venerdì 15 dicembre 2017

Corriere 15.12.17
Il testamento biologico è legge Cei contraria, medici cattolici divisi
L’associazione confessionale: non la applicheremo. Ma la sezione di Milano è favorevole
di M. D. B.


ROMA Mancano circa 10 minuti a mezzogiorno quando il tabellone si illumina di puntini verdi e dall’aula si alza un lungo applauso. «È la legge di Luca», piange dal palco Maria Cristina Coscioni, mamma del malato di Sla che aprì la campagna per il testamento biologico. Il Senato ha detto sì senza modificarlo al testo passato ad aprile alla Camera: 180 no, 6 astenuti, 71 contrari. Risultato di una coalizione atipica: Pd, Mdp e M5S. L’Italia trova a fine legislatura le norme sul fine vita, uguali per strutture pubbliche e religiose. Ed è qui che i cattolici perdono compattezza. Il direttore dell’ufficio Cei per la Pastorale della Salute, don Massimo Angelelli, pone l’altolà: «Non ci riconosciamo nella legge. Tutela i medici sollevandoli da responsabilità e le strutture pubbliche. E carica la scelta sui malati senza pensare ai sofferenti».
Uno dei punti più controversi è su idratazione e nutrizione artificiale, considerate trattamenti. La Cei distingue: «Se un paziente dovesse chiedere di interromperle negli ospedali cattolici non si procederà. A favore i medici cattolici di Milano: «La mediazione trovata in Parlamento risponde in più parti al nostro documento». Ma il presidente dell’associazione nazionale Filippo Boscia prende le distanze: «Sono una minoranza. È incrinato il principio dell’indisponibilità della vita laicamente inteso». Il senatore Maurizio Sacconi: «Avremo casi Charlie Gard», il bimbo senza cervello cui è stato negato il proseguimento delle cure di sostegno.
«È una pagina di bella politica che spero possa segnare la storia dei diritti di questo Paese», si emoziona Emilia Grazia De Biasi che con la strategica mossa di dimettersi da relatrice in Commissione sanità del Senato ha tirato fuori le Dat da una caterva di emendamenti ostruzionistici. C’è un’altra donna fra i protagonisti, Donata Lenzi, pd, relatrice alla Camera. Le nomina al megafono Marco Cappato, leader dell’Associazione Coscioni, riunita ieri in piazza, in prima fila Mina Welby e Filomena Gallo. «Un passo avanti per la dignità della persona», scrive su Twitter il presidente del consiglio Paolo Gentiloni. Come lui i ministri Martina e Fedeli.

Il Sole 15.12.17
Una legge che prova ad allinearci agli altri Paesi
di Gilberto Corbellini


Una volta tanto, anche se con qualche decennio di ritardo, proviamo ad allinearci con i Paesi più civili nel riconoscere, con una legge, che quando arriviamo alla fine della vita non possiamo perdere il diritto umano più fondamentale di ogni altro, quello all’autodeterminazione. La legge sulle disposizioni anticipate di trattamento e il consenso informato, approvata ieri, cancella un’anomalia etica e legale, ovvero che mentre un cittadino italiano maggiorenne e cosciente può rifiutare un trattamento medico (come prevede l’art. 32 comma 2 della Costituzione), incluse alimentazione e idratazione artificiali, se questa stessa persona perde coscienza non dispone più di tale diritto. Ovvero decidono parenti e medici. Le disposizioni anticipate di trattamento sono una continuazione del consenso informato, che finalmente è riconosciuto dalla legge come presupposto necessario per procedere a qualunque trattamento medico, ed entrano in gioco quando mancano le condizioni psicologiche per decidere (la coscienza per capire le informazioni e dare il consenso). È tutto qui ed è molto facile da capire. Le direttive anticipate non sono un obbligo e quindi chi vuole continuare ad affidarsi a parenti e medici può farlo, ma si è almeno capito che una volta che sono state redatte devono essere rispettate da tutti, a iniziare dai medici, e che anche alimentazione e idratazione artificiale sono trattamenti medici (a predisporli peraltro non può essere che un medico). Un argomento che accade di ascoltare, è che le persone possono cambiare idea. Ma le disposizioni si possono cambiare in qualunque momento ed è auspicabile si costruiscano anche in Italia spazi informatici dove ognuno può aggiornare direttamente le proprie. E credere che una persona che non è più cosciente possa cambiare idea è ridicolo. È giusto ricordare oggi Piergiorgio Welby, Giovanni Nuvoli, Eluana Englaro e Walter Pilulu, perché senza il loro coraggio e la loro determinazione, il tema non avrebbe raggiunto i livelli di consapevolezza culturale e politica che hanno portato a una legge, che però non è la migliore possibile sul fine vita. Questa legge non avrebbe risposto alle domande di dj Fabo e c’è ancora un tratto di strada da percorrere per diventare davvero civili.

Repubblica 15.12.17
Domande e risposte
Cosa c’è da sapere sul Biotestamento
Come decidere sul fine vita
Dalle disposizioni anticipate di trattamento alla libertà di scelta delle cure
I doveri dei sanitari e il ruolo del fiduciario
di Caterina Pasolini


ROMA Cosa sono le “dat”?
Sono le disposizioni anticipate di trattamento, ovvero le nostre volontà in materia di assistenza sanitaria in previsione di una futura incapacità a decidere o comunicare. La legge prevede che ogni maggiorenne indichi le preferenze sanitarie e possa nominare un fiduciario che parli e lo rappresenti col medico quando non potrà o non vorrà farlo. Le dat sono inserite nella legge che parla di consenso informato alle cure, di rifiuto all’accanimento terapeutico
Cosa tutela la legge?
La legge tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e soprattutto alla autodeterminazione della persona e stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato e proseguito senza il consenso libero e informato del malato. In caso di impossibilità a comunicare, la sua scelta medica verrà rappresentata dalle dat e difesa dal suo fiduciario.
Cosa si può accettare o rifiutare?
Quando si è lucidi e coscienti si è liberi di scegliere o rifiutare cure o accertamenti. Così nelle dat la persona può accettare di sottoporsi in futuro a qualsiasi cura, chiedere di essere assistita a oltranza oppure rifiutare qualsiasi accertamento o terapia. Può entrare nel dettaglio: non voglio essere rianimato, intubato, voglio antidolorifici, oppiacei, rianimazione meccanica. Voglio o non voglio che siano iniziati trattamenti anche se il loro risultato fosse uno stato di demenza, uno stato di incoscienza senza possibilità di recupero. Oppure restare sul vago: non voglio essere rianimato.
Idratazione e nutrizione si possono rifiutare?
Sì. Sono considerate somministrazioni su prescrizione medica di nutrienti mediante dispositivo medici, come il sondino nella pancia, e quindi terapie alle quali si può decidere di rinunciare.
Si può cambiare idea, revocare le scelte?
La revoca è sempre possibile in ogni momento, e come l’accettazione o il rifiuto delle cure, va annotata nella cartella clinica e nel fascicolo sanitario elettronico.
Il medico è obbligato ad ubbidire al malato?
Nessun medico può violare la volontà dei malati, ma al medico è riconosciuto il diritto di obiettare le scelte del paziente e rifiutarsi di eseguirle.
Quindi chi ha l’ultima parola?
Il paziente. Se il dottore si rifiuta per motivi personali di seguire le sue indicazioni, la struttura ospedaliera ha il dovere di trovare un sostituto che garantisca il rispetto delle volontà del malato.
Da quando si possono fare le dat?
Da subito, le disposizioni sono immediatamente valide. In futuro verrà istituito un registro nazionale e nei prossimi mesi si potranno inserire all’interno del fascicolo medico elettronico presente in numerose regioni.
Così il medico, quando si arriva in ospedale, sa subito, anche se incoscienti, se vogliamo essere rianimati o meno. Evitando cosi il ripetersi di drammatici casi come quello tristemente famoso di Eluana Englaro.
Le Dat vanno scritte a mano?
Si possono scrivere a mano, a macchina o sul computer,
Si può videoregistrare?
Sì, si può anche videoregistrare.
Devono essere firmate?
Sì, devono essere sempre firmate a mano.
Davanti a chi vanno firmate?
In comune o davanti al notaio
A chi vanno consegnate?
Nei comuni dove ci sono i registri, sono più di 170 già ora, oppure al notaio. Andrebbero consegnate anche al fiduciario che si è scelti.
I compiti del fiduciario?
Deve rappresentare le nostre volontà quando non saremo in grado di esprimerci e, nel caso di nuove invenzioni e cure, valutare se siano coerenti col nostro pensiero.
Tutti possono fare il fiduciario?
Sì, purché maggiorenni. Non ci sono limitazioni. E una scelta personale.
Valgono i testamenti fatti prima della legge nei comuni o consegnati ai notai?
Si, valgono, non c’è bisogno di rifarli.
Si può chiedere l’eutanasia?
Suicidio assistito ed eutanasia nel nostro Paese sono vietati, quindi non si possono chiedere.
Si può chiedere la sedazione profonda?
Sì, è prevista per i malati in fase terminale ai quali altre terapie antidolorifiche risultano inefficaci. È garantita dalla legge sulle cure palliative
Cosa è previsto per i minorenni?
I minorenni non possono fare il biotestamento come le persone considerate incapaci. In questo caso il consenso informato è espresso dai genitori, dal tutore o dall’amministratore e sentito il ragazzo.
Cos’è il consenso informato?
Ogni paziente ha diritto a conoscere le proprie condizioni di salute, ad essere informato su diagnosi, prognosi, benefici e rischi dei trattamenti.
Il malato può nominare un fiduciario se non vuole ricevere informazioni sulla sua salute e per esprimere il consenso o il rifiuto al suo posto.

il manifesto 15.12.17
La lotta di classe vinta dall’1%
Rapporto World Wealth and Income Database. Primo studio mondiale sull'aumento dell'ingiustizia negli ultimi 35-40 anni. La colpa non è della mondializzazione, ma del modo in cui (non) è stata regolata. L'Europa la zona meno crudele, il peggio è in Medioriente, dove l'1% più ricco ha captato il 61% della ricchezza (37% in Europa, 47% negli Usa, 41% in Cina)
di Anna Maria Merlo


PARIGI Una lotta di classe planetaria ha avuto luogo negli ultimi 35-40 anni, con l’esplosione della mondializzazione. L’ha vinta l’1% della popolazione, come già hanno individuato i movimenti nati con l’ultima grande crisi, adottando lo slogan semplice e efficace “siamo il 99%”. Dall’inizio degli anni ’80 a oggi, l’1% ha messo le mani sul 27% della crescita, cioè più del doppio (12%) di quanto abbia fatto, complessivamente, il 50% più povero. La “colpa” non è della mondializzazione in sé, che anzi ha permesso a milioni di persone di uscire dalla povertà. Ma dal modo in cui è avvenuta la redistribuzione: in modo assolutamente ineguale e ingiusto,  a causa dell’impotenza, voluta o subita,  dei poteri pubblici (stati e unioni di più paesi). Per di più, questa ineguaglianza non è utile alla crescita, i paesi meno egualitari non sono quelli dove l’economia corre di più. E’ quanto risulta dal lavoro da Titani realizzato da un centinaio di economisti di tutto il mondo, coordinati nel World Wealth and Income Database (WID, world) da Facundo Alvaredo, Lucas Chancel, Thomas Piketty, Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, che ieri hanno pubblicato il primo Rapporto mondiale sulle ineguaglianze mondiali dal 1980 al 2016 in una settantina di paesi di tutti i continenti. L’interesse di questo lavoro è che, oltre alla raccolta e all’analisi di dati dei paesi ricchi, sono stati studiati anche quelli (spesso difficilmente disponibili o parziali) dei paesi emergenti. Sono stati analizzati dati sul reddito, ma anche sul patrimonio accumulato.
L’1% ha captato il 27% delle ricchezze, il 50% più povero il 12%. In mezzo, le classi medie (occidentali soprattutto) hanno visto passare oltre questa straordinaria ricchezza creata, con redditi in debole aumento se non in stagnazione. Di qui le conseguenze politiche che sono sotto gli occhi di tutti, la chiusura, i nazionalismi, i voti a favore di venditori di fumo che promettono tutto e il suo contrario. Anche la distribuzione dei patrimoni resta ingiusta, anche se in modo minore che all’inizio del ‘900: nei paesi dove la classe media ha avuto la possibilità di accedere alla proprietà (in Europa occidentale), le ineguaglianze risultano minori. C’è grande differenza tra paesi e aree economiche. L’Europa è la zona dove le diseguaglianze sono aumentate di meno: il 10% più ricco concentra il 37% della ricchezza prodotta, mentre in Cina è il 41%. Questo termometro  dell’ingiustizia sale in Russia al 46%, va al 47% per Usa e Canada e poi esplode: 54% in Africa subsahariana, 55% in Brasile e in India, addirittura 61% in Medioriente, con punte vergognose nei paesi produttori di petrolio (dove si è scavato anche un baratro tra popolazioni autoctone e immigrati senza diritti). All’inizio degli anni ’80, Usa e Europa sono partite da dati comparabili, l’1% più ricco controllava il 10% della ricchezza. Ma nel 2016, lo scarto è enorme: 12% in Europa, 20% per l’1% più abbiente negli Usa. Eppure la distribuzione della ricchezza negli Usa fino al XX secolo era meno ingiusta che nella vecchia Europa della nobiltà. La deriva statunitense è iniziata con la reaganomics e i tagli massicci alle imposte. Stesso divario crescente negli emergenti, tra India e Cina per esempio.  La redistribuzione dei redditi, dove c’era ancora la volontà di farlo, è stata inoltre frenata dalla disparità dell’aumento del capitale, tra privato e pubblico: salito il primo, in discesa il secondo. Le privatizzazioni, ma anche l’aumento del debito pubblico, hanno impoverito gli stati e quindi hanno frenato la politica redistributiva.  Contemporaneamente, la crescita dei redditi finanziari e da patrimonio è cresciuta enormemente, mentre i salari stagnavano. Cioè un altro fattore di ineguaglianza.
Nell’Unione europea le ineguaglianze sono aumentate di meno, ma sono comunque cresciute. La reazione delle classi medie impoverite è spesso la chiusura anti-europea, il voto all’estrema destra, il risentimento diffuso. Quello che è mancato è la solidarietà all’interno della Ue, che ha dato l’impressione di navigare sul libero mercato al solo vantaggio di pochi. Si torna cosi’ alla questione fiscale, dell’armonizzazione e della redistribuzione: ma qui sono piuttosto i costi della “non Europa” a pesare, non il suo eccesso (sul fisco vige il voto all’unanimità, che è sinonimo di blocco, e questa questione non è in via di soluzione mentre esplodono gli egoismi nazionali).
Il Rapporto delinea alcune soluzioni, che vanno tutte nella direzione di una ripresa in mano della regolazione da parte dei poteri pubblici: una tassazione maggiormente progressiva (ma qui, in Europa, ci vorrebbe più unione per sconfiggere il dumping fiscale in atto), che riguardi anche la trasmissione dei patrimoni e più investimenti pubblici, soprattutto nella scuola e nella formazione.

