mercoledì 23 gennaio 2019

Repubblica 23.1.19
Desmond Morris “Noi umani felicemente entrati nella fase tribale”
La scienza degli animali, l’amore per l’arte. La scimmia e l’evoluzione tecnologica. L’aggressività diffusa e il razzismo negli stadi. Parla il grande etologo, che domani festeggia il compleanno e ha appena finito il nuovo libro
Intervista di Marino Niola


Nella casa del più grande zoologo del mondo non ci sono animali. Fatta eccezione per una tartaruga che da quarant’anni bruca l’erba del suo grande giardino di Oxford. Alla sua età, 91 anni domani, non vuole prendersi degli animali che vivrebbero più a lungo di lui. E su questa nota dolceamara Desmond Morris, che abbiamo raggiunto grazie al suo editore Bompiani, dà inizio a un dialogo a tutto campo.
Oltre che come etologo, lei è celebre anche come pittore surrealista. In che modo convivono l’artista Desmond e lo scienziato Morris?
«Ho sempre avuto una doppia vita. Fin dagli anni della scuola mi barcameno tra l’oggettività scientifica e l’intuizione artistica.
La posta in gioco è comunque la visione. La differenza è che in un caso si tratta di osservazione analitica, mentre nell’altro di una visione visionaria».
Le sue due metà si sono unite quando ha trasformato uno scimpanzé in un pittore di successo. Persino Picasso comprò un suo quadro.
«Congo era straordinario».
Quale dote gli invidiava?
«La forza. Quattro volte superiore a quella di un uomo nerboruto. In molte situazioni mi avrebbe fatto comodo».
Alcune sue espressioni sono entrate nel linguaggio comune. La “scimmia nuda” ha ispirato perfino una canzone.
«Sì, un bellissimo testo. Francesco Gabbani è anche venuto a trovarmi qui a casa e gli ho fatto i complimenti».
Ma anche “zoo umano” e “tribù del calcio” sono altrettanto celebri.
«La mia preferita è “la città non è una giungla di cemento, ma uno zoo umano”. Quando scrissi The Human Zoo, cinquant’anni fa, ragionavo sulle nostre megalopoli che sono l’opposto dei villaggi in cui l’uomo ha vissuto per millenni. E il fatto che le città funzionino e non precipitino nel caos è un miracolo evolutivo.
Nessun animale sarebbe in grado di adattarsi così tanto».
La rivoluzione tecnologica sta cambiando la scimmia nuda?
«Rispetto alla fase tribale della nostra evoluzione ora viviamo in mega tribù, dove non conosciamo il dirimpettaio, ma siamo connessi con tutti».
Siamo passati dalla società face to face a quella face to Facebook.
«Esatto. E nel prossimo futuro potremo interagire con ologrammi di persone, fisicamente lontane, ma proiettate in 3D nella nostra stanza. Sarà una svolta epocale».
Che cosa dobbiamo ancora imparare dagli animali?
«Che la guerra è sempre la peggiore delle soluzioni. Non a caso nel mondo animale il ricorso alla violenza fisica è l’estrema ratio. E non per ragioni morali, ma perché anche chi ha la meglio può comunque buscarsi delle ferite che potrebbero essergli fatali. In realtà gli scontri fra animali sono dei tira e molla, gesti di intimidazione e segnali di resa.
Come diceva Churchill, la discussione più violenta è comunque meglio della guerra meno cruenta».
C’è qualcosa di etologico nella paura degli stranieri?
«Certo. Siamo animali tribali e preferiamo istintivamente le persone più vicine a noi. È una tendenza naturale, che però può sfuggirci di mano. Un eccesso di familismo ci rende aggressivi con gli estranei. Un eccesso di patriottismo, conduce dritto al conflitto con altri popoli.
Insomma dobbiamo tenere sotto controllo questa tendenza naturale a vedere gli altri come potenziali nemici.
Negli stadi italiani imperversano i cori razzisti. C’è anche qui una spiegazione etologica?
«Più che altro sociale. In realtà se a fare goal sono i giocatori di colore della nostra squadra, la tifoseria esulta e li osanna. Mentre insulta quelli delle squadre avversarie. Insomma, il nostro nero è un eroe, il loro è un selvaggio. Ma questo non è razzismo nel senso pieno della parola, è piuttosto un comportamento tribale. Proprio per questo intitolai il mio libro La tribù del calcio. Perché questo sport è l’ultimo rifugio del
tribalismo».
Però per la legge le offese razziste esistono eccome.
Tanto è che il nostro vice presidente del Senato Calderoli è stato condannato per aver dato dell’orango all’ex ministra Kyenge.
«Certamente».
Paradossalmente aumenta il rispetto per gli animali e diminuisce quello per gli umani. Cosa pensa dell’antispecismo dilagante?
«Secondo questa teoria dovremmo trattare le altre specie come uguali a noi. Di fatto la sensibilità antispecista nasce dall’indignazione di fronte agli animali sacrificati nel corso di esperimenti. O immolati sul capriccioso altare della caccia.
Nel mio lavoro di zoologo ho sempre rifiutato il ricorso alla sperimentazione con cavie. Io gli animali, uomini inclusi, mi limito a osservarli senza interferire.
Tuttavia è inutile nascondersi che esista una deriva nell’antispecismo, perché è evidente che non possiamo trattare come nostri simili ratti, scarafaggi e parassiti. Pulci e pidocchi vorremmo vederli estinti».
La diffusione crescente dell’animalismo va di pari passo con quella del vegetarianismo. È il segno che stiamo diventando più evoluti o più primitivi?
«La nostra specie si è sviluppata perché siamo diventati cacciatori e siamo stati capaci di procurarci una dieta di qualità superiore rispetto agli altri animali. Noi nasciamo e restiamo onnivori.
Ammiro i vegetariani per il sacrificio che si impongono, ma la loro alimentazione è qualitativamente inferiore a quella di un onnivoro».
E lei è mai stato vegetariano?
«No. Anche se cerco di mangiare animali che abbiano avuto un’esistenza quanto più naturale possibile. Detesto la crudeltà degli allevamenti intensivi».
“The human sexes” è stato un suo programma tv di culto dedicato alla storia naturale del maschio e della femmina.
#MeToo rappresenta un capitolo nuovo del rapporto fra i generi?
«È una reazione provvidenziale contro il maschio predatore, che abusa le donne sfruttando il suo ruolo dominante. Ma ultimamente anche una semplice molestia viene equiparata alla violenza carnale, il che è assurdo.
In realtà, come tutti i movimenti di contestazione al loro inizio #MeToo esaspera i toni per farsi ascoltare. Ma presto sarà evidente a tutti la sua portata storica.
Perché, d’ora in avanti, certi maschi dovranno pensarci due volte prima di dare sfogo ai loro peggiori istinti».
A cosa sta lavorando?
«Ho appena finito un libro intitolato Body Language in Art, dove spiego i diversi modi in cui gli artisti hanno dipinto posture e gesti. Se vuol sapere perché Napoleone veniva ritratto sempre con la mano destra infilata nel gilet, dovrà comprare il mio libro!».
Repubblica 23.1.19
Intervista a Emanuele Fiano (Pd)
“Io, figlio di un deportato ricevo minacce ogni giorno”
di Alessandra Longo


ROMA «Mi insultano ogni giorno, mi minacciano di morte, mi scrivono, anche in queste ore, parole irripetibili. Mi preoccupa lo sdoganamento etico di sentimenti che credevo più circoscritti».
Emanuele Fiano è un politico del Pd ma è anche e soprattutto un ebreo, figlio di Nedo, l’unico scampato di un’intera famiglia ad Auschwitz. La miseria del tweet di Elio Lannutti — il senatore M5S che cita il falso storico dei protocolli dei Savi di Sion — non lo stupisce. È sale su ferite sempre aperte.
Fiano lei crede che in Italia sia cambiato il clima? Sente il fiato sul collo di un nuovo antisemitismo?
«Anche nel secolo scorso ai momenti di disagio sociale ed economico corrispondeva la ricerca del corpo estraneo, del nemico, del complotto. Siamo in una fase di sdoganamento del linguaggio, delle parole, pronunciate senza pudore».
Parole rivolte anche a lei, in quanto ebreo, immagino.
«Insulti quotidiani, a volte irripetibili, come adesso per la vicenda Lannutti».
Se la sente di farci capire il tipo di cose che le scrivono?
«Mi dicono: “Con te avremmo risolto ogni problema alla radice se anche tuo padre fosse finito nel forno ad Auschwitz”».
Ha paura?
«A volte sì, sono insulti che lasciano inquietudine. Ma la politica è una medicina. Ci insegna, non solo quella del mio versante, che la realtà si può cambiare. Vivo questa recrudescenza, per fortuna minoritaria, come figlio di mio padre. Lui mi ha insegnato: mai mollare, mai piegare la schiena».
Suo padre Nedo, matricola Auschwitz A5405, a 18 anni ha perso tutti. “Quest’esperienza così devastante — scriveva — ha fatto di me un uomo diverso, un testimone per tutta la vita”.
«Mio padre, finché ha potuto, ha portato i ragazzi nei campi di concentramento, come fanno ancora Sami Modiano e Liliana Segre che, per me, è una zia. Tutti e tre dicono la stessa cosa: è l’indifferenza la peggior cosa, è l’indifferenza che uccide».
Cosa fa dei messaggi che riceve?
«Denuncio le minacce, cancello le ingiurie. Solo quando fiuto dietro chi scrive un briciolo di ragionamento, provo un dialogo».
Lannutti si deve dimettere?
«Sarò sempre grato al presidente Mattarella per aver nominato senatrice a vita Liliana Segre. La stima di cui gode, la sua levatura morale, la sua battaglia, sono già una risposta. La richiesta di dimissioni è giusta ma Lannutti ha già avuto la dimostrazione di quanto sia minoritaria l’idea che rappresenta».
Chi erediterà il ruolo dei sopravvissuti per tenere alta la memoria?
«Questo è il vero problema che dobbiamo porci. Davide Bidussa ha scritto un libro che evoca il vuoto imminente. Si intitola: Dopo l’ultimo testimone .
Come si sente da ebreo in questo Paese?
«C’è chi si augura la mia morte ma sono anche circondato da amici e la stragrande maggioranza degli italiani rigetta l’antisemitismo.
Anche qui vivo da figlio di mio padre. Lui diceva sempre: «Emanuele, ricorda, il sole sorge sempre la mattina dopo, la storia continua».
Deputato Pd
Emanuele Fiano, 55 anni, è deputato e responsabile nazionale Riforme del Pd
Repubblica 23.1.19
Lo studio di Eurobarometro
Ue, lo spettro dell’antisemitismo cresce l’allarme anche in Italia
di Alberto D’Argenio


Il 58% degli italiani lo considera un problema e per il 31% è un fenomeno in aumento. Svezia e Germania i Paesi più a rischio
Dal nostro corrispondente
bruxelles
Oltre un italiano su due è preoccupato dall’antisemitismo. Il dato emerge dall’Eurobarometro pubblicato ieri dalla Commissione europea, il giorno successivo alla polemica che, lunedì, ha coinvolto il senatore 5S Elio Lannutti, autore di un post che ha rilanciato i Protocolli dei Savi di Sion, falso storico di inizio Novecento alla base dell’odio moderno nei confronti degli ebrei. Quello degli italiani è un sentimento condiviso dagli altri cittadini dell’Unione, anche se sull’aumento della minaccia antisemita stando al sondaggio — che ha coinvolto 27mila persone — sembra esserci un problema di percezione in tutto il continente: se l’89% degli ebrei ritiene che negli ultimi 5 anni rischi e intolleranza nei loro confronti siano aumentati, l’allarme è condiviso appena dal 36% del resto della società europea e solo dal 31% per cento degli italiani (siamo i decimi da questo punto di vista nell’Unione).
Per il 39% della popolazione dell’Unione, infatti, l’antisemitismo è stabile mentre per il 10% è in diminuzione. In otto paesi la maggioranza degli intervistati ritiene comunque che, a prescindere dall’aumento della minaccia, sia un problema: si tratta di Svezia (81%), Francia (72%), Germania (66%), Olanda (65%), Regno Unito ( 62%), Italia ( 58%), Belgio ( 50%, ma il 49% non lo ritiene minimamente un problema) e Austria (47%). Tuttavia in 20 paesi la maggioranza dell’opinione pubblica pensa che l’antisemitismo non sia un tema di cui preoccuparsi: spiccano i casi di Estonia ( solo il 6% percepisce un rischio contro l’86%) e Bulgaria (10% vs 64%).
Interessante scorrere i dati per ogni singola categoria del sondaggio, pubblicato in vista della Giornata della memoria. Ad esempio, per il 52% delle donne l’antisemitismo rappresenta un problema, contro il 48% degli uomini. La percezione degli over 40 cambia rispetto ai giovani: per il 52% dei più maturi è un problema, mentre nella fascia tra i 15 e i 24 anni lo è solo per il 46%. E ancora, per il 54% di coloro che hanno completato gli studi l’odio verso gli ebrei è preoccupante, mentre la percentuale scende al 44% tra coloro che hanno smesso di frequentare la scuola a 15 anni (44%) o a 19 (49%).
La percezione varia anche a seconda delle amicizie, per cui risulta più consapevole dei rischi legati all’antisemitismo (64%) chi ha amici ebrei o chi (59%) frequenta musulmani. Tra coloro che hanno rapporti solo con persone della propria religione o etnia, invece, la preoccupazione si ferma al 42%.
In generale il negazionismo è considerato il rischio numero uno (in Italia dal 61% degli intervistati), seguito dall’antisemitismo su Internet, dai graffiti contro la comunità ebraica e dalle minacce fisiche nei luoghi pubblici. Il 68% degli europei considera che nel proprio paese non ci sia abbastanza informazione sulla storia e sulle pratiche religiose degli ebrei, mentre il 43% pensa che l’Olocausto sia insegnato in modo sufficiente a scuola (il 42% la vede nel modo opposto). E infine il 54% degli europei — specialmente nel Nord e nell’Est dell’Unione — ritiene che il conflitto in Medio Oriente abbia un’influenza sulla percezione degli ebrei nel proprio Paese.
La Stampa 23.1.19
Marmi pregiati, ulivi secolari e castità
Nel tempio da Guinness dei mormoni
di Maria Corbi


