giovedì 12 novembre 2015

La Stampa 12.11.15
La strategia perdente nel Pd
di Federico Geremicca


Può essere davvero che Vincenzo De Luca - come ha sostenuto ieri nella sua conferenza stampa - nulla sapesse dei torbidi intrecci che andavano maturando intorno alla sentenza dalla quale dipendeva il suo futuro alla guida della regione Campania. E può essere perfino - è sempre il governatore ad annotarlo - che sia addirittura «parte lesa» in una vicenda nauseabonda e che sarebbe bene chiarire il più rapidamente possibile.
Purtroppo per lui e per il Pd, però, entrambe le circostanze (se fossero confermate) non farebbero che riproporre una situazione che era facilmente prevedibile, e che molti - infatti - avevano previsto: il permanere e anzi il consolidarsi di una sorta di «pregiudizio negativo» su De Luca che avrebbe assai complicato (come sta complicando) il suo lavoro alla guida della Regione Campania.
I germi di questo pregiudizio erano già presenti nel momento in cui De Luca - con una condanna sulle spalle e la tagliola della legge Severino incombente - decise di partecipare alle primarie per la scelta del candidato governatore in Campania.
La sua vittoria e successivamente la sua elezione, hanno naturalmente moltiplicato quei germi in maniera esponenziale. Di tale situazione Vincenzo De Luca paga oggi il prezzo: ma sarebbe ingeneroso (e sbagliato) attribuirne a lui l’esclusiva responsabilità. In quei giorni, infatti, fu chiesto da più parti al segretario del Pd di intervenire per fermare una dinamica che non avrebbe potuto che portare al punto in cui si è. Quegli appelli rimasero inascoltati.
Si è molto discusso - e molto si discuterà ancora - del doppio incarico (segretario e premier) che Matteo Renzi ha voluto tenere per sé. Ed è forse appena il caso di sottolineare come li stia interpretando in maniera diametralmente opposta: tenace, attivo e «veloce» nelle vesti di presidente del Consiglio, distratto, passivo e clamorosamente assente in quelle di segretario.
E’ possibile che Matteo Renzi - forse con molte ragioni - sia convinto che i destini del suo partito si decidano da Palazzo Chigi: dipendano, cioè, dai risultati dell’azione di governo. E’ possibile, ma andrà verificato. Quel che è certo, invece, è che la politica della testa sotto la sabbia e la filosofia del tempo che passa e cancella le cose - un po’ gli architravi della sua azione da segretario - si stiano rivelando fallimentari per il Pd e addirittura pericolosi per la sua stessa leadership. Le riunioni della segreteria alle 7 del mattino e il tourbillon di iniziative da mettere in campo sono ormai solo ricordi sbiaditi delle sue prime settimane da segretario. Da allora ad oggi l’encefalogramma del Pd è progressivamente peggiorato, fino a diventare desolatamente piatto...
La cartina di tornasole di questo modo di interpretare il ruolo di segretario è in due vicende (caso De Luca escluso, naturalmente) che purtroppo per il Pd ancora si trascinano, continuando a produrre danni: intendiamo la questione di Roma e di Ignazio Marino e quella della Regione Sicilia e di Rosario Crocetta. Si tratta di due partite che potevano esser chiuse nel luglio scorso e che si è invece lasciato incancrenire: la prima, giungendo al più dannoso (per i tempi, i modi e le forme) degli approdi possibili; la seconda, incredibilmente ancora aperta, con faide e scontri quotidiani in terra siciliana e danni evidenti proiettati sul proscenio nazionale.
Sono pochi - e forse non a caso - gli esempi di «doppio incarico» nella storia politica più o meno recente: Bettino Craxi (ma guidava un Psi poco sopra il 10%), Ciriaco De Mita (ma la Dc glielo concesse per un anno appena) e Silvio Berlusconi (che un partito vero e proprio, in realtà, non lo ha mai avuto). Matteo Renzi è migliore di tutti loro e può dunque assolvere con successo entrambi i ruoli? Oppure è il Pd ad esser un partito così semplice da permettergli di fare comodamente anche il presidente del Consiglio?
Le domande, naturalmente, sono rivolte prima di tutto a Matteo Renzi. Tocca a lui - per carisma e per potere - darsi una risposta e valutare se trova rassicurante andare incontro con un simile assetto al difficile voto amministrativo di primavera. In vista del quale - sia chiaro - i potenziali guai di Roma, di Napoli e di Milano non sono più dietro l’angolo, avendolo evidentemente già voltato...