lunedì 29 maggio 2017

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Segnalibri /l’islam etnico cinese
•L’Islam in Cina
•di Francesca Rosati
•L’Asino d’Oro edizioni
•pp. 292, euro 23

In Cina l’Islam è penetrato più di dodici secoli fa e ci sono più di trentamila moschee. Ma in pochi sanno quanto i musulmani costituiscano una parte significativa della storia antica e recente del Paese. Questo saggio è la prima trattazione completa del fenomeno, dalla diffusione durante la dinastia Tang (618-960) ai nostri giorni. Ed evidenzia come l’Islam sia l’unica religione in Cina a essere divenuta «un fenomeno etnico»: parliamo infatti di oltre 23 milioni di fedeli (i dati risalgono al censimento del 2010) la cui quasi totalità è suddivisa equamente tra la minoranza “cinese” hui e quella “turca” uigura. Se agli inizi degli anni Cinquanta dello scorso secolo, Mao e gli alti dirigenti del Partito comunista cinese si dichiararono contro il «grande sciovinismo han» nei confronti delle minoranze etniche e a favore della libertà di credo (garantita dalla Costituzione del 1954), il benevolo atteggiamento verso le comunità religiose andò rapidamente deteriorandosi. Già alla fine di quel decennio la religione venne considerata un ostacolo al cammino del popolo cinese verso il socialismo e venne equiparata a «un sistema di sfruttamento feudale». Il clero islamico fu obbligato ad abdicare al proprio credo e molti imam vennero deportati nei laogai, i campi di rieducazione e di lavoro. Sotto Deng la mano del Partito si fece più morbida e le politiche vennero pian piano mirate a contrastare il fervore religioso più che il culto. Dalla fine degli anni Ottanta, però, il panorama è nuovamente cambiato. I rinnovati contatti con il mondo musulmano, intensificati negli ultimi trent’anni, poggiano sull’immagine promozionale di una Cina multietnica dove l’Islam convive pacificamente e armoniosamente con le altre culture. Una chiave diplomatica ed emotiva che l’ex Impero di mezzo usa per esercitare il suo ruolo politico ed economico nel mondo ma che nega la pesante repressione ideologica a cui è sottoposta l’etnia degli uiguri e un’opinione pubblica che sempre più spesso lega l’Islam al terrorismo. Rimane il fatto che i musulmani sono appena il due per cento della popolazione cinese e che, in quanto minoranza etnica, godono facilitazioni per l’ingresso all’università, esenzione dalle politiche di pianificazione famigliare e sgravi fiscali. (cag)
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Cina, metano da depositi solidi

La Cina ce l’ha fatta. È riuscita a estrarre il gas dal cosiddetto “ghiaccio infiammabile”, ovvero gli idrati di metano, composti cristallini simili al ghiaccio. Si possono formare quando il metano presente sotto la crosta oceanica risale dai sedimenti alla superficie e si combina con l’acqua fredda. Ghiacciando, l’acqua comprime il gas e il composto assume un’altissima densità. Ed è proprio questa densità che lo rende prezioso. Si calcola che un metro cubo di idrati produca circa 160 metri cubi di metano. Secondo il dipartimento statunitense per l’energia il ghiaccio infiammabile presente sotto gli oceani potrebbe addirittura produrre più energia di tutti gli altri carburanti fossili sommati assieme. E infatti ci stanno lavorando anche Stati Uniti, Canada e Giappone. La piattaforma galleggiante che la Cina ha messo all’opera, si trova nel Mar cinese meridionale nell’area Shenhu, 300 chilometri a sudest della metropoli di Hong Kong. Un’altra piattaforma lavora sul plateau tibetano, dove il metano è intrappolato sotto lo strato di permafrost. Ma il successo, celebrato ampiamente sui media di stato, è arrivato dal Pacifico. «È dal 10 maggio che estraiamo gas senza soluzione di continuità », ha dichiarato il vicecapo ingegnere del progetto Ye Jianliang alla televisione di stato Cctv: «Facciamo oltre 10 mila metri cubi di gas al giorno. Il record è stato 35 mila». Secondo Chen Yifeng, ricercatrice dell’Accademia delle scienze sociali cinese intervistata dal South China Morning Post, la differenza tra l’esperimento cinese e quello di altre nazioni è che non è a scopo scientifico ma commerciale. Purtroppo, aggiunge, il metano ha anche lo svantaggio di non trovarsi in punti precisi e confinati. Servono poi macchinari sofisticati, perché se il “ghiaccio” viene a contatto con l’aria si disintegra per assenza di pressione. E spiega il motivo per cui gli altri Paesi stanno aspettando a fare esperimenti commerciali. Il metano è un gas serra, e una fuga cospicua potrebbe provocare gravi danni ambientali. (cag)
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DIALOGHI SULL’UOMO

Dal 26 al 28 maggio si terrà l’ottava edizioni di Dialoghi sull’uomo, il festival di Pistoia dedicato all’antropologia del contemporaneo in cui esperti di diversi ambiti si confrontano per rintracciare nuove letture della realtà. Tre giorni, quelli della manifestazione ideata e diretta da Giulia Cogoli, in cui si alternano incontri, lezioni, spettacoli e letture, per offrire un’originale percorso di approfondimento culturale. Il tema di quest’anno è La cultura ci rende umani. Movimenti, diversità e scambi, che, oltre a evocare la nomina di Pistoia a Capitale italiana della Cultura, ruota attorno all’idea di cultura come strumento capace di rendere le persone migliori. Un obiettivo approfondito dalle parole della Cogoli: «La declinazione plurale del concetto di “cultura” rappresenta non solo la principale acquisizione teorica dell’antropologia culturale, ma anche una delle grandi rivoluzioni conoscitive del Novecento. Le culture sono cantieri sempre aperti, processi in continua evoluzione, e lo scambio culturale è la norma, non l’eccezione». Il festival sarà aperto dalla lezione di Salvatore Settis Cieli d’Europa. Cultura, creatività, uguaglianza, in cui lo storico dell’arte proporrà il pensiero critico come unico esercizio creativo utile alla comprensione del mondo e della crisi culturale che le nostre opere d’arte rispecchiano. Dialogheranno, fra gli altri, anche il fisico del Cern Guido Tonelli (sullo studio delle nostre origini), lo scrittore Edoardo Albinati (sulla capacità d’intervento della cultura in contesti di degrado sociale), lo psichiatra Vittorio Lingiardi (su generi, identità e orientamento sessuale), l’antropologo Adriano Favole (sull’arroganza delle tecniche che trasformano il mondo) e l’antropologa Amalia Signorelli (sul ruolo odierno della cultura popolare). Dialoghi sull’uomo sarà animato anche da spettacoli, tra cui quello di Toni Servillo in omaggio a Primo Levi, e una mostra fotografica di Gianni Berengo Gardin.
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Morire di parto negli Stati Uniti
Salute | Aumentano i decessi,
a differenza che altrove. Perché?

L’infermiera neonatale Lauren Bloomstein è rimasta incinta a 33 anni: un figlio che lei e il marito Larry desideravano molto, una gravidanza che non presentava nessun particolare problema. Il 30 settembre 2011 Lauren è entrata nell’ospedale di Long Branch, dove lei e il marito lavoravano e dove si erano conosciuti sette anni prima. I medici e le infermiere erano volti noti, si sarebbero presi cura di lei e del nascituro, pensavano. A 23 ore dal check in la donna ha partorito una bimba, sana: in un video registrato dal marito poco dopo con una videocamera, e riportato in un lungo servizio da ProPublica, si vede Lauren sorridente, ancora sul letto d’ospedale, che tiene tra le braccia la piccola. Venti ore dopo, la 33enne era morta. Per una forma molto grave di preeclampsia, o gestosi gravidica, i cui primi e pur violenti sintomi sono stati sottovalutati. Ma quello di Lauren non è un caso isolato: ogni anno negli Stati Uniti muoiono tra le 700 e le 900 donne per cause legate alla gravidanza o al parto, più del triplo di quanto accade alle canadesi. E mentre in tutti gli altri Paesi sviluppati il tasso di mortalità per parto è diminuito, negli Usa tra il 2000 e il 2014 è cresciuto. L’altro dato, ancora più più allarmante, arriva dalla Cdc Foundation: il 60% di questi decessi era evitabile. Perché, allora, si verificano? ProPublica fa notare che nella sanità americana c’è un forte sbilanciamento – per strutture, fondi, attenzione – verso il neonato rispetto alla mamma: «La specializzazione della medicina maternofetale si è indirizzata così tanto verso la cura del nascituro che agli specializzandi di quel ramo, nel 2012, non era neanche richiesto di dedicare parte del tirocinio all’assistenza alle partorienti», si legge nell’articolo, in cui si fa notare anche che mentre 20 ospedali del Paese si sono dotati di centri multidisciplinari per neonati in condizioni gravi, solo uno ha un centro simile per le mamme.
(gdv)
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ma quale noia...
Renzo e Lucia sono pop!
Discussioni | L’ultima copertina di pagina99, Liberiamo gli studenti
dai Promessi sposi, ha suscitato grande interesse. E non solo tra i nostri
lettori. In centinaia ci hanno scritto, lodando e in molti casi criticando
la nostra provocazione. Pubblichiamo una selezione dei loro messaggi

E chi se l’immaginava che Manzoni fosse così pop! Quando a pagina99abbiamo deciso di dedicare la copertina del nostro giornale ai Promessi sposi non ci aspettavamo una tale risposta. Commenti, prese di posizioni, ragionamenti che ci hanno molto colpiti. Perché il nostro servizio che discuteva del capolavoro di Manzoni non era un atto di accusa. O meglio, lo era: ma non era indirizzato all’opera e al suo valore, bensì all’incapacità di pensare e ripensare le nostre letture, la nostra identità, il nostro ruolo di educatori dei giovani. Perché se c’è un aspetto sul quale volevamo insistere era proprio questo: l’immobilismo della nostra scuola, l’inadeguatezza di discutere criticamente le scelte che sono state fatte nel passato (reiterate per pura consuetudine), il “familismo culturale”della nostra società. E a giudicare dai commenti, altro che noia: i Promessi sposi sono vivi e vegeti! Così abbiamo deciso di pubblicare in queste pagine una selezione dei moltissimi commenti arrivati in redazione o pubblicati sulla nostra bacheca Facebook. Alcuni ironici, altri pensati e propositivi, altri ancora icastici. Fra i problemi che emergono il così detto “effetto-Manzoni”, ovvero l’estraneità alla lettura che indurrebbe in molti giovani. Naturalmente è una generalizzazione, e dipende anche dal ruolo degli insegnanti –ma questo vale per tutto: un cattivo docente incapace di far appassionare i propri studenti renderà noioso qualsiasi argomento. Molti ribadiscono quanto sia imprescindibile questa lettura. Altri preferirebbero classici più contemporanei. E, per dirla con il nostro don Alessandro, «la ragione e il torto non si dividon mai con un taglio così netto». Ma se c’è una cosa che possiamo imparare da questo dibattito è che quell’immobilismo che volevamo denunciare non è poi così dilagante. O meglio, come spesso accade nel nostro Paese, sembra che le persone siano più disposte alla discussione di quanto non lo siano impiegati ministeriali, politici, classe dirigente–in altre parole, che i rappresentati siano meglio dei loro rappresentanti. Del resto ci ammoniva lo stesso Manzoni quando, nei Promessi sposi, lamentava: «Ma cos’è la storia senza la politica? Una guida che cammina, cammina, con nessuno dietro che impari la strada, e per conseguenza butta via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che cammina senza guida». (mf)

