mercoledì 21 ottobre 2015

La Stampa 21.10.15
A Gerusalemme l’arpista fa i conti con se stessa
In anteprima il nuovo romanzo dello scrittore israeliano: racconta una donna ritornata nella sua città, così diversa da come l’aveva lasciata
di Abraham B. Yehoshua


© 2014 Abraham B. Yehoshua
2015 Giulio Einaudi editore
La protagonista del romanzo di Yehoshua è un’arpista tornata per qualche mese nella sua città, dove trova impieghi temporanei come comparsa per produzioni cinematografiche

Alle quattro del mattino il cellulare riprende vita. Anche se è una sveglia dimenticata dal giorno prima, Noga non interrompe la malinconica suoneria, inserita dall’amico flautista che non voleva essere dimenticato durante questo suo lungo soggiorno in Israele. Quando finalmente ricade il silenzio, Noga non si raggomitola nel plaid a quadri dei suoi genitori per riprendere il sonno interrotto ma, manovrando con delicatezza le leve del letto elettrico, solleva la testa per osservare, ancora distesa, il cielo pallido di Gerusalemme, alla ricerca del pianeta al quale deve il proprio nome.
Quand’era bambina suo padre le suggeriva di cercarlo poco prima dell’alba, o subito dopo il tramonto. «Anche se non riuscirai a trovarlo, – diceva, – è importante che di tanto in tanto alzi gli occhi al cielo e guardi almeno la luna, che è più piccola del tuo pianeta come tuo fratello è più piccolo di te, anche se a noi sembra più grande perché è più vicina».
E infatti, durante questa sua visita, forse a causa della forzata inattività o del lavoro di comparsa che talvolta la tiene impegnata di notte, Noga alza spesso gli occhi al cielo israeliano, più limpido di quello europeo.
Negli anni precedenti la morte di suo padre, quando tornava in patria per una breve vacanza, preferiva farsi ospitare dalle amiche dei tempi dell’accademia di musica piuttosto che dai suoi genitori. E non, come supponeva suo fratello Honi, per evitare i nuovi vicini che avevano «tinto di nero» il quartiere. Lei – che negli ultimi anni si era allontanata da Gerusalemme e godeva dello spazio protetto e liberale dell’Europa – non aveva problemi a credere in una coesistenza dignitosa e pacifica con una minoranza che già mostrava segni di maggioranza. E, d’altro canto, quand’era ragazza le sue esercitazioni musicali di sabato non avevano risvegliato il malcontento dei vicini.
– Nel Tempio si suonava l’arpa anche durante le festività, – le aveva detto una volta con ironia il signor Pomeranz, il prestante vicino ortodosso del piano di sopra, – e ai timorati di Dio piace sapere che ti eserciti per l’arrivo del Messia.
– Ma alle ragazze sarà permesso suonare nel Tempio? – aveva domandato la giovane musicista col viso in fiamme.
– Anche le ragazze potranno suonare, – aveva risposto l’uomo, osservandola intensamente, – ma se all’arrivo del Messia i sacerdoti non te lo permetteranno, ti trasformeremo in un bel giovanotto.
Persino un ricordo tanto insignificante rafforza in Noga la convinzione che una tollerante convivenza con i vicini sia possibile e – contrariamente al fratello, molto preoccupato per il benessere della madre ormai circondata da ultraortodossi – osserva il loro modo di camminare spedito senza avversione né presunzione, ma con lo sguardo divertito e benevolo di una turista navigata, dinanzi alla quale il mondo si dispiega in tutta la sua folcloristica varietà.
Dopo essersi sposata aveva vissuto per alcuni anni a Gerusalemme col marito Uriah ma, avendo in seguito abbandonato città e consorte, quando talvolta capitava nella capitale di venerdì sera, per una visita ai genitori, preferiva passare la notte sul litorale. L’amicizia e l’intimità di suo padre e sua madre, cementatesi con la vecchiaia, le pesavano anziché confortarla. I genitori tacevano sul suo rifiuto di mettere al mondo un figlio, rassegnati. Eppure lei aveva la sensazione che anche loro preferissero che non rimanesse la notte, per non disturbare il loro strettissimo rapporto di coppia, rimasto fedele all’angusto, antiquato e usurato letto di legno nel quale i due sprofondavano in serena armonia. E se uno di loro si svegliava di soprassalto a causa di uno strano sogno, o di una qualche preoccupazione, l’altro lo imitava, proseguendo una conversazione che probabilmente non si interrompeva nemmeno nel sonno.
Una volta, a causa di un temporale, per paura di non riuscire a raggiungere Tel Aviv, Noga era rimasta a dormire nella sua camera di quand’era bambina e, fra i fischi del vento e i bagliori dei lampi, aveva visto suo padre camminare per casa a passi piccolissimi, a capo chino, riverente, con le mani strette al petto a mo’ di monaco buddhista.
– E adesso che succede? – aveva sentito bofonchiare sua madre dal letto matrimoniale.
– I lampi e i tuoni mi hanno trasformato in un cinese, – si era giustificato suo padre in un sussurro, salutando con un cenno del capo una folla di cinesi immaginari.
– Ma i cinesi non camminano così…
– Come dici?
– I cinesi non camminano così.
– E allora chi cammina così?
– I giapponesi, solo i giapponesi.
– Allora sono un giapponese, – aveva detto lui avanzando a passi ancora più piccoli verso lo stretto letto matrimoniale, girandoci intorno e profondendosi in educati inchini verso la donna della sua gioventù. – Che cosa ci posso fare, amore? La tempesta mi ha fatto volare dalla Cina al Giappone e mi ha trasformato in un giapponese…