanti insegnanti («centinaia i versi latini recitati a memoria», si lamentava, «il sabato pomeriggio»), patriota impegnato in un gioco assai rischioso («porre una mina sotto Palazzo Reale pareva un gioco... Fu la prima volta e sola che fui in convegni segreti»), incarcerato a Napoli, esule, deputato al primo Parlamento nazionale unitario, ministro dell’Istruzione: Francesco De Sanctis, grande critico letterario nato il 28 marzo 1817, non fu uno studioso immerso solo nelle «sudate carte». Al contrario, visse a stretto contatto con le passioni politiche e da sempre ha incarnato l’immagine dell’intellettuale progressista della sua epoca.
A ricordare i 200 anni dalla nascita del celebre storico della letteratura saranno Massimo Cacciari e Mario Tronti che martedì 27 giugno, a Palazzo Chigi a Roma, incroceranno le lame (moderati da Corrado Augias) sul tema De Sanctis, un’estetica europea. Chiediamo ai due protagonisti di anticipare le loro posizioni sul critico campano.
De Sanctis ha dunque fatto scuola? È il modello dello studioso italiano desideroso di coniugare speculazione e pratica politica?
«Anche se le differenze sono molteplici rispetto ai nostri tempi, da Machiavelli in poi, i poeti, i romanzieri, i pensatori della penisola hanno sentito le sirene dell’impegno. Dopo essere stato ministro, De Sanctis passò all’opposizione ma continuò a essere attivo, colpendo con la sua disamina, per esempio, le ruberie, le “consorterie”, i “retrivi” e i “codini”», osserva il senatore Tronti che con Cacciari, ex europarlamentare ed ex sindaco di Venezia, incarna anche lui una moderna figura di filosofo che non ha mai sdegnato la militanza e l’attivismo.
«De Sanctis è stato sempre tra noi. Basta un esempio: nel secondo dopoguerra il partito comunista, per combattere l’influenza di Benedetto Croce e sostenere l’idea di una letteratura nazionale, recuperò De Sanctis come il capostipite di una linea laico-democratica del Risorgimento che passava per Labriola, Croce e Gramsci».
E le ultime generazioni? Sono distanti anni luce dal letterato irpino?
«Per nulla. Pensi quanto i giovani possano apprezzare questa sua frase: “La vita è azione, ma solo la dignità è la chiave della vita e l’onestà è la prima qualità dell’uomo politico”. In Un viaggio elettorale, il diario redatto per le elezioni del 1875, De Sanctis descrive il mondo dei borghesi “galantuomini” e anche delle masse contadine. Quando faceva campagna per le elezioni era vicino alla povera gente, agli umili. Una figura di politico, questa, rarissima ai nostri giorni e che sicuramente attrae i ragazzi di questo secolo. Predicava, ecco un altro elemento della sua attualità, contro la corruzione e contro la personalizzazione della politica».
De Sanctis, come recita il titolo dell’incontro, fu un intellettuale europeo?
«In Italia circola da sempre la strana convinzione che la situazione culturale della Penisola fosse affetta da grandi ritardi rispetto all’Europa», osserva Cacciari. «All’avanguardia e in stretto rapporto con l’Europa c’era invece proprio il nostro meridione. A Napoli si pubblicavano moltissime riviste e vi era un incredibile sviluppo del pensiero filosofico. In quest’ambiente così evoluto De Sanctis approdò alla filosofia di Hegel e fu un appassionato lettore di Schiller, Byron e Goethe».
La sua impostazione critica è ancora valida?
«Lo possiamo definire il gran padre della critica letteraria italiana. Direi di più: dopo di lui non è stato inventato più nulla anche se i giudizi sui singoli autori non sono sempre condivisibili. Il suo approccio all’arte, alla letteratura, al pensiero, è rimasto unico. De Sanctis sottolineava l’importanza del punto di vista del critico poiché riteneva inconcepibile che esistesse per chi scrive una libertà dai valori, da una personale concezione della vita. Non Croce ma Giovanni Gentile ha ben compreso il messaggio di De Sanctis».
Teoria e prassi facevano tutt’uno. E oggi?
«Sono epoche diverse. Allora esisteva un ceto politico impegnato nella costruzione dell’unità della nazione. Più adatti al nostro tempo sono i tecnici alla Macron, alla Merkel e alla Gentiloni. Nella concezione della cultura militante di De Sanctis i riferimenti erano Vico e Machiavelli, quest’ultimo apprezzato per il realismo, inteso come “antidoto” alla separazione della parola dalla cosa, ovvero dai fatti e dalla realtà». Più esplicitamente
se la prendeva con la trombonaggine dei politici. «Quest’atteggiamento», conclude il filosofo veneziano, «non c’è dubbio, è molto moderno».

La Stampa 22.6.17
“Negati i suoi diritti”
La Regione deve risarcire il padre di Eluana Englaro

Forse il «caso Englaro» è finito davvero soltanto ieri, a otto anni dalla morte di Eluana. È infatti arrivata la sentenza del Consiglio di Stato che conferma quella emessa dal Tar della Lombardia l’anno scorso. Allora i giudici condannarono la Regione Lombardia, all’epoca dei fatti presieduta da Roberto Formigoni, per aver impedito la sospensione della nutrizione e dell’idratazione artificiale a Eluana Englaro, da 17 anni in stato vegetativo dopo un incidente d’auto. Eluana dovette andare a morire in un’altra regione, a Udine il 9 febbraio 2009, fra forti polemiche che rilanciarono il dibattito sul fine vita.
Ora il Pirellone dovrà versare poco meno di 133 mila euro al padre di Eluana, Beppino Englaro. Quest’ultima sentenza nasce da un ricorso della Regione contro la decisione del Tar, ricorso cui il Consiglio di Stato ha dato torto. Dopo il diritto a rifiutare le cure riconosciuto dalla Cassazione con una sentenza del 2007 che a sua volta ne confermava una della Corte d’appello di Milano, la Regione, scrive la Terza sezione del Consiglio di Stato, «era tenuta» a fornire a Eluana «la propria prestazione sanitaria, anche se in modo diverso rispetto al passato, dando doverosa attuazione alla volontà espressa dalla stessa persona assistita, nell’esercizio del proprio diritto fondamentale all’autodeterminazione terapeutica».
A differenza del Tar, però, il Consiglio di Stato ha ritenuto non doloso ma colposo il comportamento della Regione: insomma, non voleva «nuocere», ma riteneva, sbagliando, di «adottare le condotte più opportune». Il risarcimento comprende anche le spese di guardia alla struttura dove Eluana morì, per far fronte, scrivono sempre i giudici amministrativi, «alla presenza di telecamere e giornalisti», ai «sit-in» e alla possibile presenza di «facinorosi», con «il conseguente rischio di lesione del diritto al rispetto della dignità umana».
Englaro si è detto «soddisfatto» dell’ennesimo verdetto, «un provvedimento che davamo per scontato», mentre il suo avvocato, Vittorio Angiolini, conferma che il risarcimento «sarà destinato ad attività a sostegno dei diritti dei malati».

Repubblica 22.6.17
Tortura, Strasburgo vuole norme più severe
Il testo attuale è sotto lo standard Onu e offre “scappatoie” agli accusati
di Silvio Buzzanca

ROMA. Il Consiglio d’Europa esprime soddisfazione per la volontà dell’Italia di approvare una legge sulla tortura, ma fa notare al Parlamento che «alcuni aspetti di essa sembrano essere in contrasto con la giurisprudenza della Corte e le raccomandazioni degli organi specializzati del Consiglio d’Europa e delle Nazioni unite». Il monito è contenuto in una lettera inviata a Piero Grasso e Laura Boldrini da Nils Miuznieks, commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa, e arriva alla vigilia dell’esame del testo da parte di Montecitorio. La commissione Giustizia infatti ha completato l’esame del provvedimento, ha respinto tutti gli emendamenti e lo porterà in aula il 29 giugno per la discussione generale.
Dunque si lavorerà sulle norme modificate dal Senato in seconda lettura: proprio quelle che suscitano le preoccupazioni del commissario ai diritti umani. Miuznieks scrive, infatti, che il testo in discussione «potrebbe avere come risultato, in determinate circostanze, che certi casi di tortura o di trattamenti o punizioni inumani o degradanti rimangano senza conseguenze, e, quindi, creare potenziali falle».
Il commissario punta l’indice proprio sulla definizione stessa del reato di tortura e spiega che si potrebbero creare «potenziali scappatoie per l’impunità». Quello che sembra inquietare il Consiglio d’Europa è soprattutto l’introduzione da parte del Senato della reiterazione delle violenze come condizione necessaria per fare scattare il reato di tortura. «Noto in particolare - scrive Muiznieks - che nell’attuale progetto, perché si configuri la tortura, è necessario che si verifichino più condotte di violenze, minacce o crudeltà». Inoltre - conclude - «la tortura psicologica è limitata ai casi in cui il trauma psicologico sia verificabile».
La lettera del commissario europeo ha ridato slancio alle polemiche sulla legge. «Per come è stata presentata non è efficace, è lontana dai principi della Ue e lontana dagli standard internazionali dei diritti umani: in poche parole è un pastrocchio», dicono i grillini. «Le critiche del Consiglio d’Europa confermano che avevamo ragione. Sarebbe doveroso varare questa legge di pura civiltà senza lasciare scappatoie e senza furbesche ambiguità », afferma Loredana De Petris, di Sinistra italiana.
Davide Ermini, responsabile Giustizia del Pd, dice invece a Radio Radicale: «Questa critica alla legge era nell’aria. Però adesso approviamola e monitoriamola. Po si vedrà come ha funzionato. Bisogna essere realisti: al Senato non ci sono i numeri per un testo diverso. Allo stato delle cose non si poteva fare di più».

Repubblica 22.6.17
Sul reato di tortura si misura la nostra credibilità

CARO direttore, dopo anni di vani tentativi di introdurre il reato di tortura nel codice penale, il 17 maggio scorso il Senato ha modificato il testo che gli era pervenuto dalla Camera, partorendo un contorto groviglio giuridico che torna dunque a Montecitorio.
Occorre innanzitutto sgomberare il campo da un equivoco (che qualcuno ha alimentato ad arte). Il reato di tortura non è diretto ad ostacolare il lavoro delle forze dell’ordine! La sua finalità è unicamente quella di sanzionare penalmente la tortura, ovvero l’inflizione intenzionale di sofferenze acute ad una persona. Difatti quello previsto dall’attuale disegno di legge è un reato comune (punisce cioè la tortura anche quando viene commessa da privati), aggravato nel caso del pubblico ufficiale nell’esercizio delle sue funzioni.
Per definizione, dunque, la tortura non riguarda lesioni cagionate nell’esercizio legittimo della forza, che tale è quando risulta necessario e se messo in atto in modo proporzionato e con professionalità. La previsione contenuta nel testo modificato, secondo cui il reato di tortura non si applica nel caso di sofferenze risultanti unicamente dall’esecuzione di legittime misure privative o limitative di diritti, può ritenersi ammissibile se essa venga intesa in linea con l’articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, il quale esclude dolore o sofferenze risultanti da sanzioni legittime.
La tortura è altra cosa, sempre che non si voglia dare alle forze dell’ordine la possibilità di infliggere intenzionalmente sofferenze acute. Ci rifiutiamo però di credere che i nostri parlamentari e gli stessi vertici delle forze dell’ordine, nell’interesse della dignità della loro divisa e del pieno sostegno dell’opinione pubblica per il loro fondamentale servizio, vogliano abbassarsi ad un simile livello.
Ciò premesso, il testo modificato approvato dal Senato è una informe creatura giuridica. Tra l’altro, la definizione di tortura recepita dal Senato è contorta e illogica, soprattutto dove prevede che il fatto è punibile «se è commesso mediante più condotte ovvero se comporta un trattamento inumano e degradante per la dignità della persona». In particolare, il requisito (aberrante) di «più condotte » condurrebbe all’assurda conseguenza di escludere, ad esempio, la rilevanza penale come “tortura” di un’unica condotta protratta nel tempo.
Ancora, il testo modificato limita in modo inaccettabile l’ipotesi della tortura psicologica, esigendo che il trauma psichico sia verificabile: che cosa significa “verificabile” quando la vittima riesca a dimostrare di essere stata sottoposta a sevizie psicologiche qualificabili come tortura?
Infine, il testo modificato tace in materia di prescrizione, laddove il reato di tortura dovrebbe essere accompagnato da un termine di prescrizione lungo o, meglio ancora, andrebbe reso imprescrittibile.
Spetta dunque alla Camera di rimediare alle mancanze più gravi del pessimo testo varato dal Senato, a cominciare dalla definizione del reato di tortura, che deve essere chiara e rigorosa. Basterebbe del resto adottare una definizione essenziale (del genere: «chiunque, intenzionalmente e agendo con crudeltà, cagiona tortura …», con l’eventuale aggiunta di una clausola di esclusione per sanzioni legittime analoga a quella contenuta nell’articolo 1 della Convenzione delle Nazioni Unite). Se lo volessero, deputati e senatori, con l’impulso della presidente Boldrini e del presidente Grasso, potrebbero benissimo riuscire a varare in tempi rapidi un reato di tortura all’altezza di un paese civile. A loro ci permettiamo di ricordare che: a) la tortura è una delle violazioni dei diritti umani più gravi — per certi versi la più abominevole — e il nostro sistema di prevenzione e di repressione penale è privo di un deterrente efficace senza un reato configurato in termini seri; b) l’Italia si è impegnata a farlo da anni e anni, sia di fronte alle Nazioni Unite, sia a livello europeo; c) senza un reato di tortura serio non possiamo né estradare dei torturatori arrestati in Italia né perseguire, in quanto tali, atti di tortura commessi all’estero ai danni di un cittadino italiano.
Ne va palesemente della serietà, e quindi della credibilità, dell’Italia, in Europa e nel mondo.

