domenica 15 novembre 2015

Corriere La Lettura 15.1.15
Il calcolo all’italiana che illuminò Einstein
di Giovanni Caprara


Giovedì 25 novembre 1915 Albert Einstein annota nel suo taccuino: «È la formula che racchiude il destino ultimo dell’Universo». E quello stesso giorno deposita all’Accademia delle scienze di Berlino la sua Teoria della relatività generale, pubblicata poi sulla rivista «Annalen der Physik» agli inizi del 1916. Einstein è già molto noto (e discusso). Dopo aver insegnato a Berna, Zurigo e Praga, ora siede su una cattedra della capitale tedesca. Alle spalle ha il suo «anno mirabile», il 1905, quando teorizzò la relatività ristretta, così battezzata perché riguarda solo i sistemi in movimento con una velocità costante. Così, con tre articoli, scritti mentre era un oscuro impiegato dell’ufficio brevetti di Berna, rivoluzionava la fisica e, tra le altre cose, stabiliva il limite della velocità della luce, la quale, spiegava, è formata da particelle, i fotoni, e non da onde come fino ad allora si credeva. Solo più tardi i due concetti torneranno insieme, entrambi veri. Quanto fosse difficile accettare le sue idee lo dimostra un curioso aneddoto. Nel 1913 è il fisico tedesco Max Planck, il padre della fisica quantistica e suggeritore del nome «relatività» (Einstein voleva teoria degli invarianti), a portarlo a Berlino: nella presentazione lo definisce un grande scienziato con qualche limite, riferendosi alla concezione dei fotoni; ai suoi occhi un errore.
Ma per Einstein il disegno suggerito sino allora rappresentava solo una prima parte. Per andare oltre e completare i suoi pensieri, gli mancavano strumenti matematici adeguati. Li troverà nella matematica di Gregorio Ricci Curbastro e Tullio Levi Civita, che pochi anni prima avevano inventato il calcolo differenziale assoluto, «essenziale per descrivere uno spazio curvo», scrive Vincenzo Barone nella prefazione al libro Le due relatività (Bollati Boringhieri), che raccoglie i due articoli di Einstein del 1905 e del 1916. Lo sviluppo della sua teoria include infatti i fenomeni gravitazionali, ipotizzando gli effetti sulla traiettoria dei raggi luminosi, per cui nel transito vicino a una massa vengono deviati.
Bisognava però dimostrarlo e il momento non era certo favorevole. Nel 1915 la Prima guerra mondiale blocca il giovane astronomo Erwin Finlay-Freundlich, pronto ad andare in Crimea per tentare una verifica durante un’eclissi. Ci riuscirà invece sir Arthur Stanley Eddington, illustre fisico britannico, seguendo nel 1919 un’altra eclissi di Sole dall’arcipelago Sao Tomé e Principe, al largo dell’Africa occidentale, e dimostrando la deviazione della luce di una stella che appariva più lontana da dove doveva essere. Eddington lo comunicò alla Royal Society e Einstein divenne il mito che conosciamo, ancora intatto a un secolo di distanza. L’idea del cosmo era cambiata, un’altra rivoluzione compiuta.