venerdì 20 ottobre 2017

Il Sole 20.10.17
Copyright. Varato ieri il regolamento che dà il potere di controllo all’authority
Diritti connessi vigilati da Agcom
di Andrea Biondi

Il Consiglio di Agcom ieri ha dato l’ok al regolamento con il quale, in attuazione al decreto legislativo 35/2017 in materia di gestione collettiva dei diritti d'autore e dei diritti connessi, eserciterà la propria vigilanza sul settore.
I diritti connessi sono riconosciuti a soggetti collegati all'autore dell'opera e che a diverso titolo la interpretano o la comunicano al pubblico. Il regolamento votato ieri dal Consiglio Agcom – relatore il commissario Francesco Posteraro – costituisce, come spiega la nota dell’Autorità, «la cornice legale e procedurale entro cui l'Autorità eserciterà la propria vigilanza su un settore di significativo rilievo della nostra industria culturale e rappresenta uno strumento di trasparenza e certezza del diritto per artisti, interpreti, società di intermediazione e soggetti che utilizzano tali diritti».
A completamento è stato previsto anche un tavolo tecnico permanente «con tutti i soggetti coinvolti sulle principali questioni relative alla gestione e alla remunerazione dei diritti connessi al diritto d'autore». Come detto, il regolamento segue l’entrata in vigore, lo scorso 11 aprile, del decreto legislativo che assegna all’Autorità le competenze in materia di vigilanza sulla gestione collettiva dei diritti connessi
L’Agcom è intervenuta ieri anche con un altra delibera in materia di diritto d’autore: due provvedimenti di blocco dell’accesso a server pirata che offrono, tra l’altro, la visione dell’intero bouquet di Mediaset Premium. La denuncia da parte del gruppo di Cologno era partita il 10 ottobre, contro un’attività che sta prendendo piede in maniera preoccupante: le Iptv pirata permettono ad utenti, che pagano cifre molto più basse rispetto agli abbonamenti legali, la visione di canali pay.
Il Sole 20.10.17
Diritto dell’informazione. La Corte europea dei diritti dell’uomo
Tutelati gli archivi dei giornali Alt al ritiro dell’articolo
di Marina Castellaneta

Gli archivi dei giornali disponibili online sono una fonte importante per svolgere ricerche storiche e questo, in particolare, quando sono accessibili al pubblico e gratuiti. Di conseguenza, è conforme alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo la scelta delle autorità nazionali di tutelare gli archivi rispetto alle istanze di ricorrenti che si ritengono lesi nel diritto alla reputazione e che chiedono il ritiro della pubblicazione.
Lo ha stabilito la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha dato ragione alla Germania, con la sentenza depositata ieri (ricorso n. 71233/13). A rivolgersi a Strasburgo è stato un uomo d’affari ucraino, residente in Germania, citato in un articolo del New York Times che aveva al centro un candidato sindaco. Il giornalista aveva messo in risalto i rapporti dell’uomo d’affari, attivo nel settore dei media, con la criminalità, indicando tra le fonti un documento interno dell’Fbi. Di qui l’azione dinanzi ai giudici tedeschi che, però, non hanno accolto il ricorso. L’imprenditore si è così rivolto a Strasburgo sostenendo che la Germania aveva violato l’articolo 8 della Convenzione europea che assicura il diritto al rispetto della vita privata nel quale è inclusa la tutela della reputazione, a suo dire lesa dalla pubblicazione dell’articolo.
Di diverso avviso Strasburgo che, pur constatando la gravità delle accuse mosse all’imprenditore, ha privilegiato il diritto alla libertà di stampa perché l’articolo ha contribuito al dibattito su una questione di interesse pubblico come il coinvolgimento di un imprenditore in attività illecite.
Giusto, quindi, precisa la Corte, indicare nominativamente l’uomo coinvolto che, inoltre, come manager di una grande società, va classificato tra i personaggi pubblici che mettono in conto di essere sotto i riflettori dei media. Il giornalista ha poi agito rispettando le regole professionali, valutando l’autorevolezza delle fonti e svolgendo ricerche prima della pubblicazione. Non solo. Il cronista aveva dato l’opportunità all’imprenditore di fornire la sua versione e si è basato su un rapporto interno dell’Fbi cercando, però, conferme in altri documenti. La notizia, quindi, aveva una base fattuale sufficiente. L’articolo, inoltre, era privo di insinuazioni e non conteneva alcun dato sulla vita privata.
Per quanto riguarda gli aspetti legati a internet, collegati alla richiesta del ritiro della pubblicazione, è vero che l’articolo era reperibile nel sito web del New York Times e che era possibile rintracciarlo tramite i motori di ricerca, ma la Corte mette in risalto l’importanza degli archivi dei quotidiani che contengono informazioni su questioni di interesse per la collettività. Questi archivi – scrive Strasburgo – costituiscono una fonte importante per l’istruzione e per le ricerche storiche, in modo particolare perché sono accessibili al pubblico e generalmente gratuiti.
Di conseguenza, poiché i giudici nazionali hanno deciso rispettando i parametri della Corte europea in materia di libertà di stampa, Strasburgo ha dato ragione allo Stato in causa e, quindi, in sostanza, al giornalista.
Il Fatto 20.10.17
Piacere Mannarino, brasiliano capitolino
Esce “Apriti cielo live”, primo album dal vivo dell’artista: “Ogni serata è diversa Ci sono canzoni che funzionano più in una città, altre che suscitano cose diverse in altri luoghi”
di Giampiero Calapà

“La mia musica per reinventare il cantautorato italiano”. Alessandro Mannarino ha vinto la partita del quarto album, un successo tradotto in 100 mila biglietti venduti per il tour appena concluso. Tanto che Apriti cielo raddoppia e diventa Apriti cielo live, da oggi in cd. “Sento di aver chiuso un ciclo”.
Nonostante tutto Mannarino rimane una specie di eterno outsider, non trova?
Dipende che significa outsider. Per i risultati, in termini di dischi venduti e di presenze ai concerti, appunto, non lo sono.
Per il mainstream sì però…
Sì, perché sono un outsider per il modo di fare musica, faccio ricerca per fare canzoni belle, non per il mercato inseguendo i “tormentoni”, ecco quelli non li troverete mai nei miei dischi.
È giusto non collocarla nella categoria “indie pop”?
Sì, perché non mi ci ritrovo sicuramente, non solo a livello di estetica.
Ma i cantautori non ci sono più…
È una figura sparita in Italia. Ho preso lezioni dai brasiliani infatti, da Caetano Veloso a Gilberto Gil. Sono artisti di un’altra generazione ma sanno ancora fare dischi che parlino anche alle giovani generazioni, senza aver abbandonato i loro coetanei. Nei loro testi c’è ricerca, critica politica, ma al ritmo ballabile. Una canzone di Chico Buarque si può ballare sulla spiaggia, ma magari ti sta parlando delle atrocità della dittatura.
Non basta più una voce e una chitarra, insomma, per fare il cantautore oggi?
Direi di no. A me piace fare musica che reinventi il cantautorato proprio da questo punto di vista. È la musica che deve funzionare senza parole oggi, non viceversa.
Dopo il bagno di folla di questa estate anche lei ha ceduto all’album live.
Sì, perché credo di aver chiuso un ciclo. Il live fa capire quanto l’incontro con il pubblico cambi ad ogni nuovo palco. Ogni sera. Non c’è stato un concerto uguale la passata estate. Ci sono canzoni che funzionano più in una città, altre che suscitano cose diverse in altri luoghi. Devo dire abbiamo capito subito con la straordinaria band che mi ha accompagnato (compreso Mauro Refosco, già percussionista dei Red Hot Chill Peppers, ndr) che questo tour avrebbe meritato il live, ce lo siamo detti già durante la prima serata.
Si è portato dietro una bandiera di stracci, un vessillo fatto di pezzi di bandiere ritagliate e cucite. Che significato ha?
Cucito nel vessillo c’era anche un pezzo di cuscino che ho usato per dormire mentre registravo il disco. Significa che la mia identità non è data dal documento assegnato dal Comune, ma dal fatto che sono un essere umano. Le bandiere, quando sono tagliate e ricomposte, diventano più belle. Non riconosci la finta appartenenza, restano solo i colori. È il mio modo di ribellarmi allo Stato e alla società paternalista.
C’è una sua canzone, Roma, che sembra raccontare la Suburra di Mafia Capitale. Ispirato dalla cronaca?
Posso dire che la scrissi il 30 ottobre 2015, il giorno in cui i consiglieri capitolini di maggioranza destituirono il sindaco Marino dal notaio.
“Lo manna er Cielo e Re de Roma, la tonaca e la stola pe nasconne la pistola”. Chi è che nasconde la pistola dietro la stola?
Il papa re, dopotutto Marino fu destituito anche dalle sue parole, quando disse che non lo aveva invitato lui a Filadelfia. Il vero re di Roma è ancora a San Pietro.
La Stampa 20.10.17
Dracula nella Grecia di Platone
di Andrea Colombo

Vampiri, licantropi, fantasmi non sono frutto della fervida fantasia romantica. Già l’antica Grecia era abitata da una schiera numerosa di creature del «mondo di mezzo», né uomini né dei, a volte malvagi a volte amichevoli, affascinanti come le sirene o mostruosi come Polifemo. È merito di Giorgio Ieranò, professore di Letteratura greca all’università di Trento, aver riportato alla luce questo universo misterioso nel suo saggio Demoni, mostri e prodigi. L’irrazionale e il fantastico nel mondo antico (Sonzogno, pp. 158, € 15).
Ieranò prende le mosse dal lavoro del grecista irlandese Eric Dodds, che negli anni 50 rivoluzionò gli studi di mitologia antica, dimostrando che la Grecia di Platone non era solo logos e fredda razionalità, apollinea chiarezza classica, ma anche riti orgiastici bizzarri, superstizioni, maghi e fattucchiere. Accanto all’impassibile Apollo si agitava Dioniso. E così scopriamo che figure dell’oltretomba come le Chere o le Erinni succhiavano il sangue dalle loro vittime, ben prima che arrivasse Bram Stoker a illuminarci con il suo Dracula. Anche il mito del licantropo affonda le sue radici nell’Atene dei filosofi. Platone rivela che chi assaggiava viscere umane durante i sacrifici compiuti in onore di Zeus si trasformava in lupo.
Il libro di Ieranò è affascinante e aperto a infinite suggestioni, pur rimanendo intatto l’insondabile mistero della Grecia antica e la nostra incapacità, in quanto uomini moderni immersi nel «paradiso» della tecnica e dei telefonini, di penetrarlo e svisceralo a fondo. La razionalità dell’Ellade, al contrario della nostra, era aperta al trascendente e non escludeva la presenza di esseri che sfuggono alla comprensione eppure possono influenzare la vita di tutti i giorni: demoni, ninfe, arpie. Ieranò cerca di lanciare un ponte tra modernità e antichità. «Il mostro mitologico può reincarnarsi nel marziano», scrive. Suggerisce che Guerre stellari rinnovi l’epopea degli antichi eroi. Ma forse il mondo magico della Grecia classica, abitato da creature celesti o infernali, è scomparso da tempo in Europa e non basteranno i bestseller di fantasy o i trucchi cinematografici di Hollywood a farlo risorgere.
Il Fatto 20.10.17
Secondo Vito Mancuso
Caos Mondo “Isis meno pericoloso dello smartphone”
Per sempre connessi. È la grande minaccia di questo tempo. Quella che ci impedisce di rimanere in silenzio
di Fabrizio d’Esposito

