l’Unità 16.7.09
La maschera della politica
La vicenda di Luca Bianchini insegna tante cose. Ad esempio che l’impegno politico può gratificare una persona ma non guarirla
di Luigi Manconi
Se per una ipotesi oggi inaudita, ma che non può essere esclusa in assoluto, Luca Bianchini fosse vittima di un errore giudiziario (che so? A causa di un complotto di Rupert Murdoch), il suo diritto costituzionale alla difesa sarebbe stato già irreparabilmente leso dal trattamento mediatico subito. Basti pensare a come lo sguardo invadente delle telecamere abbia già mandato in onda su tutte le tv le pagine più private del suo supposto diario, assicurando così un imponente vantaggio alle tesi accusatorie; e a come il possesso di un “ampio materiale pornografico” sia stato presentato come prova schiacciante. Tanto varrebbe dar fuoco alle edicole. (E tralascio la secolare disputa scientifica intorno al quesito: il consumo di pornografia è fattore incentivante o disincentivante rispetto all’esercizio della violenza sessuale?). Ma qui non si vuole insistere sullo stato desolante in cui versa, nel nostro Paese, il sistema delle garanzie processuali: si vuole, piuttosto, tentare di ragionare su cosa possa dirci la vicenda dello “stupratore seriale”.
Innanzitutto va chiarito che l’errore di Ignazio Marino non è stato quello di utilizzare, a fini di dibattito congressuale, un episodio criminale. No, l’errore del medico Marino è stato quello di non affrontare il “caso Bianchini” da medico, bensì da politico di professione. Un errore classico di politicismo (tentazione irresistibile in particolare, per chi ha, della politica, un’esperienza recente). Certo, è possibile – eccome – una lettura “politica” di questa crudelissima vicenda, ma su un piano radicalmente diverso, fuori dalla logica ordinaria delle lotticine di corrente e delle colluttazioni congressuali. Da questo punto di vista devo dire di aver molto apprezzato le parole dell’assessore provinciale democratico (già Margherita), Patrizia Pristipino. Nessun tentativo di nascondersi dietro un dito, di ridimensionare la portata della conoscenza amichevole con Bianchini, di occultare la drammaticità della scoperta. Che non è la scoperta di un mascalzone che coltiva una doppia morale: un’esistenza quotidiana e una militanza politica irreprensibili e, poi, un’attività criminale fatta di corruzione e di tangenti, come tanti altri lestofanti, piccoli e grandi, della vita pubblica italiana. Nulla di tutto ciò. Siamo in presenza, piuttosto, di una tragedia umana, che va affidata alla diagnosi (e alla terapia, semmai una terapia fosse possibile) degli specialisti della psiche. Ciò che si può dire, da profani, è che si tratta, va da sé, di una acutissima psicopatologia, espressione di un disturbo della personalità, che rimanda a un vissuto, sul quale è la medicina che in primo luogo deve pronunciarsi, una volta messo l’interessato in condizione di non nuocere ulteriormente.
Ma la vicenda dice ancora due cose importanti. La prima: se il quadro caratteriale e relazionale di Bianchini, almeno nei suoi tratti visibili, è quello descritto da quanti lo conoscevano, arriviamo appena a immaginare quali abissi dell’animo e della mente possano celarsi dietro i comportamenti abituali delle persone con le quali intratteniamo rapporti e condividiamo esperienze. In altre parole, quanto sia fragile e incerto il concetto di normalità e come esso possa risultare semplicemente l’abito che si indossa, per consuetudine sociale, a coprire un organismo malato e profondamente sofferente. Insomma, la malattia, la patologia, la mostruosità possono essere componente ordinaria della nostra quotidianità. Seconda considerazione: la mostruosità tende costantemente a mimetizzarsi, a cercare l’anonimato nei comportamenti collettivi e nella vita sociale. Sotto questo profilo, la politica può essere, per un verso, la maschera e per l’altro – azzardo - una sorta di tentativo di terapia da parte del soggetto affetto da patologia. Infine, la lezione più terribile, e, insieme, istruttiva che questa vicenda ci consegna: la politica non può salvarci. La politica può essere un’attività bellissima e appassionante, capace di dare gratificazioni straordinarie e piacere quotidiano. Ma non è in alcun modo in grado di guarirci. Non può salvarci l’anima e nemmeno può cancellare la disperazione quando accade di soffrirne o ridurre il male di vivere, quand’esso ci affligge. Se abbiamo imparato, cioè, che la politica non può dare la felicità, né quella individuale, né quella collettiva (il paradiso in terra, una società di uguali, la liberazione dal bisogno...), dobbiamo anche accettare che essa non può emanciparci dal dolore e dalla malattia. Può, nel migliore dei casi, renderci più consapevoli di tutto questo. E non è poco.
l’Unità 16.7.09
L’Italia sta cambiando, le leggi da «Stato etico» non passeranno
Da Torino a Genova molte città stanno approvando i registri per il testamento biologico
L’opinione pubblica conta sempre di più. Incostituzionale il testo licenziato dal Senato
Intervista a Beppino Englaro di Federica Fantozzi
Neotesserato Pd, Beppino Englaro ieri era a Milano ad un incontro pubblico a sostegno di Ignazio Marino, il “terzo uomo” in pista per il congresso autunnale dei Democratici. E stasera dialogherà di bioetica con Nando Dalla Chiesa e don Paolo Farinella nell’ambito della Settimana dei Diritti che si apre a Genova. Fino a mercoledì 22 luglio, il capoluogo ligure si occuperà di libertà di stampa, vittime di mafia, disabilità, immigrazione. Ad invitare Englaro è stato un gruppo di associazioni impegnate sul fronte della laicità e di docenti universitari, ad accoglierlo il sindaco Marta Vincenzi.
Signor Englaro, è cominciata la discussione sul biotestamento a Montecitorio. Che legge si attende?
«Se non rispettano la Costituzione, come ha rilevato anche Fini, se continuano su posizioni da Stato etico, se non rispettano le libertà fondamentali, c’è poco da dire. Non è possibile invadere il tuo corpo contro la tua volontà. Nessuno ha questo potere. neppure lo Stato. È semplice, quasi banale: una legge uguale a quella uscita dal Senato sarebbe illegittima e incostituzionale».
Ha fiducia nell’azione del presidente della Camera?
«Non solo in lui, anche nei deputati. Vedremo gli sviluppi del dibattito parlamentare».
Lei è stato a Torino per l’istituzione del registro sul biotestamento. Si stanno muovendo così anche Genova, Pisa, Bologna, Roma. La petizione online promossa da Marino e Giuliano Amato ha raccolto 300mila firme. La società civile si muove in direzione diversa dalla politica. Potrà influenzare il dibattito in corso?
«Assolutamente sì. L’opinione pubblica ha fatto passi da da gigante. Noi vogliamo proprio che la società civile si faccia sentire: la gente non si fa più imporre nulla. La mia convinzione è che che questo percorso non potrà non incidere sulla legge in fieri perché il clima culturale sta cambiando».
È stata approvata ieri la mozione Buttiglione che impegna il governo in sede Onu contro l’aborto come contraccettivo. Un altro diritto in pericolo?
«Guardi, non entro in cose che non conosco. Difendo le libertà fondamentali che mi riguardano o possono riguardarmi. Sulla vicenda di Eluana avevo promesso di andare fino in fondo e l’ho fatto. Anche io potrei trovarmi in qualsiasi momento nella stessa situazione, dunque faccio sentire la mia voce. Ma resto in quel campo: non sono un tuttologo».
Lei si è iscritto al Pd in aperto appoggio del terzo candidato, Ignazio Marino, che ha conosciuto durante la sua battaglia per far rispettare la volontà di Eluana. Oltre a essere un medico competente, ritiene che possa essere un valido leader di partito?
«Conoscendo la persona non ho il minimo dubbio. Senza le qualità necessarie non sarebbe sceso in campo. La mia non è idolatria: in 3 anni di conoscenza ho verificato che può affrontare in modo efficiente un problema estremo, figuriamoci gli altri. È un cattolico che rispetta i laici, attenzione però: non identifichiamo Marino solo con laicità e bioetica. Se vince sarà un uomo all’altezza della carica. E io farò di tutto per aiutarlo».
Come procede l’inchiesta giudiziaria che la vede indagato per omicidio insieme al primario anestesista Amato De Monte ed altri componenti dell’équipe medico-infermieristica della clinica udinese dove è morta sua figlia?
«Manca l’ultimo tassello. La fine delle indagini è attesa per fine agosto, inizio settembre. Noi siamo tranquillissimi perché abbiamo sempre operato nella legalità. Non ci aspettiamo qualcosa di diverso dall’archiviazione».
l’Unità 16.7.09
Il comitato ad hoc presieduto dal professor D’Agostino, detto «il mastino della Cei»
Dovràscrivere le linee guida per la fecondazione assistita dopo la sentenza della Consulta
Integralisti per rivedere la legge 40
Aborto, passa la mozione Buttiglione
di Susanna Turco
Alla Camera passa con una sostanziale convergenza la mozione per il no all’aborto. Intanto, al ministero della Salute, si insedia una commissione che lavora sulla legge 40: i membri “laici” sono due su undici.
Mentre la Camera con una sostanziale convergenza bipartisan (via astensione di Pd e Idv al testo proposto dal centrista Buttiglione e sostenuto dal Pdl)dice no all’aborto come strumento di controllo delle nascite, non nuovissimo principio contenuto anche nella legge 194, e rinuncia invece a dire una parola esplicita sul tema della «libertà di scelta della donna» (per non parlare della contraccezione), tutt’altro clima si respira dalle parti del ministero della Salute.
Molto più fattivo, molto più concreto. Di certo pochissimo alla ricerca di quel «minimo comun denominatore etico» sbandierato dai fautori della mozione che, da ieri, impegna il governo a proporre in sede Onu una risoluzione antiabortista. Un clima tutt’altro che trasversale.
Commissioni al Welfare
Si è, infatti, che proprio oggi, a ventiquattr’ore dalle gentili convergenze Buttiglione-Binetti, e dalla soddisfazione della gran parte del mondo cattolico, si insedierà la commissione istituita a fine giugno dal ministro Maurizio Sacconi per «valutare le implicazioni giuridiche ed etiche» della sentenza della Consulta sulla legge 40 che regola la procreazione assistita. All’inizio di aprile, infatti, la Corte Costituzionale aveva dichiarato inammissibili alcuni punti della legge, in particolare quello sul limite dei tre embrioni. Rendendo opportuno un ulteriore lavoro per armonizzare il testo con le indicazioni della Consulta. «Procederemo emanando nuove linee guida», aveva risposto all’epoca la sottosegretaria Eugenia Roccella a chi già si azzardava a ipotizzare una revisione della legge.
Detto, fatto. Le nuove linee guida, come annunciato in un trafiletto di Avvenire, «scaturiranno» dal lavoro di questa commissione, che si occuperà in particolare dei problemi relativi alla crioconservazione degli embrioni, più quello di un Osservatorio che dovrà monitorare l’applicazione delle norme sulla fecondazione assistita.
Due su undici
Curioso è tuttavia che, in stridente contrasto con la ricerca volenterosa di convergenze parlamentari su un tema come l’aborto, le personalità di giuristi e bioeticisti individuate per lavorare su una questione controversa come la procreazione assistita provengono tutte o quasi dalla stessa parte. Circostanza sulla quale i radicali hanno già presentato una interrogazione parlamentare. Presidente, per dire, è Francesco D’Agostino. Qualche maligno lo chiama «mastino della Cei». Più laicamente, di lui si può dire che ha guidato per otto anni complessivi il Comitato nazionale per la bioetica, che è presidente dell’Unione Giuristi Cattolici Italiani, che è membro della Pontificia Accademia per la Vita, che è editorialista di Avvenire. C’è poi Bruno Dalla Piccola, presidente dell’associazione Scienza e Vita, plaudentissimo ieri per «il fronte trasversale che ha detto no all’aborto». Assuntina Morresi, consulente ministeriale e alter ego ciellino della Roccella. Alberto Gambino, mente giuridica di Rutelli e teodem nella campagna per l’astensione al referendum sulla legge 40. Angelo Vescovi, altro protagonista della campagna referendaria «la vita non si tocca» e convinto sostenitore della tesi che la ricerca sulle staminali embrionali sia inutile. Enrico Garaci, il «signor nessuno» che Comunione e liberazione candidò all’89 a sindaco di Roma sotto le insegne della Dc. Ci sarebbe da citarne qualcun altro, ma in sostanza, per fare un bilancio, di cosiddetti “laici” figurano Carlo Alberto Redi e Amedeo Santosuosso. Due membri su undici. Un bell’esempio di ricerca di convergenze, non c’è che dire.
Repubblica 16.7.09
Aborto, sì alla moratoria Onu "Non si usi per controllare le nascite"
Passa la mozione Udc-Pdl, quella Pd respinta per un voto
di Mauro Favale
ROMA - Il governo italiano si impegnerà a promuovere, presso le Nazioni Unite, una «moratoria sull´aborto obbligatorio». Il vincolo è il risultato della mozione, promossa da Udc, Pdl e Lega, approvata ieri a Montecitorio con l´astensione di Pd e Idv. Il Vaticano è entusiasta. Esecutivo e maggioranza esultano, i democratici non si oppongono e, fuori dal Parlamento, solo Sinistra e Libertà parla di «imbroglio e ipocrisia».
La Camera dice no, dunque, all´aborto come strumento di controllo demografico. Nel dispositivo approvato viene affermato «il diritto di ogni donna a non essere costretta e indotta ad abortire». Al risultato di ieri si è giunti con un gioco di astensioni e voti trasversali: governo e maggioranza fanno propria la mozione dell´Udc, sulla quale Pd e Idv decidono di astenersi. Ad eccezione di Paola Binetti e di una folta pattuglia di cattolici del centrosinistra che votano a favore del documento di maggioranza. Specularmente, alcuni deputati del Pdl votano la mozione Pd, sulla quale il governo aveva dato parere contrario. Eppure non è stata approvata per un solo voto, quello del dipietrista Gabriele Cimadoro, che ha consentito al governo di non andare sotto. Quasi un rompicapo da interpretare: perché se sul dispositivo finale (no all´aborto per controllare le nascite) tutto il Parlamento era d´accordo, erano le premesse a differenziare le posizioni. In aula Livia Turco ha puntato sulla contraccezione, sulla libertà delle donne e sull´autodeterminazione femminile; aspetti che la mozione dell´Udc non prendeva in considerazione. «Se avessi dovuto votare sulla base di ciò che ho sentito dire da Livia Turco – afferma Paola Binetti – avrei votato contro. La mozione del Pd, invece, era scritta con quegli "equilibrismi lessicali" che mi hanno permesso di votarla». Motivazione simile a quella fornita da Cimadoro, deputato (autodefinitosi «binettiano») dell´Idv, che però si è astenuto sulla mozione Pd. «Dispiace che non sia passata per un voto – spiega la Turco – ma ho apprezzato comunque l´iniziativa di Buttiglione». Margherita Boniver, laica del Pdl, si è astenuta in tutte le votazioni: «Trovo che queste risoluzioni contengano al loro interno la volontà di boicottare le agenzie Onu che si occupano dei progetti di Family planning nei Paesi in via di sviluppo e che vengono, a torto, accusate di puntare sull´aborto». Soddisfatto, invece, il primo firmatario della mozione, Rocco Buttiglione: «È ora di contrastare – ha detto l´esponente centrista – sia chi è contro la vita sia chi è contro la scelta».
Il governo, per bocca del ministro degli Esteri Franco Frattini, parla di «un risultato di alto valore morale». Il Vaticano, con il cardinale Renato Martino, presidente del pontificio consiglio Giustizia e Pace, si definisce «entusiasta», perché quello di ieri «è un sì alla vita». Claudio Fava, di SL, invece, interpreta il voto come «un imbroglio e un´ipocrisia: non si può condannare l´aborto anziché promuovere la libera scelta delle donne in materia di maternità».
Ancora indietro, invece, la pratica testamento biologico: il testo approdato ieri in commissione alla Camera andrebbe riscritto per Pd e Idv mentre, per il Pdl, quello approvato al Senato rappresenta il punto di partenza.
l’Unità 16.7.09
Il festival di Genova
Sette giorni dedicati a laicità, mafia diritti e immigrati
DIRITTI. Si apre stasera a Genova una settimana dalla parte dei più deboli. Ideato e organizzato da Nando Dalla Chiesa, il Festival dei Diritti comprende diverse sezioni con ospiti illustri. Per «bioetica e diritti» è stato invitato Beppino Englaro, protagonista nei mesi scorsi di una titanica battaglia di laicità.
Per «diritti delle vittime» a discutere degli anni di piombo ci saranno Sabina Rossa, Giovanni Bachelet, Benedetta Tobagi. «Diritto di informare, di comunicare, di sapere» domenica 19 luglio prevede l’intervento del giornalista moldavo Oleg Brega, che insieme al fratello denunciò i brogli elettorali nel suo Paese; della giornalista iraniana Farian Sabahi e della collega rumena Roxana Smil.
Il giorno dopo, il Teatro dell’Ortica - nella sezione «disabilità e diritti» - presenterà a Palazzo Tursi un laboratorio teatrale i cui attori sono pazienti psichiatrici.E martedì 21 luglio il sindaco di Genova Marta Vincenzi conferirà la cittadinanza onoraria a due donne: Fernanda Contri e Bianca Guidetti Serra.
Altri appuntamenti: il forum su diritti umani, immigrazione, sicurezza e respingimenti; la presentazion del libro «Scuola Diaz- Vergogna di Stato» di Dario Rossi sui giorni del G8 genovese del 2001.
l’Unità 16.7.09
Il rapporto su «Piombo Fuso» raccoglie video e testimonianze
L’esercito doveva ridurre le perdite: si sparava anche sui civili
L’accusa dei soldati israeliani: «A Gaza l’ordine era uccidere»
di U.D.G.
Le denunce raccolte in un rapporto di una ong israeliana per i diritti umani. I racconti di alcuni soldati: l’ordine era «se non sei sicuro, spara». La replica dei vertici di Tsahal: sono testimonianze «anonime e generiche».
Sparare senza preoccuparsi della sorte dei civili palestinesi: questa era la prassi seguita dall’esercito israeliano a Gaza durante l’operazione «piombo fuso», che dal 27 dicembre 2008 al 18 gennaio scorso ha provocato circa 1.300 morti, secondo le testimonianze di una trentina di soldati, che hanno partecipato alle operazioni di guerra, raccolte da «Breaking the silence», un’organizzazione composta da ex militari che si batte per il rispetto dei diritti umani. Il rapporto è composto da 112 pagine e raccoglie le testimonianze anche video di uomini «coinvolti nelle operazioni a ogni livello».
ROMPERE IL SILENZIO
Dalle testimonianze, raccolte dall’organizzazione non governativa israeliana (breakingthesilence.org.il) risulta chiaramente che era meglio colpire un innocente che attardarsi a individuare il nemico, perché la regola era «prima sparare e poi preoccuparsi». Un piano basato sull’imperativo di ridurre al minimo le perdite israeliane, avanzando sempre ad armi spianate. Secondo le testimonianze, l’ordine era: «Se non sei sicuro, spara». Il fuoco, racconta un soldato, «era dissennato, appena raggiunta la nostra nuova postazione cominciavamo a sparare contro tutti gli obiettivi sospetti». Perché, come dicevano i capi, «in guerra sono tutti tuoi nemici, non ci sono innocenti». Il rapporto della ong, finanziato da gruppi di attivisti per i diritti umani israeliani e dai governi di Spagna, Gran Bretagna, Olanda e dall’Ue, parla di «civili usati come scudi umani, costretti a entrare in siti sospetti davanti ai soldati che usavano la loro spalla per tenere il fucile puntato».
Secondo Mikhael Mankin, di Breaking the Silence, «le testimonianze provano che il modo immorale in cui la guerra è stata condotta era dovuto al sistema in vigore e non al comportamento individuale di soldati». «Si è dimostrato - continua - che le eccezioni in seno alle forze armate sono divenute la norma e ciò richiede una profonda riflessione e una seria discussione. Questo è un urgente appello alla società israeliana e alla sua dirigenza a guardare sobriamente alla follia delle nostre politiche». Nel dossier si ripetono, inoltre, le accuse sull’uso indiscriminato di armi al fosforo bianco nelle strade di Gaza da parte dell’Esercito dello Stato ebraico e si parla di «distruzioni totali non collegate a nessuna minaccia concreta per le forze israeliane», oltre che di «permissive» regole d’ingaggio. «Non siamo stati istruiti a sparare a ogni cosa che si muovesse - ha dichiarato un altro soldato - ma ci dicevano: «Se vi sentite minacciati sparate». Secondo uno dei testimoni citati dal rapporto, «l’obiettivo era terminare la missione con il minor numero possibile di perdite per l’Esercito senza chiedersi quale sarebbe stato il prezzo pagato dagli altri (i palestinesi ndr)». «Meglio colpire un innocente che esitare a sparare a un nemico», era l’ordine impartito dai vertici di Tsahal, secondo un’altra confessione pubblicata nel dossier di «Breaking the silence».
Barak: criticate me
In una minuziosa risposta alla denuncia, il portavoce militare israeliano, dopo aver ricordato che l’operazione Piombo Fuso fu lanciata in risposta a otto anni di tiri di razzi sulla popolazione civile nel sud di Israele, ha accusato l’ong di aver redatto un rapporto basato su «testimonianze anonime e generiche». L’ong, afferma il portavoce, «non ha avuto la decenza di presentare il rapporto alle forze armate e non ha permesso di investigare le testimonianze prima della sua pubblicazione pur continuando a diffamare le forze armate e i suoi ufficiali». Il portavoce militare sottolinea l’assenza «di ogni elemento atto a identificare gli autori delle testimonianze, il loro grado e la loro posizione al momento degli incidenti denunciati, l’unità di appartenenza, il modo in cui le testimonianze sono state raccolte e come la credibilità delle testimonianze sia stata verificata». «Le critiche rivolte alle forze di sicurezza israeliane da questo o quel gruppo sono inappropriate», taglia corto il ministro della Difesa Ehud Barak. «L’Idf (le forze di difesa israeliane, ndr) sono uno degli eserciti che meglio rispettano l’etica al mondo e agiscono nel rispetto di alti valori morali. Ogni critica alle operazioni delle forze di sicurezza - aggiunge Barak - dovrebbe essere rivolta a me, in quanto ministro della Difesa israeliano».
Repubblica 16.7.09
Distruggere tutto. Prima sparare. La procedura Johnnie
Raccolte dalla Ong "Breaking The Silence" le testimonianze di 54 militari israeliani
Guerra di Gaza, i soldati si confessano "Scudi umani e distruzioni gratuite"
di Fabio Scuto
Venivano demolite case dappertutto, non ce ne era una senza danni. Era terribile, sembrava un film sulla Seconda guerra mondiale
Nessuno ti diceva di uccidere innocenti ma i sospetti dovevano essere stesi. Ho capito che era meglio sparare prima e fare le domande dopo
«A ogni casa palestinese a cui ci avvicinavamo mandavamo avanti il vicino, un Johnnie. Poi si entrava nella casa puntando il mitra alla schiena del civile». La racconta così in forma anonima un sergente maggiore della Brigata Golani - una delle unità di élite dell´esercito israeliano - la sporca guerra di Gaza dello scorso gennaio. E´ una delle 54 testimonianze dirette raccolte dall´organizzazione Breaking The Silence - composta da ex militari che si battono per il rispetto dei diritti umani- sulla condotta dell´esercito nell´operazione Cast lead (Piombo fuso): 22 giorni di battaglie, 1400 palestinesi uccisi, 13 israeliani caduti, distruzioni immani.
Nelle 112 pagine i soldati di Tshal raccontano non solo come civili palestinesi vennero utilizzati come scudi umani, senza fare distinzioni fra miliziani di Hamas e popolazione e senza altre regole d´ingaggio se non quella di minimizzare le proprie perdite. «Nessuno ti diceva di uccidere degli innocenti, ma le istruzioni erano che chiunque fosse sospetto doveva essere ucciso. Ho capito che era meglio sparare per primi e fare domande dopo», racconta un altro militare. Testimonianze di omicidi assolutamente gratuiti come quello di un uomo di 50-60 anni , descritto da un altro soldato. Racconta di aver visto di notte un palestinese con in mano una torcia, apparentemente disarmato: l´ufficiale al comando del reparto vietò di sparare colpi di avvertimento e quando fu vicino fece aprire il fuoco su di lui. «Non lo dimenticherò finché vivo, tutti sparavano e l´uomo gridava. Quando venne il giorno mandammo fuori un cane per controllare se avesse esplosivi addosso...ma non portava nulla, solo la torcia. L´ufficiale si giustificò così: «Era di notte...era un terrorista».
Nel dossier si ripetono le accuse sull´uso indiscriminato di armi al fosforo bianco nelle strade di Gaza e di «distruzioni totali non collegate a nessuna minaccia concreta per le forze israeliane». Il rapporto, finanziato da gruppi di attivisti per i diritti umani israeliani e dai governi di Spagna, Gran Bretagna e dall´Ue, prova secondo il portavoce di Breaking The Silence Mikhael Mankin «il modo immorale in cui la guerra è stata condotta, un modo dovuto al sistema di comando in vigore e non al comportamento individuale dei soldati».
In una minuziosa risposta alla denuncia, il portavoce militare israeliano, dopo aver ricordato che l´operazione Piombo Fuso fu lanciata in risposta a otto anni di tiri di razzi sulla popolazione civile nel sud di Israele, ha accusato Breaking The Silence di aver redatto un rapporto basato su «testimonianze anonime e generiche» ma ha aggiunto che verranno aperte delle inchieste su ogni denuncia di cattivo comportamento dei soldati. Il ministro della Difesa, Ehud Barak, ha chiesto che tutte le denunce siano presentate presso il suo dicastero ed ha ripetuto che l´esercito israeliano «è quello con il più alto senso morale del mondo», una frase che il governo usa spesso per rispondere alla valanga di critiche per l´uso spregiudicato della forza militare che piovono sulla testa dei soldati sempre più frequentemente.
Repubblica 16.7.09
Odifreddi riprende la tessera: il chirurgo è un credente, può farcela
"Torno e voto per Ignazio se vince lui addio Binetti"
Al centro del suo programma due temi cruciali: laicità e battaglia contro la nomenklatura
ROMA - Piergiorgio Odifreddi rientra nel Pd per sostenere Ignazio Marino. Il matematico e filosofo era stato chiamato nella commissione sui valori del Pd. Ma non firmò il manifesto. «Non faccio la foglia di fico laica», disse. Lasciò il Pd prima ancora di iscriversi prevedendo che il pasticcio sui valori avrebbe prodotto risse a non finire.
E adesso, professore, ci riprova con Marino. Perché?
«Perché al centro del suo programma ci sono due questioni fondamentali. La laicità e la battaglia anti-nomenclatura, anti-burocrazia. Due cose che avrebbe dovuto fare Veltroni, sull´esempio di Zapatero. Purtroppo non le ha fatte».
Perché Marino dovrebbe farcela?
«Ha un vantaggio: è credente. Forse per questo può riuscire: come Nixon che in forza del suo anticomunismo aprì il dialogo con Russia e Cina».
Quante chance dà, come matematico, a Marino?
«Una su tre, se ai candidati non si aggiungerà Grillo».
Lo vorrebbe?
«Parafrasando Brecht direi "sfortunati i tempi in cui la politica ha bisogno dei comici". Effettivamente Grillo non è credibile. Ma Marino è una cosa diversa».
Non considera il chirurgo un outsider?
«Forse. Ma ha una serie di punti di forza. Franceschini e Bersani, per quanto relativamente nuovi, non sono trascina-popolo. Non hanno carisma. Marino inoltre ha una professione, è un fior di chirurgo, e anche nel Pd sta crescendo la schiera chi non sopporta più gli uomini di apparato».
E se Marino perde, lei lascia di nuovo il Pd?
«Dipende. C´è modo e modo di perdere. Se una posizione laica dovesse essere nettamente minoritaria... da non credente potrei sempre ricorre al divorzio. Ma può finire diversamente. Se vince Marino, ha detto Paola Binetti, me ne vado. Già questo mi basta».
(l.n.)
Repubblica 16.7.09
"Stanno massacrando i nostri figli"
Iran, la denuncia delle mamme. Oppositori impiccati come "trafficanti di droga"
Le cifre ufficiali parlano di 20 morti, ma negli obitori ci sono mucchi di cadaveri
di Vanna Vannuccini
Nella zona sud di Teheran, in un ex mattatoio trasformato in obitorio della Facoltà di Medicina legale, sono accatastati più di 150 cadaveri. Lo dicono testimoni oculari, genitori che sono stati chiamati a riprendersi i corpi dei loro figli e che in molti casi hanno dovuto, per riavere il cadavere, firmare una lettera contro Moussavi, il candidato defraudato della vittoria da un colpo di mano degli ultrà fondamentalisti. In alcuni casi le famiglie hanno anche dovuto versare denaro per i "danni" provocati dall´ucciso. La cifra ufficiale data dal regime dei morti durante le manifestazioni è di 20, ma già i medici ospedalieri a Teheran avevano contato fino a una settimana fa 92 morti. «Coloro che vengono arrestati saranno trattati in modo da impartire loro una lezione indimenticabile» aveva minacciato un portavoce di Ahmadineajd. E così è stato. Negli ultimi giorni si sono rincorse sul web accorate notizie di giovani uccisi nelle prigioni con accuse pretestuose. «La Repubblica islamica dell´Iran ha cominciato a uccidere i giovani arrestati durante le manifestazioni contestando loro il reato di traffico di droga. Si prega di far sapere alle organizzazioni per i diritti umani che giovani innocenti vengono impiccati solo per aver chiesto elezioni non manipolate» si legge negli appelli. Impiccagioni di "spacciatori" in numeri esorbitanti sono state eseguite in questi giorni nelle carceri iraniane. Martedì a Zahedan sono state impiccate tredici persone definite "ribelli sunniti" del gruppo separatista Jundollah, ieri a Teheran altri tre "trafficanti di droga": tutti identificati solo con i nomi propri e senza nome di famiglia.
Centinaia di famiglie iraniane si sono rivolte al comitato creato da Mehdi Karroubi, l´ex candidato riformatore, per avere notizie di persone arrestate o scomparse. Cinquantasei appelli riguardano persone i cui arresti sono stati confermati dalle autorità, 46 i desaparecidos. Un´altra trentina persone picchiate dalla polizia o nelle cui case hanno fatto irruzione i basiji; centinaia di persone hanno presentato denunce anonime per il timore di ritorsioni, scrive Sohamnews.
Tutti gli occhi sono rivolti alla preghiera del Venerdì che per la prima volta dopo le elezioni sarà guidata domani da Hashemi Rafsanjani. Nei tre venerdì succeduti alle elezioni la preghiera era stata guidata prima dal Leader Khamenei, che aveva dichiarato definitiva l´elezione di Ahmadinejad, e poi da due ayatollah oltranzisti che avevano minacciato ritorsioni contro i manifestanti. Questo cambiamento può significare o che dietro le quinte è stato raggiunto un compromesso per non mettere ulteriormente in pericolo il sistema islamico; oppure al contrario che i riformatori, con l´appoggio di Rafsanjani, hanno deciso di andare al conflitto aperto con il regime. In prima fila ad ascoltare Rafsanjani ci saranno Moussavi, Karroubi e l´ex presidente Khatami, e Moussavi ha chiesto ai suoi sostenitori di prendervi parte. Calcola che il regime non potrà continuare a vietare anche le riunioni religiose (finora sono state vietate anche le cerimonie funebri). La crisi di legittimità del governo continua: buona parte del clero ha preso le distanze da Ahmadinejad (con l´eccezione di due ayatollah, nessuno da Qom si è congratulato con lui per la rielezione), e perfino l´ex candidato conservatore Rezai ha parlato della possibilità di "un´implosione del sistema" se il regime non riacquista credibilità. L´Occidente farebbe bene a prepararsi a un periodo di gelo con l´Iran, anche se il settimane Stern lancia l´allarme sulla bomba iraniana: Teheran, scrive, potrebbe fare il primo test atomico già nel 2010. Ma per utilizzare un´arma nucleare le mancano - dicono i servizi tedeschi - altre risorse e altro know how e per questi occorrono ancora anni.
Repubblica 16.7.09
Gli sceicchi cercano personale sanitario. Da ieri a Bologna le selezioni: centinaia di partecipanti
Medici, infermieri e ostetriche futuro d´oro negli Emirati Arabi
Stipendi extra lusso. Un neo laureato può guadagnare fino a 3800 euro al mese
di Micol Lavinia Lundari
BOLOGNA - La terra promessa dei medici italiani sono gli Emirati Arabi Uniti. Gli sceicchi che governano il paese hanno mandato a Bologna due incaricati per convincere dottori - ma anche infermieri e ostetriche - a trasferirsi nella penisola arabica: garantiti stipendi da favola, benefici di tutto rispetto e un´ottima esperienza da mettere sul curriculum, in cambio della «miglior professionalità al mondo» al servizio dei loro ospedali.
Le selezioni, iniziate ieri e che proseguono fino a domani in un hotel del centro, sono curate dalla società "Idea Lavoro" di Bologna: tre impiegati a tempo pieno e un part time, attiva da sedici anni, ha già piazzato 1600 infermieri soltanto in Inghilterra. Ieri, nella prima giornata almeno 110 professionisti della sanità hanno fatto un colloquio per un posto di lavoro negli ospedali di Dubai, Abu Dhabi o Doha nel Qatar, ma anche per l´Inghilterra, il Canada e gli Stati Uniti. «Io vorrei fermarmi solo qualche mese», confessa un urologo dell´Emilia, «ho la famiglia qui in Italia e un posto sicuro, di prestigio, semplicemente mi piacerebbe fare un´esperienza nuova». Un caso isolato, spiega da Londra Helen Tarbet di Hcl, azienda internazionale che sta collaborando con Idea Lavoro: «Sono invece molti quelli che accettano di rimanere anche diversi anni, allettati dagli incentivi economici e dai benefici. Qualche esempio: un medico alle prime armi guadagnerebbe 3800 euro al mese», a cui bisogna aggiungere vitto e alloggio - quantomeno un bilocale - sconti per viaggiare, bollette pagate, istruzione privata per i figli fino a 6mila euro all´anno.
«Oltretutto gli stipendi sono netti, là non si pagano tasse. Un chirurgo dalla carriera già avviata può arrivare a prendere anche 7mila euro al mese. E non dimentichiamo che c´è chi vuole emigrare anche solo per poter lavorare in strutture dotate delle migliori tecnologie».
Sarà, ma gli stipendi altissimi sembrano essere comunque l´esca più ghiotta. Massimo Zivelli, il numero uno di Idea Lavoro, racconta che «ha fatto il colloquio anche un medico che lavora già a Dubai, prende 20mila dollari a settimana, e vuole vedere se qualche altro ospedale gli offre di più». Non sarà difficile trovare una proposta interessante, perché la concorrenza fra le strutture sanitarie è molto forte, «si entra in reparto per chiamata diretta, e quindi le aziende cercano di attirare i medici per strapparli ad altri ospedali».
Almeno cento, forse duecento posti di lavoro assicurati. Un paio di colloqui e i medici italiani potrebbero staccare un biglietto aereo destinazione Dubai.
Repubblica 16.7.09
Novant’anni fa la firma del Trattato di pace con la Germania
Segreti e capricci dei grandi di Versailles
di Lucio Villari
"Parigi 1919. I sei mesi che cambiarono il mondo" è il titolo di una ricerca di Margaret MacMillan ricca di documenti inediti
Nell´estate di novanta anni or sono Parigi non fu più al centro del mondo. Lo era stata per oltre sei mesi quando, a Versailles, si riunirono ripetutamente le delegazioni dei paesi che avevano vinto la Prima guerra mondiale. Ma il 28 giugno 1919 i riflettori si spensero e le bandiere delle quattro potenze vincitrici - Francia, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti - furono arrotolate: era stato firmato il Trattato di pace di Versailles. Il presidente americano Woodrow Wilson, discussa star della Conferenza di pace, lasciò Parigi la notte stessa per il porto di Le Havre. Il primo ministro inglese David Lloyd George e quel che restava della delegazione britannica (dopo l´abbandono dell´economista J. M. Keynes e di altri funzionari del Tesoro per protesta per il trattamento inflitto alla Germania), ripartirono con un treno speciale con la sorpresa di dover pagare una pesante nota spese per il viaggio in ferrovia fino a Calais; il presidente del consiglio italiano Orlando (che si era distinto, tra lo stupore degli alleati, per avere polemicamente abbandonato ad aprile i lavori della Conferenza) partì immediatamente per Roma, ma il suo governo non era più in carica: ed egli era stato nel frattempo sostituito da Francesco Saverio Nitti. A Parigi rimase il primo ministro Clemenceau a difendere l´operato della Conferenza, fronteggiando i numerosi giornalisti stranieri, e subendo le aspre critiche del governo tedesco, ingiustamente inchiodato alle responsabilità non sue della guerra. Unici contenti i direttori dei raffinati alberghi della capitale francese che poterono finalmente riaprire al normale, elegante turismo mentre, come si legge in un documento governativo, solo le belle prostitute parigine ebbero un calo verticale degli affari.
Su Clemenceau, "il Tigre", su Wilson, "l´uomo dai quarantadue denti" (e sulla sua non bella consorte) e sul povero Orlando piovevano poi gli insulti e l´ironia dei nazionalisti italiani e di D´Annunzio. Erano ritenuti responsabili della "vittoria mutilata" dell´Italia: Clemenceau perché assolutamente indifferente agli interessi italiani, Wilson (con i suoi Quattordici Punti in difesa di un nuovo equilibrio europeo) perché contrario all´annessione di Fiume e alle pretese italiane sulla Dalmazia, Orlando e il ministro degli Esteri Sonnino per non essersi fatti valere con gli alleati. E che non si trattasse solo di battute volgari (su Nitti pioverà poi l´insulto di "cagoia") ma di pretesti e di precisi progetti eversivi D´Annunzio lo dimostrerà qualche mese dopo.
Intanto a Versailles la pace con la Germania, divenuta repubblica democratica, era stata firmata. Con gli altri paesi coinvolti nella guerra saranno firmate altre paci dopo difficili accordi, discussioni e polemiche sulla ridefinizione dei confini nei Balcani e nei territori dell´Austria-Ungheria (erano sorti due nuovi Stati, la Jugoslavia e la Cecoslovacchia che avrebbero dovuto agevolare le ricomposizioni geo-politiche ed etnico-linguistico-religiose) che dureranno fino all´agosto 1920 e oltre. Dunque il grande problema della ricostruzione dell´Europa ebbe al centro dei sei mesi di lavori soprattutto la Germania, costretta al pagamento in milioni di marchi oro delle riparazioni dei danni di guerra e l´Austria-Ungheria, divenuta anch´essa repubblica, che vedeva smembrata la sua compagine imperiale, quella Mitteleuropa che aveva racchiuso tanti popoli in una ecumene anche culturale a lungo rimpianta. Ma la Parigi del 1919 fu anche il motore di una ricomposizione politica sia del quadro coloniale europeo (le colonie tedesche dell´Africa furono spartite tra i vincitori) sia delle questioni più delicate dello scacchiere mediorientale. Dai rapporti tra l´Europa e il mondo arabo, alla questione della Palestina, al problema della Turchia che, finito il tempo del Sultanato, era svegliata dalla modernizzazione di Kemal Ataturk nell´imminenza della prevedibile entrata nel consesso dell´Europa. Insomma fatti che paiono accaduti appena ieri.
Ha ragione dunque la storica Margaret MacMillan (insegna storia all´Università di Toronto ed è pronipote di Lloyd George) a intitolare una sua importante ricerca su quanto accadde novanta anni or sono: Parigi 1919. Sei mesi che cambiarono il mondo (Mondadori, pagg. 712, euro 26). Altrettanto importante è che, grazie a questo volume che si avvale di documenti inediti provenienti in gran numero da archivi americani e inglesi, sia possibile ricostruire con obiettività quei sei mesi che hanno condizionato tutta la storia del Novecento e che, non sembri un paradosso, influenzano oggi molti segmenti e sentimenti della storia non solo europea.
La storiografia e i mezzi di informazione non sembrano essersi accorti di questo anniversario che ha il carattere di un evento-chiave del Novecento. Il 1919 è un anno decisivo anche per l´Italia perché iniziano, dopo i numerosi errori dei trattati di pace, le turbolenze e le ansie di un paese che per molto tempo non ritroverà se stesso.
Corriere della Sera 16.7.09
Mauritania: cantante contro la dittatura
Nel Paese nordafricano dove i militari «giocano» con la democrazia, la vera opposizione è affidata alla musica
Malouma la ribelle. Una voce che fa paura ai generali golpisti
di Michele Farina
Il suo «blues del Sahara» non piace ai dittatori. Malouma Minth Meidah, 49 anni, lo sa: «La censura mi ha colpito tante volte» eppure «rifiuto di abituarmi».
E’ una censura dolce rispetto a quella praticata in altri Paesi. Però beffarda e capillare: in Mauritania non fanno sparire una cantante schierata contro il leader di turno, tanto più se eletta senatrice nell’unico voto libero che sia mai capitato in mezzo secolo di indipendenza. Però confiscano la sua musica. Gliela prendono dal baule. E’ successo alla frontiera con il Senegal qualche settimana fa. Malouma, una delle sei donne in Parlamento, tornava a Nouakchott, la capitale insabbiata tra l’oceano e il deserto: alla dogana le hanno preso i cartoni con i Cd che aveva in macchina. «L’ordine viene dall’alto» le ha detto quasi dispiaciuto l’ufficiale di servizio. L’ennesima umiliazione, per una delle più grandi artiste africane costretta a guidare oltreconfine per masterizzare brani inediti.
Inediti e per qualcuno indigesti: «L’ordine non può che essere partito da Aziz», ha raccontato Malouma al quotidiano Le Monde. Aziz, il dittatore riciclando con il baffo spiovente. Il golpista che un anno fa ha incarcerato Sidi Abdallahi, il primo leader a essere democraticamente eletto (nel 2007), ora ha la forza e la faccia tosta di presentarsi a nuove elezioni presidenziali indette per il 18 luglio (da cui Sidi è escluso). Aziz ha pochi nemici che lo combattono a voce aperta. La prima è Malouma. Se la «Diva Ribelle» di Nouakchott decidesse di trasferirsi al centro del mondo, magari a Parigi dove è adorata, il generale Mohammed Ould Abdelaziz le pagherebbe il trasloco. Tra i brani sequestrati alla frontiera ce ne sono un paio che lo riguardano: «Gente di principio » e «Unilaterale». Il primo parla del vizio dei militari mauritani con l’abitudine di sottrarre il potere ai civili salvo giurare sulla divisa che «se ne andranno presto». II secondo attacca Aziz per l’improvvisa decisione, annunciata senza l’accordo dei partiti politici, di indire nuove elezioni per il 6 giugno con l’intento di togliersi di dosso la macchia del golpe e mantenersi al comando con la legittimità del voto popolare.
Il piano di Aziz ha funzionato in parte. Il golpista riciclato ha dovuto spostare le consultazioni di un mese e mezzo, e questo ha permesso ad altri candidati di organizzarsi. Il pronostico è incerto, possibile un secondo turno. Non ci sono facce nuove. L’unico assente è il presidente deposto. In corsa come due anni fa il «nero» Messaoud Boulkheir, leader del movimento antischiavista (in Mauritania la schiavitù è stata ufficialmente abolita nel 1981). In corsa il portabandiera storico dell’opposizione, il tecnocrate Ahmed Ould Daddah che nel 2007 aveva ottenuto il 48%. Malouma è una grande sostenitrice di Daddah. Tra i candidati redivivi c’è il colonnello Vall, l’ufficiale che aveva detronizzato il vecchio dittatore Taha con la promessa (mantenuta) di ridare il potere ai civili. Prima che il rivale Aziz lo riconsegnasse ai militari cioè a se stesso.
In questo labirinto maschile di stellette e lacchè che si giocano poltrone e contratti petroliferi alla faccia della povertà imperante, Malouma è di un altro mondo. Erede di una famiglia berbera di artisti tradizionali (la casta dei griot), divorziata con quattro figli, capelli rossi all’henné, un profilo da Lilli Gruber, velo bianco e una voce che i critici descrivono «un incrocio tra Fairuz e Janis Joplin», la Diva Ribelle ha cominciato presto a sfidare il potere. A 10 anni tirò le pietre a un emiro, un capo religioso, colpevole di aver lasciato il vecchio padre a cantare per ore sotto il sole. Malouma segue la tradizione per riempirla di contenuti nuovi. Un’arpa esplosiva. A 16 anni diventa celebre (e odiata dall’establishment religioso) per una canzone dal titolo zuccheroso («Habibi habeytou», Mi piace amare il mio amore) che in realtà è un atto d’accusa contro la pratica diffusa dei matrimoni con le bambine. Con tre album (il Giardino dell’Eden, Dunya e Nour) la «Diva Ribelle» riesce a coniugare arte e denuncia, le chitarre elettriche e la tradizionale ardin (l’arpa a 10-14 corde riservata alle donne). Il blues del Sahara riesce a chiudere, almeno in musica, quella ferita tra arabi oppressori e schiavi neri che costituisce il peccato originale della Mauritania. Malouma diventa un’icona, all’estero e tra la sua gente. Persino nei perenni momenti bui delle dittature militari, durante le manifestazioni di protesta, i poliziotti sanno che «Malouma non si tocca». Tutto questo svanisce sotto Aziz: «Ho ricevuto minacce telefoniche, per la prima volta ho avuto un po’ di paura». Non abbastanza da lasciare la sua casa tra oceano e deserto. Aspettando la caduta del dittatore. E l’avvento del prossimo.
Corriere della Sera 16.7.09
Disputa tra Giustolisi e Simoncelli
Stragi naziste nascoste L’armadio della vergogna torna a dividere
di Dino Messina
All’Armadio della vergogna viene ora contrapposto La vergogna dell’armadio. Il titolo del libro edito da Nutrimenti di Franco Giustolisi, giornalista che denunciò sull’ «Espresso» l’occultamento di 695 fascicoli riguardanti le stragi naziste in Italia, viene ribaltato dal saggio uscito da Nuova Cultura di Maurizio Cosentino, che contesta alcuni dati ritenuti acquisiti: innanzitutto non ci fu nessun armadio con le ante rivolte verso il muro in cui sarebbe stata occultata la documentazione; il procuratore militare generale Enrico Santacroce, morto nel 1975, non impedì lo svolgimento dei processi ma anzi inviò moltissimo materiale alle varie procure; non regge nemmeno la tesi della ragion di Stato secondo cui i ministri Taviani e Martino nella seconda metà degli anni Cinquanta avrebbero invitato a rallentare l’attività processuale contro i criminali di guerra per favorire la serena integrazione della Repubblica federale tedesca nel blocco occidentale.
Questi argomenti erano stati esposti il 30 giugno sulle pagine culturali di «Avvenire», in un’ampia e partecipata recensione al saggio di Consentino firmata dallo storico Paolo Simoncelli. Ieri, sempre sul quotidiano cattolico, la veemente risposta di Giustolisi e la replica di Simoncelli. Giustolisi ricorda le indagini del Consiglio della magistratura militare, le conclusioni della Commissione d’inchiesta della Camera e quelle della Bicamerale, sottolinea che dal 1945 al 1999 «quando dopo la scoperta dell’armadio furono distribuiti alle procure di competenza i fascicoli relativi alle stragi nazifasciste, di processi ne furono fatti solo 18». Chiede infine: «Come mai i processi per le stragi di Stazzema, di Marzabotto sono stati fatti soltanto ora con la condanna all’ergastolo delle SS ancora in vita? ». Non si vorrà mica dar credito al «'fascista' Enzo Raisi» secondo cui «l’armadio della vergogna è un’invenzione delle sinistre »?
Nella disputa si è inserito il presidente dell’Anpi (Associazione nazionale partigiani italiani), Raimondo Ricci, che ha scritto una lettera ai presidenti della Camera e del Senato, sollecitando l’istituzione di una nuova commissione d’inchiesta. L’obiettivo è di bloccare il nuovo «negazionismo» e istituire, come ha sollecitato Giustolisi su «Liberazione» del 5 luglio scorso, una giornata della memoria che ricordi le vittime delle stragi nazifasciste.
Per lo storico tedesco Lutz Klinkhammer, autore dell’Occupazione tedesca in Italia, saggio uscito nel 1997 da Bollati Boringhieri, e di una serie di studi sulle stragi naziste, «il quadro è molto chiaro. Non solo i processi vennero rallentati ma addirittura furono liberati alcuni nazisti già condannati». L’insabbiamento dei processi, secondo l’autorevole studioso, è un fatto «incontestabile». I vari procuratori generali che si succedettero a Palazzo Cesi, da Umberto Borsari a Enrico Santacroce, lavorarono, «sotto la spinta di sollecitazioni esterne e che cambiarono nel corso degli anni, per non far svolgere i processi». Una sola cosa Klinkhammer concede a Cosentino e Simoncelli: «È possibile che l’armadio della vergogna con le ante rivolte verso il muro sia stata una esagerazione giornalistica. Ma questo non cambia la sostanza della storia».
giovedì 16 luglio 2009
mercoledì 15 luglio 2009
l’Unità 15.7.09
Da Ginevra. l’Unhcr chiede chiarimenti al governo ma riceve solo insulti
La Russa si dice «indignato» per la presa di posizione. Ronchi: si devono vergogn
L’Onu accusa l’Italia: respinti in mare 82 immigrati senza alcuna verifica
di Massimo Solani
Hanno trascorso quattro giorni in balia delle onde prima di essere salvati da una nave della Marina Militare al largo delle coste di Lampedusa. Ma il miraggio è durato poche terribili ore, il tempo di essere trasbordati su una motovedetta libica e riportati sulle coste africane, da dove il viaggio della speranza era partito. Dodici ore senza cibo nè soccorso medico, respinti senza che nessuno si preoccupasse di chiedere loro da dove venissero e da cosa scappassero. Ottantadue persone, fra loro anche sei bambini e nove donne, rispediti in Libia in nome della nuova politica italiana dei respingimenti. Lo ha denunciato ieri l’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) con una lettera in cui ha chiesto chiarimenti all’Italia dopo aver incontrato i migranti respinti in Libia: eritrei soprattutto (76), ma anche etiopi, egiziani e u marocchino che dal 2 luglio sono reclusi nei centri di detenzione temporanea di Zuwarah e Zawaiyah. E sono stati proprio i migranti, settantasei dei quali hanno chiesto asilo politico, a raccontare ai rappresentanti dell’Unhcr di essere stati trasferiti con la forza dai marinai italiani sulla motovedetta libica vista la loro opposizione (sei di loro hanno riportato ferite curate soltanto dopo l’arrivo a Tripoli) e di essersi visti confiscati documenti e telefoni cellulari. Ore concitate senza che ai migranti, spossati da quattro giorni in balia del mare, sia stato fornito cibo. «In considerazione dalla gravità di quanto riportato - ha scritto l’alto commissariato in una nota - l’Unhcr ha inviato una lettera al governo italiano con la richiesta di chiarimenti sul trattamento riservato alle persone respinte in Libia e richiedendo il rispetto della normativa internazionale». A dire il vero, secondo indiscrezioni, una prima lettera era già stata inviata nei primi giorni di luglio, ma da parte del governo italiano non era arrivata alcuna risposta. Da qui la decisione di rendere pubblico quanto accaduto.
Accuse che hanno scatenato la reazione furibonda dell’esecutivo. «Indignato», il ministro della Difesa Ignazio La Russa che ha puntato il dito contro «la faciloneria con cui questo organismo internazionale accusi i marinai italiani di essere ladri, affamatori e violenti». «Abbiamo fatto tutti i necessari accertamenti - ha proseguito - e le risultanze contrastano nettamente con quanto riferito dall'Unhcr che, per sua stessa ammissione, ha riportato soltanto la versione delle persone incontrate successivamente nei campi libici, senza interpellare sul punto le autorità italiane». Una qualche ammissione, però, La Russa l’ha fatta quando ha spiegato che «alcuni di questi migranti, pochi per la verità, hanno tentato una vera e propria azione di forza mettendo addirittura in pericolo la sicurezza dell’imbarcazione, tanto da costringere i militari ad immobilizzarli». Dura anche la replica del ministro per le Politiche Europee Andrea Ronchi, secondo cui quelle dell’Alto Commissariato sono «accuse avventate, false, demagogiche, offensive e ripugnanti. L’Unhcr si vergogni - ha concluso Ronchi - E chieda scusa all’Italia».
Dal canto suo il Partito Democratico ha chiesto al governo di «chiarire al più presto» quanto successo il 1 luglio al largo di Lampedusa.
82 migranti respinti in mare con la forza al largo di Lampedusa. È la denuncia dell’Unhcr chie chiede chiarimenti al governo italiano. Ma ottiene solo insulti. La Russa: «Sono indignato». Ronchi: «Si vergognino».
l’Unità 15.7.09
«Gaza dimenticata da tutti. È la tomba dei diritti del popolo palestinese»
Conversando con Mairead C. Maguire, Nobel per la Pace
di Umberto De Giovannangeli
La Striscia oscurata:
«È immorale che non faccia più notizia La sofferenza di donne, uomini e bimbi continua»
C’è un rapporto dell’Onu, un altro della Croce Rossa Internazionale, un altro ancora di Amnesty International. Tutti convergono nell’affermare che a Gaza sono stati commessi dalle forze armate israeliane crimini di guerra. Rapporti che inchiodano alle loro responsabilità le autorità israeliane. Ma nulla accade. Il dolore della gente di Gaza si perde nel silenzio complice della comunità internazionale e nel disinteresse dei media. Ciò è immorale. Perché Gaza resta un inferno, un enorme prigione a cielo aperto, isolata dal mondo; una prigione per un milione e mezzo di palestinesi, in maggioranza bambini e ragazzi. Fino a quando ne avrò la forza, non smetterò di denunciare l’ignominia delle punizioni collettive che Israele continua a infliggere alla gente di Gaza». Dolore e rabbia. E volontà di continuare a battersi per i «senza diritti». Questi sentimenti fanno da filo conduttore del nostro colloquio con la premio Nobel per la Pace nordirlandese Mairead Corrigan Maguire. La Maguire, è con lei Cynthia McKinney, attivista pacifista Usa ed ex deputata, sono state arrestate il 30 giugno scorso e detenute per una settimana con altri 19 componenti della delegazione pacifista del movimento Free Gaza, per aver cercato di forzare il blocco della Striscia di Gaza. Il 6 luglio, le autorità israeliane hanno espulso la Nobel per la pace e l’ex deputata Usa. «Gli aiuti che stavamo portando – racconta la premio Nobel nordirlandese – erano un simbolo di speranza per la gente di Gaza. Speranza che possa essere aperta una via di mare, e che loro stessi possano essere messi in condizione di trasportare i loro materiali e poter, così, ricominciare a costruire le scuole, gli ospedali e le migliaia di case distrutte durante la carneficina chiamata “Piombo fuso”. «Ma questi atti di pirateria di Stato – aggiunge – non faranno venir meno la nostra determinazione. Con queste missioni vogliamo dire alla gente di Gaza che noi siamo con loro e che non sono soli».
I riflettori si sono spenti su Gaza. Il silenzio sembra essere calato su quella tragedia.
«Sì, Gaza sembra non far più notizia. E questo è scandaloso, immorale, riprovevole. Perché la sofferenza della gente di Gaza non è diminuita. Perché Gaza resta una prigione a cielo aperto dove vivono in condizioni disperate un milione e mezzo di persone, in maggioranza donne, bambini, ragazzi. E tutto questo avviene nel silenzio complice della comunità internazionale. Nonostante rapporti dell’Onu, della Croce Rossa Internazionale, di Amnesty International, che denunciano i crimini di guerra e contro l’umanità perpetrati a Gaza dall’esercito israeliano. Dobbiamo avere il coraggio e l’onesta intellettuale di chiamare le cose con il loro nome: quello che da tre anni è in atto a Gaza è un assedio disumano».
Un’accusa pesante.
