domenica 28 febbraio 2016

Corriere 28.2.16
Il «Mein Kampf» torna bestseller in Germania
di Andrea Nicastro

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Corriere 28.2.16
Israele
C’è un ebreo ortodosso, deve cambiare posto
E lei fa causa alla El Al
Sopravvissuta all’Olocausto, la donna chiede 11 mila euro di danni: «Io umiliata»
Il suo vicino non voleva rischiare il contatto durante le 11 ore di volo dagli Usa
di Davide Frattini, da Gerusalemme

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«È la prima volta in 106 anni di storia della Confindustria che le imprese sono ricevute insieme in udienza da un pontefice»
La Stampa 28.2.16
Il Papa sferza gli industriali: “Troppi i giovani precari, rifiutate le raccomandazioni e la disonestà, voi avete una nobile vocazione orientata a produrre ricchezza,  migliorate il mondo , siete chiamati a essere costruttori del bene comune e artefici di un nuovo “umanesimo del lavoro”
Squinzi: «Fede e impresa centrali in una società incerta»
Marcegaglia: «La febbrica è il luogo dove si crea valore economico, ma dove si mantengono vivi e si fanno crescere i valori del lavoro, dell’integrità e del rispetto verso tutte le persone»
«Considerare l’impresa come una famiglia allargata»
Bertinotti: la fede è l’ultimo luogo dell’autonomia
“Sindacati e politici senza voce. A parlare di questi temi è rimasto soltanto Francesco”
intervista di Francesco Bei


Ex segretario di Rifondazione Comunista, Fausto Bertinotti, da tempo osserva affascinato il nuovo corso bergogliano della Chiesa. Non è rimasto dunque stupito dall’affondo portato ieri dal pontefice contro la «precarietà» di fronte a migliaia di imprenditori.
Al di là delle semplificazioni sul Papa “di sinistra”, chi è rimasto oggi a parlare così?
«Nessuno. La politica è afona, la rappresentanza sindacale pure. Nell’eclissi della democrazia che stiamo vivendo in Europa, sembra che la fede risulti l’ultimo luogo dell’autonomia».
Autonomia da cosa?
«Autonomia di un pensiero non omologato. Al tempo del Concilio Vaticano II c’era Giovanni XXIII, ma dall’altra parte c’erano giganti, c’era Kruscev, Kennedy. Oggi l’attuale Pontefice parla in un deserto politico, anche per questo la sua voce risuona così forte. La sua è una profezia, ma opera anche come supplenza nei confronti di una politica che non esiste più».
Perché Bergoglio appare così antagonista rispetto al pensiero «mainstream»?
«Una volta si diceva che la verità la possono dire solo i pazzi. Ora la può dire solo un uomo di fede. Fede nell’uomo intendo, non parlo necessariamente di una fede trascendente».
Questo spiega il successo popolare del Papa?
«Certo, perché attinge ai fondamentali, si pone in rapporto critico con lo sviluppo. Penso all’enciclica “Laudato sii”, centrata sulla giustizia sociale e sull’ecologia».
Persino il sindacato sembra un passo indietro rispetto al Papa. Perché?
«Perché anche la rappresentanza, con le dovute eccezioni, ormai è omologata. Negli anni Settanta il sindacato aveva ancora criteri di valutazione del lavoro e del mercato autonomi. La fine del movimento operaio come lo abbiamo conosciuto nel ’900 - crisi determinata dal fallimento dell’Urss all’Est e dalla sconfitta politica all’Ovest - ha portato a un rovesciamento totale della prospettiva. Come aveva capito Luciano Gallino, ormai è la struttura di potere che agisce il conflitto contro i lavoratori. Il frutto ultimo di tutto ciò è la progressiva scomparsa in Europa del contratto nazionale unico».
L’oggetto degli strali del Papa è il lavoro precario. È questa la nuova frontiera del conflitto?
«Non c’è dubbio. Il precario oggi ha preso il posto dell’operaio di serie, dell’uomo Cipputi. In questa fase di lavoro frantumato, di parcellizzazione del lavoro, la precarietà è la nuova cifra della condizione lavorativa. E il Papa - non i sindacati e nemmeno i politici - è l’unico ad avvertire il carattere distruttivo di tutto questo, non solo dal punto di vista socio-economico ma anche umano. Semplicemente umano. È la nuova forma dell’alienazione».
Perché ci arriva il Papa e non i sindacati?
«Perché la rappresentanza istituzionale non ha più gli occhiali giusti per vedere certe cose. Si accontenta della descrizione dei fenomeni, non va oltre quella, e rinuncia all’interpretazione. I sindacati (con poche eccezioni) pensano che la precarietà sia naturaliter determinata dallo sviluppo delle forze produttive. Come una volta si accettava il Taylorismo nelle fabbriche. Poi venne il ’68 e spazzò via tutto».
Un Papa sessantottino?
«Un Papa che ha il coraggio di andare, come diceva Camus, contro l’aria del tempo».

Coazioni a ripetere...
Repubblica 28.2.16
lI tabù del mondo
L’uomo che amava una calza più di una donna
Il feticista è come un idolatra: egli si consegna a taluni oggetti dei quali diventa dipendente. Per Freud è un’attitudine che qualifica in prevalenza il desiderio maschile. Serve a scongiurare l’angoscia che deriva dall’incontro con l’altro sesso. E scaturisce dalla penosa percezione di un bambino della castrazione materna
di Massimo Recalcati

La passione dell’avaro è ipnotizzata dai suoi averi. La dedizione per la borsa conta di più di quella per l’amore. Tra la donna e la sua “cassetta” non è sfiorato dal minimo dubbio. La sua attitudine accentua il carattere feticistico del desiderio umano che Freud ha per primo messo in evidenza. Il feticista è, infatti, colui che individua l’oggetto del suo desiderio in un oggetto inumano (scarpe, mutande, calze, ecc.) o in un frammento del corpo (seni, gambe, piedi, ecc.). Se l’avaro non ha dubbi nello scegliere tra l’amore e i suoi averi, anche il feticista preferisce una calza, una scarpa o un piede all’incontro con l’Altro. La sua opzione è chiara: egli subordina il valore dell’oggetto amato dalla presenza o meno del feticcio. Come la cassetta rende l’avaro incapace di ragionare, prigioniero del suo fantasma di appropriazione sconfinata, la fascinazione irresistibile che emana dal feticcio rende il feticista un vero e proprio idolatra: i feticci di cui egli è dipendente gli appaiono come veri e propri idoli ai quali consegnarsi senza riserve.
Nel Capitale Marx ha sviluppato una celebre analisi del feticismo delle merci mostrando come nel regime capitalista gli oggetti del mercato non rispondano più alla semplice necessità di soddisfare un bisogno, ma appaiono dotati di un valore di scambio che prescinde dal loro reale valore d’uso. Si tratta di una sorta di animazione paradossale degli oggetti attivata in modo artificioso dall’azione del mercato che li trasforma in merci feticizzate. La sociologia contemporanea rivela che questo processo ha talmente smaterializzato l’oggetto dando luogo ad un inedito feticismo; quello delle marche. La bellezza e l’efficienza di un prodotto non valgono nulla se non sono contrassegnate dal potere impalpabile della marca, nella cui importanza crescente, Pasolini aveva giustamente avvistato il passaggio epocale dalle società religiose a quelle dominate dalla pubblicità e dal consumismo dove, come in un celebre slogan pubblicitario — al quale non a caso egli aveva dedicato un’attenzione speciale — , una marca di jeans può prendere letteralmente il posto di Dio: «Non avrai altro jeans al di fuori di me!».
Il desiderio feticista è un desiderio idolatra perché preferisce il “pezzo” all’incontro con l’Altro. Si tratta per Freud di una attitudine che qualifica in modo particolare il desiderio maschile: il corpo della donna viene smembrato meccanicamente in una molteplicità di “pezzi” dai quali il desiderio del soggetto appare irresistibilmente attratto. Il desiderio del feticista viola l’idea del rapporto sessuale come rapporto tra corpi erotici. Quello che lo interessa non è il corpo del suo partner, ma solo una parte di quel corpo (gambe, seni, mani) o l’appendice che lo riveste (mutande, calze, scarpe). Il rapporto non è più tra soggetto e soggetto, ma tra soggetto e oggetto: il feticista adora il suo oggetto-feticcio che gli serve per scongiurare la sua angoscia di fronte all’incontro con l’Altro sesso. Meglio, infatti, dipendere da un oggetto inanimato o da un pezzo di corpo che da un soggetto libero di rivolgersi altrove, di andarsene o di desiderare altro. Non a caso per Freud la genesi dell’oggetto-feticcio scaturisce dalla percezione penosa e insopportabile da parte del bambino della castrazione del corpo della madre. Se la madre è stata una figura idealizzata, vissuta come onnipotente e priva di mancanza (madre fallica), essa, in realtà, si rivela prima o poi agli occhi del bambino come castrata, sprovvista del fallo. Di qui l’angoscia che, secondo Freud, sovrasterebbe il soggetto sospingendolo a trovare una soluzione. La più nota è quella della rimozione che consiste nel relegare nell’inconscio questa percezione spiacevole per conservare intatta l’immagine idealizzata della madre. L’altra è quella propriamente feticistica: la percezione è stata talmente intensa che non può essere rimossa, ma viene rinnegata. Il bambino vive, cioè, nello stesso tempo sia la percezione penosa della castrazione della madre, sia la sua negazione. Il feticcio serve infatti al soggetto per attribuire, in un modo obliquo, un fallo alla madre castrata risolvendo così l’angoscia di castrazione che la vista del suo corpo senza il fallo aveva provocato: le mutande, i seni, le scarpe col tacco servono al feticistica per esorcizzare l’impatto angosciante che ha avuto la castrazione materna.
Di questo “film” di Freud possiamo trattenere l’idea di base: la presenza del feticcio serve a scongiurare l’angoscia di castrazione. In questo senso viviamo in un’epoca dove gli oggetti appaiono come partner inumani (droga, televisione, bottiglia, psicofarmaco, internet, cibo, culto della propria immagine, ecc) che hanno preso feticisticamente il posto dei partner umani, ma che, diversamente da questi ultimi, hanno la caratteristica di assicurare la loro presenza, di non tradire e di non andarsene mai.
Il tratto feticistico del desiderio maschile diventa una patologia quando non costituisce più un ingrediente erotico necessario al desiderio per animarsi, ma il solo oggetto del desiderio che declassa l’esistenza del partner a pura comparsa. Si tratta di un artificio che tenta di ricostruire un’immagine senza ferite dell’Altro. Il culto stesso della bellezza senza imperfezioni, compatta come un diamante, serve al desiderio maschile proprio a questo scopo. L’estetismo è un grande riparo dal carattere scabroso della castrazione. Di qui lo smarrimento che può intervenire di fronte all’invecchiamento del corpo, ai suoi cedimenti, alle sue rughe come indici dell’imminenza inaggirabile della fine. Questo — come accade per ogni avaro che tende solitamente ad accentuare la sua avarizia con il passare degli anni — sospinge il feticista a dipendere ancora più fortemente dal suo feticcio come se fosse una sorta di amuleto nei confronti della morte. Il desiderio feticista in quanto desiderio idolatra esige, infatti, il carattere imperituro — sottratto all’erosione del tempo — del suo oggetto. È quello che Marx definiva come la natura “sovrasensibile” della merce. È la vena “religiosa”, assoluta, della passione feticista, ma anche la sua illusione più fatale.
cfr su Left adesso nelle edicole l'articolo di Gianfranco De Simone
Ancora sullo storico incontro di Bergoglio,”il papa della giustizia sociale”, come dice Bertinotti qui sopra e Fassina altrove, con la Confindustria, sui connessi contenuti ideologici e... sulla “dura realtà” quotidiana dei "pastori" della sua chiesa:
Corriere 28.2.16
Quelle 7 mila foto via cellulare
«Francesco è un leader globale»
di Dario Di Vico


Vedere 7 mila smartphone confindustriali puntati all’unisono per ritrarre il Sommo Pontefice è un piccolo, ormai irrinunciabile, tributo alla modernità digitale ma è anche il riconoscimento sincero/unanime della straordinaria forza di una leadership globale. Come ha detto il presidente Giorgio Squinzi «in una società incerta» la fede è punto di riferimento anche per chi non crede e gli imprenditori italiani si erano messi in fila già dalle 8.30 del mattino per poter ascoltare, quattro ore dopo, papa Francesco. Ieri nella sala Nervi c’era tutta la Confindustria, le personalità più prestigiose dell’imprenditoria italiana ma anche quella che spesso con dileggio viene chiamata «la pancia» ovvero i Piccoli che hanno atteso con trepidazione che finisse il lunghissimo tunnel della recessione e oggi, usciti alla luce del sole, temono però di veder arrivare la Seconda Crisi. Chi di loro aveva partecipato il giorno prima al seminario su «etica ed economia» era rimasto impressionato dalle parole di uomo prudente come il professor Romano Prodi che in ben due passaggi del suo discorso aveva evocato la «stagnazione secolare».
Tutti cominciano a capire che la vecchia economia con i suoi rassicuranti cicli, con la crescita alternata alla recessione, non c’è più e ci troviamo a fronteggiare qualcosa di assolutamente nuovo e zeppo di incognite. Sia chiaro, gli imprenditori italiani avranno anche tante pecche ma non è gente che si spaventa facilmente e per fortuna contiamo migliaia di aziende che hanno già imparato a convivere con il terremoto, sono diventate delle lepri capaci di correre per i mercati di tutto il mondo. È altrettanto evidente però che la recessione ha scavato un fossato: gli economisti la chiamano «polarizzazione» e vuol dire che almeno due terzi delle imprese quel salto di qualità ancora lo devono fare e sono rimaste al di qua del guado. E in fondo se il nostro Pil sale in prevalenza grazie agli acquisti di vetture Panda qualcosa vorrà pur dire.
È in questo contesto che il calendario ha messo l’udienza in Vaticano. Squinzi ha citato Angelo Costa («noi imprenditori possiamo influire sul benessere del prossimo») e Alessandro Manzoni («Dio perdona tante cose e noi siamo, come tutti, degli uomini che sbagliano») ma soprattutto ha offerto alla platea il suo personale esempio di presidente che non molla neanche nelle circostanze più avverse. Papa Francesco ha proposto la ricetta di «un’economia di tutti e per tutti» e ha steso uno sguardo più che benevolo sui suoi 7 mila fotografi invitandoli a essere «costruttori di bene comune», a inventarsi un nuovo modello basato sulla condivisione, la qualità e il primato della persona. In linea con quel «Fare insieme», scelto come slogan della due giorni confindustrial-vaticana.
L’udienza di ieri chiude di fatto il quadriennio della presidenza Squinzi e in sala c’erano i quattro candidati a succedergli. Tra un mese si conoscerà il nome del prescelto ed è la prima volta che la designazione avviene con le regole della riforma Pesenti. Il dibattito stenta ancora a decollare anche perché le norme stanno palesando qualche imperfezione e il rispetto dei dettami formali rischia di compromettere la qualità del confronto. Vale la pena però sottolineare come non siano molte le organizzazioni della rappresentanza capaci di scegliere la via della competizione aperta per rinnovare la propria leadership, anzi il modello che continua a prevalere quasi ovunque è la più stretta cooptazione. E di nuovo, dopo ieri, c’è che i 7 mila della sala Nervi con la loro presenza e con la richiesta di «senso» hanno alzato il livello delle aspettative .

Corriere 28.2.16
Il pessimismo del Papa sulla sua durata
di Danilo Taino


Come un po’ tutto il resto dell’umanità, anche ai Papi si è allungata la vita, nel corso dei secoli. Per questo, molti si mostrarono scettici quando, di ritorno da un viaggio delle Corea del Sud nell’agosto 2014 , papa Francesco disse « due o tre anni e sarò nella casa del Signore». A quel tempo, il Pontefice era stato eletto da meno di 18 mesi e aveva da poco compiuto 77 anni (è nato il 17 dicembre 1936 ). Dal momento che si sta avvicinando il terzo anniversario della sua salita al trono di Pietro (il 13 marzo), tre studiosi hanno voluto calcolare statisticamente per quanti anni Francesco potrebbe ancora restare Papa: Julian Stander, Luciana Dalla Valle e Mario Cortina Borja hanno dunque elaborato dati dall’elezione di Innocenzo VII, nel 1404 , in poi (cioè da quando ci sono numeri attendibili) e hanno pubblicato i risultati su Significance , la rivista della britannica Royal Statistical Society e dell’American Statistical Association.
Per i 62 Papi presi in considerazione, cioè quelli che da allora hanno preceduto Francesco, i tre statistici hanno calcolato l’età al momento dell’elezione, l’anno dell’elezione, la durata di ogni singolo Papato. Quest’ultima l’hanno poi corretta per il fatto che Gregorio XII nel 1415 e Benedetto XVI nel 2013 hanno scelto di dimettersi. Hanno poi elaborato un algoritmo che ha permesso loro di calcolare la mediana di sopravvivenza al 1750 e al 1950 di Papi eletti a 60 e a 80 anni: allo scopo di calcolare l’allungamento medio (non straordinario) della vita papale con il passare dei secoli. Infine, tenendo conto del fatto che al momento del calcolo, in questo mese di febbraio, Francesco è stato Papa per 2,89 anni, i tre statistici hanno creato una funzione in grado di stabilire le probabilità di vita dell’attuale Pontefice. Il tempo di sopravvivenza mediano così calcolato è dieci anni, il che significa che Francesco ha il 50% di probabilità di restare nella casa di Pietro prima di andare in quella del Signore per altri dieci anni. Sulla base dello stesso calcolo, ha anche circa il 5% di chance di rimanerci per ulteriori 25 anni. Nella sua previsione, dunque, il Papa si è mostrato piuttosto pessimista. Occorre però tenere conto che, in quello stesso viaggio di ritorno dalla Corea, non escluse di potersi anch’egli dimettere se si dovesse accorgere di non avere le forze per andare avanti. Il che, naturalmente, sarebbe un nuovo elemento di confusione statistica .

Corriere La Lettura 28.2.16
Un patto tra scienza e fede
La relazione tra le «due verità» è sempre stata complicata, si è aggravata con Darwin e sembra divenuta inconciliabile, oggi con la genetica e la bioetica
E tuttavia è questo il momento, come ha detto il Papa, di «un dialogo intenso e produttivo»
di Giuseppe Remuzzi


