sabato 21 novembre 2015

Corriere 21.11.15
Sanzioni e boicottaggi. Perché non funzionano?
risponde Sergio Romano


Sono rimasto sgomento nel leggere che recentemente 400 accademici inglesi hanno decretato il boicottaggio delle istituzioni accademiche israeliane, ovvero: niente più interscambio di ricerche scientifiche, di scoperte utili a tutta l’umanità ecc. Sarebbe opportuno chiedere a queste eminenti personalità scientifiche: avete preso lo stesso provvedimento nei confronti della Siria (ove si contano centinaia di migliaia di civili trucidati e cristiani crocefissi), della Turchia (ove la libertà di stampa è abolita ed i Curdi vengono massacrati), del Pakistan (ove le donne vengono trucidate per «adulterio»), della Cina per il Tibet, e così via all’infinito? Oppure è un trattamento di «favore» che riservate unicamente a Israele? E poi, la scienza non dovrebbe essere scevra da condizionamenti politici?
Franco Cohen

Caro Cohen,
Diffido delle sanzioni e dei boicottaggi per parecchie ragioni. In primo luogo raggiungono raramente l’obiettivo. Quando sono economiche, colpiscono la società del nemico molto più di quanto non colpiscano i suoi responsabili politici. Creano una economia delle sanzioni in cui si muovono liberamente i profittatori, i sensali d’affari, i piccoli Paesi che si prestano a fungere da tramite e a truccare i documenti di viaggio. Cercano di suscitare la collera del popolo contro i tiranni e finiscono spesso per renderlo ancora più ricco e potente. Non hanno impedito alla Corea del Nord di costruire missili di lunga gittata e un ordigno nucleare. Non hanno impedito a Saddam Hussein di continuare a governare il suo Paese sino al giorno in cui gli Stati Uniti hanno deciso di ricorrere ad altri mezzi. Vi sono state circostanze (l’Italia del 1936, la Serbia durante la crisi del Kosovo) in cui hanno avuto addirittura l’effetto di creare un risentimento patriottico e di regalare al regime più consenso di quanto ne avesse in precedenza. Sembra che abbiano prodotto qualche risultato nel caso recente dell’Iran, ma credo che la elezione di Hassan Rouhani alla presidenza della Repubblica sia dovuta soprattutto alla crescente maturità politica della società iraniana.
Nel caso del boicottaggio contro Israele, le misure punitive mi sembrano particolarmente stupide. Per molti anni ci siamo battuti perché gli intellettuali dei Paesi comunisti fossero liberi di lavorare con i loro colleghi occidentali. Dovremmo ora batterci perché gli intellettuali israeliani vengano privati di questo diritto?
Ciò detto, caro Cohen, ho l’impressione che i suoi confronti non siano sempre calzanti. Quando chiama in causa la Siria, la Turchia, il Pakistan, la Russia e la Cina, lei allude a Paesi travolti o minacciati da guerre civili, conflitti etnici e religiosi: questioni in cui non è facile dire chi abbia torto e chi abbia ragione. Nel caso di Israele invece il problema è quello della terra e della sua appartenenza: una questione che soltanto un compromesso non ideologico, senza fatti compiuti, potrà risolvere.