«Pesante, pesantissime sono le condizioni di vita, se di vita si può parlare, a cui è costretta la popolazione di Gaza. C’è penuria di medicine, cibo, elettricità e delle cose indispensabili a vivere. Nella Striscia di Gaza, su una lista di 4000 “prodotti autorizzati” da Israele (prima dell’assedio imposto dal giugno 2007, ndr.), solo 30-40 sono tollerati oggi, e un milione e mezzo di persone restano rinchiuse, sottomesse all’arbitrio più totale. Libri, dischi, indumenti, tessuti, scarpe, aghi, lampadine elettriche, candele, fiammiferi, strumenti musicali, lenzuola, coperte, materassi, tazze, bicchieri… sono proibiti e non possono passare se non attraverso i fragili tunnel dall’Egitto, obiettivi di ripetuti bombardamenti. Ma forse la peggiore forma di tortura per un essere umano è quella di non poter stringere e toccare i propri cari, e agli abitanti di Gaza non è permesso attraversare i confini attualmente chiusi per poter stare con le proprie famiglie. i malati non possono andare via per ricevere cure mediche, oltre l’80% dei bambini soffre di denutrizione, e per loro scarseggia anche il latte. La Striscia di Gaza è divenuta la tomba dei diritti umani. La punizione collettiva contro una comunità civili, da parte del governo israeliano, viola la Convenzione di Ginevra, è illegale, è un crimine di guerra e un crimine contro l'umanità. E come tale andrebbe perseguito se la parola Giustizia avesse ancora un senso alto, nobile, super partes. La tragedia più grande è che gli Stati Uniti, l’Unione Europea, l’Onu restano zitti di fronte alla tragedia umanitaria del popolo palestinese. Un popolo di dieci milioni di persone, sette milioni delle quali sono profughi».
Lo scorso 30 giugno Lei ha vissuto momenti drammatici…
«Non dimenticherò mia ciò che è accaduto. Le navi della Marina israeliana ci hanno abbordati, minacciati e costretti a fare rotta sul porto di Ashdod. Poi ci hanno ammanettati e condotti in cella. Un blitz degno dei pirati. Siamo stati rapiti e portati in Israele, dalle acque territoriali di Gaza, sotto la minaccia delle pistole; siamo stati sequestrati. Così Israele ha fermato una nave carica di medicinali e di giochi per i bambini di Gaza».
Lei ha vissuto la tragedia della guerra civile nell’Ulster. Pensando a quella drammatica storia e proiettandola nello scenario mediorientale, cosa si sente di dire ai dirigenti palestinesi?
«Ho avuto modo di incontrare sia dirigenti di Hamas che di Al Fatah. A loro ho parlato con il cuore in mano, partendo dalla mia esperienza personale. A tutti loro ho detto che un popolo palestinese diviso, la lotta armata, e il militarismo non risolveranno i problemi. L’alternativa al militarismo non è la rassegnazione, il piegarsi alla legge del più forte. L’alternativa non è la resa, ma realizzare è la resistenza civile non violenta. Un’”arma” straordinaria nelle mani dei più deboli».
E al più forte, Israele, cosa si sente di dire?
«Che non è opprimendo, umiliando, annichilendo un altro popolo che potrà sentirsi in pace. Che pace e giustizia sono tra loro indissolubili. E che non è degno di uno Stato democratiche perseguire politiche che finiscono per supportare un sistema di apartheid».
Lei chiede giustizia per la popolazione di Gaza. Chiede la fine dell’assedio. Ma cosa si sente oggi di chiedere ai capi di Hamas che comandano a Gaza?
«Chiedo un atto di umanità: liberate il soldato Shalit. Restituitelo a due genitori straordinari che hanno espresso più volte e con parole nobili il loro sostegno alla gente di Gaza».
l’Unità 15.7.09
La parola è Tu
Tra slanci e sospetti il superamento del recinto Io
di Manuela Trincia
Donald Winnicott «Cosa vede il bebè quando guarda il viso della madre? Di solito ciò che il bebè vede è se stesso, e se il volto della madre è poco responsivo, allora il suo viso, lo specchio, sarà qualcosa DA guardare ma non qualcosa IN CUI guardare»
La citazione «Tu, tu che sei diverso, almeno tu nell’universo!/un punto, sai, che non ruota mai intorno a me/un sole che splende per me soltanto
come un diamante in mezzo al cuore»
Mia Martini, Almeno tu nell’universo
IO. Io tronfio, Io alieno, Io sintetico, Io corporeo, Io pelle, Io sabotatore, sussidiario, libidico, ma anche Ego sintonico, autoreferenziale, egotista, egoista, egocentrico. E ancora, sostegno dell’Io, scissione dell’Io, difese dell’Io, psicologia dell’Io… Io Io Io… e tu?
Muovendo dai recinti in cui si nasce, andare verso il TU, il diverso da sé, lo straniero, e ospitare l’intruso, che sia un figlio nella pancia o un organo trapiantato o semplicemente il prossimo tuo, è oggigiorno sempre più fonte di affanno e di sospetto. Le famiglie sono diventate «elicottero» volano basse, controllano, vogliono figli esenti rischio, mentre per le strade iniziano a girare le ronde. Brutte cose.
Peraltro siamo figli di un pensiero e filosofico e psicoanalitico che si avvia sì dal convincimento che l’io si istituisce nella relazione con l’altro, ma a partire dal riconoscimento – dall’assorbimento - dell’altro dentro di sé. Capovolgere, allora, il primato della dimensione egocentrica per la quale l’Io non riceve nulla dall’esterno, e ritenere che il soggetto si costituisce a partire all'alterità, in un reciproco dialogo con il Tu, sono gli spiragli aperti, in questi ultimi anni, dal concetto di «campo» di «funzionamento mentale relazionale» o di «ospitalità» o dalla la filosofia del dialogo. L’autentica esperienza dello stare insieme non avviene, infatti, nel cerchio magico dell’interiorità, scriveva Emmanuel Lévinas, «ma è un insieme di faccia a faccia». Il volto è il trionfo del Tu, perché esprime l’unicità del soggetto.
«Il bebé guarda la faccia della mamma» e quel primo «specchio» - ipotizzava Donald Winnicott - avviene uno scambio significativo con il mondo, un processo a due vie, in cui l’arricchimento di sé si alterna con la scoperta dell’altro». È un volto, dunque, che segna la rottura con la totalità, che avvia, con la separazione, il movimento verso il Tu. «Egli è come te, non te», si legge in Rosenzweig. «Io sono te, quando io sono io», scriveva Paul Celan in Elogio della lontananza.
Anche Jaques Lacan, teorico del decentramento dell’Io, annotava come nella speculare fusione madre-bambino, nel desiderio di totalità narcisista, il bambino stesso fosse un segregato. Solo nell’extimitè si poteva auspicare una diversità non assimilabile tout court all’Io.
Il Tu si svela allora nell’esperienza della prossimità e non della fusionalità ed esorta a muoversi per dare e ricevere «doni» in una collettività che il Tu lo riconosca e lo valorizzi: «Io dico Tu a tutti quelli che si amano», proprio come scriveva Jaques Prevert.
Repubblica 15.7.09
Noi medici tra legge e volontà del paziente
risponde Corrado Augias
C aro Augias, nella nostra storia medica ci sono stati in passato numerosi momenti di sintesi fra evidenze scientifiche, principi dell'ordinamento, differenti visioni etiche. Questo ha consentito la stesura di ottime leggi che noi medici applichiamo in piena coerenza. Ad esempio la legge 194/78 sull'interruzione di gravidanza, la legge 578/95 sull'accertamento della morte. Negli ultimi anni questa armonizzazione è venuta meno con preoccupante crescendo. Presupposti ideologici, in cui ha avuto un peso il magistero Cattolico, sono stati presentati come certezze «non negoziabili», giustificando scelte politiche in contrasto con l'oggettività delle evidenze scientifiche. Così la Legge 40/04 sulla procreazione assistita per la cui stesura non è stata tenuta in alcun conto né l'opinione delle società scientifiche né quella dei giuristi che vi scorgevano un impianto anticostituzionale. Infatti una sentenza della Corte Costituzionale ha poi affermato che «in materia di pratica terapeutica la regola di fondo deve essere la autonomia e la responsabilità del medico che, con il consenso del paziente, opera le necessarie scelte professionali». La stessa linea scientificamente errata informa ora il disegno di legge detto 'testamento biologico' approvato al Senato e tra poco in discussione alla Camera. I cittadini sempre più spesso chiedono di conciliare le possibilità del progresso scientifico con le proprie scelte esistenziali, in un contesto di pluralismo etico e culturale. Saremo capaci di corrispondevi?
Davide Mazzon Direttore Dipartimento Chirurgico Ospedale di Belluno
N on lo so. Sul testamento biologico (dichiarazione anticipata di volontà sul proprio fine vita) s'è scatenata una guerra di religione. La Chiesa vuole dimostrare la forza con la quale sa condizionare le scelte legislative; il capo del Governo potrebbe usare il provvedimento come moneta di scambio, dopo le note oscenità, per recuperare favore nelle gerarchie vaticane. In una parte della lettera che ho dovuto tagliare, il professor Mazzon elencava le numerose società scientifiche e mediche, oltre al Codice di deontologia medica, che hanno affermato, più volte, «che il paziente può rifiutare qualsiasi trattamento, compresi quelli che il medico ritenesse proporzionati». Tra le numerose mostruosità contenute nel progetto di legge c'è quella di cui all'art. 3 comma 6 dove si afferma con assoluta antiscientificità che la Nutrizione artificiale forzata non è trattamento medico bensì «sostegno vitale destinato ad alleviare la sofferenza». Chiede il professor Mazzon, e io con lui: si può immaginare il sollievo di un morente nell'essere ingozzato per legge? Meglio non immaginare, il solo pensiero è raccapricciante.
Corriere della Sera 15.7.09
Il caso Balducci. sollevato da Di Bella, che potrebbe essere sostituito dalla Berlinguer. Pannella: è taleban-vaticanismo
Battuta sul Papa, rimosso il vaticanista del Tg3
Zavoli: «Disarmante grossolanità». E la poltrona del direttore torna in bilico
di Andrea Garibaldi
ROMA — Roberto Balducci, da due anni vaticanista del Tg3, autore di una battuta ironica sul Papa in un servizio di domenica scorsa, non seguirà più le vicende della Chiesa cattolica. Balducci ieri ha scritto una lettera al suo direttore, Antonio Di Bella, nella quale, «in virtù della decennale amicizia», si rimetteva alle valutazioni del direttore stesso. Balducci ribadiva di non aver mai voluto essere irrispettoso nei confronti del Vaticano e di essere dispiaciuto per il danno causato al direttore, alla testata e all’azienda. Di Bella ha sollevato Balducci dalle competenze sul Vaticano. Spiega: «Ho dovuto farlo, per difendere la testata».
Ieri sera, ore dopo la «rimozione », è intervenuto nella vicenda il presidente della Commissione parlamentare di vigilanza Rai, Sergio Zavoli: «Ho scritto una lettera al presidente e al direttore generale della Rai in cui richiamo l’urgenza di far rispettare i vincoli contrattuali del servizio pubblico, stabilendo il principio che al merito professionale deve corrispondere la responsabilità. L’episodio del Tg3 — in sé un tentativo maldestro di fare dello spirito, risoltosi in una palese e disarmante grossolanità — aggiunge nuove voci al vocio di quanti si dicono scontenti della Rai senza distinzioni e senza mezze misure. La lezione di questa spiacevole circostanza riconduce all’indirizzo della Commissione di vigilanza la necessità di incrementare il rapporto fiduciario che lega l’azienda e l’opinione pubblica».
Una censura che investe anche la direzione del telegiornale coinvolto. Domani il Consiglio di amministrazione Rai si occuperà proprio di nomine, compresa quella del direttore del Tg3. Di Bella andava con una certa sicurezza verso la riconferma, per i buoni risultati dei suoi otto anni di comando. Come possibile concorrente alla direzione è circolato un unico nome, quello di Bianca Berlinguer, conduttrice e inviata della testata. Questione interna al centrosinistra, quindi. Ieri Europa, ex quotidiano della Margherita, ha scritto che l’incidente del Papa può «diventare il pretesto per un colpo di mano che qualcuno ha in mente da tempo». E poi: «Il tg di Di Bella è stato praticamente l’unico a raccontare gli sviluppi dell’inchiesta di Bari, il solo a fare le pulci alle promesse sulla ricostruzione in Abruzzo. E’ questo che dà fastidio? O gli ascolti troppo alti? Prima di cambiare facce, sarebbe bello sapere perché». Da cosa nasce tutto ciò? Balducci presentando le vacanze del Papa in Valle d’Aosta ha raccontato che lassù lo attendono anche due gatti, «che gli strapperanno un sorriso almeno quanto i proverbiali quattro gatti, forse un po’ di più, che hanno il coraggio e la pazienza di ascoltare ancora le sue parole». Il comitato di redazione del Tg3 esprime «la sensazione che il Tg3 sia vittima di una strumentalizzazione politica: stiamo parlando di una battuta riuscita male e di cui il collega si era scusato. Il Vaticano sembrava avesse accettato questa lettura ». Marco Pannella definisce la rimozione di Balducci «episodio di 'taleban-vaticanismo italiota'». Di Bella non ha nominato il nuovo vaticanista. Attende, prima, la riconferma al suo posto.
il Riformista 15.7.09
Biotestamento. La Chiesa si fida di Silvio
di Paolo Rodari
VERSO UNA LEGGE. Inizia oggi alla Camera il dibattito sul ddl Calabrò. I sospetti di accelerazione forzata non spaventano la maggioranza. E nemmeno la Cei, sicura della promessa del premier di 5 mesi fa.
Mentre il ddl sicurezza è destinato a rallentare la sua corsa verso l'entrata in vigore al fine di approvare, contestualmente, quella sanatoria tanto apprezzata dalla Chiesa italiana che prevede la possibilità di regolarizzare colf e badanti, si parla in queste ore di un movimento contrario riguardante un altro ddl, quello sul biotestamento che inizia oggi l'esame alla Camera. Movimento contrario che significherebbe accelerazione e, dunque, allineamento dell'iter parlamentare ai voleri della Chiesa italiana.
Le cose stanno così? Davvero, come hanno denunciano i radicali, il centrodestra imponendo la discussione sul ddl in sede di commissione Affari Sociali della Camera ha di fatto manifestato la volontà di procedere a tappe forzate? Davvero la manovra del Pdl sarebbe «politica» e cioè mirerebbe a rendere impossibile qualunque discussione e modifica del ddl stesso assecondando in questo modo le aspettative della Chiesa italiana? Oppure ha ragione il relatore, Domenico Di Virgilio (Pdl), secondo il quale «sarà una normale discussione, senza alcun paletto sui tempi», insomma un «dibattito che si spera sia tranquillo, sereno» e «su basi scientifiche e non ideologiche»?
Difficile rispondere. Certo è che un accordo Chiesa-maggioranza di Governo sull'argomento non c'è stato. C'è stata, questo sì, una promessa avanzata da Silvio Berlusconi nelle ore immediatamente successive la scomparsa di Eluana Englaro. Questi - e le sue parole sono state recepite bene dal segretario di Stato vaticano Tarcisio Bertone - ha promesso che una legge ci sarebbe stata. Non ha detto quando, ma la certezza della Chiesa italiana è che la cosa si farà senz'altro entro l'anno. E questa certezza basta e avanza.
Gli incontri tra Berlusconi, esponenti del Governo e importanti rappresentanti della Chiesa italiana (e anche del Vaticano) furono due. Il primo avvenne immediatamente dopo la morte di Eluana Englaro. Il secondo poco dopo, nella metà del mese di febbraio durante il ricevimento all'ambasciata italiana della Santa Sede in occasione degli 80 anni dei patti Lateranensi e dei 25 anni della revisione del Concordato. Berlusconi, dopo aver incontrato Bertone e il presidente della Cei Angelo Bagnasco, assicurò che «il tema della fine della vita è un problema che non è assolutamente di parte ma riguarda tutti, quindi l'auspicio è che si possa trovare una soluzione condivisa». E ancora, disse che tra il Governo e il Vaticano «vi sono visoni comuni».
Quale poi sia il contenuto di questa visione comune lo spiegò bene, sempre alla metà del mese di febbraio, un altro importante esponente vaticano, il cardinale Camillo Ruini. Al Tg1 tornò sul caso Englaro affermando che la vicenda di Eluana «ha insegnato che è necessaria una legge che escluda l'eutanasia e l'accanimento terapeutico. Quindi che non consenta di rinunciare a idratazione e nutrizione, una pessima forma di eutanasia. Serve una legge - disse - che lasci al medico le sue responsabilità professionali, una legge che chieda che sia espressa la volontà del paziente, una volontà informata e scritta. La Chiesa non è un legislatore e non vuole esserlo, ma come qualunque altro soggetto vuole esprimere la sua opinione».
Oggi, al di là della questione morale, al di là delle ripetute critiche (la maggior parte indirette e consumate a mezze parole) dei vescovi italiani intorno al libertinaggio, alla necessità di fare chiarezza, a una certa condotta morale che si ritiene importante per chi guida un Paese, la Chiesa sembra avere chiara una cosa: la promessa del premier sarà da questi mantenuta.
Un segnale positivo per Berlusconi sul fronte ecclesiastico è venuto nelle scorse ore da Avvenire. Il giornale dei vescovi italiani, dopo qualche critica sul ddl sicurezza e anche sulla questione morale, ha lodato la gestione del G8. E la cosa non è secondaria. Inoltre, quanto al testamento biologico, il giornale della Cei non ha mai offerto particolari spunti di frizione o di scontro con la maggioranza, come fosse consapevole che, in un modo o nell'altro, la cosa si farà.
A conti fatti l'unica accelerazione reale dell'iter parlamentare potrà venire "per colpa" delle forze avverse al ddl Calabrò. Ovvero da coloro che ritengono di poter modificare i contenuti del ddl in chiave eutanasica. Se poi Ignazio Marino imposterà la campagna verso il congresso del Pd tutta ruotante attorno alle questioni etiche - bio testamento incluso - sarà inevitabile la messa in campo d'una reale accelerazione da parte del Pdl (con la scontata benedizione della Chiesa italiana).
il Riformista 15.7.09
Prodotto di nicchia. È questo il destino dei quotidiani?
di Ritanna Armeni
Con la brutalità, ma anche con la chiarezza dei quindicenni, Matthew Robson (foto), in una sconvolgente ricerca sul rapporto fra media e gli adolescenti per la Stanley Morgan, ha detto a proposito della stampa quotidiana che i suoi coetanei «non perdono tempo a sfogliare tante pagine quando possono trovare titoli o sintesi on line». Suscitano scandalo parole che affermano ciò che in molti già sappiamo ma che fatichiamo a pronunciare. In questo caso quelle sulla crisi dei giornali, sulle loro perdite nelle vendite, nella pubblicità e, talvolta, nella credibilità. Su quello che sembra il progressivo, ma inesorabile restringimento della capacità di penetrazione nell'opinione pubblica della stampa quotidiana e settimanale. Matthew Robinson ne ha denunciato lo scarso appeal presso gli adolescenti, ma i dati europei e internazionali parlano di calo delle vendite in generale anche presso gli adulti. Del resto chiunque può fare un'indagine personale. Mentre va al lavoro, prende il bus o la metropolitana, entra nel bar a prendere un caffè, provi a contare quanti hanno in mano un quotidiano. Di quelli che si comprano in edicola, naturalmente, non di quelli distribuiti gratis. Potrà fare una sua personale e veritiera statistica dei lettori della carta stampata.
La crisi è talmente grave che già qualche anno fa l'Economist prevedeva la scomparsa dell'ultimo quotidiano nel 2043. Mentre la situazione dei giornali Usa e la vendita, per far fronte al calo delle vendite e degli introiti, da parte del New York Times della sede, il grattacielo progettato da Renzo Piano, ha reso plasticamente la disfatta della stampa mondiale. Oggi - ci racconta Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera - solo due gruppi editoriali uno inglese, The Economist e l'altro tedesco, quello di Axel Springer l'editore di Bild Zeitung e Die Welt sono in attivo, hanno aumentato il numero delle copie vendute e i ricavi on line. Esiste allora una ricetta per evitare la pronosticata fine della carta stampata? Lo stesso Mucchetti fa notare che le due eccezioni, quella inglese e quella tedesca, hanno conseguito l'obiettivo con due ricette diverse: qualità ed autorevolezza nel caso inglese, giornali popolari e territoriali con concorrenza diretta alla tv nel caso tedesco.
E l'Italia? In Italia non ci si interroga pubblicamente sulla crisi dei quotidiani. Nel momento in cui giornali piccoli e grandi parlano della situazione economica e finanziaria, analizzano nei minimi particolari e senza pietà la crisi dei partiti, discutono sui mali della scuola e dell'università evitano di esprimersi sulle loro difficoltà e di analizzarle come se queste non facessero parte della difficile situazione del Paese.
Pure qualche riflessione sulla stampa italiana e su come la crisi ha già influito su di essa si può cominciare a fare.
I quotidiani in Italia non hanno mai avuto la straordinaria diffusione che c'è stata negli altri Paesi (leggiamo poco) e si sono distinti per essere molto politicizzati e poco popolari. Queste loro caratteristiche unite all'attuale declino hanno già provocato o accentuato un cambiamento. Oggi nessuno osa dirlo ma non esistono grandi giornali nazionali. Esistono solo giornali di nicchia. Nicchie più o meno piccole o più o meno grandi. Una nicchia piccola significa un bacino di 2.000 lettori o meno, una grande di 200mila o poco più, ma questa è già la realtà.
Quali le conseguenze? In questa realtà acquistano paradossalmente un peso maggiore i piccoli giornali il cui ruolo nella formazione dell'opinione pubblica e nella battaglia delle idee ha un peso specifico superiore rispetto ai giornali che sono ritenuti grandi, ma che non hanno poi veramente i numeri per influenzare più di tanto l'opinione pubblica. È, inoltre, già abbastanza evidente che anche quelli che sono ritenuti importanti quotidiani nazionali, proprio perché di nicchia e con una tradizione di politicizzazione, si sono già trasformati. Sono tutti divenuti "secondi giornali" (rispetto all'informazione tv) o giornali-partito. Tutti rappresentano solo una parte ben delimitata della società e dell'opinione pubblica: il centro moderato, la borghesia progressista, il riformismo pluralista, l'intransigenza valoriale, la sinistra, la propaganda berlusconiana, il mondo cattolico più osservante. Tutti per mantenere e non restringere la propria nicchia abbandonano le illusioni dell'obiettività e dell'imparzialità e innalzano una loro bandiera. Tutti dichiarano nei fatti la propria inclinazione a formare oltre che informare. Ecco, la risposta italiana alla crisi non può che partire da qui.
Queste trasformazioni, se riconosciute, vissute e valorizzate, possono non essere del tutto negative. Possono persino aiutare il Paese a uscire da una sorta di apatia intellettuale nella quale è caduto, a ricostruire punti di vista, a condurre battaglie di idee. Possono portare la carta stampata a ben radicarsi nella società seppure in modo diverso da come siamo abituati a pensare. E a dare - nel ridimensionamento - una soluzione alla sua crisi. Non in termini di copie vendute - questo mi pare impossibile - ma di credibilità e di ruolo, di nuova indipendenza. Il coraggio di riconoscere i propri limiti e di giocare su un altro terreno è la condizione indispensabile perché la stampa quotidiana non perda il confronto con l'altra faccia dell'informazione, quella televisiva, che dilaga con notizie e immagini e occupa spazi che la prima non può più coprire. Un' informazione televisiva la cui impronta in Italia è oggi decisamente governativa e berlusconiana. Si tratta di costruire e raccontare dove l'altra spesso nega, distrugge e disgrega, fornire nuovi modi di pensare che forse qualche volta possono apparire minoritari, poi influiscono sull'opinione pubblica. Non so se ci riuscirà o se continuerà a seguire strade ormai superate, ma questa è la nuova sfida.
Il Tempo 15.7.09
Intervista a Bobo Craxi: "Nencini cancella la cultura socialista"
di Lanfranco Palazzolo
Riccardo Nencini sta costruendo un altro partito «che non ha nulla a che vedere con il socialismo riformista». Bobo Craxi spara a zero contro il segretario del Partito socialista.
Onorevole, si aspettava questo esito bulgaro del Consiglio nazionale che ha confermato la vicinanza con Sinistra e libertà?
«Nel Consiglio non erano in discussione due linee politiche alternative, ma la richiesta di un congresso. In realtà sono molto soddisfatto di questo pronunciamento. Se c’è una parte del partito che desidera costruirne un altro, questo significa che la mia idea è giusta. Io voglio mantenere in vita il Ps mentre gli altri vogliono costruire un soggetto nuovo».
Nel corso di questo CN il segretario Nencini ha detto che il Pd terminerà la linea dell’autosufficienza. Come fa a dirlo?
«Quella di Nencini è un piccola speranza. A me interessa capire come i socialisti contribuiscono a dare vita ad un’ala riformista nel Paese. A questo punto sarà inevitabile riaprire il dialogo con tutte le aree riformiste. La politica dell’autosufficienza non fa il paio con gli equilibri più avanzati. Io voglio il Ps e non una macedonia di sconfitti della sinistra».
Qual è il limite del progetto di Vendola e di Fava nel quale molti socialisti sono stati assorbiti?
«Con questa scelta scompare la cultura socialista. Noi proveniamo da storie diverse e rappresentiamo delle esigenze differenti. L’unica cosa nella quale vedo una volontà comune è quella di riuscire a superare gli sbarramenti elettorali».
È vera la voce che vorrebbe Vendola come candidato del Pd alle prossime elezioni regionali?
«Escludo che ci possa essere questa ipotesi. In questa fase Vendola è nel mezzo di una polemica molto serrata con il Pd in Puglia. La polemica tocca quella parte del Pd controllata da D’Alema. L’aspro confronto di Vendola in Puglia si salda con le tentazioni neopopuliste e regionaliste come quella di Lombardo in Sicilia».
In cosa si materializza l’approdo riformista del Partito socialista? Pensa che sia necessario riaprire il confronto con Marco Pannella?
«L’approdo socialista non è Sinistra e libertà. I socialisti devono avviare un dialogo a 360 gradi e riconsiderare quella esperienza della "Rosa", del rapporto privilegiato con i radicali. Invece il dialogo con Fava e Vendola ci sposta drammaticamente verso la deriva di una sinistra indistinta. Il voto socialista non è dalla parte di Sinistra e libertà».
martedì 14 luglio 2009
L’Altro 05.07.09
Così la nonviolenza è stata sconfitta
Fausto Bertinotti racconta il tentativo fallito di rifondare la politica ripartendo da un’altra idea di conflitto
“Sinistra o riparti dalla nonviolenza o sei morta”
Intervista a Bertinotti sulla necessità di rilanciare una cultura politica che rimetta tutto in discussione. A partire da sé
di Angela Azzaro
Non è la notizia del giorno, ma per noi è l’apertura del giornale perché la consideriamo di grande interesse per il futuro della sinistra. Quindi per il nostro futuro. Vi proponiamo un’intervista a Fausto Bertinotti in cui spiega il perché della sconfitta della nonviolenza, ma anche la necessità oggi di rilanciarla. Per Bertinotti, che quando era segretario di Rifondazione comunista fu tra i principali sostenitori di questa idea, la sconfitta è stata prodotta dall’aver limitato la nonviolenza a una dimensione esclusivamente politica. Lo sforzo, dice oggi Bertinotti, doveva essere fatto e deve essere fatto anche su un piano culturale e antropologico. “Invece – ci dice – non ci siamo riusciti”.
La nonviolenza non è una targhetta da mettere sopra la propria storia, lasciando tutto il resto intatto, ma una riscrittura del paradigma a partire da una messa in gioco personale. Per la sinistra è una questione di vita e di morte, soprattutto oggi, in un momento in cui prevale la confusione e la divisione. Per ripartire, e aprire la discussione sul giornale dando spazio alle diverse posizioni dalle più negative alle più interessate, abbiamo voluto mettere in evidenza i punti critici ma anche la ricchezza, politica e umana, che secondo noi la nonviolenza porta con sé.
“Tu, proprio tu, vuoi rinunciare alla vita militare?”. Per Fausto Bertinotti la nonviolenza è prima di tutto una chiamata in causa personale. E’ quel “tu” pronunciato dai cristiani dell’inizio del primo millennio e poi diventato il sale della lotta politica a sinistra. Quel sale oggi non c’è più. E’ difficile trovarlo, rintracciarne qualche scheggia in una situazione di frammentazione e di confusione. Ma per noi dell’Altro resta una delle questioni principali per continuare lo sforzo di creare una sinistra moderna. Una sinistra in grado di capire criticamente il presente: di interpretarlo ma anche di cambiarlo. E’ per questa ragione che abbiamo deciso di intervistare Fausto Bertinotti, cioè il leader politico che nella nonviolenza ci ha creduto di più e che ci crede ancora nonostante la sconfitta. Non solo e non tanto elettorale, ma soprattutto la sconfitta di non aver davvero saputo rivedere il proprio paradigma, i propri valori. La propria visione del mondo. “Penso – sottolinea senza dubbi Bertinotti – che oggi la nonviolenza sia indispensabile per ricreare, a sinistra, una soggettività critica e una unitarietà tra le varie componenti, ora così litigiose”.
Ma per rilanciarla non si può non fare i conti con le critiche che le sono state mosse, da quelle più significative e impegnative a quelle più diffuse come quella che giudica la svolta nonviolenta della Rifondazione comunista guidata da Bertinotti come una scelta per accreditarsi nelle stanze dei bottoni. E’ la posizione che identifica nonviolenza e “governismo”.
Bertinotti, partiamo subito da qui, da una delle critiche che in questi anni si sono sentite di più. La sua Rifondazione ha scelto la nonviolenza per poter andare al governo con Prodi?
Non mi sembra questo il punto principale del suo afflosciarsi. In questi anni abbiamo sentito una serie di repliche politiche che hanno messo in discussione la nonviolenza, alcune di queste molto nobili. Sinceramente l’accusa di governismo mi sembra quella più risibile di tutte. Gli esclusi che sono entrati a far parte del governo, vale questo per comunisti e socialisti nella storia d’Italia, non hanno mai posto il problema della nonviolenza. Noi siamo stati i primi a farlo. Inoltre c’è una contraddizione tra questa visione e l’entrare nel governo, che porta con sé sempre una buona dose di violenza. Rifondazione comunista aveva già fatto un grande sforzo ponendo la questione della critica allo stalinismo, poteva finire lì. E invece abbiamo deciso di andare avanti.
Ma quale è stata allora la critica più forte e decisa che è stata opposta a questo passaggio?
Il discorso che viene opposto è che la violenza, agli effetti della storia rivoluzionaria, è elemento difensivo fondamentale. Questo vale per la lotta di liberazione dal nazifascismo, vale per tutte le lotte di liberazione anti colonialiste, vale per la guerriglia. Ponendo la questione della nonviolenza entri, cioè, in contrasto con la nostra storia. Mentre l’accusa di governismo è banale, con questa obiezione ci si deve fare i conti.
Come si esce da questa contraddizione?
Noi avevamo cercato di dare una risposta fin da subito, ma ce l’abbiamo fatta solo parzialmente. Non siamo riusciti a mettere in discussione il mito della vittoria e dell’eroismo. E’ stato un limite nostro, perché abbiamo pensato la nonviolenza dentro la dimensione unicamente politica.
Facciamo un passo indietro. In quale humus nasce la proposta?
Fu subito dopo Genova nel 2001. La reazione pacifica dei manifestanti davanti alle cariche della polizia – quell’onda che arretrava senza rispondere – ci fece supporre che stava nascendo una propensione nonviolenta in una generazione che allora si affacciava alla politica. Se la stessa cosa fosse accaduta negli anni 60 sarebbe stata una strage. Venivamo da Porto Alegre, cioè dal primo Social forum mondiale, e lì avevamo visto altre forme di organizzazione politica diverse da quelle militari e gerarchiche. L’altro elemento di riflessione fu la guerra che allora definimmo infinita e permanente. Come opporsi? Pensammo che la risposta più radicale per i popoli fosse quella pacifica. E’ in questo contesto che nasce la risposta alla domanda di prima: come conciliare la nonviolenza e la nostra storia, dalla Resistenza a Che Guevara? Collocandola nel qui e ora. La risposta nonviolenta vale per l’oggi, per il presente. Vale qui. Lo stesso Gandhi pensava che la nonviolenza non fosse valida per tutti allo stesso modo. Diceva meglio la violenza contro l’ingiustizia che l’accettazione dell’ingiustizia.
Ma allora che cosa non ha funzionato? Qual è stato l’errore?
Abbiamo sorvolato l’approfondimento. I cattolici che si interessano della nonviolenza hanno scritto migliaia di libri, ne hanno fatto un rovello. Noi ci siamo fermati alla politica, senza indagare cosa comporti l’assunzione anche personale della nonviolenza. Abbiamo operato una giustapposizione. Lo stesso errore che abbiamo fatto per il femminismo e per l’ambientalismo. Non abbiamo rimesso in discussione il nostro paradigma, abbiamo pensato che la nonviolenza, così come il femminismo e l’ambientalismo, potessero essere aggiunti senza altro sforzo. L’innovazione si è fermata a metà.
Quali altri dimensioni andavano indagate?
Prima di tutto quella personale. La nonviolenza doveva diventare bussola delle relazioni individuali. Così non è stato. Non è stata, come doveva essere, l’occasione per scardinare e rivedere i rapporti sociali, per entrare nella sfera della vita e della sfera personale. La nonviolenza ha molte dimensioni, quella collettiva, quella individuale e poi, centrale, quella duale, cioè quella del rapporto con l’altro, a partire dal rapporto uomo-donna. Ma non siamo riusciti a fare esperienza, una volta enunciata la teoria, la pratica è rimasta la stessa. Qui abbiamo perso.
A parte le critiche, a volte vere e proprie ostilità, qualcosa di positivo e innovativo lo ha però prodotto?
C’è stato un momento d’urto, importante. Un partito di sinistra che diventa nonviolento produce scandalo. Ma sono stati tutti effetti difensivi. Siamo riusciti, per esempio, a smontare la spirale guerra/terrorismo, battendo posizioni filoterroriste che pure ci sono nella nostra storia. Abbiamo cioè potuto dire no alla connessione tra l’adozione della violenza dei “giusti” e la violenza dei potenti. La nonviolenza ci ha permesso di stare nel movimento pacifista, ma la nostra pratica è rimasta la stessa. Se pensiamo alle cose che abbiamo fatto in quegli anni, anche senza la nonviolenza sarebbero state le stesse.
Qual è l’effetto più alto che può provocare?
E’ la chiamata in causa personale. Il cristianesimo delle origini, quello che poi è stato spazzato via dalla svolta violenta di Costantino, parlava chiaro. “Tu, proprio tu, rinunci alla vita militare?”. La nonviolenza richiama una visione del mondo in cui ci sei “proprio tu”. Il problema dell’altro, diventa il problema principale della tua esistenza. Per noi invece è rimasto come un caciocavallo appeso: né agire collettivo né agire personale. Questa chiamata in causa personale è del resto la migliore eredità che ci viene dalla nostra storia. Il socialismo d’inizio secolo era questo. Uno per diventare socialista doveva rinunciare a qualcosa. Essere socialista significava prima di tutto una modalità di comportamento. Così la nonviolenza pretende la testimonianza.
Che cosa significa quel “proprio tu” nella contesa politica? Essere sempre d’accordo su tutto?
No, chiaro. Significa non trasformare l’avversario in nemico. La non criminalizzazione di chi la pensa in maniera diversa da te come misura elementare da assumere. La nonviolenza richiede di scoprire la verità interna dell’altro. In che cosa lui ha qualche ragione in quello che sostiene? Non si tratta quindi di dismettere la contesa ma di porti il problema di come dare una risposta diversa a quella verità interna.
Torniamo al contesto in cui è nata la nonviolenza e ai suoi effetti. Tra quelli negativi c’è stata la rottura tra il Prc e una parte del movimento che ha visto quella svolta come un attacco alle sue pratiche e alla sua gestione del conflitto. E’ una ferita, in parte, ancora aperta. Qual è la posizione di Bertinotti?
Fino a Genova abbiamo lavorato in una totale internità al movimento. Ma proprio sulla questione della nonviolenza si è scatenata un’offensiva che era già latente e che aveva a che fare con propensioni egemoniche. Penso che all’inizio, anche in nome di una giusta unità del movimento, non avessimo esplorato a sufficienza le diversità nell’analisi della società e nelle risposte da dare. C’è stata cioè un’opacizzazione delle differenze, la nonviolenza è diventata un’occasione per fare chiarezza. Una parte del movimento si è riappropriata di una sua radice: la propensione a considerare la nonviolenza come estranea alla rivoluzione.
“L’Altro” è stato messo sotto accusa per aver dato spazio a posizioni e a firme dell’area di destra. Noi, dalla nostra, rivendichiamo l’apertura e pensiamo di stare in linea con quello che dici tu: necessità di conoscere la verità interna dell’altro e rompere alcuni schemi consolidati.
Penso che l’atteggiamento dell’Altro sia apprezzabile. Fatico perfino a capire l’obiezione che è stata sollevata. Se vuoi capire, devi conoscere “lui”, non il tuo pensiero su di “lui”. Devi sempre distinguere quando un’ideologia diventa regime, dalle persone in carne e ossa. Di ogni forma di contestazione, anche quando presenta elementi spuri, contestabili, devi capire quale è la molla. Nella cultura di destra c’è una forma di ribellione resistente che va raccontata: senza rinunciare al vaglio critico, ma senza ridurla all’elemento per te repellente. Céline, non era solo antisemita, ma nella sua opera esprimeva anche una forte opposizione al Male.
L’obiezione principale è che non siamo abbastanza anti-fascisti. Ma la nonviolenza non richiede anche una revisione delle categorie e della propria storia?
Il momento più alto della lotta antifascista è stato l’avvio del processo costituente. Quando dicono che la Costituzione fu una mediazione tra le componenti, sbagliano. Tutti erano d’accordo: la democrazia era uguaglianza. Era progressiva e partecipativa. L’antifascismo, fino a quel momento fenomeno compiuto, viene assunto, dopo la divisione del mondo in blocchi, come scudo di legittimazione democratica da una parte sola. Negli anni Sessanta la mia generazione riattualizza l’antifascismo nella forma del no all’autoritarismo, come riscoperta della cultura orale, popolare, come idea di nuovo mondo. L’errore è stato la riproposizione dell’antifascismo militante, delle origini, in assenza però del regime. Quando nel ’60, a Genova, ci furono gli scontri per impedire il congresso del Msi, c’era dietro una grande nobiltà. Io senza quella spinta oggi non sarei in politica. Detto questo, però, non si può non vedere come, a un certo punto, lo scontro non diventa contro il fascismo, ma contro i fascisti. Il salto e la violenza nascono quando qualcuno – come chi praticò la lotta armata – pensò, sbagliando, che il fascismo potesse tornare come regime.
Nell’elaborazione della nonviolenza c’è stato un forte richiamo al femminismo. Ma le femministe lo hanno visto come un richiamo che è rimasto lì. Giustapposto come si diceva prima. Come mai?
Per me questa questione resta aperta. Resta un rovello. Sento mia la sollecitazione del femminismo alla mutazione del paradigma, alla necessità di andare oltre la giustapposizione. Ma è vero: non siamo riusciti. Io posso parlare per me. Quando leggo Lea Meandri sono d’accordo su tutto, ma se mi chiedi di ridirlo non sono in grado. Come mai? Intanto il mio essere maschio. Poi ci sono altre due condizioni che incidono: la mia cultura da un lato, dall’altro che il femminismo, nel suo giusto diritto di affermazione, non poteva che elaborare una lingua propria. Il mio organicismo mi disturba, ma resto tale e ho difficoltà a capire la lingua dell’altra. Sono però convinto che non si possa pensare la liberazione della persona, a partire dal rapporto tra donna e uomo, senza una revisione del paradigma. Come? Forse la nonviolenza, in quanto dotata di uno statuto proprio, potrebbe favorire questo lavoro comune.
Abbiamo detto che la nonviolenza non è una priorità della sinistra, ma che anche la sinistra non sta tanto bene. Vale allora la pena oggi rilanciare questa proposta?
E’ una necessità assoluta. Penso sia una chiave di volta per ricomporre la frammentazione. Per far comunicare enne diversità non basta mettere insieme i pezzi. C’è bisogno di una reinvenzione della sinistra che passi per la dimensione europea e che ricostruisca un’idea di civiltà. Non basta cioè dire che bisogna mettere insieme conflitto di classe, contraddizione uomo-donna, pacifismo e critica allo sfruttamento delle risorse naturali, ci vuole una ricostruzione della soggettività critica. La nonviolenza può essere l’elemento propulsore, anche perché ti permette di riconoscere la verità interna comune di chi si batte contro l’oppressore.
Intanto si litiga, anche tra fratelli, tra sorelle. Altro che nonviolenza…
Proviamo a fare un esperimento. Mettiamo insieme per una settimana tutti i protagonisti italiani della sinistra. Partiti, associazioni, giornali. E mandiamo un testimone che poi dovrà riferire ad un convegno, supponiamo in Giappone. Alla fine, questo signore, andrà via convinto che la sinistra in Italia esista e che, nonostante alcune, anche importanti, differenze, ha molte idee in comune. Se lo stesso signore, sente le persone, una ad una, in un confessionale capirà che sono tutti contro tutti. La nonviolenza servirebbe a migliorare anche i rapporti tra di noi.
Repubblica 14.7.09
Padre Lombardi: più rispetto. Di Bella: nessuna ironia
Camera, appello all´Onu. Binetti vota anche il testo Udc
Tg3, gaffe sul Papa in vacanza "Lo ascoltano in quattro gatti"
di Orazio La Rocca
Proteste bipartisan "Deriva anticlericale" La redazione: accusa infondata
Parere favorevole del governo sia ai testi della maggioranza che dell´opposizione
ROMA - «Ad ascoltare il Papa sono ormai quattro gatti». E sul Tg3 si abbatte la bufera. La contestata frase è di Roberto Balducci, il vaticanista del Tg3, il quale nell´edizione delle 19 di domenica scorsa, parlando delle vacanze di Benedetto XVI, con un tono piuttosto ironico ha detto che «domani il Papa va in vacanza e ci saranno anche due gatti che gli strapperanno un sorriso, almeno quanto i proverbiali quattro gatti, forse un po´ di più, che hanno ancora il coraggio e la pazienza di ascoltare le sue parole».
Il primo a protestare contro il Tg3 è stato il vice presidente della Commissione di vigilanza Rai, Giorgio Merlo (Pd), il quale, ieri nel dirsi «stupito» per «le parole del servizio», lamenta che «è singolare ed inconsueto che una testata importante come il Tg3 scivoli in questa anacronistica, e volgare, deriva anticlericale. Un errore o un costume?». Analoghi richiami anche da Giorgio Lainati (Pdl) l´altro vicepresidente della stessa Commissione, che parla di «ironie sgangherate» e avverte che «neppure una linea editoriale vicina alla sinistra può giustificare un atteggiamento così anticlericale».
Critiche, comunque, respinte dal direttore del Tg3 Antonio Di Bella, che ricorda come il suo tg abbia sempre avuto «grande rispetto e grande attenzione per il magistero della Chiesa e la figura del Pontefice». «Un passaggio del servizio sulle vacanze del Papa - ha però ammesso - può avere indotto l´onorevole Merlo o altri a ritenere che tale rispetto sia venuto a mancare. Così non è. Anche per questo, subito dopo il giornale, prima ancora di qualsiasi polemica, ho richiamato formalmente il vaticanista e il collega mi ha assicurato che non era sua intenzione ironizzare, o peggio irridere il Pontefice». Vicino al direttore, anche il Cdr del Tg3 che definisce «infondata l´accusa di deriva anticlericale» nei servizi trasmessi».
A mettere fine alle polemiche il portavoce papale, padre Federico Lombardi, che nel prendere «atto delle dichiarazioni» di Di Bella, si augura che il Tg3 «sia sempre, come egli dice, effettivamente caratterizzato da attenzione e rispetto per la Chiesa e per la figura del Papa».
Repubblica 14.7.09
No all´aborto come contraccettivo tutti d´accordo, mozioni divise
di Mario Favale
ROMA - No all´aborto come mezzo di controllo delle nascite. Tutti d´accordo, certo. Ma ognuno lo vuol dire con parole sue. Oggi (salvo slittamenti) verranno votate alla Camera quattro mozioni che impegnano il governo a farsi promotore presso le Nazioni Unite di una risoluzione per condannare l´aborto come strumento di controllo demografico. Concetto già espresso dalla Conferenza internazionale del Cairo del 1994. Il merito è lo stesso per tutte e quattro (una a testa per Udc, Pd, Pdl e Idv): ma destra e sinistra vogliono usare parole diverse. O meglio, per dirla con Livia Turco, prima firmataria della mozione targata Pd, ognuno parte «dal proprio approccio culturale». Anche per evitare "trappole" e scoprirsi su uno dei due fronti.
L´idea di una "moratoria dell´aborto" da presentare all´Onu risale alla scorsa legislatura. Presentata dai centristi (sull´onda di una campagna stampa del Foglio di Giuliano Ferrara) non fu mai discussa a causa della caduta del governo Prodi. Ieri, ripresentata da Rocco Buttiglione, è approdata in un´aula praticamente vuota. All´inizio della seduta si contavano appena otto parlamentari. Tra i banchi dell´opposizione, a lungo unica rappresentante del Pd, Paola Binetti, cofirmataria sia della mozione Buttiglione sia di quella Turco. «La mozione dei democratici ha un dispositivo più ampio di quella dell´Udc ma non ci sono elementi di contrasto». Lei oggi voterà sì per entrambe. «E spero – dice – che così faccia tutto il Pd. Chi ha onestà intellettuale noterà che nella mozione Udc non c´è nulla di irritante o di conflitto con quella nostra». La Turco è meno netta ma anche lei troverebbe curioso «votare contro la mozione Buttiglione. Al più, sarebbe ragionevole un´astensione». Perché, afferma, «non c´è differenza nel merito. Noi, però, ci teniamo a partire da un presupposto che non neghi la contraccezione e che si concentri sulla libertà e sull´autodeterminazione delle donne». Il Governo ha espresso parere favorevole alle mozioni. La premessa, per tutti, è comunque sempre la stessa: nessuno pensa di modificare la legge 194 sull´aborto.
Repubblica 14.7.09
"Mazzette per costruire centrali elettriche" indagato l´ex ministro Pecoraro Scanio
CROTONE - Pagavano mazzette milionarie per ottenere i finanziamenti pubblici e le autorizzazioni per realizzare e gestire le centrali elettriche a turbogas della Calabria. Soldi che finivano a funzionari e politici nazionali e regionali. In un sistema che li vedrebbe coinvolti assieme a imprenditori senza scrupoli, legati in alcuni casi alle logge massoniche e titolari di conti esteri e società offshore. Nella bufera esponenti del centrodestra come l´ex sottosegretario Pino Galati e l´ex governatore Giuseppe Chiaravalloti, ma anche dello schieramento opposto come l´ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio e l´ex assessore regionale all´Ambiente dei Verdi Diego Tommasi. Secondo la procura di Crotone, che ieri ha emesso 16 avvisi di garanzia e ordinato una decina di perquisizioni, l´obiettivo era quello di controllare i finanziamenti pubblici per la realizzazione delle centrali di Scandale (nel crotonese) e di Rizziconi (nella Piana di Gioia Tauro). Il pm titolare dell´inchiesta Pierpaolo Bruni, ha ipotizzato reati che vanno dall´associazione a delinquere alla concussione, dal falso alla truffa, per finire alla ricettazione e alla violazione della legge Anselmi sulle associazioni segrete. Quest´ultimo reato è ipotizzato per Chiaravalloti e Giovanni Iannini (magistrato del Tar della Calabria), accusato anche di abuso d´ufficio per due sentenze su ricorsi contro le società che si erano aggiudicate la costruzione delle centrali. Per la Procura, il sistema prevedeva il pagamento di tangenti che sarebbero finite sui conti di società estere. In particolare, soggetti «con ruoli istituzionali» avrebbero favorito imprenditori amici. In tal modo, alcuni indagati realizzavano «provviste di denaro» che poi si spartivano attraverso società offshore. Pecoraro Scanio e Tommasi, sono stati chiamati in causa dal procuratore legale della società «Crotone Power Development», Antonio Argentino, che ha riferito ai giudici di avere ricevuto richieste di denaro «attraverso false consulenze a favore di società riconducibili ai due politici». Sia Pecoraro Scanio che Tommasi hanno annunciato querela per calunnia. Galati, ha parlato di «teoremi e pregiudizi», mentre Chiaravalloti ha detto di «ignorare di cosa si tratti». (giuseppe baldessarro)
Repubblica 14.7.09
Così la Cina rilancia la sfida alla leadership della moneta Usa
di Federico Rampini
I mercati americani hanno una dimensione superiore e una notevole liquidità Ma, dopo l´Europa, adesso ci sono altri paesi che ne discutono l´egemonia e che non utilizzano più i dollari
Le autorità cinesi usano la recessione globale per rimettere in discussione vecchie gerarchie e rapporti di forza: gli esperti finanziari sanno bene quanto questo Paese sia importante
Resta l´unica valuta veramente universale eppure nel nuovo ordine economico c´è chi chiede un cambiamento. Come ha fatto Pechino al G8
Riuscirà la Cina dove ha fallito l´Europa, cioè nel ridimensionare l´egemonia monetaria degli Stati Uniti? «Il dollaro è la nostra moneta ma è il vostro problema». Quella battuta fu pronunciata nel 1971 da John Connally, segretario al Tesoro Usa, quando l´Amministrazione Nixon decise di sganciare il dollaro dalla parità con l´oro e precipitò il mondo in un decennio di iperinflazione, tassi alle stelle e tempeste finanziarie. È una battuta che oggi nessun dirigente americano osa pronunciare, ma che riflette fedelmente il dilemma in cui si trova la Cina, principale creditore degli Stati Uniti. Nel 1971 era l´Europa il bersaglio principale di quella battuta sprezzante. Quanto è cambiata, da allora a oggi, la posizione di sua maestà il dollaro?
Molto meno di quanto ci si poteva aspettare. Il dollaro resta l´unica moneta veramente universale, per le due funzioni che svolge al di fuori degli Stati Uniti.
La prima funzione è quella di mezzo di pagamento. Gran parte del commercio mondiale continua a essere pagato in dollari, anche quando si tratta di petrolio venduto dall´Arabia saudita all´India, cioè due paesi che in teoria potrebbero benissimo decidere di regolare le proprie transazioni bilaterali in rupie indiane, o magari in euro o in franchi svizzeri.
Seconda funzione è quella di "deposito di valore". I due terzi delle riserve valutarie delle banche centrali sono in dollari. E anche una quantità rilevante della ricchezza privata degli europei, degli asiatici, degli arabi e dei latinoamericani viene investita in dollari. Questa centralità era perfettamente logica nel 1944, quando alla conferenza di Bretton Woods venne disegnato l´ordine economico internazionale in vista della fine della seconda guerra mondiale. L´America di Roosevelt aveva allora una supremazia assoluta, nel campo economico, politico, militare. Ne abusò, almeno dal punto di vista monetario, quando cominciò a stampare dollari esportando la sua inflazione nel resto del mondo: prima con la guerra di Corea, poi con la guerra del Vietnam. È quanto rischia di succedere, in futuro, per effetto dei giganteschi deficit pubblici accumulati a Washington con le manovre anti-recessione.
L´instabilità monetaria aperta nel 1971 diede una spinta potente al progetto europeo di creazione di una moneta unica: si trattava anzitutto di proteggere il mercato unico europeo da choc monetari esogeni. Quando non esisteva l´euro, le fluttuazioni brutali del dollaro destabilizzavano anche le parità di cambio fra il marco tedesco, la lira italiana, il franco francese. L´euro ha protetto da quegli choc l´interscambio commerciale fra i paesi dell´Unione.
Ma non è stato capace di sfidare il ruolo del dollaro negli scambi con altre aree del mondo (Asia, America latina, Africa); tantomeno sul terreno finanziario dove solo il dollaro continua ad avere lo status di moneta universale al punto che i due terzi dei dollari in circolazione sono detenuti all´estero. La ragione: la superiore dimensione dei mercati finanziari americani e la loro notevole liquidità.
Ora una nuova sfida alla leadership universale del dollaro è stata lanciata dalla Cina. La proposta cinese di una "valuta globale" che sostituisca il dollaro come strumento di riserva, lanciata a marzo prima del G20 a Londra, è stata ribadita al G8 dell´Aquila.
La Cina usa la recessione globale per rimettere in discussione vecchie gerarchie e rapporti di forza. Poiché i mercati finanziari sanno perfettamente quanto sia importante la Cina come acquirente di titoli pubblici americani, e quindi quanto sia cruciale la fiducia dei leader asiatici nel dollaro, quell´uscita contiene un´implicita minaccia.
È la prima volta nella storia che un presidente americano, nel definire la sua politica fiscale, è costretto a tener conto di un "vincolo esterno" che sta a Pechino, fornendo promesse alla Cina sulla solvibilità di lungo periodo del Tesoro americano. L´idea cinese è stata espressa dal governatore della banca centrale Zhou Xiaochuan. Zhou sostiene che l´attuale recessione mondiale «riflette vulnerabilità e rischi sistemici nel sistema monetario internazionale». A suo avviso uno dei modi per evitare in futuro il ripetersi di turbolenze finanziarie gravi è la creazione di una moneta di riserva «slegata da nazioni individuali e capace di rimanere stabile nel lungo periodo, eliminando così i difetti inevitabili delle monete nazionali».
La sostituzione del dollaro come moneta di riserva è un progetto di lungo periodo, sul quale il governatore Zhou ha dato suggerimenti concreti. In primo luogo ha proposto che venga allargato il paniere di monete che compongono i diritti speciali di prelievo; in seguito gli Stati dovrebbero affidare in gestione una parte delle loro riserve valutarie al Fondo monetario internazionale (Fmi).
Creati nel 1969 come un paniere di quattro valute (oggi sono dollaro, euro, sterlina e yen), i diritti speciali finora sono usati solo come unità di conto e nelle operazioni del Fmi. L´idea cinese di istituire una valuta globale non è nuova (ci pensò Keynes a Bretton Woods nel 1944, poi fu ripresa dal generale Charles De Gaulle e infine dall´Opec) ma cambia di segno perché viene da una superpotenza con il peso della Cina: sia per le dimensioni della sua economia sia per il suo ruolo di creditore di ultima istanza degli Stati Uniti. Ora la Cina moltiplica gli accordi bilaterali con India, Russia, Brasile, Argentina; in quel club già si abbandona il dollaro per passare a pagamenti bilaterali con le valute nazionali.
È naturale che questo avvenga. Basti pensare che la Cina ha sostituito gli Stati Uniti come primo partner economico del Brasile.
Repubblica 14.7.09
Ascesa e caduta di un regno
L´onnipotente biglietto verde
di Vittorio Zucconi
La sua adozione come "currency" degli Stati Uniti nel 1792 nasce dalla vittoria di Washington; diventa di carta con Lincoln. Dopo il 1945 è il riferimento per tutti ben prima del concetto di "globalizzazione"
Le guerre hanno minato la supremazia della valuta
Prima ancora di chiederci se davvero lo "Almighty Dollar", l´onnipotente biglietto verde, diventerà come il Rublo che i sudditi dell´Impero Sovietico rifiutavano inorriditi, la domanda che si impone è: come è possibile? Come ha potuto, la nazione che appena 65 anni or sono aveva costruito in quella moneta il perno attorno al quale tutte le altre dovevano ruotare, svalutare il simbolo più eloquente e indiscusso della propria primazia mondiale? La risposta più semplice e diretta, fra le tante complesse, è nel filo che segnala l´andamento delle maree che hanno sospinto in alto e poi in basso il dollaro: la guerra. Parafrasando il libro dell´Ecclesiaste, «ciò che la guerra ha dato, la guerra gli ha tolto».
La storia dell´ascesa e della caduta del thaler è legata inseparabilmente alle fortune militari degli Stati Uniti. La sua adozione ufficiale come currency dei neonati Stati Uniti d´America nel 1792 proviene dalla vittoria di George Washington. Per sette decenni, fino al 1862 sarebbe rimasto, con variazioni di peso, quello che i padri fondatori avevano immaginato, una moneta poggiata sull´equivalente aureo o argenteo. Se fu trasformata in semplice carta da Abramo Lincoln, avvenne per finanziare la Guerra Civile. La riunificazione di Nord e Sud, lo slancio industriale del dopo guerra avrebbero riportato la moneta americana a nuovi rapporti fissi con i metalli preziosi, che avrebbero resistito anche alla Grande Depressione, almeno nominalmente. Ma sarebbe stata la Seconda Guerra Mondiale a fare del greenback, della "schiena verde", verde essendo sempre stato il colore della banconota, la moneta di riferimento per ogni altra valuta. Per altri vent´anni, pur sballottato da periodiche bufere monetarie il regno del dollaro sarebbe continuato, autentica valuta globale prima che la globalità divenisse luogo comune. Dal tassista israeliano che accettava di portare giornalisti in guerra sul Golan purché pagassero in dollari, al venditore di falsi Buddha in Birmania, qualsiasi transazione era possibile, purché in dollari.