Dimenticate le carovane con gli uomini dalle lunghe barbe e i cappelli neri, dediti alla poligamia. Oggi i mormoni non hanno nulla di pittoresco e quell’immagine rimane buona per il cinema o per piccole comunità super ortodosse che resistono nell’America più profonda. Il moderno fedele della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (chiamateli così perché «mormoni» è un termine che considerano gergale), è assolutamente integrato sia nella forma sia nella sostanza con la società dove vive. E basta osservarli qui, in questa fetta periferica di Roma sulla Nomentana, dove è sorto il primo Tempio italiano, il più importante d’Europa, per accorgersi di quanta distanza ci sia tra l’immaginario e la realtà.
In Italia i credenti sono oltre 26mila e crescono a ritmo esponenziale grazie al grande lavoro di proselitismo fatto dalla Chiesa attraverso le forze più giovani, ragazzi tra i 18 e i 25 anni mandati in missione a raccontare il libro di Mormon - scritto nel 1830 dal fondatore del culto Joseph Smith – e il percorso di fede che non porta solo alla felicità eterna ma soprattutto a quella terrena, come ci spiega Alessandro Dini -Ciacci, rappresentante della Chiesa per l’Italia. Anche lui come tutti i «mormoni» devolve il 10 per cento di quanto guadagna (la decima) all’organizzazione. E fatevi due conti, pensando che in Europa parliamo di 500mila persone, ma nel mondo di quasi 17 milioni.
E della ricchezza di questo impero dedicato a Cristo le tracce sono evidenti in questo tempio romano che copre 60mila metri quadrati e comprende diversi edifici oltre a curatissimi giardini con fontane, aiuole, cespugli all’italiana e olivi secolari. Nel Tempio vero e proprio si cammina su pavimenti di marmo rosa coperti da tappeti con ricami che richiamano l’ovale di piazza del Campidoglio, ma anche la forma perfetta del simbolo dell’infinito. Nessun dettaglio è lasciato al caso. I mobili sono di legno pregiato e con fregi dorati. I lampadari coreografici brillano di mille cristalli o dei vetri di Murano, le pareti sono affrescate con paesaggi dei luoghi più belli d’Italia, pesanti coppe di cristallo fanno bella mostra sui comò antichi. La «piscina» battesimale è sorretta dalle statue di 12 buoi, che rappresentano le 12 tribù di Israele. Uno sfarzo giustificato dalla fede, come spiega Dini-Ciacci: «Il Tempio come è scritto nella Bibbia deve essere costruito con i migliori materiali, usando le migliori maestranze».
Le funzioni domenicali sono svolte nella grande cappella di uno degli edifici che fronteggiano il Tempio dove invece si celebrano cerimonie speciali tra cui i matrimoni e anche i battesimi degli antenati. Perché i legami familiari per i mormoni sono eterni e dunque occorre preoccuparsi anche della salvezza di chi ci ha preceduto sulla terra. Da cui l’importanza che questa Chiesa ha assunto come centro di raccolta di dati «familiari». E la Biblioteca genealogica della Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni, che si trova a Salt Lake City, nello Utah, è la più grande biblioteca genealogica al mondo con documenti provenienti da più di 100 paesi , che riguardano più di due miliardi di persone decedute. Tra cui anche documenti ecclesiastici inglesi del XIV secolo alle storie africane trasmesse oralmente. Così, spiega Dini-Ciacci, «abbiamo firmato anni fa un accordo con il Mibac per l’acquisizione di dati genealogici dagli archivi di Stato risalenti a 110 anni fa e oltre, andando a ritroso». La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Gorni ci «guadagna» la salvezza degli antenati, mentre lo Stato italiano il lavoro di digitalizzazione gratis. A Roma il «Family search» si trova in questo comprensorio dalle mille e una notte, dotato di modernissimi computer che custodiscono preziosi dati di tutti noi.
Diventare mormoni non è semplice. «Più facile uscire dalla Chiesa che entrarci», dice Dini-Ciacci. «Perché occorre rispettare i nostri comandamenti». Prima di tutto la legge di castità che impone l’astinenza sessuale prima e fuori del matrimonio. Matrimonio che «può essere solo tra un uomo e una donna come dice la Bibbia». Quindi niente matrimoni gay. «Ma non siamo omofobi», ci tiene a precisare Dini-Ciacci. «Le persone gay possono entrare nella Chiesa come tutte le altre ma devono anche rispettare le regole, tra cui la castità. Nello Utah la Chiesa ha sostenuto la legge più avanzata degli Stati Uniti in tema di diritti civili». E già che ci siamo ecco il tema delle donne che nella fede mormone sarebbero subalterne al marito e dedite alla cura dei figli. «Non è vero», assicura Dini-Ciacci, «hanno pari dignità, diritti e doveri». E il sacerdozio? «Quello no, perché Dio lo ha riservato agli uomini». E c’è da scommettere che non cambierà idea anche se in questa Chiesa parla continuamente con il «Profeta» e i 12 apostoli a capo della Chiesa a cui dà le indicazioni per i fedeli.
Tra le altre regole c’è quella «economica» del versamento della decima, quella «penitenziale» che impone due pasti di digiuno la prima domenica del mese e quella «salutare» che vieta fumo, alcool, caffè e the. Ma nonostante questo sono tanti i giovani che si avvicinano alla Chiesa. «Forse perché oggi non trasgredire è la vera trasgressione», come ci dice una signora americana arrivata a visitare il tempio (che sarà aperto a tutti fino a metà febbraio).
La Stampa 23.1.19
Così Cuarón sposta i confini del Messico
di Piero Negri


Al primo strato, «Roma» di Alfonso Cuarón, il film messicano che ha vinto il Leone d’Oro a Venezia e ha appena ricevuto dieci nomination agli Oscar, è un’opera sulla memoria. Cuarón dice che al 70% è fatto di ricordi, la casa in cui è cresciuto è stata ricostruita sul set esattamente com’era, dettaglio per dettaglio, mobile per mobile. Colpo di genio: il personaggio più autobiografico, secondo di quattro fratelli bambini e adolescenti, non ha alcuna centralità nella storia. Al secondo strato, «Roma» è un film su una famiglia borghese nella Città del Messico degli Anni 70, sui complessi rapporti che si instaurano tra una donna abbandonata dal marito, i suoi figli e le due donne di servizio conviventi che vengono dalla campagna.
Un film sui sensi di colpa del piccolo Cuarón nei confronti della governante che l’ha cresciuto? Forse più sulla gratitudine: quella donna esiste ancora, si chiama Liboria Rodríguez, il regista ha raccontato che l’ha sempre chiamata «Mamá». Al terzo strato, «Roma» è un film sulla storia del Paese centramericano, sulla repressione che seguì il locale Sessantotto, sul Massacro del Corpus Christi (1971) in cui 120 giovani, perlopiù studenti, morirono per mano di forze paramilitari addestrate anche negli Usa (e per quanto Cuarón questo aspetto non lo approfondisca, a nessuno sfugge che le dieci nomination, nei giorni in cui il Muro al confine col Messico divide gli americani, hanno un significato politico preciso).
Si potrebbe andare avanti con gli strati di significato, ma non sarebbe giusto: il vero miracolo di «Roma» sta nel modo in cui racconta ciò che racconta. Non solo per il bianco e nero, frutto degli ultimi sviluppi del digitale, eppure post-prodotto da Cuarón in modo da ricordare le fotografie novecentesche di Ansel Adams. Non solo per il ritmo, né lento né veloce, che si fissa nella prima scena - uno sciabordio di acqua e detersivo sul selciato che rimanda al momento cruciale, a bordo mare, di due ore dopo - e che è, appunto, il ritmo dei ricordi. Non solo per i movimenti di macchina insoliti e insistiti, un’ampia panoramica orizzontale che mima - si direbbe - lo sguardo di un ragazzino sul mondo, la scoperta di sé attraverso le storie e le persone che incrociano la sua prospettiva.
Insomma, «Roma» è uno di quei film per cui dire mi piace/non mi piace non ha troppo senso. È un film che sposta in avanti molti limiti, di linguaggio e non solo, che va visto, e basta. Che merita le nomination e gli Oscar che probabilmente avrà. Si può perfino dimenticare che sia stato distribuito da Netflix e che anche per questo segni un punto di non ritorno: mai un film della piattaforma online aveva avuto tanti riconoscimenti (e tra questi, il successo in sala: in Italia lo proiettano ancora una decina di cinema, 900 nel mondo). Si dice che la campagna per l’Oscar messa in campo da Netflix sia una delle più costose di sempre (20 milioni di dollari), ma questo attiene al business, e per una volta possiamo dimenticarcene. Perché «Roma» riconcilia e modernizza l’idea di cinema d’autore: Cuarón è candidato all’Oscar come produttore, come regista, per la fotografia e la sceneggiatura. Rappresenta il ritorno a casa di un uomo che ha fatto fortuna a Hollywood e che con «Gravity» (2013) ha vinto sette Oscar. «Non è cinema, si tratta di vita», ha detto lui e per una volta è possibile crederci.
il manifesto 23.1.19
L’Academy promuove Netflix, tappeti rossi per lo streaming
Oscar 2019. Dieci nomination a «Roma» di Cuarón e alla «Favorita» di Lanthimos. In corsa anche «Black Panther» e «Cold War». Una candidatura ai fratelli Coen con «La Ballata di Buster Scruggs»
di Cristina Piccino


