martedì 15 marzo 2016

Il Fatto 15.3.16
Nadia Urbinati “Ormai vivono solo nelle istituzioni: gli servono elettori, non cittadini. E i media si adeguano” “Per i partiti i referendum sono un fastidio”
intervista di Virginia Della Sala
qui
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Il Fatto 15.3.16
Lo sberleffo
Da Gramsci A Marzullo
L’UNITÀ renziana, bisogna ammetterlo, è uno spettacolo pirotecnico di firme che spiazza sempre. Non sai mai chi c’è dietro l’angolo, pronto ad apporre il suo autografo prezioso sotto la testata rossa fondata da Antonio Gramsci. Ebbene la fantasia del direttore Erasmo, basta il nome in questi casi, non trova mai riposo. E così da due domeniche compare sull’Unità un’intervistona firmata dall’ex demitiano Gigi Marzullo, padrone delle notti Rai a ogni latitudine politica e soprattutto fine facitore di domande che si rispondono da sole, tipo la vita è un sogno o viceversa. Lo spazio è poco e non possiamo indugiare a dotte analisi sul marzullismo vera cifra culturale del renzismo, ancor più del verdinismo ex berlusconiano. Renzi come Marzullo o Marzullo come Renzi è una categoria dello spirito proprio come un quesito marzullaceo. Ma il Marzulliere gramsciano è soprattutto l’apoteosi della gigantesca sindrome di Stoccolma che si è impadronita dell’Unità. Tutti gli avversari di un tempo sono ormai le firme più autorevoli del quotidiano: da Chicco Testa a Manuela Repetti, da Fabrizio Cicchitto a Gigi Marzullo. Stiamo cominciando a perdere il conto e attendiamo fiduciosi il prossimo arrivo.

Il Sole 15.3.16
Bergoglio, il grande comunicatore
Presentato il libro del prefetto Dario Edoardo Viganò
di Marzio Bartoloni

Non ama la televisione tanto che non la accende dal 1990, ma il suo messaggio è cosi forte che si è impadronito della tv diventando un pontefice molto televisivo. Francesco, il Papa venuto dalla fine del mondo, ha infattila capacità quasi naturale di «bucare lo schermo», grazie alla sua «normalità» e «semplicità» dietro alla quale si nasconde un «uomomolto colto, capace e determinato». Le parole sono di Dario Edoardo Viganò, Prefetto della nuova Segreteria della comunicazione della Santa Sede, che definisce Bergoglio il «Papa apple», perché «dietro a una interfaccia semplice si nasconde un sistema molto complesso». Viganò che è stato fino a qualche mese fa anche direttore del Centro Televisivo Vaticano e quindi “custode” delle immagini della televisione vaticana che hanno captato, attimo per attimo, i tre anni di pontificato, racconta il suo punto di vista del tutto privilegiato nel suo libro «Fedeltà è cambiamento. La svolta diFrancesco raccontata da vicino» (Rai Eri). Libro presentato ieri a Roma dalla Fondazione Biagio Agnes, presieduta da Simona Agnes. Che ha ricordato come Viganò sia anche membro della giuria del prestigioso premio Agnes per il giornalismo.
