martedì 23 maggio 2017

Linkiesta, 22.5.2017
Il Salone del Libro di Torino ha asfaltato Milano, e per l'editoria è una bellissima notizia
File all'ingresso che non si vedevano da dieci anni, alta partecipazione — e costante — del pubblico ogni giorno, editori entusiasti per il clima e soprattutto per le vendite, entusiasmo in città alle stelle: la prova che coinvolgere i lettori e la comunità è la tattica vincente

Torino

di Andrea Coccia
Quella che si sta chiudendo in queste ore a Torino, pur essendo la trentesima sulla carta, è stata un'edizione unica del Salone del libro, talmente unica da poter essere considerata per molti versi una prima edizione. È stata la prima di un nuovo ciclo; la prima dopo la crisi che ne aveva travolto le fondamenta più di un anno fa; la prima gestita da una squadra completamente inedita, guidata da Nicola Lagioia, ma anche la prima costruita pensando prima di tutto alla comunità dei lettori, sia torinesi — chiamati in causa da una sorta di guerra campanilistica contro Milano che certamente ha portato in tanti al Lingotto — ma non solo. File all'ingresso che non si vedevano da dieci anni; alta partecipazione — e costante — del pubblico ogni giorno; editori entusiasti per il clima e soprattutto per le vendite; entusiasmo in città alle stelle. Le cifre sono ancora provvisorie, ma il fatto che sabato si siano raggiunte le 126 mila presenze, pareggiando sostanzialmente quanto fatto nella complessiva scorsa edizione è l'asticella più importante per capire l'esatta dimensione di un successo che non era affatto scontato. Il successo di questa edizione del Salone non si può slegare dalla sfida lanciata da Tempo di libri, la fiera del libro inaugurata quest'anno a Milano da Aie e alcuni grandi editori milanesi, un appuntamento il cui naufragio — 50 mila presenze, pochissimo entusiasmo e altrettanto basse vendite da parte degli editori — ha certamente aiutato e agevolato la percezione del successo torinese. Un successo la cui evidenza è tanto schiacciante da portare, con ogni probabilità, alla defenestrazione dei vertici dell'Associazione Italiana editori, colpevole di "aver suicidato" un imponente esercito composto dalle più grandi major dell'editoria italiana in una palude mortale. Ma inquadrare questa sfida in un confronto campanilistico tra Milano e Torino ha poco senso e rischia di sottovalutare e ignorare quale sia la vera notizia emersa in questo ultimo mese da due esperienze sostanzialmente analoghe sulla carta, ma i cui destini sono stati speculari. La vera notizia — ed è una bellissima notizia per l'intero mondo dell'editoria italiana — è che a Torino a vincere è stato un modo di lavorare purtroppo molto raro in Italia, fatto di strategia ben pianificata, competenze non improvvisate, lavoro di squadra e collaborazione tra realtà ben radicate, coinvolgimento della base dei lettori e, non da ultimo, una strategia comunicativa finalmente degna del nome. Ha vinto la passione, la competenza, la vitalità, la scaltrezza e il coraggio di una squadra che si è trovata finalmente libera e svincolata dai soliti favoretti politici da concedere a destra e a manca. Ha vinto la comunità, prima quella di Torino, capace di unirsi come era successo poche volte negli ultimi anni, ma soprattutto ha vinto la comunità dei lettori, quella metà dell'Italia che ancora legge e che negli ultimi anni, a causa di campagne di sensibilizzazione sbagliate e non di rado amatoriali, si era sentita abbandonata dall'editoria mainstream. Dopo questa prima battaglia possiamo dire che la sfida Torino contro Milano è stata vinta con bravura, ma anche per manifesta inferiorità dell'avversario. Ora, a bocce ferme, bisogna avere la lucidità di costruire, invece che continuare a dividere. Tutto o quasi è nelle mani dell'Aie e dei grandi editori "secessionisti", che hanno di fronte due possibilità: possono continuare ad essere il maschi alfa e perseverare con la solita politica arrogante aggravando ancora di più la crisi strutturale che è risultata dagli ultimi due decenni di professionalità improvvisata; oppure possono per una volta dimostrarsi lungimiranti e intelligenti, fare un passo indietro, ammettere di aver fatto una cazzata e ricominciare a lavorare insieme a quel gruppo vitale ed entusiasta che si è formato quest'anno al Lingotto. In gioco c'è molto di più di un salone o di una fiera. In gioco c'è tutto un settore, quello editoriale, che ha ancora le carte per riprendere in mano una partita che un paio di anni fa sembrava persa, ma che, per farlo, ha bisogno di una dose da cavallo di umiltà, competenza e volontà di fare qualcosa per la passione di farla, e non soltanto per poter dire di averla fatta. Salone Internazionale del Libro: un successo insperato