venerdì 23 maggio 2008

Legge e ordine, solo per gli immigrati
Maroni: no a interferenze Ue la Difesa rilancia i pattuglioni
Alfano: ora dobbiamo aumentare le carceri"
A Roma adesso Alemanno vuole una strada per Almirante...
e Veltroni benedice la linea dura. Il Pd dà battaglia.
Via all’ostruzionismo. Avranno l’opposizione che si meritano

l’Unità 23.5.08
Rifondazione, adesso non si parlano nemmeno più
Accuse pesanti. Ferrara a Mantovani: il partito vive nella società. Giordano: apriamolo a contributi esterni
di Simone Collini

Dire che il clima è pesante, dentro Rifondazione comunista, è dire poco. Persone che fino a poco tempo fa sedevano gomito a gomito in Parlamento hanno smesso di parlarsi. Altri discutono, soprattutto sui blog, e volano parole grosse. Tanto che sul sito di Ramon Mantovani, in coda a un pezzo in cui si attaccava pesantemente Liberazione, il direttore e il giornalista che nei giorni scorsi aveva intervistato Vendola, sono stati cancellati tutti i commenti e bloccata la possibilità di inserirne di nuovi.
È stato poi lo stesso Mantovani, promotore insieme a Ferrero e Grassi della mozione «Rifondazione comunista in movimento», ad agitare ulteriormente le acque nel partito. «In Puglia, Calabria e Campania registriamo un numero di tesserati sorprendentemente alto, e questo a fronte dei dati dell’ultimo anno in cui c’è stato un calo degli iscritti», ha detto l’ex deputato Prc. I sostenitori della mozione Vendola l’hanno letta come una neanche troppo velata accusa di aver gonfiato i tesseramenti proprio nelle regioni dove il governatore pugliese è più forte. E non hanno gradito. «Se fossi malizioso dovrei dire che chi pensa queste cose le fa», dice Francesco Ferrara, «ma poiché sono convinto che tutti quanti dobbiamo aiutare a non sfasciare questo partito, che ha delle risorse importanti, allora non la voglio neanche pensare una cosa del genere».
Però Ferrara, che fino alle dimissioni della segreteria è stato responsabile Organizzazione del Prc, non si capacita di come qualcuno possa lamentarsi di fronte a una crescita del partito: «E poi accusano noi di non volerlo difendere», dice. «L’accusa, se accusa è, è pretestuosa», commenta Ferrara guardando ai dati del tesseramento dell’ultimo biennio (poco sotto i 90 mila iscritti nel 2007, con forte calo di iscrizioni in Emilia Romagna, Toscana, Piemonte e Lombardia, aumento di qualche centinaio di unità in Puglia e forte aumento in Calabria). «Il partito vive nella società. Ci meravigliamo, dopo anni di discussioni sulla questione settentrionale, che nel nord viviamo una difficoltà maggiore? Ci meravigliamo che nel sud, dove si registrano fermenti sociali e una vitalità nei territori che non c’è nel resto del paese, il partito ha un insediamento più solido?».
Ma anche Grassi prende le distanze da Mantovani e punta a smorzare la polemica. «Tesseramenti gonfiati? Non ho elementi per dirlo. Io voglio discutere di politica, delle due opzioni in campo, se vogliamo cioè rilanciare Rifondazione o se, come propongono loro, vogliamo un progressivo superamento del partito».
Giordano quel che propone la mozione Vendola lo spiega così: «Dobbiamo rifondare il partito, ma aprendoci all’esterno, facendolo diventare un centro d’aggregazione di culture diverse, perché se invece decidiamo di rinchiuderci nei vecchi fortilizi li troveremmo deserti». Ma soprattutto, l’ex segretario Prc spera di non dover più sentir parlare di questioni che nulla hanno a che fare con la politica.

l’Unità 23.5.08
Maltrattamenti, conviventi equiparate alle mogli
La Cassazione spiana la strada all’eguaglianza legale per le coppie di fatto. Concia, Pd: «E la politica?»

LA CASSAZIONE spiana la strada per equiparare le coppie di fatto alla famiglia legittima. Come? Stabilendo che alle donne che convivono stabilmente con il part-
ner spetta la stessa tutela prevista dal codice penale, in caso di maltrattamenti subiti dal compagno, alla quale hanno diritto le mogli maltrattate dai mariti.
La sentenza spiega che il reato di maltrattamenti in famiglia si configura anche quando è commesso «ai danni di persona convivente more uxorio». Dicono i supremi giudici: il reato di maltrattamenti in famiglia previsto dall'art. 572 cp deve comprendere nella nozione di famiglia «ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, ricomprendendo questa nozione anche la famiglia di fatto». Affinché scatti la tutela penale - che prevede l'arresto del partner violento - è sufficiente che gli atteggiamenti violenti e prevaricatori siano nell'ambito di «un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto». Così Piazza Cavour ha confermato la custodia cautelare per Antonio B. di Torre del Greco, arrestato perché sottoponeva a continue violenze fisiche e morali la compagna con cui viveva da più di 10 anni avendone due figlie. Senza successo ha sostenuto, innanzi ai giudici, che non erano maltrattamenti in famiglia in quanto Vincenza era «una semplice convivente». Ma i giudici gli hanno dato pienamente torto e lo hanno lasciato in custodia cautelare dati i suoi precedenti. tra cui lo stupro di una minorenne.
La sentenza è piaciuta alla deputata del Pd Paola Concia che però ha sottolineato: «La Cassazione registra la realtà, la politica quando lo farà? Da anni - sostiene Concia - la Cassazione dice che le coppie di fatto sono famiglie; e oggi lo ha precisato di nuovo. Il re è nudo, così come le bugie di chi millanta che per famiglia si deve intendere solo quella basata sul matrimonio». La sentenza piace anche a Giovanardi, Pdl, che l’ha letta alla rovescia: «Dimostra che nel nostro ordinamento non ci sono discriminazioni per chi sceglie di non sposarsi. Ragione di più per non attardarsi nello sterile tentativo di introdurre forme di matrimonio diverse da quella prevista dalla Costituzione».
E la Cassazione ieri ha voluto dare un segnale anche su un altro fenomeno sempre più diffuso, quello dello stupro di gruppo. E ha stabilito che riprendere uno stupro con un telefonino rientra nel reato di violenza sessuale di gruppo. Ha così confermato la misura cautelare della permanenza in casa per 5 minorenni, indagati perché, nel febbraio 2006, avevano costretto una ragazza di 14 anni ad avere rapporti sessuali minacciando di divulgare il video in cui si mostravano gli amplessi che la giovane aveva avuto con uno di loro.

Dove era l’Es
deve diventare Io
Sigmund Freud


l’Unità 23.5.08
Metti un cellulare sul lettino dell’analista
di Fernando Riolo

Della possibilità
di rappresentarci
a noi stessi abbiamo
bisogno per dare
un senso
alla nostra storia

Dobbiamo interrogarci
su alcuni mutamenti
che sono sotto
i nostri occhi
e che ci investono
con tutta la loro forza

PSICANALISI & IDENTITÀ Siamo sempre più inabissati in un mondo artificiale e iper-reale. Qual è allora oggi il ruolo dell’analisi? Se ne parla in questi giorni al Congresso nazionale della Società psicanalitica italiana


Ricordo ancora il mio primo sogno in analisi: non perché fosse particolarmente affascinante - si tratta anzi di un sogno ricorrente e anche banale - ma perché ne costituì una mossa d’apertura cruciale: scacco matto in una mossa.
Mi trovavo in Grecia e andavo a visitare gli scavi dell’antica Micene (dove mi ero effettivamente recato nell’estate che aveva preceduto l’inizio dell’analisi); ma questa volta, all’ingresso, mi veniva chiesto di mostrare la mia carta d’identità; e per quanto la cercassi non riuscivo a trovarla. Provavo un sentimento d’angoscia certo sproporzionato.
Ero alla mia seconda seduta: alla prima avevo esordito con l’orgogliosa enunciazione (in greco) del mio programma analitico: gnoti se autòn. Ben più socratico di me, il mio analista si era limitato a tacere.
La psicoanalisi è innanzitutto smarrimento dell’identità. Quel costrutto venne esautorato dalla decisione di Freud di mettere in mora il soggetto fenomenico della coscienza, al fine indagare il suo referente inconscio. Tale indagine fu resa possibile dalla contemporanea messa in mora delle regole di funzionamento del pensiero cosciente e dalla scelta di servirsi della peculiare forma di pensiero che è propria del sogno come «metodo» per indagare l’inconscio: una forma di pensiero che non obbedisce alle leggi della razionalità conoscitiva e comporta dunque la sospensione del principio d’identità anche nel suo statuto logico - per il sogno, infatti, la parte è uguale al tutto, il terzo è incluso, e ogni cosa è anche il suo contrario (A è non-A).
L’idea di identità ne risulterà definitivamente modificata: da questo momento essa consisterà in un gruppo di rappresentazioni prevalenti e solo relativamente stabili, la cui egemonia sullo scenario interno suppone la selezione e l’esclusione delle rappresentazioni rivali. L’Io-sono è di per se una forma vuota, suscettibile di essere variabilmente riempita dalle successive ondate di rappresentazioni e identificazioni - non un ente, dunque, ma il significante scelto di una scena abitata da molteplici significati.
Questo Ich bin, ribadirà Freud, è in realtà un Ich werden, un «Io diviene»; il risultato dell’espulsione di parti di sé e dell’incorporazione di «altro da sé». L’identità procede cioè da uno scambio continuo tra l’interno e l’esterno, da un susseguirsi di inclusioni e esclusioni, che in essa trovano un luogo di integrazione provvisoria. Questo luogo non è perciò da intendere come una coabitazione pacifica di parti in rapporto complementare tra loro; bensì come una pluralità conflittuale e irriducibile, nella quale l’aspirazione all’unità è continuamente sovvertita dall’aspirazione ad esistere delle singole parti. L’Io come Arlecchino, dice Freud, servo di più padroni.
Possiamo parlare ancora di identità? Non possiamo davvero farne a meno. Perché l’identità è uno di quei concetti dannati - come l’essere, la coscienza, il tempo - che sono destinati a sopravvivere alle loro reificazioni come alle loro confutazioni. Appena l’abbiamo demolita come «ente» dobbiamo riammetterla come «rappresentazione»; poiché della possibilità di rappresentarci a noi stessi abbiamo necessariamente bisogno per dare un ordine e un senso alla nostra storia, alla nostra esperienza del mondo.
Io sono il prodotto di ciò che non sono stato, io sono il relitto della costruzione che del mio passato ho fatto. Eppure questo io sono.
Demolire l’identità e riedificarla. Si può dire che la stessa contraddizione si presenta in ogni analisi; che forse tutta l’analisi altro non è che il teatro di quella contraddizione. Dovremmo considerare dunque questa riedificazione il nostro secondo obiettivo? Benché possa apparire del tutto ragionevole e finanche necessario, Freud ebbe il coraggio intellettuale e morale di rifiutarlo: «Abbiamo analizzato il paziente, scrive nel ’18, cioè abbiamo scomposto la sua attività psichica negli elementi che la compongono (…) a questo punto cosa c’è di più naturale dell’esigenza che il nostro aiuto si esprima anche nel far sì che questi stessi elementi si combinino in lui in modo nuovo e migliore? Come sapete, questa esigenza è stata effettivamente avanzata (…) e si è instaurata la tendenza a spostare tutto il peso dell’attività psicoterapeutica su questa sintesi, che sarebbe una sorta di ripristino di ciò che era stato in certo qual modo distrutto dalla vivisezione. Eppure io non posso credere, Signori, che questa psico-sintesi rappresenti per noi un nuovo compito. Se volessi permettermi di essere così franco da essere scortese, direi anzi che è una frase senza senso. (…) Una volta che siamo riusciti a scomporre un sintomo, a liberare un moto pulsionale da un determinato contesto, esso non resta isolato, ma entra subito in un contesto nuovo - e aggiunge: a ben vedere anche nell’analisi chimica si verifica qualcosa di molto simile. Contemporaneamente all’isolamento dei diversi elementi che il chimico riesce a ottenere, si realizzano delle sintesi che non rientrano nelle sue intenzioni».
L’analisi non intende produrre alcunché. Il che non significa che non produca nulla; ma che non intende dirigere il processo terapeutico in funzione di una meta, di un’ideale, o di un desiderio. Non vuole e non può: perché «il processo, una volta avviato, non si lascia prescrivere né la direzione, né la sequenza, ma va per la sua strada».
In tal modo Freud sottraeva l’analisi al dominio dell’ideologia e della morale comune, assegnandole come terapia il medesimo obbiettivo che le aveva affidato come scienza: il riconoscimento disinteressato della realtà e la riappropriazione di questa.
Non c’è, al termine di un’analisi, la mitica promessa di una «nuova identità»; semmai la possibilità di sottrarre la vecchia alla sua forma cristallizzata e riflessiva, che vincola il soggetto entro uno spazio di ripetizione. Nella misura in cui si limita ad attestare il semplice rispecchiamento di sé («a è a»), la forma riflessiva esclude infatti la considerazione dell’alterità: l’altro sé, come pure l’altro da sé.
Tertium detur: ammettere all’esistenza questo terzo è il compito dell’analisi, un compito di riconoscimento, attraverso cui il soggetto inconscio e l’esperienza passata e esclusa rientrano a far parte della vita cosciente e dell’esperienza presente: «non-a» può diventare «a»; non-me può diventare me; Es può diventare Io, e perciò anche Tu. La nascita del soggetto e quella dell’oggetto sono infatti una medesima nascita.
Ma dobbiamo interrogarci su alcuni mutamenti che sono sotto i nostri occhi e ci investono con la loro forza. Ancora, nel secolo scorso, Isaia Berlin poteva imputare alla cultura del romanticismo di aver aperto la strada alle tragiche ideologie del novecento, attraverso l’esaltazione dell’Io, in conflitto con se stesso e col mondo, eppure artefice della storia e del mondo. In quelle ideologie egli vedeva la volontà di potenza del soggetto nel suo dispiegarsi ai popoli e nazioni.
Senza che la presa e l’inganno di tali proiezioni collettive si siano indeboliti - e insieme ad essi la violenza dei fanatismi e dei fondamentalismi - oggi è lo scenario del soggetto che è profondamente mutato. La responsabilità, l’orientamento e il senso ci sfuggono da tutte le parti e non sembra esserci più alcun luogo in cui rifugiarsi, nemmeno in noi stessi. L’identità, come scriveva Baudrillard, sempre più si inabissa, rimpiazzata dai suoi fantasmagorici cloni e simulazioni: realtà visionarie, «second life» artificiali, ma niente affatto virtuali - al contrario, iper-reali: assemblaggi di oggetti, corpi e parti di personalità, forzati alla costruzione di nuove realtà, che da quel momento sono considerate indipendenti e capaci di «azione».
Non si tratta di stabilire se l’identità sia diventata «liquida» - come vorrebbe un’imperante e fin troppo fortunata metafora. Se proprio dovessi fare riferimento agli stati della materia, direi semmai che le sue espressioni attuali sono meglio rappresentate dal solid state delle multipotenti protesi tecnologiche, i nuovi oggetti-feticcio, cui abbiamo devoluto gran parte della nostra dimensione umana (come diceva un personaggio di un film: «se vuoi sapere chi è non guardarla negli occhi, guarda nel suo cellulare». Insomma, il cellulare come porta dell’anima!).
Quello che intendo dire, è che non è questione di metafore; ma proprio del loro contrario: della morte delle metafore, dell’afasia del mondo delle rappresentazioni e dei significati, a vantaggio di un mondo di cose, di facticia, nelle quali il soggetto psichico si riversa e dissolve. Corrispondentemente, non più identità da scomporre e da rompere; ma le loro ectopie, le loro iperboli, i loro feticci.
Ci domandiamo, di tanto in tanto, dove sono finite le nevrosi di una volta? Le nevrosi sono espressione di un mondo che ha come centro la realtà psichica e i suoi significati: il desiderio, il divieto, il conflitto, l’impotenza, la passione, la colpa. Le patologie che ne hanno preso il posto - le psicopatie, le tossicomanie, le bulimie e anoressie - sono espressione piuttosto di un difetto dell’ordine simbolico e di un uso «normalizzato» di produzioni allucinatorie e azioni, il cui fine è l’evacuazione dell’angoscia, ma anche del significato di sé. Poiché il «terrore» è riconoscersi, essere dentro di sé, responsabili della propria vita psichica e delle sue irriducibili contraddizioni.
Potremmo chiederci perciò se il compito dell’analisi debba rimanere lo stesso. La mia risposta è sì; e a maggior ragione: il compito rimane quello indicato da Freud: la rappresentazione attraverso la parola; e cioè la capacità di riprodurre quel mondo di cose e di fatti sul terreno simbolico; di restituire a quei resti il loro significato, di riportare quelle iperboli ai loro centri: in altre parole, al riconoscimento di sé, al dolore di sé e alla tolleranza di sé.

