lunedì 5 giugno 2017

internazionale 3.6.17 
“Alcuni psichiatri della Duke university hanno pubblicato nel 2006 uno studio sul Journal of Nervous and Mental Disease in cui sostengono che circa la metà dei presidenti presi in esame ha sofferto di una malattia mentale”
Quanto rischia Donald Trump
Non è mai stato molto
popolare e ora è al centro delle polemiche.
La storia insegna che in questa situazione un presidente potrebbe lasciare la Casa Bianca prima del previsto
di Evan Osnos, The New Yorker, Stati Uniti

Il 20 gennaio, qualche ora dopo il giuramento di Donald Trump come presidente degli Stati Uniti, sulla pagina delle petizioni del sito della Casa Bianca è comparso un post che chiedeva la pubblicazione della sua dichiarazione dei redditi. Nel giro di pochi giorni ha raccolto più firme di qualsiasi altra petizione mai presentata. Il giorno dopo il successo della manifestazione delle donne a Washington ha dimostrato che le proteste con uno scopo specifico possono mobilitare un enorme numero di persone e allo stesso tempo toccare un nervo scoperto del presidente. Durante il weekend di Pasqua, 120mila persone sono scese in piazza in duecento città per chiedere a Trump di risolvere il suo conflitto d’interessi. Davanti al congresso i manifestanti hanno scandito lo slogan “Impeach 45!”, impeachment per Trump, il 45° presidente degli Stati Uniti. A West Palm Beach, in Florida, un corteo di automobili che portava il presidente dal suo circolo di golf alla tenuta di Mar-a-Lago ha dovuto cambiare percorso per evitare la folla.
La Casa Bianca fa tutto quello che può per tenere il presidente lontano dalle proteste, ma il giorno dopo Trump ha twittato: “Qualcuno dovrebbe indagare su chi ha pagato per le ridicole manifestazioni organizzate ieri. La campagna elettorale è finita!”. Due giorni dopo, il 18 aprile, data in cui per gli statunitensi scadeva il termine per pagare le tasse, Trump è andato a Kenosha, nel Wisconsin, per tenere un discorso nella fabbrica della Snap-on, un’azienda che produce utensili meccanici. Il Wisconsin è diventato uno degli stati preferiti di Trump – che è stato il primo candidato repubblicano a conquistarlo dal 1984 – e per questo è stato incluso nel “tour di ringraziamento” postelettorale. Era stata programmata anche un’altra visita subito dopo il giuramento, ma è stata annullata quando si è capito che ci sarebbero state delle proteste.
Trump vive in un mondo chiuso che un suo consulente ha definito “la fortezza”. Raramente mette piede fuori dalla Casa Bianca o dal club di Mar-a-Lago, e misura la sua popolarità in base a quello che gli dicono gli amici e le persone che lavorano per lui, e a quello che legge sui giornali o vede in tv. I mezzi d’informazione sono la sua “droga preferita”, dice Sam Nunberg, uno dei consulenti della sua campagna elettorale. “Non beve. Non prende droghe. La sua droga è lui stesso”. Per evitare di esporsi troppo arrivando nei posti con un corteo di automobili, in Wisconsin Trump ha preferito atterrare direttamente con il suo elicottero nella sede centrale della Snap-on. Fuori c’erano centinaia di persone che gridavano slogan e agitavano cartelli. Ma gli organizzatori dell’evento avevano creato un muro di camion intorno al punto di atterraggio, in modo che i manifestanti non potessero vedere Trump e lui non potesse vedere loro. La sala conferenze era affollata di politici locali e dipendenti della Snap-on. Mentre dagli altoparlanti usciva la musica di Hail to the chief (inno ufficiale del presidente degli Stati Uniti), Trump è salito sul palco e si è fermato davanti a una scultura della bandiera americana che ondeggia al vento, fatta con centinaia di chiavi inglesi. Dietro di lui c’era uno striscione con la scritta “Compra americano, assumi americano”. Per un momento è sembrato che Trump, con la cravatta rossa e appoggiato al leggio, fosse ancora in campagna elettorale. “Siete grandi, grandi”, ha esordito. “E siete veri operai. Io amo gli operai”. Poi ha detto che “in questo momento i lavoratori americani non sono trattati in modo adeguato. Ma presto lo saranno”.
Qualche giorno prima i repubblicani avevano rinunciato al loro primo tentativo di abolire la riforma sanitaria voluta da Barack Obama e i tribunali avevano bloccato due decreti del presidente per vietare l’ingresso nel paese ai cittadini di alcuni paesi a maggioranza musulmana. Trump voleva allontanare il sospetto che la sua amministrazione fosse in difficoltà: “Il nostro progetto di riforma fiscale sta procedendo benissimo”, ha assicurato alla folla. “Sarà approvata presto. Ora stiamo lavorando sulla sanità e sistemeremo anche quella”. Nessun dissidente
Il livello di popolarità di Trump è al di sotto del 40 per cento, il più basso di qualsiasi presidente all’inizio del mandato. Ancora prima che entrasse alla Casa Bianca, l’Fbi e quattro commissioni del congresso stavano già indagando sui rapporti tra alcuni suoi collaboratori e il governo russo. Da allora l’inchiesta si è allargata. La figlia Ivanka e suo marito Jared Kushner sono diventati alti funzionari della Casa Bianca, attirando critiche e accuse di conflitto d’interessi. Da ottobre a marzo l’agenzia per le questioni etiche nel governo ha ricevuto più di 39mila domande e rimostranze da parte di cittadini, con un aumento del cinquemila per cento rispetto ai primi mesi di presidenza di Barack Obama.
