Vi preghiamo di inviare eventuali disponibilità all'indirizzo

lunedì 26 settembre 2016

Corriere 26.9.16
Giovanna Melandri
Il Maxxi scommette sul futuro: più spazio per collezioni e servizi
intervista di Paolo Conti

La critica ha accompagnato la vita del Maxxi, il Museo delle arti del XXI secolo di Roma, dalla nascita: un bellissimo contenitore, firmato da Zaha Hadid, ma un contenuto di opere assai meno significativo. Più un magnifico spazio per mostre temporanee che un museo. Giovanna Melandri, presidente della Fondazione Maxxi, anticipa al «Corriere della Sera» una radicale inversione di tendenza: «In primavera ci sarà una rifondazione del museo: il raddoppio degli spazi per la collezione permanente, quindi delle opere esposte. Un ripensamento che abbiamo progettato, in spirito di squadra, con il direttore artistico Hou Hanru, i direttori di Maxxi architettura, Margherita Guccione, e di Maxxi arte, Bartolomeo Pietromarchi».
In che cosa consisterà il ripensamento, Melandri?
«Partiamo dall’impatto visivo. Apriremo il nuovo ingresso di via Reni, sulla facciata delle ex caserme, concludendo il disegno e le intenzioni di Zaha Hadid. Sarà l’apertura verso il nuovo allestimento: l’intero pianterreno, incluso l’affaccio sul piazzale interno, sarà dedicato alla collezione permanente fortemente arricchita».
Cosa vedrà un visitatore dalla prossima primavera?
«Oltre alle opere storiche di Mario Merz, Alighiero Boetti, Francesco Clemente, Michelangelo Pistoletto, Gino de Dominicis, Anselm Kiefer e Lawrence Wiener, esporremo i lavori realizzati per la prima edizione del Premio per la giovane arte italiana del 2000, nucleo fondante della collezione, per esempio E così sia di Bruna Esposito e La città ideale di Liliana Moro. E poi il wall drawing di Sol Lewitt, Ripples #1153 , e Piccolo sistema di Gianfranco Baruchello, una delle opere in comodato d’uso. In quanto ad architettura, è in arrivo l’acquisizione dei progetti di Alvaro Siza, Massimiliano Fuksas, Atelier Mendini, Dominique Perault e Gae Aulenti per la metropolitana di Napoli, con una mostra curata da Guccione e Achille Bonito Oliva. E poi disegni mai visti di Carlo Scarpa e Aldo Rossi, una riflessione sul controverso concorso per il ponte sullo Stretto di Messina con i progetti di Pier Luigi Nervi e Sergio Musmeci».
Il rapporto con la Galleria nazionale d’Arte Moderna?
«Molto chiaro e definito. Le due collezioni sono ormai separate: alla Gnam, le opere databili fino alla metà degli anni Sessanta; al Maxxi, la produzione dagli anni Sessanta a oggi».
Cosa accadrà nello spazio esterno?
«Continuerà ad accogliere installazioni di grandi dimensioni in un circuito aperto con l’interno. Pietromarchi ha anche progettato, nella sala Carlo Scarpa, uno spazio per una videogallery no-stop. La collezione permanente sarà aperta gratuitamente dal martedì al venerdì. Ha ragione il ministro Dario Franceschini quando sostiene che gli ingressi gratuiti aumentano la complessiva domanda di cultura: spero funzioni anche per le nostre mostre temporanee a pagamento nei piani alti ».
Franceschini insiste molto sui servizi aggiunti. Al Maxxi?
«Accoglieremo il visitatore anche di sera, oltre l’orario di apertura del museo. Ecco quindi un nuovo servizio di ristorazione nella palazzina D e sul piazzale Boetti: verrà attribuito con un bando europeo innovativo messo a punto dal direttore generale Pietro Barrera e che sposta il baricentro verso i bisogni del visitatore. Poi il bibliobar nel nuovo ingresso di via Reni, alla galleria Gianferrari, che avrà anche funzione di animazione culturale. L’offerta dei prezzi sarà equilibrata, si ospiteranno grandi chef. Gli imprenditori della ristorazione sono chiamati a una sfida collegata all’offerta culturale del Maxxi».
E l’area-bar ora al pianterreno?
«Verrà trasformata in uno spazio ludico permanente con opere d’arte utilizzabili dai bambini, come quelle di Piero Gilardi o Loris Cecchini, sempre in osmosi con l’esterno».
Parliamo di bilanci, spesso oggetto di polemiche molto dure. Quali sono le cifre?
«Partirei dal risparmio di 250.000 euro grazie al nuovo titolare dei servizi di accoglienza e biglietteria. Cifra importante: il nostro bilancio annuale è di 10 milioni, di cui il 55-60% di contributi statali. Nel 2015 l’Enel si è aggiunto come socio fondatore con 1.800.000 euro per un triennio e in quell’anno le partnership con imprese private hanno portato 1.165.935 euro. Il 7 novembre avremo l’ Acquisition Gala Dinner 2016 , la cena annuale di raccolta di fondi per l’acquisto di opere, quest’anno dedicata al Giappone per la mostra The Japanese House : dal 2013 al 2015, con questo sistema, abbiamo raccolto 1.130.000 euro. Abbiamo anche accolto 36 nuove opere dal 2013 a oggi, grazie a donazioni per 1.282.200 euro ».
Infine, le mostre temporanee?
«Tante, impegnative. Da fine marzo, 60 opere iraniane, 30 del Teheran Museum (Pollock, Warhol, Balla, Giacometti, Picasso, e 30 di artisti iraniani contemporanei): un’operazione storica di diplomazia culturale. La rassegna dedicata a Letizia Battaglia, poi Kounellis. Un gran lavoro, ne siamo orgogliosi».
Corriere 26.9.16
L’orlando Furioso compie 500 anni. Un anniversario da valorizzare di più
di Paolo Di Stefano

Si fosse trattato di un’opera inglese o francese, il quinto centenario dell’Orlando furioso sarebbe diventato una colossale occasione di autocelebrazione della cultura nazionale, com’è accaduto per Cervantes e per Shakespeare. Puro «made in Italy» al suo meglio, anche se non è moda o design. Si chiude l’anno ariostesco con una bellissima mostra inaugurata venerdì nella sua città, Ferrara, dove nel 1516 uscì la prima edizione del capolavoro: un viaggio nel mondo fantastico cavalleresco e nell’ambiente artistico da cui nacque il Furioso. Un’opera che piacque molto già ai contemporanei: Machiavelli, che non era un tipo facile, stravedeva per il poema di Ariosto (e pure Galileo, qualche decennio dopo). Con le edizioni successive e con le numerose ristampe non autorizzate, crebbe il consenso del pubblico che lo leggeva come fosse un’opera dal sapore classico, capace però di regalare divertimento allo stato puro. Uno di quei libri-sismografo che riescono a «sentire» i mutamenti del proprio tempo e a rappresentarli con libertà creativa e leggerezza ironica. Non per niente piacque a Calvino e a Voltaire, secondo il quale Ariosto aveva aperto una nuova strada nella letteratura occidentale. In effetti, il Furioso avrebbe avuto traduzioni immediate ovunque e imitatori inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli… Ecco, un’opera-mondo del genere ha celebrato i suoi 500 anni tutto sommato in sordina, con notevoli pubblicazioni e una mostra eccellente pensata anche per il grande pubblico, ma attesa di più dagli studiosi (anche stranieri). L’auspicio sarebbe che un’«icona» della nostra letteratura riuscisse a smuovere l’entusiasmo e l’orgoglio culturale degli Italiani verso Palazzo dei Diamanti. Per carità, senza pretendere il delirio che la scorsa primavera ha portato le masse sul Lago d’Iseo per la passerella di Christo… Anzi, in un Paese culturalmente maturo e consapevole di sé, perché no? La fantasia di Ariosto potrebbe essere propiziatoria…
Il Sole 26.9.16
«Spazi di cooperazione con l’Italia»
L’ambasciatore cinese a Roma. Il nostro Paese è un partner ben accetto del progetto
di Li Ruiyu
ambasciatore cinese a Roma

Pubblichiamo un abstract dell’intervento pronunciato dell’ambasciatore cinese a Roma, Li Ruiyu, nel corso del seminario «G20 Hangzhou Summit e le Cooperazioni Sino-Italiane», tenutosi il 14 settembre presso l’ambasciata della Repubblica popolare cinese a Roma.

L’inaugurazione del vertice dei G20 di Hangzhou è coincisa con un momento chiave dello sviluppo delle relazioni tra i nostri due Paesi. Il presidente Xi Jinping e il premier Matteo Renzi si sono incontrati a Hangzhou: ciascuno mostrando apprezzamento ad alti livelli per le misure che l’altro sta mettendo in atto per favorire la riforma strutturale, entrambi si sono detti favorevoli ad approfondire la fiducia politica reciproca, ad ampliare la cooperazione concreta e ad impegnarsi insieme nello sviluppo futuro del partenariato globale strategico tra Cina e Italia.
Come passo successivo, è nostro desiderio impegnarci insieme alla controparte italiana per promuovere appieno, sulla scia dei risultati del vertice di Hangzhou, un ulteriore sviluppo della cooperazione tra i nostri due Paesi.
Anzitutto, facendo incontrare la proposta cinese «one Belt one Road» con le strategie di sviluppo dei nostri partner italiani. L’Italia, forte della sua posizione geograficamente vantaggiosa, è benvenuta a partecipare alla realizzazione di questo progetto. L’Italia ha proposto alla parte cinese la cooperazione sui porti italiani, su di essa le due parti possono impegnarsi nella realizzazione di studi di fattibilità e ricerche di mercato in proposito; allo stesso tempo, i due Paesi possono discutere anche la valorizzazione congiunta dei terzi mercati situati lungo la linea di «one Belt one Road».
In secondo luogo, promuovendo con forza la cooperazione commerciale, finanziaria e negli investimenti. A Hangzhou, il premier Renzi ha visitato il quartier generale di AliBaba, assistendo all’apertura di un canale di vendita esclusivo per i vini italiani sulla piattaforma Tianmao. Le imprese italiane sono le benvenute sul mercato digitale cinese qualora vogliano promuovere le eccellenze dell’agro-alimentare italiano. Speriamo, inoltre, che l’Italia continui a garantire buone condizioni per gli investimenti delle imprese cinesi.
In terzo luogo, sviluppando attivamente la cooperazione in materia di innovazione tecnologica. In occasione dell’incontro, il presidente Xi Jinping ha definito l’Italia una potenza di innovazione e creatività: molti sono i punti di contatto con i princìpi di sviluppo inclusi nel XIII Piano quinquennale cinese – innovazione, coordinamento, verde, apertura e condivisione –, sulla base dei quali le due parti potranno sviluppare i rispettivi vantaggi nella complementarietà.
È imminente la VII edizione della Settimana dell’innovazione Cina-Italia, la quale vedrà la partecipazione di oltre cento tra imprese e istituzioni cinesi: è bene che le due parti favoriscano il ruolo di questa piattaforma per uno sviluppo a tutto campo dei contatti tra le imprese, per la promozione dell’innovazione negli ambiti delle teorie dello sviluppo, dei meccanismi istituzionali e dei modelli commerciali, contribuendo alla realizzazione delle Linee guida per lo sviluppo innovativo del G20. Il premier Renzi ha fatto riferimento in particolar modo al settore biomedico: dal momento che la Cina sta ora intensificando la riforma dei sistemi farmaceutico e sanitario, un grande potenziale è insito in tal senso nella cooperazione bilaterale.
In quarto luogo, rafforzando il coordinamento in merito alle politiche macroeconomiche. È nostra intenzione rafforzare la cooperazione con la controparte italiana all’interno di strutture plurilaterali come il G20, l’Organizzazione mondiale del commercio e la Banca asiatica d’investimento, dando attuazione insieme ai risultati e alle misure concordate durante il vertice di Hangzhou.
Il rapido sviluppo della cooperazione sino-italiana non è solo il frutto della complementarietà dell’economia dei nostri due Paesi, ma soprattutto dell’impegno condiviso delle due parti sul lungo termine. Il vertice del G20 di Hangzhou è un nuovo punto di partenza per l’economia globale e per la cooperazione sino-italiana. Speriamo di poter combinare, insieme con la controparte italiana, la cooperazione bilaterale e la messa in pratica dei risultati del G20 di Hangzhou, contribuendo con lo spirito di partenariato di chi affronta insieme su una stessa barca lo scorrere degli eventi e con lo spirito della cooperazione nella condivisione dei vantaggi alla costruzione di un’economia mondiale aperta, nonché imprimendo nuova forza alla crescita dell’economia globale con i frutti della cooperazione fattiva tra i nostri due Paesi, contribuendo con forza alla creazione di un’economia mondiale innovativa, vivace, connessa e inclusiva.
Il Sole 26.9.16
Grandi progetti
La Nuova via della seta non si ferma
Nel 2015 gli investimenti esteri cinesi in Eurasia sono cresciuti del 39%
di Rita Fatiguso

