martedì 23 febbraio 2016

Repubblica 23.2.16
Abu Omar, la corte di Strasburgo condanna l'Italia
L'ex imam fu vittima di un'operazione di 'extraordinary rendition'. Secondo la sentenza, l'Italia ha applicato il segreto di Stato in modo improprio
qui
http://www.repubblica.it/politica/2016/02/23/news/abu_omar_la_corte_di_strasburgo_condanna_l_italia-134038174/?ref=HRER1-1

Heidegger sostenne che l’animale è povero di mondo, e che «solo l’uomo ha un mondo»
Repubblica 23.2.16
Ma il rischio è quello di isolarsi dal mondo
Da anni i colossi hi-tech scommettono sulla realtà virtuale, con alterne fortune Ma ora, dal World Congress di Barcellona, Mark Zuckerberg lancia la sua sfida: trasformarla nella più grande piattaforma social del globo. Anche grazie alla potenza delle reti 5G, attive dal 2020
di Maurizio Ferraris

Martin Heidegger, filosofo dell’angoscia e dell’essere per la morte, non ebbe fama di grande ottimista, eppure lo fu, quando sostenne che l’animale è povero di mondo, e che «solo l’uomo ha un mondo». Sospendendo il giudizio sull’animale, di cui sia noi sia Heidegger sappiamo molto poco, resta il fatto che è una esperienza comune sentirci poveri di mondo, e che la constatazione del fatto che altri nostri simili siano ancora più poveri non basta a consolarci.
È da questa strutturale povertà di mondo che ci caratterizza che hanno origine le massime creazioni della cultura: romanzi, dipinti, sinfonie. Che cosa sono, dopotutto, quegli artefatti, se non dei tentativi per arredare un mondo che ci appare disadorno o scarsamente popolato, e per di più fruibile in un tempo che, per quanto sia mediamente più lungo oggi che nel passato, è comunque troppo breve?
Quel potenziamento dello spazio e del tempo che si chiama “cultura” è dunque l’origine del virtuale. Il nostro antenato che dipingeva delle scene di caccia sulle pareti di una caverna stava producendo della realtà virtuale, proprio come la produceva Omero (o chi per lui) quando raccontava la caduta di Troia abbellendola con gesta eroiche e interventi soprannaturali.
Mark Zuckerberg che cammina, unico a contatto con la realtà reale mentre chi gli sta attorno indossa la maschera della realtà virtuale sa meglio di chiunque altro quanto povero di mondo sia l’uomo, ma ci segnala un punto importante. Da una parte, ricorda il filosofo di Platone, l’unico che sta fuori della caverna mentre gli altri, incatenati, guardano simulacri proiettati sul fondo della caverna, ossia appunto una realtà virtuale.
Dall’altra, però, si trova molto meglio di Platone, o di Omero, per più di un motivo. Primo, gli incatenati hanno volontariamente indossato la maschera, dunque non ha nemmeno bisogno di incatenarli. Secondo, diversamente da Omero, non è lui a dover produrre i contenuti dello spettacolo: sono gli incatenati, anzi, gli scatenati, che lo producono scambiandosi le proprie gesta su Facebook.
Terzo, e soprattutto, lui la maschera non ce l’ha perché non se l’è messa, e non se l’è messa perché non ne ha bisogno. Perché mai un miliardario giovanissimo e potentissimo, una specie di Alessandro Magno contemporaneo, dovrebbe ricorrere a questo espediente da poveri di mondo? Lui un mondo ce l’ha, eccome, e ce lo ha realissimo; il virtuale lo lascia agli altri, cioè alla stragrande maggioranza di umanità il cui mondo non è abbastanza ricco.
Una volta di più, la tecnologia si presenta come una rivelazione e non come una alienazione. Coloro che indossano la maschera lo fanno per eccellenti motivi, e non perché siano pervertiti dalla tecnica. Semplicemente — e lo sospettavamo un po’ tutti — la loro e la nostra vita non è abbastanza ricca. E ovviamente quanto più povera è la vita tanto più preziosa è la protesi: un carcerato con Oculus è meno carcerato di uno senza Oculus. La sola speranza vagamente populista è che, come nella migliore tradizione delle telenovelas, anche il ricco pianga, e che talvolta, non visto, anche Zuckerberg indossi la maschera.

La Stampa 23.2.16
Così l’America prepara il blitz anche senza un governo di unità
II Pentagono spinge per intervenire appoggiandosi agli alleati
di Paolo Mastrolilli

I droni armati che da un mese decollano da Sigonella servono a proteggere le forze speciali americane, che sono sul terreno in Libia per preparare l’intervento contro l’Isis, di cui il presidente Obama discute da tempo con gli alleati.
La strategia per ora non è cambiata: gli Usa favoriscono la creazione del governo di unità nazionale mediato dall’Onu, per concordare con questo esecutivo le operazioni per sradicare l’Isis dal paese. Nel frattempo, Washington colpisce gli obiettivi terroristici che si presentano e vanno eliminati subito, come era capitato a novembre col capo locale dello Stato Islamico, Abu Nabil, o la settimana scorsa con il campo dove il tunisino Noureddine Chouchane addestrava le nuove reclute. Questo doppio binario però ha un orizzonte temporale, che qualche tempo fa il capo degli Stati Maggiori Riuniti Dunford aveva contabilizzato in settimane, più che mesi. In altre parole, se il governo di unità nazionale non nascerà davvero nel prossimo futuro, gli Usa e i loro alleati come l’Italia dovranno considerare la possibilità di intervenire comunque per fermare l’Isis.
È indicativo che poche ore prima dello «scoop» del Wall Street Journal, atteso ormai da giorni negli ambienti diplomatici, il New York Times aveva pubblicato un lungo articolo sulle difficoltà che l’amministrazione Obama incontra nel fronteggiare la minaccia dello Stato islamico in Libia. Secondo le valutazioni dell’intelligence Usa, i militanti dell’Isis nella regione di Sirte sono saliti ormai a 6.500. I capi dello Stato islamico in Siria e Iraq indirizzano le nuove reclute verso l’ex colonia italiana, perché in Medio Oriente sono sotto attacco, mentre in Africa settentrionale sono più liberi di muoversi e prepararsi a combattere. Il pericolo maggiore è che l’Isis si fonda con gli altri gruppi jihadisti africani, a partire da Boko Haram e Shabab, puntando ad allargare il proprio Califfato all’intera regione sahariana. Per questo gli americani, insieme a canadesi, olandesi e belgi, stanno addestrando le truppe nei paesi dove esistono ancora i governi, come Senegal, Mali, Niger, Nigeria, in modo da prepararle a fermare l’avanzata dei terroristi.
La Libia però è un discorso diverso, proprio perché non ha governo ed è in preda alla guerra, che ha aperto la porta all’Isis. Da qui lo Stato Islamico minaccia la produzione petrolifera, si allarga in Africa, e addestra militanti che potrebbero colpire anche in Europa, a partire dall’Italia. Il Pentagono ha definito da tempo i piani per intervenire, inviando sul terreno le forze speciali che stanno preparando la loro attuazione. I droni armati che da circa un mese decollano da Sigonella servono a proteggerli, se fossero attaccati. Quindi hanno una funzione difensiva, almeno per ora, concordata col governo italiano. Il negoziato segreto infatti durava da circa un anno, ed è entrato nella fase più operativa ad aprile scorso, cioè quando il premier Renzi ha incontrato Obama alla Casa Bianca. Il mese scorso è arrivato il via libera di Roma e le missioni sono cominciate.
Al momento la linea resta quella del doppio binario: attacchi mirati contro obiettivi terroristici specifici, come quello di Sabrata, a cui non hanno partecipato i droni armati di Sigonella; attesa del governo di unità nazionale, per condurre insieme un intervento più ampio contro l’Isis, che userebbe truppe di terra libiche supportate dagli alleati occidentali, inclusa l’Italia. I droni di Sigonella preparano questa fase, sempre più imminente. L’obiettivo della Casa Bianca sarebbe condurla insieme a Tripoli, ma Pentagono e Cia spingono ad agire subito. Se i libici non formeranno il governo e l’Isis continuerà a crescere, i piani potrebbero cambiare, obbligando ad intervenire.

Repubblica 23.2.16
Lo Stivale è una postazione strategica
di Giuseppe Cucchi

LE BASI americane in Italia, il cui comando rimane sempre in mani italiane , sono concesse per scopi concordati in sede Nato. Ogni volta che gli Usa desiderano utilizzarle per motivi non previsti dall’Alleanza Atlantica, sono obbligati a chiedere un’autorizzazione italiana, che deve essere esplicita e può essere rifiutata in presenza di forti motivi ostativi. Caso limite fu quello del 1986 proprio a Sigonella, dove l’intervento italiano dovette assumere forme particolarmente decise per reprimere una violazione statunitense della sovranità italiana considerata pericolosa per la nostra sicurezza. Il nostro territorio è una base indispensabile per chi voglia operare in Nord Africa , Medio Oriente o Balcani. Se ne era già reso conto Mussolini, che definì l’Italia «Una grande portaerei ancorata nel Mediterraneo». In tempi successivi la dislocazione geografica ci ha dato una “rendita di posizione“, che ci costringeva ad accogliere truppe straniere sul nostro territorio consentendoci nel contempo di risparmiare sulle spese di difesa. Anche dopo la caduta del Muro di Berlino la nostra dislocazione geografica continua a essere un atout prezioso per una Nato che si confronta con due archi di instabilità , l’uno ad est e l’altro a sud. Ed è nelle nostre regioni adriatiche che le forze aeronavali dell’Alleanza si schierarono per fronteggiare i dieci anni di caos jugoslavo. Basi aeree e porti dell’Italia meridionale furono indispensabili per la campagna contro Gheddafi. Ruolo che sembrano destinati a riassumere ora , nella prospettiva della possibile apertura di una nuova fase della crisi libica.