Nessuno ha mai occupato la Casa Bianca senza essere criticato, ma le perplessità su Trump sono di un altro tipo: i politici di entrambi i partiti prendono seriamente in considerazione la possibilità che prima della fine del suo mandato il presidente rimanga impigliato in uno dei tanti problemi che lo assediano, e che per questo possa essere destituito. Gli oppositori di Trump stanno studiando il percorso che porterebbe alla sua messa in stato d’accusa (l’impeachment) o la possibilità di invocare il 25° emendamento della costituzione, che consente di sostituire un presidente giudicato fisicamente o mentalmente inadatto a governare. Negli ultimi mesi ho intervistato decine di persone sull’eventualità che il mandato di Trump possa finire prima della scadenza naturale. Ho parlato con i suoi amici e consulenti; con parlamentari e avvocati esperti nelle procedure di impeachment; con medici e storici; con senatori e deputati in carica e con funzionari dei servizi segreti. Di norma le possibilità che un presidente degli Stati Uniti sia destituito sono poche. In 228 anni si è dimesso solo un presidente e solo due sono stati messi sotto accusa, ma alla fine nessuno dei due ha dovuto lasciare l’incarico; otto sono morti. Ma quando si parla di Trump non c’è niente di normale. Alcune delle mie fonti sostengono che la legge e la politica proteggono il presidente a un livello che i suoi critici sottovalutano, ma secondo altri Trump avrebbe già messo in moto un processo che lo porterà alla rovina. Tutti concordano nel dire che questo presidente è diverso dai suoi predecessori per una serie di aspetti che aumentano i rischi che corre dal punto di vista politico, giuridico e personale. È il primo a essere entrato alla Casa Bianca senza avere nessuna esperienza né in politica né nell’esercito, il primo a possedere un impero commerciale e il più anziano che abbia mai assunto la presidenza. Gli alleati di Trump sono molto preoccupati per la sua impopolarità. “Non puoi governare questo paese con un livello di consensi del 40 per cento. È semplicemente impossibile”, sostiene Stephen Moore, economista della Heritage foundation, un centro studi conservatore. Moore è stato consulente di Trump durante la campagna elettorale. “Nessuno, in nessun partito, sarà disposto a farsi in quattro per lui se ha più di metà del paese contro. Credo che questo dovrebbe essere un avvertimento”. E non è un buon segno per Trump che anche il suo partito stia perdendo consensi. Secondo il Pew research center, da gennaio ad aprile la percentuale di statunitensi con una buona opinione del Partito repubblicano è scesa del 7 per cento.
Ho chiesto a Jerry Taylor, il presidente del centro studi progressista Niskanen center, se aveva mai visto tanto scetticismo all’inizio di una presidenza. “No, non l’ha visto nessuno”, dice. “Ma non abbiamo mai vissuto in una repubblica delle banane da paese del terzo mondo. Non lo dico come esagerazione. Lo dico nel senso che Trump sta governando come se fosse il presidente di un paese del terzo mondo: il potere è affidato ai suoi familiari e a fedelissimi il cui unico biglietto da visita non è una competenza specifica, ma il fatto che il presidente si fida di loro”.
Un lavoro faticoso  
Non è chiaro se Trump si rende conto dei pericoli che corre. Diversamente da quello che succedeva con le precedenti amministrazioni repubblicane, nella fortezza di Trump non ci sono persone che abbiano l’autorevolezza per mettere in discussione le decisioni del presidente. “Intorno a lui non c’è nessuno che ha la capacità di frenare i suoi impulsi, su nessuna questione”, afferma Steve Schmidt, consulente di lunga data del Partito repubblicano.
L’isolamento di Trump da qualsiasi tipo d’informazione spiacevole sembra aumentare con il passare dei mesi. Il suo vecchio amico Christopher Ruddy, l’amministratore delegato della Newsmax Media, ha parlato con lui di recente a Mar-a-Lago e alla Casa Bianca. “Non accetta critiche”, dice. “E non credo che si renda conto di quanto intimidisce le persone. Ho la sensazione che molti dei suoi collaboratori non vogliano dargli cattive notizie. Spesso vengono da me a dirmi: ‘Questo lo deve sapere. Può parlargliene lei?’”.
Sono state fatte varie ipotesi sulle condizioni di salute fisica e mentale di Trump, anche perché se ne sa molto poco. Durante la campagna elettorale i suoi collaboratori hanno fatto sapere che è alto un metro e 92 centimetri e pesa 107 chili, quindi è in sovrappeso ma non obeso. Il suo medico personale, Harold N. Bornstein, ha rilasciato dei brevi comunicati in cui affermava che i risultati delle ultime analisi sono “ottimi” e che il suo paziente prende solo un’aspirina e una statina al giorno. Lo stesso Trump dice che non dorme molto (“Mi bastano tre o quattro ore”) e che ha un debole per le bistecche e gli hamburger. A parte il golf, pensa che fare esercizio fisico sia inutile, perché sostiene che una persona, come una batteria, nasce con una quantità limitata di energia.