PECHINO Funziona la “One belt One road initiative” lanciata dal presidente Xi Jinping nell’ormai lontano settembre 2013 per ri-collegare i Paesi dell’Asia con l’Europa lungo la Nuova Via della seta?
La risposta è nel Report sugli investimenti cinesi all’estero, monitoraggio congiunto del ministero del Commercio, Istituto nazionale di statistica e Safe, l’Agenzia che si occupa della valuta estera per conto della Banca centrale cinese.
La “Road and Belt strategy” sta funzionando, a dispetto delle critiche ricorrenti che si appuntano sulla farraginosità del piano cinese, perché nel 2015 il flusso degli investimenti esteri cinesi nei Paesi e nelle regioni lungo la strada dell’Eurasia ha totalizzato il 13% del flusso totale degli investimenti, pari a 18,93 miliardi di dollari.
L’aumento rispetto all’anno precedente è stato del 38,6% con un raddoppio del ritmo di crescita degli investimenti esteri. Entro la fine del 2015 oltre l’83,9% dello stock degli investimenti esteri cinesi è stato distribuito nelle economie emergenti, il 14% in quelle sviluppate e il 2,1% in quelle in transizione. Pechino si è concentrata con tutte le sue forze su questa visione, sfidando le critiche di chi sostiene che la “One belt” sia soltanto un modo per scaricare altrove il fardello della propria overcapacity per la quale la Cina è tristemente conosciuta in tutto il mondo.
Una parte di queste obiezioni trova riscontro nel fatto che molte aziende cinesi interessate all’area stanno creando branch dedicate, ma è anche vero che questa modalità è quella seguita da tutte quelle realtà che hanno commesse all’estero.
Per non parlare, infine, del ruolo della Banca multilaterale di sviluppo cinese, l’Aiib, che finora si è concentrata su molti Paesi dell’area della Nuova Via della seta, a cominciare dal Pakistan, firmatario del primo progetto cofinanziato dalla banca presieduta da Jin Liqun. Il corridoio pakistano è stato il primo segmento analizzato e “sfruttato” dalla Banca anche per le triangolazioni con l’area a nord-est della Cina.
E l’Italia? Anche il nostro Paese, per molti versi, potrebbe essere interessato a questo progetto strategico. Nei giorni scorsi alla Farnesina si è svolto, non a caso, un incontro in videoconferenza tra tutte le ambasciate italiane dei Paesi interessati alla “Road and belt initiative” che - come spiega Li Ruiyu, l’ambasciatore cinese a Roma, nel discorso pubblicato qui a fianco - può essere un driver importante nei rapporti tra Italia e Cina. Per non parlare della stessa Aiib, alla quale l’Italia ha aderito pienamente lo scorso 24 giugno, recependo l’atto di adesione e di cui è socio fondatore: in questo caso si aspetta solo un elemento, che le aziende italiane con un’expertise nelle infrastrutture o nell’indotto si facciano avanti per aderire a progetti finanziabili dalla Banca stessa.
La localizzazione geografica rappresenta sì un elemento difficile da superare – i progetti devono beneficiare aree in via di sviluppo in Asia -, ma all’Italia non mancano certo le competenze per lavorare in team in quell’area con partner straneri.
Repubblica 26.9.16
Il capo dell’Agenzia spaziale
“Ma non sarà un primato che durerà a lungo”
“Se mai troveremo gli extraterrestri credo che lo faremo studiando piuttosto gli esopianeti”
intervista di E. D.

ROMA. Fast servirà a «esplorare l’universo nel colore delle onde radio» spiega con una metafora Roberto Battiston, direttore dell’Agenzia spaziale italiana.
Cosa farà esattamente?
«Le onde radio e la luce visibile sono le uniche radiazioni capaci di attraversare l’atmosfera e raggiungere la superficie terrestre. Le onde radio in particolare vengono emesse da oggetti molto freddi, fino a poche decine di gradi Kelvin. Fast potrà vedere nebulose e polveri, riconoscere idrogeno e molecole che rappresentano una buona parte della massa dell’universo ».
E gli alieni?
«Se li troveremo, credo che lo faremo studiando gli esopianeti, un settore della ricerca esploso negli ultimi anni. Le onde radio ci permettono di ascoltare una porzione piccola dell’universo».
Quanto si avverte il peso della Cina come superpotenza della scienza?
«Non mi stupirei se riuscissero ad attrarre anche i nostri ricercatori. Ma nel campo della radioastronomia il loro record non è destinato a durare. Presto passerà al supertelescopio Ska, una serie di osservatori in costruzione fra Australia e Sudafrica. Messi in rete, questi telescopi diventeranno di gran lunga i più potenti del mondo».
Repubblica 26.9.16
Cina, il  telescopio più grande
La Cina va a caccia di alieni con il super telescopio “Scienziati, lavorate con noi”
Si chiama Fast ed è appena stato inaugurato. Occupa un’area vasta quanto 30 campi di calcio
Una montagna spianata per far posto al colosso e 8mila abitanti della provincia di Guizhou trasferiti altrove
Pechino spende in ricerca il 2% del Pil e copre un quinto degli investimenti mondiali
di Elena Dusi

ROMA. Hanno spianato una montagna, trasferito 8mila persone e costruito il telescopio più grande della Terra. La Cina conferma così le sue ambizioni di superpotenza scientifica mondiale. «Ora vogliamo mantenere la leadership per almeno dieci o vent’anni» ha dichiarato Yan Jun, direttore generale dei National Astronomical Observatories of China, ieri all’inaugurazione di Fast, il più grande occhio dell’uomo puntato sul cosmo.
Il Five-hundred-meter Aperture Spherical Telescope ha 500 metri di diametro (il detentore del precedente record ad Arecibo arriva a 300), la superficie di 30 campi di calcio e 4.450 specchi. È stato costruito in 5 anni con un costo (dichiarato) di 160 milioni di euro. Capterà le onde radio emesse da stelle, galassie e nebulose. O magari da qualche alieno. Per far sì che i segnali di origine terrestre non si mescolino con quelli spaziali ha bisogno di un “silenzio radio” per un raggio di 5 chilometri. Ragion per cui gli 8mila abitanti di questa remota regione del sud-ovest, nella provincia di Guizhou, sono stati presi e trasferiti.
«Accetteremo proposte da scienziati stranieri interessati a lavorare con noi» ha ammesso Nan Rendong, direttore della ricerca di Fast, conscio che la leadership guadagnata con il supertelescopio non corrisponde a una leadership in fatto di scienziati in carne e ossa. Penalizzata forse dalla Rivoluzione Culturale, la Cina oggi fa l’impossibile per rilanciarsi. Nel 1998 ha lanciato il “programma 985”, raddoppiando investimenti e posti negli atenei. Dieci anni più tardi ha fatto partire il progetto “mille talenti” per riportare in patria, a suon di yuan, i ricercatori cinesi all’estero. Pechino oggi spende in ricerca il 2% del Pil e copre un quinto degli investimenti scientifici del mondo. Ha raggiunto gli Stati Uniti per numero di pubblicazioni specialistiche e sforna un quarto dei nuovi laureati in scienze e ingegneria del mondo. Nel 2003 ha spedito il primo astronauta e a metà settembre ha lanciato il secondo modulo della sua futura stazione spaziale orbitante, il “Palazzo Celeste”, che sarà in funzione dal 2022. Ad agosto dalla Cina era partito il primo satellite per telecomunicazioni quantistiche a prova di hacker. «Pechino sta costruendo un gigantesco laboratorio sotterraneo per esplorare la fisica dei neutrini - aggiunge Plinio Innocenzi, consigliere scientifico della nostra ambasciata - e progetta un acceleratore che dovrebbe surclassare il Cern». In quanto a record, Fast è insomma solo l’ultimo arrivato.
E chissà se il gigantesco telescopio non sarà anche il primo a captare un messaggio alieno. Dal 1984 gli Stati Uniti — con il programma Seti — sono invano in ascolto di segnali radio di origine non naturale. E se Fast dovesse per caso riuscirci? Stephen Hawking nel suo film online, Favorite Places, suggerisce di acquattarci in silenzio. «Loro potrebbero essere più potenti e avere per noi la stessa considerazione che noi abbiamo per i microbi».
Corriere 26.9.16
«Difendo la terra dell’Honduras come mia madre, uccisa per questo»
Parla la figlia 26enne di Bertha Cáceres, l’ambientalista assassinata sei mesi fa
intervista di Marta Serafini

«Combatto e combatterò ancora, nel nome di mia madre». Bertha Isabel Zúniga Cáceres, 26 anni compiuti in questi giorni, appartiene a una famiglia di luchadores . Donne che lottano per salvaguardare la loro terra, l’Honduras, e le sue risorse naturali.
Non è passato molto tempo da quando Bertha Isabel andava in manifestazione sulle spalle di sua madre, nel 1992. Erano gli anni in cui nasceva il Consiglio nazionale delle Organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), di cui Bertha, la madre, sarà anima per tutta la sua vita. Bertha tiene comizi, si batte per la salvaguardia dei diritti del popolo lenca, minacciato dalle opere delle multinazionali e vessato per anni dagli squadroni della morte. Trova anche il tempo di fare quattro figli, tre femmine e un maschio. «Ci ha cresciuti insegnandoci che l’acqua e la terra sono un bene comune e che vanno difese per garantire la sopravvivenza del popolo», racconta al Corriere la sua secondogenita che sabato e domenica 1 e 2 ottobre sarà ospite del Festival di Internazionale a Ferrara.
«Era come una sorella, parlavamo davvero di tutto, anche delle cose che a una madre non diresti mai». Oggi mama Bertha — in famiglia le donne portano tutte questo nome — la guardiana del Rio, non c’è più. Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2016 le hanno sparato otto colpi nel suo appartamento a Esperanza, a 200 chilometri dalla capitale Tegucigalpa. «Era nel mirino da tempo, il suo impegno politico l’aveva fatta diventare scomoda». Il nome di Bertha entra nella lista nera nel 2013, dopo che inizia a opporsi alla Diga Agua Zarca, progetto dell’impresa Desarollo energetico S. A. (DESA) e della cinese Sinohydro in costruzione sul rio Gualcarque, considerato sacro dai lenca. Nel 2015 aveva vinto il Goldman Prize, il Nobel alternativo per l’ambiente. Aveva mostrato ai giornalisti i messaggi con cui Bustillo, capo della sicurezza del progetto idroelettrico, la minacciava di stupro. «Pensavamo che questo bastasse a metterla a riparo», sottolinea sua figlia.
Dal 2009, anno del colpo di Stato in Honduras che rovescia il presidente Manuel Zelaya, le multinazionali, favorite dalle privatizzazioni delle risorse idriche e minerarie, acquisiscono sempre più potere nel Paese. E la vita degli attivisti si fa davvero dura. «Molti omicidi rimangono irrisolti, le aziende assoldano mercenari che, con la complicità della polizia, terrorizzano la popolazione». L’Honduras diventa il Paese più pericoloso al mondo, dove nel solo 2014 vengono uccisi 12 ambientalisti e dove le organizzazioni come Amnesty International puntano il dito contro il presidente Juan Orlando Hernández.
A distanza di sei mesi, le indagini sull’omicidio della co-fondatrice del Cophin «sono ancora secretate». Ma Bertha Isabel e i suoi fratelli non smettono nemmeno un secondo di organizzare manifestazioni, di postare video e foto su YouTube . L’ultimo è un corto che si conclude al grido di «Hasta la victoria mami». «Non chiediamo solo che i suoi assassini siano arrestati, vogliamo anche che sia fatta chiarezza sulla rete criminale che ha causato la sua morte».
Oggi Bertha Isabel studia in Messico per diventare maestra. Ma è chiaro che seguirà le orme della madre. Le Cáceres sono donne che non si fermano davanti al potere. Nonna Austra Bertha Flores, che oggi ha 87 anni, ancora lucidissima, è stata la prima sindaca dell’Honduras, ha militato nel partito liberale, ha avuto 12 figli. «Ho nostalgia dei pranzi tutte insieme in cui parlavamo del futuro o delle gite al fiume in cui mami ci raccontava del suo progetto». Difficile non cedere alla commozione. Ma Bertha Isabel non si lascia vincere. «Perché sono le donne in questa famiglia a tramandare il senso della lotta. E mami vive in tutti noi».
Corriere 26.9.16
Morire per una vignetta uccisi dal fanatismo
di Massimo Nava

