mercoledì 31 agosto 2016

CULTURA

il manifesto 31.8.16
L’illusione tragica di una utopia
Narrativa. «L’Angelo rosso», un romanzo di Nedim Gürsel per Ponte alle Grazie
La vita del poeta turco Nazim Hikmet attraverso i documenti della Stasi
Fuggito dal suo paese perché comunista trascorse molti anni A Berlino.
di Anna Maria Merlo


«Alla fine fu un casco di banane a rovesciare il comunismo», «se il Muro era caduto, non era perché certi idioti volevano magiare banane?». Il riferimento alle banane ha una sua parte di verità (gli economisti hanno spiegato il desiderio di consumo all’occidentale e, tra l’altro, degli investitori delle banane dollars si sono bruciati le ali all’inizio degli anni Novanta, speculando su un esagerato desiderio di questo frutto nell’Europa dell’est, su standard svedesi o tedeschi – rispettivamente 19 e 13 chili a testa l’anno, contro una media Ue intorno ai 10 chili – mai raggiunti dai paesi ex comunisti).
A parlare di banane è un agente della Stasi, L’Angelo rosso, che dà il titolo dell’ultimo romanzo di Nedim Gürsel (Ponte alle Grazie, pp. 325, euro 24), appena tradotto in italiano da Barbara La Rosa Salim (in Francia è uscito da Seuil nel 2012). Lo scrittore di origine turca che vive a Parigi, dove si era rifugiato in seguito al colpo di stato militare dell’Ottanta, intreccia riferimenti a fatti realmente accaduti con la finzione, dando al racconto una trama da giallo dove è difficile distinguere il vero dal falso.
La storia di fondo è quella del grande poeta turco Nazim Hikmet, un comunista eterodosso e sentimentale, nato nel 1901 a Salonicco (suo nonno era governatore di questa città), che è stato imprigionato in Turchia per una quindicina d’anni per aver aderito al Partito comunista turco, si è rifugiato in Urss, ha vissuto nell’est europeo ed è morto a Mosca nel 1963. Per Hikmet, che alla luce della sua esperienza di vita considerava la poesia «la più sanguinosa delle arti», mentre il comunismo era un misto di utopia e di disillusioni che, sosteneva Hikmet, si sarebbe realizzato quando «la gente sulla terra smetterà di aver fame, nessuno avrà più paura di nessuno, nessuno darà più ordini a nessuno, nessuno maledirà più nessuno, nessuno ruberà la speranza a un altro».
La vita di Hikmet è tratteggiata nel romanzo a partire dallo sguardo dell’uomo che era stato designato dalla Stasi per spiarlo e che di fatto vive nella sua ombra. Un biografo turco del grande poeta va a Berlino, ormai riunificata, per incontrare questo misterioso personaggio, che gli aveva dato appuntamento, con la promessa di consegnargli documenti importanti su Nazim Hikmet e il Partito comunista turco, che erano in suo possesso e che aveva l’intenzione di dare solo a «uno scrittore sulla cui onestà non ci fosse ombra di dubbio». Il biografo si rende subito conto che si tratta di una documentazione raccolta da una spia della Stasi. Nel romanzo, una parte è dedicata questa documentazione, agli intrecci tra vita pubblica e vita privata raccontati dalla spia, divisa anche tipograficamente dalle altre parti del libro.
Gürsel ci invita a un viaggio melanconico «nel tempo di una volta che appartiene solo a noi, perché i giovani non conoscono e non vogliono conoscere la Berlino che si identificava al Muro che la divideva in due», un viaggio in un’Europa che non esiste più. Il tragitto ci porta da Istambul a Mosca, passando per Berlino e delle città dell’est.
È la storia dell’impegno politico del grande poeta Nazim Hikmet, ma anche quella degli inevitabili compromessi della vita. Quella del poeta e delle sue donne amate in vari paesi, quella del biografo, che tra Istambul e Berlino rivive il proprio passato e le proprie illusioni. La spia, l’Angelo, ma al tempo stesso il Diavolo (il titolo originale in turco è Diavolo, angelo, comunismo, Istambul, Mosca, Berlino) mostra il lato più nero degli anni della dittatura esercitata in nome del comunismo, scende in basso fino a denunciare il proprio nipote, consegnandolo alla morte. Il filo conduttore, senza pesantezze, sono anche le poesie di Hikmet, tra i primi poeti a utilizzare i versi liberi in turco.
La decostruzione di un’utopia, passo dopo passo, lascia spazio alla disillusione melanconica. Hikmet, per cancellare il ricordo della prigione, riempie la dacia che ad un certo punto ha abitato in Urss con una miriade di oggetti, come un borghese qualunque. In quella casa, nota la spia, «non un solo ritratto dei grandi del socialismo, Marx, Engels o altri».