Corriere 23.2.16
Amnesie europee
La strana guerra all’Isis
Ci accorgiamo delle libertà in pericolo solo in presenza di atrocità come quelle di Parigi
Per gli intellettuali i problemi veri sono sempre altri: come il clima e la disuguaglianza
di Paolo Mieli
qui
http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_23/strana-guerra-all-isis-b5466762-d99c-11e5-b385-82888b0a9701.shtml

La Stampa 23.2.16
Il Pd ha deciso
Fiducia e via le adozioni
E il padre del Family day esulta: “È una vittoria tutta nostra”
Gandolfini: “Successo ma a metà, bisognava cancellare tutto”
Le famiglie Arcobaleno: ora è legge monca che non dà dignità
di Maria Corbi

«Possono ignorare che esistono dei bambini in attesa del diritto alla serenità? Evidentemente sì». Sara e Cristina, sono una coppia e crescono Daniele che è a tutti gli effetti loro figlio. «Per noi, per le nostre famiglie, per la scuola, per i nostri amici, ma non per la politica». La loro paura, la loro rabbia la avevano già espressa in piazza quando hanno manifestato insieme alle famiglie arcobaleno, ma non pensavano che sarebbe finita così. Invece si andrà al voto sulle Unioni civili con lo stralcio della Stepchild adoption. «In questo modo la Cirinnà sarà una legge monca che oltre a non dare i diritti ai bambini non darebbe dignità alle persone, sia omosessuali ed eterosessuali», dice Michele Coletta, vicepresidente nazionale di Famiglie Arcobaleno. «Io sono già padre di due bambini il cui padre biologico è il mio compagno, ma quei bambini sono anche figli miei perché li sto crescendo e faccio tutto quello che fa un genitore. L’unica differenza è che non ho le stesse tutele».
Sul web con la petizione di «Change.org» intellettuali, artisti, imprenditori, si sono appellati al governo per «la approvazione della legge Cirinnà nella sua completezza, permettendo all’Italia di unirsi al resto d’Europa e di sempre più Paesi del mondo nel riconoscimento di diritti fondamentali a tutti i suoi cittadini». Tra loro la scrittrice Chiara Gamberale che nel suo ultimo romanzo, «Adesso» (Feltrinelli) esplora il mondo variegato delle famiglie italiane. Lidia, la protagonista con il suo programma televisivo «vuole dimostrare a un paese rimbambito, ancora spaventato dall’idea di un matrimonio fra omosessuali, che nel frattempo in Italia e nel mondo esistono le più incredibili realtà e che ognuna di loro, senza nemmeno pensarci, si considera una famiglia». «Detto questo», continua la Gamberale, «occorre comunque andare avanti. È una schifezza che sia cancellata la stepchild ma non ci si può fermare. Il comportamento dei grillini è stato inqualificabile».
Altro firmatario dell’appello, Pierluigi Celli, saggista, manager (oggi è senior advisor a Poste Italiane, a lungo direttore della Luiss. «Un Paese civile deve riconoscere le unioni omosessuali e tutelare i bambini», dice. «Il fatto che si sia arrivati al compromesso al ribasso stralciando la stepchild è tipico di questo paese. Abbiamo la possibilità di fare una cosa per bene e invece no. La politica prevale sull’interesse delle persone e sugli stessi diritti. Un’occasione sprecata».
Mentre è soddisfatto Massimo Gandolfini l’organizzatore del Family Day 2016. «Il fatto che venga cancellata la stepchild è una nostra vittoria, ma ancora a metà. Il vero successo sarebbe cancellare non solo articolo 5 ma anche il 2 e il 3 del decreto Cirinnà, quelli che contengono i criteri di omologazione delle unioni civili al matrimonio», dice. E ancora: «La legge sulle unioni civili è inutile, perché i diritti per le persone che convivono già esistono nel codice civile e al limite vanno leggermente ritoccati». Secondo Gandolfini il paese non ha affatto bisogno di questa legge: «non è la priorità di tutti i cittadini, ma solo di una piccola parte». E poi un avvertimento: «Non ci rassegniamo e indicheremo le persone che ci hanno aiutato e chi invece non lo ha fatto a partire dalle elezioni dei sindaci: Qualcuno pagherà».

Repubblica 23.2.16
La strada dei diritti
Bisogna riprendere un percorso coerente con il fatto che si sta discutendo di dignità e identità delle persone. Non tutto è negoziabile
di Stefano Rodotà

LA DISCUSSIONE sulle unioni civili avrebbe bisogno di limpidezza e di rispetto reciproco, invece d’essere posseduta da convenienze politiche, forzature ideologiche, intolleranze religiose.
Di fronte a noi è una grande questione di eguaglianza, di rispetto delle persone e dei loro diritti fondamentali, che non merita d’essere sbrigativamente declassata, perché altre urgenze premono. I diritti, dovremmo ormai averlo appreso, sono indivisibili, e quelli civili non sono un lusso, perché riguardano libertà e dignità di ognuno.
Bisogna liberarsi dai continui depistaggi. La maternità surrogata, vietata fin dal 2004, viene evocata per opporsi all’adozione dei figli del partner, penalizzando proprio quei bambini che si dice di voler tutelare e tornando così a quella penalizzazione dei figli nati fuori dal matrimonio eliminata dalla civile riforma del diritto di famiglia del 1975. E si dovrebbe ricordare che la Costituzione parla della famiglia come società “naturale” non per evitare qualsiasi accostamento alle unioni tra persone dello stesso sesso, ma per impedire interferenze da parte dello Stato in «una delle formazioni sociali alle quali la persona umana dà liberamente vita», come disse Aldo Moro all’Assemblea costituente. Altrimenti ricompare la stigmatizzazione dell’omosessualità, degli atti “contro natura”.
L’impegno significativo del presidente del Consiglio per arrivare ad una disciplina delle unioni civili rispettosa di quello che la Corte costituzionale ha definito come un diritto fondamentale a vivere liberamente la condizione di coppia, si è via via impigliato nel prevalere delle preoccupazioni legate alla tenuta della maggioranza. Il riconoscimento effettivo di diritti fondamentali viene così subordinato ad una esigenza propriamente politica che sta svuotando la portata della nuova legge. E non si può dire che si cerchi di procedere con la cautela necessaria, data la delicatezza dell’argomento, perché la cautela si è trasformata nel progressivo abbandono di una linea rigorosa, nel gioco delle concessioni verbali che tuttavia inquinano il senso della legge in punti significativi.
È indispensabile riprendere una strada coerente con il fatto che si sta discutendo di dignità e identità delle persone, dunque di una materia dove non tutto è negoziabile. Il legislatore sta oscillando tra concessioni improprie e irrigidimenti ingiustificati. Una assai discutibile e discussa sentenza del 2010 della Corte costituzionale viene eretta a baluardo inespugnabile, che non consentirebbe neppure di adempiere a quel dovere positivo di riconoscimento pieno dei diritti delle coppie tra persone dello stesso sesso imposto all’Italia da una sentenza di condanna del 2015 della Corte europea dei diritti dell’uomo. Per sfuggire a questa responsabilità, più si va avanti più si delinea una situazione in cui il legislatore sta costruendo una sua gradita impotenza.
Non posso intervenire perché avrei bisogno di una legge costituzionale. Non posso intervenire perché devo ancora considerare il codice civile come un riferimento ineludibile. Non posso muovermi nel nuovo contesto costruito dai principi e dalle regole europee. Non posso intervenire perché l’opportunità politica variamente mascherata me lo preclude.
Nessuno di questi argomenti regge. Nel 2013 la Corte di Cassazione ha detto esplicitamente che le scelte in questa materie sono affidate al legislatore ordinario. Ricostruire il principio di riferimento nel fatto che il codice civile parla ancora di diversità di sesso nel matrimonio è un errore di grammatica giuridica perché si dimentica che la Costituzione si pone in una posizione gerarchicamente superiore al codice civile e bisogna interpretare la Costituzione partendo dal principio di eguaglianza. Proprio la forza di questo principio ha determinato un radicale cambiamento del sistema istituzionale europeo. La Carta dei diritti fondamentali ha cancellato il requisito della diversità di sesso sia per il matrimonio, sia per ogni altra forma di costituzione della famiglia, e ha ribadito con forza che non sono ammesse discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. Se si guarda più a fondo nel nostro sistema, neppure l’accesso al matrimonio egualitario sarebbe precluso al legislatore ordinario.
In questo nuovo mondo, che pure le appartiene e nel quale ha liberamente deciso di stare, l’Italia è recalcitrante ad entrare. E così conferma un ritardo culturale, che in altri tempi aveva vittoriosamente sconfitto, anche in occasioni difficili come quelle dell’approvazione delle leggi sul divorzio e dell’aborto, senza restare prigioniera delle preoccupazioni della Chiesa, che oggi tornano in maniera inquietante e inattesa.
Di nuovo lo sguardo si fa ristretto, la riflessione culturale si rattrappisce e non si riesce a dare il giusto rilievo al fatto, sottolineato con forza dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che ormai la maggioranza dei Paesi del Consiglio d’Europa riconosce le unioni civili e che aumentano continuamente gli Stati dov’è riconosciuto il matrimonio tra persone dello stesso sesso — Francia, Spagna, Portogallo, Stati Uniti, Danimarca, Inghilterra, Irlanda, Svezia, Norvegia, Svizzera, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Slovenia, Argentina, Brasile, Uruguay, Sudafrica. Strada che questi Paesi non percorrono con avventatezza, ma riflettendo con serietà, e che dovrebbero essere un riferimento per sfuggire alla superficialità con la quale troppo spesso in Italia si affrontano questioni serie come quelle riguardanti le adozioni coparentali (stepchild adoption).
Tema, questo, che trascura del tutto le dinamiche degli affetti, la genitorialità come costruzione sociale e che, a giudicare da alcuni improvvidi emendamenti al disegno di legge in discussione al Senato, rischia di lasciare bambine e bambini in un avvilente limbo, che di nuovo nega dignità ed eguaglianza.
Ancora e sempre l’eguaglianza, che la Corte costituzionale non ha adeguatamente considerato in quella sentenza del 2010, la cui interpretazione dovrebbe essere seriamente riconsiderata a partire dal nuovo contesto istituzionale europeo. Perché no? Ricordiamo che, con una violazione clamorosa del principio di eguaglianza, nel 1961 la Corte costituzionale dichiarò legittima la discriminazione tra moglie e marito in materia di adulterio. La Corte si ravvide nel 1968, mostrando che l’eguaglianza e la vita non possono essere consegnate alla fissità di una decisione.
Un legislatore, che sta costruendo la sua impotenza, dovrebbe piuttosto riflettere sulla sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che, nel 2015, ha ammesso il matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ferma restando la legittima manifestazione di ogni opinione, i giudici americani hanno affermato il loro dovere di sottrarre i diritti fondamentali alle «vicissitudini della politica».