il manifesto 15.12.17
Asia Argento: «Sono vittoriosa, non vittima»
Televisione. A proposito della puntata di #cartabianca, andata in onda lunedì sera su rai3
di Alessandra Pigliaru


Durante l’ultima puntata di #cartabianca andata in onda lunedì sera su Rai3 si è svolta una scena nauseante.
Asia Argento, dopo aver chiesto un confronto pubblico con alcuni dei suoi detrattori, è stata insultata in studio da Pietro Senaldi e Vladimir Luxuria che, se possibile, si sono mostrati ancora più sgradevoli, rozzi e imbarazzanti di quanto siano apparsi nelle scorse settimane su carta stampata e social.
Ma Asia Argento è «vittoriosa, non una vittima» come lei stessa si definisce schivando le accuse di chi non crede alla violenza sessuale da lei subita e denunciata.
Davanti a una Bianca Berlinguer forse troppo tiepida nella conduzione, l’attrice e regista italiana è stata in vario modo denigrata da espressioni tipo «Per esserci violenza dev’esserci dissenso».
Eppure la forza di Argento è stata, ancora, evidente ed efficace. Con un punto che andrebbe sottolineato: all’inizio della trasmissione lei chiede ai suoi interlocutori «Mi chiederete scusa, stasera?».
Cara Asia, perché questa mal riposta speranza? Chi alla tua esperienza risponde con continue canzonature è una causa persa. Bisogna invece trasformare un lessico intero, inventare un linguaggio della lotta che è anche del cuore, un’educazione sentimentale quando si parla di violenza maschile contro le donne.
E bisogna farlo insieme a chi non processa la credibilità di una donna che prende parola pubblica. Il resto sono interlocuzioni guaste in partenza.

il manifesto 15.12.17
Il conflitto di interessi lo ha riconosciuto la stessa Boschi
La sottosegretaria si è astenuta dal partecipare a quattro Consigli dei ministri che si occupavano di banche, durante il governo Renzi. E per la blanda legge Frattini che prevede condizioni impossibili da verificare tanto basta. Tant'è vero che non è masi stata applicata
di Andrea Fabozzi


Dire conflitto di interessi da tredici anni in Italia significa una cosa precisa. E assai limitata, per fortuna della ministra Maria Elena Boschi. Che infatti ha sostenuto in parlamento nel dicembre 2015 e confermato ieri sera in televisione di «non avere un conflitto di interessi».
Da quando, luglio 2004, è entrata in vigore la legge firmata da Franco Frattini, ministro del secondo governo Berlusconi, il conflitto di interessi nel nostro paese è praticamente sterilizzato. Non serve neanche che non siano previste sanzioni effettive per chi dovesse violare la legge, perché la situazione di conflitto è praticamente indimostrabile. Eppure, vedremo, è stata proprio la ministra Boschi a riconoscere la sua situazione particolare.
Nove mesi dopo aver incontrato il presidente della Consob per esprimergli le sue preoccupazioni sulle prospettive di Banca Etruria, Boschi ha deciso di non partecipare al Consiglio dei ministri del 20 gennaio 2015 dov’è stato approvato il decreto (3/2015) sul sistema bancario e le banche popolari (tra le quali Etruria). La legge Frattini individua il conflitto di interessi solo quando il ministro «partecipa all’adozione di un atto». Il comune cittadino può trovare il fatto che un ministro non competente per materia faccia sapere (in più occasioni) al capo della Consob di essere contraria all’acquisizione di Banca Etruria da parte della popolare di Vicenza altrettanto compromettente rispetto alla sua partecipazione a una decisione, collegiale, del Consiglio dei ministri. Ma per la legge italiana la differenza c’è ed è quella che passa tra un comportamento lecito e uno illecito. Magari «politicamente inopportuno», come spiega Stefano Passigli, che aveva firmato una diversa proposta di legge sul conflitto di interessi approvata al senato dal centrosinistra e dalla Lega ma fermata dallo scioglimento delle camere nel 1996. «La legge Frattini è uno scudo che protegge anche comportamenti indubbiamente inopportuni come quello della ministra Boschi – dice Passigli. Con un’altra legge, come sarebbe stata la mia, si sarebbero potuti prevenire i conflitti di interesse potenziali».
Boschi si è astenuta da altri tre Consigli dei ministri durante il governo Renzi. Quelli del 6 e del 13 novembre 2015 che hanno varato il decreto legislativo 180 sulle banche (aveva però partecipato alla riunione precedente dove era stato approvato lo schema preliminare) e poi non ha partecipato neanche al Consiglio dei ministri del 22 novembre 2015 dov’è stato approvato il cosiddetto «salva banche». Il decreto che ha azzerato il valore delle azioni e delle obbligazioni subordinate delle banche, tra le quali Banca Etruria. In quest’ultimo caso si potrebbe al limite configurare una delle tre condizioni previste dalla legge Frattini, il «danno per l’interesse pubblico» (di certo il danno per quei cittadini che hanno perso le somme investite). Ma quella legge vuole anche che si verifichino altre due condizioni, contemporaneamente: la partecipazione del componente di governo all’atto (e Boschi non c’era) e «l’incidenza specifica o potenziale sul patrimonio» del ministro o del parente prossimo (in questo caso il padre) del ministro. Tutte queste condizioni insieme nel caso di Boschi non si sono verificate. Lo ha già appurato l’Autorità garante per la concorrenza (Antitrust) che nel dicembre 2015 rispondendo a una richiesta del deputato M5S Di Batista ha escluso il conflitto di interessi.
Come lo ha escluso, del resto, al termine di due specifiche istruttorie, anche negli unici due casi in cui è stata verificata fino in fondo la possibilità di applicare ai titolari di cariche di governo la legge Frattini. Due soli casi in tredici anni, entrambi riferiti al governo Berlusconi (uno a carico dello stesso Cavaliere, l’altro del ministro Lunardi) tutti e due chiusi in maniera positiva per gli interessati. Il conflitto di interessi non si è mai potuto dimostrare.
Eppure mai come nel caso di Boschi la distanza tra la sostanza del conflitto di interessi e la sua definizione giuridica appare tanto evidente. Perché sia Berlusconi che Lunardi avevano «partecipato all’adozione dell’atto» incriminato, salvo poi dimostrare che ne avevano tratto beneficio anche altri e non abbastanza. Boschi invece ha riconosciuto lei stessa la sua condizione critica, astenendosi più volte dal Consiglio dei ministri. Non ha partecipato neanche recentemente, quando il governo Gentiloni ha confermato Visco alla guida di Bankitalia (come lei tutti i ministri strettamente renziani). Ma non si è fatta alcuno scrupolo di di farsi sentire, su Banca Etruria, da Vegas e da Ghizzoni.

Repubblica 15.12.17
Una carta in mano ai 5 stelle
di Stefano Folli


Una legislatura tormentata dal primo all’ultimo giorno si conclude com’era prevedibile: fra luci e ombre, con il rischio che le seconde prevalgano sulle prime. Ieri al Senato il cosiddetto “fine vita” è diventato legge dello Stato: una conquista ormai matura nella coscienza del Paese che contribuisce a dare l’impronta a una stagione parlamentare scandita nel segno dei nuovi diritti, a cominciare dalle unioni civili. Sotto tale aspetto il bilancio di questa legislatura va considerato come molto positivo, pur nel rispetto di quanti, in prevalenza nel mondo cattolico, hanno avuto riserve sulla svolta legislativa e le hanno espresse con vivacità di fronte alle Camere. Riserve e turbamenti riassunti poi da una nota della Cei.
Fra le luci c’è dunque la particolare attenzione alla sfera dei diritti. Poi ci sono le ombre. Quasi impenetrabili e tali da spazzar via anche le luci.
Il Parlamento sta per chiudersi, ma su di esso è riesplosa la vicenda Maria Elena Boschi. Le cronache hanno ampiamente spiegato di cosa si tratta.
Resta da dire che sul piano politico la storia, al di là delle verità e falsità dette o celate in due anni di polemiche, equivale a una delegittimazione di fatto della sottosegretaria alla presidenza del Consiglio. Persino oltre le sue eventuali responsabilità di merito. Banca Etruria è come la foresta semovente del Macbeth: preme ormai sul Pd renziano e tende a soffocarlo giorno dopo giorno. A questo punto è evidente che il caso Boschi-Etruria, nella sua mediocrità, rappresenta la carta migliore in mano ai Cinque Stelle per la loro campagna elettorale. E questo vale sia nel caso di dimissioni (assai improbabili) della sottosegretaria Boschi sia nell’altro scenario: una lunga scia di veleno che accompagnerà gli italiani fino al 4 marzo. Chi s’interroga sui motivi per cui il Pd sembra essere in affanno in tutti i sondaggi, trova ormai la risposta nel rebus bancario e nell’eco indefinita ma tenace del conflitto d’interessi. Le luci della legislatura (i diritti civili, alcune riforme) sono inevitabilmente soverchiate dalle ombre (i pasticci di Banca Etruria e non solo) perché al cittadino interessa di più sapere se un certo istituto di credito ha tradito la sua fiducia. E se la classe politica, attraverso questo o quel rappresentante, non lo ha protetto.
Sono cinque anni che il M5S prospera non tanto per quello che propone agli elettori (ben poco), quanto per la costante perdita di credibilità delle forze che dovrebbero costituire l’establishment. È possibile che nel Pd non si colga questo aspetto cruciale, in grado di determinare l’esito della campagna? La scelta di indicare i Cinque Stelle come il vero nemico può essere una buona idea, ma solo a patto di mettere in campo una classe dirigente ineccepibile e che tale appaia agli occhi degli elettori. Altrimenti è una mossa autolesionista. Anche Berlusconi, non a caso, indica i “grillini” come il male da combattere, ma per varie ragioni il capo di Forza Italia ricava un vantaggio elettorale dallo scontro in cui invece il Pd si dissangua.
E se questo avviene, la difesa a oltranza di Maria Elena Boschi contribuirà al declino complessivo del partito renziano. A proposito di manovre in vista del dopo-elezioni, Bersani usava ieri un tono diverso, quasi dialogante, nei confronti dei Cinque Stelle.
La vecchia idea di scoprire la vena di sinistra — o almeno non di destra — dei “grillini” è tutt’altro che morta dalle parti di Liberi e uguali. Fra i più severi nei confronti di Boschi.

Repubblica 15.12.17
l caso Boschi
Relazioni pericolose
È allora che la ministra avrebbe dovuto rinunciare alla poltrona, per coerenza e per intelligenza. Farlo oggi è troppo tardi. Ormai il danno è fatto. Per lei stessa. Ma soprattutto per il Pd, che a pochi mesi dal voto rischia di pagare a caro prezzo le “relazioni pericolose” fiorite tra Roma, Laterina ed Arezzo.
di Massimo Giannini


Abbiamo una sola fortuna, nel grande “ falò delle verità” acceso dalla Santa Inquisizione bancaria: siamo ormai alla fine della legislatura, e il rogo sul quale bruciano guardie e ladri, governanti e governatori, produce solo macerie politiche nel Palazzo, e non contraccolpi alla credibilità del Paese. Se i lavori della Commissione parlamentare d’inchiesta sul credito fossero iniziati davvero due anni fa, quando fu depositato il disegno di legge che la istituiva, il danno sarebbe stato enorme. La Banca d’Italia nella polvere, la Consob nel fango, una ministra contestata, un governo compromesso: un gigantesco autodafé. L’interesse nazionale sarebbe andato in frantumi, lo spread sarebbe andato alle stelle.
E invece la crisi bancaria si riduce a una rissa da saloon tra i partiti, una resa dei conti da campagna elettorale. Cioè quello che bisognava evitare, ma era fin troppo facile prevedere. C’è da chiedersi cos’altro succederà la settimana prossima, quando a San Macuto sfileranno l’ex ad di Unicredit Ghizzoni e l’ex ad di Veneto Banca Consoli. Sul piano politico, chi paga il conto è chi sperava di lucrare un profitto. Si chiama eterogenesi dei fini. Il Pd puntava a scaricare su Ignazio Visco le colpe di tutti i dissesti ( da Mps alle Venete). E adesso, al contrario, da Grande Inquisitore si trasforma in Grande Accusato (per lo scandalo Etruria).
A trascinare il partito di Matteo Renzi sul banco degli imputati è Maria Elena Boschi. Anche in questo caso: quello che bisognava evitare, ma era fin troppo facile prevedere. Si discuterà a lungo, nel merito e nel metodo, sull’anomalia delle sorprendenti “confessioni” di Giuseppe Vegas. Sul fatto che sia stato ascoltato dalla Commissione nel suo ultimo giorno da presidente della Consob (da oggi è scaduto il suo mandato). O sul fatto che con le sue rivelazioni abbia voluto accendere i riflettori sulle responsabilità della sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio, magari per lasciare in ombra quelle infinitamente più gravi dell’organo che ha guidato per anni, senza mai prevenire una sola ruberia perpetrata a spese dei risparmiatori.
Ma la sostanza delle sue parole rimane. Vegas ha incontrato più volte l’allora ministra delle Riforme. Ne ha ascoltato le preoccupazioni per le sorti di Banca Etruria. Le perplessità sull’ipotetica fusione con la Popolare di Vicenza. Gli auspici sull’imminente promozione del papà Pierluigi alla vicepresidenza dell’Istituto aretino. Questo la stessa Boschi non lo smentisce. Certo, precisa a sua volta che non ha mai esercitato “pressioni”. Che ha rifiutato una proposta via sms dello stesso Vegas per un incontro assai irrituale “a casa” del presidente Consob. Che si è sempre limitata a parlare in senso generale e generico dei problemi delle banche. Che per tutte queste ragioni non solo non se ne va, ma procede con le querele contro giornalisti e tafferuglisti (vedi Luigi Di Maio, che evoca Mario Chiesa a sproposito).
Boschi ha tutto il diritto di scegliere come difendersi. Ma su di lei continua a pesare un conflitto di interessi evidente, fin da quando suo padre è entrato nel cda e poi è diventato vicepresidente di Etruria. Non c’entrano persecuzioni politiche o interpretazioni psicanalitiche ( le colpe dei padri che ricadono sui figli). Non c’entra nemmeno l’attività di un governo o di un ministro che cerca soluzioni “ di elevato standing” ( come chiedeva la Vigilanza di via Nazionale) per evitare il default di una banca radicata nel localismo municipale. Dalla Germania dei Laender all’America del Midwest, non c’è un eletto del popolo che non si adoperi per tutelare i suoi elettori sul territorio.
Il problema sorge quando quel politico si occupa dei destini di un’azienda di cui è amministratore suo padre. Quando si crea il corto- circuito nella “ terra di mezzo” in cui pubblico e privato si incontrano, si sovrappongono e si confondono. Quando si produce quell’intreccio fatale tra politica, affari e famiglia, che è il cuore stesso di ogni conflitto di interessi. Questa è stata purtroppo la declinazione sbagliata del “renzismo da combattimento”. Il legno storto dal quale è germinato il Giglio Magico, con il suo potere diffuso, invasivo, qualche volta un po’ opaco.
Se tutto questo è vero, diventa persino inutile accertare se Boschi, nella sua arringa difensiva alla Camera di un anno fa, abbia mentito al Parlamento e al Paese. E diventa persino inutile chiedere ora alla sottosegretaria le dimissioni, oltre tutto da un governo ormai al capolinea. Il vero passo indietro Boschi avrebbe dovuto farlo un anno fa, traendo le conseguenze della sconfitta al referendum costituzionale e seguendo le orme del suo premier Renzi che quel coraggio lo ha avuto. È allora che la ministra avrebbe dovuto rinunciare alla poltrona, per coerenza e per intelligenza. Farlo oggi è troppo tardi. Ormai il danno è fatto. Per lei stessa. Ma soprattutto per il Pd, che a pochi mesi dal voto rischia di pagare a caro prezzo le “relazioni pericolose” fiorite tra Roma, Laterina ed Arezzo.