Se l’uomo smette di pensare – e gli indizi ci sono tutti, perché il pensiero è altra cosa rispetto alla banale opinione da talk show, il pensiero è concetto, visione – il caos prevale sul logos, cioè l’armonia relazionale, “il principio costitutivo del reale”.
A quel punto è la fine, professore Mancuso.
Sì, il mondo può fallire. Pensi alle future guerre, alle bombe atomiche, all’inquinamento, alla lotta per l’acqua. Cosa accadrà tra cent’anni?
Potrebbe vincere il caos.
Vincerebbe e sarebbe il ritorno all’inizio indifferenziato del grande vuoto. Anche per questo la mia fede è filosofica.
Non formano un ossimoro, fede e filosofia. Da Kant a Bobbio, come lei ricorda, il mistero della vita continua ad attanagliare tante menti non credenti.
La mia fede filosofica non è teismo, che presuppone Dio separato dal mondo, né panteismo, che pensa il contrario. È il mistero dell’essere e dell’aldilà. Abbiamo a che fare con un mondo che sale, tutte le immagini portano scritto “più in là”, per citare Montale. Il regno è qui ma anche di là, dentro di me e nei cieli. Il mistero non può essere posto in laboratorio, lo ammettono anche eminenti scienziati.
Vito Mancuso è uno dei più insigni teologi e filosofi del nostro Paese. Nel suo ultimo libro, Il bisogno di pensare, elabora la formula del suo “sapere fondamentale”: Logos + Caos = Pathos. E se la ragione non resta zitella e si converte all’ottimismo, ecco che ritorna il primato del bene e anche quello dell’etica e della giustizia. È un libro che costruisce speranza e amore, questo di Mancuso.
Oggi prevale il primato dell’io. Egoismo e individualismo.
È la detronizzazione di Dio per l’intronizzazione dell’io. L’io è Dio che perde la “d” iniziale, il desiderio diventa un lupo universale.
Shakespeare, che lei cita tre volte.
L’opera è Troilo e Cressida: il desiderio, lupo universale, farà dell’intero universo la sua preda per poi, alla fine divorare se stesso.
Siamo un mondo senz’anima.
Il malessere che avvolge l’anima riguarda l’economia, la finanza vorace, la politica. Il primato del bene, che ci ha accompagnato per secoli, comportava etica e giustizia.
Lei accosta alla volontà di potenza di Nietzsche il capitalismo di oggi.
Basta guardare le multinazionali. È la modalità con cui il capitalismo schiaccia tutto. Però mi faccia dire che io non auspico un’uscita dal libero mercato, quando ci hanno provato sappiamo com’è finita. Mi auguro delle correzioni. Stasera (ieri per chi legge, ndr) per esempio andrò a Conegliano Veneto.
Nel cuore produttivo del Nord-est.
Si festeggiano i dieci anni di una fondazione di imprenditori che si sono messi insieme con l’idea di restituire quanto hanno ricevuto dal territorio.
Anima e concretezza.
In questi anni hanno raccolto un milione di euro, che hanno destinato a vari investimenti. È il valore sociale dell’impresa, la ricerca della famosa terza via tra capitalismo liberista e comunismo.
Come si chiedeva Kant: “Cosa posso sperare?”. È una domanda etica. Altrimenti ci sono il nulla e il nichilismo.
Nel primato dell’io non c’è niente di etico. E questo clima culturale che viviamo non porta a un nulla metafisico, che magari può avere un senso eroico. Siamo al nichilismo casalingo, al nulla di bottega del particulare.
Specialità in cui noi italiani siamo bravissimi.
Non a caso ho detto particulare.Ma sia Guicciardini sia Machiavelli vivevano in un tempo che rimandava a una religione. I sacri ideali dell’umanità non si erano consumati.
È l’aspirazione all’unità dell’uomo. Guai però, lei scrive, ai dogmatismi, sia metafisici, sia materialisti.
Prenda il fascino che l’integralismo islamico o certi movimenti cattolici esercitano su tante giovani coscienze. Giovani che sentono un grande senso di unificazione, che però porta alla contrapposizione, all’ostilità e alla chiusura. È la solita questione.
Logos e caos.
Cosa vuol dire pensare? Vuol dire pesare, ponderare. La mente è come una bilancia, bisogna cercare il punto di equilibrio. Se la religione è troppo forte viene meno l’autonomia del singolo.
Dialogo non chiusura.
Più si esercita il dialogo più si genera la pace. Il fenomeno vero primordiale è la presenza della vita. Il caos è l’antitesi, un negativo che può essere tale perché c’è il logos.
L’ottimismo della ragione che ci avvicina al mistero dell’universo.
È il mistero che non comprendiamo e che va al di là della ragione. Vale per Platone, Heidegger, Kant, Einstein.
Per andare in profondità c’è bisogno di silenzio: altra condizione perduta.
Cerco di essere concreto: oggi nella vita di ciascuno c’è un gigantesco chiacchiericcio. È questa connessione cui tutti siamo esposti.
Il nostro destino tecnologico.
È la grande minaccia di questo tempo, oltre ai fanatismi politici e religiosi che ci sono sempre stati. Quella che ci impedisce di rimanere in silenzio.
Lo smartphone peggio dell’Isis.
È una dittatura che può farci perdere la capacità creativa, capace solo di farci avere delle re-azioni. È un pericolo nuovo e pervasivo.
Il Fatto 20.10.17
Lutero, una memoria controversa
di Eugenio Bernardini *

La memoria dei 500 anni della Riforma protestante non sta passando inosservata neppure in Italia: le pubblicazioni, i convegni accademici, le iniziative di base, persino alcuni atti istituzionali come la dedica di vie a Martin Lutero sono in numero sorprendente.
In Italia non si è mai parlato così tanto della Riforma e dei suoi protagonisti, Lutero in testa, ma soprattutto se ne è parlato meglio, non addebitando più a questo movimento tutti i mali della società moderna – come la Secolarizzazione, l’individualismo e il relativismo etico – ma ricercando nuove e più positive interpretazioni.
Merito anche della Chiesa cattolica, e di papa Francesco in particolare, che ha assunto la “sfida” delle celebrazioni, accettando di partecipare e contribuire attivamente a vari eventi e soprattutto deponendo la tesi dello scisma e della divisione per confrontarsi sulle prospettive del cammino comune anche con le chiese figlie della Riforma.
Credo che tutto questo sia noto, ma evidentemente non condiviso da Paolo Isotta che, il 18 ottobre su questo quotidiano, definisce Lutero e il luteranesimo oscurantista dal punto di vista culturale e nemico dell’arte, fino all’accusa finale di stretta parentela spirituale tra Lutero e Hitler, tra nazismo e luteranesimo.
Ora, è comprensibile che un fenomeno così complesso e articolato come la Riforma protestante abbia avuto luci e ombre, così come è riconosciuto che la personalità di Lutero sia quella tipica di un intellettuale a cavallo tra due epoche: il medioevo e la modernità. Della prima fanno parte la sua subalternità alla struttura sociale del tempo e i suoi scritti – terribili – contro gli ebrei, della seconda la promozione del laicato e dello spirito critico che si può coltivare solo con l’istruzione e l’accesso diretto alle fonti, la distinzione tra il potere civile e quello religioso.
Ma il giudizio complessivo sul personaggio e il movimento che ne derivò, anche grazie al contributo di moltissimi altri protagonisti, non può che basarsi sui frutti di quel grande rivolgimento. Il nazismo fu uno di questi frutti? No, per niente. Hitler – cattolico che non sapeva niente di Lutero – e il nazismo furono invece capaci di strumentalizzare gli istinti più retrivi e le paure di un popolo in crisi e di concentrarli su una molteplicità di capri espiatori che dovevano essere semplicemente eliminati. La religione fu anch’essa strumentalizzata, sia quella luterana sia quella cattolica, perché nella Germania degli Anni 30 del Novecento il nazismo non poteva vincere senza piegare anche le istituzioni ecclesiastiche tedesche.
Dovrebbe far riflettere il fatto che quell’ideologia violenta e fanatica ebbe maggiore influenza in Paesi di tradizione cattolica come l’Italia e la Spagna, già in preda a tirannie sanguinarie (anch’esse imparentate con Lutero?), e non in Paesi di fortissima tradizione luterana come quelli scandinavi, che la tirannia non hanno mai conosciuto. E che dire dei martiri luterani che, con la Bibbia in una mano e nell’altra i testi luterani sull’unica signoria di Dio (e quindi opponendosi all’idolatria del führer), militarono nelle file antinaziste o furono trucidati nei campi di concentramento? Come il teologo Dietrich Bonhoeffer, per fare il nome più noto.
Insomma, ripetere oggi i luoghi comuni della polemica antiluterana di un tempo non ci aiuta a comprendere i fenomeni complessi del passato e neppure ci aiuta a interpretare i fenomeni ben più complessi, e dal forte e imprevisto contenuto religioso, che attraversano oggi le nostre società occidentali.
Repubblica 20.10.17
Nuova Zelanda.
Giovane, ex dj e ultra-liberal: così la candidata laburista ha conquistato il governo
Effetto Jacinda la premier di sinistra che strega l’Oceania
Enrico Franceschini

LONDRA. L’idea che una sinistra radicale entusiasmi ma non vinca, stile Bernie Sanders negli Usa o Jeremy Corbyn in Gran Bretagna, trova una smentita dall’altra parte del mondo: dall’altra parte, perlomeno, rispetto al nostro mondo eurocentrico. Da ieri la Nuova Zelanda ha un primo ministro donna (la terza della sua storia), trentasettenne (il più giovane dell’ultimo secolo e mezzo) e apertamente progressista, che promette di mettere fine alla povertà infantile, costruire case popolari, dare istruzione gratuita (e perfino un salario garantito) agli studenti, ovvero creare «un Paese più giusto e migliore per tutti».
Tre mesi fa nessuno scommetteva un soldo su Jacinda Ardern: lei stessa, deputata da neanche un decennio e vice capo del Labour, storico partito neozelandese da tempo digiuno del potere, aspirava al massimo a diventare ministro dell’Infanzia e a farsi a sua volta una famiglia (per adesso si accontenta di avere un gatto insieme al fidanzato, aitante presentatore televisivo e surfista). Tanto che quando le hanno proposto di candidarsi a premier ha rifiutato per ben sette volte. Adesso dal suo nome è stato coniato un termine: “Jacindamania”, la passione scatenata che ha portato tanti a votarla e dopo le elezioni ha convinto i verdi e altri partiti minori a sostenerla per formare una maggioranza (seppure esigua: 64 seggi su 120) e un governo.
«Le vittorie di Trump e della Brexit dimostrano che esiste una diffusa insicurezza economica», afferma la neo-premier, «a cui i leader politici devono rispondere con piani concreti per garantire un futuro ai lavoratori e ai giovani di fronte alla globalizzazione e all’automazione. In giro c’è una legittima paura e dobbiamo fare qualcosa per affrontarla». Parole giuste per fare breccia nell’elettorato, ma dietro il suo successo ci sono anche la spontaneità, il calore umano e la simpatia di un volto nuovo. Gli avversari all’inizio non la prendevano sul serio, poi la sua candidatura ha prodotto un balzo del 19 per cento nei sondaggi e la situazione è cambiata. Laburista da quando aveva 17 anni, Ardern fece la sua prima campagna elettorale come volontaria nello staff di Tony Blair in Inghilterra: forse ha imparato qualcosa da lui, ma non ne ha imitato la linea politica riformista. Cresciuta dai genitori secondo la religione mormone, l’ha lasciata per le posizioni anti-omosessuali di quella chiesa: ora si definisce agnostica. Si diverte a fare la dj nel tempo libero, ma gliene resterà poco. In Nuova Zelanda la paragonano già a stelle della politica internazionale “liberal” come Barack Obama e Justin Trudeau.
«Fallo per tutti noi», l’ha incitata Corbyn da Londra alla vigilia del voto. Jacinda Ardern l’ha fatto, vincendo e diventando primo ministro con un messaggio, sia pure un po’ “nebuloso” come lo definisce il Guardian, di speranza e di cambiamento. A chi le chiede se le pare di avere ricevuto la torcia da Sanders e Corbyn, leader di una generazione più anziana, risponde: «Entrambi hanno fatto cose straordinarie e io posso essere soltanto me stessa. Ma non mi dispiace fare la portabandiera dei movimenti progressisti di tutto il mondo». L’effetto domino per la sinistra verrà dalla terra degli All Blacks di rugby?
La Stampa 20.10.17
Occidente, la sindrome della linea Maginot
di Giampiero Massolo