Il libro è una lucida analisi sulle capacità comunicative del Papa e la sua «rivoluzione» che - spiega il Prefetto della Segreteria per la comunicazione - «non si ferma alla superficie, né si risolve in una mera operazione di lifting: mira a riformare dal profondo tutta la Chiesa, affinché ritrovi autenticità e freschezza». Rivoluzione che investe tra l’altro anche la comunicazione vaticana a cui sta lavorando proprio Viganò che conta di completare il profondo restyling che investirà tv, radio, stampa e librerie entro quattro anni. E che vede tra le altre cose anche un ricorso sempre maggiore ai nuovi strumenti informatici: dopo l’account twitter «il prossimo 19 marzo, il giorno di San Giuseppe, partirà anche il profilo ufficiale del Papa su Instagram perché anche le fotografie possono raccontare il suo pontificato», ha annunciato ieri in anteprima Viganò. Che sulla riforma della comunicazione ha poi illustrato la roadmap: «Quest’anno è importante perché ci sarà la costituzione di un centro radiotelevisivo della comunicazione vaticana. Con il ripensamento di Radio Vaticana italiana con dei notiziari in lingua. L’anno prossimo la Libreria Editrice Vaticana, la tipografia e l’Osservatore Romano si uniranno. Andremo a sviluppare il settimanale e il portale, ma rimarrà il cartaceo». Cuore del progetto di riforma è anche la creazione di una piattaforma digitale unica dove confluiranno testi, video, audio, alla quale faranno riferimento tutti i media vaticani: «A giugno presenterò al consiglio dei 9 cardinali il progetto di portale unico che spero - ha aggiunto Viganò - possa partire entro il prossimo Natale».
Nel suo libro - di cui ieri hanno parlato tra gli altri Marcello Sorgi e il neodirettore di Rainews24 Antonio Di Bella - il Prefetto della Segreteria per la comunicazione regala anche tante piccole storie raccolte dalle telecamere del Ctv. Come quella del 13 marzo 2013 subito dopo la fumata bianca sulla Sistina. Don Viganò racconta di aver chiamato immediatamente l’operatore chiedendo chi fosse il nuovo pontefice. «Dimmi chi è», «Hanno eletto Scola?», chiede l’allora direttore della tv della Santa Sede all’operatore. Il cameraman risponde con le immagini: «Gira l’obiettivo sul neoletto e lo inquadra. È un cardinale argentino, non sappiamo molto di lui», confessa il Prefetto per le Comunicazioni. E invece la tv vaticana imparerà a conoscerlo molto presto, a correre dietro le sue mosse impreviste, a «lasciarsi sorprendere», che poi è l’unico modo - spiega don Viganò - per tenere il passo con questo Papa. Tra gli aneddoti raccontati, c’è anche lo scambio di battute col gendarme sulla porta di Santa Marta: «Ho dimenticato il tesserino, mi fa passare ugualmente?». E la guardia contagiata dalla simpatia del Papa che risponde: «Mi pare di averla già vista passare più volte, può entrare». Infine il difficile rapporto con la tecnologia: quando Francesco ha ricevuto un drone in regalo proprio non ce l’ha fatta. L’ha guardato con diffidenza e l’ha regalato al Ctv che da alloral’ha usato per le riprese televisive dall’alto.