La Stampa 15.12.17
Boschi, la vendetta di Vegas
Il presidente della Consob: incontrai la ministra, era preoccupata per Banca Etruria Gentiloni la difende: ha chiarito. Ma il Pd teme nuovi attacchi nell’audizione di Visco
di Gianluca Paolucci


«Ho avuto modo di parlare della questione (di Banca Etruria, ndr.) con l’allora ministro Boschi». Sono le 14 quando le parole di Giuseppe Vegas, nel suo ultimo giorno da presidente di Consob, sollevano un nuovo caso politico. Rispondendo alle domande della commissione parlamentare d’inchiesta sul sistema bancario Vegas aggiunge che Maria Elena Boschi espresse «un quadro di preoccupazione perché a suo avviso c’era la possibilità che Etruria venisse incorporata dalla Popolare di Vicenza e questo era di nocumento per la principale industria di Arezzo che è l’oro».
E in effetti sì, proprio il ricco settore orafo aretino era tra le fazioni contrarie alla fusione con Vicenza, timorosi di perdere«centralità» rispetto all’altro grande distretto orafo italiano, Vicenza. Ma tutto questo passa in secondo piano e da quel momento è il caso Boschi a monopolizzare l’attenzione dei commissari. Ogni altra questione - comprese le molte ombre sul ruolo della Consob nelle varie crisi bancarie - passano in secondo piano.
L’incontro in questione avvenne a Milano nell’aprile del 2014, quando Etruria era alla ricerca di un partner e Vicenza sembrava essere l’unica banca seriamente intenzionata a prendersi l’istituto aretino. Vegas e Boschi, spiega l’ormai ex presidente della Commissione di vigilanza sui mercati finanziari si videro in quella occasione al ristorante. Poi i due s’incontrarono almeno altre due volte: una volta poco tempo dopo al ministero, poi ancora una volta a cena a casa di Vegas «ma c’erano anche altre persone», puntualizza. Ma da quel primo accenno, evidentemente vivido nella memoria di Vegas, le sue parole diventano più fumose, i «non ricordo» si mischiano a ricostruzioni sommarie di date, fatti e circostanze.
Al punto che al termine dell’audizione i commissari Dem sospettano una sorta di agguato, una combine con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco - che sarà sentito la prossima settimana -. La riprova di questo sospetto è una domanda di Mauro Del Barba (Pd) che chiede a Vegas se abbia incontrato Visco nei giorni scorsi. Sì, risponde Vegas, ma quando deve spiegare di cosa abbiano parlato è un nuovo «non ricordo».
In uno di questi incontri - ma Vegas non ha specificato quale - la Boschi avrebbe annunciato che il padre sarebbe diventato il vicepresidente della banca. Certo, dice Vegas, «non credo che sia stato il ministro Boschi a mandare per strada 130 mila risparmiatori». Ma dalle opposizioni sono già partite le richieste di dimissioni per l’attuale sottosegretario del governo Gentiloni.
«Nessun favoritismo, nessuna corsia preferenziale», dice subito la Boschi replicando alle accuse di aver mentito quando intervenne in aula nella dibattito per la mozione di sfiducia sul caso Etruria, il 18 dicembre del 2015. La replica più velenosa è quella che stessa Boschi dice davanti alle telecamere di Otto e mezzo: «Si, ho incontrato Vegas, ci sono stati più incontri e il 29 maggio 2014, in una di quelle occasioni, Vegas mi chiese in modo inusuale di incontrarci a casa sua alle 8 di mattina, e io risposi che ci dovevamo vedere al ministero o in Consob, non a casa sua».
La data di questo incontro è importante. Il giorno prima, 28 maggio, era arrivata ad Arezzo l’offerta della Popolare di Vicenza. Mentre qualche giorno dopo - il 3 giugno, risulta dai verbali di Banca Etruria -, i vertici dell’istituto incontrarono a loro volta Vegas in Consob.
«Sono sconvolto dal fatto che questo tema sia diventato un’arma di distrazione di massa», ha detto in serata Matteo Renzi. «I controlli, anche Banca Etruria, non hanno funzionato. E parlo di Bankitalia e Consob». «Quello che dico è che anche in Banca Etruria, come tutte le banche, chi ha sbagliato paghi».
Secondo Renzi, «Non c’è alcun problema che il ministro dei Rapporti con il Parlamento incontri il capo di Consob», ha detto ancora Renzi a Piazza Pulita, aggiungendo di pensare che a suo avviso «non ci furono pressioni».
A sostegno della Boschi è arrivato anche Palazzo Chigi. «Maria Elena ha chiarito», avrebbe detto il premier Paolo Gentiloni parlando con i suoi collaboratori della vicenda. Ma il Pd ora teme nuovi attacchi alla Boschi nella prossima audizione del governatore di Bankitalia, Ignazio Visco.

Corriere 15.12.17
Un doloroso boomerang
di Massimo Franco


A questo punto, conta relativamente se o quanto l’allora ministra delle Riforme, Maria Elena Boschi, abbia detto la verità sul caso di Banca Etruria. L’unico elemento certo è che la strategia del Pd sul sistema creditizio si sta trasformando ogni giorno di più in un doloroso boomerang; e a nemmeno tre mesi dalle elezioni. L’insistenza sulla creazione di una commissione parlamentare d’inchiesta doveva servire a mettere in mora Bankitalia e a certificare le ragioni del governo di Matteo Renzi. E i vertici delle istituzioni finanziarie erano stati chiamati a testimoniare come se dovessero passare sotto le forche caudine del partito di maggioranza. Di fatto, invece, quello strumento che doveva inchiodare il sistema bancario sta diventando la «commissione Boschi».
Le parole dette ieri dal presidente uscente della Consob, Giuseppe Vegas, hanno avuto effetti pesanti. Secondo la sua ricostruzione, l’allora ministra delle Riforme lo incontrò perché «era preoccupata per l’eventualità che l’istituto fosse incorporato dalla Popolare di Vicenza»: pur smentendo pressioni. Boschi si difende negando favoritismi verso il padre, vicepresidente di Banca Etruria.
Ma il coro delle opposizioni contro di lei, con richiesta di dimissioni immediate, fa capire che la vicenda dominerà di qui al voto a marzo. E attenzione: la commissione non ha ancora ascoltato né il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco, né l’ex amministratore di Unicredit, Federico Ghizzoni, che finora è stato silente. Due incognite da brivido, perché ieri Boschi ha ribadito di averlo incontrato, «senza chiedere niente né fare pressioni». A sottolineare quanto la vicenda possa rivelarsi scivolosa, colpisce la mancata difesa dell’attuale sottosegretaria da parte dei ministri. C’è solo un’ufficiosa solidarietà da Palazzo Chigi. Di fronte alle bordate del Movimento Cinque Stelle e della Lega, a proteggerla sono solo le persone più vicine a Renzi; e nemmeno tutte. È come se tra i dem ribollisse una miscela di imbarazzo e di preoccupazione per la piega che stanno prendendo le cose; e si confermasse il timore di essersi infilati in una polemica che, al di là delle responsabilità e delle strumentalizzazioni, farà perdere voti.
Anche perché minaccia di investire lo stesso esecutivo. Il premier Paolo Gentiloni non ha esitato a incrinare i rapporti con Renzi confermando il governatore di Bankitalia contro il parere del segretario del Pd; e oggi appare in testa agli indici di gradimento nel Paese. Eppure il caso Vegas offre alle opposizioni un ottimo pretesto per alzare il tiro su di lui. Alessandro Di Battista apre il fronte per conto dei Cinque Stelle, intimando a Gentiloni di «intervenire immediatamente. Ne va della credibilità del Paese, c’è un conflitto di interessi grande come una casa!».
A ruota, attaccano FdI e Liberi e Uguali, la formazione del presidente del Senato, Pietro Grasso. C’è da chiedersi quali saranno le prossime tappe di questa escalation polemica; e come si ripercuoterà sulla commissione guidata da Pier Ferdinando Casini e sul voto di marzo. La difesa della sottosegretaria lascia trasparire rabbia e esasperazione. «Non ho mai mentito al Parlamento», ripete Boschi. «Ho incontrato Vegas come ho incontrato altri rappresentanti istituzionali». Ma il boomerang continua a mulinare in maniera più minacciosa e accelerata che mai.

Corriere 15.12.17
Le carte, le date
Il pranzo e la fusione che salta
di Fiorenza Sarzanini


Resoconti e lettere riservate: le carte depositate presso la commissione parlamentare rivelano che gli interventi di Boschi su Etruria avvengono quando la trattativa fra i due istituti di credito è in pieno svolgimento.
ROMA L ettere riservate, resoconti di riunioni, verbali del consiglio di amministrazione: sono le carte depositate presso la commissione parlamentare Banche a rivelare che gli interventi dell’allora ministra per le Riforme Maria Elena Boschi, «preoccupata per la possibile fusione tra Banca Etruria e Popolare di Vicenza», avvengono quando la trattativa tra i due istituti di credito è in pieno svolgimento. Mentre Boschi parte per Milano e va a pranzo con il presidente di Consob Giuseppe Vegas, Bankitalia cerca una soluzione per fare fronte alla disastrosa situazione patrimoniale dell’istituto di credito di Arezzo. E per questo mette intorno allo stesso tavolo di palazzo Koch i rappresentanti delle due banche, compreso Pier Luigi Boschi che all’epoca era da poco diventato vicepresidente. Sforzo inutile: il tentativo non va a buon fine perché è proprio il vertice di Etruria a bocciare la proposta di PopVicenza. Neanche un anno dopo, travolto da un buco miliardario, l’istituto aretino viene commissariato.
L’accordo di aprile
Il 3 dicembre 2013 il governatore di Bankitalia Ignazio Visco manda una lettera al presidente del cda di Etruria Giuseppe Fornasari e «dispone la convocazione del cda entro 10 giorni dal ricevimento della missiva con all’ordine del giorno l’integrazione della Popolare in un gruppo di adeguato standing in grado di apportare le necessarie risorse patrimoniali, manageriali e professionali». I vertici della banca individuano in Rothschild e Lazard gli advisor «per il supporto» nella ricerca. Di 27 gruppi contattati solo due si fanno avanti. Uno è PopVicenza. Il 18 marzo 2014 il presidente Gianni Zonin annuncia pubblicamente la presentazione di un’offerta. Che cosa accade dopo è svelato nel verbale del cda di Etruria del 6 giugno 2014 che ricostruisce l’intera vicenda.
Un «accordo di processo» tra le due banche viene stipulato il 12 aprile 2014. Pochi giorni dopo «le parti avviano un approfondimento congiunto avente ad oggetto, in particolare, la realizzazione di un’operazione di integrazione alla pari tra banche popolari prendendo in considerazione la possibilità di procedere ad una fusione tra i due istituti di credito». Proprio in quei giorni Boschi vede Vegas. Secondo alcune indiscrezioni è Denis Verdini a fare da tramite per organizzare il pranzo milanese. Parlano della fusione e Vegas spiega «che non è argomento di sua competenza».
La bocciatura di giugno
Il negoziato intanto procede. Il 15 maggio «la prospettiva di fusione viene discussa dai rispettivi advisor in una riunione nell’ambito della quale sono state vagliate le possibili linee guida dell’operazione». Il 28 maggio PopVicenza formula l’offerta che «prevede un’acquisizione per cassa di Etruria da realizzarsi a mezzo di offerta pubblica di acquisto e mediante trasformazione della banca in società per azione». Due giorni dopo si riunisce il cda di Etruria per valutare l’iniziativa e la ritiene «in netta discontinuità rispetto alle ipotesi di lavoro sinora considerate nell’ambito della trattativa condotta tra le parti».
È l’inizio della fine. Il 5 giugno c’è un incontro informale nella sede di Bankitalia dove i rappresentanti di Etruria spiegano che le condizioni di PopVicenza non possono essere accettate. Undici giorni dopo questa posizione diventa ufficiale. In un «appunto per il direttorio» datato 18 giugno 2014, il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo spiega che «il 16 giugno 2014 durante un incontro richiesto con urgenza dal presidente di Etruria per aggiornare la Vigilanza sullo stato delle trattative» Rosi ha spiegato che «l’Opa per cassa su almeno il 90 per cento del capitale non può essere accolta in quanto sarebbe bocciata dall’assemblea dei soci». La conclusione di Barbagallo è secca: «C’è la sensazione che all’interno del cda di Etruria sussista una spaccatura tra i favorevoli a un’aggregazione in tempi brevi e chi vuole preservare l’autonomia con questa seconda linea che sta prevalendo». È così: la seconda linea vince e la fusione salta, proprio come voleva la ministra Boschi