Repubblica 31.8.16
Dioniso il ritorno del dio che in realtà non è mai morto
A partire da un saggio di Zolla riflessioni su un mito antichissimo che resiste ancora oggi
La nostra società si è riappropriata della divinità dell’uguaglianza in termini non più esoterici ma espliciti
di Silvia Ronchey


Quando il ragazzo esce all’alba dalla discoteca, stordito dalle droghe e dall’alcol, e con la luce del mattino lo assale lo stupore dell’infanzia; quando nella campagna greca il contadino, assaggiato il vino nuovo, si alza e accenna tra le viti la lenta danza in tondo; quando il poeta scrive che «perciò sussurrando ci incorona i capelli il dio comune / e fonde in uno le coscienze come perle di vino»; quando fra lo squittìo delle scimmie il suono del tabla annuncia l’inizio di un rave sulla spiaggia di Goa; quando, passeggiando, incontriamo lo sguardo immobile di un animale e ci specchiamo nella sua divinità — allora, e molte altre
volte, Dioniso si manifesta. Dioniso, il dio che Ovidio chiamava Puer Aeternus, si appropria della nostra vita all’improvviso, schiacciando le leggi e le abitudini, infrangendo l’identità personale, spezzando le dualità — conscio- inconscio, persona-cosmo —, come spiega Elémire Zolla in uno dei suoi scritti più belli, Dioniso errante, ora integralmente leggibile nel sesto volume dell’opera omnia, curata con abnegazione e sapienza da Grazia Marchianò (Marsilio, pagg. 622, 24 euro).
Il dio dell’ebbrezza, del confondersi dell’anima, come scandisce il coro delle Baccanti di Euripide, il dio divorato, smembrato come i grappoli della vite, il dio plurale e “produttore di tutte le pluralità”, come lo definì Proclo nel commento al Timeo di Platone, il dio dai molti nomi (tra i più noti Bacco, ma anche Iacco, “ululante” nei misteri eleusini, Libero, “liberatore”, senza contare le ipòstasi stellari che lo innalzano al massimo fulgore nella giostra del cielo eternando le sue storie mitiche nel ritorno degli astri), il dio della maschera e del fallo, dai volti maschili e femminili oltreché umani e ferini (infante, uomo barbuto, dama velata, capro, asino, pantera ), fu, come racconta Nonno di Panopoli, un mescolatore di popoli, un liberatore di oppressi ma soprattutto un affrancatore delle donne: dalle contadine che per accorrere al richiamo del ditirambo abbandonavano la segregazione domestica alle matrone degli affreschi dionisiaci della Villa dei Misteri a Pompei.
In questa emergenza matriarcale “più civile di quella delle Amazzoni”, come illustrò Bachofen, Dioniso fece della donna la guida del tìaso e la depositaria dei suoi più profondi stati estatici. Le mènadi, a imitazione del movimento vorticoso impresso al tirso, roteavano il capo come dervisci, tenendolo inclinato di fianco come avrebbero fatto nelle loro estasi le mistiche cristiane, da Caterina a Teresa. Dai soldati della spedizione di Alessandro in India Dioniso fu assimilato, non a torto, a Shiva, «dio dell’hashish, dell’impeto del toro e del fallo, del fremito che scuote chi è solo nella foresta di notte ». E infatti Novalis lo invoca nell’Inno alla notte: «Dal fascio di papaveri / in dolce ebbrezza / fai crescere le pesanti ali del cuore ». Ma era insediato in Grecia fin dall’età minoica, e anche se verso l’India il suo carro trainato da tigri portò Arianna dall’isola di Nasso dov’era stata abbandonata da Teseo (o forse lo aveva abbandonato lei stessa, rapita in un sonno che già preludeva al ratto dionisiaco), a Creta, patria del labirinto, i riti, descritti in seguito da Filone di Alessandria, portavano gli adepti «a uscire da sé e scorgere l’oggetto del desiderio ». Il grande dio Pan è morto, annunciava Plutarco quando il politeismo dovette cedere il passo al monoteismo dell’eresia giudaica che presto avrebbe dominato il mondo conosciuto. Ma non accadde lo stesso, non proprio, a Dioniso. Il nuovo dio dei cristiani aveva e via via avrebbe assunto tratti del “dio comune”, come lo aveva chiamato Hölderlin. Al termine della polimorfa vicenda mitologica che lo avvince, Dioniso scese nell’Ade e ne tornò, «con la morte sconfiggendo la morte», come recita l’inno pasquale dell’ortodossia, «sfilando alla morte il suo pungiglione», come scrisse san Paolo: la resurrezione è “il contrassegno di Dioniso”, che non solo la compì (tre volte), ma salì in cielo e sedette alla destra del Padre (Zeus). Fi umi di scrittura sono stati dedicati al dionisismo cristiano, dagli antichi padri della chiesa ai moderni storici delle religioni, provocati da Schelling, che esplicitamente assimilerà Dioniso a Cristo.