La segretezza sulla salute dei presidenti degli Stati Uniti ha una lunga storia. “Nessuno alla Casa Bianca vuole ammettere che un presidente potrebbe essere troppo malato per svolgere i suoi compiti”, sostiene Robert E. Gilbert, un politologo della Northeastern university che studia la salute dei presidenti. “Vogliono far credere a tutti che il presidente è in grado di superare qualsiasi problema, anche il più grave, perché pensano alla rielezione e al giudizio della storia”. Molti pensavano che il colorito abbronzato di John F. Kennedy fosse la prova della sua ottima salute, ma in realtà era dovuto a una malattia endocrina, il morbo di Addison, che lui e i suoi collaboratori hanno nascosto per anni, e che lo rendeva dipendente da diversi farmaci. Tuttavia, è quasi impossibile nascondere la fatica fisica di essere presidente. Studiando le cartelle cliniche di tutti i presidenti a partire da Theodore Roosevelt, Michael Roizen, direttore del Cleveland clinic’s well ness institute, ha concluso che “il continuo stress” – la mancanza di persone di pari grado e di amici – è la cosa che incide di più sulla salute. Kennedy, che amava paragonare quelli che lo criticavano agli spettatori di una corrida, citava spesso una poesia del torero Domingo Ortega: “Ce n’è uno soltanto lì che sa / ed è l’uomo che combatte con il toro”.
Da uno studio del 2015 condotto da Anupam Jena della facoltà di medicina di Harvard, che ha analizzato l’aspettativa di vita di 540 politici di 17 paesi, è emerso che in media la vita dei leader eletti è più breve di 2,7 anni rispetto a quella dei loro avversari alle elezioni. I politici che hanno scritto la costituzione degli Stati Uniti hanno pensato all’eventualità che un presidente muoia – per questo esistono i vicepresidenti – ma non hanno preso in considerazione una possibilità inquietante: quella di un presidente vivo ma molto malato. Se Kennedy fosse sopravvissuto all’attentato e fosse rimasto in coma, non ci sarebbe stato nessun modo legale per consentire a qualcun altro di assumere i suoi poteri. Per scongiurare questa eventualità, nel febbraio del 1967 fu aggiunto alla quarta sezione della costituzione il 25° emendamento, in base al quale un presidente può essere rimosso se giudicato “incapace di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio”. Il compito di valutare lo stato di salute spetterebbe al vicepresidente e alla maggioranza dei ministri o a una commissione di esperti di medicina nominata dal congresso. Se il presidente dovesse opporsi, il congresso avrebbe tre settimane per prendere una decisione. Per destituire un presidente è necessaria una maggioranza di due terzi dei rappresentanti di entrambe le camere. Non è previsto appello. Tuttavia, i legislatori rimasero volutamente vaghi su cosa si debba intendere per incapacità di esercitare la presidenza. I politici che proposero la modifica volevano essere sicuri che la decisione finale non fosse lasciata ai medici. Il destino di un presidente, avrebbe scritto in seguito Birch Bayh, senatore dell’Indiana, è “una questione puramente politica” che dovrebbe essere affidata al “giudizio dei politici in carica”. Questo significa che il 25° emendamento potrebbe essere invocato per un presidente che non è incapacitato ma ha dei problemi mentali.
Alcuni psichiatri della Duke university hanno pubblicato nel 2006 uno studio sul Journal of Nervous and Mental Disease in cui sostengono che circa la metà dei presidenti presi in esame ha sofferto di una malattia mentale. I ricercatori hanno analizzato le biografie e le anamnesi di 37 presidenti, da Washington a Nixon, e hanno scoperto che in una certa fase della vita il 49 per cento di loro mostrava i sintomi di un disturbo psichiatrico. In genere si trattava di depressione, ansia o dipendenza da sostanze. Dieci presidenti, cioè uno su quattro, hanno mostrato “durante il loro mandato sintomi che nella maggior parte dei casi probabilmente gli impedivano di svolgere i loro compiti”. Alcuni di questi disturbi hanno avuto conseguenze storiche importanti. Poco prima che fosse eletto, nel 1853, Franklin Pierce perse un figlio in un incidente ferroviario. A detta del suo biografo, la sua presidenza fu segnata dal “peso di un dolore insopportabile”. Cupo e spesso ubriaco, Pierce non fu capace di placare le tensioni che avrebbero portato alla guerra civile.
Anni dopo la sua morte, si è scoperto che Lyndon Johnson aveva cominciato a mostrare sintomi di una profonda paranoia con l’intensificarsi del conflitto in Vietnam. Due dei suoi assistenti chiesero segretamente consiglio ad alcuni psichiatri. Johnson era convinto che il New York Times, le Nazioni Unite e le élite – che lui chiamava “quelli di Harvard” – complottassero contro di lui. Aveva preso l’abitudine di portare nella tasca della giacca false statistiche sui “successi” dei soldati che combattevano in Vietnam. “Per molto tempo Johnson riuscì non a cambiare la realtà ma a ingannare buona parte del paese, e forse anche se stesso”, ha scritto uno dei suoi assistenti.
