venerdì 6 maggio 2016

Corrriere 6.5.16
Kim
L’ossessione del leader per le armi
Il Paese dove ogni angolo è trincea
Fabbriche di munizioni trasformate in museo, filmati che ripropongono il lancio di missili nelle scuole: tutto a Pyongyang riporta al mito dello scontro all’ultimo sangue con i «nemici»
di Guido Santevecchi

PYONGYANG Una sedia e un tavolino di legno con sopra un vecchio mitragliatore. Di fronte, a cinquanta passi di distanza, due bersagli affiancati, entrambi con tre fori ravvicinati nel centro. «Li hanno fatti nel 1949 l’eterno presidente Kim Il-sung e la madre della nazione Kim Jong-suk (sua moglie, ndr) quando vennero qui a sparare per provare l’arma. Il risultato fu perfetto e il presidente eterno lodò i tecnici e gli operai della produzione», dice la guida con voce ispirata. Siamo a Pyongyang, in attesa del congresso del Partito dei lavoratori della Corea del Nord e questa ex fabbrica di armi e munizioni, fondata dal primo leader del regime nel 1947, secondo l’attuale capo supremo Kim Jong-un, nipote di Kim Il-sung, è uno dei luoghi imperdibili per un visitatore venuto dall’estero.
Quella per le armi è con ogni evidenza una passione, un’ossessione nella Nord Corea. Al posto della fabbrica oggi c’è un museo, del quale il poligono con i bersagli fa parte. Nelle sei sale che sanno un po’ di muffa sono allineati dentro teche di vetro mitra, caricatori rotondi, bombe a mano, proiettili, mortai, lime, martelli, mazze, chiavi inglesi e cacciaviti usati tanti anni fa per produrre «armi rivoluzionarie». Ci spiegano che l’eterno presidente Kim Il-sung (defunto nel 1994) è venuto a ispezionare gli impianti 25 volte, la moglie 20: tutte le date sono iscritte in caratteri dorati su una parete. La visita è lunga, perché la guida, una signora in abito tradizionale con grande gonna a sacchetto blu e lilla, deve informare con voce impostata che «la classe operaia fece ogni sforzo» per costruire quei mitra autarchici e rendere il Paese indipendente da fornitori stranieri. Poi ci vuole tempo per la traduzione, affidata a una ragazza sottile e carina in tailleur nero che parla un buon inglese, ma va in crisi quando deve tradurre termini come «otturatore» e ride con grazia della propria «ignoranza» (è uno dei pochi momenti che sfuggono al protocollo austero della Commissione Informazione che ci segue passo dopo passo).
La guida riattacca: «Il presidente eterno fu il più grande uomo di tutti i tempi. Pensate che nel 1950, quando gli imperialisti americani cominciarono a bombardare sconsideratamente tutto, ordinò di spostare fuori città gli impianti delle armi. Il giorno dopo la fabbrica fu colpita e distrutta. Ma nel nuovo sito si produsse ancora di più». Conclusione: «Grazie a questa storia ora sotto la guida del rispettato maresciallo Kim Jong-un (33 anni, nipote del primo Kim e figlio del secondo Kim, defunto nel 2011, ndr ) possiamo diventare una potenza nucleare».
In questo clima di grande euforia, si cerca di indovinare che cosa farà Kim Jong-un per segnalare al suo popolo e al mondo che il congresso del Partito dei lavoratori che si apre oggi segnerà la storia, come tutti qui a Pyongyang assicurano. Si limiterà ad annunci straordinari sulla politica e l’economia? Promuoverà la sorella più giovane Kim Yo-jong, 29 anni, al rango di ministro per rafforzare ancora la presa della dinastia sul potere? Oppure ha già ordinato ai suoi tecnici di lanciare un altro missile o compiere un nuovo test nucleare?
Le ultime immagini dei satelliti occidentali puntati sul centro nucleare nordcoreano di Punggye-ri ieri rivelavano «attività molto bassa». Però, gli analisti spiegano che non si può dire se il livello ridotto di movimenti in superficie e nelle gallerie sotterranee indichi che gli artificieri atomici di Kim hanno finito tutti i preparativi per il test o stanno invece compiendo normale manutenzione. Comunque, nessuno dubita più che la Nord Corea abbia diversi ordigni nucleari e che tra breve li potrà montare su missili a medio o lungo raggio. Solo questione di tempo.
Pyongyang in questi giorni è attraversata da colonne di ragazzi in camicia bianca e fazzoletto rosso da pioniere, con tamburi, trombe, bandiere. Fanno le prove di una coreografia che prevede 100 mila figuranti precettati per sfilare con le fiaccole accese questa sera. La Marcia della Torcia festeggerà il Settimo congresso, un avvenimento che non si svolgeva da 36 anni e i ragazzi scriveranno in caratteri di fuoco le parole pronunciate da Kim. L’ammassamento è previsto nella piazza Kim Il-sung.
Luogo del congresso dovrebbe essere la «Casa della cultura 25 aprile», per ricordare il giorno di fondazione dell’esercito: 25 aprile 1932. Le armi tornano sempre nei ragionamenti nordcoreani.
Un altro luogo simbolico molto caro al regime che abbiamo potuto visitare in questi giorni è il Palazzo dei figli. Una struttura di marmo grigio di 214 mila metri quadrati, con un corpo centrale di otto piani e due ali da quattro piani «aperte come le braccia di una madre davanti ai suoi bambini». Raccoglie i «talenti della patria», quegli adolescenti scelti per le loro attitudini (vere o forse immaginate) e destinati a fare grandi cose nelle arti e scienze. Sono 5 mila e ogni pomeriggio, dopo la scuola normale, vengono portati qui per perfezionarsi. Altre 5 ore di studio. Ci sono sale di pittura (e i disegni sembrano opere di artisti formati e non di bambini di otto o nove anni); classi di chitarra, di canto, di fisarmonica, di danza, di tecnologia informatica, di cucito artistico, di algebra: tutte piene di bambini ordinatissimi, seri e concentrati. Ci assicurano che sono i giovani talenti che decidono liberamente di venire qui dopo la scuola.
Nel grande palazzo c’è un grande teatro: assistiamo a uno spettacolo di musica e balli di questi bambini prodigio. Tutto bellissimo. Però, sul megaschermo dietro il palcoscenico scorrono immagini di missili che decollano in un mare di fiamme e l’ultimo balletto presenta bimbi in uniforme da marinaio, pilota e fante. L’ossessione delle armi non lascia mai la Corea del Nord.