Se Gesù è in Giovanni 15, 1-2 “la vera vite” e gli apostoli devono attaccarglisi come i grappoli al tralcio, se il miracolo di Cana è un tipico prodigio dionisiaco (il più noto precedente in Pausania), il sacrificio dell’uomo-vite nell’eucarestia ricalca la tradizione della mitografia dionisiaca (dove il vino è già chiamato “il dolce sangue” e il potere di trasmutare in pane e in vino è già concesso da Dioniso, stando alle Metamorfosi di Ovidio, alle sue fedeli). Se il calendario cristiano si appropriò di date sacre anche a Dioniso, come il 6 gennaio, la Pentecoste ha, sottolinea Zolla, caratteri di festa dionisiaca.
Come scrisse Gregorio di Nazianzo, uno dei massimi teologi bizantini: «Ecco, Gesù nuovamente è qui e insieme a lui è qui un mistero. Ma non è più un mistero dell’ebbrezza, bensì un mistero che proviene dall’alto». Forse per questo fu attribuito a lui uno dei più plateali prodotti del sincretismo bizantino, il Christus patiens, di età più probabilmente posticonoclasta, dove l’uccisione di Gesù è accostata a quella di Penteo da parte delle baccanti. Seguendo le suggestioni di studiosi neogreci, Zolla congettura, forse giocosamente, la persistenza a Bisanzio, e ancora durante la turcocrazia, di tìasi o confraternite segrete dionisiache, contigue a eresie dualiste cristiane i cui adepti portavano tatuata in fronte l’antica foglia di edera.
Al di là delle sopravvivenze, la sostanza della percezione cristiana era antitetica a quella dionisiaca.
Con la sua visione antropocentrica e la sua stretta ragion pratica, come avrebbe compreso Nietzsche, il cristianesimo negò il dionisismo, il suo «sprofondamento nella vita animale e vegetale per non dire nella sostanza minerale, la libertà con tutti i suoi rischi». L’escatologia cristiana soppresse il tempo ciclico, sospese l’«abrogazione dionisiaca della coscienza storica», per introdurre a una promessa di giudizio finale e progresso lineare, a una liberazione oltre la vita.
Il grande dio Pan era morto, ma Dioniso, clandestino e represso dalla morale cristiana, fu reimportato dai neoplatonici di Bisanzio e risorse nel Rinascimento anzitutto fiorentino, alla prima corte dei Medici, quando — come intuito da Pound — i bizantini dettavano e Ficino descriveva con precisione «l’estasi e l’abbandono di menti sgombre, che miracolosamente trasformate superano i limiti dell’intelligenza e si inebriano di un’incommensurabile gioia».
Inoculato nel Quattrocento platonico, Dioniso filtrò nella cultura visiva europea, abitò nel nuovo genere pittorico dei baccanali (Bellini e Correggio, Caravaggio e Tiziano), nel più esoterico mistero che pervase i quadri di Leonardo; riemerse nella letteratura dei romantici tedeschi e dei dionisiaci inglesi e francesi (Coleridge e De Quincey oltre a Baudelaire), da cui saranno influenzati, fra gli altri, gli studi di Bachofen, Rohde, Frazer, Otto, Kerenyi. È Dioniso che nel Novecento ha ispirato la rivoluzione psichedelica, forse quella sessuale, certo la liberazione delle donne, Arianne rapite via dai vincoli borghesi sul suo carro guidato da tigri. La corona della razionalità, gettata in alto, si è impressa come il diadema di Arianna nel cielo notturno della psiche quando l’Es, con la psicoanalisi, ha riconquistato il suo dominio. Dioniso ci ha riconvocato in India, ci ha riproposto la consapevolezza dell’impermanenza, ci ha reinsegnato il mondo animale e la natura vegetale.
Non è solo il carattere orgiastico che nel dissolversi delle religioni esclusive e del folklore tradizionale hanno assunto la sessualità o i riti della vita associata. Non è solo il ritmo del reggae, lo spirito della musica come lo chiamava Nietzsche, che fa da colonna sonora alla tragedia del massacro globale, nel riacutizzarsi della ferocia delle guerre del mondo. È che la nostra società, nella ruota dell’eterno ritorno, si è riappropriata del dio dell’uguaglianza universale in termini non più esoterici ma espliciti e di massa. E se questo ci inquieta, Dioniso ha raggiunto il suo scopo.

