giovedì 29 settembre 2016

Psicologia , la Google Map dell’anima
Le iniziative del Corriere
La collana In edicola con il quotidiano la serie dedicata alla disciplina che si propone di studiare il comportamento individuale dell’uomo e di guarirne i disturbi mentali. Una rassegna che parte dai grandi classici e si spinge fino alle acquisizioni più recenti
di Giancarlo Dimaggio

Quante volte ti sei trovato impreparato. Intorno a te assenza di logica, scoppi di nervi, una cronica tendenza all’incapacità di comunicare. Ti sei convinto che le relazioni umane siano una missione in Kurdistan. Ti ci hanno mandato senza preavviso né addestramento.
Quante decisioni hai dovuto prendere senza una Google Map dell’anima che ti indicasse la strada giusta e che segnalasse cosa avresti trovato nella mente di quelli che incontravi lungo il percorso. E ti mancava il TripAdvisor che ti dicesse se lì vale la pena di fermarsi a cena. È uno stato d’animo che conosci bene, si chiama: incertezza. Accompagnata a un brivido, quella sensazione strisciante che nelle vene inizia a formarsi il ghiaccio. La psicologia la incontri lì: previene la cristallizzazione dell’acqua.
Hai deciso di andare all’estero, hai un’idea, la vuoi sviluppare. Tuo padre si ritira lasciandoti un monito ostile: «La gente ti frega. Io ho costruito tutto da solo. Fuori dalla famiglia troverai solo nemici». Dubiti. Tua madre ha mal di testa: «Mi abbandonerai, l’ho sempre saputo. Tua nonna in casa che mi toglie l’anima, ma vai, l’affronterò da sola». Ti senti in colpa.
Avevi un piano brillante, all’improvviso senti l’energia che sale verso il cielo in un vortice grigio e dentro di te resta il ghiaccio. Nei libri di psicologia, se cerchi la soluzione, qualcosa la trovi. Compulsi volumi che ti dicano il da farsi. Apri alla parola diffidenza. Ti rimanda a: rancore. Rimbalzi su: si offende facilmente, non dimentica i torti, è vendicativo. Ne rivedi ogni azione, ne ripassi le frasi, ripensi agli amici che ha allontanato, ti rendi conto che a casa tua non c’era mai nessuno ospite a cena e i tuoi non accettavano inviti. Trovi le parole che ti illuminano: personalità paranoide. Tuo padre, capisci, non ha ragione, la sua narrazione di un mondo malevolo non è un fatto. Lui incarna un archetipo che esiste dagli albori della razza e appare con regolarità in ogni luogo.
Questa consapevolezza a te fa cambiare idea parecchio. Sei intelligente, connetti le informazioni e deduci: se è un archetipo non è il portatore della verità, esprime una visione del mondo. E la visione del mondo, per definizione, è una prospettiva. Se cambi prospettiva vedi una scorcio di panorama che prima affermavi che non esistesse. Continui a compulsare. Assunzione di prospettiva. Egocentrismo cognitivo. Bello. Questo concetto ti piace, suona bene, ti ispira. Egocentrismo cognitivo, la tendenza a credere che il proprio punto di vista sia oggettivo, l’incapacità di capire che gli altri vedono il mondo da un punto di vista differente. Giochi un po’ col suono delle parole, le soppesi — e intanto il vortice che si portava su il tuo animo si è arrestato, pacchetti di energia stanno rientrando nel tuo corpo — le ripeti: egocentrismo. Come un vestito appena comprato provi a vedere come calza a tua madre. Aderisce perfettamente. Mamma, pensi, è ferma nella sua prospettiva: è convinta che il mio bene si realizzerebbe se coincidesse col suo bene. Ma non è così.
Hai una sensazione strana. Il ghiaccio si è sciolto, ma ti senti incatenato. Il biglietto per Berlino ancora non lo fai. Ti stendi sul letto e pensi: catene, vincolo, legame. Freud una cosa del genere la chiamava libere associazioni. Legame ti convince, è la parola che ti tiene fermo a casa. Riprendi a sfogliare libri di psicologia, legame ti conduce a Gregory Bateson, Palo Alto. Doppio legame: «Figlio mio, fai quello che vuoi», detto mentre tutti i segnali comunicativi non verbali (ti piace che esista il concetto di comunicazione non verbale) urlano l’opposto. Doppio legame: ti vincolano e non hai neanche la possibilità di protestare. «Mamma, ma tu vuoi che io non parta». «Che dici figlio mio? Tua madre vuole solo che tu stia bene». Tu lo sai che non è vero. Sei anche disposto a non partire, per un attimo ti basterebbe inchiodarla alla responsabilità delle sue azioni. Non c’è verso. Una roba, diceva Bateson, da farti diventare matto.
Apri la finestra. L’aria è frizzante, ti riempi i polmoni, la tua terra oggi, proprio quando ti senti più pronto a salutarla, forse per qualche anno, forse per sempre, ti sembra bella. Vai al computer, controlli i voli. Rileggi la mail del professore di Berlino che è interessato al tuo progetto. Al momento di fare click conferma , ti blocchi. Ti guardi intorno, nervoso. Perché non ci riesci? Frustrazione, rabbia, stavolta ce l’hai con te stesso.
La sera esci con gli amici, due birre, queste lo sai che ti rilassano senza doverne cercare conferma sui libri. Parlate di ragazze, musica, calcio, niente argomenti pesanti. Torni a casa, ti metti a letto. Sogni.
Sei in una piazza di pietra bianca. Un paese circolare, al di fuori il deserto. Un arco è l’unico accesso. Tutte le case, a un piano, hanno le serrande accostate. Non c’è nessuno. Un senso di angoscia, di immobilità ancestrale. Vuoi andare via, ma le gambe sono pesanti. Arrivi all’arco. Un volto impenetrabile ti fissa, ti dice: non puoi. Oltre l’arco, in lontananza, monta un uragano. Ti svegli col batticuore.
Serve un caffè, qualcosa per tornare subito lucido. Vuoi libri, vuoi più libri. Interpretare il sogno non è semplice. Ti ci vogliono due settimane, la risposta la trovi nella psicoanalisi moderna. Le parole chiave: oggetto interiorizzato. Ti ferisce capire che significa, ma devi accettarlo. Il vero potere ora ce l’hanno il padre e la madre che ti porti dentro. Puoi combattere, litigare con quelli reali, ma non serve a niente. Perché ti guidano dall’interno, sono diventati una delle voci nel tuo animo che di tanto in tanto prendono il controllo e dicono: «Io». Pensi io, ma è tuo padre che parla dentro di te. E non sei libero.
Ora che lo ammetti a te stesso però monta un senso di leggerezza e, accidenti, è inebriante a sufficienza. Pochi minuti e sul tuo indirizzo @gmail.com arriva l’email di conferma della prenotazione del volo. Hai pensato, sognato, sofferto e letto tanto. Ti sei guadagnato la volontà di volare.