Il Sole 15.3.16
Renzi sfida la sinistra: ci vediamo al congresso
Lo scontro nel Pd. Il premier: sulla strategia discuteremo lunedì in direzione
La minoranza: inutile, quello è un «non luogo»
«Dibattito interno surreale»
D’Alema: ho posto problemi politici, ho avuto insulti per risposta
di Manuela Perrone

ROMA Se non è una dichiarazione di guerra, poco ci manca. All’indomani della tre giorni organizzata in Umbria dalla sinistra dem, Matteo Renzi ricorre alla consueta enews per sfidare la minoranza: «Ai miei compagni di partito che pongono grandi problemi sulla visione strategica della sinistra, in Italia e nel mondo, do appuntamento per lunedì prossimo, in direzione, e soprattutto al congresso del 2017».
L’ironia è lampante. Renzi bolla il dibattito interno «di tutti i partiti (talvolta purtroppo anche del Pd)» come «surreale». Chiude la porta a qualsiasi ipotesi di anticipare il congresso, come la minoranza ha chiesto, e stoppa sul nascere la richiesta di separare le funzioni di premier e segretario. Ricorda che «il risolino» della stampa estera all’annuncio della data di inaugurazione della Salerno-Reggio Calabria è «il simbolo delle tante ironie sull’Italia, contro l’Italia», e rivendica gli 80 euro, la legge elettorale, la riforma del Senato, il tetto agli stipendi dei manager: l’incasso di due anni di governo, il bacio riformista che sta svegliando l’Italia «bella addormentata».
Di nuovo il premier difende le primarie, proprio mentre a Napoli la Commissione di garanzia boccia il ricorso bis di Bassolino: viva quelle «vere, libere, oneste», quelle «in cui chi perde ammette la sconfitta e dà una mano». Altro che «modello aumm aumm», come aveva ironizzato su Facebook il candidato sindaco Cinque Stelle ad Alessandria. Renzi si prende la rivincita: «Due giorni dopo il post lo hanno arrestato con l’accusa di aver scassinato un armadietto per rubare portafogli ai compagni di palestra». Non si accettano lezioni: «La prossima volta aumm aumm ditevelo allo specchio».
Ce n’è per tutti. Ma la minoranza non demorde: tutti scettici sulla direzione di lunedì prossimo. «È un non luogo», sottolinea il senatore Miguel Gotor: «Renzi là ha il 65%». Nico Stumpo cita i numeri dei bersaniani doc, nettamente minoritari: «Vogliono fare un documento invotabile per noi? Si accomodino. Siamo 8 su 200». Mentre Cuperlo insiste (quello di segretario «è un incarico a tempo pieno che non si può fare a mezzo servizio»), Massimo D’Alema torna ad affondare: «Il mio intervento è stato presentato come un appello alla scissione, mentre ho solo sollevato una serie di preoccupazioni e posto dei problemi politici». Peccato che «ho avuto risposte sotto forma di insulti e nessuna replica sul merito».
Di scissione nessuno vuol sentire parlare. Gotor spiega: «Tra la disgregazione del centrodestra e l’inconsistenza dei dirigenti del M5S, il Pd è l’unico partito rimasto. Per questo contiene al proprio interno una conflittualità a sua volta anomala». Ma «è importante che il disegno di Renzi si sia chiarito: sta trasformando il Pd nel perno di un disegno neocentrista. Per combatterlo dobbiamo stare dentro il Pd». Lo evidenzia anche D’Alema: «Dopo essere andati alle elezioni come schieramento di centrosinistra abbiamo una parte della sinistra diventata opposizione e una parte della destra diventata governo». Lo ripete Cuperlo, domandando: «C’è qualcuno che pensa di trasformare l’attuale maggioranza transitoria ed eccezionale in una maggioranza politica per il dopo»? Su questo «Renzi non risponde».
È sullo scacchiere di quel dopo (le politiche 2018) che si muovono le pedine. È sul ruolo dell’Ncd di Angelino Alfano e dei parlamentari di Denis Verdini che la minoranza sollecita lumi. Ed è su alcuni provvedimenti caldi, come la riforma delle banche di credito cooperativo o la legge elettorale per i futuri senatori, che potrebbe passare la ricomposizione. Una tregua utile, soprattutto in vista del referendum di ottobre sulle riforme su cui Renzi ha scommesso la sua carriera politica.

Il Sole 15.3.16
Scontri personali e vecchie bandiere non riportano elettori alle urne
di Paolo Pmbeni

