martedì 19 settembre 2017

Repubblica 19.9.17
Dall’antica Alessandria al digitale il fascino eterno dei volumi che insieme alle nostre parole custodiscono la magia del mondo
Flaubert, Cocteau, García Márquez, Nabokov: i Grandi della letteratura li hanno sempre letti con passione Perché sono talismani potenti contro l’oblio
Cari ragazzi, vi svelo il segreto per amare i dizionari
di Alberto Manguel

Una delle sezioni preferite della mia libreria (ora riposta in una scatola etichettata con cura) è quella che ospitava i dizionari. Per la mia generazione (sono nato nella prima metà del secolo scorso) i dizionari erano importanti. La generazione prima di noi teneva alla Bibbia, o alle opere complete di William Shakespeare o a “La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene” di Pellegrino Artusi o ai sei volumi della Collection Litteraire Lagarde et Michard. Per le generazioni di questo terzo millennio, ad avere un valore equivalente forse non sarà un libro, ma un Game Boy o un iPhone nostalgici. Per molti lettori della mia età, invece, i nomi degli angeli custodi delle librerie erano Treccani, Collins, Sopena
o Webster. Il mio, ai tempi del liceo, era l’edizione spagnola del Petit Larousse Illustré, con quel suo strato di pagine rosa di frasi straniere che separava i nomi comuni da quelli propri. Quand’ero giovane, per quelli di noi che amavano leggere, il dizionario era un oggetto magico dai poteri misteriosi. Anche perché, come una sibilla benevola, aveva una risposta per tutte le nostre domande quando leggendo una storia ci imbattevamo in parole difficili. A scuola, ci insegnavano a essere curiosi. Ogni volta che chiedevamo all’insegnante il significato di qualcosa la risposta era: «Cercatelo nel dizionario! ». È un ordine che non l’abbiamo mai vissuto come una punizione. Al contrario: ci dava le chiavi di una caverna magica in cui una parola portava alla seguente. Avremo cercato la parola poudroie, per esempio, dopo aver letto Barbablù: «Je ne vois rien que le Soleil qui poudroie, et l’herbe qui verdoie» (non vedo altro che il sole che fa scintillare i granelli di polvere e l’erba che verdeggia) per scoprire non solo il senso nel quale Charles Perrault l’aveva usata, ma anche che in Canada poudroyer significava «essere colpiti dal vento (spesso sotto forma di raffiche) se riferito alla neve». E più avanti nella stessa pagina, trovavamo quel termine squisito che è poudrin: pioviggine di ghiaccio nella provincia di Terranova e Labrador.
Fu Aby Warburg, il grande lettore, a spiegarci ciò che egli chiamava “la legge del buon vicino” in una libreria. Secondo Warburg, il libro che conoscevamo meglio non era solitamente quello che ci serviva. Era il suo vicino sconosciuto sullo stesso scaffale a contenere le informazioni vitali. Lo stesso si può dire delle parole in un dizionario, seppure, nell’era elettronica, un dizionario virtuale offre probabilmente meno possibilità di scoprire a caso una parola o di indulgere in quella felice distrazione che tanto rendeva felice Emile Littré: «Spesso», diceva, «è successo che andando a cercare una certa parola, il mio interesse fosse tale che continuassi a leggere
Tra le fonti dell’Oxford English ci fu anche un folle assassino
la definizione successiva e poi ancora quella seguente, come se stessi tenendo in mano un normale libro».
È probabile che di queste proprietà magiche non si avesse nemmeno il sospetto un singolare pomeriggio caldo di quasi tremila anni fa quando, da qualche parte in Mesopotamia, un nostro antenato anonimo e ispirato cominciò a imprimere su un pezzo di argilla una breve lista di parole e il loro significato in accadico, creando così ciò che a tutti gli effetti era un dizionario. Perché si arrivi a un dizionario somigliante a quelli dei nostri giorni tocca aspettare fino al primo secolo, quando Panfilo di Alessandria compilò il primo dizionario greco con le parole in ordine alfabetico. Francesco della Penna in Italia, Sebastián de Covarrubias in Spagna, Émile Littré in Francia, Samuel Johnson in Inghilterra, Noah Webster negli Stati Uniti: i loro nomi sono sinonimi delle loro opere accademiche. Il monumentale dizionario multilingue compilato da Ambrogio Calepino nel 1502 divenne il più importante e vastamente ristampato libro di riferimento del Rinascimento con 166 edizioni nel Cinquecento.
I compilatori di dizionari sono delle creature sorprendenti la cui maggiore gioia, prima che ogni altra cosa, sono le parole. A dispetto della definizione del dottor Samuel Johnson, sui lessicografi «innocui sgobboni», sono noti per la loro passione e perché si liberano delle convenzioni sociali quando è in gioco il loro grande compito. Pensate a James Murray, la mente dietro al grande Oxford English Dictionary, che per molti anni ricevette migliaia di suggerimenti di parole da includere da un chirurgo americano che viveva in Inghilterra ma che non aveva mai incontrato. Più tardi scoprì, e ne restò splendidamente indifferente, che il suo collaboratore, oltre ad essere un ricercatore di talento, era anche un infermo mentale assassino che risiedeva in un ospedale psichiatrico a Broadmoor. Pensate a Noah Webster, che sorpreso tra le braccia della domestica dalla moglie, alla sua esclamazione «Dottor Webster, sono sorpresa!» rispose correggendola «No, signora, quello sorpreso sono io, lei è stupita ».
I lettori di dizionari sono animati da altrettanta passione. Flaubert, egli stesso un grande lettore di dizionari, alla parola “dizionario” nel suo Dizionario dei luoghi comuni scrisse: «Dire: “Ha valore solo per gli ignoranti”». Gabriel García Márquez, mentre scriveva Cent’anni di solitudine, iniziava la giornata con la lettura del Diccionario de la Real Academia Española — «ogni nuova edizione del quale», faceva notare il critico argentino Paul Groussac, «rendeva nostalgici della precedente». Ralph Waldo
L’Anglo-Saxon Dictionary era uno dei passatempi di Borges
Emerson leggeva il dizionario per mero piacere letterario. «Non c’è in esso alcun gergo», diceva, «nessun eccesso di spiegazioni, ed è denso di spunti, la materia prima di possibili poesie e storie». Vladimir Nabokov, a Cambridge, scovò una seconda edizione dei quattro volumi del Dizionario interpretativo della grande lingua russa vivente di Vladimir Dahl e decise di leggerne dieci pagine al giorno perché, vivendo lontano dalla sua terra natia, era cresciuta in lui morbosamente «la paura di perdere o di corrompere sotto l’influenza straniera l’unica cosa che aveva salvato dalla Russia — la lingua».
Nel mondo alfabetico, la sequenza convenzionale delle lettere svolge la funzione di ossatura pratica di un dizionario. L’ordine di tipo alfabetico è di squisita semplicità e impedisce le sfumature di gerarchie implicite nella maggior parte degli altri me- todi. Le cose elencate sotto la A non sono né più né meno importanti dei libri elencati sotto la Z, tranne il fatto che in una libreria la disposizione spaziale comporta che i libri della A sullo scaffale superiore e quelli della Z in basso siano meno corteggiati dei loro fratelli nelle collocazioni intermedie. Jean Cocteau, che diventava sempre più parsimonioso, aveva concluso che un semplice dizionario fosse sufficiente a contenere una biblioteca universale, perché «ogni capolavoro letterario», egli osservava, «non è altro che un dizionario in disordine». Se, come abbiamo detto, ciascuno di noi è la lingua che parla, i dizionari sono le nostre biografie. Tutto ciò che sappiamo, tutto ciò che sogniamo, tutto ciò che temiamo o desideriamo, ogni conquista e ogni trivialità, sta in un dizionario.
Se i libri registrano le nostre esperienze e le librerie sono gli archivi della nostra memoria, allora i dizionari sono i nostri talismani contro l’oblio. Non sono un omaggio commemorativo alla lingua che parliamo, il che darebbe loro l’odore cattivo delle tombe, né un tesoro, perché ciò implicherebbe qualcosa di chiuso e inaccessibile. Nel concreto, i dizionari raccolgono le nostre parole per conservarle e restituircele permettendoci di vedere quali parole hanno definito le nostre esperienze nel tempo e ci permettono di scartare e rinnovare altre in un continuo processo battesimale. In questo senso i dizionari preservano la vita: confermano e rinvigoriscono la linfa vitale di una lingua. Naturalmente, ci sono dei dizionari storici che contengono termini non più in uso e dizionari delle cosiddette lingue morte, ma anche essi concedono ai soggetti che contengono delle brevi resurrezioni ogni qualvolta qualcuno li consulta. Borges, studiando le antiche saghe nordiche cercava spesso parole nell’Anglo-Saxon Dictionary di Bosworth e Toller e si dilettava a recitare il Padre nostro nella lingua degli antichi abitanti della Bretagna «per fare a Dio», diceva, «una piccola sorpresa».
«Sorpresa», spiega saggiamente il mio Garzanti è «ciò che giunge inaspettato, suscitando meraviglia».
Traduzione di Guiomar Parada
Repubblica 19.9.17
Due popoli prima ostili poi accomunati dai genocidi praticati dai turchi
Noi armeni e i curdi fratelli nella tragedia
di Antonia Arslan

Non avevo mai conosciuto un curdo di persona, ma quanto ne avevo sentito parlare! La zia Henriette, il mio angelo tutelare, la persona che mi coccolava e amava incondizionatamente, ne aveva un’enorme paura. (…) Aveva tre anni, e giocava sulle ginocchia di sua madre quando il padre venne ucciso, decapitato, e la sua testa fu gettata addosso alla moglie. (…) Ma molto più dei soldati turchi, che pure le avevano ammazzato padre e fratelli, la terrorizzava la sola menzione dei curdi, «le tribù curde che scendevano dalle
montagne», come diceva qualche volta quando i suoi fantasmi la lasciavano in pace e le veniva voglia di raccontare le sue storie. E questo perché durante la deportazione delle donne armene un suo fratellino era stato brutalmente strappato dalle braccia della madre da un cavaliere curdo, o forse per qualche altro oscuro motivo seppellito nel fondo della sua mente. (…) Eppure — mi divenne chiaro negli anni — autore del genocidio armeno fu il governo turco, non i curdi. Questi vivevano nell’Anatolia orientale, nelle stesse zone degli armeni, circondati da aspre montagne, intorno ai grandi laghi e sugli altopiani; ma mentre gli armeni erano soprattutto contadini ed esperti artigiani, i curdi si dedicavano perlopiù alla pastorizia. I rapporti fra loro divennero tesi nel corso della seconda metà del XIX secolo, man mano che i sultani si appoggiarono ai curdi proprio in funzione anti-armena, per contrastare ogni richiesta di autonomia nelle province orientali. (…) La “parola che comincia per G” evoca tuttavia una forma di sterminio più efferata e pervasiva di qualunque strage: l’eliminazione totale di una minoranza, definitiva e programmata dall’alto, che nelle intenzioni dei perpetratori (i Giovani Turchi e la loro funesta ideologia) non lasciò scampo a nessun membro dei popoli- bersaglio. Un genocidio — per definizione — è organizzato da un governo verso una parte dei suoi concittadini, per motivi etnici, politici o religiosi: da ritrovamenti di documenti e nuove importanti ricerche oggi sappiamo con certezza che la tragedia degli armeni fu presa a modello dai nazisti per l’organizzazione della Shoah. (…) Dopo la fine della guerra, toccò anche ai curdi. La loro origine etnica, la cultura e i linguaggi — almeno tre, parecchio differenti fra loro e scritti in tre alfabeti diversi, ma con comuni radici indoeuropee — li resero sospetti al nuovo padrone del Paese, il generale Mustafa Kemal, e alla sua volontà di creare uno Stato-nazione uniforme, cementato da un forte patriottismo e da un unico linguaggio, il turco. Il conflitto divenne endemico, come testimoniano senza alcun dubbio, dal 1925 in poi, le continue ribellioni verso il potere centrale e i tremendi massacri del 1937-1938.
Ci si può domandare allora: perché, dopo averli usati contro le popolazioni cristiane d’Anatolia, una volta distrutte queste, prendersela con i curdi? Erano musulmani, erano stati alleati fedeli. Vivevano sulle loro montagne, erano pastori e fieri guerrieri, avevano partecipato all’abbattimento dell’impero e alla costruzione del nuovo Stato sotto la guida di Mustafa Kemal, in procinto di essere incoronato Ataturk (“padre dei turchi”). Dopo la proclamazione della repubblica nel 1923 si aspettavano perciò di riscuotere il loro credito, partecipando alla costruzione della nuova Turchia su un piano di parità con la maggioranza turca. Questa era stata la promessa. Ma non avevano fatto i conti con l’ideologia sottesa al partito dei Giovani Turchi, che non a caso era stato chiamato “Unità e Progresso”. “Unità” di tutti i popoli di etnia turcomanna sotto un’unica bandiera. (…) Oggi i curdi sono stanziati in un’area geografica che si estende su quattro Stati (Turchia, Iran, Iraq, Siria). Non si conosce il loro numero preciso: tuttavia si parla di una cifra che varia dai 25 ai 30 milioni. La loro organizzazione sociale è sempre stata sostanzialmente tribale, strutturata in clan solidamente legati da una lealtà interna fortissima, che ha loro permesso di resistere abbastanza bene a ogni tentativo — per quanto pervasivo e violento — di snaturamento. In tempi moderni, questo è avvenuto soprattutto nei confronti della repubblica turca, che per tutto il secolo scorso ha perseguito con la minoranza curda una politica durissima di assimilazione feroce, dando luogo a una serie infinita di sollevazioni e di rivolte, tutte schiacciate nel sangue, senza risparmiare i gas tossici. (…) Oggi possiamo dire che la paura e l’ostilità reciproca fra armeni e curdi, che era stata tanto bene seminata durante i massacri del 1915-1916, è stata superata grazie a diversi fattori, di diversa importanza, ma che hanno parlato al cuore e alla memoria degli armeni, così soli, per tanti anni, nel loro ricordo. Prima di tutto, la condivisione del lutto. Man mano che gli anni, e le generazioni, passavano, e che il destino dei curdi si sviluppava in modi così simili a quello degli armeni, l’odio e il rancore di questi si attenuava, nella considerazione che uno era stato e rimaneva il comune nemico, il governo di quel Paese che delle legittime aspirazioni di entrambi i popoli aveva fatto strame, con pari ferocia: alla brutale eliminazione degli armeni corrispondendo il tentativo di assimilazione forzosa dei curdi, alla damnatio memoriae dei primi la cancellazione di ogni identità particolare dei secondi, ivi comprese le scuole, la lingua, i nomi dei luoghi. (…) Poi si è scoperto di recente che i capi di alcune tribù curde non solo rifiutarono di dare la caccia agli armeni, ma offrirono ospitalità a centinaia di rifugiati, difendendoli per anni senza pretendere da loro la conversione, e poi mettendoli in salvo in zone sicure della Siria. La mente afflitta delle vittime aspira dal profondo del cuore a scacciare gli incubi e i demoni dell’angoscia, a raggiungere infine la pace, acquietandosi nel ritrovare spiragli di umanità condivisa: così, concludendo con una piccola storia personale, furono enormi il mio lieto stupore e la mia commozione quando, alcuni anni fa, dopo un incontro sul genocidio armeno in una cittadina della Riviera del Brenta fra Padova e Venezia, un giovane medico, che mi disse di essere il capo della comunità curda in Italia, prese la parola per chiedere scusa solennemente, a nome del popolo curdo, a tutti gli armeni per la tragedia del 1915. Fu davvero come una benefica rugiada su una pianta assetata.
Repubblica 19.9.17
Europa, poni fine al dramma degli eritrei
L’appello è sottoscritto da Benjamin Abtan, presidente del Movimento europeo antirazzista EGAM, e da altre 25 personalità tra cui l’italiano Oliviero Toscani

