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domenica 28 agosto 2016

Corriere 28.8.16
Smuraglia, presidente Anpi: vedrò Renzi ma il moderatore non sia pd
di Cesare Zapperi

MILANO Presidente Carlo Smuraglia, Debora Serracchiani teme di essere cacciata dall’Anpi perché sostiene la riforma Boschi. Corre davvero questo pericolo?
«Da iscritta dovrebbe conoscere i nostri documenti. Al congresso di maggio ne è stato votato uno che ribadisce che il dissenso è libero e che comunque non sarà punito nessuno per averlo manifestato».
L’ha sorpresa l’invito di Renzi a un confronto?
«Mi ha sorpreso favorevolmente perché fino a quel momento erano emerse solo le resistenze del Pd a consentire che negli spazi destinati all’Anpi nelle feste dell’Unità ci si potesse esprimere a favore del No».
Perché l’ha fatto?
«Era ormai chiaro che l’idea di invitare l’Anpi nelle Feste dell’Unità ponendo condizioni inaccettabili stava per essere superata dai fatti. Credo abbia fatto prevalere il buon senso».
Ma lei stesso aveva detto che un incontro «non è una soluzione».
«Non lo era se fossero rimaste le preclusioni alla nostra presenza libera alle Feste. Per noi era un punto dirimente. È nella tradizione che il Pd conceda spazi all’Anpi».
Stavolta cosa è successo?
«Forse c’è stata un’interpretazione rigida sul fatto che questa era la Festa del Sì. Ma nella tradizione lo spazio è sempre stato aperto a tutti… ».
Ma perché avete la «pretesa» di andare in casa Pd a sostenere posizioni opposte?
«Nessuna pretesa. Ma se siamo invitati, è naturale la richiesta di poterci andare, in piena libertà. Andarci con il divieto di sostenere le nostre posizioni non era accettabile» .
Con Renzi dove vi vedrete?
«È stato il segretario a parlare delle Feste dell’Emilia Romagna. Noi chiediamo si scelga un luogo che ci garantisca un confronto sereno e civile».
Perché volete concordare la sede?
«Andiamo in casa altrui, il luogo non sarà comunque neutro. Ci pare opportuno chiedere qualche garanzia».
Bologna le andrebbe bene?
«Non avrei nessun problema. È una città civilissima, con grandi passioni, capace di accettare e ascoltare anche posizioni diverse» .
Volete concordare anche il moderatore.
«Chiediamo una figura super partes, non legata al Pd. Ripeto, sono io che vado in casa altrui e devo essere garantito».
A maggio Maria Elena Boschi vi ha fatto arrabbiare con quella frase («i veri partigiani sono per il Sì»). L’incidente è superato?
«Ci auguriamo che certe frasi non vengano più ripetute. Noi rispettiamo il Pd anche nella critica più aspra. Ci aspettiamo reciprocità» .
Chiudiamo sul referendum. Se vincerà il Sì per l’A npi sarà un dramma?
«No, ma sarebbe un fatto grave e proveremmo un grande dolore per una riforma sbagliata che recherebbe un danno al Paese perché inciderebbe sulla sovranità popolare. Sarebbe un grande dispiacere e soprattutto una grande preoccupazione per la democrazia» .

La Stampa 28.8.16
Ultimatum
L’Unesco contro Venezia: “Rovinate il patrimonio” 
Turisti, navi e laguna a rischio
L’organizzazione indica gli interventi per restare tra i siti patrimonio dell’umanità Italia Nostra: lanciammo l’allarme nel 2011. Ora potrebbe finire in una “lista nera”
di Giuseppe Salvaggiulo

L’estate cafona di Venezia - turisti che si tuffano dal ponte di Rialto, affittacamere abusivi, ubriachi in servizio permanente effettivo, immondizia nei luoghi più pregiati e delicati, monumenti trasformati in orinatoi, tende piantate nei campielli, tavolate di picnic sulle rive dei canali - potrebbe essere ricordata come l’ultima, dopo 30 anni, da città inserita nella lista Unesco dei siti «patrimonio dell’umanità».
Dopo un’ispezione e un report molto duri, l’organizzazione internazionale ha dato un ultimatum all’Italia, indicando dieci azioni da intraprendere entro la fine dell’anno per salvare Venezia. In caso contrario, l’Unesco deciderà se inserirla nella «lista nera».
«In questi giorni stanno venendo al pettine tutti i nodi di Venezia. Noi li denunciamo da anni», dice Lidia Fersuoch dell’associazione Italia Nostra. È stata lei, con tre lettere tra il 2011 e il 2012, a innescare l’ispezione dell’Unesco. «Sono venuti a mancare - scriveva Italia Nostra - i presupposti per includere Venezia nella lista dei siti culturali di importanza mondiale (...) in quanto il governo italiano e le amministrazioni locali sono venute meno all’impegno di tutela assunto con l’Unesco».
Le doglianze di Italia Nostra riguardavano il fatto che «la laguna è ormai considerata terra di nessuno» e sottoposta a pressione insostenibile da progetti infrastrutturali invasivi come la torre Pierre Cardin (un grattacielo di 60 piani a Porto Marghera), dalla crescente attività portuale e da «un turismo di massa devastante e per nulla regolato, che cancella il modo di vivere peculiare della città e ne espelle gli abitanti».
Venezia ospita 30 milioni di turisti l’anno (secondo gli esperti circa 20 milioni più di quanti ne potrebbe sopportare) e mette a loro disposizione solo otto bagni pubblici: sei chiudono alle 19, due alle 20. Questa situazione rende inarrestabile la fuga dei veneziani: dal 1951 i residenti sono calati da 175 mila a 56 mila. Al netto dei residenti fittizi (per ragioni fiscali e immobiliari) quelli reali sono stimati intorno ai 45mila. In una farmacia in campo San Bartolomeo c’è un contatore collegato con l’ufficio anagrafe del Comune, che aggiorna il declino demografico in tempo reale.
La seconda lettera di Italia Nostra, successiva al disastro della Costa Concordia, si concentrava sulle grandi navi in laguna.
L’Unesco non ha mai risposto direttamente a Italia Nostra. Ma nel giugno 2014 la Procura fa arrestare 35 tra politici, funzionari pubblici e imprenditori privati per tangenti sulla costruzione del Mose, il controverso sistema di barriere mobili per difendere la laguna. Lo scandalo ha risalto internazionale. Pochi giorni dopo, nell’annuale congresso a Doha (Qatar), l’Unesco apre il dossier Venezia, approvando una risoluzione con cui pone domande al governo italiano e dispone un’ispezione nel timore di una «irreversibile trasformazione del paesaggio». Nel 2015 arrivano a Venezia tre ispettori internazionali. Hanno studiato tutti i nodi della gestione di Venezia e ne chiedono conto alle istituzioni, alle categorie sociali interessate (per gli aspetti turistici e commerciali), alle associazioni ambientaliste.
Gli ispettori raccolgono documenti e ascoltano. Dopo alcuni mesi depositano all’Unesco una relazione di 74 pagine («Mission Report/Venice and its Lagoon Italy») molto dettagliata. Allegati una tabella sul declino dei finanziamenti pubblici per la tutela di Venezia (negli ultimi dieci anni da 140 milioni a 10 l’anno) e una galleria fotografica su degrado degli edifici storici, turismo di massa, incuria ambientale, sporcizia.
Gli ispettori evidenziano «effetti deleteri sulle caratteristiche intrinseche del sito», in grado di «mettere a rischio l’eccezionale valore universale» di Venezia, che nel 1987 convinse l’Unesco a inserirla tra i patrimoni dell’umanità.
Il report è stato discusso nell’annuale congresso dell’Unesco, un mese fa a Istanbul. A dispetto delle richieste di congelare il dossier, l’organizzazione ha votato un documento ultimativo rivolto all’Italia, che intima «urgenti misure» su cui riferire entro il 1° febbraio prossimo. L’Unesco dichiara «estrema preoccupazione» per «la seria minaccia di deterioramento del sistema, di irreversibile cambiamento della relazione tra città e laguna, di perdita di coerenza architettonica della città storica». Il che farebbe irreversibilmente perdere a Venezia «integrità e autenticità».
Pertanto l’Unesco ha chiesto all’Italia una strategia integrata di sviluppo e turismo sostenibile, limiti di velocità e regole vincolanti al traffico marittimo (sia turistico che commerciale), divieti precisi sulle grandi navi, una moratoria sui progetti urbanistici, un piano di tutela che consideri anche la zona intorno al nucleo urbano, un vaglio internazionale su ogni progetto che possa risultare invasivo.
L’Italia dovrà provvedere con urgenza e riferire nei dettagli nei prossimi mesi. Nel luglio 2017 l’Unesco esaminerà la situazione nel congresso e valuterà se l’Italia avrà fatto i compiti a casa. «In assenza di sostanziali progressi - conclude il documento dell’organizzazione - la prospettiva è l’inclusione di Venezia nella lista dei siti in pericolo». L’anticamera della cancellazione.

La Stampa 28.8.16
L’uomo davanti alla rabbia della natura
di Enzo Bianchi

Davanti alla tragicità di eventi come questo terremoto dovremmo vigilare affinché l’angoscia del restare «senza parole» non sia anestetizzata dal ripetere parole senza senso.
Sentire che ai sopravvissuti Dio avrebbe fatto la grazia di non essere travolti dal terremoto, fa intendere che Dio l’avrebbe al contempo rifiutata a chi invece è morto. Chi si è salvato potrebbe allora gridare al miracolo, ma quanti sono rimasti schiacciati dalle macerie, a cominciare da tanti bambini, avrebbero conosciuto solo il volto di un Dio irato.
Non è questa la fede cristiana, così come non lo è l’affibbiare implicitamente al Dio di Gesù Cristo il nome di «destino»: retaggio di una mentalità «pagana» che secoli di cristianesimo non hanno mai superato definitivamente. La nostra vita è stata affidata alle nostre mani, mani fragili, mani capaci anche di commettere il male, mani più sovente responsabili di omissioni nei confronti del bene. La tradizione ebraica - che per secoli ha dovuto tragicamente confrontarsi con l’abisso del male, sovente compiuto dagli esseri umani, pur creati a immagine e somiglianza di Dio - ha elaborato la nozione dello tzim-tzum, del «ritrarsi» di Dio di fronte alla creazione per fare spazio a questa realtà autonoma. Secondo i rabbini, Dio nella sua onnipotenza è riuscito a creare una montagna che neppure lui è in grado di scalare: questa montagna che ormai si erge di fronte a Dio è l’essere umano nella sua libertà, ma è anche la creazione nella sua autonomia. Dio non ha abbandonato la creazione, non si è isolato impassibile altrove, ma per garantire all’essere umano pienezza di libertà e per non esercitare alcun tipo di costrizione, non si nasconde cinicamente dietro forze caotiche e cieche, come un regista che mette in scena la storia a suo piacimento.
Allora, di fronte a una tragedia naturale come quella del terremoto, i cristiani, in nome della loro sequela di un Signore crocifisso che ha preso su di sé la violenza e il dolore, fino alla morte ignominiosa patita da innocente, devono impegnarsi nell’acquisire e nel condividere una sapienza necessaria all’intera umanità. Essi sanno che l’essere umano possiede la tecnica - di per sé «neutra» - e la capacità di orientarla e anche pervertirla con la sua volontà egoistica, con l’accaparramento dei beni della terra, eludendo l’esigenza di una distribuzione universale delle risorse del pianeta. Così come, credenti e non credenti, sappiamo tutti che la natura possiede sì forze intrinseche che sfuggono al controllo umano, ma sappiamo anche che prevenzione, salvaguardia del territorio, atteggiamento di rispetto del creato e di ricerca di armonia con esso possono contenerne la forza bruta che si scatena.
Ora sta a tutti, in una solidarietà umana che varca ogni confine di religione e fede, impegnarsi in modo serio e perseverante nell’aiuto alle popolazioni colpite: non basta l’emotività passeggera, non basta la commozione di un momento, tanto più intensa quanto più da vicino la tragedia ci riguarda: occorre un impegno serio e continuo, non solo per ricostruire, ma per farlo in modo previdente e lungimirante, perché ai nostri giorni le cause di una tragedia «naturale» e soprattutto le sue dimensioni, non sono mai interamente ineluttabili, ma sono determinate anche da comportamenti e scelte politiche ed economiche, dalle priorità assegnate ai diversi campi di ricerca e di investimento, dal modo di sfruttare la terra e le sue risorse.
Anche da questa consapevolezza dipenderà la capacità dei cristiani di trovare il modo di agire per il bene comune e le parole per narrare, anche di fronte all’atrocità di tante morti assurde, la propria fede in un Dio di amore.

Repubblica 28.8.16
Il terremoto di Amatrice e tutti gli altri mali del mondo
La civiltà occidentale ha globalmente contrapposto il relativismo, lo scetticismo, la forza del dubbio alle certezze dell’assoluto
di Eugenio Scalfari

QUANDO arrivò pochi giorni fa la notizia del terremoto ad Amatrice e in altre terre d’Abruzzo, di Umbria, delle Marche e del Lazio rietino, stavo rileggendo i Canti e le Operette morali di Giacomo Leopardi.
Ebbi grande commozione per quanto era accaduto. All’inizio i morti ritrovati sotto le macerie erano 38, ma si capiva che era soltanto un inizio: crebbero man mano che i ricercatori esploravano le case crollate, le chiese, gli alberghi e i tuguri dei poveri. Siamo quasi a trecento e non è ancora detto che sia la cifra definitiva.
Gran parte sono persone ed intere famiglie abitanti in quei luoghi, ma ci sono anche turisti capitati lì per svago e per la festa dell’Amatriciana. Potevano essere altrove ma il caso non l’ha voluto.
Questi fatti hanno scosso tutto il paese mettendo in sordina gran parte degli accadimenti altrettanto sanguinosi e terribili: la guerra in Siria, gli attentati in Turchia e le repressioni che ne derivano, il mare che inghiotte centinaia di emigranti e guerre, minacce, economie dissestate, crescente povertà e diseguaglianze, diffusa corruzione.
In Europa risorgono i confini, la democrazia traballa dove c’è ed è sempre più bandita dove non c’è mai stata.
Siamo dunque in una fase della vita nostra e di quella del mondo intero che sconvolge gran parte del pianeta. La ragione della caduta in pezzi di questo mondo?
SEGUE A PAGINA 27
C’È UN DIO vendicatore che lancia fulmini sulle sue creature e sul male che possono aver fatto? Oppure siamo noi tutti, ciascuno per la sua parte, a determinare il caos? Questa è la parola giusta: il caos, il marasma, il disordine. Finirà? Che cosa dobbiamo fare per attenuare questo generale sconvolgimento? Oppure il mondo è sempre stato così e la vita esiste e perdura sostenuta dalla speranza che tuttavia è vana perché non raggiunge mai un risultato definitivo, ma parziale e precario?
***
Ho scritto all’inizio che quando arrivò la notizia del terremoto stavo rileggendo i Canti e le Operette morali di Leopardi. Lui, saggista, filosofo e poeta di grandissimo fascino artistico, fu uno dei più coerenti nichilisti della civiltà moderna. Un nichilismo totale, senza fessure o tentennamenti. Ce ne sono stati assai pochi del suo livello.
La civiltà moderna e specialmente quella dell’Europa e dell’Occidente, ha globalmente contrapposto il relativismo, lo scetticismo, la forza del dubbio alle certezze dell’“assoluto”. Sarà un vantaggio o un disastro rispetto ad epoche passate, ma questo è avvenuto. E tuttavia il relativismo ha ben poco a che fare con il nichilismo. Ci sono stati, dal Settecento in poi, periodi dominati dal pensiero nichilista, di fronte ad emergenze spaventose, ma sono stati periodi transitori e quando il peggio aveva ceduto al meno peggio, al tollerabile, al discreto o addirittura in certi momenti al meglio.
Pochi, lo ripeto, sono i nichilisti totali e definitivi. La sostanza del pensatore nichilista è il desiderio costante degli uomini d’essere felici e l’inesistenza della felicità. Può durare un attimo la felicità, ma non più che tanto. La felicità come “status” della vita e di una lunga fase di essa è inesistente. La speranza, certo; quella ti aiuta a campar la vita, ma le poche volte che si realizza dura poco più d’un respiro, che si tramuta presto in un sospiro.
Questa infelicità non affretta l’arrivo della morte; la maggior parte delle persone continua a vivere, si contenta, ride, motteggia, mangia l’amatriciana o altre gustose vivande, ma la società in cui vive ospita brandelli di felicità avvolti da una nube di infelicità dalla quale ogni giorno, ogni ora, ogni attimo si scatena il fulmine che colpisce questo o quello o molti o tutti: siano guerre, epidemie, povertà, delinquenza, incompetenza, malanni molto diffusi e presenti ovunque.
Il nichilismo constata questo caos di sofferenze e ne deduce che vivere è del tutto inutile. Non spinge al suicidio ma confida che la vita sia breve e vede la morte come l’unico vero bene.
Naturalmente il nichilista è ateo, quindi esclude che la morte sia apportatrice di felicità ultraterrene. Il solo vantaggio della morte è di eliminare la tua infelicità.
Ricorderete che ai tempi della Shoah, la terribile strage organizzata dai nazisti per motivazioni razziali, molti chiesero ai loro sacerdoti come mai Dio aveva accettato una situazione così assurda senza intervenire e molti degli interrogati risposero che Dio di fronte ad un massacro di quel genere, perpetrato dai portatori del male, si era ritirato dietro le nuvole. Un modo assai improprio per persone di fede religiosa.
Il nichilista ovviamente ateo pensa invece che il male, anche il più orribile, il più inatteso, prodotto dagli uomini o dalla natura o da quei due elementi uniti insieme, sia lo stato usuale della vita e quanto benvenuta sarebbe la morte. Lo scrisse anche Francesco d’Assisi nella canzone delle Laudi parlando della morte come “sorella corporale” laudata anch’essa perché non fa alcun male. Francesco non era certo un nichilista, era un mistico. Ebbene, certe persone pensano che il nichilista sia anche lui un mistico. Leopardi non lo sapeva ma certamente lo era e basta leggere i suoi Canti per capirlo.
Chi vuole esaminare un personaggio di quel livello si domanda se il poeta sia nel suo caso più importante del filosofo o viceversa. A me è accaduto di pensare e di scrivere che la figura del filosofo è dominante e il poeta sia l’aspetto sentimentale della sua filosofia. Ma il tempo passa e la mente d’ogni persona cambia con lo scorrere del tempo, sicché il mio pensiero considera ora il poeta l’elemento dominante di quel personaggio che è uno dei più illustri della letteratura italiana. “Il primo amore”, “L’ultimo canto di Saffo”, “L’Infinito”, “Alla luna”, “Il passero solitario”, “A Silvia”, “Le ricordanze”, “Amore e morte”, “A se stesso”, “Il tramonto della luna”, “La ginestra” sono i gioielli d’una anima dominata da “Sora nostra morte corporale / de la quale nullu homo vivente pò scappare”.
Questo non è nichilismo, è l’espressione mistica di un poeta. Nell’arco di un secolo simili a lui furono Rilke, Poe, Baudelaire e da noi il D’Annunzio dell’“Alcyone”, Montale, Ungaretti, Quasimodo. Ma lui, debbo dirlo, li sovrasta quasi tutti.
Concluderò pubblicando alcuni brani di uno dei suo canti più belli: “Le ricordanze”. La sofferenza dell’anima s’è insinuata tra quelle righe e ha lasciato la sua impronta fino a diventare essa stessa la sostanza di quel canto disperato.
O speranze, speranze; ameni inganni della mia prima età! Sempre, parlando, ritorno a voi che per andar di tempo, per variar d’affetti e di pensieri, obliarvi non so...
Ahi, ma qual volta a voi ripenso, o mie speranze antiche ed a quel caro immaginar mio primo, indi riguardo al viver mio sì vile.
E sì dolente, e che la morte è quello che di cotanta speme oggi m’avanza; sento serrarmi il cor, sento ch’al tutto consolarmi non so del mio destino...
e spesso all’ore tarde, assiso sul conscio letto, dolorosamente alla fioca lucerna poetando, lamentai co’ silenzi e con la notte il fuggitivo spirto ed a me stesso in sul languir cantai funereo canto.

il manifesto 28.8.16
Il futuro si vede ai margini
Sviluppo sostenibile. L’unica grande opera che serve è la cura e del territorio e del patrimonio edilizio, con l’aiuto alle produzioni agricole e industriali
di Paolo Berdini

Sono passati quaranta anni dal terremoto del Friuli e di nuovo passano sugli schermi sequestrati dai talk-show i volti dell’Italia vera, di coloro che faticano ogni giorno per costruirsi una prospettiva di vita. Anche stavolta siamo in un’area interna popolata da quei mestieri che la retorica imperante ci dice che non esistono più o sono marginali.
E marginali lo sono sicuramente le persone che manifestano con dignità il loro dolore, come marginali geograficamente sono i luoghi meravigliosi colpiti dal sisma.
Ma le analogie finiscono qui. Se guardiamo alla storia breve dei quaranta anni cogliamo il vuoto di prospettive che sta minando il paese intero.
Il racconto vincente del 1976 ci diceva che quei volti antichi dei friulani erano le ultime cartoline di un’Italia che cresceva a vista d’occhio: dopo i decenni della grande crescita delle città, sarebbe toccato alle aree interne. E il Friuli – terra di passaggio – sembrò confermare il racconto. Dopo una ricostruzione tanto esemplare quanto partecipata, fu creata una struttura produttiva che ha funzionato per qualche decennio e ha oggi l’affanno di ogni altro distretto produttivo. Ed eccolo il paesaggio dell’abbandono: capannoni sbarrati aiutati solo dalla vorace presenza di ipermercati che ancora luccicano anche se hanno fatto spegnere la luce del piccolo commercio urbano.
Negli anni ’70 anche nell’Appennino attraversato dalla via Salaria iniziarono i lavori di un nuovo tracciato che favorisse lo «sviluppo». Quello antico passava nei circa cento chilometri che separano Rieti da Ascoli attraverso molti centri urbani meravigliosi come Cittaducale e Cittareale di fondazione angioina. Si passava dentro Arquata con i suoi tesori nascosti nella parrocchiale. Si lambiva Amatrice, con lo straordinario impianto disegnato da Cola e le sue meravigliose pietre arenarie.
Sono luoghi per me familiari, per i continui viaggi per raggiungere i luoghi d’origine a nord del Monte Vettore, ma in tanti anni la variante Salaria è lontana dall’essere completata e questo colpevole ritardo ha avuto grande responsabilità nell’inarrestabile declino demografico.
L’industrializzazione in crisi del Friuli e la mancanza dei requisiti minimi infrastrutturali per sostenere il progresso sono le due facce speculari del vicolo cieco in cui oggi siamo.
Si è ascoltata in questi giorni di dolore echeggiare una vuota retorica del «non vi lasceremo soli». Le popolazioni di quella parte di Appennino conoscono la solitudine per una strada che ancora non c’è. Conoscono la solitudine perché le imprese agricole che a fatica si sono affermate non hanno alle spalle alcuna politica di settore in grado di aiutarle e sostenerle. Addirittura con il governo del professor Monti si impose il pagamento dell’Imu sulle stalle, così da provocare la chiusura di molte di esse. Ancora, mancano reti locali di commercializzazione dei prodotti e altre indispensabili politiche.
Sul piano ambientale l’abbandono è ancora più forte.
Il tratto della Valle del Tronto colpito dal sisma sta in mezzo a due parchi nazionali, quello dei Sibillini e del Gran Sasso. Decine di anni di commissariamenti, tagli di risorse e prerogative, di limitazione di prospettive. Altre nazioni e regioni a statuto speciale continuano invece ad alimentarli ottenendo preziosi flussi turistici.
E arriviamo ai borghi, unica rete vitale che può salvare quelle montagne dall’abbandono. I sindaci di quei luoghi conoscono la solitudine quotidiana perché non hanno risorse da destinare ai servizi, quando devono chiudere scuole per ubbidire a leggi scellerate, quando vedono sparire i presidi dello stato come il Corpo Forestale.
Diamo atto al ministro Del Rio della volontà espressa di abbandonare il modello aquilano e di ricostruire «com’era, dov’era». Ma è solo il primo indispensabile tassello di un disegno che ancora non si vede.
Il tragico terremoto di Accumoli ci ha svelato un paese squilibrato e privo di durature prospettive per il futuro. Il terremoto del Friuli servì a costruire una profonda cultura della protezione, degli interventi di emergenza e delle tecniche di ricostruzione.
Quello della Valle del Tronto deve servire per avviare l’unica grande opera di cui abbiamo bisogno: la cura del territorio, la messa in sicurezza del patrimonio edilizio a iniziare dagli immobili scolastici e pubblici, il sostegno alle produzioni agricole e alla filiera industriale a esse collegata.
Insomma, questo piccolo lembo di terra marginale così crudelmente colpito potrà avere la possibilità, se la politica saprà fare il suo dovere, di indicare una nuova prospettiva di sviluppo sostenibile.
* L’autore è assessore del comune di Roma

Il Fatto 28.8.16
Paolo Berdini
“Subito prefabbricati di qualità e poi ricostruire tutto dov’era come ha detto Delrio”
“La priorità è evitare l’abbandono dei territori”
di Luca De Carolis
qui

Corriere 28.8.16
Pietro Grasso
«Assurdo che crollino gli edifici dello Stato»
«Se cadono i palazzi pubblici è perché ignoriamo le regole» 
intervista di Virginia Piccolillo

«Abbiamo avuto il Belice, io ero un ragazzo ma ancora paghiamo le accise per quei terremotati. Ci sono state commissioni d’inchiesta e tante parole. Abbiamo avuto l’Irpinia. Poi L’Aquila. Ma se poi i primi a cadere sono gli edifici simbolo dello Stato, la scuola, l’ospedale, la caserma dei carabinieri, questo vuol dire che siamo un Paese generoso nella solidarietà, ma non siamo in grado di seguire le regole». Lo ha detto il presidente del Senato, Pietro Grasso, ieri ad Amatrice.