Si fa presto ad accusare tutti di «trasformismo». Come alla nascita del termine, all’incirca nel 1880, la giustificazione che viene ancora esibita è quella che in un mondo in trasformazione è un poco curioso che si pretenda che a stare ferme siano solo le appartenenze ideologiche. Ai tempi della prima formulazione quella svolta venne giustificata sulla base del famoso principio della fisica che si faceva risalire a Lavoisiere: «nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».
Ad approfittare del principio, cosa non nuova, arrivarono poi i molti che se ne servirono semplicemente per giustificare l’opportunismo di un cambio di gabbana, ma non è una buona ragione per dimenticare che il principio qualche fondamento lo conserva anche nell’universo della politica.
La questione potrebbe tornare prepotentemente d’attualità solo che si riuscisse a sottrarre l’attuale fase politica alle diatribe personalistiche ed ai richiami nostalgici alle vecchie bandiere agitate nella speranza di far rivivere mondi che hanno esaurito la loro spinta originaria.
Più che dal punto di vista interno alle lotte di partito la questione andrebbe affrontata da quello della crescita impressionante del distacco di quote consistenti di cittadini dai tradizionali recinti politici. Non è solo questione di astensionismo (fenomeno già in sé tutt’altro che marginale), ma anche di rimescolamento delle scelte elettorali come rivelano le analisi sui flussi.
In un’epoca di questo tipo ci si chiede se abbia molto senso la lotta disperata che a sinistra come a destra si sta conducendo in nome di quella che viene eufemisticamente definita “la nostra gente”, ma che si sospetta non sia più delle tribù politiche che hanno identificato la sopravvivenza dei loro spazi (di potere?) con il permanere di spazi per le vecchie ideologie. Non sarà sfuggito che sempre più si parla di «rispetto per le minoranze», quasi che la faccenda riguardasse non delle dialettiche politiche, ma la preservazione in apposite riserve di specie in via d’estinzione o per minoranze etniche.
Il tema è quasi egualmente declinato in tutte le tradizionali componenti di quello che fu l’arco politico della seconda repubblica, che era in fondo solo una ricomposizione in aggregazioni nuove di quelle della prima. Certamente la questione assume ora maggiore spessore in quelle formazioni sufficientemente ampie da contenere tanto coloro che vogliono scommettere su una rinascita nell’ottica di una «trasformazione» in sintonia coi tempi nuovi quanto quelli che si aggrappano alle precedenti identità.
Lo si è visto molto chiaramente nelle diatribe degli ultimi giorni. Sul centrodestra lo scontro fra Berlusconi e Salvini ha per oggetto se l’identità di quella compagine possa continuare ad essere quella di ormai sedicenti moderati in lotta contro un oscuro prevalere del ritorno del «comunismo» (magari strumentalmente allargato al M5S), oppure debba essere quella del nuovo populismo che al posto dei comunisti ha identificato come nuovi avversari mitici le invasioni dei migranti che scompaginerebbero i nostri equilibri nazionali. Sul centro-sinistra lo scontro è fra la nuova egemonia di Renzi che ritorna a proporre una coalizione «progressista» come tale disponibile ad estendersi a chiunque sia disponibile per quel (vago) progetto e la resistenza di una molteplicità di esponenti vecchi e nuovi della tradizionale idea che la «sinistra» sia un luogo mitico di raccolta di coloro che sono i soli in grado di sapere in quale giusta direzione evolverà la storia (ovviamente: credono di esserlo).
Esprimere grandi perplessità sulla fondatezza e sullo spessore di queste forme che più che di ideologia sanno in tutti i campi di ciò che si usa chiamare storytelling è sin troppo facile. Il problema più incombente dovrebbe essere quello della incapacità di tutti i partiti di esprimere forze in grado di produrre progettualità vere. Chi è al governo ha il vantaggio che la posizione consente di mettere in atto delle decisioni politiche, più o meno forti che possano essere. Gli altri non hanno neppure quelle opportunità per cui sono giocoforza spinti a puntare sul catastrofismo populista, cosa non difficile in tempi di profonde trasformazioni nel tessuto della nostra vita sociale ed economica.
In un contesto del genere le forze che stanno al governo sono di conseguenza favorite perché in fondo la maggior parte del paese chiede comunque di poter contare su un sistema che governa e che agisce. Tuttavia sarebbe opportuno che queste forze non sottovalutassero la risorsa che hanno a disposizione i loro avversari, cioè la possibilità di sfruttare la delusione che suscitano le politiche di governo se non riescono a centrare immediatamente e in maniera palese gli obiettivi. Poiché in tempi difficili raggiungere risultati in quel modo è tutt’altro che semplice, gli spazi per la conquista di consenso da parte dello storytelling catastrofista continuano ad essere molto ampi.
Il grande rischio è che tutto questo finisca per innescare una spirale perversa. Le forze di governo saranno spinte sul terreno di un loro populismo per non perdere forza attrattiva e consensi, accettando così molte spregiudicatezze e ricorso a tattiche politiche disinvolte pur di evitare di essere messe in discussione. Le forze di opposizione accentueranno sempre più le predicazioni a tinte fosche e le fughe nelle utopie delle soluzioni alla crisi facili e a buon mercato. Che lo facciano ricorrendo alle mitologie della vecchia destra o a quelle della vecchia sinistra, o magari a nuove mitologie, in fondo non fa grande differenza, almeno a livello di risultati ultimi.
Difficile credere che in questo modo si recuperi quella partecipazione vera della società alla gestione dell’emergenza politica, partecipazione che è tanto necessaria per una gestione equilibrata dei travagli di un passaggio epocale.

Il Fatto 15.3.16
Stavolta ha ragione D’Alema: il Pd si divida
di Franco Monaco
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il manifesto 15.3.16
Al via i referendum «sociali» contro Renzi e il Pd
Beni Comuni. Le prospettive della nuova stagione referendaria: costituzione, legge elettorale, trivelle, inceneritori, acqua pubblica e diritto allo studio. L'attesa per i quesiti della Cgil contro il Jobs Act. I movimenti: "Manteniamo la nostra autonomia di giudizio e di iniziativa". Il progetto di costruire un' alleanza sociale e le incognite
Roberto Ciccarelli