La lezione del Watergate
Per quanto ne sappiamo, una sola amministrazione ha preso in considerazione l’idea di usare il 25° emendamento per destituire un presidente. Nel 1987, a 76 anni, Ronald Reagan appariva affaticato dalla tensione causata dalla vicenda Iran-Contra. I suoi collaboratori notavano che era sempre più distratto e maldestro. Howard H. Baker fu nominato capo di gabinetto della Casa Bianca nel febbraio del 1987. Al suo arrivo trovò il caos: “Sembrava avvilito ma non depresso”, avrebbe detto in seguito a proposito di Reagan. Baker chiese a Jim Cannon, un suo assistente, di interrogare i funzionari della Casa Bianca sui motivi del cattivo funzionamento dell’amministrazione. Cannon scoprì che Reagan non leggeva neanche i documenti più brevi. “Dicevano che non andava più al lavoro, voleva solo guardare film in tv nella sua residenza”, ricorda Cannon in Landslide, un libro del 1988 sul secondo mandato di Reagan scritto da Jane Mayer e Doyle McManus. Una sera Baker convocò un piccolo gruppo di assistenti a casa sua. Uno di loro, Thomas Griscom, mi ha detto di recente che Cannon, morto nel 2011, “aveva accennato all’idea di invocare la costituzione. Baker era scettico, ma il giorno dopo aveva proposto una sorta di procedimento diagnostico: avrebbero osservato il comportamento del presidente a pranzo. In quell’occasione Reagan fu attento e spiritoso, e Baker considerò chiusa la questione. Nessuno sollevò più il problema. Nel 1993, quattro anni dopo che aveva lasciato il suo incarico, a Reagan fu diagnosticato l’Alzheimer. I medici che lo avevano seguito alla Casa Bianca dissero che non ne avevano mai visto i sintomi durante la presidenza. Nel 2015 un gruppo di ricercatori dell’Arizona state university ha pubblicato uno studio sul Journal of Alzheimer’s disease in cui afferma di aver esaminato le trascrizioni delle conferenze stampa durante la presidenza Reagan e di aver notato dei cambiamenti nel suo modo di parlare che preannunciavano l’inizio della demenza. Reagan aveva cominciato a ripetere le parole e a usare “cosa” al posto di nomi specifici, ma mentre era in carica non avevano potuto dimostrare che la sua facoltà di giudizio e la sua capacità di prendere decisioni erano compromesse.
La maggior parte degli studiosi di malattie mentali si tiene alla larga dalla politica dal 1964, quando la rivista Fact chiese a una serie di psichiatri se pensavano che Barry Goldwater, candidato del Partito repubblicano, fosse psicologicamente in grado di assumere la presidenza. Più di mille dissero che non lo era, definendolo “perverso”, “impulsivo” , “paranoide e schizofrenico”. Goldwater li querelò per diffamazione, vinse la causa e, nel 1973, l’American psychiatric association aggiunse al suo codice etico la cosiddetta “regola Goldwater”, che vietava di esprimere diagnosi senza aver visitato personalmente un paziente e senza essere autorizzati da lui a discutere pubblicamente i risultati della visita.
Tuttavia, con Trump la regola è stata già ripetutamente violata. Più di 50mila professionisti della salute mentale hanno firmato una petizione nella quale si afferma che Trump è “troppo disturbato mentalmente per svolgere le mansioni di presidente e dovrebbe essere destituito” in base al 25° emendamento. Secondo Lance Dodes, un ex professore di psichiatria clinica della facoltà di medicina di Harvard, il profilo di Trump corrisponde a quello di una persona affetta da narcisismo maligno, un disturbo caratterizzato da manie di grandezza, bisogno di ammirazione, sadismo e la tendenza ad abbandonarsi a fantasie irrealistiche. Allen Frances, un professore emerito della facoltà di medicina della Duke university, ha cercato di scoraggiare queste diagnosi pubbliche scrivendo: “Sarà anche un narcisista di prima classe, ma questo non significa che sia malato di mente, perché non soffre delle ansie e dei deficit richiesti per diagnosticare un disturbo mentale. L’antidoto a una distopica epoca buia trumpiana dev’essere politico, non psicologico”.
Secondo Lawrence C. Moher, che è stato uno dei medici della Casa Bianca tra il 1987 e il 1993, un presidente dovrebbe essere valutato in base a cose come “l’attenzione, le facoltà cognitive, la capacità di giudizio, la capacità di scegliere tra varie opzioni e quella di comunicare chiaramente”. Nel 2010 Mohr ha detto a un ricercatore: “Se qualcuna di queste facoltà è danneggiata, i poteri del presidente dovrebbero essere trasferiti al vicepresidente fino a quando non sarà di nuovo in grado di assumerli”. In ogni caso, il ricorso al 25° emendamento nel caso di Trump sembra improbabile. A meno che il presidente sia privo di coscienza, l’opinione pubblica potrebbe vederlo come un colpo di stato costituzionale. Nel caso di Trump, misurare il deterioramento nel tempo sarebbe difficile, visto che secondo molti statunitensi le sue “capacità di giudizio” e di “comunicare chiaramente” erano deteriorate da prima che andasse al potere. Per questi motivi, Robert Gilbert, lo studioso della salute dei presidenti, dice: “Se il presidente è solo se stesso, e continua a parlare come faceva in campagna elettorale, il vicepresidente e i ministri avrebbero difficoltà a intervenire”.
Lo strumento storicamente più efficace per destituire un presidente è la messa in stato d’accusa. Gli autori della costituzione consideravano così importante prevedere la possibilità di destituire il capo dell’esecutivo che la inserirono nel testo prima ancora di aver stabilito nei dettagli le competenze della carica. Il 2 giugno 1787 i delegati presenti alla convention per la stesura della costituzione stabilirono – senza dibattito – il diritto di mettere sotto accusa un presidente per “negligenza o mancato rispetto dei propri doveri”. Attribuirono alla camera dei rappresentanti il potere di mettere sotto accusa un presidente per “tradimento, corruzione o altri reati gravi” con un voto a maggioranza semplice, e al senato il potere di accogliere o respingere la mozione con una maggioranza di due terzi.
Ma cosa significa “reati gravi”? Nel 1970, durante il fallito tentativo di mettere in stato d’accusa il giudice della corte suprema William O. Douglas, il deputato Gerald Ford sostenne che un reato grave è “qualsiasi atto sia considerato tale dalla maggioranza dei deputati in un determinato momento della storia”. Era un’affermazione eccessiva, ma conteneva una verità fondamentale: la messa in stato d’accusa è possibile anche in mancanza di una specifica violazione del codice penale. Quando avevano scritto “reati gravi”, i padri fondatori si riferivano a chi tradiva la “fiducia dei cittadini” commettendo abusi di potere, violando le norme etiche o i princìpi della costituzione.