AMATRICE Ha sorvolato in elicottero la devastazione e ha pensato al Belice. Ha incontrato i parenti delle vittime e, assieme al dolore, gli è montata la rabbia. Così quando arriva ad Amatrice il presidente del Senato, Pietro Grasso, accoglie l’appello materno di un’anziana terremotata: «Devi smuovere tutto». E la rabbia, covata di fronte a quegli edifici in polvere, affiora: «Deve cambiare completamente il modo di affrontare queste cose. Noi abbiamo avuto L’Aquila», ricorda. È servita? «È stato fatto un decreto legge, poi trasformato in legge, per il rischio sismico, non solo in Abruzzo ma in tutta Italia. Questo progetto di analisi e di programmazione è stato finanziato, si e lavorato per capire la natura geologica del territorio, le priorità, gli interventi da fare. Però, se poi gli interventi non si fanno a regola d’arte per il rischio sismico tutto questo non è servito a niente allora...».
Negli occhi ha ancora i funerali di Stato. Nel cuore le parole di un ex agente di scorta, incontrato alla cerimonia, che piangeva un suo caro, ucciso dal terremoto: «Non vogliamo disperdere la nostra comunità. Non vogliamo vedere andare via i nostri giovani. Ma anche gli anziani che ne sono parte integrante. Non vi scordate di noi quando i riflettori saranno spenti. Siamo nelle mani dello Stato».
Un appello che ripetono anche ad Amatrice: «Qui l’autunno non c’è. Fra 15 giorni arriva l’inverno» si raccomandano. Lui annuisce. Con gli occhi, e non solo, promette: «Quando avremo asciugato le lacrime, la politica dovrà darsi da fare per ricostruire nel rispetto delle regole».
Ha appena sostato di fronte alla scuola elementare Capranica, ristrutturata ma crollata per la scossa del 24, quando afferma: «Non è possibile continuare con queste cose. Noi abbiamo avuto il Belice, io ero un ragazzo ma ancora paghiamo le accise per quei terremotati. Ci sono state commissioni d’inchiesta e tante parole. Abbiamo avuto l’Irpinia. Poi l’Aquila. Ma se poi i primi a cadere sono gli edifici simbolo dello Stato, la scuola, l’ospedale, la caserma dei carabinieri, vuol dire che siamo un Paese generoso nella solidarietà, ma non siamo in grado di seguire le regole». Eppure «la prima grande opera pubblica è mettere in sicurezza il Paese». E i controlli «vanno avviati per tempo senza aspettare le indagini». Perché «quando i riflettori si spengono sul terremoto, possono esserci imprenditori tentati di diventare criminali e criminali che possono diventare imprenditori».
Lo temono molto gli amatriciani che il terremoto si trasformi in un business. E che l’emergenza attivi appetiti a discapito della sicurezza. Su questo Grasso è durissimo: mai più scuole di sabbia, fa capire. E riferendosi a quella di Amatrice, osserva: «Se verranno accertate responsabilità di qualche imprenditore, questi non avrà più diritto di esercitare l’attività. Apprezzo la decisione del sindaco di costituirsi parte civile nell’inchiesta». E ancora: «Dobbiamo trovare risorse e persone oneste che pensino che questi interventi servono a salvare la vita di altre persone». Infine l’invito alla politica a stare unita e a andare incontro alle richieste dei cittadini che «vogliono restare sul territorio».

Corriere 28.8.16
I pm indagano sulle licenze facili
di Fiorenza Sarzanini

«Crolli anomali». Case in pietra ma che poi hanno visto, in alcuni casi, crescere nuove costruzioni in cemento armato: stanze, terrazzi edificati in maniera non idonea portando alla distruzione dell’edificio. Sono alcuni appunti del rapporto dei Vigili del fuoco. Ad Amatrice un palazzo su due non è più agibile.
ROMA La fotografia del disastro è nel dato che i Vigili del fuoco inseriscono nella prima relazione sulla mappatura degli edifici di Amatrice: «Totalmente compromesso» uno stabile su due. Stessa situazione nei paesi vicini, con il rischio forte che nei prossimi giorni i numeri possano essere addirittura più pesanti. Ecco perché l’indagine condotta dal procuratore di Rieti Giuseppe Saieva si concentra sui criteri di costruzione, ma soprattutto sulle successive ristrutturazioni effettuate nella maggior parte dei palazzi. E si muoverà parallelamente alle verifiche già avviate dalla Procura di Ascoli, visto che le percentuali appaiono leggermente inferiori, ma sempre altissime.
Già nelle prossime ore tutti i dati saranno consegnati alla magistratura e si procederà alla messa in sicurezza degli stabili che rischiano di crollare completamente. Includendo i 350 edifici di interesse storico e artistico — chiese, musei, biblioteche, pinacoteche, sedi di istituzioni e uffici — dai quali bisognerà portare via quadri, sculture e opere di valore.
Uomini e droni
Sono 1.100 i Vigili del fuoco impegnati nell’area del terremoto ai quali si aggiungono 50 funzionari addetti al coordinamento. Un esercito guidato dal capo del Dipartimento Bruno Frattasi che lavora sempre a contatto con il comandante Gioacchino Giorni. E muove sul campo i tecnici e i volontari arrivati nei luoghi della tragedia appena 40 minuti dopo la prima, devastante scossa. Un’attività frenetica che nelle prime ore si è concentrata in maniera particolare sul salvataggio delle persone e adesso è dedicata anche a controllare e preservare quel che resta di edifici pubblici, abitazioni private e strade. Sono gli specialisti a svolgere le verifiche «tracciando» ogni stabile e inviando in tempo reale i dati alla sala operativa. Si usano le strumentazioni manuali, ma le informazioni vengono incrociate con quelle trasmesse dai droni che captano immagini ad altissima risoluzione e dunque consentono di fotografare anche i minimi dettagli. E così individuano i luoghi inagibili, quelli con «criticità grave», quelli con «criticità significative» e le zone «ordinarie» dove invece è possibile stare. Pochissime, come si può vedere dalle mappe già elaborate. E anche questo contribuisce a dare le dimensioni di una tragedia immane che all’altissimo numero di vittime aggiunge la disperazione di chi ha perso tutto.
I «crolli anomali»
Terminata la verifica, bisognerà individuare le cause di quelli che in molti casi vengono definiti «crolli anomali» dagli stessi esperti del Dipartimento. Perché sono bastati i primi, superficiali controlli a mostrare quale fosse la situazione degli stabili. E dunque il motivo che li ha di fatto sbriciolati. Riguarda le modalità di interventi fatti in tempi diversi, in particolare le «aggiunte» successive alla data di costruzione. In molti casi è bastata un’ispezione superficiale per notare come le antiche strutture, rette da muri di pietra, siano ora sovrastate da altri locali in cemento armato. Stanze, terrazzi, verande costruiti in maniera non idonea che hanno pesato sulle fondamenta portando l’intero stabile alla distruzione totale o parziale. Comunque all’inagibilità.
Permessi e licenze
L’obiettivo primario dell’inchiesta è individuare la «catena» tecnica e imprenditoriale che ha consentito la realizzazione di queste modifiche illegali. Si parte dunque dall’esame delle pratiche custodite nei Comuni per individuare i tecnici che hanno concesso le autorizzazioni e si prosegue con le ditte che si sono occupate dei lavori di ristrutturazioni. Nel caso degli edifici pubblici si dovrà verificare la regolarità dell’appalto, per quelli privati ci si concentrerà sulla procedura seguita da chi doveva verificare che gli interventi effettuati fossero effettivamente quelli che avevano ottenuto il via libera. E dunque sull’attività dei funzionari pubblici, a partire dalle direttive imposte dai sindaci.

La Stampa 28.8.16
Ecco perché molti edifici sono crollati dopo i lavori
Il Politecnico di Torino: “Troppi errori di calcolo, armature assenti o collocate nei punti sbagliati”
di Fabrizio Assandri

Ci sono gli edifici storici che non sono stati adeguati, ma anche palazzine in cemento armato nuove che si sono completamente accartocciate. Ferri di armatura assenti, protezioni nei punti sbagliati, errori nei calcoli, scarsa qualità della muratura. In altre parole, «costruzioni fatte male dal punto di vista sismico», dice Gian Paolo Cimellaro, docente del corso di Ingegneria sismica del dipartimento di Ingegneria civile del Politecnico di Torino. Nell’inferno delle case sbriciolate come sabbia, l’ateneo torinese manderà nei prossimi giorni squadre di professori e ricercatori col compito di censire tutti gli edifici e valutare i danni. Per ognuno emetterà una sentenza: una sorta di semaforo verde per dire agibile, giallo se servono interventi, rosso se bisogna abbattere. L’attività sarà resa possibile anche con l’utilizzo dei fondi del 5 per mille autorizzato dal rettore.
Cimellaro, che ha prestato la sua opera anche a L’Aquila e in Emilia, ha fatto i primi sopralluoghi per ora ad Amatrice, mettendo a fuoco tutti gli errori e le carenze nelle costruzioni che avrebbero potuto ridurre le dimensioni di questa tragedia.
«Anche gli edifici costruiti pre normativa - dice il docente - avrebbero dovuto adeguarsi: la consapevolezza del rischio sismico c’era, ma da molti è stata ignorata e questo è inaccettabile. Gli interventi preventivi, inoltre, avrebbero fatto risparmiare gli ingenti costi di ricostruzione».
Gli ingegneri, nel loro censimento, useranno un’app, Edam, specifica per i terremoti, messa a punto dal Politecnico di Torino insieme all’Università di Berkeley, con schede virtuali di valutazione del danno, geolocalizzazione, possibilità di fare foto e video, ricognizioni vocali. Era attiva in Emilia, è stata resa più funzionale per il terremoto del Nepal.
Cimellaro analizzerà anche la gestione dell’emergenza. Ha vinto un prestigioso Erc grant dell’Ue, un milione e 300mila euro per la ricerca su come evitare che i soccorsi, accavallandosi, creino più problemi che altro. Intende realizzare un modello che tenga conto di tutti i fattori, panico compreso, e trovi la soluzione migliore a problemi come la chiusura di una via o la mancanza d’acqua.
Cimellaro ha ispezionato per ora rimanendo fuori dalla zona rossa, ma ha già visto «edifici crollati perché non avevano le “catene”, delle giunzioni di acciaio che tengono insieme i muri, che altrimenti sono come castelli di carte slegate tra loro». Altri edifici mostrano «una scarsa manodopera, per questo si sono sgretolati. Inoltre, l’assenza di ferri d’armatura trasversali nei pilastri ha reso inagibili e quindi da abbattere interi edifici». Ancora: «Per la mancanza dei ferri c’è stato anche l’effetto sandwich, quando il tetto collassa sull’edificio». Interventi edilizi al ribasso, non a regola d’arte, «che stridono con i cartelli di avvenuta messa in sicurezza sismica davanti a edifici poi, in qualche caso, crollati». In alcuni casi, le misure hanno funzionato per metà: «I contrafforti alla base della chiesa di Sant’Agostino l’hanno fatta reggere, ma la “variazione di rigidezza” tra chiesa e campanile non è stata calcolata opportunamente e ora quest’ultimo è pericolante. Il frontone s’è sbriciolato per la mancanza di un adeguato collegamento con la navata centrale».

Il Fatto 28.8.16
Terremoto Centro Italia, il Paese delle scosse chiude i dipartimenti per formare i geologi: erano 29, ne restano 8
di Melania Carnevali
qui

Repubblica 28.8.16
Boom per D’Alema crescono le adesioni alla sinistra per il No
L’ex premier cerca una sala più grande. I renziani: “Bersani? Scuse per votare contro”. Il Sì di Marchionne
di Giovanna Casadio

ROMA. Doveva essere una riunione di una settantina di amici di D’Alema per organizzare i comitati del “centrosinistra per il No” al referendum costituzionale, ma si sta ingrossando al punto che la saletta prevista all’hotel Nazionale a Roma non basta più. La decisione di trasferire in uno spazio più grande il raduno sarà presa domani, intanto c’è già lo slogan: “No, non così”. Un modo per dire che i comitati non vogliono semplicemente dire No alla riforma della Costituzione voluta da Renzi, dal governo e dal Pd, ma illustreranno in un documento le controproposte. Faranno anche un elenco dei costi della politica - cavallo di battaglia del fronte del Sì al referendum - a partire dalle spese di Palazzo Chigi. «Quando si combatte, si combatte». Ripete l’eurodeputato del Pd, Massimo Paolucci, amico di Bassolino, napoletano, che alla chiamata per il No di D’Alema aderisce e spiega: «Non è tanto che ci sia io o Antonio Panzeri o parlamentari nazionali, è che dalle realtà locali in molti chiedono di partecipare all’iniziativa che è stata pensata come un momento organizzativo. La battaglia del referendum è aperta, il No sta crescendo ». Sono arrivatefinora 130 mail per accreditarsi.
I collaboratori di Massimo D’Alema cercano di evitare di mettere troppa carne al fuoco, ma ammettono che l’agenda dell’ex premier e ministro degli Esteri è cambiata: prima solo appuntamenti internazionali, ora inviti da tutt’Italia - e contatti seguiti personalmente - per il No. Domani D’Alema è a Vicenza per concludere la festa “Fornaci rosse” dell’Associazione Nuova sinistra e martedì alla Festa nazionale dell’Unità a Catania. Qui il tema è la politica estera in un confronto con il ministro Paolo Gentiloni, però difficilmente si farà mettere il bavaglio su quella che Renzi considera la madre di tutte le riforme e che D’Alema ritiene «un grande e pericoloso pasticcio».
D’altra parte il “lìder Massimo” cerca di coinvolgere i “non allineati” del Pd. Sono ormai chiamati così i bersaniani e la sinistra dem. Considerati temporeggiatori. Non si sono ancora espressi, se non per porre una condizione: se non si cambia l’-I-talicum, la legge elettorale, non voteranno Sì. Anche se qualcosa si sta muovendo. Nel colloquio di ieri con Repubblica, Pierluigi Bersani ha rilanciato l’ultimatum a Renzi: «Ha due mesi per rimediare, vedrò cosa si fa e po dirò come voto, perché sull’Italicum il premier sta facendo solo ammuina».
Parole che irritano il Nazareno, la segreteria Pd, da Renzi ai vice Guerini e Serracchiani. La sordina alle polemiche dopo la tragedia del terremoto, è finita: «Bersani cerca scuse per votare No», è la reazione. I renziani si sfogano: «Abbiamo fatto un lavoro sia in Parlamento che negli organismi di partito, frutto di una continua mediazione, per arrivare al migliore risultato possibile che è questa riforma costituzionale. Il Pd è con determinazione schierato per il Sì e per la fine del bicameralismo erano il Pci, il Pds e l’Ulivo. Si attaccano alla questione dell’Italicum sapendo che non c’è una maggioranza per cambiarlo soprattutto in Senato. Invece di fare dichiarazioni, cerchino i voti e allora se ne parla».
Le Feste dell’Unità - che si sono convertite al confronto anche con l’Anpi schierata per il-No - riusciranno con fatica a svelenire il clima. Al fronte del Sì si è iscritto Sergio Marchionne, l’ad di Fca: «Non voglio giudicare se la soluzione è perfetta ma è una mossa nella direzione giusta e io sono a livello personale per il Sì, serve stabilità». E a settembre la sfida referendaria entrerà sempre di più nel vivo.

Repubblica 28.8.16
Marchionne
“C’è un limite al profitto, capitalismo da rivedere”
di Marco Patucchi

ROMA. L’arte di arringare gli studenti. In principio fu il «siate affamati, siate folli» di Steve Jobs. Ieri è toccato a Sergio Marchionne: «Siate come i giardinieri, investite le vostre energie e i vostri talenti in modo tale che qualsiasi cosa fate duri una vita intera o perfino più a lungo». Ma a modo loro hanno lasciato il segno anche l’ironia di Oscar Farinetti e lo
straight talk di Francesco Starace, per non parlare dell’allora Ceo di Twitter, Dick Costolo, che nel 2013 vide bene di iniziare il suo discorso alla University of Michigan twittando la foto della platea («Sono un professionista, ci vorrà solo un minuto »).
Dal mitico commencement speech del fondatore di Apple alla Stanford University di Palo Alto (12 giugno 2005), il discorso dei manager ai giovani è ormai un classico. Talvolta spiazzante, come nel caso dell’amministratore delegato dell’Enel, Starace, che qualche mese fa ha spiegato senza mezzi termini agli studenti della Luiss la tecnica per «distruggere» i centri di resistenza al cambiamento in un’azienda. Ma anche con ironia, come quella del patron di Eataly, Farinetti, che nel maggio scorso davanti ai giovani dell’American University di Roma ha chiuso a braccio il discorso citando Jobs pro domo sua (i manicaretti di Eataly, appunto): «Siate folli, ma non siate affamati… ».
Ieri sera, alla Luiss di Roma, l’amministratore delegato di Fca, ha parlato ai ragazzi della Rotman European Trading Competition, gara universitaria internazionale di simulazione finanziaria. Un discorso che, tra una citazione di Mark Twain e una di Ray Bradbury (è in “Fahrenheit 451” il confronto tra il tocco del semplice tosaerba e quello di un vero giardiniere), ha suonato come mea culpa della globalizzazione finanziaria. «Il potere che il libero mercato assicura in un’economia globale non è in discussione — ha spiegato a scanso di equivoci Sergio Marchionne — . Nessuno può trattenere il mercato o frenarlo, né cambiare le modalità con le quali funziona». Punto. Ma dietro questa affermazione di principio, anche un super-manager come Marchionne vede incrinarsi tante certezze e scopre gli effetti di quella che l’Economist ha battezzato “la fragilità della perfezione”. «Un sistema che per secoli si era basato su integrità, responsabilità e fiducia — ha detto Marchionne — all’improvviso è stato completamente ribaltato da due fattori: l’affermarsi di una cultura egocentrica e guidata dall’avidità, e l’inadeguatezza dei meccanismi di pianificazione e controllo a livello di consigli di amministrazione». È l’epicentro della grande crisi finanziaria innescata dal crac dei subprime e con la quale stiamo ancora facendo i conti. Un punto di non ritorno, secondo Marchionne, perché «gli eventi hanno sottolineato l’esigenza di rivedere il capitalismo stesso, il ristabilimento dei mercati come struttura portante che disciplina le economie ma non la società ». Distinzione sottile «ma non irrilevante » che Marchionne ha cercato di spiegare alla platea della Luiss: «Esiste un limite oltre il quale il profitto diventa cupidigia e coloro che operano in un libero mercato hanno anche l’obbligo di agire entro i limiti di ciò che una buona coscienza suggerisce. Tutti noi dobbiamo capire che non potranno mai esserci mercati e crescita razionali e benessere economico se una vasta parte della nostra società non avrà niente da contrattare con l’altra se non la sua stessa vita». Parole ad effetto se pronunciate da chi di quel capitalismo da rivedere è massimo rappresentante. Ancora: «Perseguire il mero profitto, scollegato da qualsiasi responsabilità morale, non soltanto ci sottrae la nostra umanità, ma mette anche a repentaglio la nostra prosperità a lungo termine». Concetti consegnati alla classe dirigente del futuro, alla quale Marchionne raccomanda di «servire uno scopo più alto e nobile, cioè perseguire i nostri obiettivi nel rispetto della dignità umana e delle esigenze della società». Perché in fondo «il valore di un leader non si misura da ciò che ha guadagnato in carriera, ma da quello che ha dato».
La parola passa a Mark Zuckerberg: il fondatore di Facebook domani parlerà ai giovani della Luiss. L’epopea dei manager oratori continua.

La Stampa 28.8.16
“I mercati senza morale. Serve agire con coscienza”
Marchionne: sul referendum sono per il sì, all’azienda serve stabilità
di Fabio Martini

Nella grande aula della Università Luiss. davanti a studenti dei ventinove paesi dell’Unione europea, Sergio Marchionne sta sciorinando consigli, suggestioni e concetti in parte diversi dagli stereotipi che gli vengono solitamente attribuiti: «Non possiamo demandare al funzionamento dei mercati la creazione di una società equa: i mercati non hanno coscienza, non hanno morale», «se li lasciamo agire come meccanismo operativo della società, tratteranno la vita umana come una merce». E ancora: «C’è un limite oltre il quale il profitto diventa avidità». E sulla forza di una leadership, proprio un capo come Marchionne spiega che a suo avviso «un approccio basato sul comando funziona sul breve periodo, perché la gente fa quello che dici solo per timore», ma «l’era dell’uomo solitario che ha successo, imponendo la propria volontà su un’intera organizzazione, è morta e sepolta». E sulle crisi finanziarie degli anni scorsi, «gli eventi hanno evidenziato la necessità di ripensare il ruolo del capitalismo stesso», anche se ovviamente «la forza del libero mercato in una economia globale è fuori discussione».
Alla fine i centosessanta studenti - aspiranti economisti, trader, manager - applaudono a lungo e in modo non rituale un discorso un po’ fuori dal cliché del Marchionne pubblico e del Marchionne «italiano». Sono ragazzi che studiano nei campus universitari di tutta Europa e reduci dal «Rotman European Trading Competition», una gara di capacità nella quale l’italiana Luiss presenta spesso sul podio i propri studenti. Prima di intervenire e di partecipare alla premiazione degli studenti vincenti di quest’anno il leader di Fca e di Ferrari aveva risposto ai giornalisti su vari argomenti. Il referendum istituzionale di autunno? «Personalmente sono per il sì», «non voglio giudicare se la soluzione è perfetta, ma è una mossa nella direzione giusta». E comunque, spersonalizzando la questione, Marchionne aggiunge: «L’unica cosa che interessa all’azienda è la stabilità del sistema».
Poi, parlando e successivamente rispondendo agli studenti, Sergio Marchionne, in polo e pantaloni scuri, per rendere più convincenti i propri consigli, ha raccontato anche aneddoti della sua giovinezza: «Quando io ho iniziato a lavorare, credevo di dover imitare il mio capo, uno duro, senza cuore, pensavo che fosse quello il modo per diventare leader», ma poi confrontandosi col capo dell’ufficio risorse umane, la risposta fu che quella non era la strada. E proprio sul concetto di leadership aziendale e più in generale in tutto il mondo del lavoro, Marchionne ha raccontato: «Io personalmente passo l’equivalente di un mese l’anno per valutare circa 1000 leader e impostare la loro carriera perché credo nell’importanza della leadership in modo viscerale e religioso». E ha spiegato le caratteristiche più ricercate: «In Fca, in Ferrari e Cnh non ci interessano gli individualisti, persone che credono di essere “superstar”» e invece un leader di successo deve avere da una parte «la capacità di guidare un programma di cambiamento», dall’altra «di guidare le persone».
Alla fine «il vero leader non si misura in base a ciò che ha ottenuto ma sull’eredità che si lascia alle spalle», perché «alla fine il nostro valore è in ciò che resterà quando noi non ci saremo più». Chiacchierando con i giornalisti anche una risposta sul futuro della Magneti Marelli: sarà «altrove» nel lungo periodo, ma per il momento la società è «essenziale» per il gruppo Fca.

Corriere 28.8.16
Marchionne
«Mercati senza morale, va ripensato il capitalismo Serve agire con coscienza»
di Melania Di Giacomo

ROMA «I mercati non hanno coscienza, non hanno morale, non sanno distinguere tra ciò che è giusto e ciò che non lo è» e «se li lasciamo agire come meccanismo operativo della società, tratteranno anche la vita umana come una merce. E questo non può essere accettabile». Il capitalismo, secondo Sergio Marchionne, va ripensato.
L’ad di Fca incontra alla Luiss gli studenti del premio Rotman, una competizione universitaria internazionale di simulazione finanziaria, e li mette in guardia: «Avete l’obbligo di agire in modo responsabile». Parla della sua esperienza da vicepresidente dell’istituto Svizzero Ubs, della crisi partita con il collasso dei mutui subprime e di come hanno reagito le banche d’investimento: «Gli eventi della storia hanno dimostrato che ci reggevamo su un sistema di governance del tutto inadeguato». Rivoluzione finanziaria e «stabilità» istituzionale sono i presupposti che il numero uno di Fiat — che ieri ha dichiarato il proprio favore per il sì al referendum costituzionale — ritiene imprescindibili. Solo così si resiste alla globalizzazione. E il settore automobilistico - spiega - deve rendersi conto che «è imperativo cambiare il proprio modello di business», che «l’indipendenza non è più sostenibile».
Parlando del suo gruppo, chiarisce che il futuro di Magneti Marelli sarà «altrove» nel lungo periodo, ma per il momento la società è «essenziale» per Fca, frenando così sulla possibile cessione a Samsung: «Fino a quando non arriverà quel momento, ci dà una base tecnologica per lo sviluppo dell’auto che non avremmo altrimenti». Quanto alla Ferrari, Marchionne ha ammesso che se non arrivano risultati il team va cambiato: «Vale anche per me,  per tutti, abbiamo l’obbligo di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissi».

Repubblica 28.8.16
Concorsone lumaca e pioggia di ricorsi la scuola riapre ma mancano i prof
Assunzioni a rilento e 5mila insegnanti pronti a rivolgersi al tribunale contro gli errori nei trasferimenti L’allarme dei sindacati: “In classe sarà una girandola”
di Ilaria Venturi

CATTEDRE vuote al suono della prima campanella: sono almeno 90mila quelle che saranno coperte da supplenti. E girandola di insegnanti neoassunti a causa delle migliaia di ricorsi contro gli errori nei trasferimenti. Nei primi giorni di scuola ci sarà un effetto domino nelle classi: docenti assegnati a un istituto e poi spostati in un altro, a seconda dell’esito dei contenziosi. «A rischio la regolare partenza delle lezioni» è la denuncia dei sindacati, convocati martedì al ministero, a poco meno di due settimane dall’avvio del nuovo anno. Da Nord a Sud le scuole fanno i conti con le cattedre che mancano (4-5mila, stimano i sindacati), con gli oltre 20mila posti di ruolo — uno su tre — che non saranno coperti a causa delle bocciature al concorso. E con il balletto degli insegnanti, stavolta di ruolo, dovuto ai ricorsi che stanno paralizzando anche le chiamate dirette dei presidi.
Andiamo con ordine. Le assunzioni previste quest’anno sono 32mila: metà per i vincitori di concorso, l’altra metà dalle graduatorie. Ma non tutte le cattedre saranno coperte. Troppi bocciati alle prove scritte sino ad oggi, praticamente uno su due. La rivista Tuttoscuola ha fatto la radiografia del Concorsone, stimando già 10.500 posti vacanti sui 63.712 messi a bando nel prossimo triennio, destinati a salire a 21.072. L’amara sintesi: il concorso sarà vinto da poco più di 40mila dei 175mila candidati abilitati all’insegnamento. Inoltre il ritardo delle procedure (ad oggi, oltre 300 commissioni su 800 non hanno completato la correzione degli scritti) farà sì che nell’anno che sta per iniziare un maggior numero di posti, circa 4mila, venga assegnato alle Graduatorie ad esaurimento. Se queste sono già esaurite si dovrà ricorrere ai precari. E in alcuni casi, ironia della sorte, saranno i bocciati al concorso a rientrare in classe come supplenti.
Poi c’è il taglio denunciato dai sindacati dei posti nell’organico di “fatto”: cattedre annuali assegnate per le esigenze delle scuole che passano da 31.454 dell’anno scorso a 30.262. I tagli si fanno sentire soprattutto in Emilia Romagna, dove gli studenti saranno 3.400 in più, in Veneto, dove l’assessore all’Istruzione Elena Donazzan denuncia la mancanza di 468 docenti, in Lombardia, Piemonte e Marche.
Infine, i trasferimenti sbagliati. Sono 600 le istanze di conciliazione, ovvero il primo passo prima di arrivare davanti a un giudice, presentate finora al Miur, de- stinate a diventare almeno il doppio secondo viale Trastevere. Ma Cisl e Flc-Cgil danno altri numeri: 5mila ricorsi, più di mille nel Lazio, 1.300 in Campania e Sicilia, 500 in Puglia, 700 solo a Milano. L’effetto sarà «una girandola nelle classi», denuncia Lena Gissi, segretaria Cisl scuola. «Un girone dantesco a danno degli studenti », commenta Annamaria Santoro della Cgil.

