il manifesto 27.3.16
Cina, «Compagno Presidente è ora di dimettersi»
Cina.
Una lettera firmata da «membri fedeli del Partito» chiede a Xi di
abbandonare la leadership. Al di qua della Muraglia il miracolo cinese
ha cominciato a perdere smalto e tira una brutta aria. Nel mirino
finisce il numero uno del Pcc. Arresti e sparizioni sono la risposta
di Alessandra Colarizi
«Chiediamo
per il bene del Partito, per la salvezza a lungo termine della Nazione,
per il tuo bene e per quello della tua famiglia, di dimetterti da ogni
incarico statale e di Partito. Di lasciare nelle mani del popolo cinese e
del Partito la scelta di un’altra persona capace che possa guidarci
attivamente verso il futuro». Firmato: «I membri fedeli del Partito».
È
una bomba a orologeria la lettera comparsa qualche settimana fa sul
sito specializzato in diritti umani Canyu.org e ripresa nel giro di
poche ore da altre piattaforme online, compreso il filo-governativo
Watching.cn.
Lo è davvero dal momento che il destinatario della
missiva è nientemeno che il presidente cinese Xi Jinping, l’uomo che dal
novembre 2012 guida il gigante asiatico sullo scivoloso sentiero delle
riforme economiche con pungo di ferro e tolleranza zero verso le voci
del dissenso politico.
L’appello comincia con un plauso dei
successi ottenuti dal leader (con riferimento alla campagna
anti-corruzione e all’implementazione delle riforme economiche) per poi
degenerare in un’aspra critica contro l’erosione dell’indipendenza degli
organi statali, l’aggressività inconcludente della politica estera, e
l’incapacità gestionale manifestata di fronte all’altalena dei mercati
finanziari, al problema disoccupazione e alla svalutazione dello yuan,
la moneta locale. Come spesso accade in caso di contenuti sensibili, la
lettera è stata fatta sparire dal web in un tardivo ripensamento dello
staff di Watching.cn. Il problema è che a sparire non è stata soltanto
la lettera.
Il 15 marzo, il giornalista Jia Jia (87mila follower
su Twitter) scompare nel nulla mentre si trova all’aeroporto di Pechino
in viaggio verso Hong Kong. Di lui si perdono le tracce per giorni fino a
quando domenica scorsa è arrivata la conferma del suo avvocato: Jia è
stato trattenuto per «un’indagine», non è ben chiaro se come sospettato o
per collaborare alle ricerche.
Ma i bene informati non hanno
dubbi sul fatto che esista un collegamento tra la sua sparizione, quella
di un’altra quindicina di persone e la lettera, sulla cui pubblicazione
Jia aveva espresso molti timori. La notizia del suo rilascio, circolata
venerdì e confermata dal suo legale, per il momento non basta a fare
luce sul caso. Chi ha scritto veramente la lettera? E soprattutto, come è
finita su un sito finanziato dal governo?
Jia è l’ultima vittima
di un giro di vite che non sembra avere fine. Attivisti, avvocati,
dissidenti e giornalisti. Chiunque metta in discussione l’operato
dell’amministrazione Xi Jinping si ritrova dietro le sbarre o sulla
Cctv, l’emittente di Stato con il pallino per le autocritiche a
telecamere accese.
Tira un’aria tesa a Zhongnanhai, il Cremlino
d’oltre Muraglia, da quando il «miracolo cinese» ha cominciato a perdere
smalto. Secondo un’analisi basata su una serie di direttive interne,
tra il 2012 e il 2014 l’economia si classificava soltanto settima tra
gli argomenti considerati più sensibili nella lista nera dei censori.
L’anno scorso – quando il Pil è cresciuto ai minimi da 25 anni – era già
salita al secondo posto.
Perché, come si sa, il rallentamento
della crescita minaccia l’agognata «armonia sociale», lo dimostra
l’impennata del numero delle proteste sul lavoro registrate negli ultimi
tempi, circa 500 solo nel mese di gennaio.
Va da sé che, in tempi
di intolleranza, l’editoria risulta tra i settori più colpiti.
Introdotta inizialmente nell’ambito della campagna anti-corruzione (in
Cina il silenzio stampa non di rado viene indotto attraverso generose
mazzette), la mordacchia viene ormai applicata con mezzi decisamente più
grezzi.
Ancora prima di Jia Jia a volatilizzarsi nel nulla erano
stati i cinque librai di Hong Kong legati alla Causeway Bay Bookstore,
libreria nota per i suoi testi scandalistici sull’establishment cinese.