La Stampa 23.2.16
Il premier per la prima volta costretto a fare passi indietro
di Marcello Sorgi

Adesso c’è chi dice che la soluzione delineata all’assemblea del Pd, unioni civili senza stepchild adoption, è quella che Renzi preferiva fin dall’inizio della complicata partita in corso al Senato. Il premier avrebbe lasciato ai suoi libertà di trattare a livello parlamentare, sapendo che si trattava di un inevitabile prezzo da pagare, ma che erano molto ridotte le possibilità di arrivare a uno sbocco positivo in accordo con i 5 stelle sul testo completo della legge Cirinnà. Il ritorno in campo del governo e l’accordo con i centristi che hanno combattuto fin qui una battaglia contro le adozioni all’interno delle coppie omosessuali sarebbe a questo punto l’unica via d’uscita, anche se da una parte e dall’altra Renzi e Alfano sono impegnati a superare le ultime resistenze interne dei loro partiti, la minoranza bersaniana che preme per riaprire il discorso con i grillini e l’ala più moderata di Area popolare che vorrebbe sfrondare le unioni da qualsiasi riferimento ai matrimoni.
Il testo che verrà portato al voto dell’aula di Palazzo Madama si limiterà a registrare il minimo comune denominatore tra gli alleati di governo, senza alcun riferimento alla stepchild adoption, che solo successivamente il Pd si incaricherà di riproporre alla Camera nel quadro della riforma più generale delle adozioni, legge che difficilmente vedrà la luce in questa legislatura, scaricando sul Movimento 5 stelle la responsabilità di aver impedito fin da adesso l’inserimento delle nuove norme all’interno delle unioni civili. M5s ovviamente cercherà fino all’ultimo di dimostrare il contrario, ripetendo al Senato la propria disponibilità votare il testo della Cirinnà così com’è. Ma ormai per Renzi il tempo è scaduto, e la decisione di recuperare l’intesa nella maggioranza è presa.
Non è solo lo scontro con i grillini ad aver pesato sulla svolta. Giorno dopo giorno i dubbi avanzati riservatamente dal Quirinale, l’atteggiamento del Vaticano, le riserve dei cattolici, oltre naturalmente al rischio di far emergere una spaccatura nella società alla vigilia di una tornata elettorale, hanno convinto il premier a favorire una soluzione più graduale. Dal l’annuncio di inizio d’anno, quando la legge sulle unioni civili era stata presentata come una delle riforme volute dal governo, alla libertà di coscienza per i senatori, offerta come base a una trattativa politico parlamentare rimasta senza sbocchi, fino alla rinuncia alle adozioni, Renzi per la prima volta ha dovuto fare passi indietro, prendendo atto che l’unico compromesso possibile era quello che alla fine è prevalso.

Repubblica 23.2.16
Renzi: "Inauguriamo la SA-RC". E i giornalisti stranieri scoppiano a ridere
"Il 22 dicembre inauguriamo la Salerno-Reggio Calabria". Doveva essere un annuncio solenne quello del premier Matteo Renzi al termine della conferenza stampa con la stampa estera. Ma i giornalisti stranieri, anch'essi perfettamente al corrente della telenovela pluridecennale che riguarda l'autostrada A3, nel sentire le parole del presidente del Consiglio non sono riusciti a trattenere una sonora risata corale.

La Stampa 23.2.16
D’Alema “Il premier? Meglio parlare del Papa”
«Piuttosto che parlare dei due anni di governo Renzi preferisco parlare dei due anni di pontificato di Papa Francesco».

La Stampa 23.2.16
“L’Italia concede le base di Sigonella ai droni Usa per le missioni contro Isis in Libia e Nord Africa”
La rivelazione del Wall Street Journal: «Via libera dopo un anno di negoziazioni». Si tratta soltanto di azioni a scopo difensivo
qui
http://www.lastampa.it/2016/02/22/esteri/litalia-concede-le-basi-ai-droni-americani-per-le-missioni-in-libia-gpPg3ESWZe9MlNkYUbyzIO/pagina.html

Corriere 23.2.16
La minoranza grida alla forzatura «I voti ci sono, i grillini sono un alibi»
La sinistra dem teme le richieste dei centristi e vorrebbe andare alla prova dei numeri
di Monica Guerzoni

ROMA L ’idea di Renzi di accordarsi con Alfano sacrificando il «cuore» delle unioni civili — quella stepchild adoption che per la sinistra è il simbolo della legge — ha scatenato una tempesta nel Pd. La minoranza è insorta e una corrente di perplessità e paure sta montando, sottotraccia, anche nella maggioranza e tra gli esponenti del governo. A microfoni spenti c’è chi parla di «errore politico» e la tensione è tale, in vista dell’assemblea dei senatori dem alle 13 con il premier, che il finale è ancora incerto.
La via del patto con l’Ncd è tracciata, tanto che Alfano e Maria Elena Boschi sono al lavoro per trasformare quel che resta del ddl Cirinnà in un maxiemendamento, sul quale verrebbe posta la questione di fiducia. Eppure nel Pd sono tante le voci autorevoli che consigliano a Renzi di rinunciare alla fiducia e di verificare, in aula, le reali intenzioni del M5S. Lo grida la minoranza, che giudica la fiducia «una grave forzatura» e, con Miguel Gotor, sprona Renzi a non cambiare strada: «I voti ci sono, ma non li si vuole cercare. I grillini sono usati come alibi». Lo invoca un ex ministro «diversamente renziano» come Cesare Damiano: «La strada dell’accordo di maggioranza è sbagliata». E lo chiede il numero due della Boschi al ministero delle Riforme, che ha condotto in prima persona le mediazioni più delicate. «Renzi ha messo lì due opzioni e io penso — è il consiglio accorato di Luciano Pizzetti — che quella migliore rimanga il percorso parlamentare». Per il sottosegretario ci sono tutte le condizioni per portare a casa «una buona legge», se il M5S si deciderà a mettere le carte sul tavolo: «Vedremo se i cinquestelle hanno a cuore i diritti delle persone, o se incarnano l’andreottismo della seconda Repubblica».
Renzi però non si fida, si è convinto che il terreno parlamentare sia pieno di mine e non vuole rischiare. I cinquestelle chiedono di togliere di mezzo maxiemendamento e fiducia e giurano che voteranno la legge, ma intanto sparano sul premier. «Come fai a fidarti di Verdini? È un mercenario — attacca Alberto Airola — Se Renzi fa la legge con Alfano, fa una legge pessima, monca». In assemblea il presidente Zanda metterà ai voti le due opzioni e imboccare la via d’uscita indicata dal segretario non sarà indolore.
Al vertice del Pd, in diversi sono rimasti spiazzati dall’annuncio a sorpresa di domenica mattina. Si dice che persino il ministro Andrea Orlando, in prima linea come pontiere con il Ncd e con la minoranza dem, nulla sapesse della svolta di Renzi sullo stralcio della stepchild adoption. Prova ne sia che la sua corrente dei «giovani turchi» chiede a Zanda garanzie sul maxiemendamento: «Altrimenti indicheremo la via parlamentare», annuncia il coordinatore Francesco Verducci. E adesso a preoccupare sono le mosse dei centristi, è il timore che Ap alzi il prezzo provando a indebolire le unioni civili. Sì, perché agli ultrà cattolici non basta lo scalpo delle adozioni e infatti Roberto Formigoni (come Cesa e Binetti) pone tre condizioni per l’accordo: cassare la stepchild adoption, eliminare ogni riferimento ai matrimoni e proclamare l’utero in affitto reato universale.
Condizioni inaccettabili per la minoranza del Pd e anche per molti esponenti della maggioranza. Beppe Lumia, che ha scritto gli emendamenti alla legge Cirinnà recepiti dal maxiemendamento, avverte: «Non abbiamo pregiudizi a un accordo con Ncd, ma l’ipotesi va verificata nel merito. Se mettono in discussione le assi portanti della legge, sarà Renzi il primo a dire no».
La mission del Pd, cattodem esclusi, è mettere in sicurezza le unioni civili nella loro pienezza, perché la legge non diventi una bandiera strappata e perché i tribunali possano continuare a tutelare i diritti dei minori.
I senatori dem temono scherzi e vogliono vedere il nuovo testo prima dell’assemblea. «La stepchild adoption era un elemento essenziale — ricorda Cecilia Guerra, già viceministro —. Per cambiare linea serve la prova provata che il M5S non ci sta. Non accetteremo che Ncd giochi questa partita per deturpare una legge che è il minimo sindacale».
Sel non voterà una fiducia «gravissima e sbagliata». E il leghista Calderoli lancia anatemi: «La fiducia sancisce la fine del renzismo ».