Repubblica 28.8.16
“Stop alla supertassa per gli immigrati”
Una sentenza del Tribunale di Milano dichiara “discriminatorio” far pagare l’imposta di 245 euro per il permesso di soggiorno lungo. Una cifra che la Corte europea aveva definito “irragionevole”. Sei persone saranno risarcite
di Franco Vanni

MILANO. Lo Stato deve risarcire gli extracomunitari a cui ha fatto pagare contributi eccessivi per avere il permesso di soggiorno. Ad affermarlo è una ordinanza del Tribunale civile di Milano, che condanna il ministero dell’Economia, quello dell’Interno e la presidenza del Consiglio a risarcire sei immigrati che avevano fatto ricorso, chiedendo il rispetto della sentenza della Corte europea del 2 settembre 2015 che ha dichiarato «discriminatorio» l’importo del contributo per il permesso di soggiorno di lungo periodo, fissato in 245 euro. Vale a dire, 200 di base, più spese di istituzione della pratica. Una cifra che la Corte, con sede a Lussemburgo, ha ritenuto «irragionevolmente alta», soprattutto se «confrontata con quanto pagano i cittadini italiani per prestazioni analoghe», ossia il rinnovo della carta di identità. Proprio citando la sentenza della Corte, il giudice Martina Flamini della prima sezione civile del Tribunale di Milano ha condannato lo Stato «a restituire la somma di 245 euro ciascuno» agli immigrati. E a pagare 6.100 euro di spese processuali.
L’ordinanza milanese segue il pronunciamento del Tar del Lazio che lo scorso 24 maggio ha accolto un ricorso di Cgil e Inca, dichiarando illegittimo il decreto ministeriale del 2011 che ha fissato gli importi da pagare per il permesso di soggiorno: 80 euro per una permanenza in Italia fra tre mesi e un anno, 100 euro fra uno e due anni, 200 per il permesso di lunga durata, più le spese.
Se la sentenza del Tar ha indicato la necessità di adeguare gli importi a quelli di altre prestazioni anagrafiche (30,46 euro per il permesso ottenuto per via telematica, 30 se richiesto in posta e 16 euro di marca da bollo), il pronunciamento del giudice di Milano apre la complessa questione dei risarcimenti. Sarebbero infatti almeno tre milioni i cittadini extracomunitari che hanno ottenuto l’emissione o il rinnovo del permesso di soggiorno alle tariffe dichiarate illegittime dalla giustizia europea. In molti potrebbero volersi rivolgere al Tribunale chiedendo un rimborso, forti dell’ordinanza milanese che parla di «trattamento deteriore riservato allo straniero quale effetto della sua appartenenza a una nazionalità diversa da quella italiana».
L’avvocato Alberto Guariso, che insieme al collega Livio Neri ha assistito i sei extracomunitari, spiega: «Le sentenze hanno messo in agitazione le istituzioni. Alcune questure, che ci risulti, applicano le vecchie tariffe. Altre sono più prudenti». Il ministero dell’Interno fa presente che a stabilire nuove tariffe dovrà essere il ministero dell’Economia, con un decreto. Al Mef replicano che, trattandosi di un contributo e non di un’imposta, la competenza sarebbe invece degli Interni. In pratica, manca una regola.
Lo scorso 13 luglio, rispondendo a una richiesta di spiegazioni del sindaco di Prato, il sottosegretario al Viminale Domenico Manzione ha trasmesso un “appunto” in cui si fa presente che, per emissioni e rinnovi dei permessi, «saranno lavorate anche le pratiche prive del pagamento del contributo, depositate dal 24 maggio scorso», giorno del pronunciamento del Tar Lazio. La stessa nota, da settimane, gira nelle questure.
Di certo, al di là delle competenze dei singoli ministeri, le nuove tariffe dovranno essere decise dal governo, come indica una direttiva europea del 2003. L’ipotesi più probabile è che verrà scelto l’importo di 30,46 euro, già in vigore per chi compila i moduli online.

Corriere 28.8.16
Il pressing del comitato per i Giochi
Ora il piano B è scavalcare Raggi
di Alessandro Trocino

Atteso il no ufficiale della giunta. Ma il Campidoglio: decideremo nei tempi stabiliti
ROMA Fare le Olimpiadi a Roma, senza il via libera di Roma. Sembra un paradosso, ma è quello che potrebbe succedere. Anzi, è il piano B studiato dal comitato promotore delle Olimpiadi nel caso in cui il consiglio comunale della Capitale revochi la delibera già approvata sotto la giunta Marino. Ma è solo un piano di emergenza, perché il Comitato è convinto che i 5 Stelle alla fine cedano. Difficile che accada e anzi i rumors danno sempre più imminente un «no» ufficiale, anche se il Campidoglio fa sapere: i tempi della decisione non cambiano. Ma è vero che nel Movimento si fronteggiano due punti di vista: quello del livello nazionale, fermamente contrario, e quello locale, che sembra più disposto al dialogo.
Le tappe decisive sono due. Quella finale, il 13 settembre 2017, quando verrà assegnata l’Olimpiade alla città prescelta. E, tra pochi giorni, il 7 ottobre, quando undici ministri italiani dovranno firmare per dare le garanzie per Roma e l’Italia su una serie di questioni tecniche (visti e sicurezza, tra gli altri). Ma entro questa data potranno succedere molte cose. Innanzitutto, potrebbe esserci un incontro tra il numero uno del Comitato, Giovanni Malagò, e il sindaco Virginia Raggi. Incontro atteso per la fine della prossima settimana e al quale il comitato si presenterà con quella che viene definita «un’offerta irrinunciabile». Nel senso che verrebbero mitigati molti degli aspetti più critici, in particolare la questione del villaggio a Tor Vergata. Resterebbero in piedi solo gli aspetti positivi, assicurano dal Comitato: a Olimpiadi assegnate a Roma, se così sarà, il Cio verserà 1 miliardo e 700 mila euro; il restante (la spesa prevista complessiva è di 5 miliardi) è già stato promesso dal governo e sarà versato in sette anni. Senza contare gli introiti da biglietti e sponsor. Come potrebbe il Comune di Roma, è il ragionamento del comitato, dire di no, di fronte a questi dati.
Per il no, tra l’altro, non servirebbe una semplice dichiarazione. Perché una delibera il Comune l’ha già approvata, sotto Marino. E per revocarla occorre un voto esplicito del Consiglio comunale. Ma se davvero i 5 Stelle trovassero la compattezza in Aula, questo potrebbe non essere sufficiente per fermare il carro delle Olimpiadi. Perché il Comitato ha pronto una contromossa: scavalcare la Raggi e ottenere il via libera dal governo.
È possibile? Nella carta olimpica non si parla di sindaco ma di «host city». Il via libera della «città ospite», secondo un’interpretazione accreditata dal Comitato, potrebbe essere dato direttamente dal governo. Essenzialmente per due ragioni. La prima è che le Olimpiadi sono un evento di interesse nazionale. La seconda è che riguardano molte città, non soltanto Roma: oltre la Capitale, Torino, Milano, Verona, Udine, Genova, Bologna, Firenze, Napoli, Bari e Palermo, che ospiteranno le partite di calcio. E Cagliari, dove si terranno le regate veliche.
Scenario decisamente ardito, quello ipotizzato. E che prevederebbe un atto formale del governo che potrebbe portare a uno scontro frontale con la Raggi e Roma. Ma non è affatto detto che andrà così e questa sarebbe l’extrema ratio. Al Comitato puntano molto sui tentennamenti della Raggi e sottolineano come il sindaco abbia firmato l’altro giorno un decreto per finanziare la riqualificazione delle periferie, formulando «l’auspicio di ricevere dal governo una risposta altrettanto importante».
Il sindaco, insieme al suo vice Daniele Frongia, riceverà domani gli atleti paralimpici in partenza per Rio. Anche il comitato paralimpico spinge perché si tengano a Roma le Olimpiadi del 2024. Non ci sarà Malagò, per ragioni di opportunità, ma anche perché il comitato paraolimpico è un ente pubblico autonomo .
Resta sullo sfondo un’altra ipotesi: quella di un referendum cittadino. Per una consultazione a norma di Statuto non ci sarebbero i tempi tecnici. Ma potrebbe tenersi un referendum online di quelli ai quali ci hanno abituato i 5 Stelle. Se non fosse che la Raggi avrebbe già stoppato la richiesta della base di aderire alla proposta di una consultazione, già formulata dal radicale Riccardo Magi. Di fronte al precipitarsi degli eventi, però, non è detto che una consultazione dei cittadini non finisca per togliere le castagne dal fuoco a tutti .

Il Sole 28.8.16
Il viaggio di Merkel nell’Europa post-Brexit
Concluso il giro di consultazioni con 15 leader in vista del Consiglio di Bratislava
Il pressing tedesco non compatta la Ue
di Michele Pignatelli

Linea dura dell’Austria sui migranti: la politica della porta aperta incoraggia il caos
Si è chiuso senza squilli di tromba il giro di consultazioni di Angela Merkel con i partner europei. Del resto l’obiettivo del viaggio - ricompattare l’Europa del dopo Brexit prima del vertice di Bratislava del 16 settembre - non può dirsi centrato. Sulle principali sfide, a cominciare dall’emergenza immigrazione, la Ue si è mostrata ancora una volta a più voci, spesso dissonanti. 
Anche ieri, ultima tappa del percorso, in cui la cancelliera tedesca ha ricevuto al Castello di Meseberg i capi di governo di Austria, Croazia, Bulgaria e Slovenia, non sono mancati i punti di scontro. Particolarmente critica si è mostrata come da copione Vienna, con il cancelliere socialdemocratico Christian Kern che ha ribadito la linea di grande freddezza nei confronti della Turchia, con la quale l’Austria vorrebbe troncare i negoziati di adesione alla Ue, in virtù della deriva antidemocratica del Paese. La questione è molto delicata anche per le possibili ripercussioni sull’accordo in materia di immigrazione concluso tra Bruxelles e Ankara a marzo (peraltro già traballante), in virtù del quale la Turchia si impegna a bloccare l’ondata di profughi diretti in Europa. Ma Vienna aveva sferrato un attacco molto più violento e diretto alla politica migratoria di Angela Merkel venerdì, con un’intervista del ministro della Difesa, Hans Peter Doskozil: la cancelliera - ha detto il ministro - deve smetterla di ripetere il suo slogan «ce la possiamo fare», che non fa altro che incoraggiare un caotico flusso di profughi. 
Più morbida la linea degli altri partecipanti all’incontro di ieri, anche se tutti - come ha ricordato il primo ministro sloveno Miro Cerar - hanno insistito non certo sull’accoglienza (e tantomeno sulle quote obbligatorie di profughi)?ma sulla sicurezza, la necessità di «fermare l’immigrazione illegale ai confini esterni della Ue», cercando piuttosto di affrontare le cause dei flussi alla fonte, intervenendo nei Paesi di origine. La stessa posizione, dunque, dei quattro del Gruppo di Visegrad, che Merkel aveva incontrato giovedì. Il più conciliante con la linea della Germania si è mostrato il premier bulgaro, Bojko Borisov, che ha auspicato una soluzione condivisa a livello europeo, sottolineando l’imprescindibilità di un coordinamento con la Turchia. 
In difficoltà sul fronte immigrazione - anche in patria, dove la cancelliera ha rimandato l’atteso annuncio di una sua possibile nuova candidatura per un quarto mandato, forse per i contrasti con i partner bavaresi della Csu proprio sulle politiche migratorie - il capo del governo tedesco ha preferito concentrarsi, nelle dichiarazioni pubbliche, sulle poche indicazioni unitarie raccolte:?la richiesta di un coordinamento in materia di sicurezza, la disponibilità a lavorare per un esercito comune europeo. E ha provato a rilanciare la necessità di una migliore comunicazione tra gli Stati membri dopo lo «spartiacque» rappresentato dal referendum su Brexit. 
Su questo fronte ieri il ministro degli Affari europei tedesco Michael Roth ha ribadito che i negoziati saranno «molto difficili» e che Londra non può pretendere una cooperazione “à la carte”. Quanto alla procedura di uscita dalla Ue, stando ai media britannici, la premier Theresa May avrebbe intenzione di avviarla senza passare dal Parlamento:?un modo per aggirare la possibile opposizione di diversi deputati. Su questa ipotesi deve però esprimersi l’Alta Corte di Giustizia europea, a cui si erano rivolti i rappresentanti di uno studio legale britannico affermando che l’Articolo 50 del Trattato di Lisbona - quello appunto che disciplina la procedura - non può scattare senza un passaggio parlamentare. 
Merkel intanto, dopo aver incontrato 15 leader Ue in meno di una settimana, riceverà venerdì prossimo a Berlino il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker.

Il Sole 28.8.16
Ma la Merkel vuole tornare all’Europa di Bismarck?
di Sergio Fabbrini

Sotto l’incalzare delle crisi, l’Ue si sta trasformando da unione sovranazionale di Stati in associazione volontaria di governi, controllata (se non dominata) dal governo dello Stato più grande. Mi spiego perché. Chi dovrebbe decidere cosa fare nei confronti del Regno Unito o come affrontare la crisi migratoria o rilanciare la crescita o come garantire la sicurezza dei cittadini Ue? In teoria, la risposta è semplice: i leader a capo delle istituzioni esecutive comuni (a partire dai presidenti del Consiglio europeo Donald Tusk e della Commissione Jean-Claude Juncker), sotto il controllo delle istituzioni legislative comuni (Europarlamento, Consiglio dei ministri). 
Continua pagina 8 Sergio Fabbrini
Continua da pagina 1 Quei leader e quelle istituzioni sono legittimati dai Trattati, a loro volta approvati da ogni stato membro dell’Ue. 
In realtà, però, le cose non stanno così. Le decisioni sulle politiche strategiche (quelle connesse alle sovranità nazionali, tra cui la politica economica, la politica della sicurezza, la politica migratoria e dell’ordine interno ovvero quelle sul futuro dell’Ue nel dopo-Brexit) sono promosse dal capo di governo del Paese più grande dell’Ue, il cancelliere tedesco Angela Merkel. Uno sviluppo preoccupante. Non solo perché la legittimità di quest’ultima proviene esclusivamente dalla legge fondamentale (o costituzione) del suo Paese, ma anche perché ciò porta ad uno svuotamento inevitabile delle istituzioni e dei processi decisionali comunitari. 
Vediamo i fatti. Il prossimo 16 settembre si terrà una riunione, informale ma molto importante, dei capi di governo del Consiglio europeo per discutere la posizione che l’Ue dovrà tenere nei confronti del Regno Unito. Tale questione si intreccerà con altri temi cruciali, come la politica migratoria, della sicurezza e della crescita. Bene. Chi ha preso l’iniziativa per preparare quella riunione? Secondo i Trattati spetterebbe farlo a Tusk e a Juncker, operando da Bruxelles come sede delle istituzioni europee. Ma così non è avvenuto. L’iniziativa è stata infatti assunta unilateralmente dal cancelliere tedesco. La settimana che si è appena conclusa ha visto Angela Merkel impegnata in un vero e proprio tour de force politico. Lunedì ha incontrato a Ventotene Renzi e Hollande. Mercoledì i leader dei paesi baltici. Giovedì e venerdì quelli del cosiddetto gruppo di Visegrad (Repubblica Ceca, Polonia, Slovacchia e Ungheria). Quindi, ha invitato a cena a Berlino i capi di governo dell’Europa settentrionale (Finlandia, Svezia, Danimarca e Olanda). Concludendo infine, sabato, con un incontro, sempre a Berlino, con i leader dell’Europa centrale (Austria, Bulgaria, Croazia e Slovenia). 
Tra i leader che Merkel non ha incontrato ci sono quelli dell’Europa meridionale (Spagna, Portogallo, Grecia, Cipro e Malta). Ma, forse, nelle intenzioni della leadership tedesca, la loro rappresentanza é stata sub-appaltata a Renzi e Hollande. In tal caso, l’incontro di Ventotene è stato l’occasione per assegnare alla Francia (oltre che all’Italia) un ruolo esclusivamente regionale. Per la Germania, l’Europa del Sud, con le sue debolezze strutturali (politiche ed economiche) e le sue caratteristiche culturali, continua a rappresentare un puzzle difficile da comporre. Meglio lasciare ad altri questo compito. 
Angela Merkel ha così diviso l’Ue in aree regionali, in sezioni sub-continentali, ognuna identificata da richieste specifiche (i baltici vogliono la sicurezza, Visegrad e l’Europa centrale non vogliono i rifugiati, gli europei del Nord vogliono il rigore, gli europei del Sud vogliono la flessibilità). La Germania, invece, ritiene di perseguire un’agenda generale, anche se la sua azione é finalizzata a proteggere i propri interessi nazionali. Fatto si è, però, che la sua agenda viene promossa attraverso un complesso sistema di mediazioni con le esigenze particolari delle varie aree regionali. La Germania è la rete che tiene insieme questo sistema, in cui la divisione tra governi di sinistra e di destra conta sempre di meno, mentre contano le divisioni tra stati ed aree regionali. Bilanciando un’area con un’altra, la leadership tedesca ha così trasferito il centro della decisione politica a Berlino, rendendo marginale Bruxelles. Come il principe Otto von Bismarck era il cancelliere della Prussia ma anche del Secondo Reich tedesco, così la professoressa Angela Merkel è il cancelliere della Germania ma agisce come se fosse anche il presidente dell’Ue. Naturalmente, la sobrietà luterana di Angela Merkel ha nulla da spartire con la durezza imperiale di Otto von Bismarck. Tuttavia la predisposizione della prima a fare emergere la propria forza dalle debolezze altrui era tutt’altro che estranea anche al secondo. 
Il punto è che tale sviluppo preoccupante dell’Ue nasce da un suo deficit istituzionale, non già dalla malevolenza teutonica della leadership tedesca. Quando a Maastricht, tra il 1991 e 1992, i governi nazionali furono costretti ad europeizzare le politiche strategiche, lo fecero a condizione di escludere dal processo decisionale le istituzioni comunitarie (come il Parlamento, la Commissione e la stessa Corte di Giustizia). La fine della Guerra Fredda nel 1989 e la riunificazione della Germania nel 1990 avevano imposto un cambiamento radicale della prospettiva integrativa. Oltre al mercato unico (che continuava e continua ad avere una gestione sovranazionale) occorreva coordinare anche le politiche tradizionalmente al cuore delle sovranità nazionali. Ma invece di ricondurre queste ultime al metodo sovranazionale (o comunitario, come lo chiamò Jacques Delors, perché basato sull’interazione orizzontale tra Commissione, Parlamento e Consiglio dei ministri), si decise di gestirle all’interno di un nuovo metodo intergovernativo, in cui le decisioni sono monopolizzate verticalmente dalle istituzioni che rappresentano i governi nazionali (il Consiglio dei ministri e quindi il Consiglio europeo dei capi di governo). 
Molti pensarono (allora) che quelle politiche sarebbero state, prima o poi, ricondotte ad una logica comunitaria. Si sbagliarono. I governi nazionali sono stati tutt’altro che disposti a trasferire la gestione di questioni cruciali per il loro destino elettorale (come la politica fiscale o dei rifugiati o della sicurezza) alle istituzioni comunitarie da loro non controllate, come appunto la Commissione o il Parlamento. Anzi, con le crisi multiple dell’ultimo decennio, il controllo dei governi nazionali sulle politiche strategiche è divenuto ancora più forte. Producendo, però, un risultato paradossale. In condizioni di crisi, i governi nazionali non riescono a prendere decisioni efficaci, perché i loro interessi confliggono e le risorse sono scarse. Di qui l’ascesa della leadership tedesca per supplire alle debolezze intergovernative. Ma la cosa non può funzionare. Tant’è che Angela Merkel ha finito per agire come un ciclista in surplace, che si muove solamente quando la bicicletta sta per cadere (come infatti potrebbe avvenire nel dopo Brexit). Dopo tutto, come si può ragionevolmente pensare che un leader eletto per fare l’interesse del proprio Paese possa anche fare quello europeo? 
Mentre il mercato unico funziona, le politiche strategiche che sono al centro dei conflitti nazionali sono invece sottoposte a una paralisi ricorrente. Più la paralisi si istituzionalizza, più i cittadini si arrabbiano con l’Europa integrata, finendo per mettere in discussione anche ciò che funziona (come il mercato unico, appunto). Senza capacità di governo sovranazionale, l’Ue non potrà neutralizzare le spinte centrifughe che l’attraversano. Senza un’organizzazione federale, l’Ue non potrà dare risposte differenziate a cittadini di stati membri che sono diversi per interessi e identità. Ecco perché la riforma dei Trattati dovrebbe entrare all’ordine del giorno dell’Ue. Quella riforma è certamente un rischio. Ma qual è l’alternativa alla degenerazione intergovernativa dell’Ue? 

Il Sole 28.8.16
Vaticano e Pechino più vicini
Parolin: «Speranze e attese per una nuova stagione di convivenza pacifica e fruttuosa»
di Carlo Marroni

Forti segnali di avvicinamento tra Santa Sede e Cina arrivano in queste ore. È il Segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin, a segnare un evidente passo avanti nel dialogo diplomatico: «Molte sono le speranze e le attese per nuovi sviluppi e una nuova stagione nei rapporti tra la Sede Apostolica e la Cina, a beneficio non solo dei cattolici nella terra di Confucio, ma dell’intero Paese, che vanta una delle più grandi civiltà del pianeta». Il “primo ministro” di Papa Francesco, capo della diplomazia pontificia e abile tessitore di rapporti con Pechino da quasi tre lustri, parla a Pordenone, e rievoca la figura del cardinale Costantini, che fu il primo delegato papale in Cina, quasi un secolo fa. «Oserei dire che tutto ciò sarà a beneficio anche di una ordinata, pacifica e fruttuosa convivenza dei popoli e delle Nazioni in un mondo, come il nostro, lacerato da tante tensioni e da tanti conflitti».
Il messaggio è chiaro: un’intesa è mirata al «bene dei cinesi» e non quindi funzionale a presunti obiettivi geopolitici vaticani, in perfetta sintonia con la pastorale del Papa nelle relazioni tra i popoli. «Il mio auspicio è che questo cammino che si è incominciato possa andare avanti e concludersi con un accordo a beneficio della chiesa in Cina e di tutto il popolo cinese», dice il porporato, «la cosa più importante è che si sta facendo strada, si sono ripresi i contatti e si sta camminando, credo con buona volontà da entrambe le parti, per poter arrivare veramente a un accordo che sia soddisfacente per tutti». Un lungo intervento, in cui Parolin traccia anche le chiavi del successo delle relazioni tra i due Paesi tra le due guerre mondiali (sono interrotte dal 1951), primo tra tutti «la inculturazione cristiana contro l’occidentalismo, che dava una veste europea al cristianesimo in Estremo Oriente finendo per presentarlo come una religione straniera, trattata come un corpo estraneo». Parole che rimandano allo spirito di Matteo Ricci, il gesuita la cui figura è molto amata anche in Cina. «Le auspicate nuove e buone relazioni con la Cina – comprese le relazioni diplomatiche, se così Dio vorrà! – non sono fine a sé stesse o desiderio di raggiungere chissà quali successi “mondani”, ma sono pensate e perseguite, non senza timore e tremore perché qui si tratta della Chiesa, che è cosa di Dio, solo in quanto “funzionali” – ripeto – al bene dei cattolici cinesi, al bene di tutto il popolo cinese e all’armonia dell’intera società, in favore della pace mondiale». Naturalmente c’è il tema delle persecuzioni subite in Cina da preti e dai vescovi: Papa Francesco, ha sottolineato Parolin, «come già i suoi predecessori conosce bene il bagaglio di sofferenze, di incomprensioni, spesso di silenzioso martirio che la comunità cattolica in Cina porta sulle proprie spalle: è il peso della storia!». Un discorso ricco di storia e di esperienze: ricorda come la Francia agli inizi del ‘900 si oppose a un accordo, timorosa di perdere il suo primato di “rappresentanza” cattolica: ebbene – dice – la Chiesa allora respinse l’idea di un “protettorato” occidentale nei rapporti con Pechino, e – si legge tra le righe – il principio oggi è ancora più valido. In effetti contro l’ipotesi di un accordo si registrano forti prese di posizione specie da parte di ambienti conservatori americani. «Va realisticamente accettato che i problemi da risolvere tra la Santa Sede e la Cina non mancano e possono generare, spesso per la loro complessità, posizioni e orientamenti diversi». E ha concluso parlando della «massima considerazione, enorme impegno e sconfinato amore per il popolo cinese» da parte dei vescovi di Roma. L’intervento di Parolin è l’ultimo di una serie di forti segnali verso la Cina iniziato due anni fa dal papa al ritorno dal viaggio in Corea – quando fu autorizzato al volo papale di sorvolare il territorio cinese – e proseguito con messaggi e parole di speranza per visitare il Paese, e poi culminati con l’intervista del Papa a Asia Times, in febbraio, («Non abbiate paura della Cina»). Solo tre giorni fa Parolin aveva anticipato questi temi in un’intervista ad Avvenire, ricordando che Francesco vuole scrivere una pagina nuova. E aziona la sua diplomazia in chiave di «esercizio di giustizia e misericordia» ha detto poi all’anteprima della rassegna della Libreria Editrice Vaticana. 

il manifesto 28.8.16
Cina, la console adesso non è più proibita
Pechino. Il partito comunista cinese e l'entertainment
di Simone Pieranni

