mercoledì 16 marzo 2016

Corriere 16.3.16
Quando un film oltrepassa i limiti del cinema e dell’arte
di Donatella Di Cesare

La telecamera entra per la prima volta nel campo di sterminio. Segue Saul, rincorre la grande X rossa sulla sua schiena, il marchio del Sonderkommando , accompagna il suo sguardo, scruta implacabile il mostruoso che lo circonda, indugia sul suo volto. Ed è il volto indimenticabile, opaco e icasticamente espressivo dell’attore e poeta Géza Röhrig. Girato con una tecnica quasi desueta, il film fuga la spettacolarità delle immagini, sceglie la prospettiva del protagonista, restituisce quell’universo asfittico.
È Auschwitz-Birkenau. Ma potrebbe essere anche Sobibór o Treblinka o Chełmno – un Vernichtungslager , un campo di annientamento, non di lavoro. La differenza è decisiva. Perché la «soluzione finale» si è compiuta nelle officine hitleriane dove la catena di montaggio fabbricava ininterrottamente cadaveri, dove gli esseri umani, chiamati Stücke , «pezzi», venivano introdotti con il raggiro nelle camere a gas e, una volta gassati, venivano bruciati e ridotti infine al nulla della cenere. Delle fabbriche di cadaveri, dove la mortalità raggiunse il 99%, si sa ancora molto poco; quasi tutti i superstiti tornarono da Auschwitz che era campo sia di concentramento che di sterminio.
Si può dire allora che Il figlio di Saul , scritto e diretto dal giovane regista ungherese László Nemes, sia il primo film sulla Shoah. Perché rompe i tabù, varca la soglia della camera a gas, a cui si era fermato Spielberg in Schindler’s List , si spinge nel luogo dell’annientamento, entra nel mondo in cui abita il Sonderkommando . E solleva così la grande questione di quei membri del «comando speciale» obbligati a lavorare nelle officine della morte. Ebrei costretti a incenerire altri ebrei. Qualcuno parla ancora, con leggerezza, di «collaboratori». Già Primo Levi aveva introdotto l’espressione inquietante: «zona grigia».
Se Nemes sceglie di guardare lo sterminio con gli occhi di Saul Ausländer, è per dire che non potremo mai tentare di capire, se non ci interrogheremo sulla figura emblematica del Sonderkommando . Non per rispondere con moralistiche condanne, bensì per considerare lucidamente la responsabilità frantumata che i boia nazisti hanno inaugurato. Ecco la loro invenzione più feroce e più duratura.
Anche nella sceneggiatura raffinata e nella trama sublime il film oltrepassa i limiti del cinema, quelli dell’arte, coinvolge la riflessione filosofica, chiama in causa il pensiero. Nell’officina dove sopravvive Saul, tra la camera a gas e il forno crematorio, irrompe la vita, quella di un bambino undicenne che respira ancora. Il boia lo finisce con un colpo. Ma quel corpo diventa per Saul motivo di riscatto. Non è suo figlio; potrebbe esserlo. Cerca un rabbino per una degna sepoltura. E mentre, sullo sfondo di tutti i terribili rumori del lager, gli ordini in tedesco si susseguono ingiungendo di lavorare velocemente i «pezzi», Saul ripete che quel corpo è integro. Ma perché, proprio quando si prepara la rivolta armata del Sonderkommando, Saul vorrebbe solo sottrarre quel cadavere di bambino alla voracità del forno? Che senso ha? I compagni glielo rimproverano: «Tradisci i vivi per un morto». Saul sceglie un’altra via. Punta l’indice sull’offesa arrecata alla dignità della morte. Questo è l’oltraggio supremo che Auschwitz ha inferto all’umanità. La sepoltura del figlio è il riscatto di Saul.
Questo film, destinato a diventare un classico, è indispensabile per capire non solo quel che è avvenuto, ma anche quel che avviene nel nostro mondo, un mondo che resta all’ombra di Auschwitz. E dovrebbe essere visto soprattutto da insegnanti e studenti .