Antonio Bultrini, Associato di diritto internazionale nell’Università di Firenze; Pasquale De Sena, Ordinario di diritto internazionale nell’Università Cattolica di Milano e membro permanente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani; Filippo di Robilant, membro del Comitato esecutivo dell’Agenzia per i diritti fondamentali dell’Unione europea; Flavia Lattanzi, già giudice del Tribunale speciale per l’ex- Jugoslavia e membro permanente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani; Giuseppe Nesi, Ordinario di diritto internazionale nell’Università di Trento e membro permanente del Comitato Interministeriale per i Diritti Umani; Tullio Padovani, avvocato, già Ordinario di diritto penale alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa; Vladimiro Zagrebelsky, già giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo

il manifesto 22.6.17
Il Consiglio d’Europa all’Italia: «Sulla tortura legge inadatta»
Diritti umani. Il commissario Muižnieks al Parlamento: «Testo difforme dalle convenzioni Onu». Il ddl che torna alla Camera il 26 giugno «non rispetta la sentenza Cedu»
Manifestazione di Antigone per l'introduzione del reato di tortura in Italia
di Eleonora Martini

Così non va. L’attuale testo di legge che introduce il reato di tortura nel nostro ordinamento penale e che dovrebbe (ma già si parla di rinvii) tornare all’esame della Camera il 26 giugno prossimo, in quarta lettura, non rispetta le Convenzioni Onu, né gli obblighi imposti dalla condanna della Corte europea dei diritti dell’Uomo con la sentenza «Cestaro vs Italia» del 2015. A dirlo – anzi, a scriverlo con una lettera indirizzata alle più alte cariche del Parlamento italiano – è il Consiglio d’Europa, che già tre mesi fa aveva sollecitato Roma ad accelerare i tempi.
In particolare è il Commissario Nils Muižnieks che, prendendo sul serio «l’impegno del Parlamento italiano» di varare finalmente una legge attesa dal 1989, e sfuggendo naturalmente alla logica dei veti incrociati, degli opportunismi elettorali e dei diktat delle destre, dentro e fuori i sindacati di polizia, si è preso la briga di comunicare la preoccupazione di Strasburgo sul ddl che è stato licenziato dal Senato il 17 maggio scorso e che dovrebbe tornare all’esame della Camera proprio nella Giornata internazionale contro la tortura.
«Taluni aspetti – scrive il commissario per i diritti umani dell’organizzazione internazionale – sembrano essere disallineati rispetto alla giurisprudenza della Corte (Cedu, ndr), alle raccomandazioni della Commissione europea per la prevenzione della tortura e delle pene e trattamenti inumani e degradanti e alla Convenzione delle Nazioni Unite sulla tortura».
Nella lettera indirizzata ai presidenti di Camera e Senato, Boldrini e Grasso, e a quelli delle relative commissioni Giustizia, Ferranti e D’Ascola, nonché al senatore Luigi Manconi, presidente della commissione straordinaria Diritti umani, Muižnieks osserva «in particolare che, nell’attuale versione del ddl, perché si possa configurare il reato di tortura, sono necessarie “piú condotte” di violenze o minacce gravi, ovvero crudeltà». Inoltre, «la tortura psicologica è limitata ai casi in cui il trauma psicologico sia verificabile». E, «dato che l’attuale testo sembra divergere dalla definizione di tortura data dall’articolo 1 della Convenzione Onu anche per altri aspetti», il commissario del Consiglio d’Europa esprime la «preoccupazione» che una tale legislazione possa creare «situazioni in cui episodi di tortura o di pene e trattamenti inumani o degradanti restino non normati, dando luogo pertanto a possibili scappatoie di impunità».
Infine, «considerato che il testo adotta una definizione ampia di tortura, che ricomprende anche i comportamenti di privati cittadini – scrive ancora Nils Muižnieks – è importante garantire che tutto questo non indebolisca la garanzia di tutela a chi subisce tortura per mano di pubblici ufficiali, vista la natura particolarmente grave di questo tipo di violazione». Tanto più perché, tocca sottolineare al Commissario, ciò «tutelerebbe la reputazione della stragrande maggioranza dei tutori dell’ordine e di altri organi dello Stato che non commettono tali atti».
Naturalmente quindi per il Consiglio d’Europa le «nuove disposizioni dovrebbero prevedere pene adeguate» e, come impongono tutti gli organismi internazionali e le Convenzioni che l’Italia ha firmato e ratificato ormai 28 anni fa, la nuova fattispecie di reato non deve essere «soggetta a prescrizione», né deve essere «possibile emanare in questi casi misure di clemenza, amnistia, perdono o sospensione della sentenza. Parimenti, non vanno previsti limiti temporali alla facoltà delle vittime di ottenere misure di risarcimento».
Parole accolte con un silenzio di tomba. Unico plauso, quello dell’associazione Antigone e di Amnesty international (che già avevano criticato l’attuale testo), di Sinistra Italiana (che si era astenuta, al Senato) e dei deputati del M5S che ora parlano di «legge inefficace» e chissà perché (i senatori a 5 Stelle hanno votato a favore del testo) esultano: «Il Consiglio d’Europa ci dà ragione».

Il Fatto 22.6.17
Banche, parte la commissione d’inchiesta: tremano Boschi e Visco
In quella sede Ghizzoni (ex ad Unicredit) potrà parlare di Banca Etruria. Ferruccio de Bortoli ha scritto nel suo Poteri forti (o quasi) che l’ex ministro delle Riforme gli chiese di salvarla
di Marco Palombi

Ci sono voluti quattro anni dalla proposta, tre e mezzo da quando fu incardinata in commissione, ma è legge: il Parlamento, dopo l’approvazione definitiva di ieri alla Camera, istituirà una commissione d’inchiesta bicamerale sul sistema bancario che avrà gli stessi poteri dell’autorità giudiziaria. Il tempo per lavorare sarà poco, come vedremo, ma la cosa avrà un effetto facile da prevedere: riporta sulla graticola la sottosegretario Maria Elena Boschi, sul cui futuro pende la “mina Etruria”.
Un secondo esito è meno evidente, ma assai rilevante: Banca d’Italia finirà sul banco degli imputati (insieme a Consob) e a mettercela sarà il Pd di Matteo Renzi, che incolpa Palazzo Koch delle figuracce rimediate sulle banche. La commissione, infatti, dovrà indagare anche su “l’efficacia delle attività di vigilanza”. Un campo d’inchiesta che ha parecchio irritato Palazzo Koch e, in particolare, il governatore Ignazio Visco, che accarezza l’idea di un secondo mandato che Renzi vede come il fumo negli occhi.
I tempi rimasti garantiscono che questa commissione non potrà concludere i suoi lavori e neanche fare un serio lavoro di indagine su quanto accaduto alle banche durante la crisi economica. Difficilmente potrà chiarire, come pure previsto con apposito comma, cos’ha combinato alle banche italiane l’introduzione del bail-in (le norme Ue che vietano aiuti di Stato se prima non hanno pagato azionisti, obbligazionisti e persino correntisti).
Questa commissione al massimo servirà a regalare al pubblico, al costo di poco meno di 200mila euro, qualche chicca che imbarazzi questo o quel partito. Tutti, in realtà, sono convinti di poter mettere in difficoltà gli avversari ed è il motivo per cui l’entusiasmo per la commissione è unanime (persino il Pd, che volendo poteva farla partire anni fa). Fino a settembre, comunque, non succederà nulla: ora i presidenti di Camera e Senato dovranno indicare ognuno 20 membri della bicamerale in proporzione alla forza dei gruppi. Definiti i nomi, ci si dovrà riunire per eleggere il presidente, due vice e due segretari: solo a quel punto si stabilirà il programma dei lavori e la lista delle persone da audire.
Anche con tutti questi ostacoli è improbabile che in autunno non si arrivi al redde rationem sul caso Boschi. Le cose stanno così. L’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, ha scritto nel suo Poteri forti (o quasi) che l’ex ministro delle Riforme chiese all’allora amministratore delegato di Unicredit, Federico Ghizzoni, di salvare Popolare Etruria, istituto di cui il padre era vicepresidente, poi commissariato e finito in bail in nel novembre 2015; Ghizzoni ordinò una due diligence sui conti decidendo alla fine di non farne nulla. Boschi ha smentito di aver chiesto aiuto a Ghizzoni e ribadito quel che aveva detto in Parlamento: mai avuto a che fare con la banca di papà.
Da parte sua, Ghizzoni non ha voluto smentire de Bortoli, né però confermare quanto scritto dal giornalista. Il suo no comment però spaventò il governo: “Adesso non parlo, perché non si può mettere in mano a un privato cittadino la tenuta di un governo. Se mi convocheranno parlerò alla commissione d’inchiesta: in Parlamento, non sui giornali”. L’ex manager di Unicredit sa che la riservatezza è virtù massima per un banchiere: davanti a una commissione d’inchiesta, però, sarebbe obbligato a rispondere e dovrebbe chiarire quel che accadde con l’allora ministro. Magari sarà sentito anche Vincenzo Consoli, ex dg di Veneto Banca, che – come rivelato dal Fatto – incontrò Boschi a casa del padre a Laterina nel marzo del 2014 proprio per discutere di Etruria.
L’altra vittima designata, come detto, è Ignazio Visco. Renzi incolpa (non senza ragioni) Banca d’Italia per i disastri combinati (anche) dal suo governo sulle banche. I rapporti tra Palazzo Koch e la Popolare Vicenza di Gianni Zonin saranno al centro degli interessi del Pd: serviranno a sbarrare la strada verso il secondo mandato a Visco, che pure ha l’appoggio di Sergio Mattarella. Per garantirsi che non ci sia troppo fair play istituzionale, il segretario del Pd ha già designato alla presidenza Matteo Orfini, non proprio un esperto di credito. Le regole per chi vuole far parte della commissione, inviate ieri ai parlamentari dai capigruppo, garantiranno l’assenza di pesi massimi: sono scritte per peones o chi abbia solo incarichi di partito. Cioè Orfini.

Il Fatto 22.6.17
“Toscana, Etruria, Verdini e i massoni sullo sfondo”
Sandra Bonsanti - Sul renzismo e gli scandali politici: “Mio marito diceva che quando
di Davide Vecchi