Fede e libertà a rigor di logica dovrebbero andare insieme. Ma oggi — come per molti versi in passato — il rapporto tra fede e libertà sembra venir meno. C’è chi viene ucciso a causa della sua fede e tanti che in nome di Dio giustificano barbarie e atti terroristici; come se dopo millenni di civilizzazione fossero ancora gli istinti più primordiali a prevalere sulla ragione. Come uscirne? Con la scienza forse. Chissà che non sia proprio questa forse la via per assicurare un futuro all’umanità.
Ma i rapporti fra scienza e fede sono stati sempre difficili e oggi per certi versi lo sono anche di più. E pensare che tanto tempo fa san Tommaso — l’aquinate, non l’apostolo del dubbio — aveva provato a conciliare scienza e fede («la doppia verità» come si diceva allora) e ci era quasi riuscito. Se filosofia naturale — che è poi scienza — e teologia sono in disaccordo, scriveva, ci sono tre spiegazioni possibili: forse la scienza non ha ancora tutte le evidenze che si potrebbero avere, oppure la religione non ha saputo interpretare in modo abbastanza accurato i testi sacri, ma potrebbe essere che né scienza né religione abbiano saputo arrivare abbastanza vicino alla verità. Non fa una piega e a pensarci bene è strano che partendo da presupposti così solidi (che venivano poi dalla filosofia greca, quella di Aristotele soprattutto, fatta di logica, matematica e fisica) scienza e fede non abbiano trovato il modo di superare la «doppia verità» e arrivare a una visione comune del mondo e del destino dell’uomo.
Purtroppo quello che Sant’Agostino e San Tommaso avevano contribuito a creare, la Chiesa l’ha dissipato nel giro di tre secoli al punto che le «due verità» sono diventate inconciliabili con la condanna di Galileo. Lasciamo parlare lui: «Era ne’ miei intenti di far la Chiesa partecipe delle nuove mirabili verità. Quella Chiesa che, depositaria del sapere, giudice era vigile e saldo di tutto quel che in Italia si scriveva allora: fuori di lei non v’era che ’l silenzio, scelta che fusse o imposizione. La museruola che serrava la bocca di Giordano Bruno mentre che, denudato, era trascinato al rogo, era per me prova assai accomodata a significar le intenzioni della Curia. Non più parole dalle labbra di Francesco Pucci quando la testa era rotolata nel paniere. Soltanto Tommaso Campanella s’adoprava a vincer il silenzio seguitando a scriver nel ristretto del carcere dov’era per passar ventisett’anni della vita sua. Ma, concederete a me, qual sostegno efficace della Chiesa giugnerarìa potuto! Se la Terra si muove de facto, noi non possiamo mutar la natura e far ch’ella non si muova: chi segue il sensato discorso segue un duce non fallace. Mi illudevo che, superata l’inizial resistenza al nuovo, la forza del fondato ragionamento avrebbe prevalso sulle posizioni non dimostrate né necessarie, la cui sola efficacia stava nell’esser inveterate nelle menti de gli uomini. Fu forse l’errore mio più grande: un errore che per sicuro rifarei quando di nuovo percorrer dovessi il cammin della vita, atteso che stimo la ragione la sola adequata iscorta a sortir d’oscurità l’uomo, e a quietar la sua mente».
A pensarci bene però le teorie e gli scritti di Galileo non contraddicono del tutto l’idea di una teologia naturale (e non era nemmeno nelle sue intenzioni farlo), i fenomeni fisici si sarebbero comunque potuti spiegare come «cammino della creazione, secondo il disegno della infinita bontà, sapienza e potenza di Dio». Insomma, si apriva un nuovo spiraglio, scienza e fede avrebbero potuto trovare un punto d’incontro più challenging come dicono gli anglosassoni, ma non meno stimolante. Ma l’illusione di arrivarci è durata poco. Darwin con la sua teoria dell’evoluzione — che sulle prime è osteggiata anche dagli scienziati, ma che trova poi una valanga di conferme empiriche — rovina tutto. Un creatore adesso non serve più, da Darwin in poi si dovrà riconoscere che siamo frutto di un processo evolutivo governato sostanzialmente dal caso. La domanda fondamentale non è più «da dove veniamo?», ma «chi siamo? e perché siamo proprio così?».
Le evidenze a favore dell’evoluzione con il passare del tempo diventarono schiaccianti, specie da quando siamo stati capaci di decifrare il codice della vita. Come conciliare il Dio creatore con il fatto che tra noi e lo scimpanzé c’è un’analogia nel Dna che va dal 97 al 99 per cento? È anche per questo che gli scienziati non credono. Con pochissime eccezioni: David Lodge, professore di scienza dell’ambiente a Parigi, uno di quelli che invece hanno fede, ha provato a spiegare su «Nature» di qualche mese fa che persino il paradosso della «doppia verità» si può riconciliare.
In fondo basterebbe trovare un’interpretazione teologica della teoria dell’evoluzione; se fosse convincente e si basasse su argomenti logici e inoppugnabili potrebbe mettere d’accordo tutti. Anche perché, secondo lui (ma è anche l’idea di molti altri, basta leggere Biological Evolution: Facts and Theories , curato da Gennaro Auletta, dal gesuita Marc Leclerc e da Rafael A. Martinez e pubblicato da Gregorian and Biblical Press, 2011) non c’è nulla nella teoria dell’evoluzione che contraddica la fede. Ma come la mettiamo con la creazione? Secondo Lodge sarebbe un’invenzione letteraria piuttosto recente basata su un’interpretazione estrema e letterale dei primi tre capitoli del libro della Genesi . Sarà davvero così? Non lo so e forse non lo sa nessuno, a quanto pare nemmeno i grandi teologi del passato, ma perché non provare a spostare questa controversia su un altro piano?
Sarebbe un peccato se le discussioni mai sopite attorno a Galileo e a Darwin facessero perdere di vista tutto quello che in tutti questi anni la scienza ha avuto dalla Chiesa. Il supporto economico tanto per cominciare, che è servito alla scienza per crescere e affermarsi. Chi pagava nel Medioevo, un periodo fertile di scoperte scientifiche, perché preti e monaci potessero accedere a una formazione universitaria? Non solo, ma la «filosofia naturale» dei greci e degli arabi, la scienza di allora, fu parte integrante della formazione degli uomini di Chiesa per secoli. Fu proprio la fede che indusse Copernico a rigettare le tesi di Tolomeo: voleva capire di più delle regole che governano l’universo.
La genetica moderna, guarda caso, nasce nel giardino di un convento. E chi se non i gesuiti diffuse la scienza in tutta Europa? Che a quell’epoca serviva per capire il creato e non c’era altra ragione per dedicarsi ad essa se non la curiosità di scoprire quanto tutti consideravano opera di Dio. E fu così per tutto il Settecento e anche oltre (è solo dal 1830 che in Germania si cominciano a impiegare i primi scienziati nell’industria chimica). James Hannam, fisico inglese e autore del libro La genesi della scienza , in un testo del 2001 fa notare che scienza e religione sono the two most powerful intellectual forces del pianeta. Se è così, e se davvero hanno a cuore il futuro dell’umanità, allora uomini di scienza e gente di fede dovrebbero lavorare insieme.
Solo che le divergenze fra noi e loro sono ancora troppe (o forse lo erano). Su embrioni, fecondazione assistita, aborto e decisioni di fine vita, solo per fare qualche esempio, scienza e fede sono su fronti opposti, ma a ben vedere si tratta di posizioni che si sono cristallizzate con gli anni e soffrono di semplificazioni eccessive.
Facciamo un esempio: gli scienziati sono convinti che gli embrioni — quelli che se no si butterebbero via — possano, anzi debbano essere utilizzati per la ricerca con l’obiettivo che questo un giorno possa servire a curare tante malattie dell’uomo. Gli uomini di Chiesa sono decisamente contro; il loro argomento è che un embrione, per quanto fatto di poche cellule, sia già una creatura di Dio e l’uomo non ha nessun diritto di sopprimere una vita. Ma quando comincia davvero la vita? Su questo non c’è accordo nemmeno fra chi crede. Buddhisti, induisti e cattolici ritengono che la vita abbia inizio al momento del concepimento. Per i protestanti la questione è più complessa e non c’è un’interpretazione univoca (forse al momento del concepimento o dell’impianto del prodotto del concepimento nell’utero e anche dopo). Per gli ebrei l’inizio della vita è un processo continuo, inizia 40 giorni dopo il concepimento e si completa nelle settimane successive. Per l’islam lo spirito entra nel feto dal quarto mese di gravidanza: è in quel momento che comincia la vita.
«Dispute teologiche»? Mica tanto, queste teorie hanno una ricaduta sulla pianificazione delle nascite — un tema cruciale per il futuro del nostro pianeta — e sulla pratica della medicina.
Al di là di utilizzare o meno le cellule embrionali c’è la questione della contraccezione. I buddhisti si oppongono a metodi contraccettivi che ostacolino l’impianto del prodotto del concepimento. I cattolici sono per i metodi naturali che prevedono l’astensione dai rapporti nei periodi fertili. I protestanti accettano farmaci contraccettivi e preservativi ma non la spirale e la contraccezione d’emergenza. La religione ebraica accetta sia contraccettivi orali che spirale ma proibisce il preservativo. I musulmani sono divisi su questo come su molti altri punti. Come si vede è tutto relativo e questi sono solo due esempi.
L’intervento medico che ha contribuito più di ogni altro a proteggere la vita dell’uomo sono i vaccini. Ma cristiani ed ebrei hanno eretto barriere contro le vaccinazioni: «Chiunque procede alla vaccinazione cessa di essere figlio di Dio: il vaiolo è un castigo voluto da Dio, la vaccinazione è una sfida contro il Cielo», diceva Papa Leone XII alla fine del Settecento. La forza dell’evidenza scientifica poi ha prevalso e oggi non c’è più nessuno che metta in dubbio il valore delle vaccinazioni, nemmeno tra gli uomini di fede, con qualche eccezione però. Nonostante i leader islamici si siano espressi recentemente a favore delle vaccinazioni, in certe comunità musulmane ancora oggi non si vaccinano i bambini per ragioni ideologiche.
Sul trapianto — un altro dei miracoli della medicina — c’erano grandi perplessità all’inizio fra gli uomini di Chiesa e quello che ha suscitato maggiore emotività è stato il trapianto di cuore. «Noi riteniamo opportuno richiamare l’attenzione dei cattolici più riflessivi di non applaudire all’esperimento del chirurgo sudafricano perché ardito e nuovo, prima di aver valutato anche i fondamentali problemi umani e morali che esso implica», scriveva Vittorio Marcozzi su «Civiltà Cattolica» qualche settimana dopo il primo trapianto di cuore.
E la Chiesa rimane fortemente critica nei confronti della donazione degli organi anche molto recentemente. «Quelli che la malattia o un incidente faranno cadere in coma “irreversibile”, saranno spesso messi a morte per rispondere alle domande di trapianto d’organo». Sono parole del cardinale Joseph Ratzinger del 1991 riprese da «L’Osservatore Romano». Poi le cose cambiano. Giovanni Paolo II definisce la donazione degli organi per il trapianto come «un autentico atto d’amore»; intanto però di trapianti ne erano già stati fatti più di un milione. Questo darà un grande impulso alla medicina del trapianto, da allora a oggi chi ha donato un organo ha regalato ad altrettanti riceventi nel mondo quasi cinque milioni di anni di vita in più.
Per questo e per tanto d’altro, noi medici non possiamo disinteressarci della fede. Non solo, ma l’87 per cento dei nostri pazienti ha qualche forma di credo religioso e questo ha una profonda influenza sul loro atteggiamento di fronte alla malattia e alla morte.
Forse è venuto il momento che scienziati, leader delle organizzazioni religiose e chi governa la sanità escano dai rispettivi ambiti e lavorino insieme per migliorare l’accesso alle cure di milioni di persone e poi per ridurre la povertà (che porta a malattie e morte).
Se gli scienziati guardassero con più attenzione a quello che hanno fatto le organizzazioni religiose per il benessere dell’uomo, scoprirebbero che sono proprio quelle le più attive nel dedicarsi alla salute e soprattutto alla salute dei poveri. Soltanto in Africa fra ospedali, cliniche e strutture sanitarie rette da medici che riferiscono alla Chiesa ce ne sono almeno 100 mila. Queste organizzazioni si prendono cura di prevenire e affrontare le malattie per centinaia di migliaia di persone che altrimenti non avrebbero alcuna possibilità di accedere a qualunque assistenza. Sempre in Africa novemila volontari che appartengono a congregazioni religiose si occupano di quasi 200 mila bambini orfani o comunque in difficoltà. Non ci sono dati sicuri ma quei pochi che abbiamo a disposizione indicano che in 14 nazioni africane la Chiesa copre quasi il 70 per cento del mercato della salute. Il problema più grande è che spesso queste organizzazioni non parlano con i governi e non hanno piani comuni di sviluppo. Dove si è provato a farlo — in Ciad, Malawi, Uganda, Tanzania, Zambia, Lesotho, Benin, Ghana, Kenya e Camerun — i risultati sono stati di grande interesse. E la Chiesa ha fatto più di chiunque altro per assistere i più poveri nelle aree più remote dell’Africa ma anche in Sudamerica e in certe regioni dell’Asia.
Al di là delle discussioni di fine vita, sulle quali possiamo anche non essere d’accordo, sono ancora oggi donne e uomini di Chiesa che forniscono cure intensive e assistenza spirituale a chi sta per morire. Ma c’è chi critica — «non lo fanno per curare i poveri ma per proselitismo» — e c’è anche chi sostiene che cristiani e musulmani vorrebbero curare solo gli affiliati alla loro religione. Ma l’analisi fatta dal «Lancet» e pubblicata proprio in questi giorni dimostra che non è vero. Fra l’altro l’integrazione fra organizzazioni religiose e intervento pubblico, dove c’è stato, ha limitato molto questi fenomeni, ammesso che da qualche parte ce ne fossero.
Con l’Enciclica Laudato si’ pubblicata da Papa Francesco l’anno scorso il clima è cambiato e molti cominciano a pensare che ci siano le condizioni per un dialogo più favorevole fra scienza (medicina specialmente) e fede. Papa Francesco scrive: «La Chiesa non pretende di definire le questioni scientifiche, né di sostituirsi alla politica, ma invito a un dibattito onesto e trasparente, perché le necessità particolari o le ideologie non ledano il bene comune» indicando che una discussione aperta su questioni scientifiche è ora possibile. Papa Francesco va anche oltre dicendo: «La scienza e la religione, che forniscono approcci diversi alla realtà, possono entrare in un dialogo intenso e produttivo per entrambe».

Corriere La Lettura 28.2.16
Il progresso infrange ogni limite
La crescita vertiginosa delle conoscenze trasmette un’inebriante sensazione di libertà, mentre vengono meno le antiche certezze metafisiche
Ma la convinzione che tutto sia permesso può spianare la strada a pericolosi abusi
Un confronto senza pregiudiziali è l’unica soluzione praticabile per garantire la convivenza di fronte alle nuove sfide della modernità
di Mauro Bonazzi


Quo vado? Dove andiamo, noi esseri immersi nel tempo? È una domanda che prima o poi tutti si pongono, magari dopo aver alzato lo sguardo verso il cielo stellato o il gomito in un bar. Cosa ci facciamo qui? C’è un senso in questa vicenda di uomini che si dipana nei secoli? La risposta più diffusa, in tutte le latitudini e in tutte le ere, è sì: c’è un senso e noi facciamo parte di una storia che nel suo procedere acquista il suo significato. È la teoria del progresso, le cui tappe sono ripercorse da Carlo Altini nel libro appena pubblicato Progresso (Edizioni della Normale). L’idea che la storia ha uno sviluppo lineare e avanza verso una meta inizia con il cristianesimo. L’incarnazione di Cristo segna una cesura nello scorrere apparentemente sempre uguale dei secoli: da quel momento ci sarà un prima e un poi, e una destinazione finale, il giudizio di Dio. È un’idea che conforta e che attecchirà anche altrove, a mano a mano che gli esseri umani accrescono le loro conoscenze scientifiche e competenze tecniche.
Plus ultra era il motto che nel Cinquecento campeggiava sulla bandiera della flotta spagnola, protesa verso l’ignoto, alla conquista degli oceani. Più oltre , superando tutti i limiti. Era solo l’inizio di un viaggio che oggi solca gli spazi immensi dell’universo. Non si tratta solo di luoghi geografici, perché più audaci ancora sono i viaggi della conoscenza, verso i luoghi misteriosi dell’infinitamente piccolo, dagli atomi alla genetica, rovesciando pregiudizi, superstizioni, luoghi comuni. Una navigazione impervia, che niente però riesce a fermare. C’è il tempo della natura, circolare, sempre uguale a se stesso, e il tempo della storia umana, una linea che avanza verso il meglio.
La meta, ormai, non è più il regno dei cieli, ma il regno dell’uomo, come scriveva Francis Bacon nel 1620. O Karl Marx nel 1848, l’anno di pubblicazione del Manifesto del partito comunista . Così pensano in tanti, oggi, ammirati da progressi tecnici che sembrano rendere l’uomo padrone assoluto del suo destino. Ci affranchiamo dai bisogni naturali; migliorano le condizioni materiali e sociali; benessere e felicità appaiono sempre di più a portata di mano. Il viaggio, generazione dopo generazione, non è stato invano. Il raggiungimento della meta dà senso al lungo cammino che abbiamo compiuto: così doveva essere, e così è stato, affermano i più entusiasti con Hegel.
Ma, nonostante questo accumulo trionfale di conoscenze, il regno dell’uomo tarda a venire. La ragione è semplice. Possediamo sempre più informazioni, le possibilità di intervento sono sempre più numerose. Siamo sempre più potenti. Ma ancora non sappiamo che cosa siano il bene e il male. E allora cosa ce ne facciamo di tutte queste conoscenze, della nostra potenza? Questa domanda angosciava Alfred Nobel, l’inventore della dinamite. Un’invenzione strepitosa, che avrebbe aiutato gli uomini in mille modi; e che in mille modi li avrebbe uccisi. È notizia di pochi giorni fa che in Gran Bretagna e Cina sono stati avviati alcuni esperimenti per modificare geneticamente gli embrioni umani. Per curare malattie altrimenti incurabili, ma magari anche per avere bambini su misura. Perché no, se le società che finanziano simili progetti volessero monetizzare i risultati delle ricerche? I progressi odierni sono così dirompenti che spesso si tende a confondere la scienza con la magia, come se potesse risolvere tutti i problemi con una bacchetta. Ma progresso scientifico non vuol dire di per sé progresso morale. Senza con questo voler demonizzare alcunché: semplicemente, non è compito delle scienze indicarci come bisogna vivere. Abbiamo i mezzi, insomma, ma non ci è chiaro per quali fini usarli. Sappiamo come fare, non cosa. Come orientarsi, allora?
Per secoli la risposta è stata sempre la stessa: Dio. Che oggi sia un’opzione praticabile è però discutibile. L’apologo di Friedrich Nietzsche sul folle che andava in giro annunciando la morte di Dio potrebbe sembrare eccessivo, persino in Occidente. Ma qualcosa spiega. Credere nella creazione divina significava anche credere che questa creazione fosse qualcosa di buono: che il bene fosse iscritto nell’ordine delle cose. Dio, il creatore del cielo e della terra, l’arbitro del bene e del male. La Genesi e i dieci comandamenti. Oggi la scienza si è emancipata dalla necessità di postulare l’intervento di Dio per spiegare l’origine dell’universo. Insieme, non sempre ci si pensa, si è liberata anche della credenza, già platonica (l’idea del Bene alla base di tutto), che nella conoscenza dell’ordine dell’universo si celasse la chiave per individuare il bene, distinguendolo dal male. Dall’infinito universo che ci circonda, dalle infinitamente piccole particelle che lo costituiscono e ci costituiscono non arrivano più indicazioni che ci possano guidare nelle nostre scelte di vita. Il pensiero corre a Giacomo Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia , davanti a una luna indifferente: una luna che sorge e va «silenziosa», «contemplando i deserti»; che forse comprende «il perché delle cose», ma che è «muta» e di certo non risponderà alle nostre domande. Un «silenzio nudo, e una quiete altissima, empieranno lo spazio immenso», scrive altrove — quello spazio in cui, prima, si dispiegava la gloria di Dio.
La nostra è l’epoca del disincanto, e non cambia molto se invece di Dio s’invoca la natura, una nozione ambigua quant’altre mai, da quando la si è privata del suo carattere divino. Da Jean-Jacques Rousseau (a proposito del quale Castelvecchi ha da poco ripubblicato un bel saggio di Ernst Cassirer) ai cultori dei fiori di Bach c’è sempre qualcuno disposto a pensare che basti affidarsi al caldo abbraccio di madre natura e tutto andrà bene. Ma è evidente che così è troppo semplice. Batteri e virus sono sicuramente naturali ma non ci sono molto amici; antibiotici e vaccini non sono per nulla naturali, e per fortuna, viene da aggiungere. Del resto, che cosa vuol dire naturale per noi uomini? Non è che quando invochiamo ciò che è naturale non facciamo altro che difendere ciò che ci pare normale, vale a dire ciò a cui ci siamo abituati? Di fronte alle novità troppo dirompenti c’è sempre la tentazione di guardarsi indietro, verso un’unità e un’armonia perdute. Che sono però, appunto, perdute, dopo che abbiamo scoperto la nostra complessità. Perderci nel tempo circolare della natura, in cui tutto si ripete sempre uguale: non è la soluzione per la nostra inquietudine, la nostra incapacità, letteralmente, di stare fermi, di accontentarci.
Che cosa resta allora, senza il Padre e senza la Madre, quando Dio, la natura e le scienze tacciono? Restiamo noi. Come osserva Remo Bodei nel suo libro Limite (Il Mulino), per alcuni questo fatto si traduce nell’inebriante sensazione di una libertà assoluta, nello sfondamento di tutte le barriere che si oppongono al soddisfacimento dei propri desideri e bisogni, all’affermazione del proprio sé. «Se Dio non esiste, tutto è permesso», aveva scritto Dostoevskij. Vietato vietare, insomma, e liberi tutti. Una moderna riproposizione della tesi di Protagora: l’uomo è misura di tutte le cose; ognuno è arbitro indiscusso delle scelte che farà. Liberi dunque i singoli individui, che potranno sfruttare le nuove tecniche (dalla chirurgia estetica agli interventi sul genoma, tanto per fare qualche esempio) come meglio gli aggrada, e pazienza se bisogni e desideri risulteranno in realtà indotti da logiche di mercato. E liberi i singoli Stati, che potranno adottare le strategie più efficaci per tutelare i loro interessi. Ognuno fa quello che vuole, mentre la barca ondeggia sempre di più.
Ma queste, in fondo, sono le reazioni di un ragazzo, quando è finalmente riuscito a liberarsi dell’ingombrante presenza dei genitori. Il Nietzsche della «morte di Dio» lo aveva previsto: ci sarebbe voluto del tempo prima che si capisse che non è facile vivere in un mondo privo di punti di riferimento («vengo troppo presto — proseguiva — non è ancora il mio tempo»). Che stia finalmente arrivando il momento di scelte più ragionevoli? Il tempo del noi? Difficile prevederlo, ma anche questa è una possibilità. La possibilità della politica, l’arte del limite. Ultimamente la politica è caduta così tanto in discredito da far sembrare folle l’idea che possa procurare qualcosa di buono. Ma non ci sono molte altre alternative tra l’individualismo sfrenato e l’ossequio a principi assoluti, granitici e lontani. Si tratta di prendere atto che siamo tutti sulla stessa barca (siete tutti imbarcati, diceva Blaise Pascal) e iniziare a confrontarci per trovare delle soluzioni, parziali o provvisorie, ma comunque condivisibili e praticabili.
Tocca a noi scegliere. Per stabilire una rotta concreta, individuando di volta in volta, nelle situazioni più diverse, cosa sia bene o male, giusto e ingiusto; producendo miglioramenti tangibili, non vuote promesse; difendendo, come abbiamo già fatto tante volte, le fragili costruzioni umane, conclude Bodei, «dalle prevaricazioni, dagli abusi e dal caos». Che poi era il vero messaggio della frase di Protagora: non che ciascuno è libero di fare quello che vuole, ma che sono gli uomini, insieme, che stabiliscono i principi della loro convivenza, cercando di migliorare la loro condizione. Costruire un rapporto migliore con la realtà: questa è la politica.
Tutte pie illusioni? Forse. Ma se non si tentasse l’impossibile, osservava Max Weber, il possibile non verrebbe mai raggiunto. È meglio farsene una ragione: il viaggio verso il progresso, sperando che non sia troppo tardi, è ancora lungo.

Corriere La Lettura 28.2.16
Stupirsi per una torta. Come la religione arricchisce il sapere
Chimico e teologo, Alister McGrath contesta l’ateismo di Dawkins e Dennett. Nel nome di Isaac Newton
di Marco Ventura


«Se vuoi creare una torta di mele dal nulla, prima devi inventare l’universo». L’astronomo Carl Sagan riassumeva così la verità ultima cui lo aveva portato una vita passata a collegare fatti ed elaborare teorie. Era necessaria una condizione fondamentale perché le cose quotidiane potessero essere come le conosciamo. Andava inventato l’universo perché la nostra vita fosse possibile; non un universo qualsiasi, ma questo, esattamente questo, con le sue costanti di base, con carbonio, ossigeno e azoto. Senza l’universo, senza questo universo, non ci sarebbero gli esseri umani. E le mele. Per Sagan, la scienza è modo di pensare, esercizio continuo di equilibrio tra fatti e ipotesi: «La scienza ci esorta ad accogliere i fatti», scriveva ancora lo scienziato americano, «anche quando essi non si conciliano con i nostri preconcetti; ci consiglia di lasciare spazio nella nostra testa per ipotesi alternative e di vedere quali sono quelle che con i fatti hanno una migliore corrispondenza». Quando nel 1990, dopo dieci anni di navigazione, la sonda Voyager raggiunse Saturno e cominciò a trasmettere foto del pianeta, Sagan propose che si ruotasse la fotocamera e che si fotografasse la Terra da una distanza di circa sei miliardi di chilometri. Ci furono resistenze, ma la Nasa accolse la proposta. La foto del puntino azzurro avvolto nel grande buio cosmico commosse l’umanità. Quella «lontana immagine del nostro minuscolo mondo», come la definì Sagan, mise la Terra in prospettiva.
La torta di mele e il «minuscolo mondo» di Sagan sono un inno alla scienza e alla capacità dello scienziato di scoprire, di ragionare e di spiegare. Per tanti, la scienza è così efficace da apparire come l’unica risposta alle domande profonde dell’uomo; di certo, credono molti, la scienza è la migliore alternativa a una religione in nome della quale gli uomini si stanno massacrando. Per un professore di Oxford, Alister McGrath, non è affatto così. Per McGrath la torta di mele e il «minuscolo mondo» di Sagan sono un invito ad amare la scienza, ma anche ad andare oltre di essa, a rifiutare la contrapposizione tra scienza e fede. Alla meraviglia per l’universo e per la Terra, suscitata dal pensiero sulla torta di mele e dall’immagine del puntino azzurro, McGrath reagisce prendendo in mano la Bibbia. Recita il Salmo: «Quando vedo i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai fissato, che cosa è mai l’uomo perché di lui ti ricordi, il figlio dell’uomo, perché te ne curi?».
McGrath è scienziato e teologo. Ha una laurea in Chimica, una in Teologia e un dottorato in Biofisica molecolare a Oxford. Nel libro La grande domanda (Bollati Boringhieri) il professore di Scienza e religione invita a non rassegnarsi alla narrazione dominante, in cui scienza e fede si combattono, e a scoprire invece quanto le due dimensioni possano essere complementari. Il viaggio dell’autore è anzitutto autobiografico. A più riprese McGrath ricorda il proprio ateismo giovanile e la convinzione con cui si dedicò alla scienza quale unico modo plausibile di conoscere la realtà. La conversione al cristianesimo, ricorda l’autore, rispose al bisogno di «una narrazione più ricca, più profonda rispetto a quella offerta dalla scienza».
McGrath racconta di essersi convertito con lo stesso spirito con cui confessò la propria fede C.S. Lewis: «Io credo nel cristianesimo allo stesso modo in cui credo che il sole sia sorto: non solo perché io lo vedo, ma perché attraverso di esso io posso vedere tutte le altre cose». Dopodiché, lo scienziato divenne teologo, fu ordinato sacerdote nella Chiesa d’Inghilterra ed è oggi un appassionato alfiere dell’alleanza tra scienza e religione. Molte pagine del volume sono dedicate a confutare l’imperialismo scientifico del neo-ateismo incarnato da autori anglosassoni come Dawkins, Dennett, Harris e Hitchens. Al contrario di costoro, che ritengono l’esperienza religiosa un pericoloso autoinganno, McGrath crede che l’idea di Dio e addirittura il bisogno di Dio «siano in un certo senso cablati all’interno della nostra architettura mentale». Sulla scorta della scienza cognitiva della religione, l’autore afferma che la fede in Dio, e il fenomeno stesso della religione, siano naturali. Lo stesso vale per la nostra propensione alla scienza. Ci viene naturale. Per questo, come recita il sottotitolo, «non possiamo fare a meno di parlare di scienza, di fede e di Dio». Siamo destinati a questo «così come siamo destinati a mangiare e bere per sopravvivere».
Va superato dunque il paradigma del conflitto tra scienza e religione, in favore di un dialogo. Entrambe, scienza e religione, possono commettere errori, entrambe possono degenerare in fondamentalismi. Di entrambe vanno compresi i limiti e vanno evitati gli sconfinamenti. McGrath propone una «narrazione di arricchimento» per la quale la distinzione tra le due dimensioni conduce a capirne e a praticarne la compatibilità. Piace all’autore l’umiltà di Isaac Newton, il modello dello scienziato consapevole di doversi arrestare sulla riva di una verità più grande: «Mi sembra di essere stato solo un ragazzo che gioca sulla spiaggia», scrisse Newton, «e trova qua e là una pietra più liscia o una conchiglia più bella del solito, mentre il grande oceano della verità giace sconosciuto davanti a me». Se la scienza arricchisce la religione, fornendo scoperte che invitano alla meraviglia verso la creazione e alla fede nel creatore, in tre modi, secondo McGrath, la religione può arricchire la scienza: rassicurando l’uomo che «la realtà è un tutto coerente», rispondendo a «ciò che sul piano scientifico non può trovare risposta» ed evitando uno sguardo «eccessivamente intellettuale e razionalizzante sulla natura».
Vari punti del libro lasciano perplessi. I termini religione e cristianesimo sono spesso usati come sinonimi. Nella contrapposizione tra ateismo e teismo, s’ignorano le tante facce ibride della spiritualità contemporanea. Si critica l’ambizione della scienza di farsi religione, ma, creazionismo a parte, non si critica la religione che si fa scienza, come in Scientology. La proposta centrale del libro, tuttavia, coglie nel segno. L’opposizione tra scienza e religione appartiene al passato. Il dialogo tra le due è il futuro. Il punto di partenza, hanno ragione Sagan che coniò l’immagine e McGrath che la cita, è la torta di mele. «L’esistenza apparentemente scontata di mele e umani è in realtà un fatto strabiliante», scrive McGrath. Prima di tutto «devi inventare l’universo». È questo il titolo originale del libro, purtroppo sacrificato dall’editore italiano, Inventing the Universe . Ricominciano a dialogare da qui scienza e religione. Perché potessimo preparare la nostra torta di mele, l’universo andava inventato. O creato?