Corriere 23.2.16
I 5 Stelle tagliati fuori pensano di uscire dall’Aula


MILANO «Sia chiaro: non vogliamo essere strumentalizzati, vogliamo che il Pd si assuma le proprie responsabilità». Nunzia Catalfo, capogruppo Cinque Stelle a Palazzo Madama, riassume così la posizione del Movimento, fermo sulle barricate e un po’ spiazzato dalla mossa di Matteo Renzi. La maggioranza si appresta a votare con i centristi la fiducia su un maxi-emendamento sulle unioni civili che stralcia la stepchild adoption. L’idea del premier fino a domenica sera veniva percepita dai pentastellati solo come un diversivo per mettere pressing.
Ora il Movimento si trova tagliato fuori dall’asse dem-ncd, ma non ha intenzione di giocare al ribasso. La sensazione che prevale nel gruppo dei senatori è la rabbia, il sospetto è quello di essere caduti in una trappola. «Noi proseguiamo sulla nostra linea, compresa la libertà di coscienza sulla stepchild adoption — spiega la capogruppo —. La fiducia? Non si può votare». Così oggi Luigi Di Maio, Alberto Airola, Roberto Fico, la stessa Catalfo e Davide Crippa (capogruppo alla Camera) ribadiranno al Pd la posizione del M5S: un tentativo in extremis per ricondurre la discussione in Aula.
In parallelo si riaprirà un tavolo con le associazioni lgbt per spazzare via i dubbi e definire le intenzioni. I senatori Cinque Stelle metteranno poi a punto in un’assemblea la strategia per il dibattito parlamentare (sempre i rumors indicano la possibilità di abbandonare l’Aula nel caso si voti la fiducia).
Le possibilità di riallacciare un dialogo sono ridotte al lumicino e il Movimento — che non vuole finire sotto accusa da parte dei gruppi lgbt per la scelta di non appoggiare il super-canguro — ora spera nelle frange dem. «Questa è una soluzione che spiazza il Pd, non noi — si difende Catalfo — perché all’interno ci sono divisioni sul provvedimento». Arbitro inaspettato potrebbe essere Pietro Grasso, che la capogruppo chiama in causa. «Credo che il presidente del Senato possa dissipare tanti dubbi su emendamenti e voti segreti — dice —. Poi una volta definiti i tempi in Aula si può andare a votazione senza passare necessariamente da colpi di mano». Il Movimento, insomma, gioca di sponda, cercando di fare chiarezza in parlamento su eventuali tentennamenti.
Ma la partita sulle unioni civili non è l’unica che in queste ore sta interessando i pentastellati. Ieri a Roma gli attivisti hanno incontrato i candidati per il Campidoglio. Dalla competizione si è ritirata Bernabei. L’aspirante sindaco — come ha rivelato Paola Taverna — si conoscerà «tra un paio di giorni, in settimana». Intanto, per ricomporre le divisioni all’interno del gruppo, Alessandro Di battista lancia un’ipotesi di pax romana. «Noi proponiamo, se siete d’accordo, che il candidato sindaco che vincerà nomini il secondo arrivato come vicesindaco». Virginia Raggi e Marcello De Vito, favoriti della vigilia, sono avvisati.
Emanuele Buzzi

Corriere 23.2.16
Politici allo specchio
Da Berlusconi a Renzi l’incredibile autostima dei nostri premier
Le parole sono servite spesso ai nostri presidenti del Consiglio per farsi coraggio. Renzi è ancora lontano dalle vette toccate dall’ex Cavaliere, ma forse è andato un po’ oltre dicendo che in nessun Paese d’Europa, tante riforme sono state fatte in così poco tempo
di Gian Antonio Stella
qui
http://www.corriere.it/opinioni/16_febbraio_23/da-berlusconi-renzi-l-incredibile-autostima-nostri-premier-139887f2-d9a0-11e5-b385-82888b0a9701.shtml

La Stampa 23.2.16
“Tesserificio pugliese”
Emiliano sfida Renzi con le sue stesse armi
Campagna acquisti a destra. Gli avversari: “Un delirio”
di Giuseppe Salvaggiulo

«Non è possibile che al Pd s’iscrivano in blocco 400 persone con una carta di credito. Non è giusto, non è lecito, non è legittimo». Il destinatario della frase pronunciata da Renzi domenica all’assemblea Pd è Michele Emiliano. Nel 2015 gli iscritti al partito in tutta Italia sono stati 385.320, circa 7 mila (1,9%) più dell’anno precedente. Nella sola Puglia 34.748, circa 16 mila (il 90%!) in più. A calamitarli Emiliano, governatore e segretario regionale, al culmine di una «campagna acquisti» a largo raggio. Non si tratta di una vicenda locale. La Puglia è solo una piattaforma di lancio per il congresso nazionale, nel vuoto del renzismo a sud di Roma. Emiliano rappresenta un pericolo, la frase di Renzi un ultimatum.
Quella che un fine e consumato politico come Pino Pisicchio, che si è fatto le ossa in un partito governato dalle tessere, definisce «una transumanza che profuma d’antico», è emersa quando l’Huffington Post ha raccontato che a Bisceglie sindaco, assessori, consiglieri comunali e 400 militanti di centrodestra si erano iscritti al Pd: tesseramento online di gruppo, carta di credito prepagata, unico contatto telefonico...
Quando sono stati convocati per una verifica di autenticità, 200 sono scomparsi.
In primis, la vicenda è stata inserita nella rubrica «partito della nazione». Errore. Qui c’è uno specifico, un di più. Bisceglie non è un caso isolato di «transumanza». L’ex segretario regionale Sergio Blasi cita Presicce, Taviano, Cavallino, Tricase, Salve, tutti in Salento. A Bari gli iscritti sono quasi triplicati. Ad Acquaviva sono cresciuti del 500%. Anomalie si segnalano a Monte Sant’Angelo, in provincia di Foggia, e in altre città.
Emiliano fa in piccolo quello che Renzi ha fatto in grande, e con la stessa motivazione: allargare il consenso del Pd per renderlo vincente, non per affarismo locale. Lavora da un anno e mezzo a un suo «partito della regione». Città per città, s’insinua nelle voragini del centrodestra (e nelle crepe di Sel) e patrocina l’avvicinamento di capibastone da migliaia di voti ciascuno. Nel Pd chi si oppone viene spazzato via, commissariato, umiliato. Ad Altamura, alle comunali, Emiliano ha dato il suo simbolo personale al candidato che il Pd aveva rifiutato perché in arrivo dal centrodestra. A Bisceglie, che i nemici stessero diventando compagni non lo sapevano neanche i consiglieri comunali del Pd tra cui il deputato Francesco Boccia, che accusa Emiliano di «usare le istituzioni a fini di lotta politica».
Emiliano è ambizioso, abile, spregiudicato, veloce, populista quanto basta. Magistrato ma di strada, alla Rudolph Giuliani. Anti renziano dopo essere stato renziano, come prima con D’Alema, Veltroni, Bersani. Miscela ancoraggi di sinistra e pulsioni di destra ma il prodotto non è un minestrone sciapo. Per ritagliarsi un ruolo nazionale, non gli bastano le numerose ospitate tv. Ha bisogno di controllare il Pd in Puglia, per decidere ruoli e candidature. Poi di diventare paladino del Sud dimenticato (un solo ministro meridionale!) e degli altri governatori mal sopportati dal premier. Infine al congresso potrebbe sfidare Renzi. Per batterlo (se questi arriverà indebolito) o per esserne degno contraltare di minoranza.
«E’ un delirio di onnipotenza, fermatelo», ha detto Elena Gentile, eurodeputato Pd. Dopo averlo sottovalutato, Renzi ha deciso di occuparsene. Qualcuno gli consiglia di neutralizzarlo con un commissariamento. Scelta insidiosa: l’atto d’imperio potrebbe dargli l’aura nobile del dissidente vessato dal re.


La Stampa 23.2.16
Il governatore toscano Rossi
“Mi candiderò al congresso”

Per il congresso del Pd nel 2017 c’è già un candidato alternativo a Matteo Renzi: è il governatore della Toscana Enrico Rossi. Una sfida quindi tutta toscana quella che si annuncia per la leadership del primo partito italiano, a meno che non scenderanno in campo altri competitori.
La candidatura di Rossi parte con largo anticipo e nelle intenzioni del governatore toscano l’obiettivo superare la dinamica tra renziani e antirenziani. «Quello che mi sento di assicurare fin da ora è che non farò danni al Pd, perché penso che in un partito plurale come il nostro si possa esprimere le proprie opinioni anche senza dover poi portare via il pallone con il quale si gioca». Insomma, si può vince o perdere ma si rimane sempre nel Pd. Rossi guarda alla sinistra del partito, pur riconoscendo la spinta innovativa del premier. «Credo che in un partito ci si debba stare anche rispettandone la disciplina ed è per questo che dopo mesi di incontri e occasioni in cui ho espresso le mie idee ho sentito il dovere di candidarmi e di provare a superare certe divisioni mettendo in campo una proposta politica alternativa ma che non è contro nessuno».