Corriere 15.12.17
Pd tra difesa e imbarazzo La minoranza preoccupata: questa storia non ci fa bene
di Monica Guerzoni


ROMA La difesa compatta e nervosa dei renziani e il silenzio imbarazzato delle minoranze dem dicono quanto alto, nel Pd, sia il livello di allarme dopo la «rivelazione» del presidente Consob e il contrattacco di Maria Elena Boschi. Il premier Gentiloni, che sperava in un finale ordinato di legislatura, si tiene alla larga dall’ennesima bufera che investe la sottosegretaria. Parla invece il ministro Claudio de Vincenti e la sua difesa non ha ombre: «Boschi ha già chiarito, la sua posizione è ineccepibile».
Eppure al Senato, ieri pomeriggio, girava voce che i dem stiano cercando il modo di chiudere in anticipo i lavori della Commissione di inchiesta sulle banche, così da schivare l’insidia dell’audizione dell’ex ad di Unicredit Federico Ghizzoni, in calendario per il 20 dicembre. Al Nazareno il leader è furioso e chiede ai fedelissimi di bombardare con messaggi a sostegno di Boschi. Uno dopo l’altro i parlamentari del Pd sfidano le opposizioni a provare che la sottosegretaria mentì in Aula alla Camera il 18 dicembre 2015. «Maria Elena dice la verità, Di Maio mente in maniera spudorata» attacca Simona Malpezzi. Per Walter Verini sono accuse strumentali: «Basta usare la Commissione come una clava». Parlano Marcucci, Fanucci, Bonifazi, Carbone, Esposito, Ermini, Fregolent... Ettore Rosato è stupito dalle «cattiverie volgari» delle opposizioni, Lele Fiano respinge le «calunnie». Il presidente dem Matteo Orfini propone di fornire via mail ai commissari l’intervento di Boschi: «Vediamo se qualcuno ha voglia di fare il fact checking e scoprire se la bugia è della sottosegretaria o del terzetto Di Battista, Calderoli e Speranza». Avanti così, fino a Claudio Velardi che respinge il «mix vomitevole di sessismo, misoginia, invidia sociale e sciacallaggio».
Con la campagna che incombe e Renzi impegnato a decidere chi mettere in lista, nessuno nel Pd vuol sentire parlare di dimissioni, passi indietro o mancata candidatura di Boschi. Anche la minoranza sceglie la cautela. Michele Emiliano è impegnato a Roma in un’«assemblea fiume», Francesco Boccia è «sommerso da migliaia di emendamenti» in commissione, Andrea Orlando è a Genova e i suoi sono impegnati su altri fronti. Rosaria Capacchione: «Sono cose serie e delicate, voglio prima leggere tutto». Massimo Mucchetti: «Sono al lavoro sulla web tax».
Chi risponde, lascia trapelare imbarazzo e tensione. Cesare Damiano ammette che la preoccupazione c’è: «Questa vicenda non farà del bene al Pd, perché la strumentalizzazione andrà avanti per tutta la campagna elettorale». Boschi si deve dimettere? «Non vado oltre». Prudenza anche da SinistraDem. Gianni Cuperlo, che dopo il voto si batterà per «rifondare il Pd», ha riunito i suoi parlamentari e ha chiesto al mondo politico «di fare chiarezza e non alzare polveroni». L’ex presidente è preoccupato per i possibili effetti sulla corsa elettorale, ma non chiede a Boschi di lasciare e non farà da sponda allo «sciacallaggio» delle opposizioni.

Corriere 15.12.17
Rossi: no al sangue, dialogare si può
«Un patto sui collegi Noi e i dem evitiamo le sfide tra i leader»
di Monica Guerzoni


ROMA Su Boschi e l’ affaire Banca Etruria il governatore della Toscana va giù pesante: «In Parlamento non si devono dire bugie». Ma sui rapporti tra Pd e sinistra di Grasso, Enrico Rossi spalanca a sorpresa porte e finestre: «No alla guerra civile, facciamo in modo che non scorra il sangue».
Vede uno spazio per ricostruire il centrosinistra?
«Il tema non è il centrosinistra, bisogna prendere atto che Liberi e uguali e Pd hanno prospettive che non coincidono. Ma questo non significa che dobbiamo identificarci come i principali nemici dell’uno e dell’altro».
Non è così?
«Dopo le separazioni lo strappo si sente di più, ma ora dobbiamo trovare il modo di riconoscerci reciprocamente. Andare in campagna elettorale a scambi reciproci di insulti e invettive avrebbe effetti negativi per noi e per loro, favorendo destra e M5S».
Tra D’Alema e Renzi ne sono volate di invettive...
«È ora di togliere dal campo le polemiche personali e di cominciare a misurarsi sui punti di incontro che possono unire due forze diverse».
In vista del dopo elezioni?
«Non propongo formule unitarie, non siamo sulla strada di Prodi. Ma ci possono essere spazi su cui confrontarsi, senza trattarsi come il nemico assoluto. Governiamo insieme in moltissime realtà, non solo in Toscana. E poiché abbiamo davanti scadenze elettorali negli enti locali, dovremmo continuare a misurarci sui contenuti cercando intese programmatiche».
Incollare i cocci, sia pure a livello locale?
«Anche nel momento massimo dello scontro tra Pci e Psi, quando sul programma c’era intesa scattava un elemento di buon senso. Non dobbiamo farci trasportare dalle passioni negative, da questo spirito di rivalsa e accuse. I nostri elettorati possono essere molto interessati a una prospettiva unitaria, purché ci sia intesa sui programmi».
Voi non siete quelli che vogliono abolire il Jobs act?
«Su lavoro e stato sociale le differenze sono inconciliabili. Ma sui diritti civili e umani possiamo incalzare insieme. Dopo il fine vita, chiediamo al Pd di farsi coraggio e andare avanti sullo ius soli. Anche su antifascismo e politica estera possiamo dialogare».
E i decreti Minniti?
«Votammo contro, ma dobbiamo sfidare Gentiloni a essere conseguente sui lager libici da chiudere. Sarebbe un passo avanti decisivo se noi dicessimo che non vogliamo allearci col M5S e se il Pd si impegnasse a non allearsi con Berlusconi».
Una specie di patto di desistenza, anche nei collegi?
«Con questa legge elettorale siamo costretti a candidarci in tutti i collegi, ma si può evitare di schierare leader contro leader. Niente male parole e niente sangue. Vogliamo essere una sinistra forte e di governo, non una forza velleitaria che lancia solo accuse».

il manifesto 15.12.17
La psicoanalisi tra corpo e immaginazione
Mente . Utilizzato da Didier Anzieu come una ampia metafora, «L’Io-pelle» è anzitutto una rappresentazione di cui si serve il bambino molto piccolo, che sfrutta la sue percezione della superficie del corpo per pensarsi come contenitore di processi psichici
di Silvia Vizardelli


Il sentimento nasce a contatto con i corpi: su questa affermazione Herder fondava, nella sua Plastik del 1778, l’originaria flagranza tattile della scultura, intraprendendo una battaglia contro il privilegio che gli umanisti accordavano, invece, alla pittura considerandola forma d’arte superiore per la sua prossimità all’orizzonte contemplativo e astratto del pensiero. È sufficiente riconoscere la virtù terapeutica della parola per comprendere come le funzioni psichiche più complesse ed elaborate nutrano e si nutrano di un appoggio sul corpo. Tutto sta a capire che cosa nasconde il termine «appoggio» e quale rapporto mente-corpo possa implicare.
Una risposta ci viene dal saggio di Didier Anzieu, L’Io-pelle, apparso in lingua originale nel 1985, preceduto da un articolo pubblicato nel 1974 sulla Nouvelle Revue de Psychanalyse, che ora abbiamo la fortuna di poter rileggere grazie a una nuova edizione italiana (Cortina, pp. 270, euro  26,00). È un libro felice, che cerca di dar voce a una doppia motivazione. Se, da una parte, Anzieu ribadisce che la psicoanalisi può trarre grande aiuto dallo studio delle strutture e delle funzioni della pelle, in nome della omologia tra apparato psichico e involucro epidermico, dall’altra denuncia un’esigenza che sembra di senso opposto: la psicoanalisi ha bisogno di immaginazione.
A una certa distanza
«In questi ultimi decenni del XX secolo, la psicoanalisi mi sembra aver bisogno più di pensatori per immagini che di eruditi, di scoliasti, di spiriti astratti e formalizzatori. Prima di essere un concetto, la mia idea di Io-pelle è, volutamente, un’ampia metafora». Dunque, da un lato l’appello alla realtà del corpo, e dall’altro il richiamo all’immaginazione come una facoltà da rivitalizzare. È noto come il carattere reattivo di queste affermazioni sia dovuto alla forte polemica contro il ruolo riduttivo che, secondo Anzieu, Lacan attribuiva all’universo immaginario; ma quel che importa notare è che la motivazione di Anzieu è, in realtà, una sola. Vicino al corpo si può stare passandogli a una certa distanza, ovvero, com’è ovvio: possiamo curare il corpo allontanandoci da esso. Ecco allora che l’immaginazione non sembrerà più il luogo della finzione, della maschera, del simulacro, bensì quello del radicamento, dell’appoggio sul corpo. Così intesa, l’immagine acquista la forza pulsionale del fantasma.
L’Io-pelle è la figurazione che Anzieu riesce a declinare in tutte le sue forme, perché mentre la sviluppa, egli è il suo corpo e, contemporaneamente, ha un corpo. È in gioco, qui, quel presupposto logico e insieme fenomenologico che fonda, tra le altre cose, la possibilità stessa della psicoanalisi e che ci aiuta a relegare ai margini l’idea che si possa contattare il corpo puro, la nuda vita. L’Io-pelle è infatti innanzitutto una rappresentazione di cui si serve il bambino nelle fasi precoci delle sviluppo, sfruttando la propria percezione della superficie del corpo, per immaginare se stesso come contenitore di processi psichici.
In questo preciso momento, nota con grande sottigliezza Anzieu, sul piano operativo l’Io psichico si differenzia da quello corporeo e si confonde invece con esso sul piano figurativo. La distinzione psiche-corpo è ciò che consente all’immagine di offrirsi come luogo di una intercettazione tra i due piani.
Alla base c’è il principio freudiano secondo cui «qualsiasi funzione psichica si sviluppa per appoggio su una funzione corporea il cui funzionamento traspone sul piano mentale». Questo significa che lo sviluppo dell’apparato psichico procede per stadi di rottura con la base corporea, e questi stadi rendono necessaria la ricerca reiterata di un appoggio delle funzioni psichiche su quelle del corpo. Insomma, la rottura, la distanza psiche-corpo è ciò che autorizza la ricerca del loro reciproco contatto. Il fatto che il vedere possa essere pensato come un velato toccare non implica una loro omologazione, bensì allude al fatto che la vista possa intercettare e digerire materiale aptico.
Otto diverse funzioni
Se questa è la cornice metodologica del discorso di Anzieu, altrettanto interessante è il suo affondo nell’analisi delle otto diverse funzioni dell’Io-pelle: la funzione di sostegno e di conservazione, quella di contenitore, la funzione di para-eccitazione, di individuazione del sé, la funzione di intersensorialità ovvero di collegamento di sensazioni di diversa natura alla base tattile, la funzione di involucro captante dell’eccitazione sessuale globale, di ricarica libidica, la funzione di iscrizione delle tracce sensoriali che fa dell’Io-pelle una sorta di pittogramma o di scudo di Perseo. Ciascuna di queste analisi, sapientemente intrecciate con le riflessioni sul mito (in particolare sul mito di Marsia a cui Anzieu ha dedicato uno studio a parte) e con i continui richiami all’esperienza estetica, costituisce un capitolo importante della storia della psicoanalisi.

il manifesto 15.12.17
Oggi nuovo “Giorno della rabbia” palestinese, Pence rinvia la visita
Gerusalemme. La protesta per Gerusalemme capitale d'Israele non si spegne. Si annunciano nuove ore di tensione e scontri nel settore arabo della città e nel resto dei Territori occupati. Pence costretto a spostare in avanti il viaggio in Israele ed Egitto
di Michele Giorgio