Questo articolo fu messo alla prova per la prima volta nel 1868, quando il presidente era Andrew Johnson. Arrivato alla Casa Bianca dopo l’assassinio di Lincoln, Johnson era un senatore del Tennessee che simpatizzava per gli stati del sud e si sentiva a disagio a Washington, che definiva con disprezzo “dodici miglia quadrate circondate dalla realtà”. Si prendeva gioco del congresso e aveva posto il veto alla legge sui diritti civili del 1866, che dava il diritto di cittadinanza agli schiavi liberati. Il congresso era furibondo. Il senatore Carl Schurz del Missouri paragonò Johnson a “un cinghiale ferito e impazzito dalla rabbia”. Il presidente violò deliberatamente la legge che vietava di licenziare un ministro senza il consenso del senato, e la camera ricorse all’impeachment accusandolo di “non rispettare” un altro potere dello stato e di “impedire l’applicazione” di leggi approvate dal congresso. Johnson fu assolto dal senato per un solo voto. David O. Stewart, l’autore di Impeached, in cui racconta il caso di Johnson, spiega che scrivendo il libro ha fatto una scoperta fondamentale: la messa in stato d’accusa non è un procedimento giudiziario ma uno strumento politico. “Dal momento che un grande potere è concentrato nelle mani di un’unica persona, dobbiamo dare per scontato che quella persona sia saggia e competente”, dice. “Ma se abbastanza persone pensano che non lo sia più, a quel punto può scattare l’impeachment”. Per questo motivo forse le prove concrete di cattiva condotta non sono il criterio più importante per determinare se un presidente può essere messo sotto accusa. “La cosa più importante è il livello di popolarità”, sostiene Michael J. Gerhardt, un professore di diritto costituzionale dell’università del North Carolina. “È improbabile che un presidente popolare rischi l’impeachment. In secondo luogo, è importante capire se il presidente ha un buon rapporto con il suo partito. Il terzo fattore decisivo è il rapporto con il congresso, e solo dopo viene la natura della violazione commessa”.
La lezione più preziosa sugli impeachment arriva dal caso Nixon. Nel 1974 Richard Nixon si dimise poco prima di essere messo in stato d’accusa, ma i suoi errori di giudizio – politico, psicologico e legale – fanno capire quali sono i rischi che può correre un presidente. Nel 1972 la sua amministrazione ordinò che venissero messe delle microspie all’interno della sede del comitato nazionale democratico nel complesso del Watergate, e in seguito cercò di insabbiare la notizia. Era un’operazione illegale e immorale, ma non fu quella a determinare la caduta di Nixon, che fu invece provocata da due errori. Per prima cosa, quando scoppiò lo scandalo il presidente sottovalutò i rischi per la sua presidenza. “Si potevano fare diverse cose per superarlo indenni”, afferma Evan Thomas, autore di Being Nixon. “Avrebbero potuto far sparire tutte le prove e licenziare un po’ di gente”. Ma Nixon dava per scontato che i suoi elettori non avrebbero mai creduto alle accuse. “Nei sondaggi dell’agosto 1972, a meno di tre mesi dalle elezioni, era in testa di 34 punti”, continua Thomas. “Avrebbe potuto spogliarsi e mettersi a correre nel giardino della Casa Bianca e lo avrebbero rieletto lo stesso”. Quando vide che lo scandalo non si placava, Nixon commise il secondo errore: mostrò disprezzo per un altro potere dello stato. Nell’ottobre del 1973 si rifiutò di rispettare una sentenza di una corte d’appello federale che gli imponeva di consegnare i nastri delle conversazioni registrate nello studio ovale, e costrinse Archibald Cox, il procuratore speciale che conduceva l’indagine, a dimettersi. Nixon continuò a resistere per nove mesi, mettendo in crisi il sistema costituzionale, fino a quando, nel luglio del 1974, la corte suprema gli impose di consegnare i nastri. A quel punto il danno era fatto, e la commissione giustizia della camera cominciò le audizioni per la messa in stato d’accusa del presidente. Mettendosi in contrasto con gli altri poteri, Nixon aveva perso il sostegno del congresso e convinto il paese che aveva qualcosa da nascondere. Fino a quel momento, la maggior parte dell’opinione pubblica non aveva seguito più di tanto quella lunga e complessa inchiesta, ma alcune interviste condotte all’epoca dimostrano che la resistenza di Nixon aveva attirato l’attenzione degli statunitensi, e a quel punto aveva perso i consensi che aveva in passato. “Negli ultimi mesi ha dato prova della sua incompetenza, e non penso che gli americani debbano più sopportarlo”, disse una donna intervistata a New York dall’Associated Press. “In effetti ho appena firmato una petizione perché venga messo in stato d’accusa”. Ad agosto molti dei suoi principali collaboratori erano già stati incriminati, e secondo i sondaggi il 57 per cento della popolazione era convinta che Nixon dovesse essere destituito. Il 6 agosto, dopo che era saltata fuori una registrazione in cui ordinava l’insabbiamento, fu abbandonato anche dai repubblicani, che fino a quel momento avevano definito lo scandalo Watergate una caccia alle streghe. Il 9 agosto Nixon scrisse al segretario di stato Henry Kissinger: “Caro signor ministro, con questa lettera rassegno le dimissioni da presidente degli Stati Uniti. Cordiali saluti, Richard Nixon”.