Collochiamo l’omicidio del giornalista giordano Nahid Hattar, ucciso ieri ad Amman, mentre si recava in tribunale per rispondere dell’accusa di blasfemia, nella scia di caduti per la libertà di espressione, dall’olandese Theo Van Gogh, dodici anni fa, alla strage della redazione di Charlie Hebdo a Parigi. «Colpevoli» di avere offeso l’Islam, quindi «vendicati» in nome dell’Islam. Per quanto non sia fuori luogo riflettere anche sul senso di provocazioni estreme e della satira religiosa, considerandone le tragiche conseguenze, la condanna non può che essere senza riserve. È in gioco un principio fondamentale di democrazia, che non può fare sconti, nemmeno quando, come nel caso dell’ultima polemica Charlie Hebdo-Amatrice, diventa anche diritto al cattivo gusto.
L’assassinio di Hattar suggerisce tuttavia altre considerazioni che ne delineano una sua specificità, oltre all’estrema gravità. In primo luogo, avviene in Giordania, uno dei Paesi arabi più tolleranti, la cui stabilità è appesa a delicati equilibri religiosi e alla sua ancor più delicata posizione centrale nel Medio Oriente in fiamme. Proprio il re di Giordania aveva partecipato a Parigi alle manifestazioni di solidarietà con le vittime di Charlie Hebdo. Tuttavia, i principi di tolleranza non hanno impedito a un ministro e a un tribunale di perseguire Hattar per una vignetta, peraltro nemmeno firmata da lui, bensì semplicemente condivisa su Facebook.
In secondo luogo, va considerata la figura di Hattar, intellettuale laico, origini cristiane, noto per posizioni controverse, di critica a re e governo, di sostegno al presidente siriano Assad. È un ritratto che potrebbe innescare provocazioni e sospetti dentro e fuori la Giordania, al punto che non si esclude una matrice politica.
Infine la mano assassina, un predicatore radicale, cioè un «esecutore» lucido, di sicuro più consapevole dei tanti giovani terroristi radicalizzati in circolazione. Il passaggio all’atto di un imam è un problema in più : sotto il profilo della prevenzione, delle relazioni fra comunità religiose, di tensioni di cui la Giordania di oggi non ha certamente bisogno.
Corriere 26.9.16
Giordania, ucciso lo scrittore laico accusato per la vignetta «blasfema»
Voleva ironizzare sull’Isis. Minacciato dagli estremisti, il premier l’aveva fatto arrestare
di Lorenzo Cremonesi

Assassinato con tre colpi di pistola in pieno giorno ieri mattina nel cuore di Amman solo perché aveva postato su Facebook una vignetta satirica (non sua) che, a suo dire, voleva ironizzare sulla rappresentazione che l’Isis e i fondamentalisti islamici fanno di Allah e del paradiso. Lo scrittore giordano Nahid Hattar, 56 anni, nato cristiano ma proclamatosi «ateo», sapeva di essere in pericolo. Le minacce degli estremisti erano arrivate subito dopo la diffusione della vignetta ai primi di agosto: rappresenta un musulmano radicale con la barba lunga a letto con due donne in paradiso che fuma e chiede ad Allah di portare del vino e bussare prima di aprire la porta. Ma il caso aveva visto l’accelerazione dell’attenzione pubblica quando il 15 agosto il premier Hani al Mulki l’aveva fatto arrestare e posto sotto processo con l’accusa di «aizzare il conflitto settario e insultare un credo religioso».
Dopo due settimane in carcere Hattar era stato liberato su cauzione. Ma già alle prime sedute del processo in direttissima si era scusato spiegando che sua intenzione era condannare l’Isis e la sua visione distorta della religione, certo non offendere il credo islamico. Una spiegazione che non ha soddisfatto i circoli religiosi conservatori e i Fratelli Musulmani, che nel Paese sono particolarmente forti. Ieri il 49enne Ryad Abdullah, un imam residente in un quartiere popolare alla periferia di Amman, ha atteso il suo arrivo sulla scalinata che adduce al tribunale centrale, si è avvicinato e dalla lunga jallabiah ha estratto l’arma aprendo immediatamente il fuoco. L’assassino, comunque noto alla polizia secondo il Jordan Times per le sue posizioni estremiste, è stato subito arrestato. Un caso che ricorda in qualche modo quello del regista olandese Theo Van Gogh, assassinato ad Amsterdam nel novembre 2004, e persino quello l’anno dopo delle minacce ai giornalisti danesi del Jyllands-Posten per le loro caricature di Maometto. Tuttavia Hattar si era limitato ad operare sul suo sito ed era stato molto chiaro nel ribadire che la sua satira mirava unicamente a colpire l’Isis. Ora i suoi sostenitori e la famiglia puntano il dito contro il governo, accusandolo di aver contribuito a fomentare l’odio contro la vittima. Ieri in serata re Abdullah ha accettato le dimissioni di Al Mulki.
La Stampa 26.9.16
Onu, processo a Putin
“In Siria colpevole di crimini di guerra”
Londra e Washington: la Russia dietro la battaglia di Aleppo
La spaccatura fra Washington e Mosca che si sta consumando sulla Siria è senza precedenti dalla Guerra fredda
Ora l’Europa deve dire ciò che pensa
di Stefano Stefanini

La Russia di Putin mostra di aver scelto Assad e la prova di forza sulle incertezze di un tortuoso percorso diplomatico per cui si era spesa fino all’ultimo l’amministrazione Obama. Allo schiaffo gli americani hanno dato ieri una risposta infuocata in Consiglio di Sicurezza, spalleggiati da Boris Johnson a Londra.
Difficile adesso tornare indietro: in Siria, la battaglia per Aleppo annuncia una nuova tragedia umanitaria che rischia di superare tutte quelle che, da più di cinque anni, stanno martoriando lo sventurato Paese; i rapporti fra Russia e America che precipitano vertiginosamente. Europei e italiani, nel chiuso dell’eurocentrismo in cui continuiamo a ragionare e muoverci, faticano a rendersi conto che uno scontro sul teatro mediorientale è più grave e più dirompente che non la crisi ucraina, annessione della Crimea compresa.
A maggior ragione in quanto la Siria poteva essere un terreno di collaborazione russo-americana, grazie al collante dello Stato Islamico e della lotta al terrorismo.
Le accuse anglo-americane alla Russia sono pesanti. Sono, purtroppo, credibili. Forse le azioni militari intraprese dai russi e dalle forze di Assad non si configurano come «crimini di guerra». Ma mettono definitivamente la pietra tombale sopra tre cose: la tregua; il fragile filo negoziale; qualsiasi prospettiva di collaborazione russo-americana in Siria e contro Isis. Nel giro di una settimana Putin e Assad hanno capovolto lo scenario faticosamente costruito per mesi dalla paziente diplomazia di Staffan de Mistura e dal dialogo fra i due ministri degli Esteri, Kerry e Lavrov. Non a caso, su queste pagine, l’inviato speciale dell’Onu faceva appello al ritorno ai termini del cessate il fuoco concordato fra i due, come unica via d’uscita dalla guerra senza quartiere in Siria. Invano.
Putin ha optato per tener banco a Assad, di fatto smentendo il suo stesso ministro. Da diplomatico doc, Lavrov lo negherà ma di fatto egli si è trovato con l’erba tagliata sotto i piedi, e non è la prima volta. La decisione russa di andare a una prova di forza in Siria segna il fallimento del canale di dialogo bilaterale e dell’iniziativa diplomatica delle Nazioni Unite. Può darsi che quest’ultima non avrebbe comunque avuto successo per incapacità di controllare le disparate forze in campo e di trovare un minimo comun denominatore fra i loro contrastanti interessi. Mosca ha però tagliato la testa al toro senza dare «una chance alla pace».
Lo scenario è chiaro. Damasco, con l’appoggio dei russi, punta a riconquistare Aleppo. Non sarà il bagno di sangue a trattenere Assad. Di trattare se ne parlerà dopo, eventualmente (l’appetito vien mangiando, il regime non ha sottoscritto la rinuncia a re-imporre il potere su tutto il territorio); soprattutto, da una posizione di forza.
Resta l’interrogativo del perchè Putin abbia scelto la via di Damasco, dopo essersi avvicinato alla collaborazione americana, al punto di mettere in cantiere interventi militari congiunti contro Stato islamico (subordinati a un cessate in fuoco che tenesse in Siria). Per saperlo con certezza bisognerebbe leggere nella mente del Presidente russo, ma non è difficile immaginare motivazioni specularmente identiche a quelle dell’alleato siriano: trovarsi in una posizione di forza in Siria con la prossima amministrazione Usa.
Mancano sei settimane alle elezioni. Putin, mai «fan» di Obama, è giunto alla conclusione che non vale la pena di attraversare il ponte costruito da Kerry e Lavrov. Il suo interlocutore sarà il prossimo inquilino della Casa Bianca. Se sarà Hillary c’è da aspettarsi una linea più dura e meno propensa al dialogo di quella del Presidente uscente. Se sarà Trump cosa aspettarsi è un mistero, ma certo rispetto per la forza. Occorre pertanto presentarsi con le carte in regola. Terribile fatalità che a farne le spese siano i civili di Aleppo.
Al di là della tragedia siriana, l’Europa deve capire che sta assistendo a un punto di svolta nel quadro internazionale. L’ha afferrato al volo, con l’entusiasmo del novizio, Boris Johnson; per Londra sulla via di Brexit questa è un’ottima occasione di resuscitare la relazione privilegiata con gli Stati Uniti.
Gli altri europei, specie quelli che vogliono disperatamente il dialogo con Mosca, sono in una posizione difficile. Giusto ascoltare anche la campana russa. Ma, anche senza giungere ad eccessi verbali, di fronte ad una scelta russa di appoggiare Assad nella presa di Aleppo l’Europa non può cavarsela solo con vuoti appelli alla pace o al dialogo. Deve dire quello che pensa.
Corriere 26.9.16
Staffan de Mistura
«Assad non accetta le intese e i jet di Mosca lo sostengono»
L’inviato Onu De Mistura parla di situazione «agghiacciante»
intervista di Giuseppe Sarcina

NEW YORK Staffan de Mistura è appena uscito dal Consiglio di Sicurezza sulla Siria, convocato d’urgenza su richiesta di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia. L’inviato speciale dell’Onu per la crisi siriana, 69 anni, svedese naturalizzato italiano, è un diplomatico con lunga esperienza e ottimista, si potrebbe dire, per vocazione. «Lo sono anche stavolta: sono determinato a portare a termine la missione che mi ha affidato l’Onu», dice poco prima di lasciare New York.
Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno usato parole durissime contro la Russia, accusandola di «barbarie» e di voler deliberatamente prolungare la guerra in Siria. Lei come la vede?
«È indubbio che ci sia stata un’enorme accelerazione a est di Aleppo. È un fatto che ci siano stati bombardamenti ad alto potenziale, senza precedenti, con ordigni che sono arrivati fino alle cantine. La situazione ad Aleppo è agghiacciante, spaventosa, tragica. Nella città ci sono gruppi terroristi come Al Nusra. Lo sanno tutti, penso che lo possano confermare anche gli americani. Ma questo non giustifica in alcun modo la serie di bombardamenti devastanti in un territorio dove vivono 275 mila civili».
Perché Mosca ha scatenato un’offensiva così violenta?
«Dobbiamo comunque partire da Assad. Il presidente siriano non ha accettato la parte finale dell’intesa raggiunta lo scorso 9 settembre: la “no fly zone” su alcune zone chiave della Siria. Subito dopo quell’accordo Assad ha annunciato pubblicamente che non si sarebbe fermato, che non avrebbe lasciato aerei ed elicotteri a terra. Voleva riconquistare tutti i territori occupati dall’opposizione».
Sì, ma qui gli aerei sono russi…
«Finora è accaduto che quando le truppe siriane si muovono e guadagnano campo, Mosca poi le sostiene con l’aviazione. Anche questa volta è andata così».
Questo significa che finché Assad resta al potere non potrà reggere alcuna tregua tra americani e russi?
«Rovescio questo schema: senza un accordo tra russi e americani non si può risolvere la crisi siriana. E questo lo sanno bene sia a Washington sia a Mosca e l’ho detto con chiarezza nella riunione del Consiglio di Sicurezza. Dobbiamo andare avanti a negoziare, perché non ci sono alternative».
Come pensate di convincere Assad?
«Qui ci sono due ostacoli. Il primo riguarda la Russia. Non c’è dubbio che, se vuole l’intesa, Mosca dovrà convincere Assad ad accettare un processo politico di transizione in Siria. Ma l’altro riguarda gli Stati Uniti. Nonostante i richiami e gli appelli, i gruppi armati di opposizione a Damasco non si sono ancora staccati da Al Nusra, una formazione legata al terrorismo di Al Qaeda».
Quindi finché persiste questo stallo si torna alle armi...
«Sì, ogni volta che un accordo diplomatico incontra un intoppo ecco che riprendono gli scontri militari. Anche se il più attivo in questo senso si è dimostrato il fronte dei governativi siriani, appoggiati dai russi».
Sembra una situazione senza via d’uscita. Ci sono ancora margini di trattativa?
«Sono convinto di sì. Dobbiamo continuare a spingere per costruire una tregua e poi un’intesa. Dal punto di vista politico la soluzione della crisi siriana è nell’interesse sia dei russi che degli americani. Posso confermare che i contatti tra le due parti non si sono affatto interrotti».
Corriere 26.9.16
«Siria, crimini di guerra per mano russa»
La reazione dei Paesi occidentali di fronte ai bombardamenti indiscriminati su Aleppo
di G. Sar.