GERUSALEMME L’annuncio del rinvio “di alcuni giorni” della visita del vice presidente americano Mike Pence in Israele e in Egitto – per motivi legati al voto al Senato Usa sulla riforma fiscale, in realtà per non esarcerbare le proteste palestinesi e arabe contro gli Usa – è giunto mentre in Cisgiordania e a Gaza la tensione registrava un’impennata. Le nuove manifestazioni palestinesi ieri sono andate avanti per ore a Burin (Nablus), a Kaddouri (Tulkarem) e ancora a Bet El, il transito orientale di Ramallah sotto il controllo dell’esercito israeliano. Una settantina i feriti palestinesi, la maggior parte a Tulkarem. Le truppe israeliane si sono lanciate inoltre in raid in due università palestinesi, Al-Quds e Bir Zeit, per confiscare “materiale sovversivo”. L’epicentro comunque resta Gerusalemme, dove ieri sono ripresi i sit-in palestinesi alla Porta di Damasco. Dal giorno dell’annuncio fatto da Donald Trump su Gerusalemme capitale di Israele,gli arresti di palestinesi nella zona Est della città sono stati 77. Oggi, venerdì delle preghiere, sarà un’altra “giornata della rabbia” palestinese a Gerusalemme, come in Cisgiordania e a Gaza.
Proprio a Gaza il clima si è fatto più cupo. Si sta facendo più concreta la possibilità di una offensiva militare israeliana. I lanci di razzi da Gaza – che sino ad oggi non hanno causato danni sull’altro lato del confine – danno fiato alle trombe della guerra in Israele. I bombardamenti aerei si stanno intensificando ma non bastano a Tamir Idan, il presidente del Consiglio regionale del Negev, che ha chiesto al governo Netanyahu di attaccare con forza anche se ciò conducesse a un’escalation. «Ci aspettiamo che lo Stato – ha detto Idan – risponda a piena forza contro il cosiddetto ‘stillicidio’». A lanciare i razzi non è Hamas ma alcune fazioni armate più piccole, come le Brigate dei Martiri di al Aqsa (Fatah), il Jihad islami e i Comitati di resistenza popolare. Il movimento islamico, ci spiegava ieri un giornalista di Gaza, «in questo momento così delicato non può impedire alle milizie di altre formazioni di esprimere rabbia per quanto ha deciso Trump su Gerusalemme». Hamas ieri ha celebrato con un raduno di migliaia di attivisti e simpatizzanti il 30esimo anniversario della sua fondazione. Il leader, Ismail Haniyeh ha parlato di un milione di palestinesi pronti a combattere per Gerusalemme. Rivolgendosi ad Abu Mazen, Haniyeh ha confermato l’impegno del suo movimento per la riconciliazione.
Donald Trump aveva certamente tenuto conto delle conseguenze del riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele. Le ha valutate per mesi ma è stato tradito dall’ansia di compiacere subito l’alleato Benyamin Netanyahu. Perlatro non è difficile immaginare le pressioni che il premier israeliano ha fatto per ottenere quel riconoscimento su una Amministrazione americana dove non si contano gli amici di Israele. Forse la Casa Bianca comincia a rendersi conto di essere isolata e bersaglio di critiche e condanne che arrivano non solo dal mondo arabo e islamico ma anche dai partner europei. Da qui il rinvio della partenza di Pence. Il passaggio al Senato Usa della riforma fiscale senza dubbio è rischioso per l’Amministrazione Trump avendo i Repubblicani una maggioranza risicata. Ma il motivo vero della partenza rinviata del vice presidente sono le proteste palestinesi e le reazioni arabe, islamiche e cristiane.
Il successo del summit islamico di due giorni fa a Istanbul – al quale si è aggiunta ieri la dichiarazione finale di condanna di Trump uscita dall’incontro interreligioso in Libano – ha messo nell’angolo Washington e mostrato un Abu Mazen insolitamente combattivo. Il presidente palestinese ha annullato l’incontro con Pence e dalla sua parte si sono schierati diversi esponenti politici e religiosi locali e regionali. Sono stati cancellati anche gli incontri di Pence al Cairo con la Chiesa copta ortodossa e con lo sceicco di Al Azhar, Ahmed al Tayeb, la principale istituzione dell’Islam sunnita. Riyadh invece difende l’alleato Trump. Il ministro degli esteri saudita, Adel al Jubeir, in un’intervista rilasciata a France 24 ha affermato che gli Usa sono seriamente intenzionati a ottenere un accordo di pace tra israeliani e palestinesi.

Il Fatto 15.12.17
Mohammad e la rivoluzione copernicana dell’Islam saudita
Principe illuminato - Il 32enne erede al trono apre la società e allo stesso tempo ribalta le alleanze del Medio Oriente
di Roberta Zunini


È vero: da un paio di mesi le donne in Arabia Saudita possono guidare, andare al lavoro, a fare shopping con le amiche o al cinema, appena riaperti, senza il “guardiano maschio” alle costole, anzi alle sottane, essendo ancora obbligate a portare la lunga tunica nera e il velo semi-integrale che lascia scoperti solo gli occhi. Tutto questo lo si deve a Mohammed bin Salman giovane ministro della Difesa, nominato dall’anziano e malato padre, re Salman, principe ereditario. Ma il 32enne futuro monarca, ha fatto molto di più, secondo i suoi sostenitori, tra i quali Jared Kushner il genero-consigliere del presidente Trump. Ha cioè “tagliato la testa” al serpente wahabita che si era infiltrato nella Casa reale fin dalla nascita nel 1744 sotto le tende del deserto arabico.
Non tutti gli analisti però ne sono certi: a causa della mancanza di corrispondenti stranieri e di una stampa locale indipendente è difficile dire con puntualità se tutti gli imam wahabiti, ovvero integralisti, siano stati destituiti. O confinati in alberghi di lusso, come accadde ad almeno 11 principi parenti più o meno stretti di Mbs (acronimo con cui è conosciuto) un mese e mezzo fa, o, peggio, dietro le sbarre. Perché oggi il principe sunnita “moderato” in casa e spietato nello Yemen, dove sta conducendo una guerra sanguinosa contro i ribelli sciiti Houthi appoggiati dall’Iran, è colui che volendo vincere la partita con la potenza rivale iraniana, deve fare una rivoluzione copernicana in tutti gli ambiti della società saudita. Che conosce bene, pur essendo giovane, perché non ha mai voluto trasferirsi a lungo nei Paesi anglosassoni come i suoi innumerevoli fratelli e cugini laureati nelle costose università d’oltreoceano.
Lui vuole parlare l’arabo e non l’inglese, ma sogna di attrarre stranieri nel sud del paese, sul Mar Rosso, dove intende costruire un’alternativa a Dubai basata sulla green economy che è, nella sua prospettiva di uomo d’affari, un investimento a lungo raggio per contrastare le continue discese e le difficili risalite del prezzo del greggio. E ambisce a costruire una città di vacanzieri spensierati con drink alcolico – non più proibito – in una mano e l’altra a cingere una donna in bikini. Nella futura Disneyland per adulti e bambini saudita ci dovrebbe essere posto anche per donne del luogo libere dal burkini. Ipotesi eretica, se non fosse che per quando sarà pronta la stazione balneare arricchita di casino, l’ipotetico nuovo re dovrebbe essere riuscito a ripristinare l’Islam sunnita più moderato rispetto a quello sciita. Quasi ogni giorno i rumors danno per imminente l’abdicazione di Re Salman a favore del figlio. Ma non accadrà in questi giorni. Dopo la dichiarazione da parte della Casa Bianca del riconoscimento di Gerusalemme capitale d’Israele, il reggente ha dovuto smentire le voci fondate che dietro l’incendiaria decisione di The Donald ci sia il placet di Mbs, che vorrebbe divenire artefice di un piano di pace tra israeliani e palestinesi.
Si dà però il caso che la famiglia Saul sia la custode dei due principali luoghi di culto di tutto il mondo islamico, dunque sunnita e sciita, Mecca e Medina, così come il re di Giordania Abdallah II è il custode della Spianata delle Moschee, il terzo luogo di culto islamico che coincide però con il Monte del Tempio, il principale luogo di culto dell’ebraismo e uno dei più importanti del cristianesimo. Ma dove né gli ebrei né i cristiani possono pregare. Mbs, a riprova della sua volontà rivoluzionaria in senso geopolitico e georeligioso – da sempre a braccetto in Medio Oriente – ha anche invitato il patriarca maronita libanese, il cardinale Rai Bekhara a Ryad lo scorso ottobre, facendolo ricevere da tutti i dignitari in gran spolvero.
Si è trattato di una mossa clamorosa che pochi media europei hanno sottolineato. Eppure si trattava , dato che le conseguenze si stanno velocemente schiudendo, di una notizia dirimente. Mai prima d’ora il custode della Mecca aveva osato tanto: invitare la massima autorità cristiana libanese, incarnata durante la lunga e sanguinosa guerra civile iniziata nel 1975 e conclusasi nel 1990 da figure più in sintonia con la Siria degli alawiti Assad anziché con i sunniti di Ryad.
Il giovane principe ha anche bisogno di soldi. Con il crollo del prezzo del petrolio negli scorsi anni, l’Arabia Saudita ha perso decine di miliardi di dollari destinati a tenere buona l’esigua popolazione autoctona, che ora si vede costretta a pagare le tasse, fatto fino a 3 anni fa inimmaginabile. Per questo, molti dicono, che Mbs abbia deciso di permettere alle donne di guidare e quindi di non avere più il ‘guardiano’. Per le famiglie delle cittadine saudite ricche non era un problema pagare i guardaspalle e un autista per seguirle sempre e ovunque, ma per il ceto medio significava tenere impegnato un maschio della famiglia notte e giorno per sorvegliarle o obbligarli a una turnazione continua.
Il pragmatismo e l’aggressività di Mbs, della cui vita privata ben poco si sa, però potrebbe scontrarsi con la furbizia degli antagonisti iraniani che hanno migliaia di anni di cultura alle spalle e non deserti abbelliti solo dai miraggi.

Repubblica 15.12.17
Maria, la nuova vita delle Pussy Riot “La nostra Russia un grande carcere”
La sfida al Cremlino, gli anni in cella e adesso un libro e due pièce teatrali: “La censura sta dilagando, annientano tutto ciò che è diverso”
di Rosalba Castelletti


Di che cosa stiamo parlando
Nel febbraio 2012 le attiviste del gruppo in passamontagna Pussy Riot cantarono per una manciata di secondi una “preghiera anti Putin” nella Cattedrale del Cristo Salvatore. Due di loro, Maria Aljokhina e Nadja Tolokonnikova, scontarono due anni di carcere per “vandalismo e odio religioso”. Oggi Aljokhina li racconta nel libro “Riot Days” e in due pièce teatrali.
MOSCA. Maria Aljokhina non fa che scusarsi per il suo ritardo. «Ho dormito poco », spiega l’attivista del collettivo Pussy Riot. Si stiracchia, sono le due del pomeriggio. Poi corruga la fronte diafana. Qualcosa non va?, chiediamo. «In effetti...». Il direttore dell’ArtDocFest, ci dice, è stato minacciato di morte per aver inserito in cartellone un documentario sulla guerra in Est Ucraina. «La censura sta dilagando. Vogliono annientare tutto ciò che è diverso».
Ventuno mesi in carcere non hanno affatto scalfito il piglio rivoluzionario della performer che nel 2012 cantò una “preghiera anti-Putin” davanti a un altare. Masha aveva appena compiuto 24 anni quando fu condannata a due anni di carcere. Due anni di abusi umilianti come le ripetute perquisizioni corporali, di sfibranti scioperi della fame, ma anche di piccole battaglie vinte che oggi racconta nel libro in inglese “Riot Days” e porta sul palco con un’omonima pièce teatrale.
«Una fiaba dark, ma reale», la definisce Masha, sfogliando una delle mille copie russe stampate in proprio che circolano sotto banco come i “samizdat” in epoca sovietica. Tra un frammento di diario e una poesia («Nikolaj Gumiliov diceva che “le poesie possono fermare la pioggia” »), ci sono i disegni del figlio Philipp. «Ha 10 anni, ma è uno dei miei più grandi insegnanti. Riot Days non è un’autobiografia. È la storia di una scelta personale diventata politica. Tutti a un certo punto siamo chiamati a scegliere se stare zitti o agire».
In carcere l’unica cosa che potesse fare era lo sciopero della fame. «Una sorta di grido. Il sistema penitenziario uccide le persone un pezzo alla volta. Finché non ti rendi conto che non c’è differenza tra fuori e dentro. Che la prigione è un modello del Paese». È con lo sciopero della fame che ha ottenuto telefoni, materassi e scialli per le altre detenute. Nelle celle si gelava a tal punto da usare molliche e assorbenti per tappare le crepe nei muri. A una guardia che le chiese “perché lo fai?”, racconta nel libro, rispose: «Protesto quando posso, quando devo. È la mia natura».
Masha non ha mai smesso. Nel 2014 ha manifestato ai Giochi invernali di Soci, in agosto a Jakutsk per chiedere la liberazione del regista ucraino Oleg Sentsov. Per «dar voce ai detenuti» ha fondato insieme a Nadja Tolokonnikova il sito indipendente Mediazona e l’ong Zona Prava. Nei mesi scorsi è stata in tournée all’estero con Riot Days e con “Burning doors”, uno dei migliori spettacoli del 2017 per il New York Times. «Mi piace sperimentare con diverse forme di arte militante». C’è chi la rimprovera di aver “commercializzato la protesta”. Già tre anni fa alcuni membri del collettivo denunciarono: «Le Pussy Riot sono morte. Non vendiamo biglietti per i nostri show». Masha non si scompone: «Pussy Riot è un grande collettivo. Ne fa parte chiunque abbia il coraggio di non stare zitto».
Parla tra una pausa sigaretta e l’altra, «lo so, fumo troppo». Ogni tanto si ferma a mordicchiare una cuticola o a fissare una libreria alla ricerca delle parole giuste. Quand’è diventata una “rivoluzionaria”? «Penso che sia iniziato tutto con i lavoretti a scuola. I bambini confezionavano mobili, le bambine ricamavano. Non capivo perché. E nessuno sapeva spiegarmelo. Ho detto il primo di tanti “no”. Alla fine ho compreso che sono centinaia le regole senza perché». E oggi quale rivoluzione è possibile? «La rivoluzione interiore, fatta di scelte personali. Non dobbiamo aspettare un Lenin per cambiare le cose, dobbiamo farlo da noi. Le elezioni? Sono finte. Non c’è scelta politica. Sento che devo fare qualcosa. Esiste una Russia diversa».

giovedì 14 dicembre 2017

Il Fatto 14.12.17
Chiusa l’Unità, Pessina finanzia Berlusconi
L’ex editore
Partecipa a una cena di sottoscrizione ad Arcore. Giornalisti e poligrafici in Cig
di Luciano Cerasa


A Natale dobbiamo essere tutti più buoni, come ci ricorda ogni anno la pubblicità del panettone e oltre ai regali da destinare ad amici e familiari è il momento di rivolgere un fattivo pensiero anche ai nostri impegni e doveri verso la società.