BASTA DINOSAURI
Da “affezionato lettore” (come si diceva una volta) di pagina99, volevo commentare brevemente l’interessante articolo Liberiamo gli studenti dai Promessi Sposi, aggiungendo però una prospettiva diversa, ma non incompatibile con quelle di coloro che si confrontano sull’opportunità di un cambiamento. Prima ho subìto e poi, tardivamente, ho molto apprezzato il classico I Promessi Sposi. È stato proprio il mio tardivo apprezzamento che me ne ha fatto riconoscere il valore, proprio per gli aspetti linguistici e di scrittura creativa che i miei insegnanti avevano trascurato di sottolineare. Ma non è questo il punto. Il punto è che non è etico nei confronti della società di oggi perpetuare la scuola dei “dinosauri”, sostanzialmente la stessa frequentata da me (che adesso ho quasi 70 anni), che è propedeutica all’Università, quando soltanto una minoranza degli studenti che hanno completato il ciclo scolastico riesce poi a conseguire un qualsiasi diploma di Laurea (vedasi per esempio il Rapporto annuale Istat 2017 La situazione del Paese). In che misura lo studio del classico I Promessi Sposi possa rivelarsi utile per la collocazione al lavoro dei nostri diplomati rimane un Italico Mistero. Per questi motivi, Vi sarei grato se, nel corso della discussione sull’opportunità di abolire lo studio obbligatorio dei Promessi Sposi, venisse preso brevemente in considerazione anche questo aspetto, preferibilmente con le modalità più opportune per affrontare il problema. Grazie per l’attenzione. Massimo Battaglia, Roma

NON SCHERZIAMO
Queste “potenti” declamazioni lasciano sempre il tempo che trovano. Piaccia o non piaccia, il capolavoro di Manzoni è un classico. E in tal senso bisognerebbe cogliere la lezione di Calvino Perché leggere i classici. Concordo invece con chi ha scritto che altre letture possono essere fatte in aggiunta, ma non si può prescindere dai classici. Quella di Manzoni non è solo una storia e se c’è qualche insegnante che la insegna in questo modo, allora quell’insegnante è moralmente responsabile di uno sfacelo. Senza se e senza ma. Quella di Manzoni è una lettura critica della società, più o meno discutibile, ma dalla conoscenza non si può prescindere. Se letto con le note critiche di Sapegno è ancora meglio. No a queste declamazioni. Un conto sono i Baustelle che cantano «Tra i Manzoni preferisco quello vero: Piero», facile battuta peraltro, un conto è un piano formativo didattico italiano. Non scherziamo. Mariano Macale

SCIASCIA DIXIT
L’opera di Manzoni «è generalmente vista come il prodotto di un cattolico italiano piuttosto tranquillo e conformista, quando invece si tratta di un’opera inquieta, che racchiude un’impietosa analisi della società italiana di ieri e di oggi e delle sue componenti più significative. Un libro, un’opera che contiene tutta l’Italia, persino l’Italia che più tardi sarà descritta da De Roberto ne I Viceré, da Pirandello ne I vecchi e i giovani, da Vitaliano Brancati ne Il vecchio con gli stivali… ». (Leonardo Sciascia) Marcello Spanò

OPERA SENZA TEMPO
Non sono d’accordo (con l’articolo). È una lettura che non risente affatto del passaggio del tempo, come la Divina Commedia o l’Odissea. Non è un paragone con i super classici di tutti i tempi, beninteso, ma un modo per contestare questa necessità di cambiare ciò che ha valore, bollandolo come noioso solo perché viene da altri tempi. Le letture contemporanee vanno fatte, certo. In aggiunta. Dinla Ladinia

SCUOLA O SOCIAL NETWORK
Se la necessità delle cose da studiare fosse misurata in quantità di noia, la scuola non sarebbe scuola: sarebbe un social network. Ma è proprio questo che vogliamo che diventi, no? C’è una differenza tra fare una scuola a misura di ragazzo, e farne una con quello che vogliono i ragazzi. Siamo passati in quarant’anni da un eccesso all’altro. I ragazzi si devono tenere Manzoni, non perché noi siamo attaccati a Manzoni, ma perché è il più fulgido esempio di romanzo classico europeo che sia stato scritto in Italia, e viene dal periodo di massima fortuna del romanzo europeo. Punto e basta. A parte questo, è un capolavoro di semplicità, di intreccio e di attenzione storica. Ha tutte le carte in regola per essere un modello da seguire e da studiare. La “narrativa” si fa in altri momenti, e in aggiunta: ben venga. Ma il Manzoni non si tocca perché non si studia per “leggerlo”. Si studia per approfondirlo. Sergio Baloo

BASTA Il Cinque Maggio
D’accordissimo su Manzoni, mi ha sempre annoiato da studentessa e non, e nella mia esperienza da insegnante ho sempre riscontrato che annoia anche gli studenti odierni. L’unica opera manzoniana a mio parere geniale e passionale è il Cinque maggio, ma resta comunque difficile da comprendere per gli studenti delle medie o dei primi anni delle superiori. Comunque, il programma di letteratura andrebbe davvero “svecchiato”, basta con questo obbligo di leggere I promessi sposi! Con ciò non voglio dire che andrebbero lette solo cose contemporanee: la Divina Commedia e l’Odissea sono invece classici, must, che quasi mai annoiano gli studenti, che anzi trovano in essi spunti e collegamenti di vario tipo (sempre secondo la mia esperienza). Francesca Plesnizer

DA CALVINO A BENNI
Vi appoggio in pieno, niente obbligatorietà: che sia il docente a valutare se ha la classe giusta per fare Manzoni! È inutile insistere su Manzoni in classi che trovano “difficile” la prosa di Calvino, che non capiscono neanche i giornali sportivi (che non comprano, ma leggono a scuola)! Molti studenti si scoraggiano addirittura perché non lo capiscono, smettono di leggere qualunque cosa. Io quest’anno ho cominciato con La compagnia dei celestini di Benni con alunni che si rifiutavano di leggere qualunque cosa dopo aver passato un anno a fare “per forza” I Promessi Sposi e li ho portati gradualmente a leggere almeno tre romanzi brevi, fino ad arrivare a fine anno a leggere senza traumi Uno, nessuno e centomila. Non ho rimpianti. Valeria Di Marco

VOLO E MOCCIA
Sì, mi raccomando. Facciamo leggere loro Volo, Moccia e Gramellini, così usciranno dalla scuola ancora più rincoglioniti degli adolescenti di oggi (che già non valgono nulla). Francesco Vitellini

IL GATTOPARDO?
Qui si aprono due questioni: 1) Sarebbe opportuno spiegare perché si leggono I Promessi Sposi (e perché lo si fa da anni) – a volte sono gli insegnanti stessi che fanno passare la voglia di leggerlo. 2) Educare alla lettura dei classici, perché sì, leggere i contemporanei fa più che bene, ma quanti insegnano come il buon vecchio Manzoni? Effettivamente, però, c’è da chiedersi se il romanzo manzoniano rappresenti davvero l’identità nazionale odierna. Forse è meglio un Gattopardo, in quest’epoca di sciacalli e iene? Antonio Graniero

UNA PIETRA MILIARE
Ma no, per carità! Queste sono pietre miliari della letteratura italiana! Il problema è che gli insegnanti ne rendono noiosa la lettura. La storia è un intreccio appassionante congeniale ai ragazzi moderni, cresciuti a serie televisive. Basterebbe raccontarla bene, con passione, per farne innamorare chiunque. Giorgia Cardini NON SI TOCCA Non sono d’accordo; tutto dipende da chi lo insegna. La noia di cui si parla spesso è foriera di riflessione. Fare sempre ciò che piace non è cultura, è il luna park del cervello. Abolirei piuttosto Marino, Metastasio ed altri barocconi. Manzoni non si tocca. Renato Volpi

NON ABBASSIAMO L’ASTICELLA
Liberare gli studenti dai Promessi Sposi è abbassare, di nuovo, l’asticella. Certo che è difficile leggerlo: e meno male. Certo che tante delle cose che ci sono scritte son lontane anni luce da noi... È un romanzo dell’Ottocento ambientato nel Seicento. Certo che di “Lucie”, oggi – occhi al cielo e mani giunte in preghiera –ce ne son proprio poche. Ma il romanzo di formazione di Renzo è quello che ciascun ragazzo affronta su di sé; di gente come don Abbondio siamo ahimè circondati e i politici maneggioni oggi son l’Azzeccagarbugli; e le pagine della monaca di Monza sono di rara chiarezza per capire che il libero arbitrio è un dono meraviglioso; e l’Innominato che da cattivo diventa buono ci fa sperare che proprio niente è irrimediabile; e quanta variegata umanità dentro i personaggi di Perpetua, donna Prassede, don Rodrigo, Ferrer, la madre di Cecilia... Cavolo, i Promessi Sposi sono uno spaccato di umanità. E di storia, di società. Un patrimonio umano e un repertorio lessicale pazzesco. Una bellezza che ho la fortuna di insegnare. Oggi nella mia classe di liceali quindicenni brufolosi abbiamo letto di don Rodrigo che si scopre la peste e si vede addosso “un sozzo bubbone di un livido paonazzo”. Non volava una mosca, io leggevo e non volava una mosca. Meraviglioso. Come leggere Dante. Che fatica, è vero, ma che bellezza. I Promessi Sposi sono una bellezza. Non abbassiamo l’asticella! Valentina Romano

LI HO ADORATI
Io ho adorato I promessi sposi. E ho avuto la fortuna di avere un’eccellente insegnante che è stata in grado di renderlo interessante e fruibile. Vero che in altri Paesi europei i programmi sono svecchiati, ma lasciatemi dire (vivo all’estero da 9 anni) che la nostra cultura seppur generica e meno specifica è solo da invidiare. Non optate solo per le cose facili e per quelle che vi piacciono di più... Morgana Mina Vagante

DESCRIVE L’ANIMO UMANO
Ho riletto i Promessi Sposi – integralmente – in età adulta. Lo stile di Manzoni è sublime e rende il romanzo una lettura necessaria per ogni italiano. Forse la vera sfida è aiutare i ragazzi ad apprezzare la capacità unica di Manzoni di descrivere e approfondire gli stati d’animo universali, vissuti dai personaggi che animano la trama. Possiamo discutere della cornice storica, della morale, del modo assai opinabile in cui viene presentata la figura di Federigo Borromeo, ma la capacità di Manzoni di analizzare e descrivere l’animo umano nelle sue infinite sfaccettature emotive e caratteriali riscatta tutto. Per me, la lettura del romanzo è stata un’esperienza meravigliosa. Rossella Benti

NON È OBBLIGATORIO!
Vorrei comunicare che da anni la lettura dei Promessi Sposi non è più obbligatoria. Nel mio liceo, io sono uno dei pochi che lo legge quasi integralmente. Ciò che io temo è che verrà il giorno in cui, almeno tacitamente, non lo si potrà più leggere. Spero quel giorno di essere in pensione! Gian Mario Veneziano

RESTERÀ L’ELENCO TELEFONICO
Che noia questa tiritera contro I promessi sposi a scuola... Le argomentazioni per il No sono molto deboli. Di questo passo, come diceva vent’anni fa Beniamino Placido, l’unico libro utile sarà l’elenco telefonico; oggi, ovviamente, nemmeno quello. Giampaolo Sbarra

UNICI AL MONDO
Esiste forse, nel mondo occidentale, un altro programma scolastico che obbliga tutti i docenti a spiegare in maniera così puntigliosa un romanzo dell’Ottocento? No. Non ha senso dedicargli una o due ore di classe a settimana. Se è davvero un classico, come dite, che si difenda da solo: si proponga come lettura consigliata in mezzo ad altri dieci , per l ’estate, e vediamo chi lo compra. Calvino ce la farebbe ancora, ma Manzoni... Se non fosse obbligatorio... Michele Castelnovi

ALLA LARGA
Condivido. A me non è rimasto nulla de I Promessi Sposi, tabula rasa. Probabilmente non me lo hanno fatto amare, probabilmente ero io a non volermi neanche interessare minimamente, fatto sta che ancora oggi me ne tengo alla larga e continuo a sostenere che varrebbe la pena concentrarsi su altre pietre miliari della nostra letteratura (parere naturalmente personale). Elisa Piacentino

AH, CECILIA!
Io adoro i Promessi Sposi. Al liceo li leggevo e rileggevo. Avevo deciso che avrei chiamato mia figlia Cecilia, da adolescente, con l’amore per il dramma più oscuro. Ma dove si trova una scena altrettanto intensa e lirica?