Poi, venne un´altra guerra. Il Vietnam e fu l´inizio della fine. Come tutte le guerre fanno, sempre e ovunque, anche il Vietnam ebbe un solo e sicuro risultato, quello di sfasciare i bilanci federali americani. Nella doppia, impossibile impresa di finanziare il Grande Stato Assistenziale voluto da Johnson per ammansire la popolazione e di alimentare insieme i costi del conflitto, il naufragio era inevitabile. Nel 1971, Richard Nixon dichiarò ufficialmente finita la convertibilità del dollaro in oro, e l´ingegneria costruita dopo la Seconda Guerra si sfasciò. Mai più, dalla fine del doppio mito della invincibilità della forza americana e del suo dollaro, il pronipote del tallero avrebbe riguadagnato la propria onnipotenza. Nel 2001, quando un´altra guerra si sarebbe abbattuta su di esso, George Bush avrebbe riaperto quella voragine di debito nazionale che il predecessore Clinton aveva cominciato a colmare con il "dividendo" della vittoria politica sull´Urss, producendo addirittura un sostanzioso profitto fiscale.
Nella suprema ironia di cui la storia è maestra, la guerra voluta a tavolino per riaffermare la superiorità americana anche sul XXI secolo, avrebbe devastato l´espressione più chiara e universale di questa supremazia, il dollaro. E dove non arrivò la guerra, sarebbe arrivato il settembre nero di Wall Street. Ora si legge che esportatori cinesi appendono il cartello «non si accettano dollari», come al tramonto dell´Impero Sovietico i cambiavalute dei cosiddetti paesi fratelli avvertivano che non accettavano Rubli. Siamo molto lontani da quell´umiliazione, ma molto più vicini a quel motto stampato proprio sui dollari come se l´Onnipotente fosse un banchiere americano: «In God We Trust». Confidiamo in Dio, ormai, più che nella Federal Reserve.
lunedì 13 luglio 2009
Corriere della Sera 13.7.09
L’incontro con il filosofo nei «Ricordi» di Fejtö editi da Sellerio
Scontro «György mi attaccò perché equiparai fascismo e comunismo»
«Che delusione Lukács genio fedele a Stalin»
In nome del partito mi chiese di mentire su Attila József
di François Fejtö
Adolescente, avido di letture di estetica, avevo trovato nella biblioteca di mio padre, fra Kant e Benedetto Croce, molto apprezzato in Ungheria, La storia del dramma moderno e L’anima e le forme di Lukács. Nacque così la mia ammirazione per Lukács e il suo stile difficile ma ricco. Poi ci fu un lungo vuoto che neppure la mia conversione al marxismo verso la fine degli anni Venti riuscì a colmare. Assente dall’Ungheria, esiliato a Vienna e poi a Mosca, Lukács era stato radiato dalla vita intellettuale ungherese. Fu anche un periodo, in seno al partito divenuto illegale, di lotte violente alle quali Lukács — che si era dato alla politica nel 1919 — partecipò attivamente. Ma all’inizio degli anni Trenta, ero troppo neofita, troppo a margine per esserne informato. Solo più tardi, grazie a Ernö Normai, ottenni informazioni di prima mano sulla personalità e il comportamento politico del Lukács di fine anni Venti. All’epoca non avevo ancora letto la Geschichte und Klassenbewustsein ( Storia e coscienza di classe), ignoravo che il libro era stato condannato da Lenin e da Zinoviev. Per contro, ero orgoglioso di aver ricevuto, nel 1932, da pubblicare nella rivista semilegale da me fondata con il poeta Attila József, un articolo di Lukács. La mia rottura con il Pc, cui seguì l’adesione al partito socialdemocratico, non mise fine alla stima che avevo per lui, o piuttosto per la sua leggenda; ai miei occhi egli era la prova che si potesse essere un intellettuale raffinato e un marxista militante. Fu allora che lessi La montagna incantata. La personalità di Naphta, che mi dicevano fosse modellata su Lukács, mi affascinava, ancorché le mie simpatie andassero piuttosto per il noioso ma razionale Settembrini. Lukács era dunque stato ammesso nel mio Pantheon, accanto agli idoli del momento: Romain Rolland, John Reed, Tretiakov, Louis Fischer, Upton Sinclair, Egon Erwin Kisch, che mi confortavano nel mio impegno pur esortandomi alla cautela.
Se io ammiravo Lukács senza conoscere le peripezie della sua vita e le sue metamorfosi, lui seguiva le mie attività. In qualità di direttore della rivista in lingua ungherese «Uj hang» («Voce nuova») pubblicata a Mosca, Lukács, che d’altronde era un pensatore troppo cosmopolita per dedicare molto tempo alla letteratura ungherese che considerava provinciale, si vide tuttavia costretto a piegarsi sulle nostre «lettere » e a esprimersi sul ruolo svolto dalla nostra rivista «Szép Szó».
Mi aveva personalmente rimproverato per aver definito il sistema staliniano totalitario al pari del sistema fascista. Colmo del sacrilegio, avevo citato una frase di Mussolini a difesa della mia tesi: «Ammetto », aveva detto il Duce, «che se è vero che fra noi, fascisti e comunisti, non esistono legami politici, è anche vero che c’è un’affinità intellettuale incontestabile». Mi chiedevo se Mussolini non avesse visto più giusto di Lukács, il quale si sforzava di convincerci che lo stalinismo aveva un volto umano, e che gli unici bastioni contro il nazismo erano l’Urss e il movimento comunista.
Lukács mi rimproverava altresì le simpatie per Emmanuel Mounier e la sua filosofia, per il «giusto mezzo » esaltato dai dottrinari dell’epoca di Luigi Filippo. Me ne voleva di avere per Guizot un giudizio diverso — perché favorevole — da quello di Marx, che l’uomo politico francese aveva espulso dalla Francia. Mi rimproverava di mettere Nietzsche sullo stesso piano di Hegel, dimostrando con questo «una mancanza di spirito critico nei riguardi dei teorici della reazione imperialista». (Io ritengo che l’interpretazione di Nietzsche — come quella di Gundalf, di Klages, di Stefan George... — di Lukács sia da annoverarsi fra le pagine più deplorevoli della sua opera). Lukács contestò anche — senza addurre argomenti storici seri — che presentassi il regime di Luigi Filippo come il migliore possibile per la borghesia francese, quello che corrispondeva meglio alle sue strutture degli anni 1830-50. Spiegavo che il «re borghese» era stato rovesciato per ragioni capricciose che non potevano essere spiegate dai deterministi marxisti. Era più o meno l’opinione di due testimoni straordinari, Heine e Hugo, e ne sono convinto ancora oggi. Lukács sbagliava a filosofare su un’epoca che non aveva studiato scientificamente.
Tuttavia, la sua critica principale circa il nostro gruppo riguardava il nostro rifiuto di allearci con «l’avanguardia della classe operaia». Ma si astenne dall’analizzare le ragioni che portarono Attila József e me a ripudiare lo stalinismo nel 1934, e a preconizzare la revisione del marxismo.
Venni a conoscenza delle critiche di Lukács solo dopo la guerra; non reagii, considerandole superate. Ma non fu dello stesso avviso Pál Ignotus che a Londra era meglio informato di me sul ruolo — quasi dittatoriale — svolto da Lukács nella vita culturale ungherese. Cercò di avere una spiegazione con lui prima di rilanciare «Szép Szó», difendendo la nostra politica degli anni Trenta con molta fermezza: nessun organo di stampa aveva condotto fra le due guerre la battaglia antifascista e democratica con più coraggio. Lukács mise come condizione al suo appoggio alla rivista che ci impegnassimo ad essere «più democratici», ossia, nella terminologia moscovita, di rinunciare a ogni critica della politica del partito comunista e dell’Unione Sovietica. Io scrissi a Ignotus: «Meglio niente piuttosto di questo». Così il grande filosofo fece tacere una voce che gli avrebbe dato fastidio, per l’influenza che essa avrebbe potuto avere su «una buona parte dell’intellighenzia ungherese ».
Lukács dunque mi deluse. Non per averci criticato: era naturale, nella sua situazione di esule a Mosca, che non fosse d’accordo con ciò che dicevamo, era quasi lusinghiero che si fosse dato tanta pena a confutarci. Mi deluse il suo comportamento dopo la guerra, i suoi argomenti per giustificare l’opposizione alla ripresa di «Szép Szó»: erano indegni di un discepolo di Weber, di un condiscepolo di Karl Mannheim.
Il modo in cui si svolse il nostro primo incontro (che fu anche l’ultimo) aggravò ancora la mia delusione. Lukács era stato invitato a Parigi, nel 1948, per un ciclo di conferenze alla Sorbona; venne ospitato da Károlyi in residenza. Prese lui l’iniziativa di invitarmi per il tè, noi due soli. Venne subito al punto: «Le parlo a nome della direzione del partito ungherese », disse, «ora che i due partiti operai si sono uniti le proponiamo di candidarsi a membro del neo-partito unificato, e di accludere alla domanda un curriculum dettagliato e un’autocritica sincera. E soprattutto — qui alzò la voce per sottolineare l’importanza delle sue parole — lei deve assumersi la responsabilità dell’influenza perniciosa che ha esercitato sul poeta Attila József per allontanarlo dal partito comunista».
Esitai fra collera e voglia di ridere, prima di rispondere: «Lei mi chiede l’impossibile. Se Attila, che era maggiore di me di cinque anni, ha lasciato il partito è perché ne disapprovava la politica». Lukács scosse tristemente il capo: «Possibile, possibile. Ma lei capisce, il partito ha bisogno della sua testimonianza ».
Capii benissimo: il partito comunista voleva annettersi il prestigio del poeta, paragonabile a Majakovskij o Eluard, ma che non aveva aspettato i processi di Mosca per palesare il vero volto dello stalinismo. Se avessi accettato di essere responsabile della sua eresia, lo avrebbero presentato come una vittima della manipolazione borghese. Rifiutai: «Del resto, non ho alcuna intenzione di aderire al partito ». Ne fu dispiaciuto. Io molto di più. Non mi capacitavo che quest’uomo, celebrato da tutti ancora oggi come uno dei grandi pensatori del nostro secolo, potesse abbassarsi a tanto. Che idea avevano di lui coloro che (Révai, Rákosi o Farkas?) l’avevano incaricato di una simile incombenza? Sicuramente erano convinti di potergli chiedere di tutto.
Corriere della Sera 13.7.09
Il libro di Dario Buzzolan
Donne in fuga l’amore al tempo della Resistenza
Ideali traditi e sentimenti
di Ermanno Paccagnini
«Un bel romanzo sulla memoria della Resistenza in Italia», scrive lo storico Giovanni De Luna. E non si può che concordare. Salvo aggiungere che il parere può suonare parzialmente depistante, se si fa poi riferimento al «sangue dei vinti» richiamato nel risvolto. Che c’entra anche, ma come sottofondo, dato che uno dei misteri riguarda l’omicidio nell’immediato dopoguerra di un aguzzino fascista. Ma I nostri occhi pieni di terra di Dario Buzzolan (Baldini Castoldi Dalai, pp. 304, e 17,50) sono assai di più, perché sul tema resistenziale e sull’omicidio si sviluppa un andamento da inchiesta da parte di due donne, Ella e Marianna, che coinvolge la figura di Davide, padre della ventisettenne Marianna, che ne apprende la scomparsa dovuta forse a suicidio al ritorno da un viaggio. Ed è, per Marianna, una autentica coazione a capire quella figura di padre sempre più scostante e solitario, che lascia inspiegabilmente per tutti il ruolo di docente universitario di filosofia per gestire — in modo fallimentare — una rivendita di liquori. Una inchiesta in cui Marianna coinvolge una sfuggente Ella, attrice che proprio Davide nell’ultima telefonata alla figlia ha invitato a sentir recitare nel Lutto si addice ad Elettra , per poi scoprire che è stata amante del padre.
Di qui i misteri: l’omicidio; i rapporti padre-figlia; il rapporto Ella-Davide, tanto più che la donna è moglie di Giorgio, studente che proprio Davide le ha fatto conoscere e il cui odio per l’antico maestro che lo spinge a denunciarlo per omicidio non è però per il tradimento coniugale, ma per qualcosa di più complesso, che coinvolge la madre stessa di Giorgio e il padre di Davide, da cui discende che i due sono fratellastri (con mie perplessità circa la poco chiara figura della donna e certe agnizioni, anche se spiegano gli sviluppi della vicenda).
Anche se poi il vero mistero è proprio l’atteggiamento di Davide verso tutti, che fa del libro un romanzo della delusione: della svalutazione e dello svuotamento degli ideali di chi ha combattuto da parte dei «gestori» della vittoria; e su un mondo che ha tradito molte aspettative. Di qui il muoversi del romanzo per continui intrecci che spostano i personaggi fisicamente e memorialmente in un arco temporale che va dal 1945, in cui la ragazzina Ella accudisce un giovane partigiano ferito che porta in sé un segreto che conserverà tenacemente per 50 anni, al 1994 in cui Marianna inizia la sua interrogazione. Per un narrare che Dario Buzzolan sviluppa con forte tensione e a struttura aperta e mossa, alternando punti di vista e intrecciando le temporalità, con finestre di flashback che scandiscono un attraversamento (ora contiguo e ora a salti) i decenni della storia italiana nella accennata prospettiva del tradimento degli ideali. Perché al centro sta soprattutto il tema delle scelte. D’opportunismo, per alcuni. Sofferte per chi vuol conoscere la verità. Radicali per chi, come Davide, in nome della libertà interiore, sia pur con le contraddizioni della propria umanità, è però disposto a pagarne le conseguenze.
Repubblica 13.7.09
Si chiama Sabatino Finzi, vive a Roma e non ha mai dimenticato C´era anche lui tra i piccoli ebrei salvati dagli americani
"Io, il bambino numero 1000 nell´inferno di Buchenwald"
di Marco Ansaldo
"Nelle baracche c´era un odore terribile. Pesavo 29 chili e non so come sono sopravvissuto"
A 16 anni fu deportato dal Ghetto: su 1022 prigionieri se ne salvarono solo 17
«Sono quattro notti che sogno mia madre. Da quando ho saputo di questi documenti». La voce si incrina, un velo di lacrime copre gli occhi. Si commuove, quest´uomo di 82 anni. L´unico della famiglia a essere tornato dai Lager. Sono passati 64 anni. E per un attimo bisogna cambiare argomento perché non si accasci nel dolore del ricordo.
Tra i mille bambini ebrei stipati in un pugno di baracche - fra cui il futuro premio Nobel, Elie Wiesel - e trovati vivi dagli americani quando entrarono a Buchenwald, c´era anche un ragazzino italiano. Uno solo. Finito però nel blocco riservato agli adulti. Le carte del suo internamento emergono dal nuovo archivio nazista di Bad Arolsen, in Germania. A reperirle è il professor Kenneth Waltzer, direttore del Dipartimento di studi ebraici alla Michigan State University, autore di un prossimo libro sui bambini detenuti a Buchewald. Repubblica ha cercato se quel piccolo prigioniero fosse ancora in vita, e lo ha infine trovato a Roma. Si chiama Sabatino Finzi. E´ uno dei 17 ebrei romani, dei 1022 rastrellati, tornati dalla deportazione al Ghetto dell´ottobre 1943. Aveva 16 anni. Nessun altro dei 207 minorenni presi quel giorno tornò più.
Con l´aiuto delle carte Waltzer ricostruisce il percorso. Sabatino arrivò a Birkenau-Auschwitz, dove perse subito la madre Zaira e la sorella Amelia, 12 anni, inviate nelle camere a gas. Lui e il padre vennero spediti a Jawisowice, dove lavorarono nelle cave di lavagna. «Quando Auschwitz e i campi satellite dovettero essere evacuati - spiega il professore - i due Finzi furono trasferiti insieme a Buchenwald. Era il 22 gennaio 1945. Ma li separarono subito, e Giuseppe fu mandato a Ohrdruf».
Su quella lista di trasporto, assieme a una cinquantina di ragazzini, erano stati messi anche 5 piccoli italiani. Quattro però vennero mandati altrove, due a Ohrdruf, due a Schwalbe/Berga. Solo uno fu tenuto a Buchenwald. «Il suo nome - continua Waltzer - come risulta dalla dozzina di documenti recuperati, è Sabatino Finzi, prigioniero numero 117662. Ma non venne mandato al blocco 8, quello cosiddetto dei bambini. Fu piazzato prima alla baracca 2 e poi spostato alla 28». Perché?
Oggi il signor Sabatino cammina a fatica. Nemmeno a figli e nipoti, che lo circondano con affetto, ha mai raccontato nei particolari quel periodo tristissimo. «Mio padre in sessant´anni anni ha parlato sempre molto poco», dice il figlio Giorgio. Sabatino si esprime a tratti. Frasi corte, interrotte da lunghi silenzi. Le scene del Lager arrivano come lampi improvvisi nella memoria. «Pugni e schiaffi. Così si andava avanti laggiù». Prende una penna, sopra un foglio disegna una stella. «Questa ce la facevano mettere qui, al petto». La scritta gialla: giudeo. Osserva con curiosità le schede che lo riguardano, confronta il suo numero di detenuto con quello sul braccio. E´ il 158556. «Papà aveva il 158557», dice. Poi nota la propria firma, in calce a un documento consegnato agli Alleati al momento della liberazione. Riscrive la sua firma: è identica, il medesimo sbaffo in fondo.
«Lavoravo nella cave. Un kapò polacco mi diede una botta in testa, perché non l´avevo capito in tempo. Ricordo ancora il nome, e il numero. Mi venne un ematoma. Fui operato da un altro detenuto, chirurgo all´Università di Pisa, che intervenne con un cucchiaio affilato per terra e reso incandescente con un accendino». Il nipote Andrea, 12 anni, gli stampa un bacio sulla guancia. Il 5 giugno scorso il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, ha celebrato il 60° anniversario del suo matrimonio con la moglie, Esterina Pavoncello.
«Sono nato nel 1927. Ma sulle carte i nazisti avevano scritto ‘28: ho insistito. Ecco, qui si vede che la data è stata infine cambiata con un tratto di penna. Dovevo sembrare più grande. Perché avevo visto che i bambini li ammazzavano tutti. Non lavoravano, e alle SS non servivano. Li portavano fuori dai blocchi, e ta-ta-ta. Li mitragliavano. Io ero già un giovanetto. Allora ho detto di avere più anni, perché in quel modo potevo rendermi utile. Così sono sopravvissuto. Ho sempre avuto un sesto senso». Il ragazzino Finzi si salvò da solo. Fu tolto dalle liste dei piccoli e assegnato alle baracche degli adulti. Gli ultimi giorni, prima dell´arrivo degli americani, i blocchi dei bambini furono oggetto di una tragica evacuazione forzata.
«Papà non l´ho più veduto. Quando trovai del cibo, stavo per morire mangiando della scatolette di fegato d´oca. Nelle baracche c´era un odore terribile. Qualcuno dava di stomaco, e uno affamato dietro di lui mangiava il suo vomito. Pesavo 29 chili. All´Ospedale Sant´Orsola di Bologna rimasi 7 mesi».
Sembra tutto. Ma c´è un ultimo squarcio di memoria: «Sono andato a Gerusalemme, al Muro del pianto. E anch´io, come tutti, ho infilato un bigliettino. Ci ho scritto sopra: "Hitler, non ce l´hai fatta a farmi fuori. Sabatino Finzi è ancora qui, come mio figlio Giorgio e come mio nipote"». Sabatino anche lui.
domenica 12 luglio 2009
Corriere della Sera 12.7.09
Polemiche sul dirigente locale di partito fermato per le violenze
«Stupratore, questione morale» L’accusa di Marino agita il Pd
Marino: questione morale. Il Pd: è assurdo
di Maria Teresa Meli
Dario Franceschini Offesi centinaia di migliaia di iscritti. Attenzione a non strumentalizzare
Ignazio Marino I dirigenti locali vengono imposti in base agli equilibri delle correnti
ROMA — La sfibrante fase precongressuale del Pd sta già provocando i suoi effetti sui dirigenti di quel partito: i nervi sono scoperti, il clima del sospetto impera. E così accade che persino la vicenda di Luca Bianchini, il presunto serial- stupratore di Roma, provochi scambi di accuse.
Ignazio Marino, uno dei tre candidati alla segreteria del Pd, non riesce a trattenere il suo stupore: «È evidente che nel Pd abbiamo una questione morale grande come una montagna. Trovo davvero incredibile che un criminale che già 13 anni fa era stato coinvolto in odiosi reati di violenza sessuale possa essere arrivato a coordinare un circolo del Pd». Ma questo può avvenire, secondo Marino, perché i dirigenti locali vengono «imposti per rispondere agli equilibri delle correnti». Insomma l’atto d’accusa del senatore-chirurgo riguarda tutto il «sistema» del Partito Democratico. Sistema che, ovviamente, viene difeso dai vertici dell’apparato, che si sono scagliati tutti, indistintamente, franceschiniani e bersaniani, ad attaccare Marino.
Durissimo Franceschini: a suo giudizio le parole del senatore- chirurgo «sono offensive per centinaia di migliaia di iscritti al Pd». Attenzione a non strumentalizzare, avverte Franceschini. Netto anche l’altro candidato alla segreteria, Pierluigi Bersani: «Cose del genere non le pensa di noi neanche il nostro peggiore avversario ». Per Beppe Fioroni l’atteggiamento di Marino «è vergognoso»: «Non può fare di tutta l’erba un fascio per lucrare qualche consenso in più al Congresso». E Rosi Bindi passa all’insulto diretto senza troppi giri di parole: «Marino non ha il cuore né l’intelligenza per dirigere un grande partito come il Pd».
La capogruppo del Pd al senato Anna Finocchiaro chiede «più rispetto per il Pd e i suoi iscritti» e definisce «veramente inaccettabili» le affermazioni di Marino. A difendere il buon nome del partito e dei suoi dirigenti scendono in campo anche i due volti nuovi, nonché già stranoti del partito: Debora Serracchiani e David Sassoli. La prima bolla come «un’inopportuna strumentalizzazione ai fini congressuali » la sortita di Marino. Sassoli sostiene invece che sia «poco dignitoso prestarsi a strumentalizzazioni ». La stessa cosa detta in maniera diversa.
Contro il senatore-chirurgo scende in campo Filippo Penati, coordinatore della mozione Bersani: lo accusa di «allontanare ancora di più i cittadini dalla politica». E uno dei due vicepresidenti del gruppo del Partito Democratico a palazzo madama, Luigi Zanda: «Non accetto l’equazione stupratore è uguale a questione morale nel Pd». Insomma, il «partito-partito» si schiera contro Marino che, alla fine è costretto a fare una precisazione: «Non intendevo offendere nessuno», dice. Ma poi non resiste e tiene il punto: «Non può accadere che un persona che ha avuto dei problemi con la giustizia per un reato odioso e ignobile come la violenza sessuale finisca per coordinare un circolo del Pd. Trovo che non cia sia niente di male nel riconoscere che è stato fatto un errore che non deve mai più ripetersi». Ma siamo alla vigilia del congresso e un errore, qualsiasi errore, deve passare per i sondaggi prima di esser definito tale.
Repubblica 12.7.09
Marino sul dirigente arrestato: c´è una questione morale
Franceschini e Bersani: offende il partito più di un avversario
La Bindi: non ha cuore né intelligenza per dirigere un grande partito
Stupro di Roma è bufera nel Pd
di Luciano Nigro
ROMA - È scontro nel Pd per l´allarme sulla questione morale lanciato dal candidato alle primarie Ignazio Marino. «È incredibile che un condannato per violenza sessuale abbia coordinato un nostro circolo», ha detto riferendosi a Luca Bianchini, arrestato con l´accusa di essere il violentatore seriale di Roma. Pioggia di repliche all´interno del partito. Per il segretario Dario Franceschini le parole di Marino «sono offensive per i nostri iscritti». E Pierluigi Bersani: «Cose del genere non le pensa il nostro peggiore avversario».
ROMA - «Nel Pd c´è una questione morale grande come una montagna». Ignazio Marino, il chirurgo-senatore che punta alla segreteria del Pd, dopo l´arresto del segretario-stupratore parte all´attacco sul tesseramento e sui dirigenti. «E´ incredibile - accusa - che un criminale già coinvolto in odiosi reati di violenza sessuale possa essere arrivato a coordinare un circolo del Pd. Come vengono individuati i dirigenti? E´ chiaro che non sono scelti liberamente, ma imposti in base agli equilibri di corrente. E per di più senza sapere chi siano e se siano in grado, anche dal punto di vista morale, di guidare un circolo». Affonda il bisturi, il chirurgo che si presenta come campione della laicità. Lo affonda su una ferita ancora aperta, però. E provoca la reazione di rigetto, violenta. Dai dirigenti romani su su fino al segretario Dario Franceschini che definisce «offensive» per migliaia di militanti le parole di Marino e a Pierluigi Bersani che allarga le braccia: «Cose del genere non le pensa di noi neanche il nostro peggior avversario».
All´ora di cena, travolto da proteste e di indignazione, mentre Rosy Bindi lo accusa di «non avere cuore né intelligenza per dirigere un grande partito come il Pd», Marino è costretto a frenare: «Mi dispiace se qualcuno si è sentito offeso».
Non verrà ricordato come uno dei giorni più luminosi della breve e tormentata vita del Pd, questo sabato 11 luglio su cui si è abbattuto il ciclone Marino. Già l´arresto di Luca Bianchini, segretario di sera e violentatore mascherato di notte, aveva guastato il fine settimana al popolo democratico. Ma dopo pranzo ecco i fulmini di Marino: «Cosa dobbiamo ancora aspettarci? Io ai miei collaboratori chiedevo il certificato del casellario giudiziario. Il Pd deve essere rigoroso e attento agli aspetti morali». E giù con l´"altra" questione morale: «Il tesseramento gonfiato in Campania, i trucchi e le furbizie».
E´ d´imbarazzo la prima reazione dei leader che si aspettavano il bisturi e si ritrovano un concorrente con la mannaia: «Mamma mia, meglio non commentare». I romani, però, scalpitano. «Il caso di una doppia personalità criminale non ha nulla a che vedere con il congresso del Pd» protesta Umberto Marroni capogruppo in Campidoglio. «Poco dignitoso strumentalizzare» sentenzia l´eurodeputato David Sassoli. «Vergognoso, uno squallido calcolo di visibilità» rincara il rutelliano Luciano Nobili. E mentre la federazione romana segnala che «nessun precedente risulta sul casellario giudiziario» del mister Hyde del Torrino, il caso diventa nazionale. «Chi si candida deve costruire, non distruggere. Assurdo parlare di questione morale», lamenta il milanese Filippo Penati, coordinatore della campagna di Bersani. E´ Franceschini a prendere le difese di iscritti e dirigenti «che non meritano di essere trascinati in una presunta questione morale, originata da una drammatica storia individuale». Poi tocca al responsabile dell´organizzazione, Maurizio Migliavacca: «Le nostre regole sono le più rigorose, ogni iscrizione viene vagliata da due filtri, e questo vale anche anche in Campania dove c´è un commissario». Anna Finocchiaro contesta un Marino «confuso» che dovrebbe usare più «equilibrio e prudenza»; per Rosy Bindi «si dimostra un campione di strumentalizzazione»; «a fini congressuali», puntualizza Debora Serracchiani. Pure Mario Adinolfi invita il concorrente alla segreteria a «darsi una calmata». E Luigi Zanda lancia l´appello: «Non facciamoci del male con le nostre mani». Rimasto solo, Marino prova a ricucire: «Non volevo offendere nessuno. Ma è stato fatto un errore che non deve mai più ripetersi. E occorre tenere alto il livello di vigilanza».
il Riformista 12.7.09
Violenza sessuale, dibattito surreale nel pd
Stupro da Congresso gaffe di Marino. Dopo l'arresto a Roma di un coordinatore di un circolo Pd, parla di questione morale. Franceschini: «Sei offensivo». Bersani: «Peggio di un avversario».
Incredibile il chirurgo parla di questione morale. gli altri: strumentalizza
Marino scivola sullo stupratore. E resta solo
di Matteo Valerio
L'arresto di Luca Bianchini, presunto stupratore seriale e coordinatore di un circolo del Pd romano, diventa la miccia per l'ennesima polemica dentro il partito. Ad aprire le danze, il senatore Ignazio Marino, terzo uomo nella corsa alla segreteria in vista del congresso di ottobre: «È evidente che nel Pd abbiamo una questione morale grande come una montagna, che non può essere ignorata né sottovalutata». Parole forti e, per i più, inopportune, considerata la delicatezza del caso, e che gli hanno attirato una valanga di critiche. Per il segretario Dario Franceschini «queste parole suonano come offensive per centinaia di migliaia di iscritti», mentre per l'altro candidato alla segreteria, Pier Luigi Bersani, «cose del genere non le pensa di noi il nostro peggiore avversario». Ma, soprattutto, Marino è accusato di aver strumentalizzato una vicenda drammatica per fini congressuali.
Nel frattempo, le indagini su Bianchini procedono, alla ricerca di ulteriori riscontri, mentre domani mattina il gip deciderà se convalidare o meno l'arresto dell'accusato.
Trance. È questo il termine che meglio descrive lo stato d'animo dei militanti del Pd romano dopo l'arresto di Luca Bianchini, il coordinatore del circolo del Torrino (nel quartiere Eur) sospettato di essere lo stupratore seriale che negli ultimi mesi ha terrorizzato Roma. E mentre continuano a emergere particolari sempre più sconcertanti sulla doppia vita del presunto stupratore, il dibattito travolge, forse in un modo non proprio opportuno, la corsa alla segreteria nazionale. È Ignazio Marino, candidato laicista voluto da Goffredo Bettinti e adottato dai giovani "piombini", a innescare la miccia. Deprecando il fatto che Bianchini fosse potuto arrivare a essere il coordinatore di un circolo, Marino arriva ad affermare che «è evidente che nel Pd abbiamo una questione morale grande come una montagna». Il medico piddino sostiene che i coordinatori dei circoli «non sono scelti liberamente ma imposti per rispondere agli equilibri delle correnti, e per di più senza sapere se siano davvero in grado di guidare un circolo, anche dal punto di vista morale».
Infine, evoca la visura del casellario giudiziario per chi voglia entrare nel partito. Le sue dichiarazioni si guadagnano il fuoco di fila degli altri dirigenti del Pd, a partire da Dario Franceschini: «Da segretario sento il dovere di respingere le parole di Marino. Una cosa è il dibattito congressuale tra candidati, un'altra cosa è utilizzare un episodio oscuro e terribile per parlare di questione morale nel Pd. Queste parole suonano offensive per migliaia di coordinatori di circolo e di quadri del partito, per centinaia di migliaia di iscritti». Dispiaciuto anche l'altro candidato alla segreteria, Pier Luigi Bersani: «Cose del genere non le pensa di noi il nostro peggiore avversario». Debora Serracchiani arriva addirittura a parlare di «un'inopportuna strumentalizzazione di questa vicenda ai fini congressuali». Luciano Nobili, uno dei giovani della direzione nazionale, è ancora più esplicito: «L'atteggiamento di Marino, che per uno squallido calcolo di visibilità congressuale strumentalizza una vicenda così dolorosa, come neanche la destra più becera, merita lo sdegno di tutti noi». Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano, non è meno duro: «Chi si candida alla segreteria del partito deve costruire e non distruggere, e non dovrebbe usare in maniera strumentale casi drammatici come quello dello stupratore seriale di Roma facendo assurdi accostamenti con la questione morale». Si schiera anche Luigi Zanda, vicecapogruppo del Pd al Senato: «Il Pd si sta avvicinando a un congresso delicato e importante, non facciamoci male con le nostre mani». Una valanga di critiche cui Marino ha risposto sostanzialmente allo stesso modo: «Mi dispiace se qualcuno si è sentito offeso. È importante tenere alto ovunque il livello della vigilanza e questo caso, che è un caso certamente isolato, deve rappresentare per noi un campanello d'allarme».
Patrizia Prestipino, assessore provinciale ed ex presidente del municipio XII, quello del circolo Torrino, definisce «pessime» le dichiarazioni di Marino. Prestipino conosceva bene Bianchini, ed è ancora sconvolta: «Luca è cresciuto nel territorio come tutti i nostri ragazzi, una persona corretta, precisa, un militante da quando aveva 24-25 anni. Ha fatto i volantinaggi, i gazebo, le raccolte di firme. Nel quartiere lo conoscono tutti, e la gente è ancora incredula». Sì, perché «Luca era non solo un militante convinto, ma anche un vero e proprio gentiluomo». Solo ultimamente, «qualcuno lo rimproverava perché era un po' più assente, ogni tanto arrivava tardi per aprire il circolo». Al Torrino il dibattito nazionale interessa poco, e in molti evitano di parlare. C'è però un'altra donna, Paola Vaccari, coordinatrice dei circoli del Pd nel municipio, che non si sottrae.
Parla al presente, come se non avesse ancora realizzato: «Lavoro a stretto contatto con Luca e neanche col senno di poi riesco a ricordarmi di un solo episodio in cui abbia mostrato qualche turba. L'ultima serata insieme l'abbiamo trascorsa lunedì scorso, mi ha anche accompagnato alla macchina». Un amico di Luca, oltre che compagno di circolo, conferma: «Si è impegnato anche alle europee, e proprio in quei giorni avvenivano gli ultimi stupri. Uscivamo insieme la sera, magari per una birra, ma non abbiamo mai notato niente di strano». Anche nel partito romano, però, il fermento è alto, sebbene ancora sottotraccia. Roberto Morassut, che potrebbe sfidare l'attuale segretario romano Riccardo Milana, si ritrova con una nuova freccia al suo arco. Sperando che non la sprechi come ha fatto Marino.
il Riformista 12.7.09
Finora tutti pazzi per Ignazio il nuovo
Candidato rivelazione o bolla mediatica?
di Alessandro Calvi
Una bolla, pronta a sgonfiarsi perché rappresenta «il partito gassoso», come dice Paola Binetti. Oppure no, tutt'altro: destinato addirittura a piazzarsi secondo nella corsa alla segreteria del Pd. Insomma, Ignazio Marino rimane ancora un oggetto misterioso: quante tessere, e quanti voti alle primarie, riuscirà a mettere insieme è ancora difficile dirlo.
«Allo stato non posseggo elementi per dire quanto la candidatura di Marino peserà», dice Renato Mannheimer, di Ispo. Qualche segnale però è già possibile coglierlo e, dice Mannheimer, «la candidatura di Marino potrebbe rappresentare l'elemento di novità che molti elettori del centrosinistra esterni al Pd stanno cercando». Marino lo sa e infatti più volte ha lanciato appelli per favorire nuove iscrizioni al partito e, «in parte ci sta riuscendo, attraendo - conclude Mannheimer - quella fascia di elettorato di centrosinistra mai iscritta al partito e che vede con disturbo la tradizionale competizione Veltroni-D'Alema».
Anche Roberto Weber, di Swg, spiega che al momento non è facile dare una dimensione del fenomeno Marino. «La sensazione, ma è soltanto una sensazione, è che al momento quella di Ignazio Marino possa rimanere una terza candidatura», osserva Weber. Ciò non significa però che la sua presenza non abbia conseguenze sulla corsa. «Certo, sulle dimensioni che potrà raggiungere quella candidatura, per ora è difficile esprimersi - ripete Weber - ma tenderei a pensare che sia una candidatura significativa e che potrebbe erodere qualcosa a entrambi gli schieramenti».
Idee molto chiare sembra invece averle Paola Binetti, che di Marino è stata a lungo un vero e proprio contraltare nel partito. Per mesi, quando ancora il Pd non esisteva e al governo c'era Romano Prodi, i due sono stati raccontati come i campioni delle due scuole di pensiero sulla bioetica nell'area di riferimento del futuro Pd. Ora Marino corre per diventare il segretario di quel partito. E la Binetti non nasconde la propria preoccupazione. «Le contraddizioni che leggo nel personaggio e la capacità di spaccatura assoluta che ha avuto, mi fanno chiedere cosa potrebbe accadere», attacca. E spiega che si tratta di un personaggio nel quale è «difficile trovare quello che l'immaginario collettivo gli attribuisce». «La verità - aggiunge la Binetti - è che siccome non è in realtà molto conosciuto, ciascuno proietta su di lui le aspettative che si hanno sul Pd. Si vuole un partito giovane? Ecco il candidato giovane, che però è più vecchio di Franceschini. Si vuole un candidato cattolico? Eccolo. Si vuole quello laico? Eccolo, sempre lui». Insomma, è il succo, una costruzione mediatica,una bolla, appunto, che però ha successo nella opinione pubblica. Ma, avverte la Binetti, c'è un «profilo di ambiguità nello sviluppo successivo». Ovvero, «il Pd non ha bisogno di un leader simpatico» e un domani Marino come segretario «che garanzie può dare?». Ciò detto, «quando alle primarie potrà votare chiunque, una mediatizzazione così importante può avere conseguenze imprevedibili».
Ma «non si può prendere la Binetti come punto di riferimento nel Pd», protesta Massimo Bordin, direttore di Radio Radicale, secondo il quale, «semmai, c'è il problema di alcuni ex popolari come Castagnetti o Fioroni». Anche secondo Bordin, però, cosa accadrà «è ancora tutto da vedere». Se infatti Marino dovesse superare la prima fase in cui si pesa l'appoggio degli iscritti poi «ha buone probabilità, perché il metodo che affida anche ai non iscritti la scelta del segretario avvantaggia l'outsider se ha una capacità di impatto». I radicali, a quanto pare, sono pronti a fare la loro parte per aumentarla.
il Riformista 12.7.09
Marino, che delusione. Ora cali il silenzio
Deliri nuovisti. Se persino Bianchini diventa «apparato»
Ignazio Marino è persona mite e intelligente. Davvero non si capisce come sia potuto saltargli in mente di avventurarsi laddove nemmeno un Maurizio Gasparri ieri si è arrischiato ad arrivare. Marino, candidato alla segreteria del Pd, ha infatti dettato alle agenzie un comunicato per sostenere che l'arresto dello stupratore romano, coordinatore di un circolo democratico, è la prova che nel partito esiste una questione morale.
«Come vengono individuati - si chiede il senatore chirurgo - i coordinatori dei circoli? È chiaro che non sono scelti liberamente - si risponde - ma imposti. Sono messi in quelle posizioni per rispondere agli equilibri delle correnti e per di più senza nemmeno sapere chi siano queste persone».
Davvero non si capisce, dicevamo. O forse, invece, si capisce fin troppo. Perché l'idea di trasformare un'agghiacciante caso di cronaca nera in una polemica da congresso contro gli apparati e le correnti è integralmente figlia di una recita nuovista di cui Marino non è certo l'inventore, ma nella quale si è immedesimato decisamente troppo.
E così il candidato «che svecchia», quello «fuori dai giochi di vertice e di palazzo», l'idolo dei lingottini o piombini o come diavolo si chiamano, deve aver pensato che l'arresto di un coordinatore di circolo del Pd fosse un formidabile argomento per dimostrare quanto corrotto sia il partito degli «apparati», per dirla alla Debora Serracchiani. Naturalmente è difficile dire se sia più grave e sciocca l'intenzione di farsi campagna congressuale su una vicenda del genere o l'idea, di cui purtroppo Marino deve essere davvero convinto, che Bianchini coordinasse il circolo del Torrino in quanto espressione di un qualche potentato locale, magari disposto pure a chiudere un occhio sul sinistro passato dell'uomo pur di aver un referente di fiducia al posto giusto.
Marino, che essendo senatore dovrebbe aver presente quanto contino i parlamentari del Pd, cioè poco più di zero, forse ha il metro di giudizio adatto a farsi un'idea di quanto potere abbia nelle sue mani un segretario di sezione. Figura indispensabile per far funzionare un partito sul territorio, ma non propriamente centrale nell'era della politica liquida. Quanto alla convinzione che i coordinatori siano «imposti» agli iscritti, essa può testimoniare solo del fatto che Marino non ha mai messo piede in una sezione o circolo o come diavolo si chiamano pure loro, se non per qualche appuntamento elettorale. Purtroppo la tentazione dei campioni della società civile e del nuovo è di scindere buoni e cattivi a ogni grado e livello, con grande sprezzo della logica e del ridicolo. A loro non basta contrapporre iscritti (cattivi) ed elettori (buoni), partito (cattivo) e base (buona). No, persino su venti persone di un circolo, diciannove sono buone e una è «apparato». Pensavamo che Marino, persona mite e intelligente, non cavalcasse una tragedia per adagiarsi sui più vieti luoghi comuni dell'antipolitica. E ora speriamo solo che su questa polemica cali il silenzio.
Comunicato stampa Roma, 11 luglio 2009.
Sinistra d'alternativa (Prc-Pdci-Soc 2000): "Per un nuovo inizio: costruiamo insieme la federazione della sinistra di alternativa".
Appuntamento il 18 luglio al centro congressi Frentani, h 10.00.
Nota stampa a cura degli uffici stampa di Prc-Pdci-Socialismo 2000.
Sinistra d'alternativa, verso la Federazione: "Per un nuovo inizio: costruiamo insieme la federazione della sinistra di alternativa". Appuntamento il 18 luglio al centro congressi Frentani, h 10.00.
Diffondiamo il testo dell'appello "Per un nuovo inizio: costruiamo insieme la federazione della sinistra di alternativa" (in allegato nella sua formula integrale) testo sottoscritto e lanciato da partiti (Prc-Pdci-Socialismo 2000), associazioni, movimenti personalità indipendenti della sinistra, che propone di costruire una federazione della sinistra tra partiti, associazioni, movimenti, comitati e singole personalità della sinistra d'alternativa.
Tra i firmatari dell'appello figurano molte personalità di partito, di movimento e indipendenti, tra cui:
Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi, Vittorio Agnoletto, Margherita Hack, Lidia Menapace,Bruno Amoroso, Elio Bonfanti, Benedetta Buccellato, Elena Canali, Omar Sheikh Esahaq, Valerio Evangelisti,Barbara Fois, Haidi Giuliani, Rita Lavaggi, Maria Rita Lodi, Maria Rosaria Marella,Ibrahima Niane, Nicola Nicolosi, Gian Paolo Patta, Tonino Perna, Rossano Rossi, Nadia Sabato, Bassam Saleh, Raffaele K. Salinari, Laura Stochino, Ermanno Testa, Vauro, Mario Vegetti, Massimo Villone
Di seguito un sunto del testo dell'appello, in allegato il testo completo.
"Per un nuovo inizio: costruiamo insieme la federazione della sinistra di alternativa".
La crisi sta mostrando una volta di più il volto distruttivo del capitalismo e delle politiche liberiste. Parimenti mostra il fallimento delle politiche socialdemocratiche in tutta Europa e del centrosinistra in Italia.
Nella debolezza dell’opposizione e della sinistra, la crisi sociale si impasta con la crisi della politica, producendo guerre tra i poveri che si esprimono in separatezza dalla politica, in astensione, quando non in consenso alle destre razziste.
Abbiamo quindi dinnanzi un compito tanto grande quanto necessario, quello di costruire una efficace opposizione sociale, politica e culturale, in grado di proporre e rendere credibile una uscita da sinistra dalla crisi, lungo una strada contrapposta alle ricette della destra e alternativa al liberismo temperato proposto dal centrosinistra.
A tal fine è assolutamente necessario costruire un punto di riferimento politico della sinistra di alternativa, che abbia massa critica e programmi tali da risultare credibile per tutti coloro che stanno subendo e pagando la crisi e che si ponga l’obiettivo di aggregare tutte le forze politiche, sociali, culturali e morali che come noi sentono questa urgenza.
Riteniamo che gli elementi fondanti di questo processo di aggregazione siano principalmente quattro:
In primo luogo una rinnovata critica al capitalismo globalizzato e alla sua tendenza alla mercificazione di ogni cosa e relazione sociale.
In secondo luogo una forte opposizione al sistema bipolare che rappresenta la forma istituzionale con cui il pensiero unico ha cercato di sancire l’espulsione del tema dell’alternativa dalla politica.
In terzo luogo noi riteniamo che questo polo della sinistra di alternativa non possa essere costruito solo tra le forze politiche oggi esistenti ma debba coinvolgere a pieno titolo tutte le esperienze di sinistra che si muovono al di fuori dei partiti.
In quarto luogo noi pensiamo che la sinistra di alternativa sia pienamente nel solco della storia del movimento operaio, del movimento socialista e comunista, del movimento femminista, GLBTQ e dei diritti civili, delle lotte ambientaliste, per la giustizia e la solidarietà, del movimento altermondialista.
La proposta che avanziamo trova la sua collocazione politica naturale nel contesto di tutte le forze della sinistra europea che si collocano a sinistra delle socialdemocrazie e che hanno ottenuto significativi consensi nelle ultime elezioni europee, come in Francia, Germania, Grecia, Portogallo, Olanda e nei paesi nordici.
Proponiamo pertanto di dar vita a una Federazione unitaria che comprenda – oltre alle forze che hanno dato vita alla lista anticapitalista e comunista – tutti i soggetti politici, i movimenti e le persone che avvertono l’urgenza di affrontare insieme i compiti che ci sono davanti e che abbiamo prima indicato nelle linee generali.
Vogliamo discutere nel modo più diffuso e aperto della nostra proposta unitaria e a tal fine proponiamo quindi di vederci il 18 luglio alle ore 10,00 a Roma al Centro Congressi di via Frentani.
Paolo Ferrero, Oliviero Diliberto, Cesare Salvi, Vittorio Agnoletto, Margherita Hack, Lidia Menapace,Bruno Amoroso, Elio Bonfanti, Benedetta Buccellato, Elena Canali, Omar Sheikh Esahaq, Valerio Evangelisti,Barbara Fois, Haidi Giuliani, Rita Lavaggi, Maria Rita Lodi, Maria Rosaria Marella,Ibrahima Niane, Nicola Nicolosi, Gian Paolo Patta, Tonino Perna, Rossano Rossi, Nadia Sabato, Bassam Saleh, Raffaele K. Salinari, Laura Stochino, Ermanno Testa, Vauro, Mario Vegetti, Massimo Villone
Ufficio stampa Prc-SE
il Riformista 12.7.09
Washington. Annunciato un progetto di legge che potrebbe spaccare anche i liberal
Tasse ai super-ricchi per la sanità di Obama
di Anna Momigliano
Obiettivo: tassare i ricchi per pagare le spese sanitarie ai poveri Robin Hood. Colpire i redditi più alti per coprire i costi dell'ambiziosa riforma, sfida cruciale per il potere democrat. La maggioranza al Congresso sulla carta c'è ma i "blue dog" del partito - sostenitori della "responsabilità fiscale" - sono pronti a ribellarsi. E il presidente ancora non si pronuncia.
Obiettivo: tassare i ricchi per pagare le spese sanitarie ai poveri. Il progetto di legge è pronto e sarà presto presentato al Congresso americano. Lo ha annunciato nella serata di venerdì il deputato democratico Charles Rangel, presidente della House Ways and Means committee, la commissione della Camera dei rappresentanti che si occupa di scrivere le tasse. L'idea è introdurre una sovratassa per gli americani con un reddito alto (stabilito come 280 mila dollari annui per i singoli, e 350 mila per le coppie), onde coprire circa la metà dei costi della riforma della sanità sostenuta dall'attuale amministrazione.
Fa un po' Robin Hood, ma soprattutto fa molto Barack Obama. Ieri il New York Times definiva la proposta come «la più chiara espressione del mandato che i Democratici sono convinti di avere ricevuto lo scorso Novembre, quando gli elettori hanno esteso la maggioranza democratica nel Congresso e hanno mandato Barack Obama alla Casa Bianca». Il quotidiano newyorchese citava una fonte vicina a Nancy Pelosi, la speaker della Camera dei rappresentanti, secondo cui ormai sarebbe stato raggiunto un consenso tra la leadership democratica a sostegno del progetto: «Sarebbe il modo principale di coprire i costi della priorità principale di Obama, cioè estendere l'assicurazione sanitaria virtualmente a tutti gli americani, contenendo l'aumento vertiginoso dei costi delle cure mediche e migliorando i risultati per i pazienti».
Tra gli obiettivi di Obama c'è anche evitare che la riforma del sistema sanitario gravi sul debito pubblico: un problema già complicato di per sé negli Stati Uniti. Infatti la manovra annunciata da Rangel dovrebbe generare un introito per le casse dello Stato di circa 550 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Il deputato ha inoltre aggiunto che, per la metà restante, i costi della riforma sanitaria saranno coperti attraverso il contenimento della spesa per i programmi statali già esistenti che garantiscono le cure mediche ad alcuni settori della popolazione: per esempio "Medicare", introdotto da Lyndon Johnson negli anni Sessanta a beneficio dei cittadini statunitensi con più di 65 anni.
Facile a dirsi, ma difficile a farsi. Perché ci sono sempre state forti resistenze verso progetti di questo tipo: un po' perché il concetto stesso di sanità universale è ancora estraneo ai settori più conservatori della società americana (fa molto Europa, se non, God forbid!, socialista), un po' perché il principio di aumentare le tasse fa alzare più di un sopracciglio. I Repubblicani hanno già affilato le armi e promesso lotta dura: il Grand Old Party tuttavia è in minoranza in ambedue le camere del Congresso. Alcuni problemi potrebbero arrivare dalle ali più conservatrici dello stesso partito democratico, e in particolare dai "Blue Dog Democrat", la corrente tradizionalmente associata con gli Stati del Sud che fa della politica fiscale conservatrice un punto d'onore.
Ieri il New York Times notava che nel Senato, dove lo svantaggio dei conservatori è minore, il progetto potrebbe non passare. Ma anche nella la House of Representative, l'iter legislativo potrebbe avere una vita difficile: nella camera bassa i democratici hanno un vantaggio di 255 contro 178, ma tra i primi ci sono 52 Blue Dog. Obama, quando le pagine di questo giornale sono state chiuse, non aveva ancora ufficialmente commentato la proposta. Ma nella conferenza stampa dell'Aquila aveva ribadito la sua linea a favore di un'innalzamento delle tasse: «Quando una legge viene introdotta, i costi devono essere coperti. E allora si creano delle difficoltà, perché la gente vorrebbe avere i benefici senza pagare».
Un'ultima considerazione. Dati alla mano (e ideologie messe da parte) basterebbe poco per rendersi conto che non sempre un efficiente sistema sanitario universale corrisponde a una spesa alta. L'Italia e la Francia, due delle nazioni europee che hanno la migliore sanità pubblica (come notato anche nella graduatoria stilata nel 2000 dall'Organizzazione mondiale per la sanità), spendono tra gli undici e i nove punti percentuali del loro prodotto interno lordo. Austria e Germania ne spendono il 10%, mentre la media dei paesi sviluppatiè di poco inferiore al 9 (dati Ocse 2006). Oggi come oggi gli Stati Uniti ne spendono già più 15.
il Riformista 12.7.09
A Kashgar, sulla Via della Seta Pechino annienta la cultura uigura
di Andrea Pira
Xinjiang. Mitica città-oasi, è la migliore espressione della cultura tradizionale islamica in Asia centrale. La Cina vuole radere al suolo il suo antico centro e sfollare migliaia di persone nei palazzoni di periferia. È la via cinese alla modernità. E all'uniformità nazionale.
I muri degli edifici della Città Vecchia di Kashgar sono segnati dal carattere cinese "chai", demolire. Il cuore della capitale culturale degli uighuri, la minoranza turcofona e musulmana che abita la Regione autonoma dello Xinjiang, all'estremo ovest della Cina sta per scomparire, spazzata via dai bulldozer. Kashgar è «l'esempio meglio conservato di città tradizionale islamica in Asia centrale», scrive lo storico e architetto George Michell nel suo saggio Kashgar, città-oasi sull'antica Via della Seta cinese. Ma oggi il destino della Città Vecchia è simile a quello dei "centri storici" di altre città cinesi, da Pechino a Lhasa. I minareti, le torri, gli stretti vicoli e le case di fango e paglia di Kashgar come gli "hutong" della capitale, il labirinto di viuzze e piccole case a un piano che caratterizza il centro di Pechino. Demoliti per far spazio a "nuovi" centri storici, moderni e turistici. D'altra parte l'architettura cinese, caratterizzata dall'utilizzo di materiali deperibili come il legno, non è mai stata concepita come ricordo del passato. Ed è in questa tradizione che si colloca il progetto di ricostruzione di Kashagar.
Un piano da 400 milioni di dollari, che comporterà la demolizione di almeno l'85% della Città Vecchia. Il governo motiva la decisione con la necessità di sostituire le vecchie abitazioni con nuove case, costruite secondo i moderni sistemi antisismici - nell'ottobre 2008 un terremoto di magnitudo 6.8 ha colpito una zona a qualche centinaio di chilometri dalla città - così da mettere al sicuro la popolazione. Almeno tredicimila famiglie dovranno lasciare le loro abitazioni, trovando riparo nei nuovi e moderni palazzi della periferia. Ma nel caso di Kashgar la demolizione del antico centro urbano porta con sé significati diversi. Non è solo la modernità che avanza, è il simbolo della distruzione di una cultura, quella uighra, che considera la città la sua culla.
Annessa all'impero cinese sotto la dinastia Qing, intorno alla seconda metà del Settecento, e per questo chiamato Xinjiang, Nuova frontiera, la regione è stata da allora scossa da pulsioni autonomiste. Con la caduta dell'impero cinese nel 1912, il Turkestan orientale, come gli uiguri chiamano la propria terra, ha conosciuto per ben due volte l'indipendenza: la prima nel 1933; la seconda nel 1944. Un'esperienza dalla vita breve, che nel 1949 venne presto reincorporata nella neonata Repubblica popolare cinese di Mao Zedong, per diventare nel 1955 Regione autonoma.
Fino agli anni Sessanta la regione era abitata quasi esclusivamente da uighuri, circa il 75% della popolazione, mentre pochi erano i cinesi "han", solo il 6 percento. Una situazione che ha portato gli uighuri a rifiutare il proprio stato di "minoranza nazionale" all'interno delle Repubblica popolare cinese. La massiccia immigrazione di cinesi "han", iniziata negli anni Ottanta e proseguita poi con la campagna "per lo sviluppo dell'Ovest", ha modificato gli equilibri demografici della regione. Dei 18 milioni di abitanti censiti nel 2000, il 45% è uiguro, mentre il 40% è di nazionalità "han". La regione ha assistito ad un progressivo processo di sinizzazione, percepito come una minaccia dell'identità e della cultura uighura. Senza dubbio le differenze culturali, religiose, storiche e linguistiche sono più marcate rispetto ad altre minoranze nazionali della Cina. Ed è l'impossibilità a trattare queste differenze che viene denunciata dai leader uighuri.
Rebiya Kadeer, in esilio negli Stati Uniti parla di ritorno agli anni della Rivoluzione culturale. Denuncia le limitazioni all'uso della lingua uigura, allo studio della storia del suo popolo. Chi si dedica a questi argomenti rischia di essere accusato di separatismo. Lo stesso utilizzo del termine Turkestan orientale può essere pericoloso. In questo contesto di scontro tra centro e periferia, tra cultura cinese e uigura, non stupisce perciò il radicalizzarsi di alcune posizioni. Sono soprattutto i giovani a riscoprire una forte identità, motivati dalle difficoltà ad accedere ai posti di lavoro se non si conosce bene il cinese, o dall'impossibilità di poter professare liberamente la propria fede, l'islam.
La demolizione di Kashgar, città simbolo per il Turkestan orientale perciò sembra rappresentare la distruzione della cultura uighura.
