martedì 29 marzo 2016

La Stampa 29.3.16
Il grande ingorgo elettorale senza date per andare alle urne
L’unico giorno individuato per gli elettori è il 17 aprile per le trivelle
Su amministrative e referendum costituzionale ancora nulla di deciso
di Fabio Martini

Non è la prima volta e probabilmente non è neppure l’ultima: in vista della sfilza di appuntamenti elettorali in programma nei prossimi mesi - primo e secondo turno delle amministrative, referendum istituzionale - ancora una volta Matteo Renzi non dà «punti di riferimento» ai suoi avversari, un po’ come i falsi “nueve” nei moduli di calcio. A pochi giorni dalla data ultima per decidere, il governo non ha ancora comunicato quando si svolgeranno le elezioni amministrative nei cinque comuni politicamente più importanti del Paese ed è ancora in “mente dei” la data della madre di tutte le battaglie renziane, il referendum sulla riforma costituzionale voluta dal governo e sulla quale Matteo Renzi ha già messo la “fiducia”: chi voterà sì, di fatto chiederà la permanenza del presidente del Consiglio a palazzo Chigi, mentre il prevalere dei “no” significherebbe - lo ha detto Renzi - il suo ritiro dall’attività politica.
E d’altra parte il presidente del Consiglio è stato attento a non dare punti di riferimento neppure in occasione dell’unico appuntamento che ha già una data: il referendum sulle trivelle, fissato per il 17 aprile, dopo che la Corte Costituzionale aveva ritenuto ammissibile soltanto uno dei quesiti a suo tempo presentati da alcune Regioni. In vista del referendum il Pd non si è schiacciato su un posizionamento preciso, in virtù di due pronunciamenti originali: si è scoperto casualmente che il partito democratico si era schierato per l’ astensione perché così è stato riferito dall’Agcom, l’agenzia che sovrintende alle presenze televisive dei vari Comitati. E d’altra parte i due vicesegretari del Pd Debora Serracchiani e Lorenzo Guerini alcuni giorni fa hanno spiegato dettagliatamente i motivi per i quali sono contrari al quesito referendario («L’Italia dovrà licenziare migliaia di persone e comprare all’estero più gas e più petrolio») salvo poi trarre la conclusione che davanti ad un referendum «inutile» la cosa migliore è astenersi. Morale della storia: il Pd non dà punti di riferimento perché non vuole farsi contare su una consultazione dall’esito incerto.
Quanto alla data delle elezioni spetta da sempre ai governi e tutti gli esecutivi hanno fatto cadere la scelta sul periodo ritenuto più conveniente. Al momento il 5 e il 19 giugno (per il ballottaggio) sono le date preferite da palazzo Chigi per le amministrative. Resta aperta la possibilità dell’anticipo di una settimana, ma raccontano che il ministro dell’Interno Angelino Alfano, al quale spetta la proposta, al riguardo abbia un atteggiamento fatalista, ben conoscendo l’attitudine di Renzi di decidere quasi tutto all’ultimo momento.
Non c’è ancora una data neppure per l’ultimo passaggio parlamentare necessario all’approvazione della legge di riforma costituzionale. Tra domani e dopodomani i capigruppo di Montecitorio dovrebbero fissare discussione e voto sul ddl costituzionale (prima in Commissione e poi in aula) tra il 12 e il 22 aprile. E a quel punto si aprirà una curiosa corsa alla consultazione referendaria. Per le leggi costituzionali approvate senza aver raggiunto il quorum dei due terzi in entrambe le Camere, la Costituzione consente di ricorrere al referendum, che può essere attivato per tre vie, entro tre mesi dall’approvazione finale della legge: su richiesta di un quinto dei parlamentari di una delle due Camere; di cinque Consigli regionali; di cinquecentomila elettori. Renzi, per attivare il referendum, può scegliere una tra la prima e la seconda opzione. Stesse opzioni per i fautori del No (Cinque Stelle, Lega, Forza Italia, Sinistra italiana, ma anche comitati della società civile, a cominciare da quello guidato dal Fatto quotidiano), tra i quali potrebbe spuntare la tentazione di una raccolta di firme, una spinta in più verso la mobilitazione decisiva: quella per il referendum, che il costituzionalista Stefano Ceccanti colloca «in autunno» perchè «una corretta attuazione di tutti gli adempimenti richiede circa sei mesi dalla approvazione finale della legge».