martedì 21 giugno 2016

Repubblica 21.6.16
Jeremy Corbyn.
Il leader laburista alla veglia per Jo Cox: “Non bisogna strumentalizzarne la morte. Ma onorarne la memoria schierandosi contro l’uscita dall’Unione”
“La Ue non è democratica ma dobbiamo restarci e cercare di cambiarla”
di Enrico Franceschini

LONDRA. «Sono molto critico verso l’Europa, perché non è abbastanza democratica e la sua politica di austerità è responsabile del disagio che ora molti imputano all’immigrazione. Ma non è una buona ragione per uscire dalla Ue, anzi è una buona ragione perché la Gran Bretagna resti dentro l’Unione Europea e cerchi di cambiarla ». Jeremy Corbyn parla del referendum a una veglia per commemorare Jo Cox davanti al municipio di Islington, il quartiere londinese in cui abita il leader laburista, da sempre feudo della sinistra britannica. Attorniato di fan come una rock star, il 67enne capo del Labour fa un breve comizio, depone un mazzo di fiori, firma un libro di condoglianze, quindi si intrattiene con chiunque voglia avvicinarlo. E accetta di rispondere anche alle domande di
Repubblica.
Cosa pensa della tragica fine della vostra parlamentare?
«Jo Cox era una donna che si batteva per un mondo migliore, una giovane deputata impegnata per i diritti umani, la salvaguardia dei più deboli, l’eguaglianza. La sua morte è un lutto di famiglia per il partito laburista e per chiunque condivida tali valori».
Assegna responsabilità morali a qualcuno per il suo assassinio?
«Non voglio chiamare in causa singoli individui, ma certamente la campagna per Brexit ha raggiunto livelli di retorica scandalosi. Il poster contro gli immigrati presentato dal leader dell’Ukip Nigel Farage è spaventoso».
Crede che questo fatto di sangue possa influenzare il risultato del referendum, come sembrano indicare i sondaggi e la reazione dei mercati?
«Non bisogna strumentalizzare una morte per fini politici. Bisogna onorare la memoria di Jo continuando a lottare contro l’odio e l’intolleranza che l’hanno uccisa. Schierarsi per restare nella Ue fa parte di questa battaglia».
Cosa si aspetta dal referendum?
«Mi batto per far restare la Gran Bretagna in Europa. Non amo fare il catastrofista, ma milioni di posti di lavoro dipendono dai nostri legami con l’Unione Europea. Continuerò a fare campagna per “Remain”, per rimanere nella Ue, fino in fondo e fino all’ultimo, con il massimo impegno. Anche se sono molto critico della Ue».
Perché?
«Perché non è un’istituzione abbastanza democratica. Non mi piace il modo in cui Bruxelles prende le decisioni e spesso non sono d’accordo con le decisioni che prende».
Qualcuno la accusa di non essere abbastanza filo-europeo. Lei è contro l’ideale di un’Europa unita?
«No, non sono contro l’ideale europeo. Ma sono contro il tipo di politica dall’alto varata da Bruxelles che per esempio ha imposto l’austerità alla Grecia, al Portogallo, all’Italia, facendo soffrire milioni di persone. La politica dell’Unione Europea è decisa da un governo ristretto e dalla Banca centrale europea senza rispondere direttamente a 500 milioni di elettori. La Gran Bretagna deve restare in Europa, ma per fare insieme agli altri paesi europei un’Europa migliore».
Ci sono troppi immigrati in Gran Bretagna?
«La campagna per Brexit dà agli immigrati la colpa dei problemi che abbiamo in questo paese: le insufficienze della sanità e della scuola, la stagnazione dei salari, la fragilità dell’industria. Ma la colpa non è degli immigrati: è dei tagli alla spesa pubblica e in generale della politica del governo conservatore ».
Se fosse primo ministro metterebbe un tetto all’immigrazione?
«Non è possibile mettere tetti all’immigrazione, qui o in altri paesi europei, se c’è libertà di movimento per i lavoratori all’interno di tutta la Ue. Anche in questo caso il problema è un altro: l’immigrazione aumenta verso i paesi con un’economia più forte, come il Regno Unito, a causa dei danni provocati dall’austerità all’economia di paesi più deboli, come quelli del Mediterraneo o dell’Europa dell’est. Cambiamo politica, portiamo più benessere altrove e l’immigrazione diminuirà automaticamente ».
I suoi sostenitori premono per stringergli la mano, farsi un selfie con lui, parlargli. Un ragazzo lo ringrazia di avere «ridato speranza alla politica». Corbyn ascolta e risponde a tutti, pazientemente, come se non avesse di meglio da fare. Al suo fianco non un portaborse, un segretario, una guardia del corpo. Viene spontaneo chiedergli, mentre sta per andarsene, se gli andrebbe di cenare insieme: c’è una nuova pizzeria italiana con forno a legno, a due passi da qui, nel suo quartiere. «Ho un impegno», replica cortese, ma s’informa dell’indirizzo. «Holloway road, vicino al metrò di Highbury? Ho capito, grazie, ci andrò». E il capo della sinistra britannica si allontana, solo come è venuto, con le mani in tasca.