Repubblica 23.5.08
Appena nato, è già clandestino
di Miriam Mafai

Ci sono le leggi e le leggi vanno rispettate. Ci sono paesi nei quali vige lo jus sanguinis. Si è cittadini italiani, ad esempio, solo se si nasce da una donna e un uomo italiano. Ci sono paesi nei quali vige lo jus soli. Si è cittadini francesi, ad esempio, solo se si nasce sul territorio francese. Tutto preciso, tutto regolare come devono essere le leggi sulle quali si basa la nostra convivenza.
Ma cosa succede quando un bambino, ignorando qualunque legge, nasce in mare da genitori emigranti illegali su un gommone carico di altri clandestini? Nella mitologia, nelle leggende, nelle Sacre Scritture ci sono tanti bambini che, appena nati, vengono abbandonati in acqua, sul bordo di un fiume o in mare, nascosti in un cestino. Nella mitologia, nelle leggende e nelle Sacre Scritture, quei bambini abbandonati di solito vengono salvati e una volta adulti, tornano nel loro paese, a guidare il proprio popolo e a fare giustizia.
Il bambino nato su un gommone carico di clandestini è figlio di genitori somali fuggiti da un paese che è in mano alla ferocia di bande armate, un paese che non è più nemmeno uno stato. Fanno parte di quelle migliaia di sventurati che attraversano a piedi un bel pezzo d´Africa per imbarcarsi, forse in Libia, per il nostro paese. Forse il bambino nato ieri su un gommone, in mare, un giorno tornerà nel suo paese a riscattarlo e fare giustizia. Questo, di solito accade nelle leggende e nelle favole. Ma oggi, quale destino attende il piccolo somalo nato in mare a poche miglia di distanza da Lampedusa?
I genitori lo hanno chiamato Abdwahd, che vuol dire fortunato: già il fatto di essere venuto al mondo vivo, di aver potuto toccare un lembo di terra, è segno di buona sorte. Ma il piccolo Abdwhad, nato clandestino, profugo da un paese che sta andando alla rovina, in un continente che si sta dilaniando tra corruzione e lotte tribali, rischia di diventare il simbolo di una umanità senza diritti e senza futuro. Di una umanità affamata, sospetta. E con i suoi genitori ed altri clandestini arriva nel nostro paese nel momento in cui si stanno preparando leggi più severe per il controllo degli immigrati, quelli che già risiedono, legalmente o illegalmente nel nostro paese, e per impedire ad altri di arrivarci, con il loro pericoloso carico di miseria e di rabbia.
Quest´ultimo sbarco illegale ci dice intanto come sono inevitabilmente porose le frontiere di un paese come il nostro che appare sulle carte geografiche come una lunga lingua di terra circondata dal mare, costante miraggio per popolazioni sofferenti e calpestati. Ci dice anche che le leggi, anche le rigorose e generalmente condivise, non potranno mai impedire del tutto sbarchi clandestini e altrettanto clandestini attraversamenti di frontiera.
Questo gruppo di somali arrivati ieri a Lampedusa su un gommone di non più di 8 metri, tra i quali i genitori del piccolo nato in mare, chiederanno probabilmente di avvalersi della particolare legislazione che tutela i richiedenti asilo politico. E´ possibile, è augurabile che l´ottengano. Tra le nuove, più severe, norme annunciate, mercoledì dal governo Berlusconi, in tema di immigrazione, non mi sembrava esserci alcuna revisione delle norme che limitano la concessione dello status di «rifugiato politico». Se riuscirà a ottenerlo, se l´Italia – malgrado il giro di vite, l´introduzione del reato di clandestinità, il "muro" di leggi che sta erigendo simbolicamente intorno alle sue coste – non spegnerà il suo futuro, il piccolo Abdwahd, nato clandestino, potrà dirsi davvero fortunato.

Repubblica 23.5.08
Sotto il segno del gulag
L’intimità tra i dannati di Stalin
Martin Amis parla del nuovo romanzo "la casa degli incontri"

Da un lato un sistema di schiavitù, dall´altro il diritto "rivoluzionario" ad avere rapporti col coniuge persino per i deportati all´inferno
"Due fratelli chiusi nello stesso campo e innamorati della stessa donna"
"Mio padre era un comunista: avrei sempre voluto chiedergli come fosse possibile"

LONDRA. Il salotto di Martin Amis, a Primrose Hill, una «rive gauche» londinese popolata di attori, scrittori, intellettuali, ha l´aspetto post-moderno e geometrico dei suoi romanzi: un divano rosso, una vecchia ottomana, poltrone sfondate, arazzi e quadri d´artista alle pareti, pile di libri ovunque, ma in perfetto ordine, non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Il Gulag sovietico, argomento del suo nuovo romanzo, La casa degli incontri, ora pubblicato in Italia da Einaudi (pagg. 210, euro 17), sembra lontano anni luce. «Ma sembrava ancora più lontano dal luogo dove l´ho scritto, una fattoria affacciata all´oceano, in Uruguay (terra della sua seconda moglie, la pittrice Isabel Fonseca, n.d.r.)», dice l´autore di L´informazione, Cane giallo e tanti altri best-seller internazionali. «In uno scenario così bello, dovevo fare uno sforzo ancora maggiore per calarmi ogni giorno nei panni di una vittima del terrore staliniano». Lo sforzo è servito: la critica inglese e americana lo ha definito il suo miglior romanzo.
Da dove nasce questa storia?
«Da un altro libro, Koba il Terribile, il saggio-biografia che ho scritto su Stalin, per il quale avevo raccolto e letto una mole immensa di materiale. Per la precisione nasce da tre paginette dello splendido studio sul Gulag di Applebaum, in cui l´autore descrive appunto la "casa degli incontri". Mi aveva colpito come una strana confluenza di contraddizioni: da un lato un sistema di schiavitù, dall´altro il diritto per così dire rivoluzionario e leninista in base al quale chiunque, perfino i dannati del Gulag, aveva diritto a un intimo incontro con la propria moglie, una volta ogni tanto. Dopodiché il dannato tornava all´inferno e sua moglie intraprendeva un viaggio di sei settimane attraverso la Siberia per tornare a casa».
E l´idea di trasformare questo tema in fantasia narrativa, quale fu?
«Una visione, di due fratelli, rinchiusi nel medesimo campo, innamorati della stessa donna. Basta molto meno, a un romanziere, per immaginare un romanzo».
A proposito di Gulag, ha letto, naturalmente, l´Arcipelago di Solgenitsyn?
«L´ho letto molti anni fa, con commozione e senso d´orrore, così come Una giornata di Ivan Denisovic, che mi è piaciuto ancora di più come opera letteraria. E poi, sul Gulag, ho letto I racconti della Kolyma di Shalimov, forse il libro più poetico e impressionante, che in certe pagine conduce alle lacrime, in altre al riso o sulla soglia della follia».
Poco fa, parlando del Gulag sovietico, lo ha definito «un sistema di schiavitù». È così che voleva presentarlo nel suo romanzo?
«Sì, anche se il mio romanzo è ambientato, come Ivan Denisovic, dopo la seconda guerra mondiale, e l´orrore del Gulag era inferiore a prima della guerra, agli inizi, al Grande Terrore staliniano. Ma si trattava pur sempre di uno schiavismo orchestrato e diretto dallo Stato. Quelli che criticano la prigione di Guantanamo dicendo che è il sistema schiavistico dell´America non sanno di cosa parlano. Non sanno cosa è stato il Gulag».
Negli ultimi anni i suoi scritti riflettono un disgustato fascino per il comunismo sovietico, per l´Urss.
«È così. Cito lo storico Martin Malia: è difficile immaginare il livello di orrore e dinamismo raggiunti dall´esperimento sovietico. Sistema totalitario è una definizione insufficiente. L´Urss creò un nuovo tipo di essere umano, una specie ambiziosa, arrogante, irreale».
Questa curiosità per l´Urss deriva anche dalla storia privata della sua famiglia?
«Sì. Mio padre (lo scrittore Kingsley Amis, n.d.r.) era comunista. Avrei sempre voluto chiedergli come era stato possibile che quella intollerabile utopia avesse qualcosa in comune con uno spirito libertario, sovversivo, pieno di umorismo, come il suo. Mio padre è morto nel 1995, senza che facessimo veramente quel discorso. Ora lo faccio tra me e me, nei libri».
Lei non è mai stato comunista?
«No. Ero di sinistra, e lo rimango. Ma l´egualitarismo non mi convince come ricetta della felicità. Credo di più nella giustizia, che è un´altra cosa, da coniugare sempre con la libertà».
Uno dei protagonisti del suo romanzo torna in Siberia per ritrovare l´incubo che vi ha lasciato. Il messaggio è che non si può sfuggire al proprio destino?
«E´ più semplice e più assoluto di così. Il messaggio è che non ci si può lasciare mai nulla, nulla di davvero importante, dietro le spalle».
Il Gulag sovietico, secondo lei, si può mettere sullo stesso piano dell´Olocausto?
«Credo di no. Nell´Olocausto c´è una perversione speciale: l´intento di distruggere un popolo, di compiere un genocidio. Anche Stalin ha fatto passare per il Gulag qualcuna delle popolazioni dell´Urss, triturandole, ma non necessariamente con il medesimo intento maligno di Hitler. Ma bisogna anche dire che la commemorazione dell´Olocausto, la sua comprensione, è oggi un valore ampiamente condiviso, perlomeno in Occidente. Non è la stessa cosa per il Gulag sovietico. Se ne sa di meno, se ne parla di meno, lo si indaga di meno. Perciò ho voluto aggiungere il mio piccolo contributo alla materia».
La responsabilità è anche della Russia odierna, che non ha fatto certo molto per commemorare gli orrori del suo Gulag, a differenza di quanto ha fatto la Germania con l´Olocausto.
«Certamente. Sotto Putin, del resto, la popolarità di Stalin come grande leader nazionalista è risalita alle stelle. Se l´America desidera tanto essere amata, e questo è spesso causa di tanti guai nel resto del pianeta, la Russia preferisce essere temuta. Sotto Stalin, indubbiamente lo era. Putin ha cercato di fare di nuovo paura, e in parte c´è riuscito».
Lo spettro del comunismo, tuttavia, non si aggira più per il mondo. Lei negli ultimi tempi ha denunciato con veemenza, in saggi, lezioni universitarie, polemiche, un altro spettro: quello del terrorismo islamico, del fanatismo religioso.
«E´ uno spettro ancora in via di evoluzione. Io credo che in futuro non sarà più solo e tanto un estremismo islamico, religioso, bensì un estremismo fine a se stesso, animato in fondo da sentimenti simili a quelli che stavano dietro alle forme più estreme di terrore di matrice nazista o comunista: l´ossessione con un´astratta purezza, una visione romanticizzata della violenza e del sacrificio, un anelito di immortalità, il desiderio di sentirsi motore della storia. E´ un fenomeno che avrà ancora molte convulsioni, purtroppo, prima di fare il suo corso e, mi auguro, esaurirsi».
Ha mai pensato di scrivere un romanzo sul fanatismo islamico?
«L´ho scritto. O meglio ho cominciato a scriverlo, in questi anni, dopo avere pubblicato una breve novella satirica sull´argomento. Ma dopo molti sforzi mi sono fermato. Non sono pronto. Siamo troppo vicini ai fatti per ambientarvi un romanzo. Le ceneri degli attentati sono ancora calde. E purtroppo ci proveranno di nuovo».
Ma lei è ottimista o pessimista sul futuro?
«Riguardo al terrorismo religioso o come lo si voglia definire, nel lungo termine sono ottimista: è qualcosa che ci può ferire, ma non rappresenta una minaccia in grado di distruggere la nostra civiltà. Riguardo al resto, non c´è molto da essere ottimisti, temo: se penso ai miei figli più giovani, bambini di otto e undici anni, e a me stesso alla loro età, nell´era dorata del miracolo economico post seconda guerra mondiale, il loro futuro è molto più denso di incertezze e preoccupazioni, a cominciare da quelle sul cambiamento climatico, di quello che avevo davanti io».