IMMORTALE!
I primi a condannare i nostri giovani a una vita superficiale siamo noi, quando pensiamo a certe fesserie. La letteratura, lo dico ogni anno, è tale perché parla di valori immortali dopo secoli. E ogni anno, a classi diverse, dice cose diverse. L’opera è immortale... chi la porta in classe spesso limitato nella visione e nella pratica della professione. Simona Lovati

SVECCHIARE I DOCENTI
“Bisogna svecchiare i programmi”? Dico che i programmi non ci sono più ma c’è un curricolo per competenze e poi che ne direste di svecchiare qualche docente? Penso che pure Manzoni si sia stufato dell’accademia imperante nelle nostre scuole di ogni ordine... assaporiamo la lingua di Alessandro con occhi nuovi, imparando il piacere della lettura e della scrittura che non esiste niente di più vicino a noi che queste vicende... a chi sa ben guardare. Attualizziamo! Non dimentichiamoci poi di una infinita letteratura a nostra disposizione. Calma, sangue freddo e mente elastica ma soprattutto voglia di imparare e sperimentare. PS: tutti i miei studenti amano Manzoni. Simona Madf Martini

VIA ANCHE L’ALGEBRA?
Anche l’Algebra, la Geometria e lo studio delle funzioni ce l’abbiamo da un po’. E quindi?! Che noia, togliamoli?! Magari avete scelto un titolo un po’ sfortunato e le argomentazioni sono ben altre. Sarebbe interessante vederne anche solo una (seria). Assunta Di Chiara

PUNTO DI ARRIVO
Condivido il ragionamento. Aggiungo che I promessi sposi come altri classici forse dovrebbero essere un punto di arrivo e non un punto di partenza. Cioè non essere il primo testo da affrontare ma uno degli ultimi, partendo da alcuni contemporanei si potrebbe poi comprendere meglio il valore di un classico e forse saremmo in grado di gustarlo con più strumenti. Roberto Parmeggiani

VECCHI RETAGGI
Essere antimanzoniani è un vecchio retaggio novecentesco. Carlo Zacco

PUNIZIONI
Vi meritate Baricco. Antonio Marchese
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le prime crepe
nella ’ndrangheta
tradita dalle madri
Inchiesta | Arresti e confische hanno reso meno
proficua l’affiliazione. Così sempre più donne
chiedono di togliere i figli ai clan. Incrinando
la vera forza dell’organizzazione: la famiglia
di DANILO CHIRICO

Cellula alla base dell’organizzazione, scrigno per custodire le regole, luogo sicuro per progettare e proteggere gli affari, asse attraverso cui trasmettere lo scettro del comando. C’è la famiglia all’origine delle fortune della ’ndrangheta. «I vincoli familiari», sostiene lo storico Enzo Ciconte, «sono stati la più potente forma di protezione delle cosche calabresi: difficilmente sei disponibile a parlare contro un fratello o un genitore». Non è un caso, allora, se a fronte dei 1.235 pentiti italiani (dati 2015 del Servizio centrale di sicurezza) solo 156 appartengano ai clan calabresi: la metà di Cosa nostra e appena un quarto della camorra.Sono state queste solide radici familiari, insomma, insieme alla capacità di stare nel potere e nel capitalismo, all’esercizio della violenza e alla scelta di non partecipare alle stragi degli Anni Novanta, a permettere alla ’ndrangheta di costruire la sua dimensione glocal – testa in Calabria, mani nei cinque continenti – e a determinarne l’inarrestabile ascesa. Eppure oggi, proprio mentre la ’ndrangheta raggiunge il primato mondiale nel traffico della cocaina, il cuore del sistema mostra le prime inattese crepe. Un’iperbole di ottimismo? Possibile. Ma forse vale la pena riordinare i pezzi di questa macchina perfetta, che inaspettatamente rischia di incepparsi.
• I figli della ’ndrangheta
La prima, e forse più importante, spia rossa per i boss è comparsa tra i dati del Tribunale dei minorenni di Reggio Calabria dove è in corso una piccola rivoluzione: dal 2012 a oggi, infatti, il presidente del Tribunale Roberto Di Bella ha emesso 40 decreti di decadenza o limitazione della potestà genitoriale. Significa cioè che 40 ragazzi e ragazze sono stati “tolti” ai genitori 'ndranghetisti e stanno vivendo una nuova vita. Un colpo concreto, e anche di immagine, per i clan. «Abbiamo dato a questi giovani la possibilità di conoscere un’alternativa e di decidere del loro futuro», racconta il magistrato. Raggiunta la maggiore età, sono loro a scegliere se continuare a vivere liberi o tornare nel clan. Un processo sociale difficile, sul cui esito nessuno può offrire garanzie, ma «finora», rassicura Di Bella, «abbiamo ottenuto risultati importanti anche con situazioni che sembravano impossibili e, da quanto ci risulta, nessuno ha più commesso reati di mafia. Inoltre anche chi è rientrato a casa continua a chiederci sostegno ». Una goccia nel mare, forse. O piuttosto un insidioso granello di sabbia dentro un delicato ingranaggio
Le ragioni delle donne
I primi decreti del Tribunale sono stati emessi quando è diventata più stretta la collaborazione con la procura antimafia «che ci segnala in tempo tempo reale le situazioni familiari di disagio e le contraddizioni su cui provare a intervenire. Ma nel 90/95% dei casi», spiega Di Bella, «è nelle madri che troviamo sponde affidabili: hanno capito che i nostri provvedimenti non hanno una logica punitiva e sono invece a tutela dei ragazzi. Sono loro a chiederci di intervenire e allontanare i figli dai contesti criminali». Naturalmente non si comportano tutte nello stesso modo. «In alcuni casi sono sponde silenziose, di chi non si oppone. Altre volte», aggiunge il magistrato, «vanno via con i figli e cercano anche loro l’occasione per rifarsi una vita». Sono sempre di più, e sempre più determinate le donne. Per ragioni tutto sommato semplici. «Fanno una considerazione molto semplice: la repressione, gli arresti e la legge sui beni confiscati hanno cambiato la prospettiva», spiega don Pino Demasi, parroco di Polistena (Rc) e referente territoriale di Libera, «e adesso si chiedono quale futuro possono garantire ai propri figli: un tempo lasciavano la ricchezza, adesso quasi nulla. Così hanno capito che il clan non conviene più». Lo conferma il pm della Dda di Reggio Calabria, Stefano Musolino: «Inizialmente la ’ndrangheta ha rappresentato anche un fattore di emancipazione sociale. Le donne sopportavano i sacrifici perché alla scalata criminale del marito corrispondeva la loro crescita economica e sociale. Erano le garanti della stabilità della famiglia perché avevano un obiettivo comune». Non è più così: «Adesso molte famiglie hanno subito conseguenze pesanti dal punto di vista economico e affettivo con lutti o lunghe carcerazioni. Insomma – osserva Musolino – si guadangna poco e si rischia molto». Ci sono poi scelte personali molto forti, a volte estreme. Come quella della testimone di giustizia di Rosarno Giuseppina Pesce, capace di far condannare i suoi parenti. O di Maria Concetta Cacciola, anche lei rosarnese, indotta a suicidarsi per avere voluto proteggere i figli dalla sua famiglia. Più delicata e controversa la storia di Maria Rita Lo Giudice, la 24enne nipote di un boss pentito che s’è tolta la vita a Reggio Calabria lo scorso aprile. Un fatto senza una spiegazione chiara – e che quindi merita massima cautela e prudenza nei giudizi – che il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero De Raho ha commentato così: «Abbiamo perso una ragazza che stava provando a percorrere un cammino diverso perché non abbiamo avuto la sensibilità di comprendere che ci sono mutamenti a cui tutti devono concorrere». Nessuno conosce le ragioni intime della sua scelta, ma è certamente un fatto che ha creato molti interrogativi in città.
• Consenso e insofferenza
Lentamente, e in maniera disordinata, le cose stanno cambiando. Non siamo più agli anni Ottanta, quando nel primo maxiprocesso 31 dei 33 sindaci convocati dai magistrati addirittura negarono l’esistenza stessa della ’ndrangheta. Ma non è iniziata nessuna tangibile ribellione civile. Anzi. «Conosciamo però storie particolari, di parentele, frequentazioni, fidanzamenti mafiosi», racconta Stefano Musolino, «che non sono più accettati socialmente come in passato. Non è ancora un fenomeno diffusissimo, ma cominciamo a registrare dei timidi segnali. Soprattutto a Reggio Calabria, molto meno nei paesi della provincia». Scricchiolii, dentro enormi contraddizioni. Basti pensare alle parole – diventate un caso sul web e riprese dai tg nazionali – pronunciate lo scorso 10 aprile dal colonnello Giancarlo Scafuri, comandante provinciale dell’Arma di Reggio Calabria. Durante il suo intervento alla commemorazione del brigadiere Rosario Iozia ucciso 30 anni fa in Calabria, il carabiniere faceva notare che in certi contesti si fa ancora fatica persino a nominare la parola ’ndrangheta. La strada insomma è ancora molto lunga. C’è paura, c’è disagio, c’è povertà. E in troppi continuano a considerare conveniente chiedere un favore o fare affari con le cosche. Ma i processi sociali non sono mai lineari e, volendo guardare il bicchiere mezzo pieno, alcune scelte della ’ndrangheta – che non hanno ancora conseguenze apprezzabili – alla lunga potrebbero costare caro. Tra i cittadini hanno destato molto malumore (seppure ancora silenzioso) gli attacchi ripetuti ai servizi – uno scuolabus incendiato a Martone, un attentato contro un (futuro) centro culturale a Caulonia, le fiamme contro l’impianto dei rifiuti a Gioiosa Ionica, i lavori “truccati” nelle scuole di Locri. Lo scorso autunno ha provocato sconcerto, e alcune manifestazioni, l’indegna e abietta violenza sessuale di gruppo contro una bambina di Melito Porto Salvo. «Certe spavalderie», ragiona Musolino, «non passano più inosservate: lasciano tracce tra le persone e cominciano ad avere conseguenze penali serie». Il riferimento è all’operazione “Eracle” sui condizionamenti (con spaccio, risse, il servizio di security) della movida reggina che pochi giorni fa ha portato a una ventina di arresti. «Diventando più temuta, anche l’attività repressiva può rappresentare un fattore di cambiamento sociale e può servire a far diminuire il mito e il consenso della ’ndrangheta». Sarebbe tutto più semplice «se ci fosse una risposta dello Stato integrata, capace di unire repressione e politiche sociali e culturali», sottolinea il pm napoletano Francesco Cascini, che ha appena concluso la sua esperienza al vertice del Dipartimento della giustizia minorile. O se, per esempio, il Tribunale per i minorenni di Reggio potesse davvero operare in stretta sinergia con i servizi del territorio. Una cosa banale, eppure impossibile. Infatti «in tutta la provincia su 83 Comuni », denuncia Cascini, «ben 81 non hanno il servizio sociale e anche le politiche socio-sanitarie sono sostanzialmente assenti».
• L’ora della sfida
Tuttavia anche se la ’ndrangheta è forte e lo Stato non sempre all’altezza, se la risposta dei cittadini è debole e le compromissioni ancora pesanti, può essere questo il momento di alzare il livello della sfida, di provare a costruire un’antimafia delle opportunità per le ragazze e i ragazzi dei clan o che rischiano di finire tra le grinfie dei clan. Di produrre cioè nuovi granelli di sabbia da immettere nell’ingranaggio mafioso. «La ’ndrangheta non vive nell’Iperuranio», sostiene lo storico Ciconte, «e come la società subisce processi di trasformazione. Non è più quello di un tempo il senso della famiglia e le cosche non hanno più la compattezza del passato: anche nella ’ndrangheta ci sono poche famiglie molto ricche e tanti che sopravvivono o addirittura poveri. Il sistema che conoscevamo comincia perciò a segnare il passo». Per questa ragione, la principale scommessa dell’antimafia di oggi è «salvare i figli», sottolinea don Demasi: «Bisogna trovare il modo di avvicinarli sin da piccoli, entrare nelle famiglie, cominciare a seminare. E farli partecipare a un gioco in cui le regole le dettiamo noi e non più loro». Si tratta di una strategia «che forse non funzionerà per i figli dei boss», sostiene, «ma che è fondamentale per i figli dei cosiddetti manovali». Insomma sarà anche vero che la strada resta in salita e non è saggio farsi facili illusioni, sarà anche vero che la 'ndrangheta globale «si muove ormai a livelli altissimi nell’economia, nella finanza, in borsa con la la droga», sottolinea il pm Musolino, «ma la sua forza sta ancora nella capacità di tornare alle origini. E se, poco per volta, dovesse perdere davvero la solidità della famiglia, se dovesse perdere l’aggancio con il territorio e le radici... magari...». Magari l’iperbole di ottimismo potrebbe diventare pratica della realtà. E, chissà, la macchina perfetta incepparsi davvero.
Twitter: @danilo_chirico
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TRIBUNALI DEI MINORI
un’eccellenza da chiudere?