Tra i grembiulini invocati da Miguel Gotor, i precari rapporti amicali del Giglio magico con i suoi ormai ex fedelissimi come l’ad di Consip Luigi Marroni e le sempre più acclarate menzogne dei petali più preziosi, come quelle di Maria Elena Boschi sul suo interventismo in aiuto del babbo per Etruria, il sistema renziano che doveva rottamare tutto, sta rottamando se stesso. E il Pd.
Il quadro lo tratteggia chi quel mondo lo conosce bene: Sandra Bonsanti, presidente emerita di Libertà e Giustizia, ex parlamentare, firma di Repubblica, direttore de Il Tirreno. Soprattutto fiorentina di Firenze e figlia di un ex primo cittadino, Alessandro Bonsanti. A lei Dario Nardella ha deciso di assegnare il Fiorino d’oro.
“Gli sono grata per questa onorificenza che accetto a nome della mia famiglia”.
Nardella sta scendendo dal carro?
Qualcosa si sta muovendo. Prova ne è Rignano, dove il sindaco che aveva avuto contrasti duri con il padre di Renzi è stato confermato.
Hanno perso il rapporto con i cittadini?
Nardella sta finalmente tentando di fare il sindaco di tutta la città e questo non può che farmi piacere visto che negli ultimi anni si è sentita molto forte la cappa, la pressione del cosiddetto Giglio magico.
È a Firenze del resto che è nato e sbocciato…
Una situazione che però in questa città non si era mai vista, quindi se ci fosse davvero un allentamento sarebbe positivo. Ma è presto per dirlo, non basta un fiorino d’oro.
Anche perché da Roma arrivano ben altri messaggi .
Certo, noi abbiamo avuto il privilegio, per così dire, di veder nascere il renzismo. Già nel 2009 sottolineavo la strana affinità tra Berlusconi e l’oggi segretario Pd. Ricordo che lanciammo il primo appello “rompiamo il silenzio”, contro le varie riforme pensate ad Arcore: lo stravolgimento della Costituzione, il presidenzialismo, la legge bavaglio; insomma, quando Berlusconi dava il meglio del suo repertorio, Renzi iniziò a dichiararsi favorevole a una rivisitazione della Carta, a ribaltare il welfare e il sistema di sindacato.
Si era accorta dell’innamoramento?
Una affinità che veniva pure dichiarata e che poi abbiamo visto crescere. Così come il legame con Verdini che oggi si dice repubblicano: sicuramente viene da quella tradizione lì, è vero, ma non bisogna dimenticare che lì c’era di tutto, massoneria compresa.
I grembiulini sono evocati con frequenza quando si parla del prato in cui è fiorito il Giglio magico renziano eppure i diretti interessati hanno sempre smentito.
È impossibile parlare di Toscana senza parlare di massoneria. Torna sempre, in tutto. Da Banca Etruria, per esempio, passavano i pagamenti a Licio Gelli per la loggia P2. Anche a mio padre spesso proposero di entrare in qualche loggia e lui rispondeva che non era adatto. Ricordo una frase illuminante di mio marito (Giovanni Ferrara, parlamentare repubblicano, tra i più stimati intellettuali laici italiani, scomparso nel febbraio 2007 a 79 anni, ndr). Una volta mi disse: “Quando in politica qualcosa non torna c’è sempre di mezzo la massoneria”. Aveva ragione. Quando non si comprende un’alleanza o una nomina, c’è un grembiulino. Vennero pure da me, non per reclutarmi ma per lamentarsi: “Noi sosteniamo suo padre, ma non ci piacciono gli articoli che scrive sulla P2”.
La stampa infastidisce pure Renzi. Ci ha definito “Falso quotidiano” perché abbiamo rivelato il caso Consip.
Bisognerà vedere se Marroni si toglierà i sassolini dalle scarpe. La situazione è molto ambigua. Mi ritrovo appieno nell’analisi compiuta dal procuratore Roberto Scarpinato sull’evoluzione dei sistemi criminali: “La verticalizzazione di grandi appalti e forniture, come nel caso di Consip, e la complessità delle procedure, creano un potere gestito da figure legate alla nomenclatura politica e mafiosa”. In pratica decidono in pochi e sempre più potenti.
Se guarda alle persone sfiorate dalla vicenda Consip, almeno una quindicina sono tutte collegate a Renzi. Persino Alfredo Romeo, l’imprenditore napoletano arrestato: ha finanziato la fondazione Open.
L’ennesima conferma della necessità di dividere il ruolo di segretario di un partito da quello di presidente del Consiglio, perché sono due cose diverse e in sovrapposizione e alimenta quanto meno il dubbio. Un imprenditore che finanzia un partito o la fondazione di un segretario, poi magari si ritrova a partecipare a gare pubbliche bandite dal governo guidato dal segretario nei panni del premier.
Un punto del programma per la sinistra che sta tentando di riunire Tomaso Montanari che l’ha di recente sostituita alla guida di Lg?
Sono molto fiera di questo progetto, Tomaso è giovane, è una risorsa e sa benissimo cosa serve. Fra l’altro lui non si candiderà. Sta tentando di organizzare una lista per aiutare la sinistra, anche quella sinistra delle mille realtà associative che si sentono abbandonate, orfane e prive di rappresentanza.
Unire la sinistra per contrastare il renzismo?
A me non preoccupa il renzismo, a me preoccupa l’unione tra Renzi e Berlusconi e a cosa questa può portare su Costituzione e gestione della giustizia. Sono inaffidabili. Dal trattamento che ha riservato a Enrico Letta in poi, Renzi si è rivelato un uomo privo del valore più prezioso: la sua parola.

Il Fatto 22.6.17
“Traccie” di una situazione grammatica
di Silvia Truzzi

L’italiano, spiegano i linguisti, si evolve: è natura. Qualche mese fa fece scalpore un libro di Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della Crusca, in cui l’illustre autore sosteneva che l’uso del congiuntivo è in calo, ma non è il caso di farne un dramma: nel parlato tende a essere sostituito dall’indicativo (“Se mi avessi chiamato, sarei venuto” diventa “Se mi chiamavi, venivo”). Ma è un’abitudine che risale a Dante e anche più indietro. I “casi che infiammano gli animi e che a molti tolgono il sonno”, scrive Sabatini in Lezioni di italiano (Mondadori) sono molti: oltre al congiuntivo, gli anacoluti (li usava già Manzoni), i pleonasmi, le frasi segmentate (“A lui, gli piaceva”), i pronomi lui e lei usati come soggetti (ci sono testimonianze dal Duecento fino a Tomasi di Lampedusa ), il “gli” polivalente (usato anche come plurale e femminile). Sono altri gli errori che il presidente onorario della Crusca non vorrebbe mai vedere, per esempio la punteggiatura gettata a caso disastrosamente come è avvenuto in un decreto legislativo del governo il 18 aprile 2016. Come diceva Cesare Pavese, “fra gli errori ci sono quelli che puzzano di fogna e quelli che odorano di bucato”.
Tutto bene? Non proprio. L’altro giorno è apparsa sul sito del ministero della Pubblica istruzione la parola “Traccie” che però in italiano si scrive indubbiamente “tracce”. Cosa mai sarà una “i” di troppo? È solo una vocale. Svista, lapsus calami, disattenzione occasionale? Chissà. Potremmo però ricordare che non più tardi di quindici giorni fa la ministra Fedeli in persona con un miracolo ha fatto incontrare Vittorio Emanuele III e Napoleone, nati a cent’anni di distanza. Per non dire del celebre discorso dei neutrini, in cui Mariastella Gelmini (allora ministro dell’Istruzione) ci informava della costruzione di un tunnel tra il Cern di Ginevra e il Gran Sasso. Ricordate le interviste delle Iene fuori dal Parlamento? Onorevoli della Repubblica convinti che la sinagoga sia il luogo dove le donne ebree vanno a pregare o che il Darfur sia “un modo di comportarsi con il mangiare”. Ieri, nel suo Buongiorno su La Stampa, Mattia Feltri ha elencato una lunga serie di strafalcioni nelle tracce degli esami di maturità: date errate, attribuzioni errate, Bonaventura da Bagnoregio scambiato per San Tommaso. Ma qui il punto non è farsi due risate a spese dei politici o dei funzionari ministeriali, esercizio privo di utilità e nemmeno troppo divertente. Il fatto è che se il Ministero fa errori come “traccie” o strafalcioni storici come quello del Re e Napoleone, è la scuola (la buona scuola!) a perdere qualunque tipo di autorevolezza. Come può il sistema scolastico esercitare autorità nei confronti degli studenti, alla luce dei sempre più frequenti errori?
In un delizioso pamphlet del 2015, La situazione è grammatica (Einaudi) il linguista Andrea De Benedetti annota: “L’errore rappresenta un anticorpo naturale alle incoerenze della lingua, una sacrosanta ribellione all’arbitrarietà di certe regole, e da questo punto di vista, lungi dall’essere una malattia da curare e di cui vergognarsi, può essere segno di un’intelligenza perfettamente in salute”. Ignorantia legis non excusat, però “commettere errori non è una colpa”. Lo diventa “se non fai nulla per evitarli, se l’errore non è un atto in qualche modo creativo ma è il frutto guasto di pigrizia e conformismo”. Ed ecco che torniamo alle nostre “traccie”: lo Stato che insegna non può con tanta frequenza essere pigro, sciatto e conformista.

Il Fato 22.7.16
Repubblica, De Benedetti e la tentazione di lasciare
L’Ingegnere vorrebbe dimettersi dalla presidenza e mettere al suo posto in consiglio Ezio Mauro, che però avrebbe rifiutato. Ma le trattative sono ancora in corso
di Silvia Truzzi

A Torino va in scena l’ultimo atto delle celebrazioni per i 150 anni della Stampa, in una lunga giornata di incontri con molti ospiti internazionali, tra direttori e amministratori di quotidiani. Titolo, anzi title: “The future of newspapers”. A chiudere gli anglofoni lavori, l’intervento del presidente del gruppo nato dalla fusione di Stampa ed Espresso-Repubblica, Carlo De Benedetti. Forse l’ultimo discorso dell’Ingegnere da presidente: voci sempre più insistenti lo dicono stanco e insofferente. E non per l’età (81 primavere), ma soprattutto per le difficoltà della sua amatissima Repubblica, dove un anno e mezzo fa si è insediato Mario Calabresi, succeduto alle direzioni di Ezio Mauro e del fondatore Eugenio Scalfari, entrambe felicemente longeve.
I guai, lo sappiamo, sono sistemici: i giornali perdono copie, l’emorragia di lettori è un problema comune (ahinoi). Repubblica però perde particolarmente. Secondo i dati Ads, nell’aprile 2016 il quotidiano di Largo Fochetti vendeva 212mila copie, scese a 181mila a marzo 2017 e a 177mila in aprile. Il diretto concorrente, il Corriere della Sera negli stessi periodi fa numeri diversi: 208mila ad aprile di un anno fa, poi 200mila a marzo scorso e 201mila ad aprile. Secondo molti, fra cui probabilmente anche l’Ingegnere, la perdita tanto copiosa di copie si deve anche a uno smarrimento identitario del giornale simbolo della sinistra italiana.
Nel discorso di ieri De Benedetti ha lanciato una proposta: “Convocare gli stati generali della nuova stampa aperti a ogni categoria che vuole partecipare per ripartire dalla qualità”. L’intervento è incentrato sul concetto di good enough, l’abbastanza buono. Di notizie “abbastanza buone” ( e che non costano praticamente nulla) siamo invasi. Come competere? “Nel mondo del buono abbastanza gli editori devono riconquistare la fiducia del pubblico. Nessun modello di business può funzionare se concorre con un prodotto che ha il costo pari a zero. Dobbiamo produrre notizie che facciano la differenza e questo può farlo solo una struttura professionale. Il pubblico deve sapere che nei nostri contenuti può trovare informazione con controllo, trasparenza e ammissione pubblica di errore”.
Un passaggio, quest’ultimo, che è stato letto come una frecciatina nemmeno tanto velata a Mario Calabresi, recentemente protagonista di uno scontro con il Movimento 5 stelle. Giovedì scorso Repubblica dava notizia, in apertura di giornale, di un incontro tra il segretario della Lega Matteo Salvini e Davide Casaleggio. Entrambi hanno categoricamente smentito, sono volate parole grosse. E proprio ieri Casaleggio ha annunciato di aver intentato una causa civile contro il direttore: “Non accetto che dopo aver inviato la rettifica Calabresi mi dia del bugiardo sulla base di presunte ‘fonti certe’ (…) È passata quasi una settimana e Calabresi si è ammutolito, le fonti certe sono scomparse rendendo chiaro a tutti il ‘metodo Repubblica’: pubblicare notizie false in prima pagina, citare presunte fonti certe, tirarsi indietro davanti a un fact checking pubblico e lasciare il dubbio nelle persone che un fatto possa essere vero anche se non lo è”.
Ma se De Benedetti davvero lascia, chi prenderà il suo posto? Non il figlio Rodolfo, cui l’editoria non è mai interessata. Sembra che l’Ingegnere l’abbia chiesto a Ezio Mauro (il che sarebbe l’implicito commissariamento di una direzione non saldissima). L’ex direttore avrebbe rifiutato, ma De Benedetti non pare essersi ancora arreso. L’altra opzione potrebbe essere offrire all’ex direttore la vicepresidenza. Sarebbe, in ogni caso, il “modello Fattori”: Giorgio (il direttore con cui Mauro cominciò alla Stampa), che nel negli anni Ottanta divenne presidente e ad della Rizzoli. In quel momento il direttore del Corriere era Ugo Stille, ma era il suo vice Giulio Anselmi a “fare” il giornale. E non è un segreto che molte delle decisioni giornalistiche passavano attraverso un’idea di Fattori.
Lo strappo si potrebbe consumare già domani, giorno di convocazione del consiglio di amministrazione. Ma solo a patto che Ezio Mauro pronunci un identitario sì.

Il Fatto 22.6.17
Niente accordo coi sindacati
Il Sole 24 Ore avvia la cassa integrazione per i non giornalisti

L’intesa non c’è, ma la procedura parte lo stesso. Il Sole 24 Ore – alle prese sia con una imbarazzante inchiesta su copie e bilanci truccati che con una crisi economica senza precedenti (serve un robusto e non ancora organizzato aumento di capitale) – ha avviato le procedure per la messa in cassintegrazione del personale non giornalistico: “Le parti – ha fatto sapere il gruppo editoriale di Confindustria – non sono riuscite a trovare una soluzione complessiva condivisa su alcuni punti del piano. L’azienda, preso atto di tale impossibilità e della inderogabilità dei tempi per l’avvio del piano al fine di conseguire il risanamento aziendale, ha avviato le procedure amministrative per il riconoscimento delle misure di integrazione al reddito”. Non è ancora chiaro quale sarà il “contributo” del personale giornalistico al piano di risanamento (dipende dall’aumento di capitale e anche da eventuali fondi governativi ad hoc), ma intanto l’amministratore delegato del gruppo Sole 24 Ore, Franco Moscetti, ha escluso la possibilità della vendita di una quota di Radio 24: “Assolutamente no. Siamo contenti, sta andando bene e vogliamo fare di più e meglio”.

