lunedì 30 maggio 2016

La Stampa 30.5.16
Un governo senza Renzi se a ottobre vince il No
Grasso e Padoan in pole position per Palazzo Chigi
di Federico Geremicca

È da settimane che osservatori politici e opinione pubblica lamentano la partenza assai anticipata della campagna per il referendum costituzionale di ottobre. Anche i partiti, naturalmente, denunciano lo stesso problema: eppure, incredibilmente e al riparo di questa spessa coltre polemica, stanno già guardando addirittura oltre. E ragionano, in particolare, sullo scenario più incerto: quello che verrebbe a determinarsi con la sconfitta del sì e le annunciate dimissioni di Matteo Renzi.
Dopo l’iniziale propaganda di maniera («Mandiamo a casa il premier e torniamo a votare») a leader di partito e addetti ai lavori è già diventato chiaro che la faccenda non è poi così semplice. E perfino uno dei più accesi sostenitori del ritorno alle urne (Luigi Di Maio) ieri ha ammesso: «Se vince il no, non chiederemo le dimissioni di Renzi. Mi auguro che il Presidente della Repubblica intervenga e indichi agli italiani con quale legge elettorale si va al voto».
E questo è il primo, serissimo, problema. Infatti, se il referendum di ottobre non approvasse la riforma costituzionale - lasciando, insomma, le cose come stanno - il Parlamento dovrebbe esser rieletto con due leggi elettorali totalmente diverse, una maggioritaria (l’Italicum, appunto) e l’altra proporzionale (il cosiddetto Consultellum): riproponendo tutti i rischi di ingovernabilità già sperimentati con il Porcellum. Situazione delicata, come è evidente: tanto che, in più di un colloquio informale, il Presidente della Repubblica non ha mancato di segnalare il problema ai suoi interlocutori.
Dunque, dando per scontate le dimissioni del premier Renzi in caso si sconfitta al referendum, i fatti dicono che sarebbe comunque necessario insidiare un nuovo governo che, incaricato di gestire l’ordinaria amministrazione, dia intanto tempo alle forze politiche di varare una nuova legge elettorale per il Senato o addirittura per entrambi i rami del Parlamento. E per quanto paradossale possa apparire, su questo punto la discussione è già del tutto aperta.
Un nuovo governo, già. Ma con quale profilo, e con i voti di chi? Non è che le ipotesi sul tavolo siano poi tante. La più gettonata - al momento - punta sul tradizionale «governo istituzionale» (guidato, in questo caso, dal Presidente del Senato, Grasso) che potrebbe godere, in partenza, della «neutralità» di tutte o quasi le forze presenti in Parlamento. Però, considerato che i tempi dello show down dovrebbero coincidere con quelli di una complessa sessione di bilancio, c’è chi non esclude l’ipotesi (certo più complicata) di un «governo tecnico» presieduto da Pier Carlo Padoan. Si tratterebbe, come è evidente, di esecutivi dal profilo assai diverso: il che già si annuncia come tema di scontro e polemica.
Ma come andare al voto - con quale legge elettorale e con quale governo - è solo uno dei problemi sui quali i partiti stanno ragionando nell’ipotesi di una sconfitta del sì. L’altro - non meno delicato e dal quale, anzi, dipenderà molto, se non tutto - riguarda le reali intenzioni di Matteo Renzi. L’interrogativo, che per ora agita soprattutto lo stato maggiore del Pd, è semplice: il premier lascerà davvero Palazzo Chigi? E soprattutto: si dimetterà anche da segretario, visto che su questo - secondo alcuni - la chiarezza non è assoluta?
L’interrogativo non è ozioso, visto che Renzi - in teoria - potrebbe battere due strade diverse. Infatti, una cosa sono la legittimità e il mandato di cui è stato investito (da Napolitano prima e dalle Camere poi) in quanto premier; e altro è il voto con il quale quasi due milioni di iscritti e simpatizzanti lo elessero alla guida del Pd per rinnovare il partito. E dunque: quando Renzi annuncia di voler «lasciare la vita politica», in caso di sconfitta al referendum, intende anche la guida del Pd?
È evidente che, a seconda della risposta, lo scenario autunnale cambierà radicalmente: una cosa, infatti, potrebbe essere la linea di un Pd guidato da un qualche «direttorio» (in attesa del Congresso) e altra quella di un partito ancora a «trazione renziana». Quel che è certo, è che in caso di vittoria dei no l’orizzonte potrebbe farsi assai confuso: e non per nulla, lassù al Quirinale, c’è chi ha già cominciato a drizzare le antenne...