Corriere 23.2.16
Le 30 mila pensioni «d’oro» che sfuggono a ogni riforma
Deputati, assessori e giudici: ecco chi sono i 30 mila pensionati «d’oro»
La politica li ha tenuti al riparo dalle riforme che negli ultimi 25 anni hanno invece tagliato la previdenza dei comuni mortali. Assegni che oscillano in media tra i 40 mila e i 200 mila euro all’anno
di Enrico Marro
qui
http://www.corriere.it/economia/16_febbraio_23/deputati-assessori-giudici-ecco-chi-sono-30-mila-pensionati-d-oro-fdb1dcf0-d99e-11e5-b385-82888b0a9701.shtml

La Stampa 23.2.16
Orfani dopo il femminicidio: le vittime di cui nessuno parla
Sono 1628 dal 2000 a oggi. E ora c’è chi propone per loro aiuti e tutele
di Grazia Luongo
qui
http://www.lastampa.it/2016/02/23/italia/cronache/orfani-dopo-il-femminicidio-le-vittime-di-cui-nessuno-parla-WQtWWpsbbtWkp0dEpCqybN/pagina.html

La Stampa 23.2.16
“Faccio causa allo Stato che ci ha abbandonati”
Nancy Mensa, figlia di un’infermiera uccisa dal marito: “Perché non siamo considerati come le vittime di mafia?”
di Grazia Longo

Per Nancy Mensa, come per la maggior parte dei coetanei ventenni, «sono i sogni a dare forma al mondo». Solo che i suoi fanno a pugni con l’incubo di essere due volte orfana. Sua madre, Antonella Russo, infermiera, venne uccisa a 48 anni, il 12 agosto 2013, mentre aveva in braccio il figlio più piccolo di appena 4 anni. A sparare, nell’afa opprimente di quella sera ad Avola in provincia di Siracusa, fu il padre di Nancy, Antonio Mensa, 55 anni, gommista che subito dopo si tolse la vita con la stessa arma.
Trenta mesi dopo Nancy, brillante studentessa di giurisprudenza a Ferrara, con battagliera determinazione (grazie anche all’assistenza dell’avvocato Emanuele Tringali), cerca di dare un senso alla propria vita e a quella di chi, come lei, si ritrova senza famiglia.
«Ma sia chiaro una volta per tutte: io non mi sento una vittima del femminicidio. Io mi sento e sono una vittima dello Stato. E non solo perché mia madre aveva denunciato mio padre per stalking ma non era stata ascoltata».
E allora perché?
«Il delitto che si è consumato a casa mia, e di cui non voglio ricordare i dettagli perché ancora troppo acuta è la sofferenza che ha sconvolto me, mia sorella Desirée che oggi ha 24 anni e il mio fratellino, non può essere circoscritto a un privato caso di femminicidio. Sullo sfondo della morte di mia madre c’è una situazione socio-culturale complessa di cui lo Stato non può non farsi carico. E invece contro gli orfani come me esiste una specie di pregiudizio che non tutela i nostri diritti».
Quali diritti crede non le vengano riconosciuti?
«Non mi vengono garantite pari opportunità rispetto agli altri ragazzi vittime di attentati terroristici, mafiosi o anche di attentati contro l’ambiente come l’inquinamento d’amianto. Io sinceramente non mi spiego perché chi ha perso i genitori in una faida mafiosa o in una fabbrica divorata dall’amianto possa essere aiutato economicamente dal nostro Paese e io no».
Che cosa si aspetta dalle istituzioni?
«Un sostegno concreto. Come per esempio sovvenzioni economiche per proseguire gli studi. Perché io, in fondo, sono fortunata: grazie a una borsa di studio posso studiare a Ferrara, dove abito con altre studentesse, e coronare il mio sogno di laurearmi in legge. Ma non le nascondo che ogni volta che do un esame sono terrorizzata dal prendere un voto non altezza delle aspettative per mantenere la borsa di studio. Alle spalle ho anche la famiglia del mio fidanzato, che mi vuole bene e mi appoggia. Ma chi non ha nessuno come fa?».
Insieme al suo avvocato Tringali ha presentato la richiesta un disegno di legge, sia in Parlamento, sia al governatore della Sicilia Crocetta, per l’istituzione di un fondo per le vittime di femminicidio: come vi hanno risposto?
«Che era un bel progetto, ma non ci sono i soldi. Eppure per le vittime dell’amianto, la recente legge di stabilità ha previsto un fondo di 30 milioni di euro. Perché noi dobbiamo continuare ad essere abbandonati? Nessuno può immaginare il travaglio interiore di sapere tua madre uccisa per mano di tuo padre: occorrono anche costose psicoterapie. Perché lo Stato non ci aiuta? Faccio una fatica enorme a cercare di condurre un’esistenza comune a quella di tante mie compagne d’università. Cerco di condurre una vita normale: raggiungere quando posso il mio fidanzato a Milano, studio per poter diventare magistrato e contribuire a evitare che tragedie come quella di mia madre non si verifichino più. Ma non basta».
Dunque non si arrende?
«No, anzi con l’avvocato faremo causa allo Stato per ottenere un risarcimento».

Repubblica 23.2.16
Dario Fo: "Sì al Nobel per la Pace a Lampedusa e Lesbo"
L'attore e drammaturgo sostiene la proposta di Rosi: "Un riconoscimento per la solidarietà"
di Dario Fo
qui
http://www.repubblica.it/cultura/2016/02/23/news/_si_al_nobel_per_la_pace_a_lampedusa_e_lesbo_-134020791/?ref=HREC1-4

Repubblica 23.2.16
Germania, assalto ai profughi attaccati un bus e un ostello L’ultradestra soffia sull’odio
Incendio doloso in un rifugio di Bautzen, anche bambini tra gli spettatori Il governo condanna. La leader di Afd: “Insulti dai richiedenti asilo”
di T. M.

BERLINO. “A Bautzen!” — prima della caduta del Muro, se un giudice spediva un prigioniero politico nel carcere della cittadina sassone, significava una condanna terribile, legata a botte, torture, condizioni di detenzione durissime. Da sabato notte, il nome Bautzen sarà associato a un altro momento buio della storia tedesca. Una trentina di persone hanno infatti assistito ridendo, applaudendo, scandendo slogan razzisti all’incendio doloso che ha semidistrutto un ex albergo riconvertito in centro di accoglienza per i profughi.
Secondo la Dresdner Morgenpost, ci sarebbero stati persino dei bambini tra gli spettatori: avrebbero partecipato ai cori e agli insulti contro i profughi, definendoli «scarafaggi». I primi richiedenti asilo sarebbero dovuti arrivare a marzo: per fortuna al momento del rogo l’edificio era vuoto. Ma alcune persone avrebbero tentato a più riprese di impedire ai pompieri di spegnere il fuoco: tre ragazzi tra i 19 e 21 anni sono finiti ieri sotto indagine.
L’episodio è avvenuto dopo un altro, grave atto di intolleranza registrato ad appena un centinaio di chilometri. A Clausnitz un pullman con una quindicina di profughi a bordo è stato circondato giovedì sera da un centinaio di persone che hanno gridato frasi xenofobe e «noi siamo il popolo», storpiando lo slogan simbolo della rivoluzione pacifica del 1989. I richiedenti asilo, terrorizzati, si sarebbero rifiutati di scendere dal bus. All’arrivo della polizia, qualcuno ha filmato una scena aberrante: un ragazzino libanese di 15 anni, Luai, paralizzato dalla paura sui gradini del pullman, un poliziotto che lo prende per il collo, lo trascina a forza per cinque o sei metri, fino al centro di accoglienza. La polizia sassone ha persino giustificato il collega. Il bimbo sarebbe stato “molto più al sicuro”, nel centro, secondo il capo della polizia di Chemnitz, Uwe Reissmann. Il quale ha persino annunciato che potrebbero partire denunce «contro qualche passeggero». Secondo Reissmann i migranti avrebbero filmato i manifestanti dal bus e alzato qualche dito medio.
La condanna del mondo politico dopo questi episodi che per qualcuno dovrebbero ispirare una riflessione più ampia sul “caso Sassonia”, dopo gli innumerevoli casi di intolleranza registrati di recente nel Land dell’ex Germania est, è stata unanime. O quasi. Per il portavoce di Angela Merkel, «è senza cuore osteggiare i profughi che arrivano, fra cui donne e bambini, sbraitando e urlando insulti villani », il ministro dell’Interno de Maizière ha parlato di fatti «intollerabili », e il primo ministro della Sassonia, Tillich (Cdu) li ha definiti «rivoltanti». Ma la capa dei populisti di destra Afd, Frauke Petry, pur condannando l’episodio dell’orrendo flash mob contro il pullman, ha voluto sottolineare che «ci sono state dichiarazioni poco belle anche da parte dei richiedenti asilo, gesti col dito medio e qualche insulto». Persino.