Repubblica 23.5.08
Il caso/ Un medievista contro il mito della cultura araba
Un professore tutto occidentale
di Tahar Ben Jelloun

Sylvain Gouguenheim sostiene che l´apporto dell´Islam nella trasmissione del sapere greco e latino sarebbe nullo e l´incontro tra le due civiltà impossibile

Ho sempre rifiutato di seguire la paranoia di certi musulmani, convinti che l´Occidente giudeo-cristiano abbia scatenato contro l´Islam una guerra a lungo termine. Guerra, complotti, sabotaggi e ostacoli sulla via dell´espansione di questa religione: una visione piuttosto comune negli ambienti islamisti e diffusa dalle televisioni satellitari del Golfo, che non sta in piedi. Dalla pubblicazione dei Versi satanici di Salman Rushdie al film olandese Fitna, passando per le caricature di Maometto su un giornale danese, tutto viene interpretato come una macchinazione volta a distruggere la «Casa dell´Islam». Di fatto, la realtà è più semplice. A mio modesto parere, non esiste alcuna concertazione planetaria contro l´Islam, ma semplicemente una serie di opinioni diverse e contraddittorie che si manifestano nell´ambito della libertà d´espressione dei Paesi europei. Credere a questa paranoia e incoraggiarla serve solo a ostacolare la riflessione e l´analisi scientifica, oltre che a impedire un dibattito aperto e chiaro. Il fanatismo è innanzitutto il rifiuto del dialogo; è una forma di totalitarismo che rende impossibile ogni scambio di idee.
Eppure in Occidente esiste una tendenza al rigetto dell´Islam e dei musulmani. Dall´11 settembre 2001 quest´atteggiamento si è trasformato in ideologia. La pubblicazione in Francia, nell´aprile scorso, del saggio Aristote au Mont Saint-Michel; les racines grècques de l´Europe chrétienne (Editions du Seuil) dello storico medievalista Sylvain Gouguenheim, professore all´Ecole Normale Supérieure di Lione e specialista delle crociate, ha suscitato una polemica interessante e di buon livello. Molti si sono indignati, soprattutto perché Le Monde, con un articolo di mezza pagina, ha salutato il coraggio di questo storico, elogiandolo per aver posto fine a una leggenda.
Cosa dice Sylvain Gouguenheim? In breve, a suo parere il ruolo dell´Islam nella trasmissione del sapere greco-latino all´Occidente sarebbe un mito. Non gli arabi musulmani, ma i cristiani d´Oriente avrebbero scoperto e trasmesso la filosofia greca all´Occidente. Sempre secondo l´autore, il pensiero arabo-musulmano sarebbe incapace di razionalità, in quanto bloccato dalla pressione e dalla potenza del Corano. Gouguenheim minimizza, e arriva anzi a svalutare l´importanza della produzione intellettuale degli arabi musulmani tra il IX e il XII secolo. E nella sua conclusione supera lo stesso Samuel Huntington (che ha messo sul mercato lo scontro tra civiltà) affermando l´impossibilità di un incontro tra l´Occidente cristiano e l´Islam. Dunque, questo saggio chiude tutte le porte, e a suo modo impugna la bandiera della supremazia occidentale, come ai tempi della conquista coloniale. A tutto questo è sottesa un´ideologia che risponde al fanatismo degli islamisti con un fanatismo non meno radicale. E non è un caso se alcuni estratti di questo libro sono stati pubblicati, nove mesi prima della sua uscita in libreria, su un sito di estrema destra, "Occidentalis", noto per il suo odio contro l´Islam e i musulmani. Questo sito ha una rubrica denominata «islamovigilance», che è una macchina da guerra contro il mondo musulmano. E non a caso il Figaro Littéraire ha tessuto l´elogio del libro, congratulandosi con l´autore e ricordando i paralleli col discorso sull´Islam del papa Benedetto XVI.
A fronte di questa negazione storica, alcuni medievalisti seri hanno risposto a Sylvain Gouguenheim. C´è chi lo ha preso in giro, come il filosofo Alain De Libera; mentre Julien Loiseau e lo spagnolo Gabriel Martinez-Gros hanno dimostrato la scarsa consistenza delle sue tesi. Vi sono stati dibattiti violenti anche su Internet. La cronaca dello scrittore Pierre Assouline, pubblicata sul suo blog, ha suscitato più di 400 commenti. Tutti dicono che non si può comprendere Aristotele senza il suo commentatore Averroé, o si chiedono cosa sarebbe l´Occidente oggi senza Cordova e il suo apporto alla cultura universale.
Riconosciamo tutti il ruolo svolto in quest´opera di trasmissione da Giacomo da Venezia e dai monaci dell´Abbazia di Saint-Michel. Nessuno afferma che l´Europa debba tutto all´Islam. C´è però una cosa che emerge chiaramente da questa polemica: nulla viene risparmiato all´Islam. Dopo la sua assimilazione al terrorismo, dopo il travisamento di questa religione da parte di politici senza scrupoli, dopo l´effetto sull´immaginario di uno slogan come quello dello «scontro tra civiltà», siamo di nuovo in presenza di un´impresa di negazione e falsificazione, rilanciata da siti noti per la loro islamofobia.
Meglio allora leggere il libro di Juan Vernet Ce que la culture doit aux arabes d´Espagne ("Ciò che la cultura deve agli arabi di Spagna"), un libro di incontestabile serietà (pubblicato nel 1978 in Spagna e nel 1985 in Francia per i tipi di Actes-Sud Sindbad). Qui almeno troviamo solo fatti: null´altro che storia, senza traccia di ideologia.
Traduzione di Elisabetta Horvat

Repubblica 23.5.08
Sempre più tristi tropici
Lévi-Strauss compie cento anni
di Antonio Gnoli

È soprattutto un grande libro sulla desolazione umana secondo Lévinas, il più ateo dei libri
L´antropologo trascorse diversi anni nel Mato Grosso e scrisse un libro unico, assoluto

Quando nel 1934 Claude Lévi-Strauss si imbarcò dal porto di Marsiglia, destinazione le foreste del Brasile, circolava un film che alla giungla aveva innalzato una monumentale metafora di tutte le paure che un mondo altro e arcaico suscitano nell´uomo occidentale. King Kong uscì nelle sale cinematografiche nel 1933 e, come tutti sanno, narra di un re spodestato dal suo regno e portato in catene nella scintillante New York. Lo scimmione è un sovrano sui generis che incute terrore tra gli indigeni dell´isola, fino a quando un manipolo di bianchi immaginano di ricavarne un grande spettacolo: tanto più pittoresco ed efficace quanto più l´immagine del grande gorilla risulterà teatralmente terrificante. In fondo ciò che l´Occidente, nelle sue componenti più ciniche e affaristiche, ha sempre saputo gestire è la paura. Sia che si tratti di un sentimento nato da una finzione, sia che sgorghi dai segreti meandri della realtà, la paura - moneta che circola abbondantemente nei giorni nostri - è un motore formidabile che alimenta immaginario e potere, i loro lati oscuri, notturni, impenetrabili. Ma soprattutto disorientanti.
Lévi-Strauss trascorse diversi anni nelle foreste del Mato Grosso. Vi giunse nel 1935 e ripartì nel 1939. Su quell´esperienza lasciò per anni calare il silenzio. Non una parola che ricordasse le difficoltà, i rischi, i timori, che gli incontri con civiltà indigene, remote e incontaminate gli avevano procurato. Poi, quindici anni più tardi, decise di raccontare quello che aveva visto e vissuto. E ne venne fuori Tristi Tropici, un´opera unica. Assoluta, come possono esserlo quei libri senza precedenti veri. Nasceva con pochi ingredienti: lo sguardo rivolto al concreto, il rispetto per le cose viste e, soprattutto, il talento narrativo. Giacché alla fine quel libro che comparve la prima volta nel 1955 era soprattutto un grande romanzo.
Lévi-Strauss (il grande vecchio compirà cento anni a novembre, si sono tenuti convegni sulla sua figura e altre celebrazioni sono previste in Francia e in Italia) scrisse Tristi tropici in quattro mesi. Il libro nasceva da urgenze diverse: il divorzio dalla prima moglie, la bocciatura al Collège de France, il progetto - vago, seducente e poi abortito - di scrivere un romanzo che avesse come protagonista una specie di truffatore europeo che circuisce gli indigeni della foresta amazzonica. Non so se davvero Lévi-Strauss si sentisse alla pari di un mestatore occidentale pronto a carpire la buona fede del selvaggio, di sicuro c´è che Tristi tropici è attraversato da un singolare senso di colpa, che lo spinge a raccontare, con nostalgia e realismo, un mondo che sarebbe sparito. In certe pagine egli non esita a mettere sotto accusa il mestiere dell´etnologo, condizionato da un´ambiguità che mina, almeno in parte, la legittimità scientifica della ricerca sul campo. Da un lato egli indaga le regole che governano le relazioni di parentela, la forza del mito, la logica del pensiero selvaggio; dall´altro è consapevole che ogni intervento, anche il più neutrale, può risultare devastante per la realtà che si intende indagare. È la ragione per cui odia viaggiare. Lo dichiara fin dall´inizio. Tristi tropici si apre con un´affermazione sconcertante: «Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni».
L´odio è un sentimento tagliente e pericoloso. Va maneggiato con cura. E le prime righe del libro sono rivelatrici di qualcosa che prima di allora si trova, in maniera così esplicita, solo in un altro autore: Jean-Jacques Rousseau. Entrambi condividono lo stesso subbuglio psichico, il medesimo impeto e sdegno. Rousseau non odia i viaggi, ma odia tutto ciò che è civilizzazione. Il peso di quell´odio bilancia l´amore che nutre per l´innocenza perduta, per quello stato di natura che, con qualche sforzo di immaginazione, potremmo vedere abitato dalle tribù dei Bororo, dei Nambikwara, dai Tupi Kawahib che Lévi Strauss visita, fotografa, filma, racconta.
È uno sforzo immane quello a cui l´etnologo si sottopone in quegli anni, segnati da fatiche, privazioni, pericoli e dalla convinzione che un mondo opposto per stile e sostanza all´Occidente stia lentamente morendo. Ai suoi occhi il Brasile è un paradigma della storia mutevole, del passaggio dal fugace splendore di alcune città alla loro decadenza, dalla ricchezza della terra alla desolazione dei frutti. Quel mondo, che descrive con raro talento narrativo, è condannato alla sparizione. E il fatto di ricordarne così ossessivamente la decadenza, gli appare un modo sinistro di speculare sulle altrui miserie: di accelerarne la fine. Considera Tristi tropici un´opera di corruzione del lavoro dell´etnografo. Resta colpito dalle considerazioni che Baudelaire svolge sull´impressionismo e Manet in particolare. E le adatta alle proprie convinzioni. Non è che gli impressionisti non sapessero dipingere, ma essi cercavano l´illusione di un´arte spontanea. La stessa illusione è convinto si celi nella sua narrazione: ciò che vede è davvero dettato dallo sguardo dello scienziato o è puro colore di superficie?
Si è presi da una certa spossatezza nella prolungata lettura di Tristi tropici. Il lettore è sopraffatto dalla lussureggiante messe di dettagli, dalle esperienza improvvise, dalle imprevedibili deviazioni sull´India e le caste, sul buddismo e l´Islam. Ma a uno sguardo più attento si avverte che sotto quel caos di emozioni e di avventure, regna un ordine nascosto, un sapere che fa appello alle semplici regole dello strutturalismo. Nonostante ciò egli considera Tristi tropici un libro impudente, scritto più con le passioni del cuore che con quelle della mente. Alla fine del libro ci si imbatte nell´omaggio a Rousseau che egli considera il più etnologo tra i filosofi. Frainteso, dileggiato, disprezzato, Rousseau è stato il modo in cui l´Occidente ha provato a leggere e capire il cuore dell´altro senza oltraggiarlo. Naturalmente, per il ginevrino quel cuore era la prova che l´Occidente si sarebbe potuto salvare solo a patto di lasciarselo trapiantare. Una tale prospettiva non era priva di equivoci e pericoli. Ovvero di tentazioni totalitarie, nate nel nome di una civiltà interamente trasparente.
Può mai esistere una società perfetta? Qui le strade di Rousseau e Lévi-Strauss divergono. Le culture, le civiltà, i mondi religiosi si possono confrontare ma non sovrapporre, men che meno sommare. Nessuna società agli occhi del grande antropologo è interamente bene o male. Possiamo prendere degli aspetti, amarne alcuni e detestarne altri. Non possiamo realizzarne una sintesi. Possiamo solo renderci conto della loro intrinseca caducità. Tristi tropici è soprattutto un grande libro sulla desolazione umana.
Colpiva a tal proposito un giudizio del filosofo Emmanuel Lévinas che per definire l´ateismo moderno si richiama al capolavoro levistraussiano: «L´ateismo moderno», scrive Lévinas, «non è la negazione di Dio, è l´indifferentismo assoluto di Tristi tropici. Penso che sia il libro più ateo che sia stato scritto nei nostri tempi, il libro più disorientato e disorientante». Che cos´è che colpiva in maniera così acuta il filosofo francese? Credo la mancanza di senso - sia della storia, sia del soggetto che in teoria dovrebbe esserne il portatore - che circola in Tristi tropici. Non a caso l´opera fu letta anche come un attacco all´esistenzialismo e in particolare a Jean-Paul Sartre.
«Il mondo», si legge alla fine di Tristi tropici - «è cominciato senza l´uomo e finirà senza di lui». Siamo i privilegiati del pianeta. Solo perché l´arroganza, la forza, il gusto estremo della competizione ci hanno collocato in quel posto che ci illudiamo di poter difendere con lo scudo e la lancia della volontà di potenza. Abbiamo detronizzato la natura, e le sue componenti. Costruito città e imperi. Viviamo in società sempre più complesse, sorrette da equilibri precari. «Quanto alle creazioni dello spirito umano, il loro senso non esiste che in rapporto all´uomo e si confonderanno nel disordine quando egli sarà scomparso». Dopotutto Lévinas non aveva torto nel cogliere la profonda e disorientante visione che Lévi-Strauss coltiva della vita umana. Una visione che non ci appaga né ci consola. Ci fa sentire impotenti. Ed è la medesima frustrazione provata nell´assistere alla caduta di King Kong dall´Empire State Building. Nella foresta ipermoderna di Manhattan non c´era più spazio per la natura e per il sacro. Tristi tropici ci racconta la stessa lancinante estromissione. Le nostre vite artificiali che Rousseau detestava in maniera profonda, immaginando improbabili alternative, Lévi-Strauss le coglie come il destino più intimo e rovinoso di quel soggetto che abbiamo chiamato uomo.

Corriere della Sera 23.5.08
Diritti Bufera per una proposta del partito dell'ex premier. «Si torna a Hitler»
Belgio, l'«eutanasia per incapaci mentali»
di Margherita De Bac

Etica e malattia Il progetto apre anche ai pazienti che non hanno espresso il consenso in precedenza

Polemica in Belgio per quattro proposte di legge che, se approvate, consentirebbero, in caso di malattia incurabile, di praticare l'eutanasia anche su persone «mentalmente incapaci» e sui minorenni. Promotore dell'iniziativa è il partito liberaldemocratico fiammingo. Ma chi si oppone parla di un ritorno ai metodi del nazismo.