CARO direttore, bisogna porre fine all’oppressione del popolo eritreo. Un sistema totalitario, oppressione generalizzata della popolazione, servizio militare a tempo indeterminato, totale assenza di libertà, penuria di mezzi di comunicazione, nessun futuro che non sia schiavitù: è questo l’inferno in cui vivono gli eritrei, l’inferno da cui alcuni cercano di fuggire.
Issayas Afeworki, eroe della trentennale guerra d’indipendenza contro l’Etiopia, è diventato l’aguzzino del suo popolo. Governa con il terrore in assenza di una costituzione, di un Parlamento, di un’opposizione, di elezioni, di una stampa libera. Il 18 settembre 2001 ha fatto arrestare e incarcerare i suoi principali oppositori. Sono passati sedici anni senza un processo, un’imputazione, le famiglie non hanno mai ricevuto notizie dei detenuti. Non si sa neppure se siano ancora vivi.
A prezzo di sforzi titanici alcuni coraggiosi sono riusciti a fuggire, eludendo il sadico controllo degli apparati di sicurezza dello stato. Dopo aver vagato mesi, talvolta anni, a piedi, su camion e imbarcazioni, hanno raggiunto l’Europa. Molti hanno subito torture, rapimenti, sequestri o rapine. Tutti hanno visto morire amici e compagni di viaggio.
Che accoglienza trovano in Europa questi coraggiosi sopravvissuti? Secondo il più comune senso morale e il diritto internazionale dovrebbero essere accolti dignitosamente e ottenere subito lo status di rifugiati. Ma seppure le domande di asilo siano accolte nella quasi totalità dei casi, molti posticipano l’avvio della procedura per mancanza di informazioni e di consulenza e sostegno da parte delle autorità. Inoltre la procedura di naturalizzazione nel paese ospite prevede che i richiedenti siano dotati di passaporto. Per ottenerlo sono costretti a recarsi all’ambasciata del paese da cui sono fuggiti e ad autodenunciarsi per la fuga, dichiarando di accettare qualunque pena essa comporti. Molti rinunciano per non esporre i propri familiari in patria a gravi ritorsioni.
Che atteggiamento ha l’Europa nei confronti dell’Eritrea?
Ossessionati dal timore che i profughi raggiungano il continente, gli stati europei versano all’Eritrea milioni di euro nella speranza di evitare l’esodo. Inoltre consentono che lo stato eritreo estorca una tassa del 2% sulle rimesse degli eritrei della diaspora, nonostante la condanna dell’Onu. Stringono inoltre accordi con il regime criminale del Sudan, che affida il controllo di alcune porzioni del confine con la Libia alle milizie a suo tempo responsabili di crimini contro l’umanità nel Darfur, le quali talvolta collaborano con soggetti discutibili che sfruttano e bistrattano i profughi. Sbagliando, gli europei prendono a modello il disastroso accordo Ue-Turchia sui migranti, con effetti devastanti sulla democrazia e i diritti umani.
Questa politica ha conseguenze opposte agli auspici e contrarie ai valori fondamentali dell’Unione Europea: il regime di Asmara si è rafforzato, invece di diventare meno totalitario, aumentando la spinta all’esodo e aggravandone i rischi. Il numero degli aspiranti profughi non diminuisce e quello dei morti e degli oppressi aumenta.
Per aiutare gli eritrei a costruire un futuro che non sia di sofferenza, schiavitù ed esilio, ma di libertà e prosperità, bastano poche semplici iniziative.
Innanzitutto le autorità dei paesi europei devono fornire prontamente informazioni agli eritrei entrati nel continente con l’obiettivo di concedere loro lo stato di rifugiati il prima possibile. Occorre poi modificare la procedura di naturalizzazione in modo che gli eritrei non siano costretti a scegliere tra la cittadinanza del paese ospite e la sicurezza dei loro familiari.
In secondo luogo vanno cambiate radicalmente le politiche europee riferite all’Eritrea, la tassa del 2% non può essere più tollerata, bisogna smettere di contribuire a rafforzare il regime totalitario e l’oppressione degli eritrei, in particolare di coloro che cercano di fuggire dal paese. A questo fine non dobbiamo più essere paralizzati dal terrore di vedere i dannati della terra arrivare in Europa, e bisogna rendersi conto che l’accordo Ue-Turchia sui profughi non è un esempio da seguire, ma da evitare.
Infine occorre aiutare le famiglie degli oppositori del regime che sono in carcere, principalmente ad avere notizie dei loro cari, ad esempio grazie all’appoggio di personaggi pubblici.
Bisogna sostenere anche gli oppositori, gli attivisti e i giornalisti in esilio, in modo da ricostituire una società pluralistica, vitale e libera.
Esiste la giustificazione morale e l’urgenza politica ad agire per porre fine all’oppressione degli eritrei.
(Traduzione di Emilia Benghi)

il manifesto 19.9.17
Il Venezuela si ribella al petrodollaro
di Manlio Dinucci

«A partire da questa settimana si indica il prezzo medio del petrolio in yuan cinesi»: lo ha annunciato il 15 settembre il Ministero venezuelano del petrolio. Per la prima volta il prezzo di vendita del petrolio venezuelano non è più indicato in dollari.
È la risposta di Caracas alle sanzioni emanate dall’amministrazione Trump il 25 agosto, più dure di quelle attuate nel 2014 dall’amministrazione Obama: esse impediscono al Venezuela di incassare i dollari ricavati dalla vendita di petrolio agli Stati uniti, oltre un milione di barili al giorno, dollari finora utilizzati per importare beni di consumo come prodotti alimentari e medicinali. Le sanzioni impediscono anche la compravendita di titoli emessi dalla Pdvsa, la compagnia petrolifera statale venezuelana.
Washington mira a un duplice obiettivo: accrescere in Venezuela la penuria di beni di prima necessità e quindi il malcontento popolare, su cui fa leva l’opposizione interna (foraggiata e sostenuta dagli Usa) per abbattere il governo Maduro; mandare lo Stato venezuelano in default, ossia in fallimento, impedendogli di pagare le rate del debito estero, ossia far fallire lo Stato con le maggiori riserve petrolifere del mondo, quasi dieci volte quelle statunitensi.
Caracas cerca di sottrarsi alla stretta soffocante delle sanzioni, quotando il prezzo di vendita del petrolio non più in dollari Usa ma in yuan cinesi.
Lo yuan è entrato un anno fa nel paniere delle valute di riserva del Fondo monetario internazionale (insieme a dollaro, euro, yen e sterlina) e Pechino sta per lanciare contratti futures di compravendita del petrolio in yuan, convertibili in oro. «Se il nuovo future prendesse piede, erodendo anche solo in parte lo strapotere dei petrodollari, sarebbe un colpo clamoroso per l’economia americana», commenta il Sole 24 Ore.
Ad essere messo in discussione da Russia, Cina e altri paesi non è solo lo strapotere del petrodollaro (valuta di riserva ricavata dalla vendita di petrolio), ma l’egemonia stessa del dollaro. Il suo valore è determinato non dalla reale capacità economica statunitense ma dal fatto che esso costituisce quasi i due terzi delle riserve valutarie mondiali ed è la moneta con cui si stabilisce il prezzo del petrolio, dell’oro e in genere delle merci. Ciò permette alla Federal Reserve, la Banca centrale (che è una banca privata), di stampare migliaia di miliardi di dollari con cui viene finanziato il colossale debito pubblico Usa – circa 23 mila miliardi di dollari – attraverso l’acquisto di obbligazioni e altri titoli emessi dal Tesoro. In tale quadro, la decisione venezuelana di sganciare il prezzo del petrolio dal dollaro provoca una scossa sismica che, dall’epicentro sudamericano, fa tremare l’intero palazzo imperiale fondato sul dollaro.
Se l’esempio del Venezuela si diffondesse, se il dollaro cessasse di essere la principale moneta del commercio e delle riserve valutarie internazionali, una immensa quantità di dollari verrebbe immessa sul mercato facendo crollare il valore della moneta statunitense.
Questo è il reale motivo per cui, nell’Ordine esecutivo del 9 marzo 2015, il presidente Obama proclamava «l’emergenza nazionale nei confronti della inusuale e straordinaria minaccia posta alla sicurezza nazionale e alla politica estera degli Stati uniti dalla situazione in Venezuela».
Lo stesso motivo per cui il presidenre Trump annuncia una possibile «opzione militare» contro il Venezuela. La sta preparando lo U.S. Southern Command, nel cui emblema c’è l’Aquila imperiale che sovrasta il Centro e Sud America, pronta a piombare con i suoi artigli su chi si ribella all’impero del dollaro.
il manifesto 19.9.17
La riconciliazione Abu Mazen-Hamas è ancora tutta da costruire
Gaza. Restano forti i dubbi sulle possibilità delle due parti di trovare un'intesa nonostante l'apertura fatta dagli islamisti al presidente dell'Anp. Pesano i fallimenti del passato ed i giochi dietro le quinte degli egiziani
di Michele Giorgio