Repubblica 28.2.16
Vercelli, cinque anni di carcere al prete pedofilo. Aveva abusato di sette ragazzi
La condanna del Tribunale per don Massimo Iuculano: contattava i ragazzi  di un istituto professionale attraverso what's app e facebook
di Floriana Rullo

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Il Fatto 28.2.16
L’accusa: “ha coperto i preti”
Pedofilia, oggi prima deposizione di Pell sui casi in Australia


È PREVISTO un video-collegamento con la commissione governativa sugli abusi sessuali perché, per questioni di salute, il cardinale Pell non può volare in Australia. Così la prima deposizione si terrà oggi, dalle 21, a Roma, all’hotel Quirinale. Il cardinale deporrà sui fatti di pedofilia compiuti da al- cuni preti e uomini di chiesa quando era car- dinale in Australia: Pell è da anni accusato di
averli coperti spostandoli da una parrocchia a un’altra. A Sydney, dove si riunirà la Royal Commission, saranno le 8 di lunedì. Il cardi- nale ha sempre respinto le accuse e si è li- mitato alle dichiarazioni a distanza. Il con- fronto diretto di domani, fanno sapere dalla diocesi di Sydney, potrebbe prolungarsi an- che ai giorni successivi. Quello di Pell è uno degli scandali più gravi nella chiesa perché in
Vaticano è a capo della Segreteria per l’Eco- nomia, dicastero voluto da Papa Francesco, e ha nelle mani i cordoni della borsa di tutta la Santa Sede. A Roma dovrebbero esserci an- che alcune vittime degli abusi: circa 15, insie- me ai loro sostenitori, a consulenti psichia- trici e a un medico. Il viaggio è stato finan- ziato da una raccolta fondi che ha superato i 200 mila dollari australiani (130 mila euro).

e così siamo pronti per la guerra
Repubblica 28.2.16
Elicotteri e 1.200 uomini, i primi contro l’Is

Entro l’estate, l’Italia potrebbe diventare il paese con più “scarponi sul terreno” in Iraq: il potenziamento dell’impegno contro l’Is prevede di portare il contingente a oltre 1.200 militari. Reparti con una missione che non comprende il combattimento, ma che nelle prossime settimane si potrebbero pericolosamente avvicinare alla linea del fuoco. Presto, probabilmente entro marzo, arriverà in Kurdistan lo squadrone di elicotteri italiani che aiuterà i peshmerga nella guerra contro lo Stato islamico. Ci saranno i grandi Chinook da trasporto a doppio rotore. Ma la missione più insidiosa toccherà ai tre Nh 90 incaricati di soccorrere i feriti a ridosso della prima linea: il rischio di finire sotto il tiro del Daesh è elevato. Gli equipaggi sono abituati: sono tutti veterani dell’Afghanistan e appartengono al Reos, la squadriglia delle forze speciali. I loro velivoli sono zeppi di equipaggiamenti hi-tech, con cabine blindate e mitragliere sulle fiancate. Oltre a recuperare i feriti, non si può escludere che vengano chiamati anche a “esfiltrare” commandos alleati caduti in imboscate. Attività queste che richiedono una scorta ravvicinata ed ecco che prende piede l’ipotesi di mandare in Kurdistan almeno due Mangusta da combattimento: sarebbe un altro primato, perché nessun paese occidentale ha schierato elicotteri da battaglia contro l’Is.
Ancora più complessa si annuncia la protezione del cantiere della diga di Mosul. Sarà affidata a quasi cinquecento bersaglieri della brigata Garibaldi: l’unica task force straniera in territorio iracheno, per questo subito osteggiata dall’ala dura del governo di Bagdad.
L’infrastruttura sorge a circa cinque chilometri dagli avamposti con la bandiera nera ed è facile prevedere che il Califfato farà di tutto per ostacolare le riparazioni di quest’opera, destinata a diventare un simbolo della riscossa contro i jihadisti.

Corriere 28.2.16
L’intervista
Speranza: voglio costruire un’alternativa al renzismo
Denis? È ora di rottamarlo
L’esponente della minoranza: «In questo Pd c’è troppa arroganza. Continuo a pensare sia l’unica speranza per questo Paese. Ma giorno dopo giorno rischia di diventare altro»
di Alessandro Trocino

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Corriere 28.2.16
Pd, lo stop del leader al congresso anticipato
Renzi chiude alla minoranza e si dice «straorgoglioso» della legge sulle unioni civili. Duello Boschi-Gotor
di Al. T.


ROMA Alle richieste di molti esponenti della minoranza di anticipare il congresso arriva una risposta indiretta, che raffredda le speranze di un redde rationem prima del tempo. La scadenza naturale della segreteria è il dicembre 2017 e, la decisione di anticiparlo, fanno sapere dai piani alti del Pd, «è della direzione, dove la maggioranza che sostiene la segreteria Renzi ha un consenso del 79 per cento. Se anche si decidesse di anticipare il congresso, significherebbe andare a primavera 2017, anziché dicembre».
Risposta che fa capire come il clima nel partito, dopo il duro scontro sulle unioni civili non si sia affatto rasserenato. Matteo Renzi va per la sua strada e, anzi, intervenendo alla scuola di formazione politica del Partito democratico, spiega di sentirsi «straorgoglioso» per il risultato raggiunto, nonostante le difficoltà, con il voto del Senato sulle unioni civili. «C’era un disegno politico di non fare nessuna legge, di fare la melina — spiega Renzi —, e allora quando si fa la melina serve un colpo di reni per vincere e vi dico che se avessimo fatto ancora zero a zero sui diritti sarebbe stato da vergognarsi». Se è vero che «bisogna essere realisti e chiedere l’impossibile», ha aggiunto, occorre anche concentrarsi sugli obiettivi realizzabili.
Sul disegno di legge interviene anche il ministro delle Riforme, Maria Elena Boschi: «La mia posizione era anche più coraggiosa di quella che abbiamo approvato. Il voto è stata un vittoria per i diritti civili». La politica, ha aggiunto il ministro, «non significa rinunciare ai propri ideali. Ma avere la responsabilità di rendere quegli ideali concretamente possibili, di renderli realtà». Boschi rivela: «Quando ci siamo giocati tutto con il maxiemendamento, e ho dovuto firmare, mi tremava la mano. Perché nel firmare ho pensato a tanti volti, a tanti nomi. E ho pensato a dei miei amici per cui questa legge è arrivata tardi. Un mio amico se l’è portato via una brutta malattia in due settimane. Ma per tante altre coppie questa legge servirà». Ma per il ministro Boschi, il ddl Cirinnà è solo un punto di partenza: «È l’inizio di un percorso non ancora finito, c’è l’impegno su una legge sulle adozioni che riguardi tutti, i gay, i single e le coppie di fatto. Per farla dovremo partire da un elemento semplice: chi è il soggetto più importante? Per me il bambino è il soggetto più debole che deve essere tutelato e si parte da lì per la legge sulle adozioni». E Sandra Zampa avverte: «Questo partito rischia di perdere l’anima».
Quanto alle polemiche interne, la Boschi spiega che l’Italicum «non permetterà più strane coalizioni come in passato. E con tutto il bene che voglio a Speranza, mi chiedo come lui — che non ha votato questa legge che prevede il premio alla lista — poi ci venga a dire che certe coalizioni e maggioranze spurie non vanno bene». Alla Boschi risponde Miguel Gotor, della minoranza: «Le alleanze definite “spurie” in modo dispregiativo erano quelle dell’Ulivo, che hanno portato l’Italia in Europa e ridotto il debito pubblico. Ho difficoltà a sostituire Vendola con Verdini. È ora di un congresso vero». Poi una lite con il presidente dell’Emilia-Romagna, regione nella quale, dice Gotor, si è manifestata una «disaffezione» degli elettori .

Corriere 28.2.16
Il rito di tessere e mozioni che si è spostato nei gazebo


Mozioni, delegati, tessere e correnti. A lungo i congressi di partito sono stati al centro della storia politica: sia nel merito — spesso erano l’occasione per un cambio di leadership o una «svolta» (in alto a sinistra l’assise del ‘75 in cui il Pci definisce la linea del compromesso storico) — sia dal punto di vista simbolico (a destra Craxi e Berlinguer al congresso Psi di Verona, 1984). Il «rito» congressuale, giorni di dibattito pubblico e trattative nei corridoi, era imprescindibile anche per definire gli equilibri tra i leader (in basso a sinistra D’Alema e Veltroni al congresso del Pds, 1995).Nel più grande partito della sinistra la simbologia ha retto fino allo scioglimento dei Ds : al congresso del 2007 (foto in basso a destra) il segretario Fassino, in lacrime, dà il via libera al Partito democratico (con lo stesso obiettivo, contemporaneamente, si scioglieva la Margherita). E con il Pd, il congresso cambia forma: restano le mozioni, i leader che le incarnano, il voto nei circoli, ma a livello nazionale la battaglia si fa nelle urne. Lo chiamano ancora congresso, ma a decidere la leadership sono le primarie.

La Stampa 28.2.16
La grande paura del Pd nella Capitale per il candidato 5S che piace alla destra
Sfiorito l’entusiamo per le primarie, non si parla di programmi
Oggi il primo duello televisivo tra i favoriti Giachetti-Morassut
di Fabio Martini


Quella di Matteo Orfini, presidente del Pd - e romano di nascita - è qualcosa in più di una battuta: «Faccio di tutto per farli litigare...». Un auspicio paradossale, caduto nel vuoto: i due candidati a sindaco del Pd non ne vogliono sapere. Se è vero che sulla “ruota” di Roma il presidente del Consiglio si gioca una fetta del suo futuro, è altrettanto vero che finora Roberto Giachetti e Roberto Morassut hanno scelto di nascondersi. Dicono il contrario ma puntano su Primarie (si vota il 6 marzo) nelle quali votino soltanto i soliti “noti”, quadri di partito, loro “clienti” e spruzzate di elettorato di opinione. Una strategia alla camomilla che Paolo Cento di Sel sintetizza plasticamente («Le Primarie del Pd sono pallose»), ma che trova conferma in un episodio consumatosi dietro le quinte. Orfini ha confidato agli sfidanti di essere indisponibile a gonfiare i numeri dei partecipanti alle Primarie e ha proposto di tenere aperti i seggi della consultazione oltre alla domenica, anche il sabato. I due Roberto hanno risposto all’unisono: «Non se ne parla».
Giachetti (che Renzi ha quasi costretto a candidarsi ed è sostenuto dalla nomenclatura Pd al gran completo) e Morassut (renziano di rito veltroniano, appoggiato da quel che resta della vecchia base Pci-Ds) si confronteranno per la prima volta oggi pomeriggio nel salotto televisivo di Lucia Annunziata su RaiTre: entrambi dicono che il risultato delle Primarie è incerto, ma entrambi non fanno nulla per invertire un destino che non sembra dispiacere a nessuno: con dosi basse di elettorato vincerà Giachetti e Morassut si prenderà la sua quota di Pd romano. Ma poi, il 5 il 19 giugno ci saranno le elezioni vere e su quel fronte è intervenuta una novità al momento incalcolabile: i Cinque Stelle hanno messo in campo una candidata, Virginia Raggi, che alla prima uscita alla Stampa estera ha mostrato di essere competitiva per diverse ragioni.
Trentasette anni, tre anni di consiglio comunale, donna di bell’aspetto, Raggi ha un programma che guarda anche a umori destrorsi («Una progressiva chiusura dei campi nomadi non è più rinviabile, i bambini rom non devono rubare ma andare a scuola»); è grintosa senza essere faziosa («Forse Marino in cuor suo avrebbe voluto estirpare il malaffare»); ad ogni domanda dei giornalisti ha risposto con garbo demodé («grazie»); essendo una avvocatessa non è del tutto fuori dall’establishment, proprio come la candidata Cinque Stelle a Torino, la bocconiana Chiara Appendino. E Virginia Raggi ha anche un profilo pericolosamente (per il Pd) “bifronte”, come dimostra la vicenda dell’apprendistato presso lo studio Previti: lei ha spiegato che dopo essere stata addetta «alle file», non vi ha mai lavorato e il quotidiano “Il Tempo”, da sempre vicino alla destra romana, ha pubblicato un editoriale così titolato: «Niente fango su Virigina». Renzi, per ora non si occupa di Roma (Giachetti se ne lamenta un po’), ma nel Pd è calato il gelo sull’ottimismo di giorni fa col centrodestra in versione harakiri e i Cinque Stelle che non decidevano. E Giachetti, che ammette di «non avere un programma», dopo la probabile vittoria alle Primarie è chiamato a parlare della città, immaginandosi come un possibile sindaco di Roma. Su uno dei suoi volantini è scritto: «Se vota n’artra vorta? E chi ce crede più?». Un approccio minimalista e romanesco, forse immaginato nell’eventualità che i Cinque Stelle potessero mettere in campo uno sfidante a squarciagola, ma che difficilmente potrà essere replicato in una campagna elettorale che durerà centodiciassette giorni. Finora dei problemi di Roma e delle ricette per riscattarla, non ha parlato nessuno.

Repubblica 28.2.16
Se Renzi impugna la bandiera europea di Spinelli
Il premier prenda ora l'iniziativa di un'intesa dei Paesi che condividono l'obiettivo e consolidi l'identità di vedute con Mario Draghi
di Eugenio Scalfari

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Il Fatto 28.2.16
Una nota del ministero della Difesa svela il costo segreto:
l’Air Force Renzi ci costa15 milioni l’anno
Il contratto faraonico di leasing con Etihad era stato segretato da Palazzo Chigi

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Il Fatto 28.2.16
È tutto finito: ora pure Renzi s’affida al tesoretto
di  Marco Palombi


È finita, è chiaro. Per il secondo giorno nei retroscena politici il Tesoro lascia filtrare che, qualunque sia la decisione di Bruxelles sul deficit, è tutto a posto: “Abbiamo il tesoretto”. È un segnale chiaro, risaputo da chiunque abbia un minimo di frequentazione coi palazzi della politica: quando uno comincia a parlare di tesoretto è alla frutta. I precedenti di Prodi e Berlusconi parlano chiaro.
Renzi, peraltro, è recidivo: pure l’anno scorso disse che aveva un tesoretto, ma purtroppo la malasorte e la Consulta lo costrinsero a ripagare (in minuscola parte) i pensionati scippati da lui, Letta e Monti.
Di cosa parliamo stavolta? Breve riepilogo: il nostro governo s’è preso alcune libertà sul deficit rispetto ai desiderata di Bruxelles (Berlino). Se andasse davvero male – al netto della manovra da 20 miliardi a cui Renzi s’è impegnato per il 2017 – a maggio la Commissione potrebbe chiedere all’Italia una correzione tra i 3 e i 6 miliardi già per il 2016. E qui arriva la velina del Tesoro: tranquilli, c’è il tesoretto, abbiamo una cassa di soldi sotto il materasso di Padoan. E da dove arrivano? Rispondeva ieri l’Ansa: “Fondi ancora non spesi: ad esempio sul piano di contrasto al dissesto idrogeologico o per la riqualificazione delle periferie”.
E qui c’è del genio. Cos’è il tesoretto? A dicembre dici che spenderai dei soldi, a febbraio ti rimangi l’impegno e la differenza la chiami tesoretto. Poi riprendi le tre carte, chiudi il banchetto e cambi marciapiede: il problema è solo trovare qualcuno che giochi.

Alfano nei guai
Corriere 28.2.16
Indagato il ministro dell’Interno Angelino Alfano con il Pd Crisafulli
I veleni per il commissariamento
E l’università Kore di Enna accusò la moglie del prefetto
«Ostacolati perché le eravamo antipatici».
di Gian Antonio Stella

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Corriere 28.2.16
Indagato anche il ministro Alfano per il trasferimento del prefetto della città siciliana
Enna: nella telenovela dell’università romena spunta l’avvocato di Gelli
Ricorsi, inchieste, intimazioni, sequestri e guerre politiche sulla facoltà di medicina romena ma con sede in Moldavia e «aula remota» a Enna. Sulla pelle di 60 studenti
di Felice Cavallaro

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Il Fatto 28.2.16
La notizia nascosta dai giornaloni


AL SECONDO GIORNO i quotidiani nazionali risuscitarono: dopo aver dedicato poche righe alla notizia del ministro dell’Interno Angelino Alfano indagato per abuso d’ufficio, ieri Repubblica e Il Corriere della Sera si sono accorti che bisognava informare dell’inchiesta i propri lettori. Ognuno lo ha fatto a proprio modo. Il giornale diretto da Luciano Fontana ha dedicato al caso un pezzo a firma di Gian Antonio Stella dal titolo “Così l’università ‘Kore’ accusò la moglie del funzionario”. La notizia è lo sfogo del presidente dell’ateneo di Enna che punta il dito contro il prefetto Fernando Guida che “ha inizialmente collaborato con l’università, ma quando le attività della moglie non ne hanno più ricevuto sostegno logistico, ha cominciato a manifestare una evidente antipatia”. Ma se il Corriere ha deciso di fare un richiamo (minuscolo) in prima pagina dell’articolo, Repubblica ha preferito relegare il caso solo a pagina 19. Mario Calabresi, coerente con i suoi annunci, cerca soprattutto buone notizie e ha aperto il giornale con il sondaggio Demos, secondo il quale 7 italiani su 10 approvano le unioni civili, ma solo il 37% vuole la stepchild adoption. La buona notizia è che il governo riscuote consensi sulle unioni civili. Assai più sgradevoli le presunte pressioni del ras del Pd di Enna per spostare un prefetto. Con tanto di ministro indagato.

La Stampa 28.2.16
Baby boss e prof in crisi, la Buona Scuola si interrompe alle medie
La dispersione scolastica è al 15%, molto sopra gli standard europei. I casi di Japigia e Quarto Oggiaro dicono che il riscatto è possibile
di Andrea Malaguti

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Il Fatto 28.2.16
Tre mesi di ritardo Pubblicato il bando per 63mila posti, ma migliaia restano fuori Concorso scuola, la carica degli esclusi
Sarebbero circa 60mila i docenti che, anche senza abilitazione, insegnano da almeno 3 anni
di Virginia Della Sala

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La Stampa 28.2.16
Giustizia, una riforma forte e totale
di Vladimiro Zagrebelsky


Di riforma della giustizia si parla ogni volta che si procede a piccoli o meno piccoli ritocchi. Di fronte ai difetti dell’attuale sistema di giustizia, è necessaria però un’ampia riflessione per una vera prospettiva riformatrice. Il tradizionale apparato concettuale non è l’unico possibile ed è ora sfasato rispetto a una realtà che è cambiata e di cui va considerata la direzione. In crisi sono la giustizia ordinaria, quella amministrativa e la loro interazione. Alcuni primi appunti possono servire a una discussione, utile a identificare un’idea di fondo, che dia coerenza a un percorso per tappe senza continui ritocchi e andirivieni legislativi.
Senza rincorsa a messaggi urgenti da lanciare all’opinione pubblica, senza l’illusione di trovar tutti d’accordo, occorre il concorso di opinioni fondate sull’esperienza di magistrati e avvocati, insieme all’elaborazione degli studiosi, preliminare alle scelte del legislatore. Senza tralasciare ciò che di buono può esser tratto da quei modelli europei, che si dimostrano meno carichi di problemi.
L’eccessiva lunghezza dei processi civili, penali e amministrativi, vista in rapporto alla realtà odierna, perde il carattere di difetto organizzativo, per rivelarsi debolezza strutturale. L’accelerazione della dinamica economica e sociale non sopporta più l’esasperante lentezza e l’incertezza del diritto. Il gran tempo che passa impone l’ampio ricorso a misure urgenti e provvisorie. Si tratta di misure cautelari, patrimoniali o personali nel corso di un processo penale destinato a trascinarsi per anni e magari estinguersi per prescrizione; di misure urgenti ma provvisorie e poi magari destinate alla revoca, nelle procedure civili; di sospensive di atti amministrativi oggetto di ricorsi al giudice amministrativo. Le misure urgenti e provvisorie hanno un effetto devastante quando diventano il principale strumento di impatto rapido ed efficace, non in vista, ma sostanzialmente in luogo della sentenza definitiva. La precarietà e l’incertezza paralizzano l’azione di cittadini, imprese, amministrazioni pubbliche. Piccoli aggiustamenti o miglioramenti organizzativi non sono più sufficienti, senza la riduzione dei ricorsi ai giudici e delle impugnazioni e la drastica semplificazione delle procedure. Il primo risultato si ottiene rendendo obbligatorie ed efficaci le vie di tipo conciliativo o di mediazione. Esse non sono nella tradizione italiana, che preferisce la litigiosità giudiziaria, ma sono indispensabili. L’avvocatura può dare in proposito l’indispensabile apporto. La semplificazione delle procedure, rese flessibili secondo la valutazione del giudice, è un’altra esigenza ineludibile in vista di ciò che conta: il contraddittorio tra le parti, garantito e regolato dal giudice.
Vi sono troppe oscillazioni della giurisprudenza; in quella dei singoli giudici e persino in quella della Corte di Cassazione. Quest’ultima, per l’enorme numero di ricorsi che la investono ed anche per il conseguente gran numero di magistrati che la compongono, ha difficoltà ad assicurare una ragionevole stabilità, conoscibilità, generalità dell’applicazione della legge. L’esorbitante numero degli avvocati ammessi a difendere in Cassazione è un aspetto rilevante del problema del numero e della qualità dei ricorsi. La costante qualità professionale dell’avvocatura concorre a garantire quella giudiziaria. Le oscillazioni della giurisprudenza sono uno dei motivi dei troppi ricorsi; la certezza della giurisprudenza ha un forte effetto deflattivo. Naturalmente una ragione importante dell’instabilità della giurisprudenza discende dalle continue modifiche legislative, spesso di pessima qualità, e dai frequenti compromessi che rinviano alla fase applicativa ciò che il Parlamento non è riuscito a sciogliere.
Troppo scarsa è poi la presa della giurisprudenza della Cassazione sulla pratica quotidiana dei giudici di merito. Occorre ora pensare a misure che assicurino la rapidità del formarsi della giurisprudenza della Cassazione e la sua incidenza su quella dei giudici di merito. Si tratta di un’esigenza dell’equo processo, come inteso a livello europeo e preteso dai principi dello Stato di diritto.
Nessuna riforma della giustizia, può evitare di intervenire sulla magistratura. Sarebbe ora di prendere atto del mutamento profondo di un dato che ancora, contro l’evidenza, si ritiene reale e necessario. L’attuale assetto della magistratura (reclutamento, destinazione alle varie funzioni, valutazione di professionalità) ancora suppone che il giudice sia il puro e semplice applicatore della legge. Sempre più al giudice è richiesto di effettuare valutazioni svincolate da criteri legislativi precisi. Un esempio, ma non il solo, è il criterio dell’interesse del bambino nelle cause di famiglia, espressione della tendenza non solo italiana a dar spazio alla ricerca dell’adeguatezza della soluzione giudiziaria rispetto al caso concreto. La legge, per natura generale e astratta, in molti campi si rivela da sola inidonea, senza un ampio spazio di valutazione del giudice. E l’interazione tra leggi nazionali e norme europee o internazionali apre spesso largo margine alle valutazioni in concreto. Certo il ruolo giocato dal giudice nella decisione è diverso per entità e natura nei vari campi del diritto. Le richieste di professionalità, cultura, esperienza sono distinte, così che l’idea stessa dell’unità indifferenziata della magistratura merita ripensamento alla luce della necessità di specializzazione. In questo senso è un brutto segnale la decisione di abolire i Tribunali per i Minorenni e di confonderne le competenze nel Tribunale ordinario. In molti campi, l’accettabilità sociale delle decisioni e il rispetto che richiedono non possono più legarsi all’indiscutibile autorità della legge: accettabilità e rispetto dipendono invece dalla riconosciuta autorevolezza di chi l’applica. Ma si tratta di tema che implica un profondo ripensamento dell’attuale ordinamento.