NEW YORK Le parole più dure sono quelle di Samantha Power, ambasciatrice americana all’Onu: «L’azione della Russia in Siria è barbarie, non anti-terrorismo. Invece di perseguire la pace in Siria, Mosca e Assad fanno la guerra, con 150 attacchi nelle ultime 72 ore». È l’intervento che ha segnato il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite convocato d’urgenza ieri mattina su richiesta di Stati Uniti, Francia e Gran Bretagna. Da Londra il ministro degli Esteri britannico, Boris Johnson, in un’intervista alla Bbc , dice: «La Russia sta prolungando la guerra in Siria e inoltre dovremmo verificare se i russi fossero o no consapevoli di aver bombardato un convoglio di aiuti il 19 settembre scorso. Perché questo è un crimine di guerra». Anche l’ambasciatore francese, Francois Delattre, ha parlato di «crimini di guerra commessi ad Aleppo». Ma durante la riunione del Consiglio di sicurezza, il rappresentante di Mosca Vitaly Churckin, non si è scomposto: «Portare la pace in Siria è un compito quasi impossibile ora. Damasco ha mostrato una moderazione invidiabile».
In Siria la situazione è fuori controllo. Da Aleppo arrivano notizie che l’inviato Onu per la Siria, Staffan de Mistura, definisce «agghiaccianti», «si sono raggiunte vette di orrore», aggiunge. Secondo testimonianze raccolte dal Syrian Observatory for Human Rights, onlus britannica ramificata nel Paese , l’aviazione russa si è accanita su Aleppo e dintorni, uccidendo 213 civili. Altre fonti, rilanciate dalla tv Al Jazeera , sostengono che l’esercito di Assad e i jet inviati da Mosca avrebbero utilizzato micidiali bombe al fosforo e barili incendiari. L’Onu stima che circa 660 mila persone siano intrappolate ad Aleppo e nelle altre zone assediate dalle truppe di Damasco, appoggiate da miliziani spediti dall’Iran e dagli Hezbollah libanesi. Gli ospedali sono sommersi di feriti, i medici temono che molti di loro possano morire nelle prossime ore perché mancano le medicine. I convogli umanitari sono di nuovo bloccati. Da diverse ore ad Aleppo, riferiscono gli attivisti siriani, non c’è nulla da mangiare.
È in questo quadro che è tornato a riunirsi l’organismo di governo nel Palazzo di vetro. La seconda volta in una settimana. Mercoledì 21 settembre il segretario di Stato John Kerry e il ministro degli Esteri, Sergei Lavrov si erano reciprocamente rinfacciati la responsabilità di aver violato la tregua iniziata il 12 settembre.
Ieri è stata diffusa una nota firmata dai ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Francia, Germania, Italia e dall’Alto rappresentante per la politica estera della Ue, Federica Mogherini. Suona come un estremo appello alla Russia: «Gli eventi sconvolgenti di questa settimana confermano ciò che diciamo da tempo. Spetta alla Russia dare prova di voler salvaguardare gli sforzi diplomatici per ripristinare il cessate il fuoco, garantire l’assistenza umanitaria senza restrizioni e creare le condizioni necessarie per la ripresa della trattativa guidata dall’Onu per la transizione politica».
Repubblica 26.9.16
Clinton contro Trump. La sfida come un thriller
di Federico Rampini

CENTO milioni di spettatori: stasera avremo il record storico per un dibattito politico, a livelli da Super Bowl, la finalissima del campionato di football americano. Sfidando il fuso orario (comincia alle tre di notte italiane) anche in altre parti del mondo molti seguiranno il primo duello tv tra Hillary Clinton e Donald Trump. La corsa alla Casa Bianca ha ricadute planetarie. E ci si arriva in condizioni da autentico thriller: nell’ultimo mese Hillary si è bruciata un vantaggio che era consistente. Il sondaggio Abc News- Washington Post dà i due candidati in perfetto pareggio, ciascuno col 41%, se s’includono le preferenze date ai due candidati indipendenti (il libertario Gary Johnson e la verde Jill Stein). Di che rendere ancora più eccitante il match di stasera, forse perfino decisivo.
Come ha fatto Clinton a farsi raggiungere? A posteriori si può dire che le primarie democratiche l’hanno indebolita, mentre quelle repubblicane non hanno danneggiato Trump. Su Hillary resta un marchio indelebile, il tema sul quale il socialista Bernie Sanders le diede del filo da torcere nelle primarie: lei è una politica di professione, espressione dell’establishment, troppo vicina ai poteri forti del capitalismo, in una democrazia truccata dai finanziamenti privati. Quell’immagine fa sì che una parte della “coalizione Obama”, soprattutto i giovani, pur odiando Trump rischiano di starsene a casa l’8 novembre, o di votare per un candidato minore.
Viceversa, Trump ha recuperato terreno per almeno due ragioni. Primo, gli è bastato qualche gesto vagamente “presidenziale” — come l’incontro cortese col capo di Stato messicano — per apparire un po’ meno inverosimile nel ruolo di futuro leader della nazione. Secondo, gli elettori di destra si stanno ricompattando, nonostante i dubbi che nutrono i più moderati, la voglia di riprendersi la Casa Bianca dopo otto anni di Barack Obama è troppo forte. L’Opa di Trump sul partito è quasi irresistibile, perfino Ted Cruz con cui erano volati insulti pesanti nelle primarie, ha finito per dargli l’endorsement. La disciplina di partito non si estende all’establishment economico: non c’è un solo chief executive delle 100 maggiori imprese americane ad appoggiare Trump. Questo la dice lunga sulla credibilità dei suoi programmi; al tempo stesso lo accredita per l’elettore medio come un outsider, libero dalle lobby (non è vero, ma non importa).
Il duello del secolo, dopo la campagna elettorale più anomala che gli Stati Uniti ricordino, ha altre singolarità. Sono arrivati in finale due candidati con un record storico di ostilità, antipatia, sfiducia, opinioni negative: l’uno e l’altra hanno contro il 57% degli elettori. L’unica certezza è che l’8 novembre molti americani andranno a votare turandosi il naso, pur di scongiurare l’Apocalisse (e grosso modo per metà di loro è Hillary il demonio fatto persona).
Colei che potrebbe essere la prima donna presidente, arriva al duello con un handicap che ricorda quello di Al Gore contro George Bush nel 2000: è troppo preparata. Secchiona, ha una competenza formidabile su tutti i dossier dall’economia alla politica estera. Ma in un’epoca di sfiducia verso “gli esperti”, a certi elettori un candidato che conosce troppe statistiche e troppe capitali estere insospettisce anziché rassicurare. Il gioco delle aspettative è asimmetrico: da lei ci si attende la perfezione e qualsiasi scivolone non le sarà perdonato; a Trump forse basta essere un po’ meno bugiardo, prepotente, o demagogico del solito. È stato osservato che le cose dette nei dibattiti si dimenticano presto, e per capire chi vince o perde bisognerebbe seguirli a volume spento: concentrarsi sul linguaggio corporeo, l’impressione di autorevolezza o disagio, calma o irritazione, che trasuda dai volti e dai gesti.
Sarà un test anche per i media, a cominciare dal conduttore di stasera: Lester Holt della Nbc, nero (di origini giamaicane) e repubblicano. Il ruolo dei media nell’ascesa di Trump è controverso, spesso i giornalisti hanno rinunciato a contestargli menzogne spudorate, intimoriti dalla sua aggressività, o affascinati dal suo talento di showman.
Repubblica 26.9.16
Il primo duello Clinton-Trump così la tv sceglie il presidente
Da Kennedy-Nixon alla sfida Obama-Romney: in America il dibattito tra i candidati è un passaggio cruciale
E stanotte i due avversari si scontreranno davanti a 100 milioni di spettatori
di Evan Cornog

Negli anni Ottanta i faccia a faccia avevano a che vedere con la capacità di evitare gaffe, più che con le questioni in ballo Nell’epoca dei social media, minimi svarioni possono diventare virali: nel 2012 una frase sulle donne costò cara a Romney