Repubblica Firenze 12.7.09
Da Petra a Shawbak
L’antica città che riemerse dal deserto
Limonaia di Boboli. Una mostra sulle scoperte degli archeologi fiorentini
di Paolo Russo
Una storia millenaria di frontiere, di romani, bizantini, arabi, crociati, mamelucchi, ayubidi e magnifiche città perdute al confine fra Occidente mediterraneo e Medioriente sulle antiche rotte dei grandi commerci fra Egitto e Siria. È Shawbak il fulcro di questa storia: la città-castello riemersa dal deserto a sud della Giordania grazie ai vent´anni di ricerche della missione archeologica dell´Università di Firenze, che ha a lungo indagato anche Petra. La cui storia è strettamente legata a quella di Shawbak, che ne risulta esser stata l´erede politica, economica, militare e amministrativa nel ruolo di posto di controllo dell´intera Transgiordania meridionale, fra mar Morto e Mar Rosso, sul leggendario confine del Limes Arabicus dell´età antica, il confine fra Impero romano e Arabia. La mostra Da Petra a Shawbak. Archeologia di una frontiera, alla Limonaia di Boboli con la curatela di Guido Vannini, ordinario di Archeologia medievale a Firenze, ripercorre ora quella avvincente storia fino all´epoca medievale, quando Shawbak fu prima castello del re crociato di Gerusalemme Baldovino I e poi la raffinata capitale islamica voluta da Saladino. La storia dunque di un luogo mobile nella sua identità quanto nell´appartenenza, il cui destino fu profondamente segnato dal variare delle frontiere di quel deserto così pieno di vita e di segni dell´uomo: una storia che finalmente può ora essere scritta grazie all´accordo fra Dipartimento di Antichità della Giordania e Università di Firenze (promotori della mostra insieme a Ente Cassa e Polo Museale), che integra ricerca archeologica, restauro conservativo e valorizzazione (Shawbak è già ottimamente avviata a una nuova vita turistica) e impegna la missione fiorentina negli anni a venire in una delle più rilevanti zone del Medioriente medievale. Del quale si possono ammirare in mostra preziosi reperti di ottima fattura e assai ben conservati legati al culto, alla vita quotidiana, alle attività militari, accompagnati da testi esaurienti e saggiamente divulgativi (ma un po´ troppo numerosi: c´è il rischio di non farcela a leggerli tutti), incorniciati in allestimento dominato da magnifici fotocolor di grandi dimensioni dei luoghi; da segnalare il percorso multisensoriale predisposto per non vedenti, ipovedenti e non udenti.
Corriere della Sera 12.7.09
Una «Colazione sull’erba» Avventure di un capolavoro
Risponde Sergio Romano
Sono tornata dalla Russia, dove ho visitato il museo Pushkin a Mosca. Tra i tanti quadri impressionisti si trova le «Déjeuner sur l’herbe» di Claude Monet, ma io sono sicura di aver visto lo stesso quadro, grande da riempire una stanza tutta sua, al Museo de la Gare d’Orsay di Parigi qualche anno fa. I russi ritengono di possedere questo quadro dalla fine dell’Ottocento. Ho cercato delucidazioni su internet. Un sito lo colloca al Pushkin di Mosca, un altro al Museo della Gare d’Orsay. Magari lei ne sa qualcosa di più e mi può illuminare.
Monika Tosti
Cara Signora,
Le colazioni sull’erba, tradizionale svago della borghesia francese soprattutto nella seconda metà dell’Ottocento, sono state il tema di numerosi quadri. L’archetipo è il «déjeuner» di Edouard Manet che fece scandalo al Salone del 1863. Manet si era ispirato al Concerto campestre di Tiziano e, per la disposizione dei personaggi, a una incisione di Raffaello. Ma aveva vestito i due uomini in abiti moderni e collocato accanto a loro una donna nuda che, il volto sostenuto dalla mano destra, guarda maliziosamente lo spettatore. Quel nudo parve incongruo, se non osceno, e provocò il veto degli organizzatori del Salon. Ma divenne famoso quando fece la sua apparizione, nelle settimane seguenti, al Salone dei respinti (il Salon des réfusés) insieme a opere di Claude Monet, Camille Pissarro, James Whistler.
Due anni dopo, nella primavera del 1865, Monet decise di riprendere il tema, forse per rendere omaggio all’amico Manet, forse per dimostrare che anch’egli era capace di affrontare una grande composizione con figure e paesaggi. Cominciò con alcuni grandi schizzi, uno dei quali finì per l’appunto al Museo Pushkin di Mosca, e s’impegnò finalmente in un’opera di straordinarie dimensioni( 4 metri per 6) che fu per molto tempo la sua passione e il suo incubo. Afflitto da difficoltà economiche e probabilmente insoddisfatto, dette infine il quadro in pegno al padrone di casa che lo arrotolò e lo mise in cantina. Quando poté recuperarlo, parecchi anni dopo, Monet constatò che alcune parti del dipinto erano state guastate dalla muffa, e divise l’opera in tre frammenti. Due di essi vennero comperati dallo Stato francese e sono oggi al Museo della Gare d’Orsay, il terzo è andato perduto. Se lei potesse confrontare il quadro di Parigi con quello di Mosca, scoprirebbe che nel primo, a sinistra della signora seduta sull’erba al centro del dipinto, vi è un personaggio che non appare nel secondo. È un uomo robusto, il volto coperto da una grande barba, che assomiglia straordinariamente a Gustave Courbet. Si dice che il grande Courbet, nell’inverno fra il 1865 e il 1866, abbia fatto visita a Monet nel suo studio e che questi, lusingato, lo abbia inserito nel dipinto.
Un’ultima informazione. Il Monet del Pushkin apparteneva alla collezione di Sergej Ivanovic Shukhin, l’uomo che insieme a Ivan Abramovic Morozov riunì a Mosca, prima della rivoluzione bolscevica, una straordinaria raccolta di opere dell’impressionismo francese. Scoprì Monet durante un viaggio a Parigi del 1897 e gli comprò tredici quadri fra cui lo schizzo che lei ha visto a Mosca. Nazionalizzate da un decreto di Lenin, le opere delle due collezioni furono esposte per qualche anno in un Museo dell’arte occidentale, aperto a Mosca nel 1922, e divise poi fra il Pushkin e l’Ermitage di Leningrado. Ma rimasero nascoste al pubblico sino alla morte di Stalin e riapparvero fra il 1954 e il 1955.
sabato 11 luglio 2009
l’Unità 11.7.09
La giacca del Presidente
Il Quirinale può rifiutarsi di firmare una legge lo dice la Costituzione, c’è chi lo pretende. In realtà è un potere “debole” e poco usato
di Tania Groppi
Nella democrazia maggioritaria e conflittuale alla quale è approdata la lunga transizione italiana, guardare in modo salvifico al Colle più alto, invocando un intervento del Capo dello Stato che ponga freno allo strapotere di una maggioranza onnipotente e la riporti nell’alveo della Costituzione è diventata un’abitudine.
Ciampi prima, Napolitano poi, sono stati di frequente “tirati per la giacchetta” dall’opposizione, invitati più o meno pesantemente a usare i propri poteri di garanzia: l’autorizzazione alla presentazione al Parlamento dei disegni di legge governativi, la promulgazione delle leggi, l’emanazione degli atti normativi del governo.
Dei tre poteri, è soprattutto la promulgazione delle leggi ad essere al centro dell’attenzione: quasi non c’è legge importante sulla quale non si chieda al Presidente di “non firmare”, utilizzando la possibilità di rinviarla alle camere per un nuovo esame. L’esperienza tuttavia ci mostra (emblematico il caso, nel luglio 2008, della “legge Alfano”, fulmineamente promulgata dal Presidente nonostante le molteplici richieste di rinvio, non in ultimo quella di cento costituzionalisti) che assai raramente queste pressioni hanno successo: non è una novità, se già nel 1953 il presidente Einaudi promulgò la cosiddetta “legge truffa” e lo stesso fece Ciampi con la legge elettorale del 2005.
I presidenti hanno sempre usato con grande prudenza il potere di rinvio. A partire dal primo caso, Einaudi nel 1949, i rinvii sono stati soltanto 59: in particolare 23 fino al 1983 e 36 dal 1983 ad oggi, con un incremento significativo nelle presidenze Pertini (7) e Cossiga (ben 22, di cui 15 negli ultimi 19 mesi di mandato). I motivi del rinvio, che la Costituzione lascia indefiniti rimettendoli alla discrezionalità del Presidente, hanno riguardato in ben 36 casi la violazione dell’articolo 81.4 della Costituzione, ovvero la norma che impone alle leggi di spesa di indicare la copertura finanziaria. Al di fuori di questo settore (nel quale tra l’altro il controllo della Corte costituzionale è molto difficile), i rinvii si contano sulla punta delle dita: se si escludono i 13 di Cossiga ne restano due di Einaudi, uno di Leone, uno di Scalfaro e cinque di Ciampi. Proprio la prassi della presidenza Ciampi è la più interessante: nonostante il Presidente abbia affermato (rispondendo alla domanda di una studentessa in un dibattito pubblico a Berlino, nel 2003) di poter utilizzare il rinvio soltanto in caso di «manifesta non costituzionalità» della legge, ha poi compiuto rinvii dettagliati e di grande peso, come nel caso della legge Gasparri sull’emittenza radiotelevisiva e della riforma dell’ordinamento giudiziario.
Dietro questa cautela c’è la considerazione che il potere di rinvio sia “un’arma spuntata”. Esso sconta limiti pesanti, proprio sulla base delle previsioni costituzionali: il Parlamento può infatti superare il rinvio con una nuova deliberazione a maggioranza semplice, lasciando la legge immutata (anche se le leggi riapprovate senza alcuna modifica sono solo 8 su 59), o apportando poche modifiche formali che non soddisfano i rilievi presidenziali. Non si tratta di un’ipotesi di scuola: i più importanti rinvii della presidenza Ciampi hanno prodotto meri ritocchi, senza intaccare l’essenza dei testi rinviati. A questo punto il Presidente è comunque obbligato a promulgare, tranne (secondo la dottrina, non essendosi mai in concreto realizzata l’ipotesi) qualora la legge sia tale da attentare ai principi supremi dell’ordinamento, nel qual caso egli potrebbe rifiutarsi, aprendo la via ad un drammatico conflitto istituzionale. Non è quindi difficile capire perché spesso i presidenti (non ultimo Napolitano, che non ha ancora operato alcun rinvio, pur avendo rifiutato di emanare un decreto-legge, nel caso Englaro) preferiscano incidere sulla produzione legislativa con il complesso di strumenti informali che vanno sotto il nome di “moral suasion”, spesso più efficaci. Tuttavia, anche qui non mancano i problemi, muovendosi in una zona sottratta al controllo dell’opinione pubblica, nella quale diventa difficile individuare le responsabilità. In definitiva, si ripropone, con estrema urgenza e attualità, il vero problema: quello delle nuove esigenze di garanzia che implica l’evoluzione della nostra forma di governo. Esigenze che né il rinvio presidenziale né la “moral suasion” possono soddisfare. Soltanto un ripensamento delle garanzie costituzionali nel loro complesso (che comprenda anche nuove vie d’accesso alla Corte costituzionale da parte delle minoranze parlamentari) può alleggerire il compito immane che oggi grava sul Presidente e contribuire a preservare la legalità costituzionale dalle aggressioni alle quali è sempre più sottoposta.
Corriere della Sera 11.7.09
Il candidato Pd Il chirurgo da anni segue i progetti nei Paesi poveri: «Attenzione all’effetto annuncio»
Marino: «Con 5 dollari si salva una vita»
di M.Antonietta Calabrò
ROMA — Pochi sanno che Ignazio Marino, (Pd), chirurgo di fama in un settore della medicina «ad alta tecnologia», si è sempre interessato anche della medicina nei Paesi in via di sviluppo, quella che con cure a basso costo salva la vita a milioni di persone. Ha fondato un’organizzazione non governativa in Honduras, «Imagine», dal titolo della canzone di John Lennon. Come senatore ha seguito gli interventi del Global fund, per l’aiuto a 140 Paesi, istituito al G8 di Genova.
«Sono soddisfatto - concede Marino riferendosi ad un aumento del 50 per cento dell’impegno italiano in materia sanitaria - , ma, secondo me, siamo nuovamente all’effetto annuncio. Certamente è stata aumentata la promessa di fondi, ma fino a ieri, venerdì 10 luglio 2009, non è stato speso neppure un dollaro degli aiuti a cui l’Italia si era impegnata per quest’anno. Quindi, adesso, non capisco come faremo a spendere in cinque mesi oltre duecento milioni. O meglio chiedo a Berlusconi: quando verranno spesi i fondi previsti per il 2009, dal momento che siamo già a metà luglio?».
Marino è però preoccupato soprattutto dall’impatto che i ritardi nel versamento degli aiuti possono avere sulle popolazioni bisognose. «Ogni dollaro non speso, ogni ritardo spiega il senatore del Pd - , sono vite umane perse. Le faccio un esempio. Bastano cinque dollari per comprare una zanzariera trattata con repellenti (che ha efficacia per 5 anni) che è la migliore prevenzione per la malaria. Con 100 dollari si paga un trattamento contro l’Aids ». E a questo punto emergono le cifre drammatiche delle malattie considerate i «tre grandi killer» nel mondo e cioè la malaria, la tubercolosi e l’Aids.
«Due milioni di Aids, 1,5 milioni di tubercolosi, due milioni di malaria - dettaglia Marino -. Gli infettati dalla tubercolosi sono due miliardi, cioè un terzo della popolazione mondiale ». E poi il dato più drammatico: «Solo in Africa, per la malaria, ogni giorno muoiono 3.000 bambini, bambini sotto i cinque anni. E’ una cifra mostruosa». Secondo il chirurgo-senatore non sarebbe «la prima volta che l’Italia non fa quello che dice. E’ già successo nel 2005, nel 2006 e nel 2007. Con le ultime tre Finanziarie del governo Berlusconi che ha preceduto il governo Prodi si erano accumulati 280 milioni di dollari di arretrato italiano». Una situazione a cui avrebbe posto rimedio «il ministro degli Esteri D’Alema che per recuperare ha dovuto stanziare 400 milioni di dollari nel 2008».
C’è la questione sostanziale delle vite umane perse, ma c’è n’è anche una di credibilità internazionale. «Certamente, tanto più che nel 2001 a Genova l’Italia aveva promesso di essere il secondo donatore in assoluto del Global fund, dopo gli Stati Uniti - ricorda Marino -. Per questo avevamo ottenuto un posto nel consiglio di amministrazione del Fondo. La Francia (che ha donato quest’anno 450 milioni di dollari) e la Spagna (215) nominano invece un consigliere in comune. Finirà che reclameranno il nostro posto».
Repubblica 11.7.09
Ma il leader storico è prudente: "Non vogliamo mettere il cappello su Ignazio e magari aumentare le sue difficoltà"
Radicali: "Doppia tessera per Marino"
Pannella contro il divieto dei Democratici, Rutelli apre. Mina Welby si iscrive
di Giovanna Casadio
Per lo scienziato-senatore il primo ostacolo è ottenere l´appoggio del 5% degli iscritti
ROMA - Marco Pannella, il leader radicale, protesta con Rutelli: «Non capisco perché voi Democratici vietate la doppia tessera...». Francesco Rutelli, ultimo segretario della Margherita e leader democratico, apre: «Se gli obiettivi sono gli stessi, se non sono contrastanti», perché no; anche se «il divieto nasce da un´esigenza di lealtà che però non deve essere irregimentazione». Dialogo tra i due a Radioradicale. I Radicali sono molto tentati dal sostegno a Ignazio Marino, e sul web parte un tam tam, in vista del tesseramento (che si chiude tra dieci giorni) per il congresso. Mina Welby, la vedova di Piergiorgio, si schiera e, «come atto di disobbedienza civile contro il divieto della doppia tessera», lei radicale prende quella democratica. Oggi sarà con Marino (e con Beppino Englaro) al Rototom Sunsplash festival reggae a Osoppo.
L´appoggio dei Radicali allo scienziato-senatore - ora sfidante di Dario Franceschini e Pierluigi Bersani per la leadership del Pd - non si spinge fino a fare una lista ad hoc. «Oddio, da noi tutto può succedere, se alcuni decidono, auguri - replica Pannella - Non vogliamo mettere il cappello su Ignazio e magari aumentare le sue difficoltà, però ai radicali lui piace molto» Inoltre, «la vittoria di Marino sarebbe un grosso contributo a una riforma del Pd, sarebbe un fatto positivamente traumatico». Il feeling tra il Pr e lo scienziato, in prima linea nelle battaglie laiche sulle questioni bioetiche e dei diritti civili, è di vecchia data: «C´è una profonda sintonia». Pannella è convinto che effettivamente alle primarie, se supererà la soglia del 5% prevista al congresso, Marino avrà il popolo dalla sua. E Marco voterà per Ignazio? «Vedremo , non lo escludo però voglio prima vedere il percorso. E poi, detto senza acrimonia né sufficienza vorremmo un Pd più anglosassone. Stiamo comunque dando una mano al dibattito con queste trasmissione, dopo Franco Marini e Rutelli, per i quali sono state fatte trasmissioni ad hoc, potrebbero venire Franceschini e Bersani...».
La partita in questo momento si gioca sul tesseramento, saranno i tesserati entro il 21 luglio a votare nei circoli le diverse mozioni presentanti dai candidati. Secondo i dati che circolano nel partito i tesserati sarebbero 470 mila più 7 mila tessere online e le regioni pià arretrate rispetto agli obiettivi del tesseramento sarebbero quelle del Nord, oltre al Molise. È qui che potrebbero entrare in gioco doppia tessera e Radicali.
I supporter di Marino, in particolare i "piombini" cioè il gruppo dei trenta-quarantenni, hanno lanciato la mobilitazione per il tesseramento soprattutto sui blog, Giuseppe Civati, che della mozione-Marino è coordinatore, invita nel suo blog a iscriversi e a segnalare eventuali difficoltà ad avere la tessera. Paola Concia fa di più, e sul blog indica il numero telefonica della sua segreteria alla Camera per il supporto pratico.
Al programma sta lavorando in questi giorni il segretario uscente e ricandidato, Franceschini oltre alla ricerca del luogo in cui presentarlo. Doveva essere Prato, la città persa dal centrosinistra dopo 63 anni e dove forte si è abbattuta la crisi. Ma l´ipotesi è tramontata, e probabilmente la kermesse di Franceschini sarà a Roma.
l’Unità 11.7.09
Il Pd stoppa la doppia tessera
«Non si può fare»
La prima è stata Mina Welby: in tasca la tessera radicale, si è andata a iscrivere al Pd, vicino casa. Roma, quartiere Tuscolano, circolo Subaugusta. Obiettivo: sostenere la candidatura di Ignazio Marino. E a quanto pare - secondo le segnalazioni arrivate al suo staff - ha già fatto proseliti. Ma il Garante Luigi Berlinguer conferma che né la sua né le altre iscrizioni potranno essere confermate. A meno di non modificare lo statuto che non consente la doppia tessera. Ma per farlo bisognerebbe convocare l’assemblea nazionale. E a questo punto - spiega Berlinguer - non c’è più tempo né modo per farlo. MA.GE.
l’Unità 11.7.09
L’antagonista «ombra» di Marino e la sua idea di laicità
«Su temicome questo significa il rispetto delle diverse posizioni»
Spina etica per il Pd, Binetti con Buttiglione contro l’aborto
di Susanna Turco
Coi centristi per «ammortizzare» gli effetti della 194. E contro Marino, perché la sua posizione sul ddl Calabrò non diventi «l’unica del Pd». Così, la Binetti sfida il Pd a «dimostrare la sua laicità».
La teodem per eccellenza del Partito democratico aveva avvertito tutti per tempo. «Se si candida Ignazio Marino, mi candido anche io». Era il 12 giugno, appena dopo le europee. Ma Paola Binetti, una che dalle battaglie contro la 194 in poi di tutto si può incolpare tranne che di incoerenza, aveva già le idee chiare. Sapeva che, se il fronte del dibattito del Pd si fosse spostato sui temi etici, lei sarebbe stata lì pronta, col suo filo da torcere.
E oggi che, tra una polemica sul fine vita e un duello in punta lama su laicità e «posizione prevalente», il suo profilo (toh, la Binetti) ricomincia a stagliarsi sugli assetti del centrosinistra come ai tempi in cui deteneva al Senato la golden share della sopravvivenza del governo Prodi, la numeraria dell’Opus Dei non fa altro che dar corpo a quell’annuncio.
Si muove e parla infatti come una candidata ombra al congresso del Pd. Contro Marino, anzitutto. Non per contendere la «leadership organizzativa», «per la quale ci vogliono competenze e strutture che non ho», bensì per conquistare la «leadership morale del partito», ossia «valorizzare quei valori cattolici di cui il Pd ha bisogno»: tutte cose già dette in sordina un mese fa.
L’anti-Marino
Tutte cose che la Binetti conferma tanto più adesso, sotto forma di un suo «forte impegno personale per il bene del partito»: «Perché certo, la candidatura di Marino comporta il rischio che tutte le posizioni sul tema della laicità si spostino a sinistra: un motivo in più per sostenere con maggior forza le mie convinzioni, ed evitare che finiscano nell’angolo», ragiona.
Con una mano, intanto, puntella in commissione Affari sociali il ddl Calabrò sul fine vita, da lei condiviso nella sostanza e per il quale si augura una approvazione «tempestiva ma non precipitosa». E, con l’altra, sostiene alla Camera la mozione del centrista Buttiglione per «una iniziativa per la moratoria contro l’aborto»: un testo semplice, si discuterà lunedì, che porta la firma di sei deputati Udc, più la sua - che non compare in calce «per un disguido». Una mozione che, spiega Buttiglione, «non ha nulla contro la 194». Eppure, aggiunge la Binetti, «naturalmente chiede più attenzioni verso la vita nascente, e dunque anche una applicazione completa di quella legge, come ammortizzatore dei suoi effetti, visto che oggi la 194 non può essere toccata: provocherebbe troppe divisioni».
Cosa abbia tutto ciò in comune con la laicità «sacra e indiscutibile» appena proclamata da Franceschini, è la stessa Binetti a spiegare. «Su temi così, laicità significa precisamente rispetto delle diverse posizioni. Dunque, quanto il Pd sia laico lo verificheremo nei fatti, sul fine vita per esempio». Di certo, c’è che lei si «batterà» perché la «posizione prevalente di Marino» non diventi «unica ed esclusiva». «Non permetteremo che accada», ha detto ieri in un convegno. Parole che da sole valgono una mozione congressuale.
il Riformista 11.7.09
Laicità va cercando anche il Pd
di Ritanna Armeni
La candidatura di Ignazio Marino per la segreteria del Pd ha un merito e, insieme, mostra un limite.
Il merito consiste nella possibilità di riportare il tema della laicità al centro del dibattito del partito. Il Pd sui temi della laicità è stato spesso insufficiente, timido, propenso alla mediazione prima che all'approfondimento. E lo è ancora oggi. Ne è spia la preoccupazione mostrata da Dario Franceschini per il quale quella di Marino è «una candidatura che divide». I suoi timori e le sue incertezze hanno contribuito non poco alle sconfitte che si sono susseguite su questioni fondamentali: la legge sulla fecondazione assistita, i diritti delle coppie omosessuali, il testamento biologico. Temi importanti, sui cui si forma la cultura e il comune sentire di un Paese e la cui soluzione non può essere influenzata dalla necessità di mediare con le gerarchie ecclesiastiche prima di fare un esame delle esigenze poste dalla società e dei nuovi orizzonti proposti dalla scienza.
Il limite (che non è di Marino ma della situazione in cui si trova il Pd) sta nel fatto che per riportare i temi della laicità nella composizione della identità del Pd si è ricorsi a una candidatura alla segreteria, come se ormai fosse impossibile costruire una parte importante del volto di un partito senza ricorrere all'immagine di un leader, senza riportarla alla contesa fra uomini (e qualche donna). Insomma la candidatura di Marino mostra l'incapacità grave in un'organizzazione politica di parlare di contenuti, magari in forma anche aspra, senza introdurre l'elemento della personalizzazione leaderistica.
Comunque, immaginiamo si possa riaprire il negletto capitolo laicità e si possa discuterne in modo approfondito evitando gli errori passati. Il primo da evitare è la stucchevole differenza ormai in voga (l'ultimo a riproporla è stato Piero Fassino) fra laicità e laicismo. Dove il laicismo è termine negativo e la laicità positivo. Il primo evoca radicali e mangiapreti. I laicisti un po' come i comunisti negli anni 50. Quelli mangiavano i bambini, questi uccidono gli embrioni e non hanno una cultura della vita. Il secondo indica ragionevolezza, mediazione con il mondo cattolico, moderazione nei contenuti, rapporto imprescindibile con la Chiesa. Come si vede la distinzione, proposta da un teocon come Marcello Pera, a seconda dei punti di vista, getta una luce negativa su entrambi i termini.
Il secondo errore da evitare è quello di pensare che il concetto di laicità possa rimanere sempre uguale a se stesso. Che la laicità del terzo millennio non abbia nulla di diverso da quella novecentesca o da quella ottocentesca. Che sia un residuo di queste, o che costituisca il suo spontaneo prolungamento. Non è così. Anch'essa va ripensata alla luce delle novità politiche e sociali. In un mondo in cui le religioni hanno acquistato nel bene e nel male una così grande importanza (imprevista fino a qualche anno fa) uno Stato laico non può che essere includente, cioè garantire l'espressione dello spirito religioso senza pregiudizi o chiusure. Compito duro, ma necessario, nel momento in cui la globalizzazione fa convivere negli stessi confini uomini e donne che praticano diverse fedi e hanno con esse un diverso rapporto. La laicità del terzo millennio non è la negazione di valori o l'adeguamento a un'anarchia etica e a un edonismo privo di responsabilità, ma è la ricerca di valori in un mondo che è divenuto molto più complicato in seguito al progresso scientifico, alla convivenza stretta nei nostri territori di diverse religioni e culture, a una più complessa distinzione fra bene e male. Come si risolve il problema del rispetto delle scelte religiose quando calpestano i diritti umani? Come si affrontano i nuovi confini fra la vita e la morte? Mettere paletti, distinguere fra bene e male, fra giusto e ingiusto per il bene del singolo e dell'umanità è oggi un compito necessario per un'etica laica, che non può supinamente accettare l'esistente (né quello della ricerca scientifica e delle tecnologie né quello dello stravolgimento dei diritti della persona legati alla religione) e che non ha come come àncora il messaggio rivelato di un soprannaturale.
Essere laici oggi è un percorso di dubbio e di ricerca. Con un consapevole e fortissimo senso del limite. I laici devono anche accettare di non trovare la soluzione giusta in assoluto ad un problema, ma, sicuramente, possono e devono trovare la soluzione meno dolorosa, meno dannosa e più rispettosa. Possono sostenere a esempio una legge sull'aborto che limiti il più possibile danni e dolore, senza pretendere di intervenire sul rapporto di ciascuno con la vita e con la morte.
Un partito di sinistra ha il dovere di percorrere la strada della laicità. Sapendo che l'uso del dubbio, della critica, il senso del limite non possono intaccare la determinazione ad andare al fondo dei problemi. Oggi la laicità non riguarda solo il rapporto con la Chiesa, ma innanzitutto il rapporto che gli uomini e le donne hanno con se stessi e fra di loro, il tipo di relazione che vogliono costruire, le regole che vogliono darsi. Un partito che vuole essere nuovo e moderno può prescindere da tutto questo? No. Su questo si misurano gli elementi di novità e di gioventù e non sull'età anagrafica di uomini e donne.
il Riformista 11.7.09
Conti in rosso
Prc in bolletta taglia i dipendenti
di Mattia Salvatore
Vento di crisi economica a Rifondazione Comunista. I conti non sono in rosso, peggio. E i dipendenti saranno i primi a pagarne le conseguenze. Le cifre sono da brivido: nel 2008 il partito ha chiuso con un buco di 500mila euro e quest'anno la stima prevista è ancor più gravosa, arriva a 2 milioni. Il Prc campa grazie ai rimborsi statali per le elezioni a Camera e Senato del 2006. Nel 2008 la batosta della Sinistra Arcobaleno e alle europee la lista Comunista, pur avendo miglior sorte, non ha ottenuto nessun rimborso perché l'asticella fissata al 4%. Prima della legge votata in fretta e furia l'anno scorso al Parlamento era al 2. Uno dei motivi per cui il segretario Paolo Ferrero è nero dalla rabbia. Ora si trova costretto, a malincuore, a tagliare posti di lavoro.
Come qualsiasi altra impresa in stato di crisi. Anzi, forse anche peggio perché i dipendenti di partito non godono dello statuto dei lavoratori, quindi possono esser mandati per strada senza alcun problema. Dai 125 attuali si dovrà scendere a non più di 40. Per i licenziati la direzione del Prc ha previsto una buonuscita: 7mila euro per chi ha lavorato meno di 56 mesi, invece per chi supera questa soglia spetta una mensilità per ogni anno di servizio. Il piano al momento non è stato sottoscritto dalla maggioranza dei lavoratori tra cui monta il malcontento. M., quarantenne, ha diciotto anni di lavoro alle spalle nel Prc e adesso si troverà con quasi 30mila euro in tasca ma senza alcuna possibilità di futuro. Come lui molti altri. «Mi sembra di rivivere il caso Alitalia - denuncia qualcuno - I manager hanno portato l'azienda al fallimento e poi loro hanno buonuscite profumate mentre a rimetterci sono i lavoratori». Altri ricordano a Ferrero la battaglia sull'estensione dell'articolo 18. Tanto che per Vittorio Mantelli, responsabile del dipartimento Inchiesta, bisogna fare una battaglia politica per «estendere lo statuto dei lavoratori anche agli stipendiati di partito, bisogna fare pressioni su Fini perché spiga il Governo a fare subito un decreto». A sentire il tesoriere Sergio Boccadutri la situazione è ancor più grave: «Da aprile 2010 andranno per strada anche i dirigenti, perché toccheremo il fondo - dice - Quelli allontanati ora almeno avranno una buonuscita». Per risalire si punta alle regionali dell'anno prossimo, dove basta un eletto per avere il rimborso, e a ridurre le spese. «Sarò molto più rigoroso sui rimborsi spese», aggiunge Boccadutri, che tra le voci in entrate menziona «la valorizzazione del patrimonio». Forse il trasferimento in una sede più modesta. Poi c'è il capitolo Liberazione, un passivo gravoso per Rifondazione che per salvarla ci ha già rimesso 10 milioni in 5 anni.
Il 16 luglio ci sarà un incontro tra Fnsi, Fieg e redazione per valutare un piano di ridimensionamento: giornale a 12 pagine, riduzione dei redattori da 33 a 16 con contratti di solidarietà e rilancio del web le proposte sul tavolo. Per gli altri dipendenti ci sarebbero prepensionamenti e cassa integrazione. «Capiamo lo stato di crisi ma il ridimensionamento è eccessivo», afferma il cdr di Liberazione, il quale non ha comunque intenzione di alzare muri, «vogliamo però che ci sia un piano di rilancio che adesso manca». Infine una grana tutta romana: la città è piena di manifesti «Rifondazione è come i padroni, non paga i lavoratori». Ad affiggerli una cooperativa di attacchinaggio «Zona Rossa» che da anni lavora per il Prc. Nel 2008 ha lavorato per la campagna elettorale della Sinistra Arcobaleno, fatturando alla fine 70mila euro. Soldi che non sono mai arrivati perché la federazione capitolina, scossa da scissioni, ha un buco di 300mila euro. Pare addirittura che il bilancio in rosso del partito sia finito nelle aule dei tribunali.
Corriere della Sera 11.7.09
Diplomazia Il termine «Judenrein» nel colloquio con il tedesco Steinmeier
Israele, polemica su Netanyahu Ha usato una parola nazista
Il premier: la Cisgiordania non sarà «ripulita dagli ebrei»
di Davide Frattini
GERUSALEMME — La parola lo avrebbe lasciato senza parole. Frank-Walter Steinmeier ha annuito senza replicare, quando Benjamin Netanyahu ha evocato la pulizia etnica nazista contro gli ebrei per difendere gli insediamenti in Cisgiordania. «I territoripalestinesinonpossono diventare judenrein», ha dichiarato il primo ministro israeliano all’ospite diplomatico che più di tutti è ipersensibile al termine. «Non ha detto nulla. Che altro poteva fare?», ha raccontato un consigliere del premier.
Il ministro degli Esteri tedesco ha parlato, dopo il ritorno ieri in Germania (è stata la quattordicesima visita nella regione). E ha ripetuto la posizione europea e americana: «Le possibilità di raggiungere un accordo di pace sono le migliori degli ultimi quindici anni. Bisogna trovare una soluzione e non sarà possibile fino a quando le colonie continuano a essere ingrandite ». Quella di Netanyahu non è stata una gaffe. Il governo ha inserito «judenrein» nel vocabolario da usare per contrastare l’offensiva della comunità internazionale. Il premier ha incitato i ministri a usarlo per sostenere le costruzioni in Cisgiordania e la richiesta che i palestinesi riconoscano Israele come Stato ebraico. Il vice Dan Meridor ha invitato i giornalisti stranieri a chiedere «se i palestinesi permetteranno agli ebrei di vivere tra loro o se invece sarà proibito. Judenrein: così è stato chiamato in altre nazioni». Il giorno dopo la frase è stata ribadita da un parlamentare del Likud. «Netanyahu ha dimostrato orgoglio nazionale», lo ha lodato Arieh Eldad, deputato dell’estrema destra.
La strategia è criticata da chi come Avi Primor ha rappresentato Israele in Germania (è stato ambasciatore fino al 1999). «Una mossa sbagliata, proprio con il ministro del Paese che ha compiuto un profondo esame di coscienza sul passato. Dobbiamo stare attenti a non banalizzare il ricordo dell’Olocausto. In Europa si oppongono all’occupazione, nessuno è contrario al fatto che in futuro gli ebrei vivano in uno Stato palestinese». «E’ un errore associare ad altri gli orrori commessi dai nazisti — commenta Zalman Shoval, ex ambasciatore a Washington —. I palestinesi sono contrari ad accettare il riconoscimento di Stato ebraico come precondizione per non pregiudicare le trattative sul ritorno dei rifugiati ».
I primi cento giorni di governo sono stati segnati dalle schermaglie con gli americani sul blocco delle colonie. Avigdor Lieberman, il ministro degli Esteri e leader del partito ultranazionalista Israel Beytenu, si è tirato fuori dalle trattative con una spiegazione che ai commentatori è sembrata solo sarcasmo: «Vivo a Nokdim (un insediamento a sud di Betlemme, ndr) e potrei essere accusato di conflitto d’interessi».
Corriere della Sera 11.7.09
Lessico hitleriano
Judenrein
Letteralmente «ripulito dagli ebrei», o meglio ancora «purificato», Judenrein è un termine dell’ideologia nazista degli anni ’30 e ’40 spesso scambiato con il più comune Judenfrei («libero dagli ebrei») Il glossario della Shoah
A differenza di «Judenfrei», la parola «Judenrein» contiene un più esplicito riferimento all’ideologia ariana, perché implica la «purificazione» non solo dagli ebrei, ma anche da qualsiasi traccia di sangue ebraico: al termine di questa «pulizia», nell’aberrante ideologia nazista, sarebbe stata possibile l’arianizzazione della società. Il termine, quindi, è stato identificato con la soluzione finale.
Nel 1941 l’Estonia è stata definita il primo Paese «Judenfrei». In tutta Europa, in nome di quest’ideologia, sono stati uccisi 6 milioni di ebrei
l’Unità 11.7.09
Saint Etienne nel sobborgo di Firminy tre notti di devastazioni dei giovani arabo-francesi
Aveva ventun anni Momo, il ragazzo arabo-francese impiccato in cella. Per la polizia è un suicidio
Francia, altri roghi e rivolte contro la polizia nella Loira
di Rachele Gonnelli
Come nelle banlieue parigine la tranquilla cittadina della Loira di Saint Etienne è messa a ferro e a fuoco dalla rabbia dei ragazzi figli di immigrati. Non credono al suicidio in cella di un loro amico, Mohamed detto Momo.
Tre notti di devastazioni e grida, di macchine e negozi dati alle fiamme, a Saint Etienne nella Loira, sud est della Francia. Una nuova fiammata di rabbia dei giovani arabo-francesi, come nel 2005, come nel 2007. Solo che stavolta non sono le banlieue parigine a rivoltarsi contro la polizia ma i ragazzi dei casermoni firmati Le Corbusier di Firminy, sobborgo di una placida cittadina immersa nella campagna. La rabbia invece è la stessa. Anche questa volta la polizia è sotto accusa per la morte di un ragazzo di appena 21 anni, Mohamed Benmouna, fermato per una sciocchezza, un tentativo di estorsione, e morto in cella in circostanze a dir poco singolari. Fermato e portato in commissariato da cui è uscito lunedì in coma. È morto in ospedale. Sul suo corpo non c’erano segni di violenze, l’autopsia dice «arresto cardiaco per soffocamento». Gli agenti hanno raccontato che il ragazzo si sarebbe costruito una fune con brandelli di lenzuola e vestiti, avrebbe praticato due buchi nella parete di cartongesso della cella e si sarebbe legato e appeso. La telecamera della guardiania è risultata essere rotta, da mesi e mai aggiustata. E soltanto un mese fa Amnesty International ha pubblicato un rapporto in cui accusa la polizia francese di brutalità e abusi verso detenuti in attesa di giudizio soprattutto africani o nordafricani, con casi di sevizie e omicidio come fu l’anno scorso per il sans papier Abou Bakar Tandia, del Mali, morto in cella per ferite multiple, secondo la polizia autoprocurate.
La famiglia di Mohamed si dispera e non crede alla versione della gendarmeria di Chambon-Feugerolles. «Cosa è successo? - vuole sapere il padre Abdelkader, nato in Algeria - dov’erano per tutto quel tempo i poliziotti? E poi la corda, i buchi, non è possibile, voglio delle verifiche». La madre Malika è convinta che suo figlio sia stato picchiato a morte e poi sia stato simulato un suicidio. «Non era cattivo e aveva appena trovato un lavoro». Di certo non ci credono gli amici di Mohamed «aka Momo», cioè alias Momo, il suo nome da tenero nelle bande di graffitari e ballerini free-style per le strade maleodoranti di Firminy. Tra martedì e giovedì notte hanno devastato e dato alle fiamme 32 auto, un centro commerciale con tabaccheria e farmacia, un ristorante. «Urlavano fortissimo e spaccavano tutto - racconta una signora ai microfoni di France2 - ho avuto davvero paura e ho telefonato ai miei figli».
L’inchiesta già quasi chiusa
La polizia ha faticato a respingerli con cariche e gas lacrimogeni. E la sarabanda è durata tre notti. Nove ragazzi sono stati fermati ma ora Brice Hortefeux, ministro dell’Interno, ha promesso «misure di sicurezza eccezionali». La famiglia di Momo ha fatto un appello alla calma e convocato per ieri nel primo pomeriggio un corteo silenzioso. Gli ispettori del Dipartimento di polizia della Loira hanno avviato un’inchiesta interna e riscontrato «disfunzioni» nel commissariato di Chambon. Ma il procuratore Jacques Pin per Momo continua a parlare solo di suicidio.
l’Unità 11.7.09
A Teheran la conta dei morti
«Ma i basiji trafugano corpi dalle morgue degli ospedali»
di Rachele Gonnelli
Sarebbero molti di più dei 20 morti denunciati dalle autorità le vittime della repressione in Iran. I medici raccontano di come le milizie basiji trafugano i corpi e falsificano i referti. Sui blog video delle violenze di ieri l’altro.
Ci sarebbe anche un cittadino statunitense residente a Teheran, tra le persone arrestate ieri per aver partecipato alle manifestazioni di commemorazione del massacro di studenti di dieci anni fa, il 9 luglio. Si chiama Kian Tajbakhsh ed è stato anni fa consulente della fondazione di George Soros, il magnate molto attivo nel sostenere le «rivoluzioni di velluto» dei Paesi dell’est. Haadi Ghaemi dell’associazione internazionale Human Right in Iran ha denunciato alla rivista Time che la polizia ha fatto irruzione in casa sua, sequestrato il suo computer e lo ha messo in arresto.
Secondo il sito Roozonline, collegato agli iraniani d’America, molte persone che sono state arrestate in queste ultime ore e nelle settimane successive alle elezioni per le proteste contro i brogli e Ahmadinejad, sono detenute in condizioni disumane. «Particolarmente in pericolo è Mahsa Amrabadi - scrive Rooz - una giornalista incinta che si dice essere sottoposta a forti pressioni». Bijan Khajehpur, analista economico, arrestato la scorsa settimana all’aeroporto internazionale di Teheran sarebbe «in cattive condizioni di salute, anche a causa dell’insufficienza renale di cui è affetto». Altri testimoni confermano che le autorità carcerarie costringerebbero i detenuti a fornire confessioni di comodo, estorte anche con la tortura.
Basiji style
Sui blog e su Facebook continuano a essere postati numerosi video delle violenze perpetrate per strada contro i dimostranti del 9 luglio. Si vedono di nuovo in azione le milizie Basiji, già responsabili del massacro di dieci anni fa. Vanno ancora in due sulle moto, con i caschi e i bastoni, ma a differenza dei pestaggi subito dopo il voto quando si mostravano neri come cavalieri dell’apocalisse, ora indossano abiti civili, magari con il gilet antiproiettile sopra. Sono loro, sempre loro, secondo le testimonianze raccolte dal quotidiano progressista britannico Guardian, a sottrarre i cadaveri delle persone uccise per strada dalle camere mortuarie degli ospedali. Prima ancora di chiedere alle famiglie di omettere le circostanze della morte del parente o di imporre ai medici di stilare referti di comodo inventando malattie o decessi improvvisi. «I basiji - racconta una fonte ospedaliera - hanno manipolato i registri degli ospedali, e identificato i feriti. I cadaveri li confiscano, e dicono alle famiglie che stati trasferiti in altre strutture per la donazione di organi. Se i decessi sono causati da armi da fuoco, tolgono i proiettili dai corpi che poi riportano in ospedale, annotando una causa di morte diversa». E un altro medico: «Solo nell’ospedale in cui lavoravo, nella prima settimana di proteste, abbiamo registrato la morte di 38 dimostranti, la gran parte uccisi da colpi di arma da fuoco». «Un collega mi ha riferito che nel suo ospedale ci sono state 36 persone ricoverate per ferite da armi da fuoco e 10 morti».
Cosa ci guadagnano per tutto questo? «Ad esempio non pagano le rette universitarie - spiega il blogger Saeed Valadbaygi - e hanno quote riservate nei posti pubblici e nelle facoltà». «Saranno tutti basiji nel prossimo anno accademico, temo», dice Saeed.
Repubblica 11.7.09
L’ultima trama di Sindona
di Simonetta Fiori
L´11 luglio di 30 anni fa un killer sparò ad Ambrosoli Il libro del giudice dell´inchiesta Turone (scritto con Simoni) ricostruisce quegli anni
Il bancarottiere si uccise: voleva che fosse una morte strana per offuscare la memoria del commissario liquidatore
Potrebbe apparire una storia d´altri tempi l´avventura tra politica, Vaticano e mafia di Michele Sindona, il bancarottiere siciliano morto oltre vent´anni fa per un caffè al cianuro. E´ un grande romanzo criminale quello appena licenziato non da giallisti esperti, come si potrebbe ricavare dal passo narrativo, ma dai due magistrati che indagarono meticolosamente i crimini nazionali e internazionali di un finanziere-assassino dotato di un inusuale talento istrionico, nella vita come nella morte. Giuliano Turone era il giudice istruttore che condusse con Gherardo Colombo l´inchiesta giudiziaria sull´omicidio di Ambrosoli, ucciso da un killer americano assoldato da Sindona. Gianni Simoni era il magistrato che investigò sulla misteriosa morte del detenuto eccellente nel carcere di Voghera. Insieme hanno scritto un libro di duecento pagine che sulla base di innumerevoli atti giudiziari, sparsi in altrettanti processi, ricostruisce esemplarmente un pezzo di storia italiana fondata sull´intreccio tra potere politico, potere finanziario e potere criminale (Il caffè di Sindona, Garzanti, euro 16). Intrighi di un´Italia scomparsa? «Non del tutto», risponde Turone. «E´ di pochi giorni fa l´intervento del procuratore generale della Corte dei Conti sulla larga diffusione della corruzione in Italia. Siamo tra i primi in Europa per trame oscure e strapotere di mafie e camorre. Sembra difficile raddrizzare certe storiche storture nazionali. Da quelle vicende sono trascorsi molti anni, ma siamo ancora in mezzo al guado».
L´urgenza civile che muove il racconto è anche quella di onorare la memoria di Giorgio Ambrosoli, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, assassinato l´11 luglio di trent´anni fa su ordine di Sindona. Il risarcimento dell´«eroe borghese» - dal titolo del bellissimo libro di Corrado Stajano - passa anche attraverso la soluzione di un enigma rimasto irrisolto nell´opinione pubblica, ma non nelle (poco conosciute) carte processuali. Il mistero riguarda il cianuro inghiottito dal bancarottiere nel carcere di Voghera. Omicidio o suicidio? Se nell´immaginario comune è radicata la tesi più spettacolare dell´assassinio, i due magistrati non hanno dubbi sull´uscita di scena volontaria: si trattò dell´ultima straordinaria beffa di Sindona, simulatore beffardo e talentuoso, che scelse di ingoiare il veleno, ma mettendo in scena un omicidio del tutto verosimile. L´ultima sceneggiata di un criminale fantasioso, «autentico Fregoli dei trasformismi malandrineschi», che morendo da vittima di poteri oscuri voleva dare nuova dignità a sé e alla sua famiglia, intossicando il lavoro di chi si era adoperato per scoprire i suoi delitti. «Nel progetto freddamente coltivato da Sindona», dice Turone, «il suo omicidio, destinato a rimanere senza responsabili, avrebbe fatalmente indebolito le diverse inchieste condotte su di lui. Ma come, avete scoperto tutte le sue malefatte e non sapete chi l´ha ucciso? Anche il coraggioso lavoro di Ambrosoli rischiava di essere offuscato da quest´ultima beffa».
I capitoli più avvincenti riguardano la romanzesca uscita di scena di Sindona, ricostruita nelle motivazioni più profonde - l´ossessione per la morte di un ex potente abbandonato da tutti - e nei dettagli più inaspettati, dalle bustine di zucchero fatte sparire dal suicida alla sorveglianza blindata ad opera di giovani agenti di Monastir. A sostegno del suicidio, la prova più convincente consiste nella particolare qualità del cianuro, sostanza dotata di un odore e un sapore così ripugnanti da indurre qualsiasi persona a fermarsi disgustata al primo sorso di caffè (ricordiamo che Sindona bevve il caffè chiuso in gabinetto, senza lasciarne neppure una goccia nel bicchiere). Per gli appassionati del genere «caffè al veleno», va aggiunto che Pisciotta fu assassinato con la stricnina, che ha altre caratteristiche. Come Sindona si procurò il cianuro? Non gli era difficile - sostengono i magistrati - riceverne una dose nel corso delle udienze che lo videro incriminato per il delitto Ambrosoli. Il suo biografo tedesco Nick Tosches ha raccontato che al termine del loro primo incontro, nella cella di Voghera, gli aveva domandato "quale vago raggio di speranza lo sostenesse". E lui, col sorriso luciferino: «Morire».
Ma le pagine più impressionanti investono direttamente la storia d´Italia, i suoi palazzi del potere, gli intrecci tra la politica, la finanza, i poteri criminali, il Vaticano. Sindona era un finanziere potentissimo, uomo di fiducia dello Ior, celebrato nel 1973 da Giulio Andreotti come il «salvatore della lira». La trama dei loro rapporti è documentata da una fitta mole di carte giudiziarie, oltre che da atti politici e nomine di banchieri - come quella di Mario Barone al Banco di Roma - che negli anni Settanta tentarono di favorire i traffici di Sindona. Nel prosieguo della lettura, ci si imbatte in trame occulte, ricatti, mascalzonate - non ultima l´incriminazione di Mario Sarcinelli e Paolo Baffi - tutti rigorosamente certificati nelle note a piè di pagine. Tra i protagonisti figura anche Licio Gelli, il capo di quella loggia P2 di cui Sindona insieme a molti altri era un affiliato. Fu indagando sulla morte di Ambrosoli che i magistrati Giuliano Turone e Gherardo Colombo scoprirono il 17 marzo del 1981 gli elenchi della loggia segreta e successivamente il piano di Rinascita nazionale. Quello stesso piano di Rinascita nazionale recentemente rivendicato con orgoglio da Gelli, risuscitato in una televisione locale. «Peccato non averlo depositato alla Siae per i diritti», ha detto Gelli in conferenza stampa. «Tutti ne hanno preso spunto. L´unico che può andare avanti è Silvio Berlusconi, non perché era iscritto alla P2, ma perché ha la tempra del grande uomo». Che sentimenti prova oggi l´ex magistrato Turone di fronte a questa Italia? «Una grande malinconia», dice sottovoce. «Si prende atto con amarezza che i tentativi che sono stati fatti per combattere le mafie, tutte le mafie, sono per larga parte falliti. Cosa proverebbe oggi uno come Giorgio Ambrosoli davanti allo spettacolo della finanza corrotta? In Italia manca una religione civile, capace di legare responsabilmente l´individuo alla società».
Al pari di altri suoi colleghi autorevoli, Giuliano Turone ha lasciato la magistratura prima del tempo. Oggi si dedica agli studi giuridici e al teatro. Gli piace recitare soprattutto Shakesperare e Kafka.
Repubblica 11.7.09
Quando la democrazia era il governo dei peggiori
Per secoli ha goduto di pessima fama. Era il regime della moltitudine incolta e vendicativa contro i benestanti, perciò facile alla manipolazione da parte dei tiranni
di Nadia Urbinati
Anticipiamo un brano dall´introduzione di Lo scettro senza il re, il nuovo libro di che esce in questi giorni (Donzelli, pagg. 138, euro 15)
Gli antichi consideravano la democrazia come il governo dei poveri. Si ha democrazia, si legge nella Politica di Aristotele, quando il potere supremo è nelle mani della moltitudine dei nati liberi (in alcuni casi, sia da parte di padre che da parte di madre), i quali sono in maggioranza poveri. Ma per i moderni la democrazia è il governo della classe media, come Alexis de Tocqueville aveva appreso nel corso del suo viaggio americano (1831). È corretto affermare che la storia della cittadinanza moderna prende avvio dalla fine del lavoro servo e che i moderni abbiano adattato la democrazia a una società fondata sul lavoro retribuito e lo scambio monetario, un ordine economico che ha bisogno di una moltitudine di consumatori, gente né troppo ricca né troppo povera.
Una conseguenza importante di questa conquista di civiltà è che nella democrazia moderna i cittadini e le cittadine devono essere responsabili in modo diretto del proprio sostentamento, con la conseguenza di disporre di un tempo limitato per la cura degli affari pubblici. Ciò ha indotto alcuni pensatori a sostenere, come ha fatto Montesquieu, che il governo dei moderni assomiglia a un governo misto, perché l´elezione – come ci hanno tramandato Erodoto e Aristotele – è un´istituzione «aristocratica», in quanto discrimina tra i cittadini (chi elegge deve scegliere e quindi escludere) e soprattutto non consente loro, a tutti loro indistintamente, di governare ed essere governati a turno. Ma dalla diagnosi di Montesquieu si può trarre anche un´altra conclusione: ovvero che, invece di essere alternativa alla partecipazione, la rappresentanza rende quest´ultima più complessa e l´esclusione meno appariscente.
L´eguaglianza universale ha arricchito il valore normativo della democrazia dei moderni facendola più inclusiva di quella antica, ma nello stesso tempo ha ristretto la possibilità della partecipazione e, soprattutto, ne ha modificato le modalità. Autorevoli filosofi politici hanno per questo considerato la rappresentanza un espediente necessario ma non un´istituzione democratica (...). Tuttavia la rappresentanza non è semplicemente un ripiego per ciò (la sovranità diretta) che noi moderni non riusciamo più ad avere, è invece un processo politico capace di attivare nuove forme di partecipazione politica, diverse ma non meno importanti delle forme dirette degli antichi.
È senz´altro vero che la rappresentanza è stata concepita come un espediente per limitare e non per realizzare la democrazia. Per secoli, del resto, la democrazia ha goduto di pessima fama, come governo dei peggiori perché governo della moltitudine, vendicativa contro i benestanti e incolta, perciò facile alla manipolazione da parte di demagoghi e tiranni. Anche nell´era democratica per eccellenza, quella iniziata dopo la seconda guerra mondiale, e nonostante la retorica contemporanea della globalizzazione della democrazia, molte istituzioni (certamente la rappresentanza) sono ancora giudicate secondo la stessa prospettiva degli architetti settecenteschi del governo rappresentativo, la cui agenda politica non contemplava certo l´obiettivo di facilitare la partecipazione delle moltitudini. Le premesse non-democratiche (e perfino anti-democratiche) difese dagli autori dei Federalist Papers (James Madison, Alexander Hamilton e John Jay) o da Emmanuel-Joseph Sieyès sono diventate luoghi canonici per molti studiosi di istituzioni politiche. Come si legge nel Federalist n. 63: «Il vero elemento distintivo tra queste forme politiche e quella americana è rappresentato dal fatto che quest´ultima esclude completamente il popolo nella sua capacità collettiva da una partecipazione diretta alla cosa pubblica, e non nel fatto che le prime escludessero completamente i rappresentanti del popolo dall´amministrazione». La pratica del suffragio universale non ha scalfito questa idea anti-democratica del ruolo della rappresentanza. Come ha scritto di recente uno studioso francese, Bernard Manin, le strutture portanti del governo dei moderni «sono rimaste le stesse» dal tempo delle rivoluzioni settecentesche, da quando cioè quello rappresentativo era ancora un governo di notabili eletti da pochi cittadini privilegiati».
il Riformista Lettere 11.7.09
Fratello Piero sorella Ritanna
Caro direttore, non erano sufficienti i servizi a reti unificate sulla nuova enciclica papale; non lo erano la sua pubblicazione integrale sui maggiori quotidiani, né l'esegesi dei vaticanisti e dei più importanti opinionisti. Doveva arrivare dunque una lettura apologetica del messaggio di Ratzinger da sinistra! Fratello Piero Sansonetti (su L'Altro) e sorella Ritanna Armeni (sul giornale da lei diretto) sono i primi convertiti sulla via di Damasco: tanti li seguiranno. Perché non si tratta di conversione, ma di un vero "auto da fé", che rende finalmente chiaro che cosa significhi la parola "cattocomunismo". L'invito che viene dai novelli san Francesco e santa Chiara ad abbeverarsi al fonte cattolico per purificare lo spirito e far risorgere la Sinistra, non è un inizio, ma la cronaca di una morte annunciata. L'alleanza terribile proposta dai due neo-crociati con una chiesa intollerante e conservatrice, che di tutto sa o vuole sapere, fuorché di amore tra uomo e donna, piuttosto della formula magica per la rinascita della Sinistra, è il testamento della stessa e il motivo per cui essa è defunta. Anche se, come Papa vuole, cerca di rimanere attaccata a un sondino detto "Caritas in veritate".
venerdì 10 luglio 2009
l’Unità 10.7.09
Lettera al futuro segretario
Il Pd e quell’esame di laicità
di Luigi Manconi
Cari Dario, Pierluigi, Ignazio, le vostre rispettive culture, pur provenienti da tradizioni diverse, non sono certo sospettabili di integralismo confessionale: dunque, la vostra concezione della laicità dello Stato e della politica non dovrebbe sollevare dubbi. Eppure, ascoltando le preoccupazioni dei militanti del Pd, emerge nitidamente che questo sembra essere un assunto tutt’altro che scontato. In altri termini, moltissimi tra iscritti ed elettori pensano che la laicità costituisca una premessa essenziale: e ritengono necessario che i candidati alla segreteria si pronuncino inequivocabilmente in quel senso. Se tale richiesta è diventata così incalzante è perché corrisponde ad una raggiunta maturità. La laicità di cui si chiede la tutela, infatti, non ha alcuna parentela con l’anticlericalismo classico e tanto meno con una professione di fede o con la sua negazione. Insomma, le questioni, sciaguratamente definite “eticamente sensibili”, non rimandano ad un dibattito teologico o a una disputa filosofica. Teologia e filosofia sono, sì, sullo sfondo, ma il cuore della controversia è tutto calato nella materialità della vita quotidiana e nella ruvidezza dei dilemmi che essa ci pone. In altre parole, qui non si discute di Dio bensì dell’esistenza reale delle persone reali, in carne e ossa, desiderio e sofferenza. Qui si manifesta il bisogno irriducibile della persona, posta di fronte alla propria “nuda vita”, di compiere le proprie scelte indipendentemente da qualunque vincolo (religioso o morale o statuale) che non sia stato liberamente accolto. Dunque, il paradigma della laicità richiama il diritto all’autodeterminazione. Alla sovranità su di sé e sul proprio corpo. Per laicità si intende, pertanto, la libertà dall’interferenza di imperativi esterni comunque motivati, in termini religiosi o normativo-statuali. Per questo, la legge sul Testamento biologico approvata dal Senato segna un crinale: con la norma che impone la nutrizione e l’idratazione artificiali anche contro la volontà del soggetto, la forza dello Stato si fa strumento di una morale di parte e, oggi, presumibilmente minoritaria nella società italiana. Contrariamente a quanto sostenuto da Beppe Fioroni – per il quale la laicità è un non-valore e la sola morale sembra essere quella di ispirazione religiosa - il rifiuto di quella interferenza esterna non è la semplice rivendicazione di una libertà negativa. Bensì l’affermazione di un valore, fondato moralmente. Cari Dario, Pierluigi, Ignazio, cosa ne pensate?