Repubblica 23.2.16
“Migranti, facciamo come in Austria” la rivolta della Cdu contro la MerkelVerso il voto. Insidiati
Dai populisti. I candidati Cristiano-Democratici 3i 3 Laender contro il Governo
di Tonia Mastrobuoni

BERLINO. Ormai la fronda è a viso aperto. Dinanzi ai numeri cupissimi dei sondaggi, i tre “
Spitzenkandidaten”, i candidati di spicco, della Cdu non perdono occasione per prendere le distanze da Angela Merkel. La sua generosità nei confronti dei profughi, il suo ostinato rifiuto a stabilire un tetto agli arrivi, l’ha resa una “parìa”, intoccabile tra gli stessi leader del suo partito. La cancelliera è ormai ufficialmente un problema, per i conservatori dei Land in cui si vota tra meno di tre settimane.
Il più scatenato è il primo ministro uscente della Sassonia-Anhalt, Rainer Haseloff: accusa da tempo la cancelliera di aver «perso il controllo» sui flussi dei rifugiati e ha definito «intollerabile» la mancanza di un tetto. Ma è sufficiente dare un’occhiata all’ultimo sondaggio sui populisti di destra dell’Afd per capire la sua inquietudine. Nell’unica regione dell’ex Germania Est chiamata al voto il 13 marzo, il partito di Frauke Petry — che flirta persino con gli anti-musulmani di Pegida — ha raggiunto quota 17 per cento.
Domenica, Haseloff è stato dunque ancora una volta il più esplicito, nella gara tutta interna ai cristianodemocratici nel prendere le distanze da Merkel. Una soluzione europea per i rifugiati «non è in vista», ha detto. Meglio procedere subito a «soluzioni nazionali» per limitare gli ingressi. Il riferimento è alla disperata lotta contro il tempo intrapresa dalla cancelliera per negoziare con la Turchia una soluzione europea che garantisca una “sensibile riduzione” dei flussi. Il 6 marzo, al vertice Ue con Ankara, Merkel punta a incassare risultati importanti. Ha già ottenuto il via libera della Nato a un pattugliamento dell’Egeo per rispedire in Turchia i migranti salvati in mare e vuole maggiori garanzie su azioni anti-scafisti e un presidio più severo dei confini.
A questa soluzione, però, non credono neanche più gli altri due candidati conservatori. La speranza di Julia Kloeckner di conquistare lo scettro di primo ministro della Renania- Palatinato sta evaporando alla luce dei sondaggi che danno il suo partito in discesa e la sua sfida alla coalizione rosso-verde guidata dalla presidente uscente, Malu Dreyer (Spd) sempre più disperata. Settimane fa il suo piano A2 (di fatto, un piano B) sui profughi, più restrittivo e alternativo rispetto a quello della cancelliera, ha scatenato il dibattito nella Cdu.
Ieri Kloeckner ha firmato insieme al candidato conservatore del Baden-Wuerttenberg, Guido Wolf, un documento pesante, in cui si chiede al governo tedesco di imitare l’Austria, il paese che sta mostrando la faccia più feroce con i migranti. I due Spitzenkandidaten vogliono quote giornaliere e centri di accoglienza vicino alle frontiere, per limitare e respingere più velocemente i profughi. Per Wolf, in particolare, gli ultimissimi sondaggi sono scioccanti. L’Afd è schizzata al 10 per cento. Soprattutto, la Cdu è scivolata per la prima volta al secondo posto dietro i Verdi, dati rispettivamente al 30 e al 30,5 per cento. È vero che gli svevi sono governati da un primo ministro dei Verdi, Kretschmann, molto popolare nonostante si tratti dell’Autoland, della regione ricchissima di Daimler, Porsche e Bosch. Ma l’emorragia Cdu è ormai tangibile ovunque.
Un effetto collaterale di queste elezioni regionali potrebbe riguardare anche il vicecancelliere, leader della Spd e finora candidato cancelliere per le elezioni del 2017, Sigmar Gabriel. Nei sondaggi i socialdemocratici sono scivolati al 16% in Sassonia-Anhalt — dietro l’Afd — e viaggiano su numeri simili in Baden- Wuerttenberg. Solo in Renania-Palatinato incassano ancora un 33% di consensi. Se questi numeri fossero confermati, le elezioni rischiano di non far ballare soltanto la cancelliera, ma anche il numero uno della Spd.
Chi approfitta di tutto questo è l’Afd. Frauke Petry continua a costruirsi un profilo anti- Merkel. Ieri ha preso le distanze dalle dichiarazioni più estremiste dei suoi colleghi, e ha negato di aver trascinato il partito a destra. Se c’è un politico apertamente a caccia degli elettori delusi da Merkel, è lei.

Repubblica 23.2.16
Filippo Grandi.
“L’Europa sta perdendo se stessa, i bambini affogati nell’Egeo uno scandalo che riguarda tutti”
L’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati: “Nessuna guerra è abbastanza lontana da non riguardarci, i muri rischiano di isolare interi paesi”
La Grecia rischia di diventare uno Stato abbandonato e chiuso dove i migranti in arrivo non trovano più possibilità di uscire In Siria milioni di persone sono intrappolate e vittime di violenze. Ma c’è di peggio, situazioni quasi invisibili: Sud Sudan e Centrafrica
di Vladimiro Polchi

ROMA. «Nell’emergenza rifugiati l’Europa sta perdendo se stessa. I bambini morti nel mare Egeo sono uno scandalo che chiama in causa la mancanza di solidarietà di un continente intero, in cui crescono barriere ed egoismi». Filippo Grandi, 58enne milanese, da gennaio è il nuovo Alto commissario Onu per i rifugiati. Sul suo tavolo a Ginevra, giacciono i dossier più “caldi” dai fronti di crisi, a partire dalla Siria («Oggi una trappola dalla quale è quasi impossibile fuggire») e Turchia («paese in prima linea, che ospita oltre due milioni e mezzo di siriani»).
Commissario si aspettava di più dall’ultimo Consiglio europeo?
«L’Europa ha preso degli impegni che non sta mantenendo. Gli hotspot per l’identificazione di chi arriva non sono ancora pienamente in funzione. I ricollocamenti tra i vari paesi Ue dei rifugiati arrivati in Italia e Grecia sono ancora fermi. I rimpatri di chi non ha diritto all’asilo non funzionano. L’Europa è diventata un’autostrada e questo disordine allarma l’opinione pubblica ».
È preoccupato dal crescere dei muri alle frontiere dei paesi europei?
«Cominciamo a vedere sempre più sbarramenti che temiamo molto: l’Austria che fissa quote massime di ingressi, la Macedonia che respinge gli afghani. Sono cresciuto in un continente di frontiere chiuse, ora rischiamo di tornarci. L’Europa sta abdicando a un ruolo di guida internazionale e sta mettendo in discussione il suo stesso progetto originario. Invece nessuna guerra è troppo lontana da noi da non riguardarci. I rifugiati sono degli ambasciatori che stanno lì a ricordarcelo. I muri sono preoccupanti, anche perché rischiamo di isolare interi paesi».
Come Grecia e Italia?
«Soprattutto la Grecia. Domani (oggi, ndr) sarò ad Atene per una grossa operazione umanitaria dell’Unhcr. La Grecia rischia di diventare uno Stato isolato, in cui i rifugiati restano chiusi senza possibilità di uscire. L’Italia è un paese di frontiera: se riprenderà con forza la rotta del Mediterraneo centrale, il rischio è di diventare un “ricevitore” di migranti, senza grandi sbocchi esterni».
È giusto rivedere il trattato di Dublino?
«Che lo Stato competente alla domanda d’asilo sia quello in cui il rifugiato ha fatto il proprio ingresso nell’Unione europea è un modello vecchio che va indubbiamente superato».
Per arginare i flussi di migranti, la Ue fa bene a puntare sulla Turchia?
«La Turchia è una degli Stati chiave di questa crisi. Non a caso è il paese che oggi ospita il numero più alto di rifugiati al mondo: due milioni e mezzo di siriani, più qualche migliaio di afgani e iracheni. Insomma, Ankara sta facendo la sua parte. Il piano d’azione Ue concordato a novembre va nella direzione giusta: controllo delle coste e delle partenze verso la Grecia, in cambio di tre miliardi di euro di fondi da destinare a progetti d’accoglienza per i rifugiati. E poi nuove vie legali d’uscita dal paese».
Ci spieghi meglio.
«Bisogna prevedere la possibilità per migliaia di profughi di lasciare la Turchia, ma anche altri paesi di transito come la Giordania e il Libano, e raggiungere in sicurezza gli Stati Ue dove riceveranno asilo».
Che ne è di questo piano?
«Non è ancora stato attuato. È urgente accelerare, anche perché intanto la Turchia ha quasi chiuso la sua frontiera con la Siria ».
Qual è la situazione degli sfollati in Siria?
«Ci sono milioni di persone intrappolate. Certo le situazioni sono le più diverse, ma tutti sono ugualmente vittime di violenze inaudite. Le loro possibilità di fuggire sono minime. Senza un cessate il fuoco, poco si può fare. Ma c’è di peggio, ci sono situazioni quasi invisibili: parlo per esempio dei rifugiati della Repubblica Centrafricana o del Sud Sudan che neppure arrivano da noi, ma si fermano nei paesi limitrofi».
Questa ondata di migranti allarma l’opinione pubblica europea.
«Il disordine dell’attuale gestione giustifica questo allarme. La mancanza di coordinamento e solidarietà dà forza a chi vuole alzare le barriere».
C’è chi soffia sulle paure?
«In Europa ci sono parti politiche che stanno volutamente impaurendo i cittadini. E questo è gravemente irresponsabile. Altri per fortuna fanno il contrario ».
La Germania?
«Senza la leadership tedesca, oggi l’Europa sarebbe ancora più chiusa. L’ho detto al telefono ad Angela Merkel. Ho molta ammirazione per lei, anche perché rischia l’isolamento. E un paese non può fare tutto da solo ».
Cosa ha pensato quando ha letto del coinvolgimento di alcuni rifugiati nelle violenze di Colonia?
«Chiunque vive in un paese deve rispettarne le leggi, altrimenti deve essere perseguito, ma attenzione a generalizzare ».
Non c’è comunque un problema di integrazione di queste masse di rifugiati?
«Due giorni fa ero in Germania. I tedeschi fanno grandi sforzi, ma l’integrazione costa molto. Una cosa è certa: una gestione ordinata dei profughi è la migliore ricetta per rassicurare l’opinione pubblica».