Corriere 28.2.16
L’Austria si blinda E l’Italia prepara le tendopoli al Brennero
di Claudio Del Frate


Ormai è solo questione di tempo: anche al Brennero — sponda italiana — si sono convinti che tra qualche settimana sarà necessario dare assistenza a qualche centinaio di immigrati che si ammasseranno qui nell’arduo tentativo di passare in Austria. E dunque enti locali e associazioni si preparano a predisporre tendopoli o strutture di accoglienza nell’estremo lembo nord d’Italia. Questione di tempo, si diceva, tanto quanto ne occorrerà alle autorità di Vienna per far scattare i provvedimenti che socchiuderanno la sua frontiera meridionale: controlli più serrati su mezzi e treni in transito, corsie riservate, limite di velocità a 30 chilometri orari; persino il ricorso al filo spinato, srotolato in barba al mito della libera circolazione delle persone. A piccoli passi, insomma, si avvicina l’ora X: Croce Rossa e Protezione Civile altoatesine sono in questi giorni impegnate a individuare le aree dove allestire i ripari per gli immigrati respinti dall’Austria. L’idea è quella di non concentrare tende o altri alloggiamenti proprio a ridosso della frontiera ma qualche chilometro più a sud, proprio per rendere più gestibile l’ordine pubblico. La zona prescelta dovrebbe essere quella di Salorno. L’Austria nel frattempo alza il tenore delle sue richieste: chiede controlli più intensi sui treni provenienti dall’Italia , facendo salire sui convogli suoi agenti ben prima della linea del Brennero, già a partire da Fortezza. La vigilanza si annuncia particolarmente severa anche al valico autostradale ed è facile immaginare il formarsi di lunghe code in direzione nord. «I disagi ci saranno, toccherà all’Italia risolverli» ha detto, senza far sfoggio di diplomazia, una fonte austriaca nei giorni scorsi, durante uno degli incontri bilaterali convocati proprio per far fronte all’ormai imminente «emergenza Brennero». Dagli annunci si sta passando ai fatti concreti. A Bolzano sono giunti alla conclusione che sarà meglio non farsi trovare impreparati.

il manifesto 28.2.16
Ammassati al confine
Migranti. La Macedonia fa passare i migranti con il contagocce. In 25 mila bloccati in Grecia. Il governo rallenta gli arrivi dalle isole e si prepara a gestire una possibile crisi umanitaria.
di C. L.


ROMA La Macedonia non arretra dalla sua decisione di non far passare i migranti. Anzi, insieme a Slovenia, Croazia e Serbia ha fissato arbitrariamente un tetto di 580 ingressi al giorno, e solo per siriani e iracheni. Ieri sera il cancello di ferro e filo spinato che si trova sul confine si è riaperto per pochi minuti, il tempo necessario per far passare 300 profughi prima di tornare a chiudersi di nuovo. La conseguenza è che al di là della frontiera, in Grecia, la situazione diventa ogni ora più drammatica, con migliaia di migranti in attesa che arrivi il loro turno per passare. A Idomeni, la località che si trova sul confine, ieri se ne contavano più di 5.500, tra i quali diverse centinaia di bambini. Unhcr e Medici senza frontiere, insieme ad alcune ong greche, hanno aumentato il numero delle tende e distribuito sacchi a pelo, ma negli ultimi giorni le condizioni del tempo sono peggiorate e questo rende tutto ancora più difficile. Stessa cosa a Polykastro, una ventina di chilometri a sud del confine, dove in una stazione di servizio si contano ormai più di mille persone in attesa.
Sono circa 25 mila i profughi fermi in Grecia, bloccati dal giro di vite imposto dai paesi balcanici. Una situazione che per ora il governo, grazie soprattutto al contributo fornito dall’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, riesce a tenere abbastanza sotto controllo ma che potrebbe degenerare presto se nel giro di qualche giorno non si riaprono le frontiere permettendo ai migranti di proseguire il loro viaggio verso il nord Europa. Un’ipotesi che al momento appare difficile anche solo pensare, vista anche l’incapacità dell’Unione europea di imporre le proprie scelte alle capitali dissidenti.
Nel frattempo Atene, che ha ingaggiato una guerra diplomatica con l’Austria, primo Paese a fissare un tetto agli ingressi dei migranti, prova a tamponare l’emergenza. Il governo ha chiesto di rallentare al massimo le partenze dei profughi dalle isole dove però continuano ad arrivare uomini, donne e bambini partiti dalla Turchia, 7.000 solo a Lesbo. Inoltre ha annunciato l’intenzione di voler noleggiare dei traghetti capaci di accogliere 2.000–2.500 persone dove sistemare temporaneamente i migranti. Ma si tratta di provvedimenti che rischiano di risultare abbondantemente insufficienti se sono vere alcune stime che circolano in questi giorni in Grecia e secondo le quali potrebbero servire presto almeno 500 mila nuovi posti letto.
Di fronte a un dramma che potrebbe trasformarsi presto in una catastrofe umanitaria, l’Unione europea non riesce a imporre a Serbia, Macedonia, Slovenia e Croazia un atteggiamento meno ostile verso chi fugge dalla guerra e soprattutto ad imporre a Lubiana e Budapest il principio delle quote di migranti da accogliere come stabilito dalla Commissione europea guidata da Jean Claude Juncker. In Ungheria dove il governo ha annunciato un referendum tra i cittadini proprio sulle quote, i sondaggi danno addirittura i contrari all’accoglienza dei migranti intorno all’80%, un plebiscito per il premier Viktor Orban che è stato il primo in Europa a ordinare la costruzione di un muro per arginare gli arrivi dei profughi. «Se l’Europa un anno fa ci avesse ascoltato, oggi non ci troveremmo in questa situazione», ha detto ieri il ministro degli Esteri Péter Szijjártó. Dimenticandosi però di spiegare cosa ne sarebbe stato del milione e più di migranti entrati in Europa nel 2015.
La chiusura dell frontiere dell’area Schengen potrebbe portare presto i migranti alla ricerca di nuove rotte per arrivare in Europa. E di conseguenza alla costruzione di nuovi muri. Ieri la Bulgaria, uno dei paesi più povero d’Europa, ha reso noto d voler ampliare ulteriormente la barriera al confine con la Turchia, proprio per il timore che, chiusa la rotta balcanica, i migranti possano decidere di marciare dalla Turchia verso nord. Per questo Sofia ha deciso di costruire una recinzione lunga 160 chilometri, cinque volte in più di quanto annunciato inizialmente. I primi 70 chilometri sono già pronti.
Maggiori controlli ai confini, infine, anche in Germania. La Baviera, che da da mesi è in rotta di collisione con la cancelliera Angela Merkel proprio sulla questione rifugiati, vuole infatti ripristinare i controlli con l’Austria se dal vertice previsto per il 7 marzo tra i leader dei 28 e il premier turco Ahmet Davutoglu non usciranno risultati concreti a ad arginare i flussi dei migranti. I dipartimenti di polizia lungo i confini con la Bassa Baviera, Alta Baviera e Svevia avrebbero ricevuto l’ordine di farsi trovare pronti a intervenite nel giro di poche ore se la situazione dovesse cambiare.

il manifesto 28.2.16
«Sulla questione kurda Erdogan vuole silenzio»
Giornalisti incarcerati o uccisi, emittenti tv e giornali chiusi. «Ma nonostante la repressione e il sostegno allo Stato Islamico, Ankara ha fallito contro Rojava», spiega Irfan Aktan, editorialista kurdo dell’agenzia al-Monitor
intervista di Chiara Cruciati


Il rilascio dei giornalisti Dundar e Gul, direttore e caporedattore di Cumhuriyet, ordinata giovedì dalla Corte Costituzionale turca, segna un importante passo in avanti per la libertà di stampa in Turchia e, contemporaneamente una sconfitta per le politiche mediorientali del presidente Erdogan, a partire dalla strategia di escalation militare in Siria. Ma gli attacchi contro la stampa non cessano: nel mirino resta soprattutto l’informazione indipendente pro-kurda, spiega al manifesto Irfan Aktan, editorialista kurdo per al-Monitor.
Con la scarcerazione di Dundar e Gul si è aperta una breccia nel muro della repressione interna?
Dundar e Gul sono stati rilasciati, ma ci sono ancora 31 giornalisti dietro le sbarre e 20 di loro sono kurdi. E poche ore dopo il rilascio l’ufficio del procuratore ha chiesto alla Turksat, la compagnia statale di telecomunicazioni, di interrompere la messa in onda del canale pro-kurdo Imc-Tv. Inoltre il caporedattore di un quotidiano pro-kurdo, Azadiya Welat, è stato ucciso insieme ad altri civili nella città sud-orientale di Cizre durante scontri tra combattenti kurdi e forze armate turche. Per questo temo che la Turchia stia cercando di far calare la pressione rilasciando Dundar e Gul per poter aumentare la repressione contro la stampa kurda. Sebbene la loro scarcerazione sia un passo importante per la libertà di stampa in Turchia, potrebbe anche essere frutto di una decisione calcolata.
Come viene percepita dall’opinione pubblica turca la campagna anti-kurda in atto nel paese e fuori?
L’opinione pubblica turca èspaccata. Una parte condivide la politica islamista e nazionalista dell’Akp e non si oppone ai bombardamenti contro le Ypg in Siria. C’è però una parte che, seppur conservatrice e vicina al partito di Erdogan, non è convinta di un tale livello di aggressività sia contro Rojava che contro il sud-est turco. Infine c’è quella sezione di pubblico (che è o di origine kurda o che si oppone per ragioni politiche e ideologiche all’Akp) fortemente contraria. È molto probabile che i kurdi turchi reagiranno ad un eventuale intervento di Ankara in Rojava, così come reagirono nel 2014 quando lo Stato Islamico attaccò Kobane e la Turchia rimase a guardare: nella sollevazione kurda che seguì all’assedio di Kobane oltre 50 civili furono uccisi. E anche stavolta le conseguenze potrebbero essere terribili.
Oggi una campagna militare in Siria è già in corso: l’artiglieria turca sta bombardando le postazioni kurde ad Azaz. Un intervento di terra è immaginabile?
Nonostante le posizioni di Russia e Stati Uniti, l’Akp ha fatto capire che non cambierà la sua attuale politica siriana. Ma, avendo il solo sostegno dell’Arabia Saudita, dovrà pagare un prezzo alto. L’intervento militare in Siria complicherebbe il conflitto, avrebbe effetti devastati perché è ovvio che non solo la popolazione kurda non accetterebbe un intervento, ma avrebbe contro anche la coalizione occidentale, la Russia e l’Iran. Provocherebbe una reazione interna alla stessa Turchia e non penso che il governo voglia assumersi questo rischio. Senza un segnale positivo di Usa e Russia, Erdogan non oserà muoversi.
Quindi Ankara agisce da sola, senza l’avallo degli Stati Uniti e della Nato?
Non ci sono indicazioni che la mano della Nato muova la politica turca contro i kurdi siriani. Al contrario, è Ankara che sfrutta l’appartenenza alla Nato per dare vita ad una coalizione che sia anche anti-kurda. Ma non sta ottenendo l’appoggio che sperava. Se si guarda alle politiche interne dell’Akp, è ovvio vedere come l’approccio anti-kurdo sia il risultato delle radici nazionalistiche e islamiste del partito. L’Akp non tollera il movimento kurdo perché di sinistra, laico, volto all’autonomia territoriale. Questi caratteri, tipici di Pkk e Pyd, contraddicono i piani di Erdogan che punta ad implementare le sue politiche nazionalistiche e turco-centriche sia nel paese che in Medio Oriente.
E per farlo non esita a sostenere anche lo Stato Islamico, come dimostrato da molti giornalisti e attivisti kurdi ma anche dagli stessi Dundar e Gul.
Qualche anno fa il presidente ha provato a realizzare il suo progetto nazionalista con il “sostegno” kurdo, ovvero sfruttando a proprio favore il negoziato del 2013 con il Pkk L’obiettivo era stravolgere i progetti di autonomia kurdi e assorbirli nei piani del governo. Aveva invitato all’epoca anche il Pyd per persuaderlo del progetto. Tuttavia il movimento kurdo ha resistito e non ha voluto abbandonare la propria strategia laica e di auto-governo. L’Akp ha puntato allora sullo Stato Islamico sperando che schiacciasse i kurdi e li costringesse, per salvarsi, a rivolgersi alla Turchia. Non è successo e Ankara ha cominciato a colpire direttamente Rojava.

La Stampa 28.2.16
Elezioni in Iran: frenano i conservatori, a Teheran vincono i riformisti
Nella Capitale i riformisti hanno conquistato tutti i seggi in palio
L’area moderata conquista 29 seggi sui 30 riservati alla capitale iraniana nel nuovo Parlamento. All’Assemblea degli Esperti in testa l’attuale presidente e Rafsanjani
di Claudio Galli

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La Stampa 28.2.16
La vendetta di Rafsanjani. Doppio schiaffo all’amico-nemico Khamenei
Sono stati alleati, poi l’Ayatollah l’ha scaricato e ostracizzato. Ora il discepolo di Khomeini torna sulla scena da vincitore
di Claudio Gallo

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Corriere 28.2.16
Una speranza misurata per l’Iran
L’alleanza tra i riformisti del presidente Rouhani e i conservatori moderati dell’ex presidente Rafsanjani potrebbe ridimensionare o annullare il primato degli ultraconservatori
Ma pensare a un vero capovolgimento è irrealistico
di Franco Venturini

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Corriere 28.2.16
La scrittrice Mahsa Mohebali
«Siamo nella direzione giusta»
Secondo l’autrice del romanzo «Non ti preoccupare», i riformisti hanno conquistato
la fiducia della popolazione. Hanno votato anche gli oppositori agli arresti domiciliari

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La Stampa 28.2.16
Il blogger Potkin Azarmehr
“Queste consultazioni servono solo per dare legittimità al regime”
intervista di Francesca Paci


Teheran sogna. In esilio ci sono invece i «pragmatici» come il blogger Potkin Azarmehr, fuggito dall’Iran all’indomani della rivoluzione khomeinista che pure aveva sostenuto insieme al padre già detenuto politico dello Scià. «Crederò all’evoluzione degli ayatollah quando faranno concessioni reali a un movimento riformista forte, il resto è “photo opportunity” per l’occidente» dice al telefono da Londra, dove vive da quando è ragazzo rimpiangendo l’abbaglio del ’79.
I riformisti filo Rohani avanzano: sono elezioni che possono segnare il cambio di passo?
«Chi chiama quelle iraniane elezioni ha bisogno di un dottore. Il 90% dei candidati riformisti è stato squalificato in anticipo. Corre solo chi è gradito al regime, io per dire non potrei. Anche se la maggioranza votasse per i sedicenti riformisti, ossia il meno peggio del peggio del peggio, sarebbe una vittoria finta: non sarà l’Assemblea degli Esperti a scegliere la prossima Guida, chi succederà alla morte di Khamenei è già stato designato, come fu con Khomeini».
I suoi connazionali però ci credono, l’affluenza è alta: tutti illusi?
«L’unica politica dei riformisti è invitare la gente a votare per legittimare il regime. L’esperienza mi dice che non si cambia l’Iran col voto. Il clero iraniano è uno Stato parallelo da prima del ’79, conosce la psiche popolare. Se per 5 anni neghi ai cittadini la libertà di tutto e poi a ridosso delle elezioni concedi loro qualche festa e un po’ di rossetto li fai credere di poter cambiare. Salvo risvegliarsi nel solito inferno: è così da 36 anni».
Ha zero fiducia in Rohani?
«Rohani è stato nell’apparato di sicurezza del regime, nel ’99 chiese la testa degli studenti ribelli. Quando è diventato presidente ha promesso la libertà ai riformisti in cella e invece nulla. L’unico suo successo è l’accordo sul nucleare e l’ha firmato perché il Paese stava implodendo. Obama ha salvato l’Iran dal crollo economico che avrebbe travolto gli ayatollah. Siamo a zero: bisogna ascoltare la Guida Suprema e non i simpatici giovani di Teheran, gli Usa come l’occidente e Israele restano nemici. Vittima dell’illusione di cambiare la mentalità del regime anziché il regime, il mondo va a farsi cambiare la mentalità da Teheran, vedi le statue coperte a Roma».
Non c’è futuro per l’Iran?
«Non auspico primavere arabe né invasioni straniere. Ma gli ayatollah si piegheranno solo quando i riformisti saranno duri come Solidarnosc in Polonia e non “istituzionali” come quelli che 5 anni fa chiesero al popolo in piazza di tornare a casa e calmarsi. Il regime nel 2009 non sparò subito, la carneficina iniziò quando quel milione di persone cominciò a disperdersi».

Repubblica 28.2.16
Il regista Keywan Karimi
“Ma sul fronte dei diritti nessun progresso”
La gente continua a essere arrestata per le sue iniziative intellettuali. Cinque persone sono state condannate a 15 anni perché leggevano libri in gruppo
intervista di Alessandra Baduel


«NON vedo cambiamenti per i diritti umani, credo nella democrazia, ma ho paura che possa esserci anche questa volta un grosso fraintendimento». Il regista Keywan Karimi, 30 anni, pochi giorni fa ha visto confermata in appello la sentenza che lo condanna per propaganda contro il governo a 223 frustate e un anno di carcere. La mobilitazione internazionale dei mesi scorsi è riuscita a influire solo sugli anni comminati, che erano sei, per i contenuti del documentario Writing on the City, dedicato alle scritte sui muri di Teheran dal 1979 a oggi. In attesa che lo vadano a prendere, Karimi sta girando un nuovo documentario, questa volta sulla propria storia, incluse le cure di chemioterapia di sua madre. Risponde dopo un’altra giornata di riprese in giro per la capitale.
Contento del voto a favore dei riformisti?
«Non riesco a esserlo. Diciamo che non credo nel modo iraniano di fare elezioni, e non ho votato».
Ma i giovani sono andati in molti a votare, con grandi speranze.
«Questo governo però sta continuando ad arrestare le persone per le loro attività intellettuali. C’è qualche cambiamento che riguarda le sanzioni, ma io non ho ancora capito perché devo andare in carcere: nel mio lavoro mostravo materiale d’archivio datomi proprio da istituzioni ufficiali. E mi è andata bene, anche se ho avuto la condanna al maggior numero di frustate della nostra storia: se non riuscirò a evitarle, magari con l’aiuto dei medici, batterò il Guinness dei primati. Un anno di carcere però è nulla: cinque persone pochi giorni fa sono state condannate a 15 anni per la stessa imputazione. Le loro colpe? Leggere libri in gruppo, per esempio».
Non ha fiducia in Rouhani o in Rafsanjani?
«Sono in politica da tanto, fanno parte della vecchia gerarchia del potere. Le vere novità potrebbero darcele solo nuovi politici».
Lei è stato all’estero per ricevere dei premi cinematografici dopo essere uscito su cauzione: perché è rientrato in Iran?
«Credo nel mio paese, bisogna stare qui — essere di esempio».

La Stampa 28.2.16
Uno scontro sul futuro degli ayatollah
di Maurizio Molinari


Le elezioni di Teheran consegnano al Medio Oriente una sorpresa che preannuncia uno scontro di potere sul futuro della Repubblica Islamica. «Non ci aspettavamo un simile risultato»: è la reazione a caldo di Said Leylaz, veterano fra gli analisti politici iraniani, a descrivere il verdetto delle urne. In palio c’erano tanto gli 88 seggi dell’Assemblea degli Esperti, che designa il Leader Supremo, che i 290 seggi del Parlamento e in entrambi i casi gli esiti sembrano premiare i moderati a scapito dei conservatori.
Sebbene i conteggi siano ancora in corso la sconfitta dei candidati sostenuti da Ali Khamenei, Leader Supremo, suggerisce la maggior affermazione dei moderati dalle elezioni legislative del 2004. La cartina tornasole è quanto avvenuto sull’Assemblea degli Esperti perché i pragmatici, guidati dall’ex presidente Akbar Hashemi Rafsanjani e dall’attuale presidente Hassan Rohani, sono proiettati verso la conquista dei primi, importanti, 13 seggi con agli acerrimi avversari Ahmad Jannati, Mohammed Yazdi e Mohammad-Taghi Mesbah-Yazdi ben a distanza.
E ancora: il volto della vittoria è Rafsanjani, considerato il maggiore alleato politico di Rohani nonché padre di Mahdi Hashemi che venne arrestata per complicità con la rivolta anti-regime dell’Onda Verde nel 2009. Ciò significa che almeno 30 milioni di iraniani si sono recati alle urne per premiare i candidati percepiti come avversari di Ali Khamenei nelle prime consultazioni avvenute all’indomani dell’accordo di Vienna sul nucleare che ha portato alla fine di gran parte delle sanzioni internazionali. E’ uno scenario che, a prima vista, sembra premiare la scommessa politica dell’amministrazione Obama che aveva puntato sul negoziato nucleare proprio per obbligare Khamenei a «aprire il proprio pugno» scommettendo sulla voglia di cambiamento di gran parte della popolazione, che in maggioranza è sotto i 25 anni.
Il potere a Teheran continua tuttavia ad essere nelle salde mani di Khamenei - da cui dipende un vasto apparato militare-economico che ha come spina dorsale i Guardiani della Rivoluzione - e ciò significa che dopo l’annuncio formale dei risultati si aprirà una delicata fase di riequilibrio dei poteri che vedrà Rafsanjani nel ruolo di suo probabile contraltare. La forza di Rafsanjani sta nell’essere un leader di raccordo fra le molteplici anime della Repubblica Islamica: da un lato è considerato il «grande elettore» di Rohani e dall’altro nel 2006 venne accusato dalla giustizia argentina di essere stato, da presidente, il mandante dell’attentato di Buenos Aires del 1994 contro il centro ebraico «Amia» in cui perirono 85 persone. Ciò significa che Khamenei e Rafsanjani sono due volti dello stesso regime iraniano, sebbene il primo guidi i conservatori ed il secondo sia divenuto il volto più in vista del fronte moderato.
A rendere incandescente il duello che si apre fra Khamenei e Rafsanjani è la posta in palio ovvero il nome del nuovo Leader Supremo. Khamenei, 76enne e più volte ricoverato per un sospetto tumore alla prostata, è l’erede dell’ayatollah Khomeini e vuole un successore capace di conservare la Repubblica Islamica così com’è. Da qui le voci sull’ipotesi di una staffetta con il figlio Mojtaba, anch’egli esponente del clero sciita legato a doppio filo con i Guardiani della Rivoluzione. Ma Rafsanjani, forte dell’affermazione nell’Assemblea degli Esperti, può ora aspirare alla stessa carica, la più alta nel regime degli ayatollah.
Si tratta di una sfida per il potere a Teheran che è solo all’inizio. Ed è gravida di incognite. Anzitutto interne, perché gli iraniani che sono andati alle urne per favorire un cambiamento non sono troppo diversi da quelli che nel 2009 scesero in piazza sfidando la repressione e dunque potrebbero avere ambizioni di libertà che vanno ben oltre il nome di Rafsanjani. Ma anche esterne, perché ciò che avviene a Teheran ha un impatto immediato sulla Siria dove la guerra per procura fra Iran ed Arabia Saudita è a un passo dal degenerare in un conflitto aperto capace di dilagare nell’intero Medio Oriente.