L’intuizione di Clinton  
Un quarto di secolo dopo, il procedimento contro Bill Clinton insegnò altre due cose: una su come si può arrivare a una crisi e una su come se ne può uscire. La prima lezione è che le indagini producono altre indagini. Nel gennaio del 1994, quando un procuratore speciale cominciò a indagare sugli investimenti immobiliari di Bill e Hillary Clinton in Arkansas, era impossibile prevedere che cinque anni dopo l’indagine sarebbe finita con la messa in stato d’accusa di Clinton per aver negato una relazione extraconiugale con Monica Lewinsky, una stagista della Casa Bianca che aveva 22 anni. Molti si indignarono per come il procuratore speciale Kenneth Starr stava conducendo l’inchiesta, e lo accusarono di abuso di potere, ma l’indagine dimostrò che quando la Casa Bianca finisce sotto inchiesta rischia di entrare in una spirale di crisi. La seconda lezione del caso di Clinton arriva dalla strategia adottata dai suoi avvocati: ricordando quello che era successo a Nixon, capirono che se il presidente avesse perso la fiducia dell’opinione pubblica i democratici al congresso lo avrebbero abbandonato. Gregory Craig, uno degli avvocati, dice: “La questione fondamentale è che si tratta di un processo politico”. Craig e i suoi colleghi spesero più energie per mantenere vivo il sostegno dei democratici e degli elettori che per contestare le prove. Descrissero Clinton come una vittima: sostennero che i suoi avversari stavano cercando di sfruttare un errore – il fatto di aver negato una relazione extraconiugale – che non era equiparabile agli abusi di potere di cui parla la costituzione. “La nostra strategia si basava essenzialmente sulla contrapposizione tra i partiti”, ammette Craig. “Rilasciai un comunicato stampa in cui dicevo che quello era il processo più ingiusto dai tempi dell’inquisizione spagnola”. Quella tattica funzionò. Quando la camera mise in stato d’accusa Clinton, il 19 dicembre del 1998, la sua popolarità superava il 70 per cento, il livello più alto che avesse mai raggiunto. Quando il caso arrivò al senato, gli avvocati di Clinton sfruttarono la sua popolarità e presentarono i suoi errori nel contesto più ampio della sua presidenza. Nell’arringa finale Charles Ruf, il capo dell’ufficio legale della Casa Bianca, chiese: “Lasciare in carica il presidente metterebbe in pericolo le libertà dei nostri cittadini?”. Il senato assolse Clinton da tutti i capi d’imputazione.
Se Trump fosse messo sotto accusa, probabilmente i suoi avvocati cercherebbero di presentarlo come la vittima di un complotto dei suoi avversari, ma il vero problema sarebbe la sua impopolarità. I repubblicani al congresso non avrebbero molti motivi per difenderlo. Nonostante questo, i democratici che si oppongono a Trump possono ricavare un’indicazione più generale dall’impeachment di Clinton. “È molto importante mostrarsi addolorati invece che arrabbiati”, dice Stewart. “Non bisogna tirare fuori i denti e le unghie. Non è solo una questione di tattica, si tratta del bene del paese, perché si dovrebbe ricorrere all’impeachment solo se è veramente necessario”. Dato che i repubblicani alla camera quasi sicuramente non avvierebbero mai la procedura di messa in stato d’accusa di un presidente repubblicano, realisticamente l’impeachment di Trump sarebbe possibile solo se i democratici conquistassero la maggioranza alla camera. Potrebbero riuscirci nelle elezioni di metà mandato del 2018.
I dirigenti repubblicani sono relativamente ottimisti sulla possibilità di conservare la maggioranza. Ma Douglas Holtz-Eakin, un economista conservatore, è convinto che i democratici abbiano più possibilità di quanto si pensi. “Quando un partito conquista la camera, il senato e la Casa Bianca, alle successive elezioni di metà mandato di solito perde circa 35 seggi alla camera”, sostiene. “Oggi i repubblicani alla camera hanno una maggioranza di 23 seggi, quindi sono a rischio”. La cattiva notizia per i repubblicani è che i presidenti impopolari fanno aumentare le probabilità di una sconfitta nelle elezioni di metà mandato. Dal 1946 a oggi, ogni volta che un presidente ha avuto un tasso di consensi superiore al 50 per cento, il suo partito ha perso in media 14 seggi, mentre con un tasso di consensi inferiore al 50 per cento, la perdita media è stata di 36 seggi. Steve Schmidt, il consulente repubblicano, ricorda che “l’ultima volta che i repubblicani hanno perso il controllo della camera è stato per un misto di incompetenza – la guerra in Iraq e l’uragano Katrina – e di corruzione” durante la presidenza di George W. Bush.
L’amministrazione Trump mostra difetti simili, dice Schmidt. “Le continue bugie, la scarsa affidabilità delle dichiarazioni della Casa Bianca – dal presidente fino al suo portavoce – il dilettantismo delle minacce ai parlamentari, gli ultimatum, le ‘liste di nemici’ e l’atteggiamento vendicativo”. 