Siamo davvero giunti a due passi dalla riconciliazione nazionale palestinese oppure siamo di fronte all’ennesimo proclama di buone intenzioni destinato a non essere seguito da passi concreti come è avvenuto in passato? L’interrogativo è lecito. Tutti ricordano, nel 2014, l’enfasi con cui fu annunciata la “pace” tra il partito Fatah, guidato dal presidente Abu Mazen, e il movimento islamico Hamas che dal 2007 controlla la Striscia di Gaza. Le due parti, assieme ad altre forze politiche palestinesi, formarono anche un governo di unità nazionale. Tutto naufragò nei mesi successivi. E la situazione oggi non appare molto diversa.
I dirigenti di Hamas, dopo intensi colloqui con l’Egitto durati settimane, hanno annunciato due giorni fa di aver sciolto il “Comitato amministrativo” formato a inizio anno – in questi nove mesi ha svolto a Gaza le funzioni di un governo vero e proprio -, quindi hanno dato il via libera ad elezioni politiche generali (sarebbero le prime dal 2006), infine hanno assicurato che permetteranno a un esecutivo di intesa nazionale di estendere la sua autorità su Gaza. In pratica hanno accettato le tre richieste fatte da Abu Mazen per mettere fine alla sua linea del pugno di ferro a Gaza che in questi ultimi mesi l’hanno visto abolire finanziamenti e sussidi, ridurre del 40% il pagamento della bolletta energetica della Striscia, mandare in pensione migliaia di dipendenti pubblici e tagliare del 30% lo stipendio a quelli in servizio (anche se costretti da 10 anni a non lavorare per boicottare Hamas). Non sorprende la (cauta) soddisfazione del presidente palestinese e quella di alcuni dei più importanti dirigenti di Fatah per la “vittoria” ottenuta.
Il capo dei negoziatori di Fatah, Azzam al Ahmed, andrà al Cairo entro 10 giorni per un primo colloquio con il capo della direzione politica di Hamas, Ismail Haniyeh, e il responsabile per la Striscia di Gaza, Yahya Sinwar. A questo incontro dovrebbe seguire un vertice a cui parteciperanno tutte le forze politiche palestinesi con l’obiettivo di eliminare tutti gli ostacoli all’intesa nazionale. Ci sarà poi l’accordo? E in quel caso sarà applicato? I dubbi sono forti tra i palestinesi. Le difference ideologiche e strategiche tra Hamas e Fatah sono molto ampie. E se è chiaro che gli islamisti, mostrandosi flessibili con i mediatori egiziani e dicendosi pronti ad accogliere le richieste di Abu Mazen cercano di rompere l’isolamento in cui sono caduti (anche nel resto regione), è altrettanto evidente che i nodi principali non sono stati sciolti. A cominciare da quello della sicurezza. Hamas a Gaza ha un braccio armato, Ezzedin al Qassam, ben armato e ben addestrato, di cui fanno parte migliaia di uomini. Questi miliziani risponderanno agli ordini di Abu Mazen o a quelli di Ismail Haniyeh quando sarà formato il governo di intesa nazionale? Un compromesso è possibile ma pochi credono che Ezzedin al Qassam possa accettare la piena autorità dell’Anp. Un altro nodo sono gli oltre 40mila dipendenti pubblici dell’amministrazione civile di Hamas a Gaza. Abu Mazen ha sempre detto che l’Anp non includerà mai queste persone tra i suoi impiegati. Hamas invece insiste perché ciò avvenga.
Qualcuno teorizza una manovra dell’Egitto volta a colpire Abu Mazen. «Il Cairo non ha dimenticato il secco rifiuto del presidente palestinese alla riconciliazione con (il suo avversario ed ex dirigente di Fatah) Mohammed Dahlan, sulla quale insiste ancora il Quartetto arabo (Egitto, Arabia saudita, Emirati e Giordania,ndr)», dice al manifesto il giornalista di Gaza Aziz Kahlout. «Dovesse fallire ancora una volta il processo di riconciliazione nazionale» avverte Kahlout «gli egiziani non esiteranno ad addossare la colpa ad Abu Mazen, dipengendolo come troppo rigido nei confronti di Hamas che era pronto ad accettare le sue richieste». In quel caso, prevede il giornalista, «gli egiziani faranno un accordo proprio con Dahlan per migliorare le condizioni di Gaza in modo da promuoverlo come futuro leader palestinese, accordo che senza alcun dubbio sarà accettato da Hamas».
Da parte sua Abu Mazen in questo momento si concentra su altro. A New York, dove è giunto ieri, si prepara ad incontrare Trump, prima del suo discorso all’Assemblea generale dell’Onu. Secondo le indiscrezioni proverà a strappare al presidente americano l’impegno degli Usa a sostegno della nascita di uno Stato palestinese accanto a Israele. Un tentativo destinato quasi certamente a fallire tenendo conto della posizione espressa a più riprese dall’Amministrazione Usa contraria a qualsiasi soluzione predefinita nel conflitto israelo-palestinese, a cominciare proprio da quella a “Due Stati”, che pure è stata sostenuta per oltre venti anni da Washington e dal resto dei governi occidentali. Un fallimento potrebbe spingerlo a ricercare, come in passato, il riconoscimento della Plaestina al Consiglio di Sicurezza dell’Onu.
Repubblica 19.9.17
Mosca.
Wallenberg salvò migliaia di ebrei e poi scomparve nel nulla Ma la causa contro gli 007 salta subito
Niente processo al Kgb Il mistero senza fine dello “Schindler svedese”
di Rosalba Castelletti

MOSCA. La scomparsa in un carcere sovietico di Raoul Wallenberg, lo “Schindler svedese” che salvò migliaia di ebrei ungheresi dall’Olocausto, è uno dei più grandi misteri della seconda guerra mondiale. E tale resterà. Dopo anni di battaglie legali, i suoi familiari avevano infine ottenuto un’udienza presso un tribunale moscovita: chiedevano che i servizi segreti russi Fsb, eredi del Kgb, rendessero finalmente pubblici i documenti sulla sua morte. Richiesta respinta.
Giovane rampollo di una ricca famiglia di industriali svedesi, Raul Wallenberg viene inviato da Stoccolma in Ungheria dopo l’invasione delle truppe naziste. Trentun anni, una laurea in Architettura e nessuna esperienza diplomatica, Raoul arriva a Budapest mentre i rastrellamenti delle SS sono in corso nelle campagne. L’ambasciata svedese ha già iniziato a distribuire agli ebrei dei lasciapassare, una sorta di passaporto svedese. Wallenberg ne migliora la credibilità e ne fa stampare a migliaia. Non solo. Li smista personalmente. Per farlo arriva ad arrampicarsi sul tetto di un vagone in partenza per Auschwitz. Salva migliaia di vite dalla deportazione, almeno 20mila. Forse di più, ma non la sua.
Il cosiddetto “mistero Wallenberg” inizia il 17 gennaio 1945 durante l’assedio sovietico di Budapest: Raoul viene convocato nel quartier generale dell’Armata rossa e arrestato per spionaggio. Se ne perdono le tracce. Solo lo scorso ottobre il governo svedese lo ha dichiarato formalmente morto. Da anni la famiglia dell’eroe di Budapest si scontra con il muro di contraddizioni dell’Urss prima e della Russia poi. Nel 1957 Mosca sostiene di non avere documenti sulla prigionia di Raoul, se non un parziale referto medico: attesta che Wallenberg sarebbe morto d’infarto nel luglio 1947, all’età di 34 anni, nelle segrete della Lubjanka, sede dell’odierno Fsb. Nel 1989 la famiglia si vede però recapitare passaporto, effetti personali e persino una copia del fascicolo carcerario. Nel 2000, infine, un’inchiesta congiunta russo-svedese conclude che è «molto probabile» che il giovane diplomatico non sia morto per cause naturali.
A gettare nuova luce, e nuovi ombre, sul mistero sono stati i diari di Ivan Serov, capo del Kgb tra il 1954 e il 1958, trovati cinque anni fa tra le intercapedini della sua dacia e pubblicati l’anno scorso. «Non ho dubbi – scriveva Serov – che Wallenberg sia stato eliminato ». L’ordine, aggiunge, sarebbe arrivato da Josif Stalin e dall’allora ministro degli Esteri Vjaceslav Molotov. Così gli avrebbe confessato durante un interrogatorio Viktor Abakumov, ex capo dello Smersh, il dipartimento di controspionaggio, vittima nel 1954 delle purghe staliniane.
Forte di queste nuove rivelazioni, Marie Dupuy, nipote di Wallenberg in prima fila nella ricerca della verità, si è rivolta alla giustizia russa chiedendo che l’Fsb mostrasse i documenti menzionati nei Diari di Serov. Ieri il tribunale Mechtchanskij ha però respinto la richiesta. Caso chiuso. Resta solo uno spiraglio, benché minimo. Il legale dell’Fsb ha affermato che, per desecretare i documenti sulla «vita personale» dei detenuti occorre il consenso dei familiari di tutte le persone menzionate oppure che passino 75 anni. Il che, nel caso Wallenberg, equivale al 2020 o 2022. «Potete attendere questa scadenza», ha aggiunto. «Fingono di preoccuparsi dei destini delle persone che i loro predecessori perseguitarono», ha commentato Ivan Pavlov, avvocato della famiglia Wallenberg. Marie insiste: continueremo a pretendere risposte sul destino di Raoul finché non sapremo cosa gli è successo e perché. È quello che si chiedono in molti: perché?
Corriere 19.9.17
I tre nobel un po’ razzisti
Hamsun e Lorenz dalla parte di Hitler
T.S. Eliot contro l’«invasione ebraica»
di Paolo Mieli

