domenica 27 marzo 2016

Corriere 27.3.16
Una nuova lingua, un nuovo ritmo
Montale, reinvenzione della poesia
di Daniele Piccini

Fin dai primi lavori, il Nobel rifiuta toni magniloquenti e pose estetizzanti E individua una parola capace di tenere insieme aulico e quotidiano

È il 1916 ed Eugenio Montale ha vent’anni quando scrive la prima delle poesie poi entrate nella raccolta Ossi di seppia : il testo, Meriggiare pallido e assorto , è un concentrato di suoni aspri e dissonanti, nella calcinata visione del paesaggio ligure, sigillato da una «muraglia/ che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia». Si può dire che il mirabile primo libro di Montale viva anzitutto di una musica, strozzata ma a suo modo tinnante, e di un ritmo. Quando nel 1925 pubblica gli Ossi , il libro più influente dell’intero Novecento poetico italiano, Montale ha poco meno di trent’anni (era nato a Genova nel 1896). La sua sapienza letteraria è tuttavia già affilata. Lettore appassionato e vorace senza autentici maestri (studiò per un po’ canto, dopo il diploma in ragioneria), il poeta adopera una parola precisa e tenta di nominare il mondo, in cerca di una verità assoluta che ne sospenda l’inganno.
È quanto Montale suggerisce in Intenzioni (Intervista immaginaria) del 1946, dove osserva tra l’altro: «All’eloquenza della nostra vecchia lingua aulica volevo torcere il collo, magari a rischio di una controeloquenza». Ecco spiegato il prodigio — che si impone all’orecchio del lettore — di un tono nuovo: quello de I limoni («Ascoltami, i poeti laureati/ si muovono soltanto fra le piante/ dai nomi poco usati...») o di Falsetto («Esterina, i vent’anni ti minacciano»). Montale si libera dalle pose estetizzanti, ma non cede all’abbassamento crepuscolare, al lamento o al gioco: si inventa, di colpo, una nuova classicità, una parola altrimenti autorevole, che tiene insieme aulico e quotidiano. E ciò per esprimere non solo il «male di vivere», l’«impietrato soffrire senza nome», il «delirio (...) d’immobilità», ma anche la necessità del miracolo. Alla sterilità del demone meridiano il poeta alterna infatti la possibilità del «fantasma che ti salva», il baluginare di un «varco», la speranza da offrire in dono a qualcuno .
Già negli Ossi di seppia compare infatti il dialogo con un immaginoso «tu». Tale dialogo — che nutrirà un poeta come Sereni — si intensifica nelle Occasioni (1939), in gran parte ispirandosi alla figura della studiosa americana Irma Brandeis, conosciuta a Firenze. Clizia, come viene ribattezzata, è al centro in particolare dei Mottetti. Qui si dialoga a distanza con la figura dell’amata, la quale, pur assente, invade di segni e barlumi la realtà. La salvezza è possibile solo fuori di sé, portata dal visiting angel. Nominare questa figura è pensare la sua potenza numinosa, la sua presenza: «Ti libero la fronte dai ghiaccioli/ che raccogliesti traversando l’alte/ nebulose...». Ancora una volta la liberazione esiste come intermittenza, come lampo: è «luce-in-tenebra» .
Dei radi e decisivi libri del primo Montale, La bufera e altro (1956, ma composto tra 1940 e 1954) è quello in cui l’altezza stilistica e la difficoltà tecnica giungono al culmine. La negatività non è più prevalentemente filosofica, ma storica (basta leggere La primavera hitleriana ). Così il «tu» femminile, per opporsi all’incupirsi dell’orizzonte, deve intensificare la sua valenza salvifica, caricandosi di attributi che rimandano a Cristo. Come al solito, si verifica una tensione tra opposti e il polo della vita può esprimersi in emblemi anche terrestri e concreti: l’anguilla dell’omonima poesia, un inno alla speranza, o la figura femminile della Volpe. Non c’è dubbio, tuttavia, che il libro più sorprendente dell’intera carriera poetica di Montale (che dal 1948 lavora al «Corriere della Sera») sia il successivo Satura (1971). Il miracolo è qui la reinvenzione di uno stile, l’individuazione di un modo, per la poesia, di continuare a darsi in un tempo sempre più invaso da chiacchiere e consumo. Il poeta vira verso la conversazione e l’ironia, ma con una serie di antidoti retorici. I testi di Xenia dedicati alla moglie scomparsa — la Mosca — trovano un laborioso equilibrio tra la discorsività e il bagliore lirico e sono una riscrittura, smorzata e rimodulata, dei Mottetti : anche qui l’assenza è una forma di presenza e la realtà non è quella che si vede.
I libri seguenti non fanno che riprendere, abbassandola, la nota di Satura. Montale, pur in continuità con la propria storia (lui stesso dice di scrivere il rovescio di un’unica opera), può così mettersi in ascolto di un altro tempo. E può continuare, in forme sempre più ibride, a credere nella poesia, oltre il tintinnare di rime degli Ossi e oltre gli emblemi delle raccolte successive, accordandola in parte all’opacità della cultura di massa (morirà nel 1981, dopo il Nobel del ’75). Un testo del Diario del ’71 e del ’72 (1973) paragona la Musa del poeta a uno spaventapasseri e dice che essa «ha resistito a monsoni/ restando ritta, solo un po’ ingobbita». Ora, conclude il poeta, «dirige un suo quartetto/ di cannucce. È la sola musica che sopporto» .