domenica 15 novembre 2015

La Stampa 15.11.15
La lotta al terrore irrompe al summit del G20
“Patto militare anti-Isis”
Raffica di bilaterali in Turchia, Obama incontrerà Putin Ankara e Riad in pressing: interventi più incisivi in Siria
di Maurizio Molinari


Truppe speciali in assetto da combattimento, scudo anti-missile sui cieli e in agenda la necessità di colpire con efficacia lo Stato Islamico per sostenere la Francia ferita: il summit del G20 si apre con una girandola di bilaterali nel segno della volontà della Turchia di imprimere una svolta alla guerra in Siria.
Dalla crescita al terrore
Creato nel 1999 per includere le economie emergenti e rilanciato nel 2008 per soccorrere l’Occidente dalla crisi finanziaria, il G20 è il summit che rappresenta l’85 del Pil globale: finora si è sempre dedicato a crescita e sviluppo ma adesso si svolge ad Antalya, a 900 km dalle truppe del Califfo, e il massacro di Parigi catapulta la lotta al terrorismo in cima ai lavori. È quanto avviene nei resort di Belek a descrivere la trasformazione del vertice. Il primo ad arrivare, bruciando i tempi, è il re saudita Salman. Preceduto da 65 limousine, in gran parte della scorta, il sovrano wahabita si impossessa dell’intero Mardan Palace e incontra subito Erdogan. Gli ex rivali sunniti ora sono affiancati nel sostenere i ribelli anti-Assad e sono anche i due Grandi musulmani del summit: ad accomunarli è la volontà di redigere una dichiarazione finale per legittimare interventi più incisivi, forse anche di terra, in Siria. Ankara da tempo sostiene la necessità di una «no fly zone», è disposta a mandare le truppe per crearla ma vuole una copertura internazionale. Per Riad ciò che conta di più è far cadere Assad.
Le notizie che arrivano da Vienna sull’intesa Usa-Russia sul «calendario concreto verso le elezioni» vengono accolte con favore ma «bisogna fare di più» incalza il premier turco, Ahmet Davutoglu, «perché siamo al punto dove le parole finiscono e bisogna combattere il terrorismo». Per il ministro degli Esteri, Feridun Sinirlioglu, «lo Stato Islamico minaccia le nostre vite» e la risposta che il G20 darà al massacro di Parigi dovrà andare oltre il sostegno alla Francia, indicando «la strada da seguire».
Hollande assente
D’altra parte attorno al tavolo, da domani mattina, ci saranno Barack Obama e Vladimir Putin, ovvero i leader delle opposte coalizioni militari anti-jihadisti. Erdogan e re Salman puntano a un «patto militare anti-Isis». Il neo-premier canadese Justin Trudeau interpreta l’atmosfera dei bilaterali dicendo: «Compito dei governi è difendere i cittadini». L’assenza obbligata di François Hollande aggiunge pathos ma fra gli inviati europei l’urgenza di agire contro Isis si sovrappone allo scetticismo su Erdogan: non solo perché «ha aspettato troppo per colpire Isis» come dice un alto diplomatico, ma anche in quanto «ha una propria agenda anti-curdi» sotto la veste anti-jihadista.
Sono queste fibrillazioni a spiegare perché la Casa Bianca conferma solo in extremis il bilaterale Obama-Erdogan «subito dopo l’arrivo dell’Air Force One». I disaccordi sulla Siria si sovrappongono alla necessità di agire contro Isis nella cornice del resort Regnum Carya - sede del summit - dove 13 mila delegati affluiscono blindati da 12 mila soldati, jet militari e navi da guerra con gli spazi aerei e marittimi chiusi e la proibizione ai turisti di entrare nella «zona rossa».
Occhi su Rohani
I leader del G20 guardano anche a Hassan Rohani, il presidente dell’Iran da poco ammesso ai negoziati di Vienna sulla Siria. Rohani è protagonista di un’abile mossa. Nel giorno in cui cancella il primo viaggio in Europa - con tappe a Parigi, Roma e Vaticano - in segno di rispetto per l’Eliseo, adopera parole aspre contro «il terrorismo diabolico». L’intento è accelerare la trasformazione dell’Iran in un partner dell’Ue contro i jihadisti sunniti. «Serve un impegno globale per combattere tutti i terroristi», dice Rohani, con un linguaggio teso a entrare in sintonia con i leader europei in arrivo al summit.