La Stampa 23.9.16
In pattuglia lungo il confine tra Italia e Francia: “Stipati come bestie”
Una notte con i poliziotti di Ventimiglia a caccia dei trafficanti di uomini
di Gabriele Martini
L’appuntamento
è alle otto di sera in un parcheggio poco illuminato. I migranti
aspettano immersi nell’oscurità. Succede tutto in pochi secondi: arriva
un’Alfa 147, si ferma dietro un camion, il conducente contratta senza
scendere, salgono a bordo in quattro. L’auto riparte e dopo poche
centinaia di metri imbocca lo svincolo per l’autostrada, direzione
Nizza. È appena sceso il buio su Ventimiglia e per i trafficanti di
uomini inizia l’ennesima notte di lavoro.
Il complice che fa da
piantone nei pressi della frontiera dà il via libera al telefono. L’auto
staffetta passa senza problemi, ormai sembra fatta. E invece. Al
casello la vettura con a bordo i migranti viene sorpassata e bloccata da
una macchina civetta e da una moto della Polizia di frontiera. Fine
della corsa. Il passeur sembra incredulo, scende con le braccia
incrociate sopra la testa e si lascia ammanettare. Sfodera un ghigno
beffardo. I documenti dicono: 42 anni, cittadinanza portoghese,
residente a Nizza. In tasca gli trovano 400 euro: la somma pagata dai
disperati per un passaggio a vuoto verso l’Europa.
La rete dei passatori
Le
vie dei passeur sono infinite. Hanno auto, furgoni, camper, Tir.
Percorrono l’autostrada, la statale del Tenda o le strade di montagna
che nell’entroterra portano a Sospel, sopra Mentone. Per muoversi, di
solito, prediligono la notte. Ma a volte tentano di confondersi nel
traffico delle ore di punta. Da inizio anno la polizia di frontiera di
Ventimiglia ne ha arrestati 41 (di cui uno italiano). «Non sono balordi
improvvisati, qui parliamo di una vera e propria organizzazione
criminale», spiega il dirigente Martino Santacroce. «C’è chi recluta i
migranti, chi raccoglie i soldi, chi cura la logistica e chi guida le
vetture oltre il confine». Il viaggio costa caro: per una manciata di
chilometri i trafficanti di uomini chiedono dai 100 ai 500 euro a
persona.
«È un viavai continuo», sussurrano gli anziani al bar
sulla strada che da Ventimiglia s’inerpica verso il Tenda. In principio
erano sigarette, caffè, cioccolata. Poi è stato il turno di soldi e
droga. Oggi i migranti. Sono loro l’ultimo business degli spalloni.
Nell’Europa dei nuovi muri e dei fili spinati gli essere umani diventano
merce.
In fuga verso l’Europa
«Al campo del Parco Roja
registriamo in media un centinaio di nuovi arrivi giornalieri», spiega
Fiamma Cogliolo, operatrice della Croce Rossa. Ma il numero complessivo
degli ospiti resta stabile intorno a 700. «Significa che ogni notte
decine di migranti tentano di attraversare il confine». Come ha fatto
Manu, 18 anni, eritreo e un sogno nobile nel cuore: diventare medico a
Parigi. «È arrivato qui da noi, ma ci ha subito detto che voleva andare
in Francia», raccontano i volontari del campo. «Aveva attraversato a
piedi il deserto, aveva vissuto l’inferno delle carceri libiche. È stato
qui una settimana. Una sera è sparito. Tre giorni dopo è arrivato un
suo messaggio: “Sono a Parigi. Grazie di tutto”».
La maggior parte
dei migranti tenta di raggiungere la Francia a piedi o con il treno.
Non sempre il viaggio prevede un lieto fine. La scorsa settimana un
giovane è morto precipitando sull’autostrada appena oltre il confine. Si
era inerpicato lungo il proibitivo sentiero del Passo della morte.
«Questi ragazzi hanno una determinazione incredibile - racconta Cogliolo
-, non li fermi in nessun modo». Chi se lo può permettere, invece, si
affida ai contrabbandieri di uomini. Nella Calais italiana gli spalloni
ronzano intorno alla stazione ferroviaria, vicino agli scogli del
confine di San Ludovico o attorno alla chiesa delle Gianchette. Qui, da
settimane, sono ospitati in cento tra donne e bambini. «Da fine luglio
abbiamo accolto almeno 600 persone», spiega Maurizio Marmo, direttore
della Caritas. «Ogni sera c’è qualcuno che parte. La maggioranza viene
respinta, qualcuno ce la fa. Noi proviamo a sconsigliarli, ma non ci
ascoltano perché ottenere l’asilo non è facile e richiede molto tempo».
Nel furgone senza aria
I
contrabbandieri di uomini cercano di ridurre i rischi al minimo. I
controlli a campione sono necessari, ma spesso inconcludenti. Per un
passeur che finisce in manette, decine la fanno franca. «È fondamentale
l’attività di intelligence: appostamenti, pedinamenti, conoscenza del
territorio», spiega il dirigente della Polizia di frontiera. La
settimana scorsa è stato arrestato un cittadino bulgaro, trasportava sul
camion sette migranti. Erano invece in 26 i disperati stipati dentro un
furgoncino bloccato il 14 luglio a Sospel. «Ammassati all’inverosimile,
chiusi dall’esterno con un lucchetto. Quando abbiamo aperto il
portellone, alcuni stavano per soffocare», raccontano gli agenti. Al
volante c’erano due marocchini regolari in Italia. Pochi giorni prima a
finire in manette era stato un cittadino tunisino che aveva nascosto nel
bagagliaio della sua automobile un’intera famiglia afghana. Padre,
madre e tre figlie. «Erano sporchi e stremati. I miei agenti hanno
lavato le bimbe e sono andati all’Ovs a comprare vestiti decenti»,
racconta Santacroce.
A tarda notte i migranti, fermati qualche ora
prima a bordo dell’auto guidata dal passeur, sonnecchiano sulle panche
di legno negli uffici della Polizia di frontiera. Tre hanno sedici anni.
Arthur viaggia da solo, è partito sei mesi fa dal Mali. Ha il viso da
bambino. La sua esistenza precaria sta dentro una sacca di tela: la
maglietta di ricambio, il telefonino, la bottiglia d’acqua. «Il mio
sogno è vivere in Francia. Là non conosco nessuno, non ho parenti, ma
almeno potrò studiare». Il maggiorenne è ivoriano. Ha la faccia
stravolta dalla fatica, gli occhi arrossati, la voce impastata. Dice:
«Sono stanco, non ce la faccio più». Poi, come un disco rotto, smette di
rispondere alle domande e ripete: «Voglio fermarmi, voglio solo
fermarmi».