I nomi di due piattaforme per giocare, The Winner e Vii, non dicono nulla a molti utenti del web, ma si tratta di due fake delle più note console di giochi elettronici Playstation e Wii. Tutti i prodotti – sia quelli veri sia quelli contraffatti – sono costruiti e assemblati in Cina, ma i ben più noti marchi possono finire nelle case dei giocatori cinesi solo da un anno circa.
Non si tratta della ben conosciuta e consueta tendenza cinese a copiare modelli di successo da altri paesi, pur trovando in alcuni casi una propria «via». La necessità che giustifica l’esistenza di questi due modelli – per una volta – ha una sua motivazione ben precisa: nel Celeste Impero dal 2000 al 2015 infatti sia la Playstation, sia la Wii (come altre tipologie di prodotto simile vendute regolarmente in Occidente) erano stati «bannati», vietati per una decisione del governo, preoccupato dalla possibilità che queste «diavolerie» occidentali potessero corrompere lo spirito confuciano asiatico dei cinesi.
I misteri delle interfacce
È stata una decisione rilevante che ha tagliato fuori un grande mercato dalle possibilità di due noti produttori mondiali (oltre allo sviluppo di un mercato nero con prezzi esorbitanti) e non ha permesso ai cinesi di essere aggiornati sulle moderne interfaccia grafiche realizzate da Sony e Nintendo. Quest’ultimo aspetto va letto non solo con riferimento ai fruitori dei giochi, quanto agli sviluppatori locali che oggi pagano uno scotto «culturale», secondo quanto affermano produttori di giochi cinesi, a causa della «censura» operata dal governo di Pechino. Questo blocco naturalmente è paradossale per più motivi e ricorda altri casi, come ad esempio quello delle bandiere tibetane, proibite a Pechino, ma prodotte nella ex «fabbrica del mondo».
Innanzitutto bisogna partire da un dato: nel 2015, l’industria dei videogiochi globale ha visto un fatturato totale di 71.27 miliardi di dollari. Un numero che dovrebbe aumentare a un tasso di crescita annuale del 4,8%. Entro il 2020 il totale delle entrate previste per l’industria dei videogiochi globale sarà di oltre 90 miliardi di dollari, secondo gli studi della PwC Global Entertainment and Media Outlook.
I tre principali mercati di videogiochi sono gli Stati Uniti, il Giappone e la Cina. Nel 2015 in Cina le entrate derivanti dai videogiochi ammontano a 8.98 miliardi di dollari e si prevede che raggiungeranno i 12.85 miliardi di dollari entro il 2020. Questo numero, secondo la ricerca, potrebbe essere agevolato anche da nuove «scoperte» nel mondo dei giochi, come ad esempio nuovi prodotti di realtà aumentata (come quello dei Pokemon per rimanere su un «caso» di attualità). Rimane il fatto che in Cina ci sono circa 500 milioni di players di videogiochi. Un mercato immenso, anche rispetto alle cifre consuete offerte al di qua della muraglia.
Ma si tratta, in realtà, di un mercato spaccato in due in modo netto e l’ambito futuro per le console è risicato. Si calcola infatti che circa l’80 per cento dello spazio sia occupato dai videogiochi on line.
E la maggior parte di questi giochi avviene via smartphone attraverso l’applicazione WeChat, ovviamente, a fare da protagonista con una quota di mercato di oltre il 20 per cento. L’on line è il settore privilegiato dai cinesi, che si sono abituati a concepire il gioco proprio attraverso piattaforme su internet, per ovviare all’assenza della Playstation e della Wii.
In generale questa tendenza ormai avviata da tempo nel mondo dell’enterteinment cinese è un’ovvia conseguenza di un mercato che non ha una cultura di console a causa del blocco che è stato imposto proprio negli anni durante i quali i giochi per le piattaforme fisse sono migliorati moltissimo raggiungendo livelli impressionanti.
Nel tempo che è intercorso dal 2000 ad oggi – inoltre – la Cina ha provato una sua via ai videogiochi, tentando di sviluppare in casa un mercato capace di generare profitti per aziende cinesi, come già successo per altri settori. Poi nel 2014 il via libera prima nella zona di libero scambio di Shanghai, poi in tutto il paese.
Giocare in streaming
Non è andata proprio come ci si aspettava, il settore è cresciuto solo del 4 per cento rispetto al 14 degli anni scorsi e le stesse case produttrici hanno dovuto ammettere una certa delusione rispetto a quelle che erano le aspettative.
Come sottolineato da alcuni operatori di mercato, le cui voci sono state raccolte da Marketing Interactive, «una delle storie positive in Cina è stata l’ascesa di videogiochi in streaming. La crescente popolarità di questi giochi migliorerà anche il fascino per videogames su Pc e su smartphone, portando ad un aumento proporzionato della raccolta pubblicitaria, permettendo di allargare gli orizzonti del mercato».
E chissà che non arrivi il momento anche dei giochi su piattaforma, grazie agli sforzi che sia Sony sia Nintendo di sicuro compieranno in un mercato che non può essere abbandonato al caso.

il manifesto 28.8.16
La rivoluzione di Bernie, un futuro in cui credere
Sanderistas. Sanders lancia «Our Revolution», una strategia politica per insediarsi nella società americana e per divenirne una forza culturalmente egemone
di Michela Pusterla, Francesco Massimo

Il ferro è caldo e va battuto: in sintesi sembra questa la strategia di Bernie Sanders e dei suoi all’indomani della Convention di Philadelphia. Per quanto si sia conclusa in una sconfitta, la campagna per le primarie di Sanders è rimasta ineguagliata per il numero di persone mobilitate e di donazioni ricevute (con un contributo medio di 30 dollari).
E Sanders ha intenzione di non sprecare il capitale politico che è stato capace di accumulare: del resto, l’aveva detto che non sarebbe finita con la Convention e – dopo aver congegnato la campagna elettorale più trascinante della storia d’America e con una lotta per l’egemonia nel Partito democratico ancora tutta da giocare – non intende certo tornare come se niente fosse al suo seggio di Senatore del Vermont.
Un capitale politico
La campagna di Clinton è giunta esausta all’appuntamento con Trump. La retorica elettorale dell’establishment democratico si regge sulla filosofia del meno-peggio e sulla paura che «such a man» diventi presidente: l’evocazione della paura – l’arma che ha permesso a Trump di ottenere la nomination – gli viene ora rivoltata contro.
E, in fondo, questo argomento ha svolto la sua funzione persuasiva anche su Sanders, che ha accettato la sconfitta alle primarie e chiesto ai suoi sostenitori di appoggiare Clinton nella sua corsa inarrestabile verso la Casa bianca. Un sondaggio recente del Pew Research Center rileva che l’85% dei sostenitori di Sanders voterà democratico a novembre, ma anche che il livello di soddisfazione fra gli elettori sia ai minimi da decenni. Dopo la scelta sofferta di un (imbarazzato) endorsement alla sua nemesi, Bernie Sanders decide di gestire politicamente quell’insoddisfazione che registrano i sondaggi e lancia un nuovo soggetto politico, battezzandolo con un nome che continua la tradizione delle «parole che pesano» inaugurata con «I’m a socialist»: si tratta di Our Revolution.
Creature post Filadelfia
Our Revolution è un’organizzazione noprofit, una creatura post-primarie che nasce per convogliare le energie creative del movimento politico creatosi intorno a Sanders e si pone come obiettivi di rivitalizzare la democrazia americana, potenziare i leader progressisti e aumentare la coscienza politica generale. La logica di fondo è: «Election days come and go, but the struggle must continue».
E questa lotta, in particolare, è una lotta che mai prima aveva avuto tanto spazio nell’orizzonte delle elezioni americane.
Our Revolution è stata lanciata con una serie di email alla mailing list dei supporters: email che – fun fact – sono state considerate spam da Gmail, come tutte le precedenti della campagna di Sanders.
Sanders invitava i suoi a ritrovarsi tutti per seguire il suo primo grande discorso di ripartenza. Come da manuale di rivoluzione 2.0, il 24 agosto, alle 9 di sera sull’Atlantico, alle 6 sul Pacifico, decine di migliaia di sanderistas si sono trovati in più di 2.600 locations sparse per gli Stati uniti (salotti, backyards, sale in affitto e luoghi pubblici) per collegarsi in streaming con quel senatore del Vermont che ha dato una scossa inaspettata alla noiosissima scena politica istituzionale americana.
Our Revolution riassorbe l’attivismo politico e sociale messo in moto dalla campagna per le primarie e cerca di connetterlo con le esperienze di associazionismo disperse sul territorio che possono servire da infrastruttura per un nuovo movimento politico: un movimento che ambisca ad avere influenza sulla politica ufficiale, a tutti i livelli istituzionali.
«Brothers and Sisters»
Le donne e gli uomini del movimento («brothers and sisters», con l’appellativo usato da Bernie) sono chiamati a candidarsi per tutte le posizioni elettive che saranno rinnovate nei prossimi anni, dagli school board nei distretti amministrativi locali fino al Senato federale. L’8 novembre prossimo – e si tende a dimenticarlo offuscati dal troppo parlare di presidenziali – si voterà anche per l’elezione di undici governatori di Stato (tra i quali il Vermont di Bernie Sanders) e di 435 membri della la House of Representatives e per un terzo dei seggi senatoriali. Quanto al Senato, verrà eletta una cosiddetta Class, cioè 34 senatori, eletti in altrettanti Stati, in questo caso, tra gli altri: California, New York e Vermont (ma non è in gioco il seggio di Bernie Sanders, il cui mandato come junior senator scadrà nel 2018).
«Our Revolution – ha detto Sanders ai suoi sostenitori radunati a Burlington (Vermont) o raggiunti via web – è ispirata dalla storica campagna presidenziale Bernie 2016. Coinvolgerà centinaia di migliaia di persone che lotteranno dal basso per un cambiamento negli school boards, nei loro consigli municipali, assemblee legislative locali e federali.
Non solo: si occuperanno di questioni fondamentali come finanziamento della politica, ambiente, sanità, lavoro, questioni di genere, e faranno tutto quanto è in loro potere per creare un’America fondata sul principio della giustizia economica, sociale, razziale e ambientale». Sanders ha dettato la sua linea politica: Our Revolution è un progetto politico a lungo termine che aspira a mobilitare le nuove generazioni («dai 45 anni in giù») perché «se abbiamo intercettato la grande maggioranza dei giovani di questo Paese, – e menziona esplicitamente i giovani delle minoranze – significa che le nostre idee sono il futuro degli Stati Uniti d’America». Quella che Sanders dice di aver vinto è la «battaglia idologica».
Lo spazio che la stampa americana – e con quella americana quella globale – sta dando a Our Revolution è coerente con quello che ha dato al suo guru per tutti i mesi di campagna per le primarie: irrisorio.
Il New York Times si limita a riportare le vicende interne allo staff di Sanders (l’ammutinamento di vari membri dopo la nomina di Jeff Weaver – che fa campagne per Bernie da più di trent’anni – a presidente dell’organizzazione); al di là della questione del finanziamento all’organizzazione la polemica sullo staff rivela forse che esiste un comando verticistico e che la nostra rivoluzione si fa dal basso, sì, ma il suo apparato manageriale non ama la partecipazione democratica.
In certi quartieri dei berners corre la voce che Weaver rappresenti più un problema che una risorsa, mentre Claire Sandberg e Kenneth Pennington – in fuga dal comitato di Our Revolution – pare stiano navigando verso Brand New Congress.
Movimenti apartitici
Se Our Revolution è la gemmazione ufficiale della campagna «A future to believe in» – in altre parole: si può fregiare a buon diritto del marchio Bernie Sanders – il movimento dei berners ha, com’era prevedibile, messo al mondo anche qualche figlio illegittimo. Uno dei più eclatanti è proprio quello di Brand New Congress, idea di un gruppo di supporters nata come tentativo di pensare al post-novembre quando ancora Sanders era un possibile concorrente di Donald Trump.
Brand New Congress è (per ora) un gruppo informale che si pone gli stessi macro-obiettivi di Sanders (e riproduce la retorica anti-establishment), ma sceglie di concentrarsi sulle elezioni al Congresso del 2018. Bnc si presenta come una piattaforma apartitica di supporto a coloro – preferibilmente non politici di professione – che vogliono candidarsi alle primarie (democratiche o repubblicane: in caso di sconfitta si corre comunque da indipendenti) e condividono con Bnc alcuni punti programmatici: competenza («be good at what they do»), dedizione alla cosa pubblica («serving their people»), rinnovamento delle cariche (rottamazione).
Inoltre Bnc – che si propone in una struttura verticistica – chiede ai candidati che aderiscono al progetto un’adesione totale al programma («agree on the whole platform»), che richiama altre esperienze europee, autodichiaratesi a-partitiche, di discesa in politica attraverso l’antipolitica.
Infine Bnc è pronta a presentare propri candidati anche alle primarie repubblicane, qualora sia il partito più forte nel distretto in questione, scelta che la distingue da Our Revolution. Quanto al legame di questo progetto con Our Revolution, per ora si registra un mutuo ignorarsi.
Con il lancio di Our Revolution Sanders inaugura una strategia politica che riesce a sfruttare la flessibilità del sistema politico americano, aperto alle incursioni degli outsider, e che evoca una volontà di insediarsi in profondità nella società americana e di divenire una forza politicamente e culturalmente egemone, ma soprattutto autonoma dal Partito democratico.
Se all’indomani della Convention e dell’endorsement quasi obbligato a Clinton, Sanders e il suo movimento sembravano destinati ad essere cooptati all’interno del partito ora sembra che abbiano preso una strada diversa. Sanders potrà così rispettare il patto con Clinton ma allo stesso tempo comincia a costruire un’organizzazione politica a partire dalle numerose cariche elettive che il sistema politica americano prevede.
Dall’altro lato, Our Revolution continuerà a dialogare con tutte i gruppi, come i Verdi di Jill Stein o i trotzkisti di Socialist Alternative, che hanno sostenuto o seguito con simpatia la campagna di Sanders ma che non ne hanno condiviso l’endorsement a Hillary, e che appoggiano Stein alle Presidenziali di novembre.
Our Revolution, invece, guarda ben al di là delle Presidenziali, anche se non manca di volerne influenzare l’esito: ambisce ad essere i luogo di il catalizzatore di tutte le esperienze politiche di base che, pur animando la vita politica del Paese, ne restano ai margini perché disperse.
Dal 2011 gli Stati uniti sono stati attraversati da un ciclo di lotte ampio e innovativo: la battaglia del Wisconsin (la più grande mobilitazione operaia e anti-austerity nella storia dell’America contemporanea), Occupy Wall Street, la «Fight for 15$» (la lotta dei lavoratori dei fast food), le mobilitazioni studentesche per l’accesso all’educazione superiore gratuita, la People’s Climate March e, soprattutto, Black Lives Matter.
La campagna di Sanders non è certo l’espressione a livello elettorale di queste esperienze – anzi, ha dimostrato dei limiti nel dialogarci – tuttavia emerge dalle stesse dinamiche. Ma ad ora non è dato sapere se Our Revolution sarà lo strumento che finalmente coalizzerà questi soggetti, organizzerà il 99% e preparerà la resa dei conti con gli oligarchi di Wall Street.

Repubblica 28.8.16
La lotta al terrorismo
Il governo dei giovani contro i jihadisti la svolta della Tunisia
Un premier quarantenne nel paese dei foreign fighters Ma la sfida è anche far ripartire l’economia e il turismo
di Giampaolo Cadalanu

Youssef Chahed, 40 anni, ingegnere agricolo e professore universitario, guida il nuovo esecutivo con otto donne e cinque ministri under 35 L’offensiva dell’Is, con le stragi di stranieri, ha messo in ginocchio il turismo

QUANDO Youssef Chahed ha presentato le otto donne del suo governo, posando per le foto di rito nei giardini del Palazzo di Cartagine, i tunisini hanno trovato la battuta fulminante: sono le Chahed’s Angels, gli angeli di Chahed, facendo il verso a una fortunata serie tv degli anni Settanta. Ma se l’investigatore capo di Charlie’s Angels era uno sconosciuto che parlava con un altoparlante, il nuovo premier di Tunisi ha deciso di partire esponendosi in prima persona.
È lui che prima di avere compiuto 41 anni — premier più giovane nella storia tunisina — si gioca tutto, debuttando con un discorso forte e anticipando che ci sono sacrifici all’orizzonte. È lui che ha strappato un consenso all’Assemblea dei rappresentanti del popolo, il Parlamento di Tunisi, soffermandosi a sottolineare che la crescita economica del paese si fermerà all’1,5 per cento, contro il 2,5 sperato. È lui che ha voluto un esecutivo pieno di donne e giovani (cinque sotto i 35 anni), come a dare il segnale di una ripartenza, pur confermando sei ministri uscenti nelle posizioni chiave.
Agronomo di formazione, Chahed è arrivato in politica nel 2011 fondando un piccolo partito, la Voce del centro, passando poi per un gruppo confluito in Nidaa Tounes, la coalizione voluta dal presidente Beji Caïd Essebsi. Ma anche se pochi mesi fa nessuno l’avrebbe indicato come possibile capo di governo, il giovane Chahed deve essere stato allevato a latte e politica, visto che sua nonna era Radhia Haddad, storica militante femminista e prima deputata donna della Tunisia, oltre che sorella di Hassib Ben Ammar, protagonista della lotta per l’indipendenza e nemico del dittatore Zine el-Abidine Ben Ali.
È difficile non vedere nella nomina di Chahed l’indicazione che il presidente Essebsi spera di farne, in futuro, un possibile delfino. Al Palazzo di Cartagine sicuramente non ha portato gioia la rivalità interna di Nidaa Tounes, fra il figlio del presidente, Hafedh, e il segretario generale, Mohsen Marzouk, poi uscito per fondare un altro partito. Ma più che le battaglie politiche sono le sfide economiche il vero ostacolo per Chahed. In Tunisia le speranze suscitate dalla rivolta contro Ben Ali sono ormai esaurite. Il paese è la prima fonte di foreign fighters nel mondo: a migliaia si sono uniti alle milizie del califfato in Siria e Iraq. E l’offensiva terroristica dello Stato islamico, con le stragi di turisti stranieri al museo del Bardo e sulla spiaggia di Susa, ha messo in ginocchio il turismo, risorsa fondamentale per il Paese mediterraneo. L’industria è ridotta ai minimi termini, persino l’estrazione di fosfati, che dava un modesto ma stabile contributo ai bilanci, ha subito pesanti contraccolpi nelle proteste sociali per il lavoro. E la disoccupazione è altissima, con un giovane su tre senza lavoro e molti tentati dalla Jihad.
Quando il nuovo premier ha anticipato che dovrà prendere decisioni impopolari per far crescere l’economia, con nuove tasse e taglio di posti di lavoro statali, sul web si è scatenata la rabbia, mirata soprattutto alle tendenze “filo-americane” di Chahed, che ha lavorato con gli Usa in alcuni progetti agricoli, e alla pur lontana parentela con Essebsi. Ma più che i dubbi dell’ultima ora sul suo curriculum, i nodi che Chahed deve scegliere sono sulla ricetta con cui affronterà le sfide.
La sua è una coalizione eterogenea, che comprende gli islamici di Ennahdha, i laici, la sinistra e i partiti vicini alle federazioni sindacali. Ma i sindacati, molto duri con il premier uscente Habib Essid, potrebbero non gradire l’idea di privatizzazioni e licenziamenti. La sinistra del Fronte popolare, che non fa parte della coalizione, già ha annunciato battaglia contro chi «consacra il ritorno al vecchio regime, segnato da clientelismo e dispotismo».
Se nella lotta al terrorismo non dovrebbe mancare il consenso, serie difficoltà Chahed si troverà davanti anche nell’affrontare altri nodi importanti: la corruzione, l’eccessiva centralizzazione, i rischi per l’ambiente. Ma su quest’ultimo punto la sua esperienza come sottosegretario alla Pesca potrebbe essere d’aiuto, assieme alle capacità comunicative. In Tunisia lo ricordano come quello che davanti alle tv ha liberato fra le onde una tartaruga marina. Far riprendere a nuotare un paese, però, potrebbe essere più complicato.

Repubblica 28.8.16
Tunisia, l’ultimo fiore della primavera araba
di Renzo Guolo

LA TUNISIA vara il nuovo governo di unità nazionale, sostenuto anche dal consenso delle forze sociali, sindacato e imprenditori in primo luogo, che impegnano loro esponenti nell’esecutivo. Il premier è Youssef Chahed, esponente della generazione dei quarantenni. Un segnale importante, in una realtà in cui i grandi vecchi della politica mantengono un controllo ferreo nella gestione degli affari pubblici; così come lo è la composizione di genere e anagrafica dell’esecutivo, al quale partecipano otto ministri donne e quattordici giovani. Chahed è, comunque, il settimo premier in cinque anni, a dimostrazione della difficile transizione seguita alla “rivoluzione dei gelsomini”.
La formula parlamentare è quella dell’unità nazionale. E non poteva essere che così. Non solo perché la Tunisia deve fare fronte a seri problemi, economici e di sicurezza, che esigono una coesione nazionale forte; ma anche perché il partito Nidaa Tounes, dai cui ranghi esce Chahed, è stato indebolito da una scissione che ha messo in difficoltà le forze liberali vittoriose alle elezioni dopo le dimissioni del governo guidato da Ennahda, il partito islamista neotradizionalista che aveva trionfato alle urne dopo la caduta di Ben Alì. Una scissione che ha reso, comunque, Ennahda il partito di maggioranza relativa in Parlamento.
Il sostegno di Ennahda al governo è stato favorito dalla stessa svolta politica del partito islamista al congresso di Hammamet di primavera. Nella circostanza, e nonostante la perplessità di un’ala conservatrice, il partito ha spinto in avanti la revisione ideologica promossa da Rashid Ghannushi, il leader fondatore secondo il quale era giunto il tempo di passare dall’islam politico alla democrazia islamica. Svolta che comporta la separazione tra da’wa, predicazione religiosa, e attività politica. Separazione che mette fine non solo a una precisa concezione della relazione tra politica e religione ma alla principale ragion d’essere di un gruppo di matrice Fratellanza Musulmana, che della da’wa ha fatto il suo elemento costitutivo. A dimostrazione che l’islam politico neotradizionalista, una volta inserito stabilmente nel gioco istituzionale, è contaminato da un effetto secolarizzante. A Hammamet Ennahda ha, così, ribadito il riferimento ideale ai valori religiosi ma si è impegnato ad agire all’interno di una cornice costituzionale che riconosce l’islam come religione ufficiale ma si pone agli antipodi rispetto all’idea di uno stato islamico.
In tal modo Ennhada pare aver portato a compimento la lunga strada che l’ha condotto dalla difficile, e fallita, prova del governo, alla transizione politica concordata che ha messo fine a quell’esperienza, all’accettazione del principio dell’alternanza e del carattere plurale della società tunisina. E a rinunciare, pur dopo un aspro dibattito interno, a far inserire in Costituzione il riferimento alla sharia come principale fonte della legge. Mutamento, poi, sintetizzato dalla sua autodefinzione di “partito democratico” e civile, ovvero non religioso.
Ciò non significa che le resistenze dei conservatori di Ennahda siano state vinte del tutto, come dimostra la stessa elezione a leader del Consiglio della Shura, il parlamentino del partito, di Abdelkarim Harouni. Il partito raccoglie pur sempre militanti ed elettori di orientamento islamista ma, comunque, Ennahda si è impegnato, anche nella trattativa che ha condotto alla nascita del governo Chahed, a sostenere la difficile transizione tunisina senza riserve.
Una transizione che l’Europa, e l’Italia in particolare, ha tutto l’interesse a sostenere, dal momento che la Tunisia è fondamentale nel contrasto allo jihadismo — non bisogna dimenticare che i tunisini sono, proporzionalmente alla popolazione, i combattenti più numerosi nelle fila dell’Is e che la sconfitta di Sirte li spinge ora a tornare in patria o a insediarsi nelle terre di nessuno ai confini con la Libia — e nella stabilizzazione della regione nordafricana. Un compito che, per riuscire, ha bisogno della piena collaborazione tra governi della riva sud del Mediterraneo e l’Unione Europea.

La Stampa 28.8.16
“Una dozzina di musei saranno un’unica entità”
Eike Schmidt è stato nominato direttore della Galleria degli Uffizi di Firenze dal ministro della Cultura Dario Franceschini. È il primo non italiano a dirigerlo da quando il museo aprì al pubblico nel 1765
intervista di Alain Elkann

Direttore degli Uffizi da un anno, quali cambiamenti?
«Il mio progetto è la riforma di una dozzina di musei che si fonderanno in un’unica entità».
Che cosa intende dire?
«Il ministro Franceschini ha decretato che gli Uffizi e i vari musei di Palazzo Pitti dovrebbero diventare tutti un solo museo: inclusi la Galleria degli Uffizi, il Gabinetto Disegni e Stampe, il corridoio del Vasari, e a Palazzo Pitti la Galleria Palatina, il Museo degli Argenti (recentemente rinominato Il Tesoro dei Granduchi), il Museo della Porcellana, il Museo della moda e del costume, il Museo d’arte moderna, il Museo delle Carrozze, il Museo degli Arazzi e i Giardini di Boboli».
Come gestirà questo cambiamento?
«Negli ultimi nove mesi tutti questi musei si sono fusi in unità funzionali, e gli uffici con compiti che si sovrapponevano sono stati ricondotti a un’unica amministrazione centrale. I visitatori vedranno i risultati entro fine anno. Avremo un solo dipartimento dedicato alle mostre invece di molti. E ho anche fondato una nuova divisione per la comunicazione digitale. Ci siamo ripresi l’indirizzo web www.uffizi.it perché lo usavano altri, e abbiamo riaffittato il dominio. Abbiamo subito aperto un sito basico e stiamo lavorando per metterne su uno completo che sarà lanciato il prossimo inverno. Per connetterci con i più giovani abbiamo appena lanciato @UffiziGalleries su Twitter e Instagram, e abbiamo immediatamente avuto oltre 2000 persone che ci seguono. È un grande inizio».
Quanti visitatori avete ogni anno?
«3,4 milioni, di cui circa 2 agli Uffizi, e un po’ più di 1,4 milioni per i Giardini di Boboli e Palazzo Pitti».
Sarà possibile avere un solo biglietto per visitare tutto?
«Sì, ma si può passare un intero giorno agli Uffizi e non vedere nulla, così faremo biglietti personalizzati e anche uno cumulativo».
La code a volte durano ore...
«È un problema che ha continuato ad aggravarsi dagli Anni 90, e nasce da un sistema antiquato di fare il biglietto, lo stesso usato nelle stazioni ferroviarie negli Anni 60 e 70. Con la tecnologia può essere risolto. Stiamo lavorando con il dipartimento dei sistemi informativi dell’università de L’Aquila a un modello per gestire elettronicamente i flussi di pubblico. È un sistema comparabile a quelli usati per i trasporti di massa come gli aerei».
Perché la coda è così lunga?
«Perché insieme alla galleria dell’Accademia siamo il museo più visitato per superficie, ma la struttura del corridoio con le stanze adiacenti non è una struttura museale. Fu pianificata per essere usata come uffici, non è stata pensata per il turismo di massa. Ma è adattabile e può essere gestita meglio usando la tecnologia per la gestione dei flussi che speriamo di avviare sperimentalmente la prossima estate e di mettere a punto nel 2018».
Pensa di aggiungere spazi espositivi?
«Abbiamo in programma di aggiungere ulteriore spazio espositivo ricavato dagli interni del vecchio edificio. Il progetto dei “Nuovi Uffizi” è cominciato nel 2006 ed è giunto oltre la metà, ma ora procederemo molto più in fretta grazie ai 58 milioni di euro stanziati dal governo per portarlo a termine».
I visitatori vanno nei musei per vedere icone come la Gioconda al Louvre per esempio. Quali sono le icone degli Uffizi?
«Le opere di Botticelli (La nascita di Venere e la Primavera), insieme con quelle di Leonardo, Raffaello e Michelangelo. Anche i ritratti di Piero della Francesca del Duca di Urbino e di sua moglie sono vere icone, non solo del nostro museo ma della storia dell’arte».
L’arte contemporanea ha un ruolo predominante in tutto il mondo. Come spiega le folle agli Uffizi?
«Le tendenze evolvono in modi diversi. I primi vittoriani si interessavano ad artisti contemporanei ora completamente dimenticati, e a quel tempo la gente metteva assieme fantastiche collezioni di antichi maestri. In un certo senso siamo in una situazione paragonabile. I nuovi ricchi si distinguono grazie all’arte contemporanea, particolarmente in America, ma nel XIX secolo l’interesse per gli antichi maestri tornò in auge molto in fretta. Noti artisti contemporanei visitano gli Uffizi praticamente ogni giorno e hanno il più grande rispetto per gli antichi maestri. A Firenze le mostre degli antichi maestri hanno più successo di quelle degli artisti contemporanei. Firenze è uno dei pochi posti sul pianeta dove possiamo assistere a questo sorprendente fenomeno».
Intende vendere alcune delle grandi opere che ha in magazzino?
«È sbagliato vendere opere d’arte perché servono soldi. Vendere i pezzi migliori è autodistruttivo, e c’è una sorta di leggenda metropolitana sulle opere tenute in magazzino; il meglio è esposto e la seconda scelta è da qualche altra parte. In particolare dalla Seconda guerra mondiale decora uffici governativi, ambasciate, stazioni di polizia. È la terza scelta quella che resta in magazzino e si tratta di opere gravemente danneggiate».
Vuole comprare opere da aggiungere alla collezione?
«Sì. All’inizio di quest’anno ho comprato tre disegni, il mio primo acquisto, e ora stiamo per comprare un dipinto e una scultura. Non è facile trovare lo stesso livello di qualità necessario perché abbia senso ampliare la collezione. Nelle collezioni private a Firenze e in Italia ci saranno una dozzina o poco più di opere abbastanza importanti da un punto di vista storico e artistico da figurare negli Uffizi. Anche se avessimo tutto il denaro del mondo non potremmo comunque aggiungere molto».
Sarebbe troppo costoso comprare un Caravaggio o un Rembrandt?
«Ora come ora non ce lo possiamo permettere, ma paghiamo i conti con i nostri introiti e siamo già autosufficienti, e uno dei miei compiti è procedere in questo senso. In futuro spero di riuscire a creare un fondo per le acquisizioni per poter comprare le rare opere che occasionalmente si rendono disponibili sul mercato».
La sicurezza è una delle maggiori preoccupazioni al momento?
«Naturalmente siamo molto attenti al tema della sicurezza, e dopo gli attacchi di Parigi ho chiesto ai nostri ingegneri e architetti cosa avremmo ancora potuto migliorare. Siamo costantemente in contatto con gli enti che si occupano di sicurezza e i Carabinieri hanno la loro base toscana a Palazzo Pitti, che è uno dei nostri edifici. Un’ottima cosa! La comunicazione è piuttosto rapida e possiamo collaborare velocemente e restare a stretto contatto su questi temi. Grazie al ministero degli Interni abbiamo le forze armate sulla piazza degli Uffizi 24 ore su 24, e sono forze speciali dell’antiterrorismo. Essenziali per prevenire un attacco. Essere sicuri al 100% è impossibile ma è cruciale fare tutto ciò che è umanamente possibile».
[Traduzione di Carla Reschia]