Repubblica 28.2.16
Quel vento di cambiamento dalle urne
di Roberto Toscano


Anche se i risultati definitivi delle elezioni iraniane non sono disponibili, si può già dire che avevano torto i pessimisti, quelli che erano convinti che, nella “democrazia monca” che caratterizza il sistema politico della Repubblica Islamica, i conservatori più radicali avrebbero prevalso sui sostenitori della proposta di cambiamento del Presidente Rouhani. Lo facevano pensare la falcidia del 99 per cento dei candidati riformisti, eliminati dalle liste dal Consiglio dei guardiani. E lo facevano pensare anche i sintomi della delusione di chi, pur avendo salutato con soddisfazione l’accordo nucleare, constatava che ancora tardano i cambiamenti promessi dal governo sul terreno dell’economia e soprattutto delle condizioni di vita reali.
E invece oltre il 60 per cento degli aventi diritto ha votato, ed è questo che di solito fa la differenza, dato che l’astensione ha sempre riguardato gli scontenti, i critici del regime, le classi medie, i giovani.
Rouhani è stato portato alla presidenza non da un cambiamento radicale negli orientamenti politici degli elettori, ma dal fatto che nel 2013 gli scontenti, i critici , le classi medie e i giovani sono andati a votare, superando il comprensibile scetticismo prodotto da tante frustrate speranze, a partire da quelle suscitate dalla presidenza di Khatami. Come sarebbero andate queste elezioni è apparso evidente quando è stato diffuso il dato che a Teheran i partecipanti al voto erano stati il 30 per cento in più di quelli che avevano votato alle elezioni parlamentari del 2012.
Di particolare significato politico sono i risultati definitivi, disponibili prima di quelli per il Parlamento, del voto per l’Assemblea degli esperti.
Sono risultati che si possono definire clamorosi, con Rafsanjani, eminenza non troppo grigia dell’attuale governo, come primo fra gli eletti, seguito a poca distanza da Rouhani, mentre il primo degli ultraconservatori - che speravano di dominare questa sorta di collegio dei cardinali/Soviet supremo - Jannati, che presiede il Consiglio dei guardiani, l’organo custode dell’ortodossia di regime, è arrivato solo in decima posizione.
Si è quindi rivelato convincente, e politicamente vincente, il progetto di puntare su una proposta politica con orizzonti riformisti e strategia centrista capace di raccogliere l’appoggio di uno spettro politico che arriva a forze che, pur essendo conservatrici, non intendono seguire una linea estremista che rischia non solo di invertire il cammino di normalizzazione intrapreso sul piano internazionale, ma anche di innescare pericolose spaccature sul piano interno.
In un certo senso sia i riformisti che i conservatori hanno ricavato una lezione dalla crisi del 2009, quando milioni di persone scesero in strada per denunciare (“dov’è il mio voto?”) la falsificazione dei risultati delle elezioni presidenziali. I riformisti hanno capito di non essere in grado di affrontare il regime, sempre capace di scatenare lo “Stato profondo” dei Pasdaran, i Basiji e dei vari servizi di intelligence, per stroncare qualsiasi moto popolare. Ma da parte loro i conservatori hanno compreso che il regime non può permettersi un altro 2009, a meno di non tornare ai disastrosi anni di Ahmadinejad o addirittura imbarcarsi in un rischioso “cambio di regime” in senso militarista che, oltre a far cadere ogni pretesa di legittimità democratica, minaccerebbe gli attuali equilibri su cui si regge il sistema e anche gli interessi in campo economico delle varie componenti del regime.
Paradossalmente quindi i principali protagonisti della politica iraniana – con l’esclusione di quelli che, abbandonati dai conservatori moderati, restano “scoperti” come un gruppo di estremisti e fanatici – si sono dimostrati molto realisti, accettando di preservare quel quadro complesso e contraddittorio che caratterizza il sistema politico iraniano.
La lotta politica fra riforma e conservazione continuerà, e si snoderà lungo alterne vicende probabilmente non prive di sorprese. Resta sempre il pericolo che chi è risultato perdente nelle urne - ma dispone di strumenti di intervento che sono certo non democratici ma, nello schizofrenico sistema iraniano, non incostituzionali – possa, se non rovesciare il tavolo, condizionare pesantemente il difficile percorso del cambiamento. Le elezioni del 25 febbraio lasciano aperta per l’Iran la via di un cambiamento graduale in senso civile e democratico, ma nessuno si aspetta che sarà facile.

La Stampa 28.2.16
Gli irlandesi bocciano la coalizione di governo: ora non c’è una maggioranza
Il premier irlandese Enda Enny, Fine Gael e i laburisti, in vantaggio con il 32%

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Il Fatto 28.2.16
Stati Uniti
Il Los Angeles Times: tasso di suicidi fra le soldatesse sei volte superiore a quello delle civili
Altro che G.I. Jane, per Connie la divisa è l’inferno
Lo stress deriva anche da abusi dei colleghi: per il Pentagono una su dieci ha subito uno stupro
di Giovanna Borrelli

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Repubblica 28.2.16
Cina
Debito alle stelle sprechi e repressione Il gigante economico si è ammalato
Dopo tre decenni di boom, la crescita si è fermata facendo emergere tutti gli errori del Partito che ora deve affrontare anche un forte disagio sociale
di Moisés Naím


PER 35 anni, l’economia cinese è cresciuta in media a ritmi superiori al 10 per cento annuo. In pratica, ogni sette anni la ricchezza del colosso asiatico raddoppiava. Grazie a questa crescita, oggi la Cina è un paese diverso da quello che è stato per secoli. È una trasformazione evidente non solo nelle sue moderne città, nel suo enorme settore industriale, nelle sue esportazioni o nel fatto che è l’economia più grande del mondo: il cambiamento più importante è che 500 milioni di cinesi sono usciti dalla povertà. Nel 1981, quando furono avviate le riforme economiche, l’85 per cento della popolazione viveva in condizioni di miseria, mentre adesso i poveri non superano il 7 per cento. Il progresso della Cina si è irradiato anche al resto del mondo: il Celeste Impero è diventato il principale compratore di materie prime, uno dei grandi esportatori di prodotti lavorati, il maggiore acquirente di obbligazioni occidentali e un importante investitore, soprattutto nei paesi meno sviluppati. Oggi si può applicare alla Cina quello che tante volte è stato detto degli Stati Uniti: se Pechino starnutisce, il mondo si prende il raffreddore. E di questi tempi l’economia cinese non si limita a starnutire: è malata a tutti gli effetti.
I SINTOMI
Sono tanti. Il più evidente è che nel 2015 l’economia è cresciuta ai ritmi più bassi da 25 anni a questa parte. E sono 4 anni, ormai, che la crescita è regolarmente inferiore all’anno precedente. Poi è arrivato il tracollo della Borsa e una caotica svalutazione della moneta, seguita da un’imponente fuga di capitali: solo a gennaio sono partiti verso altri lidi 110 miliardi di dollari, mentre in tutto il 2015 il flusso netto di capitali verso l’estero è stato di 637 miliardi, una somma senza precedenti e un grave indicatore di sfiducia. Una popolazione che mediamente risparmia il 30 per cento del suo reddito vede calare il valore della moneta e preferisce mettere al sicuro i suoi risparmi fuori dal paese. Ma il sintomo più preoccupante di tutti è il debito immenso che si sta accumulando: nel 2007 era a una volta e mezza le dimensioni dell’intera economia, ora si è triplicato. L’indebitamento principale si registra nelle amministrazioni locali, che hanno finanziato la costruzione di un’enorme quantità di opere infrastrutturali ingiustificabili e rimaste incompiute. Ora il governo centrale è obbligato ad assorbire queste perdite, e la conseguenza sarà un aumento del deficit di bilancio.
CHE COSA È SUCCESSO?
Com’è stato possibile che le cose si siano complicate a tal punto? La risposta si riassume in due parole: boom e crisi. Quando un’economia cresce ad alta velocità per tre decenni, crescono anche gli sperperi e gli sprechi, i cattivi investimenti, la corruzione e tanti errori che il boom consente di nascondere o ignorare. D’altro lato, la crisi mondiale che è scoppiata nel 2008 ha indotto le autorità cinesi a lanciare il più grande piano di stimoli economici della storia. L’obiettivo era impedire che Stati Uniti ed Europa contagiassero la sua economia: la crescita sostenuta andava mantenuta a qualsiasi costo. E così è stato. Ma questo sforzo ha alimentato le distorsioni che oggi la affliggono.
CHE SUCCEDERÀ?
La Cina deve abbandonare un’economia basata sugli investimenti (soprattutto in infrastrutture) e le esportazioni di prodotti lavorati e passare a un modello fondato sui consumi interni e la crescita dei servizi. Per riuscirci, è necessario che il Governo porti avanti riforme che nell’immediato sono impopolari, ma che instraderebbero il paese su una traiettoria sostenibile. Purtroppo, non sembra che tutto questo succederà a breve. Il primo ministro, Li Keqiang, ha appena lanciato un’intensa campagna «informativa» finalizzata a spiegare che l’economia va bene e che i problemi sono soprattutto di «comunicazione». Ma la censura e la propaganda non alleviano le difficoltà, al contrario: il più delle volte le aggravano. Quindi, la Cina si incarterà? Sì. Si è già incartata. E si incarterà ancora di più. Il patto sociale fra il Partito comunista e la popolazione finora era che la gente, in cambio di lavoro e salari migliori, accettava passivamente la mancanza di libertà. Non sarà facile tenere in piedi in questo patto. Ci sono già una serie di micro-eventi significativi.
IL PARTITO COMUNISTA REPRIME GLI OPERAI
Nel 2015 ci sono stati 2.774 scioperi, il doppio del 2014. L’aumento della conflittualità ha spinto il governo a esercitare una forte repressione contro i leader dei lavoratori. Gli osservatori internazionali segnalano che la repressione contro i sindacati in Cina è aumentata (anche se attacchi e pressioni da parte del governo sono sempre stati la norma: verifiche fiscali, violenza mafiosa, vessazioni da parte della polizia ecc.). Un articolo sul Washington Post conclude così: «È un crudele paradosso che il Partito comunista reprima i lavoratori ».
IMPRENDITORI CHE SPARISCONO
Guo Guangchang viene chiamato il Warren Buffet cinese. È un miliardario che controlla la più grande impresa privata cinese, la Fosun. A dicembre, Guo è scomparso. La versione ufficiale era che stava «collaborando a certe indagini delle autorità». Qualche giorno dopo, e senza ulteriori spiegazioni, è ricomparso per presiedere l’assemblea degli azionisti della Fosun. A Yang Zezhu, uno dei personaggi più in vista nel settore finanziario cinese, è andata molto peggio: a gennaio si è buttato da una finestra lasciando un bigliettino in cui spiegava di averlo fatto perché il Partito stava indagando su di lui per «ragioni personali ». Sono solo due esempi di un numero sorprendentemente alto di imprenditori di primo piano che sono spariti, hanno improvvisamente rinunciato, sono emigrati o sono stati arrestati. La lista include il fior fiore dell’imprenditoria cinese. È risaputo che una delle priorità del presidente Xi Jinping è la lotta contro la corruzione. E la sparizione e detenzione di imprenditori è una manifestazione di questa crociata. Ma è anche il segnale che è usata come strumento per eliminare possibili rivali.
ANCHE I LIBRI SPARISCONO…
Quelli contabili, innanzitutto. Poco tempo fa, la polizia ha dovuto usare due retroescavatori per tirar fuori da un buco profondissimo 1.200 registri che contenevano la contabilità di una delle più grandi truffe cinesi: la finanziaria Ezubao prometteva il 15 per cento annuo di rendimento, novecentomila persone si sono fidate e hanno perso 7,6 miliardi di dollari. Poi ci sono editori, librai e scrittori. Come Lee Bo, 65 anni, cittadino britannico con residenza a Hong Kong, che è sparito a dicembre. Sua moglie ha denunciato alla polizia che era stato sequestrato e portato a Pechino. Qualche giorno dopo, ha ritirato la denuncia e ha spiegato che suo marito era andato a Pechino di sua volontà per aiutare la polizia in un’indagine. Di altre quattro persone legate alla casa editrice non si hanno notizie dallo scorso anno. Piccolo particolare: la casa editrice pubblica libri critici nei confronti della dirigenza cinese. Un altro editore, Yiu Man, di 73 anni, stava preparando la pubblicazione di un libro intitolato “Il padrino Xi Jinping”, scritto dal dissidente Yu Jie. Ma non è riuscito a pubblicarlo, perché è stato condannato a 10 anni di carcere per aver portato alcune bottiglie di vernice industriale da Hong Kong a Shenzhen senza pagare le tariffe doganali...
SPARISCONO ANCHE LE PAROLE E I NUMERI
Il professore Francis Fukuyama ha appena individuato le parole che sono sparite dall’edizione cinese del suo ultimo libro. Per citarne alcune: «Mao», «le proteste di Tienanmen», «la grande carestia», «corruzione» e «Stato di diritto». C’è anche una lunghissima lista di parole che non compaiono nei motori di ricerca di Internet o si cancellano se qualcuno le scrive sui social network. Sono spariti anche dati statistici indispensabili per valutare la situazione economica, e altri sono stati chiaramente contraffatti. Riassumendo: censura, propaganda, occultamento di informazioni, pressioni, incarcerazione di dissidenti, attivisti, imprenditori e chiunque protesti contro il governo. Sono alcune delle risposte di Pechino alle conseguenze sociali e politiche della sua crisi economica. I governi di solito aggravano la crisi con le loro reazioni. Questo è un esempio.
(Traduzione di Fabio Galimberti)

Il Sole 28.2.16
Le potenzialità nascoste nel rischio Cina
di Rita Fatiguso


I cambiamenti strutturali della seconda economia mondiale potrebbero andare a vantaggio di America Latina e Italia per un’ampia gamma di prodotti, a partire dall’agroalimentare
Le possibili conseguenze della crisi cinese sono il convitato di pietra di questo G-20 finanziario. Pro domo sua, il governatore della Banca centrale cinese, Zhou Xiaochuan, ha abilmente glissato.
L’urgenza di arrivare a una conclusione del vertice sembra aver fatto il resto, lasciando sullo sfondo il tema delle prospettive dell’economia di Pechino, appese ai tempi lenti delle riforme strutturali e al deterioramento del contesto globale. Ma chi ha paura di una Cina indebolita e chi, invece, nonostante ciò potrebbe approfittarne?
Come ha registrato Il Sole 24 Ore, all’apertura del G-20 la Banca dei Brics (New Development Bank) ha fatto un ulteriore passo in avanti e ieri, a testimoniarlo, c’era il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, arrivato direttamente dalla capitale cinese per presenziare alla sigla di un importante contratto con i massimi rappresentanti di Brasile, Sudafrica, Russia, India.
Tutto ciò nonostante il fatto che si tratti di Paesi a rischio contagio, specie quelli come la Russia che – lo ha ricordato il direttore del Fondo Monetario, Christine Lagarde nella conferenza stampa di chiusura del vertice – dipendono dall’export di prodotti petroliferi.
Il rallentamento della Cina va visto nell’ottica di un riequilibrio della struttura economica, in futuro maggiormente orientata sui consumi, meno su export e investimenti. Ma c’è di più. A dirlo è il “Focus on” dell’ufficio studi di Sace sul rallentamento cinese che il Sole 24 Ore è in grado di anticipare, analizzando le potenzialità nascoste di questa crisi cinese.
L’aggiustamento di Pechino ha un impatto sull’economia globale e, in particolar modo, su alcune economie dell’America Latina che subiscono una flessione delle proprie esportazioni di commodity, specie minerarie. Ma gli effetti – avvisano gli economisti di Sace - non sono uguali per tutti: il ribilanciamento cinese puo rappresentare un vantaggio per i Paesi esportatori di quei prodotti in prima linea agroalimentari la cui domanda proveniente dal mercato cinese è, invece, prevista in accelerazione.
Chi può trarne vantaggio, dunque? Tra i beneficiari ci sono non solo alcuni Paesi dell’America Latina ma, più in piccolo, anche l’Italia. Bisogna quindi sfruttare l’evoluzione delle abitudini alimentari dei cinesi esportando beni alimentari lavorati di alta qualita; fornire macchinari per la lavorazione delle materie prime agricole utili a incrementare la produzione di quei beni della terra (materie prime e semilavorati) che, in prospettiva, potrebbero essere appetibili per la Cina.
Il governo cinese ha l’obiettivo di ridurre il peso degli investimenti sul Pil (pari a circa il 50%) e di affrontare i problemi di carattere ambientale, legati a un intenso utilizzo del carbone come fonte di energia primaria, attraverso maggiori stimoli ai consumi interni (a discapito di investimenti ed esportazioni), la produzione di beni di qualita piu elevata e lo sviluppo del settore dei servizi, il ricorso a fonti rinnovabili per l’energia.
Quali sono le possibili conseguenze di questa strategia?
Innanzitutto un rallentamento della crescita, tuttavia lo stimolo ai consumi interni e l’urbanizzazione porteranno ad un cambiamento nelle abitudini alimentari: i beni primari (come riso e soia) saranno in parte sostituiti da prodotti alimentari lavorati (formaggi, carne); l’obiettivo di produrre beni a piu alto valore aggiunto causera una minore domanda di metalli di base impiegati nell’industria pesante, in favore di metalli utilizzati nella produzione di beni di consumo (come zinco e alluminio); l’attenzione alla salvaguardia ambientale portera a un maggior ricorso alle energie rinnovabili e al gas naturale in sostituzione del carbone.
Tra i Paesi che subiranno gli effetti del cambio di rotta della Cina ci sono quelli dell’America Latina, principali fornitori di materie prime al mercato cinese.
Il nuovo modello di crescita cinese potrebbe avere effetti diversi sui Paesi latinoamericani, a seconda del bene esportato e del grado di dipendenza di questi Paesi dal commercio internazionale. Oggi la Cina e gia il quarto produttore mondiale di soia, l’aumento delle importazioni (dal 65% al 71% del totale dell’import mondiale di soia), e? sensibile. La fascia di popolazione con reddito medioalto residente nelle aree urbane sta cambiando abitudini alimentari, aumentando l’export di beni lavorati di alta qualita in Cina. E bisogna fornire, inoltre, macchinari per la lavorazione delle materie prime agricole ai Paesi latinoamericani che cercano un aumento di produttivita per quei beni agricoli che, in prospettiva, potrebbero trarre vantaggio dal nuovo scenario economico cinese.

il manifesto 28.2.16
Chi era Olof Palme
Trent’anni fa veniva assassinato a Stoccolma il leader svedese che vedeva nella socialdemocrazia europea un movimento di liberazione e che aveva nei movimenti di liberazione del sud del mondo un punto di riferimento
Una figura chiave della politica mondiale. E un misterioso delitto politico che resta ancora oggi senza colpevoli

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La Stampa 28.2.16
“Più conosco Picasso, più per me è un mito”
Lo storico dell’arte John Richardson: «Non era un mostro, ma con le donne poteva essere estremamente crudele»
intervista di Alain Elkann

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La Stampa 28.2.16
Gramsci visto dietro le sbarre
Un concorso invita i detenuti a ricordarne la prigionia
Il 1° premio vinto da un recluso affiliato ai Casalesi
di Nicola Pinna

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Corriere Salute 28.2.16
Il linguaggio «modella» il cervello
Sono in continuo sviluppo gli studi scientifici che provano come la lingua, o le lingue, che parliamo condizionino il nostro modo di pensare e le nostre emozioni. E aumentano le prove a sostegno dei vantaggi portati dalla conoscenza di più idiomi, anche se vengono appresi in età avanzata 

di  Elena Meli

La lingua che parliamo influenza la personalità il linguaggio è in grado di “modellare” il nostro cervello, le convinzioni e anche gli atteggiamenti cambiando il modo di pensare e di agire Il meccanismo Chi parla più lingue quando si esprime deve usarne una e “inibire” le altre. Per farlo, il cervello sviluppa di più le aree di controllo esecutivo

La capacità di comunicare attraverso un linguaggio parlato e scritto, strutturato e complesso, è la caratteristica che più ci distingue dagli altri animali. Non solo: il linguaggio è in grado di “modellare” il nostro cervello, le convinzioni e gli atteggiamenti cambiando il modo di pensare e agire. Essere madrelingua inglese, cinese, o russo ha effetti diversi sull’architettura del pensiero, stando a un numero sempre più nutrito di studi. Succede perché ogni lingua pone l’accento su elementi diversi dell’esperienza, forgiando così un modo specifico di vedere il mondo.
In parte dipende dalle influenze culturali, come spiega Jubin Abutalebi, neurologo cognitivista e docente di neuropsicologia dell’Università San Raffaele di Milano: «La parola che indica uno stesso oggetto in lingue diverse può acquistare sfumature differenti, che dipendono dal substrato culturale specifico».
In cinese “drago” rimanda non solo a un animale fantastico e pauroso ma soprattutto a un simbolo di fortuna, forza, saggezza: inevitabilmente un cinese “vedrà” in modo diverso da un occidentale perfino un essere del tutto irreale. Accadrà lo stesso a un bilingue: per un anglo-cinese il drago sarà meno spaventoso che per un inglese. «La visione culturale sottesa alle parole di lingue differenti può influenzare chi conosce più di un idioma — sottolinea Abutalebi —. Il cervello, dovendo processare lingue con una semantica varia, associa ai singoli concetti elementi tratti dai linguaggi che conosce. In genere poi chi padroneggia più lingue è più curioso nei confronti delle culture legate agli idiomi conosciuti e questo facilita una maggior apertura e una visione diversa delle cose. Il modo di pensare e relazionarsi col mondo rimane immutato solo se una lingua viene imposta, perché in questo caso si mette in atto una resistenza a qualsiasi “commistione” culturale».
L’influenza del linguaggio sul nostro Io è tuttavia ancora più profonda, con effetti sorprendenti perfino sulle decisioni coscienti: uno studio su PLOS One ha dimostrato che quando ci esprimiamo in una seconda lingua tendiamo ad avere meno remore morali.I partecipanti all’esperimento pubblicato su PLOS One infatti accettavano di sacrificare una persona per salvarne cinque — facendo una scelta “utilitaristica”—più spesso se veniva loro chiesto nella seconda lingua rispetto a quando dovevano esprimere il loro parere in madrelingua: in questo secondo caso prevaleva infatti il divieto morale a uccidere.
«Un idioma che non sia appreso dalla nascita è meno influenzato dalle emozioni perché mentre lo si parla si deve esercitare un controllo cognitivo maggiore per “spegnere” la madrelingua, che resta il vettore della morale, dell’etica, dei sentimenti» commenta Abutalebi.
Il linguaggio appreso in culla è anche quello che più modula la nostra struttura mentale. E la lingua può perfino modulare l’attitudine al risparmio come ha scoperto l’economista Keith Chen dell’Università di Los Angeles: i cinesi, che non hanno un tempo verbale preciso per indicare il futuro, hanno una propensione a mettere da parte i soldi del 30% maggiore rispetto a chi parla lingue più “definite” forse perché «identificare linguisticamente il futuro in modo distinto dal presente lo rende più lontano, motivando meno a risparmiare», ha spiegato Chen.
Si è scoperto che pure indicare il genere delle parole incide sulla visione del mondo: uno studio su bambini ebrei e finlandesi ha rivelato che i primi si accorgono in media un anno prima di essere maschi o femmine anche perché la loro lingua assegna quasi sempre il genere alle parole, mentre in finlandese non accade.
In alcuni casi gli effetti di un idioma sono ancora più curiosi: Lera Boroditsky, dell’Università di Stanford, ha verificato che nella lingua della tribù Piraha, in Amazzonia, non esistono lemmi per indicare i numeri ma solo i termini “pochi” o “tanti”. Risultato, i Piraha non sanno tenere conto di quantità esatte.
Forse Shakespeare aveva torto: ciò che chiamiamo rosa non profumerebbe così tanto, se la chiamassimo con un altro nome.

