giovedì 11 maggio 2017

La Repubblica, 10.5.2017
Dall’inviato Enrico Franceschini
Manchester.


«Non badate agli evasori fiscali, ai baroni della stampa e ai banchieri corrotti che si sentono già la vittoria in tasca. Abbiamo un mese di tempo per rovinargli la festa ». Di Jeremy Corbyn se ne dicono tante: è troppo di sinistra, offre ricette del passato, predica ai convertiti. Ma un pregio bisogna riconoscerglielo: non si arrende. Mai. Nemmeno all'evidenza. Come se non bastassero i sondaggi che prevedono una sconfitta disastrosa per il Labour alle elezioni legislative dell'8 giugno (22 punti di svantaggio), la settimana scorsa è arrivato un verdetto delle urne: il voto alle amministrative in cui il partito laburista ha ottenuto uno dei peggiori risultati della sua storia, battuto dai conservatori 36 a 27 per cento. Eppure, il 67enne capo della sinistra britannica non si deprime: «Lotto per cambiare il Regno Unito, lotto per vincere», dice alla folla radunata per ascoltarlo al lancio del programma elettorale. «E quando vinceremo noi, costruiremo un paese migliore. Un paese per i lavoratori, gli insegnanti, le infermiere, non per i super ricchi della classifica del Sunday Times. Un paese per tutti, non per pochi». È lo slogan sulle fiancate del bus (naturalmente rosso) da candidato- premier che l'ha portato a Manchester: " For the many, not the few". Nella città della rivoluzione industriale ci era già stato giovedì scorso, per l'elezione a sindaco dell'ex-ministro Andy Burnham: allora il neo-sindaco aveva preferito andare a brindare in un ristorante con il suo staff, adesso è al suo fianco, senza grande entusiasmo. Per molti deputati e dirigenti del suo stesso partito, Corbyn è un peso di cui liberarsi al più presto. Ma per la base, giovani o vecchi militanti, è un eroe che ha resuscitato la fede nel socialismo. Se l'8 giugno perderà le elezioni, gli chiede poco prima di arrivare qui l'inviato di BuzzFeed, si dimetterà? «Resterò leader, andrò avanti », risponde (più tardi si corregge: «Comunque vincerò »). Parole che scatenano sui social network previsioni di morte del Labour o di scissione e nascita di un nuovo partito. «Monsieur Zen è tranquillo», replica lui, ineffabile, usando il nomignolo che si è affibbiato da solo. «Corbyn ha molti difetti, ma vanta qualcosa che manca a Theresa May, la personalità», commenta Maurice Mcleod, un giornalista del Guardian che gli va dietro da mesi. Anche questo è innegabile. Specie dal vivo, viene fuori una persona genuina. A cui piace stare fra persone autentiche. Mentre i comizi della premier sembrano una messa in scena, con pubblico selezionato di portaborse e attivisti conservatori, Corbyn si getta fra gli elettori con gusto. È a suo agio, spontaneo, disponibile. Si intrattiene con loro, uno ad uno, come se non avesse di meglio da fare. «Ho visto andare e venire primi ministri e capi dell'opposizione, ma non ho mai sentito un chiaro invito a creare un'alternativa alla nostra economia truffa », dice qualche giorno prima davanti alla platea della Metropolitan University, sua alma mater, nell'East End di Londra. Il capitalismo, è evidente, non gli piace. «La gente è stanca», continua. «Stanca di non avere una casa decente, di attese interminabili in ospedale, di salari bassi, di un sistema che premia i privilegiati. I conservatori dicono che non possiamo vincere perché non accettiamo le regole del gioco? Ebbene, è vero, non le accettiamo. Non accettiamo i club esclusivi. Non accettiamo di essere governati dalle élite. Non accettiamo che il popolo debba sempre accontentarsi e non possa aspirare a un futuro migliore». A Manchester, dopo il discorso, si concede con pazienza ai giornalisti. Perché non si è battuto di più contro la Brexit nel referendum? «Mi sono battuto. Ma bisogna accettare il risultato del referendum e ora il Labour è l'unico ostacolo alla hard Brexit e alla Gran Bretagna paradiso fiscale progettata dai Tories». Laura Kuenssberg, una reporter della Bbc che alcune indiscrezioni danno vicina ai conservatori, gli chiede per cinque volte se esclude tassativamente di restare nella Ue e per cinque volte Corbyn non risponde espressamente di no: «Vigileremo per ottenere da Bruxelles un accordo che rispetti gli interessi dei lavoratori», si limita a dire. Sulla Brexit è accusato di vaghezza. Sul resto, di fare tante promesse, case popolari, fondi alla scuola, alla sanità, alla polizia, senza spiegare come mantenerle. L'ultimo spot dei conservatori lo ritrae davanti a una "bomba di tasse e debiti". E il suo numero due, John McDonnell, afferma: «Da Marx c'è molto da imparare ». Ma Jeremy Corbyn non ribatte alle polemiche. Resta imperturbabile, calmo, gentile: zen, effettivamente. E diverso: ieri sera Theresa May si è fatta intervistare dalla Bbc insieme al marito Philip (banchiere, tanto per cambiare), poi è stato il turno del capo laburista, ma da solo, senza la (terza) moglie, perché rifiuta la spettacolarizzazione, o volgarizzazione, della politica. Qualcuno si chiede se dietro il suo idealismo incorreggibile ci sia una recita o un'illusione. Crede davvero di poter diventare premier? «Ci spero », risponde, la mano sul cuore. Se non succederà, tuttavia, probabilmente gli basterebbe continuare a fare l'opposizione ad oltranza, invocando un mondo più giusto, come ha fatto per 35 anni dall'ultimo banco del parlamento di Westminster, quando nessuno si sarebbe aspettato di vederlo diventare leader del Labour e candidato a primo ministro. ©RIPRODUZIONE RISERVATA