La sindrome della linea Maginot. Per anni, l’Occidente, in nome della propria sicurezza, ha continuato a edificare la sua grande muraglia ai confini orientali dell’Europa, temendo un attacco in armi dalla Russia. Nella facile ottica del dopo, abbiamo forse perso tempo. Come nel 1940, anche ai nostri giorni ha prevalso l’effetto sorpresa. La nostra blitzkrieg però è venuta da Sud, con la sfida asimmetrica del terrorismo jihadista e con i flussi di foreign fighters nati e cresciuti nei Paesi europei. E la minaccia russa, a complicare ulteriormente le cose, si è tradotta in forme più subdole e sottili di guerra ibrida, che non conoscono confini e aggirano i muri: con strumenti cibernetici e attività d’influenza online, tesi a condizionare i nostri processi democratici e a tenere sotto tiro i sistemi tecnologici occidentali.
Con altrettanta rapidità e apparente efficacia, Putin continua a muoversi sugli scenari geopolitici, ingaggiando una partita a scacchi con l’Occidente, che sconta la relativa inefficacia delle nostre reazioni all’annessione della Crimea, tiene aperto in Ucraina orientale un conflitto a bassa intensità nel cuore dell’Europa, consolida silenziosamente il proprio ruolo nei Balcani a partire dalla Serbia, coglie con prontezza le esitazioni americane in Siria per diventare determinante per le sorti di quella crisi, tenta di fare altrettanto in Libia nei tempi troppo lunghi dell’Onu in quello scenario. È una tattica brillante e finisce per guadagnare posizioni e influenza, nei confronti di un’Europa in crisi di identità e di un’America confusa. La Russia, insomma, prova a prendersi con i fatti compiuti quello status di grande potenza che Trump, fiaccato proprio dalle accuse di collusione con Mosca, non può più concederle, contrariamente alle speranze russe iniziali. Vuole contare. E ben al di là del suo peso effettivo, economico e anche militare: è un fatto di consenso interno, di ambizione individuale, di retaggio storico.
Chiaro che non è nell’interesse occidentale consentirlo. Non alle condizioni di Putin. È una tattica che rende meno coerente l’azione internazionale contro il terrorismo jihadista, divide le due sponde dell’Atlantico, esaspera la dialettica tra Paesi europei e all’interno di essi, complica lo sforzo di definire un’identità europea più autonoma di difesa. In una parola, rende l’Occidente meno coeso e sicuro. In fondo, l’obiettivo russo di sempre. La nostra contromossa, nella partita di scacchi, è stata finora - e non senza qualche crepa tra di noi - quella di rimanere fermi sui principi, tentando di non interrompere il dialogo dove si può, segnatamente sull’antiterrorismo e selettivamente sui principali scenari di crisi. Di fatto, senza particolare successo: arenati come siamo sulla definizione stessa di terrorismo, di chi è amico e chi nemico; spiazzati nei teatri più critici da una libertà di movimento spregiudicata, sconosciuta alle democrazie occidentali.
E allora? Consolidare l’identità e la compattezza occidentale è indispensabile. In attesa che gli Stati Uniti ritrovino coerenza e efficacia, spetta ai principali Paesi europei fare da collante, impedire che l’Occidente si sgretoli nella contraddizione dei diversi interessi nazionali e di inopportune fughe in avanti. Potrebbe, tuttavia, non bastare. Davanti a un competitor così abile e pronto, è infatti sempre più necessario per noi occidentali - ciascuno per la propria parte, pur con l’obiettivo comune di rendere più forti le nostre istituzioni atlantiche e europee - sapersi assumere responsabilità in proprio, non lasciare spazi vuoti, riappropriarsi della nostra iniziativa in politica estera, superare per necessità la delega permanente agli organismi multilaterali nella quale per tanto tempo abbiamo trovato facile conforto. È un’impostazione che passa sicuramente da un’urgente cambio di mentalità e di prospettiva culturale, ma anche da un lavoro parallelo teso a rafforzare in concreto le capacità strutturali e gli strumenti di difesa dei nostri Paesi.
Incalzati come siamo da Sud e con una messe di problemi irrisolti a Est, mentre la Russia non esita a cavalcare entrambi gli scenari, non possiamo restare inerti. Non si tratta certo di prepararci alla guerra, ma di far poggiare sempre più su capacità accresciute e atteggiamenti più responsabili il nostro dialogo con Mosca. La dialettica tra interlocutori di pari autorevolezza è un linguaggio che i russi tradizionalmente capiscono bene.
La Stampa 20.10.7
Aleppo, dove Dio è stato smascherato
In una città stregata e inaridita, la morte ha risparmiato soltanto le pietre
di Domenico Quirico

Agosto 2016: l’ultimo sussulto di Aleppo rivoluzionaria, per un attimo i ribelli spezzano l’assedio governativo ai quartieri orientali, collegano con una offensiva disperata Soukkari con Ramoussa: «È uno degli avvenimenti più importanti della rivoluzione da cinque anni e mezzo», proclama, troppo ottimista, il capo dell’opposizione politica in esilio. Poi leggi i nomi delle brigate che hanno condotto l’offensiva, sono di Fatah al-Sham, islamisti, il nuovo nome con cui al-Qaeda siriana si è mimetizzata per sfuggire ai sospetti occidentali. O di Ahrar al-Sham, brigate salafite pagate e armate dall’Arabia Saudita, il cui scopo è la sharia, il califfato. Diecimila uomini, la cui forza non è tanto nel numero ma nei metodi feroci di combattimento, con le autobombe e i kamikaze che sostituiscono l’artiglieria.
Un mese dopo: con l’aiuto degli aerei e degli specialisti russi e iraniani inizia l’attacco finale di Bashar per riprendersi la «sua» città. Nei quartieri orientali mancano i viveri, le medicine, a dicembre il territorio controllato dai ribelli si riduce a pochi chilometri quadrati che l’artiglieria serchia spietatamente, metro per metro. Il 22 dicembre, in cambio della fine dell’assedio di Foua e Kefraya, due città governative assediate a loro volta dai ribelli, i combattenti lasciano Aleppo con le loro famiglie per raggiungere la zona di Idlib, ancora sotto il controllo degli islamisti.
La mia storia siriana finita
Non sono più tornato ad Aleppo «liberata». Il mio sguardo non vi afferrerebbe più nulla. Città stregata, inaridita. Vi è passato un raggio della morte che ha risparmiato solo le pietre. La mia storia siriana è finita con lei, con la sua epopea.
Non è una scelta politica, è una vicenda personale. Mai più vi conoscerò l’intensità e il calore delle avventure che hanno segnato questa fase della mia vita. Dopo Aleppo non ho più paura di niente. La paura semplicemente non mi interessa più.
Com’è oggi Aleppo, dopo la conclusione della battaglia? È una città come tante altre città siriane, ma non come le altre. Rassegnata, gli spari sono un rumore lontano; ora si combatte a Idlib e nei villaggi dei dintorni. La si crederebbe pietrificata nel proprio oblio. Cerca di dimenticare il suo passato, ma ne subisce l’implacabile influenza. Condannata a vivere fuori dal tempo della Storia nuova, non respira che nella memoria di coloro che vi sono morti o l’hanno lasciata.
Questa città che è stata mia, intimamente, da un anno almeno non lo è più. La sua riconquista non mi appartiene perché non me l’hanno lasciata vivere. Eppure ne avevo, in fondo, il diritto. L’ho letta, la pagina finale, nel racconto di altri e mi è parsa mediocre cronaca: quando meritava comunque l’epopea. Nessuno con il mestiere può inventarsi o fingere la commozione. Per fortuna. La condanna alla mediocrità è quello che ci salva. Forse mento, è soltanto invidia perché non mi hanno più chiesto di andare.
Secondo quanto mi racconta chi ci vive, che è l’unico testimone attendibile, non è cambiata. Quasi per nulla. Ha ritrovato le sue rovine basse, grigie. Paiono già vecchie di cento anni. I suoi pochi quartieri a ovest rimasti quasi intatti. Il mormorio soffocato dei piccoli mercati. Il risuonare dei passi sui selciato. Perfino i rumori del traffico. La moschea distrutta è sempre lì, sembra attendere qualcuno che non verrà più.
Senza destino
Aleppo non ha più diritto al suo nome, al suo volto. È una città senza destino. Perché Aleppo è il luogo dove tutto è cominciato, dove il terzo millennio appena nato ha perso subito la sua innocenza e Dio è stato smascherato. In questo 2016 bisogna constatare che la forza bruta, malgrado il progresso e la mondializzazione, malgrado tutti i discorsi sul diritto internazionale e la nuova diplomazia, e i tanti trattati per contenere le guerre, può esercitarsi e prevalere senza ostacolo come ai tempi di Attila e di Hitler.
Tornarci ora, ne sono consapevole, sarebbe stato un altro viaggio senza gioia e senza angoscia. Avrebbe di nuovo diviso la mia vita in un dopo e in un prima. Eppure non lo nego, la città ancora mi affascina, mi attrae. E mi spaventa. Voglio nello stesso tempo e con la stessa intensità toccarla e sfuggirle. In fondo le nuvole delle esplosioni, le urla disperate nella notte, i bambini straziati e condotti al macello potrebbero anche sfumare e potrei ritrovare la città che ho solo letto e mai conosciuto, con la sua cittadella intatta, il suk prezioso e infervorato, i caffè che profumano di legno e di cose buone, gli intellettuali raffinati e gli abitanti gentili... Basta. Non ho più voglia di affrontarli. Anche perché probabilmente questa volta non ci sarebbe più un prima.
La certezza del Male
Non so in fondo che cosa mi avrebbe atteso laggiù, la desolazione che ben conoscevo della rovina o la necessaria bestemmia di una città rimessa in piedi in qualche modo. Il modo approssimativo con cui ricostruiscono i poveri. Quello di cui sono certo è che avrei camminato per le strade finalmente senza cecchini bombe e fumo, solo e senza una meta, soprattutto senza incontrare qualcuno da riconoscere, uno sguardo amico. E sarei impazzito di solitudine.
Non si rimuovono le tombe senza pagare un prezzo. Il prezzo è sempre la certezza del Male. Sì, non so se è stata una decisione giusta, non tornare. Quelli che avrebbero potuto consigliarmi a prendere una giusta decisione non li ho più ritrovati. Sono morti. O non sono più ritornati.
Repubblica 20.10.17
Erdogan, lo Stato dei curdi e il dogma delle frontiere
di Marco Ansaldo

ISTANBUL UNO STATO curdo alla frontiera con la Turchia? «Se giochiamo con i confini, finiamo per aprire un vaso di Pandora: un rischio per il futuro del Medio Oriente». Ankara ribadisce la sua posizione e un’alta fonte diplomatica turca spiega a Repubblica le ragioni per cui Recep Tayyip Erdogan si oppone a un’entità statale curda lungo la frontiera. Il presidente turco ieri si è detto pronto a sigillare il confine con l’Iraq se Bagdad continua a rifornire la sua regione a nord, il Kurdistan iracheno: «Non so quando potrà avvenire, ma possiamo farlo in qualsiasi momento». Nuove sanzioni verranno discusse con il governo iracheno a causa del recente referendum sull’indipendenza curda. «Il leader dell’Iraq del Nord, Massud Barzani — spiega la fonte, che ha una forte conoscenza della zona — decidendo di arrivare alle urne ha violato la Costituzione irachena del 2005 che non permette a entità o gruppi etnici di tenere un voto consultivo in proposito».
Fin dalla sua fondazione nel 1923 la Repubblica di Turchia è sempre stata composta da etnie e gruppi diversi: turchi, curdi, greci, georgiani, armeni, circassi, laz, turkmeni, e così via. Ma non ammette di vedersi smembrata in regioni diverse. Ankara ha fatto dell’accentramento il proprio dogma. E qualsiasi istanza di rivendicazione autonomista o etnica è vista come una minaccia. La guerra in atto nel Sud est dell’Anatolia fra esercito turco e Pkk, ripresa di recente, è considerata «una dolorosa necessità per combattere il terrorismo».
Questo all’interno. All’esterno, il Kurdistan iracheno, regione autonoma con cui i commerci sono floridissimi dopo la guerra del 2003 contro Saddam, viene avvisato nel momento in cui rivendica le proprie istanze indipendentiste. «Non solo da noi — spiegano ad Ankara — ma da tutti i principali attori della zona: dunque Turchia, Iran, Iraq, Russia, e persino da Usa e Ue. Barzani sa di essere solo. Con questo referendum ha perso ogni alleato. E intenzionalmente o no, ha finito per far stringere i rapporti fra Turchia e Iraq. Inoltre, è la prima volta che un consenso globale viene raggiunto nella regione: e con il ‘no’ a uno Stato curdo». Stesso discorso sulla Siria, dove l’eventualità di un’area curda lungo la frontiera con la Turchia può causare un fenomeno di imitazione nel Sud est anatolico. Di tutto questo Ankara discute con l’Italia, considerata come «molto sensibile sulla questione» per via del problema dei migranti.
Il Fatto 20.10.17
Il curdo utile è quello che muore
Riflesso condizionato - Frustrate le rivendicazioni del popolo che sogna uno Stato
di Massimo Fini