P.S. Incuriosito da alcune recenti distinzioni tra “laico” e “laicista”, ho dedicato 17 ore e tre quarti (non consecutive) a compulsare acribiosamente testi di scienza della politica, sociologia e teologia: infine, stremato, ho potuto constatare che di quella speciosa distinzione non c’è alcuna traccia.
Repubblica 10.7.09
L’etica pubblica perduta
di Stefano Rodotà
Tutto comincia con la pretesa dell´impunità che va ben oltre il lodo Alfano
Quando qualcuno dice che il re è nudo lui si infuria: sostiene si tratti di lesa maestà
Etica pubblica. Parole perdute, e al loro posto un deserto, dove scompare la responsabilità della politica, privacy vuol dire fare il comodo proprio, il senso dello Stato è ormai un´anticaglia. Ogni giorno, più che una nuova pena, porta una mortificazione continua del vivere civile, con un circuito di imbarazzanti ospitalità, che vanno da quella generosamente offerta a schiere di ragazze dal Presidente del Consiglio fino a quella elargita con altrettanta generosità allo stesso Presidente da giudici costituzionali.
Registrare questi fatti vuol dire moralismo, eccesso di voyeurismo, ultima spiaggia di una opposizione senza idee, antiberlusconismo da abbandonare? O siamo di fronte ai segni di un processo di decomposizione di cui i protagonisti non sembrano neppure consapevoli, tanto sono sgangherate le difese loro e dei loro sostenitori, affidate alla disinvoltura del mentire e del contraddirsi senza pudore, a censure televisive, a lettere imbarazzanti e più rivelatrici d´una confessione?
Il catalogo è questo, ed è lungo. Tutto comincia con la pretesa dell´impunità, ma una impunità totale, che non si concentra solo nel lodo Alfano e dintorni, ma si estende in ogni direzione, diventa diritto assoluto di stabilire che cosa possa essere considerato lecito e che cosa (poco, assai poco) illecito, che cosa sia pubblico e che cosa debba rimanere privato. Il voto popolare diventa un lavacro e una unzione. Ancora oggi, quando si parla di conflitto d´interessi, spunta una schiera di avvocati difensori che esibisce un argomento in cui si mescolano arroganza e disprezzo d´ogni regola: "Di conflitto d´interesse si è parlato mille volte, i cittadini lo sanno e il loro voto a Berlusconi, quindi, respinge nell´irrilevanza politica e giuridica quel conflitto". Non si potrebbe trovare una mortificazione della democrazia e della sovranità popolare più eloquente di questa. Il voto dei cittadini è degradato a scappatoia per sottrarsi alle regole e alla decenza etica. E, quando, finalmente qualcuno dice che il re è nudo (ahimè, in tutti i significati possibili), il re s´infuria, si comporta come se chiedere spiegazioni fosse un delitto di lesa maestà.
Improvvisamente lo spazio pubblico gli sembra insopportabile, proprio quello spazio che aveva voluto costruire a propria immagine e somiglianza, e nel quale si radica non piccola parte del suo consenso. Alla vigilia di una tornata elettorale di qualche anno fa, milioni di italiani ricevettero un colorito libretto dove Silvio Berlusconi esibiva e rivelava infiniti dettagli della propria vita privata, compresi il nome del suo camiciaio e quello del fornitore di cravatte. Campagna all´americana si disse, ovviamente. Ma l´America è un´altra cosa, è il paese dove la Corte Suprema fin dal 1973 ha stabilito che gli uomini pubblici hanno una minore "aspettativa di privacy", dove proprio in questi giorni, sull´onda di uno scandalo che rischia di spegnere le ambizioni del governatore della Carolina del Sud, si sono unanimemente ribaditi due capisaldi dell´etica pubblica: un uomo politico non può mentire; deve accettare la pubblicità di ogni sua attività quando questa serve per valutare la coerenza tra i valori proclamati e i comportamenti tenuti. Niente doppia morale, niente vizi privati e pubbliche virtù per chi riveste funzioni pubbliche, alle quali è giunto per scelta e non per obbligo, e del cui esercizio deve in ogni momento rendere conto alla pubblica opinione. Ma il contagio berlusconiano si è diffuso, come dimostra l´imbarazzante vicenda che ha visto protagonisti due giudici costituzionali.
"A casa mia faccio quello che mi pare", diceva il Presidente. "A casa mia invito chi mi pare" (con contorno di assicurazioni sulla riservatezza della fedele domestica), viene di rincalzo il giudice. E chi non accetta queste sbrigative forme di autoassoluzione viene bollato come gossipparo, guardone dal buco della serratura, spione, nostalgico dell´Inquisizione, fautore della società della sorveglianza… Ma le cose non stanno così, e basta un´occhiata alle regole della tanto invocata privacy per confermarlo. Certo, anche le "figure pubbliche" hanno diritto a un loro spazio di intimità, ma questa tutela è garantita solo se le informazioni non hanno "alcun rilievo" per definire il ruolo nella vita pubblica della persona interessata (articolo 6 del codice deontologico sull´attività giornalistica in tema di privacy).
Proprio così´: "alcun rilievo". Non solo questa formula è netta, senza equivoci, ma proprio l´attenzione della stampa internazionale è prova evidente dell´esistenza di un interesse forte a conoscere, così come è clamoroso il fatto che vi sia stata una cena "privata" tra il Presidente del Consiglio, il ministro della Giustizia che ha dato il nome al famoso "lodo" e due tra i giudici che dovranno valutare la costituzionalità della più personale tra le leggi ad personam. Non si può invocare la privacy per interrompere il circuito del controllo democratico.
Proviamo di nuovo a dare un´occhiata alle regole, alle odiatissime regole. Qui troviamo un´altra formula eloquente: "commensale abituale". Dobbiamo ritenere che questa sia la condizione del Presidente del Consiglio, visto che il giudice costituzionale invitante ha detto che quella cena non era la prima e non sarebbe stata l´ultima. Gli implicati in questa vicenda protestano, dicendo che quella situazione, che obbliga ogni altro magistrato ad astenersi quando abbia frequentazioni della persona che deve giudicare, non è prevista per i giudici costituzionali. Ma questo non vuol dire che i giudici della Consulta possano fare i loro comodi. Proprio perché la loro funzione richiede indipendenza assoluta da tutto e da tutti, sì che giustamente il Presidente della Repubblica ha escluso la possibilità di un suo intervento, massimo deve essere il rigore del loro comportamento. Non un meno, ma un più, rispetto agli altri giudici.
Moralismo, o grado minimo della deontologia professionale e dell´etica pubblica? Proprio questi riferimenti sembrano scomparsi. Mentre la quotidiana attività legislativa smantella pezzo a pezzo lo Stato costituzionale di diritto, negando diritti fondamentali agli immigrati o dando in outsourcing a ronde private l´essenziale compito della sicurezza pubblica (qui s´incontrano le pulsioni della Lega e la concezione aziendalistica del Presidente del Consiglio), è quasi fatale che il senso dello Stato venga relegato in un angolo, considerato un inciampo dal quale liberarsi.
Interviene qui la questione del moralismo, del quale in altri tempi ho scritto un pubblico elogio e del quale torno a dichiararmi un fedele. Non voglio nobilitare le miserie di questi tempi invocando la lettura di quelli che, giustamente, vengono detti "moralisti classici". Registro due fatti. Il primo riguarda l´uso italiano e inverecondo dell´esecrare il moralismo per liberarsi della moralità. E´ una vecchia trappola, alla quale si può sfuggire solo se si hanno convinzioni forti e non si cede al realismo da quattro soldi, che spinge ad accettare qualsiasi cosa in nome d´una politica senza respiro.
Il secondo lascia aperto uno spiraglio alla speranza. Proprio una rivolta in nome della moralità politica e dell´etica pubblica ha scosso le fondamenta d´un potere che sembrava saldissimo e che i vecchi riti della politica d´opposizione non riuscivano a scalfire. Lo conferma l´annuncio che il Presidente del Consiglio vorrebbe compiere una "svolta personale". Ancora uno sforzo, moralisti!
l’Unità 10.7.09
In piazza con una rosa rossa
«Scontri a Teheran, due morti»
di Rachele Gonnelli
L’onda verde iraniana torna in piazza. Risponde al tam tam del web e agli appelli del leader riformatore Mousavi. Lo fa nel giorno del decimo anniversario della repressione degli studenti del 1999.
Il massacro del ‘99. In piazza per ricordare le vittime della repressione di dieci anni fa
Il governatore di Teheran minaccia: le manifestazioni non saranno tollerate
Tornano in piazza gli studenti iraniani, tornano a centinaia, a migliaia, a Teheran e in altre città, si fronteggiano con la polizia e le milizie Basiji, erigono barricate per bloccare le cariche, sfidando i divieti, urlano dai tetti, mandano video sul web. A Teheran scontri, pestaggi, arresti: almeno due i morti è la denuncia che corre in Rete.
È un giovedì che non si può dimenticare, significa che la repressione non ce l’ha fatta a soffocare il movimento. È il segno della giornata, annunciata da giorni sui siti e sui blog: il decimo anniversario dell’ultima sanguinosa repressione degli studenti riformisti nel 1999, ricorrenza della rivoluzione khomeinista di vent’anni prima.
La rivolta dei fiori
A Teheran in fin dalla mattina il governatore cittadino Morteza Tamaddon ha annunciato che nessun assembramento di individui volto a minare la sicurezza della città sarebbe stato tollerato. «Se qualcuno intende compiere azioni rispondendo agli appelli di emittenti antirivoluzionarie, sarà schiacciato sotto i piedi del nostro popolo che è in allerta», ha dichiarato minaccioso all’agenzia Irna. Gli abitanti della capitale erano già stati preventivamente invitati dalle autorità ad abbandonare la città per un lungo week-end, in modo da ridurre il traffico e agevolare il controllo delle strade e delle piazze principali.
Il servizio di Sms oscurato da tre giorni, nuovamente, per evitare il tam tam. Ma la chiamata a raccolta ha funzionato lo stesso. La Cnn ha parlato di 2mila, 3mila persone scese in piazza in 200 città. La Bbc di duecento che gridavano a Teheran «morte al dittatore». Molti si sono presentati per strada in silenzio con una rosa rossa in mano. Altri con le mascherine sul volto. I blogger dal primo pomeriggio hanno iniziato a segnalare scontri e barricate. Non solo nella capitale. Anche sui ponti nella città di Shiraz dove gli studenti hanno iniziato la protesta seduti a terra, opponendo resistenza passiva. Proteste sono segnalate a Tabriz, Isfahan. A Teheran ci sono stati scontri molto pesanti soprattutto intorno al Politecnico, a piazza Vanak e piazza Enghelab, cuore della protesta contro i brogli elettorali e per il riformista Mir Moussavi, e da dove la polizia ha caricato e respinto i dimostranti sparando lacrimogeni ma anche colpi d’arma da fuoco in aria e arrestando i leader della protesta, tra cui il blogger Kaveh Mozaffari.
Ahmadinejad è tornato a parlare del voto del 12 giugno, ha detto che quelle sono state «le elezioni più libere del mondo» , accusando le potenze straniere di aver tentato di sabotarlo. A questo proposito soltanto ieri l'ambasciatore francese a Teheran, Bernard Poletti, ha potuto incontrare per la prima volta in carcere Clotilde Reiss, una francese di 23 anni arrestata il primo luglio scorso e accusata di spionaggio.
Il complotto
Francia e Gran Bretagna sono i principali accusati di ingerenze negli affari iraniani, per esplicita dichiarazione di Ali Akbar Velayati, consigliere speciale della Guida Suprema Ali Khamenei.
«Loro - ha affermato - vogliono un Iran debole al tavolo dei negoziati», intendendo anche quelli sul nucleare iraniano, cavallo forte della propaganda nazionalista di Ahmadinejad.
Corriere della Sera 10.7.09
Tensione. Migliaia in piazza dispersi dalle forze dell’ordine
Gli iraniani tornano a contestare il regime
Corteo in ricordo della repressione del ’99
di Viviana Mazza
La protesta è riesplosa in Iran. Oltre 1000, forse 3000 iraniani sono scesi in strada ieri pomeriggio nel centro di Teheran, sfidando le autorità che avevano promesso di «schiacciarli ». Dispersi dalle forze dell’ordine con lacrimogeni e manganelli, ogni volta i dimostranti tentavano di riformare i cortei altrove. Una strategia formulata su Internet da giorni: «Ricordate, il cammino e la partecipazione sono ciò che più conta, non la destinazione. Se vedete poliziotti e miliziani, cambiate direzione e continuate a camminare ». L’appello a scendere in strada in tutto l’Iran, ieri, era stato lanciato da sostenitori di Mir Hussein Mousavi, rivale del presidente Ahmadinejad che si dichiara il legittimo vincitore del voto del 12 giugno (ma lui non ha approvato ufficialmente la protesta). Secondo i blogger, vi sono state manifestazioni e scontri anche a Shiraz, Tabriz, Isfahan.
Il 9 luglio è un giorno simbolico: 10 anni fa, dopo un sit-in contro la chiusura di un giornale riformista, i paramilitari fedeli alla Guida suprema Ali Khamenei attaccarono un dormitorio dell’università di Teheran, uccidendo un giovane e scatenando la rivolta degli studenti. La memoria della protesta del ’99, superata in vigore solo da quella attuale, ha riportato in strada il movimento che taceva da 11 giorni.
L’epicentro: l’Università di Teheran e la vicina piazza Enghelab («Rivoluzione»). Alle 5, vi sono confluiti 300 manifestanti, secondo l’agenzia Ap.
Molti indossavano mascherine chirurgiche (alcune verdi, colore simbolo di Mousavi) per non essere identificati. «Allah è grande», gridavano, «Morte al dittatore», «Mousavi! Mousavi! ». I poliziotti in tenuta anti- sommossa e i paramilitari in moto li aspettavano: hanno sparato in aria, lanciato lacrimogeni e picchiato coi manganelli. In un’ora, i manifestanti erano 700: tentavano di arrivare all’ateneo, i poliziotti li hanno bloccati. Migliaia di dimostranti hanno cercato di formare un corteo in via Talaghani: dispersi, come i 200 in via Vali Asr. Molti i giovani, ma un video su YouTube mostra anche uomini e donne di mezza età, le dita a «V» come «vittoria», in un corteo che si sarebbe tenuto ieri. Solidali, gli automobilisti bloccano la strada e suonano i clacson. In un altro video, cori contro Mojtaba, il figlio di Khamenei, accusato di dirigere la repressione. Secondo voci non confermate, 2 manifestanti sarebbero morti ieri, 12 feriti, 30 arrestati.
«Se qualcuno intende compiere azioni contro la sicurezza... sarà schiacciato», aveva avvertito il governatore di Teheran Morteza Tamaddon. Negozi, università, uffici erano stati chiusi dalle autorità «a causa delle tempeste di sabbia e dell’inquinamento ». Bloccati gli sms. «L’arma migliore è la calma - consigliava un vademecum per le proteste - . La nostra seconda arma sarà un fiore rosso» (durante la rivoluzione del ’79, i dimostranti li infilavano nelle canne dei fucili dei soldati). Molti hanno evitato di indossare indumenti verdi, per non essere identificati.
Il giorno dopo la condanna del G8 contro le violenze, intanto, il consulente per la politica estera di Khamenei, Ali Akbar Velayati, ha avvertito che l’Iran non rinuncerà al nucleare. Del ministro degli Esteri italiano Franco Frattini ha detto: «Non capisce l’Iran» (e lo accusa di corruzione). Gli consiglia di visitare le tombe di Naqsh-e-Rostam per vedere come l’imperatore persiano Shapur I sottomise Valeriano: «Non è la prima volta che i romani cercano di mordere bocconi troppo grossi per le loro bocche». E Frattini: «Non lo conosco, si riferisce a qualcun altro».
Repubblica 10.7.09
Quell’eroe borghese ucciso 30 anni fa
risponde Corrado Augias
Caro Augias, sono un pensionato della Banca d'Italia. So che lei di recente ha presentato a palazzo Koch, il libro di Umberto Ambrosoli dedicato alla figura di suo padre Giorgio fatto assassinare da Michele Sindona trent'anni fa. La storia di Ambrosoli la conosco tramite il bel libro di Stajano "Un eroe borghese" oltre che per qualche 'vista dall'interno', per esempio mi parlò di lui l'autista di Paolo Baffi, che lo accompagnò ai funerali (notoriamente in assenza di altri rappresentanti dello Stato) e in seguito venne trasferito al Servizio informatico dove anch'io lavoravo. Seguo la sua rubrica, mi farebbe piacere se volesse ricordare anche qui la figura dell'avvocato Ambrosoli, che nel bieco contesto di quell'anno spicca come esemplare servitore dello Stato. Ricordo che il 1979 fu anche l'anno della triste vicenda Baffi-Sarcinelli vilmente accusati e costretti alle dimissioni.
Lorenzo Marzano lormar2@gmail.com
L' 11 luglio 1979 l'avvocato Giorgio Ambrosoli veniva assassinato. La Banca d'Italia lo aveva incaricato di liquidare la Banca Privata Italiana di Michele Sindona. Ambrosoli poteva truccare le carte ed escludere le responsabilità del finanziere siciliano. In questo caso le spese della bancarotta le avrebbero pagate i cittadini italiani. Oppure poteva sostenere la verità, rendere cioè manifeste le responsabilità di Sindona. Le pressioni perché sostenesse la prima versione furono innumerevoli e pesanti. Vennero anche da palazzo Chigi dove all'epoca Giulio Andreotti era presidente del Consiglio. Con le pressioni, le minacce. Telefonate a casa, in ore notturne. Nel libro dedicato a suo padre ("Qualunque cosa succeda" - Sironi editore) Umberto Ambrosoli ne riporta alcune agghiaccianti trascrizioni. Erano anni terribili, forse peggiori di quelli che stiamo vivendo. Lo Stato era profondamente inquinato da un intreccio di corruzione, criminalità, loggia P2. L'avvocato Ambrosoli ne era consapevole ma continuò con scrupolo e immenso coraggio il suo lavoro. Questo conservatore si dimostrò un liberale di vecchio stampo e in una commovente lettera a sua moglie spiegò che riteneva l'incarico "un'occasione unica per fare qualcosa per il paese". Sindona assoldò un omicida della mafia italo-americana e lo fece uccidere. Ai suoi funerali, come ricorda anche il signor Marzano, non partecipò nessun rappresentante dello Stato. Unica eccezione il governatore di Bankitalia Paolo Baffi che di lì a poco, ingiustamente accusato insieme al vicedirettore Mario Sarcinelli, si sarebbe dimesso dall'incarico. Ambrosoli 'eroe borghese', insieme a lui i suoi collaboratori, il ministro Ugo La Malfa, e poi i carabinieri, i magistrati, i poliziotti, perfino qualche giornalista, tutti quelli che furono capaci di resistere.
Repubblica 10.7.09
"Vows of silence" di Jason Berry
"Nel mio documentario lo scandalo insabbiato dei preti pedofili"
Al Roma Fiction Fest il film che accusa la Chiesa di aver chiuso gli occhi sugli abusi di Padre Marcial Maciel
di Silvia Fumarola
«Cerchiamo giustizia» dice Jason Berry «Come cattolico mi chiedo perché la più antica Chiesa del Cristianesimo non possa parlare della piaga dell´abuso dei minori, che l´ha travolta in Usa e in Irlanda». Nel documentario Vows of silence ripercorre la storia della potente congregazione religiosa dei Legionari di Cristo fondata nel 1941 da padre Marcial Maciel, accusato di pedofilia. Un documento sconvolgente in cui parlano gli ex seminaristi e i preti molestati, presentato al Roma Fiction fest (per la messa in onda ci sono trattative con una tv italiana); come il film della Bbc Sex crimes and Vatican, susciterà polemiche. Un atto d´accusa contro la Chiesa, che avrebbe insabbiato il caso, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II. Le indagini su padre Maciel (scomparso nel 2008) si arenarono; ripresero solo alla morte di papa Wojtyla.
Il film, scritto da Berry con Gerald Renner, nasce dal libro I Legionari di Cristo (Fazi). «Non ci sono solo gli abusi» accusa Berry «ai ragazzi viene fatto il lavaggio del cervello. Maciel era protetto perché era un grande procacciatore di fondi, aveva un budget di 650 milioni di dollari».
Il Vaticano quest´anno ha affidato a cinque vescovi un´altra indagine. Jose Barba Martin, uno degli ex seminaristi molestati spiega: «Hanno tutti paura di parlare. Sono rimasto in silenzio fino al ´94, quando ho letto sui giornali messicani la lettera di Wojtyla in cui citava Maciel come esempio per i giovani. Ho capito di non poter più stare zitto». «Da cardinale» sostiene Berry «Ratzinger ha subito pressioni per passare tutto sotto silenzio; una volta diventato papa ha aperto l´indagine: sta riparando all´errore».
Corriere della Sera 10.7.09
Il caso Maciel. Ricostruita nel film la storia dei Legionari di Cristo, il cui fondatore fu accusato di gravissime molestie
La setta degli abusi: un documentario scuote il FictionFest
di Emilia Costantini
ROMA — Più che come un ordine religioso, viene rappresentato come una setta, con un padre carismatico che ha potere assoluto sui suoi discepoli- adepti, anche quello di abusare di loro. È il racconto doloroso delle vittime che hanno subito tali abusi, a essere protagonista del documentario Vows of Silence (Voti di Silenzio), presentato ieri al RomaFictionFest. Una brutta storia che punta i riflettori sui Legionari di Cristo, potentissima congregazione religiosa nata nel 1941, e sul suo fondatore, il messicano Padre Marcial Maciel Degollado, accusato di molestie, tirannia psicologica e plagio. Autore è il giornalista Jason Berry che con Gerald Renner ha pubblicato un libro sull’argomento. Il film è un’inchiesta durata sei anni, con centinaia di interviste che hanno rivelato uno dei più controversi scandali sui presunti abusi, attribuiti a Maciel e ad altri membri della congregazione. Dice Berry: «Come cattolico mi chiedo perché la Chiesa non possa parlare liberamente della piaga dell’abuso dei minori».
Accuse molto crude con particolari scabrosi si susseguono in Vows of Silence, alcune pronunciate tra le lacrime di chi ha subito i soprusi. Ma è anche una storia di omissioni, insabbiamenti, colpevoli silenzi da parte del Vaticano, quando le vittime reclamavano giustizia. Secondo Berry e Renner, le prime denunce di pedofilia cominciarono a circolare sin dalla metà degli anni ’50, ma solo nel 1997 vennero allo scoperto, «però non ci fu una reazione da parte di Papa Wojtyla, anzi, sotto il suo pontificato le indagini si arenarono». Ripresero solo dopo la sua morte con Papa Ratzinger, che «tuttavia — precisa Berry — quando era cardinale subì a sua volta pressioni perché passasse tutto sotto silenzio». Finalmente nel 2006 l’ormai pluriottantenne Maciel (è morto nel 2008) viene riconosciuto colpevole dal Vaticano. Ma la formula usata è quella caritatevole di rinunciare a un processo canonico «a causa dell’età avanzata e della salute cagionevole del reverendo Maciel, invitandolo a una vita riservata e di penitenza, rinunciando a ogni ministero pubblico».
Per la messa in onda del documentario, Berry spiega che «è in corso un accordo con una rete spagnola e trattative con una tv italiana, ma non mi sorprenderei se non dovessimo ottenere il permesso di realizzare un dvd».
Sullo scabroso argomento debutta a Roma, nel prossimo autunno, anche un dramma teatrale: Vite violate di Fabio Croce, che affronta non solo il «caso Maciel», ma anche altre presunte storie di abusi commessi da alti prelati.
l’Unità 10.7.09
Staminali in rete
Per l’applicazione clinica delle cellule su larga scala si prevedono ancora tempi lunghi. Ma i malati non possono attendere. Così, mentre la medicina ufficiale va avanti coi piedi di piombo, su internet sta prendendo forma un mercato parallelo di terapie basate proprio sull’uso delle staminali
di Cristiana Pulcinelli
Negli ultimi anni sono diventate le star della ricerca: gli articoli che le riguardano sulle riviste scientifiche ormai non si contano più. Del resto, da quando si è riusciti a farle crescere in provetta, alla fine degli anni Novanta, si è capito subito il potenziale di queste cellule «bambine» in grado di trasformarsi in qualsiasi altra cellula e quindi, in teoria, di dar vita a qualsiasi organo e tessuto del nostro organismo. E, nonostante i dubbi etici che una parte della società ha sollevato sull’utilizzazione delle cellule staminali embrionali, molti ricercatori in tutto il mondo stanno lavorando per capire come sfruttare questa loro caratteristica. Ma a che punto è il passaggio dalla ricerca alla clinica? Ovvero, le cellule staminali sono già utilizzabili per curare le persone? Uno speciale della rivista «Science» parte proprio da questa domanda e, attraverso una serie di articoli che riassumono le ricerche più recenti, arriva alla conclusione che il passaggio verso l’applicazione clinica delle staminali è ancora in costruzione. E non è una costruzione semplice. Ancora non sono chiari i materiali da usare (cellule progenitrici o tipi cellulari già differenziati da riportare ad uno stato indifferenziato), le tecnologie e neppure la destinazione (quali tessuti da rigenerare).
Nonostante, quindi, la ricerca di base stia facendo passi da gigante, per l’applicazione clinica delle staminali su larga scala si prevedono ancora tempi lunghi. Il problema è che i malati di tempo ne hanno poco. In particolare, i pazienti che non rispondono alle terapie convenzionali e che vedono nelle staminali la possibilità di una guarigione o un miglioramento della loro condizione spesso non accettano l’idea che prima di somministrare una terapia ed essere certi che sia sicura ed efficace (ovvero che non faccia male e, possibilmente, faccia anche bene), ci vogliono molte sperimentazioni cliniche e la messa a punto di linee guida. Tutte cose che richiedono anni di lavoro. Così, mentre la medicina ufficiale ci va con i pedi di piombo, sta prendendo forma un vero e proprio mercato parallelo di terapie basate sulle cellule staminali diffuso via internet. Un articolo pubblicato 7 mesi fa sulla rivista «Cell Stem Cell» spiega come avviene. Alcune cliniche private (la ricerca ne ha identificate 19) fanno pubblicità alle terapie da loro praticate rivolgendosi direttamente ai possibili consumatori via internet. Qualche esempio? Beite Biotech, una clinica cinese specializzata in malattie neurologiche, afferma sul suo sito di aver trattato oltre 3000 pazienti con le cellule staminali. Emcell, che ha la sua sede in Ucraina, dice di averne già trattati oltre 2000. I risultati sono sempre presentati come eccellenti. Le terapie offerte sono varie: le più diffuse sono quelle con cellule staminali adulte autologhe, seguono quelle con cellule staminali fetali, da cordone ombelicale e infine con cellule staminali embrionali. Per trattare quali malattie? Un po’ di tutto, dal Parkinson alle allergie, ma le più raccomandate sono le malattie neurologiche e quelle cardiovascolari. Naturalmente, mentre i vantaggi vengono ampliamente sottolineati, i rischi vengono per lo più sottaciuti. Purtroppo, si legge nella ricerca, non ci sono prove che possano sostenere le affermazioni fatte da queste cliniche private: le applicazioni cliniche delle staminali sono ancora incerte. In particolare, spiegano gli autori, non ci sono studi controllati sulle terapie con le staminali per il Parkinson e l’Alzheimer. Per la sclerosi multipla sembra che il trapianto autologo di cellule staminali ematopoietiche abbia un ruolo nel rallentare la progressione della malattia, ma gli esiti sono variabili. Solo nell’infarto del miocardio la stessa terapia risulta dotata di una certa efficacia. Considerando che un trattamento in media costa oltre 21mila dollari (viaggio escluso) e che il mercato cui si rivolgono è potenzialmente amplissimo (visto che ogni giorno solo negli Stati Uniti 8 milioni di persone cercano informazioni mediche su internet), sembra proprio che queste cliniche abbiano fiutato la gallina dalle uova d’oro. A fianco a questo fenomeno, sostiene un articolo pubblicato su «Science», ne sta nascendo un altro che potrebbe assumere nel futuro una dimensione importante. I pazienti che possono permetterselo cominciano a muoversi verso centri di ricerca accreditati dove si sperimentano terapie con le cellule staminali che nel loro paese non sono disponibili, magari perché sottoposte a un bando politico o religioso in quanto basate sull’uso di staminali embrionali. E questo, secondo gli autori, rientra nel diritto del paziente a cercare la migliore cura disponibile.
Le questioni sul tavolo sono molte, ma tutti si dichiarano convinti che solo evitando bandi e sostenendo la ricerca si potranno affrontare. Un passo avanti significativo in questa direzione è l’annuncio fatto dal presidente degli Stati Uniti di voler inaugurare una nuova politica sulle staminali. Obama ha deciso che il governo federale tornerà a finanziare le ricerche che utilizzano staminali embrionali, eliminando le principali limitazioni poste da Bush nel 2001. Questo vuol dire che gli Stati Uniti rientreranno in gioco e che, molto probabilmente, la ricerca sulle staminali da oggi progredirà più speditamente.
l’Unità 10.7.09
Intanto in Italia il governo vieta i finanziamenti
Tutto nasce da un recente bando di finanziamento nel campo della biologia delle cellule staminali gestito dal ministero della sanità. Il bando contiene una frase che esclude in modo esplicito le ricerche sulle staminali embrionali umane dalla possibilità di accedere ai finanziamenti. Tre ricercatrici non ci stanno e presentano ricorso contro il governo italiano. La storia è raccontata in un articolo pubblicato sulla rivista «Nature» del 2 luglio scorso. Il legale delle scienziate, Vittorio Angiolini, che ha depositato il ricorso presso il tribunale amministrativo di Roma il 24 giugno scorso, sostiene che escludere le cellule staminali embrionali è contrario alla libertà di ricerca scientifica sancita dalla Costituzione. In effetti, in Italia l’uso per la ricerca di linee di cellule staminali già derivate dagli embrioni non è vietato. È vietata invece la produzione di nuove linee. Le tre firmatarie sono Elisabetta Cerbai, farmacologa dell’Università di Firenze, Elena Cattaneo, neuroscienziata dell’università di Milano e Silvia Garagna, biologa dello sviluppo dell’università di Pavia. «Il nostro ricorso è una questione di principio – ha dichiarato Cerbai a «Nature» - I politici dovrebbero decidere gli obiettivi strategici della ricerca e lasciare scegliere agli scienziati come meglio raggiungere quegli obiettivi».
La storia si tinge anche di giallo. Sembra infatti che in una prima versione la frase che esclude l’accesso ai finanziamenti alle ricerche con staminali embrionali umane non ci fosse. A garantirlo è Giulio Cossu, biologo dello sviluppo al San Raffaele di Milano che ha partecipato alla stesura del testo in quanto membro del comitato voluto da Ferruccio Fazio proprio per elaborare una bozza del bando. La frase compare invece on line dopo l’incontro del 26 febbraio della Conferenza Stato-Regioni, l’organo composto dai rappresentanti delle venti regioni italiane che decide come distribuire i fondi nazionali per la sanità. Chi l’ha aggiunta? Fazio, a caldo, disse che era opera delle regioni, ma il rappresentante della Toscana affermò che nessuna modifica era stata fatta in Conferenza. «Noi sospettiamo – ha dichiarato Cerbai - che un accordo di compromesso sia stato fatto ad alti livelli politici». C.P.
l’Unità 10.7.09
Italia record per l’uso dei farmaci, dal 2000 a oggi il boom: +60%
di Ma.So.
Secondo il rapporto Osmed dell’Aifa in Italia cresce il consumo di farmaci e antibiotici: +60% rispetto al 2000. Gli italiani consumano una dose e mezza di farmaco al giorno. Cresce anche la popolarità dei generici.
Gli italiani consumano sempre più farmaci. È l’allarme lanciato dal rapporto Osmed 2008, realizzato dall’Istituto superiore di Sanità e dall’Agenzia italiana del farmaco (Aifa) e presentato ieri nella sede dell’Istituto superiore sanità, secondo il quale per ogni cittadino italiano lo Stato ha speso mediamente 410 euro per un periodo di trattamento di 537 giorni. Numeri che certo risentono delle patologie croniche legate all’invecchiamento della popolazione e delle abitudini di tipo socio-culturale, ma che non fanno stare tranquilli. Perché se la spesa farmaceutica totale, circa 24,4 miliardi di euro tra pubblica (75%) e privata, nel 2008 è rimasta stabile (è calata dell’-1% invece quella a carico del Ssn), in compenso è aumentato sensibilmente il consumo di farmaci, addirittura +60% rispetto al 2000, certificato dal dato allarmante secondo il quale gli italiani consumano mediamente una dose e mezza di farmaco al giorno. Come se assumerne uno fosse diventato un fatto rituale, quasi come bere un caffè.
GLI ANTIBIOTICI
E in netta crescita c’è anche il consumo di antibiotici. «Rispetto ad altri paesi l’utilizzo di antibiotici in Italia è caratterizzato da un elevato consumo totale e da un trend in crescita», ha spiegato infatti Pietro Folino-Gallo, direttore dell’ufficio Osmed dell’Aifa, sottolineando che «il nostro Paese è secondo per consumo in Europa dopo la Francia». Ma a differenza dei cugini transalpini, dove la tendenza è al ribasso, «in Italia ogni giorno nel 2006 hanno fatto uso di antibiotici 27,6 persone su mille contro le 24,5 del ’99». Il rapporto Osmed specifica inoltre che il consumo farmaceutico territoriale di classe A-Ssn, ovvero quelli interamente rimborsabili, risulta cresciuto del 4,9% rispetto al 2007: in altre parole, ogni mille abitanti sono state prescritte 924 dosi di farmaco al giorno (erano 580 nel 2000). «Una esplosione non giustificata nè giustificabile - evidenzia Roberto Racchetti, responsabile del rapporto - ora si tratta di trovare strumenti e intervenire alla radice con meccanismi strutturali di formazione e informazione su medici e pazienti». Scorrendo poi la classifica dei farmaci più utilizzati, troviamo in cima alla lista, come da tradizione, i farmaci del sistema cardiovascolare, con oltre 5 milioni di euro di spesa, coperti per il 93% dal Ssn. Seguono i farmaci gastrointestinali (13% della spesa), quelli del sistema nervoso centrale (12,1%), gli antimicrobici (11%) e gli antineoplastici (11%). È invece un ace-inibitore, l’antipertensivo Ramipril, la sostanza più prescritta nel 2008.
CALABRIA MAGLIA NERA
Ovviamente la spesa varia da Regione a Regione, con la Calabria maglia nera (277 euro pro capite di spesa pubblica per i farmaci di classe A-Ssn), seguita da Campania, Sicilia e Lazio. Mentre è la Provincia di Bolzano quella più virtuosa (149 euro). Di pari passo all’andamento generale va segnalato l’aumento dei consumi dei farmaci generici, che dal 2002 al 2008 sono passati dal 13 al 43%, ma che scontano oltre alla diffidenza degli operatori e dei cittadini il peso di una lunga copertura dei brevetti.
Corriere della Sera 10.7.09
La corsa al riarmo dei cittadini Usa
Giunte al ventesimo mese della recessione più dura degli ultimi 80 anni, sono poche le imprese Usa che riescono a stare bene a galla. Ma c’è un settore che ignora la crisi e, anzi, è in pieno «boom»: quello delle armi. Per tutti i produttori di pistole, fucili e munizioni, come la Remington, è «boom» di vendite, Smith & Wesson e Sturm Ruger hanno moltiplicato i profitti.
Impressionante, in un Paese scosso di continuo da eruzioni di violenza spesso provocate da squilibrati che ottengono armi con troppa facilità. E anche apparentemente inspiegabile, visto che negli Usa, a fronte di 300 milioni di abitanti, ci sono già più di 200 milioni di armi registrate. Pistole e fucili che possono essere usati per generazioni, visto che le armi non si logorano come un’auto né diventano tecnologicamente obsolete come un computer.
La Nra, la lobby degli armieri, inneggia all’«effetto Obama »: al neopresidente, che aveva inserito nel suo programma elettorale la reintroduzione della messa al bando delle armi d’assalto (decisa da Clinton nel 1993 e abolita da Bush nel 2004), i titolari dei negozi di armi hanno affibbiato ironicamente il titolo di «miglior venditore d’armi dell’anno». «Riempite casa di armi e munizioni prima che arrivino i divieti » è il ritornello ripetuto in tutte le armerie.
«Geni del marketing che sono riusciti ad allargare un mercato già saturo», commenta con amarezza Dennis Henigan, attivista delle leghe anti armi e autore di «Lethal Logic», recentissimo saggio sulle cause psicologiche della diffusione delle armi in America. Non è solo l’attaccamento alla filosofia dei conquistatori del «selvaggio west» e a una libertà solennemente sancita dal Secondo emendamento della Costituzione: ora c’è chi teme che, con la recessione e le nuove povertà, furti e rapine si moltiplichino.
Ma soprattutto, nota Henigan, non è stato difficile creare un «panico Obama» tra gente che ragiona per slogan, quelli che si leggono sui paraurti delle auto: «Una società armata è una società ben educata», «Se le armi sono fuorilegge, solo i fuorilegge hanno le armi». L’ironia di questa situazione è che il nuovo presidente per ora non farà nulla per arginare la diffusione delle armi: in Congresso è già in difficoltà su vari fronti e i leader della sua stessa maggioranza lo hanno avvertito che decine di deputati democratici sono pronti a votare contro qualunque limitazione del diritto all’autodifesa.
E allora? Un altro pensiero, il più spaventoso, viene sussurrato a mezza bocca dal titolare di un’armeria: «Se il primo presidente nero d’America venisse assassinato, rischieremmo la guerra civile. L’ondata di violenza vissuta nel ’91 da Los Angeles dopo il pestaggio di Rodney King, risulterà, al confronto, un pic-nic al parco. Meglio prepararsi per tempo a difendere la propria famiglia».
l’Unità 10.7.09
«Ci salveranno i piedi non le radici»
Reato di clandestinità. Si punisce una persona non per ciò che fa ma per ciò che è...
Intervista a Marco Aime di Marco Rovelli
Senza fondamento
A dimostrare la mancanza di basi scientifiche e biologiche per una divisione in razze dell’umanità è Luigi Luca Cavalli Sforza attraverso i suoi studi sulla genetica popolazionale, poi rielaborati in «Geni, popoli e lingue» (Adelphi 1996).
Un unico Dna
La mappatura del codice genetico umano ha abbattuto l’ultimo possibile baluardo razzista: il Dna di due eschimesi, può contenere più differenze che quelli di un eschimese e un africano. Un panorama su queste e altre recenti ricerche è in «Europei senza se e senza ma. Storie di neandertaliani e di immigranti» di Guido Barbujanni (Bompiani 2008)
Marco Aime, docente di Antropologia culturale all’università di Genova e scrittore, ha pubblicato di recente due libri: La macchia della razza (Ponte alle Grazie), Il primo libro di antropologia e Una bella differenza (entrambi per Einaudi). Ma è soprattutto un appassionato antropologo che guarda al nostro presente, e ci è parso importante riflettere con lui, mettendo in gioco il suo acuto «sguardo da lontano», su quella che è la vera emergenza italiana di questi tempi: l'emergenza razzismo.
Nel suo «La macchia della razza» riflette a lungo sul linguaggio, sulle parole usate per «dire» l'immigrazione: una grandissima operazione di mascheramento, di costruzione di una realtà fittizia.
«La retorica comunicativa relativa al problema immigrazione, come a quello della sicurezza è significativa di una precisa volontà di stravolgere i fatti. Pensiamo al grande spazio dato agli sbarchi e ai respingimenti. La percentuale di stranieri che arriva dal mare è irrisoria, ma adeguatamente mediatizzato questo diventa il problema principale. Innanzitutto, quando avviene un reato si enfatizza l’origine se a commetterlo è uno straniero, ma non si fa la stessa cosa se a delinquere è un italiano. Così si mettono le basi all’equazione “straniero uguale criminale”, tacendo sulla stragrande maggioranza di immigrati che lavorano onestamente nel nostro paese. Poi si passa all’etnicizzazione del crimine. Basti pensare alle aberranti parole di Calderoli: “Ci sono etnie che hanno propensione a delinquere”. Ecco come ci si avvicina pericolosamente alle teorie razziali. Nel Manifesto della razza del 1938 c’era scritto: “È ora che gli italiani si proclamino francamente razzisti”. Il tono non è molto diverso da quel «Finalmente cattivi» della Padania, il giorno dopo i primi respingimenti».
Nel libro lei scrive che all'origine di questa «emergenza razzismo» c'è anche una politica senza pensiero, senza orizzonte, che non scalda i cuori. E una sinistra che si è dimessa da se stessa.
«Purtroppo è così. La politica si è ridotta ad amministrazione e a soddisfacimento dei sondaggi. Non si sente nessun politico italiano in grado di suscitare qualche emozione, rilanciando un’idea di politica che significhi tentare di realizzare una società migliore. In fondo è quello che ha fatto Obama, cambiando linguaggio e puntando a un futuro, non limitandosi a osservare l’oggi, come accade da noi. La politica deve appassionare, altrimenti è pura contabilità o burocrazia. L’appiattimento su un livello retorico becero o comunque arido e povero è uno dei segnali della mancanza di vero pensiero. Il groviglio dei tatticismi e delle speculazioni minime è invece segno di autoreferenzialità, che esclude la gente dalla partecipazione».
Un punto qualificante del suo libro è la riflessione sulla perdita di memoria. Una memoria che fa selezione dei ricordi, e che dimentica quanto dovrebbe essere ricordato. Una selezione forse inevitabile, dacché la memoria è sempre vittima dei rapporti di forza, e noi oggi, che siamo i forti, siamo «condannati» a dimenticare. E allora, più che ricordare il nostro passato di emigranti (che è precisamente ciò di cui ci si vuole dimenticare) non converrà piuttosto come strategia retorica – ciò che lei fa peraltro - ricordare il razzismo istituzionalizzato dall'Italia fascista, e guardare la nostra faccia di forti e feroci?
«L’una e l’altra cosa, direi. Dimenticare la nostra storia, peraltro molto recente, per quanto amara, significa privarsi di ogni possibile metro di comprensione. Significa osservare e giudicare ciò che sta accadendo, come se fosse la prima volta che ciò avviene. È curioso che i fondamentalisti della tradizione e i fanatici delle “radici”, finiscano poi per sorvolare sul fatto che la nostra tradizione è fatta anche di tanta emigrazione e che molti di noi si sono salvati perché avevano piedi e non radici. Allo stesso tempo rievocare le tragiche derive razziste del ventennio mussoliniano è indispensabile perché molte cose sembrano ripetersi. Una fra tutti e l’apparente disinteresse generale. Sembra che tutto ciò non ci riguardi, che debba accadere ad altri. Immagino sia successo qualcosa di analogo, mentre i fascisti iniziavano a insinuarsi nelle pieghe del potere. Si è minimizzato, si è lasciato fare, tanto...».
Un altro punto qualificante del suo discorso - e in questo si manifesta il debito con Giorgio Agamben - è la finzione dei diritti umani. La negazione dello statuto di persona quando non c'è nome, e diritto. Ciò che rende necessaria, allora, una lotta per il «diritto universale».
«Il problema è che non basta nascere per esistere. E non basta esistere per avere dei diritti. Con l’introduzione del reato di clandestinità, si è arrivati a punire una persona non per ciò che fa, ma per ciò che è. Siamo alla negazione dello status di essere umano, alla riduzione delle relazioni umane ad atto burocratico, asettico. In questa progressiva spersonalizzazione mi sembra di risentire gli echi della “banalità del male” descritta da Hannah Arendt. Si spostano le tragedie umane su un piano formale, giuridico, privo di emotività e di senso di umanità. Poi ci si trincera dietro all’asettico rispetto delle norme. Esattamente come facevano i capi nazisti, che dicevano di avere semplicemente eseguito ordini».
l’Unità 10.7.09
Un premio per i registi migranti
Film dall’Asia, dall’Africa, dall’America, dall’Europa dell’est: a Bologna un riconoscimento al cinema di qualità dal mondo
di Chiara Affronte
Ci sono film che raccontano quasi sempre storie di migranti, perché dai registi migranti sono fatti. A Bologna la Cineteca, un’associazione creata ad hoc – Officina Cinema Sud-est - e un premio di recente costituzione – il premio Gianandrea Mutti - si occupano di questo cinema. E stasera, nello scenario suggestivo del grande schermo sul Crescentone di piazza Maggiore, il regista Fatih Akin consegnerà, a uno di quattro finalisti, il premio che dal 2008 cerca di sostenere questi autori e le loro opere.
Vengono dall’Asia, dall’Africa, dal centro dal Sud America, dall’Europa dell’Est, dall’Iran i cineasti che l’associazione bolognese Officina Cinema Sud-est sta facendo emergere dall’ombra. «Stiamo scoprendo registi e opere di grande valore che altrimenti sarebbero rimasti sconosciuti», spiega la presidente dell’associazione Giulia Grassili. Questo perché la maggior parte di questi autori, essendo residente in Italia ma non avendo acquisito la cittadinanza, non riesce ad accedere ai finanziamenti – seppur scarsi – destinati al cinema emergente. E spesso neanche a quelli dei loro paesi d’origine, per lo stesso motivo. È una vita a metà la loro, sia umanamente che professionalmente, vissuta in bilico e spesso nell’ombra tra la terra d’origine e l’Italia. Ed è anche per questo che spesso le loro sono storie di migrazione. Come era successo, nella prima edizione del premio (questa è la seconda) al film del marocchino Mohamed Zineddaine Ti ricordi di Adil?: racconto di un giovane il cui sogno è lasciare il Marocco per raggiungere il fratello in Italia, a Bologna. Lì si troverà aggrovigliato nelle trame di due mondi lontani e vicini, destinati a convivere seppur con difficoltà: Adil vivrà due vite parallele, come a tanti migranti accade.
Il premio adesso è intitolato a Gianandrea Mutti, figura nota nel mondo del cinema, collaboratore per lungo tempo della Bim distribuzione, scomparso prematuramente lo scorso agosto. Tre mesi fa gli amici si sono riuniti in un’associazione per ricordare lui e la sua passione per il cinema, racconta Laura Traversi, e hanno deciso, come primo passo, di sostenere il cinema migrante di qualità. In poco tempo hanno raccolto 15mila euro: «Una cifra – spiega Grassili – che in alcuni casi può anche coprire l’intero costo del film, se si tratta di un’opera a basso budget, ma che comunque è significativa per emergere e per trovare altri finanziatori». Sono quattro, degli otto candidati, gli autori finalisti e stasera verrà decretato il vincitore a cui consegnerà il premio Fatih Akin, prima della proiezione in piazza del suo film La sposa turca, Orso d’oro a Berlino nel 2004. Mohsen Melliti (già autore di Io, l’altro con Raul Bova), una vita tra la Tunisia e Roma, partecipa con la sceneggiatura de I nemici, il giornalista, musicista e cineasta Reda Zine, che vive tra Bologna, Casablanca e Parigi, presenta un documentario su Malik Farakhan, attivista afroamericano e bodyguard dei Public Enemy; Kivanc Szeser, che vive tra Bologna e la Turchia, partecipa con I figli di Turabdin sugli Assiriani in Turchia; Fred Kudjo Kuwornu, attore e regista bolognese di origine africana (ha lavorato a Miracolo a Sant’Anna con Spike Lee e da questa esperienza è nato il documentario Inside Buffalo) ha presentato un progetto sul tema del diritto di cittadinanza.
Corriere della Sera 10.7.09
Eretici «La vocazione minoritaria», libro intervista di Goffredo Fofi con Oreste Pivetta, riapre il dibattito sulla funzione degli intellettuali
Maestri del pensiero scomodo
Da Albert Camus a George Orwell, gli scomunicati dalla sinistra ortodossa
di Pierluigi Battista
La lezione dei Camus, degli Orwell e delle Arendt, al contrario degli algidi e imperturbabili «erasmiani» di cui l’ultimo Ralph Dahrendorf ha tessuto un vivido elogio, sta proprio in questo carattere pugnace della loro militanza intellettuale. Persero, ma non si piegarono. Ricordarli oggi è un omaggio ai nobili protagonisti di una sconfitta che ebbero ragione anche quando era più facile stare dalla parte del torto.
Tra i maestri di cui bisognerebbe riprendere la lezione, scrive Goffredo Fofi concludendo La vocazione minoritaria curata da Oreste Pivetta (Laterza), si segnalano «anche Albert Camus e Simone Weil, George Orwell e Nicola Chiaromonte, Paul Goodman e una certa Hannah Arendt». Ripetiamoli ancora: Camus, Weil, Orwell, Chiaromonte, Goodman, Arendt. Sono in gran parte gli stessi nomi che ricorrono con una certa frequenza anche nei libri scritti o fatti scrivere da intellettuali che più o meno, anche con meno anni alle spalle, hanno incrociato lo stesso percorso politico- intellettuale di Fofi. Più o meno sono di sinistra. Più o meno sono scontenti e delusi dalla tradizione «maggioritaria » della sinistra. Più o meno hanno preso a coltivare quel piccolo ma nutrito Pantheon di maestri che seppero reggere un destino di «minoranza» quando era molto difficile essere «minoritari ». Perché i «maggioritari» erano ferocemente conformisti, intolleranti, refrattari a ogni dubbio, guardiani dell’ortodossia e dell’ordine, titolari di un potere di scomunica che prevedeva l’isolamento e l’ostracismo del reo. I «minoritari» non hanno avuto la vita facile. L’hanno avuta difficilissima.
Alfonso Berardinelli, curatore di una collana di saggistica dell’editore Scheiwiller, ha voluto tradurre in Italia il ritratto di George Orwell scritto da Christopher Hitchens. Filippo La Porta ha incluso tra i suoi «maestri irregolari » Camus e Chiaromonte, Simone Weil e Orwell. Vittorio Giacopini ha riproposto gli scritti politici di Camus. Francesco M. Cataluccio si è impegnato nella diffusione delle opere di Gustaw Herling, che collaborò lungamente con la rivista «Tempo Presente» di Chiaromonte e Silone. Hannah Arendt, che pure ha rappresentato una figura poliedrica e sfaccettata, viene sempre più spesso ricordata per il suo pensiero originale, per le sue battaglie condotte in solitudine, per la sfrontatezza con cui affrontò temi destinati a metterla in urto con il suo milieu intellettuale di appartenenza. Tutte personalità, quelle rilette da Fofi, Berardinelli, La Porta, Giacopini e Cataluccio, che hanno messo l’umanesimo, la ripulsa del terrore rivoluzionario, l’attenzione ai mezzi con cui perseguire anche i fini più generosi, al centro della loro elaborazione culturale. Erano i campioni di un pensiero di sinistra antitotalitaria che ha combattuto il totalitarismo quando era al suo apogeo. E proprio perché antitotalitari furono anche, e non si capisce se la parola susciti in Fofi, Berardinelli, La Porta, Giacopini e Cataluccio un certo fastidio e una persistente irritazione (forse in Fofi sì, negli altri quattro è più improbabile), fieramente anticomunisti. Nel nome degli stessi valori che li portarono ad essere antifascisti e nemici di ogni forma totalitaria.
Chissà cosa sarebbe stata la sinistra se avesse dato retta a quegli irregolari «minoritari». Camus aveva offerto con L’uomo in rivolta una radiografia della malattia totalitaria che stava divorando il comunismo, e pervertendo a tal punto gli ideali originari di rivolta e di giustizia da creare un numero elevatissimo di vittime da sacrificare sull’altare del nuovo mondo. Ma, trascinata da Sartre, la sinistra «maggioritaria» non volle dargli ascolto e anzi ne fece il bersaglio di una terrificante campagna di denigrazione. Camus era guidato da una logica molto semplice: i campi di concentramento e di sterminio sono sempre un male, chiunque abbia srotolato il filo spinato, qualunque sia il colore e la bandiera dei carnefici. Un principio semplice, che rimase inascoltato, essendo maggioritario il principio secondo cui i lager allestiti in nome del bene non meritano indignazione e del Gulag è meglio tacere per non scoraggiare il morale della classe operaia occidentale. Una partita perduta. Come quella di Orwell, che stentò addirittura a trovare editori che pubblicassero il suo straordinario trittico antitotalitario, composto da Omaggio alla Catalogna, La fattoria degli animali e
1984. Come quella di Nicola Chiaromonte, che dovette chiudere la sua rivista per mancanza di fondi e che aveva descritto con precisione e senza indulgenza il «tempo della malafede» in cui era immersa la maggioranza degli intellettuali che non volle vedere gli orrori del totalitarismo comunista. Come quella della Arendt, le cui Origini del totalitarismo, scritte alla fine degli anni Quaranta, dovettero aspettare due o tre decenni prima di essere tradotte in Italia e in Francia, trincee dell’intellighentsia filocomunista («communistisant », come la definiva Raymond Aron).
Erano intellettuali che non nascondevano le cose ignorate dalla cecità ideologica dominante. E vissero la loro «vocazione minoritaria» con spirito combattivo e persino temerario. Se c’è un pericolo nella rilettura che Fofi, Berardinelli e gli altri ne danno è la messa tra parentesi del carattere conflittuale del loro lavoro intellettuale. Fino al punto di uscire dai ranghi in cui avrebbero potuto condurre una vita decentemente confortevole anziché affrontare scomuniche e diffamazioni. Simone Weil vide le atrocità che anche la parte «giusta» stava commettendo nella guerra di Spagna (come Georges Bernanos dalla parte opposta) e non esitò a denunciarle fino al punto di rompere con il proprio fronte. Come Orwell nella Catalogna di sinistra martirizzata dai sicari di Stalin (e diversamente da Hemingway, che inviava in America reportages ridicolmente enfatici e monchi). Camus non rinunciò a mettere sullo stesso piano la Spagna di Franco e le «democrazie popolari» dei processi farsa Rajk e Slansky. La Arendt attirò su di sé l’ira della cultura ebraica per il suo resoconto del processo Eichmann: ma non fece atti di contrizione. Chiaromonte non edulcorò i suoi giudizi sprezzanti per i chierici che avevano tradito la loro missione di verità (a cominciare dallo stesso Julien Benda, che del «tradimento dei chierici» fece un bersaglio salvo tradire l’intelligenza e la decenza giurando sull’assoluta «correttezza» dei processi di Mosca basati su confessioni estorte con le torture più spaventose). Orwell non si rassegnò all’idea di interrompere la sua battaglia contro la sinistra che non sapeva essere «antitotalitaria», e dunque necessariamente antifascista e anticomunista insieme. Tutti «minoritari», certamente. Ma agguerriti, testardi, convinti che valesse la pena sostenere le buone ragioni di una sinistra «minoritaria », liberata dalla schiavitù della menzogna e dell’ipocrisia.
Repubblica 10.7.09
Incontro con il regista che prepara il suo nuovo film, "Habemus papam", in cui si ritaglia la parte dello psicanalista, e due documentari: sul Pci e sull´informazione
"Pubblico svegliati, il cinema muore"
intervista a Nanni Moretti di Paolo D’Agostini
Si è abbassata la soglia dello stupore su una catastrofe etica, istituzionale umana, "culturale"
In questi anni la sinistra ha avuto paura di tutto. È stata prigioniera di personalismi senza personalità
«Anzitutto il titolo è Habemus papam. Commedia ma non solo. È la storia di un papa depresso. Sto ancora finendo la sceneggiatura. Con Federica Pontremoli e Francesco Piccolo, come per Il Caimano». L´imprevedibile disponibilità di Nanni Moretti nasce dal cortocircuito tra due poli della sua attenzione di questi giorni. La rassegna "Bimbi belli" che egli dedica, con dibattito ogni sera nella sua Arena Sacher, alle opere prime italiane della stagione. E il G8 in corso a L´Aquila. Inizia con qualche anticipazione sul film che si avvia a realizzare. Abbondante e generosa.
Un papa che non vuole fare il papa: è così?
«Dobbiamo proprio dirlo? Inizia con la morte di un papa e quindi con il Conclave».