Come fu possibile che persone di grande ingegno e di altrettanto grande talento artistico si lasciarono sedurre dal fascismo e dal nazionalsocialismo? Nel libro I maledetti. Dalla parte sbagliata della storia (in via di pubblicazione per i tipi delle edizioni Lindau) Andrea Colombo cerca di rispondere a questa domanda esaminando in maniera approfondita i casi di Gottfried Benn, Martin Heidegger, Giovanni Gentile, Emil Cioran, Robert Brasillach, Ezra Pound, Wyndham Lewis, Julius Evola, Adolfo Wildt, Mario Sironi, Louis Ferdinand Céline, Mircea Eliade, Filippo Tommaso Marinetti, Leni Riefenstahl e dei tre premi Nobel che a pieno titolo possono essere inseriti nell’elenco: Knut Hamsun, T.S. Eliot e Konrad Lorenz. Il tratto che li accomuna è «la consapevolezza che l’Ottocento, il secolo dei buoni sentimenti, del liberalismo, delle democrazie, della speranza ottimistica in un progresso senza limiti, era definitivamente tramontato» e l’idea che «dalle macerie della Prima guerra mondiale doveva sorgere un mondo nuovo, radicalmente trasfigurato». Qualcosa di simile a ciò che avrebbe spinto molti intellettuali della stessa generazione ad abbracciare in quegli anni la causa comunista. Ma mentre questi ultimi non sarebbero mai stati costretti a rinnegare il loro passato (se non per qualche eccesso), coloro che, magari per un caso, erano finiti «dalla parte sbagliata» — con l’ovvia eccezione di quelli che (come Gentile) furono uccisi — si sentirono in obbligo di occultare, chi più chi meno, i loro ingombranti trascorsi. Tutti, tranne il drammaturgo norvegese Hamsun che aveva avuto il Nobel nel 1920, prima che i fascismi entrassero in scena, e che il 7 maggio del 1945, quando Hitler e Mussolini erano stati sconfitti, scrisse sul quotidiano «Aftenposten» un necrologio proprio di Adolf Hitler, del quale si proclamava «fedele seguace» per poi definirlo «un pioniere dell’umanità», «un apostolo del diritto di tutte le nazioni», «un riformatore di altissimo rango». Hamsun aveva 86 anni, la Norvegia era in procinto di essere liberata, e i tipografi dell’«Aftenposten» trasecolarono al cospetto di quel testo che sarebbe costato all’autore detenzione, processo e manicomio criminale. Ma lo diedero ugualmente alle stampe.
Hamsun, secondo Colombo «uno dei più grandi romanzieri del secolo scorso», si era avvicinato ai nazisti su spinta della giovane moglie, che per conto proprio aveva precedentemente preso contatto con Joseph Goebbels. In seguito Goebbels si era invaghito di quell’intellettuale norvegese che in segno di stima gli aveva addirittura donato la sua medaglia del Nobel: più volte il ministro della Propaganda del Terzo Reich lo aveva citato nei suoi diari con espressioni assai amichevoli ed elogiative.
Hamsun era uno scrittore molto particolare. Il suo Il risveglio della terra , pubblicato nel 1917 — e che tre anni dopo gli sarebbe valso il Nobel — conteneva diversi spunti antisemiti a dispetto del fatto che nel suo Paese, la Norvegia, la comunità ebraica praticamente non esistesse. Nonostante ciò il libro fu universalmente elogiato e considerato pressoché dall’intera comunità letteraria internazionale alla stregua di un capolavoro. Fu solo nel 1934 che Hamsun si iscrisse al partito filonazista norvegese di Vidkun Quisling. Quando nell’aprile del 1940 la Germania hitleriana invase la Norvegia, scrisse articoli per accusare di tradimento re Haakon VII, che aveva scelto l’esilio, e biasimò il presidente del Parlamento (di origine ebraica) Carl Joachim Hambro, fuggito in Svezia. Suo figlio Arild fu poi tra gli ottomila giovani norvegesi che si arruolarono nelle Waffen SS per combattere sul fronte orientale contro i russi. Ma, rileva Andrea Colombo, il suo rapporto con gli uomini di Hitler — e con lo stesso Hitler — fu «tutt’altro che idilliaco».
Allorché i nazisti presero il potere in Germania, il drammaturgo norvegese fece di tutto per salvare l’ebreo tedesco Max Tau, suo amico di lunga data. E quando i tedeschi invasero il suo Paese, condusse una sfibrante battaglia, costellata da telegrammi a Hitler e al suo luogotenente in Norvegia Josef Terboven, per ottenere la liberazione di alcuni condannati a morte. Il 26 giugno del 1943 fu ricevuto da Hitler nel rifugio bavarese di Berghof. Il dittatore voleva essere piacevolmente intrattenuto con una conversazione di carattere letterario da uno scrittore, Hamsun, che sapeva essere un suo estimatore. Ma Hamsun lo sorprese con una serie di rilievi al comportamento di Quisling e Terboven; chiese ancora una volta insistentemente che alcuni prigionieri venissero rilasciati e diede prova, nel colloquio con il dittatore, di un coraggio che nessun altro degli invitati a quel genere di colloqui aveva e avrebbe mai mostrato. Fino al punto che Hitler perse le staffe e all’improvviso, senza neanche salutarlo, uscì dalla stanza urlando: «Non voglio più vedere questo pazzo!». Quel «pazzo» fu dunque l’unico che, quando Hitler era vivo e al potere, osò sfidarlo incontrandolo di persona. Ma fu anche l’«unico» che, quando il Führer fu sconfitto e si uccise, si sentì in dovere di parlarne in termini elogiativi. Pur sapendo che sarebbe stato lasciato solo e l’avrebbe pagata cara.
Quando nel 1948 gli fu concesso di uscire dal manicomio criminale, si mise a scrivere un’autobiografia, Per i sentieri dove cresce l’erba , nella quale non ritrattò nulla della propria «fede» filonazista, disse di aver avuto l’impressione di essere «spiato» dai tedeschi, ricordò che in ogni momento avrebbe potuto andarsene in Inghilterra, dove sarebbe stato accolto a braccia aperte, e non lo aveva fatto. Ma, in merito alle sue parole filonaziste degli anni Trenta e Quaranta, volle anche aggiungere: «Nessuno mi disse allora che quanto andavo scrivendo era sbagliato, nessuno in tutto il Paese. Mai che mi sia arrivato il minimo cenno d’avviso, né un piccolo buon consiglio dal mondo esterno». A proposito del rapporto dell’Europa settentrionale con il nazismo, Colombo ricorda che «parte dei settori più avanzati e progressisti della società norvegese avevano visto con simpatia quel movimento pangermanico che predicava il ritorno al paganesimo nordico, al naturismo e ai valori della terra». Ed è da sottolineare che l’autore parli dei «settori più avanzati e progressisti».
Un discorso che per vie traverse ci conduce a Konrad Lorenz, ispiratore dell’ecologismo contemporaneo, il quale da giovane fu un convinto nazista. Sosteneva, Lorenz, che i malati mentali e i portatori di patologie genetiche andassero sterilizzati per far trionfare la «bestia bionda», la razza ariana perfetta. Volontario nella Wehrmacht sul fronte russo, fu catturato dai sovietici e per sopravvivere mangiò ragni. Rinchiuso in un gulag, ne approfittò per studiare i rituali di corteggiamento tra le pulci da cui era afflitto nella sua baracca. Diceva Lorenz: «Se non effettuassi costantemente una certa selezione tra le mie oche domestiche, eliminando i frutti in eccesso degli incroci, entro poco tempo gli esemplari di sangue puro di oca selvatica verrebbero sopraffatti dalla concorrenza numerica dell’oca domestica». Mutatis mutandis , «lo stesso vale per l’uomo della grande città». È, sostiene Lorenz, «statisticamente assodato che gli individui che presentano degenerazioni morali raggiungono in media un tasso di riproduzione enormemente più alto degli individui di pieno valore». Ecco perché, per lui, bisognava eliminare nelle oche come nell’uomo, «i frutti in eccesso degli incroci» e favorire lo sviluppo degli «esemplari di sangue puro». Ne discende che sterilizzare la popolazione «dal germe della degenerazione», sottolinea Colombo, è «un passo necessario per la sopravvivenza di un popolo».
Abbiamo detto che nel 1941 Lorenz indossò la divisa della Wehrmacht. Ma le sue attività, secondo Colombo, sono avvolte da «un inquietante velo di mistero». Nella sua autobiografia scrive «erroneamente» che già nel 1942 fu preso prigioniero dai russi, i quali invece lo catturarono solo nel 1944. Nel frattempo, ricostruisce l’autore, «sembra che abbia lavorato alla “selezione” del popolo polacco, per valutare chi poteva vantare una componente di sangue tedesco e quindi evitare i lavori forzati e i campi di concentramento». Dopodiché Lorenz finirà nei campi russi dove, come si è detto, si applicherà allo studio delle pulci. E farà anche amicizia con i carcerieri sovietici. Rientrato in Austria nel 1948, tacerà del tutto sul suo passato nazista e in breve diventerà un astro nell’ambito della ricerca zoologica. Nel 1973 riceverà il Nobel.
I suoi trascorsi filo-hitleriani verranno alla luce solo nel 1977 grazie a un articolo di Leon Eisenberg sulla rivista «Science». Lorenz si difenderà, undici anni dopo, alla vigilia della morte, con un’intervista in cui si dichiarerà pentito e dirà di aver «ingenuamente» sperato che il nazionalsocialismo avrebbe portato «qualcosa di buono in particolare in rapporto alla preservazione dell’integrità biologica dell’uomo». Ma a questo punto della sua vita era da tempo un idolo degli ecologisti, si era messo alla testa dei manifestanti che si battevano contro il nucleare e si opponevano alla costruzione di una centrale idroelettrica sul Danubio. Sicché in pochi gli rinfacciarono le rivelazioni di Eisenberg.
Del grandissimo poeta T. S. Eliot, Colombo ricorda l’editoriale che nel 1928 scrisse su «Criterion» per difendere le idee di Charles Maurras e dell’Action Française dagli attacchi del Vaticano. Riporta altresì in luce le conferenze che nel 1933 Eliot fece in un’università della Virginia in cui auspicava di vivere in una società senza «pensatori ebrei». In questi discorsi Eliot contrappone alla «modernità omologante» gli americani della Bible Belt , usciti sconfitti dalla guerra civile, ma portatori dei tradizionali valori cristiani. «Il conflitto», scrive, «è tra tutto ciò che è locale e spiritualmente vivace», in contrapposizione «all’uniformità del modello newyorkese». L’America dominante, quella dell’«industrializzazione senza freni», «distrugge prima di tutto le classi superiori»: un «presidente di un consiglio di amministrazione», afferma l’autore di Assassinio nella cattedrale , «non sarà mai un aristocratico». L’unico «artista che sopravvive» in una società yankee è il «produttore cinematografico». Eliot in queste allocuzioni universitarie è allarmato perché la società è sempre più «corrosa dal liberalismo». Il tarlo dell’industrializzazione, così come è stata imposta dal mondo nordista, si è rivelato come «il più grande disastro della storia americana». Dalla «tragedia della guerra di Secessione» l’America «non si è mai ripresa e forse non si riprenderà mai». Anche se, dice ancora Eliot, negli Stati del Sud, rimasti fedeli alle loro tradizioni, una rinascita è ancora possibile, se non altro in quanto «sono i più lontani da New York» e da tutto ciò che la grande città rappresenta. In primis «l’invasione di razze straniere», a cominciare dagli ebrei.
La tradizione, per Eliot, è questione di razza. Lo dice lui stesso esplicitamente: «La tradizione è nel sangue non nel cervello». È «il mezzo attraverso cui la vitalità del passato arricchisce la vita presente». È un «organismo vivente», non un «sentimento» o un’«astrazione politica». Parte importante di tale «organismo» sono la «stabilità», «l’omogeneità etnica» e «l’unità di un retroterra religioso comune». Per noi «l’unica tradizione giusta è quella cristiana». Ecco perché in questo tipo di società «gli ebrei liberi pensatori» non sono bene accetti. Nella società vagheggiata dall’autore di Quattro quartetti uno spirito eccessivamente tollerante «va deprecato». Dobbiamo condannare chi auspica una riconciliazione con il progresso, il liberalismo, la civiltà moderna. Il testo di riferimento, per Eliot, deve essere il Sillabo di Pio IX. Da queste conferenze verrà tratto un libro che Colombo definisce «in qualche modo maledetto», After Strange Gods , che Eliot «non vorrà mai più ristampare». Nel 1948 il poeta conquisterà il Nobel. A differenza di Hamsun e Lorenz, gli altri due premiati a Stoccolma, Eliot aveva però fatto in tempo a prendere le distanze dalle sue idee precedenti. E lo aveva fatto già alla viglia della Seconda guerra mondiale: in un pamphlet del 1939 aveva sferrato un durissimo attacco al razzismo nazista. Nel 1940, poi, si era pubblicamente ricreduto sul suo appoggio all’Action Française e aveva biasimato Maurras per essersi schierato con Vichy e con i tedeschi. Anche per questo, nel secondo dopoguerra non si sentirà mai in dovere di dare spiegazioni approfondite circa le sue prese di posizione degli anni Venti e Trenta.
Si può parlare di viltà? Colombo non si spinge a tanto, ma parla esplicitamente di «viltà» per l’assenza di Martin Heidegger ai funerali del suo maestro (di origini ebraiche) Edmund Husserl, che si tennero a Friburgo il 29 aprile del 1938. L’autore loda invece il coraggio mostrato con la domanda di grazia per Robert Brasillach da parte di François Mauriac, Paul Valéry, Jean Cocteau, Albert Camus e alcuni altri. Domanda che verrà ignorata dal generale de Gaulle e non risparmierà allo scrittore trentacinquenne la fucilazione il 6 febbraio del 1945.
Corriere 19.9.17
Tedesca violentata nel centro di Roma
di Paolo Conti e Rinaldo Frignani

Violentata nel centro di Roma. Vittima una donna tedesca di 57 anni che vive da sei mesi nella capitale chiedendo l’elemosina. Ad aggredirla un giovane straniero. «Mi ha afferrata per i capelli, picchiata e violentata. Sono riuscita a scappare, ma lui mi ha raggiunto, mi ha legato i polsi e ha continuato».
Suso Cecchi d’Amico, la grande sceneggiatrice dei film di Visconti, Monicelli e tanti altri, alcuni anni prima della sua scomparsa nel 2010, raccontava agli amici che negli anni Cinquanta passeggiava spesso, e a lungo, di notte a villa Borghese con Anna Magnani, scambiando idee e sogni. «Oggi — diceva tristemente — sarebbe impensabile». Suso si occupò a lungo del parco, che le era caro perché lo guardava da una vita dalle finestre di casa, e ingaggiò battaglie civili (puntualmente inascoltate) contro il degrado, girando anche un cortometraggio.
Da quei racconti sono passati più o meno dieci anni. Dall’incuria di allora, già intollerabile, Villa Borghese è precipitata nel disastro. Rapidi flash. Ingresso del parco ideato dal cardinal Scipione Borghese nei primi anni del 1600, siamo all’uscita di via Veneto. Sulla sinistra i tipici non-luoghi che Roma produce, prima inaugurando tra gli applausi, e subito colpevolmente dimenticando, opere e strutture di servizio.
Ecco due scale mobili chiuse, abbandonate, dirette verso il nulla, recintate, strapiene di rifiuti più o meno umani, bottiglie di vetro, sterpaglia. Lì una rampa di accesso a un varco sotterraneo sbarrata, ridotta a immensa latrina e a discarica di metalli. Tra questi due monumenti al disastro romano, tracce di un accampamento notturno: scarpe di donna spaiate, due mutande femminili appese a una siepe, più in là un boxer maschile, una borsa da donna beige, persino una tastiera rotta di un computer, due scatole di profilattici, una di biscotti. A poche decine di metri c’è lo sfondo de «La Dolce Vita», ma è retorico e soprattutto superfluo ricordarlo.
Di simili meandri Villa Borghese, che con i suoi 80 ettari è il parco più vasto della Capitale, è strapiena. Impossibile un’anagrafe. Ma si dorme, o ci si accampa, accanto alle prese d’aria del megaparcheggio. O lungo l’asse del Muro Torto, che divide il Pincio dalla villa.
Altri riferimenti di una marginalità nomade e disperata sono i sottopassi automobilistici di Corso Italia, Grande Opera per le Olimpiadi del 1960: d’inverno, sui lati vicini a via Veneto, c’è la fila di cartoni che coprono esseri umani. Poi c’è un altro agglomerato, in quel suk inguardabile di piazzale Flaminio, all’uscita monumentale della Villa, a un passo da piazza del Popolo: altri cartoni, altre vite perdute.
Le notti di Villa Borghese, a differenza di quelle ricordate da Suso Cecchi d’Amico, sono pericolose e sconsigliabili.
Tutto questo terreno produce storie più o meno gravi di molestie sessuali. O la famosa violenza contro una cittadina americana nel 2011 in una cabina dell’Acea della villa. Due anni fa emerse una storia di ricatti e di prostituzione maschile a Villa Borghese, col coinvolgimento di alcuni prelati.
Perché l’abitudine è antica, la sera tardi e la notte c’è un universo a parte tra l’ingresso della Galleria Nazionale in viale delle Belle Arti e le rampe che portano all’altro ingresso della villa, verso piazzale Firdousi e piazza Paolina Borghese, o verso piazzale Picasso, non lontano dal Bioparco, cioè l’ex Giardino Zoologico.
Anche in pieno giorno, soprattutto d’estate, la Villa ospita tanti turisti e molti dimenticati dalla vita. Li riconosci per la bottiglia di birra in mano già di mattina, e lo sguardo fissato nel nulla.
Ma dire che villa Borghese, con la sua centralità nel cuore di Roma, tra i Parioli e via del Corso, sia diventata l’unico inferno romano sarebbe falso e riduttivo. Giorni fa, un senza casa accampato nel portico dell’antica Basilica dei Santi Apostoli diceva: «Di notte Roma si trasforma in un immenso dormitorio. E nessuno vuole rendersene conto». Quella, sì, è la verità.
Repubblica 19.9.17
“Uno scandalo non usare l’Anagrafe bancaria”
La Corte del Conti avverte l’Agenzia delle entrate: grave ignorare i dati dopo aver speso 10 milioni
di V. Co.