Nel lontano 1991 sul New York Times il giornalista americano William Safire scriveva: “Svendere i curdi… è una specialità del Dipartimento di Stato americano”. Sono passati quasi trent’anni e nulla è cambiato anche se oggi “svendere” i curdi non è più solo una specialità degli Stati Uniti ma anche di molte altre potenze regionali. I curdi con i famosi peshmerga, grandi guerrieri, sono stati determinanti per la sconfitta del Califfato non solo a Mosul e a Raqqa, dove erano direttamente interessati perché si trovano in un territorio che si chiama Kurdistan, ma anche a Sirte in Libia. Ma, come avevo avvertito in vari articoli del Fatto, non solo non raccoglieranno i frutti della loro vittoria ma verranno penalizzati. È appena caduta Raqqa che già ce ne sono le prime avvisaglie.
L’altro giorno a Kirkuk dieci peshmerga sarebbero stati decapitati, probabilmente dalle forze della Turchia che ha sempre combattuto in modo sanguinario l’indipendentismo curdo. In un bel reportage Adriano Sofri, che è sul posto, riferisce che truppe appoggiate dagli americani e alla cui guida c’è il comandante dei pasdaran iraniani si è impadronita di Kirkuk, importante città petrolifera che fa parte della regione autonoma curda in Iraq.
Insomma la regione autonoma curda viene riportata ai confini del 2003 quando in Iraq regnava ancora Saddam Hussein. I curdi sono sempre stati una spina nel fianco in questa parte del Medio Oriente perché la loro regione di cui sono i legittimi abitanti, non per niente si chiama Kurdistan, è arbitrariamente incorporata in vari Stati, Turchia, Iraq, Iran, Siria e, in misura minore, Azerbaigian.
Tutti questi Stati vedono il legittimo indipendentismo curdo come fumo negli occhi. In particolare l’Iraq e, soprattutto, la Turchia in cui vivono più di 13 milioni di curdi, circa un sesto della popolazione. Nel 1984 fra Iraq e Turchia, una Turchia ‘laica’ non ancora in mano a Recep Tayyip Erdogan (figuriamoci ora) fu concluso un patto leonino che consentiva ai rispettivi eserciti di inseguire al di là dei confini i ribelli curdi.
Nel 1988 Saddam Hussein usò le ‘armi chimiche’, fornitegli dagli americani, dai francesi e, via Germania Est, dai sovietici, su Halabja ‘gasando’ in un sol colpo tutta la popolazione di quella cittadina, 5.000 persone circa. Ma questo è solo l’episodio più noto. Si calcola che Saddam abbia ‘gasato’ circa 30.000 curdi iracheni e abbia raso al suolo 3.000 dei circa 4.500 villaggi curdi in territorio iracheno. Spazzato via Saddam Hussein i curdi iracheni avevano finalmente raggiunto l’autonomia del proprio territorio che comprende la fondamentale città di Kirkuk. E adesso è proprio Kirkuk che viene loro sottratta da quegli Stati che nella lotta al Califfato li hanno usati come alleati. Anche in Iran, sia quello dello Scià sia quello degli ayatollah, le prigioni sono sempre state zeppe di curdi. E così nella Siria di Assad.
Il fatto è che i curdi non hanno santi in paradiso (tutti i fatti che abbiamo fin qui raccontato sono avvenuti nel complice silenzio, quando non con la connivenza, della cosiddetta comunità internazionale) non sono arabi, non sono ebrei, non sono cristiani, sono un antichissimo, millenario, popolo tradizionale, indoeuropeo. E, come spesso è in questi popoli, sono anche molto ingenui. Spendendo generosamente il loro sangue in favore nostro e degli altri Stati della regione, se è vero che l’Isis è considerato il maggior pericolo per la comunità internazionale, si illudevano di esserne in qualche modo ripagati. Invece, dopo la breve parentesi della lotta al Califfato, contro di loro si ritorna alle pratiche di sempre.
Anche secondo il Washington Post “i curdi si sono impegnati nella lotta all’Isis senza ricevere nulla in cambio”. Se pensiamo all’antico articolo di William Safire sul New York Times vediamo che questa sporca storia si ripete. Dopo essere stati cinicamente usati ora i curdi vengono, altrettanto cinicamente, mazziati e beffati.
il manifesto 20.10.17
A lezione di libertà con le donne palestinesi
Intervista. L'esperienza di Lema Nazeh (membro del Comitato di Coordinamento dei comitati popolari nei Territori Occupati), al convegno di Roma presso la Casa internazionale delle donne, dove confluiscono attiviste e ricercatrici dall'Austria alla Tunisia
di Chiara Cruciati

Identità resistenti contro un sistema unico, quello patriarcale declinato in forme differenti – neoliberismo, capitalismo moderno, disuguaglianze velate. Nel caso palestinese il volto è l’occupazione militare israeliana. Ne abbiamo discusso con Lema Nazeh, attivista e vice presidente del Comitato di Coordinamento dei comitati popolari nei Territori Occupati. Porterà la sua esperienza al convegno La libertà delle donne nel XXI secolo, a Roma (presso la Casa internazionale delle donne).
Il Mediterraneo, culla dell’incontro di popoli per millenni, oggi si fa barriera tra due mondi. Eppure quegli stessi popoli restano legati da tradizioni, usi, cultura. È possibile ritrasformarlo in mezzo di scambio positivo?
Per comprendere tale evoluzione vanno analizzati gli elementi politici che definiscono la prospettiva mediterranea. A partire dai cambiamenti radicali che vivono da anni i paesi arabi a causa di guerre, conflitti interni, sollevazioni. E dei movimenti radicali islamisti: hanno un ruolo cruciale nella separazione tra culture perché hanno effetti anche al di là del mare, in Europa. In tale contesto va rilanciato il ruolo dei movimenti delle donne, da sempre spinta alla trasformazione delle società.
Le donne presenti al convegno provengono da paesi europei, nordafricani e mediorientali. Cosa accomuna le loro lotte e cosa le diversifica?
Una piattaforma di questo tipo è fondamentale perché crea una rete di resistenza. Conflitti diversi, problemi diversi e paesi diversi necessitano di strumenti di resistenza comuni. Sono femminista, attivista politica e palestinese, ho la mia identità ma ritengo importante capire cosa accade fuori, quali ostacoli altre donne già sperimentano. La conoscenza evita radicalismo e chiusura. Da parte mia, porterò l’esperienza delle donne palestinesi che da un secolo rifiutano il vittimismo, utile a silenziarle, e rivendicano il loro storico attivismo politico.
Nel suo caso la lotta è contro un’occupazione militare che ha plasmato la società palestinese e anche i movimenti femministi…
La potenza delle donne palestinesi era visibile già un secolo fa: delegazioni delle organizzazioni femministe andavano in Europa per denunciare il colonialismo del mandato britannico sulla Palestina. Da allora, sono sempre state in prima linea, nella lotta e nel negoziato. Senza dimenticare la capacità di mantenere viva l’identità palestinese attraverso la tutela delle comunità e delle singole famiglie nei periodi di peggiore abuso, dalla Nakba del 1948 alle due Intifada. A ciò si aggiunge la loro partecipazione al movimento di liberazione nazionale e all’Olp, fin dai suoi albori. Non sono mai state una semplice stampella, ma parte integrante del processo decisionale. Lo stesso Olp fece appello alle donne perché partecipassero alla definizione della società che si sognava, rivoluzionaria e post-coloniale. Mi infastidisce l’idea che gli europei hanno delle donne palestinesi e arabe: vittime bisognose di protezione. Un simile atteggiamento ci mina.
Il mondo è dominato da un pensiero patriarcale. La stessa occupazione è un sistema autoritario che ha il suo braccio nell’esercito, strumento tipicamente maschilista di repressione. Lei fa parte dei Comitati Popolari di resistenza: un modello alternativo a quello monolitico e centralista dell’occupazione?
L’idea dei comitati popolari non è nuova nella lotta di liberazione. La Palestina ha sperimentato forme di resistenza diverse, lotta armata, disobbedienza civile, boicottaggio economico, auto-gestione. Tutte si sono realizzate coinvolgendo l’intera società, ogni villaggio, ogni quartiere, ogni strada, persone di tutte le età. L’esperienza della Prima Intifada è un modello: comitati che operavano localmente disegnando una strategia nazionale. Oggi vogliamo riattivare quella lezione: che ogni villaggio si organizzi sotto l’ombrello di un coordinamento nazionale. I primi sono sorti undici anni fa, dopo la devastazione della Seconda Intifada. Serviva qualcosa che risvegliasse il popolo attraverso il coinvolgimento collettivo a partire dalle realtà più piccole, i villaggi. Da lì sono iniziate le battaglie contro le colonie, il muro, l’immediata forma di occupazione che ogni comunità ha di fronte. È la nostra proposta per il movimento di liberazione: adottare un modello che sia locale e, allo stesso tempo, internazionale. Combattere dalla base e internazionalizzare la resistenza.
Il Sole 20.10.17
Praga. I sondaggi assegnano il 25% dei consensi al partito di centrodestra
Repubblica ceca al voto, favoriti i populisti del miliardario Babis
di R. Es.

La Repubblica ceca è chiamata oggi e domani a elezioni politiche che potrebbero segnare, stando ai sondaggi, l’affermazione di un altro movimento populista, il Partito di centrodestra Ano (Azione del cittadino scontento), del miliardario Andrej Babis, euroscettico e fautore di una linea dura nei confronti del flussi migratori.
Il partito, fondato nel 2012, è accreditato del 25% dei consensi ed era già parte dell’attuale coalizione di governo, insieme ai socialdemocratici del premier Bohuslav Sobotka e all’Unione cristiano-democratica, avendo ottenuto nel 2013 il 18,7% dei voti. Babis, imprenditore di origine slovacca e secondo uomo più ricco della Repubblica ceca, ha peraltro ricoperto il ruolo di ministro delle Finanze fino a maggio, quando è stato rimosso per accuse di frode finanziaria. Ma più di queste ombre (e delle accuse di conflitto di interesse), è riuscito finora a capitalizzare la buona performance dell’economia ceca negli ultimi anni, quando lui era appunto alla guida del ministero delle Finanze. Molto più del partito del premier, accreditato alla vigilia del voto appena del 12,5% dei consensi, la metà del 2013. Gli altri partiti sono ancora più indietro.
Sostenuto anche dal presidente Milos Zeman, dunque, Babis potrebbe essere il nuovo primo ministro e, a quel punto, dovrebbe scegliere con chi allearsi. Secondo l’agenzia Ctk, gli scenari più probabili, rispetto ai consensi dei singoli partiti in lizza, sono due: il proseguimento dell’attuale coalizione Ano, socialdemocratici e cristiano democratici, oppure il governo Ano con la partecipazione diretta o un sostegno dei comunisti e del Partito della democrazia diretta.
Un cambio alla guida del governo non sarebbe del resto insolito nella Repubblica Ceca, che dal 2002 ha avuto otto primi ministri, nessuno dei quali (ad eccezione di Sobotka) è riuscito a portare a termine il mandato. Nonostante questa instabilità, tuttavia, il Paese ha continuato a crescere e, tra gli 11 Paesi dell’ex blocco sovietico che hanno aderito alla Ue nel 2004, è quello che più si è avvicinato ai partner occidentali in termini di standard di vita, superando Grecia e Portogallo.
Il Sole 20.10.17
Il caso spagnolo
La secessione è il contrario dell’Europa
di Joschka Fischer

