domenica 8 maggio 2016

Limes 2.5.16
Da Vatileaks a Vaticlash, lo scontro sui denari del Vaticano
Il conflitto tra Segreteria di Stato e Segreteria per l’Economia paralizza la revisione contabile degli enti della Santa Sede. Emergono la confusione e le lotte di potere. Verosimilmente, con il placet di Francesco.
di Piero Schiavazzi

C’era una volta Vatileaks, ossia la guerra dei documenti. Neologismo fortunato, coniato da padre Federico Lombardi e consegnato ai posteri per descrivere, e circoscrivere, il periodo delle guerre intestine vaticane, combattute a colpi di file e carte trafugati, che portarono alle dimissioni di un papa e a un processo senza precedenti, con l’imputazione di due giornalisti.
Un conflitto in cui le star rimangono sullo sfondo ed emergono i comprimari, tra solerti maggiordomi, redivive Mata Hari e monsignori d’assalto, in anfibi e tuta mimetica.
E c’è oggi Vaticlash: la guerra dei comunicati. Un autentico Clash of the Titans, cioè uno scontro epico tra titani, che occupano la ribalta, battagliano e polemizzano, si “sconfessano” pubblicamente, nell’anno della misericordia. Come dire da House of Cards a Game of Thrones. Dagli intrighi dietro le quinte ai duelli a scena aperta, sotto gli occhi dei media internazionali, che sulla scia del Financial Times si allertano e ipotizzano un sabotaggio delle riforme.
A contendere sono due istituzioni, la segreteria di Stato, sino a ieri cabina di comando, solitaria e solipsista, della curia romana, e la segreteria per l’Economia, il superdicastero nuovo di zecca creato da Francesco e affidato all’australiano George Pell, porporato manager, che tale ama definirsi,manager of the Holy See, appunto, anglicizzando il linguaggio ecclesiastico e aggiornando il paesaggio politico mediante una nuova fattispecie istituzionale: dopo il partito azienda, la Chiesa holding, normalizzata e modernizzata secondo i più avanzati standard di Wall Street.
Quanto al casus belli, esso alberga notoriamente tra le righe di un contratto da tre milioni di euro stipulato a dicembre con PricewaterhouseCoopers, colosso mondiale della revisione contabile, incaricandola di sottoporre a screening i bilanci di 120 enti vaticani e invitando questi ultimi a spalancare porte e finestre, cassetti e casseforti.
Le circolari che Pell ha diramato in tal senso, alla fine di febbraio, sono state tuttavia bloccate, all’inizio di aprile, da un perentorio contrordine del cardinale Parolin e del suo vice Angelo Becciu, i quali hanno bruscamente, sebbene provvisoriamente, sospeso l’attività di auditing.
A seguire un fuoco incrociato di reazioni e dichiarazioni. Da una parte il Sostituto della segreteria di Stato, che alla tv della Cei rassicura sulla volontà di trasparenza e rileva vizi procedurali, con allusione ad alcune clausole del contratto e alla firma di Pell, apposta impropriamente sul documento, non rappresentando “l’organismo pertinente”. Dall’altra il comunicato del superministro, che a breve giro respinge le obiezioni e ribadisce la regolarità dell’atto, sottoscritto in primis dall’Audit Committee del Consiglio per l’Economia, il “parlamentino” di quindici membri presieduto dal collega tedesco Reinhard Marx. Fino all’intervento della sala Stampa, in veste di pompiere, che ha provato a sedare l’incendio, confermando lo stop ma cercando di non urtare le suscettibilità personali, per non scivolare ulteriormente nella querelle.
Contestualmente allo scontro istituzionale, senza precedenti, va evidenziata la tenzone, spettacolare, che ha visto protagonisti due tipi “tosti”, George Pell e Angelo Becciu, numero tre della gerarchia vaticana, nel ruolo reso celebre dai cavalli di razza delle scuderie bresciane, Giovanni Battista Montini e Giovanni Battista Re.
Un confronto in cui la differenza di altezza e stazza fisica – Pell è quasi il doppio di Becciu – non deve trarre in inganno, poiché statura e peso politico invece si equivalgono fra il principe della Chiesa originario di Ballarat, terra di miniere, centomila anime a cento chilometri da Melbourne, figlio di un pugile campione dei massimi, e il nunzio apostolico nativo di Pattada, borgo montano del sassarese, nota per la fabbricazione dei coltelli a serramanico e la tempra dei suoi cittadini, che il Dizionario degli Stati del Re di Sardegna, del 1856, definisce “pronti nell’agire, delicati in fatto d’onore, impetuosi, accorti…”
Così mentre “le istanze competenti” riflettono sul “significato e la portata di alcune clausole”, gli osservatori, mutuando il medesimo binomio, approfondiscono piuttosto il “significato” e la “portata” di una crisi che va ben oltre il contratto con PwC e investe il patto stesso del conclave 2013.