Il costruttore milanese Massimo Pessina, socio di maggioranza della casa editrice del quotidiano l’Unità e con una quarantina di lavoratori tra giornalisti e poligrafici finiti in cassa integrazione, pare abbia destinato a questo capitolo edificante del suo budget personale ben diecimila euro. Una bella sommetta, per un imprenditore ufficialmente in difficoltà, che divisa per 40 si tradurrebbe in un piccolo sollievo di 250 euro da mettere sotto l’albero dei suoi esausti dipendenti, ancora in attesa degli stipendi degli ultimi mesi e, nel caso dei poligrafici, anche dell’erogazione del primo assegno della cassa integrazione. Tutto è bene quello che finisce bene, quindi, sentenzierebbe William Shakespeare a chiosa di questa bella storia natalizia, se non fosse proprio per il finale, anzi della fine che Pessina avrebbe fatto fare ai diecimila euro.
Antipasto tricolore, pasta al pesto ai quattro formaggi, sformato di melanzane e panettone artigianale: è il menu a prezzo fisso che il presidente di Forza Italia, Silvio Berlusconi, ha offerto l’altra sera a una ventina di imprenditori, tutti accorsi alla sua tavola per finanziargli la campagna elettorale, anche se l’ex Cavaliere mantiene il primato di essere uno degli imprenditori più ricchi del pianeta. La quota da versare, appunto diecimila euro a testa, comprendeva, oltre al godimento per essere accolti dall’anziano tycoon in persona, anche l’apertura straordinaria della casa di Arcore, per la prima volta messa a disposizione per una banale iniziativa di fundraising. E chi c’era, tra quei “fortunati” commensali, secondo quanto riportato dai cronisti di Repubblica e Libero? Proprio Massimo Pessina, l’editore del fu quotidiano della sinistra storica che, finito nelle mani del costruttore grazie ai buoni uffici di Matteo Renzi, ha cessato le pubblicazioni nel giugno scorso, dopo mesi di impegni non mantenuti e a distanza di ben 93 anni dalla sua fondazione. La gestione di Pessina con il rinnovato impegno del Pd è durata due anni, dal momento della terza riapertura nel giugno 2015 alla nuova chiusura. Il nuovo socio aveva sottoscritto dieci milioni di euro, ma non tutti, pare, ancora versati. Investimenti azzerati, redazione e distribuzione strozzate di pari passo al crollo delle copie vendute, una linea editoriale schiacciata su Matteo Renzi, hanno convinto lo stesso Pessina di aver fatto un pessimo affare e della necessità di cercarsi nuovi padrini politici.
Ad attrarre ad Arcore l’ex editore dell’Unità sarà stato decisivo il programma illustrato da Berlusconi insieme alla coordinatrice per la Lombardia, Mariastella Gelmini al dessert: meno tasse, pensione specifica per le donne e più diritti per gli animali.

il manifesto 14.12.17
Donatella Di Cesare, la sovversione di coabitare il mondo
«Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione», per Bollati Boringhieri. Un pensiero politico contro la xenofobia populista e il razzismo. La nostra casa non è lo Stato, né il mercato, ma il mondo intero: l'Internazionale
di Roberto Ciccarelli


Chi è alla ricerca di un’istanza politica contraria al «nazionalismo» in epoca «post-nazionale» e al sovranismo razzista che lega la destra e la sinistra nell’abbraccio mortale con il populismo, la può trovare in Stranieri residenti. Una filosofia della migrazione (Bollati Boringhieri, pp. 275, euro 19). È un libro importante quello scritto da Donatella Di Cesare, potente nella decostruzione della sovranità, incalzante nello svolgimento tra riflessione genealogica, racconto e saggio. Una prova dello stile della filosofia contemporanea: il «pensiero dell’attualità». Questo libro, scrive l’autrice, è un contributo alla definizione di uno jus migrandi in un momento politico in cui i diritti fondamentali delle persone sono soggetti a una torsione securitaria tale che appare lecito chiedersi se non sia finita l’idea stessa di ospitalità.
LA FILOSOFIA della migrazione non è una teoria dell’erranza senza ritorno alla «terra madre» o all’autorevole «padre». Non è una teoria economica, biologica o un’etica dell’«Altro». È una filosofia politica anti-sovranista, una politica della «coabitazione» nella terra spaesata, per di più in tempi di «globalizzazione» dove facciamo ritorno a una casa che è sempre altrove. Questa filosofia è l’espressione di un «diritto di fuga», mentre la libertà soggettiva di chi emigra è punita, tradotta in mobilità, resa adattabile a «quote» e fabbisogni di manodopera. Il migrare eccede ogni misura e indica un destino più ampio, il soggiorno umano sulla terra riguarda tutti, nessuno escluso.
SIN DA PLATONE e Aristotele la figura dello straniero ha destabilizzato il nomos stanziale della filosofia e oggi scuote le radici dello Stato in quanto átopos – il senza luogo, il fuori-luogo ovunque del nomadismo. Lo Straniero è una figura presente in tutte le culture e le religioni. Nella Torah, ad esempio, gli abitanti della terra sono gherim vetoshavim, stranieri e residenti temporanei allo stesso tempo. Questa è anche la condizione del lavoratore a giornata, il lavoratore che vende la forza lavoro, in cambio ottiene un salario spesso non sufficiente per sopravvivere, in più è sfruttato. Senza contare che, in questo caso, l’estraneità è l’esperienza di tutti i lavoratori rispetto al loro lavoro mercificato. Quando si incarna nel migrante, lo straniero diventa un’anomalia intollerabile. Non è solo un intruso illegale. La sua esistenza segregata in spazi di eccezione è percepita come una sfida all’esistenza dello Stato. Alla «nuda vita» è attribuita una carica sovversiva perché scredita la purezza mitica del potere e rivela i paradossi della cittadinanza: l’inclusione degli «autoctoni» è basata sull’esclusione degli «stranieri». La «democrazia» è tale quando si difende dall’esterno ed esercita un potere coercitivo contro gli inermi anche all’interno.
IL MIGRANTE, in quanto straniero, è una figura abissale perché rivela che l’estraneo non è solo l’altro da me, ma è quello che abita in me. Questa esperienza è stata definita da Freud «perturbante»: è ciò che turba l’ordine dell’Io, mostrando l’inquietudine più grande. L’Io non ha proprietà, una terra a cui appartenere, una coscienza a cui rimettere i suoi peccati, ma è un altro ed è straniero a se stesso. È Unheimlich, un essere-senza-casa. Il migrante mette a nudo il mito dell’identità autoctona, la finzione su cui è fondata la sovranità, il valore che lo Stato difende in nome della «sicurezza». Se l’Io è un altro, scriveva Rimbaud, allora il Sé immobile crolla. Un esito inaccettabile che lo Stato evita ricorrendo alla polizia e agli eserciti. Così la sovranità esibisce il suo ultimo potere: il monopolio della violenza.
QUESTA È LA TRAGEDIA dell’attuale governo italiano: dopo avere respinto i migranti in Libia, li ha guardati sulla Cnn venduti come schiavi. Un delitto atroce che non troverà, probabilmente, un giudice, ma forse molte testimonianze. Stranieri residenti è una di queste. Ed è bruciante. In tedesco esiste una parola che spiega questa esperienza perturbante: Wanderung. Significa migrare e errare. L’equivalenza tra un movimento fisico e l’esperienza dell’errare (vagare, sbagliare) è il fondamento della filosofia della migrazione. Il suo obiettivo è dimostrare che l’abitare non è mai puro. Chi abita in un territorio viene da un movimento e si dirige altrove. Così fa il migrante: il punto dove arriva coincide con una nuova partenza. L’abitante è anche lui un migrante che ha deciso di fermarsi, e poi ripartire di nuovo. Prima di un territorio statale, abitiamo una vita che non appartiene a nessuno ed è comune a tutti. Condividiamo un movimento ancora prima di un’appartenenza. Siamo tutti stranieri e residenti. Su questa «e» si gioca il conflitto.
LA CASA degli stranieri residenti non è lo Stato, né il mercato. È l’Internazionale. La riproposizione di questa categoria è una delle idee originali del libro. Di Cesare la intende come sinonimo di una «coabitazione oltre le appartenenze e la proprietà». In questa prospettiva l’Altro non è una metafisica, non è l’ospite, né può essere rinchiuso nelle contraddizioni del diritto di asilo. Se lo straniero siamo noi, allora il sé e l’altro non sono opposti, ma si implicano a vicenda. Lo straniero non è dunque l’ opposto del cittadino, entrambi sono stranieri residenti in un’Internazionale slegata dal territorio e dalla cittadinanza, capace di trasformare la prima e di superare le aporie della seconda. La coabitazione indica un essere-in-comune, pratica una convergenza politica e mostra un altro modo di stare al mondo. Per gli anarchici e i comunisti la casa è il mondo intero. Per tutti gli altri l’Internazionale è la coabitazione della futura umanità con i prossimi e gli stranieri.

Il Fatto 14.12.17
Su “liberi e uguali”, la polemica demente
di Daniela Ranieri


C’è una parte della cosiddetta sinistra maschile e femminile sedicente femminista che quando si parla di rispetto della parità sessuale gode ad autorappresentarsi dentro uno stereotipo culturale di pura demenza.
Altrimenti non si spiega perché schiere di Senonoraquandiste, truppe hashtaggate di Twitter, deputate del Pd (che mai hanno brillato per femminismo, e anzi si sono comodamente adagiate sul beneficio genetico di essere “quote rosa” nella scuderia di un maschio) si sono imbarcate in questa sciocca, lunare, anti-popolare e pretestuosa polemica attorno al simbolo di Liberi e uguali, la nuova formazione di sinistra guidata da Pietro Grasso che lo stesso Grasso ha presentato in Tv.
La polemica è nata, su quel crinale tra lo zelo dei mistici e il furore degli allucinati (se non sulla pura malafede), da un malinteso: mentre col suo eloquio garibaldino Grasso spiegava il simbolo (la prossima volta chieda a noi, lo sconsigliamo gratis), Fazio ha chiamato “foglioline” il triplice svolazzo che trasforma la “i” finale di “Liberi” in una “e”. Al che Grasso, disabituato al marketing elettorale in cui eccellono i cialtroni della politica e i toreri da talk show, gli è andato dietro, impappinandosi tra questione di genere e questione ambientale e offrendo il fianco ai segugi del Pd. Che, tutto preso com’è dalla gagliarda guerra contro le fake news (degli altri), con l’account del suo organo ufficiale, Democratica, diffonde una fake news inventandosi un virgolettato mai pronunciato: “@PietroGrasso: ‘Ci sono alcune foglioline, a forma di E, che indicano le donne presenti nel nostro movimento e il ruolo che svolgono nel Paese’. Esattamente che vuol dire, presidente?”.
Dell’inarrestabile cascata di indignazione social e invettive antisessiste non è il caso di dare conto (per dire il livello, ecco il parere di Alessia Morani, vicecapoqualcosa del Pd: “Quei giorni in cui ti svegli e scopri di essere cibo per koala #foglioline”). Inutile spiegare che Grasso mai ha chiamato le donne “foglioline”, e che, semmai, insieme a Speranza, Civati e Fratoianni, è stato il primo a porsi il problema e a indicare nelle donne “l’elemento fondante della nostra formazione politica”.
Il punto di caduta del dibattito qui è duplice: da una parte, la furia politicamente corretta che offusca la ragione. Come avrebbe dovuto chiamarsi il nuovo partito per non offendere le sensibilità di genere, se al plurale, laddove ci sono “liberi” e “libere”, in italiano si dice sempre “liberi”? Cambiamo la grammatica? Rinominiamo la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino? Riformiamo la Costituzione (stavolta può farlo anche la Boschi), dove dice “È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini…”, mettendo un asterisco al posto della “i”? Possibile che le donne di sinistra, che ricordavamo serie, incazzate, ironiche e forti, si accontentino di così poco?
D’altro lato, è evidente che nessun cittadino sano di mente alle prese con la sua esistenza, e eventualmente col suo lavoro ottenuto non grazie ma nonostante la politica, può interessarsi di un tema che appassiona solo qualche enclave di privilegiati. Beato (e beata) quello che pensa di aver finalmente trovato la causa del crollo della sinistra italiana nelle tre linee di Photoshop del simbolo di Liberi e uguali. Così può continuare a ignorare che il Pd perde voti, che si spostano verso il M5S e addirittura verso B. (il quale si sa cosa pensasse delle donne e che pure, come Renzi, al governo ne ha portate parecchie), perché non tutela le donne in termini di parità salariale, garanzie professionali, assistenza sanitaria, applicazione del diritto all’aborto, accesso agli asili nido pubblici, rapporti di lavoro, preferendo esibire donne-immagine in luoghi di potere perché e purché manovrate dal capo.
Così mentre s’inventa lo spauracchio delle fake news putiniane (per colpa delle quali avrebbe perso il referendum), il Pd al governo falcidia la spesa sanitaria, che nel 2010 rappresentava il 24% e nel 2016 il 21,9% dei fondi a disposizione del welfare pubblico (ne ha scritto sul Fatto Luciano Cerasa), e derubrica a “inutili” e dunque a pagamento 208 esami prima gratuiti (il trucco consiste in ciò: sono inutili quegli esami che si rivelano tali solo dopo averli fatti). È un partito che fa man bassa dei salari di uomini e donne e, s’è visto con la banda del Giglio, finanche dei loro risparmi, che fa finta di ridurre la disoccupazione con un magheggio disonesto per il quale risultano occupati anche quelli che hanno lavorato un’ora in un mese, che dimentica il suo elettorato storico per lisciare i padroni e gli apolidi fiscali durante le Leopolde. Se qualcuno pensa che alle donne interessi di più una fogliolina in un simbolo invece che questo, è un maschilista, uomo o donna che sia.

il manifesto 14.12.17
Asia Argento: «Sono vittoriosa, non vittima»
Televisione. A proposito della puntata di #cartabianca, andata in onda lunedì sera su rai3
di Alessandra Pigliaru


Durante l’ultima puntata di #cartabianca andata in onda lunedì sera su Rai3 si è svolta una scena nauseante.
Asia Argento, dopo aver chiesto un confronto pubblico con alcuni dei suoi detrattori, è stata insultata in studio da Pietro Senaldi e Vladimir Luxuria che, se possibile, si sono mostrati ancora più sgradevoli, rozzi e imbarazzanti di quanto siano apparsi nelle scorse settimane su carta stampata e social.
Ma Asia Argento è «vittoriosa, non una vittima» come lei stessa si definisce schivando le accuse di chi non crede alla violenza sessuale da lei subita e denunciata.
Davanti a una Bianca Berlinguer forse troppo tiepida nella conduzione, l’attrice e regista italiana è stata in vario modo denigrata da espressioni tipo «Per esserci violenza dev’esserci dissenso».
Eppure la forza di Argento è stata, ancora, evidente ed efficace. Con un punto che andrebbe sottolineato: all’inizio della trasmissione lei chiede ai suoi interlocutori «Mi chiederete scusa, stasera?».
Cara Asia, perché questa mal riposta speranza? Chi alla tua esperienza risponde con continue canzonature è una causa persa. Bisogna invece trasformare un lessico intero, inventare un linguaggio della lotta che è anche del cuore, un’educazione sentimentale quando si parla di violenza maschile contro le donne.
E bisogna farlo insieme a chi non processa la credibilità di una donna che prende parola pubblica. Il resto sono interlocuzioni guaste in partenza.