ROMA. Il governo gongola sul recupero dell’evasione. La Corte dei Conti lo bacchetta. Perché ha per le mani una mole di dati enormi sui conti correnti e i depositi degli italiani - l’Anagrafe dei rapporti finanziari, operativa solo dal 2009, sebbene prevista sin dal 1991, e costata finora 10 milioni di euro ma non li usa come dovrebbe. E cioè per disporre indagini finanziarie mirate. E stanare quanti più evasori possibile. E invece preferisce alzare la soglia per l’uso del contante e introdurre sanatorie e misure una tantum.
I giudici contabili non ci vanno leggeri. Definiscono le mancanze di questo esecutivo e dei precedenti «gravi». Nel mirino finisce l’Agenzia delle entrate, il braccio operativo del governo in materia fiscale. «Deve rilevarsi una grave inadempienza dell’Agenzia che non ha mai elaborato le previste liste selettive né successivamente le analisi del rischio evasione e di conseguenza non ha potuto riferire alle Camere sui risultati nella lotta all’evasione derivante dall’utilizzo dell’Anagrafe dei rapporti finanziari», scrive la Sezione centrale di controllo della Corte nella deliberazione del 26 luglio 2017.
Nel 2011, nel Salva-Italia di Monti, «il legislatore aveva disposto che il direttore dell’Agenzia delle entrate con un suo provvedimento individuasse criteri per elaborare, con procedure centralizzate, specifiche liste selettive di contribuenti a maggior rischio di evasione ». Ma tali criteri, chiosano i giudici, «non sono stati mai emanati e di conseguenza non è mai stata predisposta alcuna lista selettiva ». Da allora, sembra dire la Corte, nessun governo (ce ne sono stati tre: Letta, Renzi, Gentiloni) si è cimentato a tradurre in pratica i tanti proclami: mai più blitz a Cortina e Capri, nel mirino solo i grandi evasori. Un ritornello speso a più riprese. Ma che, a detta dei controllori contabili, non ha mai concretamente visto la luce.
I «primi timidi tentativi» dell’Agenzia hanno «svuotato la normativa ». Perché, dice la Corte, sono stati usati i «soli dati di identificazione del soggetto» e quelli relativi a «natura, tipologia, apertura, modifica e chiusura del rapporto». Escludendo i dati più succulenti e «pregnanti nella lotta all’evasione », quelli «sulle movimentazioni e i saldi» dei conti. Un modo di procedere «irrazionale e non coerente » con la legge. Così che il risultato in termini di contrasto all’evasione è «di scarsa efficacia». La finanziaria per il 2015 prevedeva l’utilizzo dei dati anche finanziari «per effettuare analisi del rischio di evasione». Ma «a distanza di oltre due anni da tali modifiche e di oltre cinque anni dall’obbligo di effettuare liste selettive», inerzia totale. Zero selezione dei contribuenti a maggior rischio di frodare il fisco. Relazione annuale sui risultati «mai predisposta». Insomma mai fatto «un uso massivo della mole di dati» a disposizione. Dunque Anagrafe «sottoutilizzata». Ed evasione al galoppo.
La Stampa
Usa
“Se l’Italicum resta intatto
Grillo può vincere le elezioni”
Così il Dipartimento di Stato ha letto la politica italiana a cavallo del referendum
di Paolo Mastrolilli

Matteo Renzi «non è obbligato a dimettersi», ma probabilmente lo farà. Subito dopo però potrebbe ricevere un nuovo incarico dal presidente Mattarella, e «ripresentarsi davanti al Parlamento per un voto di fiducia sul Renzi 2.0». Sembra un auspicio, più che un’analisi politica, questo che l’ambasciatore John Phillips inserisce nel rapporto inviato a Washington il primo dicembre dell’anno scorso. Siamo alla vigilia del referendum costituzionale, e dai documenti che La Stampa ha ottenuto nel rispetto delle leggi americane, gli Stati Uniti temono che la sconfitta del premier esponga l’Italia al rischio di una deriva estremista e populista, e di una crisi economica e bancaria. Ma quello che preoccupa di più, in prospettiva, è l’arrivo di Grillo a Palazzo Chigi: «Se vincesse il sì e l’Italicum restasse intatto, potrebbe vincere le prossime elezioni e formare il governo».
Il 30 novembre Phillips firma un primo rapporto dedicato allo «Short-Term Economic Outlook on Referendum», la prospettiva economica a breve. Via Veneto dà per scontata la vittoria del «No», e cerca di spiegare a Washington i pericoli: «I nostri contatti nel governo hanno sminuito le potenzialità di reazioni negative dei mercati immediate e serie. Tuttavia l’incertezza riguardo il futuro di Renzi, e la minaccia dell’instabilità politica, hanno aumentato la volatilità guardando al 2017, anno in cui l’Italia siederà nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu e ospiterà a maggio il G7. Ciò potrebbe comportare difficoltà per le banche in cerca di capitali, creando sfide immediate per il piano di ristrutturazione del Monte dei Paschi di Siena. Nonostante il debito pubblico sia posizionato per sopportare le turbolenze dei mercati, la volatilità successiva al referendum potrebbe alzarne i costi. Data la convinzione nei settori di affari e finanza che il «No» sia stato già messo in conto dalle borse, l’Italia potrebbe essere colta di sorpresa, se qualunque ripercussione seria dovesse emergere a causa del risultato, minacciando la crescita (già debole), e complicando le relazioni con l’Unione europea». Phillips nota che «le azioni delle banche italiane sono scese del 14% dal voto sulla Brexit, mente il 25 novembre lo spread rispetto ai bond tedeschi è salito a 191 punti, il livello più alto dal maggio 2014». Riporta che «il settore privato favorisce le riforme, ma rigetta l’ipotesi di una catastrofe se vincesse il No». Cita l’appoggio di Confindustria, «a cui si è aggiunto di recente quello del ceo di Fiat-Chrysler Sergio Marchionne», ma aggiunge che l’associazione degli industriali «non si aspetta ramificazioni economiche negative». Rivela un incontro avuto il 21 novembre con i dirigenti della Banca d’Italia, «che si aspettano un po’ di volatilità dopo la vittoria del No, ma non la fine del mondo». Anche «i leader delle due principali banche italiane ci hanno detto che non sono preoccupati. Uno, durante un incontro avuto il 21 novembre, ha definito il referendum un “non evento”; l’altro, il 28 novembre, ha detto che i rischi sono “gestibili ed esagerati”». Phillips però resta preoccupato per il Monte dei Paschi di Siena, che «lancerà il suo aumento di capitale da 5 miliardi di euro il 6 dicembre», e Unicredit, che lo farà il 13: «Le condizioni instabili dei mercati minacciano il successo dei piani di entrambe le banche. Ma mentre Unicredit ha riserve sufficienti, un collasso di Mps potrebbe richiedere un intervento doloroso». L’ambasciatore poi rivela il suo vero timore, citando un rapporto scritto l’11 novembre dalla Deutsche Bank: «I mercati finanziari restano più preoccupati per i rischi di medio e lungo termine, ossia una potenziale vittoria elettorale del Movimento anti establishment 5 Stelle nelle prossime elezioni generali, da tenersi non più tardi del marzo 2018».
Phillips sta scrivendo dopo il successo di Trump alle presidenziali, e quindi sa che questi rapporti rappresentano la sua eredità politica, consegnata a chi gestirà le relazioni con Roma dopo di lui. Perciò acquista ancora più importanza il documento che invia il primo dicembre, per sfatare cinque miti sul referendum: «Le tendenze politiche europeee e americane sono un fattore in vista del 4 dicembre, ma le circostanze domestiche italiane guidano le intenzioni degli elettori». Il pronunciamento su Renzi viene prima del vento della Brexit o di Trump. Il primo mito da sfatare è che il premier doveva evitare il referendum: «È falso. La costituzione lo impone, se una sua riforma è approvata dal Parlamento con una maggioranza inferiore ai due terzi». Il secondo è che poteva concentrarsi su altre priorità: «Il governo Renzi era stato creato per fare le riforme. Il presidente Napolitano aveva accettato di prolungare il suo mandato a questa condizione». Semmai il rimpianto sta nella fine della cooperazione con Berlusconi: «Se fosse continuata, la riforma avrebbe ottenuto i due terzi in Parlamento, eliminando la necessità del referendum». Il terzo mito è che la riforma apre la strada di Palazzo Chigi a Grillo: «La legge elettorale è stata già fatta, non è oggetto del referendum. In effetti se vincesse il Sì e l’Italicum restasse intatto, M5S avrebbe una possibilità realistica di vincere le prossime elezioni e formare il governo. Ma la riforma costituzionale non dipende dalla legge elettorale, e nulla impedisce al Parlamento di cambiarla in futuro. I pro e i contro del maggioritario non sono sulla scheda il 4 dicembre». Il quarto mito è che la riforma dà troppi poteri al premier: «Ne dava di più quella tentata da Berlusconi nel 2006. È ironico che uno degli argomenti di M5S contro la riforma stia nel fatto che il nuovo Senato lo frenerebbe, se andasse al potere, perché è basato sulle Regioni che il Movimento non controlla». Il quinto mito è che la premiership di Renzi finirà con la sconfitta. Qui Phillips fa il ragionamento riportato all’inizio, nella speranza che il premier si dimetta, ma per ottenere un nuovo incarico. Del resto lo stesso presidente Obama, ricevendolo in ottobre alla Casa Bianca, aveva auspicato che il capo del governo restasse al suo posto qualunque fosse stato l’esito del referendum.
Il quinto mito però non si rivela tale, e il 5 dicembre l’ambasciatore invia a Washington un rapporto classificato come «sensitive», in cui si chiede: «Italy Votes No: Where Do We Go From Here?». Dove finirà ora l’Italia? Renzi «ha sbagliato a personalizzare il referendum, e il suo ruolo come baluardo contro populismo ed estremismo è stato duramente indebolito», ma Grillo «non è sulla soglia del potere». Phillips non crede alle elezioni anticipate: «L’esuberanza di M5S maschera una crisi di leadership nel Movimento, che gli renderà difficile giocare un ruolo responsabile nei prossimi mesi. Secondo molti osservatori l’appello per il voto è un bluff. M5S vuole più tempo per gestire la crescente crisi interna e sanare lo scisma tra i pragmatici, guidati da Di Maio e Di Battista, che vogliono il governo, e l’ala ortodossa condotta da Roberto Fico, che diffida dell’ambizione politica ed è frustrata dai crescenti scandali ed errori di gestione nel partito. Chiedendo le elezioni anticipate nonostante l’impossibilità tecnica di farle, il Movimento raccoglie i benefici del ritardo, senza partecipare al mercato delle vacche che i suoi membri oppongono visceralmente». Quanto a Berlusconi, «sollecita prudenza e suggerisce che l’attuale maggioranza può durare fino al 2017, per guadagnare tempo a favore del suo ritorno». Renzi invece si riprenderà il partito, per purgare gli oppositori di sinistra e guidarlo alle prossime elezioni: «Il sistema delle primarie aperte garantisce la sua vittoria nella corsa a segretario. A quel punto si concentrerà sulla ricostruzione, che includerà l’eliminazione dei dissidenti».
Nei rapporti successivi Phillips si arrovella sulle ipotesi di governi tecnici o istituzionali, e sulla girandola dei candidati, ma quando nasce l’esecutivo Gentiloni tira un sospiro di sollievo, anche se è «la fotocopia di quello Renzi, e D’Alema avverte che costerà al Pd un altro 5% di voti». L’ambasciatore nota soprattutto le conferme di Padoan, Calenda e Pinotti, e la promozione di Minniti all’Interno, come conferme del fatto che la stabilità dell’Italia, almeno per ora, è salva.
La Stampa
Legge elettorale al via
Proposta con 63% proporzionale e 37% di sfide nei collegi
di Carlo Bertini - Ugo Magri

