martedì 6 giugno 2017

il manifesto 4.6.17
Macaluso: «Non chiamatela Unità: a Renzi non serve un giornale di partito»
Intervista. L’Unità ha sospeso le pubblicazioni. Emanuele Macaluso, già direttore della storica testata fondata da Antonio Gramsci: «Il Pd è un aggregato elettorale al servizio di un leader che ha già Tv, tweet e interlocutori nei grandi media». Ma esiste la possibilità di giornali politici che si rivolgano alla sinistra «con autonomia politica e culturale»

di Roberto Ciccarelli

La Piesse, che detiene la quota di maggioranza della società editrice dell’Unità insieme a Eyu che fa capo al Partito Democratico, ha interrotto le pubblicazioni del quotidiano. In una lettera inviata al segretario della Federazione nazionale della Stampa (Fnsi) Raffaele Lorusso l’azienda ha confermato la decisione di interrompere volontariamente la pubblicazione e ha annunciato la volontà di ricorrere agli ammortizzatori sociali in attesa di portare a termine «la ristrutturazione aziendale». Lo storico quotidiano non sarà più in edicola e i suoi giornalisti resteranno in sciopero ad oltranza. Mercoledì è previsto un incontro tra l’editore e la Fnsi.
Emanuele Macaluso, 93 anni, già direttore del quotidiano dal 1982 al 1986, ha scritto su facebook «Smettete la pubblicazione de L’Unità “fondata da Antonio Gramsci”. Volete fare un giornale? Nessuno ve lo impedisce. Fatelo, ma con un’altra testata». Per questo giornale è la fine?La fine ha una data più antica: il 1991 quando il Partito Comunista è stato sciolto. Dopo la testata si è trascinata con una serie di proprietà editoriali incerte e con direttori che non hanno avuto un rapporto con la storia del giornale, né erano iscritti al partito. Venivano anche da Repubblica che era il nostro concorrente. La situazione è peggiorata man mano che il partito di riferimento ha cambiato il nome: Pds, Ds fino al Pd, formato con pezzi della Margherita provenienti dalla Democrazia Cristiana con l’obiettivo, secondo me sbagliato, di costruire una forza di centrosinistra A mio avviso il tentativo non è riuscito. Gramsci ha fondato il giornale per dare forza a un partito comunista. Nel frattempo il partito ha cambiato radicalmente identità. Da forza sociale è diventato un aggregato politico elettorale al servizio del leader.
Renzi non si è mai dato molta pena per sostenere il giornale del suo partito. Come spiega la sua indifferenza?
Lui ha una altra visione della comunicazione, la Rai, Twitter, Facebook, il rapporto con alcuni giornalisti che influenzano la grande opinione. Non gli serve l’Unità. Ha un altro modo di fare politica che non c’entra nulla con la storia del giornale.
Con Staino alla direzione c’è stato un tentativo di fare un giornale di sinistra…
Il povero Staino ha provato a farne uno non identificabile con Renzi, ma si è scontrato con una situazione economica difficile. I costruttori che hanno rilevato la maggioranza del giornale non lo hanno fatto perché amavano la sua storia, ma perché probabilmente pensavano di ottenere qualche vantaggio. Non so se li hanno avuti, mi sembra di no, e c’è stata anche una rottura. Non hanno voluto investire, hanno caricato di debiti il giornale, non hanno pagato lo stampatore. I giornalisti hanno denunciato il ricatto al Cdr che doveva convincere gli ex colleghi a rinunciare ai diritti sanciti dal giudice del lavoro per sbloccare gli stipendi ai dipendenti. Un giornale non può vivere con editori che pensano ai loro affari e un Pd con un segretario che non ha nessun interesse a un giornale aperto a sinistra
E ora?
Se ho capito bene il giornale sospende le pubblicazioni, mentre si pensa alla cassa integrazione. Per il resto se ne riparlerà a settembre o a ottobre. Un giornale che vendeva si e no poche migliaia di copie e aveva una redazione di 28 persone ha messo i giornalisti in una situazione imbarazzante e giustamente ora rivendicano la loro professionalità. È una situazione molto amara. Il giornale secondo me è finito.
Circola un’ipotesi di Maurizio Costanzo e Maria De Filippi. La ritiene un’ipotesi credibile?
Non so se la voce è attendibile, io l’ho pubblicata. A meno che non faccia un giornale per Renzi. Ma non l’Unità, lo chiami diversamente, un titolo lo si può sempre trovare. Non credo che uno con l’esperienza di Maurizio si vada a cacciare in questa avventura. Forse qualcuno l’avrà anche proposto, ma bisogna vedere se sarà una soluzione.
Quando ha scritto il suo primo articolo per l’Unità?
Nel 1941 quando aderii al Pci a Caltanissetta. Era un articolo sui minatori della città.
Dopo la guerra Togliatti disse che l’Unità doveva essere il «Corriere della sera dei lavoratori». Cosa intendeva dire?
Il giornale doveva costruire il partito nuovo, contendere l’egemonia sul mondo del lavoro alla borghesia, avere un ruolo di battaglia culturale nella formazione della classe dirigente. Era un giornale di battaglie politiche e sociali su cui scrivevano anche scrittori come Calvino o storici come Paolo Spriano.
Quando è arrivato alla direzione che giornale ha trovato?
Tiravamo ancora centinaia di migliaia di copie. Per farle capire che giornale eravamo, io da direttore feci stampare un milione di copie in occasione di un primo maggio. Allora era possibile, c’era una diffusione di massa e un radicamento del partito. Tutto questo finisce con il Pci.
Esiste ancora una funzione per un giornale di partito?
No, non credo che possano esserci più giornali di partito. Il problema è che non ci sono i partiti con un insediamento sociale, una militanza che fa battaglie politiche e culturali. Esistono forze leaderistiche che non hanno un asse politico-culturale a partire dal quale un giornale può lavorare.
Ciò non toglie che si possa fare un giornale politico di sinistra…
Non c’è più un partito di sinistra di massa, ma la sinistra continua a esistere. Il problema, che vorrei porre anche a voi de Il Manifesto, è che bisognerebbe interpretare più ampiamente questa area. Un giornale di area di sinistra, e non di partito, che non faccia un’operazione pro-Renzi ma che abbia un’autonomia politica e culturale. Può reggere, ma dev’essere un foglio di battaglia politica come, all’opposto, fanno oggi a destra.