martedì 8 dicembre 2015

Corriere 8.12.15
Sparano sul «gender», ma il vero bersaglio è l’uguaglianza
di Elena Tebano


Misterioso costrutto dal nome un po’ esotico, nell’ultimo anno la cosiddetta «teoria del gender» ha fatto irruzione nel dibattito pubblico italiano. Con una trasversalità senza precedenti: se ne parla in tv, sui giornali, ma anche nei consigli di classe di molte scuole, perché in nome del «pericolo» da essa rappresentato si teme per il futuro dei bambini. Pochi, pochissimi, però, sanno cosa si nasconde dietro questa espressione. A colmare il vuoto è arrivato l’ultimo libro di Michela Marzano, filosofa italiana fuoriuscita in Francia e prestata alla politica di casa nostra con l’elezione alla Camera per il Pd: Papà, mamma e gender (Utet, pagine 151, e 12).
Il testo (la cui missione didattica è resa esplicita dal glossario finale) ne ripercorre l’origine e lo strano paradosso: il «gender» è stato inventato da chi vi si oppone. Da circa mezzo secolo, infatti, esistono gli studi di genere, rimasti quieti sugli scaffali delle accademie senza che nessuno ne fosse disturbato. Ma essi, spiega Marzano, c’entrano «molto poco con le rappresentazioni che se ne danno e con i fantasmi che suscita oggi anche solo la parola “gender”». L’obiettivo degli oppositori della «teoria del gender» è infatti un altro, e cioè tutte le posizioni (tra loro molto diverse) che «hanno come scopo quello di combattere contro le discriminazioni e le violenze subite da chi, donna, omosessuale o trans, viene considerato inferiore solo in ragione del proprio sesso, del proprio orientamento sessuale o della propria identità di genere».
È un documento del Pontificio Consiglio per la Famiglia del 2000, ricostruisce Marzano, a connotare per la prima volta queste variegate posizioni come un’«ideologia che “attacca le fondamenta della famiglia e delle relazioni interpersonali” e che diffonde l’idea che “l’essere uomo o donna non sarebbe determinato fondamentalmente dal sesso, bensì dalla cultura”».
Marzano mostra che ciò che la Chiesa criticava come «l’oscurarsi della differenza o dualità dei sessi», è stato trasformato nella vulgata dei gruppi militanti ProVita o Manif pour Tous in presunzione di «scegliere se essere uomo o donna» e «cambiare sesso se e quando si vuole», sulla base di un errore che confonde «due concetti molto diversi, ossia quello di identità e quello di uguaglianza». E quindi «quando si dice che una persona è uguale all’altra, non si sta dicendo che sono identiche», ma «che, nonostante le differenze specifiche che le caratterizzano, hanno la stessa dignità e lo stesso valore». Analogamente, criticare i ruoli di genere precostituiti non significa stravolgere l’identità di genere (e meno che mai far cambiare sesso ai bambini).
Marzano decostruisce così una a una le accuse mosse alla supposta «teoria del gender». L’esito per molti versi è sconfortante: «Più cerco di capire che cosa ci sia dietro i video e gli scritti contro il gender — scrive —, più penso che si tratti di un insieme di argomenti senza fondamento, buttati lì per aumentare la cortina di fumo che nasconde il vero problema: l’omosessualità». È questo il reale idolo polemico di chi condanna il «gender».