«Già Freud aveva messo in relazione l’esibizionismo con l’angoscia di castrazione»
Repubblica 3.7.16
I tabù del mondo
Le verità nascoste dietro l’ossessione del corpo perfetto
L’esibizionismo
fisico è una delle tendenze più forti della nostra epoca: siamo
continuamente osservati, fotografati, ridotti a oggetti. Da qui la mania
dilagante della chirurgia estetica
Ma il vero fine di chi ha la
perversione di mostrarsi troppo è impadronirsi dello sguardo dell’Altro.
Per trascinarlo nell’angoscia
In questo tipo di nevrosi l’aspetto
esteriore deve essere simile a quello di una bambola, creata per
soddisfare le esigenze sessuali del partner
di Massimo Recalcati
Intruppamenti
di corpi seminudi occupano le spiagge delle nostre vacanze, fanno
capolino nelle città, appaiono in tutti i luoghi di villeggiatura. Non
si possono non vedere. L’ontologia sartriana del corpo esposta ne
L’essere e il nulla trova qui una sua verifica empirica: il nostro corpo
è sempre visto, non può evitare di essere sottoposto allo sguardo
dell’Altro che ci medusizza fatalmente trasformandoci da soggetti in
oggetti. Il nostro corpo non è infatti mai solo nostro. Per diverse
ragioni: non abbiamo deciso le sue fattezze, si ammala e muore anche se
noi non lo vogliamo. Ma soprattutto è sempre visto dallo sguardo degli
altri. Sartre lo aveva messo in rilievo con forza: il nostro corpo è
sempre guardato, fotografato, pietrificato dallo sguardo dell’Altro. Se
ne accorgono talvolta traumaticamente le giovani donne quando fanno
esperienza della voluttà dello sguardo maschile: il loro corpo appare
per la prima volta come qualcosa che sfugge a se stesso.
L’esibizionismo
prima di essere una patologia deriva da questo statuto sempre visibile
del corpo. Il nostro corpo è gettato, gioco forza, in una continua
esibizione. Si tratta di un esibizionismo che coincide con la vita
stessa e che non possiamo evitare in nessun modo ma solo vivere con più o
meno gioia o angoscia. Questo statuto necessariamente esposto, esibito,
alienato del nostro corpo può però accentuarsi patologicamente. Le
insistite diete quaresimali, gli esercizi fitness massacranti,
l’ossessione per la propria forma, gli interventi di chirurgia estetica
per modellare il corpo adattandolo ai suoi stereotipi sociali ne sono un
esempio evidente. Una paziente anni fa mi raccontava dell’effetto
depressivo che il suo corpo allo specchio, superata la cinquantina
d’anni, le faceva ogni volta. In particolare vedeva amplificarsi i
numerosi interventi di chirurgia estetica ai quali si era sottoposta:
alle labbra, agli zigomi, ai seni, alle gambe e ai fianchi. La
sensazione estraniante che provava era quella di avere il corpo di
un’altra. In effetti la sua domanda «per chi ho fatto tutto questo?»
lasciava trapelare che non era certo per lei stessa, per piacersi di più
che aveva offerto il suo corpo al bisturi.
Già Freud aveva messo
in relazione l’esibizionismo con l’angoscia di castrazione: mostrare il
proprio corpo perfettamente in forma esibendone la bellezza o la forza
muscolare sono tentativi per ricoprire un senso profondo di
inadeguatezza. L’eccessiva attenzione per la propria immagine,
diversamente da quello che si può credere, non denuncia tanto il
narcisismo del soggetto, ma una sua ferita che esige di essere
compensata. Questi soggetti per esistere devono conformarsi all’ideale
che lo sguardo dell’Altro gli impone come normativo. Non ci vuole lo
psicoanalista per cogliere che certe trasformazioni tramite chirurgia
estetica a cui si sottopongono i corpi femminili non rispondono affatto
al criterio dell’abbellimento del proprio corpo, ma a quello di una sua
radicale metamorfosi al fine di renderlo il più possibile simile a
quello che l’immaginario erotico maschile esige.
Il canone che si
impone è solitamente quello delle commedie alla Alvaro Vitali. Il corpo
si assimila a una bambola che deve soddisfare le esigenze sessuali del
proprio partner. Il ritornello delle attricette di turno che parlano
delle operazioni estetiche alle quali si sono sottoposte sostenendo di
averlo fatto per stare bene con se stesse molto spesso non dice la
verità. Si tratta in realtà di modificare il proprio corpo per renderlo
più attraente per lo sguardo dell’Altro e non per il proprio. È
l’essenza dell’esibizionismo narcisistico.
L’esibizionismo come
forma specifica di perversione non ha però a che fare con tutto questo.
Né con lo statuto ontologicamente sempre visibile del nostro corpo, né
con il suo modellamento sullo sguardo e sul fantasma dell’Altro.
L’esibizionismo diventa davvero perverso quando, come spiega lucidamente
Lacan, non gode nel presentarsi allo sguardo dell’Altro, nel farsi
vedere, come si dice, ma nel provocarne l’angoscia. L’immagine
dell’esibizionista che gira nudo sotto il suo immancabile impermeabile
per offrirsi allo sguardo dell’Altro deve essere ripensata. Non si
tratta di godere nell’esporsi ma nello sconcertare chi osserva la scena,
nell’infrangere non il proprio tabù ma quello dell’Altro.
È
questo lo specifico della dimensione propriamente perversa
dell’esibizionismo: più che sul bello, sulla seduzione, sulla
compiacenza o sulla esibizione del proprio corpo per ammaliare lo
sguardo dell’Altro, esso punta a impadronirsene, a scuoterlo per
trascinarlo nell’angoscia, Esiste un godimento (inconscio o conscio) nel
mostrare il proprio corpo divenuto mostro che consiste
nell’impadronirsi dello sguardo dell’Altro. È qualcosa che possiamo
vedere all’opera in quei corpi che mostrano senza pudore le proprie
deformazioni. Accade, per esempio, nelle grandi obesità o nelle forme
gravi di anoressia o in quei corpi che portano su di sé alterazioni
profonde della loro immagine resa marziana, per esempio, da un uso
eccessivo e provocatorio di piercing.
È quello, infine, che si
evidenzia in certe tendenze dell’arte contemporanea dove l’ostentazione
del brutto, dell’orrido, dell’osceno e dell’abietto serve per fare
abbassare lo sguardo dello spettatore, per riempirlo di angoscia.