Il professore infallibile  
Se i democratici riprendessero il controllo della camera, la commissione giustizia potrebbe creare una sottocommissione per indagare su possibili abusi e individuare specifici motivi per la messa in stato d’accusa. Entreranno in gioco anche le varie indagini già in corso su Trump. Oltre al problema del conflitto d’interessi e alla possibile collusione con i russi, Trump ha decine di processi civili in corso. In un procedimento già in corso alla corte federale, è accusato di aver incitato il pubblico alla violenza durante un comizio del marzo 2016 a Louisville, nel Kentucky. In un tribunale statale di New York deve rispondere alle accuse di Summer Zervos, una ex concorrente del suo programma The apprentice, che sostiene di essere stata molestata da Trump nel 2007. Non è ancora chiaro se la costituzione consente di mettere in stato d’accusa un presidente per reati commessi prima di entrare in carica ma, come ha dimostrato il caso di Clinton, i processi civili sono pericolosi, soprattutto se il presidente deve testimoniare sotto giuramento. Molti studiosi pensano che i motivi più plausibili per un eventuale impeachment di Trump potrebbero essere la corruzione e l’abuso di potere. Noah Feldman, un professore della facoltà di giurisprudenza di Harvard specializzato in studi costituzionali, sostiene che l’uso apparentemente innocuo che l’amministrazione sta facendo del suo potere per ottenere vantaggi privati “può essere considerato motivo di impeachment”, anche senza prove di un reato perseguibile.
Allan J. Lichtman è uno storico dell’American university che ha previsto i risultati di tutte le elezioni presidenziali dal 1984 a oggi, compresa la vittoria di Trump. Ha appena pubblicato The case for impeachment, in cui prevede che Trump non porterà a termine il suo mandato a causa di “una serie di violazioni dei limiti della costituzione, simile a quella di Nixon”. Il senatore Richard Blumenthal, un democratico del Connecticut che fa parte della commissione giustizia, è convinto che l’atteggiamento denigratorio e irrispettoso dell’amministrazione nei confronti del congresso e della magistratura fa presagire una “crisi costituzionale” come quella che scoppiò quando Nixon respinse il giudizio del tribunale sulle registrazioni alla Casa Bianca. “Prevedo che si arriverà a un punto in cui il presidente o l’amministrazione riceveranno mandati di comparizione da parte di un’agenzia investigativa, l’Fbi o una commissione indipendente. E se questo succederà, si potrebbe arrivare a un braccio di ferro che non si vede dai tempi di Nixon”.
Durante la campagna elettorale, Trump si è presentato come un leader capace di convincere i repubblicani di orientamenti diversi. Ma in questi mesi si è scontrato sia con il Freedom caucus, l’ala più conservatrice, sia con i repubblicani moderati. 
Arroganza e cecità  
Alla fine dei conti, la storia delle presidenze tormentate è una storia di arroganza, di cecità di fronte ai propri errori e agli avvertimenti e di rifiuto delle realtà scomode. Il problema del potere non è che corrompe, questo lo sappiamo tutti. “Quello che nessuno dice”, scrive Robert Caro nel libro Master of the senate a proposito di Lyndon Johnson, “è che il potere rivela”. Dopo aver passato anni a occuparsi degli affari di famiglia, senza obblighi pubblici né consigli di amministrazione a cui rendere conto, Trump si è trovato improvvisamente sottoposto a una valutazione del suo operato, e la sua reazione è stata furiosa. Forse imboccherà una strada più tranquilla – almeno in parte – se capirà che quelli che denunciano i suoi errori sono in grado di togliergli il potere.
Quando ha messo a confronto le crisi di Nixon, Reagan e Clinton, James P. Pifner, un politologo della George Mason university, ha scoperto che i tre presidenti avevano in comune un pericoloso eccesso di fiducia in loro stessi. In tutti i casi il presidente “non riusciva ad ammettere neanche con se stesso di aver fatto qualcosa di sbagliato”. Nixon era convinto che i suoi nemici facessero le stesse cose che faceva lui; Reagan pensava che dare armi in cambio di ostaggi fosse il prezzo da pagare per stabilire rapporti con l’Iran; Clinton insisteva nel sostenere che tecnicamente aveva detto la verità. Secondo Pifer, “queste razionalizzazioni spinsero i presidenti a intraprendere strade più pericolose di quelle che avrebbero potuto prendere se avessero ammesso subito la verità”. La legge e la storia ci dicono che il rischio più imminente che corre Trump non è tanto quello di essere destituito quanto quello di ritrovarsi con le mani legate a causa dall’impopolarità e dalla sfiducia nei suoi confronti. È il quinto presidente a non aver conquistato il voto popolare. E, tranne George W. Bush, nessuno degli altri ha ottenuto un secondo mandato. Per Trump c’è un pericolo meno drammatico dell’impeachment o del ricorso al 25° emendamento: trascinarsi per un unico mandato costantemente ostacolato dall’opposizione.
William Antholis, politologo del Miller center dell’università della Virginia, mi ha detto che Trump non gli ricorda tanto Nixon ma Jimmy Carter, un altro outsider che si era impegnato a cambiare il modo in cui funzionava Washington. Carter era l’opposto di Trump per stile e integrità morale, dice Anatholis. Ma come Trump, pur avendo la maggioranza in entrambe le camere non riuscì a collaborare con il suo stesso partito e si alienò le simpatie del congresso. Dopo quattro anni lasciò la Casa Bianca senza aver realizzato i suoi ambiziosi programmi sulla previdenza sociale, la riforma fiscale e l’indipendenza energetica. Oscillando tra l’America di Kenosha e quella di Mar-a-Lago, Trump non è né un vero rivoluzionario né un uomo dell’establishment. Ha un debito ideologico sia con i populisti di destra sia con la Goldman Sachs. È quello che il politologo Stephen Skowronek chiama un presidente “disgiuntivo”, uno che “regna sulla fine dell’ortodossia del suo stesso partito”. Trump sa che l’ideologia reaganiana non è più politicamente proponibile, ma deve ancora creare un nuovo modo di essere conservatore che vada oltre la nostalgia per il suprematismo bianco. Per il momento, tutto quello che sta cercando di fare è riaccendere le braci della campagna elettorale, rimettersi sotto i riflettori. È questo che gli dà la carica. Ma cosa pensa dell’opinione pubblica? Si rende conto che il suo destino politico è nelle mani di tutti i cittadini? 