La prova che Renzi non punta a fare «inciuci» con Berlusconi dopo il voto, sta nelle ultime grandi manovre sulla legge elettorale. Con il Cav che ancora sta insistendo per un sistema tutto proporzionale, in modo da allearsi un domani con chi gli pare, magari proprio con la sinistra. Laddove il Pd sta tornando alla carica per un sistema un tantino maggioritario, che legherebbe un po’ di più Silvio a Salvini.
Questa proposta Pd, che forse giovedì verrà depositata nella Commissione affari costituzionali di Montecitorio, ricalca alla lontana l’antico «Mattarellum» con cui l’Italia votò 3 volte (nel ’94, nel ’96 e nel 2001). La nuova formula è nota come «Rosatellum», dal nome del capogruppo Pd. Una quota di futuri parlamentari verrebbe eletta nei collegi uninominali dove passa chi arriva primo; il resto sarebbe eletto sulla base di brevi «listini» in proporzione ai voti del rispettivo partito. Non ci sarebbero preferenze, nè voto disgiunto (ragion per cui Mdp è assai contraria), la scheda elettorale sarebbe unica. L’oggetto delle febbrili trattative - a tenere le fila dei colloqui Lorenzo Guerini ed Ettore Rosato - è l’entità delle due quote. Pare si stia negoziando su una base che prevederebbe alla Camera 231 seggi uninominali: vale a dire un sistema per il 63 per cento proporzionale e solo per il 37 maggioritario. Stesse percentuali a Palazzo Madama. I grillini non ne vogliono sentir parlare perché, sostiene Toninelli, «con i collegi uninominali vincono potentati e mafie». Salvini, invece, ha detto entusiasticamente di sì. A questo punto, la palla passa a Forza Italia perché, senza l’apporto del Cav, non ci sarebbero i voti sufficienti al Senato. E su Berlusconi si sta scatenando il pressing.
La tentazione
Parte dei generali «azzurri» va infatti dicendo: «Perché no?». Ovvero: «Meglio questo compromesso sul “Rosatellum”. Votare con la normativa esistente ci costringerebbe a una lista unica per la Camera con la Lega. Spartirsi 231 collegi sarebbe meno complicato che dividersi 100 posti da capolista». Magari qualche problema si porrebbe nel Centro-Sud, dove l’apporto leghista è zero virgola, però largamente compensato dal bottino che un centrodestra unito farebbe al Nord. I plenipotenziari azzurri si sono sentiti con quelli «Dem», i quali a loro volta hanno misurato le distanze con M5S e Mdp (Rosato ha lanciato un appello a Pisapia per l’unità a sinistra). Ma il nodo sta ad Arcore.
La resistenza del Cav
Chi vive accanto a Berlusconi lo descrive scettico sul «Rosatellum», perfino in questa versione super-proporzionale. Il motivo? Perché nel Nord spingerebbe Forza Italia a un patto di sangue con la Lega, capillare, collegio per collegio. Col risultato che Silvio, dei suoi eletti in condominio con Salvini, perderebbe il controllo. A seguirlo nelle eventuali larghe intese dopo il voto sarebbero meno del necessario. L’ex premier si domanda incredulo come mai Renzi lo respinga e, fino a ieri sera, non aveva dato il suo via libera. Ha Gianni Letta scatenato dalla sua. Ma il lavoro ai fianchi dei capogruppo prosegue e, vista l’imprevedibilità del personaggio, mai dire mai.
Il Fatto 19.9.17
Consip, cosa c’entra il Csm coi carabinieri?
di Antonio Esposito

Il lupo perde il pelo ma non il vizio. Ancora una volta il Csm ha posto in essere comportamenti che offrono il fianco a critiche anche aspre. Il primo riguarda gli accertamenti che la prima commissione, presieduta dall’ex sindaco Pd di Arezzo, avv. Giuseppe Fanfani, sta svolgendo nei confronti del pm napoletano Henry Woodcock ai fini di un trasferimento di ufficio del magistrato.
Qualche giorno fa, la stampa (Repubblica, Corriere della Sera e Messaggero) ha dato notizia dell’audizione, avvenuta nel luglio scorso, nel contesto di tali accertamenti, del procuratore della Repubblica di Modena, Lucia Musti, e ha pubblicato ampi stralci della sua deposizione (poi corretta e ieri smentita dall’interessata), inviata per competenza alla Procura di Roma. Evidentemente il Csm ravvisa in tali dichiarazioni ipotesi di reato, presumibilmente a carico dei carabinieri del Noe, maggiore Giampaolo Scafarto e colonnello Sergio De Caprio. Due considerazioni si impongono. Innanzitutto sarebbe importante capire come si è giunti all’audizione della Musti: se è stata lei a chiedere di essere ascoltata o se il suo nominativo è stato indicato da altri sentiti nel corso degli accertamenti. In entrambi i casi era necessario che la Musti fosse in possesso di notizie riguardanti comportamenti di Woodcock – oggetto di accertamenti a carico suo – e non di altri, sui quali il Csm non ha alcun potere di indagine (ammesso che, nel caso di specie, l’abbia su Woodcock, nei cui confronti già pendono due inchieste, una penale e l’altra disciplinare, sì che spazi di interventi per fatti incolpevoli da parte del Csm sembrano quantomai ristretti). Altrimenti non si giustificherebbe l’audizione della Musti. Dalla lettura dei brani della sua deposizione pubblicati dalla stampa, emergono, invece, accuse anche abbastanza gravi nei confronti dei due militari Scafarto e De Caprio, qualificati dalla pm come “esagitati” e “spregiudicati” per essersi rivolti a lei con espressioni del tipo: “Lei ha una bomba in mano, se vuole la può far esplodere”, “scoppierà un casino, arriviamo a Renzi”. Ora, tali dichiarazioni – che esulavano dal tema di indagine (l’eventuale trasferimento di Woodcock) – non potevano né dovevano certo interessare il Csm, che avrebbe dovuto sospendere l’audizione, invitando la Musti a renderla alla competente autorità giudiziaria. Adempimento che la pm avrebbe dovuto già fare se, a suo tempo, avesse ravvisato nel comportamento dei due ufficiali ipotesi di reato ovvero informare, sempre a suo tempo, il procuratore generale del distretto di Corte d’appello in cui essi operavano (art. 16 e 17 disp. attuaz. c.p.p.), e il Comando generale dell’Arma, ove avesse ritenuto che tali comportamenti fossero, come sembra, deontologicamente scorretti.
L’altra considerazione è che, ancora una volta, atti coperti da segreto del Csm (“censore delle fughe di notizie altrui”, come osserva incisivamente il direttore di questo giornale) siano diventati di pubblico dominio. Il tempo ci dirà se l’ex sottosegretario del governo Renzi, oggi vice presidente del Csm, avv. Giovanni Legnini, vorrà disporre un’inchiesta interna, e se il procuratore della Repubblica di Roma aprirà un’indagine diretta a individuare il responsabile (all’interno del Csm o dell’ufficio giudiziario romano) di una così grave violazione del segreto di ufficio che ha fornito, comunque, l’occasione a una parte politica (che vede coinvolto nella grave inchiesta Consip il padre del segretario del partito), per fini chiaramente strumentali, di volgere a proprio vantaggio (additare a sospetto l’inchiesta per fini chiaramente fuorvianti e strumentali) le notizie contenute nella deposizione della Musti (che non sembrano intaccare la solidità dell’inchiesta).
Un secondo intervento improprio del Csm è costituito dall’avere, la prima commissione, aperto un’indagine su ritardi, omissioni, negligenze in cui potrebbero essere incorsi i magistrati degli uffici giudiziari minorili di Lecce in ordine a provvedimenti da adottare nei confronti dei minori L.M. e N. D. (la seconda, nel frattempo, uccisa dal primo). È di tutta evidenza che non si è in presenza di comportamenti incolpevoli, i soli che legittimano un intervento del Csm ai fini di un trasferimento di ufficio per incompatibilità ambientale, bensì di comportamenti che possono integrare illeciti disciplinari, in ordine ai quali si è già doverosamente mosso il Guardasigilli (intanto si attende l’intervento anche dell’altro titolare dell’azione disciplinare, peraltro ancora silente sul caso procuratore Arezzo-Banca Etruria).
La conclusione è che, a distanza di oltre dieci anni dalla riforma dell’ordinamento giudiziario, il Csm fa ancora finta di non capire che non ha più quei poteri che in precedenza gli consentivano di svolgere, spesso impropriamente, accertamenti a tutto campo sui magistrati.
il manifesto 19.9.17
Le divisioni della sinistra combattono con gli avversari
di Alfio Mastropaolo

Dove sta in Italia la differenza tra destra e sinistra? Nella sinistra, o centrosinistra, italico la parte senza riserve pro-mercato è divenuta da tempo preminente. Da ultimo vi si è sviluppata pure una vocazione se non proprio razzista, comunque ostile agli immigrati. La differenza non sta nemmeno nella moralità: non c’è bisogno di illustrarlo. Sta, non giriamoci attorno, nella stupidità: in una micidiale stupidità autodistruttiva.
Non risale a oggi, è antica. La stupidità ha segnato la storia della sinistra (o del centrosinistra) nell’ultimo quarto di secolo. La destra è almeno un po’ furba. È divisa, ci sono globalisti e sovranisti, razzisti espliciti e più tolleranti, nazionalisti e localisti. Ma, quando occorre, sono furbi abbastanza da ritrovarsi. Nel centrosinistra il gusto per la divisione è tale che preferisce far vincere l’avversario anziché ritrovarsi quanto basta per essere competitivi.
A suo tempo le divisioni del centrosinistra affossarono Prodi. Dopo un aperitivo al bar, Veltroni e Bertinotti nel 2008 decisero di dividersi e riconsegnarono il governo a Berlusconi. Le divisioni prodotte dal renzismo hanno in questi anni consegnato alla destra (o ai grillini) Torino, Genova, Venezia, l’Aquila, La Spezia, la Liguria, Roma e molti altri posti. Prima che l’anno si concluda gli dei della divisione otterranno il pingue sacrificio della Sicilia.
Non che ci sia da rimpiangere Crocetta, parto fortuito e mostruoso del declino (provvisorio) di Berlusconi, che ha governato in maniera dilettantesca e sgangherata. Se tuttavia il centrosinistra aveva qualche modesta possibilità di farcela alle prossime elezioni, se l’è giocata prima di cominciare. Non disponendo di uno straccio di disegno di governo, ci si è convinti che la composita coalizione che ha permesso a Orlando di essere confermato sindaco di Palermo avrebbe funzionato anche a livello regionale.
Chi abbia una benché minima dimestichezza con le questioni siciliane sa bene invece che Orlando dispone a Palermo di un’area di consenso personale, non trasferibile né ad altri candidati, né ad altri livelli elettorali. Così oggi il centrosinistra si appresta a gareggiare con due candidati, l’un contro l’altro armato e ambedue senza speranza. I sondaggi danno il centrodestra col vento in poppa. Nella miglior tradizione dei generali italiani, Renzi se ne è già lavato le mani. Barattato Bersani con Alfano e le sue clientele, ha scaricato sui siciliani la scelta di un candidato «civico».
Puro frutto dello spirito di divisione che alberga a sinistra è anche il successo del grillismo. Di Maio e Di Battista sono gente geneticamente di destra: una reincarnazione del qualunquismo di Giannini. Ma il grosso dell’elettorato grillino, lo dimostrano le ricerche del Cattaneo, proviene da sinistra. Se non che, se lo sbandamento provocato dal declino di Berlusconi dopo il 2011, aveva alle europee regalato a Renzi il famoso 40 per cento e aveva convogliato verso Grillo un po’ di elettori di destra, oggi che le mene renziane hanno resuscitato Berlusconi, gli elettori di destra se ne tornano a casa e quelli che da sinistra erano approdati tra i 5 Stelle forse si asterranno. Comunque sia, il centrodestra ringrazia: dopo avere portato l’Italia al disastro alla fine del 2011, è pronto a ripigliarne le redini.
La stragrande maggioranza degli elettori, spiega la sociologia elettorale, hanno memoria corta. Ed è difficile che si riconvertano stabilmente da destra a sinistra e viceversa. L’economia ha intanto preso fiato: invero molto poco. Qualche riforma gradita agli imprenditori, che magari il centrosinistra avrebbe avversato fosse stato all’opposizione, l’ha fatta il governo Renzi. Il centrosinistra ha pure concorso a amplificare l’emergenza immigrazione. Il problema c’è e va governato con una strategia di accoglienza e integrazione appropriata, che rassicuri quanti ne sono intimoriti. La strategia di Minniti è consistita nel concludere oscuri patti coi libici, e ha pure confermato l’idea della destra secondo cui non si si può essere troppo accoglienti.
Tocca rassegnarsi. Il problema del paese non è l’immigrazione. Fanno problema, drammatico, il declino del sistema industriale, la condizione del Mezzogiorno, la devastazione delle amministrazioni pubbliche, della scuola, dell’università, della ricerca, i giovani che fuggono all’estero, lo sfascio del territorio, i boschi che bruciano, la ricostruzione post-terremoto.
Ci sarebbe materia per uscire dalle sterili discussioni di schieramento, attirare su questi temi l’attenzione degli elettori e concentrarsi sui programmi. Di cui però nessuno parla, neanche sotto tortura. Questi sono problemi degli italiani, non di chi li rappresenta e li governa.
Repubblica 1.9.17
Giuliano Pisapia
L’intervento dell’ex sindaco di Milano: “Serve un nuovo progetto per il Paese: mettiamo al centro concretezza e lotta alle disuguaglianze”
Il Pd rischia di perdersi e la sinistra è all’angolo Ripartiamo dallo Ius soli
Il nostro progetto è contrastare le destre e il Movimento Cinque Stelle cercando di arginare la deriva xenofoba