Sembra che finalmente l’Europa abbia superato la sua pluriennale crisi economica, ma resta instabile. A ogni buon motivo per essere ottimisti pare sempre corrispondere un nuovo buon motivo per preoccuparsi.
Nel giugno 2016 un’esigua maggioranza di elettori britannici ha preferito la nostalgia per il passato del diciannovesimo secolo a qualsiasi promessa potesse riservare il ventunesimo, e ha deciso di buttarsi da una rupe nel nome della “sovranità”. Molte cose lasciano intendere che per il Regno Unito c’è in serbo un atterraggio assai spiacevole. Una persona sprezzante potrebbe sottolineare che per alleviare tale impatto sarà indispensabile che la “sovranità” così ottenuta funzioni a dovere.
In Spagna il governo della regione autonoma della Catalogna chiede la sovranità. L’attuale governo spagnolo, però, non sta perseguitando, arrestando, torturando e condannando a morte il popolo catalano come fece un tempo la dittatura del generalissimo Francisco Franco. La Spagna è una democrazia stabile, membro a pieno titolo dell’Unione europea, della zona euro e della Nato.
Ormai da decenni rispetta la legalità come prevede la Costituzione democratica negoziata da tutti i partiti e da tutte le regioni, Catalogna inclusa. Il 1° ottobre, il governo catalano ha indetto un referendum per l’indipendenza al quale ha preso parte meno della metà della popolazione di quella regione. A detta di alcuni, lo ha fatto soltanto un terzo. Secondo gli standard dell’Ue e dell’Osce, l’esito di quella votazione non potrà mai essere accettato come “libero e irreprensibile”. Oltre a essere illegale secondo la Costituzione spagnola, il referendum è stato indetto senza che vi fosse neppure un registro elettorale con i nomi degli aventi diritto al voto.
Il referendum “alternativo” della Catalogna ha spinto a un giro di vite il governo del Primo ministro spagnolo Mariano Rajoy, intervenuto per far chiudere i seggi e impedire alla popolazione interessata di mettere nell’urna la propria scheda. Una follia politica madornale, perché le immagini dei poliziotti che assestavano colpi con gli sfollagente contro gli inermi manifestanti catalani hanno conferito una falsa legittimità ai secessionisti. In questo tipo di conflitto nessuna democrazia riuscirà mai ad avere la meglio. Qualora la Catalogna ottenesse davvero l’indipendenza, dovrebbe trovare un modo per andare avanti senza la Spagna o l’Ue. Con il sostegno di molti altri stati membri – preoccupati dai propri movimenti secessionisti – la Spagna ostacolerà qualsiasi tentativo della Catalogna di entrare a far parte dell’Ue o della zona euro. E, senza l’adesione al mercato unico europeo, la Catalogna si troverebbe a dover far fronte alla lugubre prospettiva di una rapida trasformazione, passando da potente locomotiva economica a Paese povero e isolato.
Il fatto è che l’indipendenza della Catalogna rappresenterebbe un problema fondamentale anche per l’Europa. La Ue non può tollerare la disintegrazione degli stati membri, perché questi stati costituiscono le fondamenta medesime sulle quali essa si regge. È un’associazione di stati-nazione, non di regioni. Benché queste ultime possano avere un vero ruolo di primo piano all’interno dell’Ue, in nessun caso le regioni possono essere un’alternativa agli Stati membri. Se la Catalogna dovesse costituire un precedente di secessione, incoraggiando di fatto altre regioni a seguirne l’esempio, l’Ue precipiterebbe in una crisi esistenziale grave e profonda. In Catalogna c’è in gioco niente meno che il futuro stesso dell’Unione europea. Per di più, lo scopo originario dell’Ue era proprio quello di superare i limiti degli Stati-nazione tramite l’integrazione e di trascendere il sistema statale rivelatosi così disastroso nella prima metà del XX secolo.
Da un punto di vista storico, per gli Stati membri dell’Ue sarebbe assurdo entrare in una fase di secessione e disgregazione nel XXI secolo. Le sole dimensioni di altri attori globali – non ultimi Cina, India e Stati Uniti – bastano a rendere più forti le relazioni intercomunitarie e sempre più indispensabile una maggiore e più profonda integrazione dell’Europa. Non si può che sperare che prevalga la ragione, soprattutto a Barcellona, ma anche a Madrid. Una Spagna democratica e intera è troppo importante per essere messa in pericolo da diverbi riguardanti l’allocazione delle entrate fiscali alle varie regioni del Paese. Non ci sono alternative: entrambe le parti in causa devono abbandonare le trincee che si sono scavate, devono uscirne e negoziare, trovando una soluzione di reciproca soddisfazione che sia conforme alla Costituzione spagnola, ai principi democratici e alla legalità.
Qui potrebbero tornare utili le esperienze degli amici e degli alleati della Spagna. La Germania, a differenza della Spagna, è strutturata come una federazione. Eppure, anche in Germania non c’è niente di scomodo e difficile come le trattative infinite sui versamenti fiscali tra il governo federale e i singoli stati, il che significa, ovviamente, tra regioni più ricche e regioni più povere. Alla fine, però, si arriva sempre a un accordo che sarà mantenuto fino a quando non interverrà un nuovo diverbio, e a quel punto le trattative ricominceranno. Certo, i soldi sono importanti. In ogni caso, non sono importanti quanto l’impegno condiviso degli europei nei confronti della libertà, della democrazia e della legalità. Il benessere dell’Europa dipende dalla pace e dalla stabilità, e la pace e la stabilità in Europa dipendono dalla voglia degli europei di battersi per questi valori.
Joschka Fischer è stato ministro tedesco degli Esteri e vice-cancelliere della Germania dal 1998 al 2005 (Traduzione di Anna Bissanti)
Il Fatto 20.10.17
Catalogna
“Siamo intrappolati nell’indipendenza. E saremo più poveri”
Sono soprattutto le ricadute economiche a preoccupare quei catalani non favorevoli o neutri rispetto alla secessione
di Mattia Eccheli

“Llibertat presos politics Sanchez Cuixart”. I manifestanti di martedì sera, 200 mila secondo la polizia, hanno appiccicato il volantino lungo l’Avenida Diagonal. Il giorno dopo, un piccolo esercito di addetti della nettezza urbana, ha ripulito per ore dalla cera delle candele accese dagli indipendentisti. L’arteria, che taglia in due Barcellona, è rimasta chiusa per tutto il giorno. La capitale della Catalogna è più silenziosa del solito. E anche meno caotica, malgrado gli ingorghi. “Da due mesi ci sono meno turisti – spiega un cameriere straniero che lavora in uno dei ristoranti di Rambla de Catalunya – dicono che la sera non escono perché hanno paura”. “Gli affari? Non so i numeri precisi, ma sono diminuiti parecchio”, aggiunge.
In genere tra mezzogiorno e le 16 nei bar c’è la fila per pranzare nei locali del centro, mentre in questi giorni sono libere perfino le panchine di Passeig de Gracia. L’attesa per acquistare i biglietti a casa Batllò è di pochi minuti. I negozi della centralissima via dello shopping non sono deserti, ma c’è poco movimento. Per strada quasi non si sente parlare francese. O italiano. Dal referendum in poi, l’Alianza per la Excelencia Turistica ha contabilizzato nella regione una flessione dell’attività reale del 15%. I dati del terzo trimestre sono anche peggiori (-20%), con una perdita di volumi stimata in 1,2 miliardi. “Il 20% dei catalani vuole l’indipendenza, un altro 20 è unionista – spiega Jordi, 30enne e un contratto a tempo determinato – Il resto è gente che chiede solo di lavorare e vivere. Senza doversi preoccupare anche di questa vicenda”.
Le bandiere della Catalogna appese ai davanzali si sono moltiplicate negli ultimi anni. Il loro numero aumenta più ci si allontana dalla capitale e si va verso Girona, o Tarragona, o Lleida. Dove ai lampioni sono ancora appesi i manifesti per il referendum. “La Spagna non ci ha ascoltati – ripete Sergi, uno di quelli che ha votato e manifestato per l’indipendenza – La Costituzione del 1978 prevedeva una graduale estensione dell’autonomia. Che non è mai arrivata”. Il suo tono di voce esprime sicurezza. Non ha paura di esporsi.
Chi invece non vuole la secessione si porta quasi istintivamente la mano davanti alla bocca. “È da mesi che non mi sento di poter parlare più liberamente. Dire che sei a favore dell’unità della Spagna è una cosa che da qualche tempo preferisci tenere per te”, sospira Carmen, madre di mezza età.
“Questa vicenda sta mettendo a dura prova la tenuta del tessuto sociale – racconta una ragazza italiana cresciuta in Catalogna –. E non oppone catalani e spagnoli: ma catalani che la pensano in un modo a catalani che la pensano in un altro”. Fra gli uni e gli altri c’è sgomento: nessuno pensava che le cose potessero arrivare a questo punto. Dai politici, di Madrid e di Barcellona, tutti si aspettavano di più. E di meglio. Adesso tutti si chiedono come andrà a finire. L’impressione è che la chiave del rebus politico-diplomatico dipenda dall’economia. La fuga delle imprese ha soffocato certe speranze e incrinato molte certezze. Perché la Catalogna si è saziata della prosperità che ha alimentato la fame di autonomia. La “crisi” rischia di costare 12 miliardi; in termini di Pil la Spagna perderebbe l’1,2%. La regione molto di più.
Il Sole 20.10.17
Pechino. Il Pil del terzo trimestre conferma gli obiettivi del Governo nonostante il lieve rallentamento
In Cina crescita salda al 6,8%
Consumi in aumento mentre calano gli investimenti in infrastrutture
di Vittorio Da Rold

Mentre il presidente Xi Jinping apriva il 19° Congresso del Partito comunista che domina la Cina dal 1949 e disegnava il tracciato del gigante asiatico fino al 2049, parlando di un Paese più «bello e armonioso» e di una «vita migliore e più felice» in un discorso di oltre tre ore, i dati della crescita snocciolati dall’Ufficio di statistica seguivano esattamente il percorso enunciato dal leader di Pechino. Potenza del materialismo dialettico marxista-leninista che ancora vige in Cina? O forse si è trattato solo di una coincidenza statistica.
Certo è che la crescita della Cina ha visto un leggero rallentamento nel terzo trimestre che era atteso dai mercati ma il Pil è comunque rimasto al di sopra dell’obiettivo fissato dal Governo per il 2017. L’Ufficio di statistica, all’indomani dell’apertura del Congresso del Partito comunista, ha diffuso i dati del Pil del terzo trimestre che ha registrato una crescita del 6,8% su base annua nel periodo luglio-settembre, dopo un aumento del 6,9% nel primo e secondo trimestre dell’anno. Il dato, in linea con la previsione degli analisti, riflette fondamentali robusti e un ambiente imprenditoriale ancora forte e supera l’obiettivo di crescita di «circa il 6,5%» che il Governo di Pechino ha fissato per il 2017, sebbene in leggera frenata rispetto ai primi due trimestri.
Poca cosa. Non a caso domenica, parlando a Washington alla riunione annuale del Fmi, il governatore della Banca centrale cinese (Pboc) Zhou Xiaochuan aveva detto che la crescita alla fine «potrebbe raggiungere il 7% nella seconda metà dell’anno».
Anche la produzione industriale cinese ha registrato una crescita del 6,6% a settembre accelerando dal 6% di agosto e sopra le attese. Inoltre l’Ufficio di statistica ha diffuso anche i dati sulle vendite al dettaglio, barometro dei consumi delle famiglie (su cui Pechino sta cercando di spostare la spinta dell’economia rispetto all’export), che si sono rinvigorite a settembre, dopo due mesi di rallentamenti crescendo del 10,3%, meglio delle attese. Pechino infatti cerca di tempo di ridurre il peso dell’export per rendere più autonoma e armoniosa la crescita cinese affiancandole un driver dei consumi interni.
Sono cresciuti, invece, meno delle attese gli investimenti in capitali fissi, che misurano le spese in infrastrutture e immobiliari, aumentati del 7,5% annuo nel periodo gennaio-settembre, meno del 7,7% atteso dagli analisti.
Prudenti i primi commenti degli analisti. «I dati mensili confermano la tenuta dell’attività economica di Pechino - dice Intesa SanPaolo in un report -. Rivediamo pertanto al rialzo la stima della crescita del Pil per il 2017 da 6,7% a 6,8% ma manteniamo invariato il sentiero di rallentamento successivo a 6,3%. Riteniamo infatti che la lenta decelerazione degli investimenti sia destinata a proseguire». «L’intento, - prosegue il report di Intesa - ribadito dalle autorità, di limitare il rialzo dei prezzi delle case e, più in generale, di contenere i rischi finanziari, prelude a tassi più alti nei prossimi trimestri e a un rallentamento del credito che toglierà progressivamente sostegno agli investimenti». Insomma si pensa che la crescita subirà un cauto rallentamento per evitare la creazione di bolle speculative soprattutto del mercato immobiliare. Non a caso il presidente Xi ha detto a sorpresa che «le abitazioni servono per essere abitate», dando un segnale che i prezzi immobiliari hanno raggiunto livelli eccessivi e che Pechino non è più disposta a tollerare questo fenomeno, portatore di rischi per la crescita «armoniosa» del Paese. E così il cerchio si chiude.
La Stampa 20.10.17
“La rivoluzione populista? L’Italia ci era arrivata prima”
Il politologo inglese Jonathan Hopkin: “Vent’anni avanti rispetto a Usa e Regno Unito, l’ondata di protesta l’avete già avuta e metabolizzata”
di Caterina Soffici

