sabato 29 aprile 2017

La Repubblica 25.04.2017
Milano, prove tecniche di una fiera ancora senz'anima
Il "numero zero" di Tempo di Libri ha sancito che "si può fare"
di Simonetta Fiori


Oggi a Torino festeggiano per lo scampato pericolo, mentre a Milano sono costretti a fare i conti con un risultato modesto: la metà del Lingotto, forse anche meno, sia nelle presenze a Rho (60.796 contro le 150mila preventivate al principio e ridimensionate a 100mila in corso d'opera), sia nelle vendite dei libri. Un esito moscio, soprattutto per una fiera che rivendicava orgogliosa il primato del mercato contro i riti stanchi della burocrazia, la prima fiera solo di publisher nella capitale italiana dell'editoria. Questo sul piano dei numeri. Gli artefici di Tempo di libri forse l'avevano pure previsto: organizzare la fiera nella settimana dei ponti tra Pasqua e 25 aprile, a ridosso del Salone del mobile appena finito, comportava non pochi rischi. Però hanno preferito correrli, mettendo in opera le prove tecniche di un salone milanese contrapposto a Torino. Un collaudo logistico, una verifica di spazi e tempi, un numero zero, come l'ha definito qualcuno. Stabilito che si può fare, non è da escludere che l'anno prossimo Tempo di libri possa essere realizzata perfino in contemporanea con Torino: non sappiamo ancora se in collaborazione oppure no. Ma quel che è mancata alla fiera di Rho è soprattutto un'anima, il profilo riconoscibile di una comunità civile, quell'identità che traspare in modo nitido al Lingotto, nel cuore della fabbrica novecentesca, specchio di una città-laboratorio con una forte tradizione politico-culturale. L'anima però non è qualcosa che si possa improvvisare, soprattutto se prevalgono tra gli stessi editori corporativismo imprenditoriale e pulsioni campanilistiche. In questi mesi non ha aiutato l'atteggiamento rigido di un'associazione di categoria come l'Aie nei confronti del ministro della Cultura che ha tentato pazientemente di ricomporre lo strappo da Torino. Né ha pagato una visione milanocentrica, che ha privilegiato gli interessi dell'editoria lombarda, usando la retorica dei "cinque milioni di potenziali lettori" e del "grande complesso fieristico" (che in molti casi non ha saputo scegliere i giusti spazi per gli incontri e i dibattiti confinandoli in sale troppo piccole o troppo grandi). E ora che succede? Tutto si può aggiustare, lucidare, smerigliare, dicono gli organizzatori: abbiamo fatto tutto in 225 giorni. Dietro questa apparente calma fervono i ripensamenti. E forse anche i regolamenti di conti. Anche dentro la galassia Mondadori è possibile che si confrontino due visioni differenti: sulla stessa identità della fiera e sul suo rapporto con la città. Intanto quel che già si vede è l'effetto benefico su Torino: ferita nel suo orgoglio piemontese, la vecchia signora del libro lavora da mesi all'edizione che si aprirà il 18 maggio. E ancora più capillare s'annuncia il lavoro con le scuole, l'apertura alla comunità della lettura nelle sue diverse articolazioni: proprio ciò che è mancato alla Fiera di Rho. E a proposito del Lingotto: fa un po' sorridere che il presidente degli editori Motta voglia paragonare la mesta partecipazione a Rho con la prima edizione del Salone torinese, nel 1988 (nell'ultima edizione sono stati staccati 126mila biglietti). «Miracolo a Milano», evocava ancora ieri un comunicato ufficiale dell'Aie dai toni inopinatamente trionfalistici. Sì, certo: per ora il miracolo d'avere dato la sveglia al Lingotto