CARO DIRETTORE, non è una piccola cosa: l’approvazione dello Ius soli sarebbe un atto di civiltà contro la resa allo spirito dei tempi. Una risposta non rassegnata al disorientamento e alla paura. La prova che siamo capaci di riprendere quell’egemonia culturale che la sinistra, l’associazionismo laico e cattolico, il civismo e la tradizione liberale, sembrano avere smarrito. Per questo lo Ius soli è una grande cosa. Per questo è da qui che vogliamo partire.
Noi vogliamo connettere le diversità per la costruzione di una proposta politica limpidamente di centrosinistra. C’è chi invece sembra più interessato a dividere, a spaccare la mela in due e poi ancora in spicchi sempre più piccoli. Appare evidente la continua frammentazione tra chi si propone di perdere e chi si candida a perdersi. La sinistra minoritaria sceglie di adagiarsi sulla sconfitta, mentre l’attuale Pd sembra accettare di perdersi. Quando si insiste su una legge elettorale sbagliata che consegnerà l’Italia all’ingovernabilità o ad alleanze non votate, e non volute dagli elettori, si privilegiano solo gli interessi di parte.
Lo vogliamo dire con chiarezza, il nostro progetto è contrastare le destre e i Cinque Stelle cercando di fare argine alla loro deriva xenofoba e populista. Ma dobbiamo combattere sul terreno culturale, valoriale e programmatico. Dobbiamo arginarli senza inseguirli. Ai tanti finiti nell’astensione e nella disillusione proponiamo un progetto competitivo e innovativo. Un Paese incapace di guardare con fiducia al presente e al futuro e che preferisce la paura è il contrario di una comunità che sceglie di uscirne salvaguardando sviluppo e convivenza civile. Vogliamo rimettere insieme le persone che non si arrendono alla rissa, al declino e alla narrazione senza fatti.
C’è bisogno di una rivoluzione gentile, credibile, che non si nutra di nemici ma che provi a spingere idee e passioni. Basta distruggere, è tempo di ricostruire. Serve un progetto per il Paese. Vogliamo parlare della vita delle persone, di chi sta peggio, del lavoro, del salario, dell’ambiente, delle città, del divario tra nord e sud, delle discriminazioni di genere, vorremmo parlare delle cose da fare. E, soprattutto, vogliamo fare le cose di cui parliamo. Ho fatto il sindaco investendo su concretezza e visione, innovazione e solidarietà. E Milano è oggi una città più giusta e competitiva.
Questa esperienza vorrei metterla al servizio del Paese. Quando parliamo di ispirazione ulivista indichiamo la strada capace di mettere insieme le migliori energie. Parliamo di vincere senza urlare. Di governare senza comandare. Di fare squadra mettendo al centro l’interesse generale. C’è bisogno di discontinuità per voltare pagina senza lasciare nessuno indietro. Le disuguaglianze sono il cuore delle nostre preoccupazioni. Disuguaglianze tra giovani e anziani, tra uomini e donne, tra nord e sud, tra cittadini italiani, tra italiani e migranti, tra città, tra città e aree interne.
La disuguaglianza va combattuta con proposte concrete, economicamente sostenibili. Politiche fiscali basate sulla progressività, politiche attive del lavoro, investimenti qualificati, un piano di piccole opere per la manutenzione del territorio, il diritto all’abitare, il rilancio massiccio della sanità e della scuola pubblica. Perché la disuguaglianza è tornata ad insidiare persino la speranza di vita. Così come la dispersione scolastica evidenzia tutte le nostre fragilità. La disuguaglianza si ferma impedendo l’umiliazione del lavoro e mettendo in campo anche forme ragionate di reddito minimo.
E poi c’è il futuro da costruire. Economia della conoscenza, economia circolare, cura dell’ambiente e del territorio, innovazione, digitalizzazione, rigenerazione urbana, valorizzazione dei mestieri, della straordinaria filiera enogastronomica e della biodiversità del nostro paesaggio. Nella storia vanno cercate le chiavi che aprono le porte degli anni a venire. Innovazione tecnologica e sburocratizzazione come assi portanti di un nuovo modello di sviluppo. Il futuro ha anche a che vedere con l’Europa. L’Europa, la sua democratizzazione, la civiltà fondata sul welfare, rimane il nostro orizzonte necessario.
La politica non può essere solo ferocia e carriera, deve tornare ad essere un luogo di confronto e di sevizio. C’è bisogno di discontinuità, anche generazionale, di politica come servizio e non come professione. Personalmente sono impegnato e mi impegnerò per questo progetto, perché lo ritengo giusto. Sarebbe bello tornare a parlare di politica anche come impegno volontario, con generosità e allegria. Le cose non cambiano con la rabbia o annichilendo le passioni. Le cose cambiano se si affrontano insieme e se alludono anche al diritto di vivere con serenità e poter guardare al futuro con fiducia.
Repubblica 1.9.17
Diciannove uomini e una donna
di Concita De Gregorio

LUANA Zanella è stata assessore alla Cultura del comune di Venezia, oggi presiede l’Accademia di belle Arti della città. Per molti anni ha fatto politica nelle amministrazioni locali e in parlamento con il gruppo dei Verdi, di cui è stata portavoce nazionale. Ora è nell’esecutivo nazionale e delegata all’European Green Party. Docente di diritto, la sua attività ha sempre avuto al centro i temi legati alle donne e all’ambientalismo. Mi scrive all’indomani del confronto politico tra la delegazione di Campo progressista e di Articolo 1, a partire dalla foto di gruppo dell’incontro. Ecco la sua lettera.
«Diciannove uomini e una donna, Maria Cecilia Guerra, hanno partecipato al confronto politico del 12 settembre, di cui la stampa ha dato ampiamente conto, tra la delegazione di Campo progressista guidata da Giuliano Pisapia e quella di Articolo 1-Mdp, guidata da Roberto Speranza. Mi permetto di avanzare un’obiezione di fondo, che è anche una sincera preoccupazione, circa la composizione, infelice ed anacronistica, della nutrita delegazione, che se non fosse stato per la presenza di Cecilia Guerra, presidente del Gruppo Art.1-Mdp al Senato, sarebbe stata di soli maschi, senza alcuna donna. Imbarazzante, a dir poco. A fronte di un protagonismo femminile, che si esprime con consapevole intraprendenza e competenza in ogni ambito della vita pubblica, compresa quella religiosa, le forze politiche, che aspirano al radicale cambiamento dell’esistente, non possono procedere senza tenerne conto. Devono uscire da metodi, linguaggi e forme di una politica di origine patriarcale ormai al tramonto. Noi Verdi a quella riunione non c’eravamo, altrimenti avremmo ricordato che nello statuto della Federazione dei Verdi e di tutti i partiti che fanno parte dell’European Green Party è prevista la presenza paritaria di donne e uomini in tutti gli organismi e ruoli, nell’intento di valorizzare la madre di tutte le differenze, e favorire lo scambio e la circolazione del sapere pratico e teorico femminile. Nella convinzione che non può esserci conversione ecologica senza trasformazione di sé e della relazione con l’altro/l’altra da sé, con il mondo e tutti gli esseri che lo abitano. Voglio essere più chiara. Non è una semplice questione di numeri. Non è detto che se in un gruppo ci sono la metà di donne poi le cose cambino: bisogna che le donne si assumano la responsabilità della loro storia, della loro esperienza. Che facciano valere il loro valore. Questa è sempre stata la mia scommessa. Io prima sono una donna, poi sono una verde. Da cittadina, mi metto dalla parte di chi ci/vi guarda: è avvilente. Le donne di fronte a questa rappresentazione estetica e simbolica la trovano respingente: è stridente con il senso comune. Non occorre essere femministi o aver fatto chissà quale percorso, per capire. La composizione di quel gruppo è a mio parere sintomo di una sorta di inconsapevolezza che i leader politici hanno nel presentarsi sotto i riflettori. Il mio è solo un consiglio: giovani e meno giovani, cercate di capire che nel 2017 non si può pensare di far nascere un soggetto che si dice rinnovatore con queste premesse. Non è saggio né opportuno. Mi sono anche meravigliata, soprattutto questo: mi ha colpita molto. Mi è venuto da dire: ragazzi, non va bene così. È un semplice consiglio, da madre».
Corriere 19.9.17
Il Pd è ambiguo Io so quali sono gli avversari
di Giuliano Pisapia

Caro direttore,
se una persona autorevole che gode della mia massima stima come Claudio Magris mi attribuisce una posizione che non è la mia, evidentemente sono io in difetto e grava su di me la responsabilità di un chiarimento. L’unità di un centrosinistra plurale, inclusivo e radicalmente innovativo rispetto a quello degli ultimi anni è la mia bussola, quasi la mia ossessione, al punto da essere bollato di velleitarismo. Lo è stata nella mia esperienza parlamentare e nei cinque anni come sindaco di Milano; lo è stata e lo è da quando ho dato vita a Campo progressista. Per lunghi mesi ho incalzato un po’ tutti, compreso il Partito democratico, affinché sposassero, con la stessa chiarezza e determinazione, tale obiettivo unitario. Sia varando una legge elettorale che contemplasse la possibilità di coalizioni, sia sciogliendo ogni ambiguità circa appunto l’impegno a costruire effettivamente un nuovo centrosinistra. Le risposte sono agli atti: prima una legge elettorale puramente proporzionale, poi l’inerzia che dura tuttora e che porterà all’ingovernabilità o, dopo il voto, ad alleanze innaturali negate in campagna elettorale. Il Pd indulge a una illusoria autosufficienza o a una ambiguità in tema di alleanze, come si dimostra da ultimo nel caso della Sicilia ove si è privilegiato l’asse con il centrodestra, anziché con il centrosinistra e il civismo. Cui si è risposto con una candidatura alternativa delle sinistre. Una divaricazione che è l’opposto del mio disegno, come non ho mancato di rimarcare.
Ciononostante non mi rassegno. Anche a me — a ben vedere più che ad altri — è chiarissimo che gli avversari da battere sono la destra e i populismi, come ho ribadito in più occasioni.
Ho parlato di competizione e di sfida al Pd. Competizione e sfida nel percorso, non nell’obiettivo che non può essere che quello di contrastare le destre
ed evitare di consegnare il Paese al populismo. Una competizione che può dilatare il consenso delle forze progressiste, perché non sono pochi gli elettori di quel campo che, a torto o a ragione, non votano Partito democratico, non votano le liste di sinistra o non votano affatto. Ma per raggiungere tale obiettivo è indispensabile che il Pd riprenda a guardare a sinistra e non a cercare innaturali alleanze con la destra o il centrodestra. L’unità va fatta tra gli elettori e non solo tra gli stati maggiori dei partiti. Per quel che mi riguarda, questo è l’obiettivo di ieri, di oggi e di sempre.
Il Fatto 19.9.17
Il limbo dei giovani tedeschi, infelici nel Paese più ricco