Il Fatto 14.12.17
Molestie sessuali, una riflessione oltre Asia Argento
di Silvia Truzzi


Martedì sera, Asia Argento è stata ospite nello studio di Cartabianca. Ed è tutto quello che diremo della trasmissione, perché quel che cantava Giorgio Gaber continua a essere vero (“Avete ancora la libertà di pensare, ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere”). Ed è tutto quello che diremo pure di Asia Argento medesima, provando a concentrarci su alcune sue affermazioni, a nostro avviso più importanti del giudizio su di lei, come attrice, regista e donna. Un vizio del dibattito pubblico su quasi qualunque argomento è ridurre tutto al personale: più dei principi valgono i vari protagonisti, commentatori e commentati. Una selva di io che sposta continuamente l’oggetto della discussione. Forse così si spiega perché il Time abbia deciso di mettere sulla copertina dedicata alla persona dell’anno (le donne di #metoo, che hanno sollevato lo scandalo delle molestie) quattro sconosciute e non volti noti, provando a concentrarsi su qualcosa che riguarda la collettività e non singole persone.
Premessa: Harvey Weinstein è un predatore sessuale, denunciato da quasi cento donne, che hanno raccontato di ricatti e agguati di ogni tipo, perfino stupri. Eppure è tutto un chiedersi perché le vittime hanno taciuto così a lungo, insinuando che l’abbiano fatto per convenienza. A pochi viene in mente che sia per vergogna, per pudore o proprio a causa delle insinuazioni di cui sopra. Che alla fine suggeriscono l’intramontabile “se la sarà cercata”: per una persona abusata non proprio il massimo dell’incoraggiamento ad aprirsi pubblicamente.
“Perché non te ne sei andata?”, “Perché non hai urlato? sono altre domande, che sembrano avere in sé la risposta: se non l’hai fatto ti andava bene. Qui ci si può solo affidare alle testimonianze di tantissime donne che sono state stuprate e hanno raccontato di essersi sentite “pietrificate” dalla paura, incapaci non solo di muoversi ma anche di fiatare. Molte dicono che mentre venivano violentate avevano perfino la sensazione di guardarsi da fuori, come se non stesse accadendo a loro. Come se non potesse essere vero. In studio la Argento ha poi sfiorato un argomento che naturalmente non è stato considerato da nessuno, e che invece è molto interessante: ha detto che la violenza l’ha cambiata e che dopo lei stessa ha cominciato a “oggettivizzare” il suo corpo, cioè a pensarsi come un oggetto. Negli anni dell’“io sono mia”, le femministe hanno cercato di affermare che le donne valgono per quel che sono e non per come appaiono (pur, qualche volta, con esiti comici). Berlusconi imperante, le donne – anche qui non senza qualche fatale isteria, di piazza e non solo – hanno combattuto il tentativo di ridurre il femminile allo stereotipo del corpo nudo, invitante, sessualmente provocante. Quello della donna che t’aspetta “sdraiata sul cofano all’autosalone e ti dice prendimi maschiaccio libidinoso, coglione”. Poi qualcosa è cambiato, forse per via della staffetta generazionale. È cambiato nella protesta (le femen che sfilano in topless), è cambiato nelle consapevolezze delle ragazze. Su Facebook e Instagram molte tra le giovanissime si mostrano ammiccanti e non di rado mezze nude (se non proprio nude). I social network sono un veicolo dell’immagine di sé che si vuole rimandare all’esterno: non è banale che per così tante donne ciò che si desidera comunicare – cioè quel per cui si pensa di poter essere apprezzate – sia il lato B o la scollatura. Tutto ciò non per suggerire che tacchi alti e minigonna siano da evitare, per carità. Solo per dire che sta anche alle donne rivendicare il loro ruolo nella società (per nessuna ragione può tornare a essere ornamentale). E che quando sono vittime hanno diritto di essere trattate come tali.

Il Fatto 14.12.17
Sanità ferita, contro i tagli parte la rivolta dei medici
Oggi lo sciopero generale per la manovra. Dal 2007 persi 9 mila camici bianchi
Sanità ferita, contro i tagli parte la rivolta dei medici
di Roberto Rotunno


Se qualcuno ha in programma per oggi un’operazione non urgente o una visita specialistica in un ospedale pubblico, dovrà rimandare l’appuntamento. I medici del servizio sanitario nazionale sono in sciopero per 24 ore, perché la legge di Stabilità, in discussione al Senato, non contiene nuovi finanziamenti destinati al settore, ma anzi ci sono nuovi tagli. La mancanza di fondi per la cura della salute, secondo i sindacati, “contribuisce a un collasso il cui conto ricade sugli operatori e sui pazienti”. “È curioso – dice Costantino Troise, segretario dell’Assomed – che nella manovra si diano bonus a tutti, anche ai giardinieri, ma si dimentichi la salute dei cittadini”. Le Regioni italiane hanno quantificato un fabbisogno da 1,3 miliardi di euro per fare quantomeno fronte a due adempimenti. Il primo è il rispetto dei “Livelli essenziali di assistenza”, i Lea aggiornati solo l’anno scorso. L’altro è il rinnovo del contratto per il personale della sanità pubblica, con gli aumenti di stipendio promessi dalla ministra Marianna Madia a novembre 2016, alla vigilia del referendum. Dato che parliamo di nuovi costi, insomma, l’assenza di risorse aggiuntive si traduce, di fatto, in un taglio poiché spingerà le Regioni a cercare i fondi necessari all’interno del Fondo sanitario nazionale già definanziato da anni.
Oggi dovrebbero essere 40 mila gli interventi chirurgici che salteranno, oltre a centinaia di migliaia di altre prestazioni da rinviare. “Chiudiamo un giorno per non chiudere per sempre”, dicono i medici. La mobilitazione, che a parole è sostenuta anche dalla ministra Beatrice Lorenzin, è indetta dai sindacati della sanità di Cgil, Cisl e Uil insieme a sette sigle autonome. Non c’è solo il problema del mancato adeguamento delle buste paga (ferme al 2010), ma anche gli organici carenti, i conseguenti turni pesanti, il precariato negli ospedali pubblici.
Il governo spera di firmare il rinnovo del contratto di chi lavora nelle funzioni centrali entro la fine del 2017. Per il comparto sanità, invece, le trattative sono ancora ferme. Nel frattempo, con il blocco del turnover e i tagli abbiamo perso 9 mila medici tra il 2009 e il 2015 a causa dei pensionati non sostituiti. Le condizioni si sono quindi appesantite: “Ormai i dottori lavorano 13 mesi l’anno – spiega Troise – si fanno turni di notte a 70 anni, l’età media è 55 anni”. Dal 2016 è in vigore una direttiva europea che impone un riposo di almeno 11 ore a fine turno, ma questa norma “è disattesa soprattutto al Sud”. Secondo l’osservatorio dei sindacati, se contassimo solo quelli necessari per il rispetto della direttiva, bisognerebbe assumere subito 5 mila medici. Per la Cgil nei prossimi 3 anni serviranno 18 mila medici solo per compensare i pensionamenti.
La penuria riguarda soprattutto gli specialisti a causa di una rigidissima politica del numero chiuso. Due settimane fa si è tenuto il concorso per le scuole di specializzazione: si sono presentati 15 mila laureati, ma solo in 7 mila sono stati ammessi, gli altri dovranno fermarsi almeno un anno. Al massimo, nel frattempo, potranno fare le guardie mediche (pericoloso soprattutto per le donne) o cercare un posto nel privato. In quest’ultimo caso, guadagnerebbero bene, ma resterebbe un rallentamento del percorso di formazione. C’è chi decide di andare all’estero, soprattutto in Germania. Nel 2014, dice l’Istat, 2.363 medici hanno chiesto la documentazione al ministero per esercitare fuori dall’Italia (nel 2009 erano solo 369). Insomma, l’Italia investe per farli studiare nelle università pubbliche, ma poi vengono “regalati” ad altri Paesi. Chi resta spesso è condannato alla precarietà: sono 14 mila – sempre per i radar sindacali – quelli che lavorano con contratti a termine. Metà di loro ha un contratto da dipendente a tempo determinato; gli altri 7 mila sono co.co.co., false partite Iva e altre tipologie: stesso lavoro degli stabili ma senza tutele.
Questo è il quadro fornito da chi di sanità si occupa. Nel settore l’Italia spende l’8,9% del Pil, ma per il 25% si tratta di spesa privata che nel 2016 è arrivata a 37,3 miliardi di euro. Circa 12 milioni di cittadini, ha ricordato a giugno il Censis, rinuncia a curarsi. Secondo l’Eurostat, il nostro Paese destina alla tutela della salute il 28,9% del capitolo protezioni sociali, contro il 42,9% della Germania e il 34,9% della Francia. Al Servizio sanitario sono stati tolti quasi 30 miliardi nell’ultimo decennio.

Corriere 14.12.17
Dna e iride: Pechino scheda un’intera regione
Conclusa la raccolta dei dati biometrici di uiguri (e cinesi) dello Xinjiang per motivi di «salute»
La denuncia di Human Rights Watch: «È una grave violazione della privacy e dei diritti umani»
di Paolo Salom


Dna, scansione dell’iride, impronte digitali e quant’altro sia utile — parliamo di dati biometrici — per identificare una persona al di là di ogni dubbio. In Cina si è da poco conclusa un’operazione senza precedenti nel campo della schedatura dei cittadini. Con un piccolo particolare: riguarda la popolazione tra i 12 e i 65 anni di una sola provincia, lo Xinjiang.
Per l’agenzia Xinhua , organo ufficiale dello Stato, il progetto, denominato «Visite mediche per tutti», ha uno scopo unicamente di salute generale ed è stato offerto «su base volontaria» a 19 dei 21 milioni di residenti della provincia autonoma della Repubblica Popolare, dove risiede la minoranza islamica uigura (11 milioni). Per Human Rights Watch, che ha denunciato la procedura, la realtà è diversa. «Questi dati — si legge in un rapporto pubblicato ieri sul sito dell’organizzazione internazionale — possono essere utilizzati per controllare una popolazione sulla base dell’origine etnica e sono una palese violazione dei diritti fondamentali dei cittadini». Sempre secondo l’organizzazione umanitaria, non tutti i partecipanti alla raccolta delle caratteristiche personali erano al corrente che i medici impegnati nella profilazione avrebbero trasmesso ai servizi di sicurezza l’intero database. «Le autorità locali dello Xinjiang — ha dichiarato Sophie Richardson, direttore dell’ufficio di Hrw dedicato alla Cina — dovrebbero cambiare nome all’intero progetto. Invece di “Visite mediche per tutti”, dovrebbero chiamarlo “Violazione della privacy per tutti”, dal momento che il consenso informato e una reale scelta non sembrano parte di questi programmi».
In base alle linee guida, differenti autorità fungono da centri di raccolta dei dati. I quadri di partito e la polizia sono responsabili delle fotografie, delle impronte digitali e della scansione dell’iride, oltre che dell’ hukou (il permesso di residenza delle famiglie). Usano app per smartphone progettate appositamente. Invece le autorità sanitarie si occupano di raccogliere il Dna e i campioni di plasma per determinarne il gruppo sanguigno. Anche questi dati sono alla fine inviati alla polizia. Pechino ha respinto le accuse di Human Rights Watch, spiegando che il programma ha «uno scopo puramente medico-scientifico», mentre i risultati potranno essere utili per «alleviare la povertà della regione, assicurare una migliore gestione locale» e, soprattutto, «promuovere la stabilità sociale». Curioso tuttavia come la procedura abbia riguardato soltanto i residenti dello Xinjiang, provincia grande oltre cinque volte l’Italia, per lo più desertica (ma ricca di risorse naturali) nell’estremo Nordovest del Paese. Non solo, l’ordine di raccogliere i dati è stato esteso anche a chi si è spostato altrove in Cina, di fatto consegnando alle autorità di polizia un archivio capace di rintracciare nomi, volti e origine etnica di tutti, dentro e fuori la provincia.
Lo Xinjiang è percepito a Pechino come una regione «problematica». Molti degli attentati terroristici che hanno mietuto vittime in Cina sono stati rivendicati da «separatisti» uiguri. Ora, tutti i cittadini, senza distinzione, sono nell’occhio (digitale) del governo.