Una crisi che altrove, in termini scientifici, verrebbe classificata senza esitare con almeno tre attributi. Di governo, di maggioranza, delle istituzioni: a) di governo, perché registra il fragore inaudito di una collisione tra dicasteri e i loro titolari; b) di maggioranza, perché sancisce la rottura della coalizione che ha eletto Francesco; c) delle istituzioni, poiché rimette in discussione la principale riforma introdotta fin qui dal Pontefice argentino.
Il Motu Proprio Fidelis Dispensator et Prudens, del febbraio 2014, stravolge infatti l’impianto della curia di Montini e Wojtyla, concepita sull’assoluta centralità della segreteria di Stato, e introduce de facto un sistema unico al mondo, invero alquanto anomalo, con due “primi ministri” che collaborano ma riportano entrambi direttamente al papa, senza intermediari, nell’intento di separare diplomazia e finanza. Qualcosa di analogo, assai vagamente, possiamo riscontrare negli Usa, dove manca però la figura del premier e vige una sostanziale, funzionale parità tra i dipartimenti di Stato e del Tesoro, preposti rispettivamente alla politica estera ed economica.
Le costituzioni, come ci mostra il diritto comparato, non nascono mai asetticamente a tavolino, ma discendono dalle convulsioni del momento storico e da continue oscillazioni pendolari, che a volte privilegiano l’istanza di efficienza, dirigismo e accentramento. Altre l’opposta necessità di garantismo, bilanciamento, trasparenza.
Così all’indomani del conclave, prevalse l’intento di smantellare il potere della segreteria di Stato a guida italiana e relegarla nel recinto della diplomacy, sottraendole il controllo delle risorse finanziarie, sino a includere i fondi riservati, a cui tutte le cancellerie del pianeta, viepiù delle grandi potenze, attingono normalmente e discrezionalmente.
Nell’arco di tre anni tuttavia lo scenario appare drasticamente rovesciato. I due nuovi organismi, la segreteria e il Consiglio per l’Economia, una sorta di commissione “bilancio e programmazione”, rispecchiano il contrasto di vedute dei rispettivi guru, il “socialdemocratico” Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco di Baviera, e il liberista George Pell, divisi sulle strategie a lungo termine.
Il mutamento climatico, rispetto a dodici mesi prima, si coglie già negli statuti dei due enti, emanati nel 2015, che tradiscono lo scopo di imbrigliare il gigante Pell alla maniera di un Gulliver a Lilliput, attraverso una serie di lacci e “lacciuoli”, con il risultato di rendere ingovernabili le finanze della Santa Sede.
Di conseguenza il C9, il gruppo di nove cardinali che assistono il pontefice nell’attuazione delle riforme, da collegio garante della loro speditezza si è convertito in spiaggia di arenamento: camera di compensazione delle tensioni interne, con il partito italico sollecito a inserirsi per recuperare una parte del potere perduto.
A questo punto è lecito chiedersi se la situazione sia finita fuori controllo, oppure, paradossalmente ma verosimilmente, risponda nel profondo ai desiderata e all’indole del papa. E si muova esattamente nella direzione da lui voluta.
“Il conflitto non può essere ignorato o dissimulato, deve essere accettato”. A leggere la Esortazione Evangelii Gaudium, magna carta del pontificato, sembrerebbe che un certo grado di conflittualità istituzionale, da “sopportare” e portare in superficie, sia fisiologico nella visione di Francesco e costituisca l’unico antidoto alla degenerazione delle lotte clandestine. Meglio insomma i duelli al sole delle trame oscure. Meglio un affondo di fioretto che un colpo di stiletto. Meglio i comunicati ufficiali dei documenti trafugati. Meglio, infine, la confusione della corruzione.
Non sappiamo se, dopo aver riflettuto sul “significato” e la “portata” del contratto di Pell, i cassetti si apriranno integralmente agli esperti di PwC – gli stessi che hanno lasciato il segno facendo luce sui bilanci del Bambino Gesù – ma prendiamo atto che a finire nel cassetto, sin d’ora, è la vecchia definizione di Vatileaks, non più idonea ad interpretare le dinamiche del Vaticlash, nel tentativo improbabile benché apprezzabile, concettualmente ardito e operativamente arduo, di coniugare dialettica democratica e struttura teocratica.