Repubblica 31.8.16
Chi siamo? La scienza risponde su MicroMega


Esce oggi il nuovo Almanacco della scienza di MicroMega, curato come sempre da Telmo Pievani. Il tema è “Chi siamo?”.
Rispondono all’interrogativo scienziati di fama internazionale, dal linguista Daniel Dor al paleoantropologo Damiano Marchi, dalla genetista Eva Jablonka al biologo W. Tecumseh Fitch. Il volume indaga l’esistenza della natura umana e quella della morale, parla del rapporto fra scienza e verità e del metodo scientifico. Torna infine a occuparsi del batterio Xylella, con un articolo di Francesco Sylos Labini. Per festeggiare i trent’anni della rivista, a questo numero saranno allegate le ristampe di testi di Andrea Camilleri e Paolo Flores d’Arcais. In edicola, libreria, ebook e Ipad.

Repubblica 31.8.16
Maddalena
Storia e leggenda dell’apostola degli apostoli
Fu Gregorio Magno a identificarla come una ex prostituta convertita. Ma i Vangeli non la descrivono così
di Vito Mancuso


Da sempre icona della predicazione ascetica e della storia dell’arte, ai nostri giorni è diventata protagonista anche della fiction cinematografica (Martin Scorsese) e della letteratura d’evasione (Dan Brown). Eppure Maddalena è citata solo dodici volte nei vangeli canonici e mai da san Paolo e dagli altri agiografi neotestamentari: ma quei pochi versetti evangelici sono stati sufficienti per scatenare l’immaginazione di teologi, predicatori, padri spirituali, eretici, pittori, romanzieri, registi, costruendo un mito che acquista sempre più vigore. A tale potenziamento ha contribuito di recente nel modo più autorevole un decreto della Congregazione per il culto divino del 3 giugno scorso mediante cui la celebrazione di Maria Maddalena, fino ad allora solo “memoria” viene elevata al grado di “festa”, il medesimo riservato ai dodici apostoli. Il motivo di questa decisione, dietro cui ovviamente c’è l’esplicito volere di papa Francesco, è indicato dallo stesso documento: «La decisione si inscrive nell’attuale contesto ecclesiale, che domanda di riflettere più profondamente sulla dignità della donna, la nuova evangelizzazione e la grandezza del mistero della misericordia divina». Si tratta, in altri termini, di una mossa per rafforzare il ruolo delle donne nella Chiesa. C’è quindi da sperare che tale promozione della Maddalena possa ispirare più importanti cambiamenti nella struttura ecclesiale aprendo la via nell’immediato al diaconato femminile: se infatti una donna è stata apostola, perché altre non possono diventare per lo meno diaconesse?
In realtà, per quanto il titolo di “apostola” sia stato assegnato alla Maddalena già da Tommaso d’Aquino che la definisce “apostola degli apostoli”, è sufficiente un’occhiata alla vastissima iconografia per rendersi conto che mai tale qualifica ha trovato finora un’applicazione reale nella concreta struttura ecclesiastica. I dipinti infatti non la ritraggono mai nell’atto di annunciare agli apostoli rinchiusi per paura l’avvenuta risurrezione di Cristo, ma in altre ben più tradizionali fattezze: piangente ai piedi della croce, al sepolcro con il vasetto di mirra, mentre è tenuta a distanza dal Risorto che le dice “Noli me tangere”, in estasi, in meditazione e soprattutto in veste di penitente con i lunghi capelli disciolti e buona parte del corpo scoperto. Per la tradizione occidentale infatti, e ancora oggi per molte persone, Maria Maddalena è la prostituta che bagna i piedi di Gesù con le sue lacrime e li asciuga con i suoi capelli.
I 12 versetti evangelici che ne parlano non consentono però tale identificazione, risalente a una scorretta interpretazione di papa Gregorio Magno nel VI secolo e divenuta poi pressoché canonica. Come si legge in Luca 8,2-3, si deve piuttosto ritenere che Maria, detta Magdalena in quanto originaria della cittadina galilaica di Magdala, fosse una donna benestante assuntasi il compito insieme ad altre di sostenere Gesù e i discepoli con i suoi beni come riconoscenza per essere stata guarita da una grave malattia a cui il vangelo accenna dicendo che da lei «erano usciti sette demoni ».
Da allora la Maddalena seguì sempre Gesù, fino ai piedi della croce. E di certo Gesù ebbe con lei un rapporto privilegiato, che ai nostri giorni ha scatenato una serie di improbabili fantasie ma che già nel II secolo aveva portato un vangelo apocrifo di tradizione gnostica a scrivere: «La compagna del Figlio è Maria Maddalena. Il Signore amava Maria più di tutti i discepoli e spesso la baciava sulla bocca» (Vangelo di Filippo, 64). Anche a prescindere da tale intimità, la vicinanza di Gesù alla Maddalena è comprovata dal fatto che in tutti i quattro Vangeli canonici lei è sempre nominata per prima tra i pochi testimoni cui apparve il Risorto. Il quarto vangelo giunge a dedicarle una scena tutta sua, nello struggente dialogo della mattina di Pasqua in cui Gesù risorto per farsi riconoscere la chiama per nome: “Maria!” (Giovanni 20,16); e poi la manda ad annunciare la risurrezione agli apostoli consacrandola per l’appunto “apostola degli apostoli”. Quelle antiche parole di Gesù attendono ancora di diventare vita concreta all’interno della Chiesa, ma forse qualcosa si sta davvero muovendo.

Corriere 31.8.16
I cento anni di Kirk Douglas: sogno come Don Chisciotte
«Ero nemico dei maccartisti, oggi lotto contro ogni razzismo»
intervista di Giovanna Grassi