«L’Italia è avanti». Scherza? «Niente affatto. Almeno venti anni avanti rispetto agli altri paesi europei. E anche all’America».
Jonathan Hopkin è professore di Politica comparata alla London School of Economics, esperto di Italia su cui ha scritto vari saggi. Domani sarà protagonista con lo scrittore Christian Raimo a Fill, Festival of Italian Literature in London. Parlerà di un tema intrigante: «Italian politics for Dummies», ovvero la politica italiana spiegata ai principianti. Esercizio non del tutto ovvio, visto che l’Italia è spesso considerata un luogo difficile da capire per gli stranieri. Soprattutto se andiamo oltre gli stereotipi di pizza e mandolino (nel bene) o mafia e corruzione (nel male).
Cosa significa che l’Italia vista da Londra è avanti?
«Significa che la rivoluzione populista in atto in paesi come la Gran Bretagna della Brexit o gli Stati Uniti di Trump in Italia c’è già stata nel 1993, con Mani Pulite. Voi l’ondata di protesta l’avete già avuta e metabolizzata».
Ma c’è una bella differenza con i populismi di oggi.
«Il movimento che ha spazzato via il pentapartito e ha aperto la strada a Berlusconi ha in comune due cose con il 2016: affondava le basi nella crisi economica e nel discredito della vecchia politica. Forse Berlusconi non è stato un populista? Ricordatevi gli slogan: “L’Italia è il paese che amo”, “Un milione di posti di lavoro”, “Meno tasse per tutti”, “Un nuovo miracolo italiano”».
Quindi in Italia c’è già stata la rivoluzione populista che scuote l’Europa?
«Se guardiamo alla superficie, paesi come la Gran Bretagna e l’America sembrano estremamente stabili e affidabili e invece le forti tensioni sotterranee hanno portato alla Brexit e all’elezione di Trump, vere rivoluzioni. Mentre si è sempre detto che l’Italia era il paese dell’instabilità, perennemente sull’orlo della rivoluzione. Invece cambiano i governi, ma i politici sono sempre gli stessi. L’Italia rimane il paese del trasformismo».
Trasformismo è una parola che non si può tradurre in inglese.
«Appunto. L’Italia è ancora il paese dove tutto cambia perché niente cambi».
Il solito Gattopardo.
«Sì. Adesso torna pure Berlusconi. Anche in questo l’Italia è avanti. Se è vero che le prossime elezioni porteranno a una coalizione di Berlusconi con il Pd, l’ltalia è l’unico paese dove i partiti mainstream resteranno al potere. Hanno cambiato apposta la legge elettorale per non rischiare».
Renzi non è stato una rottura?
«A parole. Anche Renzi è a suo modo un populista. Anche lui ha navigato sulla retorica del fare. Smettiamola di parlare e facciamo. Sembrava che sarebbe bastata la sua energia per risolvere tutti i problemi. Ma poi si è visto come è finita».
Anche la rottamazione è stata una rivoluzione a parole?
«Certo. Tutti i politici in Italia dicono che vogliono cambiare tutto. Ma quando si tratta di cambiare sul serio - il posto fisso, le pensioni, i piccoli privilegi - gli italiani non vogliono cambiare niente».
Cosa è il grillismo visto da Londra?
«Un’altra cosa tipicamente italiana. In termini di voti è il primo partito italiano, ma si definisce un non-partito ed è contro i partiti politici».
Si definiscono Movimento, infatti.
«Da scienziato della politica le dico che se uno si candida a governare può anche cambiare la definizione ma la funzione è quella di un partito».
Sono dei populisti?
«Un’altra generazione di populisti, che crede di poter governare attraverso i poteri magici di Internet».
La scienza della politica cosa dice al riguardo?
«Che non è possibile. Perché non puoi fare un referendum su ogni cosa. Primo, perché rimane il dilemma di chi decide cosa si deve sottoporre a referendum. E secondo, perché la gente in verità non vuole decidere».
Infatti non si riesce a decidere neppure in un’assemblea di condominio.
«E avete l’amministratore di condominio. Un’altra figura intraducibile in inglese».
Il Fatto 20.10.17
Costituzione: i valori non sono in crisi
di Giovanni Maria Flick

In tempi di crisi dei valori – da quelli culturali a quelli religiosi, sociali, etici, economici, politici, cui la nostra generazione era stata abituata ed educata – è difficile resistere alla tentazione del pessimismo. Basta pensare al vuoto, quando non all’odio, alla violenza e al nichilismo di cui sembrano essere portatori alcuni (forse molti) esponenti della generazione che segue la nostra. (…)
È difficile di fronte a queste realtà scoprire qualcosa in cui credere e sperare, per cui entusiasmarsi e impegnarsi, da condividere con gli altri.
È difficile per chi – come me – comincia a guardare dietro di sé il proprio percorso culturale, istituzionale e professionale; è forse ancor più difficile per chi inizia ora quel percorso.
Eppure, a pensarci e a guardare bene, nella realtà che ci circonda ci sono (sono tanti) i valori per cui battersi, che vale la pena di difendere e di proporre ai giovani – ovviamente con un linguaggio adeguato a loro e ai tempi – per cercare di evitare la spinta dal vuoto e dalla frustrazione alla radicalizzazione, al califfato, al nulla. (…)
Sono valori – l’eguaglianza, la libertà, la solidarietà e la sussidiarietà, la laicità, il personalismo e il pluralismo sociale, il lavoro, il pacifismo – che caratterizzano la nostra Costituzione come suoi principi fondamentali e si inverano in essa, nonostante i suoi limiti, le sue lacune, le inadempienze nella sua attuazione.
Sono valori che giustificano il richiamo della Costituzione nella ricerca di un dialogo con i giovani; un percorso comune di partecipazione, di realizzazione e di vita in cui coinvolgerli, per contrastare il percorso di rivolta, di radicalizzazione, di morte in cui altri (complici la Rete e la droga) cercano di illuderli.
Oggi sono sempre più diffusi e frequenti l’ignoranza, il disinteresse, la disapplicazione sistematica, l’aggressione più o meno esplicita alla Costituzione.
Perciò mi sembra giusto ricordarne l’origine, il contenuto, per sommi capi; gli autori e il modo con cui essa è stata scritta coralmente e nella sofferenza; il ruolo che la Costituzione (nonostante i suoi limiti) ha saputo svolgere nel mantenere libero e unito il nostro Paese nei difficili settant’anni trascorsi dal 1° gennaio 1948.
Mi sembra giusto – anche se forse ingenuo (ma qualche volta è necessaria l’ingenuità, soprattutto per continuare a sperare) – esprimere un elogio alla Costituzione come cittadino, prima ancora che come uomo impegnato nello studio e nella pratica del diritto, prestato alle istituzioni per qualche tempo.
È in realtà un invito e un augurio, rivolto a chi ci seguirà nel nostro e poi nel suo percorso istituzionale, a far vivere, attuare e mantenere attuale quella Costituzione almeno per i prossimi settant’anni.
È un invito a tradurre questo impegno non nell’immobilismo; o al contrario in un progetto di troppo ambiziose riforme organiche, destinate al fallimento se non a secondi fini (come quello di banalizzare e di svuotare la Costituzione dall’interno).
È un invito a tradurlo in alcuni interventi mirati e responsabili; a raccogliere e a sviluppare gli spunti positivi (anche se non molti) maturati nel dialogo e, da ultimo, nel confronto-scontro sulla riforma della Costituzione che da alcuni decenni, e soprattutto nell’ultimo tempo, hanno segnato il dibattito politico del nostro Paese.
È infine una testimonianza doverosa di gratitudine personale a una Costituzione cui devo molto della mia formazione e della mia educazione civile.
Il Fatto 20.10.17
“Il caso David Rossi”: oggi a Roma il libro sullo strano “suidicio”

Verrà presentato oggi nella libreria Ibs di via Nazionale a Roma, “Il caso David Rossi, il suicidio imperfetto” (Chiarelettere), il libro di cui è autore Davide Vecchi, inviato del Fatto Quotidiano. L’appuntamento è alle 18 con Giuseppe Civati (segretario di Possibile) , Daniele Pesco (parlamentare m5s), Pierluigi Piccini (ex sindaco di Siena) ed Elio Lannutti (Adusbef). Modera Giorgio Meletti del Fatto. Nel libro l’autore ripercorre la vicenda di David Rossi, capo della comunicazione di Mps e braccio destro di Giuseppe Mussari, che il 6 marzo 2013 – dopo aver avvisato la moglie che stava rientrando a casa – viene trovato morto nel vicolo sotto il suo ufficio. Per i magistrati di Siena Aldo Natalini e Nicola Marini è sin da subito un suicidio. Due anni dopo una nuova inchiesta avviata dal pm Andrea Boni ha portato alla luce le falle, le carenze della prima indagine anche agli occhi dei periti della Procura. Il libro di Davide Vecchi ricostruisce la vicenda attraverso le carte delle inchieste e indica che il suicidio ipotizzato dai magistrati non è l’unico scenario possibile. Il procuratore di Siena Salvatore Vitello si è detto disponibile a riaprire l’istruttoria in caso di richiesta della famiglia del manager, che certamente arriverà.
Il Sole 20.10.17
Thyssen, niente sconti ai manager
Inesistenti i presupposti per poter contestare l’errore di fatto
Penale. Respinta la richiesta di rideterminazione della pena avanzata dall’ex ad e da altri tre amministratori
di Giovanni Negri

Non ci sarà alcuna riduzione delle condanne inflitte ai manager della Thyssen - tra i quali l’ex amministratore delegato, Harald Espenhahn - per il rogo avvenuto nella notte tra il 6 e il 7 dicembre del 2007 a Torino nel quale, per la grave mancanza di misure di sicurezza, morirono 7 operai. Lo ha deciso la Cassazione respingendo i ricorsi straordinari presentati dalle difese di 4 ex dirigenti dell’acciaieria contro il verdetto definitivo emesso dalla stessa Corte il 13 maggio 2016.
In particolare, i giudici della Quinta sezione penale con una serie di sentenze (n. 48194, 48195 e 48197), hanno dichiarato inammissibili i ricorsi con i quali si contestavano le condanne per omicidio colposo da parte dei legali dell’ex ad Espenhanh, e dei manager Gerald Pregnitz, Daniele Moroni e Marco Pucci.
La Cassazione mette in evidenza il perimetro applicativo dell’articolo 625-bis del Codice di procedura penale che disciplina l’errore di fatto verificatosi nel giudizio di legittimità, alla base della necessità di correzione e riforma della sentenza pronunciata. A venire ricordato è il precedente delle Sezioni unite del 2002 con il quale veniva chiarito che l’errore, tale da giustificare il ricorso deve essere individuato solo in una «fuorviata rappresentazione percettiva» con una decisione di natura valutativa. In caso contrario l’errore non è di fatto, ma di giudizio.
E allora sono del tutto estranei all’applicazione dell’istituto del ricorso straordinario per errore di fatto gli errori di interpretazione delle norme giuridiche, sostanziali o processuali, oppure l’asserita esistenza delle norme stesse o l’attribuzione a esse di una portata inesatta, anche se dovuti a ignoranza di indirizzi giurisprudenziali consolidati.
In ogni caso, ricordano ora le tre pronunce, non è mai messo in discussione il ruolo cardine della Cassazione nel sistema delle impugnazioni, pur avendo incrinato la regola dell’intangibilità dei provvedimenti della Corte stessa.
E allora, osserva la sentenza, sulla base di queste premesse di diritto, le condanne emesse nei confronti dei manager (di pochi giorni fa la lettera del ministro della Giustizia Andrea Orlando al collega tedesco perchè le pene vengano effettivamente scontate in Germania) sono inattaccabili. Infatti, si legge nel giudizio sull’ex ad, proprio sul tema della rideterminazione della pena la sentenza oggetto di impugnazione ha ampiamente argomentato, ritiene conforme alla legge e adeguatamente giustificata in rapporto ai capi d’impugnaizone, alle singole posizioni degli imputati e alle condotte a loro attribuite. L’errore di fatto allora è del tutto assente.
Quanto all’entità delle pene, Espenhahn - che ha fatto ricorso da solo - era stato condannato a 9 anni e 8 mesi di reclusione, Priegnitz e Marco Pucci a 6 anni e 3 mesi (hanno fatto ricorso insieme), Daniele Moroni (ha fatto ricorso da solo) a 7anni e 6 mesi.
Il Fatto 20.10.17
Thyssen, ultima prova per Berlino
La sentenza - Roma chiede l’arresto dei manager responsabili dei 7 morti
di Ferruccio Sansa

Una richiesta della giustizia italiana da mesi senza risposta. Il ministro Andrea Orlando che ha scritto al collega tedesco. E ancora silenzio. Ora scopriremo davvero la lealtà e la fiducia della Germania verso l’Italia: la sentenza definitiva di condanna dei manager tedeschi della Thyssen non serve soltanto per fare giustizia e stabilire le responsabilità per l’incidente che nel 2007 provocò la morte di sette operai. È un’occasione per capire quali siano davvero – al di là di cortesie istituzionali e strette di mano ai summit – i rapporti tra noi e il Paese con cui oggi condividiamo il futuro nell’Ue. Quella Germania che, talvolta giustamente, ci ricorda i nostri doveri di bilancio. Insomma, aiuterà a capire se Berlino si fida di noi e in quale considerazione ci tiene.
Ieri la Cassazione ha respinto l’ultimo ricorso con cui gli avvocati dei manager contestavano la condanna per omicidio e chiedevano una riduzione delle pene. Tra gli altri ci sono Harald Espenhahn (9 anni) e Gerald Priegnitz (6 anni). La richiesta di estradizione è stata dichiarata non ammissibile perché sono cittadini tedeschi. Ora si apre un’altra strada, come ha scritto il ministro Orlando al collega tedesco Heiko Maas: “Nei primi mesi del 2017 l’Italia ha chiesto all’autorità giudiziaria tedesca di riconoscere la sentenza ed eseguire in Germania la pena”. I manager tedeschi dovrebbero quindi scontare la pena nel loro Paese. Tutti noi dobbiamo attendere con grande interesse la risposta di Berlino; non soltanto le famiglie delle vittime che non vanno lasciate sole.
I trattati tra Paesi hanno essenzialmente una componente di diritto. E questa dice chiaramente che – anche se la condanna per omicidio decisa dai giudici italiani può non essere condivisa dallo Stato tedesco – la sentenza va eseguita. Ma c’è anche (non detto, non scritto) un elemento politico. Il modo in cui viene data esecuzione agli impegni dipende, appunto, da scelte politiche. Che rivelano il modo di essere di uno Stato. Ma soprattutto il modo di vedere i rapporti con il Paese controparte. Per questo l’atteggiamento della Germania non deciderà soltanto la sorte di Espenhahn e Priegnitz, ma rivelerà la fiducia del governo e del popolo tedesco nell’Italia e nella sua giustizia. Di più: mostrerà la loro lealtà. Vedremo se la Germania darà più peso agli impegni e al diritto oppure all’affermazione della propria forza. Speriamo che non accada come con gli Stati Uniti per il Cermis e il sequestro dell’imam Abu Omar. Vicende giudiziarie che oltre a sancire un’ingiustizia hanno lasciato una ferita indelebile negli italiani. Maggiore lealtà ci aspettavamo dall’America. Ancor più l’attendiamo dalla Germania che è nostro paese fratello in Europa.
Il Sole 20.10.17
Consiglio di Stato. Il lungo tempo trascorso dalla commissione dell’illecito non esclude la repressione
L’abuso edilizio non si prescrive
«Affidamenti incolpevoli» e successive vendite non sono influenti
di Guglielmo Saporito

