martedì 17 novembre 2015

Repubblica 17.11.15
Il patto di solidarietà
di Stefano Folli


QUELLO che ha detto il presidente francese a Versailles, di fronte all’Assemblea nazionale e al Senato riuniti insieme, riguarda tutti gli europei e quindi anche l’Italia. Hollande non ha avuto esitazioni nel pronunciare la parola-tabù: «guerra». Ha messo in chiaro che la Francia si considera in guerra con lo Stato islamico e che l’obiettivo del conflitto è la distruzione di questa entità. Non ha invocato gli obblighi Nato, bensì le clausole dei trattati Ue che prescrivono ai Paesi membri di garantire piena solidarietà e cooperazione alla nazione sotto attacco. Ha chiesto che si costituisca una coalizione sovranazionale contro l’Is, se possibile nella cornice dell’Onu, ma in attesa che la richiesta venga accolta Parigi non resta con le mani in mano: i bombardamenti sono in corso sui territori controllati dai fondamentalisti, grazie anche all’appoggio logistico americano. E continueranno. Spetta dunque agli europei decidere cosa fare e come.
È chiaro che la scelta francese non è la soluzione del problema Is, ma è un inizio. Hollande non ha detto tutto circa le intenzioni del suo governo, ma quello che ha detto è sufficiente per capire che da oggi comincia un nuovo capitolo nella storia dell’Unione europea. A seconda di come risponderanno le maggiori cancellerie, potremo vedere la dissoluzione dell’idea d’Europa o al contrario il suo rilancio sul piano culturale e politico. Con conseguenze per ora insondabili.
L’altro giorno il presidente del Consiglio aveva annunciato con convinzione che «l’Italia c’è ed è accanto alla Francia». Ora si capisce come questa frase avrà un senso diverso rispetto al passato, quando spesso si risolveva in una fiaccolata o nell’illuminazione di un edifico pubblico. Essere accanto alla Francia significa, dopo l’annuncio di Hollande, assumere precise responsabilità: di concerto, è ovvio, con il resto dell’Unione e con la comunità internazionale. Rispetto a un tale scenario l’Italia politica non sembra preparata. L’appello alla coesione interna, lanciato sia dal Capo dello Stato sia dallo stesso premier, ha prodotto finora la rissa da ballatoio fra il ministro dell’Interno e uno dei maggiori esponenti dell’opposizione, il leghista Salvini: non proprio quello che ci si poteva aspettare. Alfano, uomo di solito misurato, si è permesso una reazione stizzita e fuori luogo di fronte alle continue stilettate di Salvini. E questi, dal canto suo, ha promosso una sorta di petizione elettronica via web per chiedere le dimissioni del ministro, ma su una premessa rivelatasi sbagliata perché nessuna auto dei terroristi parigini scorrazza nel territorio italiano.
In poche parole, emerge il volto meno serio e più provinciale del Paese nel momento in cui occorrerebbe trasmettere all’opinione pubblica il senso drammatico di eventi eccezionali. Renzi al vertice del G20 ha parlato di una “strategia” da mettere a punto con gli alleati, pensando alla Siria, all’Iraq e anche alla Libia, ma è parso soprattutto preoccupato di non perdere il contatto con Obama, a sua volta incerto. Nel frattempo, a modo suo, Hollande metteva tutti di fronte al fatto compiuto per evidenti ragioni di politica interna francese. Ma c’è un punto, nell’intervento dell’Eliseo, che può avere significative ricadute sul terreno economico prima che militare per tutti i partner europei. Il presidente francese ha fatto capire che la sicurezza in Europa d’ora in poi verrà prima del patto di stabilità. Quindi più risorse per la difesa, l’intelligence, il controllo dei confini, i pattugliamenti in mare, eccetera. È una linea che rovescia il quadro, mettendo la Germania di fronte al bivio. Per l’Italia può essere un’opportunità: la fine dell’austerità, sia pure per ragioni tragiche. Giorni fa, nel dibattito interno, ne aveva accennato un senatore della minoranza Pd, Mucchetti. Ma una simile scelta dovrebbe indurre il governo a cambiare gli equilibri della legge finanziaria. E poi a rivolgersi al Paese in modo solenne per spiegarne le ragioni.