STASERA, quando Hillary Clinton e Donald Trump saliranno sul palco dell’Hofstra University di New York per il loro dibattito, porteranno avanti una tradizione della politica americana per le elezioni del presidente che risale all’ormai leggendario primo dibattito del 1960 tra John Kennedy e Richard Nixon, tradizione che a sua volta si regge su un’usanza ancora più antica e radicata nella storia americana.
Ragionare in pubblico di questioni di interesse nazionale è infatti una tradizione dalle origini antichissime, risalente ad Atene con Pericle e a Roma con Cicerone, arrivata fino ai nostri giorni attraverso innumerevoli assemblee e parlamenti. Negli Stati Uniti questi dibattiti (sia di persona, sia sulla stampa) furono essenziali ai fini della decisione presa dai coloni americani di dichiarare la loro indipendenza, ed ebbero un ruolo cruciale nella stesura e nella ratifica della Costituzione e della Carta dei diritti.
Attenzione duratura e coinvolgimento simile al riguardo di questioni assai importanti distinsero i sette dibattiti che si svolsero nel 1858 tra Lincoln e Douglas: quella serie di incontri, vera pietra miliare, ebbe luogo nell’ambito della campagna elettorale per un seggio al Senato degli Stati Uniti in Illinois tra Abraham Lincoln, il candidato repubblicano, e Stephen A. Douglas, il candidato democratico. All’epoca l’argomento più scottante era quello della schiavitù, e grandi folle si presentarono nelle piccole città dell’Illinois per assistere ai dibattiti, poi riportati scrupolosamente sulle pagine dei giornali, e per fare il tifo. Sebbene si trattasse di una campagna elettorale statale e non nazionale, le questioni dibattute furono per la maggior parte sotto la lente di ingrandimento dell’intero Paese, ed entrambi i politici furono ritenuti possibili candidati dei rispettivi partiti per le imminenti elezioni del 1860 (come poi effettivamente avvenne).
Se oggi si leggono i dibattiti tra Lincoln e Douglas quasi ci si meraviglia della profondità con la quale furono scandagliati i vari argomenti e dell’energia intellettuale di cui entrambi i candidati seppero dare prova. A quei tempi il pubblico era abituato a seguire anche per ore le prediche in chiesa e i discorsi della vita politica. In mancanza dell’intrattenimento offerto oggi dalle moderne distrazioni di massa, all’epoca la gente seguiva seri dibattiti politici quasi fossero una forma di avvincente intrattenimento. E, in un’era anteriore agli incontri sportivi tra professionisti, il pubblico si entusiasmava e tifava per i candidati con passione, come farebbe oggi qualsiasi tifoso di calcio.
A distanza di un secolo da Lincoln e Douglas, Kennedy e Nixon si affrontarono nel primo dibattito presidenziale nella storia americana. Nel corso di quattro incontri successivi si dette grande attenzione a questioni di importanza nazionale e internazionale. I candidati si fronteggiarono nell’arena televisiva, mezzo di informazione che nell’America degli anni Cinquanta si era diffuso enormemente. In un primo tempo Kennedy dimostrò di comprendere meglio di Nixon quella nuova arena: nel loro primo dibattito, Kennedy (che aveva scelto di sottoporsi al trucco prima di comparire in televisione) apparve sullo schermo abbronzato e sicuro di sé, mentre Nixon (che si era rifiutato di fare altrettanto) apparve giallastro, sudaticcio e a disagio. Dal canto loro, gli elettori parvero prestare maggiore attenzione proprio all’immagine dei candidati rispetto a quello che dissero. Nixon, lesto a imparare quella lezione, nei dibattiti successivi scelse di farsi aiutare dai truccatori.
La serie seguente di faccia-a-faccia tra candidati alla presidenza fu nel 1976, tra il presidente Gerald Ford e il suo sfidante democratico Jimmy Carter. Nel secondo dibattito di quell’anno, Ford disse: «Non vi è egemonia sovietica in Europa orientale». Dopo il dibattito, Ford rifiutò di correggersi per una settimana intera e la copertura della faccenda da parte della stampa contribuì a trasformare quell’incontro — che dai sondaggi risultava essere stato una vittoria di stretta misura per Ford — in una vittoria poderosa per Carter. Se nel 1960 si era affermata l’importanza dell’immagine e delle apparenze, nel 1976 si proclamò così il pericolo delle gaffe.
L’importante lezione che si apprese per ciò che concerne la tattica nei dibattiti e il valore della battuta tagliente a sorpresa ma pre-pianificata la offrì Ronald Reagan nel 1980. A Hollywood Reagan non era mai stato l’attore migliore, ma divenne un protagonista di successo, con un bell’aspetto e quella tranquillità davanti alla cinepresa che lo avevano aiutato nella prima carriera intrapresa nel cinema e per la televisione e che poi gli spianarono la strada per la sua seconda carriera in politica. Nell’unico dibattito della corsa alla presidenza del 1980, chiese agli elettori americani: «State meglio oggi rispetto a quattro anni fa?». Per il pubblico televisivo, afflitto dalla stagnazione economica e dall’inflazione altissima, la risposta corale fu «no». E Reagan trionfò.
Nella corsa elettorale del 1984, la prestazione di Reagan durante il primo dibattito contro il democratico Walter Mondale era stata spaventosa, a tal punto sconclusionata e farneticante che perfino il Wall Street Journal, quotidiano ostinatamente conservatore, pubblicò un articolo nel quale si chiedeva se Reagan avesse ancora le facoltà mentali per essere un valido presidente. Quando nel secondo dibattito del 1984 il moderatore sollevò la questione, Reagan aveva la replica pronta e disse: «Non intendo sfruttare, per fini politici, la giovane età e l’inesperienza del mio avversario». Il vecchio attore pronunciò quella battuta magnificamente, e con grande abilità allontanò da sé questo tipo di dubbi.
Negli anni Ottanta, le aspettative ormai erano ben definite: i dibattiti avevano a che vedere con l’aspetto dei candidati e con la loro abilità nell’evitare le gaffe e nel sapere assestare stoccate pungenti. Il concetto secondo cui nei dibattiti si dovevano esaminare con attenzione le varie questioni in ballo è caduto nel dimenticatoio. I dibattiti sono diventati un atto da funamboli, il cui obbiettivo principale non era convincere col ragionamento bensì affascinare con il proprio aspetto, evitando errori marchiani.
Nell’epoca dei social media, svarioni anche minimi possono diventare virali in poco tempo. Per esempio, nei dibattiti del 2012 il momento clou si presentò nel secondo dibattito, che si svolse proprio all’Hofstra University. Nel primo incontro Obama aveva dato una scarsa prestazione e il candidato repubblicano Mitt Romney si è presentato al secondo molto fiducioso nelle proprie possibilità. Tuttavia, rispondendo a una domanda relati- va all’esigua rappresentanza femminile nella sua amministrazione di governatore del Massachusetts, Romney millantò di aver cercato in lungo e in largo rappresentanti femminili da designare, aggiungendo di avere «interi faldoni pieni di donne» (quel che intendeva dire era di averne consultati parecchi alla ricerca dei curricola migliori). Quell’immagine assurda — diventata all’istante un meme in rete — si trasformò nel marchio indelebile della sua campagna.
Stasera Clinton e Trump inizieranno a scrivere un altro capitolo nella storia dei dibattiti televisivi americani per l’elezione alla presidenza. Clinton è, ovviamente, la prima donna a vincere la candidatura di uno dei partiti più importanti degli Stati Uniti, mentre Trump è un politico alle prime armi che ha ottenuto la candidatura del partito repubblicano facendo a pezzi il regolamento tradizionale di come si fa campagna elettorale. Mai prima d’ora due candidati alla poltrona più importante della nazione erano risultati sgraditi in così ampia misura. Ognuno di loro farà il possibile per evitare di dire corbellerie, e indubbiamente avrà un assortimento intero di stoccate pronte da usare qualora se ne presentasse l’occasione.
Clinton ha il fardello ulteriore di essere una donna: si presterà scarsa importanza a ciò che indosserà Trump, ma su di lei e su quello che lei indosserà si concentrerà un’attenzione enorme. Oltre a ciò, Trump potrà essere ampolloso e offensivo ed essere considerato “forte”, mentre una risolutezza anche solo più attenuata da parte di Clinton rischierebbe di farla passare per “stridula” o “malevola”. Su Trump grava tutto il peso di una comprovata ignoranza al riguardo delle questioni di politica interna ed estera. Ma in un’epoca nella quale si tiene in bassa considerazione la competenza e internet consente a chiunque di accedere e usare “fatti” che corrispondono alle proprie opinioni o ambizioni, le vere cantonate basate sui fatti possono rivelarsi molto meno importanti di quanto fossero ai tempi di Gerald Ford. Stasera, quindi, quella che con ogni probabilità sarà l’audience televisiva più numerosa della storia (si parla di 100 milioni di spettatori) a seguire un dibattito tra due candidati, potrà rendersi conto se Trump riuscirà a placare i timori secondo cui è un demagogo pericoloso e disinformato e se Clinton riuscirà a sembrare una leader sincera ed esperta invece di un’arrivista calcolatrice. L’aspetto più positivo della situazione è che l’abilità nel prevalere in queste circostanze è, in quest’epoca di saturazione dei media, uno degli elementi fondamentali della leadership. Anche se può sembrare deprimente, se si riflette sui contributi dati da politici del calibro di Abraham Lincoln, questa è la realtà. E faremmo bene ad ammetterla.
(Traduzione di Anna Bissanti)
La Stampa 26.9.16
Spagna, crollano i socialisti
Trionfo dei popolari di Rajoy
di Francesco Olivo

Una nuova sconfitta dei socialisti non allontana lo spettro delle terze elezioni in un anno. Il voto regionale di ieri, in due territori diversi e nordici, la Galizia e i Paesi Baschi, indeboliscono ulteriormente il segretario del Psoe, Pedro Sanchez, quello del no al premier uscente, che sta provocando un’inedita paralisi: da quasi un anno la Spagna è senza governo e se entro il 31 ottobre non si troverà un premier si tornerà alle urne il 18 dicembre.
Con la sconfitta chiara in Galizia, dove trionfa il Pp (maggioranza assoluta) e la marginalizzazione nei Paesi Baschi (persa quasi la metà dei voti), Sanchez farà fatica a resistere alle pressioni dei colonnelli del suo partito, che gli contestano il mancato via libera a Rajoy e soprattutto il tentativo di formare un governo di sinistra con Podemos e l’appoggio degli indipendentisti baschi. Gli ex indignados di Pablo Iglesias non sfondano, ma superano i socialisti nei Paesi Baschi e quasi pareggiano in Galizia. Nessun seggio per Ciudadanos.
A Santiago di Compostela, la terra di Rajoy, grande feste dei popolari, che ottengono agevolmente la maggioranza assoluta, superando il 50 per cento, grazie all’astro nascente del partito Alberto Núñez Feijóo (non sempre allineato al premier).
A Bilbao tutt’altro scenario: trionfo del Partito Nazionalista Basco, che non avrà bisogno dei popolari per governare, (e Rajoy al contrario avrebbe un gran bisogno dei loro 5 deputati a Madrid). Il Pnv in campagna elettorale ha voluto distinguere la sua strada da quella dei secessionisti catalani.
A quattro anni dal cessate il fuoco dell’Eta (che non ha però consegnato le armi), la società basca è sempre meno indipendentista, solo il 18 per cento, secondo un sondaggio recente, vuole lasciare la Spagna. Ciò nonostante, resta forte la sinistra radicale di Bildu, un tempo considerato il braccio politico dei terroristi dell’Eta, che conquista 17 seggi, nonostante l’esclusione del suo discusso leader Arnaldo Otegi, recentemente uscito dal carcere, per terrorismo. Dodici seggi per Podemos che qui aveva vinto le politiche. I partiti «costituzionalisti», Psoe e Pp, finiscono al quarto e quinto posto.
Corriere 26.9.16
Corbyn, «un disastro» per i laburisti

Jeremy Corbyn ha vinto per la seconda volta in 12 mesi la leadership del Labour Party ma il suo trionfo non è e non sarà il trionfo del Labour e della politica britannica. Il Sunday Times , nel suo editoriale, è sicuro che Corbyn non vincerà mai le elezioni. «Un leader che getterebbe via unilateralmente il nostro deterrente nucleare e che non approva che si spari per uccidere di fronte a terroristi armati non sarà mai eletto primo ministro». E se nel quartier generale di Theresa May si stappano le bottiglie di champagne, il Paese dovrebbe pensare che un’opposizione efficace è importante, in democrazia.

La Stampa 26.9.16
Kurt Bassuener, analista politico
«Si è superata un’altra linea rossa. Ora c’è il rischio di un’implosione»
intervista di Stefano Giantin

Il referendum in Republika Srpska scoperchia il vaso di Pandora dell’instabilità in Bosnia. E il rischio di un’implosione «violenta» del Paese balcanico non può più essere escluso. Ne è certo Kurt Bassuener, analista politico del think tank tedesco-americano Democratization Policy Council.
Cosa cambierà in Bosnia dopo il referendum?
«Un’altra linea rossa è stata attraversata. Il referendum dimostra che non ci sono limiti al comportamento dei politici in Bosnia. Tutti gli ingredienti per minare la stabilità del Paese sono ora presenti».
L’Ue avrebbe dovuto fare di più per evitare il referendum?
«L’Ue continua a guardare al Paese solo con la lente dell’allargamento. È accaduto con l’accettazione della domanda d’adesione del Paese, martedì scorso. Potevano invece pensare a misure restrittive contro Dodik, impedendogli di viaggiare nell’Ue e congelando i suoi beni. Potevano farlo, non hanno voluto».
Ritiene credibile l’ipotesi di un collasso della Bosnia?
«Dodik persegue l’indipendenza della Republika Srpska e ha dichiarato che nel 2018 vuole un referendum sulla secessione. Per il referendum, Dodik ha scommesso che non ci sarebbe stata una risposta dall’Occidente e che la Russia lo avrebbe sostenuto e ha avuto ragione. Fallimentare è stato invece l’approccio dell’Ue e degli Usa. E sì, la Bosnia può collassare, ma se collasserà lo farà con violenza».
Ancora violenza, vent’anni dopo la fine della guerra?
«Parliamo di un Paese con molte armi. Vengo dalla Florida e i fanatici delle armi sarebbero invidiosi di quanto si nasconde nelle case in Bosnia. Tutti sono stati molto ragionevoli negli ultimi vent’anni, e penso che il bosniaco medio non abbia alcun interesse a riaccendere il conflitto. Ma basta solo un atto di violenza per cambiare le dinamiche in un luogo dagli equilibri così precari, dove molte cose possono andare male».
La Stampa 26.9.16
Un voto divide la Bosnia
Torna la paura nei Balcani
Il referendum illegale della Republika Srpska sulla festa nazionale
di Monica Perosino