Il Consiglio di Stato in adunanza plenaria interviene sulla repressione degli abusi edilizi, allontanando le speranze di chi confidava in una sanatoria di fatto per il solo trascorrere di diversi decenni dall'abuso. Le sentenze del 17 ottobre n. 8 e n. 9 eliminano la possibilità che una lunga inerzia dei Comuni, o una serie di successive vendite, possano aver peso. In questo modo si restituiscono al legislatore ed alle amministrazioni comunali ampi poteri di intervento sugli abusi, anche se non necessariamente con sistemi demolitori.
Di fatto, i giudici indeboliscono solo la difesa dei proprietari che si fondava sul decorso del tempo, sull' “affidamento incolpevole” e sullo stratificarsi di titoli di proprietà. Nel caso deciso dalla pronuncia 9/2017 si discuteva di un edificio realizzato nel Comune di Fiumicino oltre 30 anni prima dell'ordinanza di demolizione: l'ultimo proprietario confidava appunto sulla prescrizione, che i giudici hanno escluso in quanto si discuteva di tutela del territorio.
Una sorte analoga (sentenza 8/2017) riguarda il proprietario di un edificio nel Comune di Giovinazzo (Bari) che nel 1999 aveva trasformato in bar un locale destinato al custode di un impianto industriale, grazie ad una falsa dichiarazione. La falsità aveva causato l'annullamento della trasformazione edilizia (da alloggio in pubblico esercizio), a distanza di decenni dall'abuso anche se poco tempo dopo l'accertamento della falsità della dichiarazione del privato. Secondo i giudici, quando nel 1999 il Comune barese aveva emesso il proprio provvedimento favorevole al privato stesso, incorrendo in errore causato dal privato, non era a conoscenza della falsa dichiarazione e quindi non era in grado di reprimere l'abuso. La falsità era emersa solo decenni dopo, ed era stata subito sanzionata annullando il titolo fraudolentemente ottenuto. In questo caso, secondo i giudici va tenuto presente che il Comune non si è trovato dinanzi un abusivismo integrale, che poteva subito reprimere, ma era stato indotto in errore consentendo l'apertura del bar. Una volta emerso l'errore, il Comune avrebbe dovuto sanzionare l'abuso in un tempo ragionevolmente breve. Ciò perché vi deve essere un adeguato interesse pubblico all'eliminazione della situazione illegittima, cioè si deve intervenire con rapidità per evitare il consolidarsi di situazioni.
Ma rapidità, secondo la Plenaria, non significa necessariamente rispettare il termine di 18 mesi (articolo 21 nonies, legge 241/1990), bensì quello decennale previsto ad esempio dall'articolo 39 del Dpr 380/2001, con momento iniziale coincidente con la scoperta della falsità commessa dal privato.
Con queste precisazioni, spetta ora al legislatore (disegno di legge Falanga ed altri) governare l'abusivismo senza che siano eccepibili posizioni consolidate; anche i Comuni potranno graduare piani di recupero o altri sistemi di intervento, poiché il Consiglio di Stato ha azzerato il rilievo di pluridecennali, diffuse omissioni.
Repubblica 20.10.17
L’incubo del tracollo agita i dem Gli anti-Renzi: è un test nazionale
L’ex premier punta a recuperare voti a sinistra con comizi e testimonial
Il candidato di Mdp crede al sorpasso: “Qui muore il Partito della Nazione”
di Emanuele Lauria

PALERMO. La resa dei conti a sinistra, in Sicilia, è già cominciata. Quando mancano 17 giorni al voto ormai in pochi, nel Pd e nei partiti alleati, è disposto a scommettere su una vittoria del rettore Fabrizio Micari. E la possibilità di un sorpasso di Claudio Fava, il candidato governatore sostenuto da Mdp e Si per il quale due volte Massimo D’Alema è venuto a comiziare nell’isola, accende le polveri. Fava lo dice chiaramente: «Non sono sceso in campo per mero spirito di testimonianza e so di potere superare il rappresentante del Pd. Credo anzi che il voto disgiunto, che non tutti gli interpellati ammettono nei sondaggi, finirà per premiarmi. Detto ciò, è evidente che i numeri delle rilevazioni fatte sinora, se confermati, pongono un grosso problema di leadership per Renzi. E demoliscono il suo modello di partito- nazione, la sua presunzione di autosufficienza».
La sensazione è quella di un rovescio incombente con strascichi nazionali. I renziani provano a serrare le file, a recuperare voti proprio a sinistra: non a caso nei prossimi giorni sbarcherà in Sicilia, per una manifestazione al fianco di Micari, pure Luciano Violante. «Stiamo cercando altre figure rappresentative di quell’area », confida un esponente di governo molto vicino all’ex premier. Poi toccherà a lui, a Matteo Renzi, fare l’ultima puntata in un’isola sulla quale già un anno fa, in occasione del referendum, aveva riposto grandi speranze, per ricevere in cambio l’amarezza di una valanga di No. Renzi ha già messo le mani avanti: «Le elezioni in Sicilia, per quanto importanti, restano un fatto locale». Non la pensano così gli uomini di Andrea Orlando: «Non vogliamo mettere in discussione la segreteria - dice il deputato Andrea Berretta, coordinatore siciliano degli orlandiani - ma non si può rubricare il voto nell’isola a una questione locale. Noi stiamo sorreggendo con forza Micari, partecipando alla formazione delle liste e proponendo per la sua giunta un uomo di sinistra come Franco La Torre. Ma è chiaro che un eventuale risultato negativo per Micari andrà letto assieme al dato di Fava. E dovrà costringerci a una riflessione sulla strategia delle alleanze in vista delle politiche: senza la sinistra difficilmente vinceremo nei collegi».
Il resto è la cronaca di una debacle annunciata. L’obiettivo di un campo largo, di un’alleanza dalla sinistra agli alfaniani sul modello di quello che trionfò alle Comunali di Palermo, è tramontato presto: i bersaniani si sono sfilati subito, degli esponenti di Pisapia in Sicilia ci sono poche tracce, Ap non è sicura neppure di superare il 5 per cento. Lo stesso Leoluca Orlando, sponsor di Micari, si è disimpegnato: in un clima di ostilità con il Pd, il sindaco di Palermo ha rinunciato a fare liste autonome e si è dovuto unire al movimento del “nemico” Crocetta. Il quale, per conto suo, alla fine non si è neppure candidato per l’Ars a causa di un misterioso ritardo nella presentazione dei documenti.
In questo clima, l’ex An Musumeci ha gioco facile nell’invitare gli elettori dello schieramento avverso a sostenerlo «con lo scopo comune di scongiurare l’incompetenza grillina». E i moderati del Pd non sono insensibili a queste sirene. L’ex ministro Salvatore Cardinale, leader di una consistente costola dei dem isolani, ammette: «È evidente che la minaccia costituita dal recupero di M5S spinge molti nostri elettori verso Musumeci». Insomma, è già pronto il soccorso rosso per un centrodestra che, se vincerà, avrà comunque biosgno di alleati per formare una maggioranza all’Ars. La mission impossible di Micari è sorretta ormai solo da un incrollabile atto di fede: «La mia sconfitta rientra nel periodo ipotetico dell’irrealtà», azzarda il rettore. Ma intorno a lui, nella realtà, si guarda già oltre.
L’appello di Musumeci agli elettori del Pd: contro il pericolo grillino votate per me
IL RETTORE
Fabrizio Micari, rettore di Palermo, è il candidato di democratici e centristi alle elezioni siciliane. I sondaggi, a quindici giorni dal voto, lo indicano al terzo posto con il 15 per cento.
Repubblica 20.10.17
Le elezioni in Sicilia
Testa a testa tra destra e M5S centrosinistra 20 punti dietro Fava insidia il pd Micari
A poco più di due settimane dal voto del 5 novembre la partita nell’isola resta apertissima: Nello Musumeci è avanti di due punti rispetto al candidato Cinquestelle Giancarlo Cancelleri
Oltre il 70 per cento degli intervistati esprime un giudizio negativo su Crocetta
Gli ultimi giorni saranno decisivi Il Movimento pesca soprattutto tra i giovani
Roberto Biorcio Fabio Bordignon

Una partita a due: tra il candidato del centro-destra unito, Nello Musumeci, e Giancarlo Cancelleri, volto del M5s isolano. Così si presenta, in Sicilia, la corsa alla successione di Rosario Crocetta, che lascia alle proprie spalle sentimenti di profonda insoddisfazione. E una evidente domanda di cambiamento, che sembra penalizzare soprattutto il candidato del Pd e dei “centristi”, Fabrizio Micari, insidiato dall’esponente della sinistra Claudio Fava. È quanto emerge dal sondaggio realizzato da Demos, su un campione di 1000 elettori siciliani, a due settimane dalle Regionali.
Se davvero, come si è detto negli ultimi mesi, il voto siciliano costituisce una anteprima (e una anticipazione) del voto nazionale, l’orizzonte, per il centro- sinistra, e per il Pd in particolare, è molto grigio. La conferma, anche su base regionale, di un assetto tripolare, combinata alla frattura apertasi tra il partito di Renzi e le forze alla sua sinistra, sembra mettere sostanzialmente fuorigioco il centro-sinistra. Per converso, il centro-destra, come già avvenuto in molti contesti, alle amministrative della scorsa primavera, sembra favorito dalla creazione di una coalizione che ha il suo candidato in pole position, con una stima del 35,5%. Attorno al nome di Nello Musumeci è stato siglato l’accordo di Fratelli d’Italia e Noi con Salvini con Forza Italia. Il blocco di centro-destra torna così ad essere altamente competitivo in una regione nella quale, durante la Seconda Repubblica, ha ricoperto un ruolo quasi egemonico. E nella quale Berlusconi resta ancora, tutt’oggi, il più apprezzato, tra i leader dei principali partiti (38%). Musumeci ottiene naturalmente consensi molto elevati fra gli intervistati di destra e di centrodestra, soprattutto nella parte orientale dell’isola.
La distanza rispetto al M5s è, però, molto ridotta, al punto da rendere del tutto aperta, ad oggi, la corsa verso Palazzo d’Orléans. Cancelleri riesce ad avere molti più consensi di Musumeci soprattutto fra le generazioni più giovani e fra gli elettori che si collocano fra la sinistra e il centrosinistra. Del resto, oltre lo Stretto, attraversato a nuoto da Grillo alla vigilia delle Regionali 2012, il M5s ha costruito una sua roccaforte: alle politiche nell’anno successivo, proprio in Sicilia aveva ottenuto la percentuale più elevata (33%). Nella regione si collocano, d’altra parte, molti municipi a 5 stelle (da Bagheria a Ragusa, da Porto Empedocle ad Augusta). Dopo la parziale flessione delle Europee, Cancelleri sembra poter così riportare il M5s sui livelli del 2013: le stime di Demos lo collocano al 33.2, a due soli punti da Musumeci.
Molto staccato, con il 15,7%, troviamo Fabrizio Micari. La candidatura del rettore di Palermo, sostenuta dal Pd e dall’intesa (anche in prospettiva nazionale) con Alfano, sembra scontare almeno tre problemi. In primo luogo, l’eredità dell’amministrazione uscente, sulla quale pesa il giudizio negativo di molti elettori siciliani (78%). In secondo luogo, la limitata notorietà dell’aspirante governatore, che oltre un terzo degli intervistati ammette di non conoscere. Infine, la presenza di una candidatura forte alla sua sinistra. Claudio Fava ha saputo riunire sotto un’unica lista (Centopassi) la complessa galassia delle formazioni di sinistra. La notorietà di cui dispone, consente peraltro a Fava di andare “oltre” il perimetro delle forze che lo sostengono. E proprio ai danni di Micari: circa uno su cinque, tra i potenziali elettori (siciliani) del Pd alle elezioni politiche, indica Fava come proprio governatore. La distanza tra i candidati delle “due sinistre” è così di appena un paio di punti, tali da non escludere un sorpasso che avrebbe del clamoroso.
L’ultimo scorcio di campagna elettorale potrebbe naturalmente spostare, in modo significativo, gli equilibri registrati dai sondaggi. Se confermati, essi creerebbero tuttavia non pochi problemi al Pd, e a Renzi, nel percorso che porta alle politiche 2018. Mentre un successo rilancerebbe le quotazioni del centro-destra e del M5s – e in particolare del vincitore - in chiave nazionale. Con una ulteriore, pesante incognita, per tutti i contendenti: la possibilità di una assemblea “ingovernabile”, priva di una maggioranza operativa.
Il Sole 20.10.17
Sul Rosatellum un pasticcio che può lasciare il segno
di Paolo Pombeni