Alla fine Netflix ce l’ha fatta nonostante le critiche, i malumori, gli sbarramenti è riuscita a imporsi trionfalmente a Hollywood conquistando dieci nomination per Roma, e anche la nomination per la migliore sceneggiatura non originale a The Ballad of Buster Scruggs di Ethan e Joel Coen. Sembra quasi un paradosso, specie visto da qui, il tappeto rosso steso dall’Academy al colosso dello streaming che del «cinema», inteso come sala, è uno dei «nemici» maggiori. Certo i tempi sono cambiati e così la fruizione dei film, tablet, pc, smartphone e quant’altro, la «filosofia» Netflix appunto, ma al di là delle possibili riflessioni estetico-filosofiche sulla visione oltre la sala delle immagini in movimento – peraltro già da tempo e prima dei colossi dello streaming al centro di pratiche artistiche e critiche – e delle annotazioni sulla convivenza «felice» tra sala e piattaforma (di cui però non si ha riscontro perché Netflix in tutto il mondo ha chiesto agli esercenti di non rendere pubblici gli incassi di Roma), questa decisione è il segnale che qualcosa sta forse cambiando nel sistema dell’industria americana: un riposizionamento obbligato in vista dell’immediato futuro? Una scelta di mercato?
DI CERTO la sorpresa di questa 91a edizione la cui cerimonia sarà il prossimo 24 febbraio per ora senza un presentatore e senza alcuna regista nominata, l’anno dopo il #MeToo quando però era stata ignorata Kathryn Bigelow con Detroit, probabilmente troppo disturbante. Insieme alla nomination (finalmente) a miglior regista e film – tra le altre – per Spike Lee, col magnifico BlacKkKlansman, amoroso omaggio all’irriverenza della blaxploitation che unisce l’America razzista e separatista degli anni ’70 a quella trumpista di oggi. Per il resto tutto previsto – Bohemian Rhapsody; Green Book; A Star Is Born; Vice – compresa la nomination a Black Panther a miglior film per il quale era stata istituita (e poi cancellata) la categoria del film popolare.
Roma del già premio Oscar Alfonso Cuaròn per Gravity, Leone d’oro all’ultima Mostra del cinema di Venezia, si afferma in tutte le categorie principali – oltre al miglior film straniero che era persino scontato: miglior film, regia, attrice protagonista per Yalitza Aparicio, attrice non protagonista Marina de Tavira, fotografia lo stesso Cuaròn, sceneggiatura originale. E al di là dell’affaire Netflix non è poi così sorprendente: la vita di Cleo, la donna di servizio di casa Cuaròn, in cui si rispecchia quella della famiglia del regista, e del Messico negli anni Settanta raccontato su quella linea netta, anche quando non palesemente dichiarata che divide la borghesia benestante del quartiere di Città del Messico che dà il titolo, e il sottoproletariato indio a cui Cleo appartiene, è uno di quei film perfettamente riusciti per essere amato: alta qualità e emozione, scelte non scontate – girare in mixteco, la lingua di Cleo, e in spagnolo e in bianco e nero – una temperatura emozionale che tocca ogni sfumatura con equilibrio, grazia, dolcezza e che sa spostare lo sguardo.
NON COME il suo più diretto rivale La favorita (targato Fox Searchlight, lo studio che sta per essere assorbito dalla Walt Disney Company)del regista greco ora hollywoodiano Yorgos Lanthimos, in sala domani – anche questo visto a Venezia, e per il festival diretto da Alberto Barbera è di nuovo una importante affermazione – gelida e compiaciutissima variazione sul potere, e sulle sue diverse applicazioni pensata invece «per piacere» nelle superfici- cast, costumi, virtuosismi di luci di candela e grandangoli. Proprio come l’altro nominato a sorpresa nella categoria del miglior regista – oltre che per il film straniero – Cold War di Pawel Pawlikowski, in un bianco e nero d’epoca « abbagliante» – nel senso peggiore – del film di confezione, che dichiara a ogni fotogramma la sua importanza da «capolavoro» – caratteristica questa che deve convincere molto l’Academy.
E INFATTI uno dei film più intensi della stagione, cioè First Man non c’è, se non in qualche premio tecnico, eppure del superoscarizzato Chazelle è il film più bello, ma a differenza di La La Land è pieno di spigoli, e di malinconia, non progettuale né programmatico, entra intimamente, quasi come un film familiare, nella dimensione pubblica e nascosta del suo celebratissimo «eroe», il primo uomo a mettere piede sulla luna…Così come è stato ignorato Suspiria di Luca Guadagnino – nemmeno la musica magnifica di Thom Yorke – altro film che chiede un riposizionamento, che tradisce ogni genere, che gioca tra gli specchi, e i riflessi invisibili, della storia e del cinema.
NETFLIX non ha scommesso per caso su Cuaròn e su questo film, chiudendo un budget per un progetto su cui nessuno era disposto a investire – come spesso il regista messicano ha spiegato – e ha saputo utilizzare e gli entusiasmi dalla prima proiezione consapevole di avere la chiave d’accesso giusta per un salto di livello. Così ha permesso l’uscita in sala prima dello streaming – cosa mai accaduta – seppure per una decina di giorni, e soprattutto ha giocato la partita nella campagna di promozione con un investimento di 25 milioni di dollari e la strategia affidata a Lisa Taback artefice delle campagne per Chicago e The Artist. E comunque vada la notte delle statuette ha già vinto.
il manifesto 23.1.19
Per una genealogia del pensiero radicale
Secolo breve. «Alle frontiere del capitale», a cura di autori vari, pubblicato da Jaca Book. Il volume fa parte del progetto «L’Altronovecento», una nutrita enciclopedia del «comunismo eretico». La crisi ambientale, orizzonte del nostro tempo, costituisce una grande rottura. Le classi dirigenti non offrono soluzioni né la via d’uscita tecnico-scientifica
di Michele Nani


A otto anni dall’uscita del primo volume, si avvicina al compimento l’ambizioso progetto della Fondazione Micheletti di Brescia e della casa editrice milanese Jaca Book: L’Altronovecento, una grande enciclopedia del «comunismo eretico» e del «pensiero critico» novecenteschi. Alla scansione geografica dei primi cinque volumi (due sull’Europa e due sulle Americhe, l’ultimo – ancora in lavorazione – su Africa e Asia), segue ora una raccolta di contributi sul presente, Alle frontiere del capitale (pp.416, euro 40), curato da Massimo Cappitti, Mario Pezzella e Pier Paolo Poggio.
La Presentazione dei curatori delinea la «duplice tensione» all’origine del volume: «etica», «perché con il capitalismo dilagante non si può transigere» nell’epoca in cui il rapporto di capitale minaccia le basi stesse della vita sulla Terra; «teorica», perché urgono strumenti in grado di pensare e di trasformare un mondo in pericolo. Per ricostruirli, i principali punti di riferimento sono qui offerti dal «comunismo eretico», cioè dalle «esperienze radicali che non si sono declinate in forma di partito o di Stato, entrambi manifestazioni del potere concentrato della modernità».
IN REALTÀ, IL VOLUME prescinde da una partizione così drastica, che in fondo offrirebbe consolazione ideologica a una ragione vittimistica: il racconto di un’«eresia» rivoluzionaria sconfitta spiegherebbe in maniera riduttiva (la repressione convergente dell’«ortodossia» sovietica e del nemico di classe) perché storicamente non si siano invertiti i rapporti fra le parti; e non permetterebbe comunque di capire perché dopo il 1989 la crisi del socialismo reale ha trascinato con sé non solo le socialdemocrazie, ma anche le diversissime forze politiche alla sinistra del comunismo maggioritario.
Raccogliere in un solo volume le esperienze odierne di critica radicale al capitalismo è compito assai impegnativo. Forse avrebbe giovato un riferimento ad altri tentativi contemporanei, come quello del sociologo svedese Göran Therborn (From Marxism to Post-Marxism, Verso 2008; New Masses?, New Left Review, n. 85, 2014). La mappa che ne risulta è inevitabilmente parziale e selettiva, ma anche diseguale per genere di contributo (dal saggio teorico ai semplici appunti), per orizzonte disciplinare e, va detto, anche per effettivo rilievo e chiarezza di lettura. Oltre a questa natura variegata, anche la mole del libro (quattrocento pagine fittissime) e la sua articolazione in cinque blocchi (Ecologia e socialismo; Lavoro e capitale; Soggettività e forme di vita; Oltre la politica; Brecce) rende impossibile una trattazione unitaria.
FRA I MOLTI POSSIBILI, un filo per attraversare il volume, richiamato a più riprese dalla Presentazione, può essere offerto dal rapporto con la storia, un tratto rivelatore in un tempo assediato dal «presentismo» (François Hartog). Contro la «naturalizzazione» del capitalismo in un «presente astorico», ma senza cedere al rifugio nella memoria del passato o alla celebrazione delle aperture del «nuovo», Massimiliano Tomba invita a pensare, sulla scorta dell’ultimo Marx, di Benjamin e di Bloch, all’assemblaggio odierno di temporalità diverse. Il farsi globale della storia umana, sincronizzata dal «valore» forgiato dal rapporto di capitale, produce immancabilmente «anacronismi», che sono forieri di sviluppi alternativi: non come ritorno a forme sociali passate, ma per le opportunità presenti che dischiudono.
La presenza di modalità di relazione non mercantili e le anticipazioni di un diverso modo di vivere che si danno nel momento della lotta e dell’organizzazione rappresentano tensioni che orientano il presente verso un diverso futuro – un tema al centro anche dell’intervento di Kristin Ross sull’attualità della Comune parigina nelle lotte in difesa del territorio, come quelle della Zad francese e dei No-Tav valsusini.
LA FINE del «progressismo» informa anche il saggio di Pier Paolo Poggio: la crisi ambientale, orizzonte del nostro tempo, costituisce infatti una rottura storica. Se l’indifferenza e l’inerzia di fronte ad allarmi ormai quotidiani accomunano gran parte delle classi dirigenti, non offrono soluzioni né la via d’uscita tecnico-scientifica (adattarsi a un mondo artificiale), né la teorizzazione di uno «sviluppo sostenibile» (civilizzare il capitalismo). Si delinea invece un’alternativa a partire dai conflitti ambientali e dalla critica degli usi e delle appropriazioni della scienza e della tecnica, verso una conversione ecologica della società che ponga limiti alla distruzione della Natura, ad esempio riducendo i consumi energetici e la produzione di rifiuti, ristabilendo forme di circolarità e valorizzando un settore primario de-industrializzato.
Come ribadisce Michael Löwy questa prospettiva «ecosocialista» richiederebbe una «politica economica fondata su criteri non monetari ed extraeconomici», dunque la fuoriuscita dal capitalismo, verso una società a piena occupazione con il controllo pubblico sui mezzi di produzione, attraverso una pianificazione democratica e partecipata che soddisfi i bisogni (cibo, alloggio, vestiario) e i servizi (salute, educazione, comunicazioni e cultura).
QUESTO «COMUNISMO solare» trova una suggestiva formulazione nello scritto di Giorgio Nebbia, uno dei padri dell’ecologismo italiano, che si riallaccia alla tradizione utopistica con una Lettera dal 2100. Vi si descrive una «società postcapitalistica comunitaria» retta dalla «proprietà collettiva» e tesa a minimizzare le scorie inquinanti: un arcipelago di piccoli insediamenti resi autosufficienti dal decentramento di produzione di energie rinnovabili. Il rapporto fra marxismo e utopia è al centro del contributo del compianto Miguel Abensour, alla cui memoria è dedicato il volume.
NELL’IMPORTANTE SAGGIO dello storico Karl-Heinz Roth si propone una riformulazione della critica marxiana dell’economia politica alla luce degli sviluppi storici, ampliando le forme che contribuiscono alla valorizzazione (lavori non salariati, riproduzione, natura) e introducendo maggiore attenzione all’espropriazione delle popolazioni messe al lavoro e al peso della rendita fondiaria: il capitalismo vede il continuo ripetersi di dinamiche di «accumulazione originaria», a permanente sconvolgimento della natura e della società. Si deve a un sociologo, Ferruccio Gambino, un ricco profilo del lavoro contemporaneo, a partire dalla compresenza di forme di lavoro coatto (dominate dalla «paura» per la propria incolumità) e di salariato più o meno precario (che genera «timore» di disoccupazione).
DI QUESTA SITUAZIONE, articolata dal diritto o meno alla mobilità, si traccia un’interessante genealogia secondo-novecentesca, a partire dall’esperienza statunitense, precoce ispirazione per il resto d’Occidente, dalle realtà postcoloniali, laboratori di precarizzazione, e dal «tradimento» (con Raniero Panzieri) del movimento operaio europeo che è alle radici della frammentazione estrema del lavoro contemporaneo.
Il volume presenta contributi interessanti, anche se spesso parziali, su molti altri aspetti del presente, dalla cultura di massa (Daniele Balicco) alla forma-Stato (Alessandro Simoncini), e insiste opportunamente, nel contributo di Carlo Tombola, sull’orizzonte della catastrofe atomica globale e sulla proliferazione della produzione di armi, usate soprattutto in guerre contro i civili. Piace tuttavia chiudere con una nota di speranza nell’«esperienza plebea», che si presenta, secondo il contributo di Martin Breaugh, in ricorrenti lotte per allargare la democrazia, che hanno il loro paradigma nell’Aventino dell’antica Roma e le loro ultime incarnazioni nelle Primavere arabe e in Occupy Wall Street.
Repubblica 23.1.19
La lettera
Il mercato visto da Pechino
di Li Ruiyu
L’autore è ambasciatore della Repubblica Popolare Cinese in Italia


Caro direttore, a Davos il World Economic Forum ha come tema “Globalizzazione 4.0: modellare un’architettura globale nell’epoca della quarta rivoluzione industriale”. Se guardiamo alla storia, si vede che la civiltà umana è passata dalla società agricola all’era dell’informazione dopo le tre rivoluzioni industriali. La globalizzazione è diventata ormai una tendenza irreversibile che promuove l’interazione economico-sociale e lo sviluppo integrato tra paesi.
Quarant’anni di riforme e apertura hanno permesso alla Cina di integrarsi profondamente nel processo della globalizzazione e passare gradualmente da partecipante e beneficiario a leader e traino. Nel futuro, continueremo a tenere alta la bandiera della cooperazione aperta e inclusiva. Dobbiamo superare il vecchio concetto di “gioco a somma-zero” e smettere di trarre vantaggio a scapito degli altri, bensì attuare una strategia aperta di mutuo vantaggio e win- win. Come ha affermato il presidente Xi Jinping al Forum di Davos del 2017, il protezionismo equivale a chiudersi in una stanza buia: vento e pioggia possono pure restare fuori, ma resteranno fuori anche la luce e l’aria.
Manterremo e miglioreremo il sistema di regolamenti. Se il mercato è la logica che guida la globalizzazione, la governance e i regolamenti sono la base fondamentale per garantirne uno sviluppo sano. La Cina sostiene l’adesione al sistema di regole multilaterali rappresentato dall’Omc, promuovendo l’agevolazione degli investimenti globali e la liberalizzazione degli scambi, migliorando continuamente il contesto economico mondiale.
Incoraggeremo l’innovazione tecnologica. La Cina sostiene lo sviluppo guidato dall’innovazione, ottimizzando l’ecosistema innovativo. È necessario approfondire gli scambi internazionali e la cooperazione per promuovere la profonda integrazione tra Internet, Big Data, Intelligenza Artificiale e l’economia reale, incentivando lo sviluppo positivo di nuove tecnologie.
Promuoveremo uno sviluppo inclusivo e sostenibile. È innegabile che la globalizzazione economica sia ancora ad oggi insufficientemente sviluppata e non equilibrata. Uno degli scopi dell’iniziativa “ Belt and Road” è proprio incoraggiare tutti i paesi, in particolare quelli in via di sviluppo, a partecipare maggiormente alla catena del valore, per meglio prender parte alla divisione globale del lavoro, trarne maggiori benefici e costruire una globalizzazione economica più equa e inclusiva.
In un momento di grandi incertezze, si parla molto della congiuntura economica della Cina. Nel 2018, l’economia cinese è cresciuta del 6,6 per cento, gli obiettivi di controllo macroeconomico sono stati completati in maniera soddisfacente. Il valore totale dell’import- export nel commercio estero ha superato i 30 trilioni di RMB e i capitali stranieri effettivamente utilizzati hanno raggiunto gli 885,61 miliardi di RMB, creando due nuovi record. Con una popolazione di oltre 1,3 miliardi di abitanti e una fascia a reddito medio in costante espansione, la Cina è diventata il mercato più promettente al mondo.
Nel 2019 ricorre il 70° anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, ed è un anno chiave anche per la costruzione di una società moderatamente prospera. Continueremo le riforme e l’apertura, valorizzando i vantaggi di alta resistenza e grande potenziale del mercato per garantire la stabilità dell’economia cinese e dare contributo a uno sviluppo equilibrato dell’economia mondiale.
Repubblica 23.1.19
Stati Uniti-Cina
La trattativa sul commercio
Pechino apre a Trump comprando il riso Usa
di Filippo Santelli