La Stampa 22.6.17
Caproni, Caprotti e caprette
di Mattia Feltri

Siccome, e per fortuna, conserviamo allegria, ieri è stata indirizzata agli studenti della maturità che ignoravano chi fosse il poeta Giorgio Caproni. L’allegria costa poco. E l’indignazione ancora meno. Così chi non era allegro per tanta ignoranza ne era indignato, e si sono prodotti articoli e brevi inchieste sulla dimenticata e somma arte di Caproni: in una di queste, un’agenzia di stampa (non ne faremo il nome per solidarietà) si è sentita di ricordare la centralità di un gigante del verso come Giorgio Caprotti. Proprio Caprotti, non Caproni. Caprotti è il defunto fondatore dell’Esselunga, e nel suo genere qualcosa di poetico ha fatto, ma comunque non è Caproni. Ora, prima che riparta l’ironia del web, dopo Caproni e Caprotti tocca parlare di un paio di caprette. La prima è Virginia Raggi che in conferenza stampa, a proposito dell’inchiesta a suo carico, ha detto di avere agito in buona fede. Raggi, già avvocato, dovrebbe sapere che la buona fede non è un concetto giuridico, sennò in buona fede sarebbe consentito buttare la suocera dalla finestra. E poiché è anche sindaco dovrebbe sapere che la buona fede è un’aggravante politica: l’ignoranza allarma, non tranquillizza. La seconda capretta è Matteo Renzi che in nome del garantismo ha augurato a Raggi di dimostrare la sua innocenza. Un ex e aspirante premier, specie quando esibisce garantismo, non può trascurare che nessuno è chiamato a dimostrare la sua innocenza, ma è alle procure che spetta dimostrare la colpevolezza. Dunque, chi era Caproni?

Il Fatto 22.6.17
Peccato, il ministero ha scelto proprio il Caproni sbagliatodi Giovanni Pacchiano

Sia chiaro: il Novecento letterario italiano è molto meglio rappresentato dai poeti che dai prosatori. E ce ne sono alcuni di grandissimi: Dino Campana, Aldo Palazzeschi, Eugenio Montale, Umberto Saba, il primo Ungaretti, Sergio Solmi e, più vicini negli anni, Vittorio Sereni, Giorgio Caproni e il meno noto ma delizioso Luciano Erba. Alzi la mano chi, non specialista, li conosce bene tutti. Per un difetto che si è accentuato negli anni: la poesia non è puro intrattenimento, dunque snobbata se non dai non molti cultori. E chissà poi se gli insegnanti sono cultori o no.
I nomi di cui sopra, di caratura internazionale: tutti, compreso l’irregolare Campana, poeti colti, che mescolano la vocazione personale a suggestioni dalla poesia europea e (per alcuni, si veda il caso di Sereni) non solo europea del Novecento.
Un patrimonio così ricco è ben rappresentato nelle antologie del triennio fino a Saba e Montale compresi (ma non Solmi, rimosso!); rappresentato, ma con variabili incostanti, a seconda dell’antologizzatore, nel caso di Sereni, cui si dovrebbe rendere lo stesso onore che a Montale. Per contro, Erba, che con Il male minore ci ha dato una delle maggiori raccolte degli anni Cinquanta, è pressoché ignorato.
E Caproni? Giorgio Caproni, quanto alla diffusione della sua opera nelle scuole, sta “come color che son sospesi”: si vedano alcune tra le più recenti antologie: Claudio Giunta (Cuori intelligenti, edizione rossa, DeA Scuola/Garzanti Scuola) gli dedica la bellezza di due poesie (e lasciamo perdere le integrazioni digitali che i ragazzi sono portati a non leggere); fa un po’ meglio Novella Gazich, Lo sguardo della letteratura (Principato, edizione Orange) con quattro poesie. In entrambi i casi del tutto insufficienti per rendere un’idea che non sia superficiale dell’autore. Mentre andrebbero copiosamente rappresentate le sue raccolte più intense e poeticamente più riuscite: Il passaggio di Enea (1943-1955), che è il vertice della sua produzione ed è calato negli anni della guerra e del dopoguerra; Il seme del piangere (1952-1958), incentrato sulla figura della madre, Anna Picchi, e il Congedo del viaggiatore cerimonioso & altre prosopopee (1960-1964).
Ma ecco spuntare contro ogni previsione una lirica di Caproni, Versicoli quasi ecologici, apparsa postuma – l’autore morì nel 1990 – come primo tema della maturità 2017, dedicato all’analisi del testo. “Tosta e bella la scelta di Caproni”, ha commentato inopinatamente qualcuno. Non a ragione, perché si tratta di un Caproni davvero minore.
La forza delle sue raccolte migliori sta nell’effusività lirica dolorosa e cantabile (si vedano gli “ahi”, “ohi”, “ah”, “oh” ripetuti), sorvegliata da un ritmo tenuto alto dagli enjambements continui. E se è lecito un paragone già segnalato dalla critica, siamo di fronte a una specie di Torquato Tasso novecentesco, letterario nel tono che risulta tuttavia scientemente abbassato dal fondo popolare che si nasconde dietro la stessa letterarietà.
Perché le storie di Caproni sono quelle degli umili e dei semplici, calate nelle sue città, Genova e Livorno: bar di gente qualunque, latterie, serventi che lavano all’alba “i nebbiosi bicchieri”; “mani/ di gelo sulla segatura/ rancida”; “uomini miti che entrati in cucina/ schiudono il rubinetto”. “La mia città dagli amori in salita,/ Genova mia di mare tutta scale/ e, su dal porto, risucchi di vita/ viva fino a raggiungere il crinale/ di lamiera dei tetti, ora con quale/ spinta nel petto, qui dove è finita/ in piombo ogni parola, iodio e sale/ rivibra sulla punta delle dita/ che sui tasti mi dolgono?… Oh il carbone/ a Di Negro celeste! oh la sirena/ marittima, la notte quando appena/ l’occhio s’è chiuso, e nel cuore la pena/ del futuro s’è aperta col bandone/ scosso di soprassalto da un portone”.
La sofferenza del vivere, ma con dignità, e che sa trovare anche barlumi di luce: “Annina, bianca e nera,/ bastava a far primavera”. Cosa può dire, invece, uno studente ignaro di fronte a Versicoli quasi ecologici, se non consentire con la protesta e la speranza del poeta immerse in versi fiacchi dove l’enjambement è meccanico? Gli si fa un torto: la poesia in lui è bellezza, grazia sofferta, tensione lirica, esilio, e qui manca.
di Giovanni Pacchiano

il manifesto 22.6.17
Bersani e «Insieme», la ’casa’ con Pisapia parte a luglio
Sinistre&Centro. In piazza con loro anche Orlando. L’ex leader Pd: nessuna divisione Dubbi dei civici: «Ci saremo solo se non hanno già deciso tutto»
di Daniela Preziosi

«Dal 1 luglio parte un percorso per un soggetto unitario. Noi manterremo gli impegni, è questa la strada». Dopo l’assemblea dei ’civici’ al teatro Brancaccio di Roma e in vista di quella a piazza Santi Apostoli, Pier Luigi Bersani mette la parola fine ai boatos sulle divisioni fra lui, Giuliano Pisapia e Massimo D’Alema. Ieri una serie di incontri a Montecitorio hanno stretto i bulloni fra Campo progressista e Mdp. Subito dopo, una «vasca» di Bersani in Transatlantico e qualche chiacchiera con i cronisti.
SULL’EX MINISTRO DEGLI ESTERI Bersani è asciutto. «Mi auguro che non si insista sulle divisioni tra me e lui, si va fuori traccia». D’Alema ha annunciato la sua presenza in piazza, ove mai ci fosse dubbio, «lo considero un dovere da militante». Verso Pisapia l’ex segretario Pd lancia ampie rassicurazioni: superata la frizione sull’eventuale scioglimento di Mdp (escluso dai promotori), il primo luglio parte «Insieme», con ogni probabilità già con nome e simbolo. Subito dopo in parlamento nasceranno i gruppi unitari. O, meglio, rinasceranno: per dare una casa di centrosinistra anche a qualche centrista come Bruno Tabacci, o a qualche eletto Pd con un piede fuori dal partito. E, a palazzo Madama, per evitare che si ripetano episodi come quello dell’ultima fiducia: che Mdp non ha votato, uscendo dall’aula, e i senatori Uras e Stefàno invece hanno votato a nome di Campo progressista, poi smentiti dal team di Pisapia.
LA LISTA DELLE PRESENZE ai SS. Apostoli si compone in queste ore. Dal palco parleranno fra gli altri Pisapia e Bersani. Probabile la presenza di Leoluca Orlando e dell’attrice Jasmine Trinca. Ma è interessante scorrere l’elenco delle presenze. Ci sarà la presidente della Camera Laura Boldrini. Nelle ultime ore ha accettato l’invito anche il ministro Andrea Orlando, capo di una delle due minoranze Pd, accompagnato da Gianni Cuperlo. È ancora una volta Bersani a spalancare le braccia: «Spero che quelli della minoranza vengano, che parta un progetto aperto soprattutto alla società civile, che vengano anche un po’ di persone della sinistra parlamentare».
ORLANDO È NEL PD ma va alla kermesse per sottolineare la sua «fede nelle alleanze». Ma da Mdp c’è chi è convinto che «prima o poi dovrà scegliere se essere coprotagonista della costruzione di un nuovo centrosinistra» o restare con Renzi.
QUANTO ALLA SINISTRA-SINISTRA, è un’altra storia, che si aggiorna di ora in ora. Nelle scorse settimane i contatti fra Roberto Speranza e Nicola Fratoianni (Sinistra italiana) erano stati fitti. Ma i fischi a Gotor, domenica scorsa al Brancaccio, hanno dato la misura della difficoltà dell’impresa. Lo stesso senatore ieri al manifesto ha spiegato che la via dell’unità con la platea di quel teatro «è in parte possibile e utile. Ed è anche utile che sia una parte». Gotor&Ditta sono rassegnati al fatto che alla loro sinistra ci sarà una lista. Ora la scommessa è che sia più piccola e ’rossa’ possibile, quella dei «trozkisti dell’Illinois», per dirla con Massimiliano Smeriglio, colonna romana dell’ex sindaco.
QUESTO NONOSTANTE il fatto che «Insieme» ormai navighi in acque lontane dall’alleanza con il Pd. Lo scontro al senato sulla mozione contro Lotti, la minaccia di una verifica di governo e la risposta sarcastica di Bersani («Almeno in quella riunione saremo invitati») sono un certificato di incompatibilità con Renzi. Peraltro le tensioni fra Pd e Mdp sono destinate a salire. L’ultima offerta dell’ex premier, il pugno di posti al senato, sarebbe stata preso per quello che era: una mancia per smontare una lista a sinistra del Pd. E così Pisapia ora non risponde più neanche alle chiamate di Luca Lotti, che lo ha cercato per conto di Renzi su suggerimento di Prodi.
MA L’UNITÀ A SINISTRA resta una parete ripida. Nonostante i generosi sforzi di un D’Alema in versione tenacemente unitaria. I ’civici’ del Brancaccio (alla cui riunione Pisapia non ha partecipato perché «non ce ne sono le condizioni»), ieri hanno incassato la benedizione di Fausto Bertinotti (che invece ha definito «forza suicida» quella di Pisapia). Non escludono di andare a Santi Apostoli. «Aspettiamo dall’ex sindaco e e da Art.1 se possiamo dare un contributo o ci sono decisioni già prese», ha confidato ieri l’avvocata Anna Falcone al Fatto. Lo stesso Sinistra italiana: «Al paese serve una radicale alternativa alle politiche del governo Pd. Se Pisapia sceglie in questa direzione saremo pronti anche con lui a costruire una proposta unitaria», dice Nicola Fratoianni.