Los Angeles. «Spartacus» ha quasi cent’anni, li compirà il 9 dicembre e oggi è fiero soprattutto dei libri che scrive. Nulla ha sconfitto Kirk Douglas, l’interprete maschile premiato dall’Oscar (alla carriera, 1996) più anziano e ancora vivente e che la Ucla (l’Università di Los Angeles) celebra con la retrospettiva Kirk: A Centennial Celebration all’Hammer Museum’s Billy Wilder Theater.
Kirk non si arrende, con la moglie Anne Buydens, sposata nel 1954, è attivissimo in campo filantropico, va a Downtown portando da mangiare a chi ne ha bisogno ed è felice se qualcuno gli dice di aver letto i suoi romanzi, le sue memorie, le sue confessioni in My Strock of Luck in cui, con note di umorismo, racconta i malanni che ha subito e, da ultimo, un piccolo libro che gli è particolarmente caro.
Che cosa scrive in «Life Could Be Verse» ?
«Narro l’amore che ho ricevuto e che ho dato. Gli attori sono come bambini, rifiutano di crescere, giocano a fare i soldati, i cowboy, i navigatori. Possono diventare ricchi, conquistare la fama, ma nulla li rende felici sino a che, davvero, non arrivano a conoscere chi sono nella loro più autentica essenza».
I giovani affollano la sala dove si proiettano film memorabili da «Il grande campione» (1949) a «Chimere» del 1950 interpretati prima della sua dura presa di posizione contro la caccia ai comunisti negli anni del maccartismo...
«In tutti quei momenti cupi io ho puntato un pollice verso contro ogni ingiustizia, discriminazione, emarginazione. Oggi lotto sempre contro la parola razzismo. Sono subito andato a vedere L’ultima parola — La vera storia di Dalton Trumbo, con Brian Cranston e gli ho detto che ero dispiaciuto di una cosa sola. Non essere stato chiamato a interpretare me stesso in una sequenza».
Che cosa l’ha sempre aiutata nei momenti difficili?
«Nella mia lunga vita non ho perso l’umorismo. Quando la salute mi ha reso difficile il parlare... (cosa può fare un attore quando gli viene tolta la voce?) ho proposto a tutti i miei amici produttori un ritorno al cinema muto».
Lei è molto legato a suo figlio Michael...
«Il mio libro ultimo di poesie e racconti è dedicato anche ai nipoti che mi ha dato. L’ho perdonato con una risata quando mi disse che ero troppo vecchio per il film che stava producendo, Qualcuno volò sul nido del cuculo , e diede la parte al bravissimo Jack Nicholson».
Lei ama ancora andare al cinema. Che cosa vuole dire ai giovani?
«A quelli che mi vengono a trovare per qualche tesi su Hollywood dico di non pensare mai al box office e ricordo loro che i film definiti non commerciali dai mogul del mio tempo, sono entrati nella storia del cinema».
Ha nostalgia dei tempi d’oro di Hollywood?
«Nostalgia è una parola che rifuggo. Mi mancano tanti colleghi, se ne sono andati tutti, da ultima la mia amica Nancy Reagan. Penso a Burt Lancaster e a Tony Curtis in I vichinghi . Certo, i western mi stimolavano ma sono legato, in fondo, a tutti i miei film e mi sono sempre piaciute le commedie musicali».
Ha sempre amato la musica?
«Sì e i grandi direttori d’orchestra e musicisti sono le persone che, a volte, ho invidiato perché entravano nel mistero della musica. È stato un onore conoscere Zubin Mehta, cito un solo nome, potrei dirne tanti altri. Altro che il palcoscenico, i grandi musicisti e direttori d’orchestra hanno un podio ».
Forse, tra i suoi film, ce n’è uno speciale?
«Penso a Il compromesso di Elia Kazan, grandissimo regista alla pari di Stanley Kubrick e Vincent Minnelli. C’erano Faye Dunaway, che a Los Angeles spesso ancora sento, e Deborah Kerr. Elia aveva tratto il film dal suo romanzo The Arrangement . C’era un uomo in quel romanzo, io cercai di riportarlo in tutta la sua complessità, nei suoi sogni ed errori, nel suo percorso sentimentale e intellettuale. C’era l’America intorno a lui, a noi, con i suoi sogni e i suoi incubi. Io credo a un’America democratica, forte, coraggiosa».
Ha scritto in passato una lettera aperta agli uomini che aspirano a diventare presidenti degli Stati Uniti.Vuole riassumere il concetto più importante?
«Ho ricordato i tempi del Ku Klux Khan, il fatto che il nostro presidente Obama, eletto due volte abita in una casa che era stata costruita dagli schiavi. Non possiamo cancellare errori gravissimi, ma dobbiamo per gli Usa e per il mondo sempre bandire ogni forma di discriminazione. Papa Francesco, ad esempio, lo dico da ebreo che lo ammira, è una grande persona valida per tutte le religioni» .
Lei è una leggenda, ma ama dialogare con tutti sui social media…
«No, non mi sento mai una leggenda e continuo a guardare avanti, non indietro. I social media sono utili. Per comunicare cose di cui siamo orgogliosi, per ridere dei falsi necrologi che ci danno per morti prima che il nostro tempo sia finito. O per pubblicare anche belle notizie in tempi in cui tutti privilegiano quelle più cupe... Resto un sognatore, un po’ come Don Chisciotte».

Il Fatto 31.8.16
l medico che canta e le favole raccontate nel suo ambulatorio
Il nuovo libro di Andrea Satta, leader dei Têtes de Bois, raccoglie le storie delle mamme di tutto il mondo (per i bimbi di tutto il mondo)
di Furio Colombo

qui

Repubblica 31.8.16
Guerra e Pace
Il capolavoro di Tolstoj è una serie tv ma sembra un dipinto d’epoca
Ricchezze, costumi e palazzi, scene di assoluto splendore: arriva su laEffe dal 16 settembre quella che in molti giudicano la miglior fiction degli ultimi anni
di Natalia Aspesi