PECHINO Di riso a buon mercato, la Cina ne trova tonnellate in Asia, il giardino di casa. Non ha certo bisogno di farselo spedire dagli Stati Uniti. Eppure dopo anni di blocco, alla fine di dicembre Pechino ha dato uno storico via libera all’importazione di chicchi “yankee”. Si prevedono quantità minime, con quel che costa caricarle sulle navi. Ma per Xi Jinping è il gesto che conta. Un segnale di buona volontà verso gli agricoltori americani, cuore del consenso elettorale di Trump. Un assist alle vanterie del presidente, vendere riso ai cinsi è roba da fuoriclasse del negoziato.
L’ennesimo nuovo ordine di prodotti made in Usa, dopo gas, soia, mais Ogm e zampe di pollo.
Nella speranza che Trump si faccia ingolosire dal conto miliardario, e firmi un accordo commerciale più fumo che arrosto.
Speranza fondata, a giudicare dal parallelo timore dei falchi americani, quelli che considerano la Cina la grande rivale strategica da contenere, ora o mai più. Si è ripetuto alla nausea che la vera partita tra le due superpotenze non è lo squilibrio commerciale a favore di Pechino, ma la corsa alle tecnologie che domineranno il mondo, e che secondo la Casa Bianca il Dragone sottrae alle imprese occidentali con il ricatto o l’inganno. Eppure ora che la Cina è spalle al muro per un’economia che rallenta, che ha bisogno di un accordo entro il primo marzo per evitare nuovi dazi, Trump pare guardare soprattutto al deficit. Lo ha ammesso perfino il capo negoziatore Robert Lighthizer in audizione al Congresso: c’è il rischio che il presidente accetti un compromesso al ribasso. Specie se Wall Street avrà un’impennata di gradimento.
Per invogliarlo, a una settimana dal round di negoziati decisivo, Pechino continua ad allungare la lista della spesa. Promette un triliardo di nuove importazioni dagli Stati Uniti, che dovrebbero appiattire la bilancia degli scambi entro il 2024. Più gas naturale, la Cina ne ha bisogno. Più prodotti agricoli, giocati nei momenti chiave della trattativa. Dopo la tregua sui dazi, Xi ha fatto subito riattivare gli acquisti di soia, per la gioia degli agricoltori del Midwest. A fine dicembre ecco il riso, bloccato per anni con cavilli fitosanitari. Poi semaforo verde a cinque varietà di cereali Ogm, specialità a stelle e strisce. E ora si discute pure di riattivare il commercio del pollo, bandito dopo l’epidemia di aviaria scoppiata negli States nel 2015. La Cina è il mercato perfetto per i colossi americani, visto che è golosa di parti come le zampe, considerate scarti in Occidente.
Condite il tutto con qualche mini apertura del mercato interno, per esempio il settore auto, e voilà: il menù con cui sedurre Trump, in gran parte riscaldato, è servito.
Certo, sono state fatte balenare anche altre promesse, assai più vicine al cuore della disputa.
Pechino ha proposto una nuova legge sulla proprietà intellettuale, con ammende (ma non pene) per le aziende che la violano. E si è impegnata ad accelerare una riforma degli investimenti esteri che vieti il travaso forzato di tecnologie verso entità cinesi.
Eppure le imprese straniere che operano in nel Paese avvertono che senza un meccanismo per verificare l’attuazione delle riforme, la burocrazia comunista ha mille trucchetti per sterilizzarle. Di certo, che lo si chiami oppure no “Made in China 2025”, Xi non ha intenzione di rinunciare al balzo in avanti tecnologico del Paese, basato su massicci incentivi statali e difesa dei settori strategici.
Fonti della Casa Bianca, non a caso, spifferano che su questi temi la distanza resta abissale. Dopo mesi di escalation, dazi e controdazi, Trump potrebbe accontentarsi di un pugno di dollari. O di un pugno di riso.
La Stampa 23.1.19
Armi e affari con i regimi
In Africa Putin sfida la Cina
di Giuseppe Agliastro


Il Cremlino sta allungando i suoi tentacoli sull’Africa. Ma mentre la Cina si espande nel continente puntando su commercio, investimenti e infrastrutture, la Russia lo fa giocando la carta delle armi e quella del sostegno militare ai Paesi che vuole inglobare nella sua sfera di influenza e di cui vuole sfruttare le risorse minerarie.
Due strategie diverse ma che rischiano - visti gli obiettivi talvolta coincidenti - di scontrarsi e un braccio di ferro fra Cina e Russia è dietro l’angolo. Tra i Paesi dove Putin affina la sua strategia c’è lo Zimbabwe, sconvolto dalle violente proteste per l’aumento dei prezzi del carburante e alle prese con una grave crisi economica. Il presidente Emmerson Mnangagwa è stato costretto a rientrare in patria rinunciando a al World Economic Forum di Davos.
Qualche accordo Mnangagwa lo ha però raggiunto. Non a Davos, ma a Mosca, dove la settimana scorsa ha stretto la mano a Putin proprio mentre le strade della capitale Harare si riempivano di gente indignata e di pneumatici incendiati per tenere lontana la polizia. La Russia parteciperà allo sfruttamento di un giacimento di platino in Zimbabwe e il colosso russo dei diamanti Alrosa tornerà a investire nel Paese africano.
Il presidente dello Zimbabwe si è detto invece pronto ad acquistare dalla Russia «armi all’avanguardia» e a collaborare con Mosca per modernizzare il proprio esercito. Non è l’unico.
Dal 2014, cioè da quando i rapporti tra Mosca e Occidente si sono deteriorati a causa della crisi ucraina, il Cremlino è andato alla ricerca di nuove alleanze, anche in Africa. E così, in meno di cinque anni, ha siglato una ventina di accordi di cooperazione militare con altrettanti Paesi dell’Africa Subsahariana. Una strategia di espansione diversa da quella della Cina, che punta sull’economia ed è ormai il primo partner commerciale del continente. Ma complementare ad essa. «La Cina è il denaro e la Russia i muscoli», sintetizza l’oppositore congolese Christian Malanga. Il Cremlino fa così concorrenza a Francia, Usa e Gran Bretagna. Dal 2012 al 2017, Mosca ha raddoppiato le sue vendite di armi in Africa. Il 39% degli armamenti importati dall’Africa tra il 2013 e il 2017 proveniva dalla Russia, il 17% dalla Cina e l’11% dagli Usa. Allo stesso tempo, il valore dello scambio commerciale tra la Cina e l’Africa ammonta a 180 miliardi di dollari. Mentre quello tra la Russia e i Paesi africani, pur essendo in costante crescita, naviga su numeri molto più modesti: ha raggiunto i 17,4 miliardi di dollari nel 2017 e potrebbe aver toccato i 20 miliardi nel 2018.
I mercenari del Wagner
La Russia pare abbia posato lo scarpone in Africa anche con i mercenari del famigerato Gruppo Wagner, considerati agli ordini del Cremlino e già presenti in Ucraina e in Siria. I contractor sono stati avvistati anche in Sudan e in Centrafrica, dove la scorsa estate tre giornalisti russi che indagavano sulla misteriosa compagnia militare privata sono stati uccisi in un agguato.
In cambio di armi e addestramento, la Russia in Centrafrica può sfruttare giacimenti di oro, diamanti e uranio. Ma società russe sono impegnate anche in Guinea, dove la Rusal estrae bauxite, nonché in Mozambico, Egitto e Algeria, dove la Rosneft sviluppa la produzione di gas e petrolio, mentre in Zambia e in Egitto la Rosatom potrebbe realizzare delle centrali nucleari.
Nella sua ascesa internazionale, la Russia di Putin non perde quindi di vista l’Africa, così come l’Urss alcuni decenni fa. L’influenza americana appare invece in declino e sta lasciando a Mosca ampi margini di inserimento in quello che il vice ministro degli Esteri russo Mikhail Bogdanov ha definito «il continente del futuro».
Corriere 23.1.19
Che cosa dice Xi
Dai «cigni neri» ai «rinoceronti grigi»
Le parole che in Cina tutti devono capire
dal corrispondente a Pechino Guido Santevecchi


Gli slogan
Il presidente cinese non usa Twitter come Donald Trump, ma lancia un’infinità
di slogan di poche parole e non semplice interpretazione
Gli avvertimenti
I «cigni neri» sono incidenti imprevisti e i «rinoceronti grigi» minacce ignorate, in particolare in campo economico: il Timoniere ne ha parlato ai quadri

Cigni neri, rinoceronti grigi e i piatti da lavare con cura, perché altrimenti si sbeccano. Non è semplice per gli analisti di questioni cinesi tenere dietro al linguaggio di Xi Jinping. Il Pensiero del presidente della Repubblica popolare nonché Segretario generale del Partito comunista è stato inscritto nella Costituzione e tutti in Cina debbono (dovrebbero) conoscerlo e metterlo in pratica. Ma prima va capito e intanto il leader supremo continua ad aggiungere distillati di saggezza in ogni discorso. Gli ultimi esempi: «Più si lavano i piatti, più si rischia di farne cadere uno». «Attenti ai cigni neri» e «diffidate dei rinoceronti grigi».
Xi Jinping non usa Twitter come Donald Trump, ma lancia un’infinità di slogan di poche parole e non semplice interpretazione. Tra qualche mese dovrebbe venire in visita di Stato in Italia e quindi anche il nostro governo farebbe bene a impratichirsi dello Xi-linguaggio, che rivela le preoccupazioni del presidente per il futuro della Repubblica popolare cinese.
Veniamo al lavaggio dei piatti. Xi si rivolgeva al Politburo del Partito e osservava come la sterminata burocrazia cinese faccia fatica a mettere in pratica le politiche del governo centrale e a volte opponga anche resistenza passiva o attiva, o magari si abbandoni all’inazione per paura di sbagliare. «La montagna è alta e l’imperatore è lontano» riassume le difficoltà di far eseguire gli ordini di Pechino (ma questo è uno degli infiniti proverbi dell’impero millenario, non un parto della mente di Xi). Ai compagni invece il Segretario generale ha detto: «Noi dobbiamo indicare coraggio, volontà, capacità di svolgere il compito affidato come criterio chiave per promozioni e retrocessioni».
Significa che Xi non è del tutto soddisfatto dei quadri dirigenti, per questo ha infilato la frase su un piatto che può anche cadere e rompersi durante il lavaggio, come metafora sulla paura da superare e monito a non sbagliare e anche avviso contro la corruzione: stoviglie dove si mangia sempre pulite.
Di cigni neri e rinoceronti grigi Xi ha parlato lunedì, proprio mentre l’Ufficio statistiche diffondeva i dati sul Pil che cresce meno (6,6% nel 2018). Centinaia di dirigenti sono stati convocati a Pechino dalle lontane province e messi al corrente delle minacce per la stabilità della Cina e del Partito-Stato. Bisogna vigilare, ha detto loro Xi, perché all’orizzonte ci sono i «cigni neri», che sono incidenti imprevisti e i «rinoceronti grigi», minacce ignorate, in particolare in campo economico.
Avranno afferrato le preoccupazioni del presidente, i dirigenti di provincia incaricati di diffondere il Verbo e far sì che la Repubblica arrivi ben salda al Settantesimo anniversario della sua fondazione che cade il Primo Ottobre?
Qualche mese fa il Quotidiano del Popolo ha incaricato il suo ufficio grafico di elaborare un disegno per spiegare bene il «Pensiero di Xi sul socialismo con caratteristiche cinesi per la Nuova Era». Ne è uscita una sintesi in 30 elementi, suddivisi in sottosezioni e poi subordinate che rimandano ad altre subordinate. Il giornale l’ha lanciata sulla sua app per i telefonini dei cinesi: è una «mappa mentale», una forma di rappresentazione grafica del pensiero teorizzata dal cognitivista inglese Tony Buzan, a partire da alcune riflessioni sulle tecniche per prendere appunti. Il Renmin Ribao, come si chiama in mandarino il Quotidiano del Popolo, ha spiegato che è il caso di «studiare tutti insieme il Pensiero del compagno Xi, che rappresenta l’ideologia ispiratrice e guida del Partito per molto tempo».
Ma sul web qualcuno ha osservato che tra le ramificazioni del grafico ci si perde, che è un caos, che sembra la mappa di una metropolitana da incubo. Il giornale non si è scomposto: usate lo zoom, ha consigliato ai suoi seguaci sul web.
Quello su cui bisognerebbe riflettere, forse, è che qualcuno, nelle segrete e oscure stanze del potere cinese, è in grado di decifrare il puzzle.
il manifesto 23.1.19
La crescita cinese, i cigni neri e i rinoceronti grigi
Lo zoo di Davos. Il rallentamento cinese, crescita al 6,6, la più bassa dal 1990, preoccupa il mondo economico. Meno la leadership cinese che ai propri quadri chiede però la massima attenzione
di Simone Pieranni