La domanda a cui hanno risposto ieri 1,2 milioni di elettori dell’entità serba della Bosnia-Erzegovina poteva apparire quasi insignificante, senz’altro innocente: «Volete celebrare il 9 gennaio come festa nazionale della Republika Srpska?». Un referendum per istituzionalizzare una ricorrenza, tra l’altro già festeggiata, nulla più.
Peccato che la domanda in questione - e la relativa festa nazionale - sia stata dichiarata incostituzionale dall’Alta Corte della Bosnia-Erzegovina perché «in aperta violazione dei diritti di croati, bosniaci musulmani e altre persone non serbe residenti nella Rs». La risposta alla sentenza del presidente Milorad Dodik è stata quella di rilanciare con la consultazione popolare - «decideranno i serbi» -, una sfida che ora rischia di avere - «casualmente» a una settimana dalle elezioni municipali - pesanti conseguenze sulla già precaria stabilità del Paese e di tutta l’area balcanica.
Le fratture di Dayton
La festa del 9 gennaio ricorda la decisione presa nel 1992 dai parlamentari serbo-bosniaci di proclamare unilateralmente la Repubblica serba di Bosnia, un atto di secessione che portò alla guerra etnica e 100 mila morti. Con la consultazione di ieri il leader serbo-bosniaco - che non nasconde le sue mire separatiste e la sua ostilità verso uno Stato bosniaco centralistico dominato da una Sarajevo «sempre più islamizzata» - spinge l’acceleratore sulle divisioni politiche e sociali della Bosnia-Erzegovina, che a fatica cerca di aprirsi una strada verso l’Europa.
Per questo nella Federazione croato-musulmana (l’altra entità della Bosnia-Erzegovina definita dagli accordi di Dayton che posero fine alla guerra del 1992-1995) e nel resto della comunità internazionale, ad eccezione della Russia, si teme che il referendum possa essere un primo passo verso una nuova fase di instabilità e un ulteriore spallata alle divisioni politiche della Bosnia-Erzegovina create da accordi di Dayton, che hanno riconosciuto un secondo livello di governo della Bosnia-Erzegovina, composta da due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (FBiH), con la maggior parte dei bosniaci e croati, e la Republika Srpska (Rs) con la maggior parte dei serbi. Un referendum per una festa nazionale che riporta sul palcoscenico internazionale la «polveriera balcanica», con tutte le parti viste in campo durante la crisi della ex Jugoslavia, ma con un movente elettorale in più.
Il membro musulmano della presidenza tripartita bosniaca, Bakir Izetbegovic, ha definito il referendum espressione della «autocrazia di Dodik». «Noi difenderemo questo Paese e l’accordo di pace di Dayton e tutti i cittadini, serbi, croati e musulmani», ha detto. «Non ci sarà nessuna guerra perché quelli di Banja Luka torneranno alla ragione».
Esito scontato
Ci sono pochi dubbi sulla vittoria del «sì» alle urne, ma la vera partita «si sta giocando a Bruxelles», dicono dal ministero degli Esteri della Bh. Cinque giorni fa la Ue ha dato il via alla procedura di adesione: «Senza la prospettiva di entrare in Europa la Bosnia rischia di ripiombare nel conflitto, esattamente come 25 anni fa», aveva detto il premier Denis Zvizdic.
Anche Bruxelles, Usa e Nazioni Unite gettano acqua sul fuoco di un «referendum senza contenuti», se non nell’ottica della campagna elettorale in corso. «Sebbene i toni siano molto accesi - dice l’ambasciatore italiano a Sarajevo Ruggero Corrias - non siamo di fronte al rischio di un conflitto, ma la stabilità nella regione resta nel lungo periodo direttamente proporzionale a quella del progetto europeo».
Corriere 26.9.16
La guerra civile europea e i mezzi di informazione
risponde Sergio Romano

Difficile di questi tempi essere ottimisti sul futuro dell’Unione. Non c’è Paese in cui la stampa non esprima dubbi e pessimismo. In Italia, tuttavia, i giornali tendono a teatralizzare le vicende come non succede in Germania, in Francia o neppure in Belgio, dove abito. Non passa giorno senza che i quotidiani italiani mettano in scena con toni esasperati «scontri» e «assi», «chiusure» e «aperture», «strappi» e «riconciliazioni». Ne conosciamo in parte le ragioni. Non teme però che a lungo andare la stampa abbia un ruolo non minore nella disaffezione crescente dell’opinione pubblica italiana nei confronti del progetto europeo?
Antonio Westergaard Anversa

Caro Westergaard,
N egli anni in cui il Partito comunista divenne «europeista» il dibatto sull’integrazione europea smise di dividere la società nazionale in due campi contrapposti. Anche se con sfumature diverse, gli italiani erano quasi tutti favorevoli all’integrazione europea e ne dettero la prova con un voto quasi plebiscitario nel referendum sull’ipotesi di una costituzione comunitaria che ebbe luogo in coincidenza con le elezioni per il Parlamento di Strasburgo nel 1989. L’88% dei votanti (più di 33 milioni) disse sì alla domanda:
«Ritenete voi che si debba procedere alla trasformazione delle Comunità europee in una effettiva Unione, dotata di un Governo responsabile di fronte al Parlamento, affidando allo stesso Parlamento europeo il mandato di redigere un progetto di Costituzione europea da sottoporre direttamente alla ratifica degli organi competenti degli Stati membri della Comunità?».
Il quadro è cambiato dal momento in cui alcune forze politiche — la Lega, il Movimento 5 Stelle — hanno cominciato a dipingere l’Europa di Bruxelles e l’euro come una pericolosa minaccia per la sovranità nazionale e il benessere degli italiani. Da quel momento il dibattito sull’Europa ha smesso di essere un confronto tra opinioni divergenti ed è divenuto una sorta di guerra civile a bassa intensità tra partiti tradizionali e forze anti sistema. La libera circolazione delle persone all’interno della Unione Europea e il numero crescente dei migranti provenienti dall’Africa e dall’Asia hanno reso il confronto ancora più aspro e velenoso.
Il problema non è soltanto italiano. Non vi è membro della Ue in cui non sia nata una forza politica potenzialmente eversiva che chiede ai governi di rinnegare i vincoli europei, chiudere le frontiere e tornare alla moneta nazionale là dove è stata sostituita dall’euro. È certamente vero che i mezzi d’informazione tendono ad amplificare questi conflitti. Qualche giorno fa un giornale britannico, il Guardian , ha pubblicato un articolo in cui si registra il forte aumento di hate crimes (crimini dell’odio) contro gli immigrati dopo il referendum sull’uscita della Gran Bretagna dalla Unione Europea. L’ambasciata di Polonia a Londra ne ha segnalati alla polizia non meno di trenta, diretti contro i propri cittadini. Un ricercatore dell’Istituto sulle relazioni razziali ha detto al Guardian che il fenomeno è probabilmente legato ai toni di una campagna elettorale in cui alcuni gruppi stranieri sono stati rappresentati come composti da «parassiti e imbroglioni». Ma il tono delle campagne elettorali è inevitabilmente registrato da stampa e televisione che finiscono per contribuire in tale modo alla rappresentazione di un clima conflittuale. Nei grandi drammi politici e sociali i mezzi di informazione recitano una parte simile a quella del coro delle tragedie greche quando commentano e amplificano le sventure dei protagonisti. Aggiungo che la situazione è aggravata dal populismo delle reti sociali che ricorda spesso il pubblico delle arene romane quando era chiamato a decidere la sorte dei gladiatori.
La Stampa 26.9.16
Contro l’incubo dell’invasione l’Europa alza nuove barriere
Inghilterra, Olanda e Ungheria: alle urne vince la paura
di Marco Bresolin

Paura fa sempre rima con chiusura. E nell’Europa intimorita dalle incertezze della crisi economica e dalla minaccia del terrorismo, c’è sempre meno spazio per le porte aperte. Che si tratti di muri eretti ai confini, di maggiori controlli a frontiere che non dovrebbero esistere oppure di limiti fissati per legge all’ingresso di lavoratori stranieri, in ogni Paese si sta alzando il livello di protezionismo del capitale umano. Molto spesso succede dopo che sono stati i cittadini a esprimersi in modo diretto sulla questione, attraverso referendum. Questo perché, su certi temi, chi ha la responsabilità di governare preferisce fare un passo indietro. È successo a giugno in Gran Bretagna, prima ancora ad aprile in Olanda. Succederà domenica prossima in Ungheria, con la consultazione popolare sul piano di ripartizione dei rifugiati. Dare la parola direttamente al popolo, nel nome della democrazia diretta, in linea di principio è un atteggiamento positivo. Ma non è detto che lo siano sempre anche i risultati ottenuti.
«Prima i nostri» è uno slogan che, tradotto nelle diverse lingue, riecheggia in molte campagne elettorali e che trova terreno fertile in un’epoca contrassegnata da paure e incertezze. Il tema dei lavoratori stranieri, provenienti dagli altri Paesi dell’Unione Europea, è stato centrale nella campagna per la Brexit. Pur di porre un freno alla libera circolazione delle persone, con il voto nelle urne i britannici si sono detti pronti a rinunciare anche a quella di beni, servizi e capitali. Ora però chi governa si sta interrogando sul costo dell’uscita dal mercato unico ed è facile immaginare che, durante le trattative con Bruxelles per il divorzio, Londra cercherà in qualche modo di mantenere un piede all’interno. Ma dall’altra parte del tavolo l’orientamento è chiaro: non si può stare nel mercato unico senza la libera circolazione delle persone. Lavoratori, beni e servizi devono essere trattati allo stesso modo.
Un timore simile aveva accompagnato l’altro importante referendum tenutosi quest’anno. Ad aprile l’Olanda ha dato la parola ai suoi elettori per chiedere loro un parere sulla ratifica dell’accordo di associazione tra l’Ue e l’Ucraina. Un voto che è stato letto, giustamente, come un «no» all’Europa. Ma che è stato mosso principalmente dal timore di una «invasione» di lavoratori ucraini in Olanda. Lo stesso timore che si era diffuso in molti Paesi, Italia in testa, quando la Romania stava per fare il suo ingresso nell’Unione Europea. «Una pura follia» la definirono esponenti della Lega Nord, gli stessi che ora lanciano l’allarme sul processo di adesione della Bosnia-Erzegovina, iniziato martedì scorso dopo il primo ok del Consiglio dell’Ue. In questo caso a sollevare le paure non è tanto il rischio che «vengano qui a portarci via il lavoro», ma piuttosto che l’entrata in Europa sia «un cavallo di Troia islamico calato sul Vecchio Continente», come ha detto nei giorni scorso l’eurodeputato del Carroccio Lorenzo Fontana.
Sul fronte economico, i partiti che più spingono sulla necessità di mettere una sbarra ai cancelli d’ingresso ritengono che l’arrivo di lavoratori stranieri abbia effetti negativi sia sul sistema del welfare, sia sul livello degli stipendi. «Loro accettano paghe più basse e così le imprese abbasseranno anche le nostre» è un discorso che si fa per esempio nelle zone dell’Inghilterra a più alta concentrazione di immigrati provenienti dall’Europa dell’Est, ma anche nella Svizzera dei transfrontalieri. Dove il divario tra i salari da una parte e dall’altra del confine rischia di diventare il classico granello di sabbia che fa inceppare il meccanismo.
Emblematico il caso dei polacchi nella contea inglese dell’Essex, dove la cronaca degli ultimi due mesi ha registrato una serie di violente aggressioni. Una sfociata addirittura in omicidio. Gli episodi – citati anche da Jean-Claude Juncker nel suo discorso sullo Stato dell’Unione – hanno creato qualche frizione diplomatica: i ministri polacchi dell’Interno e degli Esteri sono volati a Londra per discutere della questione e hanno denunciato un crescente clima di odio verso i loro connazionali dopo il voto sulla Brexit. Poi, una volta tornati in patria, si sono dedicati alla loro politica interna. Che prevede la totale chiusura delle frontiere e il netto rifiuto di partecipare alla redistribuzione dei richiedenti asilo avviata dall’Europa.
Corriere 26.9.16
«Senza di voi qui si chiude»
L’ex pm antimafia svizzero, Paolo Bernasconi, dice al Corriere : «Dietro il risultato di questo referendum c’è sicuramente la mancanza di conoscenza delle regole basilari dell’economia: senza italiani qui chiudiamo. I frontalieri sono indispensabili».
intervista di Claudio Del Frate