COME in un dipinto d’epoca Napoleone a cavallo e con in testa la sua speciale feluca, visto di schiena, guarda l’immensa valle ai suoi piedi, circondata da montagne nebbiose: sta per invadere l’Austria ed è il 1805. Intanto a San Pietroburgo, nel palazzo di Anna Pavlovna, amica dell’imperatrice, c’è un ricevimento come tanti tra l’aristocrazia russa: champagne e chiacchiere, belle dame ingioiellate con gli abiti leggeri a vita alta, giovani ufficiali con le uniformi di gala e ricoperti di medaglie, madri che cercano di combinare matrimoni di denaro per i figli, nobili che discutono del grande generale russo Kutuzov e dell’amato, da loro, imperatore Alessandro I. Non si era mai vista una versione così sontuosa di Guerra e Pace, da alcuni telecritici valutata come la miglior fiction degli ultimi anni con battaglie particolarmente sanguinose a Austerlitz vinta dai francesi nel 1805, e anche a Borodino nel 1812, con l’occupazione di Mosca e dopo un mese l’inizio della ritirata, epicamente raccontata nella miniserie. E poi ricchezze e mondanità, costumi e palazzi con scene di assoluto splendore girate in Lettonia e Lituania. Oltre ovviamente a tutte le vicende umane: amore, tradimento, amicizia, morte, coraggio, intrighi, tragedie, incendi, fughe, vendette, perdono, ricchezza, miseria, famiglia, avarizia e sperpero.
In otto puntate, dal 16 settembre su laEffe per i classici in tv, promossa in collaborazione con la collana Universale Feltrinelli: produzione angloamericana per la Bbc, diretta da Tom Harper con l’adattamento dal romanzo di Leon Tolstoj dello specialista Andrew Davis, che ha già scritto tra l’altro il film Ragione e sentimento da Jane Austin, ambientato nella stessa epoca. Certo gli studiosi del grande scrittore russo scuoteranno la testa, come hanno fatto altri ad ogni cineversione del romanzo: come è possibile ridurre un capolavoro assoluto di 1817 pagine, di cui 126 di riflessioni politiche, filosofiche e morali (edizione italiana del 1974, Garzanti) in una miniserie di otto puntate di un’ora, quando, per leggere anche avidamente il romanzo che ha i dialoghi tra nobili in francese come nel testo originale, ci vogliono mesi? Ma infatti anche chi ricorda di avere in casa il libro, se va a cercarlo lo troverà impolverato, come tutti i capolavori del passato che hanno arricchito la giovinezza di chi oggi è vecchio. Però il libro è ancora in vendita in varie edizioni, anche ebook, e può darsi che dopo la fiction ci sarà chi affronterà coraggiosamente la lettura, del resto entusiasmante, di quest’opera pubblicata a puntate dal 1865 sul Messaggero russo e poi in 6 volumi, ultimo nel 1869: per seguire ancora il desiderio d’amore della contessa Natasha, che passa dall’adolescenza alla giovinezza, gli ideali del goffo conte Pierre, l’eroismo del principe Andrej, il possibile incesto tra la principessa Hélène e il fratello principe Hippolite: Tolstoj accenna alla loro immoralità, Harper mostra giochi su un letto tra i due bellissimi giovani.
Il kolossal televisivo ha ben 45 personaggi, interpretati da attori noti (Stephen Rea, Gillian Anderson, Jim Boadbent, Greta Scacchi), concentrando però la storia su 3 protagonisti: Natasha, amata e ferita da diversi uomini (Lily James), Andrej, che preferisce la guerra alla famiglia (James Norton), e Pierre, che ha le stesse idee umanitarie di Tolstoj (Paul Dano, l’unico attore americano), più il francese Mathieu Kassovitz che è Napoleone.
Le miniserie televisive soprattutto di lingua inglese, stanno raggiungendo una perfezione, un impegno, una ricchezza d’immagini, un’intelligenza e enormi finanziamenti, che talvolta mettono in ombra i film: e per esempio questa Guerra e Pace è molto più interessante e forse più vicina al romanzo (certo irraggiungibile nella sua completezza e umanità) del film di massimo successo internazionale prodotto dagli italiani nel 1956, regia di King Vidor, con Audry Hepburn e Vittorio Gassman, ma anche della versione russa diretta da Bondarchuk nel 1967, e certo di una miniserie italiana della Rai del 2007. Prokofiev ne ha tratto un’opera lirica, Disney un fumetto. Però gli italiani al “costume drama”, a meno che non sia spagnolo, non si sono ancora abituati. Se non i colpevoli scherniti in quanto “radical chic”, spiritosaggine che sembrava estinta dagli anni 70. Non è certo necessario aver letto — si faceva quando non c’era altro divertimento che leggere, e magari nel tempo dimenticato — il capolavoro di Tolstoj, per gettarsi su questa miniserie (su Sky 139): il solo problema è ricordarsi di tutti i personaggi e non confonderli. E non basta aggrapparsi all’abbigliamento.

La Stampa 31.8.16
Quel salvavita innominabile ideato dall’enigmatico dottor Condom
Tra fallimenti e successi, la grande guerra alle malattie veneree
di Eugenia Tognotti


Il collaudo. La prova da sforzo per un preservativo: deve resistere fino a 25 litri d’aria senza scoppiare

