martedì 1 dicembre 2015

Il Sole 1.12.15
I rischi sulla ripresa obbligano Renzi a separare il test comunali da un voto su di sé
di Lina Palmerini


«Non abbiamo nessun timore sul Pil italiano», diceva Matteo Renzi da Parigi. Lui non crede a una frenata dell’economia ma il rischio esiste. E se la crescita doveva essere il vento nelle vele della campagna elettorale per le comunali, ora che il quadro internazionale non garantisce esiti certi, il premier dovrà proteggersi contro scenari in peggioramento. Per questa ragione, ieri, Luca Lotti diceva che il voto di primavera non sarà un test sul Governo proprio perchè potrebbe essere negativo.
Ma l’unica via per separare le elezioni da un giudizio sul premier è puntare tutto sui candidati delle città. Scegliere nomi forti e soprattutto autonomi per distinguere i due piani, quello dell’Esecutivo da quello dei Comuni. Per la prima volta Renzi deve delegare e fare un passo indietro, disinvestire su se stesso e investire sugli aspiranti sindaci. Solo così ha un paracadute nel caso in cui la ripresa si raffreddi.
Del resto, perfino prima degli attentati di Parigi del 13 novembre erano emerse correzioni di rotta e riflessioni nuove sugli scenari globali. Ne aveva parlato in un’intervista al Sole 24 Ore del 30 ottobre Mario Draghi: «Le condizioni delle economie nel resto del mondo si sono rivelate più deboli rispetto a pochi mesi fa, in particolare nei mercati emergenti, con l’eccezione dell’India. Le previsioni di crescita mondiale sono state riviste al ribasso. Probabilmente il rallentamento non è transitorio». A questo quadro già poco rassicurante si è aggiunta la nuova crisi legata al terrorismo e al conflitto siriano e dunque le rassicurazioni lasciano un po’ il tempo che trovano.
Ieri ha provato a schiarire l’orizzonte prima il ministro Padoan che però ha confermato la previsione di crescita del 2015 – 0,9% - senza dire nulla sul 2016. Matteo Renzi si è invece inoltrato nel prossimo anno, ha usato il futuro e si è detto certo che il «Pil andrà a crescere non a diminuire». Una certezza che ha senso come affermazione politica fatta da un premier che deve infondere fiducia ma che si scontra con una realtà che offre ben pochi esiti scontati. Esiti di cui si discute tra Palazzo Chigi e l’Economia anche se le riflessioni non sono consegnate all’ufficialità. Tant’è che si aspetta con ansia la decisione della Bce di giovedì sull’ampliamento e rafforzamento del quantitative easing. Tanto più attesa per l’Italia oggi che l’Istat certifica una frenata dell’inflazione a novembre mentre il Centro studi di Confindustria segnala che il rallentamento della domanda estera continua a influenzare le prospettive di crescita.
E quindi se prima di questo scenario Renzi poteva scommettere sulla crescita economica come carta vincente per le comunali della prossima primavera, adesso dovrà pensare anche di giocare un’altra carta. E tutelarsi rispetto a un quadro economico che diventa mosso e che potrebbe anche complicare la campagna elettorale e non facilitarla. L’unica via per il premier è quella di non sbagliare le candidature dei prossimi sindaci. Se, insomma, la crescita poteva diventare un’arma di propaganda e il premier la “faccia” da affiancare alle candidature, adesso la partita dovrà essere più affidata ai candidati che ai risultati del Governo.
Per la prima volta, insomma, Renzi dovrà dare una delega forte, importante agli aspiranti sindaci che rappresenteranno il Pd a Milano, Roma, Napoli, Bologna. Per la prima volta non conterà solo la sua immagine e i suoi slogan ma dovrà costruire candidature più autonome possibile per rendere la vittoria alla portata. Insomma, la crisi e i rischi connessi impongono di cambiare gioco e non solo con le parole di Lotti ma nei fatti. E far sì che le urne non siano un test sul premier ma più sul segretario del Pd.