LUGANO «Dietro il risultato di questo referendum c’è un problema di istruzione...».
In che senso..?
«Nel senso che questa gente ignora le regole basilari dell’economia».
Diretto e preciso, quasi si fosse già scritto da tempo il giudizio, Paolo Bernasconi non ha bisogno di troppe parole per esprimere quel che pensa. Avvocato, docente universitario, ex procuratore di Lugano e collaboratore di Carla Del Ponte e Giovanni Falcone, Bernasconi viene spesso tirato in ballo come voce critica sui fatti che accadono a Lugano e dintorni. E anche stavolta non liscia il pelo ai suoi concittadini.
Bernasconi, cosa ci dice il 58% di consensi al referendum «Prima i nostri»?
«Che è in atto uno scollamento tra ciò che fanno i partiti e quello che accade nel mondo dell’economia. Le imprese ticinesi chiamano ogni giorno dall’Italia 62 mila lavoratori, senza i quali il sistema manifatturiero, la sanità, il commercio chiuderebbero dalla sera alla mattina. E questi cosa fanno? Votano per rimandarli indietro. La realtà è che i frontalieri sono indispensabili alla nostra economia».
Nel febbraio del 2014, però, l’intera Svizzera votò a favore dell’introduzione di quote per immigrati e lavoratori stranieri. E una settimana fa il Parlamento ha varato una proposta che, seppur in maniera molto soft, cerca di dare attuazione a quel voto...
«Il Parlamento ha scelto la via della trattativa, degli accordi con l’Unione Europea, ed è quella corretta. Qui invece prevalgono gli slogan, la faciloneria, l’illusione che possano esistere soluzioni immediate a problemi complessi».
Ma se al Ticino servono davvero i frontalieri, come si spiega la schizofrenia del voto di ieri?
«Si tratta di una questione strettamente politica, di un gioco di potere. L’Udc, la Lega dei Ticinesi stanno tentando di scalzare le élite economiche rappresentate dai partiti storici e allora devono inventarsi qualcosa. Che cosa? La paura, la paura da scaricare su un nemico a portata di mano. E a questo scopo sono venuti buoni i lavoratori italiani».
Al sodo: la consultazione di ieri avrà conseguenze concrete?
«A mio parere nessuna. Non si riuscirà ad attuare la norma prima di tutto perché è incostituzionale, introduce delle disparità tra cittadini e fa prevalere un criterio come la residenza sul merito e le capacità, condizionando la libertà di scelta delle imprese. Ma soprattutto sarà la realtà a imporsi. Sono in contatto con numerosi ceo di società grandi e piccole, che vivono di export. E sapete cosa mi dicono tutti? Che in Svizzera non c’è abbastanza manodopera, che abbiamo bisogno di lavoratori provenienti dall’estero. Torniamo al problema della mancanza di cultura economica: la Svizzera oggi corre un grosso rischio, quello che alcuni dei suoi gioielli imprenditoriali vengano acquistati dalla Cina, cioè un Paese statalista. E noi di che cosa stiamo a discutere? Di impedire l’arrivo di persone utili alle nostre aziende...».
Udc e Lega dei Ticinesi non credono che il tasso di disoccupazione sia del 3,1% come dicono le cifre ufficiali...
«Quando hanno letto quei numeri per prima cosa hanno chiesto la chiusura dell’istituto che li aveva elaborati anziché confutarli. Come se un malato con la febbre gettasse via il termometro. Formidabile...».
La Stampa 26.9.16
“Prima il lavoro agli svizzeri”
Al referendum in Canton Ticino passa la linea della destra nazionalista: limiti per i frontalieri Gentiloni: “Senza libera circolazione rapporti a rischio”. Maroni: “Difenderemo i concittadini”
di Giuseppe Bottero

I cittadini del Canton Ticino chiedono che si pongano limiti ai frontalieri in modo da «privilegiare chi vive sul territorio» a scapito dei 62 mila italiani che lavorano in Svizzera. Questo l’esito del referendum, promosso dalla destra nazionalista, che ha ottenuto il 58% dei consensi.
Il nome della campagna non lasciava spazio a dubbi: «#primaInostri». E al referendum per alzare una barriera contro i frontalieri stranieri, in particolare quelli italiani, i ticinesi hanno votato compatti: con il 58% dei sì, la proposta della destra nazionalista ha incassato la benedizione popolare. Vero, l’affluenza s’è fermata sotto il 45%, ma il segnale che arriva dal cantone è chiarissimo: quando ci sarà da assegnare un posto di lavoro, i residenti dovranno avere la precedenza sugli altri. Si chiama «preferenza indigena», e la maggioranza ha scelto di ancorarla nella Costituzione del Canton Ticino. «Ce l’aspettavamo, anzi è già tanto che la percentuale non sia stata più alta», commenta amaro Eros Sebastiani, presidente dell’Associazione Frontalieri Ticino.
Le conseguenze non saranno immediate: prima di diventare effettiva, la modifica costituzionale dovrà essere avallata dall’Assemblea federale di Berna, che valuta la conformità al diritto nazionale. E prendendo atto della vittoria dell’iniziativa, il Consiglio di Stato ticinese - l’esecutivo cantonale che aveva proposto un controprogetto bocciato nelle urne - ha ricordato i problemi di applicazione.
Ma è il messaggio politico è inequivocabile: «La libera circolazione va limitata, solo in questo modo si potranno combattere fenomeni deleteri quali la sostituzione di lavoratori ticinesi con frontalieri e il dumping salariale», esulta la Lega dei Ticinesi, che ha fatto campagna elettorale con l’Unione Democratica di Centro. «Seppur votato, l’esito del referendum sarà di difficile applicazione e non cambierà l’orientamento del mercato del lavoro cantonale», taglia corto Sergio Aureli del sindacato svizzero Unia.
L’Italia, in ogni caso, è pronta a rispondere con fermezza. «Da domani, la Regione Lombardia predisporrà le adeguate contromisure per difendere i diritti dei nostri concittadini lavoratori», promette il governatore Roberto Maroni mentre in un tweet il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni avverte: «Il referendum anti-frontalieri non ha per ora effetti pratici. Ma senza la libera circolazione delle persone i rapporti Svizzera-Ue sono a rischio». E l’europarlamentare Lara Comi (Fi) annuncia di aver scritto alla commissaria Ue Marianne Thyssem per chiedere di «poter avviare urgentemente la sospensione di tutti gli accordi ad oggi in essere tra Svizzera ed Europa».
Repubblica 26.9.16
La ricerca. Gli italiani rivogliono le frontiere
Sondaggio Demos-Repubblica: l’83% vuole più controlli nell’area Schengen. Favorevole il 72% di chi vota Lega e il 65% di Fi. D’accordo anche il 49% dell’elettorato grillino. Più freddi nel centrosinistra: ma il 38% dice sì
di Ilvo Diamanti

Si guarda con diffidenza alla Ue ma abbiamo bisogno dei suoi aiuti: siamo euro-tattici È la paura degli altri, degli immigrati, ad alimentare la domanda di ispezioni e barriere
Il premier Renzi più che euro-scettico è “euro-tattico”, a fini esterni - nei confronti del rigore di Bruxelles - ma anche interni, in vista del referendum
NOTA METODOLOGICA
Il sondaggio è stato realizzato da Demos&Pi per la Repubblica. La rilevazione è stata condotta nei giorni 6-8 settembre 2016 da Demetra (metodo mixed- mode CATI-CAMI). Il campione nazionale intervistato (N=1.023, rifiuti/sostituzioni 7.092) è rappresentativo per i caratteri socio-demografici e la distribuzione territoriale della popolazione italiana di età superiore ai 18 anni (margine di errore 3.1%) Documentazione completa su www.agcom.it

MATTEO Renzi ha avviato un conflitto permanente, in Europa. In particolare con gli azionisti di riferimento dell’Unione. Germania e Francia. Con i quali ha polemizzato per il mancato invito al prossimo vertice di Berlino.
SI TRATTA, peraltro, di un atteggiamento sperimentato dal premier, in diverse occasioni. Più che euro-scettico: euro-tattico. A fini esterni e ancor più interni. All’esterno, nei confronti dei governi forti della Ue, Renzi mira a ottenere più flessibilità nei conti. E maggiore sostegno di fronte al problema dell’immigrazione. Verso l’interno: cerca di allargare i propri consensi. Oltre la cerchia del Pd. Perché gli italiani sono anch’essi euro-tattici, come il premier. Hanno bisogno degli aiuti della Ue, ma la guardano con diffidenza. E temono gli immigrati. Si sentono esposti e vulnerabili ai flussi migratori. Così Matteo Renzi parla a Bruxelles e a Berlino. Ma si rivolge al proprio Paese. Agli elettori che lo sostengono, ma anche — ancor più — a quelli più tiepidi e distaccati. Tanto più in questo periodo di campagna elettorale in vista del prossimo referendum costituzionale.
D’altronde, come abbiamo osservato altre volte, l’atteggiamento degli italiani verso l’Unione si è sensibilmente raffreddato, dopo l’ingresso nell’euro, nei primi anni 2000. Allora eravamo i più eu(ro)forici in Europa. Quasi il 60% esprimeva, infatti, fiducia verso le istituzioni comunitarie. Ma il clima d’opinione è cambiato in fretta. Fino a scendere sotto il 30%, negli ultimi anni. Oggi è al 27%. E i più delusi sono gli elettori incerti, che Renzi contende ai partiti decisamente euro- scettici. In primo luogo: Lega e M5s. Tuttavia, non bisogna pensare che gli italiani se ne vogliano andare dalla Ue, seguendo Salvini e la Lega. Né che intendano abbandonare l’euro, come vorrebbero Grillo e il M5s. La maggioranza, anche se largamente insoddisfatta, preferisce, comunque, restare. Perché la Ue e l’euro non ci piacciono. Però non si sa mai… Fuori potrebbe andarci molto peggio. Tuttavia, il percorso verso l’unificazione lascia gli italiani sempre più insoddisfatti. Non solo sotto il profilo economico, monetario. E, naturalmente, politico. Ma, ancor più, territoriale. Perché, per esistere, uno Stato deve avere un territorio de-finito. Cioè, de-limitato. Uno Stato — federale — europeo deve avere confini esterni precisi. E confini interni, cioè, fra gli Stati nazionali, aperti. Comunque: sempre più aperti. Invece, i confini esterni appaiono sempre più incerti, mentre quelli interni si ripropongono, sempre più evidenti. Marcati, talora, da muri (come in Austria e Ungheria). Mentre le frontiere diventano barriere. Come ha previsto il Regno Unito. D’altronde, la minaccia terroristica ha spinto a rafforzare i controlli. In Francia, anzitutto. Ma questa domanda è cresciuta anche altrove. In Italia, ad esempio. Dove le paure “globali” si diffondono in misura crescente, come ha sottolineato il Rapporto dell’Osservatorio sulla sicurezza dei cittadini (curato da Demos con l’Osservatorio di Pavia e la Fond. Unipolis). Oggi, infatti, nel nostro Paese la richiesta di marcare e sorvegliare i confini appare largamente condivisa. Solo il 15% degli italiani (del campione rappresentativo intervistato da Demos nei giorni scorsi) pensa che il trattato di Schengen vada mantenuto. Garantendo la libera circolazione dei cittadini europei fra gli Stati (membri). Mentre una quota molto più ampia, prossima alla maggioranza assoluta, (48%) ritiene che occorra sorvegliare le frontiere. Sempre. E una componente anch’essa estesa, oltre un terzo della popolazione, vorrebbe che i confini nazionali venissero controllati “in alcune circostanze particolari”. Il sogno europeo, immaginato e perseguito da “visionari, come Altiero Spinelli, Jean Monnet, Robert Schuman e Konrad Adenauer, rischia, dunque, di fare i conti con un brusco risveglio. Almeno in Italia. Dove una larga maggioranza dei cittadini pensa di rientrare dentro alle mura, o almeno, alle frontiere, degli Stati nazionali. Questo sentimento si associa a orientamenti politici precisi. Raggiunge, infatti, livelli elevatissimi fra gli elettori della Lega (oltre 70%) e di Centro-destra (due terzi, nella base di Forza Italia). Ma incontra un sostegno ampio (quasi 50%) anche tra chi vota M5s. Mentre si riduce sensibil- mente (sotto il 40%) nella base del Centro-sinistra. La richiesta di frontiere, peraltro, declina in modo particolare fra i giovani e gli studenti. Abituati a frequentare le Università europee, grazie al programma Erasmus.
Tuttavia, se valutiamo le principali ragioni che concorrono ad alimentare questo orientamento, una, fra le altre, assume particolare rilievo. Il timore suscitato dagli immigrati. L’arrivo e la presenza degli stranieri. Più della sfiducia nell’Unione europea e nelle sue istituzioni di governo, infatti, è la “paura degli altri” che alimenta la domanda di rafforzare il controllo delle frontiere. E contribuisce, in qualche misura, a far crescere la nostalgia dei muri. Come se le frontiere e gli stessi muri potessero “chiudere” (e proteggere) un Paese “aperto” come il nostro. Verso Est, l’Africa e il Medio Oriente. Circondato, in larga misura, dal mare. In tempi di globalizzazione. Dove tutto ciò che avviene dovunque, nel mondo, può avere effetto immediato sulla nostra vita. Sulla nostra condizione. Sul nostro contesto. Per questo il dibattito politico sulle frontiere, in Europa ma anche in Italia, appare dettato da ragioni politiche e ideologiche. Perché le frontiere servono a riconoscere gli altri e de-finire noi stessi. E, in quanto tali, come ha scritto Régis Debray, possono costituire “un rimedio contro l’epidemia dei muri”. Ma quando diventano muri ci impediscono di guardare lontano. Alimentano solo la nostra in-sicurezza. Non alleviano le nostre paure. Ma rafforzano solo gli imprenditori politici delle paure.
Repubblica 26.9.16
L’immunologo del San Raffaele
“Care mamme basta falsi miti ecco perché i figli vanno vaccinati”
“È totalmente sbagliato pensare che i vaccini siano troppo pesanti per i bimbi piccoli”
intervista di Roberto Burioni