Nella storia dell’epidemia di sifilide che cominciò a terrorizzare l’Europa nel 1495, dopo l’arrivo a Napoli dell’esercito cosmopolita di mercenari del re di Francia Carlo VIII, seguito, come scrivono rudemente i contemporanei da 500 «puctane», occupa un posto tutto speciale la parte che riguarda lo studio e la ricerca di mezzi di profilassi individuale.
Riconosciuta dai medici come una malattia contagiosa, a trasmissione sessuale, il «Mal francese» o «Mal napolitain» non uccideva, ma aveva un impatto spaventoso: piaghe e pustole riempivano il viso e varie parti del corpo, a cominciare dal «più vile punto che abbiamo», per riprendere le parole del medico spagnolo Francisco Lopez de Villalobos. Febbre e mal di testa tormentavano i colpiti, insieme con dolori terribili a ossa, braccia e gambe. I tradizionali strumenti di salute pubblica come quarantene e cordoni sanitari erano armi spuntate contro la «lue venerea». Seguendo le indicazioni dei più eminenti medici europei, le autorità cittadine adottarono varie misure, come quella di isolare i pazienti occasionali, cacciare dalle città prostitute e donne di facili costumi, obbligare all’isolamento i malati in lazzaretti e ospedali degli incurabili. Ma nessun intervento di sanità pubblica era in grado di controllare tutte le persone a rischio di trasmettere l’infezione. La strada obbligata era quella di astenersi da contatti sessuali con «femina fetida», raccomandavano i medici.
Nessuna malattia ha mobilitato in modo così massiccio medici, naturalisti, scrittori di medicina, che setacciavano trattati di medici e chirurghi del passato alla ricerca di suggerimenti in materia di igiene sessuale. Se Guglielmo di Saliceto aveva consigliato lozioni di aceto prima dei rapporti sessuali, nel XVI secolo si affermò la pratica di ungere i genitali con olio d’oliva o grassi per impedire all’infezione di infiltrarsi attraverso i pori. Accadeva così - scriverà un medico a fine Ottocento - «che i galanti andassero alle avventure amorose con la tabacchiera d’oro o d’argento ripiena di lardo o altro grasso».
È in quel secolo che l’anatomista Gabriele Falloppio mette a punto un sacchetto di lino «ad mensuram glandis», impregnato di sali ed erbe. Ma non sarà l’Italia ad essere ricordata come la culla dell’invenzione del primo preservativo, che secondo alcune fonti fu messo a punto nel XVII secolo da un medico della Corte di Carlo II d’Inghilterra, di nome Condom, di cui però non si è trovata alcuna traccia. Quello che è certo è che il lancio sul mercato avvenne nel 1712, a Utrecht, durante la conferenza per la firma del trattato che chiudeva la Guerra di successione spagnola. La presenza di funzionari e diplomatici, circondati da dame galanti, fece scattare l’idea di produrre dispositivi igienici fatti di membrane animali. Usato anche in funzione contraccettiva, in bordelli di lusso e «alcove degli adulteri», divenne il simbolo di una sessualità illecita, circondato da un’aura di peccaminosità che avrebbe attraversato il libertino Settecento. Lo usavano il marchese de Sade, Casanova, James Boswell. Ogni Paese gli attribuiva un nome metaforico, teso a legittimare l’idea di un’origine forestiera. Così, se in Francia era conosciuto come «redingote inglese», in Inghilterra era indicato come «lettera francese». Il nome preservativo comparve, invece, per la prima volta in una réclâme che ne dichiarava gli scopi igienico-profilattici: «Fabbrica di preservativi sicuri. Esportazione discreta».
A Venezia la vendita di gondoni, goldoni o condoni, «cosetti di pelle bianca come guanti con cordelline», era vietato. Il timore era che persone disoneste ne diffondessero l’uso tra le ragazze per avviarle alla prostituzione. Molti li consideravano una «tela di ragno contro il pericolo e una corazza contro il piacere». Inoltre era costoso, perché di difficile lavorazione. Fino alla scoperta della vulcanizzazione della gomma verso il 1840, che ne vedrà la diffusione come anticoncezionale, era composto da intestino cieco di pecora. Il profilattico, d’altra parte, non incontrava il favore dei medici, che non lo ritenevano sicuro contro il contagio, mentre induceva falsa sicurezza nei «consumatori» di sesso mercenario.
Jean Astruc, professore di Medicina a Montpellier e Parigi, deplorava che certi «depravati usassero piccoli sacchi fatti di una membrana fine». E il grande Jacob von Plenck scriveva che era un’illusione che preservasse dal veleno venereo «l’applicarsi alla verga una pellicola a forma di guaina». Più tardi altri materiali (il lattice) e altri processi di lavorazione renderanno più sicuro il condom. Che però non entrò mai nelle misure pubbliche di profilassi antivenerea. Nella Grande Guerra il timore di incoraggiare il sesso tra i soldati spinse a privilegiare consigli igienici e kit contenenti una famosa pomata. Il peccaminoso dispositivo era bandito persino da enciclopedie e dizionari: l’Oxford English Dictionary non registra la parola fino al 1972.

il manifesto 31.8.16
Cannabis, legalizzazione e preconcetti
In attesa che la camera riprenda l’esame della legalizzazione della marijuana, e che il governo pubblichi la relazione annuale al parlamento, sarebbe opportuno nutrire il dibattito pubblico con quanti più studi scientifici possibili – preferibilmente con analisi indipendenti – per evitare certi inutili spauracchi
di Marco Perduca