La crescita più bassa dal 1990: i dati sull’economia cinese segnano un Pil al 6,6% che preoccupa il resto del mondo e pone in relativa allerta il Pcc. La leadership del paese raccomanda prudenza, ritenendo i dati sotto controllo (alcuni analisti, al contrario sospettano che i numeri cinesi ufficiali siano ritoccati); più in allarme è la comunità internazionale – riunita a Davos anche se con importanti defezioni – che negli anni scorsi ha trovato in Pechino uno dei motori più roboanti dell’economia mondiale.
Pesano i dazi, specie nell’ultima parte dell’anno – il che lascia presagire che la crescita sarà bassa pure in questo inizio 2019 – e un diffuso clima di sfiducia per l’aumento dei prezzi e per la più generale difficoltà del mercato interno cinese. Pechino ha la ricetta: il progetto della nuova via della seta punta ad allargare il campo, ampliando il mercato internazionale per le merci cinesi, mentre la corsa tecnologica dovrebbe stimolare il mercato interno e il lavoro (anche se poche riflessioni, ad oggi, sono state effettuate sui rischi dell’automazione).
Ci si chiede, inoltre, che tipo di politiche saranno adottate da Pechino: nel 2008 a fronte della crisi mondiale, la Cina aveva iniettato liquidità, portando però a una «quasi-bolla» immobiliare e a una mini crisi del sistema creditizio. Che l’economia del gigante non sia al massimo della forma lo sappiamo già dal 2016, quando a tremare fu il mercato azionario. Oggi si sono aggiunti i dazi che, per quanto ancora al di sotto di un livello di allarme, hanno portato a una contrazione della crescita.
Proprio nel giorno dell’annuncio del 6,6%, Xi Jinping ha tenuto un discorso ai quadri del partito comunista all’interno di un gruppo di lavoro dedicato alla simulazione di scenari «di rischio» di natura economico-finanziaria. Xi, dopo aver specificato che l’economia è sotto controllo, ha invitato i quadri del partito a stare bene in guardia. La Cina, ha detto il numero uno, deve fronteggiare una situazione internazionale che potrebbe farsi cupa, insieme a un generale rallentamento economico mondiale.
I dirigenti dunque dovranno prestare attenzione a tutto: Xi Jinping ha citato tanto i rischi di «cigni neri» – che nel linguaggio finanziario indica un evento inaspettato e imprevedibile – quanto i «rinoceronti grigi», eventi previsti ma sottovalutati. Si tratta dell’ennesimo richiamo del leader a questi due concetti mutuati dalla finanza: aveva citato i due fenomeni anche nel 2018. E i più attenti avevano già notato un particolare: nel discorso di capodanno del 2018, Xi aveva alle proprie spalle una libreria. I cinesi appassionati di particolari avevano così segnalato che tra i libri presenti alle spalle di Xi, oltre a classici cinesi, occidentali (spicca Turgenev) e alle opere dei suoi predecessori (compreso il grigio Hu Jintao), c’era anche il volume The Gray Rhino: How to Recognize and Act on the Obvious Dangers We Ignore di Michele Wucker.
Insieme a questo c’era un altro testo importante per comprendere l’attuale direzione cinese, Augmented di Brett King: non a caso anche nel discorso ai quadri di partito Xi Jinping ha sottolineato l’importanza dell’innovazione e della capacità cinese di spingere sull’acceleratore della tecnologia. Ma naturalmente i leader cinesi non sono certo stolti: sanno che la propria economia potrebbe rischiare. Per questo i negoziati sui dazi saranno importanti: Pechino sa di dover arrivare a un compromesso capace di non complicare la cosa che ha più a cuore: il mantenimento della stabilità interna, a sua volta dipendente dalla crescita della propria economia.
il manifesto 23.1.19
Tra i Rohingya in fuga dagli hindu indiani
L'odissea dei Rohingya. Parte della minoranza etnica perseguitata in Myanmar è in Bangladesh: il pugno duro dell’India di Modi li ha trasformati in apolidi
di Giuliano Battiston


COX BAZAR (BANGLADESH) Nel campo profughi di Balukhali la vita scorre come da molti mesi a questa parte. C’è chi fa la coda per ricevere un pacco di aiuti, chi va a scuola o in moschea, chi fa la spesa nei tanti negozietti sorti come funghi, chi zappa, chi costruisce nuove strutture in mattoni, chi mastica betel.
Siamo in Bangladesh, nel distretto di Cox Bazar, in uno dei campi che dal settembre 2017 accolgono – prima nella fase dell’emergenza, ora sempre più in quella che sembra una «stabilità sospesa» – almeno 900.000 Rohingya.
COSTRETTI A FUGGIRE dal confinante Myanmar perché perseguitati, vivono nell’attesa di poter tornare a casa, ma senza timore di essere uccisi. Allungando lo sguardo sulle colline spolpate degli alberi che fino a due anni ricoprivano l’area, solo case su case, basse, in legno di bambù e tetti di plastica. Senza interruzioni.
Molte colline più in là, nel campo di Kutupalong è in corso una protesta. Un gruppetto di donne issa uno striscione e chiede a gran voce il rilascio degli uomini detenuti a Gedda, in Arabia saudita. Nelle carceri del regno dei Saud ci sono centinaia e centinaia di Rohingya, accusati di aver violato le leggi sull’immigrazione. Temono di essere deportati, come già successo recentemente a qualcuno.
La stessa preoccupazione c’è in India. Il 4 ottobre scorso 7 Rohingya sono stati deportati in Myanmar, dal posto di confine di Moreh, nello stato indiano di Manipur.
È STATO IL PRIMO SEGNO della nuova politica del governo di Narendra Modi: nessuna tolleranza per i Rohingya, ritenuti un pericolo, una minaccia all’integrità culturale e religiosa di un Paese che il primo ministro sogna soltanto hindu. E una buona carta da giocare nelle elezioni del prossimo aprile per mobilitare l’elettorale più nazionalista.
Dal rimpatrio di ottobre, per i circa 40.000 Rohingya che vivono in India sono seguiti mesi di soprusi, abusi da parte delle forze di polizia e dell’intelligence, arresti arbitrari, pressioni affinché lasciassero il Paese. C’è chi l’ha fatto: sarebbero 1.300 quelli che negli ultimi mesi, temendo di essere rispediti in Myanmar, hanno lasciato l’India per il Bangladesh. Sei uomini, nove donne e sedici bambini non ce l’hanno fatta. I 31 Rohingya hanno vissuto per anni nello stato indiano di Jamnu e Kashmir. Con in mano un documento di riconoscimento rilasciato loro, come ad altri 16.500 Rohingya, dall’agenzia dell’Onu per i rifugiati, pensavano di essere al sicuro.
MA PER IL GOVERNO DI MODI quei documenti sono carta straccia. I nazionalisti hindu invocano il pugno duro contro i «musulmani Rohinghya amici dei terroristi e spacciatori di droga», e Modi intende capitalizzare il malcontento. Il clima è cambiato: da qui la decisione che i 31 Rohingya – e prima di loro molto altri – hanno preso di partire per il Bangladesh. Da venerdì scorso fino a ieri sono rimasti intrappolati nella terra di nessuno che divide India e Bangladesh.
INUTILI I COLLOQUI tra i rappresentanti dei due paesi. Nessuna soluzione, se non quella dell’arresto da parte delle forze di sicurezza dello stato di Tripura. Per New Delhi sono un pericolo e una scocciatura.
L’India ha tergiversato a lungo sulla questione-Rohingya. Poche e tardive le posizioni ufficiali a favore della minoranza musulmana del Rakhine. C’erano i rapporti diplomatici con il Myanmar da mantenere. A dispetto dell’iniziale sostegno umanitario nei campi profughi, qui a Cox Baxar, l’India non ha giocato il ruolo che il Bangladesh si aspettava. Che lo faccia ora, è improbabile.
New Delhi ha scelto il pugno duro contro i Rohingya, profughi trasformati in apolidi. Lo stesso metodo adottato in Arabia saudita: l’8 gennaio le autorità saudite hanno deportato in Bangladesh 13 Rohingya che vivevano da anni del regno dei Saud, colpevoli di aver violato le leggi sull’immigrazione. Altri sono trattenuti da giorni nei cambi di detenzione di Gedda. Alcuni di loro hanno cominciato uno sciopero della fame. Qui nei campi profughi, nel distretto di Cox Baxar, la vita scorre come sempre, ma oggi c’è chi manifesta per loro.
Repubblica 23.1.19
Spagna
Vox: destra pop e nostalgie franchiste il modello Bannon governa l’Andalusia
di Concita De Gregorio


Aznar è l’ispiratore del nuovo partito, molti leader provengono dalla sua corrente Tra i bersagli, la lotta all’indipendentismo catalano e l’opposizione alle lotte femministe