Troppo belli, talmente belli, che tanto vale cancellarli. Potrebbe essere questo il destino dei 29 tribunali per i minorenni italiani che, dopo quasi 100 anni di storia, il governo ha deciso di chiudere e accorpare ai tribunali ordinari. Più che un’ipotesi. Infatti, il disegno di legge “Delega al Governo recante disposizioni per l’efficienza del processo civile”è stato già approvato alla Camera ed è in attesa di calendarizzazione in Commissione Giustizia al Senato. Una scelta di razionalità, secondo la maggioranza: creare delle sezioni dei tribunali specializzate “per la persona, la famiglia e i minori” servirebbe a migliorare l’organizzazione e tagliare gli sprechi. Una scelta scellerata, invece, per tanti (giuristi, docenti universitari e operatori del terzo settore) secondo cui in nome dell’abbattimento dei costi e del ripianamento delle carenze di risorse degli uffici per gli adulti si rischia di smantellare un’eccellenza che ha fatto scuola nel mondo nelle politiche per l’infanzia e che l’Ue, per esempio, considera un modello per il Giusto processo minorile europeo. Per questa ragione il mondo della giustizia è sul piede di guerra e sono ormai quasi trentamila le firme (tra cui quelle di Valerio Onida e Luigi Ferrajoli, Gherardo Colombo e Luigi Ciotti) all’appello “Salviamo i Tribunali per i minorenni” lanciato dell’Aimmf, l’Associazione italiana dei magistrati per i minorenni e per la famiglia. «In questo momento storico, i bambini e gli adolescenti sono i primi a pagare le conseguenze drammatiche che derivano dalla crisi economica, dall’immigrazione e dai tagli alla spesa pubblica negli enti locali» e, proprio in questo momento, «la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza è strategica per il futuro del Paese». L’invito è quindi a non riformare «frettolosamente un settore così complesso e importante». La discussione è aperta, l’esito non del tutto scontato considerando le intemperie parlamentari. La segretaria della Commissione Giustizia del Senato, Rosaria Capacchione (Pd) difende la riforma: «Non c’è nessuno scandalo nel voler ampliare le competenze alla famiglia. Salvaguarderemo le professionalità dei magistrati, ma lo faremo, e si può fare, dentro un ambito allargato». Secondo il magistrato Francesco Cascini, già capo del Dipartimento della Giustizia minorile, la riforma è giusta nella parte in cui prevede «una più razionale distribuzione delle risorse », ma è «sbagliata nella misura in cui non assicura l’esclusività e la specializzazione dei magistrati». Il presidente del Tribunale dei Minori diReggio Calabria, RobertoDi Bella, boccia in toto il provvedimento e sottolinea un problema in più: «Senza autonomia dei tribunali dei minori, si perderebbe certamente il loro ruolo fondamentale di punto di riferimento territoriale, la loro capacità di colmare dei vuoti, il loro compito di coordinamento tra le istituzioni, il terzo settore e il territorio». E aggiunge: «Ci sono attività che non fanno statistica per i ministeri ma sono fondamentali per il nostro lavoro che deve intervenire nelle contraddizioni. Il luogo e il tempo, per esempio, sono elementi decisivi. Non sono sicuro che con l’accorpamento dei tribunali dei minori a quelli ordinari potrebbero esserci le stesse opportunità e la stessa efficacia» che, per esempio, hanno consentito di raggiungere dei buoni risultati con i figli dei boss della 'ndrangheta. E il governo lo è?
(Dan.Chir.)
ANSA 23.05.2017
Batteri modificati per dipingere con la luce
Saranno utili nella produzione di farmaci

Dopo i robot, diventano pittori anche i batteri: nature morte e immagini di Super Mario dipinte da microrganismi che producono particelle colorate in risposta alla luce. Stavolta e' improbabile che le immagini vengano esposte in un museo, ma i circuiti che rispondono alla luce saranno molto utili nel controllare piu' efficacemente i batteri che producono farmaci. I protagonisti dello studio, pubblicato sulla rivista Nature Chemical Biology, sono microrganismi geneticamente modificati da ricercatori del Massachusetts Institute of Technology (Mit). I ricercatori hanno trasferito nel Dna di un batterio moto comuni, come l'Escherichia coli, 18 nuovi geni. Tra questi, alcuni servono a produrre proteine sensibili alla luce rossa, verde o blu e l'esposizione alla luce accende un altro gene, che fa partire una reazione chimica: il risultato e' la produzione dei corrispondenti colori rosso, verde o blu. Per ottenere le immagini, i ricercatori hanno sistemato i batteri in un gel e li hanno illuminati con un proiettore o un laser. Questa sorta di 'discoteca batterica' e' destinata ad avere importanti ricadute pratiche perche' permettera' di controllare in maniera piu' sofisticata i microrganismi che producono farmaci o altre sostanze usate nell'industria chimica. Infatti, a seconda del colore della luce da cui sono colpiti, i circuiti potranno "accendere e spegnere" la produzione di sostanze utili.
ANSA 24.05.2017
Pillola dei 5 giorni dopo,senza ricetta ma solo 1 su 5 lo sa
Ricerca:contraccezione emergenza ritenuta utile, anche pericolosa

A due anni dalla liberalizzazione,che prevede l'acquisto senza obbligo di ricetta in farmacia per le maggiorenni, sulla pillola dei cinque giorni dopo le donne italiane hanno ancora delle lacune. Solo una su cinque, infatti, sa che il farmaco di nuova generazione il cui principio attivo e' ulipristal acetato, si puo' acquistare senza ricetta. E' quanto emerge da un'indagine di SWG-Health Communication presentata oggi a Roma e condotta attraverso un questionario a cui hanno risposto 500 donne tra i 18 e i 40 anni e rafforzata da una web discussion condotta all'interno dello stesso segmento di donne. L'indagine rileva che il 69% considera 'molto importante' che una donna possa decidere e programmare quando avere dei figli e il 70% e' molto favorevole all'uso di contraccettivi da parte della donna. Pur ritenendo utile ed efficace per la quasi totalita' (90%) la contraccezione di emergenza, specificamente per evitare l'aborto (76%), oltre la meta' delle donne intervistate la ritiene pero' pericolosa. Inoltre, sempre sulla contraccezione di emergenza, c'e' ancora molta confusione tra la pillola del giorno dopo e quella dei cinque giorni dopo. A dichiarare di conoscerne la differenza solo il 17% delle donne e un'esigua minoranza attribuisce a ulipristal acetato tra i 'plus' quello di essere piu' efficace sin dal primo giorno. Piu' che informarsi dal ginecologo, dal medico di base o dal farmacista, le donne che hanno dichiarato di conoscere le differenze tra i due farmaci hanno utilizzato Internet, letto riviste e giornali o si sono informate da amici e parenti. In generale, per il 50% delle intervistate e' piu' facile acquistare contraccettivi di emergenza rispetto al passato, ma per il 20% l'acquisto resta difficile, anche se le segnalazioni riguardano solo alcune farmacie. Quello che le donne vogliono maggiori informazioni e al momento dell'acquisto di essere 'accompagnate' con riservatezza e maggiore empatia,comprensione.
La Repubblica.it 24.05.2017
Contraccezione d'emergenza, solo una donna su cinque sa che non serve la ricetta
di Irma D'Aria

Un'indagine Swg dimostra che le italiane ne sanno ancora poco. Dopo la drastica riduzione del numero di aborti, i medici chiedono che la contraccezione d'emergenza sia compresa nell'elenco dei farmaci da tenere obbligatoriamente in farmacia. IL 91% LA RITIENE efficace, il 76% utile per evitare l'aborto ma per il 54% è pericolosa. Sono alcune delle opinioni sulla contraccezione d'emergenza fotografate da un'indagine condotta da Swg-Health Communication con l'obiettivo di capire cosa ne pensano le donne italiane a due anni dalla liberalizzazione della pillola dei 5 giorni dopo.

La ricerca. La nuova indagine è stata condotta attraverso un questionario cui hanno risposto 500 donne tra i 18 e i 40 anni rappresentative di questa fascia della popolazione italiana. Ne è emerso che il 69% considera 'molto importante' che una donna possa decidere e programmare quando avere dei figli, il 70% è molto favorevole all'uso di contraccettivi da parte della donna, il 91% ritiene la contraccezione d'emergenza efficace, il 76% la ritiene utile per evitare l'aborto ma il 54% la ritiene pericolosa (16% molto e 38% abbastanza).

La differenza tra i vari anticoncezionali. Ma le donne conoscono le differenze tra la 'vecchia' pillola del giorno dopo (Norlevo) e il farmaco di ultima generazione (ellaOne)? Dall'indagine risulta che solo il 17% delle donne italiane dichiara di conoscerle (molto e abbastanza). Quindi solo una ristretta minoranza è informata sulle differenze tra le due generazioni di farmaco.

Informazione 'fai da te'. La maggioranza delle donne (63%) che ha dichiarato di conoscere le differenze tra i due farmaci afferma di averlo letto su internet (38%), saputo da amiche o parenti (16%) e letto su riviste o giornali (9%). L'apporto dei professionisti della sanità a una maggiore consapevolezza delle donne appare quindi minoritario rispetto al 'fai da te' (hanno dichiarato di essersi informate dal ginecologo il 29% delle donne, e da medici di base e farmacisti solo il 15%). La prevalenza dell'informazione 'fai da te' potrebbe quindi spiegare il perché un'informazione aggiornata e corretta sia così limitata tra le donne italiane.

Facilità di acquisto. La possibilità di acquistare la pillola dei 5 giorni dopo senza ricetta per le maggiorenni è vista con favore dall'81% delle donne italiane, ma paradossalmente il 79% delle stesse donne dichiara di non sapere ancora che l'obbligo è già stato tolto. Che siano o meno consapevoli dell'avvenuta cancellazione dell'obbligo di ricetta per il 50% delle donne è più facile oggi acquistare gli anticoncezionali d'emergenza rispetto agli anni passati.