La speranza di un’elettrice  
A Kenosha, quando ha finito il suo discorso, Trump ha attraversato il palco per firmare un ordine esecutivo. “Preparatevi”, ha detto. “Questa è una cosa importante”. Da quando si era insiediato aveva già firmato 24 ordini esecutivi, e firmare era diventato il suo modo preferito per dimostrare il suo potere. Le finalità di quel decreto erano modeste, riguardava semplicemente una serie di studi sui visti e sulle importazioni, ma lui lo ha definito “storico”. Ha tolto il cappuccio alla penna e, prima di firmare, ha detto: “A chi devo dare questa penna? Questa è la domanda fondamentale, vero?”. C’è stata una risatina nervosa e lui ha invitato alcuni politici locali a salire sul palco per mettersi al suo fianco mentre firmava. Poi ha detto: “Questo è un grandissimo onore per me”, e ha ripetuto la battuta: “L’unico problema è: a chi andrà questa penna?”. Come fa sempre, ha sollevato il foglio per mostrarlo alle telecamere girandolo a destra e a sinistra, e ha fatto un gran sorriso. È sceso dal palco e ha camminato lungo la prima fila della sala, stringendo mani, fino a quando gli agenti della sicurezza non lo hanno prelevato per accompagnarlo al suo elicottero. Tornava dritto a Washington. Il pubblico, costretto a rimanere dov’era fino a quando Trump non si è allontanato, gironzolava imbarazzato. L’atmosfera teatrale si era dissipata e si era lasciata dietro quel che restava di un normale martedì di lavoro. Mi sono avvicinato a una signora che si è presentata come Donna Wollmuth. Aveva 68 anni e lavorava nel magazzino della Snap-on, dove preparava i pacchi da spedire. Le ho chiesto cosa pensava del discorso di Trump. “Io ci credo”, ha detto. “Credo nell’America e voglio che i posti di lavoro tornino qui”. All’inizio mi sono chiesto se non stesse solo ripetendo gli slogan di Trump, ma poi mi è sembrato chiaro che aveva riflettuto sul suo messaggio. La sua è una delle classiche storie che spiegano l’ascesa di Trump. Aveva lavorato alla macchina da cucire per ventitré anni, confezionava biancheria e abbigliamento sportivo per l’azienda Jockey. Quando la fabbrica ha chiuso, nel 1993, e la produzione è stata spostata all’estero, ha trovato lavoro alla Chicago Lock (“cinque anni dopo ha chiuso anche quella”) e infine alla Air Flow Technology, che fabbrica filtri industriali. Dopo quattordici anni era arrivata a guadagnare quasi 17 dollari all’ora, ma nel 2015 è stata licenziata. “Ho perso il lavoro perché hanno preferito assumere qualcuno che potevano pagare sette dollari meno di me. C’erano tanti immigrati. Mettiamola così. Sono sicura che mi capisce”. Non le faceva piacere parlarne, ma non aveva altro modo per farmi capire. “Per me questa faccenda dell’immigrazione è importante, perché mi tocca da vicino, ho perso il lavoro e l’assistenza per darli a persone che sono qui illegalmente”. Aveva quasi sempre votato per i democratici, ma era arrivata a pensare che il futuro della sua famiglia – ha sette nipoti tra i suoi e quelli del marito – era molto buio. Quando Trump è sceso in campo, non le piacevano le sue pagliacciate. “Deve imparare a tenere la bocca chiusa”, ha detto Wollmuth, ma la promessa di far ripartire l’industria americana era troppo specifica e troppo attraente per essere ignorata. Ha scommesso su di lui, come hanno fatto molti dei suoi vicini. Dopo aver votato per Obama alle due elezioni precedenti, nel 2016 la contea di Kenosha si è schierata dalla parte di Trump, per soli 255 voti su più di 71mila. È un vantaggio fragile. Alla fine di aprile, Trump ha pubblicizzato i risultati di un sondaggio del Washington Post e di Abc News secondo cui solo il 2 per cento di quelli che avevano votato per lui se n’erano pentiti. Quando ho chiesto a Wollmuth se era pentita, mi ha fatto chiaramente capire che quella era la domanda sbagliata. “Non voglio rimanere delusa e spero che lui ci stia provando sul serio”, ha detto. “Mi piacerebbe crederlo. Mi piacerebbe che succedesse. Per il momento sono confusa”. Uscendo dalla sede della Snap-on, tra la gente che intonava slogan contro di lui, mi sono chiesto se Trump poteva vedere i manifestanti dal suo elicottero. Il presidente ha una vera fissazione per le folle, conosce bene le loro imprevedibili potenzialità. Mi sono ricordato di qualcosa che mi aveva detto a questo proposito Sam Nunberg, il suo consulente durante la campagna elettorale. “Una volta gli ho detto: ‘È una folla enorme. Ma chi se ne frega. Quello che conta sono i voti’. E lui ha risposto: ‘No. Dev’essere enorme’. In parte era perché era seriamente preoccupato per il paese. E anche perché voleva un segnale di come sarebbe andata a finire. Le folle e il loro entusiasmo erano la prova che aveva creato un movimento”.