martedì 6 giugno 2017

il manifesto 4.6.17
Hitler, discepolo di Platone
Storia moderna. Contro la tradizione di Humboldt e Schlegel, che situava la culla della civiltà in oriente, il nazismo ne assegnò la Urheimat al nord: Johann Chapoutot, «Il nazismo e l’antichità», Einaudi
di Francesco Benigno


Nel prologo di Olympia, il lungometraggio che Leni Riefenstahl girò sui giochi olimpici di Berlino, nell’agosto 1936, una fitta bruma lentamente si dissolve e ne emergono i lineamenti di un tempio greco; poi, a seguire, le immagini di statue di marmo antico, figure di dei e di eroi. Lo sguardo scivola sulle superfici bianche e mostra come, pian piano, la pietra marmorea si animi trasformandosi in carne viva: in particolare, la figura del discobolo, copia del famoso originale in bronzo del V secolo a.C. (andato perduto) di Mirone, si trasforma nel decathleta tedesco Erwin Huber.
La regista non indugia sul discobolo per caso. Tutti sapevano quanto Hitler fosse affascinato da quella statua e infatti in quello stesso anno, superata la concorrenza del Metropolitan Museum di New York, comprò il famoso «discobolo Lancellotti», straordinaria copia romana di età antonina (II sec. d. C.) che venne esposta al pubblico alla Glyptothek di Monaco come dono del Führer al popolo tedesco. Nell’importante discorso di presentazione, Hitler sostenne che «potremo parlare di progresso solo quando raggiungeremo tale bellezza e se possibile quando l’avremo superata».
Il libro del giovane e brillante storico francese Johann Chapoutot, Il nazismo e l’antichità, appena uscito da Einaudi (traduzione di Valeria Zini, pp. 526, euro  34,00) si interroga sulle ragioni profonde della fascinazione nazista per l’antichità classica: molto più significativa di una semplice predilezione estetica, essa si rivelò, com’è noto, parte del nocciolo duro dell’ideologia razzista.
L’impostazione di Chapoutot segna, tuttavia, una svolta culturale: la storiografia contemporaneistica, infatti, più che indagare l’inclinazione nazista per la civiltà classica, ha preferito rivolgersi all’attrazione culturale per il magico e il superomistico che venne alimentata da un Medioevo di maniera e dai programmi di ricerca archeologica dell’Ahnenerbe, la società scientifica creata da Himmler per indagare, tra antiche rune e resti di sacrifici celtici, le radici dell’identità ariana. Hitler, allievo dei gesuiti e accanito lettore di storia antica, rideva tuttavia della passione per gli antichi Germani dalle lunghe barbe fluenti, vestiti di pelli di animali e ricoperti dal tradizionale elmo con le corna; e non esitava a definire la germanomania di Himmler una propensione völkisch, popolareggiante, insieme kitsch e piccolo-borghese: egli «vuol farle proprio vedere queste capanne di fango e cade in ammirazione davanti a ogni coccio d’argilla e ad ogni ascia di pietra che gli capita fra i piedi. In tal modo non facciamo che proclamare a tutto il mondo che, quando la Grecia e Roma avevano ormai raggiunto un livello culturale elevatissimo noi eravamo bravi soltanto a lanciare asce di pietra o a starcene accovacciati intorno a fuochi all’aperto».
Con grande efficacia, Chapoutot mostra come queste parole fossero rese possibili da un vero e proprio programma di annessione culturale dell’antichità classica, basato sul mito dell’appartenenza etnica comune di greci, romani e tedeschi a un’unica razza ariana. Venuti dal nord, gli ariani avrebbero a più riprese portato la linfa necessaria alla civiltà classica, e se i dori avevano rivitalizzato un mondo miceneo, in origine ariano ma poi in decadenza, anche i romani – sia pure meno perfettamente – sarebbero stati rianimati dai trasferimenti delle popolazione nordiche, con gli occhi azzurri e i capelli biondi. Ma era una arianità opportunamente rivisitata: infatti, mentre la tesi classica, originata dalla scoperta del sanscrito e dei legami linguistici con le lingue europee, allocava sulle rive del fiume Indo l’originaria formazione della civiltà detta appunto indo-germanica, il nazismo, riprendendo alcune tesi nazionaliste tardo-ottocentesche, aveva elaborato la teoria di una comune derivazione ariana di tutte le grandi civiltà: discendenti come rami di uno stesso tronco razziale, cresciuto nel nord europeo e poi propagatosi a sud, sulle rive del Mediterraneo.
entre tutta la illustre tradizione culturale tedesca fondata da Humboldt e da Friedrich Schlegel aveva sostenuto che la culla della civilizzazione era in oriente, ora il nazismo proponeva l’idea di una razza superiore che aveva la sua Urheimat, o patria originaria, nell’Europa del Nord, tra la Germania settentrionale e la Scandinavia, le stesse terre dove si voleva fosse situata la perduta Atlantide o la mitica Ultima Thule.