Commedia come (quasi) sempre nei suoi film, o di più?
«Il film cercherà un equilibrio tra realismo di ambientazione, sentimento doloroso, e improvvisi scarti verso la leggerezza. Non è una satira. Racconta di un uomo che sembra non farcela».
Che non è lei?
«No. E non so ancora chi sarà. Io faccio uno psicoanalista che incontra il papa».
Disse mesi fa di aver avuto difficoltà a trovare un nuovo soggetto, per paura di fare un film che comunicasse soltanto pessimismo. Ora ci è riuscito?
«Penso di sì. Se in questo momento avessi messo in scena ambienti e personaggi più vicini a me, la storia sarebbe stata cupa e basta. Comincerò le riprese tra qualche mese. Ma questo non è il mio unico progetto. Sto accumulando materiale di repertorio televisivo che poi monterò. Per raccontare le oscenità politiche e giornalistiche a cui ci siamo abituati, o di cui non ci siamo accorti. Si chiamerà È successo in Italia. È tanto che dico "bisognerebbe farlo". Ho iniziato ad archiviare trasmissioni e telegiornali. È una cosa che tocca fare e la si fa».
Quanto indietro? Dall´inizio della vita politica di Berlusconi?
«Pressappoco. La soglia del nostro stupore e della nostra reazione nei confronti di una catastrofe etica, istituzionale, umana, "culturale", si è abbassata sempre di più, sempre di più... fino a scomparire sottoterra. Fino a considerare normale un orrendo spettacolo, che in un paese democratico tutto è tranne che normale. Con questo lavoro non voglio convincere nessuno, voglio semplicemente ricordare che questo schifo, di cui fa parte anche il conformismo e il servilismo di tanti giornalisti, è successo davvero. Da 15 anni 60 milioni di italiani sono ostaggio degli interessi di una sola persona. Un´umiliazione impensabile fino a poco tempo fa. Da parte della sinistra c´è stata un´incapacità totale di reagire e affermare la propria identità. Si è fatta aggredire e sbeffeggiare. È arretrata in continuazione, ha adottato luoghi comuni come quello che non bisogna demonizzare Berlusconi per non spaventare i moderati. Su certe spaventose posizioni e leggi volute dalla Lega da sempre hanno avuto parole più nette alcuni settori della Chiesa. Il pragmatismo della sinistra la porta addirittura a corteggiare e a ipotizzare alleanze con la Lega. E invece no, sono portatori di disvalori, punto e basta. In questi anni la sinistra ha avuto paura di tutto. È stata prigioniera di personalismi senza personalità. Senza dimenticare lo slogan penoso della destra e di molti giornalisti secondo il quale il conflitto di interessi non interessa agli italiani, dato che la maggioranza ha votato Berlusconi. C´è un piccolo dettaglio: interessa alla democrazia. Spero solo che, dopo gli ultimi avvenimenti, almeno un risultato sia ormai acquisito: il tramonto dell´ipotesi che un tipo che si considera al di sopra della legge possa aspirare al Quirinale».
Non tutti i giornali si sono comportati come lei dice.
«In quello che sta facendo Repubblica c´è finalmente un´idea di giornalismo. Non si può continuare ad accettare, come pugili suonati, la prevedibile sgradevolezza e violenza dei giornali di destra. Certo, avrei preferito che altre dieci, venti, trenta domande fossero state poste sui suoi rapporti con la mafia e con Dell´Utri, su Previti che ha corrotto la magistratura per conto di Berlusconi, sull´avvocato Mills, sull´incerta provenienza dei soldi negli anni 70. Molti anni fa si è preso tre reti televisive. Poi è stata fatta una legge apposta per lui. Da quel momento avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. E così è stato».
Ha anche un altro progetto, giusto?
«Insieme ad altri registi. Voglio produrre una storia del Pci. Senza finanziamenti tv, per ora. Non voglio perdermi nell´attesa: ti rispondono che siamo in campagna elettorale, poi bisogna aspettare le elezioni, poi c´è il rinnovo del consiglio di amministrazione, poi altre elezioni. Intanto lo produco, poi mi auguro che qualcuno lo compri. Saranno molte ore: le elezioni del ´48, lo stalinismo, l´espulsione del gruppo del Manifesto... Interviste a chi nel Pci c´è stato. Non una celebrazione acritica, ma mi fa piacere ricordare soprattutto a loro, a quelli che sono stati comunisti, che questa storia c´è veramente stata. Anche perché chi ricorda oggi il Pci è soprattutto chi non è stato comunista: Bocca, Scalfari. Quel pezzo di paese c´è stato».
Testimonianze di militanti raccolte in giro per l´Italia?
«Persone che hanno qualcosa da raccontarci. Che non parlino con il senno di poi, che siano oneste e autentiche tornando a quei momenti, a quegli errori, a quelle lotte».
C´è molto allarme per la pesante decurtazione dei fondi pubblici destinati al cinema.
«So e capisco tutto. Però c´è anche una responsabilità del pubblico, per il quale il cinema non è più centrale. Tutti stiamo sottovalutando il momento di difficoltà delle sale, che ora chiuderanno una ad una. Perché le persone sono disposte a spendere qualsiasi cifra per mangiare in un ristorante dove devono urlare per farsi sentire. O per una partita che forse finirà zero a zero. Ma il cinema, la cosa che è aumentata di meno negli ultimi quindici anni, quello no: costa troppo. Per non parlare dell´abitudine orrenda di scaricare illegalmente da Internet. E basta con il luogo comune di premettere sempre: "io non do giudizi". Io sì, li do. Non mi piace quel modo di vivere lì! Non mi piace che uno stia con il culo appiccicato alla sedia e con la sedia appiccicata al computer. Mi piace più il mio, di modo di vivere. E vedere i film in un cinema, in mezzo agli altri. Tra poco i cinema chiuderanno tutti. E non è colpa della politica o delle istituzioni, ma delle persone che hanno la possibilità di scegliere di fare una cosa e un´altra. Anche tra noi, registi o scrittori, c´è chi potrebbe scegliere ma non lo fa. Io, da quando fondai la Sacher con Angelo Barbagallo, ho escluso la possibilità di farmi finanziare i film dal gruppo Berlusconi. Ho cercato di essere coerente. Una cosa imparata da mio padre, che era liberale».
giovedì 9 luglio 2009
Repubblica 9.7.09
Creato in laboratorio lo sperma artificiale Verrà usato per curare l´infertilità maschile
Se l’uomo diventa inutile (o quasi) per fare i bambini
di Elena Dusi
Scienziati prudenti I gameti derivati non sono sicuri: per ora non si fanno fecondazioni
Ma lo spermatozoo sintetico non pare essere molto veloce Dinanzi a un ovulo potrebbe fare flop
Dal sesso al laboratorio: gli scienziati inglesi dell´università di Newcastle hanno creato il primo spermatozoo artificiale. La riproduzione fa così un altro passo dalla camera da letto verso la provetta. E anche se le prime reazioni all´esperimento inglese -che partendo da una cellula staminale embrionale umana è riuscito a far maturare uno spermatozoo in laboratorio - salutano un futuro in cui l´uomo non sarà più indispensabile per la fecondazione, a leggere bene i dati si scopre che la realtà è esattamente l´opposta.
Quando infatti le cellule staminali di partenza sono state ricavate da un embrione di sesso maschile - spiega la rivista Stem Cells and development, che ha pubblicato lo studio - ne è nato uno spermatozoo in grado di fecondare una cellula uovo. Le staminali di sesso femminile al contrario si sono arrestate alle prime tappe del processo di maturazione del gamete maschile, troppo lontane dalla metà per promettere alle donne un futuro di indipendenza dal punto di vista riproduttivo. Dal piccolo e gracile cromosoma Y, caratteristico del sesso maschile, allo stato delle conoscenze attuali non si può dunque prescindere per far nascere un cucciolo d´uomo.
Lo sperma ottenuto in laboratorio in Gran Bretagna non verrà usato per fecondare alcun ovulo, perché le leggi inglesi non lo permettono. Quando il processo di maturazione di una cellula si svolge completamente fra vetrini e brodi di coltura, è possibile che nel Dna si creino dei danni e il bambino nasca con dei difetti gravi. E la Human fertilisation embryology authority, cui sono affidati questi temi di ricerca in Gran Bretagna, in questo caso sceglie di derogare al suo notorio liberalismo: «Il livello di sicurezza dei gameti derivati in vitro è sconosciuto. Gli scienziati temono che il processo davvero complesso che porta alla loro creazione possa causare delle anomalie nei cromosomi o altri gravi difetti genetici».
Gli spermatozoi artificiali di Newcastle, hanno notato anche i loro "papà" in camice bianco, non hanno la stessa motilità, o "vivacità", di quelli normali e c´è il sospetto che di fronte a una vera cellula uovo (quella sì, impossibile da ricreare in laboratorio) finiscano col fare flop. «Il nostro obiettivo è capire in dettaglio cosa avviene quando uno spermatozoo si forma. Abbiamo bisogno di conoscere le cause dell´infertilità maschile per arrivare a curarle» ha spiegato Karim Nayernia, professore di genetica umana e leader dell´équipe dell´università di Newcastle. Nuovi esperimenti e il progredire delle conoscenze potrebbero comunque avvicinarci alla creazione di uno spermatozoo in vitro abbastanza sicuro da consentire la fecondazione di un ovulo. Per questo la Human fertilisation authority non chiude nessuna porta davanti a sé, prevedendo che «tra 5-10 anni lo sperma prodotto in vitro potrà forse essere usato per risolvere problemi di infertilità».
Mentre in Gran Bretagna la ricerca sulle "cellule bambine", in grado di trasformarsi in qualunque tessuto dell´organismo, procede a buon ritmo, martedì gli Stati Uniti hanno varato le loro nuove linee guida per l´utilizzo delle staminali embrionali. Il presidente Barack Obama aveva annunciato un´apertura rispetto alla rigida legislazione del predecessore George W. Bush. E il nuovo regolamento prevede in effetti l´erogazione di finanziamenti pubblici per ricerche che usano gli embrioni abbandonati nelle cliniche delle fertilità, oltre a facilitare l´importazione di queste cellule dall´estero. Continua però a negare fondi agli esperimenti in cui le staminali siano state ricavate da un embrione creato ad hoc e poi distrutto esclusivamente per scopi di ricerca. Si stima che le linee di cellule usate dalla scienza Usa possano aumentare da circa sessanta a diverse centinaia. La prossima volta che sentiremo parlare di spermatozoi artificiali, forse, non è un istituto inglese che dovremo citare, ma un gruppo di scienziati americani.
Corriere della Sera 9.7.09
Se si riescono a realizzare gameti, presto ci si può attendere qualsiasi cellula in laboratorio
Il risultato all’università britannica di Newcastle usando cellule embrionali umane
Creati spermatozoi da staminali
È la prima volta nella storia: servirà a curare l’infertilità
di Simona Ravizza
MILANO — Spermatozoi fabbricati in laboratorio contro la sterilità. Li hanno prodotti i ricercatori della Newcastle University partendo da embrioni donati da coppie che si sono sottoposte alla fecondazione assistita. Lo sperma è stato creato dalle cellule staminali maschili. È la prima volta nella storia. Il procedimento prevede una coltura delle cellule in una speciale soluzione chimica che permette di identificare quelle germinali (normalmente contenute nei testicoli), utilizzate, poi, per innescare il processo riproduttivo. È una scoperta considerata rivoluzionaria: gli studiosi britannici, guidati da Karim Nayernia, sperano entro dieci anni di potere inserire la tecnica tra le cure anti-sterilità. La ricerca — svolta in collaborazione con il NorthEast England Stem Cell Institute — è stata pubblicata dalla rivista scientifica Stem Cells and Development.
Per arrivare alla creazione dello sperma ci vogliono dalle quattro alle sei settimane. Per documentare la sperimentazione l’équipe di Nayernia ha prodotto anche un video. La convinzione è che gli spermatozoi creati in laboratorio — pur non essendo perfetti — abbiano tutte le qualità fondamentali per il processo riproduttivo.
Lo hanno sopranominato «sperma derivato in vitro» (vitro derived sperm). «È un passo in avanti importante — dice Karim Nayernia —. Così potremo studiare con precisione come nascono e si evolvono gli spermatozoi. Non solo: una maggior conoscenza del seme maschile ci permetterà di capire meglio le cause dell’infertilità e di aiutare con nuove cure le coppie in cerca di un figlio». Il ricercatore esclude, comunque, un utilizzo diretto degli spermatozoi prodotti in laboratorio nella fecondazione assistita.
Per il genetista Carlo Alberto Redi, direttore scientifico del Policlinico San Matteo di Pavia, si apre uno scenario rivoluzionario per la cura della sterilità: «L’importante è dotarsi di una cornice normativa che allontani perplessità etiche. Potrebbero aprirsi casi da giallo poliziesco: un graffio in un uomo potrebbe bastare, infatti, per utilizzare il suo sperma e avere un figlio senza neppure il suo consenso. Ma la ricerca non va fermata. Sarebbe miope e controproducente bloccare gli studi solo per timore».
Spiega Guglielmo Ragusa alla guida dell’Unità di riproduzione assistita dell’ospedale San Paolo di Milano: «Lo Human Fertilization and Embryology Act del 2008 vieta di usare sperma e ovuli artificiali contro l’infertilità. In teoria, però, gli spermatozoi creati in laboratorio potrebbero servire per fare avere figli a pazienti azospermici, quelli per i quali non è possibile recuperare gli spermatozoi neppure chirurgicamente. Lo stesso potrebbe valere per i giovani che hanno perso la capacità riproduttiva dopo essere stati malati di cancro e per i pazienti con problemi genetici o cromosomici a livello dello spermatozoo. La scoperta, comunque, non è di applicazione immediata».
Non mancano le voci critiche. Robin Lovell-Badge, esperto in spermatozoi del National Institute for Medical Research di Londra, storce il naso: «Anche se hanno la coda e possono nuotare non vuol dire che questi spermatozoi siano normali».
Ma non finisce qui. I ricercatori della Newcastle University non escludono in futuro di poter creare sperma in laboratorio con l’utilizzo di staminali solo femminili. Così una donna potrebbe avere un figlio senza alcun contributo maschile. Ma questa è ancora fantascienza. Almeno per il momento.
Corriere della Sera 9.7.09
E ora il maschio non è necessario
di Edoardo Boncinelli
Sembra che con cellule staminali di buona qualità e con gli opportuni trattamenti si possa fare proprio tutto.
Anche i gameti, cioè le cellule della riproduzione, che sono poi gli spermatozoi per i maschi e le cellule-uovo per le donne. L’ultima notizia è appunto la produzione di sperma maschile a partire dalle staminali. E se si riescono a fare gameti, ci si deve attendere di sapere fare presto qualsiasi tipo di cellula. I gameti sono infatti cellule molto particolari, sia per la loro costituzione che per le loro proprietà. Contengono solo la metà del patrimonio genetico dell’individuo che li produce e la metà dei suoi cromosomi: 23 invece di 46. Ciò è necessario perché il prodotto della fecondazione di una cellula-uovo da parte di uno spermatozoo dia un individuo normale, maschio o femmina che sia, e non un mostro. Questo individuo dovrà avere infatti il suo canonico corredo di 46 cromosomi, dei quali 23 verranno dallo spermatozoo del papà e 23 dalla cellula-uovo della mamma. I gameti sono perciò cellule «alleggerite» e semplificate, ma senza improvvisazione: tutto deve essere sistemato e in ordine. È necessario quindi un tipo molto particolare di moltiplicazione cellulare per passare da una cellula del corpo a un gamete. Mentre il normale processo di moltiplicazione cellulare si chiama mitosi, quello che porta alla produzione dei gameti si chiama meiosi (meion in greco significa «meno» e comporta infatti, come abbiamo appena detto, una riduzione del numero dei cromosomi nelle cellule prodotte). Non si può arrivare ad un gamete se non passando per una meiosi e questo è evidentemente quello che è avvenuto nelle cellule coltivate dai ricercatori di Newcastle, che così hanno ottenuto spermatozoi in quantità. Ma non è tutto qui. I gameti devono essere vitali e «vispi», soprattutto gli spermatozoi. Per poter parlare, come è stato fatto, di sperma vitale, si deve controllare che gli spermatozoi che lo compongono abbiano tutto in ordine ed essere capaci di maturare. Durante il loro eventuale «viaggio» all’interno dell’utero infatti gli spermatozoi devono acquisire certe capacità fisiologiche, nel quadro di un processo di maturazione che prende il nome di capacitazione. Evidentemente gli spermatozoi prodotti hanno superato tutte queste prove o, più verosimilmente, promettono di superarle presto. Gli stessi ricercatori parlano di un periodo di prova di una diecina di anni. A quel punto si potranno fare spermatozoi vitali dalle cellule del corpo di un maschio con problemi di sterilità, cosa più volte ventilata, ma per ora mai realizzata. Non è nemmeno necessario partire da cellule maschili, perché, anche partendo da cellule staminali femminili, la meiosi assicura comunque la presenza di un cromosoma X. Con gli spermatozoi così ottenuti non si potranno fare maschietti, ovviamente, ma femminucce sì. E non è nemmeno detto. Nascere e crescere resta un problema, ma sempre più semplice via via che il tempo passa e la scienza avanza.
Corriere della Sera 9.7.09
La sagrestia di Lambach, in Alta Austria, custodisce il segreto
Ecco la svastica che ispirò Hitler
di Vittorio Messori
Il futuro dittatore frequentò qui la terza elementare. I religiosi hanno interdetto l’accesso per impedire il pellegrinaggio di nostalgici. Quando i nazisti soppressero le case monastiche venne risparmiata solo quella
Per penetrare nel luogo proibito, ho dovuto giocare la carta del riconoscimento, mostrando il passaporto e alcune pubblicazioni recenti che avevo con me. Ho superato così la diffidenza del monaco guardiano, fortunatamente lettore delle traduzioni tedesche dei miei libri. Affidato a un sagrestano e aperta la grande porta barocca chiusa a chiave, mi sono stati concessi pochi minuti per scattare qualche istantanea con la mia macchinetta automatica. Alla fine, l’esortazione a «far buon uso» del privilegio accordato a me e negato categoricamente a tanti altri, da molti anni.
Tutto questo per accedere alla sagrestia di una chiesa non solo aperta al pubblico ma anche assai frequentata, essendo al contempo parrocchia e tempio della grande, antica abbazia di Lambach, nell’Alta Austria. Un monastero che, nella sua vita millenaria, ha vissuto anche una esperienza singolare: durante l’anno scolastico 1897/98 ospitò, per la terza classe elementare, un bambino di otto anni originario di Braunau am Inn. Bambino disciplinato, dal visetto grazioso (come mostra la ancora esistente foto della classe) ma ostinato e introverso. Il che non gli impedì di essere un diligente chierichetto e un buon elemento della corale di voci bianche, nonché un allievo attento delle lezioni di violino impartitegli da un Padre benedettino. Dopo l’aula della scuola nell’abbazia, la maggior parte del suo tempo lo trascorse, quell’anno, proprio nella sagrestia ora interdetta ai visitatori. Lì, infatti, aiutava i sacerdoti celebranti a indossare e a togliere i paramenti liturgici, lì lavava e riempiva le ampolle per l’acqua e per il vino, lì sistemava arredi e vesti negli armadi. Lì si radunava con gli altri bambini, ogni sabato pomeriggio, per le prove dei canti per la messa grande domenicale e si esercitava per le melodie previste per matrimoni, funerali, feste liturgiche varie. Ebbene, quel vasto ambiente barocco è dominato da una sorta di grande cenotafio in marmi dai colori vivaci, che termina in uno stemma abbaziale, sovrastato da una mitria e da un pastorale in pietra rossa, forse di Verona. Nell’ovale del blasone, una svastica con gli uncini piegati, vistosamente dorata. La stessa doratura per la data (1869) e per le quattro lettere che circondano la croce: T.H.A.L. Cioè: Theoderic Hagn Abate (di) Lambach.
Per posizione, per imponenza, per policromia dei marmi pregiati, il cenotafio è il punto focale della sala, è impossibile non esserne attratti appena entrati. Dunque, in quell’anno scolastico di oltre 110 anni fa, attrasse anche gli occhi, avidamente curiosi, dell’allievo di terza classe della Volks-Schule, nonché chierichetto e corista. Il suo nome era Adolf Hitler.
L’anno a Lambach del futuro Führer è ovviamente ben noto agli storici, anche perché l’interessato gli dedicò una pagina del Mein Kampf, dove dice di non avere condiviso l’ideale di quei monaci ma di averne stimato la serietà e, soprattutto, di avere provato tali emozioni durante le solenni liturgie da sentirsi, lui che sarà sempre astemio, berauscht, ubriaco. Alcune biografie accennano anche alla svastica del monumento abbaziale ma, curiosamente, sono quasi inesistenti, per quanto sappia, le fotografie che appaghino la curiosità dei lettori. In ogni caso, le rare immagini sono di molti anni fa, in sfocato bianconero. In effetti, come io stesso ho constatato, i religiosi hanno deciso di interdire l’accesso alla sagrestia per troncare una sorta di pellegrinaggio, ove ai curiosi si aggiungevano, pare, anche inquietanti nostalgici se non dei pericolosi pazzoidi.
La gran maggioranza dei visitatori ignora che un’altra svastica, seppur di dimensioni minori, potrebbe risvegliare la curiosità. La seconda croce uncinata è sulla fontana nel giardino di fronte all’ingresso. Il piccolo Adolf vide pure questa tutti i giorni, giungendo al mattino in abbazia, ma nel dopoguerra è stata coperta da rampicanti e da vasi di fiori e per vederla bisogna conoscerne l’esistenza e spostare le piante. Anche questa è «firmata » da padre Theoderic Hagn, abate di Lambach nella seconda metà dell’Ottocento che per il suo stemma (ogni superiore di monastero benedettino ne ha uno, alla pari dei vescovi) scelse una svastica, forse perché segno dell’incontro tra la croce cristiana e la tradizione religiosa mondiale. È noto, infatti, che sin da tempi preistorici la croce uncinata è presente come simbolo sacro in ogni continente, America precolombiana e Oceania incluse. Soltanto il giudaismo sembra non conoscerla, probabilmente perché è simbolo solare, mentre la tradizione ebraica, a cominciare dal calendario, è soprattutto lunare. Sta di fatto che anche per questo la Hakenkreuz, la «croce con gli uncini», fu dichiarata «segno ariano » e prediletta, tra Ottocento e Novecento, dai gruppi ispirati al nazionalismo germanico nonché all’esoterismo e all’antisemitismo in qualche modo «metafisico». Il giovane Hitler la conobbe (curiosamente, proprio nella forma «alla Lambach», con gli uncini piegati) presso la Thule-Gesellschaft, la società semisegreta le cui dottrine e i cui uomini alimentarono il nazionalsocialismo nascente.
Fu nel maggio del 1920 che il futuro Führer presentò l’insegna del movimento, da lui stesso (pittore frustrato) disegnata: una svastica, appunto, ma con i bracci raddrizzati e inclinata verso destra, per, disse, «dare l’idea di una valanga che travolga il mondo decadente».
Questa scelta del simbolo, tra tanti possibili, fu determinata anche dall’impressione ricavata dallo scolaro di terza elementare davanti alle svastiche dell’abate Hagn? Hitler non ne fece mai cenno, ma ci sono due episodi che fanno pensare. Quando invase l’Austria, nel 1938, pur pressato da mille impegni, si fece portare a Lambach (riservatamente, con Eva Braun, una foto lo mostra con un impermeabile bianco, da borghese) per rivedere l’abbazia e sostò nella sagrestia, davanti al vistoso cenotafio dove tante volte aveva lavorato e cantato. C’è di più: come già in Germania, i nazisti soppressero subito le case monastiche austriache, ma Lambach fu risparmiata e i religiosi furono allontanati soltanto nel 1942. Dopo tutto, non sfugga un particolare: attorno ai bracci della svastica dell’abate, stanno anche una A e una H. Proprio quelle iniziali che Adolf Hitler volle incise accanto alla Hakenkreuz.
l’Unità 9.7.09
In nome della purezza
Ebrei-tedeschi, quel divieto di coppia che creò la madre di tutte le leggi razziali
A Norimberga nel 1935 Hitler implementò la quintessenza della sua politica interna, internazionale, familiare, patrimoniale e sessuale
di Giovanni Nucci
A Norimberga nel 1935 Hitler implementò la quintessenza della sua politica interna,
internazionale, familiare, patrimoniale e sessuale. Nelle norme varate si leggeva: «proteggere
il sangue e l’onore tedesco». Questioni interessanti, che potrebbero anche sembrare attuali
A leggerle colpiscono per la loro essenziale semplicità rispetto alle leggi italiane del ’38
Nel 1935, verso la metà di settembre (il 15 volendo essere esatti), a Norimberga doveva probabilmente fare già abbastanza freddo e, nonostante ciò, aveva pieno svolgimento il congresso del Partito della Libertà.
(Breve tergiversazione anche un po’ puntigliosa: occorre specificare che il nome di quel partito sembrava scelto con grande oculatezza. Ci sarebbe da domandare se fosse mai stato nelle loro intenzioni chiamarsi Popolo, invece che Partito. O chissà, per contrario, se ad altri l’idea di chiamarsi Popolo invece che Partito sia effettivamente venuta per distinguersi da certi predecessori, o solo per convenienza politica, o di marketing, o convinti dai convincimenti dei responsabili del settore vendite – e questo genere di cose a noi umani totalmente incomprensibili. Ma nonostante ciò – partito o popolo fa praticamente lo stesso – bisognerebbe porre una riflessione sul fatto che sembra automatico a chi viene esigenza, che ne so, di dominare il mondo o semplicemente di imporre il proprio punto di vista, di voler sterminarne buona parte dei suoi abitanti suddividendoli in categorie standardizzate o anche solo di trovare fra queste i colpevoli collettivi a cui accreditare buona parte delle umane sofferenze, bene: chiunque sia stato mosso da simili intenzioni, storicamente non ha mai saputo resistere troppo alla tentazione di farlo in nome della libertà. Nell’ultimo quarto di millennio se ne conteranno, non lo so, più di una mezza dozzina, tra dittatori, proletari o meno, cialtroni e ciarpami compresi, che ne hanno fatte di ogni tipo in nome della libertà. Bisognerebbe farne uno studio, cioè gli storici dovrebbero farlo).
Tornando a noi: in assenza di alcun impedimento a riguardo, l’oculato epiteto era stato scelto e attribuito al suo partito anche da Adolf Hitler, già allora Führer e cancelliere del Reich. Così, in un tripudio di stendardi e divise sfavillanti insieme al suo ministro degli Interni Frick, durante il congresso del suo Partito della Libertà, implementò la quintessenza della sua politica interna, internazionale, familiare, patrimoniale e sessuale, firmando una nuova legge, anzi due. Queste si dichiaravano lo scopo, una di «proteggere i sudditi dello stato tedesco nella loro cittadinanza», e l’altra di «proteggere il sangue e l’onore tedesco». Questioni piuttosto interessanti, che potrebbero anche sembrare attuali.
Queste leggi tedesche colpiscono, una volta lette, per la loro essenziale semplicità. Quelle italiane del ’38, ad esempio, in confronto erano molto più puntigliose, ipocrite, false nella loro atrocità: era come se avessero vigliaccamente deciso di mettersi lì a speculare filosoficamente e congetturare antropologicamente più che altro per paura di ciò che stavano facendo. Basti vedere la «Dichiarazione sulla razza del Gran Consiglio del Fascismo», quanto la fa lunga, e complicata, nel definire chi sia o meno ebreo: «Il Gran Consiglio del Fascismo, circa l'appartenenza o meno alla razza ebraica, stabilisce quanto segue: a) è di razza ebraica colui che nasce da genitori entrambi ebrei; b) è considerato di razza ebraica colui che nasce da padre ebreo e da madre di nazionalità straniera; c) è considerato di razza ebraica colui che, pur essendo nato da un matrimonio misto, professa la religione ebraica; d) non è considerato di razza ebraica colui che è nato da un matrimonio misto, qualora professi altra religione all'infuori della ebraica, alla data del 1° ottobre XVI». (A volte gli italiani sanno essere così finti, noiosi ed ipocriti da farci vergognare di loro anche quando commettono le azioni più spregevoli: non per le azioni in sé, ma per come lo fanno). Nel 1938, tra l’altro, quando in Italia con le leggi razziali molte persone perbene videro che altre persone perbene dovettero allontanarsi dai loro uffici, che alcuni dei compagni di scuola dei loro figli dovettero andar via dalle loro classi, cominciarono a rendersi conto di cosa davvero fosse il fascismo.
Le leggi tedesche, tornando a noi, appaiono invece limpide e lineari nella loro essenza: il che ha portato a degli effetti atroci, ma ha perlomeno il vantaggio di spiegarci molto bene di cosa si trattava. Si stava regolamentando la vita sessuale della gente: dire che uno per legge, solo perché è quello che è (un ebreo, così come boliviano in cerca di lavoro, un restauratore di quadri del seicento così come un ricottaro abruzzese) non possa avere una relazione sessuale extraconiugale con un altro, è quasi come dirgli che se sta male un medico non potrà curarlo. Detto ciò, forse più che girarci troppo intorno, con grandi parole, commenti, considerazioni o storici parallelismi, vale la pena andare a vedere com’erano, quelle leggi, fare come un piccolo approfondimento scolastico mettendosele lì, davanti agli occhi, la madre di tutte le leggi razziali. E farsi scendere poi un brivido lungo la schiena, ricordandosi cosa sono significate per l’umanità.
l’Unità 9.7.09
Le norme emanate dal Reich, esempio di crudele semplicità
Legge sulla cittadinanza tedesca
Norimberga 1935:
I
1. Il suddito dello Stato è quella persona che gode della protezione del Reich tedesco e che in conseguenza di ciò ha specifici ordini verso di esso.
2. Lo status di suddito del Reich viene acquisito in accordo con i decreti del Reich e la Legge di Cittadinanza dello Stato.
II
1. Un cittadino tedesco è un suddito dello Stato di sangue tedesco o affine, che dimostri con la sua condotta di voler servire fedelmente la Germania e il popolo tedesco.
2. La Cittadinanza del Reich viene acquisita attraverso la concessione di un Certificato Statale di Cittadinanza.
3. Il cittadino del Reich è l'unico detentore di tutti i diritti politici in accordo con la Legge.
Legge per la protezione del sangue e dell’onore
15 settembre 1935
Articolo I
1.I matrimoni tra ebrei e i cittadini di sangue tedesco e apparentati sono proibiti. I matrimoni contratti a dispetto della presente legge sono nulli anche quando fossero contratti senza l'intenzione di violare la legge.
2. Le procedure legali per l'annullamento possono essere iniziati soltanto dal Pubblico Ministero.
Articolo II
Le relazioni sessuali extraconiugali tra ebrei e cittadini di sangue tedesco e apparentati sono proibite.
Articolo III
Agli ebrei non è consentito di impiegare come domestiche cittadine di sangue tedesco e apparentate.
Articolo IV
1. Agli ebrei è vietato esporre la bandiera nazionale del Reich o i suoi colori nazionali.
2. Agli ebrei è consentita l'esposizione dei colori giudaici. L'esercizio di questo diritto è tutelato dallo Stato.
Articolo V
1. Chi violi la proibizione di cui all'Articolo 1 sarà condannato ai lavori forzati.
2. Chi violi la proibizione di cui all'Articolo 2 sarà condannato al carcere o ai lavori forzati.
3. Chi violi quanto stabilito dall'Articolo 3 o 4 sarà punito con un minimo di un anno di carcere o con una delle precedenti pene.
il Riformista 9.7.09
Libertà di fine vita
di Giovanni Maria Flick
Con la calendarizzazione, alla Camera, del disegno di legge approvato dal Senato nello scorso autunno, si riapre la discussione sul testamento biologico; e c'è da augurarsi che si svolga in un clima diverso da quello di allora, anche se molti indizi lasciano presagire il contrario. Il tema, infatti, meriterebbe di essere approfondito con un confronto il più ampio possibile, ma soprattutto ispirato a concretezza e umiltà; proprio ciò che è mancato (salve talune eccezioni) nel dibattito politico e istituzionale dello scorso anno.
La concretezza: ogni caso è diverso dall'altro; soprattutto, dietro ogni caso c'è una persona, la sua storia e la sua sofferenza. Basta guardare alla disinvoltura con cui, invece, i drammi di Piergiorgio Welby e di Eluana Englaro sono stati assimilati, nelle valutazioni politiche e mediatiche.
Il primo caso rientrava nel principio dettato dall'articolo 32 della Costituzione ed oramai pressoché da tutti condiviso: il diritto del paziente lucido e consapevole a rifiutare un trattamento sanitario, anche quando ne segua la morte; senza distinguere fra il rifiuto che comporta una omissione nella somministrazione di farmaci, e quello che comporta un'azione nel distacco della spina del respiratore artificiale. Mentre quella distinzione conserva tutta la sua efficacia rispetto al problema - ben diverso, anche concettualmente - del "suicidio assistito", che non può essere ricondotto alla previsione dell'articolo 32 della Costituzione. L'azione di chi aiuta una persona consenziente a morire, somministrandogli a quel fine un prodotto letale, è certamente diversa dall'omissione di chi interrompe la somministrazione di un farmaco su richiesta del paziente, anche se con esito letale.
Nel secondo caso - in una situazione di coma irreversibile e quindi di incapacità di intendere e volere della paziente - la Cassazione ha ritenuto che il rifiuto consapevole di un trattamento terapeutico potesse essere ricostruito in via presuntiva; e lo ha desunto dal comportamento precedente della paziente, in condizioni di capacità, in un mix con le volontà attuali del padre e del tutore. Inoltre, ha assimilato al trattamento terapeutico l'intervento di sostentamento, rappresentato dalla nutrizione e dalla idratazione della paziente in coma, in conformità a un orientamento prevalente, anche se non condiviso da tutti.
La concretezza è necessaria altresì per evitare di trasformare una vicenda umana di sofferenza in un emblema e in un principio, alimentando uno scontro di ideologie. Si pensi alla distanza abissale fra la premessa rappresentata dal dramma umano di Eluana Englaro e della sua famiglia, e la sua conseguenza: un vero e proprio conflitto istituzionale fra poteri dello Stato (il Parlamento e la Cassazione); e al tempo stesso un conflitto politico tra chi accusava il giudice di aver violato la sacralità della vita, e chi all'opposto - invocando l'assolutezza dell'autodeterminazione - accusava il potere politico di violare l'indipendenza del giudice. La concretezza deve saldarsi perciò con l'umiltà, che è essenziale per ascoltare le ragioni dell'altro, per compiere ogni sforzo al fine di raggiungere una soluzione condivisa.
Mi fa paura l'idea di affrontare una materia così coinvolgente e sensibile per il rispetto della dignità umana, come la morte, muovendo dalla pregiudiziale ideologica e aprioristica dei "valori non negoziabili"; l'idea di rifiutare il dialogo; l'idea di usare la tutela della dignità umana come clava per dividere, anziché come obiettivo per unire; l'idea di chiedere al legislatore non già soluzioni il più possibile condivise e chiare, ma soluzioni ideologicamente orientate e perciò destinate a dividere. E penso alla lezione che, in questo senso, seppero darci i costituenti, i quali - muovendo da posizioni assai diverse, quando non opposte - elaborarono nella prima parte della Costituzione una serie di valori tuttora condivisi, attraverso quello che giustamente venne definito un "compromesso alto", in senso certamente non spregiativo.
Una vicenda come quella di Piergiorgio Welby poteva essere (e fu) risolta attraverso l'applicazione di un principio costituzionale, la cui portata non può essere contraddetta o ristretta dalla presenza nell'ordinamento di norme penali ordinarie, che tuttora (e giustamente) puniscono l'istigazione al suicidio o l'omicidio del consenziente. La nostra Costituzione muove certamente da un "diritto alla vita", cui ricollega la salute, come diritto per il singolo e interesse per la collettività. Ma quel diritto - pur calato nel contesto dei doveri di solidarietà di ciascuno verso gli altri e la società - non si trasforma in un dovere coercibile di vita o di cura. Un trattamento terapeutico può essere imposto al singolo, per legge e nel rispetto della sua dignità, solo quando venga in considerazione il diritto alla salute di terzi, come nel caso delle vaccinazioni.
Il valore sacrale della vita - per chi lo ritiene tale e ne fa discendere la indisponibilità assoluta di essa in quanto dono, anche nelle condizioni estreme - non può giungere, nel nostro sistema costituzionale, sino al punto di impedire al singolo la scelta lucida e consapevole di rinunziarvi; e quindi, a fortiori, sino al punto di impedire il rifiuto consapevole di un trattamento terapeutico o di un intervento di sostentamento, la mancanza dei quali determini la morte. Lo Stato e il legislatore non possono che prendere atto di una simile scelta. Mentre invece, in mancanza di essa, devono porre ogni impegno nella tutela della vita, anche e soprattutto di quella del soggetto debole e incapace; e ben possono perseguire penalmente il terzo che istighi o aiuti qualcuno a morire, in quanto può interferire sulla autodeterminazione del soggetto e inquinarla per gli interessi più diversi (da quelli ideali, a quelli riprovevoli).
La vicenda di Eluana Englaro pone un problema diverso. Si tratta di verificare quale valore possa avere una manifestazione di volontà espressa in precedenza - allora per ora - da un soggetto in quel momento capace; e destinata ad avere effetto successivamente, quando quel soggetto abbia perduto la capacità di esprimere o prima ancora di formare una volontà, a causa di una patologia sopravvenuta.
La Cassazione ha ritenuto di poter e dover rispondere alla domanda di giustizia che era stata proposta dal padre di Eluana Englaro - pur in assenza di una legge, della quale siamo in attesa da troppo tempo e con troppe polemiche - con il principio di diritto che ho richiamato prima, facendolo discendere dai principi generali e costituzionali, da quelli deontologici e da quelli delle convenzioni internazionali.
Non spetta a me, come non spettava alla Corte costituzionale - cui si era rivolto il Parlamento, sollevando un conflitto di attribuzione - decidere se la Cassazione avesse ragione o torto. La Corte costituzionale si è limitata a constatare c e non poteva fare altro c che il principio enunciato dalla Cassazione valeva soltanto per il caso concreto; quel principio non poteva quindi e comunque (giusto o sbagliato che fosse) usurpare o menomare le competenze del potere legislativo. Da ciò la decisione di manifesta inammissibilità del conflitto, che non entrava nel merito; e che, a torto, l'uno e l'altro schieramento a confronto hanno cercato di tirare dalla propria parte.
Personalmente - ma sono in buona compagnia - sono convinto che sia necessaria una legge (una buona legge) per regolare con chiarezza il tema del testamento biologico. Quest'ultimo richiede una serie di scelte, di indicazioni precise, che soltanto il legislatore può e deve fissare in termini generali: sia per la sensibilità specifica del tema, in considerazione dei diritti, degli interessi e delle responsabilità in esso coinvolti, che richiedono la maggior certezza possibile; sia perché, più ampiamente, le prospettive e le attese dei nuovi diritti - dischiuse dal progresso scientifico - richiedono una mediazione legislativa in generale e non soltanto una giudiziaria nel particolare, per il bilanciamento dei valori coinvolti e spesso fra loro contrapposti. La mediazione legislativa preliminare mi sembra essenziale per consentire - in termini di omogeneità, di eguaglianza e di certezza - l'altra mediazione affidata in concreto alla decisione responsabile del medico e, nei casi di conflitto, a quella del giudice. Ed essa deve muovere da una triplice premessa.
In primo luogo, il valore dell'autodeterminazione responsabile è una componente essenziale della vita, intesa anche come relazione con gli altri; perciò la perdita sopravvenuta della capacità di autodeterminarsi non può annullare retroattivamente una volontà validamente espressa in precedenza, e impedire di tenerne conto nei limiti del possibile e della situazione nuova. In secondo luogo, la salute è percepita attualmente non più come un valore statico e negativo (l'assenza di malattie); bensì come un valore dinamico, di benessere globale, di qualità della vita e soprattutto di apprezzamento soggettivo della persona. In terzo luogo, il rapporto terapeutico, oggi, ha abbandonato definitivamente la prospettiva di un paternalismo illuminato - che demanda al medico ogni decisione - a favore di un dialogo, di una codecisione, di una "alleanza terapeutica" fra medico e paziente, in cui è dominante il rispetto dell'autodeterminazione di quest'ultimo.
In questo quadro, tener conto della volontà precedentemente espressa dal paziente, quando si trovi in uno stato di incapacità sopravvenuta, mi sembra una forma di doveroso rispetto del valore che la Costituzione attribuisce alla persona, alla sua dignità, alla sua capacità di autodeterminarsi e di disporre del proprio corpo. Il problema diventa, per il legislatore, quello di poter e saper garantire l'effettività e l'attualità di una simile autodeterminazione allora per ora, definendone i limiti e i requisiti di formulazione, di revocabilità e durata, di efficacia. Senza, beninteso, rendere troppo difficile o di fatto impossibile l'esercizio di tale autodeterminazione; e con la consapevolezza che ci si trova in una situazione profondamente diversa da quella di un rifiuto, attuale ed informato, di un trattamento terapeutico specifico.
Mi sembra allora particolarmente persuasiva l'impostazione che al problema è stata data dalla Convenzione di Oviedo sulla bioetica, affermando la necessità «di tenere in considerazione i desideri espressi dal paziente». La traduzione lessicale della volontà in desiderio vale ad esprimere efficacemente l'oggettività, l'attualità e la complessità di una situazione in cui la volontà, a suo tempo manifestata, non può più essere modificata; neppure in relazione all'insorgenza di situazioni nuove, a suo tempo non previste e magari non volute dal soggetto ora incapace.
Come non sarebbe giusto azzerare retroattivamente la volontà di allora del soggetto, così non si può azzerare la valutazione e la responsabilità di ora del medico. E ciò dovrebbe valere con riferimento sia al trattamento terapeutico, sia agli interventi di sostentamento mediante nutrizione o idratazione, che hanno la medesima invasività del primo, anche se non la stessa finalità specifica. Né mi sembra ragionevole e giustificato introdurre degli ostacoli al rispetto dell'autodeterminazione del paziente e della responsabilità del medico, per il timore di aprire in qualche modo la via al "suicidio assistito" (al quale personalmente sono contrario, poiché non credo che la Costituzione riconosca un "diritto a morire" con l'ausilio dei terzi, pur non affermando un "dovere di vivere").
Insomma, si tratta di una volontà che - in quanto riferita a un futuro incerto e ipotetico - è più l'espressione di una scelta e di un "progetto di vita e di coerenza", che non la manifestazione di un rifiuto anticipato; l'espressione di un modo di vivere e di un dominio della vita, di cui la morte è "solo" il momento di chiusura. E spero che il legislatore - al di la delle soluzioni tecniche - sappia cogliere questo respiro di libertà, evitando la rigidità e le contrapposizioni ideologiche, e facendo applicazione dei criteri di concretezza e di umiltà.
Repubblica 9.7.09
Un articolo del Nyt: "Quando stava al Metropolitan era una star"
Il vaso di Eufronio e la vendetta americana "A Roma nessuno lo vede"
di Francesco Erbani
Il vaso di Eufronio, l´antico capolavoro greco opera di uno dei più grandi scultori dell´antichità, rubato nei pressi di Cerveteri, poi finito al Metropolitan di New York e restituito all´Italia dopo un lungo braccio di ferro, è ora «in una galleria sempre deserta» del museo di Villa Giulia a Roma. Finché è rimasto nella Grande Mela, attirava migliaia e migliaia di visitatori.
Lo scrive il New York Times in un reportage da Roma firmato da Michael Kimmelman. Il giornalista racconta che, un anno dopo il suo rientro in Italia, salutato con molto clamore, il vaso greco è chiuso nel museo, in quella che gli appare «un´ingombrante teca di vetro circondato da piccole luci natalizie». Secondo Kimmelman, inoltre, il reperto sarebbe collocato «in una galleria sempre deserta». Nel museo il cratere passerebbe pressoché inosservato, sostiene ancora il giornale americano, sistemato in mezzo ad altre opere dello stesso tipo, «non rappresentando una grossa novità per gli italiani».
La vicenda rischia di alimentare le polemiche sulla valorizzazione dei beni culturali in Italia. Sul rilievo che i nostri musei sono in grado di assicurare ai materiali esposti. Una questione di sistemazione, di collocazione, più che di sicurezza o di tutela. Ma tanto basta, agli occhi del quotidiano americano, per segnalare il destino di un´opera d´arte antica, trafugata in Italia nel 1971 e finita attraverso i canali dei mercanti in uno dei più grandi musei del mondo.
«Non condivido affatto questo giudizio», è la replica di Anna Maria Moretti, Soprintendente per l´Etruria meridionale e direttrice del Museo di Villa Giulia. «Il vaso di Eufronio è nel piano nobile del palazzo, al centro di una sala a fianco di un´altra che ospita l´Apollo di Veio. Non è affatto in un luogo secondario, tantomeno poco visitato. Credo che il giornalista americano sia andato al museo alle 9 del mattino. In questo periodo c´è un calo di visitatori che riguarda tutti i beni culturali del nostro paese. D´altronde, quando alcuni anni fa sono stata al Metropolitan, il vaso di Eufronio non era in una condizione molto diversa».
Il vaso, risalente al 515 a.C., venne trafugato da una tomba di Greppe Sant´Angelo, frazione di Cerveteri, nel 1971, zona di scavi etruschi. Autori del furto furono un gruppo di tombaroli. Il grande cratere attico di ceramica (è alto 45,7 centimetri, per 55,1 di diametro) è il solo integro dei ventisette dipinti da Eufronio, il più abile del cosiddetto Gruppo dei Pionieri, come furono definiti i primi pittori tardo-arcaici che svilupparono la tecnica a figure rosse. Sul lato principale del cratere è raffigurata la scena di uno degli episodi della guerra di Troia: la morte di Sarpedonte, l´eroe figlio di Zeus e Laodamia che combatteva come alleato dei Troiani. Giovani in atto di armarsi prima della battaglia ornano invece il lato secondario del vaso.
Il vaso era stato acquistato nel 1972 dal Met, che era consapevole del fatto che si trattava di un´opera rubata. L´ex direttore del museo di New York, Thomas Hoving, lo definiva una "hot pot" (pentola bollente) e lo aveva voluto fortemente, tanto da sborsare un milione di dollari all´antiquario americano Robert Hecht Jr, che lo aveva a sua volta comprato da un mercante d´arte italiano, Giacomo Medici, condannato in primo grado dalla giustizia italiana a 10 anni di carcere.
Trentasei anni dopo, nel gennaio del 2008, il vaso di Eufronio tornò in Italia, dopo una lunga trattativa. Il reperto venne esposto nella mostra «Nostoi, i capolavori ritrovati» (che raccoglieva altre settanta opere recuperate in tutto il mondo), allestita al Quirinale. Il giorno stesso del suo arrivo a Roma, l´allora ministro dei Beni Culturali, Francesco Rutelli, esibì il vaso davanti alle telecamere della Rai, nello studio del Tg1: «Si tratta di una grandissima vittoria», disse allora Rutelli, «una volta tanto parliamo delle cose buone che il nostro paese sa fare».
Il reperto è prezioso, oltre che per il perfetto stato di conservazione, perché porta indicate le firme di Eufronio stesso e di Euxitheos come vasaio, segno che questi riconobbero l´opera come una delle loro creazioni migliori.
Le trattative fra le autorità italiane e il museo americano sono state lunghe e serratissime e iniziate praticamente all´indomani dell´acquisto da parte del Met. L´accordo venne firmato nel febbraio del 2006.
In Italia la vicenda dei beni trafugati ebbe diversi risvolti giudiziari. Nel 2005 venne infatti celebrato un processo a Roma a carico dell´ex curatrice del Paul Getty Museum di Los Angeles, Marion True, e dell´intermediario svizzero Emanuel Robert Hecht. Dovevano rispondere di associazione per delinquere, ricettazione, relativamente al commercio di beni archeologici e omessa denuncia di reperto. La vicenda riguardava molti beni archeologici trafugati in Italia, "ripuliti" in Svizzera e poi rivenduti a collezionisti e grandi musei internazionali. Quello stesso anno era stato condannato a dieci anni di reclusione con rito abbreviato Giacomo Medici, romano residente a Ginevra, ritenuto dall´accusa fra i più grandi trafficanti italiani di reperti archeologici trafugati dai tombaroli.
Corriere della Sera 9.7.09
Il Festival della Mente dal 4 al 6 settembre a Sarzana. Apre una lectio di Cavalli Sforza
Quella ventata di ottimismo che viene dalla scienza
di Ida Bozzi
MILANO — Ci salveranno l’etica o l’estetica? Entrambe, a giudicare dalle tematiche scelte da intellettuali e scienziati per il Festival della Mente, che ritorna per la VI edizione dal 4 al 6 settembre a Sarzana (La Spezia). E a giudicare dall’ottimismo degli organizzatori di festival culturali, secondo l’indagine presentata ieri a Milano insieme alla manifestazione.
Intanto, temi forti della cultura si contendono il calendario sarzanese. «Nella rassegna, dedicata ai processi creativi — ha spiegato Giulia Cogoli, direttrice del Festival — in quest’edizione è evidente un’esigenza forte, molto sentita dai relatori, quella dell’etica, spesso incrociata con diverse discipline ». Così, il genetista Luigi Luca Cavalli Sforza apre il 4 settembre con la lectio su «Evoluzione culturale: è più importante di quella biologica?», Luis Sepúlveda racconta «L’etica della parola», mentre in ambito filosofico Roberta De Monticelli propone la «Libertà del volere: un’illusione antica?». Via via si percorrono altri terreni dell’etica, la guerra, nella «Creatività distruttrice» dei tre incontri con Alessandro Barbero, o il rapporto con l’«Alterità umana» di cui parlerà Adriano Prosperi, fino all’identità femminile e maschile, con gli interventi di Miriam Mafai e Luigi Zoja.
Intrecci tra etica, prassi, biografia ed estetica, prendono corpo nei legami tra vita e scrittura di cui parlerà lo scrittore Aharon Appelfeld con Ranieri Polese, o nel «Pensiero della bellezza» del neuroscienziato Semir Zeki. Inoltre, ritornano gli incontri con Piergiorgio Odifreddi, le lezioni del ciclo «approfonditaMente», e ci sarà spazio per letture di Baudelaire con Anna Bonaiuto, spettacoli di Stefano Benni e di Stefano Bartezzaghi, laboratori per bambini, come quelli del milanese Museo della scienza e della tecnologia.
Un programma denso, come è proprio dei festival culturali. Che piacciono così. Almeno secondo quanto emerge dalla ricerca curata da Guido Guerzoni, «Effetto Festival 2009», presentata ieri alla conferenza stampa del Festival, che aggiorna l’analoga ricerca del 2008, «per verificare — ha spiegato il docente della Bocconi — se la formula 'festival', dopo i segnali della crisi internazionale, mostrava crepe. Sospetto allontanato». Da Festivaletteratura al Festival della Matematica, da quello della Creatività a BergamoScienza, dice l’indagine di Guerzoni, il format tiene, il 75 per cento degli organizzatori interpellati non ha subìto quest’anno o non prevede perdite di spettatori, e in buona parte si dichiara ottimista. Anche la Cogoli, che ha concluso: «I consumi di libri e di cultura stanno tenendo, gli italiani hanno recepito la bontà del rapporto prezzo/soddisfazione di libri, festival ed eventi culturali. E io sono ottimista».
l’Unità 9.7.09
La stampa estera insiste
«È uno showman ma non un leader»
di U. D. G.
Il «New York Times» contro il premier: sia Obama a guidare
il vertice, dal governo italiano «imperdonabile rilassatezza politica»
E il francese «L’Express» titola: «Inchiesta sul buffone dell’Europa»
I guastafeste non demordono. E rilanciano la loro sfida al Cavaliere. Un editoriale del New York Times irrompe nel primo giorno dei lavori del G8. «Showmanship: perhaps. Leadership: no», scrive il giornale della Grande mela che sferra un duro attacco al Cavaliere.
Nel giorno in cui Silvio Berlusconi inaugura il summit dell’Aquila. il quotidiano della city spara ad alzo zero nei confronti del premier e invita Barack Obama a prendere in mano le redini del vertice G8. Il governo italiano accusa «una imperdonabile rilassatezza politica» («inexcusably lax planning»), scrive il New York Times in un editoriale dal titolo «Oh, that G8». Quanto al Cavaliere, la critica non potrebbe essere più esplicita. «Nelle scorse settimane il primo ministro italiano ha investito la maggior parte delle sue energie politiche nel tentativo di respingere le accuse dei giornali» che gli imputano «di essere stato cliente di escort e di essersi intrattenuto con minorenni in vesti succinte». lapidaria la conclusione del NWT: «Può andare bene per uno showman, non per un leader». Secca la replica del titolare della Farnesina; Franco Frattini: «Non tollero critiche all'organizzazione del G8».
Dall’America alla Gran Bretagna. Dalla Spagna alla Francia. Il fronte dei «guastatori» si allarga. Il settimanale francese L'Express, in edicola oggi ha la foto di Silvio Berlusconi in copertina e il titolo «Inchiesta sul buffone dell’Europa». L'inchiesta descrive il presidente del Consiglio come personaggio che «cento volte dato per morto, cento volte è resuscitato. In un’Italia che non crede nella politica (il 25% associano la parola a “disgusto” e il 22% a “rabbia”) lui sfugge all’archetipo del potere: personaggio hollywoodiano, incantatore eccentrico, comico grossolano, coach della mente, amico del bar, illusionista poliglotta colpito dalla sindrome di Zelig - il potere di trasformarsi a seconda delle attese - Berlusconi ha inventato un nuovo modello di dirigente, un politico-people che buca lo schermo da 15 anni, e le cui farse soffocano, spesso, i veri problemi del Paese».
Articoli e vignette. Come quella che il Times di Londra dedica ieri al Cavaliere, in cui il presidente del Consiglio italiano è disegnato sorridente, in un suo classico doppiopetto blu, dalle cui tasche e taschino fuoriescono indumenti di biancheria intima femminile: reggiseni e slip. Nella vignetta Berlusconi compare accanto ad una scritta «G8», dove però la cifra otto è sostituita da un reggiseno, che il premier tiene per la spallina. È la stampa, Cavaliere. Quella libera.
l’Unità lettere 9.7.09
Ambiguità delle prediche
Lunedì le agenzie e i quotidiani on-line danno particolare risalto alle prediche di mons. Crociata. Lì per lì mi aveva divertito immaginare tutti questi giornalisti ammassati col taccuino in mano sotto l’ambone in attesa di due paroline sulle attività extra-parlamentari del governo ma poi ho scoperto che la predica, disponibile in formato word sul sito della CEI, e in realtà , sufficientemente generica da poter essere interpretata anche come circolare a uso interno sull’emergenza pedofilia nel clero, per cui è poco chiaro l’eccessivo risalto politico datole dalla stampa. Da che mondo è mondo, del resto, la Chiesa si lamenta della lussuria. Da che mondo è mondo, tuttavia, la Chiesa concede un pio dodicesimo di silenzi al regime che le garantisce un benedetto sedicesimo di privilegi.
Il testo originale, come inviato al giornale:
Cara Unità, oggi le agenzie e i quotidiani on-line danno particolare risalto alle prediche di mons. Crociata. Lì per lì mi aveva divertito immaginare tutti questi giornalisti ammassati col taccuino in mano sotto l’ambone in attesa di due paroline sulle attività extra-parlamentari del governo. Poi ho scoperto il trucco. L’intera predica è disponibile in formato word sul sito della CEI. È come tutte le prediche, sufficientemente generica da poter essere interpretata anche come circolare a uso interno sull’emergenza pedofilia nel clero, per cui è poco chiaro l’eccessivo risalto politico datole dalla stampa. Da che mondo è mondo la Chiesa si lamenta della lussuria, lo dimostra il cumulo di citazioni bibliche. È molto chiaro invece che, da che mondo è mondo, la Chiesa concede un pio dodicesimo di silenzi al regime che le garantisce un benedetto sedicesimo di privilegi. Roberto Martina
mercoledì 8 luglio 2009
Repubblica 8.7.09
Il bene del Paese
di Ezio Mauro
I Grandi del mondo arrivano a Roma – mentre Hu Jintao deve ripartire per l´urgenza della crisi cinese – in uno scenario inedito: il chairman del G8 è impegnato in una sua battaglia personale contro i giornali, attaccati domenica con una nota ufficiale del governo per la loro "morbosità", e presi a male parole ieri nella conferenza stampa della vigilia, per aver osato criticare la regia italiana del vertice, accennando all´ipotesi che l´Italia possa essere esclusa in futuro dal G8.