Perché meno aborti. Nel 2015 c'è stata una forte riduzione di aborti in Italia. Infatti, per la prima volta sono scesi sotto quota 90mila. Cosa c'è dietro questa diminuzione? Può essere dovuta al notevole incremento di vendite di ellaOne a seguito della libera vendita senza ricetta? "La verità — sottolinea il presidente della Società medica italiana per la contraccezione (Smic) Emilio Arisi — è che il calo delle Interruzioni volontarie di gravidanza evidenziato dal Ministero è dovuto non tanto a un aumento dell'utilizzo della contraccezione d'emergenza (il numero totale delle vendite in quell'arco temporale si è incrementato infatti solo del 11%), ma al boom di preferenze del prodotto più efficace, ellaOne appunto, che è passata da meno 17mila confezioni del 2014 a più di 145mila nel 2015".
Anche alla luce di questi dati lo stesso Arisi ha chiesto al ministero della Salute di aggiornare l'elenco dei farmaci di cui le farmacie sono tenute obbligatoriamente a garantire la disponibilità, prevedendo l’inserimento della categoria della contraccezione d’emergenza in qualità di valido e sicuro strumento di prevenzione dell’aborto.
IlFatto Quotidiano.it 28.05.2017
"Obiezione respinta", mappa delle donne sugli ospedali dove non si può abortire e le farmacie che non vendono pillola
DIRITTI
La piattaforma è stata lanciata l'8 marzo scorso, in occasione del primo sciopero generale delle donne organizzato dalla rete Non una di meno, e sta muovendo i primi passi. Chiunque può fare una segnalazione connettendosi al sito internet. Obiettivo: colmare un vuoto di informazioni e dati aggiornati, ma soprattutto denunciare la violazione di un diritto tutelato per legge di Elisa Murgese

Alcune storie sono ingiustizie quotidiane, altre nascondono violenza psicologica e abusi passati come normale prassi ospedaliera. "Quando ho abortito in questa struttura mi hanno fatto sentire un mostro", "In questa farmacia si sono rifiutati di darmi la pillola del giorno dopo", "Attenzione, la maggior parte dello staff ospedaliero qui è obiettore di coscienza". Si avvisano e si scambiano consigli le donne che da tutta Italia hanno iniziato a partecipare a Obiezione respinta, la prima piattaforma nazionale per mappare i medici obiettori di coscienza, ma anche per segnalare la qualità del servizio offerto dalle farmacie di tutta Italia rispetto alla vendita del contraccettivo di emergenza, oppure per raccontare esperienze positive in consultori o visite controverse negli ospedali. Un'iniziativa che nasce dal basso in un Paese con il maggior numero di medici obiettori in Europa insieme al Portogallo e molto spesso sotto accusa per non riuscire a garantire in tutte le strutture il diritto all'interruzione di gravidanza. La piattaforma è stata lanciata l'8 marzo scorso, in occasione del primo sciopero generale delle donne organizzato dalla rete Non una di meno, e sta muovendo i primi passi proprio in queste settimane. "Le informazioni sui servizi quasi non esistono, i dati del ministero sono vecchi, i registri degli obiettori ci sono ma non permettono di sapere i turni dei medici e quindi di capire quanto il diritto all'interruzione volontaria di gravidanza sia garantito – racconta Carlotta Cossutta di Ambrosia, collettivo femminista e queer di Milano che è tra i membri del progetto – Serve più informazione, abbiamo bisogno di uno strumento che abbia un'utilità pratica per tutte le donne, che nasca dal confronto tra tutte noi e che quindi sia creato dalla società civile, dal basso".Bollino verde per i luoghi che garantiscono i servizi, viola per le esperienze positive, rosso per quelle completamente negative. L'Italia che viene raccontata dalle segnalazioni di Obiezione respinta non è un Paese per donne, ma un posto dove (illegalmente) diversi farmacisti "si rifiutano di vendere la pillola del giorno dopo con varie scuse, magari dicendo che devono ordinarla – racconta Chiara Lombardo del collettivo pisano Aqara – dove in alcuni ospedali, come al Santa Chiara di Pisa, non è possibile prescrivere la Ru486 (la pillola abortiva, ndr) perché i medici non obiettori non riescono a coprire tutti i turni, fino ad arrivare a trattamenti al limite della dignità nei confronti delle ragazze che hanno richiesto un'interruzione volontaria di gravidanza". Il progetto, ideato dal collettivo pisano, pochi mesi fa è stato rilanciato a livello nazionale dal tavolo sul diritto alla salute sessuale e riproduttiva della rete Non una di meno. È stato allora che le attiviste si sono rese conto di come in tutta Italia si stessero mobilitando numerose mappature dal basso per segnalare l'accessibilità ad alcuni servizi per le donne. Tra queste PillolaMi, la piattaforma con cui il collettivo milanese Ambrosia ha iniziato a segnalare il modo in cui i farmacisti meneghini permettono (o meno) l'accesso alle pillole del giorno dopo. Progetti locali, fino a poche settimane fa, che hanno scelto di confluire nella mappatura nazionale di Obiezione respinta per creare un'unica piattaforma "in cui le esperienze e le conoscenze siano messe al servizio di tutte – racconta Marta Lovison di Ambrosia – creando un percorso che arrivi fino a sanzionare tutti quei luoghi che ci privano del diritto di scegliere e di autodeterminarci". Le segnalazioni possono essere fatte da chiunque, attraverso email o social network, e sono poi caricate sul portale in completo anonimato. "Qualunque persona può raccontare la sua esperienza in ospedali, farmacie, consultori e fare crescere la mappa – continua Chiara Lombardo – Infatti, questo progetto vive grazie alla volontà di tutti di fare valere il nostro diritto di decidere sui nostri corpi e sulla nostra sessualità". I luoghi mappati vanno dal nord al sud Italia, con una prevalenza di segnalazioni da Toscana, Lombardia e Veneto. "Al sud il problema è molto diffuso negli ospedali – continua la giovane del collettivo Aqara – ma anche al nord ci sono state raccontate esperienze drammatiche, soprattutto in Lombardia". Tra le storie più forti, quella di una ragazza di Napoli che per abortire ha dovuto cambiare tre ospedali. Per dare un'idea dell'impatto che possono avere il 70% degli obiettori di coscienza italiani, basti dire che questa giovane donna campana se n'è dovuta andare "dal primo ospedale a cui si era rivolta, il Policlinico Vecchio, perché qui accettano solo quattro visite al giorno poiché su venticinque ginecologi solo quattro praticano aborti", continua Chiara Lombardo. Mail e messaggi Facebook continuano ad arrivare, sul sito di Obiezione respinta, una community che cresce di giorno in giorno. E anche gli addetti ai lavori, soprattutto medici e farmacisti, a detta delle ragazze del collettivo hanno iniziato a dare i primi feedback. "Alcuni ci dicono che stiamo facendo un grande rumore per nulla – chiude Chiara Lombardo – perché potremmo semplicemente andare da un'altra parte senza mettere in discussione la decisione che medici e farmacisti hanno presto su di noi, sul nostro corpo". Quindi, cosa vi ha stupito di più di queste prime reazioni? "Il fatto che a non aver accolto bene questa esperienza siano stati soprattutto gli uomini".
Il fatto quotidiano.it 25.05.2017
Pillola anticoncezionale a pagamento, i medici di famiglia: "Danno per donne più povere. In Italia solo l'aborto è gratis"
di Elisa Murgese

DIRITTI
Il farmaco nel 2016 è passato dalla fascia A a quella C, ovvero non è più rimborsato dal Servizio sanitario nazionale. Il sindacato Smi: "Passo indietro inaccettabile". Le testimonianze dei dottori: "Penalizzazione che va a colpire proprio chi ha bisogno. C'è rischio aumento interruzioni di gravidanza". Ma secondo l'Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) si tratta di una riclassificazione per evitare "un orientamento prescrittivo verso i farmaci rimborsabili non del tutto appropriato" La pillola non è più gratuita per tutti e le donne delle fasce più deboli rinunciano senza avere alternative. Da dieci mesi, infatti, gli ultimi anticoncezionali orali che si trovavano in fascia A – ovvero a carico del Servizio sanitario nazionale – sono stati riclassificati in fascia C, e quindi a carico delle tasche del cittadino. Una manovra che, secondo alcuni rappresentanti dei medici di base intervistati da ilfattoquotidiano.it, sta determinando una diminuzione nel numero delle pazienti che si fanno prescrivere il farmaco: "C'è il rischio", denunciano, "che ci sia un aumento delle interruzioni di gravidanza. L'unico anticoncezionale che in Italia continua ad essere rimborsato dallo Stato è l'aborto". Tanto che questa manovra è stata definita dallo stesso Sindacato dei medici di famiglia (Smi) "un passo indietro inaccettabile": "Come medico e come donna contestiamo questi ulteriori tagli, risibili in termini di economia, ma che rivestono una forte connotazione politico-culturale", spiega la segretaria generale Smi Pina Onotri. Una manovra che "in alcuni contesti disagiati dal punto di vista socio-economico toglie la possibilità ai medici di fare informazione e prevenzione, impedendo una contraccezione consapevole a chi non può permettersi di pagare di tasca propria". L'Agenzia italiana del Farmaco (Aifa) però difende la riclassificazione, "motivata", dicono, "dalla necessità di uniformare il regime di fornitura e rimborsabilità" tra le numerose pillole anticoncezionali. In altre parole, secondo Aifa, lasciare alcune pillole nella fascia A avrebbe potuto generare "un orientamento prescrittivo verso i farmaci rimborsabili non del tutto appropriato". Eppure la scelta è stata in parte criticata da alcuni rappresentanti dei medici di famiglia perché, dicono, in ogni caso le pillole diventate a pagamento costituivano già una nicchia del mercato degli anticoncezionali. "Il grosso delle pillole di ultima generazione era già in classe C – spiega il medico di base del piccolo comune lombardo di Carnago, Maurizio Andreoli, facendo riferimento a quelle più nuove e pubblicizzate dalle case farmaceutiche – Infatti, la riclassificazione ha interessato le pillole di terza generazione, che rappresentano circa il 10% del mercato, una nicchia di farmaci che era utilizzata principalmente dalle classi più deboli". Ovvero, secondo il medico lombardo, le categorie più colpite dal provvedimento sono ragazze molto giovani, famiglie poco abbienti e donne straniere. Triminulet®, Planum®, Ginoden®, Milvane®, Etinilestradiolo e Gestodene Mylan Generics®, Estmar®, Practil®, Brilleve®, Gestodiol®, Kipling®, Minulet®. Ecco i nomi delle pillole che hanno visto il rincaro del prezzo "senza che venissimo neppure avvisati", precisa Fiorella Gazzetta, da 35 anni medico di famiglia a Varese. Una riclassificazione che è stata decisa dalla Commissione tecnico scientifica di Aifa a novembre 2015 ed è entrata in vigore solo la scorsa estate. Ma quali sono le motivazioni che hanno dettato l'aumento del prezzo delle ultime pillole gratuite rimaste in circolazione? Alza le mani la direzione generale dei dispositivi medici e del servizio farmaceutico del ministero della Salute, segnalando che "la competenza in tema di rimborsabilità dei farmaci è dell'Agenzia italiana del farmaco" che, contattata da ilfattoquotidiano.it, aggiunge "il profilo di sicurezza" di questi farmaci di terza generazione tra le cause alla base di questa manovra. "La letteratura scientifica – dichiara l'Agenzia del Farmaco – ha evidenziato un maggiore rischio di trombo-embolismo venoso connesso all'utilizzo di pillole contenenti progestinici di terza generazione", proprio quelle che ora sono diventate a pagamento. Da qui la scelta di togliere il ticket per questi medicinali e inserirli nella fascia C. Eppure, queste pillole a basso prezzo quando non del tutto gratuite, avevano un ruolo fondamentale perché largamente prescritte dai medici di base alle donne in difficoltà economiche. "La verità è che si tratta di una penalizzazione che va a colpire proprio chi ha bisogno – continua Andreoli – ovvero quelle persone per cui 10 euro a fine mese possono fare la differenza". Per fare l'esempio della Lombardia, le stesse pillole che prima dell'estate potevano essere pagate 2 euro a confezione ora possono arrivare a costare dagli 11 ai 15 euro. Lo sa bene la dottoressa Gazzetta che, oltre ad essere medico di famiglia, da otto anni è volontaria in un ambulatorio per stranieri senza permesso di soggiorno. "Il vero problema è per le donne extracomunitarie, perché sono più giovani e hanno meno disponibilità economiche". Se aggiungiamo che, essendo in fascia C, su questi farmaci non può più essere prescritta l'esenzione del ticket per i disoccupati, per esempio, si capiscono bene le conseguenze che questa manovra potrebbe riuscire a creare. Infatti, pur essendo passato meno di un anno da quando l'Italia ha detto addio alla pillola gratuita, si possono già vedere le prime conseguenze di questa manovra. "Il numero di pazienti che si fanno prescrivere la pillola anticoncezionale è diminuito – racconta il medico di Varese – Alcune, soprattutto donne straniere o ragazze giovani, prendono in mano la ricetta, ma poi quando scoprono i costi rispondono 'le farò sapere', e non è detto che si ripresentino". Avere reso tutte le pillole anticoncezionali a pagamento, infatti, "potrebbe portare a un aumento delle interruzioni di gravidanza", racconta Gazzetta. "In pratica – continua il medico di base di Carnago – l'unico anticoncezionale che in Italia continua ad essere rimborsato dallo Stato è l'aborto". Una situazione che si complica in un Paese come l'Italia, dove i ginecologi obiettori che non praticano l'interruzione volontaria di gravidanza prevista dalla legge 194 si aggirano attorno al 70%. "C'è il rischio di un aumento di aborti, soprattutto tra le straniere. Ho avuto notizia da alcune pazienti di una maggiore diffusione degli aborti clandestini nell'area di Varese e Milano", continua la dottoressa Gazzetta. Per aborti clandestini, si intendono interruzioni di gravidanza fatte non in ambito pubblico ma in strutture private, quindi in centri non autorizzati dal punto di vista legale, ma che garantiscono l'operazione in due o tre giorni di tempo. Una pratica che – come ha ricordato lo stesso ministro della Salute Beatrice Lorenzin al question time di fine aprile alla Camera – stando alla stima più recente fatta nel 2012 dell'Istituto Superiore di Sanità, conta tra i 12mila e i 15mila casi per le donne italiane e tra i 3mila e i 5mila casi per le straniere. "Siamo passati da una contraccezione facile e possibile a una pratica a pagamento – precisa Andreoli – È chiaro che alcune pazienti rinunceranno e che le fasce più deboli ne pagheranno le conseguenze". Secondo i medici di base interpellati, salute femminile e contraccezione non sono più una priorità al fronte di una eccessiva attenzione ai risparmi pubblici. "Se non torniamo a fare una vera politica di base – chiude Fiorella Gazzetta – rischiamo di lasciare spazio a tutti coloro che speculano sulla salute delle donne".