La Stampa 23.2.16
Treni dalla Cina e capitali dall’Ovest: così risorge Teheran
La fine delle sanzioni ha aperto il Paese agli investimenti. E arriva il primo convoglio della nuova Via della Seta
di Claudio Gallo
qui
http://www.lastampa.it/2016/02/23/esteri/treni-dalla-cina-e-capitali-dallovest-cos-risorge-teheran-YL6If5MVh1IfyhnaSd2otM/pagina.html

Corriere 23.2.16
Repressione a Lhasa
Tibet, la Cina caccia gli stranieri e chiude le frontiere: per paura di nuove violente rivolte
Come nel 2012, quando 37 tibetani si diedero fuoco, Pechino teme sollevazioni. A 66 anni dall’occupazione, il Tetto del mondo non accetta ancora la legge degli han
di Paolo Salom
qui
http://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/02/21/tibet-cina-caccia-stranieri-chiude-frontiere-paura-nuove-violente-riv-olte-79083082-d8bb-11e5-842d-faa039f37e46.shtml

Repubblica 23.2.16
Zika: scienziati cinesi tracciano la sequenza del genoma del virus
Dopo gli studi su primo caso importato, base di partenza per cura e prevenzione
qui
http://www.repubblica.it/esteri/2016/02/23/news/zika_scienziati_cinesi_tracciano_la_sequenza_del_genoma_del_virus-134024192/?ref=HREC1-14

Repubblica 23.2.16
Il populismo usa tra miracoli e paure
Per Sanders e Trump sarebbe la crescita a finanziare il disavanzo fiscale
Ed entrambi danno supporto a politiche protezionistiche
di Alberto Bisin

IL SUCCESSO di Donald Trump e Bernie Sanders nelle primarie per l’elezione del presidente degli Stati Uniti è inaspettato. Molti osservatori leggono questo successo come la manifestazione di un cambiamento profondo nelle attitudini dell’elettorato americano. Trump e Sanders rappresenterebbero il rifiuto ed il superamento, a destra come a sinistra, della vecchia politica dei partiti tradizionali; la nascita di una politica nuova, che prende forza dal basso, sconnessa da lobby e grandi gruppi privati. Vi è certamente molto di vero in questa narrativa. Né Trump né Sanders sono infatti rappresentazione del proprio partito. Anzi, al contrario, entrambi sono in qualche modo da esso ostracizzati. Inoltre, Trump argomenta di stare finanziando la campagna elettorale con soldi propri, mentre Sanders finanzia larga parte delle operazioni della sua campagna attraverso tanti piccoli versamenti dei suoi entusiasti elettori. Infine, entrambi possono facilmente esaltare queste nuovi aspetti della propria candidatura confrontando se stessi a candidati percepiti come evidenti creazioni della vecchia politica, Jeb Bush per Trump e Hillary Clinton per Sanders.
Detto questo però, l’aspetto realmente sorprendente del successo di Trump e Sanders, la ragione per cui esso ha eluso le previsioni degli esperti, consiste sostanzialmente nel solo fatto che gli elettori non sembrano penalizzare particolari aspetti del carattere e della storia personale dei due candidati. Anzi, l’esagerata auto-stima di Trump, le sue parole irresponsabili, il suo presentarsi come un uomo d’affari senza scrupoli, impreparato e fiero di esserlo, sembrano esaltare il suo elettorato. E anche l’immagine di Sanders, anziano politico, sempre marginale nella sua carriera, fiero di dichiararsi socialista (un termine dai connotati tradizionalmente negativi per tutto l’elettorato americano), non sembra avere effetti negativi.
Esaminando i loro programmi elettorali, si scoprono però sia in Trump che in Sanders forme abbastanza estreme e in realtà, sotto alla superficie ideologica, molto simili di classico populismo. Entrambi i loro programmi sono infatti centrati sulle due componenti determinanti del populismo: promesse favolose ed irrealizzabili e sfruttamento delle paure profonde dell’elettorato. In questo senso il loro successo, almeno in questa fase delle primarie, non è affatto una novità, né dovrebbe significare una gran sorpresa.
Più in dettaglio, Sanders propone una larga estensione del sistema di welfare, con grandi interventi di spesa sostanzialmente permanenti su infrastrutture, lavoro (attraverso un notevole aumento del salario minimo), sanità e istruzione (che diventerebbero in larga parte pubbliche e gratuite). Il totale di spesa è stimato, conservativamente, da fonti vicine a Sanders, a circa 16 mila miliardi di dollari in 10 anni (pari a circa il 90% di un anno di Pil Usa). Far tornare i conti pubblici, finanziando una spesa di tali dimensioni senza aumentare notevolmente le tasse alla classe media, è sostanzialmente contrario ad ogni logica che rispetti il vincolo di bilancio. La via d’uscita, come da libro di testo di economia populista, sta nell’immaginare un miracolo economico di crescita che permetta al debito di pagarsi da solo. Ed ecco che con un tasso di crescita dell’economia americana di oltre il 5% per 10 anni tutto si risolve (i conti sono di Gerald Friedman, per questo diventato economista di riferimento della campagna di Sanders). Peccato naturalmente che gli Stati Uniti non siano una economia in via di sviluppo e fatichino a sostenere tassi di crescita medi del 2%.
Trump invece propone una riduzione delle tasse sostanzialmente attraverso una riduzione dell’aliquota sulle imprese e sui redditi più elevati e attraverso una estensione del credito d’imposta ai redditi più bassi (più nominale che altro, in realtà). Il costo del programma è stimato in circa 10 mila miliardi di dollari in 10 anni. Anche in questo caso far tornare i conti è sostanzialmente impossibile e nessun dettaglio è fornito al riguardo, a parte suggerire che le minori tasse indurrebbero un tale aumento dell’attività economica da non richiedere tagli di spesa ma solo una sua razionalizzazione. Come in Sanders, quindi, sarebbe la miracolosa crescita economica a finanziare il disavanzo fiscale. L’unica differenza, l’unico punto dove la diversa ideologia agisce sui programmi elettorali, è che in Sanders è la spesa pubblica a generare crescita, mentre in Trump sono le imprese private. Ma sempre di miracoli si tratta.
Per quanto riguarda invece lo sfruttamento delle paure profonde dell’elettorato, entrambi i candidati sostengono il proprio supporto a politiche protezionistiche, veicolo classico e tra i più perniciosi del populismo, presentando la “globalizzazione” come uno dei principali e temibili nemici economici della classe media. Sanders si dichiara contrario ad ogni accordo sul libero commercio internazionale, da quelli passati (come Nafta con il Messico) a tutti quelli previsti futuri (incluso quello riguardante i paesi sull’oceano Pacifico). Trump propone addirittura l’imposizione di elevate tariffe su beni importati da Messico e Cina. Unica differenza tra i due è che Trump, da destra, aggiunge a tutto questo un fortissimo ed evidente richiamo al nazionalismo anti-Cina.
L’altro classico spauracchio populista è naturalmente l’immigrazione. Per Trump è naturalmente molto più facile cavalcarlo; di qui la voce grossa, i muri, eccetera. Ma anche Sanders, che pure per convenienza politica tende oggi a essere relativamente quieto sull’argomento, ha spesso in passato sposato posizioni anti-immigrazione al Senato, addirittura votando in linea coi Repubblicani.
In buona sostanza, il populismo paga ed è sempre sostanzialmente uguale a se stesso, a destra o a sinistra.

Corriere 23.2.16
Littoria, Mussolinia, Tirrenia
Le città immaginate dal fascismo
Non solo Torviscosa: dalla fine degli anni ‘20 il regime si lanciò nella costruzione da zero di insediamenti ispirati al razionalismo. Il caso della calamità naturale di Predappio
di Claudio Del Frate
qui
http://www.corriere.it/cronache/cards/littoria-mussolinia-tirrenia-citta-immaginate-fascismo/latina-bonifica-dell-agro-pontino_principale.shtml

Repubblica 23.2.16
L’architettura può sconfiggere la disuguaglianza
Parla il cileno Alejandro Aravena che presenta la sua Biennale “Il mondo non finisce nelle periferie”
di Francesco Erbani