ROMA Un «no» per fermare la controriforma della Costituzione, un «sì» ai quesiti per correggere l’Italicum nel referendum previsto a ottobre. A rafforzare la campagna referendaria in corso contro il governo Renzi, il movimento per la scuola pubblica (Cobas, Unicobas, Flc-Cgil, Lip, Uds, Gilda e altri), il forum italiano per l’acqua, la campagna «Stop devastazioni» e il comitato «Blocca Inceneritori» depositeranno giovedì 17 marzo i quesiti referendari contro alcune parti della «Buona scuola»; per l’opzione «Trivelle zero» in terraferma e oltre le 12 miglia in mare; sull’articolo 35 del decreto «Sblocca Italia» che eleva gli inceneritori a «interesse strategico», promuovendone la realizzazione in diverse regioni.
È in preparazione un quesito per difendere l’acqua pubblica dopo che i governi hanno disatteso il referendum del 2011. Sarà lanciata una petizione nazionale contro il decreto attuativo della legge Madia sui servizi pubblici. Nel frattempo il Coordinamento universitario Link raccoglierà le firme per una legge di iniziativa popolare sul diritto allo studio universitario.
La campagna partirà il 9 e il 10 aprile, quasi in coincidenza con il referendum «anti-trivelle» previsto il 17 aprile, e si chiuderà il 9 luglio. La mobilitazione aspira a rappresentare una risposta generale contro Renzi e il Pd. Se la legislatura fosse sciolta anticipatamente – in caso di sconfitta di Renzi o in caso di vittoria al referendum costituzionale di ottobre – il paese voterà su scuola, acqua, trivelle e inceneritori nel 2018, e non nel 2017.
Si resta in attesa della Cgil che concluderà il 19 marzo la consultazione degli iscritti sulla «Carta dei diritti universali del lavoro» e sta valutando la presentazione di alcuni quesiti referendari contro il Jobs Act. In questa cornice è stata annunciata la raccolta delle firme per una legge di iniziativa popolare per un «nuovo statuto del lavoratori». «Per quanto ci riguarda – sostengono i promotori dei «referendum sociali» – non rinunciamo alla possibilità di costruire un intreccio tra le nostre questioni e il tema del lavoro, né alla nostra autonomia di giudizio e di iniziativa, una volta conosciuti gli eventuali quesiti promossi dalla Cgil». In altre parole: non è detto che con il sindacato si trovi un accordo sul referendum anti-Jobs Act. La partita è aperta.
Un quadro politico si va delineando a dispetto della macchinosità dei rapporti tra politica, associazioni e sindacati. I movimenti cresciuti in autonomia e su istanze specifiche hanno scelto di condividere una prospettiva generale, unendo le forze nella raccolta delle firme e puntando su una visione comune della democrazia e di un’economia liberata da energie fossili e capitalismo estrattivo. Si vuole lanciare un’«alleanza sociale dei movimenti» sui «beni comuni».
Il modello evocato dalla nuova campagna è la stagione referendaria 2010-2011 quando i comitati promotori furono composti dai movimenti territoriali e da soggetti politici differenti. Da allora sembra essere passato un secolo: Berlusconi era al governo, il Pd all’opposizione e non c’erano i Cinque Stelle. I referendum sono l’ultima arma in una stagione dove le alternative politiche sono timide o assenti. Resta da capire se ci sarà un governo intenzionato a rispettare la volontà popolare.
Pombeni

il manifesto 15.3.16
Il mercato dei corpi
Chiamare la maternità surrogata una donazione è un eufemismo perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione
di Mariangela Mianiti