Quel che è successo e sta succedendo sulla questione della legge elettorale mette in scena la classica alternativa del diavolo o, se si preferisce, più prosaicamente quella fra la padella e la brace. Vediamo di tracciare il quadro, per quanto è possibile e di trarre poi qualche considerazione.
Il quadro è quello di un paese che deve andare ad elezioni perché la legislatura si sta esaurendo e non ha una legislazione accettabile per gestirle. La Corte costituzionale ha lasciato in campo un moncherino dell’Italicum per la Camera e uno del Porcellum per il Senato, per nulla omogenei tra loro quanto a criteri. Il Presidente della Repubblica si è appellato al buon senso delle Camere e ha chiesto una legge ampiamente condivisa. Quasi ci si arrivava col cosiddetto simil-tedesco, ma è bastato che due parlamentari assai poco responsabili buttassero la palla in tribuna con un attacco alla situazione particolare dell’Alto Adige perché ci fosse l’occasione per far saltare l’accordo.
Ecco allora l’impasse. Si deve trovare un’altra legge capace di non essere espressione della sola maggioranza (come era l’Italicum) altrimenti si sarà costretti in extremis a far intervenire il governo con un decreto legge che almeno armonizzi i due moncherini superstiti. Il Quirinale è giustamente preoccupato. La soluzione del decreto legge governativo in articulo mortis della legislatura è, per essere generosi, assai poco elegante. Si trovi dunque una larga maggioranza parlamentare su un nuovo disegno di legge.
Il Quirinale verrà accontentato, ma a che prezzo? Per trovare la larga maggioranza si deve proporre un sistema elettorale cervellotico, soprattutto poco logico, perché deve accontentare tante bocche: un po' di maggioritario e un po' più di proporzionale, ma collegati strettamente; uno sbarramento anti-partitini pur al modesto 3%, ma con possibilità di recuperare i voti di quelli che si collocheranno fra l’uno e il tre per cento; pluricandidature e altre tecnicalities. Quanto basta per far gridare quelli a cui il sistema sembra convenire meno all’attentato alla democrazia a loro spese.
A questo punto scatta di nuovo l’alternativa del diavolo: consentire che un dibattito parlamentare senza vincoli rischi di far naufragare la legge, o trovare il modo per garantirsi che ciò non accada perché vorrebbe dire offrire al mondo (inclusi i mercati) la prova che l’Italia è in mano a una classe politica irresponsabile? La garanzia è trovata col ricorso alla fiducia (alla Camera), ma ciò significa richiamare in campo il governo coi suoi vincoli di maggioranza, esattamente quel che si voleva evitare tenendosi lontano dal decreto in fine legislatura.
Detta banalmente: è la cronaca di un pasticcio. Difficile dire come si uscirà dal groviglio in cui ci si è cacciati e quali effetti esso avrà sulla tenuta dell’elettorato, il che per tanti versi corrisponde alla tenuta del paese.
La prima annotazione da fare è che il Quirinale non ha veramente ottenuto soddisfazione. La legge avrà presumibilmente il marchio di un’intesa fra la maggioranza e una quota cospicua dell’opposizione (il che ovviamente non è male) ma sconterà una sempre più marcata spaccatura con molti ambienti che hanno il ruolo di costruttori dell’opinione pubblica. Non sarà sfuggito infatti che tanti influenti opinion leader e opinion maker si pronunciano più che criticamente su questa legge e i più preoccupati delle conseguenze di una possibile astensione arrivano al massimo all’invito montanelliano di votare turandosi il naso. E questo non è bene e non è quanto auspicava Mattarella.
I difensori d’ufficio del Rosatellum bis hanno un bel da fare a spiegarci che anche in leggi precedenti c’erano tanti inghippi del tipo di quelli che oggi appaiono poco digeribili. Non capiscono che come le parole anche le norme si leggono all’interno di un contesto che è quello che dà loro nel migliore dei casi una certa coloritura, nel peggiore le fa anche cambiare di significato. Il contesto di oggi, e temiamo ancor più di domani dopo una campagna elettorale che già sappiamo non si risparmierà nell’uso dei colpi bassi e del fango, è quello di una scollatura fra l’opinione pubblica e la vita politica. Fra astensionismo e fuga verso le offerte anti-sistema si rischia davvero molto: lo si sta vedendo in paesi dove ci sono poche ragioni per essere insoddisfatti, figurarsi nel nostro dove chiunque di quelle ragioni ne trova senza gran sforzo.
L’illusione che ciò non conti nulla perché alla fine l’astensionismo “depura” e lascia in campo solo quelli che fanno convintamente battaglie politiche è molto pericolosa. Lasciare un paese nelle mani dello scontro fra pasdaran e lobby di vario genere e natura non porta mai bene, soprattutto se vogliamo capire che il nostro non è un’isola, ma un pezzo di un sistema internazionale con cui deve e dovrà fare i conti.
Il Sole 20.10.17
Sistema elettorale. Possibile la blindatura per l’approvazione del testo al Senato prima della sessione bilancio
Legge elettorale, l’ipotesi di cinque fiducie
di Barbara Fiammeri

Roma Potrebbero essere 5 e non più “solo” 3 i voti di fiducia sulla legge elettorale. La risposta arriverà la prossima settimana, quando il Rosatellum approderà nell’Aula del Senato. L’obiettivo dei firmatari del patto a quattro (Pd-Fi-Lega-Ap) è arrivare al voto finale entro giovedì 26, prima dell’apertura della sessione di Bilancio. Una corsa contro il tempo che gli oppositori al Rosatellum - da M5s a Mdp e Si - puntano a far saltare. Ecco perché prima di uscire allo scoperto con la richiesta della fiducia, il governo vuole capire su quali articoli si concentreranno gli emendamenti delle opposizioni. Alla Camera le munizioni erano state sparate sui primi tre. Anche perché lì si sarebbero potuti concentrare i voti segreti, rendendo il passaggio ad alto rischio. E, infatti, è sui primi tre articoli che il governo pose la fiducia. Al Senato però il voto segreto è un’eccezione. Il problema, come si è detto, è il tempo. E per ridurre il più possibile il numero di votazioni la fiducia è il principale alleato: un voto per ciascun articolo. Fiducia che verrà votata solo dai partiti di maggioranza a favore del Rosatellum (più probabilmente i verdiniani di Ala), mentre Lega e Fi usciranno dall’Aula, salvo poi rientrare immediatamente per dare il loro sostegno sul voto finale.
Nel frattempo il lavoro della commissione è praticamente concluso. Ieri si sono svolte le audizioni dei costituzionalisti dalle quali sono emersi pareri opposti sulla legge; oggi scade il termine per la presentazione degli emendamenti, lunedì si vota e in ogni caso martedì si va in Aula. Il M5s sta già scaldando la piazza dando appuntamento per mercoledì 25 davanti al Senato. Mentre Felice Besostri, l’avvocato protagonista dei ricorsi contro l’Italicum, ne ha già annunciati altri contro il Rosatellum. Ma le opposizioni non si fanno troppe illusioni: «Non mi faccio illusioni, è già tutto deciso - dice la presidente di Si Loredana De Petris - in Aula dove già si parla di 5 voti di fiducia».
Il Fatto 20.10.17
Psycho-Rosatellum: voti a sinistra, eleggi la destra e ti becchi pure lo spam
Piccola guida - Niente preferenze, il vero “disgiunto” è il povero elettore
di Francesca Fornario

Secondo un sondaggio, il 31 per cento degli italiani non si sposa per amore ma per convenienza. Un’abitudine che genera frustrazione, litigi e leggi elettorali. Al modello delle nozze di comodo si ispira il Rosatellum bis, ideato dal capogruppo del Pd Ettore Rosato per “Fare una coalizione di centrosinistra con quelli con i quali governiamo”. Ossia con Alfano, fondatore del Nuovo Centrodestra. Una coalizione di centrosinistra fatta con il centrodestra sarebbe infatti rappresentativa delle posizioni di quel 40 per cento di indecisi che i partiti tradizionali non riescono a intercettare.
Al fine di evitare capziose discussioni, il Rosatellum bis non impegna i partiti che compongono una coalizione ad aderire a un comune programma elettorale. Potranno dunque presentarsi coalizzati partiti che hanno orientamenti completamente diversi, tipo la Lega di Salvini, contraria all’immigrazione dall’Africa, e Forza Italia di Berlusconi, favorevole all’immigrazione dall’Africa delle minorenni marocchine. O il Pd di Renzi, orientato a far fuori D’Alema e Mdp di D’Alema, orientato a far fuori Renzi.
Il governo ha approvato il Rosatellum alla Camera facendo ricorso alla fiducia, per una serie di buoni motivi: 101. “Altrimenti non c’erano i numeri”, si è giustificato Gentiloni, dopo essersi rifiutato di approvare con la fiducia anche lo Ius soli, sempre per una questione di numeri: il Rosatellum serviva a qualche centinaio di deputati di Forza Italia, Pd e Lega, lo Ius soli a un milione di bambini. Renzi ha però assicurato che lo Ius soli si farà, prima o poi: “in questa legislatura o nella prossima”, perché chi nasce in Italia ha diritto ad avere un pronipote italiano.
Il Rosatellum è un sistema misto, per un terzo costituzionale e per due terzi incostituzionale. A causa dell’assenza delle preferenze e del voto disgiunto, all’elettore non resta che fare una croce sul candidato del collegio scelto dalla segreteria del partito, anche se è di un altro partito. Automaticamente, il voto si propaga e si estende a tutte le liste che lo sostengono e viene ripartito tra queste per la quota proporzionale inviando email spam a tutti i contatti in rubrica. In concreto, significa che votando un partito pacifista si rischia di mandare in parlamento l’esponente di un partito a favore della guerra, o votando un partito vicino ai sindacati e ai lavoratori si elegga un deputato favorevole alla libertà di licenziare. Rosato ha difeso la legge spiegando che agli elettori Pd questo succede comunque.
Il listino per eleggere i due terzi dei parlamentari con il sistema automatico innescato dal voto al candidato del collegio è volutamente corto, per consentire all’elettore di conoscere i candidati che verranno eletti in qualche altro collegio. Lo stesso candidato potrà infatti presentarsi in cinque diversi collegi. In base a questo meccanismo, l’elettore che nel Mugello si esprime a favore dei candidati che compaiono sulla propria scheda si ritroverà invece a votare per le presidenziali in Kirghizistan.
Il Rosatellum bis prevede da parte di ogni lista l’indicazione del capo politico, una modifica voluta da Renzi per fregare D’Alema e da Berlusconi per fregare gli elettori: li induce infatti a mettere una croce sul suo cognome presente sulla scheda anche se Berlusconi non può, a differenza degli altri candidati, essere eletto da qualche altra parte. È stato interdetto dai pubblici uffici per una condanna a quattro anni, di cui tre coperti da indulto: “Una grave perdita per il Paese”, l’ha definita egli stesso. Tre anni buttati.
L’indicazione di Berlusconi come capo politico ineleggibile conviene a Salvini, cha ha detto sì al Rosatellum precisando però che per la Lega era meglio il maggioritario: una legge che, la sera stessa del voto, si capisce chi prende i rimborsi elettorali.
I Cinquestelle hanno stabilito che il capo politico del Movimento d’ora in avanti sarà Luigi Di Maio: Grillo prenderà solo le decisioni.
Renzi non lascia spazio a dubbi: “Il premier della coalizione sarò io”. Poiché Berlusconi è ineleggibile.
Il Rosatellum bis prevede infine una soglia di sbarramento al 3 per cento per i partiti e al 10 per cento per le coalizioni fissata in base alla somma algebrica delle percentuali di voto dei partiti alla sinistra del Pd: stanno al due e sono quattro.
Il Rosatellum bis ha sollevato molte critiche da parte dei costituzionalisti poiché distorce e limita la volontà degli elettori ma il Pd lo difende: “È una legge che favorisce le coalizioni e il confronto tra coalizioni”. Cioè le coalizioni tra coalizioni. Cioè le larghe intese.
Renzi nega e punta al 40 per cento con una coalizione aperta ai fuoriusciti del Pd. Lo ha ribadito alla festa del Pd che ha compiuto un decennio (è volato via in fretta. Il Pd): “Veltroni ha ragione, non dobbiamo aver paura della parola sinistra”. Passati dieci anni, si è immuni dalle recidive.