venerdì 20 novembre 2015

Corriere 20.11.15
Vigilare sulla paura e l’odio evitare un coprifuoco emotivo
In molti, sull’onda dello sgomento e dell’indignazione per gli attentati di Parigi, abbiamo esortato a non rinunciare nemmeno per un giorno alla nostra vita precedente. Ma niente sarà uguale d’ora in poi
di Paolo Giordano


In platea
Non metterò più piede in un teatro senza ripensare almeno per una frazione di secondo al Bataclan
In volo
Dal settembre 2001 non sono più salito su un aereo con il cuore sgombro da presagi
Cambiamento
Comunque la pensiamo, è accaduto in questi giorni qualcosa di gigantesco e di brutale
Ferita
Il trauma sta ancora raggiungendo le sue diramazioni periferiche, provocando incubi

La notte scorsa ho sognato le tigri. Camminavo lungo la riva di un torrente insieme a un amico, uno molto bravo a giocare con le parole. Sulla sponda opposta correva un sentiero affollato. A un tratto, da un nascondiglio, vedevo uscire due tigri che attaccavano un gruppo di ragazzini inermi. Li sbranavano davanti ai miei occhi.
Al risveglio ho pensato al Bataclan. E a ciò che il sogno mi suggeriva: che cercare rimedio nelle parole, questa volta, fosse inutile. Non mi era mai successo di crederlo prima. In effetti, negli ultimi giorni vengo attraversato da una quantità di pensieri nuovi, nel sonno come da sveglio. Camminando in stazione, lunedì, ho provato l’impulso improvviso di arruolarmi. Non avevo idea di quale esercito avrebbe potuto beneficiare del mio contributo, ma sono certo che, se nei paraggi ci fosse stato un ufficio di reclutamento di qualche strana forza speciale disposta a prendermi, mi sarei consegnato seduta stante. Ho capito che cosa passava per la testa ai giovani uomini che un secolo fa si riversavano al fronte pur di servire a qualcosa.
Processi altrettanto strani, ne sono certo, accadono nella mente di ognuno in queste ore. Osservo le persone intorno e cerco di indovinarli, ma siamo tutti così controllati, così funzionanti, che per lo più risulta impossibile. Ci occupiamo dei nostri affari quando in realtà la notte di Parigi non è finita. Il trauma sta ancora raggiungendo le sue diramazioni periferiche, percola piano in profondità, come un veleno. E da lì provoca incubi nuovi, il dubbio se sia prudente o meno attenersi a certi programmi, un dispiacere e un senso di futilità che fatichiamo a spiegare, perché non siamo propensi ad ammettere che un evento extra-personale possa condizionarci tanto.
In molti, sull’onda dello sgomento e dell’indignazione, abbiamo esortato a non rinunciare neppure per un giorno alla nostra vita precedente, a non mutare di una virgola la nostra condotta. Non smettiamo di uscire, abbiamo detto, di andare allo stadio e nei ristoranti. Non lo faremo. Ho un biglietto per un concerto del 9 dicembre e so che ci andrò, l’idea di venderlo non mi ha sfiorato. Tuttavia, circolano in Rete dei video girati venerdì notte al Bataclan che non ho ancora avuto il coraggio di aprire. Il mio cervello si rifiuta anche solo di immaginare che cosa sia stato là dentro: se provo a soffermarmi, si divincola subito. Per quanto cerchi di spingere l’inquietudine oltre i margini, so che niente sarà uguale d’ora in poi. Che non metterò più piede in un teatro senza ripensare almeno per una frazione di secondo al Bataclan, come dal settembre 2001 non ho più messo piede su un aereo con il cuore sgombro dai presagi. Ho continuato a volare, ma non è stato come prima.
La vigilanza della quale adesso si discute da ogni parte — quella dei servizi segreti, della polizia e degli aeroporti — non è l’unica che conta in questo passaggio cruciale. Esiste anche la vigilanza che ognuno di noi deve mantenere su se stesso. Comunque la pensiamo, è accaduto qualcosa di nuovo, gigantesco e brutale, perciò bisogna vigilare sulla paura, la repulsione, l’odio indiscriminato, la tristezza, i sogni allarmanti e il cinismo. È faticoso e complicato almeno quanto riorganizzare l’intelligence del continente, ma è necessario farlo. La pena che si rischia altrimenti è di ritrovarsi a vivere, magari senza saperlo, la stessa vita di prima in un perenne coprifuoco emotivo .