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Internazionale 19.5.17
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di Will Knight, Mit Technology Review, Stati Uniti
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La Stampa 24.5.17
Bassetti è il nuovo presidente della Cei
Francesco designa il cardinale di Perugia, il più votato dai vescovi con 134 consensi
Gli altri due nomi inseriti nella terna portata a Santa Marta erano quelli di Brambilla (Novara) e Montenegro (Agrigento)
di Andrea Tornielli
Città del Vaticano
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La Stampa 24.5.17
Trump: staremo sempre a fianco di Israele
La giornata del presidente americano tra Betlemme, Gerusalemme e Roma
di Paolo Mastrolilli
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La Stampa 24.5.17
“Caro Duce, non dovremmo
fare questo agli ebrei”
Non solo Perlasca: furono molti i fascisti, anche semplici cittadini, che si prodigarono a proprio rischio per mettere in salvo i “nemici razziali”
di Amedeo Osti Guerrazzi
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il manifesto 24.5.17

Trump offre il nulla ai palestinesi
Usa/Israele/Territori occupati. Il presidente americano ha soltanto espresso ottimismo ieri incontrando a Betlemme il presidente dell'Anp Abu Mazen. E ha evitato di fare riferimento allo Stato di Palestina e alla soluzione dei Due Stati. Prima di partire ha ribadito che gli Usa saranno sempre dalla parte di Israele
di Michele Giorgio
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La Stampa TuttoScienze 24.5.17

Quell’antenato con pensieri (quasi) da Sapiens Le nuove datazioni dell’Homo naledi cambiano le nostre idee di “primitivo”
di Francesco De Pretis
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La Stampa TuttoScienze 24.5.17

Bolla dopo bolla, il benservito a Planck ed Einstein
Dalla cosmologia visioni alternative che mettono in crisi un secolo di teorie
di Marco Pivato
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Repubblica 24.5.17

Ariana Grande sospende il tour. La scelta di come affrontare il lutto ha radici antiche. Come il bisogno di simboli positivi
È giusto fermarsi?
Da Cesare a oggi, quando si decide se lo spettacolo deve continuare
di Marino Niola
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Repubblica 24.5.17
Identità. Trasformismo. Musulmano. Smog. S’intitola “Sillabario dei malintesi” il nuovo libro di Francesco Merlo, dizionario dei termini che generano equivoci
Le parole che fanno (o disfano) la storia
di Michele Ainis
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Corriere 24.5.17

E Catilina puntò sulle masse urbane I segreti di una crisi «rivoluzionaria»
Intrecci di potere e clan familiari nella Roma antica: lo sguardo lucido di Ronald Syme
di Luciano Canfora
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Corriere 24.5.17

Quando Mussolini giocava col fuoco
di Antonio Carioti
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Corriere 24.5.17
Prodi: devastante un’intesa sul proporzionale
L’ex premier critica la trattativa di Renzi con Berlusconi: se continuiamo così garantiamo l’instabilità
Parte il Rosatellum, già pronte le modifiche. Di Maio avverte: senza M5S, sarà un Vietnam al Senato
di Dino Martirano
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Corriere 24.5.17
Rodin, eros senza passioni
L’artista diviso tra la moglie e la giovane amante
Un film che non conquista il pubblico di Cannes
di Valerio Cappelli
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L’Osservatore Romano 23.5.17

Insopprimibile tensione dell’anima
La maternità in un libro di Silvia Vegetti Finzi
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SULLA STAMPA DI GIOVEDI 25/26 MAGGIO:

Internazionale 42 26.5.17
Le opinioni
Israele è colpevole Washington è complice
di Gideon Levy

Grazie America, per tutto il bene che ci hai fatto. Grazie per i soldi, le armi e il sostegno. Grazie anche per i danni, il marciume e le bugie. Un altro presidente statunitense è arrivato in Israele il 22 maggio. È diverso dai suoi predecessori, ma su una questione non lo sarà: Donald Trump continuerà a farci tutti questi regali.
Gli Stati Uniti saranno ancora il principale partner in una delle attività più ignobili che esistano al mondo: l’occupazione israeliana. Anche stavolta Trump darà denaro, armi e difenderà Israele. Grazie in anticipo, signor presidente.
Dobbiamo ringraziare gli Stati Uniti se siamo arrivati a questo punto, se stiamo festeggiando i primi, e probabilmente non ultimi, cinquant’anni d’occupazione. Israele è colpevole, masono gli Stati Uniti ad aver reso possibile questa situazione. Non si tratta solo dei soldi, delle armi e del sostegno. C’è qualcos’altro, qualcosa d’imperdonabile e che fa passare in secondo piano tutto il resto.
La scorsa settimana sul sito del quotidiano britannico The Guardian è uscito un saggio dell’intellettuale statunitense Nathan Thrall, dal titolo “Israel-Palestine: the real reason there’s no peace” (Israele–Palestina: il vero motivo per cui non c’è pace). L’articolo è un estratto del nuovo libro di Thrall, The only language they understand: forcing compromise in Israel and Palestine (L’unica lingua che capiscono: spingere al compromesso Israele e Palestina). L’autore punta il dito contro la radice di tutti i problemi che rendono impossibile un accordo: a Israele la pace non conviene, perché il prezzo che dovrebbe pagare è più alto del costo dell’occupazione. E questo è colpa anche di Washington. Gli Stati Uniti e il loro socio, l’Europa, permettono che lo stato ebraico porti avanti la costruzione degli insediamenti pagando un prezzo basso.
Washington non ha alzato un dito per rendere questo stato di cose insopportabile per Israele. E quindi non ci sarà nessun accordo di pace. L’unico modo di raggiungerlo è che Israele paghi di più. Inoltre il luogo comune secondo il quale il tempo gioca a sfavore dello stato ebraico si è rivelato falso, sostiene Thrall. Se le attuali minacce dovessero concretizzarsi, Israele potrà sempre interrompere l’occupazione. Ma fino a quel punto non ha motivo di accelerare le cose.
Gli Stati Uniti spesso hanno tentato l’approccio morbido, ma senza successo. Solo in un caso un presidente statunitense ha esercitato una reale pressione, e i risultati sono stati immediati. Nel 1956 Dwight Eisenhower minacciò delle sanzioni economiche nei confronti d’Israele se l’esercito non si fosse ritirato dal Sinai, cosa che successe pochi giorni dopo.
Dobbiamo ringraziare gli Stati Uniti se siamo arrivati a questo punto, se stiamo festeggiando i primi, e probabilmente non ultimi, cinquant’anni di occupazione
L’ultima volta che gli Stati Uniti forzarono la mano fu nel 1991, quando il segretario di stato James Baker spinse il primo ministro Yitzhak Shamir ad accettare le condizioni della conferenza di pace di Madrid, trattenendo dieci miliardi di dollari di garanzie sui prestiti. Da allora, anche se è difficile crederlo, sono passati più di venticinque anni e Washington non ha più fatto altri tentativi.
Al contrario, gli Stati Uniti stanno facendo tutto il possibile perché l’occupazione risulti sempre più confortevole per Israele. Hanno finanziato e addestrato le forze di sicurezza dell’Autorità palestinese, che in realtà seguono gli ordini delle autorità israeliane. Hanno anche difeso lo stato ebraico al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Hanno bloccato la discussione sul disarmo nucleare nella regione e hanno permesso a Israele di mantenere la sua superiorità militare. Allo stesso tempo, hanno condannato gli insediamenti solo a parole, con “un’opposizione di facciata”, come la definisce Thrall. Una facciata che è diventata un bastione in difesa delle colonie. Presentandosi come “punitive”, le ricorrenti condanne hanno perso vigore e hanno sostituito una pressione reale. Naturalmente la colonizzazione va avanti. Anche la distinzione artificiosa tra Israele e gli insediamenti, portata avanti dagli Stati Uniti, ha liberato Israele dalle sue responsabilità. Oggi si può essere tranquillamente uno statunitense (o un europeo) progressista e sostenere lo stato ebraico. Gli insediamenti e il governo israeliano ne sono ben felici e continuano per la loro strada.
Washington, sembra incredibile, non ha mai posto condizioni per il suo sostegno inanziario. “Ascoltare [gli statunitensi] che discutono di come mettere fine all’occupazione è come sentire il guidatore di una ruspa che chiede come demolire un palazzo con un martello”, scrive Thrall. “L’ex ministro della difesa israeliano, Moshe Dayan, una volta disse: ‘I nostri amici statunitensi ci offrono denaro, armi e consigli. Noi accettiamo il denaro, accettiamo le armi e rifiutiamo i consigli’ ”. Niente è cambiato e, a quanto pare, niente cambierà. Grazie, America

Repubblica 25.5.17
Naufragio di bimbi, 34 morti “Centinaia salvati dalle Ong”
Strage di migranti al largo della Libia. L’Oim denuncia: 150 dispersi Record di sbarchi dall’inizio dell’anno: oltre 50mila già arrivati in Italia
di Alessandra Ziniti
qui

Corriere 25.5.17
«Noi imam denunciamo gli estremisti E siamo orgogliosi di questa scelta»
di Goffredo Buccini
qui

Il Fatto 25.5.17
Abraham Yehoshua
Lo scrittore israeliano dopo la strage: “Altro che lotta al terrore”
“E Trump li chiama ‘sfigati’ ma vende armi a chi foraggia l’Isis”
intervista di Roberta Zunini
qui

Il Fatto 25.5.17
La peste della memoria inutile
Identità perdute - Come nel romanzo di Camus, gli europei accettano passivi la distruzione dei propri valori, dalla giustizia sociale al paesaggio, alla democrazia. Se non riconosciamo le rovine, la rinascita sarà impossibile
di Salvatore Settis
qui