Corriere 14.17.12
Ex Jugoslavia
La Storia e i tribunali se i giudici puniscono solo i vinti
di Paolo Mieli


In punta di piedi, se ne andrà, tra quindici giorni, il Tribunale penale internazionale dell’Aia per i crimini commessi nella ex Jugoslavia. Ha operato — la Corte dell’Aia — per ventiquattro anni, nel corso dei quali sono stati portati alla sbarra 161 imputati: 90 hanno poi ricevuto una sentenza di condanna. L’ultima immagine di questo dibattimento giudiziario destinata a rimanere impressa è quella di fine novembre: il settantaduenne generale croato-bosniaco Slobodan Praljak che, appreso di dover stare in prigione vent’anni (due terzi dei quali, già scontati), si è suicidato ingerendo, davanti alle telecamere, una fiala di veleno. Per la cronaca, Praljak in un primo tempo era stato accusato di aver ordinato, nel 1993, la distruzione dello Stari Most. Si trattava del Ponte vecchio di Mostar, un gioiello architettonico realizzato tra il 1557 e il 1566 sulla Neretva dall’architetto ottomano Hajrudin Mimar per consentire alle comunità cristiana e musulmana di integrarsi tra loro. I giudici dell’Aia, però, avevano assolto Praljak per quell’ordine stabilendo che quel ponte era un «obiettivo legittimo» in quanto costituiva una «linea di rifornimento del nemico». E si erano limitati a condannarlo per altri crimini. Ma anche questo, evidentemente, era per lui intollerabile pur se gli anni da trascorrere in cella sarebbero stati davvero pochi. Del tutto diverso il suo dal caso di Hermann Göring a Norimberga, al quale pure era stato il generale croato impropriamente paragonato.
Göring si era sì dato la morte nell’ottobre del 1946 con il cianuro, ma dopo essere stato condannato a morte. Sarebbe morto comunque. Prima di Praljak si erano suicidati altri imputati di questo interminabile processo: l’ex ministro dell’Interno serbo Vlajko Stojiljkovic, l’ex sindaco di Vukovar Slavko Dokmanovic e, nel marzo del 2006, il quarantottenne presidente della Repubblica serba di Krajina, Milan Babic, impiccatosi in cella mentre stava scontando una pena di tredici anni. Tutti casi di condanne relativamente lievi, ben diversi da quelli del numero due di Adolf Hitler.
Nel corso del tempo trascorso dal 1993, anno in cui il Tribunale penale internazionale per la ex Jugoslavia fu istituito, ci sono stati altri decessi in cattività. Sei giorni dopo Babic, morì in cella il grande imputato di questo processo, Slobodan Milosevic. Un infarto, si disse, per giunta alla vigilia della condanna. L’ex presidente serbo aveva più volte avanzato il sospetto che i suoi carcerieri lo stessero avvelenando. Sospetti, non suffragati però da evidenze di alcun tipo. Come, peraltro, di dubbi non sorretti da prove ce ne sono stati più d’uno per le morti improvvise di alcuni dei reduci di quella guerra, rinchiusi nella prigione di Scheveningen. In ogni caso, restando a Milosevic, pur senza voler sminuire le sue colpe, va ricordato che nel 2016, dieci anni dopo la sua scomparsa, il Tribunale penale internazionale ha stabilito che non fu responsabile di crimini di guerra in Bosnia. I giudici dell’Aia lo hanno scritto a chiare lettere nella sentenza di duemila e cinquecento pagine con cui hanno condannato a quarant’anni di carcere il leader dei serbi di Bosnia Radovan Karadzic. Anzi, in quella sentenza è stato addirittura dato atto a Milosevic di aver cercato di convincere Karadzic che «la cosa più importante di tutte era mettere fine alla guerra» e che «l’errore più grande dei serbo-bosniaci era di volere la sconfitta totale dei musulmani in Bosnia». Ed è così potuto accadere che (sempre nel 2016) Prokuplje, una cittadina di trentamila abitanti nel Sud della Serbia, annunciasse l’intenzione di costruire un monumento a Milosevic. E che il capo dello Stato, Tomislav Nikolic, un ex leader del dissenso serbo, non ritenesse di dirsi «contrario» mettendo in imbarazzo l’uomo destinato a succedergli, l’allora primo ministro Aleksandar Vucic (il quale, nel merito del giudizio da dare sull’iniziativa di Prokuplje, se l’è cavata dicendosi «combattuto»).
Morale: il pur scrupoloso lavoro dei giudici dell’Aia ha avuto l’effetto di produrre addirittura una iniziale riabilitazione di Milosevic. Senza peraltro dare soddisfazione alle vittime di quella guerra degli anni Novanta. Come dimostra un effetto del già citato «caso Karadzic»: il 24 marzo 2016 la Corte dell’Aia ha condannato Radovan Karadzic — l’uomo che si vantò della «pulizia etnica» — a quarant’anni di carcere per dieci capi di imputazione su undici (quanti ne aveva individuato dall’accusa). Ripetiamo, dieci su undici: Karadzic è stato ritenuto responsabile del massacro di Srebrenica (1995), di altri cinque misfatti contro l’umanità e quattro di guerra. Ma è stato assolto dall’accusa di genocidio in sette comuni bosniaci, dove le forze militari serbe da lui comandate si sarebbero macchiate di esecuzioni, stupri di massa e avrebbero gestito campi di concentramento con l’intenzione di uccidere quanti più musulmani possibile. I giudici hanno sentenziato che di ciò non esisteva prova certa, ed è bastato questo perché il senso della loro decisione fosse capovolto. Un superstite di quelle stragi, Amir Kulagiv, ha dichiarato: «La condanna appare come un premio per quello che Karadzic ha fatto, non una punizione... Questa sentenza non rende giustizia nemmeno a una sola persona assassinata a Srebrenica, figuriamoci alle molte migliaia di morti». Dopodiché nella Republika Srpska , uno staterello bosniaco controllato dalla Serbia, la casa dello studente di Pale (cittadina da cui fu lanciato l’assedio a Sarajevo), è stata battezzata con il nome di Karadzic e alla cerimonia di inaugurazione hanno presenziato la moglie del condannato nonché il presidente Milorad Dodik. Ecco: chi è curioso di sapere come possa accadere che dei criminali di guerra possano, dopo qualche tempo, diventare oggetto di venerazione potrà d’ora in poi studiare con profitto il caso jugoslavo.
Quanto a noi, resta il dilemma che ci perseguita dai processi di Norimberga e Tokyo, i quali sanzionarono le colpe di tedeschi e giapponesi alla fine della Seconda guerra mondiale. Si può considerare «giusto» un Tribunale che, al termine di un conflitto (a maggior ragione se si tratta di una guerra civile), scopra e punisca esclusivamente reati commessi dagli sconfitti? Possibile che non si riesca a trovare neanche una macchiolina sull’abito dei vincitori?
Siamo proprio sicuri — ad esempio — che i musulmani bosniaci di Alija Izetbegovic non abbiano qualche morto sulla coscienza? E c’è qualcosa da dire anche a proposito di noi europei, delle Nazioni Unite, dell’Occidente nel suo insieme. Il generale serbo Ratko Mladic il 4 giugno del 1995 incontrò il generale francese Bernard Janvier che comandava le forze Onu nella ex Jugoslavia ed era disposto a qualsiasi concessione pur di ottenere la liberazione dei suoi caschi blu, in gran parte francesi, trasformati dai serbi in scudi umani. Mladic, in cambio del loro «rilascio», chiese la fine dei raid aerei della Nato; la ottenne e marciò su Srebrenica da cui il colonnello Thom Karremans, al comando del battaglione di caschi blu olandesi, l’11 luglio si ritirò chiudendo un occhio, anzi tutti e due, su quel che stava per accadere. Risultato una carneficina con un bilancio finale di ottomila morti. Per quella strage, pochi giorni fa, a fine novembre, Mladic è stato, giustamente, condannato all’ergastolo. Ma forse avrebbe dovuto essere sanzionato con un simbolico giorno di prigione anche qualcuno di coloro che consapevolmente gli consentirono di uccidere quelle migliaia di persone. Non tutti. Almeno uno.

Corriere 14.12.17
Elzeviro / Un libro di Pucci e Bettini
L’angoscia di fare i conti con Medea
di Eva Cantarella


Il suo nome torna ogni volta che in qualunque parte del mondo una donna uccide i propri figli per vendicarsi di un abbandono: è Medea. Questa è infatti l’immagine di lei che Euripide presentò agli spettatori quando, nel 431 a.C., ad Atene, mise in scena la sua storia. Ma le fonti e le infinite rivisitazioni del suo mito ce ne hanno presentate anche tante altre. Ed è a queste altre (accanto a quella ormai canonica euripidea) che è dedicato il libro Il mito di Medea. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi (Einaudi, pagine 321, e 30), nel quale Giuseppe Pucci (al termine di un bellissimo racconto di Maurizio Bettini in cui è Medea stessa a raccontare la sua storia) ci descrive le vicende delle «figlicide», che — semplificando al massimo il discorso — cercheremo di illustrare partendo dal giorno in cui nella lontana Colchide (più o meno l’attuale Georgia) giunse Giasone, l’eroe ateniese che doveva riportare in Grecia il Vello d’Oro (magica pelle di un animale dal manto d’oro, appunto). Non appena lo vide Medea, figlia del locale re Eeta, se ne innamorò e, dopo averlo aiutato a compiere l’impresa altrimenti impossibile, lo seguì nella sua fuga alla volta della Grecia, stanziandosi a Corinto con lui e i due figli nati dalla loro unione. Fino al giorno in cui venne a sapere che Giasone stava per sposare la figlia del re del luogo, per ordine del quale lei avrebbe dovuto abbandonare Corinto insieme ai figli. E, dopo un inutile confronto con il vile e tronfio Giasone, organizzò la vendetta, uccidendo la rivale e quindi i propri figli.
Ma lo abbiamo detto, accanto a quella vendicativa euripidea ci sono molte altre Medee. Per cominciare, c’è la maga straniera, capace di crimini efferati come l’uccisione del fratello Assirto, che l’aveva seguita nella fuga verso la Grecia: dopo averne fatto a brani il cadavere, Medea ne aveva gettato in mare i pezzi uno alla volta, costringendo il padre che li inseguiva a fermarsi per raccoglierli: così aveva salvato la sua vita e quella di Giasone. Non meno atroce la morte escogitata per eliminare il vecchio Pelia, zio di Giasone. Temendo che questi volesse attentare alla vita del nipote, Medea aveva convinto le sue figlie a immergerlo in un calderone di acqua bollente in cui aveva gettato delle erbe magiche, grazie alle quali Pelia sarebbe ringiovanito: e Pelia era morto bollito. Ma c’è anche un’ulteriore Medea: la profuga giunta da un Paese dai costumi diversi, alla quale si attribuivano tutti i possibili crimini, l’esule che nessuno accoglieva, che non aveva un Paese dove crescere i figli e che li uccide per risparmiar loro la vita che li avrebbe aspettati se fossero vissuti.
Non meno importante della prima, e non meno appassionante, la seconda parte del libro dedicata a «la Medea dei moderni» nella letteratura e nel teatro, nell’opera e nel cinema, dalla quale Medea emerge come il personaggio tragico che forse meglio di ogni altro si è prestato a rappresentare la tragedia di qualunque discriminazione e ingiustizia, da quella di genere a quella politica, da quella economica a quella etnica.
A seguire, dopo le indicazioni iconografiche, troviamo un capitolo conclusivo sul «complesso di Medea», che tratteggia le diverse interpretazioni psicoanalitiche in materia e si conclude con la considerazione che «come che sia, se empatizzare con Medea è difficile, se non impossibile, dobbiamo pur sempre attrezzarci per conviverci, perché, lo vogliamo o no, le madri assassine sono intorno a noi». Da sempre, ben prima di Euripide: «Ma da duemilacinquecento anni, grazie a lui, siamo costretti a guardare in faccia quel fantasma, per fare i conti con le angosce che esso ci dà». Che altro dire se non che questo è un libro che vale veramente la pena di leggere?

Repubblica 14.12.17
Biotestamento una legge per la dignità
di Michela Marzano


Dopo mesi e mesi di ostruzionismo, decine di migliaia di emendamenti, discussioni assurde e incomprensibili sul dovere di ogni medico di «dare da mangiare agli affamati» e da «bere agli assetati», la legge sul consenso informato e le disposizioni anticipate di trattamento (Dat), ossia il testamento biologico, è in dirittura d’arrivo. Ormai nessuno potrà più ostinarsi a somministrare a un paziente «cure inutili o sproporzionate», recita il testo della norma. Ormai «in presenza di sofferenze refrattarie ai trattamenti sanitari il medico può ricorrere alla sedazione palliativa profonda e continua», continua il testo. Ormai, non solo un paziente potrà rifiutare in tutto o in parte le cure che gli vengono proposte, incluse la nutrizione e l’idratazione artificiali, ma ognuno di noi potrà anche esprimere anticipatamente le proprie convinzioni e preferenze in materia di trattamenti sanitari in previsione di una sua possibile e futura incapacità a comunicare. Il Parlamento sembra quindi avercela fatta a non cedere alle pressioni di chi ha cercato in ogni modo di ostacolare il sacrosanto diritto di ognuno di potersene andare quando ormai non c’è più nulla da fare. Erano anni che il fronte del “no” invocava i concetti di «sacralità della vita» e di «dignità della persona», facendo finta di non sapere che la dignità di ognuno di noi si fonda sulla nostra autonomia. Erano anni che l’ostinazione di alcuni parlamentari costruiva muri invalicabili tra la politica e la realtà, ignorando la differenza fondamentale che esiste tra il «far morire» e il «lasciar morire», «l’eutanasia attiva» e «l’eutanasia passiva», la dignità e l’intransigenza. Molto bene, quindi. Anche perché l’Italia, da un punto di vista culturale, è pronta da tempo. Ha seguito con emozione le battaglie portate avanti per più di quindici anni da Peppe Englaro per «intravedere la possibilità di strappare Eluana a quell’inferno che lei non voleva». Si è commossa davanti alla drammatica decisione di dj Fabo di recarsi in Svizzera per non essere più obbligato a restare in vita. Ha condiviso le riflessioni del professor Mario Sabatelli quando il neurologo del Gemelli, citando papa Pio XII, ha spiegato che il compito di un medico è soprattutto quello di lenire le sofferenze, anche quando i farmaci possono accelerare la morte di un paziente. L’Italia era quindi pronta da tempo, e aspettava solo che il legislatore riluttante si decidesse una buona volta per tutte a dare forma giuridica al diritto per ognuno di noi di morire con dignità e senza dolore. Certo, una volta approvata definitivamente la legge, si dovrà fare lo sforzo di rendere la norma realmente operativa, spiegando a tutti le modalità tecnico-amministrative con cui redigere le Dat. Certo, esistono delle ambivalenze nella legge – frutto dei compromessi politici talvolta necessari all’approvazione di norme sui diritti – che danno ancora al medico un forte potere discrezionale. Ma si tratta, in fondo, di un primo e fondamentale passo in avanti sulla strada del riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei pazienti. Che, finalmente, taglia le gambe al paternalismo retrogrado di quei medici che, per troppo tempo, si sono arrogati il diritto di mantenere in vita coloro che, dalla vita, si erano già allontanati, tradendo così la propria vocazione.