BRUXELLES — Prima proposta: lasciar morire, o meglio uccidere con un'iniezione o con una manciata di pastiglie, un paziente che sia «mentalmente incapacitato». Seconda proposta: lasciar morire o uccidere anche, sempre per sottrarlo al dolore di una malattia non più controllabile, chi per la legge è minorenne, troppo giovane per decidere da solo. Questo ed altro chiedono 4 progetti di legge — presentati dal partito liberaldemocratico fiammingo — che stanno dividendo ancora una volta il Belgio cattolico: prevedono cioè che l'eutanasia, già legalizzata dal 2002 per i maggiorenni e a determinate condizioni, possa essere estesa legalmente anche ai minori — come già avviene in Olanda — e ai «dementi», cioè a persone che non siano in grado di intendere e di volere per effetto di una incurabile forma di demenza.
Stando agli oppositori dell'idea, soprattutto a quelli dell'area cattolica, si tratta poco meno che di un ritorno al «T4», il piano per l'eutanasia di massa messo in cantiere da Hitler subito prima della guerra. Stando ai sostenitori, le ideologie naziste non c'entrano proprio nulla: si vorrebbe solo combattere la condanna della sofferenza inutile, e offrire a tutti la possibilità di una «morte con dignità». Sostenitori e oppositori sono disposti in file trasversali, si trovano più o meno in tutti i partiti. Ma a firmare i 4 progetti di legge sono i liberaldemocratici dell'Open Vld, il partito dell'ex primo ministro Guy Verofstadt e anche il primo partito in vaste zone delle Fiandre. Il clima politico è già appesantito dalle tensioni etnico-linguistiche, e in tema di eutanasia non si è ancora spenta l'eco della morte di Hugo Claus, lo scrittore che ha scelto la «dolce fine» pur di non arrendersi al morbo di Alzheimer: secondo il quotidiano fiammingo De Standaard, dalla morte di Claus sono raddoppiate le richieste di eutanasia in tutto il Paese.
Ma Claus, appunto, era ancora in possesso delle sue facoltà mentali. Quelli di cui oggi si discute sono casi probabilmente molto diversi. Per un «mentalmente incapacitato», si dice, potrebbe comunque far testo una sua volontà espressa in precedenza, e la decisione del medico dovrebbe sottostare alle stesse condizioni previste oggi: che la malattia sia grave e incurabile; che le sofferenze «fisiche o psichiche» siano «costanti, intollerabili e non sedabili»; e che vi sia stata, appunto, una richiesta «volontaria, ripetuta e libera da ogni pressione esteriore ». Ma se quest'ultima richiesta non vi fosse stata, se l'incapacità psichica — o anche l'età troppo giovane del paziente (o tutt'e due, nel caso di ragazzi gravemente handicappati) — l'avesse resa impossibile? Basterebbe l'accordo del medico con i parenti stretti del paziente? Qui c'è una zona opaca, di ambiguità giuridica, in cui si concentrano le polemiche. In Olanda, questi ostacoli sono stati aggirati da una legge che permette l'eutanasia per i ragazzi dai 12 ai 16 anni purché vi sia il consenso dei genitori o dei tutori; e per quelli di 16-17 anni, anche senza questo consenso (ma dietro richiesta del ragazzo, naturalmente).
In Belgio, finora, si è sempre proceduto con il sistema della «notifica a posteriori»: una volta accertate le condizioni prescritte, il medico somministra la «dolce morte», o iniettando dei farmaci o «aiutando» il paziente a prenderli per bocca. Poi, entro 4 giorni dalla morte, avverte la Commissione cui spetta il giudizio finale. E lo fa con un modulo scaricabile anche da Internet, poiché la burocrazia imbriglia pure la morte.
Luigi Offeddu I funerali Lo scrittore belga Hugo Claus, morto con l'eutanasia

Coscioni: «In casi limite si può dire di sì»
ROMA — Maria Antonietta Coscioni, il diritto all'eutanasia deve valere anche per chi non è in condizioni di intendere e di volere e non ha espresso le proprie volontà di fine vita?
«La volontà della persona è la base di ogni ragionamento, una condizione essenziale — dice la deputata radicale del Pd —. Nessuno può decidere per un altro. A meno che...».
A meno che?
«Se la sofferenza psicofisica è irreversibile e la malattia mentale porta inevitabilmente alla fine si può prendere in considerazione che la scelta ricada su una persona diversa dal malato. Ma occorrerebbe valutare una serie di fattori, il contesto di vita, l'ambiente familiare e soprattutto individuare una figura che decide per conto del diretto interessato».
Dunque la proposta di legge belga la convince?
«Credo che una legge non possa prevedere i casi limite. Noi come associazione Coscioni privilegiamo la manifestazione di volontà. Il pittore Claus l'aveva chiaramente espressa e in situazioni del genere l'eutanasia è ammissibile purché, ripeto, sia indicata nel testamento biologico».

Corriere della Sera 23.5.08
Dibattiti L'eccezionalità genetica dell'ornitorinco. Massimo Piattelli Palmarini replica a Giorgio Bertorelle
La teoria dell'evoluzione e il (defunto) darwinismo
di Massimo Piattelli Palmarini

Il Presidente della Società italiana di biologia evoluzionistica, Giorgio Bertorelle, («Corriere» del 21 maggio) usa nei miei riguardi un veleno non molto meno acre di quello degli speroni dell'ornitorinco, la specie australiana di mammiferi monotremi oggetto del nostro contendere. Uno solo dei suoi molti veleni merita un antidoto, per cortesia verso i lettori.
Definisce la mia posizione un anti-darwinismo «all'italiana », evidentemente ignaro del mio ventennale, e ancora perdurante, soggiorno accademico negli Stati Uniti e delle svariate critiche al darwinismo ortodosso espresse, tra altri, da eminenti evoluzionisti americani, inglesi e tedeschi come Richard Lewontin, Gregory C. Gibson, Andreas Wagner, Gabriel Dover, Eric Davidson, Stuart Newman, Michael Sherman, Gerd Mueller, Marc Kirschner e la lista potrebbe continuare. Sono tutti biologi con credenziali scientifiche inattaccabili, tutti perfettamente materialisti, tutti indefettibilmente tesi allo sviluppo di una teoria dell'evoluzione biologica naturalistica.
«All'italiana», detto da Bertorelle, penso significhi qualcosa come provinciale, di seconda mano, più di un tantino becero. Di questo dovrebbe scusarsi non con me, che poco mi importa, ma con la scienza italiana, se non addirittura con tutti gli italiani. Sostiene che i processi biologici da me citati nell'articolo (duplicazioni geniche, mutazioni di geni maestri con effetti subitanei su molti tratti distinti, moltiplicazioni di cromosomi sessuali) sono «noti da tempo a tutti e interamente compatibili con la moderna teoria dell'evoluzione ». Auspico siano noti a lui da tempo e certo lo sono a molti biologi, ma il grande pubblico non ne sa niente, mi creda, e non solo in Italia. Certo che sono «interamente compatibili con la moderna teoria dell'evoluzione » perché sono essi stessi la moderna teoria dell'evoluzione, come da me esplicitamente sostenuto in quell'articolo.
L'errore di Bertorelle, grave, è confondere e generare confusione nei lettori tra la moderna teoria dell'evoluzione, sacrosanta, e il darwinismo, ormai largamente defunto. Sarebbe come far credere che qualsiasi analisi delle cause economiche profonde dei fenomeni sociali sia ipso facto un'analisi marxista. L'economista e storico francese Florin Aftalion, per esempio, è un anti marxista, che ha recentemente pubblicato un esauriente studio delle cause economiche della rivoluzione francese. La teoria darwiniana dell'evoluzione è perfettamente naturalistica, ma non ogni teoria perfettamente naturalistica dell'evoluzione è darwiniana. Lascio la parola a Darwin stesso: «Se si potesse dimostrare l'esistenza di un qualsiasi organo complesso e l'impossibilità che esso sia stato formato da piccoli, numerosi, successivi cambiamenti, allora la mia teoria collasserebbe assolutamente». I Bertorelle di questa terra non prendono sul serio il loro eroe. Lui non anticipava, come invece fanno loro, che le molte meraviglie della biologia degli ultimi venti anni potevano venire «integrate » nella sua teoria, che la sua teoria sarebbe stata confermata nell'essenziale da quanto oggi sappiamo.
Sono molti anni che le scoperte della genetica e della biologia dello sviluppo hanno fatto «collassare assolutamente » la teoria darwiniana, proprio nei termini precisati dallo stesso Darwin. Sarebbe l'ora di prenderne atto, aprire la mente a teorie naturalistiche più interessanti smettendo di agitare il vieto vessillo darwiniano per proteggersi da immaginari assalti alla razionalità scientifica.

Corriere della Sera 23.5.08
L'Italia delle sette Ora rischiano gli adulti
Gli adepti: laureati, disposti a spendere
di Gaia Piccardi

A me gli occhi, la mente, il cuore, il portafoglio. E, a volte, la coscienza. Sono un milione e mezzo (circa il 3% della popolazione), più donne (64%) che uomini, più adulti (64%) che adolescenti ma senza distinzione di reddito, livello d'istruzione e classe sociale, gli italiani a rischio setta.
In un'Italia di anime perse, la setta — di qualsiasi oscurità essa si nutra (il 49% sono psicosette, il 15% pseudo- religiose, il 18% magiche e il 18% predicano spiritismo e satanismo)— esercita un fascino che era giudicato molto pericoloso già nel 1998, alla vigilia del Giubileo e del nuovo millennio: dopo due anni di indagini, il Dipartimento di Pubblica sicurezza consegnò al ministero dell'Interno un dossier di 100 pagine (il 10% delle quali dedicato a Scientology) che conteneva la descrizione di 34 nuovi movimenti religiosi e 36 movimenti magici capaci di «provocare una completa destrutturazione mentale negli adepti, conducendoli spesso alla follia e alla rovina».
Quel rapporto, oggi, è superato sia nei numeri che nei contenuti. Ne è sintomo la creazione, nel dicembre 2006, della Squadra antisette (Sas). Ma è soprattutto attraverso le voci dei protagonisti che il fenomeno delle sette in Italia assume aspetti inquietanti. Maurizio Alessandrini, presidente dell'Associazione nazionale famigliari delle vittime (Favis), viene da un'esperienza personale durissima, un figlio oggi 32enne sparito da otto anni nel vischio velenoso di un gruppo di preghiera capeggiato da una pranoterapeuta che avrebbe dovuto aiutare la madre a trovare sollievo da una grave malattia. «La setta non si presenta mai per quello che è — racconta —, si manifesta per risolvere i tuoi problemi e poi approfitta delle tue difficoltà».
Il Favis è nato a Rimini nel 2000 quando Alessandrini ha capito che il problema non era solo suo: «Ora siamo dodici persone che lavorano a tempo pieno, incontriamo istituzioni e politici, rispondiamo a coloro che ci chiamano parlando la stessa lingua di chi ci segnala un caso. Abbiamo riempito un vuoto, perché quando cadi nel baratro non sai a chi rivolgerti ». I due cellulari sul sito Internet, spesso, sono il primo passo per arrivare a Roma, negli uffici della Sas: «La collaborazione è totale». Sessanta contatti nel 2007. Già 6-7 al mese quest'anno (+25%). «Chiamano i genitori per il figlio, il fidanzato per la fidanzata, i nonni per il nipote. L'attenzione sul fenomeno è cresciuta». E l'identikit del soggetto-tipo, radicalmente cambiato. Tutto, spesso, comincia nell'illusoria innocenza di un corso. Tipo: sviluppa le tue potenzialità nascoste. «Il minimo comune denominatore tra le vittime — spiega don Aldo Bonaiuto dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, l'unica che ha un numero verde antisette occulte attivo sul territorio (800228866) — è un certo livello di disagio provocato da un lutto, una malattia, un abbandono, una crisi personale o economica». C'è chi pensa di non arrivare a fine mese, chi ha perso fiducia nella medicina tradizionale e si avvicina a santoni e guaritori, ci sono minori abbandonati a se stessi e adulti che, semplicemente, non reggono la solitudine. «Ma è sbagliato pensare che sia soprattutto la gente semplice a cadere nella rete dei criminali. Ormai le sette colpiscono in modo trasversale: il 70% dei nostri casi (1.290 nel 2007, ndr) riguarda persone istruite e laureate, disposte a spendere soldi per migliorare la propria condizione psichica o fisica».
Don Aldo è un'autorità in materia: sovente viene chiamato per decifrare simboli, ed è capace di cogliere un segnale di rischio anche da un dettaglio. Gli adolescenti, per esempio, che a scuola si tagliano braccia e gambe con il temperamatite: un autolesionismo dietro il quale si può nascondere un rito d'iniziazione. «Siamo di fronte a una società sempre più fragile, le relazioni non durano, ai ragazzi si regala il motorino ma non si trasmettono valori, la gente cerca risposte ovunque...». E le sette rispondono. Con strumenti fasulli. L'illusione del potere, dell'autostima, della conquista. A quale prezzo? Rinunciando a se stessi e al proprio potere. Pensare che la setta sia irresistibile è profondamente sbagliato. Se si decide di entrare, si può scegliere di uscirne.
«Sono entrata in Scientology per tirar fuori mia figlia e sono rimasta intrappolata. In otto anni ho dato alla setta 1.840.000 dollari. Ci ho messo tre anni per liberarmene». Maria Pia Gardini, cugina di Raul, sul suo viaggio di andata e ritorno negli inferi della coscienza ha scritto un libro ( I miei anni in Scientology, edizioni Paoline) che è costretta a presentare scortata dalla polizia. «L'informazione è fondamentale, anche se a rischio non sono solo i giovani: Scientology è piena di manager, industriali e celebrità».
La religione, se non hai il dono della fede, è una conquista. La setta un doping con effetto immediato. «In Italia c'è una forte tradizione devozionistica — aggiunge don Aldo —. Si va a caccia del personaggio, dei simboli, delle foto, degli oggetti...». I mesi più fertili sono gennaio, febbraio, marzo («Perché il calendario satanico prevede molti riti») e ottobre, quando si avvicina Halloween e i cimiteri si popolano di esaltati. «Banalizzare, attribuendo questi episodi al folklore di qualche scalmanato, è sbagliato — dice don Aldo —. L'umanità è confusa, bombardata da messaggi che depistano. I turbamenti dell'anima e dello spirito sono sempre più frequenti. E in Italia ci sono ancora molta ignoranza e zero informazione: tutti sanno cosa sono droga e prostituzione. Pochi sanno cosa sono le sette».
A mettere ordine nel magma incandescente ha provato il Gruppo di ricerca e informazione socio-religiosa (Gris), associazione privata di cattolici che si è costituita nel 1987, puntando i riflettori sul satanismo e contando in Italia circa 500 sette con 3 mila seguaci, in rapida crescita soprattutto tra i giovanissimi. Al telefono antiplagio del Gris, dal '94 a oggi, sono arrivate oltre 1.500 segnalazioni. Impossibile, invece, un monitoraggio esauriente sul satanismo virtuale su Internet: si sarebbe passati dai 114 gruppi nel '99 ai 322 nel 2000, ai 500 odierni. La scomparsa del reato di plagio, abolito nell'81 dalla Corte Costituzionale, di certo non ha favorito l'individuazione delle sette sataniche, che inseguono il reclutamento attraverso tecniche di lavaggio del cervello. Secondo Giuseppe Ferraris, segretario nazionale del Gris, è appropriato parlare di «impegni di fede di bassa qualità che vengono offerti scontati, all'interno di un mercato in cui si tende a trattare la religione come un qualunque altro prodotto, che se non soddisfa più può essere facilmente sostituito».
Lorita Tinelli, presidente del Centro ricerche abusi psicologici (Cesap), è la psicologa che l'anno scorso ha aiutato la Digos di Bari a sgominare Arkeon, psicosetta con oltre 10 mila adepti in tutta Italia. «Ho visto persone annullare il proprio sé mettendosi nelle mani di un guru. Le sette, ormai, soddisfano i bisogni di ogni età ed estrazione sociale: scordiamoci lo stereotipo dell'adolescente imbambolato ». Nel 2007 al numero fisso del Cesap sono arrivate seimila richieste di aiuto. Seimila anime che hanno sussultato al richiamo della coscienza. Venderle in saldo alle sette al discount delle fedi è il compromesso più basso al quale si possa scendere.