MOLTO spesso mi capita di incontrare dei “genitori informati” che, sulla base di un lungo studio su Internet e dopo la compulsazione di Wikipedia, hanno deciso di non vaccinare i loro figli secondo i tempi prescritti; altri ancora mi rivolgono la domanda: «Ma non è meglio aspettare?». No, non è meglio aspettare, e vi spiegherò il motivo.
Una delle preoccupazioni delle mamme, e ovviamente anche dei padri, è relativa al fatto che il sistema immunitario di un bambino — secondo la vulgata antivaccinista — non può reggere quello che loro immaginano essere uno shock per le deboli difese infantili. Non sanno che, nel momento in cui sono nati, i loro piccoli sono passati da un ambiente sterile come l’utero materno a un mondo dove hanno incontrato miliardi di batteri, funghi, virus e parassiti, dai quali il loro sistema immunitario li sta difendendo attivamente, altrimenti sarebbero già morti. Qualcuno si è addirittura divertito a calcolare a quanti antigeni un bimbo sarebbe in grado di rispondere in tutta sicurezza e piena efficienza in una singola vaccinazione: sono più di diecimila! Insomma, i vaccini non sono troppi per il sistema immunitario del nostro bimbo: rappresentano un nulla rispetto a quello che il suo organismo deve riconoscere per sopravvivere in un mondo pieno di agenti infettivi.
Altra convinzione è che si vaccini troppo presto, tanto che i “genitori informati” sovente decidono di aspettare che i figli siano più forti. Questa è proprio una cretinata, perché non è troppo presto: ritardando le vaccinazioni, senza avere alcun beneficio, lasceremmo solo aperta la porta a patogeni pericolosissimi proprio nel momento in cui i bambini sono più vulnerabili. Un esempio chiaro è quello della pertosse. La pertosse è infatti una malattia non solo pericolosa, ma estremamente contagiosa e pure difficile da diagnosticare. La vaccinazione, anche quando non riesce a impedire l’infezione, previene comunque la malattia o la fa decorrere in forma assai lieve […].
Un bimbo appena venuto al mondo non ha un sistema immunitario pronto ad affrontare la moltitudine di batteri e virus che possono attaccarlo. Noi lo aiutiamo stimolandolo con i vaccini, ma il suo organismo comunque ha bisogno di tempo per “costruire” una risposta efficace contro i patogeni più pericolosi, che possono causare conseguenze gravissime quando infettano dei bambini appena nati. La natura ha provveduto a una difesa molto efficace: gran parte della protezione del neonato dagli agenti infettivi, durante i primi mesi di vita, viene data dalla mamma, che durante la gravidanza trasferisce al feto, attraverso la placenta, tutti i suoi anticorpi. Quindi il bimbo, quando nasce, ha un repertorio anticorpale sostanzialmente identico a quello della madre, grazie al quale è protetto da infezioni che, in un neonato, potrebbero avere conseguenze gravissime.
Gli anticorpi vengono trasferiti dalla madre al feto fino al momento del parto; da quel giorno in poi il bimbo deve fare da sé. Ma se, per esempio, la mamma è arrivata alla gravidanza senza aver mai avuto la varicella e senza essere mai stata vaccinata, non potrà trasferire al bambino gli anticorpi contro la varicella. Quindi il figlio, fin dal primo giorno di vita, non avrà alcuna protezione.
Capito questo, si capisce anche perché è importante vaccinarsi e perché — prima di considerare una gravidanza — è meglio valutare se si è immuni contro i più importanti patogeni e, nel caso, se è necessario sottoporsi alla vaccinazione o fare un richiamo. […] Ho sentito molte mamme affermare: «Io non vaccino mio figlio, tanto lo allatto al seno e gli trasferisco i miei anticorpi». Questo è un ragionamento completamente errato. La protezione che vi ho descritto non dipende dall’allattamento al seno. Il latte materno conferisce al bimbo, oltre a un nutrimento completo e bilanciato, gli anticorpi di tipo IgA che sono importanti per la protezione da alcune infezioni. Tuttavia, per quanto riguarda le malattie di cui abbiamo detto sopra, gli anticorpi efficaci sono solo quelli che la mamma trasferisce durante la gravidanza, ammesso che li abbia. Per averli il modo più certo è vaccinarsi. Quindi è importantissimo, per mille questioni, nutrire il bimbo con il latte materno, se possibile. Ma non ingannatevi pensando che se allattate vostro figlio non ci sia bisogno di vaccinarlo: è vero il contrario.
Dunque, future mamme, controllate se siete immuni contro queste pericolose malattie e, se non lo siete, vaccinatevi prima di cercare d’avere un bimbo.
(L’autore è immunologo al San Raffaele di Milano. Il testo è tratto dal suo libro in uscita “ Il vaccino non è un’opinione”)
Repubblica 26.9.16
Cure alternative, scontro sul meeting
L’Istituto di sanità contro il convegno al Senato per includere ayurveda e antroposofia nel servizio pubblico
“Nelle istituzioni non si promuovano pratiche antiscientifiche”. Tra gli interventi anche il medico anti-vaccini
Le vaccinazioni in Italia sono in calo dal 2012, in particolare per morbillo, parotite e rosolia
di Michele Bocci

«No alle medicine non convenzionali e al medico anti vaccini in Senato». Un convegno in programma per giovedì prossimo a Roma riporta alla luce la contrapposizione tra chi vorrebbe una maggiore presenza nel servizio pubblico di omeopatia, fitoterapie a altre discipline e chi non le ritiene scientificamente validate e quindi le vuole relegare alla libera scelta di pazienti paganti. E a schierarsi è anche un esponente importante del sistema sanitario, cioè Walter Ricciardi, presidente dell’Istituto superiore di sanità. Forse non è un caso che tutto avvenga in un periodo nel quale sono sempre più diffusi i sospetti nei confronti della medicina ufficiale, le campagne contro la vaccinazione e i tentativi di molte persone di abbandonare le strade di cura conosciute per fidarsi di “santoni” di vario genere, talvolta con esiti drammatici. Questi fenomeni non sono necessariamente connessi alle medicine alternative (peraltro tra loro diverse) che però finiscono per essere prese di mira.
Il Cicap, Comitato per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze fondato da Piero Angela, nei giorni scorsi ha fatto un appello a Ricciardi perché prendesse posizione sul convegno al Senato e lui non si è fatto ripetere due volte l’invito. «Accolgo l’appello fatto al presidente Piero Grasso di non promuovere pratiche antiscientifiche nei luoghi istituzionali — ha detto Ricciardi — Non bisogna confondere la libertà di cura con i criteri con cui deve essere garantito un equo accesso alle cure per tutti i cittadini e che deve riguardare terapie e metodi di provata efficacia, condivisi dalla comunità scientifica, in modo da evitare sprechi di risorse».Per Cicap l’unica disciplina «ad aver dato risultati sperimentali positivi, pur con alcune limitazioni, è la fitoterapia ».
Ad organizzare il convegno sono Maurizio Romani, omeopata toscano espulso da M5S e ora nel Gruppo misto, e la Associazione per la medicina centrata sulla persona. Nella presentazione dell’appuntamento Romani, che vorrebbe arrivare a una legge, ha scritto tra l’altro come la medicina occidentale dominante abbia bisogno dell’attenzione al paziente e al suo benessere promossa dalle discipline alternative. «L’attenzione è anche rivolta alle capacità di auto-guarigione», scrive. Giovedì parleranno esperti di agopuntura, omeopatia, fitoterapia, discipline già presenti in almeno 100 ambulatori pubblici in tutta Italia. Sono 14 le Regioni che hanno sottoscritto accordi con i medici che le praticano per portarle nelle loro strutture, anche per questo l’uscita di Ricciardi ha lasciato interdetti gli organizzatori. Ma nella sala del Senato si parlerà anche di ayurveda, antroposofica, omotossicologica, osteopatia, chiropratica e shiatsu che invece per ora sono quasi assenti dal servizi sanitario nazionale. In più, a moderare una delle sezioni c’è Roberto Gava, uno dei più noti medici anti vaccinisti, tra coloro che vede un nesso tra questi medicinali e l’autismo (smentito dal mondo scientifico).
Corriere 26.9.16
Cliniche e banche di ovuli spagnole alla conquista dell’eterologa in Italia
Ieri esportavano i gameti, ora i big della fecondazione aprono a Milano e Modena
di Simona Ravizza

MILANO Le spedizioni si sono moltiplicate. Adesso ogni mese ben 150 pacchetti di ovuli partono da Marbella per l’Italia. In casse chiamate dry shipper, perché garantiscono il trasporto a temperature sotto i 196 gradi in azoto liquido, i gameti viaggiano per due ore e mezzo in aereo oppure per due giorni in auto. La loro destinazione sono gli ospedali e le cliniche che vogliono eseguire la fecondazione eterologa ma che, in assenza totale di donatrici italiane, sono costretti a rivolgersi all’estero per procurarsi gli ovociti. Il mittente è Ovobank, una delle più importanti banche spagnole di ovuli (costola del centro di riproduzione assistita Fiv Marbella). Lo stesso fanno anche altre banche, con un ritmo sempre più sostenuto: nel 2015 sono arrivati 2.100 contenitori di ovociti, mentre nei primi sei mesi di quest’anno sono già 2.500 (il loro numero, in pratica, è raddoppiato).
Ma a furia di inviare ovuli nel nostro Paese, e ben consapevole della difficoltà della fecondazione eterologa a decollare, il proprietario di Ovobank e Fiv Marbella Enrique Criado Scholz si è domandato: perché non esserci noi direttamente a Milano? Detto fatto. Da neppure un mese in via Guglielmo Corrado Röntgen, a due passi dai nuovi edifici dell’Università Bocconi, ha aperto il Fiv Milano. Dove prima c’erano gli ambulatori di un noto andrologo milanese, Giovanni M. Colpi, oggi c’è la succursale della clinica spagnola. Le coppie possono sottoporsi a tutte le visite mediche, le ecografie di controllo e fare congelare i campioni di seme che vengono spediti al laboratorio di Marbella: in questo modo le pazienti devono recarsi in Spagna, solo per poche ore, per il trasferimento degli embrioni (contro i quattro-cinque viaggi di un tempo). «Il nostro obiettivo è semplificare la vita alle coppie italiane — sottolinea Enrique Criado Scholz —. E adesso puntiamo a ospitare in via Röntgen una vera e propria banca di ovuli, per velocizzare le spedizioni nel resto d’Italia. Siamo in attesa delle autorizzazioni del ministero della Salute e della Regione Lombardia».
Così i big esteri della fecondazione sono alla conquista dell’Italia. La questione è sempre la stessa: a due anni e mezzo dalla sentenza della Corte Costituzionale che cancella il divieto di fecondazione eterologa (ossia con ovuli o sperma esterni alla coppia), si contano solo venti donatrici italiane. Un numero inconsistente dovuto al fatto che la legge non ammette nessun rimborso spese per chi dona gli ovuli. E chi può accettare di sottoporsi a cure ormonali pesanti e entrare in sala operatoria solo per aiutare un’altra donna ad avere un figlio? Ovobank, per dire, prevede un rimborso spese per le sue 1.300 donatrici, tra i 18 e i 30 anni, che va dai 600 ai mille euro. L’apertura di Fiv Milano è l’ultima, ma non la sola. Sempre a Milano, in via Pallavicino, già nel febbraio 2015 l’Institut Marquès di Barcellona aveva inaugurato una succursale dell’omologa clinica di Barcellona. E, dopo avere trattato 7.000 pazienti italiane nella sua clinica di Barcellona, Eugin è arrivata a Modena. A riprova che lo sbarco in Italia dei big dell’eterologa ormai è una tendenza.