Il decisivo apporto ariano, contributo prometeico all’umanità, non si sarebbe dunque compiuto mediante il classico tragitto da oriente ad occidente – quello stesso percorso che Hegel aveva assegnato al Weltgeist, lo spirito del mondo – ma secondo un movimento da nord a sud: non ex oriente lux bensì ex septentrione lux. L’invenzione nel 1936 della cerimonia dei 3400 tedofori che in dodici giorni portarono a staffetta la fiamma olimpica dalle rovine dell’antica città greca al villaggio tedesco frontaliero di Hellendorf, e poi a Berlino, acquista così il suo vero senso.
La fiamma della civiltà (in Grecia si usava, partendo per una nuova colonizzazione, portare con sé la vampa del focolare) ripercorreva ora a ritroso il sentiero dell’emigrazione ariana fino a toccare finalmente la sua originaria sorgente settentrionale.
Lo scenario ideologico in cui tutto ciò si svolgeva era dominato dalla lotta millenaria delle razze, una costruzione mitica cui l’accademia tedesca, rapidamente arresasi alle pressioni politico-ideologiche del regime, fu chiamata a dare legittimazione, convertendo la narrazione favolistica in discorso pseudo-scientifico: a questa trasmutazione ignobile concorrevano – oltre alla storia – la biologia e, sia pure con qualche resistenza in più, la filologia e le scienze dell’antichità. Il tradizionale filo-ellenismo della cultura tedesca veniva così reinterpretato in chiave razziale attraverso un gioco di polarizzazioni e di schiacciamenti spazio-temporali: da una parte Platone, il filosofo elitario teorizzatore di una repubblica oligarchica di filosofi soldati e di produttori e dall’altro Socrate riletto come «socialdemocratico internazionalista»; da una parte Cristo, profeta dell’arianesimo e dall’altra l’ebreo Paolo, «commissario» bolscevico del Cristianesimo, sabotatore dell’impero romano in nome dell’uguaglianza degli uomini di fronte a Dio; su un versante Sparta, modello dello stato razziale e eugenetico, sull’altro Atene, portatrice dell’infezione democratica; di qui l’Europa fulcro della grande civiltà della Herrenrasse, la razza superiore, e di là l’Asia barbara, focolaio della confusione delle razze, del crogiuolo ellenistico, del mescolamento etnico, della degenerazione.
La visione del regime, espressa in testi scientifici, manifesti propagandistici e manuali scolastici, delinea un cosmo nettamente diviso: da un lato il mondo chiaro apollineo e nordico della «magnifica bionda bestia avida di preda e di vittoria», dall’altra l’oscuro e sfrenato universo dionisiaco da cui nasce il complotto giudeo-cristiano. Passato e presente si fondono confondendosi, e la storia svela la sua fondamentale funzione performativa: le guerre puniche combattute da Roma contro la cripto-semitica Cartagine si reincarnano nelle guerre del III Reich e l’accanita difesa della VI armata del generale Paulus nella battaglia di Stalingrado è assimilata all’eroica resistenza di Leonida alle Termopili, in un gioco di specchi senza fine in cui Hitler è Scipione o Augusto e Stalin Annibale o Serse.
Solo prendendo sul serio questa visione metastorica è possibile spiegare l’atteggiamento di Hitler e della classe dirigente nazista nell’ultima fase della guerra, quando il regime si lanciò prima nella strategia della terra bruciata, poi in una sorta di cupio dissolvi, tramandataci da un altro importante storico, Joachim Fest, come pulsione nichilista.
Già in articolo apparso nel 2007 sulla «Revue Historique» e intitolato «Comme meurt un empire», e ora in questo suo ultimo libro, Chapoutot offre una spiegazione più convincente: Hitler credeva di ritrovarsi protagonista di una lotta millenaria che avrebbe proposto, ciclicamente, sempre gli stessi protagonisti: così, se non era possibile sterminare il proprio nemico biologico, bisognava almeno escludere ogni marcia indietro, ogni ritirata, e acconciarsi a morire come si deve, lasciando ai posteri la testimonianza di rovine altrettanto grandi e foriere di insegnamenti come lo erano state quelle greche e romane.
Il rovinismo è un programma escatologico, equivale al rendersi immortali attraverso la propria morte. Se la Germania, nuova Roma, non poteva trionfare doveva bruciare, come la città di Nerone, perché la storia dello scontro tra le razze sarebbe – secondo l’ideologia nazista non ancora dovunque tacitata – continuata ancora, mossa da un eterno ritorno.