Corriere 7.12.16
I dem tentati di scaricare sul paese la sconfitta
di Massimo Franco
La
tentazione del Pd di scaricare sul Paese la sua disfatta referendaria
comincia ad affiorare in maniera preoccupante. Diventa sempre più chiaro
che l’annuncio di andarsene dato da Matteo Renzi non facilita una
soluzione, ma la complica. Oggi il segretario-premier farà approvare la
manovra finanziaria al Senato. Poi si presenterà dimissionario al
Quirinale. Eppure, potrebbe aspettare venerdì prima di gettare la
spugna, per sapere prima chi sarà incaricato al suo posto. E sotto sotto
continua ad accarezzare l’ipotesi che Sergio Mattarella lo lasci a
Palazzo Chigi a gestire elezioni anticipate entro pochi mesi: scenario
difficile prima della primavera, perché la Corte costituzionale si
pronuncerà sulla legge elettorale del Senato il 24 gennaio, e un accordo
prima tra i partiti è complicato. E poi saranno necessari altri
passaggi.
Renzi conta comunque di ottenere dalla direzione del Pd
di oggi carta bianca, minacciando di lasciare la carica di segretario.
Sa che il capo dello Stato vuole rispettare la volontà di una
maggioranza intatta. Il problema è che Renzi pretende di imporre a lui e
al Paese i desideri di un partito smentito dal popolo referendario: a
costo di altre lacerazioni e di uno scontro con Beppe Grillo dagli esiti
imprevedibili. Il premier scansa l’esigenza di una transizione
ordinata, che conduca alle urne dopo avere messo in sicurezza i conti,
cambiato l’ Italicum e offerto garanzie all’Europa. E rischia di mettere
in difficoltà un Quirinale attento alle prerogative altrui, ma
determinato a proteggere le proprie.
L’idea renziana di proporre
un governo di «responsabilità nazionale» con dentro tutti, e non
«istituzionale», sembra un escamotage per farsi dire di no e rendere il
voto inevitabile; e per tagliare la strada al presidente del Senato,
Piero Grasso, considerato troppo autonomo. L’azzardo è evidente. Dietro
l’atteggiamento del premier si indovina il timore di abbandonare Palazzo
Chigi. Non a caso, anche nelle candidature che circolano in queste ore
prevalgono i profili di fedelissimi in grado di garantire una sorta di
renzismo senza Renzi; di assicurare una continuità che ipotechi le
nomine dei prossimi mesi. Rimane da capire quale sarà l’atteggiamento
non tanto degli oppositori interni, che sono contro elezioni «sulle
macerie del Paese», come l’ex segretario Pier Luigi Bersani.
Conterà
di più la capacità di esponenti come i ministri Dario Franceschini e
Graziano Delrio e dei gruppi parlamentari, di far ragionare un Renzi
scosso dal referendum. L’esigenza di dare vita a un nuovo governo è
diffusa. Risponde a imperativi di stabilità e di credibilità
internazionale che sconsigliano forzature e velleità di rivincita. Tra
l’intenzione di dimettersi e la voglia di mollare tutto, e una
determinazione opposta a mantenere direttamente o indirettamente il
controllo dell’esecutivo, c’è uno scarto vistoso. Aspetto ulteriore che
dovrebbe suggerire cautela: il Pd si dividerebbe più di adesso.
Renzi
è convinto di potersi intestare il 40 per cento dei voti raccolti il 4
dicembre: dà per scontato che si tratti di consensi acquisiti tutti da
lui. Non contempla la possibilità di fare un favore, senza volerlo, al
M5S. Sogna ancora le percentuali alle Europee del 2014, e rimuove le due
sconfitte alle Regionali e alle Amministrative nei due anni successivi,
dalle quali i Dem sono usciti ridimensionati. È il segno di un errore
di analisi sulla società italiana che qualcuno dovrà correggere, prima o
poi. Non tanto per il futuro del Pd, ma di un’Italia in credito con chi
le ha già fatto perdere tempo prezioso.