Corriere Salute 28.2.16
Da Carlo Magno a Noam Chomsky
di E. M.


Si dice che Carlo Magno abbia detto: «Conoscere una seconda lingua significa possedere una seconda anima». Ne era convinto anche il linguista americano Benjamin Lee Whorf che, nel 1940, postulò la teoria secondo cui il linguaggio plasma il cervello al punto che due persone con lingue differenti saranno sempre cognitivamente diverse. Tale tesi passò di moda con gli studi di Noam Chomsky, che negli anni 60 e 70 propose la teoria di una “grammatica universale”, ovvero basi generali comuni per tutti i tipi di linguaggio.
A partire dagli anni 80, però, alcuni studiosi hanno iniziato a rivalutare Whorf, depurando la sua teoria dagli eccessi: così oggi sappiamo che, al di là di fondamenta concettuali simili, ogni linguaggio sottende una sua “visione del mondo” e la infonde, almeno in parte, in chi lo parla. Un esempio è il senso di colpa e di giustizia: in inglese se un vaso si rompe si sottende sempre la presenza (e quindi la responsabilità) di qualcuno, in spagnolo si tende a dire che il vaso si è rotto. Secondo alcuni proprio da questo dipende la tendenza anglosassone a punire chi trasgredisce le regole, più ancora che risarcire le vittime.
E. M.

Corriere Salute 28.2.16
Matematica
Con i numeri serve un maggiore «sforzo cognitivo»
di E. M.


Non si sfugge: i numeri si “pensano” nella lingua che sentiamo come primigenia perché come spiega il neuropsicologo Jubin Abutalebi «la matematica attiva circuiti cerebrali diversi da quelli del linguaggio e chiama in causa un maggior “controllo”. Da un certo punto di vista è simile alla grammatica, la parte del linguaggio più influenzata dal periodo di apprendimento dell’idioma: nei bilingui tardivi ad alta padronanza, quelli cioè non distinguibili dai madrelingua anche se hanno appreso la seconda lingua non in contemporanea alla prima, una mappatura cerebrale rivela una maggiore attivazione delle aree di controllo esecutivo durante compiti di grammatica, mentre in caso di compiti lessicali o semantici l’attivazione è identica a quella di un bilingue precoce. Per padroneggiare la grammatica delle lingue apprese dopo l’infanzia serve perciò uno sforzo cognitivo maggiore».
E. M.

Corriere Salute 28.2.16
I vantaggi Non è mai troppo tardi per impararne un’altra 4-5 anni Di tanto, in base agli studi, l’essere bilingui allontana la comparsa di demenza senile e in caso di ictus raddoppia la probabilità di un pieno recupero della funzionalità cerebrale
di E. M.


Parlare due o più lingue altera l’architettura del cervello in maniera vantaggiosa: stando agli studi, essere bilingui allontana in media di 4-5 anni la comparsa di demenza senile e, in caso di ictus, raddoppia la probabilità di un pieno recupero della funzionalità cerebrale.
Per di più, padroneggiare due idiomi aumenta la quantità di sostanza bianca e grigia nel cervello, come ha spiegato in una recente revisione delle ricerche sull’argomento il neuropsicologo Jubin Abutalebi, direttore della rivista Bilingualism: language and cognition . «Chi parla più di una lingua quando si esprime deve usarne una e “inibire” le altre — dice l’esperto— . Per farlo il cervello sviluppa di più le aree deputate al controllo esecutivo (z one della corteccia prefrontale responsabili dei processi di pianificazione e decisione delle priorità, ndr ) e questo sembra aumentare la riserva neurale, ovvero accrescere la quantità di materia grigia e bianca: grazie a un maggior numero di neuroni, quindi, il cervello dei bilingue va incontro più lentamente all’atrofia legata all’età».
«Inoltre — prosegue Abutalebi — l’incremento delle capacità di controllo esecutivo regala anche una più ampia riserva cognitiva: aumentano cioè le connessioni fra aree cerebrali attraverso la cosiddetta compensazione neuronale , che nella pratica consente a un anziano bilingue, con numerose lesioni visibili a una Tac, di avere performance cognitive identiche a quelle di chi ha molti meno danni cerebrali evidenti correlati all’età. Grazie a questa riserva neurale e cognitiva, quindi, il cervello bilingue riesce a compensare meglio i deficit da invecchiamento: un effetto molto potente, verificato da ampi studi in tutto il mondo».
Difficile perciò che il ritardo nell’andare incontro alla demenza verificato nelle ricerche sia solo il frutto di un caso, tanto che Abutalebi sottolinea come finanziare corsi di lingua per anziani potrebbe essere più utile di altri interventi per ridurre i deficit cognitivi negli over 65. I benefici del bilinguismo si vedono soprattutto con l’andare degli anni e sono molto evidenti in chi continua a servirsi d’abitudine di entrambe le lingue apprese, magari guardando film o leggendo libri non tradotti: lo spessore della materia grigia, infatti, è correlato all’uso effettivo di più di un idioma e dopo decenni di esposizione a due lingue non si notano più differenze marcate fra chi ha imparato una seconda lingua da piccolo o chi lo ha fatto più tardi ma l’ha parlata abitualmente per venti o trent’anni.
Esiste però una “finestra critica” per l’apprendimento, come spiega Abutalebi: «Imparare un idioma da bambini significa poter arrivare alla competenza linguistica di un madrelingua. Chi studia dopo può riuscirci, ma è più difficile: prima si comincia meglio è, anche se bisogna evitare gli eccessi. Nei piccolissimi è però bene presentare inizialmente due sole lingue, perché se si introduce una terza lingua prima dei 3-4 anni le strutture deputate al controllo esecutivo sono troppo immature e si rischia di ritardare il momento in cui si arriva alla padronanza linguistica. Occorre dunque aspettare fino a quando il bimbo supera il problema dello “switching”, lo scambio continuo fra le due lingue; non a caso negli anziani bilingui il primo segno di difficoltà cognitive è proprio il ritorno allo switching, dovuto all’atrofia non più compensata delle aree prefrontali».
Chi non ha ancora imparato una seconda lingua ed è già alle soglie della pensione (o oltre) non deve però scoraggiarsi: «Studiare lingue è una “terapia” per la mente anche a 70 anni. Non importa la performance, conta stimolare il cervello», conclude Abutalebi.
E. M.

Corriere Salute 28.2.16
Gli italiani nell’apprendimento sono favoriti dai dialetti complessi
di E. M.

I dati Eurostat sono recentissimi e, in sintesi, bocciano gli italiani in inglese e simili. Perché studiamo tante lingue, perfino più degli altri europei (da noi il 98% degli adolescenti ne studia pure una terza, contro il 60% dei coetanei all’estero), ma le parliamo poco, pochissimo. Il motivo sta probabilmente nel metodo di insegnamento: «In Italia le lingue straniere vengono insegnate in italiano; altrove il docente, oltre a essere magari madrelingua, si esprime soltanto in inglese, o francese, o spagnolo. Nelle ore di lingua straniera l’idioma allo studio è anche l’unico che si usa per comunicare: il miglior modo per imparare una lingua infatti è viverla, in una totale full immersion — osserva Jubin Abutalebi, neuropsicologo esperto in linguaggio dell’università San Raffaele di Milano —. Gli italiani in realtà sarebbero facilitati nell’imparare lingue straniere perché molti parlano dialetti complessi, che sono v lingue a parte e quindi “plasmano” il cervello in modo da renderlo più ricettivo all’apprendimento di nuove parole e grammatiche. Per imparare una lingua serve infatti memoria fonologica, ovvero capacità di riconoscere i fonemi tipici di quell’idioma: chi fin da piccolo è esposto a due diversi linguaggi memorizza un numero maggiore di fonemi e poi per lui sarà più semplice aggiungerne altri. Ecco perché chi è già bilingue fa meno fatica a imparare altri idiomi».
Ci sono casi eccezionali, come il praghese settantasettenne studiato da Abutalebi che conosce ben 29 lingue, le ultime 5 imparate dai 70 anni in poi: è difficile dire se il cervello dei multilingue sia “speciale” dalla nascita o se lo diventi proprio grazie allo studio di idiomi stranieri, certo è che ciascuno di noi potrebbe (e dovrebbe) provare a imparare una nuova lingua, visti i tanti positivi effetti sulla mente.

Corriere La Lettura 28.2.16
L’abisso dei crimini rituali Infanzia sacrificata in Africa
I bambini vittime di omicidi, le ragazzine immolate come kamikaze, la caccia ai «baby stregoni». C’è un filo che spiega l’aumento di queste violenze
ai danni di minori del continente? Un’antropologa forse l’ha trovato.
È un filo che tocca anche i giovani «foreign fighters» che si uniscono all’Isis
di Michele Farina


Le kamikaze di Boko Haram, i bambini sventrati sulle spiagge del Gabon, le piccole vittime di sacrifici umani (nel Sahel ma anche in Nepal), gli enfants-sorciers perseguitati in Congo o nel Sud della Nigeria, le migliaia di talibés (allievi coranici in Africa occidentale) a potenziale rischio di reclutamento nella filiera dei gruppi jihadisti, così come i ragazzi in partenza dall’Europa per diventare foreign fighters con l’Isis. C’è tutto un popolo di minori e di giovani che vengono immolati o si immolano. Quale filo li lega? Chi o che cosa può spiegare l’aumento della violenza rituale ai danni dei bambini (e dei loro fratelli maggiori)?
Lo dicono gli studiosi, le Ong. Si parla di «revival sacrificale». Non ci sono numeri a dare la misura precisa di tale voragine. Elisa Pelizzari è un’antropologa torinese che ha studiato (e percorso zaino in spalla, girando l’Africa) i sentieri che ci ruotano intorno. Sul tema « enfance et sacrifice » ha pubblicato un libro, uscito nel 2014 per l’editrice L’Harmattan Italia che dirige, in cui si dà anche voce a un padre che ha perso il figlio in un «crimine rituale» in Gabon. Sarebbe più comprensibile sentirle dire che tutto ciò rientra nel faldone della «follia umana» o del «traffico di organi».
Alla base del «sacrificio rituale dell’innocente», sostiene invece Pelizzari, c’è un tratto che accompagna la storia dell’umanità. «È il tema dell’accesso al mondo divino, sovrannaturale, che ci domina e noi non controlliamo. Come avvicinarsi a tale dimensione che ci è estranea, ma dalla quale siamo condizionati? Ci vuole un’intermediazione, e questa intermediazione è il sacrificio rituale. Con due valenze: il sangue, nel senso più letterale del termine; e la sua forma edulcorata, ad esempio un’offerta o il bruciare incenso. Questi elementi culturali hanno carattere universale, come direbbe un antropologo alla Lévi-Strauss. Tutte le comunità umane hanno conosciuto la dimensione sacrificale, pur declinata in maniera diversa nel corso della storia». Perché i bambini? «Non si immola il cattivo ma l’essere più puro. Il sacrificio richiede una vittima, l’agnello, nella cultura di matrice giudaico-cristiana. È come se un innocente dovesse venire sacrificato per l’ottenimento di un bene personale o collettivo». Certo, si tratta di una logica disturbante, ma «è la logica del sacrificio. I foreign fighters dell’Isis che perseguitano per esempio gli yazidi noi li vediamo come serial killer assetati di sangue, non come persone che credono in un progetto e vogliono realizzarlo. Il vero problema, all’origine dei crimini, è che loro hanno assolutizzato il progetto».
Per quanto suoni inaccettabile, «nella logica del sacrificio esiste, appunto, una logica. C’è il risultato che si prefigge il committente, il quale si rivolge a qualcuno che ha competenze magico-religiose peculiari e la possibilità di trovare la vittima». Gli obiettivi sono molto concreti, materiali. Nel contesto africano, dice Pelizzari, «una persona che vuole diventare presidente della Repubblica farà certo campagna elettorale. E una squadra di football cercherà i giocatori migliori. Ma se vogliono vincere, e credono che esista comunque un altro universo — quello sovrannaturale, qualificabile come il regno della notte — l’aspirante presidente e il dirigente di calcio ricorreranno alla logica sacrificale e ai suoi mediatori. La vittima potrà essere un animale, il rito potrà limitarsi a un’offerta votiva. Ma noi sappiamo che ci sono altri casi: più è grande la richiesta fatta al mondo dell’invisibile, più grande e puro dovrà essere il soggetto sacrificato. E cosa c’è di più perfetto di un bambino, un bambino che magari studia le scritture sacre?».
Ma tutto ciò non riguarda una frangia minoritaria della popolazione? «Nel mondo africano il contatto con l’invisibile è onnipresente. È qualcosa che permea tutto. Magia e razionalità sono logiche che coesistono. Si va all’ospedale e si va dal marabout . Non c’è contraddizione». I marabutti sono insegnanti e rappresentano la figura religiosa chiave delle scuole coraniche itineranti e informali dell’Africa musulmana. In Senegal, ad esempio, guidano un gregge di almeno 50 mila bambini: sono i talibés , tenuti a memorizzare il Corano per anni, mandati sovente nelle strade a chiedere la carità, per coltivarne l’umiltà, la dedizione al maestro e lo spirito di obbedienza. Nelle strade nigeriane si chiamano almajiri : secondo l’Unicef sono dieci milioni, il 25% vive negli Stati del Nord Est dove imperversa Boko Haram. Un bacino immenso di «vittime sacrificali» da cui pescare i baby kamikaze. Pelizzari ha studiato in modo approfondito, in Senegal e Mali, i meccanismi alla base del fenomeno dei talibés mendicanti e dei marabouts : «Va notato che il termine marabout designa, in origine, personalità versate nella conoscenza dell’islam e nell’educazione alla fede ma, nella vulgata popolare, si riferisce pure a individui iniziati a pratiche occulte, dette maraboutages . Questi insegnanti sono personaggi potenti, che hanno l’appoggio dei committenti, di quanti si rivolgono a loro per mediare con l’universo della notte. Nelle loro mani, i talibés divengono purtroppo oggetti da manipolare a piacimento. I genitori affidano ai marabouts i figli, con il pretesto di formarli alla fede, ma talvolta per liberarsi di bocche da sfamare. Negli anni Settanta queste scuole non avevano ancora carattere itinerante e c’era più controllo da parte delle famiglie».
Urbanizzazione, rottura del tessuto sociale, contrasti generazionali sono altri fattori cruciali: «Nessuno oggi chiede conto al marabout di come ha trattato un bambino o dove ne è finito un altro. Se qualcuno commissiona un sacrificio, lui ha tutto l’armamentario. E un bacino di vittime». E le famiglie? «Nessuno oserebbe andare contro un marabout . A lui chiedono consiglio uomini d’affari, politici, poliziotti. Gli vengono riconosciuti poteri esoterici. Chi si permetterebbe di denunciare la sparizione di un bambino in teoria affidato a un maestro coranico? Tanto più se si crede, a torto, che un talibé perito (sacrificato?) durante il periodo di apprendistato religioso sia in grado di garantire alla famiglia la salvezza eterna». Pure «il cristianesimo, in Africa, sperimenta logiche analoghe, che spaziano dalla superstizione cieca a pratiche inaccettabili. Pensiamo a un Paese come la Repubblica Democratica del Congo: chi soffia sulla violenza ai danni dei cosiddetti enfants-sorciers , i bambini stregoni? I movimenti evangelici (ma non solo) evocano continuamente la presenza satanica e il tema esorcistico».
Il discorso delineato sembra contrastare con la narrativa dell’«Africa Rising», della crescita, la modernizzazione.... «Ma trattiamo di società in crisi; penso alle guerre, ma anche alle pesanti disuguaglianze. In molti Paesi è evidente come sia falsa la teoria capitalista per cui tutti possono riuscire e avere successo, in base alle proprie capacità. Il ricorso alla dimensione notturna dell’invisibile diventa allora un’opzione complementare, sia quando si fa parte degli esclusi dal benessere, sia quando si è tra i privilegiati, perché la paura di finire nella polvere permane». In Africa, fortuna e disgrazia si guardano allo specchio. E così succede che, per costruire una casa, o per diventare (restare) presidente della Repubblica, si ricorra al sacrificio di un innocente. Può essere l’asportazione di un arto, o di una vita intera. «In un’ottica comparativa, attenta a non soffocare le specificità dei vari contesti», è possibile, secondo Pelizzari, analizzare la realtà dei foreign fighters che partono per la Libia o la Siria come «giovani permeabili e modellati sulla base di certi insegnamenti, analogamente al caso dei talibés ».

Corriere La Lettura 28.2.16
Come si fa un feticcio e perché


In molti paesi dell’Africa subsahariana vi è la credenza che alcune parti del corpo umano, acquisite secondo uno specifico processo, possano donare forza, ricchezza e potere. In caso di problemi di salute oppure quando ci si vuole assicurare che un nuovo progetto abbia buon esito, una delle strade possibili è rivolgersi a figure dotate di facoltà mistiche per un soccorso di ordine magico. Non si può generalizzare sulle pratiche condotte dai cosiddetti stregoni feticisti ( witch-doctor nelle aree anglofone e marabout in quelle francofone), poiché differiscono a seconda della località; ma, tra le opzioni di cui dispongono, vi è quella del sacrificio umano e della fabbricazione di amuleti con parti del corpo o organi. Le vittime immolate sono spesso bambini, con caratteristiche che li associano all’idea di «purezza». I dati, pur rimanendo difficile una stima affidabile dei casi, confermano la presenza del fenomeno in Gabon, Nigeria, Sudafrica, Liberia e Mali ma anche in Ghana, Botswana, Camerun, Swaziland, Zimbabwe e Zambia. Quando si parla di crimini rituali in Africa, è necessario distinguere gli atti legati al sacrificio per l’acquisizione di parti del corpo a uso feticista, dalle ritorsioni legate alle accuse di stregoneria o dalle persecuzioni relative ad alcune caratteristiche della persona come albinismo e disabilità.

Il Sole Domenica 28.2.16
Galileo Galilei (1564-1642)
Corrispondenza infinita
di Franco Giudice