Nel felice racconto della genitorialità con la gestazione per altri si è trattato con pochi accenni a una parte importante della questione, ovvero il prima dell’impianto dell’embrione. Quel prima non è un pezzo da poco perché riguarda la selezione e l’acquisto del materiale genetico che serve per costruire la nuova vita, ovvero lo sperma e gli ovuli, fondamentali perché determinano le caratteristiche di una persona. La scelta di questi donatori e della portatrice di utero hanno dei costi e si stanno muovendo secondo criteri economici e geografici simili a quelli dei movimenti dei capitali finanziari.
Chiamare la maternità surrogata una donazione è un eufemismo perché in realtà si tratta di un vero e proprio mercato che ha dei tariffari, una domanda e un’offerta, dei contratti, un marketing, dei mediatori, come in qualunque scambio di merce o di prestazione. L’invasione del linguaggio e della mentalità del marketing nel mercato dei corpi, perché di questo si tratta, è già avvenuto e basta guardare gli slogan di certe agenzie che ricalcano quelli della promozione di viaggi low cost, come Pacchetto bimbo in braccio, Pacchetto Surrogacy, pacchetto Economy Plus che stabiliscono tariffe diverse secondo i tentativi di fecondazione e le scadenze del compenso.
In questa compravendita lo sperma è la merce che costa di meno. Si va dalle poche centinaia di dollari chiesti da un’agenzia israeliana, ai diversi prezzi che un’agenzia russa paga secondo la nazionalità del donatore/venditore. Per la stessa quantità di liquido seminale a un russo vengono dati meno di 200 euro, mentre a un danese o a uno svedese più di 800. Stessa cosa succede con le donatrici di ovuli. Negli Usa, dove la media per una donazione di ovuli è ricompensata dai 10 ai 15mila dollari, se la donatrice è alta, bionda e ha frequentato Harvard può chiedere un prezzo molto più alto di una donna non laureata.
Anche per le portatrici di utero le tariffe si adeguano a una geografia economica. Un’americana percepisce al massimo 30mila dollari, un’indiana poco più di 5mila, un’ucraina 10mila circa e basta guardare il costo complessivo dell’operazione per farsi un’idea di come si muove questo business. Negli Usa il costo totale di una maternità surrogata può andare dai 150 ai 200mila dollari, in Ucraina dai 30 ai 50mila, in Russia dai 30 ai 65mila dollari. Per offrire prezzi concorrenziali c’è chi si è organizzato con gli stessi criteri della movimentazione dei capitali. E allora ecco agenzie americane che ricorrono a portatrici di utero messicane, o agenzie israeliane che propongono l’inseminazione negli Usa e poi trasferiscono gli embrioni congelati in Nepal dove vengono impiantati nell’utero di donne indiane, per risparmiare.
In «Clinical Labor», libro uscito nel 2014, le ricercatrici australiane Melinda Cooper e Catherine Waldby analizzano le nuove forme di lavoro bioeconomico come la maternità surrogata. Osservano come il mercato della riproduzione assistita cresce sempre di più espandendosi in servizi e settori dell’industria biomedica. Rivelano come il clinical labor diventerà sempre più rappresentativo delle economie neoliberiste del 21esimo secolo.
C’è chi per pagare un percorso così vende una proprietà, se ce l’ha, o chiede un prestito. Dall’altra parte ci sono donne che si sottopongono a cure ormonali e a una gravidanza conto terzi per comprare una casa o pagare l’università ai figli. Intanto medici, cliniche, agenzie, assicurazioni, ospedali e avvocati vedono crescere il proprio conto in banca. In mezzo c’è il desiderio di un figlio. Viene davvero da chiedersi se un bisogno così ha il diritto di essere esaudito a qualunque costo, letteralmente parlando.

il manifesto 15.3.16
Alternative für Deutschland, un movimento populista anti-migranti tutto nuovo
Germania. Eletti nel parlamento europeo nel 2014 hanno integrato i Conservatori e riformisti
di Guido Caldiron