Le dichiarazioni del presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione Raffaele Cantone a favore della legalizzazione della cannabis confermano che sulle droghe le opinioni sostituiscono i fatti. Cantone infatti, che in passato si era espresso contro ogni riforma, non solo non ha chiarito il perché del suo benvenuto ravvedimento, ma nel motivarlo ha chiarito che: 1) occorre non far incontrare giovani e organizzazioni criminali, 2) legalizzando si eviterebbe l’adulterazione dei prodotti vera causa della pericolosità delle sostanze. La legge che commentava esclude dalla legalizzazione i minorenni e non afferma che l’aggiunta di sostanze chimiche alla cannabis crei dipendenza.
Per tutta risposta, il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri, fautore dello stato etico per cui andrebbero proibite anche alcol e sigarette, ha tenuto a sottolineare che i proventi illegali delle “droghe leggere” sono quasi insignificanti rispetto al giro d’affari delle mafie. Cantone ha concordato. Nessuno dei due ha però specificato se si tratti del fatturato totale o solo di quello relativo agli stupefacenti. Per chiudere il cerchio in bellezza, i ministri della Salute e degli Affari regionali Lorenzin e Costa hanno affermato che là dove si è scelta la legalizzazione, i consumi sono aumentati nientepopodimeno che del 50%!
Si deve tornare ai periodi più bui del proibizionismo reaganian-craxiano, per registrare affermazioni di tale straordinaria superficialità che trova fondamento in un pregiudizio ideologico. Non esiste infatti alcuno studio che dimostri che un rilassamento delle sanzioni per il consumo individuale abbia prodotto un aumento in quelle percentuali – l’esperienza olandese del consumo tollerato semmai suggerisce, documentandolo, il perfetto contrario; né v’è stima che gli introiti attuali della cannabis siano quasi irrisori rispetto allo spropositato giro d’affari delle organizzazioni criminali. Tanto nel primo quanto nel secondo caso però, nessuno degli organismi nazionali, regionali o internazionali che s’interessano del “controllo delle droghe” ha mai sostenuto niente di simile. Anzi.
A luglio, la Direzione nazionale anti-Mafia, nel suo parere favorevole inviato al parlamento circa la legalizzazione della cannabis, ha segnalato che le risorse umane e finanziarie impiegate nel controllo del mercato della marijuana sono sproporzionate rispetto al lavoro necessario per il controllo del crimine organizzato, ma non affronta il problema dal punto di vista dei guadagni totali delle mafie.
Il «Rapporto mondiale sulle droghe» delle Nazioni dell’Onu del giugno scorso è semmai molto cauto nell’esprimere valutazioni circa l’impatto socio-economico della legalizzazione avvenuta in quattro Stati degli Usa e in Uruguay. Allo stesso tempo, ricordando che la cannabis è la sostanza illecita più diffusa al mondo, la ritiene la prima in quanto a entrate immediate per le narco-mafie.
In attesa che la camera riprenda l’esame della legalizzazione della cannabis, e che il governo pubblichi la relazione annuale al parlamento, sarebbe utile e opportuno nutrire il dibattito pubblico con quanti più studi scientifici possibili – preferibilmente con analisi indipendenti e frutto di processi di “revisione tra pari” anche con contributi internazionali – perché certi inutili spauracchi rendono solo ridicolo chi li agita.
Infine, non guasterebbe se il ministro della Giustizia Orlando, che ha detto di attendere con interesse il prosieguo dell’iter parlamentare, ribadisse pubblicamente quanto affermato alla sessione speciale dell’Onu sulle droghe e cioè che occorre che le evidenze scientifiche prendano il posto dell’ideologia.

il manifesto 31.8.16
Festival di Venezia
Rai, Mediaset e Sky in Laguna
Venezia 73. La copertura del festival sui canali digitali e satellitari con interviste e retrospettive. Blob propone un omaggio a Jean Paul Belmondo, Leone d'oro alla carriera
di Stefano Crippa


Come il piccolo schermo si prepara a coprire la dieci giorni cinematografica in Laguna nei tempi in cui ormai il tam tam dei social e della Rete rilancia 24 ore su 24 notizie, anteprime e interviste festivaliere?
La Rai «affida» Venezia 73 – così come è accaduto nelle ultime edizioni a RaiMovie, in qualità di Media Partner della Mostra che trasmette stasera in diretta tv e in streaming live la Cerimonia di apertura e il 10 quella di chiusura. A partire da domani e fino al 9 settembre, dopo il film di prima serata, una striscia quotidiana del Venezia Daily racconterà gli eventi, le proiezioni e gli ospiti della giornata appena trascorsa al Lido. Sul sito della rete (www.raimovievenezia.rai.it) sarà possibile poi seguire le dirette streaming delle conferenze stampa e dei Red Carpet più importanti. Blob alle 20 su Raitre fino al 10 settembre renderà un omaggio quotidiano al Leone d’Oro alla carriera Jean Paul Belmondo, a seguire Roar – Un giorno da Leone, una striscia a quiz che gioca con la memoria alle passate edizioni della mostra, condotta da Edoardo Camurri e con «disturbi d’autore» di Paolo Villaggio.
Mediaset – oltre alle finestre informative nei vari tg di Rete4, Canale 5 e Italia 1 – affida a Iris – il canale digitale free – le giornate del festival con una programmazione di opere passate in concorso e fuori concorso in laguna a partire da stasera e fino al 14 settembre, in prima, seconda serata e day-time. Tatti Sanguineti commenta invece le più interessanti opere al centro della kermesse con la rubrica Il ruggito del Leone, in onda dal primo al 10 settembre dopo il film di prima serata. Tra gli appuntamenti dedicati alla kermesse, dal 31 agosto al 12 settembre, alle ore 17, torna Note di Cinema a Venezia, a cura di Anna Praderio, l’approfondimento prevede interviste con tutte le star del Lido. Dal 1 all’8 settembre alle 19 – il magazine Venice Lounge.
Riflettori puntati su Venezia anche da parte di Sky con aggiornamenti quotidiani e una rubrica serale – alle 21 su Sky Cinema 1HD curata dalla redazione di Sky Cine News. Poi soprattutto tanto cinema, da stasera con l’anteprima del film Mr Nobody di Van Dormael con Jared Leto, passato con successo nell’edizione 66. L’8 settembre – sempre in prima tv – il vincitore del Gran Premio della Giuria 2015 Anomalisa, animazione in stop motion di Charlie Kaufman e Duke Johnson, e poi i classici Arrivederci ragazzi di Louis Malle e Zatoichi di Takeshi Kitano – entrambi proposti il 10 settembre. E ancora, gli italiani Hungry Hearts di Saverio Costanzo (8) e Non essere cattivo, l’opera postuma di Claudio Calligari presentata fuori concorso lo scorso anno(10). Stasera – poi – in occasione della presentazione di La La Land di Daniel Chazelle va in onda Whiplash, del 2015 che valse un anno fa al regista tre premi Oscar.