Pubblicato un aggiornamento del «Carteggio» curato circa un secolo fa da Antonio Favaro, colui che contribuì enormemente alla creazione del «mito» dell scienziato pisano
L’ Edizione Nazionale delle Opere di Galileo non è un monumento esornativo al più celebre scienziato italiano di tutti i tempi o, peggio ancora, una mera raccolta dei suoi scritti concepita per rivendicarne, in modo velatamente apologetico, la genialità. E tanto meno lo fu per Antonio Favaro, lo studioso padovano che ideò e portò a compimento il progetto tra il 1890 e il 1909. Certo, Favaro diede un contributo decisivo all’affermazione del “mito” di Galileo come padre del metodo sperimentale. È innegabile tuttavia che il suo lavoro si basò sempre sulla centralità del documento, respingendo ogni interpretazione non suffragata dalle fonti.
Nell’approntare quella che più volte definì «l’impresa della mia vita», Favaro seguì ineccepibili criteri ecdotici, grazie anche alla collaborazione di due esperti filologi come Isidoro Del Lungo e Umberto Marchesini. Così, tra difficoltà finanziarie e nella quasi assoluta indifferenza della cultura accademica italiana, in poco meno di vent’anni riuscì a realizzare uno dei più importanti progetti della storia dell’editoria del nostro paese: la pubblicazione integrale – in venti volumi e secondo un ordine rigorosamente cronologico – degli scritti di Galileo, del carteggio, dei documenti relativi alla sua vita e alle sue opere, insieme a quelle di altri autori che lo scienziato postillò con commenti e annotazioni. Un’operazione lunga e faticosa che, in un’epoca priva di tecnologie informatiche, venne completata in tempi davvero record. E che ha il merito di essersi sottratta al triste destino condiviso dalle altre edizioni nazionali intraprese contemporaneamente in Italia, quasi tutte rimaste incomplete e in alcuni casi addirittura mai iniziate.
Oltre a costituire uno strumento indispensabile per tutti quelli che si accingono a studiare Galileo, questa Edizione Nazionale ha assunto anche il ruolo di modello per chiunque voglia cimentarsi con imprese di pari complessità. Tanto più che, rispetto ad altre iniziative analoghe realizzate negli stessi anni all’estero, il lavoro di Favaro conserva ancora quel carattere di edizione “definitiva” cui ambiva.
È dunque nel segno di questa preziosa eredità che, a distanza di un secolo, Michele Camerota, Patrizia Ruffo e Massimo Bucciantini hanno provveduto a una corposa integrazione del carteggio galileiano. Il volume si aggiunge a quello dell’Iconografia galileiana (uscito nel 2013 e curato da Federico Tognoni) e fa parte di un piano generale di Aggiornamento dell’ Edizione Nazionale, che ne prevede altri due, già in fase avanzata di preparazione, dove saranno raccolti una serie di testi non pubblicati da Favaro e i documenti e gli atti inquisitoriali emersi dopo il 1909. Un progetto di grande rilievo, promosso dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, e affidato a un comitato scientifico internazionale presieduto da Paolo Galluzzi, direttore del Museo Galileo di Firenze.
Durante la preparazione del carteggio, Favaro compì una scelta quanto mai felice: pubblicare non solo le lettere di Galileo e quelle a lui indirizzate, ma anche le corrispondenze dei contemporanei in cui si trovavano riferimenti sia alle sue vicende biografiche sia alle sue straordinarie scoperte scientifiche. Per lo studioso padovano, infatti, l’epistolario si configurava come un autentico «dramma»: una rappresentazione scenica, dove il protagonista andava inserito nel contesto del dibattito culturale del suo tempo. Un risultato che ottenne in modo mirabile, mettendo a disposizione degli studiosi 4290 lettere, tutte presentate in sequenza cronologica, e che occupano ben nove ponderosi volumi dell’intera Edizione Nazionale.
Adottando in larga parte i criteri di Favaro, i curatori dell’aggiornamento del Carteggio lo arricchiscono ora di altre 588 lettere che sono nel frattempo venute alla luce e via via pubblicate in libri e articoli specialistici. Di esse, centoventi, più di un quinto dunque, erano inedite e sono state rinvenute con accurate ricerche svolte in fondi archivistici e bibliotecari nazionali ed esteri. Tutte le lettere, il cui arco temporale va dal 1588 al 1643, sono corredate di note che chiariscono i riferimenti a persone, opere ed episodi specifici, fornendo altresì una fitta trama di rimandi interni che facilitano la consultazione dell’intero corpus del carteggio.
Potrà forse deludere qualche aspettativa scoprire che soltanto poche lettere sono di Galileo o a lui dirette. È bene però sottolineare che il valore di questa nuova raccolta epistolare va individuato nella sua capacità di far emergere un panorama in precedenza poco esplorato: una rete di comunicazione cioè intensa e vivace, popolata di filosofi, astronomi, matematici, teologi, ma anche di artigiani, ambasciatori, cortigiani, nunzi pontifici e sovrani, che si scambiano opinioni e discutono su Galileo e sul significato delle sue opere. Una polifonia di voci insomma, che disegnano una mappa della diffusione e della “fortuna” dell’autore del Dialogo sopra i due massimi sistemi, e la cui estensione geografica copre l’intero continente europeo.
Più nello specifico poi, l’Aggiornamento contiene diversi elementi di novità rispetto a quanto si sapeva già. È il caso, giusto per fare qualche esempio, della fitta corrispondenza intercorsa tra i gesuiti tedeschi sulle osservazioni telescopiche del biennio 1609-1610, o delle numerosissime lettere (ben 77, alcune inedite) che documentano il costante interesse dello scienziato dilettante francese Nicolas Fabri de Peiresc per le dottrine galileiane, così come, dopo il 1633, il suo coraggio nel cercare di convincere le autorità ecclesiastiche a mitigare gli effetti della condanna.
Ma merita anche di essere ricordata una bellissima lettera, mai prima edita in Italia integralmente, scritta il 13 marzo 1610, proprio il giorno della pubblicazione del Sidereus nuncius, dall’ambasciatore inglese a Venezia, Sir Henry Wotton, a Giacomo I, per informarlo della «più insolita notizia» che il sovrano «avesse mai ricevuto da qualsiasi parte del mondo», la scoperta cioè dei quattro satelliti di Giove. Wotton vi accludeva un esemplare dell’opera e, nel darne un dettagliato resoconto dei contenuti al re d’Inghilterra, osservava che a Venezia «se ne parla in ogni angolo della città» e che «l’autore corre il rischio di diventare o estremamente famoso o estremamente ridicolo».
Questa integrazione del carteggio offre inoltre spunti notevoli sui rapporti tra Galileo e i suoi mecenati e protettori, i Medici, aiutando a illuminare aspetti ignoti della sua stessa biografia. Così, una sua lettera del 1° giugno 1616 all’ambasciatore fiorentino a Roma, Piero Guicciardini, ci informa delle spese sconsiderate sostenute durante il soggiorno romano nella primavera di quell’anno, e tali da far dire all’ambasciatore che Galileo si era dato alla «pazza vita». L’Aggiornamento, infine, apre squarci inediti sui contatti tra Galileo e Giovanni di Guevara, uno studioso di questioni meccaniche da lui molto apprezzato. E lo fa ancor di più in merito alle sue relazioni, tutte da approfondire e chiarire, con il padre Niccolò Riccardi, il Maestro di Sacro Palazzo, che fu uno dei protagonisti della complessa vicenda processuale del 1632, in quanto responsabile della concessione dell’imprimatur al Dialogo.
Pochi anni prima di morire Favaro lamentava lo stato di «quasi clandestinità» in cui versava l’Edizione Nazionale, a causa dell’esiguo numero di copie stampate (appena 500) e distribuite per di più fuori commercio. Da allora, ovviamente, le cose sono cambiate: ristampata tra il 1929 e il 1939, e poi nel 1964, l’opera si trova oggi in tutte le più importanti biblioteche del mondo. Non si può tuttavia dire che essa goda di ampia circolazione, anche perché è venduta a un prezzo troppo elevato per i lettori comuni. Sarebbe dunque davvero lodevole, oltre che auspicabile, se la Giunti seguisse il suggerimento, all’epoca caduto nel vuoto, che dava lo stesso Favaro, mettere cioè sul mercato una versione economica dell’Edizione Nazionale.
D’altronde, i buoni esempi non mancano. Basti pensare che dal 1996 Vrin vende i tredici volumi delle Oeuvres complètes di Descartes all’accessibile cifra di 153 euro, praticamente quasi allo stesso prezzo di questo splendido aggiornamento del Carteggio galileiano.
Galileo Galilei, Carteggio (Aggiornamento dell’Edizione Nazionale) , a cura di Michele Camerota e Patrizia Ruffo, con la collaborazione di Massimo Bucciantini, Giunti Editore, Firenze, pagg. 661, € 150

Il Sole Domenica 28.2.16
Lorena Preta e la psicoanalisi
Affrontare l’infelicità indicibile
di Remo Bodei


La nostra esperienza del mondo esterno e interno si scontra con l’impensabile e l’irrappresentabile. I suoi contenuti non giungono, infatti, direttamente e immediatamente alla coscienza, come se fossero immagini riflesse in uno specchio. Arrivano, invece, attraverso filtri che – per selezionarli e situarli nel precedente contesto, per trasformarli in significati – hanno bisogno di attraversare una fase di latenza, di riposizionarsi lungo un intervallo di tempo, anche minimo. Per inciso, una simile operazione diventa sempre più difficile in un’epoca come quella presente, dove si assiste a «un progressivo decadimento della capacità di simbolizzazione» e in cui, per effetto «della rapidità e vorticosità delle innovazioni tecnologiche e culturali, il tempo appare divorato dal futuro, subendo un effetto di trascinamento che non lascia spazio all’elaborazione mentre tutto sembra precipitare verso l’azione».
La nostra vita sperimenta l’incidenza di scarti «brutali» che la scandiscono, di dolorosi processi fisici e psichici non esprimibili e non assimilabili dalla conoscenza, di un nucleo non elaborato, intrattabile e immodificabile, di grumi insolubili di sofferenza. Eccone alcuni: «La vecchiaia che altera il corpo e la mente e sembra cancellare il futuro che non può più neppure essere concepito; la malattia fisica che àncora la mente ai ritmi del corpo sofferente e la rallenta mentre il pensiero continua a scorrere; le separazioni che annientano; l’esperienza del trauma che blocca l’esistenza e rende incapaci di superare l’accaduto; i cambiamenti che attraversano come meteore inaspettate l’orizzonte della vita spezzando equilibri precari, pur rappresentando la “brutalità delle cose” in qualche modo inevitabile e non trasformabile, costituiscono perciò stesso nello psichico l’alternanza e la composizione delle varie forme del vivere».
A maggior ragione, ritroviamo tratti analoghi di indicibilità nelle situazioni psicotiche, in cui ci si identifica, ad esempio, con l’alterità assoluta di un animale, o ci si abbandona, come nei personaggi di Pirandello, al desiderio di perdere se stessi per diventare cose: «Ah, non avere coscienza d’essere, come una pietra, come una pianta!». Eppure, tali residui brutali e inesprimibili, costituiscono il catalizzatore o il lievito che permette ai nostri stessi pensieri, sentimenti e immagini di avere un fulcro e di articolarsi. Che significa, quindi, parlare di «brutalità delle cose» e associare questa espressione alle «trasformazioni psichiche della realtà»?
Con taglio teorico innovativo, Lorena Preta ha affrontato un duplice problema: quello di chiarire la funzione della materia bruta nella nostra esistenza e quello delle strategie volte a catturarla mediante una serie di trasformazioni. Nota e affermata psicoanalista, laureata in filosofia, da sempre interessata alla teoria e alla pratica della creazione artistica e da sempre sensibile alle contaminazioni con altre sfere del sapere tese a creare «ghirlande» di pensieri (ha ideato e a lungo curato Spoletoscienza), l’autrice ha individuato e discusso, con densa e affascinante scrittura, le analogie tra procedure artistiche e teoria e pratica psicoanalitica.
È attraverso una serie di modelli non provenienti dalla psicoanalisi che Lorena Preta assegna alla propria disciplina un ruolo non dogmaticamente autoreferenziale, ma aperto alla cognizione delle esperienze di alterità radicale. La cattura di questi impensabili, di cui non viene cancellata l’intrattabilità, avviene grazie a una struttura artificiale capace – attraverso le sue trasformazioni e deformazioni dell’oggetto preso in esame – di lasciare come residuo quell’eccedenza ineliminabile che chiama «realtà». Con le parole di Francis Bacon in un libro-intervista intitolato, appunto, La brutalità delle cose, si deve «intrappolare la realtà in qualcosa di veramente arbitrario (…) e, se la trappola funziona, scatta, imprigiona il soggetto [sc. l’oggetto da rappresentare pittoricamente] e, alla fine, rimane soltanto la realtà», in cui l’umano e il non umano, si intersecano, mostrando così «la coagulazione del dolore, della disperazione». Proprio perché la grande arte, continua Bacon, è «più vicina alla realtà» e, nello stesso tempo, «vera invenzione», essa non è realistica: da questo punto di vista, «è profondamente ordinata, nasce dal desiderio di riordinare la realtà, incorporando elementi di disordine quali l’istinto o la casualità».
Un altro modello utilizzato è «l’invenzione» del Mediterraneo da parte di Fernand Braudel: «Se fino ad allora si poteva pensare quel mare come un bacino in cui si affacciavano le varie civiltà, o un insieme di stati e popolazioni, ora li si vede come l’origine e allo stesso tempo il motore propulsivo delle differenti culture, molto più che un denominatore comune che consente la loro chiave di lettura (anche se in realtà non è possibile trovare il Mediterraneo inteso in questo senso nelle carte geografiche e neanche nella storia). È così che un modello riesce ad essere insieme strumento d’interpretazione della realtà ed artefice della stessa».
Un ultimo modello è quello della descrizione del nostro pianeta che, nelle parole di Franco Farinelli, subisce una «triplice trasformazione» nella geografia: «il mondo viene ridotto alla Terra, la Terra alla sua superficie e quest’ultimo a una tavola». Queste trasformazioni lasciano però un residuo che cattura la realtà anche se non le somiglia, allo steso modo in cui una musica suonata dal vivo non somiglia a quella rappresentata sul pentagramma o ai solchi incisi su un disco.
In campo psicoanalitico il compito diventa allora quello di creare una tensione tra tale residuo e i processi creativi, mostrando come la realtà esterna possa diventare interna senza essere cannibalizzata dal soggetto. Vale a dire, nello specifico, come le cose siano irriducibili alle idee nella loro presunta fissità e come possano entrare in maniera processuale nella mente ed estenderne la potenza. La psicoanalisi non mira tanto a cambiare l’essenza del paziente, quanto a trasformare le sue relazioni con se stesso e con gli altri. Nel linguaggio di Freud: a trasformare la loro infelicità patologica in un’infelicità normale.
Lorena Preta , La brutalità delle cose. Trasformazioni psichiche della realtà , Mimesis, Milano-Udine, pagg. 134, € 14

Il Sole Domenica 28.2.16
Euroscienze
Le origini del cervello criminale


Speriamo che ci riesca un brillante neuroscienziato dell’Università della Pennsylvania a sdoganare nel nostro Paese un campo di studi tra i più affascinanti, ma ancora inviso: la neurocriminologia. Il testo è Anatomia della violenza, volumone da leggersi tutto d’un fiato, grazie all’incredibile verve narrativa del suo autore, Adrian Raine. Quanto può esserci di più intrigante che addentrarsi nel cervello di un criminale? Quante volte ci saremo chiesti, davanti al più disarmante fatto di cronaca: che diamine sarà passato a quell’uomo, apparentemente così “normale”, per la testa? Eppure, il pregiudizio è dietro l’angolo (determinista!), soprattutto se si scopre che Raine patteggia per un referente storico tutto nostrano. Personaggio scomodo, ma degno di rivalutazione, nemico numero uno per una schiera così ampia di detrattori che si ha timore a menzionarlo: sì, proprio lui, Ezechia Marco detto Cesare Lombroso.
Quella biologistica è una sterzata recente anche per la criminologia americana, ma che pure a fasi alterne ha introiettato alcune intuizioni lombrosiane (Raine è debitore a Marvin Wolfgang e Thorsten Sellin). Sia chiaro, una filiazione da intendersi con i dovuti accorgimenti metodologici e teorici che competono allo scienziato del ventunesimo secolo.
Raine capovolge egregiamente l’obiezione anti-biologista: se anche la biologia non spiega completamente il crimine, e dobbiamo estendere opportunità sociali e istruzione, che come noto diminuiscono gli indici del crimine, siamo sicuri che i soli fattori sociali siano tutto ciò che occorre conoscere sull’origine della violenza? O siamo rimasti inviluppati tra le trame contorte di una certa sociologia intransigente, che nel merito di opporsi a ingiustizie e discriminazioni, ci ha blanditi distraendoci dalla ricerca di una spiegazione più attendibile, che inevitabilmente richiede di comprendere la componente di natura? Questo libro la natura del criminale la scandaglia finemente. Anzitutto si noti: non tanto del criminale generico, non dell’occasionale e deliberato trasgressore o oppositore di regole convenzionali (si lascino stare, per favore, indigenti e rivoluzionari!), ma di una specifica categoria: i violenti, i manipolatori, gli impulsivi. Psicopatici o sociopatici, che dir si voglia. Sono malati? Non così semplice rispondere. E non si pensi solo a sadici o assassini habitué, perché è bene riconoscere che l’aggressività in varie forme è seminata dalla natura in modo subdolo in ognuno di noi. Le risposte a stimoli minacciosi possono condurci a reagire d’impeto, ma anche ad abbracciare posizioni che non assumeremmo mai “a freddo”. E così il più compito e beneducato può diventare vendicativo, traditore, meschino e mosso dalle circostanze può favorire retributivismo, tortura, pena di morte. Sapete che la probabilità di essere uccisi il giorno del proprio compleanno è 100 volte maggiore a che accada un altro giorno? O che quella di morire per mano dei propri genitori è altissima nel primo anno di vita? Non dimentichiamoci del cervello della vittima. Perché alcuni e non altri finiscono spontaneamente tra le grinfie di incantatori o di aguzzini?
Non si tratta di mettere alla berlina nessuno, ma di capire, e di aiutare, perché invisibili semi possono diventare arbusti inestirpabili su alcuni terreni incoltivati, e proprio il complesso funzionamento dei nostri umani processi neurologici, molti di questi inconsci e automatici, di fronte ad eventi prorompenti può finire col manomettere quel congegno dall’equilibrio precario che è il nostro sistema nervoso. I genitori tirino un parziale sospiro di sollievo perché dopo i 9 anni cresce l’influenza dell’ambiente esterno sul cervello dei bambini, cioè dei loro pari, rispetto a quello familiare - scoperta del gruppo di Raine.
Raine ci racconta di evoluzione, di istinti primordiali e atavici cari al Lombroso, ma anche di come alcuni ambienti favoriscano la selezione naturale di egoisti mentre in altri a cavarsela meglio sono inguaribili filantropi; di genetica comportamentale, di interruttori silenti iscritti nel nostro corredo dalla nascita; di anatomia, funzionamento e interazione complessa dei meccanismi del cervello del violento e del bugiardo; di fattori di rischio nel corso dello sviluppo, compresi traumi, infezioni, agenti fisico-chimici e malnutrizione; di epigenetica e puzzle biosociali che compongono disegni spaventosi.
Nella diatriba sociologia vs. biologia della violenza emerge qualcosa di interessante, e cioè che a volte la spiegazione eziologica (cioè la causa scatenante) è condivisa. Scarsità di risorse o condizioni ambientali avverse accendono micce esplosive. Ma i due schieramenti non condividono le basi costitutive del fenomeno, che dipende da come siamo fatti, dicono quelli come Raine.
Che farne allora di tutte queste informazioni e di quante ancora ne raccoglieremo?
Non ci resta che fare i conti con condizioni indignitose delle carceri, detenuti tutt’altro che riabilitati, vittime inermi, educatori impacciati di fronte a ingestibili bulli, capiufficio molestatori, famiglie e relazioni disastrose, sforzi e frustrazioni degli operatori di assistenza, ma anche con tanta diffusa disinformazione e arretratezza, e non tanto tra la gente comune ma anche tra intellettuali e politici, che si fanno spesso promotori di riforme inadeguate.
Non nascondiamo la testa sotto la sabbia, perché queste teorie ci danno importanti indicazioni. Non esistono strade tracciate o sicure. Magari mi sottrarrei dal prefigurare, come fa Raine, scenari di screening preventivi di genomi e cervelli o di brevetti genitoriali. Su questo, una serie di ambiti dalla neuroclinica (curare e come i violenti?) al neurodiritto (quanto e come punirli?) alla neuroetica (fino a dove è lecito spingerci?) hanno il dovere di confrontarsi per arginare abusi che ledano le libertà delle persone. È però il momento che queste conoscenze comincino a circolare seriamente e a maneggiarsi proficuamente.
Adrian Raine, L’ anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine , Mondadori, Milano, pagg. 548, € 23,80

Il Sole Domenica 28.2.16
150 anni dalla nascita del filosofo (1866-1952)
Croce e il suo amico Einstein
Divisi su concetti e pseudoconcetti ma uniti sui temi politici: entrambi erano preoccupati dalle sorti dell’Europa
di Vincenzo Barone


«La gente si lamenta che la nostra generazione non abbia filosofi. Non è assolutamente vero: solo che i filosofi, oggi, stanno in un’altra Facoltà, e si chiamano Planck e Einstein». Così si esprimeva nel 1911 un illustre intellettuale tedesco, il teologo e storico Adolf von Harnack, nel suo discorso di insediamento alla presidenza della Società Kaiser Wilhelm.
Il dominus del pensiero nostrano, Benedetto Croce, era di parere opposto: riteneva che gli scienziati dovessero fare il loro mestiere – cioè «maneggiare e classificare» –, senza intromettersi in faccende riguardanti la filosofia e il «vero». In quello stesso 1911, il matematico Federigo Enriques organizzò a Bologna il IV Congresso Internazionale di Filosofia. Chiamò a parteciparvi i più importanti filosofi dell’epoca, ma anche grandi scienziati come Peano, Poincaré, Langevin (quest’ultimo, dovendo parlare di relatività a una platea di umanisti, introdusse proprio in quell’occasione il cosiddetto «paradosso dei gemelli»).
Croce presenziò con un certo fastidio alle sessioni del congresso. Durante il viaggio di ritorno, rilasciò una famosa intervista in cui, senza mezzi termini, accusava Enriques di incompetenza e di dilettantismo filosofico. «Si addossa le fatiche dei congressi dei filosofi, meritorie quanto sarebbero meritorie e disinteressate le mie, se organizzassi congressi di matematici», disse. Enriques, però, era uno storico e filosofo della scienza di prim’ordine, mentre la matematica di Croce non andava oltre le quattro operazioni. Né il pensatore napoletano riteneva opportuno approfondire le scienze astratte ed empiriche, alle quali non attribuiva valore conoscitivo. Ancora nel 1951 (quando ormai la rilevanza concettuale delle scoperte scientifiche del Novecento era incontestabile), parlava di una «tranquilla rivoluzione filosofica» compiutasi nella prima metà del secolo, che sarebbe consistita nel fatto che «le scienze naturali e le discipline matematiche, di buona grazia hanno ceduto alla filosofia il privilegio della verità ed esse rassegnatamente, o addirittura sorridendo, confessano che i loro concetti sono concetti di comodo e di pratica utilità, che non hanno niente a che vedere con la meditazione del vero».
Com’era scontato, Croce non avvertì il bisogno di esprimere un’opinione sulla teoria della relatività, neanche quando, nei primi anni Venti, in occasione della venuta in Italia di Einstein (su invito proprio di Enriques), molti altri filosofi italiani (per esempio, Antonio Aliotta, Annibale Pastore, Francesco Orestano) ritennero di pronunciarsi. Ruppe parzialmente il silenzio solo nel 1929, in un breve scritto di commento a un libro dello studioso tedesco Alexander Maria Fraenkel, Le scienze naturali nella filosofia di Benedetto Croce (tradotto per Laterza solo nel 1952). Convinto dell’impossibilità di principio di una filosofia della natura, Croce si diceva scettico riguardo al tentativo, attuato da Fraenkel, «di dimostrare che il progresso della scienza, che sarebbe rappresentato soprattutto dalla dottrina della Relatività, ha importanza filosofica e trasforma profondamente la vecchia scienza fisica e naturale, rendendo possibile per la prima volta in questo campo, non il semplice ordinamento classificatorio dell’esperienza, ma il giudizio dell’individuale, affatto analogo al giudizio storico a cui mette capo la Filosofia dello spirito». «Non oso decidere - aggiungeva retoricamente - se abbia ragione esso [Fraenkel] o l’Einstein con gli altri matematici e fisici della nuova scuola; esso che chiama filosofiche le loro scoperte e filosofi quegli scienziati; quelli che protestano contro l’interpretazione filosofica delle loro escogitazioni». Croce era nel giusto quando respingeva come priva di senso l’interpretazione soggettivistica della relatività, ma lo faceva solo per difendere la purezza dell’idealismo, visto che considerava i concetti della teoria einsteiniana, come tutti i concetti scientifici, nient’altro che «pseudogiudizi riferiti a una fictio». Del tutto infondato, poi, era l’agnosticismo filosofico che pretendeva di attribuire al padre della relatività: con buona pace di tutti gli idealisti, era stato Einstein – assieme ad altri fisici come Schrödinger, Heisenberg, Dirac - a compiere la vera (e non così tranquilla) rivoluzione filosofica del Novecento.
Croce e Einstein non potevano evidentemente incontrarsi sul terreno della scienza e della filosofia, ma trovarono elementi di intesa e di stima reciproca nel campo della politica e degli ideali civili. I due si conobbero a Berlino nel 1931, scoprendo di condividere lo stesso sentimento di preoccupazione per le sorti dell’Europa. Anni dopo, nel 1940, quando la tragedia della guerra si stava già consumando, contribuirono entrambi a un volume sulla libertà (Freedom: its meaning), edito a New York, che raccoglieva gli interventi di molti altri grandi intellettuali dell’epoca. Nel 1944, all’indomani della liberazione di Roma, Einstein inviò a Croce una lettera di stima e di incoraggiamento per l’importante ruolo che il filosofo stava svolgendo nella ricostruzione della democrazia italiana (la lettera, assieme alla risposta di Croce, fu pubblicata dapprima in opuscolo e poi nella raccolta crociana Pagine Politiche, Laterza, 1945). «Mi consolo – scriveva il grande fisico – nel pensiero che Ella è ora presa da occupazioni e sentimenti incomparabilmente più importanti, e particolarmente dalla speranza che la sua bella patria sia presto liberata dai malvagi oppressori di fuori e di dentro». E proseguiva: «La filosofia e la ragione medesima sono ben lungi, per un tempo prevedibile, dal diventare guide degli uomini, ed esse resteranno il più bel rifugio degli spiriti eletti; l’unica vera aristocrazia, che non opprime nessuno e in nessuno muove invidia, e di cui anzi quelli che non vi appartengono non riescono neppure a riconoscere l’esistenza».
Croce rispose cordialmente, dicendo di aver dovuto prendere temporaneo commiato da quel mondo spirituale di cui parlava Einstein, per partecipare direttamente alla vita politica e allo sforzo collettivo per la rinascita del paese. La filosofia, osservava, «è un’azione mentale, che apre la via, ma non si arroga di sostituirsi all’azione pratica e morale, che essa può soltanto sollecitare». Alla fine della lettera, si scusava con l’illustre amico per essersi dilungato in ragionamenti: «Naturam expelles furca, tamen usque recurret» («Potrai scacciare la natura con la forca, ma essa ritornerà sempre»), scriveva, citando Orazio e riferendosi alla natura del filosofo, «che distingue e teorizza». La stessa massima, ironicamente, potrebbe applicarsi al suo spiritualismo: scacciata dalla forca del Filosofo, la Natura finisce sempre per tornare.