Elezioni regionali: decisivo il nuovo movimento estremista
Anche a chi non fosse appassionato di elezioni regionali in Paesi che non sono il nostro — storie minori, faccende che in fondo non ci riguardano: bisogna pur scegliere a cosa dedicarsi — potrebbero interessare le sapienti traiettorie aeree di Steve Bannon, già stratega dell’elezione di Donald Trump, la cui chioma candida compare a sorpresa in incontri riservati o agitate piazze di luoghi tra loro lontanissimi sul globo. Il Brasile di Bolsonaro, l’Ungheria di Orbán, la Francia di Marine Le Pen e ora di qualche frangia dei Gilet Gialli, l’Italia di Salvini, naturalmente, gli euroscettici di Afd in Germania e, da ultimo, l’Andalusia di Vox. Vola, Bannon, sulla mappa politica della nuova destra. Prendiamo quest’ultimo caso. Laboratorio Andaluso, lo chiamano. Il primo tentativo riuscito, in Spagna, di portare al governo l’estrema destra senza darlo troppo a vedere. La nuova giunta si è insediata venerdì scorso, 18 gennaio. Dopo quattro decadi di socialismo governa oggi in Andalusia, la regione del padre fondatore del Psoe Felipe González, un bipartito di centrodestra: Popolari e Ciudadanos. Non avrebbero la maggioranza senza quello che noi chiameremmo “l’appoggio esterno” di Vox, il partito esplicitamente neofranchista di Santiago Abascal, che ha conquistato alle ultime elezioni 12 seggi. Un ‘patto per la fiducia’, siglato nelle scorse settimane, porta le tre forze politiche a 59 seggi su una maggioranza di 55.
Vox è dunque al governo, senza ministri ma con il destino dei ministri altrui — dell’esecutivo intero — nelle sue mani. Tra i primi a rallegrarsi pubblicamente del successo di Abascal è stato Mishael Modrikamen, presidente di ‘The Movement’ a Bruxelles, il think tank di Bannon, che ha speso parole lusinghiere e ha annunciato imminente visita agli “amici di Siviglia”, popolari per gentilezza inclusi. Bannon in persona, del resto, si era incontrato ad aprile, alla vigilia della campagna elettorale, con Rafael Bardají, antico uomo di fiducia di José María Aznar e oggi membro del comitato esecutivo di Vox. Aveva garantito in quell’incontro il suo “incondizionato appoggio” alle politiche per la sovranità del popolo spagnolo e contro gli indipendentismi. Aveva assicurato il suo sostegno alle strategie per “abbassare al minimo” l’appoggio internazionale ai separatisti. È noto che una delle leve della vittoria di Vox in Andalusia è stata proprio la campagna contro El Procés, la battaglia indipendentista catalana.
Perché è così interessante per il resto del mondo, quel che accade con Vox? Perché segnala lo spirito del tempo, scrivono gli analisti che titolano i loro corsivi: “Bulli al governo”. Ma questa non è ricreazione: nessuno torna in classe, almeno in apparenza disciplinato, alla campanella.
Quello che sta accadendo in punti così lontani della mappa è un indicatore di rotta politica profondo. Siamo alla vigilia di quelle che Romano Prodi chiama ‘le elezioni del nostro destino’. Il 26 maggio si vota in Europa e, nei Paesi, in alcune Regioni e città cruciali. Per restare in Spagna: si vota a Barcellona, la più grande città europea non capitale. La città simbolo del catalanismo. Come si concilia il sovranismo (il centralismo) della nuova destra con le spinte federali? Un problema anche per la Lega, nata padana sulle rive del Dio Po. Sarà interessante, a Barcellona, osservare come il candidato sindaco Manuel Valls, ex socialista che si presenta con le insegne di Ciudadanos e con l’appoggio del Partito Popolare, si comporterà con Vox — partito con il quale dice di non voler dialogare. Ma Popolari e Ciudadanos già governano con Vox, in Andalusia.
C’è qualcosa di sotterraneo, nel consenso che raccoglie la nuova destra, qualcosa che le sigle neonate non spiegano. Che cos’è Vox, da dove arriva? Sì, sappiamo che il bel quarantenne Santiago Abascal cavalca a pelo senza sella e porta la pistola. Ma a parte l’iconografia pop. Politicamente, cos’è? Non si capisce Vox senza tornare a José María Aznar, il vecchio presidente del consiglio Popolare, arcinemico dell’esangue Rajoy. È Aznar, oggi, il king maker della politica spagnola. A volte ritornano, sono sempre stati lì. È lui il grande burattinaio di Pablo Casado, incolore segretario del Partito Popolare. È lui il più ascoltato dai giovani leader di Ciudadanos, che ha contribuito a creare come ‘forza fiancheggiatrice’. Ed è Aznar, di nuovo, l’uomo nell’ombra di Vox, l’ispiratore. Aznar, ricordiamolo, ha le sue radici politiche nell’ala destra del PP: quella di Manuel Fraga, ex ministro del dittatore Francisco Franco. Il franchismo originario, la matrice. Oggi Aznar, dall’ombra, gioca su tre fronti: suona una consolle a tre tastiere.
Vediamo. Sette dei dieci fondatori di Vox vengono dall’aznarismo.
Dall’aznarismo e dalla lotta all’Eta, il terrorismo basco, che di Aznar è stato il cavallo di battaglia.
Santiago Abascal, basco, è figlio di un politico del Partito Popolare, è stato militante del partito lui stesso, cresciuto sotto minaccia etarra e sotto scorta. Ha lasciato il PP un mese prima di registrare il suo movimento: Vox, era il novembre del 2012. La politica di Rajoy gli sembrava troppo debole.
Altri fondatori: Ana Velasco, figlia del comandante dell’esercito Jesus Velasco Ziazola, ucciso da Eta. Ortega Lara, sequestrato da Eta per 500 giorni. José Luis González Quirós, funzionario della polizia penitenziaria e animatore della fondazione politica di Aznar, la Faes, fondazione di analisi di studi sociali. Potremmo continuare.
Sette su dieci tra coloro che hanno dato vita a Vox sono vittime o parenti di vittime del terrorismo etarra. Sono stati membri del governo Aznar e suoi stretti collaboratori, quando erano nel Pp. Lo stesso Abascal, il leader, aveva un incarico di governo e uno stipendio pubblico di 80 mila euro annui. Un passo indietro.
L’embrione di Vox è stata Danaes, fondazione per la Difesa nella Nazione Spagnola. Era la fine degli Anni ’90. Aznar si mise a capo della campagna di popolo la “socializzazione della sofferenza”, la parola d’ordine con cui l’Eta aveva giustificato centinaia di omicidi. Si era alla fine di battaglia sanguinaria decennale, di cui i cittadini — tutti — erano stanchi.
Moltissimi intellettuali anche da sinistra aderirono. Basta ai morti per strada: è ora. Il Partito popolare guidava la lotta ai “nazionalismi senza Stato”: allora era il Paese Basco. Finita l’Eta, finiti i morti Aznar ha proposto lo stesso modello contro gli indipendentisti catalani: solo che qui non c’è mai stata violenza, solo il voto a un referendum popolare non autorizzato. Allora è nata la campagna contro il ‘golpismo antisovranista’. Non c’è violenza, ma ci potrebbe essere — dicevano.
È violenza democratica. Lo schema ha continuato a funzionare. Molti intellettuali sono rimasti lì, Mario Vargas Llosa a capitanare in piazza gli imbandierati delle insegne del Re ne è l’incarnazione plastica.
Danaes, la fondazione sovranista, ha partorito Vox. Aznar non si è mosso di un millimetro. Dice la filosofa Marina Gracés, una delle voci più ascoltate nelle nuove generazioni che si affacciano alla politica, che “il futuro è il nostro passato”. Tutte le rivendicazioni hanno parole d’ordine che iniziano con il prefisso re-. Re-appropriarsi, re-distribuire, re-disegnare. La difesa del passato diventa difensiva. Restaurazione.
L’autorità politica si fonda su chi siano stati i tuoi nonni, quali antenati puoi esibire. È questo già oggi il tema delle prossime elezioni catalane (la battaglia mediatica è fra chi fossero i nonni di Valls, chi quelli di Ernest Maragall) ed è il cuore identitario del ritorno della destra: chi erano, i tuoi nonni? Da che parte stavano, nella guerra civile? Le proposte politiche di Vox sono affini a quelle di Ciudadanos e del Partito Popolare. Ricentralizzare i servizi essenziali, proibire i partiti indipendentisti, abolire il bilinguismo, eliminare le polizie locali, riprendere le redini dell’informazione pubblica. Vox ha preso al suo esordio elettorale, nel 2014, 247 mila voti in tutta la Spagna: l’1,6 per cento, meno degli animalisti. È decollato ed esploso dopo la crisi catalana, ottobre 2017, coi politici della Generalitat arrestati o costretti alla fuga. Al punto 70 del suo programma elettorale c’è la “soppressione di organismi femministi radicali sovvenzionati”. La prima grande manifestazione nazionale contro il nuovo governo andaluso, il 15 gennaio, è stata delle donne. Non un passo indietro, #niunpasoatràs, hanno detto a migliaia per le strade. Il femminismo militante in Spagna è uno dei principali motori democratici. La sua influenza nel dibattito pubblico è fortissima. Le multinazionali delle auto studiano pubblicità appropriate per un pubblico sensibile al fatto che una donna (una Barbie, nel caso) voglia e possa guidare una fuoriserie. Lo stesso spot non va in onda in Italia: non funzionerebbe. Vox frusta e incita l’arcaico machismo offeso. È ora di finirla con lo scandalo dei gay, dell’aborto, dei diritti, dice Abascal: le donne stiano a casa.
Per l’8 marzo è prevista una grande manifestazione femminista. Slogan: “Volando voy”, arrivo volando. È il titolo di una canzone di Camaron de la Isla, il più grande musicista flamenco di sempre. Album: La leggenda del tempo, testi di Federico García Lorca. Un omosessuale, un pervertito, un poeta, un socialista giustamente fucilato — nel racconto della nuova vecchia destra. Con Steve Bannon, per esempio, García Lorca non ha veramente niente in comune.
Il Fatto 23.1.19
Fra Brexit e nostalgie Irlanda di nuovo divisa? Ora la Nuova Ira recluta
Ulster - L’autobomba a Derry come ai tempi della guerra civile. Da ex militanti delusi dal Sinn Féin sono nate nuove formazioni come il Saoradh
di Sabrina Provenzan
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“Derry è in stato di choc. Quelli della mia generazione, quaranta/cinquantenni, sono avviliti e preoccupati. Nessuno, nessuno vuole tornare alla violenza dei Troubles… Ma sui social ho visto ragazzi più giovani esultare per quello che è successo sabato. Non hanno idea di cosa è stato”.
Mary è cresciuta a Derry nel periodo dei Troubles, prima di trasferirsi a Londra per il suo lavoro di giornalista. All’immagine delle violenze settarie vuole sovrapporre quella della Derry di oggi, la città dei Festival e della rinascita sociale e culturale.
Ma l’autobomba esplosa sabato sera nel centro della città ha smosso antiche paure mai completamente sopite, malgrado la sostanziale pace garantita nel 1998 dagli Accordi del Venerdì santo che hanno messo fine alla lunga guerra civile in Ulster.
Secondo gli investigatori, l’autobomba sarebbe stata piazzata di fronte al tribunale cittadino dalla New Ira, una formazione paramilitare che la polizia nord-irlandese da tempo considera “la più grave minaccia” per una città al centro di alcuni dei più sanguinosi scontri fra nazionalisti repubblicani e lealisti fedeli alla Gran Bretagna. E la sigla New Ira, finora quasi sconosciuta, ha fatto il giro del mondo.
“Con gli accordi di pace, l’Irish Republican Army e il suo braccio politico Sinn Fein hanno abbandonato la lotta armata in favore di quella politica, e il Sinn Fein è cresciuto fino a diventare un attore politico fondamentale in Irlanda – spiega al Fatto William Matchett, agente dell’intelligence militare britannica durante i Troubles e ora ricercatore all’Edward Kennedy Institute for Conflict Prevention della Maynooth University, vicino Dublino – ma per alcuni dissidenti repubblicani quegli accordi sono una svendita della causa indipendentista, un tradimento del sacrificio di quanti hanno perso la vita per liberare l’Ulster dall’occupazione britannica. La New Ira fa parte di una galassia di piccole formazioni paramilitari decise a continuare la lotta armata. Si tratta quasi certamente di un’alleanza fra vecchi terroristi e nuove leve. I primi passano ai secondi la loro esperienza in azioni terroristiche. Ma la loro capacità militare è minima rispetto alla vecchia Ira. Non c’è nessun rischio di un ritorno di quel livello di violenza”. Per Matchett, la forza militare della New Ira sarebbe molto ridotta, fra i 10 e i 20 elementi attivi. Dieter Reinisch, che studia i postumi dei Troubles da 15 anni, parla di due o tre dozzine di elementi armati. Ma punta l’attenzione su un altro tipo di supporto, molto più ampio. L’attentato a Derry non è stato rivendicato dalla New Ira, ma mezz’ora dopo i fatti sul sito di Saoradh, il Revolutionary Irish Republican Party, è comparso un comunicato che celebrava l’azione dei Rivoluzionari repubblicani nel centenario dell’imboscata di Soloheadbag, considerata l’inizio della guerra di indipendenza contro gli occupanti britannici.
Il Saoradh è una formazione recente, creata da ex militanti delusi dalla politica del Sinn Fein. Ufficialmente i suoi leader negano ogni associazione con la New Ira, ma secondo Reinisch il Saoradh è il braccio politico dell’organizzazione armata, cui fornirebbe supporto logistico, nell’ordine di alcune centinaia di fiancheggiatori, a cui si aggiunge qualche migliaio di simpatizzanti. Sono popolari in zone molto povere di Derry come Bogside, Creggan and Shantallow, comunità repubblicane dove i benefici degli accordi di pace non sono mai arrivati e il Sinn Fein non entra. E arrivano segnalazioni di allarme da alcune scuole della zona, che riportano attività di reclutamento di giovanissimi. La roccaforte del Saoradh è Derry, ma il partito, che ha anche una sezione giovanile, si sta espandendo anche a Belfast e Dublino.
Oltre al sostegno a operazioni armate, i leader del Saoradh sono pronti a sfruttare a loro vantaggio l’ipotesi di una hard Brexit: “Dal nostro punto di vista la Brexit è stata una manna dal Cielo… può spaccare lo Stato britannico. Il ritorno di un confine fisico porterà inevitabilmente alla ripresa della resistenza contro l’occupazione britannica. Qualunque tipo di posto di blocco al confine verrà attaccato”.
Parole che risuonano forti e chiare nel vacuum politico in cui si trova l’Irlanda del Nord, senza un governo da due anni, da quando i due partiti principali, il DUP e il Sinn Fein, hanno rotto senza mai recuperarlo il delicato equilibrio di potere sancito dagli accordi di pace.
Con gli unionisti irlandesi che tengono in effetti in piedi il governo di Theresa May, la Gran Bretagna non è più vista come garante terzo di quegli equilibri, e dal punto di vista dei dissidenti repubblicani il Sinn Fein non fa abbastanza per opporsi allo strapotere degli unionisti.
Per Reinisch, l’autobomba di sabato va letta in questo contesto. “È un grosso successo simbolico, perché non ha ucciso nessuno ma ha dimostrato al mondo che la New Ira esiste e può colpire una istituzione britannica nel cuore della città. Pochi mesi fa, la polizia ha trovato un grosso deposito di armi dei dissidenti repubblicani. Sembrava un colpo mortale.
La New Ira non ha la forza militare e logistica per attacchi più gravi, ma ha dimostrato di non essere finita. E questo potrebbe accelerare il reclutamento di nuove leve”.
il manifesto 23.1.19
Brexit, Corbyn apre a un referendum bis