Legge e ordine, solo per gli immigrati
Maroni: no a interferenze Ue la Difesa rilancia i pattuglioni
Alfano: ora dobbiamo aumentare le carceri"
A Roma adesso Alemanno vuole una strada per Almirante...
e Veltroni benedice la linea dura. Il Pd dà battaglia.
Via all’ostruzionismo. Avranno l’opposizione che si meritano

l’Unità 23.5.08
Rifondazione, adesso non si parlano nemmeno più
Accuse pesanti. Ferrara a Mantovani: il partito vive nella società. Giordano: apriamolo a contributi esterni
di Simone Collini

Dire che il clima è pesante, dentro Rifondazione comunista, è dire poco. Persone che fino a poco tempo fa sedevano gomito a gomito in Parlamento hanno smesso di parlarsi. Altri discutono, soprattutto sui blog, e volano parole grosse. Tanto che sul sito di Ramon Mantovani, in coda a un pezzo in cui si attaccava pesantemente Liberazione, il direttore e il giornalista che nei giorni scorsi aveva intervistato Vendola, sono stati cancellati tutti i commenti e bloccata la possibilità di inserirne di nuovi.
È stato poi lo stesso Mantovani, promotore insieme a Ferrero e Grassi della mozione «Rifondazione comunista in movimento», ad agitare ulteriormente le acque nel partito. «In Puglia, Calabria e Campania registriamo un numero di tesserati sorprendentemente alto, e questo a fronte dei dati dell’ultimo anno in cui c’è stato un calo degli iscritti», ha detto l’ex deputato Prc. I sostenitori della mozione Vendola l’hanno letta come una neanche troppo velata accusa di aver gonfiato i tesseramenti proprio nelle regioni dove il governatore pugliese è più forte. E non hanno gradito. «Se fossi malizioso dovrei dire che chi pensa queste cose le fa», dice Francesco Ferrara, «ma poiché sono convinto che tutti quanti dobbiamo aiutare a non sfasciare questo partito, che ha delle risorse importanti, allora non la voglio neanche pensare una cosa del genere».
Però Ferrara, che fino alle dimissioni della segreteria è stato responsabile Organizzazione del Prc, non si capacita di come qualcuno possa lamentarsi di fronte a una crescita del partito: «E poi accusano noi di non volerlo difendere», dice. «L’accusa, se accusa è, è pretestuosa», commenta Ferrara guardando ai dati del tesseramento dell’ultimo biennio (poco sotto i 90 mila iscritti nel 2007, con forte calo di iscrizioni in Emilia Romagna, Toscana, Piemonte e Lombardia, aumento di qualche centinaio di unità in Puglia e forte aumento in Calabria). «Il partito vive nella società. Ci meravigliamo, dopo anni di discussioni sulla questione settentrionale, che nel nord viviamo una difficoltà maggiore? Ci meravigliamo che nel sud, dove si registrano fermenti sociali e una vitalità nei territori che non c’è nel resto del paese, il partito ha un insediamento più solido?».
Ma anche Grassi prende le distanze da Mantovani e punta a smorzare la polemica. «Tesseramenti gonfiati? Non ho elementi per dirlo. Io voglio discutere di politica, delle due opzioni in campo, se vogliamo cioè rilanciare Rifondazione o se, come propongono loro, vogliamo un progressivo superamento del partito».
Giordano quel che propone la mozione Vendola lo spiega così: «Dobbiamo rifondare il partito, ma aprendoci all’esterno, facendolo diventare un centro d’aggregazione di culture diverse, perché se invece decidiamo di rinchiuderci nei vecchi fortilizi li troveremmo deserti». Ma soprattutto, l’ex segretario Prc spera di non dover più sentir parlare di questioni che nulla hanno a che fare con la politica.

l’Unità 23.5.08
Maltrattamenti, conviventi equiparate alle mogli
La Cassazione spiana la strada all’eguaglianza legale per le coppie di fatto. Concia, Pd: «E la politica?»

LA CASSAZIONE spiana la strada per equiparare le coppie di fatto alla famiglia legittima. Come? Stabilendo che alle donne che convivono stabilmente con il part-
ner spetta la stessa tutela prevista dal codice penale, in caso di maltrattamenti subiti dal compagno, alla quale hanno diritto le mogli maltrattate dai mariti.
La sentenza spiega che il reato di maltrattamenti in famiglia si configura anche quando è commesso «ai danni di persona convivente more uxorio». Dicono i supremi giudici: il reato di maltrattamenti in famiglia previsto dall'art. 572 cp deve comprendere nella nozione di famiglia «ogni consorzio di persone tra le quali, per strette relazioni e consuetudini di vita, siano sorti rapporti di assistenza e solidarietà per un apprezzabile periodo di tempo, ricomprendendo questa nozione anche la famiglia di fatto». Affinché scatti la tutela penale - che prevede l'arresto del partner violento - è sufficiente che gli atteggiamenti violenti e prevaricatori siano nell'ambito di «un rapporto tendenzialmente stabile, sia pure naturale e di fatto». Così Piazza Cavour ha confermato la custodia cautelare per Antonio B. di Torre del Greco, arrestato perché sottoponeva a continue violenze fisiche e morali la compagna con cui viveva da più di 10 anni avendone due figlie. Senza successo ha sostenuto, innanzi ai giudici, che non erano maltrattamenti in famiglia in quanto Vincenza era «una semplice convivente». Ma i giudici gli hanno dato pienamente torto e lo hanno lasciato in custodia cautelare dati i suoi precedenti. tra cui lo stupro di una minorenne.
La sentenza è piaciuta alla deputata del Pd Paola Concia che però ha sottolineato: «La Cassazione registra la realtà, la politica quando lo farà? Da anni - sostiene Concia - la Cassazione dice che le coppie di fatto sono famiglie; e oggi lo ha precisato di nuovo. Il re è nudo, così come le bugie di chi millanta che per famiglia si deve intendere solo quella basata sul matrimonio». La sentenza piace anche a Giovanardi, Pdl, che l’ha letta alla rovescia: «Dimostra che nel nostro ordinamento non ci sono discriminazioni per chi sceglie di non sposarsi. Ragione di più per non attardarsi nello sterile tentativo di introdurre forme di matrimonio diverse da quella prevista dalla Costituzione».
E la Cassazione ieri ha voluto dare un segnale anche su un altro fenomeno sempre più diffuso, quello dello stupro di gruppo. E ha stabilito che riprendere uno stupro con un telefonino rientra nel reato di violenza sessuale di gruppo. Ha così confermato la misura cautelare della permanenza in casa per 5 minorenni, indagati perché, nel febbraio 2006, avevano costretto una ragazza di 14 anni ad avere rapporti sessuali minacciando di divulgare il video in cui si mostravano gli amplessi che la giovane aveva avuto con uno di loro.

Dove era l’Es
deve diventare Io
Sigmund Freud


l’Unità 23.5.08
Metti un cellulare sul lettino dell’analista
di Fernando Riolo

Della possibilità
di rappresentarci
a noi stessi abbiamo
bisogno per dare
un senso
alla nostra storia

Dobbiamo interrogarci
su alcuni mutamenti
che sono sotto
i nostri occhi
e che ci investono
con tutta la loro forza

PSICANALISI & IDENTITÀ Siamo sempre più inabissati in un mondo artificiale e iper-reale. Qual è allora oggi il ruolo dell’analisi? Se ne parla in questi giorni al Congresso nazionale della Società psicanalitica italiana


Ricordo ancora il mio primo sogno in analisi: non perché fosse particolarmente affascinante - si tratta anzi di un sogno ricorrente e anche banale - ma perché ne costituì una mossa d’apertura cruciale: scacco matto in una mossa.
Mi trovavo in Grecia e andavo a visitare gli scavi dell’antica Micene (dove mi ero effettivamente recato nell’estate che aveva preceduto l’inizio dell’analisi); ma questa volta, all’ingresso, mi veniva chiesto di mostrare la mia carta d’identità; e per quanto la cercassi non riuscivo a trovarla. Provavo un sentimento d’angoscia certo sproporzionato.
Ero alla mia seconda seduta: alla prima avevo esordito con l’orgogliosa enunciazione (in greco) del mio programma analitico: gnoti se autòn. Ben più socratico di me, il mio analista si era limitato a tacere.
La psicoanalisi è innanzitutto smarrimento dell’identità. Quel costrutto venne esautorato dalla decisione di Freud di mettere in mora il soggetto fenomenico della coscienza, al fine indagare il suo referente inconscio. Tale indagine fu resa possibile dalla contemporanea messa in mora delle regole di funzionamento del pensiero cosciente e dalla scelta di servirsi della peculiare forma di pensiero che è propria del sogno come «metodo» per indagare l’inconscio: una forma di pensiero che non obbedisce alle leggi della razionalità conoscitiva e comporta dunque la sospensione del principio d’identità anche nel suo statuto logico - per il sogno, infatti, la parte è uguale al tutto, il terzo è incluso, e ogni cosa è anche il suo contrario (A è non-A).
L’idea di identità ne risulterà definitivamente modificata: da questo momento essa consisterà in un gruppo di rappresentazioni prevalenti e solo relativamente stabili, la cui egemonia sullo scenario interno suppone la selezione e l’esclusione delle rappresentazioni rivali. L’Io-sono è di per se una forma vuota, suscettibile di essere variabilmente riempita dalle successive ondate di rappresentazioni e identificazioni - non un ente, dunque, ma il significante scelto di una scena abitata da molteplici significati.
Questo Ich bin, ribadirà Freud, è in realtà un Ich werden, un «Io diviene»; il risultato dell’espulsione di parti di sé e dell’incorporazione di «altro da sé». L’identità procede cioè da uno scambio continuo tra l’interno e l’esterno, da un susseguirsi di inclusioni e esclusioni, che in essa trovano un luogo di integrazione provvisoria. Questo luogo non è perciò da intendere come una coabitazione pacifica di parti in rapporto complementare tra loro; bensì come una pluralità conflittuale e irriducibile, nella quale l’aspirazione all’unità è continuamente sovvertita dall’aspirazione ad esistere delle singole parti. L’Io come Arlecchino, dice Freud, servo di più padroni.
Possiamo parlare ancora di identità? Non possiamo davvero farne a meno. Perché l’identità è uno di quei concetti dannati - come l’essere, la coscienza, il tempo - che sono destinati a sopravvivere alle loro reificazioni come alle loro confutazioni. Appena l’abbiamo demolita come «ente» dobbiamo riammetterla come «rappresentazione»; poiché della possibilità di rappresentarci a noi stessi abbiamo necessariamente bisogno per dare un ordine e un senso alla nostra storia, alla nostra esperienza del mondo.
Io sono il prodotto di ciò che non sono stato, io sono il relitto della costruzione che del mio passato ho fatto. Eppure questo io sono.
Demolire l’identità e riedificarla. Si può dire che la stessa contraddizione si presenta in ogni analisi; che forse tutta l’analisi altro non è che il teatro di quella contraddizione. Dovremmo considerare dunque questa riedificazione il nostro secondo obiettivo? Benché possa apparire del tutto ragionevole e finanche necessario, Freud ebbe il coraggio intellettuale e morale di rifiutarlo: «Abbiamo analizzato il paziente, scrive nel ’18, cioè abbiamo scomposto la sua attività psichica negli elementi che la compongono (…) a questo punto cosa c’è di più naturale dell’esigenza che il nostro aiuto si esprima anche nel far sì che questi stessi elementi si combinino in lui in modo nuovo e migliore? Come sapete, questa esigenza è stata effettivamente avanzata (…) e si è instaurata la tendenza a spostare tutto il peso dell’attività psicoterapeutica su questa sintesi, che sarebbe una sorta di ripristino di ciò che era stato in certo qual modo distrutto dalla vivisezione. Eppure io non posso credere, Signori, che questa psico-sintesi rappresenti per noi un nuovo compito. Se volessi permettermi di essere così franco da essere scortese, direi anzi che è una frase senza senso. (…) Una volta che siamo riusciti a scomporre un sintomo, a liberare un moto pulsionale da un determinato contesto, esso non resta isolato, ma entra subito in un contesto nuovo - e aggiunge: a ben vedere anche nell’analisi chimica si verifica qualcosa di molto simile. Contemporaneamente all’isolamento dei diversi elementi che il chimico riesce a ottenere, si realizzano delle sintesi che non rientrano nelle sue intenzioni».
L’analisi non intende produrre alcunché. Il che non significa che non produca nulla; ma che non intende dirigere il processo terapeutico in funzione di una meta, di un’ideale, o di un desiderio. Non vuole e non può: perché «il processo, una volta avviato, non si lascia prescrivere né la direzione, né la sequenza, ma va per la sua strada».
In tal modo Freud sottraeva l’analisi al dominio dell’ideologia e della morale comune, assegnandole come terapia il medesimo obbiettivo che le aveva affidato come scienza: il riconoscimento disinteressato della realtà e la riappropriazione di questa.
Non c’è, al termine di un’analisi, la mitica promessa di una «nuova identità»; semmai la possibilità di sottrarre la vecchia alla sua forma cristallizzata e riflessiva, che vincola il soggetto entro uno spazio di ripetizione. Nella misura in cui si limita ad attestare il semplice rispecchiamento di sé («a è a»), la forma riflessiva esclude infatti la considerazione dell’alterità: l’altro sé, come pure l’altro da sé.
Tertium detur: ammettere all’esistenza questo terzo è il compito dell’analisi, un compito di riconoscimento, attraverso cui il soggetto inconscio e l’esperienza passata e esclusa rientrano a far parte della vita cosciente e dell’esperienza presente: «non-a» può diventare «a»; non-me può diventare me; Es può diventare Io, e perciò anche Tu. La nascita del soggetto e quella dell’oggetto sono infatti una medesima nascita.
Ma dobbiamo interrogarci su alcuni mutamenti che sono sotto i nostri occhi e ci investono con la loro forza. Ancora, nel secolo scorso, Isaia Berlin poteva imputare alla cultura del romanticismo di aver aperto la strada alle tragiche ideologie del novecento, attraverso l’esaltazione dell’Io, in conflitto con se stesso e col mondo, eppure artefice della storia e del mondo. In quelle ideologie egli vedeva la volontà di potenza del soggetto nel suo dispiegarsi ai popoli e nazioni.
Senza che la presa e l’inganno di tali proiezioni collettive si siano indeboliti - e insieme ad essi la violenza dei fanatismi e dei fondamentalismi - oggi è lo scenario del soggetto che è profondamente mutato. La responsabilità, l’orientamento e il senso ci sfuggono da tutte le parti e non sembra esserci più alcun luogo in cui rifugiarsi, nemmeno in noi stessi. L’identità, come scriveva Baudrillard, sempre più si inabissa, rimpiazzata dai suoi fantasmagorici cloni e simulazioni: realtà visionarie, «second life» artificiali, ma niente affatto virtuali - al contrario, iper-reali: assemblaggi di oggetti, corpi e parti di personalità, forzati alla costruzione di nuove realtà, che da quel momento sono considerate indipendenti e capaci di «azione».
Non si tratta di stabilire se l’identità sia diventata «liquida» - come vorrebbe un’imperante e fin troppo fortunata metafora. Se proprio dovessi fare riferimento agli stati della materia, direi semmai che le sue espressioni attuali sono meglio rappresentate dal solid state delle multipotenti protesi tecnologiche, i nuovi oggetti-feticcio, cui abbiamo devoluto gran parte della nostra dimensione umana (come diceva un personaggio di un film: «se vuoi sapere chi è non guardarla negli occhi, guarda nel suo cellulare». Insomma, il cellulare come porta dell’anima!).
Quello che intendo dire, è che non è questione di metafore; ma proprio del loro contrario: della morte delle metafore, dell’afasia del mondo delle rappresentazioni e dei significati, a vantaggio di un mondo di cose, di facticia, nelle quali il soggetto psichico si riversa e dissolve. Corrispondentemente, non più identità da scomporre e da rompere; ma le loro ectopie, le loro iperboli, i loro feticci.
Ci domandiamo, di tanto in tanto, dove sono finite le nevrosi di una volta? Le nevrosi sono espressione di un mondo che ha come centro la realtà psichica e i suoi significati: il desiderio, il divieto, il conflitto, l’impotenza, la passione, la colpa. Le patologie che ne hanno preso il posto - le psicopatie, le tossicomanie, le bulimie e anoressie - sono espressione piuttosto di un difetto dell’ordine simbolico e di un uso «normalizzato» di produzioni allucinatorie e azioni, il cui fine è l’evacuazione dell’angoscia, ma anche del significato di sé. Poiché il «terrore» è riconoscersi, essere dentro di sé, responsabili della propria vita psichica e delle sue irriducibili contraddizioni.
Potremmo chiederci perciò se il compito dell’analisi debba rimanere lo stesso. La mia risposta è sì; e a maggior ragione: il compito rimane quello indicato da Freud: la rappresentazione attraverso la parola; e cioè la capacità di riprodurre quel mondo di cose e di fatti sul terreno simbolico; di restituire a quei resti il loro significato, di riportare quelle iperboli ai loro centri: in altre parole, al riconoscimento di sé, al dolore di sé e alla tolleranza di sé.