Il Fatto 28.8.16
La Riforma
Creati 20 Poli culturali, ma faticano a stare aperti
Da Taranto a Firenze, musei autonomi ma senza custodi
di Andrea Managò
qui
http://issuu.com/segnalazioni.box/docs/musei?workerAddress=ec2-52-90-130-189.compute-1.amazonaws.com

Repubblica 28.8.16
Dalla violenza iconoclasta alla forza di ricostruire
di Salvatore Settis

QUI tutte le chiese sono piene di sordide, maledette e menzognere immagini, ma tutti le venerano. Perciò le sto distruggendo una per una da solo, con le mie mani, per combattere la superstizione e l’eresia». La scena è Torino, e chi parla non è un estremista islamico ma Claudio, irriducibile campione di un’iconoclastia militante, che di Torino fu vescovo per dodici anni (dall’816 all’828). Secondo il suo contemporaneo Giona di Orléans, Claudio, «acceso da zelo sconfinato e senza freni, devastò e abbatté in tutte le chiese della diocesi non solo i dipinti di storia sacra, ma perfino tutte le croci», deridendo gli avversari: «Cristo fu sulla croce per sei ore, e dobbiamo venerare tutte le croci? Non dovremmo allora venerare anche le mangiatoie, dato che fu in una mangiatoia, le barche perché in barca fu spesso, gli asini perché su un asino entrò a Gerusalemme, i rovi perché di rovo era la corona di spine, le lance perché una lancia gli fu confitta nel costato?». Troppo spesso consideriamo l’iconoclastia un corpo estraneo rispetto alla cultura “occidentale”, attribuendola in esclusiva all’Islam, o semmai a una fase della storia religiosa di Bisanzio. Ma non meno spietata, e più vicina a noi, fu l’iconoclastia protestante, lanciata a Zurigo nel 1523 e poi diffusa in tutti i Paesi a nord delle Alpi. Al British Iconoclasm la Tate Gallery dedicò nel 2013 una mostra importante, e con egual forza il fanatismo di Claudio di Torino ci obbliga a guardare anche l’iconoclasta che è in noi. Eppure, da Bamiyan a Timbuctu, l’iconoclastia vista dall’Europa sembra dover portare un solo marchio di fabbrica, quello dell’Islam. Gli stessi autori di queste devastazioni fanno di tutto per accreditare la radice teologico- religiosa della loro furia demolitrice, presentata come ossequio ai precetti del Corano. Se accettiamo questa versione dei fatti, la conseguenza è uno scontro di civiltà, in cui chiunque contrasti le distruzioni — anche se rigorosamente ateo — viene bollato come “crociato”. Il solo antidoto a questo veleno è riconoscere e denunciare la natura strettamente politica dell’iconoclastia del nostro tempo. Ma anche la radice, egualmente politica, della tutela della memoria culturale. Ricordiamo: la distruzione dei giganteschi Buddha gemelli di Bamiyan (12 marzo 2001) anticipò di nove mesi esatti l’abbattimento delle Torri gemelle di New York (11 settembre), come se il secondo evento, con le sue vittime umane e la sua spettacolarità ineguagliata, fosse già in gestazione nel primo. In ambo i casi, centro generatore dell’azione devastatrice non fu una statua o un grattacielo, ma la scena, o meglio lo spettacolo, della distruzione. Le Twin Towers furono abbattute nella certezza che l’evento sarebbe stato ripreso sull’istante dalle televisioni, e che il mondo si sarebbe fermato a guardare. A Bamiyan, a Mosul, a Palmira sono stati gli stessi distruttori a documentare se stessi, in un’orgia di selfie fotografici e cinematografici, da diffondersi poi in tutto il mondo. Adepti più o meno consapevoli della “società dello spettacolo” profetizzata da Guy Debord (1967), questi nemici delle immagini le annientano sì, ma allo scopo di produrre nuove immagini, quelle della loro distruzione. Creano e diffondono accanitamente una neo-idolatria, una iconizzazione di sé che richiede l’intenso uso dei media: 45mila accounts Twitter di militanti Is secondo Stern e Berger ( ISIS: the State of Terror, 2015). Il loro è calcolo politico, esattamente come quando si abbatterono le statue di Mussolini o di Stalin: chi atterra le immagini vuol farsi vedere mentre lo fa perché mostra i muscoli, trasmette un messaggio di intransigenza e di forza ostinate, spedito al mondo da un palcoscenico creato
ad hoc. Eppure, fra chi elogiò i primi tentativi di distruggere i Buddha di Bamiyan nel Settecento si conta Goethe: l’insofferenza protestante per le immagini di culto s’incontrava in lui con l’iconofobia ricorrente nella cultura islamica.
Ma c’è oggi un’altra iconoclastia, che non ha religione né confini. Non ostenta se stessa, ma nemmeno si nasconde, perché conta su una naturale complicità “globale”. Alla Mecca vige il divieto di ingresso ai non mussulmani, ma negli ultimi anni la città si è trasformata in una vera e propria Las Vegas saudita (lo scrive Ziauddin Sardar, Mecca. The Sacred City, 2015). Il re porta il titolo di “Custode delle Sacre Moschee”, ma lo interpreta promuovendo la distruzione sistematica di preziosi edifici storici in favore di centri commerciali. Per citare solo qualche esempio fra tanti, è stata abbattuta la moschea di Bilal, del tempo di Maometto; la gigantesca fortezza ottomana di Aiyad (sec. XVIII) è stata rasa al suolo nel 2002 e sostituita dal Mecca Royal Clock Tower, un complesso alberghiero di lusso con al centro un grattacielo alto 601 metri, copia ingigantita del Big Ben, che ormai sovrasta i luoghi più sacri dell’Islam.
Cambiamo scenario: a Mosca si è combattuto duramente fra chi voleva salvaguardare Dom Stroyburo, edificio- simbolo del costruttivismo russo, opera di Arkady Langman (1928), e chi voleva distruggerlo per una speculazione edilizia. Nonostante fosse sottoposto a tutela architettonica, l’edificio è stato abbattuto illegalmente di notte nel marzo 2015, a quel che pare da membri della mafia locale, che durante la demolizione urlavano derisoriamente “Allah è grande!”. L’invocazione religiosa degli estremisti islamici diventava così un blasfemo sberleffo di criminali comuni, in una capitale europea.
Una stessa iconoclastia, in nome del mercato, è all’opera alla Mecca e a Mosca, ma anche intorno a noi. È il degrado che colpisce il patrimonio culturale, l’invasione dei paesaggi svenduti alla speculazione edilizia, l’inquinamento dell’ambiente, l’abbandono di chiese e monumenti storici, l’installarsi di malsane discariche anche nelle più preziose aree agricole, la colpevole retorica di uno “sviluppo” che calpesta la storia in nome dell’economia, la monocultura del turismo che svuota le città, l’esilio della cultura ai margini della società. La nostra sensibilità collettiva si accende di indignazione davanti ad efferate distruzioni di beni monumentali, ma non quando devastazioni di eguale violenza vengono compiute da noi stessi, contro la dignità e la vita stessa dei cittadini. Questo non si chiama “terrorismo”, ma produce effetti non meno devastanti. Perciò è importante ricordare a noi stessi che la tutela dell’ambiente, del paesaggio, del patrimonio culturale ha una radice squisitamente politica. Si collega (lo dice la Costituzione) all’orizzonte dei nostri diritti. È il sale della democrazia. Anche davanti a distruzioni severe e incontrollabili (una guerra, un terremoto) è dalla capacità di salvare e ricostruire il patrimonio monumentale che si misura la forza, o la debolezza, di un Paese. Le promesse fatte dal governo in questi giorni vanno nella direzione giusta: speriamo di poterne confermare il giudizio da qui a un anno.

Corriere La Lettura 28.8.16
Una corsa all’oro di 6.500 anni fa
Nei Balcani spunta il primo gioiello

Poche settimane fa è stato ritrovato il più antico oggetto d’oro mai scoperto, risalente a circa 6.500 anni fa. Si tratta di un «vago di collana» di tre millimetri, rinvenuto a Tell Yunatsite, nei pressi della città moderna di Pazardzhik, nella Bulgaria meridionale. Gli scavi condotti da archeologi bulgari e statunitensi hanno messo in luce le poderose ed estese strutture del primo centro urbano europeo, popolato da gruppi umani giunti dall’Anatolia intorno a 8.000 anni fa. In questa parte dei Balcani si trovano importanti miniere di rame e oro e durante il V millennio a.C. le comunità umane perfezionarono con sorprendente rapidità i procedimenti necessari a estrarre e lavorare il metallo.
Tale sviluppo fu accompagnato da un notevole incremento demografico, da complesse forme di organizzazione sociale e dal commercio di metalli, materie prime e manufatti di pregio su lunghe distanze. La necropoli rinvenuta nella città di Varna, sul Mar Nero, comprende circa 300 sepolture che esprimono credenze religiose sofisticate e contengono il più antico tesoro del mondo: oltre sei chili di oro composti da circa tremila perline, placchette, anelli, bracciali, pettorali, «scettri» e diademi. Nella sola sepoltura di un uomo di 40-45 anni sono stati rinvenuti oggetti personali di raffinata fattura per un peso di 1,5 chilogrammi d’oro.
La recentissima scoperta del piccolo ornamento d’oro a Tell Yunatsite, più antico dei corredi di Varna, potrà aiutare a comprendere le circostanze e le dinamiche dello straordinario sviluppo della produzione metallurgica all’origine dell’esplosione di ricchezza delle popolazioni balcaniche durante il V millennio a.C.

Corriere La Lettura 28.8.16
Sentimenti
Il re degli dei divise i corpi degli androgini. Leopardi ci spiega che cosa vuol dire
Da Zeus la formula del desiderio : l’altra metà non ci apparterrà mai
di Ilaria Gaspari

Prendete un foglio di carta e una matita, e provate a disegnare un essere fatto così: un blocco di un pezzo unico, con dorso e fianchi disposti in tondo; quattro mani e quattro braccia, quattro gambe e quattro piedi. Un collo tondeggiante su cui stanno due facce identiche, ma una testa sola. Quattro orecchie, e genitali doppi.
Molto probabilmente concluderete di essere pessimi disegnatori. Eppure è così, secondo quel che Aristofane racconta nel Simposio di Platone, che apparivano gli androgini, le creature più compiute mai concepite. Questi esseri primordiali partecipavano di nome e di fatto della natura del maschio e di quella della femmina; e quando camminavano di fretta, come acrobati saltellavano su tutte le estremità a disposizione, per un totale di otto fra gambe e braccia. L’immaginazione è costretta ad arrancare, quando tentiamo di dare una forma plausibile alla buffa sagoma sferica dell’androgino.
Ma nella goffaggine di questi scarabocchi potrebbe essere nascosta una chiave per capire come funziona il desiderio. Zeus gli androgini li tagliò in due per punire la loro arroganza, come si tagliano le albicocche per fare le marmellate: voleva indebolirli. È in quella mutilazione che nasce il desiderio — nello struggimento di voler essere una cosa sola con chi si ama, e nel sapere che si tratta di una fantasia irrealizzabile. Proprio l’amputazione imposta agli androgini ci permette di immaginarli e capirli: sappiamo figurarci facilmente la camminata di esseri incompleti che cercano la propria metà su due gambe, mentre non sappiamo fare altrettanto con le strane parabole circolari descritte da quelle coppie di individui fusi insieme, che saltellavano su quattro.
Aveva per l’appunto solo due gambe, e due piedi — di cui uno sollevato quasi verticalmente a sfiorare il terreno nella grazia inconsapevole di un passo disegnato nella pietra — la Gradiva di cui si innamora Norbert Hanold, archeologo, in una celebre novella di Wilhelm Jensen scritta nei primi anni del Novecento, che appassionò Freud. Da una lontananza di secoli, l’incedere della ragazza, colto nel dettaglio di quel piede alzato, scatena in Hanold un desiderio prossimo all’ossessione. E non importa che la Gradiva fosse una figura scolpita in un bassorilievo pompeiano; la storia di questo amore impossibile, di questa fantasia dolorosa, ha molto da dire sugli amori fra esseri in carne e ossa. Marcel Proust, grande mistagogo dei tormenti del desiderio, ha scritto che le attrattive di una qualsiasi passante sono in genere in rapporto diretto con la rapidità del passaggio, con l’intuizione di una vita che non ci appartiene, di cui cogliamo al massimo un bagliore. Perché nasca il desiderio basta un dettaglio insignificante, spesso spiato, se ci colpisce nell’istante che retrospettivamente sarà chiamato il momento giusto: in genere, quando non ci si sente preparati, quando non si sta attenti, quando non si aveva niente da fare.
Non aveva molto da fare, probabilmente, nella Parigi del Secondo Impero, un certo dandy di nome Swann il pomeriggio in cui — racconta Proust nel primo libro della Recherche — un po’ per curiosità e un po’ anche per noia, va a trovare una piccola cocotte con un nome da gran dama che suona falso come un gioiello d’ottone, Odette de Crécy; la vede piegarsi in un gesto noncurante e imbronciato. E mentre lei si china per guardare da vicino un’incisione, lui — che l’aveva già incontrata, e covava un sottile fastidio per le imperfezioni della sua pelle e la sua aria malaticcia — si sorprende a rivedere in lei una somiglianza con la ninfa Sefora in un affresco di Botticelli.
L’istante del colpo di fulmine rimane fissato come una cesura nella memoria di chi lo vive ed è destinato a essere costruito e ricostruito nel ricordo, con tutte le falsificazioni del caso. Giacomo Leopardi nello Zibaldone lo associa allo spavento che nasce, nel primo concepimento del desiderio, dalla prefigurazione della sua insaziabilità: «E lo spavento viene da questo, che allo spettatore o spettatrice, in quel momento, pare impossibile di star mai più senza quel tale oggetto, e nel tempo stesso gli pare impossibile di possederlo com’ei vorrebbe; (...) perché neppure il possedimento carnale (...) gli parrebbe poter soddisfare e riempere il desiderio ch’egli concepisce di quel tale oggetto; col quale ei vorrebbe diventare una cosa stessa (...); ora ei non vede che questo possa mai essere». E non sarà per caso se nello stesso brano Leopardi riconosce quanto sia profonda la descrizione «scherzevole» che Aristofane fa degli androgini.
È un destino inevitabile, quello prefigurato nello Zibaldone : perché un desiderio completamente appagato non è già più un desiderio. Chi ha visto molte stelle cadenti e per ognuna ha espresso un desiderio sa bene che, quando questo si realizzerà, sarà già cambiato qualcosa in lui, o in lei, rispetto alla notte d’estate in cui ha visto la scia luminosa nel cielo. Però, molto probabilmente, a ogni nuovo San Lorenzo se lo dimenticherà, e continuerà a esprimere desideri, e a concepirne molti di più di quelli che poi esprime. Il desiderio non conosce il principio dei vasi comunicanti o altri equilibri meccanici di riempimento e svuotamento; il solo fatto di desiderare cambia la persona che desidera e questo può generare grandi delusioni. Lo scrittore americano Truman Capote scelse di intitolare il suo libro di memorie Answered Prayers , da una frase di Teresa d’Avila: «Niente è più tremendo di una preghiera esaudita». Il libro è rimasto incompiuto.
È sempre con il senno di poi che riviviamo l’istante in cui il desiderio si è acceso, portando a conseguenze allora imprevedibili: per questo abbiamo la tentazione — e l’abitudine — di applicare a quello stesso istante un fatalismo che non gli appartiene, di rileggerlo in maniera quasi superstiziosa. Non c’è niente di fatale, invece: un colpo di fulmine non obbedisce a nessuna predestinazione. È vero, spesso ci si innamora senza farci caso, in un attimo di disattenzione; questo non significa, però, che in quei momenti si sia meno presenti a se stessi. Lo si è, anzi, di più: Swann era più che mai se stesso quando, facendo visita a Odette con la mezza scusa di mostrarle un’incisione che sapeva non interessarla troppo, ritrovava in sé l’occhio del collezionista innamorato di arte rinascimentale. Quando non ci si sovraccarica di aspettative e non si rincorre niente — neppure l’immagine di sé che si vuole mostrare agli altri — è allora che si è più vicini alla propria essenza. L’attimo in cui intravvediamo distrattamente una vita che non potrà mai appartenerci del tutto — perché non sarebbe più la vita di un altro ma una proiezione della nostra o, nel migliore (peggiore?) dei casi, un suo prolungamento — non è per forza un segno di vulnerabilità, anche se possiamo raccontarcelo così.
È il momento in cui smettiamo di fissare la ferita inferta dal coltello di Zeus e ci accorgiamo della presenza reale di un altro: e proprio lo slancio verso quell’altro ci fa muovere, sulle due gambe che ci restano.

Corriere La Lettura 28.8.16
Spagna 1936: il sogno libertario strangolato da Franco e Stalin
di Antonio Carioti

Per poco non s’incontrarono, ottant’anni fa, il regista Armand Guerra e la comandante Mika Etchebéhère, lui anarchico e lei marxista eretica, nella prima tumultuosa fase della guerra civile spagnola di cui parlano nelle loro memorie. Mika, che si trovò, unica donna, alla testa di una colonna del Poum (partito di estrema sinistra con simpatie trotskiste) dopo la morte in battaglia dell’amatissimo marito Hippolyte, racconta nel libro La mia guerra di Spagna (Alegre) come fuggì dalla cattedrale di Siguënza, dove si erano asserragliati i suoi miliziani assediati dai nazionalisti. Armand, che girava con la troupe per raccogliere testimonianze filmate sul conflitto, riferisce invece nel suo Attraverso la mitraglia (ora pubblicato per la prima volta in Italia dalle Edizioni Spartaco) di aver incontrato due ragazzi scappati dalla stessa cattedrale «assieme a una francese». In realtà la Etchebéhère era nata in Argentina da genitori ebrei russi, ma aveva sposato un francese, di cui portava il cognome (quello da nubile era Feldman): per il resto i dettagli coincidono.
Si siano conosciuti o meno, di certo Armand e Mika condividevano lo stesso spirito sovversivo, spontaneista e libertario. Quello in nome del quale le masse rivoluzionarie spagnole, con le armi in pugno, avevano impedito il successo del golpe militare scattato nel luglio 1936, consentendo alla Repubblica (poco amata, per la verità, soprattutto dagli anarchici) di sopravvivere all’assalto iniziale di Francisco Franco. Tuttavia, per quanto coraggiose e motivate, quelle milizie di partito e sindacato, male armate e senza esperienza, composte anche da ragazzini imberbi e stanchi ultracinquantenni, non potevano reggere sul fronte l’urto di truppe bene addestrate (compresi i temuti «mori», mercenari marocchini), appoggiate e rifornite dal Terzo Reich e dall’Italia fascista. Mika dedica pagine splendide a descrivere gli stenti dei suoi uomini, di cui si occupava con una sollecitudine quasi materna, da «capitano-massaia che veglia su soldati-bambini». Invece Guerra non partecipò ai combattimenti, e forse anche per questo nelle sue parole risuonano accenti di più spiccato fervore ideologico (a volte anche un po’ ingenuo), per esempio contro il denaro e la religione, mentre la Etchebéhère dà sempre prova di una salda concretezza, tipicamente femminile.
Da entrambi i libri emerge come la Repubblica spagnola, per resistere ai franchisti (vi riuscì per quasi tre anni, fino al 1939), non potesse far altro che militarizzare le sue forze e accettare l’aiuto di Mosca, visto che da Londra e Parigi non arrivava alcun supporto: d’altronde era difficile chiedere ai capitalisti britannici di sostenere chi li avrebbe volentieri espropriati. Così lo slancio rivoluzionario si affievolì, mentre i comunisti stalinisti poterono imporsi, fino a reprimere con violenza il Poum di Mika e gli anarchici come Armand. Di quegli eventi i due libri non trattano direttamente, poiché terminano in una fase precedente allo scontro. Ma si avvertono distinte, soprattutto nel racconto di Mika, le avvisaglie di ciò che accadrà. «Chi tiene il coltello dalla parte del manico adesso — esclama uno dei suoi miliziani, fieri di essere guidati da una donna nonostante l’istintivo maschilismo — sono i comunisti, in virtù delle armi sovietiche… E noi chi siamo? Quattro gatti spelacchiati (…). La storia non dirà niente di noi, perché siamo dei trotskisti del Poum».

Corriere  La Lettura 28.8.16
La rivolta degli schiavi torna a spaccare l’America
di Matteo Persivale

Joan Didion descrive con glaciale sarcasmo nel suo The White Album il dibattito-processo al quale fu sottoposto il povero William Styron, una sera dell’estate 1968, in uno dei numerosi club sorti a Beverly Hills per raccogliere fondi in favore del candidato (perdente) alle primarie democratiche Eugene McCarthy. La presunta colpa di Styron — che dovette difendersi dall’accusatore Ossie Davis, attivista e attore — era quella di aver scritto, lui che era bianco, Le confessioni di Nat Turner (edito in Italia da Mondadori), storia vera del predicatore nero che nel 1831 organizzò una sanguinosa rivolta di schiavi che dopo aver sterminato una cinquantina di bianchi furono catturati e uccisi.
Episodio allora poco noto agli americani e che Styron trasformò in bestseller (John Cheever, non sempre benevolo con i colleghi, lo considerava un capolavoro, come del resto l’amico James Baldwin che gli disse: «Se tu fossi un po’ più scuro ora saresti lo scrittore nero più famoso d’America»). La storia di Nat Turner è destinata a far discutere l’America, oggi come allora, perché quello degli schiavi sarà un tema doloroso finché la ferita del razzismo resterà aperta: non soltanto perché, come pensano tanti storici, la rivolta — soffocata nel sangue — di Turner e degli altri schiavi fu uno dei fattori che portarono alla guerra civile, il segnale tangibile che un’economia basata sul sequestro e la riduzione in schiavitù di milioni di esseri umani, al di là dell’assoluta immoralità, non era più praticabile.
Quest’anno la storia di Turner è diventata un film, The Birth of a Nation , stesso titolo del capolavoro del cinema muto di D.W. Griffith (1915) che dopo un secolo non finisce di impressionare, da una parte per il genio visionario del regista e dall’altra per il suo assoluto razzismo (è una storia degli Stati del Sud nella quale il Ku Klux Klan viene raffigurato come un’associazione di eroi). Il nuovo The Birth of a Nation ha debuttato in gennaio al Sundance festival: film scritto, prodotto, diretto e interpretato (nei panni del protagonista) da un afroamericano 36enne, Nate Parker. Prima della proiezione, e non dopo — cosa mai vista — Parker fu acclamato con una standing ovation preventiva. I giornali cominciarono ad accostare il nome di Parker addirittura a quello di Orson Welles. La Fox Searchlight di Rupert Murdoch fece un altro passo senza precedenti, acquistando i diritti del film (girato con un budget di 10 milioni) per 17,5 milioni di dollari. Con l’obiettivo di metterlo al centro di un lancio pubblicitario su scala nazionale, l’uscita in 1.500 sale a ottobre, anteprime in college e scuole e perfino nelle grandi chiese del Sud. E una campagna molto militante — il poster con il primissimo piano di Parker con una bandiera americana stretta attorno al collo a mo’ di cappio come si faceva con i linciaggi sbrigativi dei neri nel Sud schiavista prima e segregazionista poi — per proporlo come front runner nella campagna invernale per gli Oscar del prossimo anno.
Perché dopo la sorpresa di quest’anno — nessun nominato afroamericano nelle categorie principali, con conseguente riforma della Academy per aumentare la quota di membri non bianchi — sembrava proprio The Birth of a Nation il film giusto per riscuotere il successo toccato due anni fa a 12 anni schiavo , che non faceva sconti alla pagina più vergognosa della storia americana. Addirittura, Parker aveva scelto di non cedere i diritti del film al miglior offerente — l’asta al Sundance era stata vinta da Netflix, con venti milioni, battendo anche The Weinstein Company — ma di affidarsi alla Fox che con «soli» 17,5 milioni garantiva una massiccia uscita nelle sale e un’ottima e abbondante promozionale per l’Oscar. I bookmaker davano per scontata una pioggia di nomination — miglior film, regia, attori protagonisti e non, sceneggiatura — e ottime possibilità per la vittoria finale. Parker, diventato improvvisamente una celebrity , faceva il giro dei talk show raccontando la storia toccante di come lui, attore semisconosciuto, avesse investito i risparmi (aveva recitato nel 2007 in un film a fianco di Denzel Washington, The Great Debaters. Il potere della parola , ottimamente pagato) in un pellegrinaggio su e giù per l’America cercando investitori, incontrando tanto scetticismo da parte dei bianchi e convincendo infine alcuni afroamericani famosi e abbienti — i giocatori di basket Nba Michael Finley e Tony Parker — ad aiutare quel progetto storicamente così importante.
Importante perché, al contrario del libro di Styron, bianco del Sud che aveva scritto Le confessioni di Nat Turner nello studio della bella villa a Martha’s Vineyard, l’isola dei ricchi al largo di Cape Cod in Massachusetts, questa volta la storia dell’eroe dei neri veniva raccontata da un nero. Senza mediazioni. Un film scritto, prodotto, girato e recitato senza compromessi. Potenzialmente il film dell’anno. Con Spike Lee, sempre battagliero, che faceva apparizioni speciali al fianco di Parker ed esortava ad andare a vedere il film, a ottobre, in massa: come un atto politico.
Il 14 agosto però, proprio mentre Parker stava presentando una borsa di studio per giovani registi afroamericani, la corsa del suo film si è fermata (annullata la «prima» all’American Film Institute, niente conferenza stampa al Festival di Toronto il mese prossimo). Prima il sito deadline.com poi il giornale dello spettacolo «Variety» , dopo qualche giorno di prudenti verifiche, hanno rivelato che nel 1999 Nate Parker venne accusato — insieme con l’amico Jean Celestin, co-sceneggiatore di The Birth of a Nation — di stupro da una compagna d’università, processato e poi assolto (Celestin fu condannato, ottenne un processo d’appello che però non si fece mai e venne dunque prosciolto). La reazione iniziale di Parker è stata quella di spiegare che si trattava di notizie di pubblico dominio, che è successo anni fa, che è stato assolto e si ritiene un buon figlio e marito e padre (di cinque figlie). Poi però il fratello della sua accusatrice — sempre rimasta anonima — ha rivelato che quella notte le rovinò la vita, facendola sprofondare nella depressione e nei disturbi da stress post-traumatico. Si è suicidata nel 2012, lasciando un figlio.
La Fox ha smentito di aver intenzione di cambiare i piani (uscita nelle sale il 9 ottobre), «siamo al fianco di Nate, riconosciuto innocente». Nello stesso processo Parker venne assolto e Celestin condannato: la motivazione della giuria? Un rapporto consensuale, la sera prima, tra Parker e l’accusatrice. Nel rapporto a tre di quella notte la ragazza, ubriaca, sarebbe stata perciò consenziente nei confronti di Parker ma non dell’amico. A molti, leggendo gli atti del processo, pare più ragionevole un’altra spiegazione: stupro di gruppo su una ragazza svenuta e verdetto sballato.
Parker come Roman Polanski (condannato per stupro di una bambina, è in fuga dalla giustizia americana da 39 anni)? La Fox in fondo lo spera: nonostante lo stupro, Il pianista , film sull’Olocausto dell’autore polacco, vinse Palma d’Oro a Cannes e Miglior Regia all’Oscar 2003. Ma forse i tempi sono cambiati, e Parker non riuscirà a sfuggire alle contestazioni. Facendoci riflettere: quanto conta la moralità personale di un artista che racconta una storia moralmente inattaccabile, come la Shoah del Pianista o la ribellione dello schiavo che venne catturato, impiccato e — ci raccontano Styron e Parker seguendo le cronache del 1831 — scuoiato. La carne trasformata in grasso lubrificante, la pelle in borse e portafogli, le ossa conservate come souvenir da uno dei suoi carnefici.

