domenica 6 marzo 2016

Corriere La Lettura 6.3.16
Accoglienza , l’arma segreta di Roma
Antichità La capacità di espansione dell’Urbe non derivava da una vocazione militarista esasperata, ma dalla tendenza a integrare genti diverse. Latini, Etruschi, Campani, Umbri e Sabini vennero ammessi nel Senato e stabilirono legami solidissimi con la Repubblica
di Giovanni Brizzi


Wolfgang Blösel scopre le carte dall’inizio del libro Roma: l’età repubblicana (Einaudi), quando proclama che lo scopo è «chiarire la travolgente espansione di Roma da città-Stato italica a impero mondiale, e la pressoché insaziabile brama di conquista dei Romani», attraverso il loro esasperato militarismo; e in questa tesi preconcetta, che lo accompagna a lungo, sta probabilmente il limite principale del suo lavoro.
Molti degli argomenti addotti dall’autore per comprovare un vincolo addirittura genetico tra la nobilitas romana e la guerra appaiono, in verità, piuttosto fragili; a cominciare dall’importanza data al trionfo, che, viceversa, fu in origine una cerimonia di purificazione per il sangue versato. Ma ove anche davvero così fosse, qual era, in principio, l’identità dell’aristocrazia romana? La Città ebbe da subito (e lo stesso Blösel lo ammette) una natura «meticcia», come dimostra il carattere «etnico» (o non piuttosto linguistico? Ma fa lo stesso…) delle cosiddette tribù genetiche, i Ramnes , i Tities e i Luceres ; e un vasto insieme di tradizioni — dall’ asylum romuleo alla scelta del figlio di Demarato di Corinto, il futuro Tarquinio Prisco, il quale si trasferisce a Roma in cerca delle opportunità che la nuova patria gli offre — parla di una capacità precoce di accogliere gruppi di immigrati; e non solo mercanti o artigiani, ma membri delle élites italiche.
Ora, a meno di ipotizzare l’azione di germi nocivi nell’aria stessa dei sette colli, quello verso la guerra doveva essere un atteggiamento largamente condiviso da una parte assai vasta dell’aristocrazia italica, ben oltre i confini dell’Urbe (a cominciare da quei fondamenti etici che poggiavano sulla fides , un valore purtroppo totalmente ignorato da Blösel…). Al contrario, tipica in particolare di Roma è proprio la capacità di assimilare, assorbendo dapprima intere gentes come i Claudii poi soprattutto singoli individui, entrati spesso (quei Decii campani, ad esempio, che alla battaglia del Veseri comandano le legioni contro la stessa Capua; o quei Volumnii che danno un console a Roma mentre la loro Perugia è leader degli Etruschi schierati con Sanniti e Galli a Sentino contro l’Urbe) a far parte del Senato prima ancora che le loro comunità vengano assorbite; e che a questo assorbimento per lo più attivamente collaborano.
Così la res publica viene dapprima sconfitta spesso sul campo, sia in singoli scontri (dai Volsci e dai Galli, da Pirro e da Annibale), sia in vere guerre (da Porsenna e, a mio avviso, dai Sanniti alle Forche Caudine…); ma trionfa poi sistematicamente in virtù di strutture lato sensu politiche, in particolare grazie ai solidissimi legami che uniscono un Senato composto in larga parte di Latini ed Etruschi, di Campani, Umbri, Sabini alle gentes d’origine, le quali, di fatto in suo nome, controllano le loro comunità attraverso meccanismi come quello infine del municipium o della civitas sine suffragio (quanta maggiore attenzione, a proposito, andrebbe dedicata a questa seconda struttura!).
Nel conquistare e assorbire la «prima Italia», quella tirrenica, i rapporti personali, l’ amicitia , l’ hospitium e soprattutto il matrimonio tra aristocratici contano così almeno quanto la spada. Ma anche nei confronti della «seconda Italia», quella appenninica, occorre chiedersi, con Sherwin-White, se davvero sia stata Rome the aggressor . O non siano state invece le genti montanare, sia pure perché spinte dal bisogno e dall’esuberanza demografica, a premere in direzione delle coste (anche di quelle ioniche: certe reazioni di Taranto parlano da sole…), scendendo verso il mare prima con la prassi delle migrazioni legate alle «primavere sacre», poi con vere operazioni di conquista; che finirono per rinsaldare i legami con Roma delle comunità tirreniche minacciate.
Costantemente guidato dall’ottica prescelta, Blösel pone poi sotto lo stesso segno ogni fase dell’espansione oltremare, a cominciare dalle guerre puniche per cui, sulla scorta di Zimmermann, ritiene di poter smascherare «i Romani come responsabili di tutte e tre le guerre»; ignorando però dettagli essenziali, come gli attacchi punici contro i mercatores italici durante la rivolta dei mercenari o la data di costruzione del porto di Cartagine, indizio, alla metà del II secolo a.C., di un ben preciso programma di riarmo navale; alterandone altri, come la data della symmachia , l’alleanza militare, tra Roma e Sagunto.
Molto ci sarebbe ancora da dire. Un accenno almeno va tuttavia riservato a una bibliografia quasi per intero in lingua tedesca, con concessioni sporadiche all’inglese, richiami quasi inesistenti agli autori francesi e soprattutto agli italiani; e se è deplorevole l’assenza di voci come ad esempio quelle di Humbert o di Lancel (e non si può citare Hinard per le proscrizioni dimenticando poi i suoi studi su Silla…), è inconcepibile trattare le origini di Roma dimenticando Pallottino o Torelli, la dialettica sull’imperialismo trascurando Zecchini, la nozione di Italia ignorando Giardina.
In conclusione, il libro ha pagine talvolta belle, talvolta esaurienti e persino acute; là dove, per esempio, illustra con dovizia di particolari e insieme con chiarezza alcune istituzioni dell’Urbe o coglie nella disaffezione della nobilitas verso gli allori bellici, «in disuso presso la gioventù» come dice Cicerone, una, se non la principale, causa della crisi della Repubblica. Ma gli nuoce un’impostazione che ha il gusto rétro di certa produzione degli anni Settanta del secolo scorso.