Repubblica 23.5.08
Appena nato, è già clandestino
di Miriam Mafai

Ci sono le leggi e le leggi vanno rispettate. Ci sono paesi nei quali vige lo jus sanguinis. Si è cittadini italiani, ad esempio, solo se si nasce da una donna e un uomo italiano. Ci sono paesi nei quali vige lo jus soli. Si è cittadini francesi, ad esempio, solo se si nasce sul territorio francese. Tutto preciso, tutto regolare come devono essere le leggi sulle quali si basa la nostra convivenza.
Ma cosa succede quando un bambino, ignorando qualunque legge, nasce in mare da genitori emigranti illegali su un gommone carico di altri clandestini? Nella mitologia, nelle leggende, nelle Sacre Scritture ci sono tanti bambini che, appena nati, vengono abbandonati in acqua, sul bordo di un fiume o in mare, nascosti in un cestino. Nella mitologia, nelle leggende e nelle Sacre Scritture, quei bambini abbandonati di solito vengono salvati e una volta adulti, tornano nel loro paese, a guidare il proprio popolo e a fare giustizia.
Il bambino nato su un gommone carico di clandestini è figlio di genitori somali fuggiti da un paese che è in mano alla ferocia di bande armate, un paese che non è più nemmeno uno stato. Fanno parte di quelle migliaia di sventurati che attraversano a piedi un bel pezzo d´Africa per imbarcarsi, forse in Libia, per il nostro paese. Forse il bambino nato ieri su un gommone, in mare, un giorno tornerà nel suo paese a riscattarlo e fare giustizia. Questo, di solito accade nelle leggende e nelle favole. Ma oggi, quale destino attende il piccolo somalo nato in mare a poche miglia di distanza da Lampedusa?
I genitori lo hanno chiamato Abdwahd, che vuol dire fortunato: già il fatto di essere venuto al mondo vivo, di aver potuto toccare un lembo di terra, è segno di buona sorte. Ma il piccolo Abdwhad, nato clandestino, profugo da un paese che sta andando alla rovina, in un continente che si sta dilaniando tra corruzione e lotte tribali, rischia di diventare il simbolo di una umanità senza diritti e senza futuro. Di una umanità affamata, sospetta. E con i suoi genitori ed altri clandestini arriva nel nostro paese nel momento in cui si stanno preparando leggi più severe per il controllo degli immigrati, quelli che già risiedono, legalmente o illegalmente nel nostro paese, e per impedire ad altri di arrivarci, con il loro pericoloso carico di miseria e di rabbia.
Quest´ultimo sbarco illegale ci dice intanto come sono inevitabilmente porose le frontiere di un paese come il nostro che appare sulle carte geografiche come una lunga lingua di terra circondata dal mare, costante miraggio per popolazioni sofferenti e calpestati. Ci dice anche che le leggi, anche le rigorose e generalmente condivise, non potranno mai impedire del tutto sbarchi clandestini e altrettanto clandestini attraversamenti di frontiera.
Questo gruppo di somali arrivati ieri a Lampedusa su un gommone di non più di 8 metri, tra i quali i genitori del piccolo nato in mare, chiederanno probabilmente di avvalersi della particolare legislazione che tutela i richiedenti asilo politico. E´ possibile, è augurabile che l´ottengano. Tra le nuove, più severe, norme annunciate, mercoledì dal governo Berlusconi, in tema di immigrazione, non mi sembrava esserci alcuna revisione delle norme che limitano la concessione dello status di «rifugiato politico». Se riuscirà a ottenerlo, se l´Italia – malgrado il giro di vite, l´introduzione del reato di clandestinità, il "muro" di leggi che sta erigendo simbolicamente intorno alle sue coste – non spegnerà il suo futuro, il piccolo Abdwahd, nato clandestino, potrà dirsi davvero fortunato.

Repubblica 23.5.08
Sotto il segno del gulag
L’intimità tra i dannati di Stalin
Martin Amis parla del nuovo romanzo "la casa degli incontri"

Da un lato un sistema di schiavitù, dall´altro il diritto "rivoluzionario" ad avere rapporti col coniuge persino per i deportati all´inferno
"Due fratelli chiusi nello stesso campo e innamorati della stessa donna"
"Mio padre era un comunista: avrei sempre voluto chiedergli come fosse possibile"

LONDRA. Il salotto di Martin Amis, a Primrose Hill, una «rive gauche» londinese popolata di attori, scrittori, intellettuali, ha l´aspetto post-moderno e geometrico dei suoi romanzi: un divano rosso, una vecchia ottomana, poltrone sfondate, arazzi e quadri d´artista alle pareti, pile di libri ovunque, ma in perfetto ordine, non un granello di polvere, non una sedia fuori posto. Il Gulag sovietico, argomento del suo nuovo romanzo, La casa degli incontri, ora pubblicato in Italia da Einaudi (pagg. 210, euro 17), sembra lontano anni luce. «Ma sembrava ancora più lontano dal luogo dove l´ho scritto, una fattoria affacciata all´oceano, in Uruguay (terra della sua seconda moglie, la pittrice Isabel Fonseca, n.d.r.)», dice l´autore di L´informazione, Cane giallo e tanti altri best-seller internazionali. «In uno scenario così bello, dovevo fare uno sforzo ancora maggiore per calarmi ogni giorno nei panni di una vittima del terrore staliniano». Lo sforzo è servito: la critica inglese e americana lo ha definito il suo miglior romanzo.
Da dove nasce questa storia?
«Da un altro libro, Koba il Terribile, il saggio-biografia che ho scritto su Stalin, per il quale avevo raccolto e letto una mole immensa di materiale. Per la precisione nasce da tre paginette dello splendido studio sul Gulag di Applebaum, in cui l´autore descrive appunto la "casa degli incontri". Mi aveva colpito come una strana confluenza di contraddizioni: da un lato un sistema di schiavitù, dall´altro il diritto per così dire rivoluzionario e leninista in base al quale chiunque, perfino i dannati del Gulag, aveva diritto a un intimo incontro con la propria moglie, una volta ogni tanto. Dopodiché il dannato tornava all´inferno e sua moglie intraprendeva un viaggio di sei settimane attraverso la Siberia per tornare a casa».
E l´idea di trasformare questo tema in fantasia narrativa, quale fu?
«Una visione, di due fratelli, rinchiusi nel medesimo campo, innamorati della stessa donna. Basta molto meno, a un romanziere, per immaginare un romanzo».
A proposito di Gulag, ha letto, naturalmente, l´Arcipelago di Solgenitsyn?
«L´ho letto molti anni fa, con commozione e senso d´orrore, così come Una giornata di Ivan Denisovic, che mi è piaciuto ancora di più come opera letteraria. E poi, sul Gulag, ho letto I racconti della Kolyma di Shalimov, forse il libro più poetico e impressionante, che in certe pagine conduce alle lacrime, in altre al riso o sulla soglia della follia».
Poco fa, parlando del Gulag sovietico, lo ha definito «un sistema di schiavitù». È così che voleva presentarlo nel suo romanzo?
«Sì, anche se il mio romanzo è ambientato, come Ivan Denisovic, dopo la seconda guerra mondiale, e l´orrore del Gulag era inferiore a prima della guerra, agli inizi, al Grande Terrore staliniano. Ma si trattava pur sempre di uno schiavismo orchestrato e diretto dallo Stato. Quelli che criticano la prigione di Guantanamo dicendo che è il sistema schiavistico dell´America non sanno di cosa parlano. Non sanno cosa è stato il Gulag».
Negli ultimi anni i suoi scritti riflettono un disgustato fascino per il comunismo sovietico, per l´Urss.
«È così. Cito lo storico Martin Malia: è difficile immaginare il livello di orrore e dinamismo raggiunti dall´esperimento sovietico. Sistema totalitario è una definizione insufficiente. L´Urss creò un nuovo tipo di essere umano, una specie ambiziosa, arrogante, irreale».
Questa curiosità per l´Urss deriva anche dalla storia privata della sua famiglia?
«Sì. Mio padre (lo scrittore Kingsley Amis, n.d.r.) era comunista. Avrei sempre voluto chiedergli come era stato possibile che quella intollerabile utopia avesse qualcosa in comune con uno spirito libertario, sovversivo, pieno di umorismo, come il suo. Mio padre è morto nel 1995, senza che facessimo veramente quel discorso. Ora lo faccio tra me e me, nei libri».
Lei non è mai stato comunista?
«No. Ero di sinistra, e lo rimango. Ma l´egualitarismo non mi convince come ricetta della felicità. Credo di più nella giustizia, che è un´altra cosa, da coniugare sempre con la libertà».
Uno dei protagonisti del suo romanzo torna in Siberia per ritrovare l´incubo che vi ha lasciato. Il messaggio è che non si può sfuggire al proprio destino?
«E´ più semplice e più assoluto di così. Il messaggio è che non ci si può lasciare mai nulla, nulla di davvero importante, dietro le spalle».
Il Gulag sovietico, secondo lei, si può mettere sullo stesso piano dell´Olocausto?
«Credo di no. Nell´Olocausto c´è una perversione speciale: l´intento di distruggere un popolo, di compiere un genocidio. Anche Stalin ha fatto passare per il Gulag qualcuna delle popolazioni dell´Urss, triturandole, ma non necessariamente con il medesimo intento maligno di Hitler. Ma bisogna anche dire che la commemorazione dell´Olocausto, la sua comprensione, è oggi un valore ampiamente condiviso, perlomeno in Occidente. Non è la stessa cosa per il Gulag sovietico. Se ne sa di meno, se ne parla di meno, lo si indaga di meno. Perciò ho voluto aggiungere il mio piccolo contributo alla materia».
La responsabilità è anche della Russia odierna, che non ha fatto certo molto per commemorare gli orrori del suo Gulag, a differenza di quanto ha fatto la Germania con l´Olocausto.
«Certamente. Sotto Putin, del resto, la popolarità di Stalin come grande leader nazionalista è risalita alle stelle. Se l´America desidera tanto essere amata, e questo è spesso causa di tanti guai nel resto del pianeta, la Russia preferisce essere temuta. Sotto Stalin, indubbiamente lo era. Putin ha cercato di fare di nuovo paura, e in parte c´è riuscito».
Lo spettro del comunismo, tuttavia, non si aggira più per il mondo. Lei negli ultimi tempi ha denunciato con veemenza, in saggi, lezioni universitarie, polemiche, un altro spettro: quello del terrorismo islamico, del fanatismo religioso.
«E´ uno spettro ancora in via di evoluzione. Io credo che in futuro non sarà più solo e tanto un estremismo islamico, religioso, bensì un estremismo fine a se stesso, animato in fondo da sentimenti simili a quelli che stavano dietro alle forme più estreme di terrore di matrice nazista o comunista: l´ossessione con un´astratta purezza, una visione romanticizzata della violenza e del sacrificio, un anelito di immortalità, il desiderio di sentirsi motore della storia. E´ un fenomeno che avrà ancora molte convulsioni, purtroppo, prima di fare il suo corso e, mi auguro, esaurirsi».
Ha mai pensato di scrivere un romanzo sul fanatismo islamico?
«L´ho scritto. O meglio ho cominciato a scriverlo, in questi anni, dopo avere pubblicato una breve novella satirica sull´argomento. Ma dopo molti sforzi mi sono fermato. Non sono pronto. Siamo troppo vicini ai fatti per ambientarvi un romanzo. Le ceneri degli attentati sono ancora calde. E purtroppo ci proveranno di nuovo».
Ma lei è ottimista o pessimista sul futuro?
«Riguardo al terrorismo religioso o come lo si voglia definire, nel lungo termine sono ottimista: è qualcosa che ci può ferire, ma non rappresenta una minaccia in grado di distruggere la nostra civiltà. Riguardo al resto, non c´è molto da essere ottimisti, temo: se penso ai miei figli più giovani, bambini di otto e undici anni, e a me stesso alla loro età, nell´era dorata del miracolo economico post seconda guerra mondiale, il loro futuro è molto più denso di incertezze e preoccupazioni, a cominciare da quelle sul cambiamento climatico, di quello che avevo davanti io».