Corriere La Lettura 28.8.16
Rivalutare la pluralità ascoltando Carl Schmitt
di Mauro Bonazzi

La pubblicazione dei Quaderni neri ha riportato al centro delle discussioni l’opportunità di leggere autori il cui legame con il nazismo è ormai un fatto assodato. Vale per Martin Heidegger e vale per Carl Schmitt, che a più riprese, e spesso in modo patetico (neppure ai gerarchi sfuggì il suo opportunismo), cercò di «assumere intellettualmente il comando del movimento nazista» (Jaspers). Il giudizio sulla persona, in entrambi i casi, non può che essere negativo, ma in fondo importa poco. Ciò che conta sono le idee: perché continuare a occuparsi delle teorie di questi cattivi maestri?
Il paradosso di Schmitt, spiega Jean-François Kervégan nel libro Che fare di Carl Schmitt? (traduzione di Francesco Mancuso, Laterza, pp. 238, e 24), è che molte delle sue idee, pur compromesse con il regime nazista, offrono spunti di riflessione per affrontare i nostri problemi da angolature interessanti. Così è per la teoria dei «grandi spazi». Visto che i singoli Stati non sono più in grado di garantire l’ordine (e questa è forse l’osservazione più attuale: la crisi dello Stato nazione), è auspicabile una divisione del mondo in zone d’influenza controllate da grandi potenze. Alla fine degli anni Trenta questa teoria serviva a giustificare l’espansionismo hitleriano. Ma nel dopoguerra non è stata proprio la divisione in due grandi blocchi la garanzia di un cinquantennio di relativa stabilità? L’obiettivo, oggi, è ricostruire un nuovo ordine prescindendo da queste divisioni potenzialmente conflittuali, nel nome della pace e di un diritto universale condiviso. Un’idea stupenda, ma per Schmitt impossibile, perché non esiste un diritto puro, autonomo o neutrale. Il diritto trova il suo fondamento in un atto politico, e la politica presuppone sempre il perseguimento del proprio interesse contro quello degli altri: implica dunque una pluralità di agenti e il rischio del conflitto. Per questo la guerra ci sarà sempre e non ha senso stigmatizzarla: è parte della lotta politica. Il problema è piuttosto come contenerla e regolarla, lasciando cadere le distinzioni morali tra buoni e cattivi: non ci sono guerre giuste, ma ci deve essere un «giusto», vale a dire delle regole rispettate, nella guerra. Così successe nell’età moderna ed è questo ciò a cui bisogna aspirare oggi per evitare di finire in una «guerra civile mondiale» senza limiti, in cui ciascuno si ritiene portatore di verità universali insindacabili. Che queste teorie fossero sfruttate in difesa della potenza nazista, impegnata in quegli stessi anni in una guerra di sterminio a Est, ha dell’incredibile. Ma come negare che queste analisi potrebbero servire a inquadrare i problemi di una globalizzazione sempre più fuori controllo? E magari potrebbero aiutare a definire un ruolo possibile per l’Europa sullo scenario mondiale.
Una delle tendenze più vistose dei nostri tempi è stato il tentativo di neutralizzare la dimensione politica delle relazioni umane, nella convinzione che il progresso economico o scientifico avrebbe offerto soluzioni nuove e definitive. Le proposte di Schmitt non sempre, anzi quasi mai, sono del tutto condivisibili. Ma le sue analisi ci ricordano che il «politico» è parte integrante della condizione umana, e su questo è difficile dargli torto. Lo spiega bene Kervégan: «L’unificazione tecnica del mondo è un fatto acclarato: ma derivarne la necessità di una unificazione politica, o piuttosto di una unificazione nell’oltrepassamento del politico, del conflitto, del negativo, è una illusione», che rischia di lasciarci senza strumenti per comprendere ed eventualmente intervenire sulla realtà che ci circonda — una realtà che è e rimane plurale. Nei giorni della catastrofe siriana viene da pensare che forse non è ancora arrivato il momento di sbarazzarsi di Schmitt.

Corriere La Lettura 28.8.16
La tentazione transumanista. E i dilemmi
La medicina non è più chiamata a riparare ma anche a migliorare e potenziare
Si apre la sfida tra i bioconservatori alla Francis Fukuyama e i bioprogressisti
di Donatella Di Cesare

E se la vecchiaia e la morte non fossero un dato eterno e intangibile? Se ci fossimo fin qui sbagliati? Se si trattasse invece di patologie, che rappresentano perciò una sfida per la medicina? Ne sono convinti gli esponenti del transumanismo, una nuova corrente di pensiero che si è affermata negli Stati Uniti, una vera e propria ideologia, sostenuta anche dai giganti del web e dotata perciò di potenti mezzi. Basti ricordare il più grande centro di ricerca transumanista: la Singularity University, fondata nel 2008 nella Silicon Valley e finanziata da Google.
In una sorta di manifesto, pubblicato anche in rete nel marzo del 2003, Max More, una delle voci più autorevoli del movimento, ha scritto: «Noi mettiamo in questione il carattere inevitabile della vecchiaia e della morte; cerchiamo di migliorare progressivamente le nostre capacità intellettuali e fisiche, sviluppandole anche sul piano emozionale. Vediamo l’umanità come una fase di transizione nello sviluppo evolutivo». Non è solo fantascienza. Lo dimostrano anzitutto i progressi formidabili delle biotecnologie, non lontano, ormai, dalla capacità di modificare il patrimonio genetico degli individui grazie al sistema detto Crispr-Cas9 che consente il copia-incolla di sequenze del Dna. Qualcuno ha già parlato di «magazzino dei bambini». Sarà possibile, un giorno, scegliere alcuni tratti di chi verrà al mondo, taglia, forza fisica, colore degli occhi? O almeno potenziarli? E fino a che punto sarà lecito l’intervento sull’essere umano?
Al «miglioramento» dell’umanità, inteso come potenziamento, mira il transumanismo, che si spinge alla frontiera ultima, non solo della scienza, ma anche dell’etica e della politica. I transumanisti sostengono il ricorso alle nuove tecnologie, l’uso esteso di cellule staminali, la clonazione riproduttiva, l’ibridazione uomo/macchina, l’ingegneria genetica, l’ editing del genoma e tutte le manipolazioni che potrebbero modificare definitivamente la nostra specie, migliorando la condizione umana. Rivendicano la «libertà morfologica», il diritto di modificare e migliorare il proprio corpo e la propria mente. Senza limiti, senza tabù, senza scrupoli. Nick Bostrom, filosofo svedese transumanista, che lavora all’Università di Oxford, ha interpretato così il passaggio auspicato: «Usciremo dall’infanzia dell’umanità per entrare nell’era postumana».
La medicina, almeno fin dall’antichità greca, ha sempre seguito un modello terapeutico: quello di curare la malattia, di ripristinare l’equilibrio. Per i transumanisti questo modello è obsoleto e superato. La medicina è chiamata a rispondere a un modello «superiore» e deve, quindi, non solo riparare, ma anche migliorare e potenziare l’essere umano. A richiederlo sono ormai le nuove tecnologie che vengono di solito indicate con l’acronimo Nbic: nanotecnologie, biotecnologie, informatica (Big Data, internet degli oggetti), cognitivismo (intelligenza artificiale e robotica). Le novità radicali introdotte in questi ambiti muteranno nei prossimi quarant’anni la medicina segnando uno scarto decisivo rispetto ai quattromila anni precedenti. Il concetto di improvement , di «miglioramento», su cui insiste, ad esempio, il filosofo americano Allen Buchanan nel suo libro più recente Better than Human (Oxford University Press, 2011) è dunque un vero e proprio punto di svolta.
D’altronde i transumanisti hanno gioco facile nel mostrare che la linea che separerebbe l’intervento terapeutico da quello migliorativo è cancellata già da tempo. Che dire di tutta la chirurgia estetica? Non si opera forse per migliorare? La bruttezza, ammesso che sia tale, non è certo una «malattia». Lo stesso vale anche per i vaccini e per diverse forme della geriatria.
Sarà opportuno illustrare questo problema attraverso due esempi a cui spesso ricorrono i transumanisti. Il primo riguarda due uomini la cui altezza non raggiunge il metro e 45, il primo per via di una malattia che lo ha colpito nell’infanzia, il secondo perché viene da genitori di bassa statura. Perché si dovrebbe intervenire solo sul primo, dato che soffrono entrambi di un medesimo disagio in una società che premia l’altezza? Qual è il criterio etico per distinguere tra un nanismo patologico e un nanismo «normale»? Un altro esempio rende bene l’idea dell’ibridazione uomo/macchina. Una ditta tedesca ha inventato un microchip che, una volta impiantato, è in grado di restituire in gran parte la vista a coloro che soffrono di retinite pigmentaria, una malattia genetica degenerativa. Il chip converte la luce in segnali elettrici che vengono inviati al nervo ottico. Non è solo un intervento terapeutico, ma anche migliorativo. Se un giorno la chirurgia genetica ci dirà che è possibile, già nell’embrione, riparare, con un copia incolla, un gene difettoso della vista o di altri organi, quale risposta daremo?
Si può intuire che il transumanismo susciti dibattiti appassionati e incontri, negli Stati Uniti, un grande successo. A parte rare eccezioni, l’Europa sembra invece inerte di fronte alle sfide lanciate dal nuovo potere dell’uomo sull’uomo. La complessità dei temi e la rapidità degli sviluppi contribuiscono alla disattenzione diffusa. Anche quella del mondo politico, che rischia di dover deliberare dall’oggi al domani su questioni molto delicate. Né ha senso ridicolizzarne gli effetti. I rischi di una intelligenza artificiale che assuma un potere tale da diventare un Golem incontrollabile sono stati denunciati, con una petizione del 2015, da Bill Gates, Stephen Hawking e Elon Musk, sostenuti da molti scienziati. Ma che cosa dicono i filosofi? La questione è chiara: si tratta di rendere più umano l’essere umano, oppure di disumanizzarlo generando una nuova specie, quella appunto dei postumani? Al loro interno i transumanisti sono divisi tra coloro che, richiamandosi all’umanismo del passato, vorrebbero migliorare, senza remore, la specie umana e coloro che pensano invece a una fabbricazione della postumanità.
I filosofi prendono sul serio il transumanismo, non lo considerano una fantasia perversa. Si possono allora distinguere due fronti opposti: i bioconservatori e i bioprogressisti. Al primo appartiene il famoso politologo Francis Fukuyama, che respinge l’idea prometeica di fabbricare bambini superiori, corpi senza età, anime felici e fa valere il limite naturale che non deve essere oltrepassato. Proprio questo limite viene invece messo in questione dal filosofo belga Gilbert Hottois, più vicino ai bioprogressisti, sebbene con una posizione moderata. Estrema è invece quella di Ray Kurzweil, presidente della University of Singularity, secondo il quale ci siamo già congedati dall’umano e siamo entrati nell’epoca in cui la singola coscienza è superata da un’intelligenza come quella prefigurata da Google.
Mettono in luce le difficoltà di entrambi i fronti Michael Sandel, ormai noto anche in Italia, e Jürgen Habermas. È stato forse Sandel a criticare nel modo più convincente il progetto transumanista, puntando l’indice contro il concetto di perfezione e l’eugenismo che può e deve essere visto in continuità con quello razzista e nazista: che sia la volontà dello Stato totalitario o l’arbitrio dei genitori, in entrambi i casi si tratta il nascituro come un oggetto, anzi come una merce. Ma soprattutto Sandel vede nel transumanismo il passaggio da un’etica (laica) della gratitudine a un’etica del controllo assoluto su di sé e sul mondo. Con lui si è schierato Habermas che ha difeso l’autonomia del bambino e, in genere, della persona che subirebbe le manipolazioni. Entrambi hanno sottolineato i problemi politici e sociali che derivano dalla possibilità, che solo alcuni avrebbero, di scegliere ciò che sarebbe «meglio» geneticamente. E si può aggiungere che l’ultraliberalismo è certo un incentivo, non solo economico, al progetto transumanista.
Il dibattito è ancora solo all’inizio. Il transumanismo divide, ma ha il merito di porre, in forma parossistica, domande che sono diventate inaggirabili. Occorrerà allora chiedersi che cosa vuol dire «umano» e che ne sarà della morte in una vita senza fine. Forse risponderà all’immagine, suggerita da un biologo, di un pezzo di porcellana che va in frantumi inavvertitamente.

Corriere La Lettura 28.8.16
Miti
Gilgamesh, Bacone, Shelley Il miraggio dell’immortalità
Dall’antichità ai fumetti, torna spesso l’idea di sviluppare e prolungare all’infinito la nostra vita
Ma poi anche Superman si rivela vulnerabile
di Giulio Giorello

«Disponiamo anche di parchi per animali di ogni tipo, i quali ci servono non tanto come spettacolo curioso, quanto per esperimenti di dissezione, mediante i quali gettiamo luce sugli studi intorno al corpo umano. In questo campo abbiamo raggiunto straordinari risultati, come la continuazione della vita quando diversi organi, che voi considerate vitali, sono morti o asportati, e la resurrezione di corpi che all’apparenza sembrano morti… Sperimentiamo anche veleni e medicinali e sottoponiamo quegli animali a cure mediche e a esperimenti chirurgici. Riusciamo a renderli artificialmente più grossi degli altri membri della loro specie o viceversa più piccoli arrestando il loro sviluppo. Li rendiamo più fecondi e prolifici del normale oppure sterili e infecondi. Possiamo variarne il colore, la forma, le attività. Riusciamo a fare incroci e accoppiamenti diversi che generano nuove specie… Nulla di tutto ciò avviene per caso».
A una lettura superficiale potrebbe sembrare la descrizione di come opera un nostro laboratorio di genetica. Invece è una citazione dalla Nuova Atlantide , il testo lasciato incompiuto da Francesco Bacone prima di morire, nel 1626, per una polmonite contratta mentre nel rigido inverno compiva esperienze per studiare la conservazione dei tessuti delle bestie sepolte sotto la neve. La Nuova Atlantide è il prototipo di una società che si dedica alla ricerca del sapere e al benessere di tutto il genere umano. Certamente, con qualche prudenza. In quella terra misteriosa la ricerca è organizzata da una società detta «Casa di Salomone», istituita da un sapiente che ha significativamente ripreso il nome del monarca ebraico della Bibbia. In quella «Casa» una congregazione di esperti si impegna «nello studio dei segreti movimenti delle cose allo scopo di allargare i confini del potere umano verso la realizzazione di ogni possibile obiettivo»; ma lavora nelle cavità del sottosuolo in modo che l’impresa sia al tempo stesso segreta e protetta. Le ricchezze della «Casa di Salomone» sono così importanti che i saggi attentamente considerano «quali scoperte ed esperienze possano essere rese note al pubblico e quali no». Gli scienziati baconiani hanno giurato di non diffondere i risultati che ritengono debbano restare segreti. La verità talvolta viene celata «persino allo Stato».
Non c’è da stupirsi che la «Casa di Salomone», dotata delle più diverse fonti di energia, disponga persino di «un’acqua del paradiso» che si rivela sempre più «sorprendente per la salute e il prolungamento della vita». Lottare con successo contro ferite, malattie o quella malattia definitiva che ci appare la morte è dunque una delle più eccellenti e difficili indagini di questi sapienti dediti alla felicità di ognuno di noi! È dai miti più antichi che i «mortali» sognano di non morire. Ma gli dèi si sono rivelati «falsi e bugiardi», ingannandoli con vane illusioni. Qualche volta un essere umano ha potuto attingere all’immortalità, come è capitato al Noè delle leggende mesopotamiche: confinato però ai limiti delle terre emerse e isolato da qualsiasi «commercio» con gli altri mortali; invano l’eroe Gilgamesh lo supplicherà di concedergli un’arma per combattere la morte, e sconfitto nella sua impresa dovrà ritornare alla città da cui era partito, vantandone le mura «fatte di solidi mattoni». Come dire che il successo premia le «arti meccaniche» molto più che qualsiasi medicina del corpo.
Chiamandola anche «Casa delle Opere dei Sei Giorni», Bacone faceva della peculiare istituzione della Nuova Atlantide un omaggio «a maggior gloria di Dio creatore di tutte le cose». Il cristianesimo promette la salvezza dell’anima dopo la morte, almeno sotto certe condizioni; ma ciò non doveva ovviamente bastare a chi voleva per ogni essere umano la salvezza del corpo e la possibilità di trasferirla ai discendenti. Come sottolineava Voltaire, la creatura umana è intrinsecamente «mescolanza di male e di bene, di piacere e di dolore, dotata di passioni per agire e di ragione per dirigere le proprie azioni».
Sembrerebbe così che la pur improbabile eliminazione della sofferenza e della morte porti a un tipo d’uomo (e di donna) capace di virtù intellettuale e civile. Ma non molti decenni dopo Voltaire c’è il Frankenstein di Mary Shelley a rovesciare le carte: lo scienziato lavora ancora in buie cantine operando con «pezzi scelti di cadaveri» e dando vita a una «creatura» che pare aspirare più alle tenebre che alla luce, nonostante le buone intenzioni. Romanzi di fantascienza, film e fumetti ci hanno reso ormai familiare il «mostro immortale» capace di ogni nefandezza, anche se talvolta — come il più celebre dei «non morti», Dracula — si mostra non insensibile alla passione di amore, e per così dire a una certa delicatezza… d’animo.
Viceversa, in tutte le «super-creature» del nostro desiderio, magari potenziato dall’intelligenza tecnico-scientifica, non c’è davvero una completa trasformazione che garantisca salute o addirittura vita perpetua. Vi ricordate il più «buono» di loro, quel Superman che anni fa in Italia era stato ribattezzato Nembo Kid? Sembrava indistruttibile, ma bastava per sconfiggerlo una piccola dose di un misterioso materiale detto «kryptonite». Ovviamente, fino alla prossima puntata, perché la leggenda deve continuare. Il che dà ragione a un altro illuminista, Immanuel Kant. Il quale ammoniva che ogni scienziato, «quando è giunto nel sapere al punto di ampliarne il campo, è chiamato dalla morte» e deve lasciare a colleghi e discepoli il compito di procedere nelle scoperte. In una cosa i sapienti baconiani della Nuova Atlantide avevano ragione: la scienza può sempre rivelarsi fragile e frammentaria; forse l’unica immortalità è nella prosecuzione libera e spregiudicata della ricerca.

Corriere La Lettura 28.8.16
Il primo crac (medievale) a Siena
La crisi finanziaria che trvolse la famiglia Bonsignori. Allora era una novità
di Amedeo Feniello

Di tanto in tanto, generalmente in concomitanza con qualche notizia bizzarra, con qualche mitomane che cerca di passare per il genio che lo ha inventato o, più spesso, con qualche frode, sui media rispunta il famigerato bitcoin. Anche quest’estate, in agosto, il casus belli è stato un furto: 72 milioni di dollari sono scomparsi dai conti degli utenti di una piccola borsa di Hong Kong, Bitfinex. I soliti ignoti al lavoro in versione web. Le indagini sono in corso e chissà se si arriverà mai a qualcosa. Ma per alcuni questa è già la riprova che il bitcoin è il nuovo «sterco del diavolo», la moneta medievale da cui stare lontani trattata dai libri di Jacques Le Goff: i danari pagati a Giuda per il più alto dei tradimenti rimangono sempre nell’aria. Nonostante tutto, per altri, resta l’invenzione del secolo. L’ennesima.
Ciò che non cambia è il contesto del dibattito: all’opinione pubblica la moneta elettronica viene presentata più come un’arte negromantica fuori tempo massimo che come un fenomeno economico.
Eppure dopo anni di «scomunica» ufficiale da parte della sacra finanza, quella delle banche, è proprio la sua natura socio-economica, ancor prima di quella tecnologica, che sta risollevando l’interesse per quella che potrebbe essere la base delle transazioni future. Quest’anno nel disinteresse comune il World Economic Forum ha detto che l’80 per cento delle banche potrebbe lanciare dei progetti basati su una blockchain entro il 2017. La vera gallina dalle uova d’oro non sarebbe tanto il bitcoin in quanto valuta, ma la blockchain , la catena che si viene a formare dall’unione in Rete di milioni di computer: è una sorta di database accessibile a tutti, ma che nessun singolo ha il potere informatico di cambiare. O meglio: il costo per modificare tutte le infinite periferie della blockchain sarebbe così alto da annullare qualunque tipo di guadagno. La rivoluzione del bitcoin è qui: la memoria della sua produzione, della distribuzione e della proprietà non è in qualche server centralizzato, un bunker inaccessibile come quello delle banche o dei servizi di pagamento come Paypal, ma ovunque. Letteralmente.
La blockchain in qualche maniera è l’anti-banca. Ed è forse questo essere l’antimateria che crea l’attrazione gravitazionale che la finanza tradizionale subisce. Per capire il fenomeno bisogna estrarre il bitcoin dalla sua sfera alchemica, per riportalo alla pura transazione economica. Sforzo non facile perché per migliaia di anni la moneta ha avuto alcune caratteristiche essenziali che noi le riconosciamo e che oggi il denaro peer-to-peer , cioè creato da pari a pari attraverso le reti condivise di computer, sembra avere tradito.
La prima è quella ricordata da Jorge Luis Borges nella raccolta di poesie La moneta di ferro : «Ecco qui la moneta di ferro. Interroghiamo le due opposte facce e avremo la risposta». Grazie alle due immancabili facce, testa o croce, la moneta è stata per secoli strumento del caso laddove il bitcoin — che, per inciso, nonostante la diffusa abitudine di usare la maiuscola come se fosse un prodotto, andrebbe minuscolo come tutte le valute — non ne ha nessuna. Non si può lanciarlo in aria per avere un verdetto. Non si può cercare in esso la fortuna.
La seconda caratteristica è che da sempre il conio è stato il simbolo stesso del potere centralizzato. La tradizione vuole che la moneta sia nata con Creso, re di Lidia, nel VI secolo a.C., un’origine incerta proprio come accade per la e-moneta che ancora cerca il suo padre, noto con lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Da Creso in poi chiunque abbia avuto un potere lo ha manifestato stampando la propria effigie su una moneta: i persiani, i greci, i romani, i barbari che usurpavano il potere negli incerti confini dell’impero del IV-V secolo dopo Cristo, Carlo Magno, le Città-Stato come le moderne economie. Nessuno del popolo o della borghesia poteva sperare in tanto. Al contrario il fascino per molti ignoto del bitcoin risiede proprio nell’avere disatteso questa legge che sembrava scolpita nella pietra della politica monetaria: oggi chiunque può decidere di scendere con il proprio computer nelle cosiddette «miniere» del conio, proprio come in passato si doveva scendere sottoterra a cercare l’oro, materia prima della moneta. Chiunque può partecipare al conio scaricando uno dei molti software che si trovano nelle reti Torrent, come Slush, vincendo il proprio pezzettino di moneta. E nessuno può pensare di essere un neo Sforza, Gonzaga o de’ Medici. O, al contrario, tutti possono sognarlo almeno un po’ partecipando al conio. Quello che vende è un sogno: «La Banca centrale sono io». A ben vedere l’unica essenza della moneta tradizionale che ritroviamo nel bitcoin è l’incrollabile fiducia in essa. Da quando nel 1931 il sistema monetario internazionale ha abbandonato definitivamente il Gold Standard, che imponeva di immagazzinare un pari quantitativo di oro per tutta la moneta in circolazione, tutti noi lavoriamo per avere a fine mese dei pezzi di carta e delle monete di materiale vile.
Crudele ma vero.
La vera moneta è la fiducia nel sistema e il bitcoin, in qualche maniera, ha assorbito questa magia. Per paradosso a dimostrarlo ci sono proprio i furti come quello avvenuto a Hong Kong: la valuta crolla ma poi si riprende sempre come era già accaduto nel 2014 quando era fallita la stessa borsa di Tokyo, Mt. Gox, al tempo la più grande al mondo. Nonostante le perdite, oltre 600 milioni andati in fumo, la moneta ha superato indenne il crac. «Solo un miracolo potrà ridarmi i miei bitcoin, ma io credo ancora in questa moneta», aveva testimoniato allora all’Afp Aaron Gotman a Tokyo, pur avendo perso in Mt. Gox la bellezza di 200 mila dollari. Fiducia, cieca ma non irrazionale: nessuno ha perso fede nelle lire nonostante i furti in banca.
Per alcuni, è bene sottolinearlo, rimane comunque una sorta di schema Ponzi in cui gli ultimi resteranno con il cerino in mano. L’algoritmo che ne gestisce la produzione è un puzzle che diventa sempre più complicato da risolvere, giorno dopo giorno. Così il primo a scendere nella miniera ha guadagnato milioni facilmente — per la vulgata in rete, alimentata da alcuni documenti di cui nessuno, per ora, è riuscito a dimostrare l’autenticità, questa operazione sarebbe stata portata a termine dallo stesso padre della moneta — mentre oggi bisogna tenere un computer attaccato alla Rete per giorni per potere guadagnare pochi centesimi.
Sia come sia, il bitcoin rimane una moneta immatura che non risente, come tutte le altre, dell’ordine al caos imposto con la riforma monetaria carolingia, da cui deriva quella «libbra» diventata poi la lira che ritroviamo in tanti Paesi: tanto che non ha dei sottomultipli. Ma per ora è un enorme laboratorio mondiale per studiare come potrebbe essere un mondo alla rovescia dove per difendere le informazioni non le dovremo chiudere in un fortino segreto in Alaska ma, al contrario, le dovremo dare a tutti, così che i molti possano essere i guardiani dei pochi (furbi o ladri che siano). Ecco il vantaggio per le banche: potrebbero tagliare dai loro bilanci gli enormi costi per gestire i bunker dei segreti e usare tutti i computer in rete per «esternalizzare» la gestione dei dati.
Di certo la blockchain sarebbe un sistema basato sulla fiducia nell’umanità, forse un’utopia da perseguire nella speranza che non avesse ragione lo storico dell’economia Carlo Cipolla nel trattato, Allegro ma non troppo , che rimane il suo lascito più famoso: tutti noi sottovalutiamo il numero degli stupidi in circolazione.