VENEZIA È una Biennale che non espone. Propone domande e fa sfilare esperimenti e soluzioni possibili. È la Biennale architettura firmata da Alejandro Aravena, la quindicesima della serie. Durerà sei mesi, dalla fine di maggio alla fine di novembre e non sarà una rassegna di soluzioni formali prodotte da architetti e destinate ad architetti. «Dalla corte degli architetti al pubblico», sintetizza Paolo Baratta, presidente della Biennale. Cambia lo statuto. Da una disciplina che ambisce a realizzare oggetti singoli, stupefacenti e spiazzanti, a un’altra che si misura con una quindicina di espressioni chiave. Fra le altre: disuguaglianze, periferie, disastri naturali, emergenza abitativa, migrazioni, trasporto pubblico, spreco... Sono le questioni che da una quindicina d’anni impegnano Aravena. Cileno, quarantanove anni, camicia bianca fuori dai pantaloni, capigliatura arruffata ma con cura, Aravena viene da un mondo in cui «si lavora con scarsità di mezzi e non si può fare quel che si vuole, ma bisogna sempre spiegare perché lo si fa». E aggiunge: «È un importante filtro contro l’arbitrarietà». Ma vivere e lavorare in città che si espandono slums dopo slums, deve aiutare a cercare soluzioni, progetti, dispositivi fisici che attenuino la sofferenza. E ad essi Aravena dedica gli sforzi che lo hanno portato, nel gennaio scorso, a vincere il premio Pritzker, il nobel dell’architettura, completando con il proprio nome una galleria di luccicanti archistar. Anche qui un cambio di statuto.
Reporting from the front – questo il titolo della prossima Biennale – chiama a raccolta una novantina di espositori, un terzo dei quali sotto i quarant’anni. Mostreranno come hanno interpretato le espressioni chiave indicate da Aravena. Non ci sono immagini che anticipino i progetti. Salvo una, introduttiva: una foto scattata da Bruce Chatwin che ritrae un’archeologa tedesca, Maria Reiche, sopra una scala d’alluminio che osserva i tracciati di pietre del deserto peruviano di Nazca raffiguranti uccelli, giaguari, alberi e fiori. Spiega Aravena: «Nessuno di noi stando a terra vede altro che pietre, ma da lassù le figure appaiono evidenti: ecco cosa chiediamo a chi espone alla Biennale, chiediamo di fornire proposte, interpretazioni che non riusciamo a percepire ». Saranno presenti molti giovani (fra i quali anche il gruppo inglese Assemble e l’indiana Anupama Kundoo) e anche i più smaglianti Peter Zumthor, David Chipperfield, Herzog & de Meuron, Kazuyo Sejima, Kengo Kuma, Norman Foster, Rem Koolhaas, Richard Rogers, Eduardo Souto de Moura, Tadao Ando e poi Renzo Piano con il gruppo G124, i giovani professionisti che Piano finanzia con lo stipendio di senatore a vita.
Una concessione allo star system?
«No – replica Aravena – non tutto delle cose che questi progettisti realizzano c’interessa, ma perché non mettere a disposizione la loro creatività quando si confronta con i temi che abbiamo scelto?». E il pensiero corre a Piano e al lavoro nelle periferie di alcune città italiane.
Le periferie sono il suo humus culturale. Le periferie di una città e anche la periferia latinoamericana.
«Vivere ai margini rispetto ai grandi flussi consente di non avere un padre da uccidere, un’ombra che sovrasta ogni passo. Però incombe il rischio di accettare tutto quel che arriva da fuori senza dare valore a ciò che è più prossimo. Il luogo di margine impone di essere molto informati su quel che accade al centro del mondo e contemporaneamente di capire le pratiche virtuose che lì e non altrove si attuano. La periferia non è il luogo dove il mondo finisce, diceva Iosif Brodskij».
L’altra costrizione da cui proviene la sua architettura è la dittatura di Augusto Pinochet.
«L’ho vissuta da studente universitario, quando si forma il carattere e si è ribelli per natura. Noi dovevamo essere doppiamente ribelli».
Una volta laureato, è venuto in Italia. Perché?
«Sono venuto a Venezia. Era il 1992. Volevo conoscere le architetture che avevo studiato solo in fotografia. Volevo andare alle fonti. Camminavo per le calli e misuravo edifici. E la stessa curiosità mi ha spinto in Sicilia e in Puglia».
Quindi è tornato in Cile.
«Sì e ho iniziato a lavorare. Ma ho incontrato solo clienti orribili. Per due anni ho lasciato i tavoli da disegno e ho fatto il barista. Poi di nuovo la passione mi ha catturato. Ma stavolta la direzione di marcia era tutt’altra. All’inizio del Duemila ho fondato Elemental, uno studio dedicato all’edilizia sociale. Il primo progetto rilevante è un complesso per un centinaio di famiglie a Iquique. La dotazione pubblica copriva spese per 7.200 dollari. Trecento dovevano metterli le famiglie. Si poteva fare solo una piccola, disagiata e miserevole abitazione. Invece abbiamo progettato metà di un appartamento, l’altra metà era a carico dei residenti. Quando ho vinto il Pritzker è venuta a trovarmi una donna che era stata fra le prime abitanti di Iquique. Mi ha raccontato che alcuni di loro avevano venduto. Ho chiesto a quanto. A sessantacinquemila dollari, mi ha risposto».
Che seguito ha avuto quell’esperienza?
«Quel progetto, che risale al 2003, è stato replicato decine e decine di volte. L’ultimo risale al 2010 ed è stato realizzato a Constitucion, dopo il terribile tsunami. Non venne fornito solo un alloggio, venne data l’occasione per generare una ricchezza che avrebbe consentito ai figli di quei pionieri di studiare e di avviare un’attività. Iquique è l’esempio di un luogo che produce comunità, lo spazio pubblico è curato come un bene prezioso che dà altro valore alle case. Elemento centrale è stata la partecipazione: tante domande, tanti bisogni espressi e un architetto che con carta e matita offre una sintesi».
Quali altri strumenti ha l’architettura per attenuare le disuguaglianze?
«Può progettare un buon sistema di trasporto pubblico. L’America Latina mostra esperimenti encomiabili. A Bogotà e a Medellín si è drasticamente ridotto il tasso di criminalità giovanile perché le immense favelas sono state meglio collegate fra loro e con il centro da sistemi di funicolari e di tram. Quel che genera i conflitti e la rabbia non è la povertà in sé quanto la disuguaglianza. La povertà è ridotta nel mondo, è peggiorata la disuguaglianza. La redistribuzione non basta a colmarla. Perché sia efficace ci vuole molto tempo. La città offre occasioni per diminuire le disuguaglianze se fornisce un trasporto pubblico efficiente e di qualità. Come l’investimento in spazio pubblico. Sono interventi in cui l’architettura ha un ruolo decisivo».

Repubblica Salute 23.2.16
Nuove terapie
Ascolta il bambino prima che sia autismo
Un centro di formazione a Pisa e alcuni programmi pilota. Per aiutare i piccoli sin dai primi mesi. Quando i genitori vedono che c’è qualcosa che non va. Si chiama Esdm e ci sono le conferme sperimentali della sua efficacia
di Paola Emilia Cicerone

Bastano sei mesi per vedere se ci sono risultati. E possono trarre giovamento anche i molto gravi
Sally Rogers è la psicologa californiana che ha ideato il metodo Esdm. Il suo manuale è tradotto anche in italiano.

FARE LEVA SUGLI INTERESSI di un bambino con autismo per aiutarlo a uscire dall’isolamento. Sembra l’uovo di Colombo, è la formula che ha decretato il successo dell’ESDM o Early Start Denver Model, un modello terapeutico nato poco più di dieci anni fa negli Stati Uniti grazie all’impegno della psicologa Sally Rogers dell’Università della California a Sacramento, e che si sta diffondendo in tutto il mondo. Anche in Italia, dove presso l’Istituto Scientifico Fondazione Stella Maris di Pisa si tengono corsi di formazione per operatori. «L’idea è quella di partire dal bambino, da quello che sappiamo del suo sviluppo, per stimolarne gli interessi nel modo più naturale fin dai primi mesi di vita, sfruttando una fase in cui la plasticità cerebrale è massima», spiega la psicologa Costanza Colombi, allieva della Rogers e oggi docente all’Università del Michigan, Ann Arbor.
Si parla di ”Early Start”, ovvero di avvio precoce, perché l’ESDM è l’adattamento fatto a misura per i più piccoli del Denver Model, un metodo ideato dalla Rogers negli anni ‘80 per sostenere lo sviluppo dei bambini con autismo, soprattutto nelle aree in cui sono più carenti, prime fra tutte le abilità sociali e comunicative. «Possiamo pensare di intervenire molto presto nell’infanzia – spiega Filippo Muratori, responsabile dell’unità di Psichiatria dello sviluppo dello Stella Maris – perché negli ultimi anni abbiamo acquisito la capacità di fare le diagnosi presto. Oggi è possibile fare diagnosi di autismo a 18/24 mesi, e gli studi più recenti mostrano che già per bambini dai 7/14 mesi si può indicare la presenza di un rischio di malattia, che giustifica un intervento mirato». Venendo incontro anche alle preoccupazioni dei genitori, i quali spesso avvertono che qualcosa “non funziona”, senza però trovare risposte adeguate.
L’ESDM non è però l’unico metodo disponibile, anche se è uno dei pochi ad avere ottenuto importanti conferme sperimentali. «Il primo a mostrare che i bambini con autismo sono in grado di apprendere è stato lo psichiatra di origine norvegese Ivaar Lovaas », spiega Muratori. Da circa quaranta anni sono disponibili metodi di tipo comportamentale che però sono considerati oggi troppo rigidi e di difficile gestione per i bambini più piccoli, e per questo motivo si sono aggiunti metodi basati sullo sviluppo, come il metodo DIR ideato da Stanley Greenspan. «Il merito della Rogers è stato quello di avere proposto un sistema flessibile che segue lo sviluppo del bambino, aiutandolo a superare le tappe più difficili per una persona con autismo, come quelle legate all’attenzione per gli altri e alla comunicazione non verbale, ai gesti e all’imitazione », prosegue lo psichiatra. Grazie a vere e proprie “routine sociosensoriali”, esercizi che puntano a catturare l’attenzione del piccolo partendo dai suoi interessi e dalle attività di tutti i giorni, dalla pappa al bagnetto, ai giochi. Utilizzando tecniche descritte in un manuale ricco di esempi pratici, pensato proprio per i genitori, Un intervento precoce per il tuo bambino con autismo (Hogrefe 2015) di Sally J. Rogers, Geraldine Dawson, Laurie A. Vismara.
Oggi sappiamo che è importante coinvolgere i genitori, specie quelli con i bambini piccoli, «anche se in Italia purtroppo c‘è una certa tendenza a escluderli dalla terapia – osserva Colombi – si pensa che il bambino debba interagire col terapista, e che la famiglia rappresenti una distrazione, mentre abbiamo visto che proprio quando sono rassicurati dalla presenza dei genitori, i bambini sono più portati ad allontanarsi e a esplorare».
Con quali risultati? «Questo metodo può essere applicato dopo una valutazione iniziale per verificare che il bambino reagisca a questo tipo di stimoli», ricorda Muratori. Bastano tre /sei mesi per vedere qualche risultato, «che ovviamente varia a seconda della gravità del disturbo, e dalla presenza o meno di un deficit cognitivo – ricorda Colombi – ma abbiamo visto che l’ESDM è in grado di aiutare, nell’ambito delle loro possibilità, anche bambini con gravi deficit cognitivi ».