giovedì 31 dicembre 2015

La Stampa 31.12.15
Un nemico non è per sempre
Etichettare come “barbaro” e “mostro” chi oggi ci aggredisce è sbagliato: come ha insegnato Mandela è più utile cercare il barlume di umanità che è in lui
di Tzvetan Todorov


Durante la mia infanzia e adolescenza in Bulgaria, paese che apparteneva allora al «campo comunista», soggetto quindi a un regime totalitario, il concetto di «nemico» era uno dei più necessari e utilizzati. Permetteva di spiegare l’enorme divario tra la società ideale, dove dovevano regnare prosperità e felicità, e la realtà opaca in cui eravamo immersi. Se le cose non funzionavano bene come promesso, la colpa era dei nemici. Questi appartenevano a due grandi categorie. C’era intanto un nemico lontano e collettivo, quello che chiamavamo «l’imperialismo angloamericano» (una formula fissa), responsabile di tutto ciò che non andava bene nel mondo. Accanto a lui si palesava un nemico vicino, dotato di un’identità individuale, identificabile nelle istituzioni familiari: la scuola dove si studiava, la ditta in cui si lavorava, le organizzazioni a cui si apparteneva.
Manicheismo leninista
La persona designata come nemico aveva ragione di preoccuparsi: una volta che gli era stato attribuito quel marchio infamante, poteva perdere il lavoro, il posto a scuola, il diritto a vivere in una città, e ognuna di queste misure poteva essere seguita dalla reclusione o dall’internamento in un campo di rieducazione, un’istituzione di cui la Bulgaria a quei tempi era generosamente fornita.
Adottando questo atteggiamento, i rappresentanti delle autorità si comportavano in conformità ai precetti dettati dagli strateghi della rivoluzione, compreso Lenin, fondatore del regime totalitario comunista, che interpretava la vita sociale in termini militari. Una tale situazione di conflitto giustifica tutte le misure repressive. Una persona che difetta di entusiasmo per la costruzione del comunismo è vista come un avversario, ma ogni avversario diventa un nemico, e i nemici meritano un solo destino: l’eliminazione. Lenin raccomanda pertanto di «sterminare senza misericordia i nemici della libertà», di condurre «una sanguinosa guerra di sterminio». Il totalitarismo è un tipo di manicheismo che divide la popolazione della Terra in due sottospecie che si escludono a vicenda, che incarnano il bene e il male e di conseguenza anche gli amici e i nemici.
Troviamo la stessa rigida ripartizione tra i teorici del nazifascismo, e quindi la stessa importanza attribuita alla nozione di nemico. Il giurista e filosofo tedesco Carl Schmitt (1888-1985) riduce la categoria stessa della politica a «discriminazione tra amico e nemico», paragonando a sua volta la vita della città a una guerra. E si oppone a quelle che definisce le utopie pacifiste e liberali, che mantengono la speranza di una graduale estinzione delle guerre; il suo ruolo, dice, è quello di essere il nemico di coloro che non vogliono più riconoscere il nemico... La guerra non è la manifestazione più comune della politica, ma ne è la manifestazione ultima, perché è l’unica in cui l’individuo mette la sua vita interamente nelle mani dello Stato e la sola che lo porta ad accettare tanto di morire quanto di uccidere. Per questo motivo, rivela la verità. La convinzione di Schmitt non si basa su un’analisi storica o antropologica, ma sulla dottrina cristiana del peccato originale, cui aderisce con un atto di fede.
Ieri i comunisti, ora l’islam
Consustanziale alle concezioni totalitarie della storia, il concetto di nemico non svolge un ruolo di primo piano nella vita dei paesi democratici, ma viene sporadicamente utilizzato nello stesso modo. In guerra, questo termine designa, per convenzione, il paese o l’organizzazione che si combatte. Al tempo della guerra fredda, il nemico era il comunismo nella sua versione sovietica e i suoi simpatizzanti ovunque fossero. Il nemico è invocato anche nel populismo demagogico che ama additare alla vendetta popolare un personaggio colpevole di tutti i mali che ci affliggono. A volte il nemico è identificato con una popolazione specifica: gli immigrati dai paesi poveri, i musulmani. L’effetto di questa dichiarazione è di instillare la paura nella gente e quindi di invogliare un numero significativo di elettori a votare per la parte che formula quest’accusa e promette di eliminare il nemico. Questo ci porta ai margini del quadro democratico.