Corriere La Lettura 28.8.16
Stendhal
Il più settecentesco autore dell’800: una letteratura che celebra la vita
di Alessandro Piperno

Flaubert, Tolstoj, Proust, i tre giganti di cui ci siamo occupati nelle scorse puntate, sono accomunati da un’idea malsana di letteratura. La malattia flaubertiana si esprime in una maniacale perizia compositiva. Sebbene Tolstoj sia meno puntiglioso, il suo genio non gli impedisce di contrarre un morbo spirituale capace di minare lo statuto stesso dell’arte. In quanto a Proust, la sua visione della narrativa è così patologica e totalizzante che gli permette la stesura di un solo immenso romanzo.
Nessuna di queste nevrosi romantiche ha mai minacciato la facile, incantevole, dirompente vena di Stendhal. Se giunge tardi alla narrativa è perché fino ad allora ha trovato di meglio da fare: vivere, fingere di lavorare, fare il turista, andare a teatro, plagiare spudoratamente opere altrui, innamorarsi con alterne fortune.
Un cialtrone di genio
Stendhal scrive così male (in senso flaubertiano) che persino Balzac (il cui stile è tutto fuorché inattaccabile) arriva a biasimare la sciatteria de La Certosa di Parma , invitando l’autore, che peraltro ammira, a correre ai ripari. Consiglio che Stendhal rispedisce al mittente. L’ipotesi d’abbellire un libro già pubblicato gli fa venire la nausea. Stendhal sarebbe stato la maledizione di qualsiasi editor coscienzioso. Il suo lessico è povero, l’ortografia lasca, la sintassi farraginosa, se ne infischia di ripetizioni e cacofonie. Scrive con lo stesso spirito con cui conversa: per intrattenere se stesso, gli amici e le donne su cui vuole fare colpo, per passare il tempo insomma; venute meno tali motivazioni viene meno anche l’impegno.
Ci sono scrittori sempre a caccia di difficoltà, per dimostrare a se stessi e al mondo di saperle superare; Stendhal è più il tipo da vettura comoda e strada maestra. Non solo si diverte a raccontare storie, ma si diverte a sentirsele raccontare. La penna gli corre sul foglio come un surf in un mare in burrasca, ma il giorno che non gli va di scrivere ecco che si mette a dettare. Si rilegge di rado e senza grande entusiasmo. È scostante, impaziente, frettoloso, impreciso.
Avendo a cuore il singolo motto, l’intuizione fulminante e soprattutto l’avventura, tralascia il disegno complessivo ed evita ogni verosimiglianza. Le sottigliezze stilistiche lo annoiano, così come le arie da vate e da grand’uomo. Detesta gli intellettuali pensosi, i mandarini accigliati, i padreterni, gli ottusi maître-à-pense r. È così che il più settecentesco romanziere dell’Ottocento si difende dalle dottrine, dalle ortodossie, dalle Chiese. E Dio solo sa se in un’epoca come la nostra non sentiamo la mancanza dell’edonismo ateo di Monsieur Stendhal.
Se Flaubert punta tutto sulla letteratura in odio alla vita, Stendhal sceglie la letteratura per celebrare la vita che scivola via. Il che spiega forse perché i suoi pochi romanzi mettono in scena le gesta di giovanetti inesperti e pieni di ardore, in procinto di sbattere il grugno sulle inevitabili sconfitte dell’età adulta.
L’eterno romanticismo degli inizi
Octave de Malivert, Julien Sorel, Lucien Leuwen, Fabrizio Del Dongo, i suoi famosi eroi, sono animati da quello che un lettore delicato come Stefan Zweig chiamava l’eterno romanticismo degli inizi. E cosa c’è di più romantico dell’inizio? Un amore sui banchi di scuola, un nuovo lavoro, preparare la valigia per un lungo viaggio. Ecco i doni che il vecchio Stendhal fa ai suoi giovani eroi: la rosata luce dell’alba, e con essa l’inesperienza, l’ambizione, la speranza, e poi certo la delusione.
Brutto e sgraziato come Tolstoj, Stendhal, proprio come il grande poeta russo, ha un debole per la bellezza. Per questo i suoi imberbi eroi sono sempre d’un’avvenenza femminea che fa impazzire le donne. È l’unico vantaggio che offre loro. Per il resto, il mondo che questi ragazzi, ossessionati dalla gloria personale, devono fronteggiare è un ricettacolo di ipocriti, snob, filistei che Stendhal disprezza, ma che in qualche modo comprende. Malgrado sia solito maltrattare i suoi personaggi (quasi senza eccezione), nel suo tono non ravvisi mai l’indignazione di Balzac o il sarcasmo sprezzante di Flaubert. Stendhal giudica, è vero, ma lo fa sempre in modo sornione e conciliante. Non è interessato agli eccessi della virtù, ma semmai alle manchevolezze del vizio, e poco importa se esso s’incarni in un gran signore di campagna, in una giovane aristocratica o in un prelato verboso e vanesio.
L’abbaglio di Auerbach
Erich Auerbach sostiene che la novità della narrativa stendhaliana consiste nella resa plastica di un certo periodo storico: la Restaurazione. Commentando una scena de Il rosso e il nero scrive: «Essa sarebbe pressappoco incomprensibile senza l’esattissima e particolarissima conoscenza delle condizioni politiche, sociali ed economiche d’un ben determinato momento storico, cioè a dire della Francia poco prima della rivoluzione di luglio». Temo che almeno per una volta Auerbach non colga nel segno. Al mondo ci saranno milioni di lettori che hanno amato e compreso Il rosso e il nero senza sapere niente di Luigi Filippo o del Maresciallo Marmont. Ridurre la narrativa a cronaca storica o a indagine sociologica è una tentazione a cui il critico deve resistere. È fin troppo ovvio che qualsiasi scrittore è incastrato nel suo tempo; così come è fatale che la conoscenza di tale contesto possa rendere più agevole la lettura, e talvolta persino più gustosa. Ciò detto, il dato prezioso de Il rosso e il nero , che ne fa un’opera fuori dal tempo, è la sua fiabesca universalità, la perpetuità metastorica.
Il realismo di cui Auerbach va in cerca non si trova nel milieu in cui vivono i personaggi di Stendhal, bensì nei loro cuori. Qualsiasi ragazzo può comprendere, con uno sforzo di immaginazione, la smania di Julien Sorel di farcela, di arrivare, di riscattarsi. Qualsiasi ragazzo — di ieri, di oggi e di domani — conosce la frustrazione dell’irrilevanza sociale e il terrore di non essere all’altezza delle proprie ambizioni. Forse il suddetto ragazzo oggigiorno non s’ispirerà a Napoleone, ma troverà sempre uno Steve Jobs o un Lionel Messi da emulare.
Il cuore dei personaggi
Le prime pagine de Il rosso e il nero (1830), sebbene in linea con gli incipit di moda in quegli anni, sono piuttosto deboli e sconclusionate. Stendhal ci porta a spasso per Verrières, paesino della Franca Contea, una regione montagnosa a est della Francia, soffermandosi su segherie, latifondi e fabbriche di chiodi. Basta raffrontare questo inizio con gli attacchi di Eugénie Grandet (1834) o Illusioni perdute (1837), entrambi di Balzac, per rendersi conto di come Stendhal non abbia occhio né orecchio per gli ambienti. In Balzac c’è accuratezza, dedizione al dettaglio, fame di vita brulicante. A Stendhal interessano solo i personaggi, ma anche qui non in modo balzacchiano. Se ne infischia dei loro abiti, della gestualità, dell’incarnato. A lui preme soprattutto auscultarne le anime, pronto a denudarle senza ritegno: desideri reconditi, grettezze, risentimenti di classe. Non è un caso che René Girard, nella sua ricognizione intorno al «desiderio mimetico», si sia così lungamente soffermato su questo romanzo. L’ossessione di Stendhal per le Grandi Leggi che regolano i moti del nostro cuore è degna di un moralista classico. In un certo senso si inscrive nella linea tracciata da Laclos e da Jane Austen, e naturalmente anticipa Proust.
Le Grandi Leggi
Ammettiamolo: viviamo tutti nell’illusione che i nostri sentimenti siano inediti e originali; ci crogioliamo nell’idea dell’intricatezza e complessità della nostra psiche. In realtà di fronte alle tristi circostanze della vita reagiamo tutti nello stesso modo maldestro e patetico. Se flirti con una ragazza su WhatsApp e lei di punto in bianco smette di rispondere ai tuoi messaggi marpioni e allusivi, ci sono buone probabilità che in un paio di giorni tu possa ritrovarti innamorato come un adolescente. L’orgoglio e l’amor proprio agiscono sulla nostra vulnerabilità con precisione algebrica.
È tale consapevolezza a muovere la penna di Stendhal. Gli eroi de Il rosso e il nero , intrappolati nella fortezza inespugnabile della coscienza, non fanno che rimuginare, vagliare, soppesare. Affetti da una spaventosa ciclotimia, sono sballottati su e giù in una specie di ottovolante emotivo. Per Stendhal vivere significa concepire strategie che ti permettano di affermarti, e allo stesso tempo di difenderti. Quest’idea gli sta talmente a cuore che monitora ossessivamente i pensieri di ciascun personaggio. Ci informa in tempo reale di ciò che Julien Sorel prova per Madame de Rênal o per Mademoiselle de La Mole, e viceversa. Lo fa in modo implacabile. La regola che molti narratori s’impongono di mantenere un solo punto di vista viene violata di continuo da Stendhal, e questo, invece di disturbarci, ci galvanizza.
L’ultimo incontro amoroso
Pensate all’ultimo incontro tra Madame de Rênal e Julien Sorel, prima che quest’ultimo parta definitivamente per Parigi. La loro relazione amorosa, precipitosamente interrotta da una serie di lettere anonime, è stata viziata sin dal principio dallo squilibrio sociale: Julien, figlio di un carpentiere arricchito, non dimentica mai le sue ambizioni e i suoi rancori; Madame de Rênal, per quanto ci provi, è incatenata ai privilegi di casta e di censo. Durante i mesi che Julien ha passato in seminario, Madame de Rênal, catechizzata da un prete, si è pentita della scappatella extraconiugale con il giovanissimo precettore dei suoi bambini.
Come si vede l’intero impianto narrativo è romanzesco nell’accezione più deteriore del termine. Eppure siamo così emozionati quando Julien si rifà sotto. Il tutto avviene all’una del mattino. Il che non deve stupire perché in questo romanzo le cose importanti avvengono sempre al buio, forse perché garantisce la segretezza e protegge il sotterfugio (che non alluda anche a questo il «nero» del titolo?). È ironicamente stendhaliano che i personaggi riescano a essere se stessi solo nell’ombra. Come se, in uno strano ribaltamento, fosse la luce a costringerci all’ipocrisia. D’altronde, la tenebra evita a Stendhal la seccatura di dilungarsi sulla descrizione degli ambienti e dei nostri eroi. Sentiamo solo le loro voci e veniamo messi a giorno del fluire concitato dei loro pensieri. Lei fa di tutto per scacciarlo dalla sua stanza nella quale lui si è introdotto subdolamente. Quando lui si accorge che lei si rifiuta di dargli del tu ci resta malissimo. Il guaio è che se da un lato la cosa lo umilia, dall’altro incendia ancor più i suoi sentimenti. La signora sembra proprio risoluta. Il lavaggio del cervello del prete ha avuto effetto. Lei ha capito i suoi errori, e ora vuole che lui se ne vada e non torni più. L’idea che nei quattordici mesi in cui non si sono visti lei possa essersi disamorata mortifica ancor più il povero Julien. «Che vergogna per me — pensa — se mi faccio mandare via! Sarà un tale rimorso da avvelenarmi l’esistenza».
Ecco che l’amore si tinge dei colori foschi dell’orgoglio ferito. A questo punto Julien non è spinto solo dal desiderio carnale, ma anche dall’orrore di essere umiliato e dalla smania di trionfo. Allora scoppia a piangere. Ma lo fa per puro calcolo, avvertendo in cuor suo «la disgrazia di diventare un freddo stratega». Capendo che deve giocare il tutto per tutto, le dice che forse questa è la loro ultima opportunità. È diretto a Parigi, non tornerà più. A Madame de Rênal basta sentire la parola «Parigi» per vacillare. Ma come? Lui sta per andarsene per sempre? Com’è possibile? A Parigi poi? Il luogo giusto per dimenticarla. Avrà nuove avventure, altri amori. Questo sì che è insopportabile. Ora è il suo amor proprio a essere sollecitato. Un richiamo a cui la povera Madame de Rênal non sa resistere. È allora che gli si concede. E il commento dell’autore è di una precisione stupefacente per uno scrittore notoriamente tranchant come Stendhal: «Così, dopo tre ore di parole, Julien ottenne ciò che aveva desiderato appassionatamente durante le prime due. Se il ritorno alla tenerezza e la scomparsa dei rimorsi, nella signora de Rênal, fossero arrivati un po’ prima, gli avrebbero dato una divina felicità. Ottenuti così, con l’artificio, furono semplicemente un trionfo».
La felicità amorosa è sempre precaria, squilibrata e imperfetta, proprio come la vita.

Corriere La Lettura 28.8.16
Siamo tutti figli dei microbi
Hanno reso la Terra ospitale e generato le cellule complesse
Senza di loro non esisteremmo: manipolarli è un rischio
La rivoluzione del Grande Evento Ossidativo (2,4 miliardi di anni fa)
di Telmo Pievani

La rivoluzione del Grande Evento Ossidativo (2,4 miliardi di anni fa) e lo zoo di batteri che popola il nostro intestino. Paul Falkowski descrive una convivenza in bilico tra cooperazione e belligeranza: abbiamo imparato a tenerli a bada con gli antibiotici ma loro mutano a ritmi rapidi e diventano resistenti

C’erano prima di noi, hanno trasformato chimicamente il pianeta, senza di loro non potremmo vivere, e tutto lascia pensare che continueranno a dominare la Terra anche dopo la nostra dipartita. Sono i microbi, gli animalculi osservati da Antoni van Leeuwenhoek nella seconda metà del Seicento, minuscoli esseri unicellulari auto-replicanti che si scambiano i geni tra loro e sanno vivere ovunque, anche nelle condizioni più estreme. Se c’è vita su altri corpi del sistema solare, è probabile che abbia le loro sembianze, non quelle di omini verdi bipedi.
Ora i batteri hanno un nuovo cantore, che ne illustra abilmente il ruolo evoluzionistico e biochimico globale in I motori della vita (Bollati Boringhieri). Paul G. Falkowski, oceanografo e biofisico della Rutgers University in New Jersey, ha scritto articoli fondamentali sul fitoplancton, sui cicli biogeochimici della Terra e sul ruolo centrale svolto in essi dalle complicate (non perfette, ma funzionanti) nanomacchine biologiche inventate dai microrganismi e poi ereditate da piante e animali. L’ubiquità dei microbi è nota: gran parte della biodiversità terrestre attuale è costituita da batteri e tutta la vita sul nostro pianeta discende da un comune progenitore microbico, vissuto almeno 3,75 miliardi di anni fa. Quindi per l’85% della sua durata l’evoluzione biologica sulla Terra ha visto soltanto microbi. Ma il nostro debito va ben oltre il fatto che ci abbiano preceduti. Intorno a 2,4 miliardi di anni fa, i cianobatteri impararono a convertire l’energia solare in composti organici (le piante terrestri lo fanno «soltanto» da 450 milioni di anni). Attraverso la fotosintesi ossigenica, energia luminosa venne usata per scindere l’acqua, ricavando idrogeno e assorbendo anidride carbonica per produrre materia organica, rilasciando come scarto l’ossigeno. Come effetto collaterale contingente, in atmosfera cominciò a diffondersi un gas prima assente, assai reattivo, che favorisce la combustione. Per noi ossigeno significa vita, ma non fu sempre così.
L’evento innescò una rivoluzione: il Grande Evento Ossidativo. In centinaia di milioni di anni l’atmosfera si riempì di ossigeno, fino a quel 21% che è stabile (per nostra fortuna) da 800 mila anni almeno. Si formò la fascia di ozono che ci protegge dai raggi ultravioletti. Il pianeta subì un raffreddamento drammatico, a causa della riduzione del metano atmosferico, trasformandosi in una grande palla di neve. Le forme di vita che fino ad allora avevano proliferato in condizioni anossiche furono spazzate via, perché per molte di loro l’ossigeno era un veleno, e i pochi sopravvissuti furono relegati in nicchie marginali (oggi li troviamo, per esempio, nell’intestino dei ruminanti). Invece altri microbi, e poi gli animali, tutto quell’ossigeno impararono a respirarlo, rilasciando come scarto acqua e anidride carbonica che viene riassorbita da fitoplancton e piante. In questo grande intreccio di cicli di regolazione biogeochimici, i microbi che sopravvissero alle oscillazioni climatiche e poi il fitoplancton crearono le condizioni che oggi ci mantengono in vita: hanno reso la Terra abitabile per noi.
Senza i batteri noi non saremmo qui anche per un secondo motivo: le prime cellule eucariotiche nacquero da associazioni simbiotiche tra microbi, circa due miliardi di anni fa. Alcuni batteri furono inglobati da altri batteri, per endosimbiosi, formando cellule più complesse dotate di nucleo e organelli interni. In particolare mitocondri e cloroplasti, i generatori di energia delle cellule animali e vegetali, sono ex batteri ingeriti e mantenuti come simbionti, tanto che conservano il loro Dna originale. Fu un primo esempio di cooperazione tra cellule che poi avrà successo e si ripeterà nell’evoluzione dando origine prima a colonie pluricellulari e poi, 600 milioni di anni fa (quando le concentrazioni di ossigeno raggiunsero livelli sufficienti), ad assemblaggi organizzati di cellule eucariotiche diversificate, cioè gli animali come noi.
Così ancor oggi conviviamo con i batteri, in bilico tra collaborazione e belligeranza. Ne portiamo miliardi sulla pelle e in bocca. Il nostro intestino contiene uno zoo di batteri, acquisito dopo la nascita e unico per ciascun individuo. Essendo la natura sempre ambivalente, alcuni ci fanno vivere, altri ci infettano e ci fanno ammalare, altri ancora iniziano innocui, ma poi diventano patogeni. Insomma, non siamo soli nemmeno nel nostro corpo. Falkowski mostra come i batteri possano essere considerati organismi «sociali», perché vivono sempre in affollati consorzi metabolici in cui gli uni utilizzano gli elementi di scarto degli altri.
Leggendo questa epopea evoluzionistica microscopica impariamo a guardare il mondo dal punto di vista di un microbo, comprendendo le sue esigenze e preferenze, che poi sono inconsapevoli strategie adattative di grande flessibilità e rapidità. Anche se ciò ferisce il nostro antropocentrismo (ma anche animalocentrismo), ci accorgiamo di una grande asimmetria tra noi e i batteri: senza la loro imponente biomassa noi non potremmo esistere; al contrario loro non hanno alcun bisogno della presenza di assemblee chiassose di tipi cellulari, tessuti e organi diversi quali siamo noi.
La nostra dipendenza dai batteri, che spesso ignoriamo solo perché sfuggono al nostro universo percettivo, si misura anche dal fatto che eliminano le sostanze di scarto prodotte sempre più in eccesso dalle attività umane. Nei loro confronti, secondo Falkowski, siamo una specie al contempo potente e fragile: abbiamo imparato a tenerli a bada con gli antibiotici, ma loro mutano velocissimi e diventano resistenti. Grazie a forbici molecolari sempre più precise (che gli scienziati hanno copiato proprio dalle difese immunitarie dei batteri) l’ingegneria genetica sta entrando in una fase nuova. Alcuni biotecnologi progettano di fabbricare nei prossimi anni i primi microbi sintetici, dotati di un genoma minimo sintetizzato in laboratorio e opportunamente potenziato per svolgere compiti a noi utili. Falkowski è critico verso questi suoi colleghi che definisce «maneggioni», perché ritiene che stiano alterando sistemi che ancora non conosciamo abbastanza: è troppo alto il rischio che un batterio sintetico evolva e sfugga al controllo del suo creatore. Ce lo insegnano tre miliardi di anni di storia dei microbi.

Repubblica Cult 28.8.16
C’era una volta il Pci... ma era un altro secolo
La storia del partito comunista raccontata da Gianni Cervetti Il diario di un “compagno” mandato a studiare nella Mosca di Krusciov
di Concetto Vecchio

In questo tempo senza più partiti né ideologie, di urne largamente disertate, dove la politica è vista quasi con fastidio dalla gran parte dei cittadini, Gianni Cervetti, ex dirigente del Pci, non poteva che titolare Compagno del secolo scorso, la sua biografia. Davvero le vicende dei comunisti italiani appaiono dentro la cornice di un mondo lontano, di cui un giovane oggi fatica a riconoscerne parole d’ordine e senso. Milanese del quartiere di Porta Magenta, studente in medicina, Cervetti nel 1955 viene convocato in federazione, dove tra mezze frasi e allusioni gli viene spiegato che è stato scelto per andare a studiare a Mosca; vi dovrà rimanere per cinque anni. Ha 22 anni, e non gli è del tutto chiara la ragione di quella investitura, la intuisce appena: un apprendistato necessario per i predestinati chiamati a future responsabilità di partito. Stalin è morto da due anni, a febbraio Krusciov sarà eletto segretario, dando avvio al nuovo corso: il giovane Cervetti si ritrova dentro la grande storia. E queste pagine moscovite, insieme a quelle milanesi del dopoguerra, sono tra le più vivide.
Perché un giovane diventava comunista? Cervetti elenca due ragioni: per un anelito di giustizia e perché il Pci si batteva per l’interesse generale. Nel partito, ben presto, forse anche a causa di quel che aveva visto a Mosca, Cervetti diventa un esponente della destra interna, disposta al dialogo col Psi craxiano: “I miglioristi”, nella definizione non benevola che ne diede Ingrao. Una corrente di cui gli esponenti più autorevoli erano Napolitano, Macaluso, Chiaromonte, Bufalini. Il libro è inevitabilmente anche una galleria di personaggi. Figure che avevano dedicato l’intera esistenza alla causa, come il segretario milanese Alberganti, che poi, emarginato per il suo dogmatismo, finirà per sostenere il movimento studentesco del 1968. O come Giancarlo Pajetta. Nel ‘76 il Pci decise di candidare Altiero Spinelli in Parlamento come indipendente di sinistra e Cervetti fu chiamato a gestire la trattativa, in questo contesto assistette a un dialogo tra Pajetta e Amendola, dove entrambi si attribuivano il merito dell’espulsione di Spinelli dal Pci negli anni del fascismo, e Pajetta con più foga la rivendicava. C’è infine uno strepitoso episodio, a proposito di durezze, che riguarda Mario Alicata, direttore dell’Unità. Nel 1962 Cervetti venne chiamato a tenere davanti alla redazione milanese un resoconto sulle tendenze del capitalismo italiano; «chi chiede la parola?», domandò perentorio Alicata, i redattori, che non condividono la posizione del direttore, rimasero in silenzio, Alicata ripeté allora la domanda, picchiando la mano aperta sul tavolo, ma nessuno, nell’ampia sala, fiatò. Allora Alicata disse: «Faccio, dunque, le conclusioni». E concluse la discussione a cui solo lui aveva partecipato.
COMPAGNO DEL SECOLO SCORSO di Gianni Cervetti BOMPIANI PAGG. 350, EURO 19

Repubblica Cult 28.8.16
I tabù del mondo
Manie d’estate così la folla ci ruba l’anima
I visitatori che riempiono le località di vacanza o le città d’arte hanno un comportamento collettivo paragonabile a quello delle api all’interno dell’alveare: una massa dai movimenti orizzontali, globalizzati, impolitici. In cui la ricerca del “miele”, di una nuova meta diventa un imperativo inflessibile di tipo kantiano
di Massimo Recalcati

Chi non ha mai pensato almeno una volta di lasciare tutto per andarsene in un posto lontano, irraggiungibile, magari in un’isola deserta, al polo Nord, o in un qualunque paesino sperduto? Chi di noi non è mai stato attraversato dalla tentazione suprema del distacco improvviso, della fuga, del fascino della propria sparizione? Pensiero che naturalmente si intensifica in questo tempo di vacanza dove il viaggio non è affatto un’esperienza di allontanamento ma, solitamente, di ulteriore alienazione, di sprofondamento nella massa anonima della schiera felliniana dei turisti, dei villeggianti, dei bagnanti. La folla in vacanza non assomiglia alla massa compatta e ordinata descritta da Freud, ma a uno sciame. Nessun leader ne unifica il corpo, nessun Ideale condiviso la rende “squadra”. Lo sciame è variopinto, la sua struttura senza identità, socialmente trasversale, impolitica, globalizzata: il suo movimento non è rigidamente verticale ma perennemente orizzontale. Lo sciame si localizza senza un vertice definito pur essendo attratto dallo stesso miele: le spiagge, i locali, i monumenti, le montagne, i musei, le città che si devono vedere obbligatoriamente. In questo senso l’andamento dello sciame non è mai anarchico ma localizzato secondo punti luce determinati. Nella visita a un museo, per esempio, le localizzazioni dello sciame avvengono intorno alle opere universalmente riconosciute. Una nuova geografia si scrive. Lo sciame domina il territorio. È il movimento dei pellegrini ad aver reso un luogo sacro o è il luogo sacro ad aver attirato il movimento dei pellegrini?
La logica dello sciame è implacabile; traccia percorsi imperdibili, obbliga a tour frenetici, esige l’accumulazione enciclopedica di saperi impossibili da memorizzare; stravolge di fatica i suoi membri; trasfigura misticamente la pausa della vacanza in un tempo dominato da un imperativo inflessibile rispetto al quale quello kantiano appare come una pallida ombra. Il godimento dello sciame non è evidentemente nella meta che raggiunge (il miele), ma nel movimento continuo che la ricerca della meta comporta. Non siamo lontani dal modo col quale Pascal descrive la follia del divertissement nei suoi Pensieri: non si caccia per raggiungere la preda, ma solo per cacciare. Spirito di superficie che potrebbe avere in sé una sua assoluta nobiltà senonché anche la caccia non possiede alcun valore in sé ma è sempre caccia della caccia; caccia al quadrato per così dire. Lo denunciava il volto attonito e inquieto di un turista dall’aria colta che dopo aver raggiunto con fatica la sua meta (un piccolo tempio buddhista collocato in cima ad una scalinata interminabile) immediatamente, senza darsi il tempo di osservare ciò che aveva davanti a sé, rivolgendosi alla sua guida chiedeva smanioso: «E adesso? Cosa ci resta da vedere?».
Il popolo dello sciame furoreggia inseguendo i suoi idoli di carta senza alcun senso del tabù e senza risparmiarsi alcun tormento. Ogni soglia viene valicata con decisione e impertinente obbedienza: chiese, musei, piazze, cimiteri, parchi nazionali, palazzi storici. Tutto viene tritato senza alcun senso di soggezione e senza alcun risparmio del corpo: marce estenuanti, code infinite, calure insopportabili, odori, contatti, oscenità estetiche di ogni specie, impazienze iraconde ricondotte dolorosamente al sacrificio inevitabile, delusione cocenti («ma è tutto qui?») attenuate dall’indicazione della prossima meta, ritmi inumani, cibi di dubbia origine, fatidici ma impossibili ripensamenti («fatemi tornare indietro!»). La fotografia rituale col cellulare appare una tristissima esecuzione — nel senso del plotone — dell’opera o del paesaggio già inevitabilmente riprodotta in ogni sua forma possibile. Al punto che l’incontro cosiddetto live con il “miele” non pare affatto vero, ma già visto in quanto totalmente saturato dalle migliaia di volte nelle quali ho già percepito quello che dopo un pellegrinaggio, talvolta chiaramente masochistico, ho finalmente potuto incontrare dal vero. La fotografia immortala non tanto l’evento, ma la nostra presenza all’evento il quale, di conseguenza, viene relegato sullo sfondo sul quale si disegna la nostra immagine. L’impegno per fissare l’evento in memoria rende impossibile l’evento. Conosciamo tutti il test che lo prova: all’uscita da qualunque museo nel quale il popolo dello sciame ha soggiornato per una mezza giornata tutto diventa una marmellata indistinta di citazioni. Dopo cena la marmellata è già diventata una nube confusa. Il giorno dopo non ne resta più nulla. Il popolo dello sciame però non demorderà per così poco. Rincorrerà il mare più cristallino o la montagna più poetica accalcandosi freneticamente sempre con lo stesso entusiasmo rassegnato. Mario Rigoni Stern non nascondeva il suo sgomento quando nelle sue ultime passeggiate dolomitiche s’imbatteva in truppe di ciclisti scagliati in discese pirotecniche. «Voglia di sparire, di andare lontano, di non essere qui». Quante volte, trovandoci membri dello sciame o osservando angosciati dal di fuori il suo tenebroso arrivo, lo abbiamo pensato con tutta la forza che restava in noi.