il manifesto 22.6.17
D’Alema, il Kosovo e la Cassazione
di Francesco Pallante

Uno dei passaggi più applauditi del discorso con cui Tomaso Montanari ha aperto la manifestazione di domenica scorsa al Teatro Brancaccio è stato quello in cui – ricordando come molti dei «mali» di oggi originino da politiche avviate nella prima legislatura dell’Ulivo – ha denunciato l’«illegittimità» della guerra contro la Serbia. Intervistato martedì da Daniela Preziosi su questo giornale, Massimo D’Alema ha così replicato: «Vorrei spiegare a Montanari che di questo fui accusato da un gruppo di giuristi. Poi la Cassazione emise una sentenza che archiviò tutto riconoscendo la piena legittimità del mio agire».
In effetti, la Cassazione ha avuto modo di occuparsi, sia pure in modo peculiare, della vicenda in due occasioni.
All’origine della prima c’è uno degli episodi più controversi del conflitto: il bombardamento della sede della televisione Rts (Radio televisione serba), compiuto nella notte del 23 aprile 1999 da aerei della Nato, dopo che la stessa Rts aveva rifiutato di cessare le trasmissioni di «propaganda» (questa l’accusa della Nato) a sostegno del regime di Milosevic. Dopo la conclusione delle ostilità, i parenti di alcune delle sedici vittime si rivolsero al Tribunale di Roma, per vedere riconosciuta l’illiceità dell’attacco alla Rts e ottenere, di conseguenza, il risarcimento dei danni patiti ai sensi dell’articolo 2043 del codice civile. In opposizione, l’Avvocatura dello Stato negò che la magistratura italiana avesse competenza in materia, proponendo regolamento preventivo di giurisdizione e così chiamando in causa la Corte di Cassazione. Ne scaturì l’ordinanza n. 8157 del 5 giugno 2002 delle Sezioni Unite civili, nella quale venne dichiarato, così come richiesto dall’Avvocatura dello Stato, il «difetto di giurisdizione» della magistratura italiana. Più precisamente l’ordinanza stabilì che, rispetto agli atti che costituiscono manifestazione di una funzione politica, tra cui rientrano gli atti di guerra, «nessun giudice ha potere di sindacato circa il modo in cui la funzione è stata esercitata». In definitiva: la Cassazione non svolse alcun esame di merito della controversia, non addivenendo al riconoscimento né della legittimità né della illegittimità della guerra o di un suo episodio. Molto più semplicemente, si fermò prima: all’affermazione dell’incompetenza della magistratura a pronunciarsi.
La seconda vicenda nacque invece dalla denuncia che alcuni cittadini, su iniziativa di parlamentari di Rifondazione comunista, presentarono nei confronti di D’Alema per i delitti di attentato alla Costituzione, usurpazione di potere politico o militare e strage, delitti che sarebbero stati commessi in conseguenza della partecipazione dell’Italia alla guerra. La denuncia venne assegnata per competenza al Collegio per i reati ministeriali presso il Tribunale di Roma e si concluse, il 26 ottobre 1999, con l’archiviazione del procedimento: sostanzialmente, perché i giudici non ravvisarono anomalie rispetto a quanto sancito dall’articolo 78 della Costituzione sulla deliberazione dello stato di guerra. I ricorrenti si rivolsero allora alla Cassazione chiedendo l’annullamento del decreto di archiviazione in virtù di un vizio procedurale: non essere stati informati della richiesta di archiviazione avanzata dal pubblico ministero e, per l’effetto, non aver potuto adeguatamente contestare in contraddittorio tale richiesta. Con la sentenza n. 36274 dell’8 ottobre 2001 la VI sezione penale della Suprema Corte statuì l’infondatezza del ricorso, negando che i ricorrenti potessero considerarsi «persone offese dal reato», essendo invece al più semplici «danneggiati dal reato», e dunque riconoscendo la correttezza della decisione del Tribunale di Roma di non dare loro avviso della richiesta di archiviazione. Anche in questo caso, dunque, la Cassazione non ebbe modo di esprimersi né sulla legittimità né sulla illegittimità della guerra, ma si limitò a intervenire sui profili procedurali della vicenda svoltasi nel grado di merito.

La Stampa 22.6.17
Pd, lo spettro di ballottaggi non favorevoli al partito
di Marcello Sorgi

Circolano sondaggi sui possibili risultati del voto di domenica non proprio incoraggianti per il Pd. La tendenza sarebbe quella manifestatasi al primo turno, più favorevole al centrodestra, che potrebbe espugnare Genova e La Spezia. Soprattutto la perdita della prima, sempre rimasta al centrosinistra anche quando la regione aveva un’amministrazione di segno opposto, sarebbe un duro colpo per il partito di Renzi, una sconfitta simbolica come fu l’anno scorso la perdita di Torino. Inoltre, a Genova il centrosinistra è unito, diversamente dalle regionali in cui si divise lasciando spazio alla vittoria dell’attuale governatore Toti, oggi il maggior teorico, anche a costo di dissentire dall’ex-Cavaliere, dell’accordo tra la destra moderata di Forza Italia e quella sovranista-populista di Salvini e Maroni. Forse è anche per questo che Berlusconi, pur scettico sull’alleanza con Lega e Fratelli d’Italia dopo la rottura dell’anno scorso sulle candidature per il Campidoglio romano, è riapparso ieri sera a “Porta a porta”, per dare il suo contributo (farà anche dei comizi nelle città in cui si vota) e eventualmente mettere un suggello all’imprevista, anche se ventilata, vittoria di domenica.
Ma la vera linea del Piave dei ballottaggi, nelle stanze del Nazareno, è stabilita a Pistoia. Se dovesse passare di mano anche una delle più solide roccaforti rosse, dove il Pci raccoglieva il 55 per cento dei voti e governava con maggioranze bulgare, il quadro delle amministrative prenderebbe un segno diverso, e la ricomposizione dell’alleanza dei vari tronconi del centrosinistra, di cui si sta discutendo in questi giorni, grazie anche all’impegno personale di Romano Prodi, diventerebbe assai più difficile di quanto già non sembri, dopo lo scontro sulla Consip al Senato tra Pd e bersaniani.
A parte la difficoltà di reggere il risultato negativo subito dopo la riconferma a leader nelle primarie, per Renzi si aprirebbe di nuovo il problema di un aggiustamento di strategia, e, forse, di un ripensamento sulla legge elettorale modello tedesco frettolosamente archiviata dopo l’assalto dei franchi tiratori alla Camera. Con il Consultellum, infatti, il Pd è praticamente costretto ad andare al voto in coalizione con le formazioni che stanno alla propria sinistra, che lo hanno scelto come avversario numero uno, tutte o in parte. Idem dicasi per il centrodestra e per l’ex-Cavaliere, che alla sola idea di sedersi a tavola con Salvini si fa venire il mal di pancia. Così che Renzi e Berlusconi, o ritrovano l’accordo, o sono condannati a fare politiche in cui non credono.

Repubblica 22.6.17
Divisi alla meta, la lite tra Pd e Mdp frena il centrosinistra ai ballottaggi
Bersani a La Spezia per il candidato dem, ma è tensione in molti centri. Renzi non fa comizi
di Mauro Favale

ROMA. A tre giorni dai ballottaggi, a “sgambetti” elettorali non crede praticamente nessuno. Eppure nel centrosinistra le frizioni del caso Consip hanno lasciato più di uno strascico e, con 22 comuni capoluogo che domenica vanno al voto per scegliere il sindaco, il cantiere delle alleanze future appare quanto mai a rischio.
La «squadra e il compasso» dei massoni evocati dal senatore di Mdp Miguel Gotor, la successiva richiesta del renziano Andrea Marcucci di una «verifica politica » rappresentano il punto più basso dei rapporti tra ex amici. Non un bel viatico a 72 ore da un secondo turno di Comunali complicate dove il centrosinistra parte in svantaggio in 12 città.
«Il clima nazionale che Matteo Renzi sta creando nei confronti di Mdp non aiuta, è inutile negarlo », spiega il bersaniano Davide Zoggia, che tuttavia aggiunge: «Quelle di domenica sono elezioni locali, dove contano di più il programma e le persone». In questo senso va letta la presenza, stasera, di Pierluigi Bersani a La Spezia, la città del ministro (e capofila della minoranza Dem) Andrea Orlando: il leader di Mdp sarà in piazza del Bastione a sostenere Paolo Manfredini, il candidato Pd che ha chiuso il primo turno 7 punti dietro Pierluigi Peracchini, esponente della coalizione di centrodestra che si presenta unito. Un modo, per Bersani, per tenere vivo il dialogo con Orlando in vista della kermesse organizzata da Giuliano Pisapia il primo luglio in piazza Santi Apostoli a Roma dove il Guardasigilli potrebbe affacciarsi e dove verrà sancito il percorso comune tra Mdp e Campo progressista.
Diverso, invece, l’atteggiamento di Renzi che, al contrario anche dei leader di centrodestra e M5S, finora, si è tenuto distante da questa campagna elettorale. Al momento non sono programmati appuntamenti di “chiusura” del segretario Pd in nessuna delle città chiamate al voto né, tantomeno, in Liguria dove si gioca la partita più difficile per il centrosinistra, sotto anche a Genova. Troppo rischioso esporsi ora, con la possibilità di catalizzare il voto dei 5 Stelle (fuori dai ballottaggi ovunque con l’eccezione di Asti) a favore dei candidati della destra.
Ieri, invece, per confermare la sua vocazione a farsi «collante» o «vinavil», Romano Prodi ha chiamato Gianni Crivello, il candidato del Pd sotto la Lanterna, attorno al quale, pure senza apparentamenti formali, convergeranno anche i voti di Paolo Putti sostenuto da Sinistra Italiana e da Possibile di Pippo Civati.
«Mai con le destre, nonostante il Pd», d’altronde, è la regola che si è data Si sui territori. «Mi auguro che la Destra peggiore, quella leghista, quella fascista venga respinta dal voto popolare », ha detto l’altro giorno Nicola Fratoianni, rivendicando i risultati a due cifre della sinistra extra Pd a Padova e Catanzaro. Ma se in Veneto l’apparentamento formale tra Sergio Giordani, il candidato del Pd, e il civico Arturo Lorenzoni potrebbe contribuire a scongiurare la riconferma del leghista Massimo Bitonci, diversa è la situazione in Calabria. A Catanzaro, il 23% di Nicola Fiorita (sostenuto anche da Mdp) non andrà formalmente in dote a Vincenzo Ciconte, l’esponente Dem che insegue Sergio Abramo. «Io, però, andrò a votare: i competitor non sono uguali», ha fatto sapere Fiorita.
Un sostegno tiepido, così come avviene a Piacenza, la città di Bersani, dove la sua candidata, Sandra Ponzini non va oltre un generico «non favoriremo il centrodestra », senza spendersi per il dem Paolo Rizzi. Un po’ come fa, altrove, Sinistra italiana che, per esempio a Lecce, non ha dato indicazioni di voto dopo l’unico apparentamento “spurio” del centrosinistra che per battere il centrodestra si è alleato con il candidato civico fuoriuscito dal centrodestra.

il manifesto 22.6.17
Il rischio di cui Pisapia non si accorge
Sinistra. L’iniziativa al Brancaccio è stata un primo passo molto positivo. La sinistra deve unificarsi in un unico organismo. Non solo in Parlamento ma soprattutto nella società
di Piero Bevilacqua

Ci sono alcune buone ragioni, tanto soggettive quanto di contesto, che spingono a guardare con fiducia e speranza all’iniziativa avviata da Anna Falcone e Tomaso Montanari il 18 giugno scorso al teatro Brancaccio di Roma.
Soggettive, perché la relazione di Montanari ha rivelato una maturità politica non comune, sia per la profondità dell’analisi storica e attuale, sia per l’equilibrio, la coscienza delle difficoltà, con cui ha prospettato il percorso possibile da sperimentare.
Ci sono almeno due punti che vorrei sottolineare – a parte gli elementi programmatici – di quella relazione, che ha messo in equilibrio radicalità di proposta e ancoraggio realistico alle possibilità concrete offerte oggi dalla situazione italiana ed europea.
Il primo riguarda il giudizio sull’esperienza storica del centro-sinistra. La riflessione di Montanari non era un saggio scientifico, così come il mio non è che un articolo di riflessione politica. Ma la critica alle iniziative caratterizzanti del centro-sinistra prima di Renzi, dalla modifica del Titolo Quinto della Costituzione, passando per la legge Treu sul mercato del lavoro, sino alla riforma universitaria di Luigi Berlinguer, costituisce un passaggio obbligato per capire almeno un aspetto della storia degli ultimi 20 anni: la dissoluzione progressiva di ogni fede nell’animo del popolo della sinistra, la diserzione dall’impegno e dalla lotta.
Chi vuole trovare ragioni all’astensione elettorale in questo campo le trova tutte qui. Perché non c’è risentimento più profondo di quello che nasce dal sentirsi traditi dalla propria parte. Renzi è stato solo la degenerazione virulenta della malattia neoliberista che aveva già corroso la sinistra.
Questo giudizio d’insieme, che può apparire sommario, non deve tuttavia pregiudicare il contributo di chi è stato dentro quella esperienza e vuol voltare pagina.
Nessuna richiesta di pentimento, né processi sommari. Ad ora non si ha notizia di tribunali speciali per quella vicenda. Ma certamente è richiesta una netta discontinuità con quel passato. Questa è una linea dirimente che Montanari ha tracciato con intransigenza, ma senza iattanza: opportunamente ripresa da Nicola Fratoianni e Pippo Civati che hanno aderito all’inziativa.
L’altro punto riguarda la capacità di Montanari di far rivivere alcuni punti della nostra Costituzione, come l’art. 3, quali elementi programmatici di una politica di superamento della democrazia formale.
Una interpretazione che negli ultimi anni ha trovato, per la verità, espressione negli scritti dei nostri migliori costituzionalisti. Ma Montanari ha mostrato sinteticamente come una forza politica che affonda le radici della propria azione nella carta fondativa della Repubblica, possiede una forza ideale straordinaria, una capacità egemonica ancora poco utilizzata nei suoi radicali presupposti egalitari.
La situazione di contesto che dà speranza all’esperimento avviato è la non immediata scadenza elettorale.
Se una forza politica nascente è costretta, come sua prima iniziativa, alla corsa per le candidature, ormai lo sappiamo bene, è spacciata. C’è dunque tempo per ragionare e per affrontare le difficoltà gigantesche che si parano davanti. Magari pensando a una Costituente della sinistra, come propone Asor Rosa.
Ora, non c’è dubbio che i maggiori ostacoli vengono, a parte i vari aspetti tecnici e organizzativi, dal seguente problema: come far confluire le forze politiche organizzate, i partiti, come Sinistra Italiana e Rifondazione comunista, dentro il corso, certamente vitale, ma frammentato e magmatico, dei movimenti.
Questi partiti, sprezzantemente definiti “cespugli” dai nostri dottissimi media e da qualche politico altrettanto dotto, non sono ridotte di nostalgici. Benché non esenti da chiusure e settarismi, hanno una storia, talora radicamenti territoriali, sono frutto del lavoro volontario di migliaia di donne e di uomini che li fanno ancora vivere.
E’ giusto avere attenzione alle loro preoccupazioni di rischiare di scomparire in cambio di nulla. E’ giusto immaginare il riconoscimento del loro peso nella nuova organizzazione che dovrà nascere. Ma i loro dirigenti devono avere il coraggio di affrontare la sfida di un progetto indifferibile, senza il quale c’è forse la sopravvivenza di qualcuno, ma di certo la sconfitta di tutti: l’unificazione della sinistra in un nuovo organismo.
Provando a fare della presente debolezza – l’assenza di un leader massimo – un elemento di originalità: un partito-movimento diretto da un collettivo e coordinato da un portavoce che cambia a rotazione. Sarebbe una innovazione straordinaria, perché, diciamolo da storici, partito e democrazia non sono stati molto amici nel corso dell’ età contemporanea.
Infine, l’ambizione del tentativo è condizione del suo possibile successo. Non si tratta di costruire l’ennesimo cartello elettorale.
Un orizzonte così limitato mostrerebbe l’irrimediabile strumentalità dell’operazione e allontanerebbe per sempre il popolo che vuole richiamare.
E’ il rischio di cui non si accorge Pisapia.
I lavoratori, i giovani, le donne, gli studenti, il ceto medio impoverito, il popolo delle periferie cerca donne e uomini che non solo li rappresentino in Parlamento, ma che condividano le loro lotte e bisogni, che stiano dalla loro parte, non solo nel momento della competizione elettorale, ma costantemente e all’interno di un progetto di lunga lena per cambiare la società italiana.