Senza accordo ci sarà il ritorno a «frontiere fisiche dure» in Irlanda. Il giorno dopo la farsa del piano B, che Theresa May ha presentato ai Comuni senza sostanziali modifiche rispetto alla prima edizione, arriva il monito della Commissione europea.
«È abbastanza ovviò che se non ci sarà un accordo sulla Brexit ciò comporterà il ritorno a frontiere fisiche tra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda e ciò metterà in pericolo gli accordi del Venerdì Santo che hanno garantito finora la pace tra le due comunità», ha ribadito il portavoce della Commissione. «Ci aspettiamo che il Regno Unito ci dica cosa vuole, cosa davvero, davvero vuole», ha proseguito Margaritis Schinas citando le Spice girls.
La premier in grande affanno prosegue con le sue consultazioni allargate che potrebbero durare fino a febbraio: ha convocato i dirigenti di vari sindacati a cominciare dal leader di Unite, Len McCluskey. Jeremy Corbyn con una mossa a sorpresa apre a un secondo referendum, una possibilità fin’ora negata dal leader laburista, infilando nella raffica di emendamenti con cui intende dare battaglia alla Camera dei Comuni, anche quello su una consultazione bis.
Repubblica 23.1.19
Intervista a Joseph Stiglitz
“La ricchezza concentrata in poche mani minaccia la democrazia”
di Eugenio Occorsio


ROMA «Ventisei super-ricchi detengono risorse pari al 50% più povero dell’umanità? Mi amareggia ma non mi stupisce. È un trend progressivo, inarrestabile: l’anno scorso la seconda di queste cifre era pari a non più del 47%». Joseph Stiglitz, economista della Columbia University di New York, legge gli sconfortanti dati dell’Oxfam, e condivide la definizione sintetica dell’organizzazione inglese (basata a Nairobi): “out of control”, una deriva fuori controllo.
«Dovrebbe rifletterci chi continua a considerare l’America un modello: questa piega degli eventi ha la sua radice proprio negli Stati Uniti». Stiglitz, dopo aver vinto il premio Nobel nel 2001 per i suoi studi sulle “asimmetrie” informative che influenzano i mercati, si dedica da molti anni alla ricerca sulle diseguaglianze e sui loro effetti devastanti in termini di sviluppo sociale e benessere collettivo: «Le ingiustizie sociali sono arrivate a un punto tale da minacciare la democrazia in tutto il mondo».
Perché, per la violenza che esplode nei movimenti di protesta come i “gilets jaunes”?
«C’è anche il pericolo che qualche demagogo si impadronisca della rabbia popolare. Le forme di attacco alla democrazia sono sofisticate e subdole. Prendiamo l’America: c’è la manipolazione dei collegi elettorali, e c’è chi dice anche i brogli. E spesso la sudditanza psicologica dei cittadini di fronte ai ricchi. È come se dovessero comandare per forza, e non solo sul posto di lavoro: io lo chiamo “capitalismo manageriale”».
E i manager medesimi guadagnano centinaia di volte in più dei loro impiegati?
«Purtroppo è così. Non c’è verso di correggere questa tendenza. Il Dodd-Frank Act, le riforma finanziaria varata nel 2010 perché non si ripetessero gli eccessi che avevano portato alla crisi, fissava paletti precisi sulle retribuzioni degli amministratori delegati, a partire da quelli delle banche, specie in termini di trasparenza: si voleva che gli azionisti avessero ben chiaro cosa avrebbe guadagnato quel dirigente. Ma la lobby dei super-ricchi, assistita dai migliori avvocati, è riuscita a non rispettare questa disposizione, a calpestarla al momento dell’emanazione dei regolamenti attuativi, insomma a non accettare limiti al proprio potere economico. Il principio say and pay degli azionisti, parla e paga, è stato disatteso. In 40 anni la quota dei redditi complessivi in mano allo 0,1% della popolazione al top è quadruplicata, gli stipendi del ceto medio sono fermi a 60 anni fa in termini reali. Ma c’è di peggio: per molti le diseguaglianze sono una tragedia vera. Pensi alla salute».
Per le carenze nell’assistenza universale?
«Non solo. La sconvolgente situazione dei Paesi poveri è sotto gli occhi del mondo. Ma anche nella stessa America, al di là delle mere statistiche sul Pil ci sono 20 milioni di poveri dei quali fra i cinque e i dieci in povertà assoluta: i repubblicani ora al potere sono riusciti a smantellare buona parte dell’Obamacare: 13 milioni di americani sono di nuovo privi di assistenza gratuita. Il tutto dettato dalle grandi aziende. E vogliamo parlare delle tasse? La riforma fiscale di Trump ha abbassato le aliquote per le aziende - il che suona come un aiuto agli amici del presidente, ma potrebbe essere accettabile perché le imprese sono tornate a investire - senza alzarle però sugli individui più abbienti, come logica avrebbe richiesto.
Invece le ha aumentate per il ceto medio. Risultato, un impoverimento brutale e diffuso».
Lei cita l’America, ma le diseguaglianze non sono un problema solo americano, anzi.
«Certo, sono diventate una costante in buona parte del mondo. E un dramma collettivo senza pari nei Paesi emergenti. La Gran Bretagna è allineata sul modello americano, la Germania sta un po’ meglio. Solo l’Australia è riuscita a introdurre norme stringenti, e a farle rispettare, che temperano lo strapotere economico dei capitani d’industria».
E l’Italia?
«Non ho studiato bene le dinamiche italiane. Però c’è una regola generale. I governi, specialmente quelli che tendono a destra, e sono sempre di più nel mondo, dovrebbero stare attenti: non è vero che tassando meno i ricchi i benefici ricadono poi sulla popolazione; è vero al contrario che spesso più deregulation, e ancora di più quando il sistema finanziario è preponderante rispetto all’economia reale, porta a più diseguaglianze, quindi più povertà e ingiustizie».
Il Fatto 23.1.19
“La battaglia sul franco Cfa è una cosa di sinistra”
Yvan Sagnet - L’attivista anti-caporalato: “Ne parlano per propaganda, ma il tema esiste: è un’ingiustizia intollerabile”
“La battaglia sul franco Cfa è una cosa di sinistra”
di Tommaso Rodano


“Di Maio e Di Battista hanno sollevato una questione cruciale per l’Africa, parlando del franco Cfa. Anche se l’hanno fatto in modo un po’ superficiale e per ragioni elettorali”. Yvan Sagnet è nato in Camerun – ex colonia francese – 33 anni fa. Nel 2017 Sergio Mattarella l’ha nominato Cavaliere della Repubblica per le sue battaglie contro il caporalato agricolo. “Il tema della sovranità monetaria – spiega – è uno dei più sentiti dalla gioventù africana, che chiede da anni cambiamenti radicali. Anche se è solo una delle molteplici forme dello sfruttamento da parte dell’Occidente”.
E non è la causa dei flussi verso l’Italia, visto che solo il 10% dei migranti sbarca dai Paesi che adottano il Franco Cfa.
È vero. Dall’Africa si scappa per tanti motivi. C’è la questione del debito, che l’Fmi chiama “programma di aggiustamento strutturale”. Un debito ingiusto e abnorme, che blocca sul nascere ogni programma di sviluppo. E ci sono le politiche commerciali sleali degli altri Stati, e anche dell’Unione europea.
Anche dell’Italia?
L’eccedenza commerciale che l’Italia rimprovera alla Germania è la stessa che mette in pratica nei confronti di alcuni Stati africani. Poi, come noto, c’è lo sfruttamento delle nostre risorse da parte delle multinazionali. Anche italiane. Alcune delle quali già condannate per i loro saccheggi. Infine pesano, tanto, l’instabilità politica e le guerre. Se si aggiunge a tutto questo, il controllo monetario della Francia su 14 Paesi africani è un’ingiustizia intollerabile.
L’adesione al franco Cfa però è volontaria.
Solo formalmente. Chi prova a uscirne subisce ricatti e pressioni. Non solo economiche. Il primo a provare a lasciare questo sistema fu Sekou Touré, presidente della Guinea, nel 1958: fu ucciso dopo tre giorni. Negli ultimi 50 anni in Africa ci sono stati 67 colpi di stato, il 61% dei quali è avvenuto nelle ex colonie francesi.
Ci sono economisti che sostengono che l’unione monetaria convenga agli Stati africani.
Conviene alle marionette che li governano con il sostegno degli Stati occidentali, Francia in primis. I nostri capi di Stato sono molto ricchi, hanno conti e beni all’estero, specie in Svizzera. Loro, sì, sono al riparo dalle svalutazioni della moneta.
Il Movimento governa con Salvini. Non le pare sospetto che tiri fuori la questione del franco Cfa nei giorni dei morti in mare?
Sono convinto lo facciano per ragioni elettorali. Ma le dico un’altra cosa: io sono un uomo di sinistra. Mi sorprende di più la sinistra, o sarebbe meglio dire il Pd, che per le stesse ragioni elettorali e per attaccare i grillini arriva a sostenere che questo sistema conviene ai cittadini africani. Questo lo trovo vergognoso.
Il Fatto 23.1.19
Grandeur sulla pelle degli altri: il vetero-colonialismo di Parigi
I danni di Parigi - Africa - I modelli occidentali hanno scardinato le società tradizionali: l’emigrazione parte da qui
di Massimo Fini


Possibile che in Italia si abbia così poco spirito nazionale dall’interpretare ogni azione del nostro governo come propaganda senza badare ai fatti? Nell’attuale scontro fra Italia e Francia il governo italiano ha perfettamente ragione. Quando Luigi Di Maio afferma “alcuni Paesi europei con in testa la Francia non hanno mai smesso di colonizzare decine di Stati africani, se la Francia non avesse le colonie africane, che sta impoverendo, sarebbe la 15ª forza economica internazionale e invece è tra le prime per quello che sta combinando in Africa, l’Ue dovrebbe sanzionare queste nazioni come la Francia che stanno impoverendo questi posti, è necessario affrontare il problema anche all’Onu”, dice una pura verità.
La Francia è l’ultimo Paese europeo ad aver conservato una mentalità vetero-coloniale. Se prendiamo Le Monde, che pur è un giornale di sinistra, troviamo pagine e pagine dedicate ai Paesi africani e tutte orientate, come faceva il vecchio colonialismo, a vedere la Francia come benefattore e non come oppressore quale effettivamente è. Del resto, per restare alle cose più recenti, è stata la Francia, prima ancora degli Usa, ed è tutto dire, ad aggredire la Libia di Muammar Gheddafi per la sola ragione che voleva rafforzare la sua posizione economica in Libia ai danni dell’Italia che purtroppo si accodò a quella sciagurata operazione di cui il nostro presidente del Consiglio di allora, Silvio Berlusconi, non era affatto convinto ma ebbe la debolezza di subirla.
La Francia ha in Africa forze militari un po’ ovunque, senza che, in quasi tutti i casi, la presenza di queste truppe sia stata autorizzata dall’Onu e nemmeno dalla Nato. Prendiamo un esempio fra i tanti, che abbiamo già fatto ma che è bene riprendere (Mali: la balla del terrorismo, 20.1.2013; Mali, l’Occidente ha reso globale una guerra locale, 22.11.2015; La spocchia di Parigi è un problema europeo, 17.6.2018, pubblicati tutti sul Fatto). Nel Mali del sud, con capitale Bamako, la Francia aveva pieno controllo attraverso il solito presidente fantoccio Ibrahim Boubacar Keita. Ma non gli bastava. Così pochi anni fa aggredì il Mali del nord abitato da pacifici e laici Tuareg (fra i Tuareg quando una coppia si separa è il marito a dover abbandonare la tenda coniugale e tornare in quella dei genitori) che praticavano, come han sempre fatto, il nomadismo senza peraltro debordare in quello del Sud. Il risultato di questa brillante operazione è che i Tuareg, in ovvia inferiorità militare, per difendersi si sono alleati alle componenti islamiche radicali dell’area e così è nata una guerra e, con essa, un’emigrazione maliana che non c’era mai stata.
Ma il Mali è solo un esempio dell’oppressiva presenza francese in Africa Nera. Naturalmente – e qui ha ancora ragione Di Maio quando parla di “alcuni Paesi europei” – la questione riguarda anche altri Stati del Vecchio continente che sono presenti nell’Africa subsahariana pur senza manifestare la mentalità vetero-coloniale dei francesi (Di Maio ha solo torto quando attribuisce grande importanza al franco Cfa, che ha corso legale in 14 Paesi: questione marginale che sottolinea solo la mentalità vetero-coloniale dei francesi).
La questione dello straordinario impoverimento dei Paesi dell’Africa Nera ha radici ben più profonde e sono quelle indicate da Thomas Sankara, allora presidente del Burkina Faso, in un discorso del 1987 all’assemblea dei Paesi non allineati’, Oua: “Il debito è la nuova forma di colonialismo. I vecchi colonizzatori si sono trasformati in tecnici dell’aiuto umanitario, ma sarebbe meglio chiamarli tecnici dell’assassinio. Sono stati loro a proporci i canali di finanziamento, i finanziatori, dicendoci che erano le cose giuste da fare per far decollare lo sviluppo del nostro Paese, la crescita del nostro popolo e il suo benessere… Hanno fatto in modo che l’Africa, il suo sviluppo e la sua crescita obbediscano a delle norme, a degli interessi che le sono totalmente estranei”.
In estrema sintesi: il violento ingresso del modello occidentale ha scardinato le economie (economie di sussistenza: autoproduzione e autoconsumo) su cui quelle popolazioni avevano vissuto e a volte anche prosperato per secoli e millenni causando la miseria che oggi porta a quelle migrazioni da cui siamo tanto spaventati quanto responsabili, Italia compresa. E anche di questa situazione avevo dato conto, con largo anticipo, in un libro di notevole successo, Il Vizio oscuro dell’Occidente, che è del 2002, in cui si dimostra, dati alla mano, che l’Africa Nera era stata alimentarmente autosufficiente fino al 1960, quando non era ancora un mercato ritenuto interessante dagli occidentali (adesso ci si è messa di mezzo, in modo un po’ più intelligente e soft, anche la Cina). Poiché gli abitanti dell’Africa Nera sono 720 milioni (escludendo il Sudafrica che fa parte a sé) è chiaro che il loro passaggio da poveri a miserabili, ridotti alla fame, resi estranei alla propria cultura, porterà a migrazioni di cui quelle a cui assistiamo oggi sono solo un pallido fantasma. Possiamo fermarli sulle coste libiche, ma li costringiamo a vivere in un inferno da noi stessi causato con l’aggressione a Gheddafi che teneva sotto controllo la situazione. Possiamo cercare di fermarli – è l’ipotesi prima di Minniti e ora di Salvini – ai confini del Niger o di altri Paesi, ma così li recludiamo in un altro inferno che è quello della loro miseria (cosa sociologicamente diversa dalla povertà) e della loro fame.
Ricordiamoci che l’80% delle migrazioni provengono dall’Africa subsahariana e solo il 20% da guerre che prima o poi potrebbero anche finire. E quindi se un giorno saremo sommersi dalle popolazioni nere, come pare inevitabile, si potrà solo dire “chi è causa del suo mal pianga se stesso”. Ma per tornare all’attuale conflitto diplomatico, cerchiamo di ritrovare un poco di quello spirito nazionale che c’è rimasto e rimandiamo al mittente, ancora attaccato a una grandeur ridicola quanto storicamente inesistente, le sue arroganti affermazioni e le sue mosse (“irresponsabili”, convocazione dell’ambasciatrice italiana a Parigi). Di Maio ha detto una verità, anche se solo parziale.
La Stampa 23.1.19
Primo colpo giudiziario al decreto Salvini
“Non sia retroattivo”
di Giuseppe Salvaggiulo