Il Sole Domenica 28.8.16
Simboli controversi
Il velo, origini d’Occidente
di Eliana Di Caro

Il burkini , con la polemica agostana e un discusso divieto legislativo (bocciato dal Consiglio di Stato francese in un Comune), si è andato ad aggiungere alle rappresentazioni del velo che abbiamo imparato a conoscere:il niqab , il burqa ,il chador , lo hijab .
Vesti a volte castiganti, altre dai colori e dalle stoffe preziose che evocano in ogni caso il mondo musulmano, con il loro corredo di implicazioni religiose e sociali. In realtà la prescrizione alle donne di coprirsi il capo e anche il corpo appartiene alla storia dell'Occidente. Lo spiega Maria Giuseppina Muzzarelli, storica medievista all'Università di Bologna, nel libro A capo coperto , in cui l'autrice ricostruisce l'origine e il percorso dell'uso del velo compiendo una scelta precisa: si sofferma «sulle donne che per secoli l'hanno portato senza essere islamiche, anzi essendo cristiane e proprio perché tali». L'indagine, che parte dal Medioevo e arriva ai nostri giorni, si concentra in particolare sui secoli tra il XIV e il XVII, nei quali il capo coperto era prerogativa delle donne sposate, divisa delle religiose, simbolo del lutto, ornamento delle matrone. Il velo identifica la donna da un punto di vista religioso, va da sé, e sociale, sia per quel che riguarda inizialmente la sua condizione di sottomissione all'uomo sia per la diversa collocazione nella società. Sul primo fronte, il riferimento a San Paolo (e al Tertulliano del De velandi virginis ) è d'obbligo: fa sempre sobbalzare il passaggio della prima lettera ai Corinzi in cui si dice che «di ogni uomo il capo è Cristo e capo della donna è l'uomo e capo di Cristo è Dio ..., ogni donna che prega o profetizza senza velo sul capo manca di riguardo al proprio capo... l'uomo non deve coprirsi il capo poiché egli è immagine e gloria di Dio, la donna invece è gloria dell'uomo. Per questo la donna deve portare sul capo un segno della sua dipendenza». Muzzarelli sottolinea, poi, a più riprese come con il passare del tempo si siano moltiplicati i tessuti, le fogge, i ricami, i colori del velo, e l'oggetto in sé si emancipi dal significato di cui è portatore per diventare un accessorio alla moda. «Se le donne non avevano voce pubblica i loro copricapi, spesso vistosissimi, parlavano per loro, sia che li indossassero sia che li producessero, guadagnandosi fama e rispetto con la loro perizia. Gli abiti furono uno dei pochissimi strumenti a disposizione delle donne per comparire sulla scena sociale destabilizzando almeno in parte i rigidi ruoli imposti dal potere maschile», scrive l'autrice. Se ne ha traccia in testimonianze testuali e artistiche, e le splendide Madonne - al pari di altre icone femminili - dipinte da Giotto, Gentile da Fabriano, Botticelli, Tiziano, i fiamminghi lo documentano magistralmente. Teli, bende, ghirlande, cappucci, cuffiette, coni, coroncine, balzi, berretti, fazzoletti, mantelli (Vecellio, alla fine del '500, censisce ben 25 forme di velatura del capo per l'ambiente veneziano): un universo la cui fattura si affina sino a diventare un mestiere vero e proprio. Si capisce, insomma, come nel XX secolo si sia approdati ai foulard di Hermès. Il libro giunge a oggi citando le nuove e sempre più numerose collezioni della «modest fashion», un movimento globale da Dolce&Gabbana a H&M, dedicate alle giovani donne musulmane: stoffe impalpabili e tinte brillanti rendono decisamente più elegante e seduttivo lo hijab che rimane un emblema della religiosità islamica. Anche se, osserva Muzzarelli, «il linguaggio della moda rende palese il paradosso del nascondere per attrarre sguardi vanificando buona parte del suo potenziale misogino».
Resta un “velo” sul velo: il problema dell'effettiva libertà di non portarlo. Che certamente non si risolve con l'imposizione di un divieto dall'alto (per tutte). Le donne musulmane devono trovare la forza e i mezzi per arrivare a poter scegliere. E, se lo vogliono, liberarsi del burkini da sole. Perché oggi, per dirla con le parole di Muzzarelli,«il velo non è un velo e basta, come invece dovrebbe essere per tutte». 
eliana.dicaro@ilsole24ore.com
Maria Giuseppina Muzzarelli,  A capo coperto. Storie di donne e di veli, il Mulino, Bologna, 
pagg. 216, € 16

Il Sole Domenica 28.8.16
Oracoli
Apocalisse di misteri
Le «rivelazioni e magie» dei Caldei, raccolte da Giuliano il Teurgo (II sec. d.C.), accanto ai messaggi criptici dei testi apocalittici
di Gianfranco Ravasi

Sono inciampato per caso nel titolo di uno dei tanti volumi che ricevo: l’espressione Oracoli caldaici ha, infatti, creato un’increspatura nella mia memoria. Era poco meno di mezzo secolo fa e tra i miei docenti a Roma c’era uno dei maggiori grecisti di quel tempo, il gesuita francese Édouard Des Places, morto a cento anni nel 2000. Era stato lui a guidarmi in una tesi molto “esclusiva” sui temi e i simboli immortalistici nel libro VI dell’ Antologia Palatina, una raccolta di 3700 epigrammi di poeti greci dal V sec. a.C. all’epoca bizantina (è così denominata perché il testo-base è un codice della Biblioteca Palatina di Heidelberg, identificato nel 1607). In quegli anni Des Places, sorprendente figura di filologo puro segnato da una deliziosa dose di ironia e di bonomia, stava completando un fondamentale Lexique de Platon (1967) i cui lemmi erano da lui annotati in minuscole schede cartacee che coprivano la sua scrivania. 
Mi confidava, però, di dedicarsi in quel periodo come divertissement (!) all’edizione critica proprio degli Oracoli caldaici che furono appunto da lui pubblicati nel 1971 a Parigi presso Les Belles Lettres. Ma ancora nel 1988 sulla rivista “Orpheus” appariva l’ultimo dei vari saggi che lo studioso, docente al Pontificio Istituto Biblico di Roma, aveva riservato a questo suo particolare “passatempo” e svago intellettuale. Ed ecco ora – all’interno della sempre benemerita collana dei “testi a fronte” di Bompiani, creata e diretta a lungo dal compianto Giovanni Reale – apparire quegli Oracoli caldaici, curati da Angelo Tonelli che si basa proprio sull’edizione di Des Places, preceduta nel 1960 a Gerusalemme (riedizioni successive a Parigi) dai Chaldean Oracles and Theurgy di Hans Lewy. 
Il termine “oracolo”, per altro equivalente all’ebraico ne’um dei profeti biblici, evoca già di sua natura qualcosa di esoterico, divinatorio, quasi medianico e sciamanico, certamente rivestito del manto di un’ipotetica trascendenza. Questi testi, tendenzialmente frammentari, miscelano allora luce e oscurità, sapienza e visionarietà, formule magiche indecifrabili e moniti urticanti, in pratica – come per l’oracolo di Delfi – più che asserire o negare nettamente amano ammiccare. Gli studiosi ormai convengono nell’assegnarne la paternità a Giuliano il Teurgo sul finire del II sec. d.C. il quale, in una sorta di trance, avrebbe trasposto «in esametri omerici le rivelazioni e le comparizioni che aveva ascoltato e visto nelle notti in cui tutto era possibile, alla vampa viva del fuoco» (così Tonelli che nella sua introduzione adotta un dettato quasi “impressionistico”).
Siamo, per altro, di fronte a una sequenza testuale molto fluida, giunta a noi parzialmente e indirettamente attraverso citazioni di autori pagani e cristiani come Giamblico, che agli oracoli dedicò un commento perduto, Porfirio, Arnobio, Proclo, che cercò anch’egli di interpretare questi lacerti mantici, interpretazione a noi giunta in forma incompleta attraverso lo scrittore bizantino Michele Psello (XI sec.). Penso che i miei lettori non cultori di queste discipline comincino a perdersi nel magma testuale che ha trasportato le pagliuzze degli oracoli ora riproposti. Uno scompiglio che si infittisce fino al garbuglio quando si cerca di ricomporre la trama ideologico-simbolica di matrice platonica ad essi sottesa. Proviamo a districare i fili principali di questo groviglio. 
Dio, il Padre sommo e trascendente genera un Intelletto demiurgico a cui si associa Hekate, che funge da intermediario tra i due e costituisce anche l’Anima del mondo. Un mondo sul quale piombano angeli e demoni, desiderosi di condizionare nel bene o nel male l’umanità. Si ha, così, un’antropologia dualistica: in noi c’è un’anima divina decaduta e incarcerata nel corpo e soggetta al flusso cosmico. È qui che si innesta la teurgia, ossia la ritualità oracolare iniziatica destinata a ristabilire un ponte salvifico col divino, sostenuta in questo anche da una rigorosa ascesi catartica, protesa al dominio delle passioni corporee. Possiamo, allora, affermare che «divino è il mondo, nella sua radice e divino è il teurgo, e illuminata la sua carne». Chi ama questi orizzonti ove s’incrociano teorie mobili, simboli sfumati, emozioni folgoranti potrà ora essere guidato da questo volume in un itinerario ramificato, anzi in skolioisi reethrois, in “correnti sinuose”, come dice il frammento 171.
Questa esperienza che intreccia metafisica e magia è posta all’insegna dei Caldei, ma tale attribuzione non deve ingannare, perché questo vocabolo perde la sua connotazione etnica (era la designazione biblica di un popolo semitico della Mesopotamia meridionale, tant’è vero che Abramo, il patriarca degli Ebrei, proviene secondo la Genesi da ’ur kasdîm, Ur dei Caldei). In realtà, in epoca ellenistica, il vocabolo diventa sinonimo di maghi o astrologi, come è evidente nel libro biblico di Daniele (II sec. a.C.) ove il re babilonese Nabucodonosor (VI sec. a.C.) per decrittare un sogno convoca «i maghi, gli indovini, gli incantatori e i Caldei» (2,2). A questo punto l’orizzonte oracolare-simbolico, cui abbiamo finora fatto riferimento, ci permette molto liberamente di allegare un altro volume che ci è pervenuto in contemporanea, anche se differente radicalmente a livello testuale e ideale.
Intendiamo parlare dei simboli dell’Apocalisse, l’ultimo dei 73 libri biblici, una vera e propria costellazione di immagini ma anche di messaggi ove ci si affaccia su abissi di tenebra stagnante e ci si innalza verso cieli di luce abbagliante. Un docente della facoltà teologica di Granada, Ignacio Rojas Gálvez, dopo aver delineato le coordinate storico-letterarie di un’opera meno criptica di quanto si ipotizzi a livello popolare (e quindi non classificabile come esoterica nonostante la superficie molto mossa ed eccitata delle sue pagine), ci disegna il panorama simbolico dell’Apocalisse, un orizzonte cosmico, zoomorfo, cromatico, numerologico. Ci mette poi in mano le chiavi necessarie per aprire questi sistemi apparentemente bloccati: si pensi solo ai 283 numeri cardinali, ordinali e frazionali presenti nel libro (chi non ricorda i 144.000 eletti o la cifra misteriosa della Bestia satanica, il 666?). Ci squaderna anche la straordinaria varietà ermeneutica che ne è risultata nella storia dell’esegesi. 
Infine da quel centro testuale antico ci conduce fino alla periferia del nostro presente ove questa simbologia può trasformarsi in vessillo di crisi o di speranza, assumere interrogazioni esistenziali o degenerare nei gorghi millenaristici di alcune sette e movimenti apocalittici. Ma soprattutto – e sono le pagine più curiose di questo saggio – lo studioso ci apre il sipario sulla settima arte, il cinema, che ha attinto spesso ai simboli del Veggente di Patmos. Nella filmografia presa in considerazione, talora è la fine del mondo, altre volte è il disorientamento contemporaneo, oppure è la distruzione del male e la salvezza a trovare alimento nella palingenesi dell’Apocalisse. Un’opera che si autodefinisce “profezia” ma non nel senso oracolare-magico popolare, bensì nel valore biblico di “rivelazione” del significato profondo, primo e ultimo della storia (non per nulla in greco apokálypsis significa “rivelazione”).
Giuliano il Teurgo, Oracoli caldaici , a cura di Angelo Tonelli, Bompiani, Milano, pagg. 437, € 25
Ignacio Rojas Gálvez, I simboli dell’Apocalisse , Dehoniane, Bologna, pagg. 233, € 24

Il Sole Domenica 28.8.16
Stati Uniti
L’eccezionalità americana in crisi
di Gennaro Sangiuliano

Gli Stat i Uniti fanno coincidere il loro atto di nascita con la ricorrenza del 4 luglio 1776, giorno della proclamazione della Dichiarazione d’Indipendenza. Ma questo è solo l’inizio informe perché il processo costituzionale si rivelerà più lento e articolato. La Confederazione assumerà pieni poteri solo cinque anni più tardi, dopo che i tredici Stati, che avevano combattuto contro gli inglesi la Guerra d’Indipendenza, si saranno dati ciascuno una propria carta costituzionale e i loro delegati al Congresso Continentale avranno fissato gli articoli della carta confederale (Articoli della Confederazione ed Eterna Unione), approvata finalmente nel 1781 dalle assemblee dei tredici Stati. 
I costituenti americani sono tutti influenzati dalle idee del liberalismo classico (da non confondere con i l iberal che Giovanni Sartori ha opportunamente definito come i socialisti di una nazione senza socialismo). Determinante è in tutti il pensiero di John Locke, in particolare i Discourses on Government (pubblicati nel 1698 ma scritti nel 1683) e il trattato Some Thoughts Concerning Education che rinvia alla lettura delle opere di filosofia del diritto di Grozio (Huig de Groot 1583-1645) e Samuel Pufendorf (1632-1694).
La struttura costituzionale sarebbe stata modellata con al centro il faro dei diritti naturali e fondamentali dell’uomo: solo dal riconoscimento che questi diritti sono anteriori alla nascita dello Stato, può fondarsi una vera libertà. Vita libera e ricerca della felicità, in altre parole, non erano concesse dall’alto ma erano la diretta conseguenza di forme costituzionali espresse dalla sovranità popolare espressa nel consenso dei cittadini.
John Adams riassunse in questi termini il dibattito interno: «La lotta che si svolge oggidì in quasi ogni campo (…) è quella tra l’idea di uno Stato forte e centralizzato capace di controllare la vita dei cittadini a favore dell’economia e del potere nazionale e l’idea della libertà personale che concede al singolo individuo la maggiore autonomia possibile nell’organizzare come meglio crede la propria vita».
L’eccezionalità del carattere americano è stata la sua immensa fortuna, la peculiarità, quasi l’incidente storico di una dimensione dove, secondo uno dei grandi padri come Thomas Jefferson «non è attraverso il consolidamento o la concentrazione di poteri, ma attraverso la loro distribuzione che si stimola il buon governo».
In questi mesi una lacerante campagna elettorale vede contrapposto un personaggio molto discutibile e sui generis, se non si vuole ricorrere all’abusata categoria del populismo, come Donald Trump, ad una altrettanto discussa leader politica come Hillary Clinton, forse il male minore, ma non certo uno scatto in avanti verso la modernità e nuove idee.
Di fronte a questo scenario molti analisti e commentatori, a cominciare proprio da quelli americani, si domandano quanto sia sopravvissuto della virtuosa eccezionalità americana, soprattutto in termini morali, di quello che Tocqueville individuò come spirito della legge costituzionale.
Nel 2014 uno studio redatto per conto della Princeton University e della Northwestern University concludeva, con qualche esagerazione e molte verità, che gli Stati Uniti vanno perdendo il tratto democratico, lo spirito dei padri costituenti, per diventare sempre più un’oligarchia guidata da élite finanziarie. Ricorda Diana Johnstone: «Il rapporto intitolato «Testing Theories of American Politics: Elites, Interest Groups, and Average Citizens» (Teorie della politica americana alla prova: le élite, i gruppi di interesse e il cittadino medio) mettendo a confronto quasi 1.800 decisioni politiche adottate tra il 1981 e il 2002 concludeva che ogniqualvolta i ricchi e i potenti hanno voluto qualcosa lo hanno ottenuto. In altre parole, le scelte politiche degli americani al di sopra del 90° percentile di reddito sono state messe in atto, mentre i desideri degli americani medi, al di sotto del 50° percentile di reddito, sono stati ignorati». Il premio Nobel Joseph Stiglitz rafforza questa visione quando scrive: «La storia dell’America è semplicemente questa: i ricchi stanno diventando più ricchi, i più ricchi tra i ricchi stanno diventando ancora più ricchi, i poveri stanno diventando più poveri e numerosi, e la classe media si sta svuotando. I redditi della classe media sono intatti stagnanti o in discesa e la differenza rispetto ai veri ricchi sta aumentando».
Gli Stati Uniti, luogo simbolo del capitalismo globale s’interrogano di fronte alla perdita di secolari certezze. Peggy Noonan che fu ghowst-writer di Ronald Reagan e oggi è commentatrice politica del «Wall Street Journal» afferma che «c’è una parte d’America talmente esasperata dallo status quo, che abbraccia con entusiasmo i portatori del caos».
Gli americani, come nel resto dell’Occidente, erano abituati al fatto che le generazioni dei figli migliorassero la condizione dei padri, ora, invece, l’American Dream appare tradito perché i figli stanno peggio. Il tema non è strettamente economico, ha molte implicazioni, in primo luogo culturali. Se è vero come afferma Regis Debray che nell’identità americana gioca un ruolo decisivo l’elemento religioso, bisogna capire quanto questo costituisca ancora il collante di milioni di uomini e donne. 
Tutto ciò aiuta anche a riflettere in termini più generali sulla validità della pretesa universalistica del modello americano, della dottrina del “manifest destiny” della nazione americana, perché gli Stati Uniti dopo gli indubbi meriti che hanno acquisito nel Novecento, ora appaiono in difficoltà nel recitare ancora questo ruolo nella geopolitica mondiale. 
In altri momenti storici, l’America ha avuto serie difficoltà, fu così dopo l’assassinio di John F. Kennedy e quando la sconfitta in Vietnam si saldò con lo scandalo Watergate in una miscela di sfiducia collettiva. Durante gli anni Ottanta seppe rinnovarsi e rilanciarsi vincendo la guerra fredda con l’Urss. In tempi di cronaca elettorale, alla vigilia, ormai del voto, vale la pena rileggere la storia americana.
Jones Maldwyn, Storia degli Stati Uniti d’America: dalle prime colonie inglesi ai giorni nostri , Bompiani, Milano,  pagg. 672, € 16

Il Sole Domenica 28.8.16
Teoria economica
Einaudi contro Keynes (o quasi)
di Piero Craveri

Francesco Forte, in questo suo Einaudi versus Keynes, ripropone l’attualità di Luigi Einaudi, attraverso una rivisitazione del suo pensiero economico e politico, calandola nei problemi del presente. Così procede “versus Keynes”, in una comparazione a tutto tondo dell’elaborazione teorica di questi due autori e degli esiti di politica economica che ne conseguono, a partire dalla matrice liberale che li accomuna, assieme alla preferenza per il libero mercato. Forte intende così anche riaffermare che Einaudi non fu affatto un campione del “liberismo”, etichetta con la quale è stato, anche di recente, sepolto, ma il suo è stato un “liberalismo” che abbraccia insieme il mercato, la società civile, le istituzioni e va anche oltre, prefigurando istituzioni internazionali regolatrici oltre la dimensione dello Stato nazionale. Inoltre non era contrario all’intervento pubblico in economia. Riconosceva con Keynes come il mercato vada regolato e non possa riequilibrarsi da solo in date circostanze. Ma le regole che debbono governarlo non possono essere imposte dall’esterno. Il principio di concorrenza, che è ad esso intrinseco, non va infatti prevaricato dallo Stato. Le regole sono dunque implicite nello sviluppo stesso del mercato e vanno individuate e definite. Per puntualizzare questi aspetti Forte, oltre a Keynes, compie un’analisi comparativa nell’ambito del pensiero liberale da Isaia Berlin, ad Hayek , fino al liberal socialismo. E, a proposito della disputa con Croce, nota come Einaudi non mettesse in discussione il presupposto teoretico crociano della libertà, nel suo prescindere da qualsivoglia sistema economico, ma sottolineasse piuttosto come il suo fondamento etico fosse meramente individuale, rilevando inoltre che una società nella sua interezza, al contrario, per essere libera, deve presupporre a sua volta il libero mercato, perché in essa si possano tendenzialmente esplicare tutte le potenziali facoltà degli individui che la compongono .
Il pensiero di Einaudi è fondato su premesse che lo avvicinano piuttosto a quello della scuola tedesca dell’”ordo liberalismo” e dell’economia sociale di mercato a cui appartenne anche Röpke. La Repubblica Federale Tedesca ha poi seguito la strada così tracciata, quella italiana solo per un primo tratto, per travisarne poi confusamente i presupposti. Forte ricostruisce bene nell’essenziale l’opera di Einaudi alla Costituente e nel decennio in cui, di fatto, fu il “dominus” della politica economica italiana, per tracciare poi due “excursus”. Il primo di carattere teorico che potremmo dire decisamente “contra Keynes”, sebbene gli strali maggiori siano verso i neokeynesiani che gli sono succeduti. Rileva innanzitutto i problemi che nascono dal modo in cui Keynes intende la discrasia che può verificarsi nel rapporto tra risparmio ed investimenti, che secondo Forte promuove l’immagine dell’“uomo scisso”. Il rimedio keynesiano attraverso l’aumento della domanda globale, con il deficit spending, la spesa pubblica e la politica monetaria e creditizia, genera infatti inflazione. E questa, oltre una certa misura, malgrado il previsto moltiplicatore della produzione, non generando più sufficiente risparmio, rischia di compromettere la piena occupazione. Einaudi, che a sua volta non ritiene si possa dare risposta immediata a quest’ultimo obiettivo, concepisce un intervento pubblico su infrastrutture ed opere di pubblica utilità, funzionale alla crescita di produttività dell’intero sistema economico, e propende per incentivare le attività produttive sulla base di valutazioni micro-economiche, nel quadro di una rigorosa politica di bilancio che sostenga quella stabilità monetaria che la Banca centrale deve perseguire.
È una comparazione questa che si accompagna con alcuni spunti teorici originali che andrebbero attentamente valutati (fa piacere oggi leggere riflessioni propriamente di teoria economica da parte di un economista). Ne deriva l’immagine del liberalismo di Keynes con una indelebile impronta “tecnocratica” e “mercantilistica” e questa riflessione dà origine al secondo “excursus” critico di questo libro. Forte non è un monetarista e guarda alla politica economica, quale è emersa negli ultimi dieci anni, con occhio disincantato, conscio che la “cassetta degli attrezzi” dei suoi protagonisti internazionali (il riferimento alla vicenda italiana è sempre implicito), ha visto l’uso di strumenti diversi. Così la politica della Federal Reserve di tenere bassi i tassi di interesse e espandere la liquidità monetaria troppo a lungo, è stata piuttosto di marca neokeynesiana, con l’esito di favorire la grande bolla speculativa che ha aperto la crisi del 2007. Di qui anche le sue considerazioni sull’euro. Il trattato di Maastricht è stato rigorosamente impiantato su premesse di politica economica che sono quelle dell’ordo liberalismo di stampo tedesco. Ma questa impostazione che la Germania ha applicato con rigore al suo interno, non risponde ai suoi presupposti teorici quando è trasferita, attraverso la moneta unica, a paesi che sono in stato di endemica deflazione, perché quella stessa dottrina economica postula in questo caso altri approcci che il mero contenimento della spesa pubblica. Qui la critica è feroce ed introduce elementi di riflessione che non sono solo dettagli, merito ulteriore di questo libro.

Francesco Forte, Einaudi versus Keynes , IBL Libri, Milano, pagg. 334, € 20