Corriere 17.7.16
«Serve un’idea forte di umanità per ridare sacralità alla persona»
di Maria Serena Natale
Un
serbatoio infinito di soldati senza divisa pronti all’azione, un
potenziale distruttivo cieco al quale l’ideologia dà una traiettoria. «A
questo punto il profilo individuale dell’attentatore ha una rilevanza
relativa perché è riassorbito in un progetto terroristico ad ampio
raggio, capace di attrarre schiere di giovani fragili facilmente
radicalizzabili». L’antropologo francese Marc Augé ha coniato negli anni
Novanta la categoria di «non luogo» come tassello fondamentale di una
«surmodernità» sovraccarica di comunicazione ma vuota di relazione.
Luoghi di transito senza storia, aeroporti e alberghi come le periferie
sociali dove la promessa di riscatto ed eguaglianza è stata tradita,
trasformate in bacini di rabbia e rivolta. Augé inquadra con il Corriere
i fatti di Nizza in un disegno di conquista che fa leva anche su questo
tradimento in atto nei territori dell’emarginazione.
Professor Augé, come si disinnesca questo potenziale?
«Oggi
il discorso pubblico è incentrato sulla de-radicalizzazione, che è
senz’altro un aspetto importante, ma non coglie il fenomeno in tutta la
sua profondità. Il fondamentalismo attecchisce lì dove non c’è un
progetto di vita complessivo, un’idea forte di umanità, così ha buon
gioco a strumentalizzare e organizzare la volontà dei singoli di fare il
male».
Cosa intende per «male», una forza in azione nella Storia, una dimensione psicologica..?
«L’incapacità
dell’essere umano di riconoscere sé nell’altro, di vedere e rispettare
l’umanità in ogni singolo uomo. Il fondamentalismo nega una simile
possibilità».
Come può combinarsi con la religione un sistema ideologico che svilisce l’uomo e lo riduce a strumento?
«Questo
è proprio un pericolo connaturato a una certa interpretazione della
visione monoteista, per la quale lo stesso Dio ostacola
l’identificazione dell’individuo con l’umanità. Occupando tutto lo
spazio sacro e diventando essa stessa l’universale, la divinità toglie
universalità all’umano, impedisce di riconoscere questa dimensione nel
singolo uomo. È una direzione opposta rispetto a quella colta da
Jean-Paul Sartre, “ogni uomo è tutto l’uomo”, che poi è l’essenza della
laicità».
La laicità alla base di questo modello informa lo
spirito della «République», della Francia che ha portato nel mondo i
suoi ideali di libertà e fratellanza ma ha alle spalle un processo di
decolonizzazione traumatico e violento: anche per queste ragioni si
ritrova bersaglio?
«Le ragioni sono molteplici: il passato conta
perché ha creato le condizioni del presente, ma quel che oggi fa la
differenza è il ruolo delle disparità sociali ed economiche per la
grande comunità musulmana del Paese. E pesa pure la partecipazione alle
operazioni militari in Medio Oriente contro i terroristi di Daesh».
In che modo si sradica la visione fondamentalista?
«Soprattutto
con un progetto educativo supportato dall’intera società e inserito in
un orizzonte filosofico che restituisca sacralità all’individuo. Questa
laicità consente di trascendere le differenze culturali — che vanno
sempre riconosciute e rispettate — in nome di valori universali che ci
permettono di superare qualsiasi forma d’esclusione. Non si tratta di
relativismo culturale, è una forma di utopia. Solo così l’altro può
ritrovare ai nostri occhi una dignità nuova».