Arriva dalla Procura generale della Cassazione il primo colpo giudiziario al decreto sicurezza, fiore all’occhiello del ministro dell’Interno Matteo Salvini. Secondo i magistrati le nuove e restrittive regole sulla concessione dei permessi umanitari ai migranti non sono applicabili alle domande presentate prima dell’entrata in vigore del decreto e non ancora decise con sentenze definitive. Questo orientamento emerge da una requisitoria appena depositata, di cui «La Stampa» è in grado di rivelare il contenuto. Se consolidato, ridurrebbe la portata del decreto Salvini ai migranti arrivati non prima della fine del 2018. E quindi ai 359 sbarcati nel dicembre 2018 ma non ai 2327 del dicembre 2017 e agli 8428 del dicembre 2016. Insomma a una minoranza di casi, dato il crollo di sbarchi registrato l’anno scorso.
Il caso riguarda il migrante R. M, arrivato dal Bangladesh. Dice che il suo Paese, come certificato da un rapporto di Amnesty International del 2013, «è altamente insicuro» e «non sono garantiti i diritti fondamentali dell’individuo», per cui se rimpatriato «si troverebbe in condizioni di particolare vulnerabilità». La Corte di Appello di Firenze gli concede il permesso di soggiorno per motivi umanitari, valorizzando il fatto che R. M. ha trovato un lavoro durante il processo e pertanto «è inserito nel contesto sociale». Il ministero dell’Interno fa ricorso contestando la motivazione.
La Procura generale ricostruisce la materia alla luce del decreto Salvini, che «ha eliminato la clausola generale contenente i presupposti per il rilascio della protezione umanitaria» riducendola a casi tassativi e limitati: sfruttamento sul lavoro, motivi sanitari particolarmente gravi, eccezionali calamità, atti di speciale valore civile. Dunque la questione è se al migrante R. M. - e a tutti quelli nelle sue condizioni, arrivati in Italia prima del decreto Salvini - si applichino le vecchie o le nuove regole. Secondo la Procura generale, il diritto alla protezione umanitaria ha una base costituzionale nell’articolo 10 terzo comma, che lo colloca tra i «diritti umani inviolabili»: preesiste alla legge, che può solo riconoscerlo in capo a una persona, ma non crearlo o distruggerlo.
Questa ricostruzione porta la Procura generale a concludere per la «non applicabilità della nuova disciplina alle vicende umane sorte nel vigore della legge antecedente» e ancora pendenti. In quei casi, il migrante «può e deve contare sul corredo normativo esistente al momento della presentazione della domanda». Nel senso della irretroattività del decreto Salvini militano anche diverse sentenze della Corte dei diritti dell’uomo di Strasburgo e della Corte costituzionale. Tanto più, scrive la Procura generale, di fronte a «dolorose vicende umane». Diversamente argomentando, si discriminerebbero i migranti in base alla lungaggine e all’imprevedibilità della giustizia italiana, un fattore «puramente casuale e legato a fattori imponderabili». Il che contrasterebbe con la Costituzione.
Il documento della Procura generale si muove nella direzione di confermare una posizione decisamente garantista sul diritto d’asilo, maturata dalla Suprema Corte negli ultimi anni. Ma la questione è controversa, anche tra i magistrati. Finora i tribunali si sono divisi: una maggioranza per l’irretroattività del decreto Salvini; alcuni (Firenze, Campobasso) per la generalizzata applicabilità, che comporta anche il diniego del beneficio del gratuito patrocinio legale.
Oltre alle intrinseche ragioni giuridiche, vanno considerate le inevitabili conseguenze politiche della decisione. L’arrivo di Salvini al Viminale ha già comportato una svolta nell’orientamento delle commissioni amministrative che a livello provinciale decidono sulle domande dei migranti, grazie a una direttiva del 4 luglio 2018 che ha anticipato il decreto sicurezza. L’effetto è stato un crollo dei permessi concessi: dal 42% al 18%. In particolare quelli per ragioni umanitarie, su cui si deve pronunciare ora la Cassazione, sono calati dal 25% al 3%. Se la prima sezione della Suprema Corte condividerà la tesi della Procura generale, oltre a R. M. restituirà la possibilità di ottenere un permesso umanitario ad almeno 150 mila migranti secondo una stima dell’Asgi, l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.
il manifesto 23.1.19
Lo sfacelo libico conviene solo ai nemici dell’Europa
Sovranisti/europeisti. Non è abbastanza perché l’europeismo riconosca che in Libia è in gioco l’Europa quale la progettiamo, i suoi valori fondativi, l’identità politica, l’indipendenza, la sicurezza, il suo posto nel mondo?  E non è la Libia proprio il test per dimostrare all’elettorato la necessità di una politica estera comune, sorretta da uno strumento militare?
di Guido Rampoldi


Probabilmente è futile chiedere uno sforzo di meningi ad un Paese in cui i due leader della maggioranza attribuiscono le stragi di migranti l’uno alla Francia e l’altro alle Ong. Ma proprio il maremoto della cialtroneria dovrebbe imporre all’opposizione un pensiero affilato e coerente, quando occorra capace di proposte inaudite. O perlomeno disponibile ad affrontare le domande note ai lettori del manifesto, dell’Avvenire, dell’Espresso, ma tralasciate dal moderatismo anche durante i suoi empiti di indignazione.
Ci si può sdegnare per gli affogati e allo stesso tempo disinteressarsi alla sorte dei prigionieri dei lager libici, ai quali risulta desiderabile perfino la roulette russa di un viaggio via mare verso l’Italia?  E tenersi buone esose bande criminali perché impediscano le partenze?
È davvero impossibile accordare ai migranti, intercettati in Mediterraneo o nel nostro territorio, una protezione internazionale che sia intelligente e umana?
Il ministero dell’Interno ha la capacità e la cultura per gestire un problema così complesso? Erano criminali le ong troppo disinvolte oppure lo è stata la decisione, di fatto italiana, di estrometterle dai soccorsi dei natanti in difficoltà in un larghissimo tratto di mare tra le coste libiche e la Sicilia? Le risposte non sono difficili.
Finché non si arriva ad un problema connesso che è quasi intrattabile, l’instabilità della Libia. La Libia è ormai un campo di battaglia nello scontro tra cattivi e pessimi che sta squassando la galassia araba e sunnita. Da una parte i movimenti rivoluzionari islamici, alcuni dei quali appoggiati da Turchia e Qatar; dall’altra una consorteria di caste militari e teste coronate, con l’appoggio esterno dell’amministrazione Trump e di Netanyahu.
Mentre l’inviato dell’Onu a Tripoli persegue una road-map sempre più utopica (Conferenza di riconciliazione nazionale, referendum, libere elezioni) le milizie libiche e i loro sponsor internazionali si preparano ad una guerra che si annuncia interminabile, afghana, dato che nessuna tra le alleanze in campo è in grado di sottomettere i rivali.
Neppure il generale Haftar, capo di una confederazione di bande ferocissime. Costui dispone di tutto quel che manca agli avversari: una piccola aviazione (offerta dagli Emirati arabi), l’intelligence e la missilistica (egiziane), appoggi diplomatici (francesi), buone relazioni con Mosca e con gli Usa, e un embargo Onu sulle armi che colpisce solo gli avversari. Però non ha l’essenziale: i libici, a cominciare dalle gerarchie musulmane anche non integraliste, lo considerano uno strumento degli stranieri.
L’Italia in principio contrastava Haftar ma da quando l’anarchia militare minaccia i tubi dell’Eni ha cominciato a corteggiarlo. All’inizio ne ricavava poco (leggendaria l’insolenza con la quale il generalissimo trattò a Roma il ministro della Difesa Roberta Pinotti). Ma il governo Conte ormai lo blandisce in forme spudorate, nel nome di quel realismo che di solito conduce gli occidentali alle scelte più autolesioniste e disonorevoli.
Intanto Haftar va piazzando suoi avamposti intorno alla capitale e minaccia di abbattere aerei civili turchi; carichi di armi di fabbricazione turca raggiungono le coste libiche (gli ultimi due intercettati un mese fa in un porto a cento km da Tripoli); e nel caos generale al Qaeda e Isis dilagano in parte del Fezzan, il sud.
Per disarmare le milizie occorrerebbe un esercito nazionale libico.
Una Nato appena previdente avrebbe provveduto per tempo. Cominciasse ora, occorrerebbero dai 12 ai 18 mesi perché quell’esercito fosse operativo. E nel frattempo? Per decisione del Consiglio di sicurezza, dal 2011 la Libia è soggetta alla giurisdizione della Corte penale internazionale, però defilata (l’unico ordine di arresto emesso negli ultimi anni riguarda un luogotenente di Haftar tanto ingenuo da denunciarsi con un video in cui i suoi soldati massacravano prigionieri: è tuttora al posto di combattimento).
Non disponendo di una propria polizia giudiziaria la Corte può agire solo se i Paesi presenti in Libia, Italia tra questi, le forniscono informazioni raccolte sul terreno. Ma quei Paesi intrallazzano ciascuno con queste o quelle bande e la rappresentanza Onu in Libia non incoraggia intromissioni della giustizia internazionale. Ma anche se la Corte fosse messa nelle condizioni di fissare il confine della disumanità, l’anarchia militare è tale che nessun processo politico può decollare senza le garanzie minime ma fondamentali quali può offrirle soltanto una forza internazionale: un contingente in grado di imporre la liberazione di migranti prigionieri, qua e là il rispetto di cessate-il-fuoco e no-fly zone, e a Tripoli l’incolumità di un governo transitorio finalmente sottratto alle milizie che oggi lo ricattano.
Ma pare problematico perfino formare questa eventuale forza e, ancor prima, assicurarle un mandato del Consiglio di sicurezza. Troppo pericoloso affacciarsi in Libia, troppo conflittuali gli interessi degli Stati coinvolti (spaccano anche la Nato: Ankara e Parigi sono su fronti opposti).
E com’è sempre più evidente, lo sfacelo libico conviene ai nemici dell’Europa.  A Putin, ma innanzitutto a Trump, nel calcolo che gli europei continueranno a rivolgersi a lui perché aiuti a spegnere la guerra dirimpetto alle nostre coste (in questo Conte è stato il battistrada). Nel frattempo sabotatori trumpiani e utili babbei aizzeranno lo scaricabarile tra governi svergognati; e tutti, a cominciare dagli elettori, avranno la conferma che l’Unione è una disunione ridicola, una nave solida quanto i barconi alla deriva che lascia affondare con il loro carico di umani.
Non è abbastanza perché l’europeismo riconosca che in Libia è in gioco l’Europa quale la progettiamo, i suoi valori fondativi, l’identità politica, l’indipendenza, la sicurezza, il suo posto nel mondo?  E non è la Libia proprio il test per dimostrare all’elettorato la necessità di una politica estera comune, sorretta da uno strumento militare?  Otto anni fa l’Europa dei sacri egoismi devastò la Libia con una guerra neocoloniale. L’Europa moderata proseguì su quella china con un cinismo miserabile. L’Europa sovranista è perfino peggiore. Ma l’Europa europeista può emendarsi restituendo la libertà ai migranti prigionieri, la patria ai libici, un futuro a se stessa.