Soffocato dagli scandali che ha costruito interamente con le sue mani, Silvio Berlusconi attribuisce ai giornali la causa dei suoi mali, l´"imbarazzo" e il "calo di reputazione" di cui parla il "Financial Times", gli avvertimenti alla Merkel raccolti dal "Wall Street Journal" sulle fotografie del summit con il premier italiano, che potrebbero metterla in difficoltà nelle prossime elezioni.
Ieri il ministro degli Esteri Frattini ha definito "una buffonata" le indiscrezioni del "Guardian" su una supplenza degli Stati Uniti all´Italia nel lavoro preparatorio degli sherpa e Berlusconi nel pomeriggio ha rincarato la dose: «Una grande cantonata di un piccolo giornale». Come sempre, non è mancato l´attacco diretto a "Repubblica": «Prima mi gettate addosso delle calunnie, poi ve la prendete con me perché queste calunnie fanno male all´Italia».
Il presidente del Consiglio ha perfettamente ragione su un punto: mentre si apre un summit, il cui successo è importante per il nostro Paese che lo ospita, c´è qualcosa in queste settimane che fa molto male all´Italia: è il suo comportamento privato unito alle menzogne pubbliche che cercano di giustificarlo. I giornali stranieri e "Repubblica", com´è regola nel mondo libero, non fanno altro che dar conto di questo ai cittadini-lettori. Tutto il resto – campagne, manovre, eversioni – non è nemmeno un giudizio politico: semplicemente, come ha detto ieri il direttore del "Sunday Times", è una "stupidaggine".
l’Unità 8.7.09
L’affondo del Guardian: «Caos G8, Italia fuori dal club»
di Umberto De Giovannangeli
Inadempiente. Imbarazzante. È l’Italia che apre oggi il G8 dell’Aquila. L’argomentato j’accuse del Guardian e del Financial Times. Il titolare della Farnesina reagisce sdegnato. Ma i problemi restano.
Fuori dal G8. Per l’improvvisazione nella preparazione del summit aquilano e, soprattutto, per gli impegni presi e non mantenuti. La Spagna si scalda. La stampa inglese torna all’attacco del Cavaliere. Espulsi dal G8. Per millantato credito e impegni inevasi. Fuori dalla squadra che conta. Sostituiti dalla Spagna. Non è più solo un boatos. I preparativi per il G8 dell’Aquila «sono stati talmente caotici che si è registrata una pressione crescente da parte di altri Stati membri affinché l’Italia venga espulsa dal Gruppo», scrive il quotidiano britannico The Guardian, citando fonti occidentali di alto rango. Fonti che avevano già anticipato a l’Unità il possibile «cambio di squadra». Nelle ultime settimane che hanno preceduto il vertice, l’assenza di qualsiasi sostanziale iniziativa nell'agenda ha indotto gli Stati Uniti a prendere il controllo della situazione. È stata Washington - scrive il Guardian - ad organizzare gli «sherpa calls», gli incontri fra esperti, un tentativo estremo di dare qualche finalità al G8.
SCONTRO FRONTALE
«Non ha precedenti il fatto che sia un Paese diverso da quello ospite ad organizzare gli sherpa calls, è una sorta di 'opzione nucleare», spiega un alto rappresentante di uno Stato membro del G8. «Gli italiani sono stati spaventosi. Non vi è stato alcun progresso, né pianificazione». L’insoddisfazione dietro le quinte è diventata talmente forte da spingere addirittura taluni Stati ad evocare l’ipotesi che l’Italia possa essere espulsa dal G8. Una delle alternative che aleggia fra le capitali europee è che la Spagna, con un pil procapite superiore a quello italiano e con una quota maggiore del pil destinata agli aiuti allo sviluppo, possa prendere il suo posto.
L’IRA DI FRATTINI
«Spero che esca il Guardian dai grandi giornali del mondo», è la stizzita risposta del titolare della Farnesina, Franco Frattini. «Confermiamo i contenuti dell'articolo del nostro corrispondente diplomatico Julian Borger e rigettiamo completamente ogni ipotesi che le notizie riportate nella storia siano prive di fondamento», è la secca replica del quotidiano britannico. Chissà se l’adirato ministro intenda espellere dai grandi giornali del mondo anche il Financial Times che in un articolo intitolato «Un vertice per Silvio», sostiene che per il premier il G8 sarà un’opportunità per riguadagnare una reputazione in ribasso negli ultimi tempi, «e non solo per i recenti scandali». Secondo il FT, Berlusconi, «che da tempo è una figura controversa», con l'arrivo di Obama e «le nuove politiche pro-Usa di Francia e Germania», ha perso «l'amicizia dell'amministrazione Bush». E - si legge nell'articolo - in vari temi il premier «irrita i suoi alleati: dallo scarso interesse per aiuti allo sviluppo e clima al presentarsi continuamente come un interlocutore tra Washington e Mosca». A protestare è anche il Sndmae, il sindacato cui aderiscono oltre i due terzi dei mille diplomatici italiani. La protesta è contro il piano di chiusure di ambasciate e consolati presentato recentemente dall’Amministrazione del MAE «In primo luogo - si legge in un comunicato - addirittura sconcerto desta la prospettata chiusura dell’Ambasciata a Lusaka, capitale dello Zambia. In un momento in cui la Farnesina, nell’anno della presidenza italiana del G8, afferma il proprio prioritario interesse per l’Africa - sottolinea il sindacato delle feluche - non si capisce davvero come si possa ipotizzare di chiudere un’altra Ambasciata (dopo quelle in Namibia e in Madagascar) nell’area sub-Sahariana: francamente incomprensibile, incoerente e politicamente dannoso».
Repubblica 8.7.09
"Circola l´idea di sostituire nel G8 l'Italia con la Spagna"
Il j'accuse del giornale inglese "Incapaci, rischiate l'espulsione"
di Enrico Franceschini
londra - «Confermiamo tutto», replica il Guardian. Parlare di una "campagna" dei giornali del gruppo Murdoch contro Silvio Berlusconi «è una stupidaggine», replica il Sunday Times. I due più importanti quotidiani politici britannici rispondono così alle accuse del primo ministro. Domenica era stato il Sunday Times a irritare Palazzo Chigi, riportando la notizia che «vari giornali europei» potrebbero pubblicare nuove foto «imbarazzanti» delle feste di Berlusconi. Ieri è stato il turno del Guardian. Il primo, un giornale conservatore di proprietà di Rupert Murdoch, il magnate dell´editoria mondiale; il secondo, storica testata della sinistra britannica.
«Crescono le pressioni all´interno del G8 per espellere l´Italia, mentre i preparativi per il summit scendono nel caos», titola il quotidiano filo-laburista. Nell´assenza di qualsiasi iniziativa sostanziale da parte italiana per organizzare l´agenda del vertice, scrive Julian Borger, corrispondente diplomatico, «gli Stati Uniti hanno assunto il controllo», con un giro di conferenze-telefoniche dei loro "sherpa" per «iniettare all´ultimo momento qualche significato» nell´incontro dell´Aquila. «Che sia un altro paese a organizzare le telefonate degli sherpa è senza precedenti», confida al giornale un alto esponente di un paese del G8, «gli italiani sono stati semplicemente terribili. Non c´è stata organizzazione nè pianificazione». Dice, sempre al Guardian, un diplomatico europeo coinvolto nei preparativi del vertice: «Il G8 è un club e per farne parte ci sono le quote d´iscrizione. L´Italia non ha pagato le proprie». Le proteste dietro le quinte del summit sono arrivate al punto, prosegue l´articolo, da far circolare proposte di espellere l´Italia dal G8. Una possibilità che circola nelle capitali europee, secondo il giornale, è che la Spagna, che ha un reddito pro capite più alto e versa in aiuti al Terzo Mondo una percentuale più alta del pil, «prenda il posto dell´Italia».
Dopo le accuse del ministro degli Esteri Frattini («Spero che esca il Guardian dai grandi giornali del mondo») e del presidente del Consiglio, la direzione del Guardian ha diramato la seguente dichiarazione: «Confermiamo quanto scritto dal nostro corrispondente diplomatico Julian Borger e respingiamo sentitamente qualsiasi affermazione che il suo articolo sia infondato». E alla richiesta di un parere sugli attacchi di Palazzo Chigi, che aveva definito l´articolo del Sunday Times parte di una «morbosa campagna» contro Berlusconi, il direttore del Sunday Times John Withrow ha commentato: «E´ stupido parlare di una campagna. Il Sunday Times ha dedicato un´ampia copertura alle storie su Berlusconi perché crediamo che siano interessanti. Il nostro corrispondente è stato a Bari, in Sardegna, a Roma, conducendo indagini per settimane. Ha citato di tanto in tanto giornali italiani ma ha sempre verificato con le proprie fonti».
Repubblica 8.7.09
La stampa estera: "Un esame per il Cavaliere"
Dal "Wall Street Journal" al "Mundo", dubbi sulla credibilità di Berlusconi
Dall´Inghilterra alla Spagna, dagli Usa al Giappone: decine di giornali lanciano dubbi sul vertice
di Enrico Franceschini
LONDRA - Non è solo il Guardian a dipingere un vertice nel "caos", un Berlusconi incapace di "visione" politica per l´agenda del summit e un´Italia che precipita nella valutazione delle potenze mondiali al punto da far circolare pressioni per "espellere" il nostro paese dal club più esclusivo del mondo, il G8, per rimpiazzarlo con la Spagna. Dalla Gran Bretagna agli Usa, dalla Francia al Giappone, gli organi di stampa più autorevoli, diplomatici di lungo corso come l´ex-segretario generale dell´Onu Kofi Annan ed esperti di affari internazionali descrivono il premier italiano in crescente difficoltà nella vita privata come in quella pubblica, suggerendo di avere, come scrive il Financial Times, "basse aspettative" sui risultati del vertice.
«Da settimane, le notizie sul 72enne leader italiano sono state un totale imbarazzo, ma la sua reputazione è calata per ragioni che vanno al di là dei recenti titoli di giornale» afferma il quotidiano della City, ricordando che Berlusconi è sempre stato giudicato all´estero come una figura controversa e imprevedibile. Ma mentre durante il suo precedente governo, 2001-06, Bush «aveva bisogno di corteggiarlo» perché Washington era in conflitto con Chirac e Schroeder, «oggi tutto è cambiato, Francia e Germania hanno leader fortemente pro-americani, sicchè Obama non ha bisogno di essere tollerante verso Berlusconi».
Sempre sul Financial Times, un secondo articolo, firmato da Quentin Peel, il columnist più autorevole di affari internazionali, rivela che l´ex-segretario generale dell´Onu Kofi Annan ha perso la pazienza e ha scritto «una dura lettera personale» a Berlusconi, rimproverandolo per non avere mantenuto gli impegni presi al precedente G8 sugli aiuti all´Africa. In proposito, un corsivo sull´inserto G2 del Guardian ribattezza il premier italiano «mister 3 per cento», come lo ha chiamato Bob Geldof, il cantante paladino degli aiuti ai paesi poveri: nel senso che Berlusconi «mantiene solo il 3 per cento delle promesse fatte». Un altro quotidiano londinese, il Daily Telegraph, mette in prima pagina la gigantografia di una giovane donna con maglia traforata sotto cui non indossa niente: «Quale leader europeo porta il suo ministro più pieno di glamour al G8?» è il titolo. La donna è Mara Carfagna, si legge a pagina 3: «La modella in topless diventata ministro riceve il compito di intrattenere le mogli al G8» al posto di Veronica Lario.
Il Wall Street Journal racconta che Ulrike Guerot, politologo dell´influente European Council on Foreign Relations di Berlino, ha ammonito Angela Merkel a stare attenta a come viene fotografata accanto a Berlusconi durante il summit: un´immagine ridicola o offensiva, le ha detto, potrebbe costarle la rielezione. Riassume l´Herald Tribune, edizione internazionale del New York Times: «Se il vertice sarà una commedia, una tragedia o una cosa seria, dipenderà dal padrone di casa, assediato dagli scandali e dalle scosse che continuano a far tremare» l´Aquila. Il settimanale francese Marianne titola "Scandali a ripetizione, Berlusconi mette la democrazia a nudo" e sostiene che «in piena crisi economica i politologi discutono sulle relazioni tra lo Stato e le prostitute».
Lo spagnolo El Pais riporta gli ultimi attacchi della Chiesa cattolica a un «libertinaggio irresponsabile», sostenendo che il summit si presenta «delicato» per Berlusconi e che il suo «unico alleato» è il presidente russo Medvedev. Ma anche un giornale russo, Vremia Novosti, riferisce della «immagine compromessa» del premier italiano per «gli scandali che riguardano la sua vita politica e privata»; e l´articolo del Guardian secondo cui è stata l´America più che l´Italia a preparare l´agenda del summit è rimbalzato perfino a un briefing del portavoce di Obama a Mosca.
La stampa giapponese, come lo Yomiuri e l´Ashai, mette l´accento sul fatto che i terremotati «vivono ancora nelle tende». Il tedesco Tagesspiel pubblica un´intervista ad Alexander Stille, docente di giornalismo alla Columbia University, secondo cui Berlusconi è «un megalomane che crede alle proprie bugie». Il Washington Post osserva che «l´interrogativo più grande è se il premier uscirà illeso da nuove gaffes e nuovi scandali». E il quotidiano spagnolo El Mundo elenca tutti i dubbi della vigilia: «I grandi del mondo emargineranno Berlusconi? Le first lady gliela daranno buca per protesta contro il suo atteggiamento verso le donne? Verrà accusato da nuove foto sulla sua vita privata? In definitiva, sopravviverà il Cavaliere al G8?»
Corriere della Sera 8.7.09
Berlusconi e il timore che il vertice diventi una vetrina scivolosa
di Massimo Franco
L’ idea di Silvio Berlusconi è che il G8 cominci sotto buoni auspici: nonostante tutto. In conferenza stampa, il premier anticipa perfino alcuni brani del messaggio inviato ai partecipanti da Benedetto XVI; e citando le parole di stima del Papa nei suoi confronti, sembra quasi volere bilanciare le critiche arrivate l’altro giorno dai vescovi sulla deriva etica dell’Italia. Scansa la tesi che il vertice in programma da oggi all’Aquila possa essere rovinato dagli attacchi della stampa estera. «Il presidente del Consiglio», si cita in terza persona, «ha la fiducia del 64,1 per cento degli italiani». Conclusione: «Un conto è la realtà, un altro le calunnie». Ma il suo messaggio di fiducia somiglia ad un testardo esorcismo su uno sfondo scettico, dominato dal timore oscuro di rivelazioni scandalistiche e da voci velenose sul futuro internazionale dell’Italia.
Esiste una zona grigia nella quale non solo il governo, ma i suoi alleati saranno costretti a muoversi nelle prossime ore. È il grigiore nebuloso di un’incertezza innegabile. Quella dell’Aquila si presenta come una vetrina impegnativa ma anche scivolosa: soprattutto per il nostro Paese. Palazzo Chigi ha compiuto uno sforzo enorme per ospitare i cosiddetti «Grandi» nelle zone devastate dal terremoto. Rischi sismici a parte, però, Berlusconi approda al vertice provato dalle forche caudine delle sue vicende private; e, seppure in modo meno rumoroso e pubblicizzato, da un contesto internazionale nel quale spicca la sua amicizia con la Russia di Medvedev e Putin più ancora di quella con l’Amministrazione democratica di Barack Obama.
Il premier italiano tende a registrare come un successo anche suo il buon risultato dei colloqui moscoviti del presidente Usa. Eppure, la sua ambizione di ritagliarsi un ruolo di mediazione appare impossibile da realizzare. Non solo. L’approdo ad un G8 presentato come fondamentale è un po’ sminuito dal modo in cui alcuni dei partecipanti, come il cancelliere tedesco Angela Merkel, dicono di preferire un G20 allargato a Cina e India. Per la verità, lo stesso Berlusconi suggerisce un allargamento a quattordici nazioni, per adeguare la rappresentanza alla crescita di altre economie mondiali; senza tuttavia archiviare la formula attuale, precisa il premier.
Ma sono questioni che passano in secondo piano, di fronte alla sensazione di un’Italia berlusconiana che continua ad essere sovraesposta e bersagliata in modo impietoso a livello internazionale. E pensare che una volta tanto, almeno la tregua interna sembra reggere. L’appello rivolto ai partiti da Giorgio Napolitano nei giorni scorsi è riuscito a fare questo miracolo. Ma si aggirano molti fantasmi. C’è quello del 1994, quando durante un vertice mondiale a Napoli l’allora premier si vide recapitare un avviso di garanzia dalla Procura di Milano. Ci sono i ricordi drammatici del G8 del 2001, con le strade di Genova ridotte a terreno di battaglia fra no-global e polizia. E nelle ultime ore, ai veleni sulle frequentazioni femminili del Cavaliere si sono aggiunti quelli geopolitici.
Il messaggio che arriva dalla stampa britannica parla di un ridimensionamento dell’Italia; addirittura, in prospettiva, della sua esclusione dal G8 a favore della Spagna. L’ipotesi, avanzata dal Guardian, è stata definita da Berlusconi «la grande cantonata di un piccolo giornale». Ma, per quanto animate da pregiudizi, alcune testate straniere mostrano di esagerare umori ed incognite che sono già una forma di delegittimazione. È probabile che all’estero si abbia e si trasmetta un’immagine caricaturale dell’Italia; e che si diano per irreversibili rischi al contrario solo tendenziali. All’origine rimangono l’incomprensione e l’ostilità nei confronti del fenomeno Berlusconi. Eppure, bisognerebbe chiedersi se sia stato fatto il possibile per non alimentare cliché deteriori che alla fine rischiano di oscurare anche le scelte azzeccate.
Repubblica 8.7.09
Per capire quelle feste ci vuole lo psicologo
risponde corrado Augias
Gentile Augias, mi tornano in mente le parole di Veronica Lario «Ho cercato di aiutare mio marito, ho implorato coloro che gli stanno accanto di fare altrettanto, come si farebbe con una persona che non sta bene. È stato tutto inutile.» Non mi interessa condannare Silvio Berlusconi per quello che come uomo fa, ha fatto, farà, ma mi preoccupa e mi fa molto male quello che lui fa, ha fatto e farà come Presidente del Consiglio. Lui dice «non cambio perché gli italiani mi vogliono così». E' vero, al suo elettorato piace così. Ma allora non si affanni a dire che non è quel 'giocherellone' che emerge dalle foto, e dai suoi silenzi.
Anna Maria Cori Roma
Gent. dott. Augias come tutti credo, ho seguito le vicende riguardanti il nostro premier ed il suo harem. Quello che mi ha colpito, è la descrizione dei numerosi, affollati incontri con ragazze giovanissime «costrette» a visionare filmati sui successi di papi, ascoltando la splendida «Meno male che Silvio c'è» sottolineandola con la «ola». Un uomo che manifesta un tale infantile bisogno di essere ammirato mi preoccupa come cittadina, più di tutto il resto. Veramente l'uomo non sta bene, come del resto ha già affermato chi sicuramente lo conosce meglio di ogni altro. Forse anche il nostro Paese non sta molto bene.
Anna Maria Batoli annabrt44@tiscali. it
Solo pochi quotidiani e in pratica nessun telegiornale (a tacere del resto) hanno raccontato che cosa è accaduto, le numerose menzogne via via improvvisate dal presidente del Consiglio che, ogni volta, ha smentito se stesso. Nel panorama complessivo delle feste svoltesi a Roma e in Sardegna, mi ha colpito un dettaglio all'apparenza secondario rivelato dalla signora D'Addario. Secondo la 'escort' il capo del Governo ha cominciato a carezzarla in presenza delle altre ragazze e "delle guardie del corpo". Il dettaglio è inquietante sotto due profili. Esibire lo slancio erotico di fronte a numerose altre persone è un sintomo non proprio normale soprattutto in una persona anziana alle prese con una professionista. Uno psicologo saprebbe sicuramente decifrarlo. Secondo: da questo dettaglio apprendiamo che anche all'interno della sua abitazione, il capo del Governo è sotto scorta. La barriera umana che, al pari di un qualunque tirannello, lo circonda in pubblico è dunque chiamata a proteggerlo non solo quando si mescola alla folla ma anche dentro casa, nel suo salotto, circondato dalle sue ragazze. Si riaffaccia, preoccupante, la famosa decima domanda che da due mesi questo giornale rivolge invano: quali sono le condizioni di salute di quest'uomo?
l’Unità 8.7.09
Nomadi schedati, no del Tar
Il Tribunale amministrativo del Lazio boccia il provvedimento a cui si era opposto il prefetto Mosca, poi rimosso dal governo
di Achille Serra
Non stupisce che la decisione del Tar di vietare le operazioni di censimento all’interno dei campi nomadi, resa nota il primo luglio, sia stata accolta da un silenzio quasi unanime. Il torpore che, da un anno a questa parte, avvolge il Paese e il suo sistema di informazione, infatti, si manifesta sempre attraverso i medesimi sintomi: disattenzione, indifferenza e progressivo, accorciamento della memoria collettiva.
Risale appena all’estate scorsa l’infervorato dibattito sull’intenzione del governo di procedere all’identificazione e alla schedatura di tutti abitanti dei campi nomadi, minori compresi, attraverso rilievi segnaletici. Prima, all’inizio del maggio 2008, Palazzo Chigi, dichiarò lo stato d’emergenza in relazione alla presenza di tali insediamenti in Campania, Lazio e Lombardia. Poi, alla fine del mese, il presidente del Consiglio emanò l’ordinanza che delegava il prefetto di Roma a realizzare gli interventi necessari nel territorio di competenza. Applausi dalla maggioranza, Lega in primis, allarme nell’opposizione e oltre.
A denunciare la connotazione razzista della norma un’ampia rosa di voci autorevoli: la Chiesa, l’associazionismo, il Parlamento europeo, il prefetto di Roma. Quest’ultimo, nella persona di Carlo Mosca, annunciò che non avrebbe messo in atto una legge anticostituzionale e lesiva dei diritti dell’uomo. Secondo copione, tuttavia, il Governo andò avanti e si impose con la forza dei numeri. A Carlo Mosca successe un altro prefetto e Roma, come Milano, dallo scorso febbraio ha il proprio regolamento «per la gestione dei villaggi attrezzati per le comunità nomadi».
L’«emergenza zingari» sembrava così avviata a una felice conclusione, quando Davide lanciò la propria sfida a Golia. E, almeno in parte, vinse. La settimana scorsa il Tar del Lazio, infatti, ha accolto alcuni punti del ricorso contro l’«ordinanza del censimento» presentato dall’associazione European Roma Rights Centre Foundation, insieme a due abitanti di un campo alle porte della capitale, Herkules Sulejmanovic e Azra Ramovic, genitori di tredici figli. La sentenza, nelle parti di accoglimento del ricorso, rappresenta una profonda lezione di civiltà e di buonsenso, oltre a dare finalmente ragione a quanti da mesi denunciano l’immoralità di certi provvedimenti e la loro inconciliabilità con le direttive europee e internazionali. Il Tribunale amministrativo del Lazio ricorda anzitutto che nel nostro ordinamento, i rilievi segnaletici sono riservati a «persone pericolose o sospette» o a quanti «non sono in grado o si rifiutano di provare la loro identità» e costituiscono strumenti «invasivi della libertà personale» cui non si può ricorrere «nei confronti dei minori di età ed in assenza di una norma di legge che autorizzi il trattamento dei dati sensibili da parte di soggetti pubblici». Ossia, quanto per settimane ha ripetuto l’allora prefetto Carlo Mosca.
La sentenza poi interviene sulle disposizioni che disciplinano «il controllo degli accessi» ai campi da parte di un presidio di vigilanza. Sia il regolamento di Roma che quello di Milano prevedono, infatti, che le forze dell’ordine controllino tutti gli ingressi nei villaggi, sia degli abitanti che devono essere muniti di tesserino di riconoscimento, sia dei loro ospiti, da registrare in appositi registri. Norme che avrebbero trasformato i campi in una sorta di prigioni a cielo aperto. Negli anni passati esponenti dell’attuale opposizione, a cominciare dal sottoscritto, avevano auspicato più controlli sui campi nomadi, controlli che dovevano iscriversi in un quadro di riforme tese ad agevolare l’integrazione di tali comunità nella nostra società. Le «dogane» che la maggioranza tenta oggi di istituire si spingono ben oltre. Sottoporre i nomadi a un regime di ispezione continua e indiscriminata, infatti, è cosa ben diversa dal combattere la criminalità, che indubbiamente si annida in alcuni dei loro campi, con strategie lecite e democratiche. E il Tar non ha potuto ignorare questa differenza, la stessa che corre tra una politica seria sulla sicurezza e la campagna di paura e allarmismo alimentata ad arte dall’attuale governo. Le disposizioni sui campi nomadi, come la legge sulla sicurezza appena varata, rispondono perfettamente al diktat della tolleranza zero: annunci altisonanti senza alcun effetto concreto sui problemi del Paese. Dopo tanto chiasso, siamo al punto di partenza: la vita dentro i campi nomadi continuerà come prima e lo stato d’emergenza decretato dal Consiglio dei ministri un anno fa diventerà cronico. Una verità mascherata dal torpore che ci avvolge.
l’Unità 8.7.09
Laicità /1
La «mozione» Franceschini
«Il partito ha imparato a far sintesi anche su questo»
Intervista a Giorgio Tonini di Andrea Carugati
La laicità è un patrimonio di tutto il Pd, uno dei punti chiave del nostro manifesto dei valori, sarebbe sbagliato farne una bandiera di una parte», spiega Giorgio Tonini, senatore, tra i principali consiglieri di Veltroni e ora con Franceschini.
La vostra mozione come si connoterà su questo tema?
«L’idea di una distinzione chiara e netta tra ciò che è della politica e ciò che è della religione».
Sempre più spesso però questa distinzione, in Italia, viene meno. Cosa deve fare il Pd?
«Essere un partito forte e plurale che può parlare con tutti, comprese le Chiese, e poi decidere in autonomia. L’idea stessa del Pd è un passo avanti: un partito che contiene posizioni diverse che si abituano a confrontarsi e a produrre sintesi impegnative per tutti. Un esempio: sulla fecondazione assistita Ds e Dl votarono divisi, sul testamento biologico il gruppo Pd in Senato è stato compatto, con solo 4 voti in dissenso».
Pensa che la vostra mozione appaia come quella meno laica?
«Se per laica si intende polemica verso il mondo cattolico allora è vero. Ma Franceschini ha avuto parole chiarissime sulla laicità, gli “esami” li ha già superati tutti con profitto».
Su coppie di fatto e matrimoni gay che proposte farete?
«La mia posizione è quella di Obama: il matrimonio come unione di due persone di sesso diverso è un valore fondante, ma vanno tutelate anche le convivenze, in particolare per quanto riguarda i diritti di assistenza in caso di malattia».
E i matrimoni gay?
«Neppure i Ds li hanno mai proposti, tantomeno le adozioni. Bisogna tornare all’impianto dei Dico».
Oltre non si può andare?
«Lo dice la Costituzione, non solo la Chiesa. Matrimonio e convivenza sono due cose diverse».
Il sostegno a Franceschini dei teodem vi farà perdere voti “laici”?
«Immagino un Pd con il gusto di incontrarsi tra persone diverse. I teodem sono una ricchezza, non mi piace quanto sento dire che bisogna mandare via qualcuno».
Come valuta Marino candidato?
«Lui ha un giudizio negativo della nostra battaglia sul testamento biologico in Senato...».
Teme che possa radicalizzare lo scontro?
«Non credo, lo stimo, è una persona che crede nel Pd e sa che costruendo tifoserie sui temi etici faremmo male al Pd senza trovare soluzioni all’altezza dei problemi».
l’Unità 8.7.09
Laicità /2
La «mozione» Bersani
«Per noi è valore fondante. Il congresso dica cose nette»
Intervista a Barbara Pollastrini di Laura Matteucci
È il principio che deve ispirare la cultura, le scelte, l’intera visione politica di un partito che si chiama democratico. Democrazia e laicità non possono esistere l’una senza l’altra. E il congresso di ottobre è un’occasione straordinaria per riaffermarlo». Il valore della laicità, che ritiene «decisivo», ha ispirato tanta parte della pratica politica della deputata Pd Barbara Pollastrini. «Battaglie che sapevamo difficili», dice, «come quella sulla fecondazione assistita, o per i Dico, ma che volevamo fare: nessuna “ragion di stato” è sufficiente per venir meno».
Ritrova queste sue stesse convinzioni in Bersani?
«Nessuno ha l’esclusiva della laicità. Ma certo Bersani, nelle sue parole all’Ambra Jovinelli, l’ha collocata come una bussola per interpretare il mondo. Non è importante quante volte la nomini, è importante che la ritenga essenziale, declinata in tutti i temi della pratica politica».
Quali temi?
«Innanzitutto è il faro in un mondo attraversato dai fondamentalismi. Poi, attiene ai diritti e doveri delle persone. Una visione laica implica il riconoscimento delle persone nella loro libertà e responsabilità, ed è la leva di un nuovo civismo. È la base dell’idea di progresso da rendere maggioritario e popolare nel paese. Pensiamo ad un tema quale la migrazione: solo uno sguardo laico tiene insieme i due aspetti, solidaristico e legalitario, come ritengo indispensabile fare. Pensiamo al corpo delle donne: la stessa idea di rispetto nasce da una visione laica, tanto più negli scontri che attraversano il mondo. Obama, Lula, Zapatero, si ispirano alla laicità per praticare nuove teorie sociali di uguaglianza che da noi, invece, faticano a prendere terreno. C’è il tema dell’avanzare della scienza, importantissimo anch’esso. Ecco perchè con altri ho ridepositato la proposta di legge sul testamento biologico, simile a quella dei senatori Marino e Veronesi».
Per il Pd punto cruciale e assai sensibile: la richiesta è forte, l’offerta vacilla.
«Finora non ha avuto l’impatto che avrebbe dovuto avere. È mancata la consapevolezza delle sue attualità e modernità. Il congresso è l’occasione perchè si affermi come valore fondante, irrinunciabile per costruire un partito con lo sguardo al futuro».
La domanda di molti è: in un Pd laico, che ci fanno i teocon, Binetti in testa?
«Sta a lei rispondere, lo dico con rispetto. Io credo di essere dalla parte della maggioranza dei nostri sostenitori».
l’Unità 8.7.09
Laicità /3
La «mozione» Marino
«Finora è stata la battaglia solo di una minoranza»
Intervista a Stefano Rodotà di Mariagrazia Gerina
Il Pd sulla laicità deve chiarirsi le idee, fin qui è stata la battaglia di una minoranza, che Marino ha condotto anche quando è stato messo da parte dal suo stesso partito», spiega il costituzionalista Stefano Rodotà, convinto che la candidatura di Marino possa far bene: «È nuova in senso serio, viene da una esperienza politica importante, è tutta di contenuti e non di schieramento». La sua però è una «valutazione esterna», spiega: «Interverrò, seguirò, ma non prenderò la tessera del Pd».
Non la convince la posizione degli altri candidati sui temi della laicità?
«La critica che ho rivolto è molto netta: su queste cose su cui è necessaria chiarezza le persone che come Marino hanno preso posizione sono molto poche. Adesso vedo che c’è un ritorno del tema laicità. E penso che questa sia una cosa buona, ma è il risultato di una battaglia che è stata patrimonio di una minoranza nel Pd come nel paese. Se la laicità è entrata nell’agenda del Pd non è per i vecchi dirigenti che adesso ne prendono atto ma per i pochissimi che hanno portato avanti quelle istanze in parlamento. E Marino lo ha fatto anche quando è stato messo da parte dal suo stesso partito, che nel fuoco della battaglia lo ha sostituito in commissione».
Dorina Bianchi, che ha preso il suo posto, nega un problema laicità.
«Hanno paura anche delle parole. Ma in un sistema democratico ci sono valori non negoziabili che vanno difesi, come il diritto all’autodeterminazione della persona. E lasciamo perdere i giochi di parole. Anche la libertà di coscienza non è dei parlamentari ma dei cittadini. Un partito deve dire se queste sono materie che vanno affidate alla legge dello Stato o se la legge deve tutelare la libertà di scelta secondo coscienza delle persone, che deve essere aiutata. Questa è la prima decisione da prendere. Marino, per esempio aveva proposto investimenti sulle terapie del dolore e sugli hospice. Cose concrete che una consentono alle persone di decidere».
C’è chi dice che un candidato «monotematico» non è adatto a guidare un partito.
«Ma la laicità è un modo di leggere la Costituzione ed è una delle componenti della logica costituzionale. Significa: rispetto delle regole democratiche, dialogo, tolleranza nei confronti degli altri fuori da ogni fondamentalismo, rispetto dei diritti fondamentali che si tratti delle materie che riguardano la vita, la sicurezza, l’immigrazione».
Repubblica 8.7.09
Cina, infuria la rivolta degli uiguri il presidente Hu Jintao torna a Pechino
Disertato il G8. Si aggrava la crisi, nella notte via da Pisa
di Federico Rampini
A Urumqi decretato il coprifuoco dalle nove di sera alle otto del mattino
Nelle retate di massa del governo sarebbero scomparse più di 1.500 persone
La regione dello Xinjiang è in fiamme. E il presidente cinese Hu Jintao decide all´improvviso di tornare a Pechino, abbandonando i lavori del G8 proprio alla vigilia dell´apertura. Hu Jintao è decollato nella notte dall´aeroporto di Pisa lasciando in Italia solo una delegazione di diplomatici. «Gli affari interni e la situazione nello Xinjiang hanno fatto partire in anticipo il presidente» ha spiegato il primo consigliere politico dell´ambasciata cinese in Italia, Tang Heng.
Dopo la strage compiuta dalle forze dell´ordine, con i 156 morti di domenica, ieri nella provincia dello Xinjiang è scattata la "caccia al musulmano". Per vendicarsi contro gli attacchi degli uiguri - la popolazione locale di religione islamica - centinaia di cinesi etnici (gli han) sono scesi in piazza armati di bastoni e machete. A Urumqi, il "ghetto islamico" dove il ceppo originario della popolazione turcomanna ora in stato di assedio, i protagonisti della spedizione punitiva sono stati a stento trattenuti dalla polizia. La rabbiosa manifestazione ha dato un assaggio di quel che potrebbe accadere se lo Xinjiang si trasformasse in un campo di battaglia tra le due etnie. I cinesi marciavano cantando l´inno nazionale, un´esibizione di orgoglio raramente così visibile nelle provincie periferiche, dove la supremazia cinese è già ben rappresentata dall´autorità politica. Per riprendere il controllo di Urumqi il governo locale ha decretato il coprifuoco, ogni giorno dalle 9 di sera alle 8 del mattino. In precedenza duecento donne uigure erano scese in strada per chiedere notizie dei congiunti, arrestati dopo i moti di domenica. Nelle retate sarebbero scomparse più di 1.500 persone.
È un salto di pericolosità la manifestazione di ieri, quelle centinaia di cinesi decisi a farsi giustizia. Una mobilitazione che può degenerare in la guerra civile. A Urumqi i rapporti numerici sono già in favore degli han. Grazie alla massiccia immigrazione degli ultimi anni ormai l´etnìa turcomanna è solo il 30% nella capitale provinciale (2,5 milioni di abitanti). È proprio questa una causa dell´esasperazione degli uiguri. Attraverso l´immigrazione la Repubblica Popolare li diluisce fino a emarginarli. Una "provincia autonoma" che per Pechino ha valore strategico. Lo Xinjiang è grande 5 volte l´Italia. Nel sottosuolo è custodito un quarto del gas e petrolio cinese, il 40% di tutto il carbone.
Colpisce la differenza con quanto accaduto in Tibet nel marzo del 2008. Dopo quella rivolta anti-cinese gli han di Lhasa non scesero in piazza, a riprendere il controllo della città furono i corpi paramilitari. La reazione degli han a Urumqi ha diverse spiegazioni: il carattere ancorapiù radicale della contrapposizione con i musulmani, che non hanno un leader pacifista come il Dalai Lama; la superiorità numerica ancora più schiacciante degli han a Urumqi. Anche il governo di Pechino ha svolto un ruolo, conl´uso delle immagini della rivolta da parte dei mass media. L´anno scorso sui moti di Lhasa all´inizio ci fu imbarazzo, solo lentamente filtrarono notizie sulle morti di alcuni cinesi. A Urumqi invece la tv di Stato ha diffuso subito immagini terribili,di cinesi coperti di sangue, alimentando la sete di vendetta.
In tutto lo Xinjiang cinesi e musulmani vivono in mondi a tenuta stagna. L´apartheid è visibile nella geografia dei quartieri: i centri sono islamici, le periferie moderne sono cinesi. Le comunità convivono fra diffidenze reciproche, razzismi, diseguaglianze socio-economiche stridenti. Il governo di Pechino nega perfino che il separatismo abbia un fondamento storico. Secondo la storia raccontata dai cinesi, l´imperatore Wudi spinse il suo dominio sulla regione già nel secondo secolo prima di Cristo, per le spedizioni lungo la Via della Seta verso i regni di Samarcanda e Bucchara, l´India e la Persia. In realtà lo Xinjiang - che gli uiguri continuano a chiamare Turkestan orientale - ha alternato secoli di indipendenza sotto khanati buddisti o islamici, periodi di sottomissione ai mongoli o al Tibet, all´impero ottomano o alla Cina. L´ultima indipendenza, goduta a sprazzi negli anni Trenta e Quaranta, fu conquistata da un movimento pan-turco. Dopo l´annessione alla Cina le turbolenze sono state costanti. Nel 1986 lo Xinjiang fu il teatro della prima e unica protesta anti-nucleare della Cina, una manifestazione contro i test delle bombe atomiche nel deserto di Lop Nor. L´anno scorso diversi attentati sono avvenuti poco prima delle Olimpiadi. Rebiya Kadeer, nota imprenditrice locale, vive da esule politica negli Stati Uniti ed è la portavoce più celebre della causa degli uiguri. La metà dei detenuti nei campi di lavoro dello Xinjiang, denuncia la Kadeer, sono stati condannati per le loro pratiche religiose.
Il governo sperimenta da anni nello Xinjiang la stessa "cura" del Tibet: diluire l´identità locale portando modernizzazione, ricchezze e tecnologie. Lo sviluppo è ben visibile nella parte moderna di Urumqi, i suoi frutti però arrivano solo in parte ai musulmani. «Per gli uiguri mancano le abitazioni - dice la Kadeer - mentre continuano a entrare immigranti dal resto della Cina». I lavori più qualificati finiscono ai giovani tecnici affluiti dal resto della Cina. È stata costruita una nuova linea ferroviaria per favorire l´immigrazione. Per gli han che accettano di trasferirsi, la vasta regione semidesertica ai confini dell´Asia centrale fino a ieri è stata la Nuova Frontiera del boom.
Repubblica 8.7.09
"Il mercato da solo non basta giustizia sociale e lavoro per tutti"
L’enciclica di Benedetto XVI: l´economia ha bisogno di etica
di Orazio La Rocca
CITTÀ DEL VATICANO - «La crisi finanziaria obbliga a riprogettare il cammino sociale dell´uomo». «Cresce la ricchezza mondiale, ma aumentano le disparità sociali e nascono nuove povertà, nuove esclusioni, nuove ingiustizie, nuovi sfruttamenti, come dimostrano le migliaia di immigrati in fuga verso l´Occidente; da qui l´esigenza impellente di assicurare lavoro e benessere per tutti, specialmente per chi viene posto fuori dai sistemi produttivi». «Senza forme di solidarietà, il mercato non è utile all´uomo e rischia di diventare luogo di sopraffazione del più forte sul debole». Ma, soprattutto, «non si può affrontare la questione sociale senza riferirsi alla questione etica e morale».
Richiami, denunzie, sollecitazioni, speranze, moniti. Ecco il pensiero sociale di un papa teologo, Benedetto XVI, secondo la Caritas in veritate, l´attesa terza enciclica del suo pontificato, la prima sui problemi sociali e del lavoro, presentata ieri in Vaticano. Un testo colmo di preoccupazione per una crisi finanziaria mondiale che - avverte il Papa - sta mettendo a dura prova milioni di persone con «perdite di posti di lavoro, disoccupazione, precarietà». Una lettera che si rivolge a tutti, «istituzioni e gente comune, credenti e non credenti, uomini di buona volontà», ma - principalmente - ai cristiani chiamati in causa fin dall´incipit dell´Introduzione in cui Benedetto XVI ricorda che «la carità nella verità, di cui Gesù Cristo s´è fatto testimone... è la principale forza propulsiva per il vero sviluppo di ogni persona e dell´umanità intera».
La nuova enciclica di Ratzinger - che vede la luce dopo la Deus caritas est del 2005 e la Spe salvi 2007 - si rifà alle grandi encicliche sociali di altri Papi del secolo scorso, la Centesimus annus di Giovanni Paolo II, la Populorum progressio di Paolo VI, e la Rerum novarum di Leone XIII, la prima enciclica sociale della Chiesa cattolica. Il Papa - dopo un lungo e tormentato lavorìo di ricerca, di approfondimenti e di aggiustamenti alla luce delle difficoltà economiche internazionali degli ultimi tempi - «ha significativamente resa nota la sua nuova enciclica alla vigilia del G8, al quale Benedetto XVI ha già illustrato il contenuto dell´enciclica con la lettera inviata agli 8 "grandi" che si riuniranno da domani all´Aquila», spiega il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio di Giustizia e pace, intervenuto alla conferenza stampa col cardinale Paul Josef Cordes, presidente di Cor Unum, il dicastero della carità del Papa, insieme al vescovo Gianpalo Crepaldi, segretario di Giustizia e Pace, e all´economista Stefano Zamagni.
La Caritas in veritate - porta la data del 29 giugno scorso, festività dei santi Pietro e Paolo - è un testo di 144 pagine suddivise in sei capitoli, ciascuno dei quali dedicato ad un tema specifico. Nel primo capitolo, Ratzinger illustra come «la sua nuova enciclica - spiega Martino - sia in continuità con la Populorum progressio pubblicata 40 anni fa da Paolo VI, che sollevò il problema dello sviluppo dei popoli, specialmente dei più poveri. Ratzinger allarga il concetto montiniano puntando allo sviluppo umano integrale della singola persona, parlandoci delle sue esigenze, denunciando gli attuali sistemi socio-produttivi e chiedendo nuovi modelli operativi, a partire da una ormai necessaria riforma dell´Onu».
Negli altri capitoli, si parla di «Sviluppo umano nel nostro tempo»; di «Fraternità, sviluppo economico e società civile»; di «Sviluppo dei popoli, diritti e doveri, ambiente»; di «Collaborazione della famiglia umana» e di «Sviluppo dei popoli e la tecnica». Tra le novità, monsignor Crepaldi nota «i diritti alla vita e alla libertà religiosa per la prima volta indicati in una enciclica sociale; come pure procreazione e sessualità, aborto ed eutanasia, manipolazioni genetiche e selezione eugenetica valutati come problemi sociali di primaria importanza. Ma anche l´ambiente che il Papa invita a liberare da alcune ipoteche ideologiche che considerano la natura solo materialisticamente prodotta dal caso o dalla necessità».
Tra i primi a commentare positivamente la nuova enciclica Guglielmo Epifani, segretario Cgil («Documento positivo che mette al centro il lavoro«) e Luigi Angeletti, leader Uil («E´ una sferzata per tutti che tra l´altro esorta a non abbassare il livello della tutela dei lavoratori»). Per Raffaele Bonanni, segretario Cisl, è «una enciclica punto di riferimento e di speranza per tutto il mondo del lavoro», in sintonia col ministro dell´Economia Giulio Tremonti («Un documento molto importante»), e col leader dell´Udc Pier Ferdinando Casini che «invita il Parlamento ad analizzare subito l´enciclica, un testo straordinario che va approfondito con serietà».
il Riformista 8.7.09
Caritas in veritate
Consiglio a sinistra, leggetevi il Papa
di Ritanna Armeni
Un consiglio a sinistra: leggere e sottolineare l'enciclica di Benedetto XVI "Caritas in veritate". Poi fermarsi a riflettere su se stessi, su quello che i partiti di sinistra, di centrosinistra, laici e cattolici hanno detto e fatto negli ultimi anni sul lavoro e sui lavoratori. E, quindi, trarne le conclusioni.
Io l'ho fatto. La conclusione che ne ho tratto è molto semplice.
Caritas in veritate contiene molte idee e valori storicamente definiti di sinistra. E sui quali la sinistra farebbe bene a tornare. E molte, molte idee che negli ultimi anni ha messo in soffitta, se non addirittura rinnegato.
Lo so bene. Le encicliche sociali sono sempre state attente ai mutamenti del mondo del lavoro e hanno espresso l'anima profondamente solidale di una istituzione antica e complessa come la Chiesa. Alla fine dell'800 ha fatto scandalo quella "Rerum novarum" che chiedeva un salario giusto che permettesse il sostentamento dignitoso del lavoratore e della sua famiglia. Già nella "Quadragesimo anno" di Pio XI si descriveva un'economia «orribilmente dura, inesorabile, crudele». E in "Mater et Magistra" Giovanni XXIII definisce senza mezzi termini «ingiusto» un sistema economico che comprometta o sia di impedimento alla dignità umana. Anche nel caso - aggiungeva - che «la ricchezza in esso prodotta attinga quote elevate e venga distribuita secondo criteri di giustizia e di equità».
Ma proprio qui è il punto. Ancora una volta la dottrina sociale della Chiesa attraverso Benedetto XVI sceglie la radicalità della sua verità e non si fa incantare dalle sirene del pensiero dominante. Dalle sirene della globalizzazione, in questo caso, che con i loro canti hanno affascinato e incantato anche la sinistra. Nessuna confusione offusca il messaggio sociale della Chiesa che rimane fermo "in veritate", vede la situazione per quello che è e chiede che in essa sia immessa, cresca e si sviluppi la caritas, cioè l'amore, la solidarietà, il rispetto per l'uomo e per la donna.
E allora è vero - è, appunto, in veritate - che nel mondo globalizzato «la mobilità lavorativa, associata a una deregolamentazione generalizzata, è stata un fenomeno importante, non privo di aspetti positivi» ma la caritas, cioè l'attenzione agli uomini e alle donne fa vedere quanto «l'incertezza circa la condizioni di lavoro, in conseguenza dei processi di mobilità e di deregolamentazione» abbia portato a «forme di instabilità psicologica, di difficoltà a costruire propri percorsi coerenti nell'esistenza, compreso quello verso il matrimonio. Conseguenza di ciò - dice l'enciclica - è il formarsi di situazioni di degrado umano, oltre che di spreco sociale».
Leggere, sottolineare e riflettere. Altro che precarietà buona e precarietà cattiva, altro che gli innumerevoli dibattiti sulla necessità che il mercato sia libero da lacci e laccioli e che i lavoratori rinuncino al mondo del lavoro fisso e siano felici nella nuove flessibilità . La caritas fa vedere il degrado, l'infelicità, lo spreco di energie, la mancanza di senso del lavoro nella globalizzazione. Sbaglio o a sinistra di questo si è parlato poco o niente? Sbaglio o ci si arresi alle regole del mercato ritenute inviolabili e necessarie anche quando toccavano pesantemente la vita delle persone? Sbaglio o ci si è limitati a proporre o a sostenere leggi che ordinavano l'esistente senza mai proporsi un cambiamento del degrado?
Per molti anni si è rinunciato alla caritas, non si è guardata alla verità con gli occhi dell'amore e della solidarietà. E questo ha impedito, ahimé, anche di guardare davvero la realtà. Quella dell'impresa, ad esempio, che oggi appare dominata «da una classe cosmopolita di manager che spesso rispondono solo alle indicazioni degli azionisti di riferimento costituiti in genere da fondi anonimi che stabiliscono di fatto i loro compensi…». O al ruolo della Stato di cui «ragioni di saggezza e di prudenza - dice l'enciclica - suggeriscono di non proclamare troppo affrettatamente la fine» - anzi, si aggiunge - «in relazione alla soluzione della crisi attuale, il suo ruolo sembra destinato a crescere…».
Leggere e sottolineare. L'invito è anche per i sindacati. La luce della caritas, renderebbe chiaro che non minore, ma maggiore deve essere il ruolo delle organizzazioni sindacali che oggi appaiono chiuse nella difesa dei propri iscritti e invece dovrebbero volgere «lo sguardo anche verso i non iscritti, e, in particolare, verso i lavoratori dei Paesi in via di sviluppo, dove i diritti sociali vengono spesso violati».
E sottolineare anche la parte sull'immigrazione. Per chiedersi a sinistra quanto si sia effettivamente combattuta la battaglia perché gli immigrati «non siano considerati una merce o una mera forza lavoro» e «non siano trattati come qualsiasi altro fattore di produzione». Quando la battaglia contro il decreto sicurezza si fa, come ha fatto gran parte della sinistra, non in nome della solidarietà, dell'amore e dell'accoglienza, ma in nome dell'efficacia di norme sulla sicurezza proposte dal governo è inevitabile la rinuncia alla caritas.
E soprattutto a sinistra si rifletta su quella parte dell'enciclica che propone «l'esperienza stupefacente del dono» perché il dono è il superamento se non il contrario del merito, parola tanto incantatrice quanto illusoria che usata per giustificare l'assenza in tante sue proposte della caritas.
Il dono è l'eccedenza, il gratuito, il di più, quello che non è contemplato nelle regole del mercato, che supera anche la giustizia. Il dono non è uno smottamento sentimentale, ma una scelta razionale. Questo dice Benedetto XVI. E senza citarla rimanda alla bellissima parabola della vigna. Il padrone della vigna dà un denaro come pattuito a chi aveva lavorato tutta la giornata, ma anche a chi aveva lavorato solo poche ore. I primi - racconta Matteo - nel ritirarlo, mormoravano contro il padrone dicendo: questi ultimi hanno lavorato un'ora soltanto e li hai trattati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata e il caldo. Ma il padrone, rispondendo a uno di loro, disse: «Amico, io non ti faccio torto. Non hai forse convenuto con me per un denaro? Prendi il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest'ultimo quanto a te. Non posso fare delle mie cose quello che voglio? Oppure tu sei invidioso perché io sono buono? Così gli ultimi saranno primi, e i primi ultimi».
Ancora: leggere, sottolineare e riflettere.
Repubblica 8.7.09
Medicine per l’anima
Se le persone contano più dei farmaci
di Jean Starobinski
Ho visto quanto miglioravano le vite dei malati: perciò non ho mai capito l´antimedicina
Il concetto di "prossimo" e il rispetto per gli altri non sono prodotti della scienza
Lo scrittore svizzero racconta la sua esperienza di medico e di psichiatra. E come il "fattore umano" sia decisivo per alleviare le sofferenze
Il mio rapporto con la scienza è avvenuto in ambito medico, più specificatamente nell´ambito clinico. Ho fatto esperienza di pratica ospedaliera, ma non nei laboratori della ricerca di base dove le conoscenze biologiche si costruiscono con il supporto delle scienze cosiddette "esatte". Per cinque anni sono stato assistente in un reparto ospedaliero di medicina interna. Ho così avuto la possibilità di constatare, ancora alla fine degli anni Quaranta, come si morisse di poliomielite o di tubercolosi in un Paese benestante. Ho avuto la fortuna di poter somministrare i nuovi preparati che il progresso scientifico andava mettendo a nostra disposizione: antibiotici, corticosteroidi, antipertensivi, anticoagulanti, vaccini. Ho dunque toccato con mano come potessero cambiare i destini dei malati, come si arricchisse l´assortimento delle risorse terapeutiche disponibili, e come si allungasse l´aspettativa di vita. I cambiamenti ai quali ho potuto assistere nella mia vita mi hanno reso poco recettivo nei confronti delle svariate forme di contestazione nei confronti della scienza medica che si sono susseguite da allora.
Più avanti, nel 1957, quando sono entrato a far parte dello staff medico dell´Ospedale psichiatrico di Cery nei pressi di Losanna, ho assistito ad altri progressi ancora: la calma, nelle sale e nei corridoi, regnava da poco. Era tuttavia inquietante. La clorpromazina (disponibile nel preparato Largactil) si era rivelata un neurolettico efficace contro l´irrequietezza degli schizofrenici, solo che molti di questi malati, un po´ recalcitranti, cominciavano a evidenziare i sintomi di un Parkinson indotto dal farmaco, a riprova, impressionante, dell´importanza degli "effetti collaterali" in farmacologia!
In quegli stessi anni 1957-1958, raccolsi con i miei colleghi alcune osservazioni cliniche sulla recentissima terapia farmacologica della depressione: l´imipramina (Tofranil di Geigy) era appena stata immessa sul mercato e la sua efficacia era apprezzabile: i grandi depressi uscivano quasi miracolosamente dalla loro prostrazione. Tuttavia, questo farmaco ci obbligava a tenere rigorosamente sotto controllo i suoi effetti collaterali, perché con il ritorno della mobilità e dell´istinto a muoversi si assisteva a un risveglio degli impulsi suicidi. Insomma, per alleviare la sofferenza della depressione si sarebbero resi necessari ulteriori progressi.
Nel caso specifico io contribuii prendendo parte a uno studio storico: nel 1958 avevo già pubblicato diversi testi di critica letteraria, ma la prassi accademica mi imponeva di pubblicare ancora un´ultima ricerca per ottenere il titolo di dottore in medicina. Lo feci, a partire dalla mia recente esperienza in ambito medico e dalla mia prima formazione in lettere classiche, redigendo una Storia della terapia della depressione, che fu pubblicata, fuori commercio, nella serie degli Acta Psychosomatica dei laboratori Geigy. Il mio studio riporta il sottotitolo Dalle origini al 1900. La restrizione della finestra temporanea può apparire enigmatica: perché mai fermarsi infatti alla data arbitraria del 1900? Perché lo studio dedicato alla storia recente della terapia della depressione era toccato a Roland Khun, che era stato lo scopritore dell´efficacia antidepressiva dell´imipramina. Nelle sue vesti di responsabile medico dell´ospedale psichiatrico di Münsterlingen (nel cantone di Turgovia), egli aveva accettato di sperimentare questa nuova sostanza che il laboratorio di produzione sperava potesse rivelarsi efficace in un ambito completamente diverso da quello della psicosi depressiva. L´attenzione, il metodo, l´intuizione clinica di Roland Khun lo portarono a scoprire la proprietà basilare di quel farmaco, che l´avrebbe fatto diventare – al pari di preparati analoghi – indispensabile nella pratica psichiatrica.
Per diverse ragioni, però, Roland Khun dovette rinunciare a scrivere la monografia. Nel frattempo, avevamo iniziato a comunicare per corrispondenza, diventando interlocutori e infine amici a distanza. Ciò che ho maggiormente amato in lui – e che mi pareva avere somma importanza nella pratica psichiatrica – era il modo col quale sapeva mettere in atto un approccio medico e psicoterapeutico completo, che interessava due aspetti intellettuali di ordini diversi ma complementari: da una parte la spiegazione scientifica, dall´altra una simpatia illuminata, ovvero una comprensione partecipe e riconosciuta derivata dalla riflessione.