Il Sole 28.2.16
Quante storie per la Storia
La materia non è una successione di date e nomi ma il racconto del vissuto di donne e uomini
di Sergio Luzzatto


«Le teorie di Martin Lutero ottennero larga diffusione grazie all’invenzione della stampante». «I parlamentari risposero al fascismo con la recessione dell’Avellino». «La fine della Seconda guerra mondiale è stata determinata dallo sbarco in Lombardia». Gli strafalcioni – in questo caso, un florilegio di quelli raccolti all’esame di maturità del 2015 – stanno tutti lì, a portata di clic. E illustrano le dimensioni del problema. Ma non si tratta di ricominciare qui, una volta di più, il vecchio gioco al massacro. Il gioco paternalistico del bestiario, dove adulti che “sanno” registrano sia i vertiginosi abissi di ignoranza degli studenti d’oggidì, sia i picchi vertiginosi della loro fantasia, in una versione aggiornata e liceale dell’Io speriamo che me la cavo.
Piuttosto, si tratta di misurare la difficoltà in cui gli insegnanti si trovano (oggi come ieri, o forse più di ieri) nel veicolare un messaggio. Il messaggio che la Storia non è soltanto quella roba lì: una galleria di nomi più o meno altisonanti, e una successione di date da imparare a memoria. Il messaggio che la Storia è, semplicemente, la derivata di un rapporto: il rapporto fra passato e presente. E che solo una familiarità con tale rapporto può conferire al vissuto dei ragazzi il suo giusto spessore. Sottraendoli all’esperienza ingannevole di un presente ultrapiatto. Svelando, nel loro presente di individui, le tracce di un passato condiviso. Facendo entrare in risonanza – nella loro testa, ma anche nel loro cuore – gli ultrasuoni della storia e i suoni della memoria.
Perché, nella scuola italiana di oggi, riesce così difficile trasmettere questo semplice messaggio? Perché i ragazzi delle superiori appaiono oggi tanto sordi agli ultrasuoni della Storia? E perché quegli stessi ragazzi risultano invece – non appena usciti dall’aula – consumatori addirittura voraci di Storia e di storie? Perché rigettano tutto del manuale scolastico, mentre al computer guardano e riguardano Troy, alla Playstation si divertono a colpi di Total War? Perché ignorano le fasi della Prima come della Seconda guerra mondiale, ma si passano di mano in mano l’una o l’altra graphic novel, si scaldano con il trisnonno di Gipi o con la nonna di Zerocalcare? Perché fanno circolare sui social la foto di copertina del romanzo di Carlo Greppi, Non restare indietro? Protetto dal suo cappuccio, un ragazzo guarda attraverso il finestrino di un treno e vede, dietro al disegno sul vetro di un emoticon irrisolto, l’ingresso di Auschwitz.
«“Figo, no?” “Figo cosa?” “Andare laggiù.” “Non lo so, Kappa. Sono appena arrivato, poi... vabbe’, non so.” “Oh, ti ricordi alle medie? Sembrava ci fosse solo Anna Frank”». Tratto dal libro di Greppi (un giovane storico che ha organizzato per anni i Treni della Memoria, e ne ha scritto adesso il romanzo di formazione), questo scambio vale a sottolineare i termini del problema. Alle medie, sembrava ci fosse solo Anna Frank. Perfino il documento sulla Shoah più parlante di tutti, e tanto più alle orecchie di lettori adolescenti, perfino quello rischia di rimanere, se letto a scuola, lettera morta. Anzi: soprattutto se letto a scuola. Perché il più delle volte – o sempre, per la maggior parte degli insegnanti – leggere significa studiare. Cioè ragionare e memorizzare, anziché partecipare e sentire. E il più delle volte – o sempre, per la maggior parte dei ragazzi – studiare significa staccare la spina.
Il problema è questo: la difficoltà in cui la scuola si trova nell’offrire ai ragazzi (come ha scritto Enrica Bricchetto, in quel luogo meritorio che è il sito didattico Historia Ludens) «proposte di senso». E anche – si vorrebbe aggiungere – proposte di sensi: una Storia da consumare là fuori con i sensi perennemente all’erta, l’udito e la vista, il tatto e l’olfatto, più che da recitare alla cattedra con voce stentorea, o da ruminare a testa bassa sbirciando i nomi e le date sul libro di testo. Il problema è saper condividere con i ragazzi l’evidenza per cui il programma di Storia trabocca di «questioni sensibili», che variamente sollecitano, interpellano, lacerano la nostra attualità: dalle Crociate all’11 settembre, passando attraverso i Lumi o la Resistenza, il capitalismo o il comunismo, il crocifisso o il velo, la Controriforma o le foibe. E la vera sfida non consiste nell’evitarle, le questioni sensibili, in uno slalom del didatticamente corretto: la vera sfida consiste nell’esplorarle.
Così, l’insegnante civilmente motivato non avrà ragione di temere quello che un grande studioso francese del Novecento indicava come il peccato mortale dello storico di mestiere: l’anacronismo. Al contrario, il buon insegnante farà bene a imparare da altri grandi storici del Novecento la pratica di un “anacronismo controllato”. Secondo il ragionevole principio per cui il passato può parlarci soprattutto se raggiunto attraverso un percorso a ritroso, se interrogato a partire dalle domande del presente. Qualunque cosa vogliano dirne – un giorno sì e l’altro pure – i sussiegosi cultori di un’archeologia del sapere, o gli immarcescibili l audatores temporis acti.
Adusi a criticare sempre e com unque le riforme scolastiche di biechi «pedagogisti», e le indicazioni ministeriali di famigerati «burocrati», i laudatori del buon tempo antico hanno elevato a bersaglio una didattica per «competenze» anziché per «conoscenze»: ne hanno fatto la ragione di tutti i mali, o di quasi tutti. Senonché, almeno per la didattica della Storia, una simile eziologia spiega poco o nulla. Come ha notato il gran maestro di Historia Ludens, Antonio Brusa, in Italia – a differenza che in altri sistemi educativi – i programmi di Storia sono rimasti incentrati (fortunatamente) sulle «conoscenze generali».
Senza lasciarsi confondere dalla falsa dialettica competenze vs conoscenze, il buon insegnante potrà scommettere piuttosto – per coinvolgere i ragazzi – su un sostantivo plurale anziché singolare, e su una lettera minuscola anziché maiuscola. Potrà scegliere di muovere dalle storie per spiegare la Storia. Cioè di muovere dagli uomini e dalle donne in carne e ossa, dalle persone prima ancora che dai personaggi. E dalle situazioni di vita, dai passati ignari del futuro, prima ancora che dalle svolte periodizzanti. Potrà cercare di raccontare Francesco, quando ancora non era diventato san Francesco. Di raccontare madame Curie, quando ancora si chiamava Maria Sk?odowska. Di raccontare Eichmann, quando ancora non era altro che Adolf Eichmann.

Il Sole Domenica 28.2.16
Grecia classica
L’evoluzione della democrazia
di Paolo Pombeni


Quello sul “modello” costituito dalle democrazie della Grecia classica appartiene ai dibattiti infiniti. Capire cosa si sia veramente inteso con quel termine, indubbiamente creato in quel contesto, non è impresa facile visto l’uso e l’abuso che si è fatto delle ricostruzioni storiche e della sequela delle loro interpretazioni. Sempre più la domanda è stata se davvero i sistemi di governo che si affermarono durante l’età classica in quelle aree possano essere considerati gli antesignani del modo moderno di intendere la parola, o se si sia trattato invece di degradazioni che oggi chiameremmo populiste di contesti di governo che prima avevano conferito il potere ai migliori, sia pure con un certo appoggio popolare.
È dunque benvenuto questo agile libro di un grecista di vaglia come Maurizio Giangiulio che davvero mette a posto il tema per tutti coloro che vogliono capire questo passaggio tanto cruciale quanto delicato del percorso politico dell’Occidente. L’autore ha una più che notevole competenza sul tema, ma ha scritto un libro dove il rigore scientifico non va a scapito di una costruzione ben accessibile anche a chi non è uno specialista di storia dell’antichità classica.
Il punto di partenza è duplice: da un lato la grande questione sulle differenze, per dirla con una formula classica, fra la libertà degli antichi e la libertà dei moderni; dall’altro il peso che sul giudizio circa la natura della democrazia in Grecia esercitarono le opere dei suoi critici, a cominciare da quelli più illustri come Platone e Aristotele. Giangiulio riporta la tematica alle sue profonde origini storiche, cioè l’evoluzione socio-economica di Atene, il cui potere in crescita si basava sempre più sia sull’esercito (gli opliti, cioè la fanteria pesante) sia sulla flotta, un’imponente struttura che arrivò al numero di 180 navi che nella famosa battaglia di Salamina imbarcavano fra i 20 e i 30mila addetti (ma che arrivarono poi a 50mila nei decenni seguenti).
Con una economia in espansione che si organizzava attorno al porto del Pireo con la sua costellazione di mestieri che lo rendevano efficiente, e con il coinvolgimento nella potenza militare diventava difficile escludere la partecipazione dei cittadini alle decisioni comuni. L’autore sfata la tesi che si trattasse di cittadini per così dire indolenti, che potevano vivere sfruttando il lavoro degli schiavi. Se esisteva indubbiamente una parte di economia a base schiavile, gran parte del popolo politicamente attivo era fatto di soggetti che esercitavano professioni per guadagnarsi la vita.
Ovviamente la democrazia in Atene, che è il suo luogo principe, non è un istituto fisso nel tempo, ma un sistema che viene evolvendosi in circa due secoli di storia. Al centro di questo percorso sta la figura di Pericle, l’ottimate che diventa il “principe democratico”. Ma poi il sistema si modifica e deve affrontare il tema del pagamento delle cariche, perché la politica sottrae tempo al lavoro e dunque reddito a chi le esercita.
La forza modellistica, almeno fino a un certo punto, della vicenda ateniese è testimoniata da quel che avviene in alcune città della Magna Grecia. I capitoli dedicati a Siracusa, Crotone, Turi e Taranto sono di grande interesse per capire proprio le geometrie variabili, se ci è consentita questa espressione, che ha trovato la forma democratica nel contesto delle colonie greche in terra italiana. Particolarmente interessante il caso di Turi, che è una sorta di “città progettata”, sul piano urbanistico da Ippodamo di Mileto e sul piano degli ordinamenti politici da Protagora di Abdera.
Un bel libro questo, che, senza indulgere ad alcun cedimento a facili parallelismi con l’attualità, ci riconsegna in maniera vivace e affascinante un percorso centrale nella formazione del Dna della coscienza politica occidentale.
Maurizio Giangiulio, Democrazie Greche. Atene, Sicilia, Magna Grecia , Carocci, Roma, pagg. 182, € 17

Il Sole 28.2.16
Religione & politica
Il punto sull’Islam
di Vittorio Emanuele Parsi


L’agile volume di Riccardo Redaelli, professore di Storia e istituzioni dell’Asia all’Università Cattolica e iranologo conosciuto e affermato, affronta senza timidezze un tema quanto mai complesso e attuale. Dietro quello indicato dal titolo dell’agile volume (il rapporto tra islamismo e democrazia) sta in realtà una riflessione più ampia sulle peculiarità che rendono così difficile l’affermazione della democrazia nei Paesi a maggioranza musulmana. Non si tratta evidentemente solo della declinazione politica della religione islamica, “l’islamismo” cui si riferisce il titolo del libro, anche se «è innegabile come l’interpretazione corrente dei precetti islamici (…) ponga numerosi problemi nel rapporto con la modernità e con i concetti occidentali di democrazia e libertà» (p. 93). Infatti, contemplando quanto è apparso tristemente confermato anche dall’esperienza delle primavere arabe, l’autore sottolinea come al «fallimento dei tentativi di democratizzazione dei regimi usciti dal processo di decolonizzazione» si contrapponga un discorso politico islamista che «non si è rivelato più soddisfacente di quello degli autocrati che volevano abbattere» (pp. 95 e 96).
Redaelli non pretende di fornire la soluzione, di indicare la rotta attraverso cui società così geograficamente vicine alle nostre possano trovare la propria via all’edificazione di regimi politicamente responsabili e in grado di rispondere, innanzitutto, alle esigenze di libertà, rappresentanza e buon governo delle proprie stesse popolazioni. Il suo lavoro però contribuisce a decostruire una serie di devastanti luoghi comuni sull’islam e la sua relazione con la politica, la cui sempre più diffusa circolazione rischia di edificare muri concettuali ancor prima che fisici tra l’Occidente e un mondo islamico descritto come monolitico e immobile. Affrontato questo tema nel primo capitolo, l’autore ci conduce attraverso la tensione tra l’idea di Stato-nazione, la realtà istituzionale lasciata al mondo arabo dall’esperienza coloniale, e i due miti autoctoni che tale realtà hanno sfidato: l’umma dei fedeli e il panarabismo, due concezioni molto diverse – religiosa la prima, laica e progressista la seconda – ma entrambe accomunate dal tentativo di contestare la legittimità dello Stato post-coloniale.
Il terzo capitolo del libro è invece dedicato alla questione della difficile applicazione del modello democratico occidentale di rappresentanza in quelle che per l’autore sono società frammentate, caratterizzate cioè da pluralità etno-religiosa e culturale, o fortemente tribalizzate. Nell’opinione di Redaelli, in questo tipo di società «la limitazione del potere non scorre tanto in senso verticale (popolo-potere politico), quanto orizzontale, ossia fra comunità etno-religiose diverse che vivono dentro i confini di un medesimo Stato, ma che mantengono la percezione di barriere culturali e identitarie fortissime» (p.63).
L’ultimo capitolo infine presenta succintamente ma efficacemente i tre modelli di «islamismo politico realizzato»: quello iraniano, quello saudita e quello pseudo-califfale di al-Baghdadi, sottolineando come nessuno di questi possa essere definito di successo nella via di costruire un modello di “Stato islamico” capace di rispondere alle sfide poste dalla modernità.
Che se ne possano condividere in toto o parzialmente le tesi, il libro di Redaelli si segnala come una lettura fondamentale per chi desideri iniziare un viaggio all’interno delle molteplici forme assunte dall’islamismo politico e si raccomanda per la sua capacità di infrangere tanto le rappresentazioni più becere dell’islam quanto il coro reticente del politicamente corretto, che spesso minimizza le contraddizioni e i gravi ritardi del pensiero politico e delle prassi istituzionali prevalenti nelle società musulmane.
Riccardo Redaelli, Islamismo e democrazia , Vita e pensiero, Milano, pagg. 102, € 10

il manifesto Alias 28.2.16
Céline, il pigmalione igienico-morale
Louis-Ferdinand Céline: escono, da Adelphi, «Lettere alle amiche». Negli anni trenta Céline ha rapporti amicali e carnali con molte donne: che il suo cinismo tratta, insieme, con sordida opacità e leggerezza
di Massimo Raffaeli

Nello sguardo di Louis-Ferdinand Céline, che era quello di uno gnostico o forse di un cataro, la pésanteur e la grace, sordida opacità e leggerezza lievitante, si spartivano equamente il campo della percezione: da un lato lo investiva il peso di un mondo asservito alla carne, agli appetiti elementari (gli stessi che murano il fosco orizzonte del Voyage o di Mort à crédit) dall’altro lo smaltiva uno stile pulsionale ma stilizzato al ritmo dello spasmo interiore, quasi una musica dell’essere, sussultante e compulsiva, portata ai limiti della gratuità. Infatti, per autoassolversi, Céline giurava di non avere idee e si vantava altresì di una sua invenzione esclusiva, l’emozione stilizzata in pagina, la petite musique, la danza in prosa. È noto che a Parigi, negli anni trenta, si appostava nella scuola di danza di Madame Alessandri come un Degas vizioso, dove oggetto della sua scopofilia era il corpo delle giovanissime ballerine, solo linee incise e muscoli vibranti, come è noto che elesse a donne della propria vita due danzatrici di plastica eleganza, prima l’americana Elizabeth Craig, cui è dedicato il Voyage, poi Lucette Almanzor detta Lili, che gli sarà vicino da compagna/moglie/musa negli anni della guerra, della prigionia in Danimarca e nell’esilio terminale di Meudon.
Nell’interregno fra Elizabeth e Lili (il che significa fra il successo clamoroso del Voyage, 1932, e la pubblica infamia di Bagatelle per un massacro, il suo vomito antisemita del 1937) Céline ha rapporti amicali, sentimentali e carnali con un cospicuo numero di donne e ne reca ampia traccia il volume Lettere alle amiche (a cura di Colin W. Nettelbeck, Adelphi, «Piccola biblioteca», pp. 257, euro 15.00) che esce in italiano nella splendida versione di Nicola Muschitiello, un poeta già allievo di Guido Neri e rinomato traduttore fra gli altri di Baudelaire. Sono circa centoquaranta missive indirizzate a una decina di corrispondenti, un microuniverso cosmopolita di donne in genere più giovani di lui che ha appena valicato i quarant’anni, il dottor Destouches, medico nella banlieue rossa di Clichy, che ancora stenta a firmarsi in privato Céline. E fra costoro spiccano: Erika Irrgang, studentessa tedesca e futura scrittrice; Lucienne Delforge, pianista di caratura internazionale, giovanissima, l’unica forse che gli abbia suscitato qualcosa di simile all’amore nel senso corrente; Evelyne Pollet, giornalista e scrittrice di Anversa, una sua fan, e però di vena intimista, che nel dopoguerra ritrarrà dal vero la loro relazione nel romanzo Escaliers; Karen Marie Jensen, ballerina danese, sua eterna confidente nonché tramite bancario dei diritti d’autore depositati, in lingotti d’oro, a Copenaghen, dove Céline verrà arrestato nel dicembre del ’45 per l’accusa di collaborazionismo; infine colei che è cifrata nel libro con «N.», un’ebrea austriaca, ginnasta dal fisico scultoreo, legata agli ambienti della psicoanalisi ed in particolare ad Annie, l’ex moglie di Wilhelm Reich.
Con rare eccezioni, l’atteggiamento di Céline è costante e per sé tiene la parte di un Pigmalione che prodighi consigli d’ordine igienico e morale chiedendo in cambio affetto e una disponibilità fisica indenne comunque da legami ufficiali o, peggio, da pretese matrimoniali. In altri termini, egli è il cinico che conosce tutto della vita e non si fa più illusioni ma è un cinico che raccomanda alle sue donne (il tono è sempre quello di chi si rivolge a delle protette o a delle elette) un matrimonio borghese e rassicurante il quale garantisca loro un culto spregiudicato del corpo e la piena libertà di goderne. Nella igiene raccomandata dal dottor Destouches non rientrano né il pensiero astratto né la soverchia concretezza di una gravidanza. Questo il consiglio profilattico e ben paradossale che dà ad Erika il 21 giugno del ’32: «Usi tutte le sue armi, tutt’insieme, tutte, il sesso, il teatro, la cultura, il lavoro. Ma si mantenga in salute. Niente amore senza preservativo, ALTRIMENTI DA DIETRO».
Céline, mascherandosi da vecchio inerte e acciaccato, da nichilista cui il futuro è per sempre ostruito, non lesina rilievi sul presente e tende a usare le sue donne (pari a chiunque altro, sappiamo dall’epistolario) come specchio ustorio e barra d’appoggio per riflessioni che soltanto nei libelli o nei romanzi verranno totalmente stilizzate: alla Pollet, chiedendole riproduzioni di Bosch e di Brueghel, raccomanda di attenersi nello stile a un «tono irresistibil»”, a «N.» confessa interessi freudiani e domanda una copia di Trauer und melancholie, alla Jensen, reduce da un viaggio negli Stati Uniti all’inizio del ’37, comunica di essere passato dalla Scuola di Balanchine e ribadisce la passione rapinosa, quasi una coazione voyeuristica, per le ballerine: «Lì sì che ci sono belle donne! Oh! Oh! Una meraviglia! Che agilità! Che miracolo! Proprio al limite estremo dello spirito! La raffinatezza del corpo in maniera assoluta!». Ogni altro rilievo, ogni notizia concernente la letteratura, nel prosieguo di quella che ormai è una carriera, rimane desultorio o sullo sfondo, e infatti si pronuncia en passant anche su argomenti ideologici e politici (più che altro per compatirsi e autoassolversi) così sbadatamente accostati che il carteggio, ad esempio, con «N.» viene chiuso da una gaffe a dir poco criminale: nel febbraio del ’39, alla notizia della morte del marito di lei, un ebreo annientato nel campo di Dachau, il firmatario di Bagatelle non ha altro da addurre se non l’elenco delle persecuzioni di cui il medico Destousches sarebbe vittima (da parte di comunisti ebrei, o viceversa) nel dispensario di Clichy, concludendo la lettera con un ineffabile «Vede che anche gli ebrei sono dei persecutori… purtroppo! Qui siamo letteralmente invasi, sa, e per giunta ci esortano apertamente alla guerra».
Va detto per inciso che «N.» si chiamava in realtà Cillie Pam e che il suo nome è già svelato nella biografia Céline. Entre haines et passion di Philippe Alméras del ’94 edita in Italia da Corbaccio tre anni dopo. Qui il curatore Nettelbeck, nella introduzione come nelle note, è invece costretto al silenzio perché Cillie Pam, ancora viva, non intende comparire col suo nome nelle Lettres à des amies che escono da Gallimard («Cahiers Céline», n. 5, una collana di contributi documentari e specialistici) nell’ormai lontano 1979: fatto sta che oggi Adelphi ne propone testo e apparati pari pari ignorando decenni di filologia céliniana e, nel qual caso, il volume complessivo delle Lettres (1907–1961) edito nella Pléiade, 2009, a cura di Henri Godard con la collaborazione di Jean Paul Louis. Un simile e piuttosto discutibile anacronismo editoriale non toglie che Céline rimanga Céline specie se doppiato da un autore del rango di Nicola Muschitiello, appunto un Céline dell’eterno femminino, l’astuto cascamorto, il guardone, l’uomo della assoluta pesantezza che scruta e allucina nel corpo femminile, nella sua stilizzazione più compiuta, l’incarnazione della musica. O, meglio, di una utopia artistica finalmente libera dalla legge di gravità, dal peso delle cose e degli esseri in terza dimensione.
Poco dopo il Voyage, mettendo mano alla farsa grossa dal titolo L’Eglise, Céline vi aveva introdotto il passaggio, autoriferito, che vale una poetica e suona più o meno in questo modo: «Ah Ferdinand! finché vivrete, voi andrete tra le gambe delle donne a chiedere il segreto del mondo!

Il Fatto 28.2.16
C’era una volta l’Urss
Le stagioni del sangue nelle segrete dell’Nkvd
Ekaterinburg NellacittàdovelapoliziasegretadiStalinuccideva
gli oppositori, si santificano lo zar Nicola II e Sverdlov, che lo fece fucilare
di Giuseppe Agliasro

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La Stampa 28.2.16
Non hai capito cosa sono le onde gravitazionali? Qui te lo spiegano

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La Stampa 28.2.16
La teoria della relatività di Einstein spiegata in 2 minuti

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