mercoledì 11 novembre 2015

Repubblica 11.11.15
La destra smoderata
di Guido Crainz


SOLLEVA in realtà molti problemi la discesa in campo ufficiale del centrodestra post-berlusconiano: questo ha rappresentato la manifestazione di Bologna, pur con la residuale presenza dell’ex Cavaliere, e su questo occorre soffermarsi con attenzione. Per quel che ci dice della destra italiana e per le questioni che pone, o dovrebbe porre, ad un centrosinistra che appare ormai inafferrabile. Se così non fosse, e se si trattasse solo di una vicenda nostra, non ci dovremmo preoccupare più del dovuto per quel che si è visto domenica. Ci potremmo sin consolare per la sostanziale “mancanza di egemonia” di quella piazza, per la sua incapacità di rappresentare davvero una parte ampia del Paese. In realtà la speranza che possa emergere in Italia una “destra normale” è svanita da tempo e le ragioni non affondano solo nella storia del nostro Paese. È sufficiente volger lo sguardo all’Europa per comprenderlo: dalla Francia di Marine Le Pen, da tempo interlocutrice di Matteo Salvini, a Paesi ex comunisti come l’Ungheria e la Polonia (senza dimenticare il voto di domenica in Croazia) e sino alla Danimarca o ad altre nazioni ancora. Nella crisi dell’Europa, questa è la destra. Certo, a un primo sguardo non c’è paragone fra i toni sostanzialmente “monocordi” di Bologna e la capacità di egemonia messa in campo nel 1994 (anche allora però ce ne accorgemmo tardi). Confluirono in Forza Italia propensioni molto differenti del Paese: dagli umori degli anni Ottanta a quel misto di conformismo e di qualunquismo che era potuto crescere all’ombra stessa della Dc; dalle illusioni di un “secondo miracolo italiano” alla ripulsa dei vincoli collettivi; dalla speranza di un “futuro sregolato” alla fiducia nella propria capacità di affermazione, personale e di gruppo; e sino all’estraneità, se non alla ostilità, nei confronti dello Stato e dei valori civici. Senza tralasciare quella modernità intrisa di “predominio del sé”, quell’anticonformismo infastidito da egualitarismi e da solidarietà sociali che era cresciuto all’ombra del socialismo craxiano. Si aggiunga la forza di seduzione del linguaggio comunicativo di allora, maturato anch’esso negli anni Ottanta, e si comprenderà meglio quanto è stata diversa la “discesa in campo” di domenica. Non si ironizzi però più del dovuto sullo sforzo di Salvini di dismettere la felpa o di rendere un po’ più morbida l’evocazione delle ruspe: la cultura delle ruspe e dei muri si è diffusa e si sta diffondendo, e con la “destra smoderata” occorrerà fare i conti sino in fondo. Conta poco allora la miserevole qualità del comizio urlato di Giorgia Meloni, quasi un aggiornamento degli umori missini prima di Fiuggi. Conta pochissimo l’immagine patetica che l’ex Cavaliere ha dato di sé. E conta ancor meno l’assenza in quella piazza di qualche disperso frammento del centrodestra, ormai in pericoloso avvicinamento al centrosinistra o impegnato in una ricerca di visibilità senza sbocchi. Conta molto di più, per altri versi, l’incombere dell’onda montante del Movimento Cinque Stelle: e conta, paradossalmente, soprattutto perche esso appare incapace di proporsi come alternativa politica credibile. Perché si aggiunge alle derive dell’astensionismo anziché convogliarle nel proprio progetto (parola grossa, in questo caso, ma non ne esistono altre); e perché si assomma alla marea della destra smoderata.
Lungi dal rallegrarsi per le autostrade che il “centrodestra di Bologna” le spalancherebbe, come qualcuno ha suggerito, il centrosinistra dovrebbe considerare con urgenza ancor maggiore — e con un senso del dramma ancor più acuto — le incertezze e l’impasse di cui sembra da tempo prigioniero. Quasi paralizzato nel suo frenetico eludere alcuni nodi di fondo o nel pensare che la partita principale, la vera “resa dei conti”, si svolga nel proprio campo e nelle sue immediate vicinanze. Anche per questo lo stesso dibattito sul profilo della sinistra, assolutamente fondamentale, appare oggi sterile e privo di sbocchi, nella divaricazione fra chi lo considera irrilevante — se non dannoso — e chi si attarda su formule malamente invecchiate. In questo scenario inoltre appaiono largamente assenti le questioni poste dalla crisi internazionale del 2008 e dalla sua onda lunga. Davvero dopo di essa e dopo le trasformazioni globali che sono intervenute la “ripresa” riproporrà i precedenti modi di vivere e di produrre? Davvero potremo ritornare a modelli noti? A terre incognite siamo in realtà giunti ed esse esigono scelte inedite e lungimiranti dei Parlamenti e dei cittadini.
Diventano ancor più decisive in questo quadro alcune bussole fondamentali della sinistra, a partire dall’equità sociale: dovrebbe essere un faro splendente, dopo i marosi che abbiamo attraversato, eppure nel dibattito politico non sembra avere la centralità necessaria. Si consideri anche il nodo delle compatibilità economiche: qual è il confine fra la necessità di ridare fiducia all’economia e ai soggetti sociali e il ritorno all’irresponsabilità degli anni berlusconiani? Terre incognite, davvero, e non è possibile inoltrarsi in esse senza quel rinnovamento della politica che era stato alla base della “spinta propulsiva” del Pd di Renzi e di cui però — difficile negarlo — non si vedono proprio le tracce. A due anni da quella proposta e da quell’impegno il panorama è sotto gli occhi di tutti: sia per quel che riguarda le modalità generali dell’agire politico sia per quel che riguarda il modo di essere del Pd, quasi abbandonato alle proprie derive. Le macerie del partito romano non hanno origini recenti: ed è silente su questi temi la minoranza interna, occupata in frantumazioni sempre nuove (e sempre identiche a se stesse) e con rilevanti responsabilità per il passato. Terre incognite e al tempo stesso avvolte da presagi sempre più preoccupanti: c’è solo da sperare che la consapevolezza del dramma inizi ad affacciarsi anche nei più convinti araldi dell’ottimismo.