domenica 12 giugno 2016

Bergoglio e l’«accoglienza» della «disabilità nelle sue forme fisica, mentale e sensoriale»
L’Osservatore Romano 12.6.16
Tesori nascosti
Per una piena partecipazione delle persone disabili alla vita sacramentale e liturgica
Al convegno della Cei sulle persone disabili il Pontefice raccomanda accoglienza e ascolto
La pastorale dell’orecchio
l convegno promosso dalla Cei il Papa ricorda che ogni esclusione è un impoverimento della comunità


La discriminazione delle persone con disabilità mentale è una cosa molto brutta e lo è ancora di più se avviene in una parrocchia. Aiutato dai laici, il sacerdote deve invece accogliere e ascoltare tutti — non ci sono scuse — aiutando ciascuno a capire la fede, l’amore e ad accostarsi ai sacramenti perché tutti possono conoscere Dio. Lo ha affermato Papa Francesco dialogando con un gruppo di disabili che sabato mattina, 11 giugno, nell’aula Paolo VI, hanno partecipato al convegno promosso dalla Cei.
Messo da parte il testo del discorso preparato e rispondendo a braccio a tre domande, Francesco ha invitato le comunità cristiane a praticare «la pastorale dell’orecchio», facendo in modo di assicurare una preparazione adeguata ai sacramenti con il linguaggio comprensibile per ogni persona, perché tutti abbiano la stessa possibilità di ricevere i sacramenti. E ha ricordato che Pio X diede indicazione di dare la comunione
ai bambini, facendo così di una diversità una uguaglianza, perché sapeva che il bambino capisce, magari in un altro modo: ognuno infatti, ha affermato il Papa, ha un modo diverso di conoscere le cose ma tutti possono conoscere Dio. Per questa ragione, ha aggiunto, un parroco non può respingere un disabile dicendo che tanto non capisce.
Tutti siamo diversi, ha fatto ancora notare Francesco, eppure tante volte abbiamo paura delle diversità perché sono sempre una sfida. In realtà sarebbe così più comodo ignorare le diversità e cavarsela ipocritamente dicendo “siamo tutti uguali” e lasciando da parte chi non lo è. Invece le diversità, se messe insieme, sono una ricchezza, una sfida che non deve spaventare, e anche la strada per crescere e migliorare. Il segreto, ha concluso il Pontefice, è mettere in comune quello che abbiamo. E per esprimere questo atteggiamento il gesto più bello e profondo è proprio la stretta di mano, che sta a indicare uno scambio reciproco di doni.

Cari fratelli e sorelle,
vi accolgo in occasione del 25° anniversario dell’istituzione del Settore per la Catechesi delle persone disabili dell’Ufficio Catechistico Nazionale italiano. Una ricorrenza che stimola a rinnovare l’impegno affinché le persone disabili siano pienamente accolte nelle parrocchie, nelle associazioni e nei movimenti ecclesiali. Vi ringrazio per le domande che mi avete rivolto e che mostrano la vostra passione per questo ambito della pastorale. Esso richiede una duplice attenzione: la consapevolezza della educabilità alla fede della persona con disabilità, anche gravi e gravissime; e la volontà di considerarla come soggetto attivo nella comunità in cui vive.
Questi fratelli e sorelle — come dimostra anche questo Convegno — non sono soltanto in grado di vivere una genuina esperienza di incontro con Cristo, ma sono anche capaci di testimoniarla agli altri. Molto è stato fatto nella cura pastorale dei disabili; bisogna andare avanti, ad esempio riconoscendo meglio la loro capacità apostolica e missionaria, e prima ancora il valore della loro “presenza” come persone, come membra vive del Corpo ecclesiale. Nella debolezza e nella fragilità si nascondono tesori capaci di rinnovare le nostre comunità cristiane.
Nella Chiesa, grazie a Dio, si registra una diffusa attenzione alla disabilità nelle sue forme fisica, mentale e sensoriale, e un atteggiamento di generale accoglienza. Tuttavia le nostre comunità fanno ancora fatica a praticare una vera inclusione, una partecipazione piena che diventi finalmente ordinaria, normale. E questo richiede non solo tecniche e programmi specifici, ma prima di tutto riconoscimento e accoglienza dei volti, tenace e paziente certezza che ogni persona è unica e irripetibile, e ogni volto escluso è un impoverimento della comunità.
Anche in questo campo è decisivo il coinvolgimento delle famiglie, che chiedono di essere non solo accolte, ma stimolate e incoraggiate. Le nostre comunità cristiane siano “case” in cui ogni sofferenza trovi com-passione, in cui ogni famiglia con il suo carico di dolore e fatica possa sentirsi capita e rispettata nella sua dignità. Come ho osservato nell’Esortazione apostolica Amoris laetitia, «l’attenzione dedicata tanto ai migranti quanto alle persone con disabilità è un segno dello Spirito. Infatti entrambe le situazioni sono paradigmatiche: mettono specialmente in gioco il modo in cui si vive oggi la logica dell’accoglienza misericordiosa e dell’integrazione delle persone fragili» (n. 47).
Nel cammino di inclusione delle persone disabili occupa naturalmente un posto decisivo la loro ammissione ai Sacramenti. Se riconosciamo la peculiarità e la bellezza della loro esperienza di Cristo e della Chiesa, dobbiamo di conseguenza affermare con chiarezza che esse sono chiamate alla pienezza della vita sacramentale, anche in presenza di gravi disfunzioni psichiche. È triste constatare che in alcuni casi rimangono dubbi, resistenze e perfino rifiuti. Spesso si giustifica il rifiuto dicendo: “tanto non capisce”, oppure: “non ne ha bisogno”. In realtà, con tale atteggiamento, si mostra di non aver compreso veramente il senso dei Sacramenti stessi, e di fatto si nega alle persone disabili l’esercizio della loro figliolanza divina e la piena partecipazione alla comunità ecclesiale.
Il Sacramento è un dono e la liturgia è vita: prima ancora di essere capita razionalmente, essa chiede di essere vissuta nella specificità dell’esperienza personale ed ecclesiale. In tal senso, la comunità cristiana è chiamata ad operare affinché ogni battezzato possa fare esperienza di Cristo nei Sacramenti. Pertanto, sia viva preoccupazione della comunità fare in modo che le persone disabili possano sperimentare che Dio è nostro Padre e ci ama, che predilige i poveri e i piccoli attraverso i semplici e quotidiani gesti d’amore di cui sono destinatari. Come afferma il Direttorio Generale per la Catechesi: «L’amore del Padre verso questi figli più deboli e la continua presenza di Gesù con il suo Spirito danno fiducia che ogni persona, per quanto limitata, è capace di crescere in santità» (n. 189).
È importante fare attenzione anche alla collocazione e al coinvolgimento delle persone disabili nelle assemblee liturgiche: stare nell’assemblea e dare il proprio apporto all’azione liturgica con il canto e con gesti significativi, contribuisce a sostenere il senso di appartenenza di ciascuno. Si tratta di far crescere una mentalità e uno stile che metta al riparo da pregiudizi, esclusioni ed emarginazioni, favorendo una effettiva fraternità nel rispetto della diversità apprezzata come valore.
Cari fratelli e sorelle, vi ringrazio per quanto avete fatto in questi venticinque anni di lavoro al servizio di comunità sempre più accoglienti e attente agli ultimi. Andate avanti con perseveranza e con l’aiuto di Maria Santissima nostra Madre. Io prego per voi e vi benedico di cuore; e anche voi, per favore, pregate per me.