Ho l´impressione di essermi trovato, all´epoca, a un crocevia molto trafficato, in corrispondenza del quale confluivano e si intersecavano molti itinerari di ricerca del secolo scorso. Roland Khun aveva scritto un interessante studio sul test di Rorschach e la percezione delle maschere da parte di alcuni soggetti sottomessi a quel test. Scrissi un resoconto su quello studio per la rivista Critique, diretta da Georges Bataille, perché la questione della maschera mi aveva interessato sul piano dell´espressione letteraria. Nello specifico, la mia attenzione era attirata dalle opere letterarie il cui intento dichiarato o il cui tema era la denuncia della menzogna e dell´inautenticità. Il mio primo progetto di saggio letterario, presentato al mio maestro e amico Marcel Raymond, si intitolò I nemici della maschera. Avevo in mente di parlare, in uno stesso volume, di Montaigne, La Rochefoucauld, Rousseau, Stendhal, Kierkegaard, Valéry. Più avanti vi aggiunsi Freud, non tanto come"maître à penser", quanto come oggetto di studio. Nel caso di alcuni di loro, era doveroso ammettere che quegli amanti della verità non avevano esitato a ricorrere a pseudonimi, e che altri ancora si erano immedesimati in diversi personaggi della Storia o della finzione letteraria…Le mie opere si sono ampliate progressivamente e al contempo allontanate. Mio vivo desiderio era quello di analizzare, in modo quanto più aderente possibile al testo, il gesto dello "smascheramento", la sua messinscena, e soprattutto le illusioni che avevano potuto accompagnarlo. Caddi perfino in trappola, facendo di me stesso uno smascheratore di smascheratori. […]
La ricerca scientifica ha dotato gli uomini di poteri immensi, ma ciò di cui la scienza in ogni caso non ci avverte è che uso convenga fare di tale potere, o da quale uso astenersi. La scienza non è in grado di dirci le motivazioni e gli imperativi morali che dobbiamo rispettare sia nella fase di acquisizione sia in quella di applicazione del sapere scientifico. Forse un giorno ci sarà uno scienziato che sulla base delle sue sole convinzioni personali ce lo comunicherà, ma in tal caso non sarà il sapere scientifico in toto a mettercene al corrente. Il concetto di "prossimo", per esempio, e l´imperativo di rispetto del prossimo non sono un prodotto della scienza, in quanto essa ci riporta unicamente dati di fatto, quantificati e verificati. Di conseguenza, l´imperativo del rispetto del prossimo assume tanta più importanza in quanto non è garantito da alcuna prova "oggettiva". Per ciò che concerne l´acquisizione del sapere e la sua applicazione, non deve essere lecito dichiarare «Faciamus experimentum in anima vili» (Facciamo l´esperimento su un´anima – o un corpo – miserabile). Queste parole, presenti in un racconto del XVII secolo, sono proferite da un medico privo di scrupoli in un ospedale dove si curavano i poveri. L´umanista Muret, dopo averle ascoltate, esclamò: «Come se fosse stata miserabile l´anima per la quale Cristo non si è sdegnato di morire!». Queste parole non erano dettate dal sapere scientifico, perché la scienza stessa non ha argomenti per vietare l´abuso del suo potere. Conosco l´esclamazione di Muret perché Diderot, non credente, le cita a due riprese nei suoi scritti. Non resta che auspicare che siano quelle a costituire il punto di convergenza tra coloro che credono che Cristo è morto per tutti gli uomini e coloro che stimano che la Terra è in ogni caso il nostro solo e unico paradiso.
Corriere della Sera 8.7.09
Nuove regole Da ieri le cellule sono disponibili per gli scienziati. La Chiesa: così si distruggono vite umane
Staminali embrionali, ricerca più facile negli Stati Uniti
di Alessandra Farkas
I fondi La Casa Bianca ha tolto i limiti del finanziamento pubblico e ha vietato la produzione di nuovi embrioni per gli studi NEW YORK — Barack Obama ha mantenuto la promessa. A partire da ieri sono entrate in vigore negli Stati Uniti le nuove regole sull’utilizzo delle cellule embrionali staminali, annunciate dal presidente degli Stati Uniti in campagna elettorale. Secondo gli esperti è l’inizio di una nuova era di speranza che un giorno potrà portare a una cura per malattie neurodegenerative quali l’Alzheimer e il morbo di Parkinson. E non solo. Le nuove norme rimuovono i limiti ai finanziamenti federali imposti dal suo predecessore George W. Bush il 9 agosto 2001 (e poi ribaditi il 20 giugno 2007) che hanno relegato la ricerca al solo settore privato. Provocando una vera e propria fuga di cervelli Usa verso paesi quali Gran Bretagna, Canada Corea del Sud ed Israele, dove la ricerca sulle staminali è da anni più avanti rispetto all' America.
Il provvedimento varato dall’Nih, l’istituto nazionale della Salute, permette lo stanziamento di fondi pubblici per lo studio delle cellule staminali embrionali collezionate anche prima dell’entrata in vigore dei divieti bushiani. Per colpa di tali divieti negli ultimi otto anni la ricerca Usa si è fermata allo studio di appena 21 «linee» di staminali. Con le nuove regole si potrà invece lavorare su centinaia di nuove «linee». Ma la strada annunciata ieri dall’amministrazione Obama pone anche precisi e severi limiti di carattere etico. L’Nhi sponsorizzerà soltanto la ricerca su cellule staminali provenienti da cliniche per la fertilità e quindi destinate ad essere distrutte. L’utilizzo di fondi per studiare embrioni creati a soli fini di ricerca continuerà invece ad essere vietato. Non solo. Le nuove regole ribadiscono una netta contrarietà anche a ogni programma che punti alla clonazione umana, definita più volte dallo stesso Obama «una pratica pericolosa e profondamente sbagliata». Per evitare abusi, lo stesso istituto vaglierà in modo approfondito «caso per caso», al momento di concedere i fondi, se ogni singolo programma di ricerca osserverà questi parametri. E a garantire la trasparenza sarà un Registro federale istituito ad hoc per monitorare di continuo ogni programma di ricerca approvato. Il registro elencherà in un sito web tutte le «vecchie linee» da oggi a disposizione, ma solo di quei ricercatori che riusciranno a dimostrare di essere in sintonia col nuovo codice etico imposto dall’Nhi. «Faremo un’analisi molto attenta, vagliando caso per caso», assicura il direttore dell’Nih, Raynard Kington. Grande soddisfazione da parte degli addetti ai lavori. «L’Nih ha deciso di ascoltare la stragrande maggioranza della comunità scientifica», afferma il George Q. Daley, direttore del Programma per il trapianto di cellule staminali del Children’s Hospital di Boston, uno degli ospedali per bambini più noto del Paese. Molto diversa la reazione della Chiesa cattolica e dei gruppi pro-life, contrari a ogni tipo di ricerca sugli embrioni. «Le nuove norme sono immorali e antietiche e invece di curare uccidono», punta il dito Tony Perkins del Family Research Council, un’organizzazione della destra cristiana ultraconservatrice, «esse obbligano il contribuente a pagare la distruzione di vite umane al primo stadio della loro vita ».
Corriere della Sera 8.7.09
Dopo il restauro all’Opificio delle pietre dure, nuova attribuzione per l’opera custodita nella sacrestia della chiesa di Firenze
È di Giotto il crocifisso di Ognissanti
di Arturo Carlo Quintavalle
Su uno sfondo bizantino, il dolore umano di Cristo e una Madonna con le rughe
La gran parte degli studiosi la attribuiva a «Parente di Giotto», oppure semplicemente a «Scuola», forse perché ricoperta da vernici mescolate alla polvere e ai fumi grassi delle candele. Ma adesso, a pulitura conclusa, realizzata in modo esemplare dall’Opificio delle pietre dure sotto la guida di Marco Ciatti, la croce si rivela un capolavoro di Giotto che si può datare al secondo decennio del ’300. Deve avere contribuito all’emarginazione dell’opera la sua collocazione nella sacrestia della chiesa di Ognissanti a Firenze, ma la sua sistemazione in origine era ben diversa. Lo provano le grandi dimensioni, 453 x 360 cm, alle quali si deve aggiungere circa un altro metro per la zona inferiore, ora perduta, che rappresentava probabilmente il monte Golgota col teschio di Adamo, come nella croce, di venti anni precedente, di Santa Maria Novella. Dunque un dipinto imponente che era collocato in alto, al centro del tramezzo, al limite fra presbiterio e navata, connesso a una trave dove, alla destra, stava la Maestà degli Uffizi, alla sinistra la Dormitio Virginis di Berlino. Questo dunque, appena recuperato, è un dipinto fondamentale per le ricerche su Giotto. Proviamo a considerare l’insieme della croce dove, a tempera, su un tessuto di lino imbibito di gesso, Giotto stende le proprie figure, in alto l’Eterno, alla sinistra la Madonna, alla destra Giovanni, sotto, in origine, il Golgota. Diversamente da quella di Santa Maria Novella la croce ha una cornice scolpita e i terminali sono lobati, probabilmente su richiesta della committenza, ma, nonostante questo sapore arcaico, le novità sono molte. Se pensiamo alla circa contemporanea Crocifissione affrescata nella Basilica Inferiore di Assisi vediamo che in quella il corpo di Cristo, concepito come una scultura, pende da una sottile croce in tutta la sua plastica evidenza; ma nella croce di Ognissanti non era possibile utilizzare quella soluzione, il corpo doveva essere dipinto entro un più vasto spazio. La prima scelta di Giotto è di proporre il contrasto fra i colori delle figure alle estremità della croce e il corpo del Cristo. Vediamolo da vicino, questo corpo. Il ventre è prominente attorno all’ombelico, la scansione dei muscoli del torace è ben leggibile sotto la pelle sottile, segnata da pennellate finissime fra il giallo e il grigio che il restauro ha saputo perfettamente conservare. Questo è un corpo vero, che forza sulle braccia e pesa sul prisma azzurro che lo sorregge sotto; Giotto ha voluto modificare la posizione del capo del Cristo spostando in basso l’aureola a rilievo e quindi il capo che cala, dolcissimo, sulla sua spalla destra. Vorrei porre l’accento su una immagine che restituisce il punto di vista originario di uno spettatore che stesse proprio al di sotto della croce: l’immagine è stata scattata dunque in asse scorciando gambe e corpo del Cristo, essa mostra la figura pallida, quasi staccata dalla croce dipinta di blu di lapislazzulo. Corpo come una scultura, corpo vero pallido di morte. Dunque Giotto dialoga ancora una volta con la scultura, quella di Giovanni piuttosto che di Nicola Pisano, ma soprattutto con quella gotica di Francia attorno al 1230, e propone la violenza di un racconto concepito come vera messa in scena teatrale. Così la Madonna non è più la figura giovanile e composta della croce di Santa Maria Novella, ma è una maschera drammatica, con le rughe che scavano la fronte e le guance, una figura che mostra gli anni e il dolore. Lo stesso si dica per il San Giovanni dal lato opposto con la bocca scavata dall’ombra. In alto invece l’Eterno ha la distaccata espressione delle figure dell’ultimo Giotto, ma la sua mano è costruita per suggerire l’articolazione densa dello spazio, come del resto quelle del Cristo. Adesso, dalla riflettografia ai raggi infrarossi, ci si attende la scoperta del disegno sottostante di Giotto che, come in altri casi, varia da pennellate spesse, volumetriche, con forti ombre di grigio, a sottili segni lineari che indicano i rapporti fra figure e spazio attorno. Meraviglia di questa croce la scelta tonale, da confrontare con gli affreschi delle Cappelle Bardi e Peruzzi in Santa Croce e, quindi col Giotto più avanzato, più sensibile alla scansione morbida dei volumi. Se si confronta la croce con gli altri dipinti in origine sul tramezzo, e prima di tutto con la Madonna di Ognissanti ora agli Uffizi, che si data però a circa dieci anni prima, vediamo la distanza delle soluzioni adottate dall’artista: dentro lo spazio dell’architettura gotica alla francese la Madonna è un volume assoluto, ancora una volta concepita come una scultura; nella croce, invece, Giotto usa come sfondo un tessuto di sapore bizantino contro il quale segna la croce azzurra, simbolo del divino, croce delle proporzioni di quella dell’affresco di Assisi. Giotto dunque impagina su questa croce un dramma, da un lato e dall’altro l’acme del dolore degli umani, Maria e Giovanni, sull’asse centrale la salvezza espressa dall’Eterno mentre il corpo del Cristo, grigio e giallastro nel segno della morte, sanguinava in origine sul perduto teschio di Adamo celato nella roccia del Golgota, come ancora oggi si vede nella croce di Santa Maria Novella.
Corriere della Sera 8.7.09
E adesso cerchiamo il disegno preparatorio
di A. C. Q.
Abbiamo chiesto a Marco Ciatti, direttore sezione dipinti dell’Opificio delle pietre dure, informazioni sul restauro.
«Le prime analisi sono cominciate nel 1997 e il restauro, grazie al contributo di Arteria, nel 2005. Ora la pulitura è conclusa, il crocefisso sarà presentato a fine anno. Hanno restaurato l’opera Paola Bracco e Ottavio Ciappi, con Anna Marie Hilling».
Dove sarà collocata la croce?
«È un problema da affrontare e risolvere con la soprintendenza. Il Crocefisso si trovava nella sacrestia di Ognissanti, prima in controfacciata, ma in origine era stato collocato sul tramezzo da dove venne tolto dal Vasari che, attorno al 1564-66, rifece l’interno della chiesa».
Come è stato effettuato il restauro?
«Per rimuovere gli strati di nero, polveri e fumi grassi che rendevano illeggibile l’opera, abbiamo messo a punto solventi acquosi in grado di non intaccare la base pittorica a tempera. La pulitura è stata fatta al microscopio e ha rivelato una pittura in ottimo stato: Giotto qui cambia tecnica rispetto alla croce di Santa Maria Novella, dove aveva usato un fondo di terra verde sotto l’incarnato; qui usa un verde leggero e molte volte dipinge direttamente sul bianco del gesso steso sul lino incollato alla tavola».
Ci saranno altre scoperte?
«Quando faremo la riflettografia scopriremo il disegno preparatorio di Giotto che, come suggerisce Cennini, era fatto con due tipi di pennello, uno appuntito e uno mozzetto.
Possiamo dire che il restauro ci ha rivelato un’opera di altissima qualità, che ci porta a dover riaffrontare il problema del cosiddetto 'Parente di Giotto'».
Corriere della Sera 8.7.09
Margherita Hack
«L’astronomia ci racconta che siamo figli delle stelle»
di Giovanni Caprara
Alzando gli occhi al cielo è nata l’astronomia.
Una lunga storia. Ma che cosa ci ha insegnato, chiediamo a Margherita Hack?
«Prima di tutto che non siamo noi il centro dell’universo come si è pensato a lungo e come qualcuno continua a fare anche oggi. Siamo solo in un angolo dell’universo, su un minuscolo pianeta attorno a una stella molto comune. Secondo aspetto, che noi stessi, esseri intelligenti, siamo il risultato dell’evoluzione stellare, siamo fatti della stessa materia degli astri».
Sono passati quarant’anni dalla conquista della Luna. È stata utile?
«Soprattutto perché ha dimostrato che l’uomo può mettere piede su un altro corpo celeste, che ha le capacità per farlo aprendo fantastiche esplorazioni future. Ma le sonde robotizzate, mostrandoci i pianeti più lontani dove l’occhio dell’uomo non poteva arrivare, dimostrano che molto lavoro può essere compiuto dai robot anche senza bisogno dell’uomo».
E il futuro: che cosa ci potrà riservare la scienza del cielo?
«Grandi sorprese perché si stanno mettendo a punto eccezionali strumenti di osservazione come telescopi terrestri del diametro di 50 metri capaci di fotografare il volto di pianeti extrasolari. Ma, soprattutto, potremo indagare il cosmo attraverso neutrini e onde gravitazionali, due vie in grado di farci conoscere aspetti inimmaginabili e insospettabili della natura dell’universo».
il Riformista 8.7.09
Il carnevale delle ronde
Caro direttore, nel malaugurato caso che in un immediato futuro debba imbattermi nelle cosiddette ronde, per le strade della mia città, ecco quello che farò e che invito tutti a fare. Telefonerò subito a carabinieri o polizia e il tenore della mia chiamata sarà il seguente: «Ci sono due tizi con indosso la stessa divisa, non riconoscibile come appartenente alle nostre forze dell'ordine o ai corpi militari, che si aggirano con fare sospetto sotto casa mia da alcuni minuti. Non essendo periodo di carnevale, il loro travestimento è decisamente inquietante. Recano i simboli di brutte storie attorno alle braccia e sul petto. Temo che siano armati. E confabulano tra loro dello splendore dell'antica Roma, di legioni imperiali, di "quando c'era lui" e di sicurezza a suon di botte. Ah, agente, dice che dovrei chiamare il 118 per un ricovero immediato? Ma non potete venire lo stesso, almeno a identificarli? Se arrivate subito, li trovate in un bar: si sono fermati a chiedere fondi per il loro servizio di protezione. Non è una forma di racket, questa?».
lunedì 6 luglio 2009
l’Unità 6.7.09
«Vuole i riflettori del mondo? I media liberi non fanno sconti»
«Qui in Italia il premier può dettare l’agenda politica e molte scelte editoriali. Ma
l’esposizione all’estero è devastante. Dal Guardian al Times è una pioggia di critiche»
Intervista a Tana de Zulueta di N.L.
Berlusconi ormai ha superato tutte le “zone rosse”, in Italia pensa di poter attutire il colpo, ma all’estero la sua partita è persa. Gli ambasciatori dei vari paesi mandano telegrammi allarmati: dalle scosse e dalle gaffe del premier italiano». Tana de Zulueta, ex parlamentare verde, giornalista ora collaboratrice de l’Observer, viene intervistata dai colleghi stranieri che le chiedono “com’è possibile che in Italia tutto sia tollerato?”. E lei ironizza gentile: «Gli italiani sono molto pazienti...».
Sulla stampa estera la cattiva reputazione di Berlusconi ha rovinato anche l’immagine dell’Italia?
«È tristissimo, ma prevedibile. Credo che ormai la vergogna si è consumata, e pensare di mettere un freno ai media o alla discussione politica è una pia illusione».
Si riferisce al monito di Napolitano?
«Il capo dello Stato ha cercato di salvaguardare la dignità nazionale. Ma la politica ha le sue regole e delle soglie precise. Berlusconi l’ha oltrepassata: anche se pensa di attutire la “botta” in Italia, o che con il G8 possa compensare gli scandali, all’estero la partita ormai è persa. Il G8 invece sarà deflagrante».
Perché? Per le foto annunciate dal Sunday Times?
«Perché se qui riesce a eludere le regole della politica, nel vertice a L’Aquila Berlusconi rischia di essere sottoposto a un’esposizione devastante. La pubblicazione delle foto potrebbe polverizzare la sua immagine (e anche la nostra) ma la sua figura è già screditata. Il Financial Times, il Guardian, le Monde, El Pais, criticano anche l’organizzazione del G8 a l’Aquila».
Il premier sospetta una vendetta di Murdoch. Pensa sia vero?
«Certo ha fatto male a litigare con Murdoch, che può essere un nemico temibile, ma non sono solo i giornali del suo gruppo ad essere critici. Le foto sono quello che sono, e sono in mano di altri. Quindi Berlusconi rischia di perdere tutte le scommesse, anche la sfida del G8 a L’Aquila».
Come giudica questa scelta?
«Sono stata molto critica da subito. Perché spendere tanti soldi quando la gente, nelle tende, si aspetta cose per sé? Cosa ci fanno con la strada per l’aeroporto o una caserma quando gli anziani non hanno un bagno o una cucina per loro e sono sottoposti a regole semi militari? Fare una parata in pompa magna monopolizzando le risorse per un evento, può essere controproducente per l’opinione pubblica aquilana e italiana. E questo nonostante i media più che accondiscendenti, come il Tg1».
Palazzo Chigi accusa la stampa estera di una «campagna morbosa e concertata». Che ne pensa?
«Mi sembra una risposta disperata. E vorrei vedere i 3500 giornalisti accreditati a L’Aquila sentirsi definire «concertati». Le leggi della politica sono ineluttabili, come la forza di gravità. E Berlusconi è minato, all’estero è percepito come un’anatra zoppa».
In Italia no. Ha capito perché?
«Non lo ancora, Di fronte allo scandalo e alle pressioni internazionali dovrebbe fare due cose: dare aiuti al Terzo Mondo, perché i fondi per la cooperazione sono stati cancellati; e l’Italia dovrebbe essere costretta a fare passi avanti per ridurre le emissioni di Co2, che a Bruxelles ha ostacolato»..
Sembra che Carla Sarkozy non venga. Sarebbe un segnale?
«Spero anch’io nella simbologia dei gesti. Che un segnale di disapprovazione venga fuori dai Grandi, per dire al “nostro” che ha oltrepassato troppe zone rosse. Tutte le delegazioni sono preoccupate...».
Da cosa?
«Ci sono telegrammi degli ambasciatori allarmati. E negli staff dei Grandi ci sono due piani di emergenza: uno per le scosse di terremoto, l’altro su come affrontare le bizzarrie nel comportamento di Berlusconi. Cosa facciamo se...? Ha fatto una gaffe con ogni capo di Stato, forse solo l’India si è salvata... “Come sopravvivere al G8 a L’Aquila? è la domanda generale».
Come vede la nostra opposizione?
«È stranamente silenziosa e cauta, quando in un altro paese sarebbe in prima fila. I giudizi più severi vengono dai giornali stranieri anziché dal Parlamento».
domenica 5 luglio 2009
l’Unità 5.7.09
il Colle e il Ddl
La destra eviti lo strappo
di Marcella Ciarnelli
Dare ascolto al Capo dello Stato che non da ora invita al dialogo e al confronto. Ed evitare, così, uno strappo dalle conseguenze che possono andare ben oltre quelle del disegno di legge sulle intercettazioni. Oppure scegliere la via dello scontro ignorando le parole che in più occasioni il presidente ha ripetuto in difesa di un principio fondamentale della Costituzione qual è la libertà di informare senza dimenticare il diritto alla privacy. Un anticipo di quel braccio di ferro che potrebbe esserci poi su altre questioni, riforma della giustizia in testa. È questa la scelta che la maggioranza deve compiere prima dell’arrivo in Senato, il 14 luglio, della legge appena approvata alla Camera. Il bicameralismo perfetto che, fino a prova contraria, vige ancora nel nostro Paese consente che si riparta da zero. Tenendo in maggior conto i suggerimenti dell’opposizione, di magistrati impegnati, dello stesso Garante, dei giornalisti. Ed anche di quelle finora inascoltate "colombe" del centrodestra. Ma innanzitutto del Capo dello Stato che il suo primo intervento in materia lo fece bloccando il decreto che in quattro e quattr’otto si voleva licenziare, derubricato subito a «refuso» proprio per l’altolà del Colle. E che poi ha sempre speso parole pubbliche e moral suasion nelle sedi opportune per cercare di scongiurare l’approvazione. Che ha chiesto un dibattito non strozzato dagli interessi di parte ma rispettoso della dialettica parlamentare. Che con chiarezza ha fatto intendere che su materie come queste non si può procedere con il voto di fiducia. Napolitano lo ha ripetuto più volte a Berlusconi, ai presidenti di Senato e Camera, al ministro Alfano che ieri ha confermato la disponibilità della maggioranza al dialogo. La verifica potrà essere fatta rapidamente. Altrimenti il Capo dello Stato potrà fare ricorso alle sue prerogative. Il rinvio alle Camere è una iniziativa di merito che va ben oltre la mera questione della firma. Si può fare. La legge sulle intercettazioni può essere modificata.
l’Unità 5.7.09
A pranzo coi giudici: oltraggio alla Corte
Il giudice nel dire «io pranzo con chi voglio» ci comunica che fa parte della sua storia frequentare il premier quando vuole
di Furio Colombo
Hanno avuto ragione i Radicali, che da anni denunciano un Paese fuori dalla legalità, hanno dimostrato incroci e rapporti contro natura (la natura costituzionale) tra istituzioni dello Stato e hanno chiesto al Paese una rivoluzione, ovvero una stagione straordinaria di impegno politico, non per cambiare il mondo ma per tornare alla normalità legale, morale e politica. Per esempio la Corte Costituzionale. Due giudici della suprema Corte vanno a pranzo con gli “imputati”, ovvero il Presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia il cui “lodo” (il lodo Alfano che esime Berlusconi da qualunque processo) potrebbe essere dichiarato incostituzionale dalla Suprema Corte e dunque sparire. È avvenuto che alcuni nervi della massima istituzione di garanzia del Paese sono stati messi fuori uso. Penso all’Honduras. Se vi sbarazzate per un momento della parte teatrale e primitiva del golpe honduregno (soldati, carri armati, coprifuoco) notate subito che vi sono somiglianze fra i due eventi. In Honduras si rimuove il presidente della Repubblica sostituito dal Presidente della Camera, e si dispongono i soldati a guardia del nuovo ordine. In Italia si rimuove la credibilità e la dignità della Suprema Corte attraverso due giudici che, a quanto pare, si sono prestati.
Non solo. ma hanno rivendicato come un diritto ciò che hanno fatto. Ognuno dei due giudici che si sono deliberatamente seduti a tavola con il ministro della Giustizia e con il capo dell’esecutivo, ha, infatti, scritto una lettera pubblica. Il giudice Mazzella si è rivolto al presidente del Consiglio con cui è stato a tavola con queste parole: «Caro Presidente, caro Silvio». La lettera è un proclama di presa di possesso dell’intero territorio che dovrebbe separare il governo dalla Corte Suprema. Il gesto consegna la Corte Nelle mani dell’uomo di potere che ha tutto da temere dalla Corte se essa resta integra e indipendente.
Il secondo giudice, Paolo Maria Napolitano, scrive al Corriere della Sera con toni di scontro senza quartiere: «Il furore dell’attacco denigratorio (la semplice pubblicazione della notizia, ndr) necessita di una immediata risposta e non consente di attendere i tempi dei nostri procedimenti giudiziari... La brutale campagna di aggressione determinerebbe il convincimento che è in atto un tentativo per condizionare la Corte nella sua futura attività intimidendo alcuni suoi componenti». È interessante qui notare il rovesciamento, deliberatamente pubblico, dei ruoli. Si definisce “intimidito” il giudice seduto accanto alla parte che deve essere giudicata e che detiene tutto il potere. E l’intimidazione verrebbe da chi difende i giudici non seduti accanto al potere esecutivo (che è anche un immenso potere economico).
Il giudice Napolitano non ha difficoltà a scrivere, con lo stesso proposito di mettersi, come il collega, di guardia al terreno conquistato (aggancio della Corte al potere esecutivo) e lo presidia con questa ferma dichiarazione: «Il presidente del Consiglio non è soggetto ad alcun tipo di giudizio da parte della Corte. Il cosiddetto lodo Alfano è una delle tante questioni che la Corte affronta, non certo la più importante. I costituenti hanno voluto che nella Corte confluissero giudici di diversa nomina, ciascuno con la propria storia, la propria sensibilità giuridica, le proprie personali conoscenze».
Dunque il giudice nel dire “io pranzo con chi voglio” ci comunica che fa parte della sua storia, ed è un suo privilegio, frequentare il presidente del Consiglio quando vuole. Ma - come si è detto - quel presidente del Consiglio è protetto, contro numerose imputazioni e processi, dal “cosiddetto” lodo Alfano che esime il Primo ministro da ogni procedimento giudiziario. E il “cosiddetto” lodo Alfano dovrà essere giudicato costituzionale o cancellato come incostituzionale dalla Suprema Corte.
Se incostituzionale, Berlusconi perde all’istante il suo scudo giudiziario e finisce sotto processo. Dunque la questione è piuttosto importante. Ed è importante il “pronunciamento” dei due giudici che compaiono in due scene. Nella prima si fanno cogliere accanto alla persona che dalla sentenza della Corte ha tutto da perdere o tutto da guadagnare; nella seconda attaccano, da politici militanti, chiunque osi scandalizzarsi. La prima e la seconda scena confermano ciò che Pannella e i Radicali dicono da molti anni. Il Paese è in pericolo perché è fuori dalla legalità. Raramente però l’illegalità è apparsa così scoperta e in modo così teatrale, al punto da sembrare un avvertimento. Certo un passo nel vuoto, fuori dallo Stato di diritto.
Repubblica 5.7.09
Il cavaliere ha bisogno di una lunga vacanza
di Eugenio Scalfari
Al´Aquila la terra continua a tremare, lo sciame sismico non dà tregua, sotto le tende un giorno si crepa dal caldo e il giorno dopo si galleggia sotto il nubifragio, ma Bertolaso ha l´aria contenta. «Andrà tutto benissimo» dice in Tv «e poi se non avessimo trasportato qui il G8 chi parlerebbe ancora del terremoto?».
Il popolo delle tendopoli in realtà se ne frega che si parli di lui anzi ne è decisamente irritato, ma Bertolaso è felice, ogni giorno compare alla destra dell´Onnipotente ed ha anche scansato un brutto processo sui rifiuti, trasferito a Roma e iscritto a nuovo ruolo.
Comunque, in caso di bisogno, è pronto il piano B per evacuare i Potenti in elicottero. Teatro. Puro teatro. Non è forse questa la regola generale? Preparare un piano B è diventato una mania. Ce n´è uno per L´Aquila, un altro per il disegno di legge sulle intercettazioni contestato dal presidente Napolitano per palesi vizi di incostituzionalità e ieri messo in opera dal ministro della Giustizia; un altro ancora per il lodo Alfano se la Corte ne invaliderà alcune parti, infine un quarto se la Corte lo invalidasse interamente.
Quest´ultimo piano B tuttavia è ancora da studiare, si va da una legge non più ordinaria ma costituzionale che però lascerebbe il Cavaliere esposto al corso della giustizia, ad una crisi istituzionale vera e propria con conseguente appello al popolo in stile Caimano.
Berlusconi, a differenza del suo Bertolaso, ha invece la faccia sempre più scura. Gli hanno suggerito di parlar poco e di farsi vedere il meno possibile e lui ci prova ma con evidente fatica.
Da quel 25 aprile, quando raggiunse l´apice della popolarità e del consenso abbigliandosi da padre della Patria con al collo la sciarpa da partigiano, sembra passato un secolo. Molte cose sono cambiate nel suo pubblico e nel suo privato, nel suo modo di gestire, nel suo eloquio e forse nei suoi pensieri.
Ma una cosa non è cambiata nonostante gli appelli del Quirinale ad una tregua almeno fino al G8: continua ad insultare la sinistra «un cadavere che ingombra, un branco di comunisti, un´accozzaglia senza idee». E continua ad indicare al pubblico ludibrio «i giornali eversivi ai quali gli imprenditori dovrebbero negare la pubblicità».
Nel frattempo gli incidenti di percorso si susseguono.
L´ultimo, forse il più grave, è stato l´improvvida cena in casa del giudice costituzionale Mazzella il quale, insieme all´altro suo collega Napolitano, ha anche reagito pubblicamente con una lettera al premier con lui stesso concordata.
Non staremo qui a ripetere le considerazioni su questo comportamento irrituale e su quell´incontro gastronomico tra «compagni di merende» come li ha giustamente definiti il collega Massimo Giannini. Sarebbe stato grave anche se il solo convitato dei due giudici della Corte fosse stato il presidente del Consiglio, vecchio amico ed elettore di entrambi; ma c´erano anche il ministro della Giustizia e il presidente della Commissione parlamentare, Vizzini, dando a quell´incontro un inequivocabile colore di cena di lavoro.
La conseguenza è che la Corte faticherà non poco a scrollarsi di dosso il peso che gli è stato caricato sulle spalle da due dei suoi componenti.
Il G8 deciderà ben poco. Non è più lì che si gioca la partita, ormai trasmigrata nei consessi dove si misurano i veri grandi della scena economica mondiale.
L´intervista ad un giornale italiano in vista del G8 Barack Obama l´ha data all´Avvenire. Non vende molto l´Avvenire ma rappresenta la Conferenza episcopale e Obama voleva parlare dell´incontro che avrà col papa sabato prossimo appena liberatosi dal meeting dell´Aquila.
Obama non appartiene alla categoria berlusconiana e tremontiana di quelli che sostengono che il peggio sia passato. Al contrario: lui sostiene che il peggio viene adesso con una valanga di disoccupati e con una secca diminuzione dei redditi di lavoro.
Ci siamo già occupati domenica scorsa di questo problema.
Ieri ne ha scritto con la competenza che gli è propria Luigi Spaventa, perciò non ripeterò i suoi giudizi e la sua analisi. Aggiungo soltanto che, dai documenti inviati in Parlamento dallo stesso Tremonti risulta quanto segue:
1. I dati sull´andamento del deficit, del fabbisogno, delle entrate, delle spese, del debito pubblico, forniti dal Tesoro sono esattamente quelli anticipati dall´Istat, dalla Banca d´Italia, dall´Ocse, dalla Commissione di Bruxelles, che il ministro aveva definito «congetture inutilmente allarmistiche».
2. Tra quei dati segnalo una spesa che cresce a ritmo sostenuto, un deficit che supererà il 5 per cento sul Pil, un debito pubblico a 119 per cento sul Pil, le entrate tributarie in forte calo, la disoccupazione in netto aumento.
3. Quelle congetture oggi interamente accolte dal Tesoro avrebbero dovuto suggerire al ministro di scusarsi con chi aveva dileggiato. Ovviamente non si è scusato.
4. Quanto ai provvedimenti per stimolare il sistema produttivo avevo scritto che entreranno concretamente in vigore tra l´inverno e l´estate del 2010 e così risulta dalle carte rese pubbliche da Tremonti. Scrissi che si trattava di salvagenti gettati in mare a qualche chilometro di distanza dai naufraghi. Ed è esattamente così.
In questa prima settimana congressuale si sono verificati in ordine cronologico i seguenti fatti: si sono riuniti a Torino i giovani del gruppo di Piombino che vogliono esser rappresentati da un proprio candidato; è stato ufficiato in questo senso il sindaco di Torino; dopo una breve riflessione Chiamparino ha declinato l´offerta e resterà al suo posto di sindaco fino al 2011 per poi forse candidarsi alla Regione Piemonte. Secondo me ha fatto benissimo.
Bersani ha presentato la sua candidatura e il suo programma al teatro Ambra Jovinelli di Roma. Franceschini ha anche lui annunciato la sua candidatura e presenterà il programma tra pochi giorni.
Walter Veltroni ha riunito al teatro Capranica di Roma quelli che parteciparono due anni fa alla fondazione del Pd al Lingotto di Torino ed ha rievocato il programma che espose in quell´occasione indicando i problemi del futuro e la missione che il Pd è chiamato a svolgere.
Hanno anche manifestato le loro tesi il gruppo cattolico di Fioroni, i liberaldemocratici di Rutelli, e sono più volte intervenuti Massimo D´Alema, Franco Marini, Piero Fassino, Sergio Cofferati, Massimo Cacciari.
Infine ieri si è materializzato il terzo candidato nella persona di Ignazio Marino, sostenuto dai giovani quarantenni di Piombino.
Chi assiste dall´esterno con partecipe attenzione a questo processo iniziale in vista del Congresso e delle successive primarie è indotto alle seguenti osservazioni.
Bersani ha fatto appello con molta dignità ad un sentimento identitario. Il suo schieramento appare notevolmente compatto e coinvolge una parte notevole dei democratici di provenienza Ds. Ritiene che il partito debba fin d´ora indicare le sue alleanze in vista d´una coalizione che comprenda possibilmente tutto il vasto arco delle opposizioni da Casini fino alla sinistra di Ferrero.
Sarà la coalizione a indicare con le primarie il candidato alla «premiership» quando ci saranno le elezioni politiche a fine legislatura.
Lo schieramento che si sta formando attorno a Franceschini è più variegato.
Riafferma la sua vocazione maggioritaria e il bipolarismo. Coinvolge una parte degli ex Ds, buona parte della ex Margherita, buona parte dell´elettorato giovanile.
Bersani punta le sue carte principalmente sul Congresso; Franceschini principalmente sulle successive primarie. La visione di Bersani è più rivolta ai militanti, quella di Franceschini tende a captare elettori al centro e a sinistra che attualmente sono esterni rispetto al Pd. Tutti e due cercano di riportare in linea la vasta platea degli astenuti.
Il tema della laicità e del laicismo è improvvisamente balzato in prima linea, sia pure con differenti tonalità, nel discorso pubblico del Pd. Per lungo tempo non è stato così, segno che il sentimento pubblico è cambiato.
Ignazio Marino, il terzo uomo, fa addirittura della laicità il suo tema principale se non addirittura esclusivo. Mi permetto di dire, da laico di vecchia data, che un partito complesso e riformista come è e vuole essere il Pd non può puntare sul laicismo tutte le sue carte. Diventerebbe fondamentalista e si ridurrebbe a pura e inefficace testimonianza. Questi, caro Marino, non sono tempi di testimonianza ma tempi di dura battaglia su tutti i fronti del riformismo.
Ci vorrebbe per il Pd un Barack Obama, come ha detto Veltroni. Purtroppo non c´è, non se ne abbiano a male gli esponenti del Pd. Non c´è tra gli anziani né tra i giovani.
Tanto più importante è che a questa mancanza si supplisca con una buona squadra che si valga dei talenti e non soltanto dei cooptati, giovani o anziani che siano.
Purché l´accesso sia aperto. Purché i valori siano condivisi e purché servano a ispirare progetti concreti, seriamente pensati e tenacemente perseguiti. Quanto alla vecchia questione del partito radicato sul territorio, questa è perfino una tautologia: se non opera sul territorio e sui bisogni che il territorio esprime, un partito non esiste.
Ma non esiste neppure se non ha una salda visione nazionale ed europea. Tra alcuni errori che possono essere rimproverati e dei quali lui stesso con notevole umiltà si rimprovera, questo è il lascito più importante di Veltroni che va meditato e raccolto.
Corriere della Sera 5.7.09
Il convitato di pietra
Il bipolarismo e le scelte del Pd
di Mchele Salvati
Magari le questioni sulle quali il prossimo congresso del Pd si dividerà fossero quelle descritte da Panebianco nel suo editoriale di martedì scorso! Di queste — la crisi della sinistra europea, l'incapacità di quella italiana di fare i conti col suo passato, l'amalgama non riuscito tra ex comunisti ed ex democristiani, i rapporti col sindacato, gli innesti liberali in un corpo non liberale... — si discuterà di certo, e con accenti differenti, ma non saranno le vere ragioni del contendere. È anzi probabile che saranno usate come pretesti per esprimere un dissenso profondo che serpeggia nel partito e ha a che fare con una questione del tutto diversa. Il dissenso tra chi ritiene che il bipolarismo coatto che abbiamo avuto nella Seconda Repubblica, imposto mediante leggi elettorali maggioritarie, sia stata e sia una iattura per il centrosinistra e per il Paese. E tra chi ritiene invece che sarebbe una iattura l'adozione di un sistema proporzionale senza premi di maggioranza: gli elettori non sarebbero più in grado di scegliere il governo e si ritornerebbe ai problemi della Prima Repubblica, ai governi fatti e disfatti in Parlamento. Non è un mistero per nessuno che nel Pd ci sono molti che la pensano come Casini e Tabacci: che il bipolarismo non è adatto e non fa bene al nostro Paese, ma soprattutto al centrosinistra. Ce ne sono sia sul lato ex democristiano, sia su quello ex comunista del partito. Nel caso si tornasse al proporzionale, i destini poi si dividerebbero: i primi probabilmente si avvicinerebbero all'Udc e, insieme a non pochi transfughi dal Pdl, a coloro che oggi soffrono sotto la leadership di Berlusconi, cercherebbero di dar vita a un robusto partito centrista.
I secondi resterebbero nel Pd, che a questo punto diventerebbe una cosa del tutto diversa dal suo progetto originario, dal tentativo di fusione del riformismo laico e cattolico. Diventerebbe un partito a prevalente intonazione laica e socialdemocratica, e, proprio per questo, lì sarebbero raggiunti da non pochi che vivono malamente nell'estrema sinistra e con Di Pietro. Dopo di che si svilupperebbe il gioco dei due forni: un partito di centro sempre al governo, che ora si allea con i partiti di destra, ora con quelli di sinistra. Un gioco che nella Prima Repubblica non si era mai potuto giocare perché Pci e Msi erano partiti antisistema, ed era impensabile governare con loro.
Ci sono tre motivi che ostacolano l'emersione di questo conflitto profondo nel prossimo congresso. Il primo è che non si gestisce un evento simbolico di questa importanza mettendo in primo piano una spaccatura su un problema di leggi elettorali, alleanze, assetti istituzionali: spaccature difficilmente componibili, com'è questa, fanno male al morale, e il congresso come grande rito unitario è radicato nella cultura politica del partito.
Il secondo motivo è che coloro i quali la pensano come Tabacci e Casini non hanno alcun interesse ad uscire allo scoperto, a dire a tutto il partito: «Oops, ci siamo sbagliati, torniamo indietro». Dall'Ulivo in poi tutta la retorica è stata bipolare, noi contro loro, e questa visione è predominante tra gli iscritti e gli elettori: a chi ha cambiato idea non conviene attaccarla frontalmente. Il terzo motivo è che si tratta di un disegno — il ritorno al proporzionale — che non ha alcuna possibilità di attuarsi nel futuro prevedibile, perché il Pdl è fortemente avvantaggiato dal premio di maggioranza e non ha certo l'intenzione di mollarlo. In politica non si discute di questioni virtuali, di possibilità lontane. La possibilità vicina è al massimo quella di alleanze locali con l'Udc, che però non ha alcuna intenzione, a livello nazionale, di farsi coinvolgere in un rapporto organico col centrosinistra. C'è però un motivo che va in direzione contraria, che spinge per uno scontro aperto. Se i difensori del modello bipolare e del Partito Democratico come incontro-fusione delle culture riformiste laiche e cattoliche non danno battaglia, se non denunciano apertamente quella che per loro è una marcia indietro verso la Prima Repubblica, hanno già perso il congresso. Per loro si presenta un dilemma. Conflitto aperto, col rischio di traumi seri per il partito: questo non garantisce certo una vittoria, ma la rende possibile. Oppure quieto vivere e sconfitta sicura. Vedremo presto quale corno verrà scelto.
il Riformista 5.7.09
L'inutile fantasma di Walter
Il ritorno di Veltroni è una conferma: è meglio che il Pd muoia
di Giampaolo Pansa
A volte ritornano. Anzi, ritornano sempre. Da fuggiaschi pentiti. Da sconfitti redenti. Da fantasmi inutili. Mi è sembrato così il ritorno di Walter Veltroni sulla scena del Partito democratico. Uno spettro ambiguo. Capace di presentarsi con un capolavoro di astuzia bugiarda: «Io non sono tornato perché non sono mai andato via. Ma adesso che sono qui, me ne resterò fuori, in disparte». Posso dire la mia reazione alla comparsa del fantasma di Walter al Capranica di Roma, davanti ai tifosi dell'allievo Franceschini? Ho esclamato: basta!, non ne posso più di questi eterni ritorni dei leader politici che avevano giurato di cambiare vita. Adesso mi toccherà rivedere tutto quello che ho visto in questi decenni. Facce, storie, cose, parole coperte di polvere. Ma che ci verranno presentate come nuove. Già, le vecchie cose di pessimo gusto. Le guerre tra Walter e Max D'Alema. La gara a chi scrive più libri. Le correnti-non correnti organizzate di nascosto. Le malignità sui destini personali: vai in Africa, l'avevi promesso, no vacci tu! Le congiure a spese dell'Ulivo prodiano. La concorrenza fra misere emittenti tivù. Gli insulti più sanguinosi, come il celebre detto dalemista su Walter e Romano Prodi: i due flaccidi imbroglioni di Palazzo Chigi! Tra la paccottiglia di Veltroni metterei anche il mantra sulla "vocazione maggioritaria" del Pd. Confesso che non ho mai compreso che cosa volesse dire. Tutti i partiti hanno una vocazione di questo tipo: nessuno scende in campo per essere una minoranza candidata a perdere. Eppure, al Capranica, Walter non ci ha risparmiato neppure la banalità suprema:«O la vocazione maggioritaria c'è o il Pd non c'è». Ho sempre pensato che a Walter piaccia fuggire. Me l'ha confermato per l'ennesima volta in febbraio, quando decise di dimettersi da segretario dopo la sconfitta in Sardegna. Nel discorso d'addio a Piazza Di Pietra, la voglia di darsela a gambe gli usciva dagli occhi. Un uomo in fuga. E per questo felice. Si era calato nella parte che conosce meglio: il politico sconfitto che taglia la corda. E tuttavia riesce sempre a essere un perdente di successo. Prontissimo a passare da un incarico all'altro. Adesso che Walter è tornato quale incarico vorrà? Non ho dubbi: farà lo stratega nascosto di Franceschini. Alla sua promessa di restare in disparte non ci crede neppure lui. I veltroniani esistono e cercheranno di fare secco il loro avversario, Pierluigi Bersani. Gettandogli addosso l'accusa delle accuse: tu sei il vecchio e noi siamo il nuovo. Sono stati implacabili le donne e gli uomini di Walter. La magica Serracchiani, neo guerriera da combattimento europeo, ha ringhiato: «Per fare le riforme, il Pd ha bisogno di chi non ha passato». Un altro europeo, David Sassoli, ha sbeffeggiato Bersani, D'Alema & C: «Non vorrei che girassero una nuova versione del "Gattopardo": notabili travestiti da innovatori». Persino un intellettuale serio come Pietro Ichino non si è risparmiato: «La vecchia sinistra ha ingannato i giovani dicendo che la legge Biagi creava precarietà». Già, ma in quel momento dove stava Walter? Faceva il leader politico di quella sinistra o correggeva le bozze del suo ultimo libro? A proposito dei libri veltroniani, leggo che si annuncia una nuova uscita. Sembra che il titolo sarà: "Noi". Se è così, immagino un'autobiografia. Ma siccome Walter non è un privato qualsiasi, mi azzardo a suggerire una piccola integrazione all'insegna: "Noi e loro". Infatti i politici non sono nulla senza "loro", ossia il pubblico che li dovrebbe votare. E uno di questi "loro" è anche l'autore del Bestiario. Che adesso dirà quali lezioni sta ricavando da quanto si comincia a vedere. La lezione numero uno è che la campagna congressuale sarà lunga lunga. E già per questo micidiale. Siamo all'inizio di luglio. Il congresso si terrà ai primi di ottobre. Tre mesi di battaglia. Senza esclusione di colpi. Tutti contro tutti. Neppure il terzo nuovissimo candidato alla segreteria, il chirurgo Ignazio Marino, potrà curare i militanti feriti e impedire che tirino le cuoia. Il Pd metterà in mostra la sua più conclamata specialità: l'autodistruzione. La seconda lezione riguarda il dopo congresso. Certo, uno dei duellanti vincerà. Ma una volta afferrata la vittoria, riuscirà a tenere insieme una baracca sgangherata come sarà in quel momento il Pd? E a farne il competitore del centrodestra? Temo di no. Allora ritorno a un'opinione personale che ho già espresso sul Riformista. È meglio che il Pd muoia, si sciolga, prendendo atto che non può essere il condominio di famiglie troppo diverse tra di loro. Capaci soltanto di combattersi. Come andrà a finire non lo so. Quello che so è che i fantasmi alla Veltroni e quelli che emergeranno da qui all'autunno sono davvero inutili. Volteggiano sui giornali senza mai dare un'occhiata al mondo sottostante. Ossia all'Italia com'è oggi. E come si presenterà quando arriveranno le prime nebbie. A costo di ripetermi, e rischiando di essere uno dei catastrofisti che Berlusconi non ama, prevedo il peggio. Franceschini, Veltroni, Bersani, D'Alema, le Serracchiani e i Sassoli si troveranno immersi in uno scenario di guerra. Nessuno di loro ha visto l'Italia degli anni Quaranta e Cinquanta. Il più anziano, D'Alema, è nato nel 1949. Lo spettacolo che avranno di fronte sarà una novità assoluta. I duelli congressuali di oggi appariranno scherzi da asilo Mariuccia. Misere schermaglie rispetto alla ferocia dell'impegno necessario per tenere insieme un Paese allo stremo.
il Riformista 5.7.09
Ma se il Cav. va in ritiro che si fa?
di Peppino Caldarola
Partenza moscia per il congresso del Pd. I due candidati hanno parlano senza creare entusiasmi né drammatici dissensi. Il senatore Ignazio Marino si prepara a rappresentare il fronte laico ma non solleciterà grandi emozioni. I rutelliani si apprestano a sostenere Franceschini fra molti mal di pancia. Attorno al segretario si va formando un Correntone informe che non lascia capire qual è la riposta alla crisi del Pd. Il Congresso rischia di trasformarsi in qualcosa di simile agli ultimi appuntamenti del Ps francese dove lo scontro fra i candidati via via si faceva più caldo nell'indifferenza totale dell'opinione pubblica. Neppure chi, come il sottoscritto, è molto critico nei confronti del Pd può gioire per questa situazione. L'Italia ha bisogno di una opposizione robusta che possa rappresentare una solida alternativa al governo attuale. Invece niente. Infuria il dibattito, a cui si dedica con rinnovata energia Massimo D'Alema, sul dopo Berlusconi ma non si intravvede traccia di questo declino del premier se non nella sua ormai lunga carriera. L'idea, ventilata ieri da Francesco Verderami sul "Corriere", che Berlusconi possa per qualche tempo ritirarsi dalla scena politica scegliendo un profilo più discreto rischia di ammazzare i giornali e di togliere all'opposizione gran parte della sua ragione di essere. Forse il problema che i candidati dovrebbero risolvere è quello di immaginarsi quel che farebbero senza il premier. Altrimenti saranno loro a cantare: «Meno male che Silvio c'è».
l’Unità 5.7.09
La parola è sinistra
Un eterno e autonomo movimento di idee
di Luigi Manconi
La definizione: Sostantivo femminile. Mano che è dalla parte del cuore. In Parlamento, l’insieme delle forze politiche che stanno a sinistra del banco del governo e che rappresentano le tendenze progressiste. Corrente filosofica orientata in senso naturalistico e umanistico. (Dal Vocabolario Nicola Zingarelli)
Eugenio Montale : «Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo». (da Non chiederci la parola)
Italo Calvino: «I rivoluzionari sono più formalisti dei conservatori». (da Il Barone Rampante)
Dopo oltre un secolo e mezzo, si può dire che, per molti versi, la questione sia sempre la medesima: come combinare, al massimo grado possibile, libertà ed eguaglianza? La volontà di farlo, i programmi per avvicinare quell’obiettivo, la militanza intorno a esso, le culture che ne motivano ragioni e possibilità: ecco, tutto ciò possiamo chiamarlo, con molte incertezze ma con la massima approssimazione oggi consentita, sinistra.
Con qualche avvertenza: sinistra non è un luogo definito geograficamente e storicamente. Ovvero sinistra non si è sedimentata in un partito politico, in una organizzazione sociale e statuale, in un paese determinato.
Sinistra non è un sistema ideologico autosufficiente ne un regime politico immobile. Ne, d’altra parte, può considerarsi un accampamento dai confini ben muniti o una cultura integrata e autonoma. Al contrario. Sinistra rassomiglia, più che a ogni altra immagine, a un movimento, nelle molte e non sempre coerenti accezioni del termine.
È un movimento perché richiede una lotta aperta per la realizzazione di condizioni propizie (pari opportunità) per il perseguimento - appunto - della maggiore libertà possibile e, al tempo stesso, della migliore eguaglianza possibile. Nelle condizioni date e nelle dinamiche che consentono il loro superamento. Nel corso del processo per approssimare quella meta, l’identità di sinistra può definirsi a partire dalla capacità di guardare lontano (almeno un po’) nello spazio e nel tempo.
Nello spazio: da qui l’imperativo di essere «internazionalista» (o meglio: sovranazionale), intensamente interessata a ciò che accade fuori da confini che si ritengono provvisori e friabili; e la consapevolezza che ogni offesa alla libertà, ovunque perpetrata, è una lesione della propria libertà; e che la questione delle migrazioni è sua propria componente costitutiva. Nel tempo: da qui la dimensione ambientale, che ci impone di pensare, oltre la congiuntura presente, ai nostri figli e alle generazioni future. A ciò che è, ma anche a ciò che sarà e che rischierà di essere. Quanto qui sommariamente detto è sinistra come l’abbiamo conosciuta e come la conosciamo? Fin troppo ovvio rispondere no.
Ma anche criticare radicalmente ciò che sinistra è, ciò che noi siamo, può rivelarsi utile. Forse vale la pena ricordare, ancora una volta, i notissimi e felicissimi, versi di Eugenio Montale: «Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.» (1925)
Repubblica 5.7.09
Guai ai deboli
di Miriam Mafai
Cosa spinge un uomo a rintanarsi come una bestia dentro un garage, aspettare a lungo, pazientemente la sua vittima, e poi, quando questa arriva, calarsi un passamontagna sulla faccia, saltarle addosso, tapparle la bocca con un nastro adesivo e infine violentarla ? È uno stupratore, diciamo.
E con questo pensiamo di averlo definito, catalogato. Con questo pensiamo di aver detto tutto. Ma, appunto, chi è uno stupratore? Cosa lo spinge a commettere il suo crimine? Nel corso delle ultime settimane abbiamo registrato a Roma due casi di violenza sessuale consumati con le stesse modalità in due diversi quartieri della città, alla Bufalotta e all´Ardeatino. Forse a Roma, ci avverte la polizia, agisce uno "stupratore seriale". La polizia lo cerca. E tra le donne si va diffondendo un sentimento fatto insieme di paura e di rabbia. Forse non è opportuno, non è prudente uscire da sole la sera.
Cosa spinge un gruppo di giovanotti romani di un civilissimo quartiere a individuare dalle finestre della propria abitazione un uomo, uno solo, di pelle nera che sta distribuendo dei volantini, e poi, senza ragione, a scendere in strada, aggredirlo, picchiarlo selvaggiamente, stenderlo a terra, e alla fine tornare tranquillamente a casa? Tra gli immigrati, regolari o meno, tra tutti coloro che hanno la pelle di un diverso colore si va diffondendo anche a Roma, un sentimento fatto insieme di paura e di rabbia.
Né le donne né gli immigrati hanno la possibilità, la capacità di reagire di fronte ad un imprevedibile gesto di violenza. Donne e immigrati sono i più deboli, i più indifesi. Il colore della pelle in un caso, il loro sesso nell´altro (non veniva definito una volta «il sesso debole»?) sembrano destinarli al sopruso, esporli alla violenza di coloro che hanno avuto la fortuna di nascere con la pelle e il sesso giusto.
Non ho nessun rimpianto per i tempi andati. Ma non c´è dubbio che Roma è andata perdendo, nel tempo, alcune caratteristiche che la rendevano più gradevole. Una certa disponibilità alla cordialità, all´ironia. Ci fu un tempo nel quale sembrava che il reato più diffuso e insopportabile fosse lo scippo. Poi c´è stato – non lo dimentichiamo – il tempo della violenza politica, da cui uscimmo dopo anni di delitti e di sofferenza. Sembrò tuttavia aprirsi, dopo di allora, una stagione diversa. La stagione di Nicolini e poi delle Notti bianche. Si è irriso molto nei confronti dei cosiddetto "buonismo" del sindaco Veltroni , ma dobbiamo alle sue amministrazioni se la città ha potuto, in quegli anni, superare le sue ferite e riconciliarsi con la sua tradizione.
Le città cambiano, naturalmente. E oggi Roma deve reggere l´urto di fenomeni prima sconosciuti. Ma ha sbagliato il sindaco Alemanno quando, solo un anno fa, nel corso della sua campagna elettorale, ha indicato come problema centrale della città quello della mancanza di sicurezza, addebitandone la responsabilità alla passata amministrazione. Un pessimo espediente propagandistico, che gli ha consentito forse di vincere. Ma di cui lo stesso sindaco Alemanno e la sua giunta pagano oggi lo scotto. Ci guardiamo bene dall´addebitare alla attuale giunta la responsabilità degli stupri della Bufalotta e dell´Ardeatino o delle ignobili aggressioni agli immigrati, l´ultima quella di ieri a Monteverde. Ma è compito suo fare in modo che la capitale esca, con l´aiuto di tutte le sue istituzioni, dalla insicurezza e dalla violenza diffusa nella quale oggi è precipitata.
Repubblica 5.7.09
Migranti
Le donne globali ci guardano
di Maria Novella De Luca
Un milione e duecentomila, la metà adesso fuorilegge: è il popolo fantasma di colf, badanti, baby sitter straniere che abitano le nostre case. Una fotografa romana ha messo in mano a dieci di loro delle fotocamere per descrivere la vita quotidiana delle famiglie per cui lavorano. Ne sono nati una mostra e un libro che rovesciano molti punti di vista
Pietro e Elena mangiano per merenda empanadas e banane fritte, perché la convivenza crea contaminazione di culture
L´ecuadoregna Graciela ha cinque bambini, tre maschi e due femmine, da accudire per far studiare le sue tre figlie dall´altra parte del mondo
Immagini di abbracci, di baci della buonanotte, grembiuli di scuola, scherzi tra fratelli, un padre che si cimenta ai fornelli
In quegli scatti ci sono l´abbondanza e il disordine, i giocattoli e il frigo pieno, i panni da stirare, la lavatrice mai ferma
Fotografano l´abbondanza, il disordine, i colori, il cibo, i frigoriferi pieni, i panni da stirare, i letti da rifare, i giocattoli da raccogliere, un borsellino pieno di soldi, le lavatrici che non si fermano mai. Catturano immagini di abbracci domestici, il grembiule della scuola, gli scherzi tra fratelli, il bacio della buonanotte, un padre che cucina, un neonato che dorme, il campanello d´argento con cui la "signora" chiama, richiama, e chiama ancora. Raccontano il loro lavoro nelle nostre case, la fatica invisib