mercoledì 30 marzo 2016

Corriere 30.1.16
Dalla ricerca sugli embrioni una speranza per la vita
di Umberto Veronesi

C aro direttore, abbiamo accolto con gioia le diverse sentenze della Consulta che, dal 2009 a oggi, hanno abbattuto i paletti sulla fecondazione assistita della legge 40, che la rendevano una normativa antifemminile e antiscientifica. L’obbligo dell’impianto di tre embrioni, il divieto di crioconservazione e l’obbligo di un unico impianto cadono nel 2009, il divieto di fecondazione eterologa viene eliminato nel 2014, e le pene per il medico che si rifiuta di impiantare embrioni malati vengono escluse nel 2015. Tanto più quindi oggi ci stupisce la battuta d’arresto che la stessa Consulta ha recentemente imposto al processo di modernizzazione della legge, dicendo no alla ricerca sugli embrioni sovrannumerari, od orfani. Stiamo parlando di quegli embrioni che giacciono nei frigoriferi dei centri di fecondazione assistita, che non sono stati impiantati nell’utero della futura madre, né adottati da un’altra mamma con problemi di fertilità. Dopo alcuni anni, fra i 5 e i 10, questi embrioni diventano appunto sovrannumerari, vale a dire inutili ai fini riproduttivi e quindi vengono letteralmente gettati nel lavandino. Ed ecco il tema dell’appello degli scienziati: noi vorremmo dare uno scopo più nobile agli embrioni destinati a finire nel nulla, utilizzandoli per la ricerca scientifica a favore di malattie oggi incurabili, come l’Alzheimer e il Parkinson. Ciò che mi ha colpito leggendo i commenti della sentenza della Consulta, è che molti hanno parlato di scelta fatta in nome della dignità dell’embrione. Ma come possiamo parlare di dignità di un insieme primordiale di cellule che scegliamo di far finire comunque tra i rifiuti? Capisco, del resto, la delicatezza di un tema che sfiora il grande interrogativo di quando inizia la vita. Ma il dilemma è essenzialmente di fede. Per esempio nel mondo cattolico, Tommaso d’Aquino sosteneva che la vita inizia circa a metà della gravidanza. Recentemente, invece, la Chiesa aveva posto uno spartiacque al sedicesimo giorno dall’impianto dell’embrione nell’utero: prima di allora si parlava di pre embrione. Ora invece per i cattolici la vita inizia dal giorno zero. Queste disquisizioni profonde riguardano tuttavia i credenti cattolici che, in linea di principio, non dovrebbero neppure ricorrere alla fecondazione assistita anche in caso di infertilità, in quanto la vita è dono e proprietà di Dio e solo Dio può decidere a chi elargire il dono di una nuova vita. Per la legge invece non esistono dubbi: la vita inizia con la nascita. Anche per la scienza la posizione è chiara: l’embrione ha potenzialità di vita, così come l’ovulo femminile e lo spermatozoo maschile, ma non ha vita. Ma anche ammettendo che — fede, scienza e legge a parte — esista un desiderio semplicemente umano e naturale di mantenere indefinitamente gli embrioni, sarebbe un desiderio irrealizzabile nel concreto perché comunque dopo un certo lasso di tempo perderebbero qualsiasi forma di vitalità. È molto difficile dunque per il mondo della scienza accettare di buon grado questo freno allo studio di embrioni italiani, che in realtà non frena l’attività di ricerca scientifica (per fortuna), che avviene comunque su embrioni acquistati all’estero. Quindi si generano soltanto costi aggiuntivi per gli istituti di ricerca. Non possiamo inoltre non segnalare la profonda contraddizione politica di un Paese che legalizza l’aborto, ma impedisce la ricerca sugli embrioni sovrannumerari. Tutti odiamo l’aborto, ma tutti abbiamo votato per la sua legalizzazione come «male minore» rispetto all’aborto clandestino. Nel caso degli embrioni il ragionamento è analogo, anche se con implicazioni etiche molto minori. Chi non vorrebbe che ogni embrione diventasse un bambino? Ma poiché è un sogno impossibile, molto meglio fare di ogni embrione una speranza per la cura delle malattie più gravi. Rinviare la decisione in merito al Parlamento è un’ipocrisia, perché sappiamo che le questioni bioetiche vengono sistematicamente arenate. Non ci resta che augurarci che la Corte europea dei diritti dell’ uomo non confermi l’assurda decisione italiana.