Corriere 22.6.17
Renzi invia Lotti a mediare con Pisapia Ma l’asse tra l’ex sindaco e Mdp resiste
Restano però i dubbi di Campo progressista sulla linea dura anti governo e su D’Alema
di Maria Teresa Meli

ROMA Chissà se l’inusitata virulenza sfoggiata l’altro ieri al Senato dagli ex Pd nei confronti di Luca Lotti è dovuta al fatto che è proprio il ministro dello Sport l’uomo delegato da Matteo Renzi per cercare un’intesa con Giuliano Pisapia e dividere così l’ex sindaco di Milano da Mdp. Impresa improba perché l’oggetto di queste attenzioni ultimamente non risponde quasi a nessuno al telefono. Si è fatto molto sospettoso e cerca accuratamente di evitare le polemiche di questi giorni. Tanto che Romano Prodi ha confidato a un amico: «Giuliano a questo punto dovrebbe battere un colpo». L’ex sindaco tuttavia preferisce la cautela. Da una parte, teme che Renzi non gli voglia fare «una proposta seria», dall’altra non gradisce la deriva presa da Mdp. La linea dura e pura degli scissionisti del Pd, che sembrano mirare solo ad attaccare Renzi e a mettere in difficoltà il governo non lo convince, ma nel contempo non vuole assolutamente rompere con loro.
Però Mdp non sembra voler mutare atteggiamento. Renzi è sempre nel mirino («Con lui nessun accordo»). E ora lo è anche Paolo Gentiloni. Ieri Pier Luigi Bersani ha chiesto una verifica («perché non veniamo mai consultati»). Una proposta che a Palazzo Chigi hanno liquidato in questi termini: «Ma quale verifica? Noi abbiamo ben altro a cui pensare. E poi un gruppo che si dice di maggioranza e una volta su tre vota contro il governo è quanto meno bislacco».
Gentiloni comunque è conscio del fatto che in autunno Mdp potrebbe clamorosamente sfilarsi sulla legge di Stabilità, mettendo a repentaglio i conti dello Stato. Bersani lo ha accennato ai suoi anche ieri a pranzo: «Se la manovra non è in linea con le politiche del governo Renzi noi la votiamo, altrimenti...». Perciò il premier e Renzi hanno intenzione di definire una strategia comunque su questo punto.
Dunque, nonostante la situazione sia delicata e Pisapia stia meditando bene se candidarsi o meno, dopo il primo luglio, giorno in cui illustrerà il suo progetto politico e lancerà la sua creatura politica, «Insieme», i parlamentari di Mdp e quelli che fanno riferimento all’ex sindaco (Bruno Tabacci alla Camera e Dario Stefàno al Senato, per fare due nomi) daranno vita a gruppi parlamentari unitari, anche se i bersaniani hanno fatto sapere di non voler sciogliere il loro partito.
All’iniziativa del primo luglio a Roma prenderanno parte anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando, che però non ha nessuna intenzione di dire addio al Partito democratico, e Gianni Cuperlo (che molti scissionisti a Montecitorio ieri davano invece in uscita dal Pd). L’ex sindaco di Milano comunque non vuole ambiguità per il futuro: «La nostra lista — ha spiegato ai suoi — non sarà un taxi dal quale salire e scendere come si vuole. Chi è dentro dovrà condividere un programma chiaro, sennò sta fuori».
Ma i problemi da risolvere sono ancora molti. C’è la questione della candidatura di Massimo D’Alema. L’ex ministro degli Esteri ha lasciato intendere di voler correre alle prossime politiche. Per scongiurare questa ipotesi, che lascia a dir poco freddi Pisapia e i suoi ma anche diversi esponenti di Mdp, si sta pensando a un annuncio di Pier Luigi Bersani. L’ex segretario del Partito democratico potrebbe dire pubblicamente che non intende partecipare alla competizione elettorale per fare largo ai giovani nella speranza di indurre D’Alema a seguire il suo esempio.

Corriere 22.6.17
Prodi vede Calenda: incontro ottimo e abbondante
di Carlo Bertini

Un incontro, «ottimo e abbondante». L’ex premier Romano Prodi ha fatto ricorso a una battuta con i giornalisti per commentare l’incontro con Carlo Calenda, ministro dello Sviluppo economico. Prodi e Calenda, che si sono confrontati su temi economici e politici, erano ospiti a Bologna del premio Young Innovators 2017, promosso dall’edizione italiana di Mit Technology Review in collaborazione con Bologna Business School, per prendere parte a un dibattito sulle nuove tecnologie e l’industria.
La Stampa 22.6.17
Speranza: “Gentiloni cambi rotta o la manovra la fa con Berlusconi”
Il coordinatore Mdp: “Basta tentennamenti, serve una svolta Imu sulla casa ai benestanti. E non molliamo D’Alema per il Pd”
«La richiesta di una verifica dei renziani mi fa ridere. Ritorno al futuro! La verifica andrebbe fatta sulle politiche sociali, senza una svolta non si va lontani». Il coordinatore di Mdp Roberto Speranza non si cura della piega che hanno preso gli eventi dopo lo strappo su Consip. Anzi chiede a Gentiloni di battere un colpo in vista della finanziaria, «basta tentennare, bisogna invertire la rotta, altrimenti si rivolgano a Berlusconi».
Domanda preventiva: lei condivide l’intervento al Senato di Miguel Gotor, quello che evoca la P2 e il familismo col compasso?
«Sì, ha parlato a nome di tutti noi ed ha sollevato una questione che da mesi proviamo a denunciare: che riguarda un sistema di potere senza precedenti in venti chilometri di familismo imperante. Un intervento forte ma che solleva un problema».
Ma dopo questo strappo contro il Pd e Lotti, pensate sia possibile immaginare alleanze con il partito guidato da Renzi?
«Le alleanze si possono costruire su un progetto di paese e quello espresso da Renzi negli ultimi anni non lo condividiamo, ci ha portato a scelte difficili come rompere il Pd. Quindi, se dobbiamo fare alleanze per dire “viva il jobs act e la buona scuola” o “niente tasse sulla casa per tutti”, è chiaro che diventa impossibile. Io non considero il Pd un nemico, è una comunità verso la quale provo affetto, ma la leadership di oggi lo ha portato a politiche che contraddicono le ragioni per cui era nato».
Dicono che ora farete pure da sponda alla richiesta M5s di un’audizione di Ghizzoni in commissione Finanze alla luce delle ultime intercettazioni del padre della Boschi. Vero?
«Sul caso Boschi o c’è un chiarimento o l’unica strada restano le dimissioni del sottosegretario. Chiarimento che può avvenire solo se fa chiarezza Ghizzoni di Unicredit e la sua presenza in commissione sarebbe preziosa e auspicabile. Se lei avesse detto cose false sul suo interessamento a Banca Etruria dovrebbe dimettersi, non per essersi occupata della banca del proprio territorio, ma per aver mentito al Parlamento».
Cosa volete per votare la finanziaria? Una patrimoniale sulle prime case come chiede il Fmi?
«Noi chiediamo una svolta sulla questioni economiche e sociali, che non è ancora arrivata e non siamo più disponibili a sostenere norme che vanno in direzione opposta. La nostra condizione è rimettere al centro la questione sociale, la sanità e l’equità fiscale. Ripartire da investimenti per creare lavoro. Bisogna reintrodurre la tassa sulla prima casa per i redditi più alti: facendola pagare al 10% delle famiglie benestanti, si recupera un miliardo di euro: sarebbe un segnale di giustizia sociale. Meno tasse per tutti era lo slogan di Berlusconi...
Non è che volete schiacciare Renzi su Berlusconi per fargli votare la finanziaria delle larghe intese e sparare contro il Pd e l’inciucio in campagna elettorale?
«Tra Renzi e Berlusconi pare ci sia affinità su tante questioni, come il voto sui voucher, anche il soccorso azzurro a Lotti lo dimostra. C’è una sintonia molto forte tra i due su scelte di fondo di politica economica.
Il primo luglio sarete in piazza con Pisapia. Ma come va costruita secondo voi la vittoria del centrosinistra?
«Vogliamo costruire un centrosinistra in alternativa con le politiche fatte in questi anni, altrimenti ci sarà una parte consistente di elettori che finirà per astenersi o votare 5stelle. Il nostro obiettivo è dare vita al più presto a un campo nuovo largo e plurale. Lo faremo il primo luglio. Partiamo dal progetto, poi ci confronteremo con tutti senza pregiudizi, ma deve essere chiaro che ci vuole discontinuità con le politiche sbagliate del Pd. Scommette che Il primo luglio avrà inizio la novità politica più importante delle prossime elezioni?».
Siete disposti a sciogliervi nel Movimento “Insieme” lanciato da Pisapia?
«Nessuno pone il tema dello scioglimento. Si tratta di costruire. Dal primo luglio lavoriamo a un progetto più grande, di cui Articolo 1 sarà l’infrastruttura principale».
E siete disposti a separarvi da D’Alema per coalizzarvi col Pd?
«No assolutamente, non è in discussione: D’Alema è una personalità di primo piano nella storia della sinistra. I veti sono inaccettabili».

Corriere 22.6.17
Tutti più uguali solo se meno poveri
di Danilo Taino

Difficile orientarsi quando si parla di diseguaglianze. L’impressione generale è che siano aumentate significativamente negli ultimi anni, soprattutto nei Paesi avanzati. In realtà, non è sempre così. Un’analisi dell’Ocse — il centro studi delle economie più ricche — ha confrontato i singoli Paesi sulla base dell’indice di Gini, che è la misura standard della distribuzione del reddito disponibile, dove a zero c’è la totale uguaglianza di reddito e a uno tutto il reddito è nelle mani di un’unica entità. Nei Paesi Ocse nel loro insieme, a metà degli Anni Novanta era 0,301 , nel 2014 ha toccato 0,316 : segnale di un certo aumento delle diseguaglianze. Gran parte della crescita delle differenze, dice lo studio, è dovuto alla crisi degli scorsi anni. In Italia, in realtà, la variazione del coefficiente di Gini è stata sostanzialmente nulla sia rispetto alla metà degli Anni Novanta sia rispetto alla metà del decennio scorso: attorno a 0,32 . Ci sono però aspetti interessanti. In Grecia, dove la crisi è stata drammatica, l’indice è addirittura sceso, attorno a 0,33 , sia rispetto a dieci che a venti anni fa. In Portogallo, anch’esso colpito da una grave crisi, è calato da 0,38 a 0,335 in un decennio. Riduzioni delle disuguaglianze, nei casi greco e portoghese, avvenute in recessione e in calo generale dei redditi. Il contrario di quanto è accaduto in alcuni Paesi emergenti — come Cile, Messico, Brasile, Sudafrica — dove le differenze sono diminuite ma perché quelle economie sono cresciute: pure restando a livelli alti, sopra 0,45 e addirittura sopra 0,60 per il Sudafrica (da quasi lo 0,70 ). In altri termini, la riduzione delle diseguaglianze può essere il sintomo di una maggiore ricchezza distribuita meglio o di una maggiore povertà per tutti. Non indicativa di molto, insomma. D’altra parte, i dati dell’Ocse dicono che anche i Paesi con un forte Stato sociale non sempre vedono un calo del coefficiente di Gini nei momenti di crisi. La Norvegia e la Finlandia ne hanno registrato una diminuzione rispetto alla metà del decennio scorso, a circa 0,25 , rispettivamente da 0,27 e 0,26 . Ma la Danimarca è passata da 0,225 a 0,25 e la Svezia da 0,23 a 0,28 . Difficile trarre conclusioni. Sennonché, c’è un calo della disuguaglianza buono, quando avviene con l’aumento della ricchezza, e ce n’è uno cattivo quando tutti sono più uguali perché più poveri. Meglio, forse, ragionare su come ridurre la povertà.