Per la Germania è una prima volta. Mai, perlomeno dall’immediato dopoguerra, a “destra della destra” era sorta una tale minaccia. Nemmeno nella stagione di risveglio patriottico che fece seguito alla riunificazione del paese, i Republikaner dell’ex stella della tv Franz Schönhuber, o la Deutsche Volksunion del potente editore di memoriabilia bellica Gerhard Frey avevano potuto sperare in un tale successo. Per non parlare della Npd, il più longevo partito neonazista della Repubblica federale, capace di garantire un inquietante ombrello legale alle bande violente che scorrazzano specie nelle regioni orientali del paese, ma non di costituire un altrettanto significativo pericolo nelle urne.
A soli tre anni dalla sua fondazione, e dopo una torsione dalle iniziali campagne euroscettiche a una linea risolutamente anti-immigrati, i numeri e l’ampiezza dell’affermazione registrata dall’Alternative für Deutschland rappresentano una novità assoluta per il panorama politico locale. E questo a un anno esatto dalle prossime elezioni politiche generali. La lunga “eccezione” tedesca sembra essere già stata superata dai fatti: anche qui come nel resto d’Europa, la nuova destra populista e xenofoba appare destinata a mettere radici, utilizzando il passe-partout del rigetto degli stranieri per catalizzare ogni sorta di malessere sociale o di inquietudine identitaria.
Ma la crescita spettacolare dell’Alternativa per la Germania, partito-movimento la cui struttura e perfino le cui linee programmatiche seguono e non precedono l’exploit elettorale, nei prossimi mesi un congresso dovrebbe definirne organigramma e statuto, testimonia anche di un altro processo che è in atto in Europa.
Per quanto l’AfD, che era sorto con il plauso di settori del mondo imprenditoriale tedesco e grazie a più d’un transfuga della stessa Cdu, proceda, specie ad est, talvolta in aperta sinergia con i razzisti anti-musulmani di Pegida o grazie a un personale politico, come il leader regionale della Turingia, Björn Höcke, notoriamente vicino agli ambienti del radicalismo nero – la stessa giovane leader Frauke Petry proviene da Dresda, città divenuta negli ultimi quindici anni l’epicentro della nuova cultura nazionalista tedesca -, l’immagine prevalente del partito è più simile a quella dei movimenti populisti che non alla vecchia estrema destra.
Forse non a caso i rappresentanti dell’AfD eletti nel parlamento europeo nel 2014 hanno integrato quel gruppo dei Conservatori e riformisti europei, guidato dal leader dei conservatori britannici David Cameron – terzo gruppo del parlamento Ue con 70 membri -, che riunisce quelle forze della nuova destra europea che intendono giocare la carta di una sorta di “populismo di governo”: dai polacchi di Diritto e giustizia di Jaroslaw Kaczynski, da qualche mese al potere a Varsavia, ai neonazionalisti fiamminghi della N-Va, ago della bilancia dell’esecutivo di centrodestra del Belgio, dal Movimento dei Veri finlandesi di Timo Soini, che hanno integrato lo scorso anno la maggioranza di governo di Helskinki, fino a quel Partito del popolo danese, responsabile nell’ultimo decennio del drastico cambio di registro sull’accoglienza avvenuto a Copenhagen.
In altre parole, una destra tutt’altro che solo chiacchiere e distintivo che, sull’esempio di quanto è riuscito a fare Cameron che ha imposto a Bruxelles, agitando il fantasma della Brexit, una sorta di “preferenza nazionale” per i suoi concittadini, non punta solo a evocare allarmi e paure, quanto piuttosto a trasformarli in sinistre pratiche di gestione della cosa pubblica. In questo caso, una temibile “alternativa” per la politica tedesca.

Il Sole 15.3.16
Siria, via al ritiro russo. Le ragioni della mossa a sorpresa di Putin
di Gianandrea Gaiani,
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Il Sole 15.3.16
L'ipocrisia di Ue e Turchia
di Alberto Negri
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Il Sole 15.3.16
Nuove nubi sull'Europa
di AdrianaCerretelli
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http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2016-03-15/nuove-nubi-europa-072936.shtml?uuid=ACH2OIoC

Il Sole 15.3.16
L'America, la rivolta contro le elite e il fantasma del Grande Gatsby
di Edward Luce
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http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2016-03-14/l-america-rivolta-contro-elite-e-fantasma-grande-gatsby-205305.shtml?uuid=ACXcC4nC

Il Sole 15.3.16
La crescita dell’economia americana e l’aumento del dollaro compensano la caduta negli emergenti
Gli Usa trainano l’export europeo
di Luca Orlando