C’è un Paese in cui filosofi, imprenditori, docenti, attori e principesse, e financo la presidente del Parlamento, stampano sui giornali un Manifesto in 10 punti per esortare i partiti a rinnovare e rinsaldare il patto tra le generazioni, che essi giudicano fortemente in pericolo. Non è però l’Italia, bensì la Germania, dove il sociologo Oliver Nachtwey ha riassunto il disagio dei giovani, pressati tra “Mini-jobs” sottopagati, sostanziale precarietà e un crescente senso d’impotenza a fronte della loro alta qualificazione, con la formula della “scala mobile sociale”. Non più dunque un ascensore, ma una serie di scale che, come in un grande magazzino, a ogni pianerottolo comportano nuove scelte e nuovi pericoli, anzitutto quello di imboccare la rampa sbagliata e di finire così – inesorabilmente e senza poter tornare indietro – al piano di sotto: la “società della discesa”.
Visto da fuori, sembra un paradosso: un Paese che “sta bene” (così la cancelliera: “Deutschland geht es gut”) produce una gioventù che si dichiara largamente insoddisfatta. Eppure il vero paradosso, come rileva Zeit di giovedì, è che tale gioventù – a differenza di quanto avviene in Italia, in Francia o in Spagna – vota ancora in maggioranza proprio per Angela Merkel, ovvero non incanala il proprio disagio verso forze d’alternativa.
Secondo alcuni, ciò dipende dal fatto che le ultime generazioni si sono affacciate alla politica con le riforme del socialdemocratico Gerhard Schröder, che hanno creato precisamente le condizioni di cui ora soffrono (il mercato del lavoro “liquido”, i fondi pensione, gli sgravi fiscali ai ricchi), spazzando via la sola idea che lo Stato (anche uno Stato di sinistra) possa creare qualcosa di buono, per esempio il welfare degli anni 80. In tal senso, la fine politica di Martin Schulz, che domenica rischia di non superare il 25%, è stata la decisione di farsi incoronare candidato, nel congresso di marzo, proprio dal medesimo Schröder che ha desertificato sia la credibilità della Spd come portatrice di valori nuovi, sia il suo storico ruolo di fucina di leader (di qui le grigie candidature, nelle ultime tornate, di Steinmeier e Steinbrück, cui ora s’aggiunge una terza, timida S). E forse la pietra tombale a una possibile alternativa di governo è stata la scelta di escludere a priori (quando i sondaggi ancora parevano confortarla) l’idea di una coalizione con la Linke, nella malcelata speranza che le posizioni della sua leader Sahra Wagenknecht, ritenute massimaliste (né più né meno: un modello di sviluppo diverso dal neocapitalismo), venissero ammorbidite dai compagni di partito più inclini a virate centriste.
La gioventù tedesca va a teatro, e alla Schaubühne di Berlino vede il ritratto impietoso della xenofobia strisciante e del consumismo disperato nelle pièce di Falk Richter o di Milo Rau. La gioventù tedesca va a messa, e da Hildesheim a Lubecca trova nelle chiese installazioni di artisti che parlano del dramma dei migranti (l’ultima è arrivata fino all’Oude Kerk della vicina Amsterdam).
La gioventù tedesca frequenta dibattiti e mostre che affrontano senza sconti le pagine buie, dall’abuso di Lutero nel nazionalsocialismo alla triste storia del colonialismo germanico, dalle radici sociali del terrorismo della Raf agli echi malposti della grandeur prussiana. La gioventù tedesca viene informata dalla tv circa la presenza strisciante di gruppi neonazisti nelle forze dell’ordine, circa il paventato aumento delle spese militari (anche qui in piena consonanza coi vicini olandesi), circa il bieco saccheggio delle terre africane da parte di multinazionali spacciate per “cooperazione”. E su questi temi, dal fallimento del modello delle start-up allo sfruttamento dei Paesi poveri da parte dell’Occidente, la gioventù tedesca compra in libreria saggi sempre nuovi, lucidi e non politicizzati.
Ma tutto questo patrimonio aperto e condiviso di coscienza civile, internazionale ed ecologista, non si traduce in una plausibile proposta politica. Secondo un’analisi di Unicepta Research, i temi che più hanno appassionato i tedeschi nell’ultimo mese sono i migranti, i mutamenti climatici, la criminalità e lo scandalo del diesel. Su questi argomenti, tuttavia, l’unica alternativa di cui si parla non è quella dei Verdi o della Linke, ma quella eponima – destinata a entrare in Parlamento – dell’Alternative für Deutschland, un partito che nello spostarsi sempre più a destra ha ripetutamente cambiato pelle e leader, fino all’attuale Alice Weidel, una signora che vive in Svizzera con la compagna ma predica il ritorno alla famiglia tradizionale, che sbandiera un “Manifesto cristiano per la Germania”, e che forse (la Welt am Sonntag insiste sulla veridicità dell’email incriminata) nel 2013 scriveva che l’inondazione di Arabi, sinti e rom è parte di un disegno teso a tenere la Germania in uno stato di minorità, perché “questi porci (i governanti della Cdu) non sono che marionette delle potenze vincitrici della Seconda guerra mondiale e hanno il compito di ridimensionare il nostro popolo”. E così, ai cortei contro il G20 di Amburgo, duramente repressi, si contrappongono le regolari adunate di Pegida a Dresda, il sempre più popolare sito EpochTimes (che ripropone in modo variamente tendenzioso ogni nota d’agenzia relativa ai migranti), e i duri fischi che nelle città dell’antica Ddr accompagnano regolarmente le uscite dei politici di governo (Sigmar Gabriel, il ministro della Giustizia Heiko Maas, financo la stessa Merkel).
Se l’AfD supererà la soglia del 10 per cento (ciò che molti temono, constatando la presa della retorica populista sulla rabbia strisciante troppo a lungo repressa dalla letargocrazia merkeliana) non solo l’asse del dibattito pubblico si sposterà più a destra, secondo un modello già visto in Francia e che ha creato in quel Paese terremoti politici e culturali dall’esito tuttora incerto; soprattutto, sarà a rischio il deal che secondo molti il presidente francese Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno in mente per l’autunno: il ministro francese Bruno Le Maire a capo dell’Eurogruppo, il banchiere tedesco Jens Weidmann a capo della Banca centrale europea e la trasformazione del Meccanismo europeo di Stabilità (o “Fondo salva-Stati”) in un Fondo comune trasparente gestito “democraticamente”, in grado di prestare danaro ai Paesi in difficoltà e di iniziare a sanare, in modo non tecnocratico ma condiviso, gli squilibri dell’Unione europea. Un rilancio dell’integrazione continentale che richiederà sicuramente delle rinegoziazioni degli accordi europei, non semplici da far digerire ai Paesi del gruppo di Visegrad; una prospettiva complicata da imporre allo stesso Partito liberale tedesco (anche per questo, una nuova Grande Coalizione a Berlino potrebbe essere la soluzione più semplice; o in alternativa un governo Cdu-Verdi), ma forse troppo rischiosa se l’unica novità delle urne sarà la risposta al disagio tramite un rigurgito di nazionalismo.
La Stampa 19.9.17
“I nostri figli hanno meno capacità affettive ma saranno davvero necessarie in futuro?”
di Noemi Penna

«È molto probabile che alcuni decenni fa gli adulti classificati come Silent Generation si siano interrogati sul perché gli adolescenti di quell’epoca – i cosiddetti baby boomers – stessero adottando atteggiamenti diversi riguardo alle relazioni sociali, quindi anche sessuali. Così come noi ci interroghiamo, spesso preoccupati, del perché i nostri figli preferiscano “smanettare” tutto il tempo con l’iPhone piuttosto che uscire». Ma secondo Claudio Loiodice dell’Associazione Nazionale Sociologi «sta tutta lì la chiave di lettura: che ci piaccia o no, gli stili relazionali mutano, e per fortuna, anche a causa delle innovazioni culturali, scientifiche e strumentali».
Era tutto già scritto?
«Non possiamo ignorare i ragionamenti del maestro della sociologia moderna, Zygmunt Bauman, che pochissimi anni fa pubblicava un breve saggio intitolato Gli usi postmoderni del sesso. Il teorico della società liquida individuava la causa del divorzio dell’erotismo dal sesso e dall’amore nella rivoluzione consumistica che coincide con la liberazione sessuale sessantottina».
Qual è il nesso tra consumi e libertà?
«Durante quella fase di eccezionale crescita dei consumi si instaurò nella società consumistica occidentale un irrefrenabile desiderio di ottenere un determinato prodotto seguito da un altrettanto spasmodico miraggio verso un nuovo prodotto. Il consumismo ha quindi in alcuni casi frammentato sesso, amore ed erotismo, favorendo quest’ultimo a discapito dei primi due. Si è addirittura arrivati a mettere in discussione il rapporto di coppia lungo e monogamo, perché posto in paragone con i beni di consumo, utili fino ad una certa data, poi superati da altri prodotti, più nuovi ed efficienti».
Abbiamo scambiato i sentimenti per cellulari?
«A rimetterci sono essenzialmente l’amore e la passione. Elementi ritenuti troppo faticosi da raggiungere, precari, impegnativi. Per quanto possa sembrare aberrante è questa la realtà. Ragazzi che appartengono alla generazione Igen ritengono di poter trovare nel loro strumento digitale tutto quello che serve. Anche la costruzione di una relazione sociale è agevolata dallo smartphone che, all’occorrenza, può essere sostituito da uno più moderno e da canali social sempre più frequentati».
E’ un modo per nascondersi o pigrizia?
«Canali come Facebook consentono di comunicare nascondendo alcuni difetti personali. I cambiamenti culturali hanno sempre modificato le relazioni sociali e anche questo fenomeno le cambierà e lo farà alla velocità della luce, incontrando ben pochi ostacoli. Fa comodo a tutti aver a portata di mano ciò che si necessità, comodamente e in intimità. Un fatto è però certo: venendo a mancare le esperienze a contatto, l’uomo non potrà acquisire e rafforzare sicurezza… Ma sarà ancora necessario acquisirle?».
La Stampa
Teenager, la tecnologia batte l’amore
I ragazzi iperconnessi della i-Generation preferiscono le relazioni on line agli appuntamenti dal vivo
intervista di Vittorio Sabadin

I ragazzi della i-Generation, quelli nati dopo il 1995, sono meno interessati alle storie d’amore di quelli della generazione precedente. Passano più tempo a socializzare online che di persona, escono meno volentieri di casa, non si danno quasi più appuntamento e stanno sviluppando patologie che dovrebbero essere portate maggiormente all’attenzione dei loro genitori e degli insegnanti. L’ultimo libro di Jean Twenge, docente di psicologia all’Università di San Diego, in California, ha dato vita a un acceso dibattito negli Stati Uniti e in Gran Bretagna: alcuni l’accusano di essere troppo allarmista e di gridare inutilmente al lupo; altri pensano invece che abbia ragione, perché alla prima generazione di esseri umani nata e cresciuta con l’iPhone sta accadendo qualcosa di strano, del quale dovremmo preoccuparci.
Jean Twenge è autrice di 130 pubblicazioni scientifiche e di 6 libri. L’ultimo ha un titolo di una lunghezza spropositata, che descrive però bene la situazione: «iGen: perché i ragazzi superconnessi di oggi crescono meno ribelli, più tolleranti, meno felici – e completamente impreparati all’età adulta – e che cosa questo significa per noi». La psicologa americana ha esaminato i dati raccolti tra 11 milioni di ragazzi, scoprendo che la i-Generation si è costruita un mondo a parte, del quale è prigioniera. Chi ha 14 o 15 anni esce meno di un tredicenne del 2009 e se l’85 per cento della generazione dei baby boomer si dava appuntamenti con l’altro sesso, oggi questa percentuale è scesa al 56 per cento nella fascia d’età tra i 14 e i 18 anni.
Sesso? No grazie
I rapporti sessuali sembrano interessare meno, e la prima esperienza avviene in media a 17 anni, un anno dopo rispetto alla generazione X, quella nata tra il 1960 e il 1980. «I teenager – dice Jean Twenge – passano una enorme quantità di tempo sullo smartphone e comunicano in modo elettronico. Questo significa che hanno meno tempo per comunicare direttamente, uscendo con gli amici». Ma anche quando escono in gruppo, non è detto che i ragazzi parlino fra di loro: spesso ognuno preferisce continuare a smanettare e a comunicare con qualcun altro nel modo che ormai è il più facile e familiare.
Abbiamo sempre avuto la certezza di dominare le tecnologie che inventiamo e non pensiamo che le tecnologie possano dominare noi, modificando il nostro modo di essere e di pensare: ma è proprio quello che sta avvenendo, secondo la professoressa Twenge. I ragazzi che passano più di tre ore al giorno sullo smartphone hanno, secondo la sua indagine, una maggiore predisposizione a fattori di rischio legati al suicidio o al pensiero di suicidarsi. Gli omicidi commessi da adolescenti sono drasticamente diminuiti, mentre è aumentato il numero dei giovani che si tolgono la vita. La i-Generation cresce più lentamente, è molto insicura e ha un’idea indefinita del lavoro, del sesso, del matrimonio e della procreazione.
Vita e schermo
Anne Longfield, che ha il ruolo di Commissaria per i bambini per l’Inghilterra, ha recentemente rivolto un appello ai genitori perché limitino ai figli l’uso di internet e dello smartphone, «come farebbero – ha detto – per ridurre il loro consumo di cibo spazzatura». Mesi fa un gruppo di 40 pedagogisti e scienziati ha inviato una lettera aperta al «Guardian» di Londra chiedendo un’azione immediata per rimediare al fatto che la vita degli adolescenti «è sempre più legata ad uno schermo». Nel pubblicare un estratto del libro di Twenge, la rivista americana The Atlantic l’ha titolato: «Gli smartphone hanno distrutto una generazione?».
Secondo molti esperti si tratta di allarmismi ingiustificati, dettati solo dalla paura di non poter governare i cambiamenti in atto: i vantaggi dei nuovi sistemi di comunicazione sono evidenti di per sé e bisognerebbe prestare più attenzione non a quanto tempo i ragazzi passano online, ma a che cosa guardano su internet.
Rimane il fatto che molti scienziati di altissimo livello, come l’astrofisico Stephen Hawking, continuano ad ammonirci di non considerare tutta la tecnologia amica dell’uomo, perché potremmo accorgerci troppo tardi dei danni che sta producendo. Forse la società del futuro sarà fatta da persone che non hanno più bisogno di incontrarsi e comunicheranno senza mai dovere usare la voce. Jean Twenge spera che non accada: «Mentre questi giovani crescono verso l’età adulta – ha detto – abbiamo bisogno di capirli. Gli amici e i genitori devono occuparsene, le scuole e le università devono sapere come educarli e guidarli. Perché dove andrà la i-Generation, lì andrà anche il mondo».