Repubblica 23.5.08
Il caso/ Un medievista contro il mito della cultura araba
Un professore tutto occidentale
di Tahar Ben Jelloun

Sylvain Gouguenheim sostiene che l´apporto dell´Islam nella trasmissione del sapere greco e latino sarebbe nullo e l´incontro tra le due civiltà impossibile

Ho sempre rifiutato di seguire la paranoia di certi musulmani, convinti che l´Occidente giudeo-cristiano abbia scatenato contro l´Islam una guerra a lungo termine. Guerra, complotti, sabotaggi e ostacoli sulla via dell´espansione di questa religione: una visione piuttosto comune negli ambienti islamisti e diffusa dalle televisioni satellitari del Golfo, che non sta in piedi. Dalla pubblicazione dei Versi satanici di Salman Rushdie al film olandese Fitna, passando per le caricature di Maometto su un giornale danese, tutto viene interpretato come una macchinazione volta a distruggere la «Casa dell´Islam». Di fatto, la realtà è più semplice. A mio modesto parere, non esiste alcuna concertazione planetaria contro l´Islam, ma semplicemente una serie di opinioni diverse e contraddittorie che si manifestano nell´ambito della libertà d´espressione dei Paesi europei. Credere a questa paranoia e incoraggiarla serve solo a ostacolare la riflessione e l´analisi scientifica, oltre che a impedire un dibattito aperto e chiaro. Il fanatismo è innanzitutto il rifiuto del dialogo; è una forma di totalitarismo che rende impossibile ogni scambio di idee.
Eppure in Occidente esiste una tendenza al rigetto dell´Islam e dei musulmani. Dall´11 settembre 2001 quest´atteggiamento si è trasformato in ideologia. La pubblicazione in Francia, nell´aprile scorso, del saggio Aristote au Mont Saint-Michel; les racines grècques de l´Europe chrétienne (Editions du Seuil) dello storico medievalista Sylvain Gouguenheim, professore all´Ecole Normale Supérieure di Lione e specialista delle crociate, ha suscitato una polemica interessante e di buon livello. Molti si sono indignati, soprattutto perché Le Monde, con un articolo di mezza pagina, ha salutato il coraggio di questo storico, elogiandolo per aver posto fine a una leggenda.
Cosa dice Sylvain Gouguenheim? In breve, a suo parere il ruolo dell´Islam nella trasmissione del sapere greco-latino all´Occidente sarebbe un mito. Non gli arabi musulmani, ma i cristiani d´Oriente avrebbero scoperto e trasmesso la filosofia greca all´Occidente. Sempre secondo l´autore, il pensiero arabo-musulmano sarebbe incapace di razionalità, in quanto bloccato dalla pressione e dalla potenza del Corano. Gouguenheim minimizza, e arriva anzi a svalutare l´importanza della produzione intellettuale degli arabi musulmani tra il IX e il XII secolo. E nella sua conclusione supera lo stesso Samuel Huntington (che ha messo sul mercato lo scontro tra civiltà) affermando l´impossibilità di un incontro tra l´Occidente cristiano e l´Islam. Dunque, questo saggio chiude tutte le porte, e a suo modo impugna la bandiera della supremazia occidentale, come ai tempi della conquista coloniale. A tutto questo è sottesa un´ideologia che risponde al fanatismo degli islamisti con un fanatismo non meno radicale. E non è un caso se alcuni estratti di questo libro sono stati pubblicati, nove mesi prima della sua uscita in libreria, su un sito di estrema destra, "Occidentalis", noto per il suo odio contro l´Islam e i musulmani. Questo sito ha una rubrica denominata «islamovigilance», che è una macchina da guerra contro il mondo musulmano. E non a caso il Figaro Littéraire ha tessuto l´elogio del libro, congratulandosi con l´autore e ricordando i paralleli col discorso sull´Islam del papa Benedetto XVI.
A fronte di questa negazione storica, alcuni medievalisti seri hanno risposto a Sylvain Gouguenheim. C´è chi lo ha preso in giro, come il filosofo Alain De Libera; mentre Julien Loiseau e lo spagnolo Gabriel Martinez-Gros hanno dimostrato la scarsa consistenza delle sue tesi. Vi sono stati dibattiti violenti anche su Internet. La cronaca dello scrittore Pierre Assouline, pubblicata sul suo blog, ha suscitato più di 400 commenti. Tutti dicono che non si può comprendere Aristotele senza il suo commentatore Averroé, o si chiedono cosa sarebbe l´Occidente oggi senza Cordova e il suo apporto alla cultura universale.
Riconosciamo tutti il ruolo svolto in quest´opera di trasmissione da Giacomo da Venezia e dai monaci dell´Abbazia di Saint-Michel. Nessuno afferma che l´Europa debba tutto all´Islam. C´è però una cosa che emerge chiaramente da questa polemica: nulla viene risparmiato all´Islam. Dopo la sua assimilazione al terrorismo, dopo il travisamento di questa religione da parte di politici senza scrupoli, dopo l´effetto sull´immaginario di uno slogan come quello dello «scontro tra civiltà», siamo di nuovo in presenza di un´impresa di negazione e falsificazione, rilanciata da siti noti per la loro islamofobia.
Meglio allora leggere il libro di Juan Vernet Ce que la culture doit aux arabes d´Espagne ("Ciò che la cultura deve agli arabi di Spagna"), un libro di incontestabile serietà (pubblicato nel 1978 in Spagna e nel 1985 in Francia per i tipi di Actes-Sud Sindbad). Qui almeno troviamo solo fatti: null´altro che storia, senza traccia di ideologia.
Traduzione di Elisabetta Horvat

Repubblica 23.5.08
Sempre più tristi tropici
Lévi-Strauss compie cento anni
di Antonio Gnoli

È soprattutto un grande libro sulla desolazione umana secondo Lévinas, il più ateo dei libri
L´antropologo trascorse diversi anni nel Mato Grosso e scrisse un libro unico, assoluto

Quando nel 1934 Claude Lévi-Strauss si imbarcò dal porto di Marsiglia, destinazione le foreste del Brasile, circolava un film che alla giungla aveva innalzato una monumentale metafora di tutte le paure che un mondo altro e arcaico suscitano nell´uomo occidentale. King Kong uscì nelle sale cinematografiche nel 1933 e, come tutti sanno, narra di un re spodestato dal suo regno e portato in catene nella scintillante New York. Lo scimmione è un sovrano sui generis che incute terrore tra gli indigeni dell´isola, fino a quando un manipolo di bianchi immaginano di ricavarne un grande spettacolo: tanto più pittoresco ed efficace quanto più l´immagine del grande gorilla risulterà teatralmente terrificante. In fondo ciò che l´Occidente, nelle sue componenti più ciniche e affaristiche, ha sempre saputo gestire è la paura. Sia che si tratti di un sentimento nato da una finzione, sia che sgorghi dai segreti meandri della realtà, la paura - moneta che circola abbondantemente nei giorni nostri - è un motore formidabile che alimenta immaginario e potere, i loro lati oscuri, notturni, impenetrabili. Ma soprattutto disorientanti.
Lévi-Strauss trascorse diversi anni nelle foreste del Mato Grosso. Vi giunse nel 1935 e ripartì nel 1939. Su quell´esperienza lasciò per anni calare il silenzio. Non una parola che ricordasse le difficoltà, i rischi, i timori, che gli incontri con civiltà indigene, remote e incontaminate gli avevano procurato. Poi, quindici anni più tardi, decise di raccontare quello che aveva visto e vissuto. E ne venne fuori Tristi Tropici, un´opera unica. Assoluta, come possono esserlo quei libri senza precedenti veri. Nasceva con pochi ingredienti: lo sguardo rivolto al concreto, il rispetto per le cose viste e, soprattutto, il talento narrativo. Giacché alla fine quel libro che comparve la prima volta nel 1955 era soprattutto un grande romanzo.
Lévi-Strauss (il grande vecchio compirà cento anni a novembre, si sono tenuti convegni sulla sua figura e altre celebrazioni sono previste in Francia e in Italia) scrisse Tristi tropici in quattro mesi. Il libro nasceva da urgenze diverse: il divorzio dalla prima moglie, la bocciatura al Collège de France, il progetto - vago, seducente e poi abortito - di scrivere un romanzo che avesse come protagonista una specie di truffatore europeo che circuisce gli indigeni della foresta amazzonica. Non so se davvero Lévi-Strauss si sentisse alla pari di un mestatore occidentale pronto a carpire la buona fede del selvaggio, di sicuro c´è che Tristi tropici è attraversato da un singolare senso di colpa, che lo spinge a raccontare, con nostalgia e realismo, un mondo che sarebbe sparito. In certe pagine egli non esita a mettere sotto accusa il mestiere dell´etnologo, condizionato da un´ambiguità che mina, almeno in parte, la legittimità scientifica della ricerca sul campo. Da un lato egli indaga le regole che governano le relazioni di parentela, la forza del mito, la logica del pensiero selvaggio; dall´altro è consapevole che ogni intervento, anche il più neutrale, può risultare devastante per la realtà che si intende indagare. È la ragione per cui odia viaggiare. Lo dichiara fin dall´inizio. Tristi tropici si apre con un´affermazione sconcertante: «Odio i viaggi e gli esploratori, ed ecco che mi accingo a raccontare le mie spedizioni».
L´odio è un sentimento tagliente e pericoloso. Va maneggiato con cura. E le prime righe del libro sono rivelatrici di qualcosa che prima di allora si trova, in maniera così esplicita, solo in un altro autore: Jean-Jacques Rousseau. Entrambi condividono lo stesso subbuglio psichico, il medesimo impeto e sdegno. Rousseau non odia i viaggi, ma odia tutto ciò che è civilizzazione. Il peso di quell´odio bilancia l´amore che nutre per l´innocenza perduta, per quello stato di natura che, con qualche sforzo di immaginazione, potremmo vedere abitato dalle tribù dei Bororo, dei Nambikwara, dai Tupi Kawahib che Lévi Strauss visita, fotografa, filma, racconta.
È uno sforzo immane quello a cui l´etnologo si sottopone in quegli anni, segnati da fatiche, privazioni, pericoli e dalla convinzione che un mondo opposto per stile e sostanza all´Occidente stia lentamente morendo. Ai suoi occhi il Brasile è un paradigma della storia mutevole, del passaggio dal fugace splendore di alcune città alla loro decadenza, dalla ricchezza della terra alla desolazione dei frutti. Quel mondo, che descrive con raro talento narrativo, è condannato alla sparizione. E il fatto di ricordarne così ossessivamente la decadenza, gli appare un modo sinistro di speculare sulle altrui miserie: di accelerarne la fine. Considera Tristi tropici un´opera di corruzione del lavoro dell´etnografo. Resta colpito dalle considerazioni che Baudelaire svolge sull´impressionismo e Manet in particolare. E le adatta alle proprie convinzioni. Non è che gli impressionisti non sapessero dipingere, ma essi cercavano l´illusione di un´arte spontanea. La stessa illusione è convinto si celi nella sua narrazione: ciò che vede è davvero dettato dallo sguardo dello scienziato o è puro colore di superficie?
Si è presi da una certa spossatezza nella prolungata lettura di Tristi tropici. Il lettore è sopraffatto dalla lussureggiante messe di dettagli, dalle esperienza improvvise, dalle imprevedibili deviazioni sull´India e le caste, sul buddismo e l´Islam. Ma a uno sguardo più attento si avverte che sotto quel caos di emozioni e di avventure, regna un ordine nascosto, un sapere che fa appello alle semplici regole dello strutturalismo. Nonostante ciò egli considera Tristi tropici un libro impudente, scritto più con le passioni del cuore che con quelle della mente. Alla fine del libro ci si imbatte nell´omaggio a Rousseau che egli considera il più etnologo tra i filosofi. Frainteso, dileggiato, disprezzato, Rousseau è stato il modo in cui l´Occidente ha provato a leggere e capire il cuore dell´altro senza oltraggiarlo. Naturalmente, per il ginevrino quel cuore era la prova che l´Occidente si sarebbe potuto salvare solo a patto di lasciarselo trapiantare. Una tale prospettiva non era priva di equivoci e pericoli. Ovvero di tentazioni totalitarie, nate nel nome di una civiltà interamente trasparente.
Può mai esistere una società perfetta? Qui le strade di Rousseau e Lévi-Strauss divergono. Le culture, le civiltà, i mondi religiosi si possono confrontare ma non sovrapporre, men che meno sommare. Nessuna società agli occhi del grande antropologo è interamente bene o male. Possiamo prendere degli aspetti, amarne alcuni e detestarne altri. Non possiamo realizzarne una sintesi. Possiamo solo renderci conto della loro intrinseca caducità. Tristi tropici è soprattutto un grande libro sulla desolazione umana.
Colpiva a tal proposito un giudizio del filosofo Emmanuel Lévinas che per definire l´ateismo moderno si richiama al capolavoro levistraussiano: «L´ateismo moderno», scrive Lévinas, «non è la negazione di Dio, è l´indifferentismo assoluto di Tristi tropici. Penso che sia il libro più ateo che sia stato scritto nei nostri tempi, il libro più disorientato e disorientante». Che cos´è che colpiva in maniera così acuta il filosofo francese? Credo la mancanza di senso - sia della storia, sia del soggetto che in teoria dovrebbe esserne il portatore - che circola in Tristi tropici. Non a caso l´opera fu letta anche come un attacco all´esistenzialismo e in particolare a Jean-Paul Sartre.
«Il mondo», si legge alla fine di Tristi tropici - «è cominciato senza l´uomo e finirà senza di lui». Siamo i privilegiati del pianeta. Solo perché l´arroganza, la forza, il gusto estremo della competizione ci hanno collocato in quel posto che ci illudiamo di poter difendere con lo scudo e la lancia della volontà di potenza. Abbiamo detronizzato la natura, e le sue componenti. Costruito città e imperi. Viviamo in società sempre più complesse, sorrette da equilibri precari. «Quanto alle creazioni dello spirito umano, il loro senso non esiste che in rapporto all´uomo e si confonderanno nel disordine quando egli sarà scomparso». Dopotutto Lévinas non aveva torto nel cogliere la profonda e disorientante visione che Lévi-Strauss coltiva della vita umana. Una visione che non ci appaga né ci consola. Ci fa sentire impotenti. Ed è la medesima frustrazione provata nell´assistere alla caduta di King Kong dall´Empire State Building. Nella foresta ipermoderna di Manhattan non c´era più spazio per la natura e per il sacro. Tristi tropici ci racconta la stessa lancinante estromissione. Le nostre vite artificiali che Rousseau detestava in maniera profonda, immaginando improbabili alternative, Lévi-Strauss le coglie come il destino più intimo e rovinoso di quel soggetto che abbiamo chiamato uomo.