La Stampa 25.5.17
Trump e Francesco assieme per sostenerela libertà religiosa
Bergoglio inizia l’incontro senza sorrisi ma la Casa Bianca fa sapere: “C’è forte intesa sulla difesa dei diritti umani”
di Andrea Tornielli
qui

il manifesto 25.5.17
Bassetti, il segno della nuova sintonia con Bergoglio
di Alessandro Santagata
qui

La Stampa 25.5.17

Leadership italiana per la Libia
Nato nella coalizione anti-Isis
Nell’incontro con Mattarella riconosciuto il ruolo del nostro Paese Al pranzo con Gentiloni discusso di migrazioni, clima e commercio
di Paolo Mastrolilli
qui

La Stampa 25.5.17
Renzi pronto a vedere Berlusconi
Legge elettorale, il segretario Pd disponibile a incontrare anche Grillo: “Ora o mai più” Accelerazione sul modello tedesco e sul voto a fine settembre, ma Alfano punta i piedi
di Carlo Bertini Ugo Magri
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il manifesto 25.5.17
Renzi e Berlusconi scoprono l’accordo
Legge elettorale. Le difficoltà aumentano e così si girano le carte. Il leader Pd: senza convergenze non abbiamo i voti al senato. Il Cavaliere: sistema tedesco poi si può votare subito. Ma il Quirinale non vuole azzardi sulla legge di bilancio. L'avvocato Besostri presenta gli emendamenti che possono trasformare il testo Fiano "incostituzionale" in un proporzionale vero
di Andrea Fabozzi
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Il Fatto 25.5.17
Da “delinquente naturale” ad alleato abituale del Pd: ricordate chi è Berlusconi?
Amnesie - Il Caimano torna sulla scena come interlocutore dell’ex rottamatore per fare la legge elettorale e da argine al “populismo”. Ma il suo passato è tutto una macchia
di Gianni Barbacetto
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Repubblica 25.5.17
Il saluto romano del “cappellano dei camerati”
Il gesto-shock di don Amendola durante la commemorazione al cimitero di un rapinatore squadrista
di Paolo Berizzi
qui

Corriere 25.5.17
Scuola, il responso del blog di Grillo: freno ai finanziamenti alle paritarie
qui

il manifesto 25.5.17
Beni Culturali, la protesta: “Il lavoro va pagato, no allo sfruttamento dei volontari”
Da Milano a Catania, da Cagliari a Trieste, la mobilitazione della campagna "Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali". La protesta contro i bandi del Mibact per il servizio civile e il lavoro sottopagato dei volontari che suppliscono al blocco del turn over
di Ro. Ci.
qui

il manifesto 25.5.16

La Nazionale insiste: bando per nuovi «scontrinisti»
La Biblioteca di Roma. Cacciati i vecchi lavoratori si continua comunque con il sistema dei rimborsi. Ma il ministro Franceschini minimizza: "Per il futuro puntiamo sugli assunti per concorso e sui volontari del servizio civile"
di Antonio Sciotto
qui

Corriere 25.5.16

Big Sur
Strade interrotte e turisti scomparsi, la costa ritorna alle origini
Viaggio nella California dei santuari della Beat Generation
di Massimo Gaggi
qui

il manifesto 25.5.17

Numero chiuso
Il sapere ridotto a residuo
di Marco Bascetta
qui

il manifesto 25.5.17
Università Statale, numero chiuso anche per storia e filosofia
Milano. Dopo un mese di mobilitazione di studenti e professori, il Senato accademico di via Festa del Perdono ha imposto lo sbarramento anche per i corsi umanistici. Dura protesta della Flc-Cgil: "Si tratta di una scelta irresponsabile e sbagliata". La ministra dell'Istruzione Valeria Fedeli non apprezza ma lascia fare, "bisognerebbe allargare e non chiudere ma rispetto la decisione, hanno l'autonomia per farlo"
di Luca Fazio
qui

il manifesto 25.5.17
Si scrive bellezza e si legge responsabilità
«Architettura e democrazia», di Salvatore Settis per Einaudi
Volgere lo sguardo su saperi diversi, è essenziale in una visione interdisciplinare
di Andrea Ranieri
qui

Il Sole 25.5.17
Musei, il Tar Lazio boccia le nomine di Franceschini. «No a stranieri»
La sentenza del Tar
"Occorre che durante le prove orali sia assicurato il libero ingresso al locale”
di Antonello Cherchi
qui

Repubblica 25.5.17

Rosi & il Che
Esce il diario inedito del regista che andò a Cuba per realizzare
un film su Guevara, bloccato da Castro
di Claudia Morgoglione
qui

La Stampa 25.5.17
Se Moody’s declassa la Cina
di Mario Deaglio
qui

Il Sole 25.5.17

Moody’s declassa la Cina
Primo taglio del rating del debito sovrano da quasi trent’anni
di Rita Fatiguso
qui

Il Fatto 25.5.17
Dopo lo sciopero
L’Unità ritorna. I giornalisti: la guerra non è finita
qui
Repubblica 29.5.17
“Beren e Lúthien” è l’ennesimo libro postumo dell’autore del “Signore degli anelli”
Tolkien Quella saga ormai divenuta cantiere infinito
di Michele Mari

La filologia, si dice, è un atto d’amore: tuttavia troppo amore non fa bene alla filologia. Come sanno gli italianisti, il caso filologico più spinoso della nostra letteratura è quello delle “Grazie” foscoliane, tormentatissimo rebus che l’autore non seppe sciogliere in venticinque anni, e che premurosi discepoli cercarono di sciogliere per lui, col risultato di rendere sì leggibile il poema, ma a costo di tante e tali contaminazioni, potature, suture ed aggiunte da richiedere poi, per oltre un secolo, una controfilologia tutta giocata in negativo. Ma se anche
dal più devoto dei discepoli ci si aspetta un minimo di soggezione, come pretenderla da certi consanguinei? Voglio dire che, a parità di devozione, il consanguineo si sentirà autorizzato dallo stesso sangue agli interventi più spregiudicati, tanto più autoritari quanto meno autoriali. Insomma, non c’è bisogno di pensare alle terribili sorelle di Nietzsche o di Pascoli per provare dei brividi di fronte all’imponente pubblicazione di “opere” paterne condotta negli ultimi quarant’anni da Cristopher Tolkien.
All’inizio Tolkien era Tolkien: come Omero, il grande mitografo aveva solo un nome, e non se ne sapeva quasi nulla; i suoi adepti si limitavano ad adorare, tant’è vero che la filologia tolkieniana (al pari di quella lovecraftiana) è nata in ambito accademico “contro” la religione dei fan. Da quando però ci si è accorti dell’ingombro filiale, Tolkien è diventato J.J.R. (John Ronald Reuel) Tolkien, non sia mai lo si confonda col figlio Christopher. Il quale ha dato alle stampe una tale quantità di “inediti” paterni negli ultimi decenni che le sue prime imprese, ormai entrate nel corpus e nel canone, ci appaiono paradossalmente originali ed autentiche: è il caso soprattutto del Silmarillion, quella specie di cornice mitologica che contiene tutte le storie poi sviluppate da Tolkien in altrettanti libri o gruppi di libri, dal Signore degli anelli allo Hobbit. Ho scritto «poi sviluppate lì» perché effettivamente il
Silmarillion pre-esisteva, nella mente dell’autore, che anzi ne era ossessionato a partire dalla sua stessa mostruosa lunghezza e costitutiva incompiutezza, al cui confronto il Silmarillion postumo (1977) è poco più di un onesto “bigino”.
Per realizzarlo Christopher utilizzò diverse bozze licenziate dal padre (che le aveva però destinate a diventare storie derivate dalla cornice, quindi altra cosa), interpretò una mole imprecisata di appunti e scalette, disegnò una trama sulla base di quanto ricordava di avere udito con le proprie orecchie, e finalmente, per le integrazioni e il maquillage finale, si affidò alla penna dello scrittore fantasy Guy Gavriel Kay. Ma appena pubblicato, il Silmarillion era già superato: sprofondando nell’oceano delle carte paterne, infatti, Christopher trovò ancora tanti di quei materiali inerenti al progetto da richiedere ben dodici volumi, al ritmo di quasi uno all’anno (1983-1996). In queste Storie della Terra di Mezzo, come impropriamente viene designata la serie, si leggono spunti nuovi, versioni alternative, materiali preparatori, paratesti di commento, insomma quel che si dice un cantiere, senza però che Christopher abbia saputo resistere alla tentazione di dare qua e là forma narrativa e compiuta (il sospetto, anzi, è che vi abbia travasato gran parte di quella Storia del Silmarillion lunga circa 2.000 pagine che invano cercò di pubblicare a proprio nome).
L’ultimo titolo della saga è Beren e Lùthien, in uscita ora in tutto il mondo, e corrisponde a uno dei racconti (o miti) più importanti fra quelli appartenenti alla Prima Era. Chi ha maneggiato le
Storie della Terra di Mezzo lo conosce già; vero è che qui questa vicenda elfica è resa più lineare dall’abolizione – oltre che delle incongruenze e delle ripetizioni – di tutte le supefetazioni centrifughe cui Tolkien non sapeva rinunciare. Al tempo stesso, poiché in Tolkien tout se tient, Christopher ha premesso al racconto vero e proprio una ricca serie di “cartelli” utili a orientare il lettore nelle vaste geografie e nelle complesse cronologie e genealogie tolkieniane: attraverso queste parti liminali la vicenda dell’umano Beren e dell’elfa Lùthien si sottrae alla logica romanzesca («ho cercato di separare la storia di Beren e Lúthien in modo da renderla autonoma»), e torna a sciogliersi nel mito.
Instabile come lava che non si solidifichi, l’opera di Tolkien è perennemente in fieri, tanto che la compulsione al rifacimento sembra più un programma sistematico che un segno di indecisione. A proposito di tale aspetto, Cristopher afferma che il corpus paterno «può sembrare simile alla crescita delle leggende tra i popoli, al prodotto di molte menti e generazioni ». Se questo è vero, significa che tutte le edizioni postume di Tolkien assomigliano ai cicli post-omerici, che nei secoli hanno variato, complicato e approfondito il testo originario, spesso ricorrendo alla formula del sequel e del prequel. Il paradosso è che, allontanandosi sempre più dal Testo per articolare il Ciclo, Christopher ambisce a riconvergere nelle origini, a monte della «grande intrusione e dipartita del Signore degli Anelli », esattamente come i letterati alessandrini, che non volendo patire una condizione epigonale scavalcarono a piè pari la poesia classica per riscrivere quella arcaica.
Come per Nietzsche o per Pascoli, anche qui sono i parenti a prendere l’iniziativa È la storia di un umano e di un’elfa che riprende uno dei racconti più importanti della Prima Era
IL LIBRO Beren e Lúthien ( Bompiani, a cura di Christopher Tolkien, traduzione di Luca Manini e Simone Buttazzi, illustrazioni di Alan Lee. Pagg. 288, euro 22) di John Ronald Reuel Tolkien ( nella foto, 1892- 1973). In libreria dal primo giugno
Il Fatto 28.5.17
“In piazza contro chi imbroglia i lavoratori e la democrazia”
Maurizio Landini Il leader dei metalmeccanici Cgil contesta il ritorno dei voucher: ieri era il giorno del referendum poi saltato
di Luciano Cerasa | 29 maggio 2017