Crescita a doppia cifra delle vendite dei Paesi Ue: +21% per il made in Italy
I sorrisi più smaglianti sono senz’altro dalle parti di Dublino. La corsa delle vendite verso gli Stati Uniti, primo mercato estero di sbocco per l’Irlanda, ha rilanciato nel 2015 l’export nazionale di quasi sei punti percentuali, “spiegando” quasi un terzo dei progressi globali del Paese.In nessun altro paese europeo il combinato disposto della crescita di Washington e della rivalutazione del dollaro ha avuto un impatto tanto ampio ma in generale non vi sono dubbi sul fatto che a livello continentale siano stati proprio gli Stati Uniti i protagonisti assoluti in termini di export.
Gli Usa rappresentano infatti di gran lunga il primo mercato di sbocco extra-Ue per l’Unione ma anche tenendo conto degli scambi interni la quota di Washington è pari al 7,6%, con un livello ancora superiore per Irlanda e Regno Unito, così come per Italia (8,7%) e Germania (9,6%), paese che dal 2015 ha proprio negli Stati Uniti il primo partner commerciale, davanti alla Francia.
Se le vendite continentali extra-Ue sono lievitate del 5% lo scorso anno a quota 1789 miliardi di euro lo si deve in effetti proprio allo shopping di Washington, un incasso aggiuntivo di quasi 60 miliardi di euro in grado di bilanciare ampiamente le debolezze e i minori acquisti dei Bric’s, Russia e Brasile in primis. Una crescita dei valori di 19 punti percentuali in buona parte legata ai vantaggi sui cambi, con un rapporto euro-dollaro sceso di quasi 20 punti percentuali, da una media 2014 di 1,3285 ad un più competitivo valore di 1,1095 l’anno successivo.Il che ha consentito ai produttori di avere margini di manovra sui prezzi:?chi ha deciso di bloccare i listini in euro ha offerto forti sconti in dollari guadagnando quote di mercato; chi invece vendendo in dollari non ha cambiato nulla ha fatto lievitare gli incassi unitari in euro.
Più probabilmente sono state però le strategie intermedie quelle più frequenti. Se prendiamo ad esempio le calzature italiane (ipotizzando che non sia cambiato il mix qualitativo), il rapporto tra valori e quantità (entrambi in crescita nel 2015) ci dice che nel 2014 in media un chilo di prodotto ha fatto incassare all’impresa 83 euro, l’anno successivo 90. Traducendo però i listini in dollari, lo stesso quantitativo di prodotto è diventato più conveniente, passando da 110 a 100, offrendo così al consumatore statunitense un incentivo in più all’acquisto. Analogo il discorso per il vino, con un incasso medio al litro salito da 4 a 4,25 euro mentre dal lato Usa il prezzo in dollari scendeva da 5,3 a 4,7 dollari, uno sconto di oltre il 10%. Benefici sfruttati da tutti i paesi della zona euro (ma anche dal Regno Unito, con la sterlina svalutata rispetto al dollaro) in grado mediamente di aumentare lo scorso anno a doppia cifra gli incassi in euro in arrivo da Washington.
In termini percentuali è paradossalmente per la Grecia la performance migliore, con un aumento dei volumi del 55%, anche se le cifre in gioco sono davvero limitate, poco più di un miliardo di euro. Limitando l’analisi alle maggiori economie il risultato più rotondo è per Londra, con una crescita dei valori del 33%, in grado di far lievitare di quasi 4 punti il proprio export globale, dipendente per il 14,5%?proprio dagli acquisti statunitensi.Subito dopo, tra i “big”, ci siamo noi, con una crescita dei valori pari al 21%, oltre sei miliardi di incassi aggiuntivi nel 2015. Progresso che vale l’1,6% delle nostre esportazioni, in assenza del quale i risultati 2015 per il made in Italy sarebbero stati praticamente dimezzati. In valore assoluto i benefici più ampi, oltre 18 miliardi aggiuntivi, sono naturalmente per il primo esportatore europeo, la Germania, che tuttavia è riuscita a sviluppare i valori in misura leggermente inferiore all’Italia, solo il 19%, così come accaduto per la Francia.
Determinante, per l’Italia, è stata la spinta in arrivo dal settore auto, con valori praticamente raddoppiati in un anno, il che si traduce in oltre due miliardi di incassi aggiuntivi rispetto al 2014. Non a caso, su base provinciale, è proprio Torino la star assoluta, con vendite negli Usa più che raddoppiate a quota 3,2 miliardi (dati disponibili solo per i primi tre trimestri). Per gli altri comparti le crescite 2015 verso Washington sono comunque sempre a doppia cifra, con 600 milioni di incassi aggiuntivi per l’alimentare, altrettanti per tessile-abbigliamento, quasi mezzo miliardo in più per la farmaceutica, 666 milioni di incremento nell’area vasta dei macchinari e della componentistica, 144 milioni per i mobili, con valori in crescita del 21%. Durerà? Le prime indicazioni 2016 non sono brillanti, con vendite di made in Italy in calo di otto punti e questo è il probabile effetto di un differenziale di cambio meno vantaggioso su base tendenziale. Ora che quota 1,10 sembra consolidarsi, livello non distante da quanto si realizzava sul mercato 12 mesi fa, la partita si gioca solo sulle quote di mercato:?un prodotto venduto a 100 dollari nel marzo 2015 si traduceva allora in 92 euro di incasso, esattamente la stessa cifra di oggi.