giovedì 9 giugno 2016

La Stampa 9.6.16
“Anche se perdiamo non mi dimetto”
Renzi cambia strategia e guarda alla gestione del partito: ci entriamo col lanciafiamme
Ma intanto a Napoli si indaga su due candidate per voto di scambio e corruzione elettorale
di Fabio Martini

Sferzante Nei confronti di Pier Luigi Bersani: «Rispetto molto chi da anni e con nota coerenza dice che va tutto male nel Pd. Ma non è così». Una battuta alla quale ha replicato il senatore Miguel Gotor

L’ astinenza dalle telecamere del presidente del Consiglio è durata 56 ore e mezza e ieri sera Matteo Renzi è ricomparso dai teleschermi de La 7, con un tono molto più suadente del solito, per lanciare tre messaggi. Il primo, scontato, riguarda la sua pemanenza a palazzo Chigi: «Se il Pd perde a Roma e a Milano non mi dimetterei». Il secondo messaggio invece è di quelli che non fanno «titolo» e però è il più inatteso: «Non credo che farò iniziative elettorali per i ballottaggi: non lo farò quest’anno e neanche l’anno prossimo». Un modo per ammettere, sia pure indirettamente, che la sua sovraesposizione accanto ai candidati sindaco non è più un valore aggiunto? Che c’è un «effetto-Renzi» al contrario? Il presidente del Consiglio non lo ha detto e non lo dirà mai, anzi si è lasciato uno spiraglio per comizi all’ultimo istante. E per il momento il suo apporto si è concentrato sul caso più difficile: Roma. E infatti il terzo messaggio contenuto nella intervista trasmessa da «Otto e mezzo», il programma di Lilli Gruber, riguarda le (ipotetiche) Olimpiadi del 2024 per le quali Roma si è candidata: «Se il Pd perde a Roma, ho l’impressione che salterebbero». E ha citato, sia pure in modo apocrifo, Virginia Raggi, la candidata grillina a Roma: «Lei ha detto che le Olimpiadi sono una cosa criminale, è una dichiarazione molto impegnativa perchè il sindaco deve firmare la lettera per accogliere l’evento. Se vince Raggi credo che questa occasione per più posti di lavoro e impegno per le periferie salterà».
Dunque, Renzi ha rotto il «digiuno» che si era imposto negli ultimi giorni, deludendo chi immaginava una riflessione autocritica del presidente del Consiglio sulla sua «onnipresenza». Ma lo ha fatto - e non è un caso - con un approccio nettamente diverso dal solito. Pur incalzato dalle domande «vere» di Lilli Gruber e dell’editorialista del Corriere della Sera Massimo Franco, Renzi si è auto-imposto di rispondere col sorriso sulle labbra, si è sforzato di non eccedere in aggressività e di spegnere l’arroganza che lui stesso si riconosce, evitando di auto-elogiarsi oltre il necessario o di scaricare, come di consueto, tutte le colpe sugli altri.
Un atteggiamento evidentemente studiato a tavolino, con una sordina che ha finito per coinvolgere i candidati Pd nelle città. Piero Fassino dovrebbe vincere per la sua «esperienza», Giachetti e Sala sono stati appena nominati. Tagliente nei confronti di Pier Luigi Bersani: «Rispetto molto chi da anni e con nota coerenza dice che va tutto male nel Pd. Ma non è così». Una battuta alla quale ha replicato il senatore Miguel Gotor: «Che nel pieno di una difficile campagna per i ballottaggi, Renzi scelga di attaccare frontalmente Bersani e la sinistra è il segno della sua poca lucidità». Appena rientrato a palazzo Chigi, Renzi ha appreso la notizia dell’inchiesta di Napoli sul voto di scambio che coinvolge, con l’ipotesi di corruzione elettorale, un candidato del Pd al consiglio comunale e uno alle municipalità. Una tegola pesante, alla quale ben si adatta una precedente battuta del presidente del Consiglio: «Dopo il ballottaggio entriamo nel Pd col lanciafiamme». Dopo due anni e mezzo di leadership Renzi si è accorto che il Pd non funziona e in compenso non sembrano esserci novità nel controverso rapporto con Denis Verdini: «Il tema di un’alleanza nazionale riempie i talk show ma non è mai esistito».