“Il 17 giugno intendiamo riempire piazza San Giovanni a Roma di lavoratori e di cittadini che manifestano per difendere la Costituzione, lo facciamo non per dividere ma per unire questo Paese partendo dalla convizione, sancita nella nostra Carta, che attraverso il lavoro si afferma il diritto e la possibilità di vivere con dignità: la democrazia è sotto attacco”. Il segretario generale della Fiom, Maurizio Landini, ritrova i toni delle grandi occasioni e chiama i lavoratori, i pensionati e tutti i cittadini a mobilitarsi. Il casus belli che riporta la Cgil in piazza dopo aver sperimentato la via legislativa con la raccolta delle firme ai banchetti per promuovere i referendum, è l’emendamento che il governo ha presentato sabato scorso nella manovra di aggiustamento dei conti pubblici all’esame del Parlamento. Una norma che reintroduce di fatto i voucher nei sistemi di retribuzione delle prestazioni lavorative anche nelle imprese. “Siamo davanti a un attacco alla democrazia – tuona Landini – perché con un imbroglio si è impedito alle persone di esprimersi e di decidere, come dice la Costituzione.
Oggi (ieri, ndr) si sarebbero dovuti celebrare i referendum chiesti dalla Cgil dopo aver raccolto 3 milioni di firme, vi sentite presi in giro?
Non siamo noi ma il Paese intero a essere stato preso in giro, siamo di fronte a una logica da imbroglioni: il 21 aprile hanno emanato un decreto di abolizione dei voucher per superare il voto dei referendum, il presidente del Consiglio disse che lo avevano fatto per non dividere il Paese; il ministro del Lavoro promise poi che avrebbe aperto un confronto con le parti sociali, ma nessuna convocazione è arrivata e a metà maggio si inventano un emendamento di reintroduzione dei voucher infilandolo in una manovra sui conti pubblici.
La ministra Finocchiaro dice che non sono voucher e chi li chiama ancora così è un bugiardo.
In realtà sono ancora peggio di quelli vecchi, quando li estendi alle imprese con meno di cinque dipendenti, che sono la stragrande maggioranza nel nostro Paese, si sta introducendo un’altra forma di lavoro che non è un contratto; non esistono le imprese occasionali, si tenta di tornare a una logica commerciale del lavoro, senza più diritti né tutele e senza possibilità di impugnare gli atti se serve. Un altro imbroglio come le famose “tutele crescenti” con cui dicevano di aver sostituito l’articolo 18.
Il segretario del Pd, Mattero Renzi, però se ne chiama fuori, dice che è una partita totalmente giocata dal governo.
Stiamo assistendo a un balletto: in Commissione l’emendamento è stato presentato da parlamentari del Pd e si conferma che anche il governo Gentiloni e quello Renzi – che poi sono la stessa cosa – tutte le volte che fanno norme sul lavoro non ne discutono con nessuno e producono provvedimenti dannosi che aumentano la precarietà. Il Pd dice che va votato, addirittura con Forza Italia e con la Lega. La verità è che questi sono quelli dell’Ape e del Jobs act e che avevano detto che sarebbero andati via dalla politica e sono ancora lì a distribuire a pioggia un sacco di soldi pubblici.
Anche papa Francesco fa riferimento alla Costituzione per richiamare gli imprenditori a non soggiacere solo alla logica del profitto: è il sindacato che si fa ecumenico o viceversa?
Certo è molto significativo che il Papa mandi da Genova un messaggio forte a favore della dignità e del valore sociale del lavoro proprio mentre in Parlamento una parte del Pd, all’opposto, fa questo provvedimento. Cgil e Fiom devono mettere al centro del loro impegno la democrazia e il lavoro come ci ha ricordato papa Francesco.
Cosa proponete a quei settori dell’economia che chiedono comunque una regolamentazione?
Abbiamo depositato da tempo in parlamento la proposta di una Carta dei diritti, per ottenere uno statuto di tutte le forme di lavoro dignitoso e tutelato: pensione, salute, equa retribuzione, partecipazione alle scelte sono diritti non contrattabili.
Pare che il provvedimento avrà la strada spianata anche al Senato.
La partita non è chiusa, ci appelliamo al presidente della Repubblica, alla Corte di Cassazione e alla Consulta perché intervengano e chiederemo, con una raccolta di firme che partirà nei prossimi giorni nelle piazze e in tutti i posti di lavoro, il rispetto dell’articolo 75 della Costituzione. Dobbiamo denunciare l’imbroglio e difendere la democrazia.
il manifesto 28.5.17
Aristotelismo dai bolognesi a Dante
Filosofia medievale. Una ricca silloge del Mulino a cura di Carla Casagrande e Gianfranco Fioravanti («La filosofia in Italia al tempo di Dante») ricostruisce l’epoca delle «disputazioni» universitarie
di Mario Mancini

In un famoso passo del Convivio (II, 12, 6-7) Dante ricorda il suo incontro con la filosofia, attraverso la lettura del De consolatione di Boezio e del De amicitia di Cicerone. La scopre, con emozione, come «somma cosa» e comincia così «ad andare là dov’ella si dimostrava veracemente, cioè nelle scuole delli religiosi e alle disputazioni delli filosofanti». Le parole di Dante sono di una meravigliosa precisione. Le «scuole delli religiosi» sono, a Firenze, gli «studia» degli ordini mendicanti — dei Domenicani, a Santa Maria Novella, e dei Francescani, a Santa Croce — «studia» che sono aperti, in parte, anche ai laici. «Filosofanti» individua un gruppo di intellettuali nettamente distinto dai «religiosi»: è il nome con cui si indicano, a Parigi, i professori della Facoltà delle Arti. E «disputazioni» è il termine tecnico che indica le discussioni di problemi, teologici e filosofici, in ambito universitario. Firenze, dunque, ma ancora di più Bologna. Perché qui, verso la fine del Duecento, la filosofia, in stretto rapporto con i maestri della Facoltà delle Arti di Parigi, riceve uno straordinario impulso e le «disputazioni» qui dibattute vengono riprese, appassionatamente, in tutte le principali città italiane. Un caso rilevante è la Questio de felicitate che un non meglio conosciuto Giacomo da Pistoia dedica a Guido Cavalcanti, il che ci dà piena misura di come temi filosofici fondamentali fossero giunti in un ambiente cui Dante, e non solo il suo «primo amico», poteva avere ampio accesso.
Un reduce da Parigi
Alla ricostruzione di questa vicenda culturale, che è una vera svolta, è dedicata la ricca silloge La filosofia in Italia al tempo di Dante, a cura di Carla Casagrande e Gianfranco Fioravanti (Il Mulino, pp. 292, € 23,00). La Parte prima ha come titolo «Il ritorno dei filosofi in Italia: Bologna 1295». Perché questa data? Perché è fortemente emblematica: individua il ritorno a Bologna di Gentile da Cingoli, uno studioso che si è perfezionato a Parigi, nella Facoltà delle Arti, seguendo in particolare corsi sul De generatione animalium di Aristotele, e che il 21 marzo 1295 stipula un contratto con un professore di logica dello studio bolognese per impartire lezioni di filosofia. Si tratta della prima testimonianza dell’esistenza a Bologna e in Italia di un insegnamento di filosofia in senso stretto, e sicuramente non è un caso che a impartirlo sia un reduce da Parigi. La situazione istituzionale dell’Università di Bologna – analizzata con mano sicura, oltre che da Fioravanti, da Andrea Tabarroni e da Chiara Crisciani – è molto particolare e molto complessa. I docenti di medicina sono attratti dalla dottrina di Aristotele, rilevantissimo è il ruolo di un maestro come Taddeo Alderotti, che insegna nella Scuola di medicina fin dal 1268 e che ha forti interessi filosofici: commenta Galeno e Avicenna, volgarizza, in un compendio, l’Etica Nicomachea di Aristotele. Il legame tra medici e filosofi, con maestri come Gentile da Cingoli, come Taddeo Alderotti e i suoi allievi, porta anche, nel 1316, alla costituzione, accanto al più antico e glorioso Studio giuridico, di uno Studio di Medicina e Arti, e sarà veramente un tratto originale e distintivo della filosofia che si insegna a Bologna e in Italia. Parallelo, ma autonomo, è il discorso che farà Pietro d’Abano, che insegna medicina, filosofia e astrologia a Padova.
I «modi di filosofare» di questi maestri sono ricostruiti, in modo eccellente, in un capitolo di Fioravanti, che è uno dei maggiori studiosi europei di filosofia medievale: basti ricordare il prezioso commento al Convivio da lui curato, nel 2014, per «I meridiani». In primo piano sono i testi che questi filosofi hanno lasciato – come i commemti al De anima aristotelico di Taddeo da Parma, di Matteo da Gubbio, di Giacomo da Piacenza – e questioni che privilegiano i temi della metafisica e della filosofia naturale (fisica, biologia, psicologia). Il metodo è quello della «quaestio», che vede nel confronto tra tesi contrapposte la via più sicura per la ricerca della verità da parte dei maestri e anche l’esercizio più utile per l’apprendimento da parte degli studenti. I bolognesi conoscono a fondo i testi della tradizione aristotelica, ma anche le opere dei più famosi maestri parigini: Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Boezio di Dacia, Sigieri di Brabante, Giovanni di Jandun. Il legame con Parigi è dunque ancora una volta decisivo per l’operare di questi filosofi, così come lo era stato all’origine della loro storia. Due grandi temi, per l’importanza che rivestono in ambito metafisico ed epistemologico, sono al centro della ricerca: il primo riguarda l’esistenza o meno del caso e della libertà in un mondo in cui, filosoficamente parlando, ogni effetto sembra derivare necessariamente da una concatenazione di cause; il secondo riguarda l’intelletto, la sua natura e la sua attività. Il problema dell’intelletto è cruciale, perché coinvolge il tema dell’immortalità dell’anima. Per i maestri bolognesi, che seguono Aristotele e Averroè e sfidano l’ortodossia, solo il pensiero «collettivo» è immortale: «L’intelletto ha un rapporto di appropriazione con la specie umana nel suo insieme e così, quando un individuo è morto, esso continua ad agire in un altro individuo, ma rispetto a chi è morto esso cessa totalmente di agire» (Giacomo da Piacenza).
La riflessione politica
La Parte seconda del libro – «Contesti, temi, figure» – volge lo sguardo a quanto accade intorno e al di fuori dello Studio bolognese. I capitoli riguardano Aristotele e la riflessione politica in Italia nel primo Trecento, dove spicca la figura di Marsilio da Padova (Roberto Lambertini), i volgarizzamenti filosofici, con un sottile confronto tra la Nicomachea di Taddeo Alderotti, fedele all’equivalenza concettuale e lessicale dei traduttori latini di Aristotele, e la soluzione, più superficiale e livellante, di Brunetto Latini nel secondo libro del Trésor (Sonia Gentili) e, a chiudere bene il volume, il Convivio di Dante (Paolo Falzone) e Petrarca e la filosofia (ancora Gentili). Dante affronta, con il Convivio, la grande sfida di fare filosofia in volgare e l’abbandono dell’opera, per Falzone, non è dovuto a un’improvvisa sfiducia nei confronti della filosofia, come si è sostenuto, ma dall’emergere del problema dell’Impero universale. La cultura filosofica dantesca mantiene tenacemente, anche nella Commedia, un fondo aristotelico e la difesa della felicità umana in questa vita muove dall’idea, scolpita nell’adagio aristotelico «la natura non fa nulla invano» (natura nihil facit frustra) che il cosmo sia regolato da un principio di «pienezza». Ritroviamo qui lo spirito di alcuni maestri della Facoltà delle Arti di Parigi, che difendono l’idea di una perfezione naturale conseguibile nella vita terrena attraverso la filosofia. Petrarca contrappone invece all’uomo come animale razionale e politico del pensiero aristotelico, decostruito radicalmente con l’arma dell’ironia e del paradosso, la dimensione morale della tradizione agostiniana, la via della vita solitaria, la saggezza della spiritualità individuale. Le sue guide sono Cicerone, Seneca, Agostino: l’unica forma di governo delle passioni consiste nella loro repressione. Diversissima, anche qui, la scelta di Dante, che, per il primato aristotelico dell’intelletto sulla volontà vede come possibile un termine medio tra le pulsioni dell’anima sensitiva e la volontà, che crede nella capacità del libero giudizio di conformarsi a ciò che la ragione ha deliberato. È la scelta della «virtù che consiglia».