Una
storia dai contorni ancora poco chiari, specie per quanto riguarda
l’inettitudine dimostrata dalle autorità dell’ex colonia britannica in
un momento in cui il Porto Profumato avverte più che mai l’ingerenza
della mainland dopo il fallimento delle manifestazioni democratiche
degli Ombrelli.
E non sembra strano se nel 2015 l’Hong Kong
Journalists Association ha registrato un ulteriore deterioramento della
libertà di stampa per il secondo anno di fila. Sulla terraferma, il
nuovo anno si è aperto con una storica visita di Xi Jinping presso le
sedi dei principali media di Stato, la prima da quando ha assunto
l’incarico di presidente.
Il messaggio risuona forte e chiaro: i
media devono «allineare la loro ideologia, il pensiero politico e le
azioni a quelle del Comitato centrale del Partito e debbono aiutare a
forgiare le ideologie e le linee del Partito», ha dichiarato il numero
uno di Pechino. Come spiega David Bandurski su China Media Project, il
tour di Xi inaugura una nuova linea politica per i media nazionali.
Bandurski
paragona la visita di Xi a quella realizzata dal suo predecessore, Hu
Jintao, nella redazione del People’s Daily. Correva l’anno 2008 e per
l’ex presidente i media avevano il compito di «incanalare l’opinione
pubblica», mentre ora Xi predilige la linea definita dei «48 caratteri»
che implica una quasi completa aderenza ai valori del Partito.
Un
approccio non più «strategico e selettivo» come ai tempi di Hu Jintao,
ma «senza esclusione di colpi». Quello della lealtà a tutti i costi.
Funziona? Per il momento parrebbe proprio di no. E a poco sono serviti i
cartoni animati e i motivetti orecchiabili con cui la propaganda ha
tentato di umanizzare i leader agli occhi dei cittadini. Gli ultimi
attacchi sono partiti direttamente dal cuore del sistema. All’indomani
del tour mediatico di Xi, Ren Zhiqiang, il «Donald Trump cinese»,
riversava su Weibo la sua disillusione verso le sorti dell’informazione
oltre Muraglia, non più al servizio del popolo bensì del Partito.
Bersagliato
dalla stampa ufficiale, il magnate è stato infine silenziato dalla
Cyberspace Administration of China che ne ha chiuso l’account sul
Twitter cinese. Un evento grave ma non raro nell’era della «nuova
normalità» di Xi Jinping.
Sarebbe potuta rimanere una delle
innumerevoli purghe 2.0 inflitte dai censori ai surfisti della rete: la
blogosfera insorge, i gendarmi di Internet fanno pulizia e si
ricomincia. Invece no. Una lettera aperta – stavolta indirizzata al
«parlamento» cinese – ha preso le difese di Ren accusando i dipartimenti
governativi di aver, negli ultimi anni, «completamente ignorato la
Costituzione e lo Stato di diritto». A differenza di quanto si potrebbe
pensare, dietro l’audace messaggio (che riporta tanto di firma, numero
di telefono e Id) non c’è un attivista bensì un dipendente dell’agenzia
statale Xinhua.
E non è l’unico «insider» ad aver lanciato il
guanto di sfida. Ad inizio mese anche la nota rivista finanziaria
Caixin, diretta da Hu Shuli (una che in passato ha sempre saputo
mantenersi sul filo del lecito con maestria funambolica), ha puntato i
piedi portando allo scoperto un eclatante caso di censura ai propri
danni.
«Il Partito ha cominciato a perdere la lealtà degli
intellettuali sulla scia del movimento antidestrista del 1957. Dalle
riforme e l’apertura anni ’80 si è avuto un qualche miglioramento, ma da
quando Xi Jinping ha preso il potere la situazione è nuovamente
peggiorata» spiega al manifesto Qiao Mu, docente della Beijing Foreign
Studies University, editorialista, nonché amico di Jia Jia.
«Molti
accademici, giornalisti e avvocati considerano il presidente una specie
di «guardia rossa» che ha riportato in vita il culto della personalità
con mezzi da Rivoluzione Culturale. Un ipocrita bugiardo che ha nella
sua discendenza dall’aristocrazia comunista l’unico fattore di
legittimazione».
In un certo senso, siamo di fronte alla rottura
del tacito accordo tra media e potere suggellato all’indomani dei fatti
di piazza Tiananmen, quando Pechino concesse maggiore libertà
imprenditoriale e manageriale in cambio di obbedienza.
Non a caso,
secondo il Washington Post, l’escalation repressiva ha innalzato il
livello d’allarme presso la comunità diplomatica internazionale a
livelli mai visti dai tempi dello storico massacro.