La Stampa 22.6.17
La Berlinguer sfora
Mannoni attacca: l’ha fatto per sfregio
di Michela Tamburrino

Scoppia il caso Berlinguer mentre sembrava che una pax ecumenica avesse baciato la Rai. Galeotta fu la trasmissione dell’altra sera, «#Cartabianca» che ha inanellato, a dire dei detrattori, parecchie gaffe. Innanzitutto l’ospite sbertucciato in studio. Oscar Farinetti aveva appena finito di dire la sua sui giovani e il lavoro, quando la ricercatrice italiana di stanza a Parigi, Marta Fana, gli ha rovesciato addosso accuse pesanti di sfruttamento appunto di quei giovani che sono alle sue dipendenze.
Immediata la reazione dell’imprenditore che ha minacciato la giovane studiosa di querele a grappolo mentre la padrona di casa tentava invano di calmare le acque. Forse per questa bagarre o forse perchè Camilleri stava per svelare la fine che avrebbe fatto Montalbano, la trasmissione si è prolungata oltre misura, sforando su «Linea Notte» condotta da Maurizio Mannoni. Non è la prima volta che accade, anzi, tanto da buttarla spesso in burletta. Forse il giornalista non si era divertito allora e neppure ha gradito adesso le mani avanti della giornalista che annunciava il suo peccato. Dopo che si è visto erodere 10 minuti di trasmissione, è sbottato accusando la sua ex direttrice di «agire per sfregio, senza alcuna necessità giornalistica. Spero che qualcuno intervenga».
A parte gli screzi tra conduttori, #Cartabianca finisce comunque sotto assedio da parte dei renziani per il caso Farinetti. Scende in campo il segretario della commissione di Vigilanza Rai e deputato Pd Michele Anzaldi, che tuona contro la trasmissione della Berlinguer e promette di chiedere alla Commissione di Vigilanza di chiamare la direttrice di Raitre, che ospita il programma, per chiarire e rispondere. «Accuse vecchie e infondate all’indirizzo di un campione del made in Italy. Chi si assumerà i costi legali per gli avvocati e per la querela? Perchè invitare un imprenditore e farlo accusare pesantemente senza che la conduttrice abbia detto una parola? L’ennesimo disservizio offerto agli spettatori».
Una storia che ha fatto passare sotto traccia l’audizione in Vigilanza della presidente Maggioni che ancora in tema del tetto a 240 mila euro alle star, ha rimandando al dg Orfeo la responsabilità: «Sarà lui a descrivere e a motivare ogni singola deroga al tetto». Buon lavoro.

La Stampa 22.6.17
Pubblica Istruzione
Accordo sulle assegnazioni provvisorie

Siglato ieri al Ministero dell’Istruzione il contratto annuale sulle utilizzazioni e le assegnazioni provvisorie del personale scolastico, grazie alle quali le docenti e i docenti e gli Ata (Ausiliari tecnici e amministrativi) possono chiedere, per un anno, una sede di lavoro più vicina al luogo di residenza per gravi e certificati motivi di salute, per dare assistenza a parenti conviventi con disabilità, per ricongiungersi al nucleo familiare. Il contratto siglato ieri, in coerenza e continuità con il contratto sulla mobilità, rappresenta un altro passaggio fondamentale nelle tappe di avvicinamento al nuovo anno scolastico: il Ministero ha previsto quest’anno un cronoprogramma anticipato per garantire un avvio ordinato e con tutte le insegnanti e gli insegnanti in cattedra fin dal primo giorno di lezione. L’accordo indica con chiarezza requisiti e priorità per l’accesso alle assegnazioni. Le operazioni dovranno essere concluse entro il 31 agosto per garantire un buon avvio dell’anno scolastico. Questo a differenza del 2016 quando le assegnazioni si conclusero ad anno scolastico già iniziato.

il manifesto 22.6.17
Gaza, l’«uomo forte» Dahlan corre in aiuto degli ex nemici di Hamas
Palestina. Clasmoroso accordo con l'Egitto: mano dura con i jihadisti in cambio di gasolio per la Striscia. Aggirate le pressioni di Anp, Israele e Arabia saudita. Clasmoroso accordo con l'Egitto: mano dura con i jihadisti in cambio di gasolio per la Striscia. Aggirate le pressioni di Anp, Israele e Arabia saudita. Il movimento islamico ringrazia, Abu Mazen no
di Michele Giorgio

Le pressioni dell’Autorità nazionale palestinese, di Israele e dell’Arabia saudita non sono riuscite a bloccare le autobotti cariche di gasolio, dirette alla centrale elettrica di Gaza, che il Cairo ha inviato per alleviare la mancanza di energia nella Striscia. L’Egitto alla fine ha deciso di rispettare i termini preliminari del clamoroso accordo, ancora in via di definizione, tra quelli che sino a qualche tempo fa erano nemici implacabili: l’ex “uomo forte” del partito Fatah, Mohammed Dahlan, e il movimento islamico Hamas.
L’iniziale blocco del carburante aveva gettato nello sconforto i due milioni di palestinesi di Gaza che affrontano un’altra estate, con temperature elevate, avendo ogni giorno appena 3-4 ore di energia elettrica a disposizione e servizi pubblici ridotti al minimo. A ciò si aggiunge la condizione di decine di migliaia di famiglie senza alcun reddito che sopravvivono solo grazie agli aiuti alimentari che forniscono le agenzie umanitarie e le associazioni religiose.
Lunedì Israele aveva ridotto l’erogazione della sua quota di corrente elettrica alla Striscia da 120 a 100 Megawatt: una decisione presa dopo l’annuncio che l’Anp del presidente palestinese Abu Mazen non pagherà più l’intera bolletta energetica di Gaza. Una misura che – assieme alla riduzione del 30% degli stipendi e delle pensioni per gli ex dipendenti dell’Anp e alle pressioni saudite e americane sul Qatar affinchè cessi il sostegno ad Hamas e ai Fratelli musulmani – vuole costringere il movimento islamico a rinunciare al controllo di Gaza che mantiene da dieci anni. L’accordo tra Dahlan e il leader di Hamas Yahya Sinwar rischia di mandare in fumo i piani di Abu Mazen, convinto che i due milioni di abitanti di Gaza, con il peggioramento delle condizioni di vita, si ribelleranno contro gli islamisti al potere. «Un piano che non ha possibilità di successo» spiega l’analista e docente dell’università al Azhar di Gaza, Mkhaimar Abusada, «la popolazione è molto provata ma non si rivolterà contro Hamas. Il malcontento è forte ma allo stesso tempo la gente non ha fiducia nell’Anp di Abu Mazen. E poi il movimento islamico nei mesi scorsi ha reagito con il pugno di ferro alle manifestazioni di protesta per la mancanza di energia elettrica».
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Mohammed Dahlan
Comunque si svilupperà questa vicenda, Mohammed Dahlan ne uscirà vincitore. Il presidente dell’Anp gli ha fatto terra bruciata intorno dopo averlo buttato fuori da Fatah con l’accusa di corruzione. Ma colui che era considerato il più probabile successore di Abu Mazen prima di essere allontanato, ha confermato che le strette relazioni che mantiene con l’Egitto, i Paesi del Golfo e gli Stati Uniti lo rendono ancora oggi il candidato favorito dell’Occidente, di una parte del mondo arabo e di Israele per la presidente dell’Anp, malgrado la profonda avversione dei vertici di Fatah. I palestinesi non lo amano, anzi, e vedrebbero con favore (lo dicono i sondaggi) Marwan Barghouti alla presidenza. Ma il più noto dei prigionieri politici palestinesi sconta cinque ergostoli in Israele. E sino a quando tra i possibili successori di Abu Mazen ci saranno personaggi come Mohammed Dahlan, il governo Netanyahu non avrà alcun interesse a liberare (in un eventuale scambio di prigionieri) un “resistente” come Marwan Baghouti.
Dahlan grazie alle donazioni che da tempo garantisce ai poveri di Gaza e al sostegno politico dell’Egitto – che ha rapporti difficili con Abu Mazen e il suo entourage – è riuscito a portare dalla sua parte gli antichi nemici di Hamas interessati ad instaurare buone relazioni con il Cairo. E dopo aver ottenuto dagli egiziani il gasolio per Gaza, ora appare come il “salvatore” di due milioni di palestinesi alle prese con la mancanza di elettricità. Abu Mazen al contrario agli occhi di una buona parte della sua gente è il “carnefice” che, pur di raggiungere i suoi obiettivi politici, non esita ad aggravare la condizione dei civili di Gaza. Da alcuni giorni Hamas e Dahlan, con la mediazione del capo dell’intelligence egiziana Khaled Fawzy, hanno avviato una trattativa molto complessa. Fonti locali anticipano che, se si arriverà ad un accordo definitivo, l’Egitto aprirà per più giorni al mese il valico di Rafah e darà più elettricità a Gaza. In cambio Hamas agirà con forza contro i jihadisti dell’Isis che dal Sinai cercano rifugio nella Striscia. L’obiettivo politico delle intese è mettere in forte difficoltà Abu Mazen e dargli una spallata.
Dahlan di fatto è diventato il “ministro degli esteri” di Hamas. E potrebbe diventare presidente dell’Anp proprio con l’appoggio degli islamisti, forti anche in Cisgiordania.

La Stampa 22.6.17
Khodorkovsky soffia sulla protesta
“Non arrendetevi, a Putin c’è un’alternativa”
Il tycoon in esilio: le manifestazioni ci fanno capire che non siamo soli
di Giuseppe Agliastro

I russi devono capire che c’è un’alternativa a Putin, solo così si potrà passare dall’autoritarismo alla democrazia, magari trasformando gradualmente la Russia in una repubblica parlamentare: Mikhail Khodorkovsky torna a far sentire la sua voce in un momento di particolare fermento. È passata infatti poco più di una settimana dalle proteste anticorruzione e antigovernative soffocate dalle autorità con migliaia di fermi e centinaia di arresti. Le manifestazioni? «Sono molto importanti - dice l’ex magnate del petrolio in un forum alle Deutsche Welle - perché, anche se non fanno cadere il governo, quando un cittadino vede migliaia, decine di migliaia di dimostranti accanto a sé che dicono esattamente cosa anche lui pensa, allora capisce che non è solo».
Colui che le proteste le ha organizzate, Alexey Navalny, in questo momento è dietro le sbarre. È stato condannato a 25 giorni. E pene simili sono state inflitte a numerosi altri oppositori. Tra i fermati c’è anche Maria Baronova, coordinatrice nazionale di Russia Aperta, la fondazione creata da Khodorkovsky che dichiara come propri obiettivi lo sviluppo della società civile e della democrazia in Russia.
Khodorkovsky, ex patron della Yukos, il carcere lo conosce bene, ci ha passato una fetta consistente della propria vita: 10 anni. Solo nel 2013 Putin gli ha concesso la grazia. Arrestato nel 2003, quando era l’uomo più ricco del Paese dopo aver costruito la sua fortuna durante le privatizzazioni dell’era di Eltsin, Khodorkovsky è stato processato due volte con una condanna complessiva a 14 anni (poi ridotta a 11) per frode, evasione fiscale e riciclaggio. Ma molti ritengono che sotto ci sia lo zampino del Cremlino, che si è vendicato del sostegno che l’oligarca dava all’opposizione.
Ora Khodorkovsky vive a Londra, in una sorta di esilio. E ogni tanto si concede una stoccata contro il leader russo. «In quell’80% che vota o prevede di votare per Putin - ha detto - in realtà solo il 30-40% rappresenta veramente il suo elettorato, le altre persone se voteranno per Putin lo faranno perché non vedono alternative».
Ma il più grande fastidio che Khodorkovsky ha procurato al presidente russo da quando vive all’estero è stato il lancio di «Russia Aperta». Non per niente la procura ha deciso di bollare questa organizzazione come «indesiderata» accusandola di «screditare i risultati delle elezioni e indicarli come illegittimi». Le autorità si riferiscono alle legislative dello scorso settembre, stravinte dal partito del Cremlino, Russia Unita, ma con un’affluenza alle urne bassissima: sotto il 48%. Da allora alla Duma non c’è un solo deputato dell’opposizione. Putin però non ha smesso di usare il pugno duro contro ogni forma di dissenso e pochi giorni fa, a margine della Linea Diretta in tv con il Paese, ha lanciato un affondo: le manifestazioni - ha detto - sono uno stratagemma di promozione personale di Navalny.
Prima o poi però Putin lascerà la poltrona più importante del Paese, sottolinea Khodorkovsky augurandosi che ciò avvenga in modo pacifico. «La soluzione migliore sarebbe che Putin non si presentasse alle presidenziali» del prossimo anno, ha detto, precisando però subito che si tratta di «pura fantasia».

il manifesto 22.6.17
L’inconscio collettivo in un campo minato
Tempo presente. «La voce minima. Trauma e memoria storica» del filosofo Mario Pezzella. La rimozione dei genocidi del Novecento alimenta fittizie ipotesi riconciliative tra vincitori e vinti. L’orrore scaturito da atti di violenza condiziona le vite di vittime, carnefici e dei loro eredi
di Roberto Finelli

