mercoledì 7 dicembre 2016

il manifesto 7.12.16
Alle origini del «No» a Renzi: in Italia uno su quattro è a rischio povertà
Istat. Il rischio povertà ed esclusione sociale si è stabilizzato e ha toccato il 28,7% dei residenti nel 2015. Uno su due a Sud. E si parla di «grave deprivazione materiale»
di Roberto Ciccarelli

Siamo nel 2015. Era il tempo del Rottamatore Trionfante: Matteo Renzi che dovrebbe dimettersi a ore perché il 60% degli italiani ha rifiutato la sua riforma costituzionale. E non solo. È l’anno preso in esame dal report dell’Istat sulla povertà e la diseguaglianze di reddito pubblicato ieri. Era il tempo in cui lo storytelling di regime celebrava un politico di successo, mentre 17 milioni 469 mila persone (28,7% della popolazione) erano a rischio povertà o esclusione sociale, l’11,5% era in grave deprivazione materiale, l’11,7% viveva con il lavoro povero e precario. Il dato complessivo (28,3%) era superiore di quattro punti rispetto alla media dell’Unione Europea: il 24,4%. La povertà in Italia è inferiore solo alla Romania (40,2%) e Grecia (36,0%) ed è superata da Spagna, Croazia e Portogallo.
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UNA PERSONA SU QUATTRO in Italia era – ed è – a rischio povertà ed esclusione. Le criticità si sono fatte più acute per le famiglie più numerose (di tre o più figli) e sono passate, in un solo anno, dal 39,4% del 2014 al 48,3% del 2015 e ha raggiunto il 51,2% per i nuclei con tre o più minori. Lo scollamento tra la realtà sociale e il governo dimissionario aumentava mentre si allargava la forbice dei redditi. Divisa la popolazione in cinque fette, l’Istat sostiene che dal 2009 al 2014 il reddito in termini reali è calato più per le famiglie appartenenti al 20% più povero, ampliando la distanza dalle famiglie più ricche il cui reddito passa da 4,6 a 4,9 volte quello delle più povere. L’indice Gini, l’indicatore che misura la diseguaglianza tra i redditi, ha registrato un valore di 0,324. La media Ue è di 0,310. L’Italia è 16esima con il Regno unito. Peggio stanno il Portogallo, Grecia e Spagna. L’indice Gini è più elevato al Sud e nelle isole (0.334) rispetto a Centro (0,311) e Nord (0,293).
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IL VOTO DEL NO AL REFERENDUM è stato spiegato anche con motivazioni sociali ed economiche. A questa analisi si possono aggiungere i dati sulla deprivazione materiale. Per l’Istat la deprivazione si è mantenuta «stabile» fra il 2014 e il 2015 (rispettivamente 11,6% e 11,5%). È diminuita la percentuale delle famiglie che non potevano permettersi una settimana di vacanza lontano da casa (da 49,5% a 47,3%), né potevano assicurarsi un pasto adeguato (cioè con proteine della carne o pesce o equivalente vegetariano) almeno ogni due giorni (da 12,6% a 11,8%). Ma è aumentata la percentuale delle famiglie che non potevano sostenere una spesa imprevista di 800 euro (da 38,8% a 39,9%) e avevano difficoltà nel pagare mutuo, affitto, bollette o altri debiti (da 14,3% a 14,9%). Presumibilmente, gli 80 euro del bonus Irpef (10 miliardi all’anno) sono serviti a questo, e hanno compensato la perdita di reddito e di salario subita negli anni della crisi dalle 17.985 famiglie (42.987 individui) presi in esami dall’analisi. Ma solo per chi ha un lavoro dipendente, cioè un contratto «fisso» tra gli 8 e i 26 mila euro. Per chi è autonomo, non ha un lavoro, o ha la pensione, nulla o quasi. Sono stati in pochi, in questi due anni, a soffermarsi su questo non piccolo dettaglio.
IL GOVERNO CHE VOLEVA «innovare» il paese ha in realtà confermato una tradizionale discriminazione italiana: tra chi ha un lavoro fisso e chi ne ha uno a partita Iva. Gli 80 euro sono andati ai primi, non agli altri. La crisi ha picchiato duro sugli autonomi. Anche l’Istat ha registrato una forte contrazione per le partite Iva che in media hanno subito una diminuzione di circa il 28% in termini reali a partire dal 2009, a fronte di una riduzione di circa l’8% e il 7% rispettivamente dei redditi da lavoro dipendente e dei redditi da pensioni e trasferimenti pubblici, mentre i redditi da capitale sono diminuiti di circa il 4%.
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IL SUD HA VOTATO IN MASSA contro Renzi. E la mappa delle diseguaglianze creata dall’Istat spiega il perché: il Mezzogiorno è ancora l’area più esposta al rischio di povertà: nel 2015 la stima delle persone coinvolte è salita dal 45,6% al 46,4% rispetto al 2014, l’anno di grazia dell’entrata a Palazzo Chigi dell’enfant prodige. I valori più elevati sono stati registrati in Sicilia (55,4%), Puglia (47,8%) e Campania (46,1%). Quelli più contenuti si riscontrano in Friuli-Venezia Giulia (14,5%) ed Emilia-Romagna (15,4%) Peggioramenti significativi sono emersi in Puglia (+7,5), Umbria (+6,6), nelle Marche (+3,4) e nel Lazio (+2,3). È interessante anche notare che il vero boom è stato registrato nel Centro Italia dove la quota è aumentata dal 22,1% al 24% ma riguarda meno di un quarto delle persone.
I POVERI SONO RADDOPPIATI in dieci anni. Nel 2015 i residenti in condizione di povertà assoluta erano 4 milioni e 598 mila, il numero più alto dal 2005 a oggi. È un aspetto ricorrente in tutte le società neo-feudali della crisi dove la ricchezza globale si è concentrata nel 10% dei più ricchi e nell’1% dei «super-ricchi». Il governo Renzi si dimette senza avere istituito una prima, del tutto insufficiente, legge contro la povertà. E ha ignorato i provvedimento sul reddito minimo. Insieme alla Grecia, l’Italia è l’unico paese Ue a non averlo. La chiamavano: «innovazione».
Scheda: definizione di “rischio povertà ed esclusione sociale”
È a rischio povertà o esclusione sociale chi si trova in almeno una di queste tre situazioni: vivere sotto la soglia di povertà, pari a 9.508 euro annui, (famiglia composta da un solo adulto); trovarsi in condizioni di grave deprivazione materiale, ad esempio è in arretrato su pagamenti, non potere sostenere spese impreviste, comprare un telefono, un’auto, una lavatrice o una tv; non avere un pasto proteico una volta ogni due giorni. Il rischio povertà è di chi vive in famiglie a bassa intensità di lavoro con componenti tra i 18 e i 59 anni che nel 2014 hanno lavorato meno di un quinto del tempo (escludendo gli studenti tra i 18 e i 24 anni).