Corriere della Sera 23.5.08
Diritti Bufera per una proposta del partito dell'ex premier. «Si torna a Hitler»
Belgio, l'«eutanasia per incapaci mentali»
di Margherita De Bac

Etica e malattia Il progetto apre anche ai pazienti che non hanno espresso il consenso in precedenza

Polemica in Belgio per quattro proposte di legge che, se approvate, consentirebbero, in caso di malattia incurabile, di praticare l'eutanasia anche su persone «mentalmente incapaci» e sui minorenni. Promotore dell'iniziativa è il partito liberaldemocratico fiammingo. Ma chi si oppone parla di un ritorno ai metodi del nazismo.

BRUXELLES — Prima proposta: lasciar morire, o meglio uccidere con un'iniezione o con una manciata di pastiglie, un paziente che sia «mentalmente incapacitato». Seconda proposta: lasciar morire o uccidere anche, sempre per sottrarlo al dolore di una malattia non più controllabile, chi per la legge è minorenne, troppo giovane per decidere da solo. Questo ed altro chiedono 4 progetti di legge — presentati dal partito liberaldemocratico fiammingo — che stanno dividendo ancora una volta il Belgio cattolico: prevedono cioè che l'eutanasia, già legalizzata dal 2002 per i maggiorenni e a determinate condizioni, possa essere estesa legalmente anche ai minori — come già avviene in Olanda — e ai «dementi», cioè a persone che non siano in grado di intendere e di volere per effetto di una incurabile forma di demenza.
Stando agli oppositori dell'idea, soprattutto a quelli dell'area cattolica, si tratta poco meno che di un ritorno al «T4», il piano per l'eutanasia di massa messo in cantiere da Hitler subito prima della guerra. Stando ai sostenitori, le ideologie naziste non c'entrano proprio nulla: si vorrebbe solo combattere la condanna della sofferenza inutile, e offrire a tutti la possibilità di una «morte con dignità». Sostenitori e oppositori sono disposti in file trasversali, si trovano più o meno in tutti i partiti. Ma a firmare i 4 progetti di legge sono i liberaldemocratici dell'Open Vld, il partito dell'ex primo ministro Guy Verofstadt e anche il primo partito in vaste zone delle Fiandre. Il clima politico è già appesantito dalle tensioni etnico-linguistiche, e in tema di eutanasia non si è ancora spenta l'eco della morte di Hugo Claus, lo scrittore che ha scelto la «dolce fine» pur di non arrendersi al morbo di Alzheimer: secondo il quotidiano fiammingo De Standaard, dalla morte di Claus sono raddoppiate le richieste di eutanasia in tutto il Paese.
Ma Claus, appunto, era ancora in possesso delle sue facoltà mentali. Quelli di cui oggi si discute sono casi probabilmente molto diversi. Per un «mentalmente incapacitato», si dice, potrebbe comunque far testo una sua volontà espressa in precedenza, e la decisione del medico dovrebbe sottostare alle stesse condizioni previste oggi: che la malattia sia grave e incurabile; che le sofferenze «fisiche o psichiche» siano «costanti, intollerabili e non sedabili»; e che vi sia stata, appunto, una richiesta «volontaria, ripetuta e libera da ogni pressione esteriore ». Ma se quest'ultima richiesta non vi fosse stata, se l'incapacità psichica — o anche l'età troppo giovane del paziente (o tutt'e due, nel caso di ragazzi gravemente handicappati) — l'avesse resa impossibile? Basterebbe l'accordo del medico con i parenti stretti del paziente? Qui c'è una zona opaca, di ambiguità giuridica, in cui si concentrano le polemiche. In Olanda, questi ostacoli sono stati aggirati da una legge che permette l'eutanasia per i ragazzi dai 12 ai 16 anni purché vi sia il consenso dei genitori o dei tutori; e per quelli di 16-17 anni, anche senza questo consenso (ma dietro richiesta del ragazzo, naturalmente).
In Belgio, finora, si è sempre proceduto con il sistema della «notifica a posteriori»: una volta accertate le condizioni prescritte, il medico somministra la «dolce morte», o iniettando dei farmaci o «aiutando» il paziente a prenderli per bocca. Poi, entro 4 giorni dalla morte, avverte la Commissione cui spetta il giudizio finale. E lo fa con un modulo scaricabile anche da Internet, poiché la burocrazia imbriglia pure la morte.
Luigi Offeddu I funerali Lo scrittore belga Hugo Claus, morto con l'eutanasia

Coscioni: «In casi limite si può dire di sì»
ROMA — Maria Antonietta Coscioni, il diritto all'eutanasia deve valere anche per chi non è in condizioni di intendere e di volere e non ha espresso le proprie volontà di fine vita?
«La volontà della persona è la base di ogni ragionamento, una condizione essenziale — dice la deputata radicale del Pd —. Nessuno può decidere per un altro. A meno che...».
A meno che?
«Se la sofferenza psicofisica è irreversibile e la malattia mentale porta inevitabilmente alla fine si può prendere in considerazione che la scelta ricada su una persona diversa dal malato. Ma occorrerebbe valutare una serie di fattori, il contesto di vita, l'ambiente familiare e soprattutto individuare una figura che decide per conto del diretto interessato».
Dunque la proposta di legge belga la convince?
«Credo che una legge non possa prevedere i casi limite. Noi come associazione Coscioni privilegiamo la manifestazione di volontà. Il pittore Claus l'aveva chiaramente espressa e in situazioni del genere l'eutanasia è ammissibile purché, ripeto, sia indicata nel testamento biologico».

Corriere della Sera 23.5.08
Dibattiti L'eccezionalità genetica dell'ornitorinco. Massimo Piattelli Palmarini replica a Giorgio Bertorelle
La teoria dell'evoluzione e il (defunto) darwinismo
di Massimo Piattelli Palmarini

Il Presidente della Società italiana di biologia evoluzionistica, Giorgio Bertorelle, («Corriere» del 21 maggio) usa nei miei riguardi un veleno non molto meno acre di quello degli speroni dell'ornitorinco, la specie australiana di mammiferi monotremi oggetto del nostro contendere. Uno solo dei suoi molti veleni merita un antidoto, per cortesia verso i lettori.
Definisce la mia posizione un anti-darwinismo «all'italiana », evidentemente ignaro del mio ventennale, e ancora perdurante, soggiorno accademico negli Stati Uniti e delle svariate critiche al darwinismo ortodosso espresse, tra altri, da eminenti evoluzionisti americani, inglesi e tedeschi come Richard Lewontin, Gregory C. Gibson, Andreas Wagner, Gabriel Dover, Eric Davidson, Stuart Newman, Michael Sherman, Gerd Mueller, Marc Kirschner e la lista potrebbe continuare. Sono tutti biologi con credenziali scientifiche inattaccabili, tutti perfettamente materialisti, tutti indefettibilmente tesi allo sviluppo di una teoria dell'evoluzione biologica naturalistica.
«All'italiana», detto da Bertorelle, penso significhi qualcosa come provinciale, di seconda mano, più di un tantino becero. Di questo dovrebbe scusarsi non con me, che poco mi importa, ma con la scienza italiana, se non addirittura con tutti gli italiani. Sostiene che i processi biologici da me citati nell'articolo (duplicazioni geniche, mutazioni di geni maestri con effetti subitanei su molti tratti distinti, moltiplicazioni di cromosomi sessuali) sono «noti da tempo a tutti e interamente compatibili con la moderna teoria dell'evoluzione ». Auspico siano noti a lui da tempo e certo lo sono a molti biologi, ma il grande pubblico non ne sa niente, mi creda, e non solo in Italia. Certo che sono «interamente compatibili con la moderna teoria dell'evoluzione » perché sono essi stessi la moderna teoria dell'evoluzione, come da me esplicitamente sostenuto in quell'articolo.
L'errore di Bertorelle, grave, è confondere e generare confusione nei lettori tra la moderna teoria dell'evoluzione, sacrosanta, e il darwinismo, ormai largamente defunto. Sarebbe come far credere che qualsiasi analisi delle cause economiche profonde dei fenomeni sociali sia ipso facto un'analisi marxista. L'economista e storico francese Florin Aftalion, per esempio, è un anti marxista, che ha recentemente pubblicato un esauriente studio delle cause economiche della rivoluzione francese. La teoria darwiniana dell'evoluzione è perfettamente naturalistica, ma non ogni teoria perfettamente naturalistica dell'evoluzione è darwiniana. Lascio la parola a Darwin stesso: «Se si potesse dimostrare l'esistenza di un qualsiasi organo complesso e l'impossibilità che esso sia stato formato da piccoli, numerosi, successivi cambiamenti, allora la mia teoria collasserebbe assolutamente». I Bertorelle di questa terra non prendono sul serio il loro eroe. Lui non anticipava, come invece fanno loro, che le molte meraviglie della biologia degli ultimi venti anni potevano venire «integrate » nella sua teoria, che la sua teoria sarebbe stata confermata nell'essenziale da quanto oggi sappiamo.
Sono molti anni che le scoperte della genetica e della biologia dello sviluppo hanno fatto «collassare assolutamente » la teoria darwiniana, proprio nei termini precisati dallo stesso Darwin. Sarebbe l'ora di prenderne atto, aprire la mente a teorie naturalistiche più interessanti smettendo di agitare il vieto vessillo darwiniano per proteggersi da immaginari assalti alla razionalità scientifica.

Corriere della Sera 23.5.08
L'Italia delle sette Ora rischiano gli adulti
Gli adepti: laureati, disposti a spendere
di Gaia Piccardi

A me gli occhi, la mente, il cuore, il portafoglio. E, a volte, la coscienza. Sono un milione e mezzo (circa il 3% della popolazione), più donne (64%) che uomini, più adulti (64%) che adolescenti ma senza distinzione di reddito, livello d'istruzione e classe sociale, gli italiani a rischio setta.
In un'Italia di anime perse, la setta — di qualsiasi oscurità essa si nutra (il 49% sono psicosette, il 15% pseudo- religiose, il 18% magiche e il 18% predicano spiritismo e satanismo)— esercita un fascino che era giudicato molto pericoloso già nel 1998, alla vigilia del Giubileo e del nuovo millennio: dopo due anni di indagini, il Dipartimento di Pubblica sicurezza consegnò al ministero dell'Interno un dossier di 100 pagine (il 10% delle quali dedicato a Scientology) che conteneva la descrizione di 34 nuovi movimenti religiosi e 36 movimenti magici capaci di «provocare una completa destrutturazione mentale negli adepti, conducendoli spesso alla follia e alla rovina».
Quel rapporto, oggi, è superato sia nei numeri che nei contenuti. Ne è sintomo la creazione, nel dicembre 2006, della Squadra antisette (Sas). Ma è soprattutto attraverso le voci dei protagonisti che il fenomeno delle sette in Italia assume aspetti inquietanti. Maurizio Alessandrini, presidente dell'Associazione nazionale famigliari delle vittime (Favis), viene da un'esperienza personale durissima, un figlio oggi 32enne sparito da otto anni nel vischio velenoso di un gruppo di preghiera capeggiato da una pranoterapeuta che avrebbe dovuto aiutare la madre a trovare sollievo da una grave malattia. «La setta non si presenta mai per quello che è — racconta —, si manifesta per risolvere i tuoi problemi e poi approfitta delle tue difficoltà».
Il Favis è nato a Rimini nel 2000 quando Alessandrini ha capito che il problema non era solo suo: «Ora siamo dodici persone che lavorano a tempo pieno, incontriamo istituzioni e politici, rispondiamo a coloro che ci chiamano parlando la stessa lingua di chi ci segnala un caso. Abbiamo riempito un vuoto, perché quando cadi nel baratro non sai a chi rivolgerti ». I due cellulari sul sito Internet, spesso, sono il primo passo per arrivare a Roma, negli uffici della Sas: «La collaborazione è totale». Sessanta contatti nel 2007. Già 6-7 al mese quest'anno (+25%). «Chiamano i genitori per il figlio, il fidanzato per la fidanzata, i nonni per il nipote. L'attenzione sul fenomeno è cresciuta». E l'identikit del soggetto-tipo, radicalmente cambiato. Tutto, spesso, comincia nell'illusoria innocenza di un corso. Tipo: sviluppa le tue potenzialità nascoste. «Il minimo comune denominatore tra le vittime — spiega don Aldo Bonaiuto dell'Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, l'unica che ha un numero verde antisette occulte attivo sul territorio (800228866) — è un certo livello di disagio provocato da un lutto, una malattia, un abbandono, una crisi personale o economica». C'è chi pensa di non arrivare a fine mese, chi ha perso fiducia nella medicina tradizionale e si avvicina a santoni e guaritori, ci sono minori abbandonati a se stessi e adulti che, semplicemente, non reggono la solitudine. «Ma è sbagliato pensare che sia soprattutto la gente semplice a cadere nella rete dei criminali. Ormai le sette colpiscono in modo trasversale: il 70% dei nostri casi (1.290 nel 2007, ndr) riguarda persone istruite e laureate, disposte a spendere soldi per migliorare la propria condizione psichica o fisica».
Don Aldo è un'autorità in materia: sove