Mario Pezzella è un intellettuale, il cui «impegno», per usare una parola antica, al fine di un’etica della trasformazione è pari alla sua raffinatezza culturale e alla sua capacità di far interagire più campi teorici: quali l’estetica letteraria e cinematografica da un lato e la filosofia politica dall’altro, a cui si aggiunge una profonda sensibilità per le tematiche psicoanalitiche, per l’attività di traduttore e l’esperienza della composizione poetica in prima persona. Studioso di Friedrich Hölderlin, Walter Benjamin, Paul Celan, Miguel Abensour, uno dei suoi meriti maggiori è quello, nella sua frequentazione della cultura tedesca ed europea, di essersi tenuto lontano da ogni seduzione e subalternità rispetto al pensiero di Martin Heidegger, alla cui metafisica conservatrice dell’«essere» hanno ceduto invece, com’è ben noto, molti intellettuali, italiani ed europei, che hanno coniugato il medesimo campo d’interessi, tra estetica e filosofia politica.
Con l’ultima sua opera, La voce minima. Trauma e memoria storica (manifestolibri, euro 167), Pezzella torna a stringere le sue competenze e i suoi saperi per proporre una singolare quanto originale compenetrazione di storia e psicoanalisi attorno al tema della rimozione storica.
L’INCONSCIO rimosso per Pezzella infatti non è solo categoria della cultura e della clinica analitica, non è solo questione di un’esperienza e di un percorso affettivo-mentale individuale, ma è un complesso psico-emozionale estendibile ed applicabile alla storia, agli eventi e ai comportamenti di una collettività. Alla pari dell’inconscio individuale, l’inconscio storico è fatto di rimozioni di avvenimenti di lunga durata che, nella loro drammaticità di violenza e di sangue, non vengono accolti nella coscienza e nella memoria collettiva ma vengono dimenticati e cancellati, come se non fossero mai realmente esistiti. «Nel dopoguerra – e non solo in Germania – sono stati eretti muri e miti storiografici – scrive Pezzella – per impedire una vera memoria dei traumi avvenuti. Il gollismo ha minimizzato in Francia la massiccia adesione ai misfatti di Vichy; la Resistenza – deformata in mito conciliativo – ha finito per assolvere gli italiani dalla creazione del fascismo e dai massacri compiuti nelle colonie; in Germania americanizzazione e miracolo economico sono serviti a evitare una reale assunzione di responsabilità del male compiuto», così come nelle Americhe è stata rimossa la genesi di una civilizzazione istituita sul genocidio degli indio-americani e sulla schiavitù degli afro-americani. E in analogia con il rimosso individuale il rimosso storico torna a produrre due effetti strutturali ed ineliminabili della rimozione: perché come ha insegnato Freud il rimosso è «senza tempo», e non potendo essere realmente dimenticato, ritorna sempre a produrre conseguenze profondisssime nell’autocoscienza e nell’agire del presente.
Così il rimosso storico per Pezzella si fa realtà del presente da un lato attraverso la formazione di miti trasfigurativi e sostitutivi di quanto è effettivamente accaduto nel passato e dall’altro attraverso la reiterazione di azioni violente e genocidarie. Perché la mancata definizione ed elaborazione di campagne ed atti di oppressione e devastazione verso altri, non introducendo la dimensione e la funzione dell’alterità nell’identità dei soggetti che agiscono collettivamente una rimozione, costruisce lo stereotipo inconscio e inevadibile di una soggettività strutturalmente arcaica e violenta.
LA MANCANZA, o a dir meglio il rifiuto, della memoria non dà nome all’evento, non lo incardina a quella catena di parole e di ricordi, che attraverso la simbolizzazione linguistica e discorsiva, potrebbero accoglierlo invece nella coscienza pubblica e farne oggetto di ricerca e, insieme, di comprensione e relativizzazione. Cosicché la violenza originaria, nel suo horridum di pulsioni distruttive e disumanità, non viene elaborata ma continua a produrre storia e, insieme, ripetizione di un habitus arcaico ed espulsivo di alterità.
Quell’horridum continua a condizionare le vite dei vinti come quella dei vincitori, delle vittime come dei carnefici, nonché dei loro figli e delle generazioni a seguire, appunto perché rimane come un grumo di passioni e dolori drammatici, che hanno prodotto odi, risentimenti, patologie d’inferiorità da un lato e scissure e identità vuote e fittizie dall’altra. Per cui, nel suo originale e creativo dialogo con la psicoanalisi, ciò che si domanda Pezzella è quale possa essere il modo più adatto, più efficace e insieme più accorto e delicato, per riconnettere un passato storico rimosso e taciuto alla forza disserente e insieme relativizzante, pacificante, della parola.
QUALE POSSA essere la forma espressiva e comunicativa di un ricordo che non sia solo ripetizione e fissazione del passato ma sia ripresa, nel senso kierkegaardiano del termine come ciò «che attualizza, rielabora, riapre i possibili già soffocati nel passato»? Quale la forma espressiva, insomma, di un’elaborazione, che, evidentemente, per la peculiare natura del trauma e del rimosso storico, diversa da quella del trauma individuale, non può essere la parola e la stanza di uno studio psiconalitico? Pezzella nel suo testo prova a definirne un canone, attraverso un’analisi fine ed acuta, leggera nella sua drammaticità, di opere poetiche, letterarie (Celan, Sebald, Hölderlin) e cinematografiche (Resnais, Bela Tarr, Polanski).
Tale canone vuole che della violenza storica, di un eccidio, di un genocidio, di uno sterminio non ci possa essere rappresentazione diretta. Perché il rappresentare non può esprimere l’intimità, l’enormità e la drammaticità dei patimenti del sentire di coloro che sono soccumbuti o hanno attraversato quell’esperienza estrema. Il vedere non è il sentire.
LA RIPROPOSIZIONE in immagini di quell’inaudito, di quell’impossibile a dirsi, rischia, attraverso immagini di violenze, eccidi, strupri, di darne solo una versione esteriorizzata e spettacolarizzata, come è accaduto ad es. nel film di Spielberg sulla Shoah, Schindler’s List, dove accanto a scene di violenza estrema, si torna a mettere in scena una visione manichea, ovvero spettacolarizzata, tre bene e male con la conclusione finale e compensatoria della vittoria del bene sul male. Laddove la realtà delle relazioni traumatiche è sempre più complessa, sempre più dialettica, sottolinea Pezzella, ricordando tra l’altro le riflessioni psicoanalitiche di Sándor Ferenczi sul rapporto tra vittima e carnefice, e sui processi di identificazione e di mimetismo che frequentemente si danno tra la prima e il secondo, quando «tutti i suoi organi percettivi e sensori sono tesi ad identificarsi con l’aggressore, ad essere il più possibile simile a lui, come se tale illusione magica potesse scongiurare il colpo che sta per abbattersi su di lei».
IL PERCORSO espressivo più adeguato appare invece essere un percorso laterale, indiretto, metaforico che, lungi dal perpetuare la rappresentazione diretta, fisica ed esteriore del trauma, ne indaghi e descriva le conseguenze interiori, affettive, psichiche, con tutte le loro complessità, ambivalenze e contraddizioni che si danno nelle menti di coloro che lohanno vissuto, anche a distanza di anni, a distanza di generazioni. Nel ridursi contemporaneo della vita individuale e collettiva ad esteriorità, a superficie svuotata dall’astrazione del denaro e dalla pervasività dell’economico in ogni dove, solo un’espressività indiretta, metaforica, discorsiva può giungere, di contro alla retorica e alle falsificazioni mass-mediologiche delle immagini, afferma Pezzella, a richiamare veramente la profondità emotiva di una storia sommersa. Vale a dire che solo una ricostruzione/confessione, solo un riconoscimento da entrambi le parti di quanto s’è venuto generando nelle storie psichiche, mute e dolorose, che un evento originario ha generato negli anni – solo un discorso pubblico di ammissione e constatazione – può reinserire nell’ordine simbolico quel dramma, che con la sua violenza ha distrutto ogni ordine simbolico di civiltà e di socializzazione. In tal senso le pagine esemplari che Pezzella scrive – rifacendosi al bel libro di Gaspare de Caro, Rifondare gli italiani – sulla rapida parabola regressiva del cinema neorealista italiano da testimonianza critica a retorica nobilitante del secondo Risorgimento del popolo italiano presuntivamente unito e concorde nella lotta contro l’iniquo popolo tedesco, a confermare il semplicismo manicheo del bene e del male, sono quanto mai pertinenti ed istruttive.

il manifesto 22.6.17
Quell’osservatorio che ricostruisce la memoria
«Gli intellettuali nella crisi della Repubblica», il volume a cura di Ermanno Taviani e Giuseppe Vacca per Viella
di Alessandro Santagata

Due sono le premesse del volume Gli intellettuali nella crisi della Repubblica 1968-1980 (Viella, pp. 406, euro 34), elaborato nell’ambito di un ciclo di seminari organizzati dalla Fondazione Gramsci di Roma e uscito a cura di Ermanno Taviani e Giuseppe Vacca.
LA PRIMA è che «i gruppi intellettuali costituiscono lo stato più sensibile ai processi di modernizzazione». La seconda che negli anni Settanta, come scrive Roberto Gualtieri, «diventarono egemoni indirizzi che rappresentavano una soluzione di continuità con le correnti di pensiero alla base della Repubblica ed esprimevano un distacco profondo non solo con l’esperienza della democrazia italiana, ma con la stessa vicenda dello Stato unitario». Secondo lo studioso, i giorni del sequestro Moro avrebbero rivelato i tratti di una «questione degli intellettuali».
Da questa osservazione – spiegano i curatori – è nata l’esigenza di allargare lo sguardo sui «ceti colti» con il coinvolgimento di un ricco parterre di studiosi e con risultati davvero innovativi.
SPICCA IN APERTURA il contributo di Alessio Gagliardi, che investiga i primi dieci anni di «Repubblica» e mostra come il quotidiano-partito ideato da Scalfari non sia stato solamente osservatore, ma anche attore di rilievo della scena politica. Se l’obiettivo di fondo era influenzare il percorso del Pci berlingueriano in direzione liberal-democratica, gli strumenti culturali spaziavano dalla nuova cultura dei diritti alle ultime teorie sul postmoderno. Sarebbero scaturite allora le campagne contro la «partitocrazia» e il «consociativismo». Gagliardi si sofferma poi sulle critiche alla «solidarietà nazionale», un leitmotiv nel libro che ritorna anche nell’analisi di Gregorio Sorgonà su «Lotta continua» e sull’interpretazione che il quotidiano dava della Resistenza.
Arriviamo così a un punto nodale del libro: le diverse letture della storia d’Italia e l’utilizzo dell’antifascismo, vuoi per legittimare la sinistra tradizionale, vuoi per attaccare le scelte del Pci.
COME EMERGE dalla ricostruzione di Guido Panvini, la trasformazione socio-culturale del «lungo Sessantotto» e l’impatto del «terrorismo di sinistra» imponevano agli intellettuali comunisti un ripensamento profondo. Ne forniscono un esempio particolare le annotazioni di Pasolini dalla pagine del «Corriere della sera» sulla «trasformazione antropologica» dettata dal neo-capitalismo e sulla subalternità delle sinistre a questo processo (vedi il saggio di Tommaso Baris).
Ma uno dei punti di forza del libro è che mette in luce in che modo la crisi e l’emergenza della lotta armata – su cui si sofferma il contributo di Taviani relativamente al caso «7 aprile» – interrogassero tutte le culture politiche con esisti talvolta diametralmente opposti.
Lo spiegano bene Umberto Gentiloni a proposito della proposta di rinnovamento democratico del cattolico Pietro Scoppola (in prima linea per il divorzio) e Giovanni Mario Ceci nel suo studio sulle preoccupazioni dell’«antimodernista» Augusto Del Noce di fronte al progetto «eurocomunista».
UN’ATTENZIONE particolare merita, infine, la ricostruzione di Luigi Ambrosi su Norberto Bobbio editorialista della «Stampa», figura fondamentale nella polemica contro il potere dei partiti, e che Gualtieri mette al centro del proprio discorso sulle critiche rivolte allo Stato durante il rapimento Moro e sugli assetti politico-culturali che caratterizzeranno i decenni a venire.
Come si ricorda anche nell’introduzione, gli anni Settanta furono dunque un periodo decisivo da cui sono scaturiti i problemi più acuti dei nostri giorni, in primis quello della crisi dello Stato moderno e della cosiddetta «Repubblica dei partiti» con il suo involucro culturale. I saggi pubblicati in questo ricco volume confermano che di tale processo gli intellettuali furono diversamente avvertiti e per motivi diversi protagonisti. Nello stesso tempo, attraverso la lente degli intellettuali, i diversi contributi forzano le premesse del libro sulla «crisi politico-democratica» e investigano l’altro lato della medaglia: una società più vivace dei suoi vertici politici e in cui maturavano domande che toccavano questioni profonde (diritti, identità, autodeterminazione).
Una seconda tappa di questo interessante percorso potrebbe riguardare allora altre correnti culturali – il laboratorio del «manifesto», i radicali, l’operaismo e soprattutto il cantiere del neo-femminismo – necessarie per completare il quadro e mettere maggiormente in evidenza quella trasformazione del discorso politico di cui ancora oggi fatichiamo a tenere insieme le contraddizioni.