Si dovrà allora, rifuggendo la contiguità con i precedenti utilizzatori, tanto compromettenti, rinunciare all’uso di questo termine? Questa conclusione sembra inaccettabile, soprattutto in un contesto come quello che stiamo vivendo, dove dobbiamo identificare il nemico perché questi minaccia di ucciderci. L’osservazione spassionata del mondo che ci circonda non fa pensare che l’ostilità sia scomparsa dalla faccia della Terra, né tra i popoli né tra gli individui: le nostre società non sono abitate da tribù di angeli.
Ostilità temporanea
Per mantenere l’uso del concetto di nemico in una democrazia, tuttavia, si dovrebbe adattarne il senso. Non si può aderire ai postulati fondamentali del pensiero totalitario, che si esprimono in formule del tipo «la guerra dice la verità sulla vita», o invocare il carattere decisivo del «peccato originale». Un certo consenso è stato raggiunto oggi tra coloro che mettono in discussione la specificità della specie umana: è diventato impossibile dire che la lotta, la violenza, la guerra rappresentino la caratteristica dominante della nostra specie. Se dobbiamo riservare un tale spazio a una sola attività, questa sarebbe la cooperazione piuttosto che la lotta all’ultimo sangue. E questa caratteristica è comune a tutte le popolazioni del mondo.
Si arriva quindi a non identificare il nemico in un gruppo umano, ma a trovare le sue origini in un’ideologia o un dogma, in un’emozione o in una passione. Gli individui diventano «nemici» solo parzialmente e temporaneamente. In tutti i casi che ho citato, il nemico è stato identificato con un insieme di persone che occupano un posto fisso nel tempo e nello spazio: a un certo punto gli americani per i sovietici, e viceversa, in un altro momento gli immigrati di alcuni paesi per gli autoctoni, in un altro ancora i terroristi agli occhi del potere legale. Se si rinuncia a fare del nemico un’essenza a parte, abbiamo piuttosto un attributo, una condizione precisa e temporanea, che si ritrova in tutti. Piuttosto che eliminare i nemici, ci si darà l’obiettivo di prevenirne gli atti ostili. Questa è la lezione che ci ha insegnato la vita di quel combattente esemplare che fu Nelson Mandela. Egli riuscì ad abbattere un nemico come il sistema dell’apartheid senza versare una goccia di sangue, avendo scoperto nei suoi potenziali nemici un «barlume di umanità», avendo capito le ragioni della loro ostilità ed essendo così riuscito a trasformarli in amici.
Ma i Paesi occidentali che hanno sofferto attacchi terroristici, come gli Stati Uniti o altri, non si sono rivolti in questa direzione. I loro leader hanno preferito adottare la massima di Lenin, secondo la quale bisogna «sterminare senza misericordia i nemici della libertà». All’indomani dell’11 settembre 2001, il presidente Bush aveva promesso al suo Paese che avrebbe garantito, con tutti i mezzi possibili, il trionfo della libertà sui suoi nemici. In quell’occasione è stata creata una nuova categoria, quella dei «combattenti nemici» privi sia dello status di criminali, e quindi giudicati in base alle leggi del Paese, sia di quello di prigionieri di guerra protetti dalle Convenzioni di Ginevra: sono quelli rinchiusi a Guantanamo. Il risultato di queste misure è stato, come sappiamo, l’ampliarsi del fenomeno del terrorismo.
Etichette fuorvianti
Non si tratta di un semplice slittamento semantico nell’uso di una parola o di un dibattito puramente filosofico. Dobbiamo affrettarci ad abbandonare le etichette fuorvianti di cui continuano a servirsi i leader politici che, di fronte alle aggressioni, invocano «il nemico barbaro», «gli atti mostruosi» o «i personaggi diabolici». La comprensione del nemico permette di scoprire modi specifici per combatterlo. L’uso della forza, militare o di polizia, deve sempre restare possibile, un attacco imminente dev’essere contrastato con le armi. Ma a questo si deve aggiungere un’altra conseguenza: capire il punto di vista dell’aggressore diventa il presupposto di qualsiasi lotta contro di lui. Perché dietro alle azioni ci sono sempre pensieri ed emozioni, su cui è possibile agire.
L’ostilità può essere motivata da un senso di umiliazione, o da un’ingiustizia subita, o dalla rabbia, o da sogni di potere, o essere frutto dell’ignoranza. I nemici sono esseri umani come noi. Per neutralizzarli non servono necessariamente le bombe o i missili, ma saranno sempre necessari il coraggio e la perseveranza.
[Traduzione di Carla Reschia]
© Le Monde, 2015